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L'interesse per l'epistemologia ha coinvolto negli ultimi decenni del ‘900 i settori più attenti di ogni campo della

ricerca scientifica, che in maniera riflessiva si interrogano su principi e metodi che organizzano e guidano
l'interpretazione del reale e in particolare la conoscenza scientifica, i suoi procedimenti, ciò che concorre ad
organizzarla, le sue possibilità di validazione, le condizioni di validità della scienza sono stati oggetti di
indagine di grande interesse nel mondo della ricerca contemporanea. Qualsiasi ricerca che voglia elevarsi ad
indagine 'scientifica' della realtà, non può non fare i conti con la necessità di esplicitare una ossatura
epistemologica utile ad assumere, interpretare e operazionalizzare i fenomeni, non in termini riduttivistici, ma
in termini quanto più possibile comprensivi e scientifici. Quelle che possono apparire questioni di carattere
squisitamente teorico hanno invece una traduzione operativa in atteggiamenti, concezioni, metodi che hanno a
che fare con il modo in cui effettivamente interveniamo sul mondo, con ciò che effettivamente facciamo, con il
tipo di 'trasformazioni concrete' che proviamo ad avviare.
L’ Epistemologia della Complessità è la corrente di pensiero che nella maniera più chiara e più sistematica ha
operato una revisione critica della organizzazione del sapere nella cultura occidentale e dei criteri della
scientificità “classica”, offrendo un rinnovato approccio all'interpretazione della realtà. L’epistemologia si
definisce, nei termini più generali, come:
• Teoria della Conoscenza, ovvero come ricerca sul nascere, evolvere ed organizzarsi della conoscenza a livello
ontologico, a livello delle categorie di pensiero che presiedono alla configurazione del sapere,
dell’organizzazione delle strutture mentali che presiedono al nostro “stare nel mondo”.
• Riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica, nasce come pensiero critico sulla
scienza e sulle sue possibilità di conoscenza, al fine di trovare delle risposte agli interrogativi su: che cos'è la
scienza? Che cos'è la scientificità? Quali sono i suoi parametri? Che cosa distingue ciò che è scientifico da ciò
che non lo è? Come evolve la scienza? Da questi interrogativi se ne dispiegano altri che rimandano al versante
applicativo della scienza, cioè al modo in cui le conoscenze scientifiche possano essere validate nei fenomeni
del reale, all'importanza dell'interpretazione, al ruolo dell'osservatore, ai principi che guidano l'osservazione.
Da sempre, una costante per l'uomo, di qualsiasi civiltà e cultura, sembra essere la necessità di trovare l'origine
della realtà, qualcosa a partire dalla quale ogni cosa possa essere compresa e nella quale ogni mutevolezza,
incertezza e accidentalità del mondo possa ritrovare un senso, una spiegazione ultima. L'individuazione del
'principio primo' è stata il filo conduttore che attraverso i secoli ha guidato la speculazione filosofica. Esso
risiede nella convinzione dell'esistenza di una verità nascosta nelle cose e la fiducia che tale verità possa essere
'svelata' e possa con certezza essere fissata una volta per tutte. L'idea era quella di affidare la ricerca della verità
assoluta a delle costanti: ✓ il pensiero razionale come unico strumento in grado di permettere una conoscenza
certa, di garantire all'uomo la comprensione dei principi e dei modi che regolano la realtà;
✓ la focalizzazione dell'attenzione sugli aspetti di ordine, ripetizione, regolarità, come aspetti fondanti
l'organizzazione del mondo e dell'esperienza; ✓ la forma ultimativa con cui ciascun sistema teorico espone le
proprie 'conquiste'. Tali costanti poi trovarono la loro espressione più compiuta nel 'pensiero scientifico', con
Galileo. Con egli il metodo sperimentale e la ricerca sulle leggi della natura trova una propria autonomia,
abbandona la speculazione filosofica e costruisce nuovi strumenti di osservazione. Il metodo sperimentale
riesce ad emergere come Scienza assoluta poiché in linea con le esigenze espresse dalla tradizione occidentale.
