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La maggior parte dei lavori sul tema dell’aggressività umana e della crudeltà è basata sulla premessa che siamo

individui guidati essenzialmente dai nostri istinti ereditari. Già Lorenz con i suoi studi di etologia, decretò
l'esistenza dell’Altro funzionale unicamente a scaricare questi impulsi: privare l’uomo di questa scarica porta a
una maggiore aggressività, alle guerre e ad altre forme di violenza. Ne deriva che devono essere trovate vie di
sfogo alla nostra aggressività. Queste conclusioni sembrano fondate dal punto di vista scientifico e accettabili,
poiché concordano con le premesse della cultura occidentale sulla centralità dell’individuo nella società.
Tuttavia è proprio questa premessa che viene sfidata oggi dalla biologia e dalla psicologia, cominciando a
capire quanto sia emotivamente vulnerabile la nostra specie e quanto gli esseri umani siano indispensabili gli
uni agli altri. A partire dagli studi sull'attaccamento viene sfatata l'idea di un uomo intrinsecamente distruttivo,
che ha bisogno di uccidere e tormentare, in favore di un'idea di essere umano per natura socialmente
cooperativo. “I piccoli dell’uomo sono pre-programmati per svilupparsi in modo socialmente cooperativo, che
poi lo facciano o meno dipende in grande misura da come vengono trattati”. Le difficoltà che oggi riscontriamo
nella possibilità di concettualizzare il comportamento violento sono legate alla tendenza ad equiparare la
violenza all'aggressività, e dunque alla confusione che la letteratura scientifica opera tra livello biologico e
livello culturale. La chiave di lettura della psicologia contemporanea sulla violenza, ha permesso di scoprire che
non ci troviamo di fronte a un istinto, a una pulsione o a una predisposizione; la distruttività umana, così come
il trauma psicologico, non possono essere capiti senza passare attraverso il riconoscimento dell’importanza
intrinseca delle relazioni umane nel nostro sviluppo e nel nostro senso di benessere. La violenza non è
aggressività, intesa come manifestazione comportamentale “innata” nel nostro assetto genetico, né tanto meno
implica inevitabilmente un certo grado di libertà o di scelta. Piuttosto la violenza corrisponde all’interpretazione
che viene data a una forma di comportamento sociale, e dipende essenzialmente dal contesto sociale e culturale
in cui si vive: un’interazione ritenuta abuso o violenza in una cultura, può essere considerata abbastanza
“normale” in un’altra.
Gli studi sul trauma hanno cominciato a permetterci di districare le varie componenti delle nostre reazioni
violente confermando quanto gli psicoanalisti avevano da sempre indicato e cioè che “l’essenza della nostra
umanità sta nel fatto che investiamo di significato tutte le nostre esperienze e che il modo in cui interpretiamo le
esperienze ha un effetto diretto sul modo in cui reagiamo al trauma’’. Siamo entità psicobiologiche, con tutto
ciò che significa in termini di bisogni fisici, pattern di comportamento, genetica e biochimica ma cosa facciamo
e cosa non facciamo è anche intrinsecamente collegato a come percepiamo noi stessi e il mondo intorno a noi.
Così l'interesse centrale degli studi sulla violenza condotti da De Zulueta è posto sulla comprensione di
come gli esseri umani sviluppino la percezione di se stessi e dell’altro e di cosa sentano riguardo a se stessi e
all’altro. È necessario dunque comprendere i processi psicologici che esacerbano o riducono il bisogno di essere
violenti.
Un contributo importante, in questa direzione sono gli studi sull’attaccamento, che hanno mostrato il nesso tra
le condizioni di accudimento nell’infanzia e gli esiti in età adulta corroborando le proprie scoperte con una serie
di studi sperimentali; in particolare ad essi dobbiamo il merito di aver trovato un collegamento tra il trauma
psicologico, causato da perdita, rifiuto o deprivazione e il comportamento distruttivo o violento. Questo nesso
può essere inverso, infatti non si parla di causalità ma di correlazione: così l’aggressione violenta può essere
contemporaneamente origine e conseguenza del trauma. Le connessioni tra il trauma psicologico e la violenza
sono spesso negate o minimizzate, soprattutto in relazione all’abuso sui bambini. Ma la ricerca condotta negli
ultimi vent’anni mostra chiaramente che il trauma psicologico infantile esiste ed è il fattore eziologico di
numerosi disturbi psichiatrici sia nei bambini, sia negli adulti, così come un’importante causa di violenza
umana. La ricerca psicologica ha individuato diverse forme e qualità dell’attaccamento, connesse a diverse
forme di accudimento e qualità della relazione bambino-caregiver:

✓Attaccamento sicuro: i bambini si comportano in maniera più positiva verso la madre; le loro interazioni sono
più armoniose e collaborative ed essi sono disponibili ad assecondare le sue richieste. Le madri sono più
sensibili nel rispondere ai segnali e alle comunicazioni dei figli; esse mostrano tenerezza e cura nel tenere in
braccio e nel toccare i propri bambini. Inoltre i bambini usano la madre come base sicura dalla quale esplorare.

