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“I temerari sulle macchine volanti erano i piloti che, negli anni venti, si

esibivano negli Stati Uniti volando su aerei ancora assai primitivi. Fra
incidenti più o meno gravi e nel successo decretato dallo stupore dei
semplici, essi realizzano il sogno di Icaro utilizzando macchine capaci di
dilatare lo spazio del loro desiderio.”

Luigi Cancrini

INT RODU ZIONE

La frequenza delle tossicomanie è cresciuta enormemente in questo secondo


dopoguerra, andando a costituire di fatto una forma di presentazione fra le più comuni
dei problemi di svincolo e delle difficoltà di individuazione degli adolescenti.
La tossicodipendenza non può essere considerata come una ben definita "patologia" cui
far corrispondere un'unica e ben evidenziata personalità, configurazione familiare o
sociale. Sembra soprattutto una risposta, identica solo nella forma esteriore, ad una
gamma di situazioni di disagio estremamente ampia, ovvero un segnale da decodificare
soprattutto come tentativo di autoterapia in presenza di forme di sofferenza diverse e
specifiche.
Gli elementi sociologicamente rilevanti e ampiamente condivisi, che costituiscono gli
ingredienti base nella comparsa individuale e collettiva del fenomeno della
tossicodipendenza, sono rappresentati da una serie di fatti e di eventi.
¶ La quantità delle droghe presenti sul mercato ha subito un incremento enorme
che ne ha reso facilissimo l’acquisto e ne ha permesso una diffusione sempre più
capillare.
¶ L’uso di droghe si configura sempre più come una moda che si affianca ad altre,
quali l’abbigliamento e la musica, cui il giovane si conforma per poter essere

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accettato dal gruppo dei pari. Inoltre la tendenza esplorativa dell’adolescente,
motivata sia dalla curiosità che dal desiderio di sfidare gli adulti, trova espressione
in comportamenti di gruppo, come l’assunzione di sostanze illecite, atti a
dimostrare il suo coraggio e la sua superiorità.
¶ La grande disponibilità di consumi superflui, di merci, di beni in surplus, tipica
della società a sviluppo avanzato impoverisce e limita l’arco di scelte “originali”
possibili.
¶ I modelli culturali e valoriali tendono a privilegiare l’avere all’essere,
l’individualismo alla solidarietà e soprattutto ad avallare il rifiuto e l’incapacità ad
accettare le sofferenze insite nella condizione umana.
¶ La procrastinazione dell’indipendenza dei giovani dalla famiglia a causa di
contingenze sociali (occupazionali ed abitative), l’ipercompetenza di molti
genitori, che non rinunciano al loro ruolo di onnipotenti protettori dei figli, sono
alcuni fattori che contribuiscono a rendere indefinibile “l’età dell’adolescenza”.
Questo dilatarsi della dipendenza dai genitori facilita l’invischiamento del figlio
nelle vicende genitoriali, ritardandone lo svincolo e l’autoresponsabilizzazione. In
questo scenario l’adolescente può essere indotto a credere che il consumo di
droga rappresenti un modo per accorciare il cammino verso lo status di adulto. In
realtà si tratta soltanto di una emancipazione illusoria che rischia di bloccare il
processo di superamento del senso di onnipotenza e delle idealizzazioni infantili.

IL PUNT O DI VI S TA P SICO ANALITIC O S ULLE TOS SICO MANIE

I l l avoro di Glover

Glover, uno degli allievi più fedeli alle posizioni di Freud, affronta in modo diretto il
problema di una sistemazione concettuale del problema clinico delle tossicomanie.
Egli mette in evidenza che le tossicomanie non rientrano nelle solite classificazioni delle
nevrosi e delle psicosi, sono più irriducibili e disintegranti delle stesse nevrosi, ma non
rientrano neppure nelle psicosi di confine (borderline).
Anche se i soggetti tossicomani possono mostrare nelle fasi acute disturbi passeggeri
del senso di realtà di tipo psicotico, difficilmente la loro condizione mentale si distingue
da quella delle persone normali.
Lavorando sulla base di un’esperienza clinica approfondita anche se modesta dal punto
di vista quantitativo, Glover sostiene che:
ü gran parte dei tossicomani presentano, anche nei periodi buoni, qualche grado di
difficoltà di adattamento sociale e una buona dose di incapacità sessuale; il
comportamento tossicomane è il sintomo che emerge nelle fasi di scompenso e
definisce il quadro di una “malattia a sé”;
ü è errata la tendenza a considerare tutti i tossicomani come degli psicopatici;
ü la maggior parte dei casi ha un quadro sintomatologico complesso; è possibile
distinguere situazioni più “leggere”, caratterizzate dalla prevalenza di rituali
ossessivi, situazioni più “gravi”, caratterizzate dall’organizzazione ciclotimica

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della personalità, dall’eccessivo senso di colpa inconscio e, infine, situazioni ancor
“più gravi” ad andamento cronico, caratterizzate da un’organizzazione paranoide
della personalità.
L’elemento di maggiore interesse nella descrizione di Glover riguarda la tipologia, in
quanto la tossicomania è caratterizzata dalla complessità e i tossicomani hanno come
unico elemento comune la tendenza ad usare il comportamento tossicomane come
strumento di equilibrio in una fase difficile della loro vita emotiva.