L'immediata evidenza delle capacità predittive e concretamente adattabili delle scoperte scientifiche, ha come
correlato la convinzione che l'essere umano ha finalmente trovato il modo per ottenere la verità vera e
verificata, nascosta nelle cose. Morin identifica quattro elementi su cui poggia il metodo sperimentale:
✓ la riduzione, che poggia sul principio per cui la conoscenza degli insiemi o sistemi deriva dalla conoscenza
delle parti semplici, o unità elementari che li costituiscono;
✓ la disgiunzione, permette di isolare gli oggetti gli uni dagli altri, ed anche dal loro ambiente e dal loro
osservatore, tramite lo stesso movimento il pensiero disgiuntivo isola le discipline tra loro e isola la scienza
dalla società;
✓ la quantificazione, si basa sul principio che la verità risiede nei numeri e dunque sulla necessità di affidare le
nostre conoscenze alla matematizzazione e della formalizzazione dei dati e dei rapporti tra i dati. Tale principio
sostiene la affidabilità assoluta della logica per stabilire la verità intrinseca delle teorie. Ogni contraddizione
appare necessariamente come un errore.
✓ la ripetibilità degli eventi, legata al principio della generalizzazione, secondo cui dignità scientifica può
essere accordata soltanto a ciò che, date specifiche condizioni, può essere riprodotto producendo le medesime
conseguenze.

L‘ oggettività del metodo è garantita dalla separazione tra l'osservatore e la cosa osservata: l'osservatore può
porsi idealmente fuori dal fenomeno che osserva e scoprire le leggi che lo regolano. Il laboratorio è il luogo
privilegiato nel quale l'osservazione può più correttamente avvenire. Ad oggi i principi del metodo scientifico
classico sono andati incontro a delle trasformazioni, necessarie per fronteggiare le criticità e i limiti che la
Scienza come a suo tempo intesa, presentava. L'ampliarsi della preoccupazione di scientificità in campi diversi
della ricerca (la nascita dell'antropologia, della sociologia, della psicologia, delle 'scienze umane', con tutta la
difficoltà della irriducibilità dei loro oggetti all'interno di canoni strettamente sperimentali, se non a costo di un
eccessivo impoverimento delle possibilità di comprensione); lo sviluppo di scienze quali l'ecologia, l'etologia,
gli studi sui sistemi, hanno imposto la necessità di una revisione dei principi 'classici' del metodo sperimentale e
della introduzione di nuovi parametri di interpretazione del reale e di organizzazione della ricerca scientifica. I
punti chiave attorno ai quali ruota la trasformazione epistemologica sono:
• La perdita dell'illusione che la conoscenza scientifica fosse una conoscenza cumulativa di verità. la
conoscenza scientifica non è il risultato di un prodotto cumulativo,non procede per accrescimento di verità ma
per eliminazione di errori. Ogni scoperta scientifica non si impone nel panorama scientifico come verità
assoluta, ma mantiene la sua parzialità, come uno dei tanti orientamenti di pensiero per indagare i fenomeni
reali.
• Le leggi che regolano la natura non sono universalmente accettabili, ma ogni universo di teorie, di idee, di
paradigmi si inscrive nella cultura, nella storia e nella società.
• I 'dati' non esistono in quanto tali, ma sono il risultato di un particolare modo di segmentare la realtà, che trova
la sua giustificazione in una particolare visione del mondo, in una 'teoria' che inevitabilmente determina le
variabili e le unità di analisi da considerare
• Il soggetto viene reimmesso nella conoscenza scientifica, poichè il suo punto di vista e il taglio metodologico
da lui prediletto influenza inevitabilmente l'oggetto osservato. Egli in quanto all'interno di un sistema, modifica
il sistema stesso e dunque il campo dell'osservazione.