✓Attaccamento insicuro Ansioso-ambivalente: il bambino si mostra ansioso, appiccicoso fin dall’inizio, con
annessa paura di esplorare la stanza da solo. Mostra molta sofferenza e angoscia alla separazione dalla madre,
piangendo di più rispetto al bambino con attaccamento sicuro, dovuto alla mancanza di sicurezza
dell'affidabilità materna. Alla riunione sembra avere un comportamento ambivalente caratterizzato da rabbia:
vuole stare vicino a lei, ma contemporaneamente inarca la schiena per allontanarsene e resiste ai suoi tentativi
di calmarlo. Oltre alle osservazioni di laboratorio condotte con la Strange Situation, dalle osservazioni a casa
emerge che le madri di questi bambini sembrino essere meno sensibili, sia al pianto, sia in generale nella
comunicazione. Ciò non coincide con l'atteggiamento rifiutante, o di avversione per il contatto fisico, né tanto
meno mancano di espressività emotiva.

✓Attaccamento Insicuro Evitante: il b. rimane indifferente sia per la separazione che per la riunione con la
madre, mostrando così di essere molto indipendente. Non mostrano sofferenza, né paura, né, ancora più
importante, rabbia, quando vengono riuniti alla madre. Quando non ignora la madre, il piccolo si avvicina a lei
solo per allontanarsene all’improvviso: a volte la saluta, ma poi distoglie lo sguardo, così da scoraggiare
qualsiasi ulteriore interazione. Se viene preso in braccio, fa capire, senza emozione, di voler essere messo giù.
Generalmente si mostra più amichevole con un estraneo che con la madre. I bambini con attaccamento insicuro
evitante evitano fisicamente i compagni di gioco e distolgono lo sguardo da loro, nella stessa misura in cui
evitavano la madre alla riunione. Dalle osservazioni ecologiche condotte in casa emergono numerosi attacchi
aggressivi contro la madre, numerosi episodi di rabbia immotivata, suggerendo che queste emozioni erano state
in qualche modo rimosse durante la Strange Situation. Il comportamento aggressivo di questi bambini verso i
caregivers e i pari può essere inteso come consequenziale all'aggressività a loro riservata nel contesto
quotidiano di cure. Infatti le madri dei bambini evitanti sono descritte come intrusive, trascuranti e rifiutanti, in
particolare rispetto al contatto corporeo stretto. Esse sono anche più colleriche e minacciose con i loro bambini,
spesso li deridono o parlano loro in modo sarcastico.

✓Attaccamento disorganizzato: in studi successivi, portati avanti da Main e Solomon, fu indentificata una terza
configurazione di attaccamento alla Strange Situation, in cui i bambini manifestavano una risposta
“disorganizzata”, un misto di comportamento evitante e ansiosoambivalente. Essi si comportavano in maniera
bizzarra e imprevedibile al ritorno della madre: alcuni all’improvviso si congelavano, altri si ritiravano andando
dall’altra parte della stanza, altri cadevano a terra o si tuffavano sotto la sedia della madre. • Essi sembravano
avere genitori che potevano essere molto temibili, che abusavano dei loro figli o erano stati loro stessi
traumatizzati e continuavano a soffrire di terrificanti flashback o stati dissociativi. I bambini di genitori
dissociati e spaventati, possono sviluppare incomprensibili fobie legate al trauma del genitore, o possono
temere di avere causato il suo stato di terrore. Molti bambini disorganizzati sviluppano stati simili alla trance
compatibili con il disturbo post-traumatico da stress nei bambini. La ricerca suggerisce che quando questi
bambini diventano adulti è possibile che venga loro diagnosticata una gamma di disturbi dissociativi che vanno
dalla personalità borderline al disturbo dissociativo dell’identità. Il comportamento imprevedibile dei bambini
disorganizzati deriva dal fatto che sono stati minacciati dai loro caregiver, le stesse persone che dovrebbero
fornire loro sicurezza e conforto. E’ una paura “senza via d’uscita” in cui il bambino affronta la morte o la
perdita della figura parentale vitale, da cui dipende completamente per la sopravvivenza .