I l l avoro di Bowl by

Il lavoro di Bowlby prende spunto da una serie di osservazioni sul lutto del bambino.
Confrontando il comportamento tenuto, di fronte al lutto, dai bambini con il
comportamento dei piccoli dei primati che affrontano la separazione dalla madre, egli
identifica dapprima una sequenza comportamentale tipica. Riprendendo le osservazioni
di Spitz e di molti altri sull’istituzionalizzazione precoce dei bambini, ha trovato
somiglianze tra le reazioni depressive che vengono suscitate da questa scelta e quella
sequenza di comportamenti.
Confrontando la letteratura disponibile sull’anamnesi dei minori che mettono in atto
comportamenti antisociali e gli effetti della separazione precoce nello sviluppo futuro
della personalità egli arriva a definire le tipiche manifestazioni cliniche del bambino che
ha avuto l’esperienza traumatica dell’abbandono:
a. le manifestazioni più diverse del disadattamento e dell’antisocialità;
b. lo sviluppo di tratti di personalità che definiscono le persone “dipendenti”,
“interdipendenti” o “immature”; persone che manifestano un comportamento di
attaccamento all’altro più frequente e più pressante del normale, con una
persistenza e una monotonia che non ha giustificazioni sul piano del concreto.
I fattori eziologici più importanti per lo sviluppo di molte forme di disadattamento
corrispondono a esperienze precoci che scuotono la fiducia di una persona nella
disponibilità delle sue figure di adattamento.
La carenza di cura materne è il risultato degli episodi di separazione (malattia,
ospedalizzazione, morte o impedimento della madre a svolgere le sue funzioni nei
confronti del bambino) oppure dovuto a fatti che attengono alla qualità del rapporto,
caratterizzati dal mantenimento di una presenza vuota, priva di significato affettivo per
il bambino.
La gravità degli effetti è inversamente proporzionale all’età e alla durata della
separazione, ed è modificata da fattori di ordine individuale e di situazione.
Le persone che hanno sviluppato questo tipo di attaccamento ansioso o immaturo
adottano la strategia di eccessivo attaccamento, in quanto non sono certe che le figure
di attaccamento siano disponibili a rispondere positivamente al momento del bisogno,
pertanto restano in stretto contatto con loro in modo da assicurarsi, nei limiti del
possibile, la loro disponibilità.
Alcuni bambini invece di sviluppare un attaccamento ansioso diventano più o meno
distaccati, sembra che non si fidino e non si curino degli altri., spesso il loro
comportamento diventa aggressivo e disubbidiente e sono pronti a vendicarsi.

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Nell’adolescenza si determina un comportamento di rifiuto delle regole sociali fino a
veri e propri atti delinquenziali.
Il tempo psichico di queste persone è segnato costantemente dalla necessità di dare un
esito immediato al presentarsi del desiderio o all’evidenziarsi di un bisogno di
protezione.

I l l avoro di Olievenstein

La psicoanalisi ha dato un modesto contributo allo studio delle tossicomanie. In tale