È così che si rende manifesta la necessità di contrapporre la complessità alla semplificazione, il superamento
dei principi di riduzione, disgiunzione, matematizzazione e ripetibilità, in favore di una epistemologia della
complessità che permette di cogliere i fenomeni, esplicitando le 'relazioni' che li definiscono. È impossibile
infatti ritenere i propri oggetti 'isolabili' dai contesti nei quali sono colti dall'osservazione. In particolare gli
studi etologici, l'ecologia, la stessa biologia mostrano l'importanza di condurre l'indagine conoscitiva nel
contesto di riferimento del fenomeno, come l'osservazione di un animale nel proprio habitat naturale. Sradicare
il soggetto dal suo contesto significa giungere a risultati scarsamente scientifici che peccano di validità
ecologica. Da ciò si evince che la generalizzazione di osservazioni fatte da un contesto ad un altro è spesso
assolutamente indebita e fuorviante. Qualsiasi tentativo dunque che non contestualizzi il fenomeno in
osservazione mettendo in chiaro la composizione del 'campo' dentro cui esso si colloca, compreso il ruolo
dell'osservatore, risulta necessariamente parziale. In contrapposizione al principio della relatività oggi poniamo
il principio della necessità della esplicitazione della relazione.
Il paradigma della complessità propone i «principi di intelligibilità» che guidano ad una visione complessa del
mondo e del modo di prodursi del sapere. La trasformazione che l’epistemologia della complessità propone
sembra ruotare intorno a tre importanti nuclei concettuali
• l'idea di realtà;
• le problematiche della conoscenza, con particolare riferimento al rapporto osservatore-osservato;
• le modalità dell'osservazione e la 'strumentazione' concettuale e metodologica che essa utilizza;

Nuova idea di realtà

Il sapere contemporaneo propone una nuova visione del mondo e della realtà. Essa non è più contemplata come
sostanzialmente unitaria e integrata, organizzata secondo un ordine univoco e atemporale, data una volta per
tutte, ma viene favorita un'idea di realtà in continuo farsi, in un continuo movimento di riorganizzazione. La
realtà di per sè complessa, eterogenea, sottoposta a continui mutamenti, non può essere ridotta a principi di
armonia ed equilibrio. L'idea di un mondo perfettamente regolato e non sottoposto alle regole del tempo è
un'idea difficile da scalfire, dovuto soprattutto alla necessità di trovare qualche cosa di costante che possa
racchiudere l'estrema variabilità delle apparenze fenomeniche. In continuità con tale esigenza profonda di
compiutezza, di certezza e di integrazione la scienza moderna ha introdotto il concetto di Legge, che ripropone
l’ordine, la certezza, la regolarità. Ciò che però l’epistemologia contemporanea propone oggi è profondamente
diverso. Noi assistiamo: alla “proliferazione del reale in oggetti, livelli, sfere di realtà differenti” e siamo
consapevoli che “questa proliferazione è sempre tradotta nel linguaggio di un osservatore”. All'universo
dominato dagli stati di equilibrio, dall'uniformità delle situazioni e degli oggetti, dall‘atemporalità delle leggi
che lo regolano si è sostituito un universo in perenne evoluzione, caratterizzato dalla ricchezza e dalla varietà
delle strutture e degli oggetti, dalla possibilità stessa di mutamento delle leggi che lo regolano. Il disordine, il
caso, l’agitazione, la dispersione, la disorganizzazione stessa, sembrano parte integrante dei processi di
organizzazione del mondo. La realtà non appare più come qualcosa di dato una volta e per tutte ma come
sistema in evoluzione caratterizzato da particolari vincoli e da particolari interazioni, all'interno di una
particolare organizzazione, che con il concorso del disordine, del casuale, dell‘evento, costantemente si
riorganizza e si trasforma. Gli ingredienti della complessità postulati da Morin che scalzano i precedenti
principi riduttivistici del metodo sperimentale sono:
ordine, disordine, sistema e organizzazione.