Le ricerche psicologiche volte ad indagare l'eziologia del comportamento violento, con particolare attenzione
alle esperienze relazionali precoci, tengono in considerazione non solo l'attaccamento come sistema di
regolazione di vicinanza e sicurezza, ma anche...
✓ esperienze sfavorevoli infantili ESI, ovvero quell’insieme di situazioni vissute nell’infanzia che si possono
definire come “incidenti di percorso” negativi, più o meno cronici, rispetto all’ideale percorso evolutivo sia sul
piano personale che relazionale.
✓ esperienze di maltrattamento e abuso: la definizione dell' OMS di maltrattamento e abuso coincide con tutte
le forme di cattiva cura fisica e affettiva, di abusi sessuali, di trascuratezza o di trattamento trascurante, di
sfruttamento commerciale, che comportano un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, la sua
sopravvivenza, il suo sviluppo o la sua dignità nel contesto di una relazione di responsabilità, di fiducia o di
potere. Tutte le forme di abuso all’infanzia sono da concepire in:
✓ forma diretta: abuso sessuale, maltrattamento psicologico, fisico, trascuratezza;
✓ forma indiretta: condizioni che rendono l’ambito familiare imprevedibile e malsicuro, come l’alcolismo o la
tossicodipendenza dei genitori, le malattie psichiatriche e, soprattutto, la violenza assistita, cioè il
coinvolgimento del minore in atti di violenza compiuti su figure di riferimento affettivamente significative.
Tra tutti i tipi di maltrattamento la trascuratezza è ritenuta la più comune forma di abuso, costituisce circa i
due terzi dei casi riconosciuti di abuso, ed è decritta come mancanza di appropriato controllo o del
soddisfacimento dei bisogni di base del bambino.
L’abuso psicologico: una costante attenzione negativa, sotto forma di critiche o svalutazioni continue o
mancanza di attenzione sotto forma di ritiro o di rifiuto. Questo tipo di abuso è il più difficile da misurare, ma è
probabilmente la forma più comune nelle famiglie.
L’abuso fisico: danno fisico non accidentale inflitto ai bambini da parte di chi si prende cura di loro.
L’abuso sessuale: è la forma di abuso più discussa tra gli esperti, nonché difficile da riconoscere. Alcune
persone, terapeuti compresi, ancora discutono se l’incesto sia da considerare un abuso, in vista delle
considerazioni che alcuni bambini colludano con questa esperienza per il piacere che ne ricavano. Finkelhor e
Russel condannano ogni forma di colpevolizzazione dei bambini per il proprio abuso, sostenendo che sia
illogico anche solo suggerire che i bambini possano dare il loro consenso, vista la discrepanza di potere tra
adulto e bambino.
Ciò che accomuna tutte le forme di abuso è la loro capacità di produrre una vasta gamma di esiti patologici.
Il fatto che la maggior parte delle ESI abbia come teatro la famiglia ha spesso come corollario la loro cronicità e
quindi una maggiore possibilità di produrre, in coloro che ne sono vittime, gravi e invalidanti conseguenze sul
piano fisico e psicologico. Si tratta di esperienze capaci di superare le naturali risorse di “resilienza” e
adattamento dei soggetti, tanto più se ancora in formazione, e di dar luogo a importanti sofferenze che si
trascinano nel tempo causando patologie che si manifestano dopo mesi, anni o nell’età adulta. Nelle
teorizzazioni di De Zulueta è cruciale comprendere come un bambino abusato possa diventare, secondo il
contesto, sia una vittima, sia un carnefice; ciò infatti non indica una qualche forma causale tra le due variabili.
Ma evidenzia come la peculiare configurazione relazionale tra se e l’altro, introiettata, diventa un modello
operativo del Sé nelle sue interazioni con gli altri.
Uno studio prospettico svolto in Nuova Zelanda, ha stabilito che le vittime di abuso, sia maschi sia femmine,
avevano tassi significativamente più alti di trattamenti psichiatrici rispetto alla popolazione di controllo, quali
disturbi mentali infantili, i disturbi di personalità e i disturbi affettivi maggiori. Inoltre la maggior parte degli
adolescenti abusati mostra segni di depressione e di auto distruttività. I bambini che manifestano un
comportamento distruttivo ora vengono etichettati come sofferenti di “disturbi esternalizzanti” che
comprendono l’ “iperattività” e i “disturbi della condotta”. Questi ultimi sono considerati come il disturbo
psichiatrico più diffuso. Un terzo di coloro che ne sono affetti finisce più tardi con un’etichetta di “disturbo di
personalità antisociale”. Lo studio inoltre evidenzia la significativa correlazione tra attaccamento insicuro nel
bambino piccolo, in particolare disorganizzato, in varie combinazioni con fattori di rischio nella personalità
della madre, nel modo di allevare il bambino o nelle percezioni materne negative, e il comportamento
aggressivo del bambino all’età di 5 anni, il quale potrebbe sfociare in età adulta in comportamento antisociale
Alvin Rosenfeld (1979) riporta che su 190 pazienti psichiatrici ambulatoriali il 22% era stato vittima di violenza
fisica o sessuale: la maggior parte erano donne che continuavano ad essere vittime (81%). Il 29% dei maschi
abusati avevano a loro volta abusato di qualcuno…
La violenza era nella maggioranza dei casi intrafamiliare e il tipo più comune riferito era l’abuso fisico
infantile. Gli uomini erano diventati più aggressivi, le donne più passive, in accordo con gli stereotipi sui ruoli
sessuali estremizzati. Oltre al disturbo di personalità antisociale, altri esiti patologici riguardano il disturbo
borderline di personalità, soprattutto tra vittime di abuso sessuale infantile e con attaccamento disorganizzato e
con una prevalenza femminile. Estela Weldon, nel libro Madre, madonna, prostituta, sottolinea il ruolo della
trascuratezza e dell’abuso, sia fisico, sia sessuale, nella psicogenesi di questi disturbi e la natura
trigenerazionale o trans generazionale di questo processo.