L'idea di ordine non va più identificata con l'idea di legge, anonima, impersonale, suprema, reggente ogni cosa
nell'universo, nè tanto meno di equilibrio immutabile, ma la sua stessa esistenza è possibile grazie alle qualità
creative e produttive del disordine. Quest'ultima nozione viene allargata a comprendere, oltre all'idea di alea
anche quella di agitazione, dispersione, perturbazione, incidente. L'equilibrio dinamico tra ordine e disordine
all'interno di un sistema è necessario per riorganizzare i rapporti e le configurazioni insite nel sistema stesso. Il
sistema è definito da Morin come unitas multiplex, macro-unità complessa, regolata da particolari modalità di
rapporto del tutto e delle parti, per cui esso è contemporaneamente produttore di unità e di diversità. 62 Ciò che
definisce il sistema è la sua organizzazione, che forma, mantiene, protegge, regola, rigenera, il sistema stesso.
L’organizzazione contemporaneamente crea ordine, ma crea anche disordine (entropia) ed è in rapporto
continuo con l'ambiente esterno al sistema, che fornisce anch'esso organizzazione e potenziale organizzativo, e
dunque potenziale disordine. 64 L'organizzazione è pertanto qualcosa di attivo, costantemente costretto a
riorganizzarsi e può essere concepita come una auto-eco-organizzazione. Le regole al suo interno sono passibili
di modifiche che hanno lo scopo di tendere, attraverso il conflitto, verso un nuovo equilibrio. Dunque ordine e
organizzazione, sono connessi in maniera conturbante alla degradazione e alla dispersione. Esempio: l' universo
stesso sembra essere stato prodotto da una deflagrazione, cioè da un fenomeno di agitazione e di dispersione di
calore, ma proprio disperdendosi, disintegrandosi, producendo nuclei, atomi, astri e molecole, esso si organizza.
Il conflitto, il disordine, il gioco, non sono scorie, non sono rifiuti da assorbire, ma gli elementi costitutivi di
qualsiasi esistenza ed organizzazione. La razionalità è una parte dell'esperienza umana, ma nello stesso modo è
presente il non razionalizzabile, l'ignoto, il mistero. La realtà si produce nel gioco che si svolge tra le polarità
ordine/disordine/organizzazione. Questo dimostra come la realtà non è data una volta e per tutte ma è un
sistema in evoluzione caratterizzato da particolari vincoli e da particolari interazioni, all'interno di una
particolare organizzazione, che con il concorso del disordine, del casuale, dell'evento imprevisto, costantemente
si riorganizza e si trasforma.

Rapporto osservatore-osservato

La realtà è una categoria fisica che si impone naturalmente alla percezione dell'osservatore oppure è una
categoria mentale, un modello ideale di carattere empirico/prammatico, che viene applicata ai fenomeni per
controllarli, dominarli, 'modellarli'?

Di fronte a questo interrogativo Morin propone l'idea di un sistema a doppia entrata tra physis e psiche: hanno
una componente fisica, nel senso che sono definiti da specifiche condizioni chimiche, energetiche,
termodinamiche... si sono formati ed esistono in rapporto a particolari interazioni, congiunture ecologiche; allo
stesso tempo gli stessi sistemi di idee, per esistere, per essere prodotti, necessitano di un cervello che li pensi ed
implicano i fenomeni bio-chimico-fisici legati all'attività cerebrale; la componente psichica è data da le
condizioni di “distinzione” o d'“isolamento” che li definiscono: la relatività della determinazione dei concetti di
sistema, sotto-sistema, supersistema, eco-sistema e le modalità attraverso cui essi vengono individuati
attengono alle frontiere dell’osservazione umana. Viene messo in luce, nel concepimento della realtà il ruolo
dell’osservatore/concettore della realtà e viene posto in primo piano il problema della conoscenza e delle sue
modalità di organizzazione. Che cosa viene colto dall'osservazione? I nostri modi di pensare e i nostri linguaggi
non sono adeguati a riflettere una struttura della realtà sub specie aeternitatis, da un punto di vista assoluto. Si
tratta sempre di un'adeguatezza, hic et nunc, condizionata e costruita dai particolari fini e modelli
dell'osservatore, come pure dai particolari tagli metodologici che questo adopera per accostarsi alla realtà.
Attraverso l'operazione psichica di distinzione l'osservatore specifica una unità come entità distinta da uno
sfondo ed uno sfondo come il dominio nel quale un'entità è differenziata”. L’operazione di distinzione si
presenta come il risultato di una transazione fra l'osservatore e il mondo osservato: essa si inscrive in una data
cultura ed è questa che fornisce i paradigmi che consentono e impongono la distinzione. Attraverso le pratiche
quotidiane e il linguaggio, ogni epoca della storia umana produce una struttura immaginaria: la scienza è una
sezione di queste pratiche sociali e le idee scientifiche sulla natura non sono che una dimensione di questa
struttura immaginaria. L'immaginario scientifico muta radicalmente da un'epoca all'altra, non prosegue
linearmente ma come afferma Kuhn, la scienze evolve per rivoluzioni paradigmatiche, dove per paradigmi
intendiamo quei principi che associano o dissociano alcune nozioni fondamentali che guidano e controllano
tutto il discorso teorico. Ogni osservatore si fa portavoce di uno dei tanti modi di vedere il mondo, che sono più
o meno utili per risolvere i problemi. Il paradigma momentaneamente dominante ha un'influenza enorme
sull'attività scientifica e determina: quali dati verranno considerati significativi e reali quali metodi devono
essere considerati validi quale sarà la posizione dello scienziato in relazione al suo oggetto di studio. Ogni
paradigma o matrice disciplinare e cioè la condivisione, da parte delle comunità scientifiche, di molte specie
complesse di convinzioni e di "impegni cognitivi" forma l'ossatura per la teorizzazione e l'osservazione per un
certo periodo di tempo e alla fine è sostituito da una nuova cristallizzazione, da un nuovo quadro che getta una
luce diversa sulle cose ed è utile per risolvere problemi differenti. Alla luce di queste premesse, in ultima analisi
la 'verità' scientifica poggia sull’ intersoggettività e cioè sull’ accordo della comunità scientifica, socialmente e
culturalmente connotata: è scientifico ciò che è riconosciuto come tale dalla maggioranza degli scienziati.
Alla luce delle elaborazioni dell’Epistemologia della Complessità ogni teoria, ogni modello, ogni affermazione
seppure sperimentalmente provata va messa in connessione con le condizioni di osservazione dalle quali è
prodotta. Non si tratta di negare l’importanza fondamentale e l’utilità del metodo sperimentale, ma piuttosto di
accedere ad una “scienza con coscienza”, cioè la coscienza della relatività. Questo può consentire di affrontare
il problema della conoscenza con minori rischi di riduzionismo e avviare un approccio conoscitivo più corretto.
Il punto focale della verificabilità scientifica sembra essersi spostato: dall'attenzione ai procedimenti classici
della generalizzazione basata sulla ripetibilità e sulla quantificazione di realtà 'oggettivamente' date e
rappresentabili all'attenzione alle teorie e ai modelli, ai dispositivi di osservazione, all'esplicitazione dei principi
e dei metodi, nonchè dei contenuti dell'osservazione. Non è scientificamente corretto ridurre ai procedimenti
della riduzione, della disgiunzione, della quantificazione, della ripetibilità la qualificazione scientifica della
ricerca. La scientificità, si connota come l' individuazione e precisazione di un problema, formulazione di un’
ipotesi, definizione di un progetto, l'esplicitazione dei quadri teorici e dell’ impianto metodologico (strumenti,
misure organizzative...) che guidano la ricerca, definizione delle modalità di verifica, sottoponendo le variabili
ad osservazione della relazione tra esse e con il contesto in cui l'osservazione ha luogo.
Questo principio attraversa tutta la scienza senza distinzioni di ambito di applicazione.