TRA RISCHIO E RESILIENZA


Sebbene condizioni avverse e fattori di rischio si presentino spesso in concomitanza, è anche vero che questi
non si inseriscono generalmente all’interno di un’esistenza priva di altri elementi positivi e protettivi. La
maggior parte delle persone ha un’esperienza di sviluppo nella quale può essere presente una figura di
attaccamento positiva, un sentimento di autostima adeguato, un impegno professionale o una passione che in
parte riducono l’impatto negativo del maltrattamento infantile. La resilienza in tal senso può essere considerata
come un fattore immunitario rispetto allo stress: essa è prodotta sia da meccanismi psicologici interni,
attraverso cui il bambino modifica adattivamente i processi di valutazione delle tensioni che vive e le modalità
di fronteggiarle; sia da determinanti ambientali e sociali che limitano nel tempo e nelle circostanze
l’esposizione del bambino ai fattori di rischio. Concetti fondamentali risultano:
• Prevenzione, la riduzione dell’esposizione ad eventi traumatici ed avversità;
• Protezione, la riduzione degli effetti delle esperienze negative;
• Contrasto, lo sviluppo delle risorse psicologiche presenti per contrastare gli effetti delle difficoltà,
attraverso la Promozione della motivazione e dell’auto-efficacia.
La resilienza non dovrebbe essere intesa come una caratteristica innata del bambino, o come qualcosa che si
acquisisce durante lo sviluppo; essa è piuttosto il prodotto di un processo che caratterizza un sistema sociale
complesso in un dato momento. un insieme di processi sociali ed intrapsichici che si evolvono nel tempo, in cui
le disposizioni del bambino si combinano con gli ambienti familiari, sociali e culturali.
Nonostante la presenza di situazioni anche molto difficili, dunque, quando la relazione tra bambino ed ambiente
permette la maturazione di capacità di resilienza è possibile uno sviluppo normale. Nell’infanzia, ad esempio, la
presenza di figure capaci di fornire supporto (sia all’interno che all’esterno della cerchia familiare) ha un effetto
benefico sul senso di autostima e di ‘amabilità’ in bambini altrimenti privi di figure di attaccamento positive; in
adolescenza avere delle amicizie intime e delle relazioni interpersonali caratterizzate da fiducia e reciprocità
protegge da alcuni rischi psicosociali che aumentano la probabilità dello sviluppo di disturbi psicologici. Per
fortuna, la resilienza fa parte della condizione umana e può emergere non solo all’interno della relazione
terapeutica, ma anche attraverso forme di amore ed empatia che si presentano ‘naturalmente’ nella vita
dell’individuo.