LA SCIENTIFICITÀ DEL QUALITATIVO

Modalità dell'osservazione e l'approccio metodologico

All'inizio di ogni operazione conoscitiva c'è comunque un atto soggettivo, una soggettività singolare che poggia
su una "soggettività collettiva“ su un accordo intersoggettivo che assume uno specifico significato entro una
determinata epoca. Come afferma Popper, la scienza è un campo sempre aperto dove sono in lotta non soltanto
le teorie, ma anche i principi di spiegazione cioè le visioni del mondo e i postulati metafisici. Ma tale lotta
possiede e mantiene le sue regole del gioco: il rispetto dei dati e l'obbedienza a criteri di coerenza. Va ribadita
pertanto la necessità di considerare ogni affermazione come necessariamente parziale, rispondente unicamente
al sistema di osservazione, percezione, concezione che l'ha prodotta.
I principi generali che orientano la ricerca contemporanea sono:
✓ gli“oggetti” dell’osservazione sono complessi
✓ sono influenzati da molteplici variabili
✓ sono "isolabili" dai loro contesti, solo per comodità di osservazione
✓ “esistono” in rapporto a specifici vertici teorico-metodologici ed all’interno di specifiche culture.

Gli orientamenti metodologici invece hanno lo scopo di:


✓ definire in modo non riduttivistico l’oggetto ✓ individuare più ampiamente possibile le variabili che lo
compongono e ne influenzano il funzionamento ✓ 'mettere in relazione' gli elementi o parti di un insieme tra
loro, con l'insieme che costituiscono e con il più ampio contesto in cui sono inseriti ✓ non escludere e
disgiungere ma connettere ipotesi, modelli differenti, verso una visione integrata delle molteplici sfaccettature
della realtà ✓ privilegiare il concetto di connessione tra i fatti rispetto a quello di causalità ✓ procedere come
se le variabili necessariamente “distinte” fossero effettivamente rappresentative dell’oggetto in analisi, le quali
in realtà sono solo una parte dell'intera gamma fenomenica ✓ sottoporre ad osservazione principi e modalità
dell'osservare, la relazione tra osservatore e osservato e lo stesso soggetto osservante ✓ accettare il criterio che
la ricerca definisce verità molteplici, connesse agli specifici dispositivi di osservazione adoperati. ✓ aprire al
controllo intersoggettivo poichè la 'verità' scientifica poggia sull' intersoggettività e cioè sull'accordo delle
comunità scientifiche e professionali, esse stesse socialmente e culturalmente connotate ✓ studiare ed
esplicitare il dispositivo di osservazione - Set(ting) - costruito per visualizzare i dati che poi verranno studiati
Riferimenti alla clinica. Quanto ha valore in riferimento alla problematica generale della conoscenza e della
ricerca scientifica ha ugualmente valore per la ricerca psicologica, clinica, psicoterapeutica: ognuna delle
questioni affrontate può essere riferita all’ambito dell’indagine sui fenomeni psichici. Infatti, le diverse teorie
psicologiche esplorano aspetti parti diverse della complessa realtà dello psichico mettendone a fuoco
problematiche differenti e definendo “verità” strettamente connesse agli specifici principi e dispositivi di
osservazione che le caratterizzano. In termini di operatività ciò vuol dire che di fronte alla stessa situazione
clinica persone con formazione differente daranno rilievo ad aspetti differenti ed etichette esplicative diverse a
ciò che osservano. Es. uno psicoanalista freudiano parlerà di complesso edipico un terapeuta familiare
strutturale noterà confini diffusi un terapeuta familiare sistemico parlerà di matrimoni privilegiati un analista
transazionale di parti bambine in interazione. Questo è in qualche modo inevitabile. Per di più questa
impostazione è parzialmente utile per padroneggiare parti più definite e semplificate della complessità del reale
L’importante è la consapevolezza del “come se” che aiuta a relativizzare e contenere il riduttivismo e a lasciare
la possibilità di ulteriori strade di pensiero. Ciò vale per il rapporto tra le diverse discipline, tra le diverse teorie
all’interno di una stessa disciplina ma anche per oggetti di osservazione che spesso la ricerca ha guardato con
ottica riducente, separante. Così le frontiere della ricerca mostrano l’utilità di connettere l’antropologia, la
biologia, la filosofia, la psicologia, di aprire la strada ad una prospettiva interdisciplinare che possa cogliere
appunto la complessità della realtà. Elaborazioni più recenti ci mostrano come le antiche dicotomie mente-
corpo, individuo-gruppo, mondo interno-mondo esterno, biologico-culturale, conscio-incoscio, siano fuorvianti
e parziali. Dai paradigmi sistemici al costruttivismo, agli studi psicodinamici che indagano sulla relazione
madre-bambino, sulle relazioni familiari, sulla fondazione transpersonale dello psichismo, sulla psicopatologia
come emergenza da campi mentali saturi(Menarini e Pontalti), tutti concordano con l'idea che l’individuo non
può più essere spiegato esclusivamente in una prospettiva intrapsichica o biologico-genetica, ma va considerato
come elemento, parte di un insieme più ampio, di un contesto che lo definisce in maniera significativa e che
non può non essere preso in considerazione. Infine, con sempre maggiore chiarezza emerge l’implicazione dello
psicologo, dello psicoterapeuta nella relazione clinica: dal suo essere presente con le proprie teorie
psicologiche, metapsicologiche, con la teoria della tecnica... al suo essere presente con le proprie caratteristiche
personali, emozioni, psicopatologie. In questo senso dà un contributo anche la recente teorizzazione secondo la
quale pazienti e terapeuti contribuiscono insieme nel set(ting) alla creazione ed alla evoluzione del campo
terapeutico (campo co-transferale) Tutto questo riconduce ancora una volta alla necessità che lo psicologo, lo
psicoterapeuta stesso, i suoi principi e le modalità del suo intervento la sua relazione con il/i pazienti siano a
loro volta sottoposti ad osservazione e supervisione.
I principi di intellegibilità dell'epistemologia della complessità posso trovare un loro versante applicativo anche
nelle discipline qualitative, di cui la psicologia con i suoi oggetti di indagine (l’identità, la realizzazione di sè,
l’affettività, le emozioni, le rappresentazioni, le fantasie, i sogni, la relazione...) ne è un esempio lampante.
La scientificità del Qualitativo poggia sugli stessi criteri generali della scienza, vista nell’ottica della
complessità. Come in ogni altro ambito si tratta di: ➢definire nel modo più possibile preciso il proprio oggetto
➢indicare i procedimenti attraverso cui si vuole conoscerlo, ➢specificando le procedure ➢in modo che altri
ricercatori, in altri siti possano ripetere il percorso di conoscenza. Nel caso della psicologia clinica e della
ricerca sulla relazione terapeutica, i significati soggettivi o relazionali sono leggibili inter-soggettivamente, se
esistono modalità condivise per tradurli in dati. Sia il funzionamento della mente, che il lavoro tendente a
modificarlo, possono essere testimoniati da indicatori sia qualitativi che quantitativi che certo riducono la
complessità, ma consentono un'analisi di alcuni importanti aspetti di essa. L’esplicitazione del Set(ting) è
l’indicazione metodologica di base per effettuare una valutazione della relazione terapeutica.
L’applicazione dei principi del paradigma della complessità alla relazione clinica, psicoterapeutica apre alla
ricerca di un’ integrazione tra strumenti e metodi anche diversi volti ad esplorare, all’interno di un progetto
coerente e “pensato” aspetti, parti, della molteplicità di componenti, processi, configurazioni che caratterizzano
tali situazioni relazionali. L’approccio galileiano, che comprende le categorie della quantità, generalità,
astrattezza, ripetibilità, riducibilità, determinismo, ordine… e l’approccio darwiniano che comprende le
categorie della qualità, contingenza, concretezza, irripetibilità, complessità, mutevolezza, disordine, ecc. vanno
integrati piuttosto che contrapposti. (APPROCCIO MULTIMETODO ALLA RICERCA)