contesto il lavoro di Olievenstein ha un rilievo del tutto eccezionale.
Innanzitutto ha affrontato il problema, a differenza dei colleghi psicoanalisti, non dal
punto di vista teorico, ma dal punto di vista clinico lavorando in un centro medico di
Parigi e visitando un numero notevole di assuntori di droga.
Inoltre, avendo lavorato in tempi recentissimi, si è confrontato con il vero oggetto del
nostro interesse attuale: le tossicomanie da eroina degli adolescenti e dei giovani adulti.
Quest’esperienza gli ha consentito di introdurre alcuni concetti che sono stati trascurati
dalla letteratura fin qui esaminata, in quanto è cambiato il contesto di osservazione: la
tossicomania è dilagata nelle società occidentali dopo l’ultima guerra, definendo un
quadro sociologico notevolmente diverso da quello delle rare tossicomanie da morfina
o da oppio diffuse soprattutto nella popolazione adulta, a livello degli addetti ai lavori
che avevano un accesso relativamente facile alla morfina, degli intellettuali che
fumavano oppio nelle fumerie dell’ottocento e dei sopravissuti a gravi incidenti curati
incautamente con dosi eccessive di morfina nelle fasi acute della loro malattia.
Egli innanzitutto distingue tra assuntori di droga e tossicomani, due sono le condizioni
necessarie perché si diventi tossicomani:
« il fatto che la persona incontri la droga;
« il suo rapporto di fronte alla trasgressione della legge.
Sulla base di questo concetto egli ripropone l’ipotesi dell’esistenza di una situazione
intermedia, una situazione che evolve in un senso o nell’altro in rapporto a fattori che
hanno a che fare con la realtà concreta dell’esperienza individuale; con le risposte che
egli evoca nelle persone che gli stanno vicino, compresi i terapeuti, e con gli effetti
caratteristici del farmaco sull’organismo (abitudine).
L’interazione tra questi diversi elementi da luogo alla costituzione della personalità
tossicomane: una Gestalt che esiste solo allo stato potenziale e che si sviluppa in forme
riconoscibili solo se si verificano due condizioni:
« la disponibilità della droga;
« il contrasto con una legge vissuta come inoperante e in rapporto a una figura
paterna vissuta come impotente ad ottenere il rispetto delle regole e ad affermare
la vitalità.
In rapporto all’incontro tra questi tre elementi: costruzione caratteristica della
personalità, carattere specifico del prodotto, forclusione∗ o preclusione delle figure che
rappresentano il definirsi della legge, si determina un equilibrio nuovo ed imprevedibile


Termine introdotto da Lacan che si riferisce ad un meccanismo di difesa il quale, a differenza della rimozione che prevede
il ritorno del rimosso, cancella definitivamente un avvenimento che non rientrerà mai più nella memoria psichica.

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in cui la droga diviene perno e rivelatore, in quanto risponde al bisogno di unità
perseguito fino ad allora invano dal soggetto.
L’esperienza di folgorazione del tossicomane nell’incontro con la droga è l’elemento più
significativo del lavoro di Olievenstein, a differenza della gran parte degli autori che si
sono occupati dell’argomento, egli non parla della droga soltanto come di un anestetico
che agisce in modo più o meno specifico sul dolore e sulla confusione di chi la assume
(autoterapia), ma studia l’effetto positivo che essa determina (l’unità finalmente
ritrovata, l’atmosfera di godimento).
L’incidente che segna la vita del futuro tossicomane si colloca in quella che Lac an
definisce “fa se del lo s pecc hio”: in un periodo tra i 6 e i 18 mesi di vita in cui il
bambino comincia ad uscire da una condizione di simbiosi fusionale con la madre (in
cui non esiste alcuna differenziazione tra il sé del bambino e il sé della madre) per
accorgersi della propria esistenza autonoma separata da quella materna.
È un’esperienza analoga al vedere la propria immagine allo specchio: il riflesso invia una
definizione precisa della propria immagine, come se fosse osservata da un’altra persona.
Lo specchio che deve adempiere a questa importante funzione di crescita per il
bambino è rappresentato dallo sguardo della madre (“sguardo di ritorno”).
Se gli occhi della madre forniscono un rispecchiamento “di ritorno”, ossia in risposta
alle esigenze di riconoscimento del bambino come individuo separato, allora la fase
viene superata felicemente, mentre se lo sguardo della madre esprime una muta
richiesta invertita di riconoscimento, l’individualità viene negata e il bambino risulta
costruito fittiziamente dalle proiezioni materne.
Se la psicosi affonda le sue radici nell’impossibilità di realizzare la fase dello specchio e
nell’impossibilità di superare lo stato fusionale, la tossicomania dipende dal verificarsi di
qualcosa di “intermedio tra uno stadio dello specchio riuscito e uno stadio dello
specchio impossibile”.
Proprio nel momento del passaggio durante cui si dovrebbe costituire per il bambino
un Io diverso da quello fusivo con la madre, di fronte allo specchio, nel flash della
scoperta del Sé, dell’immagine del Sé ci si trova di fronte all’esperienza di uno sp ecchio
infra nto, uno specchio che rinvia un’immagine frammentata, incompleta, carica e
deforme dei vuoti lasciati dalle assenze dello specchio e violentemente ricondotta allo
stadio precedente: la fusione con la madre, l’indifferenziazione del Sé.
La fase dello specchio determina, nel bambino che andrà incontro alla tossicomania, lo
stabilirsi di una contraddizione insanabile: in quanto percepita è possibile e presente nella
memoria affettiva del soggetto, in quanto infranta è inutilizzabile, memoria inerte di una
possibilità cui il soggetto non può positivamente afferrarsi per superare l'angoscia
dell'indifferenziazione.
La ferita aperta da questa esperienza è una chiave di lettura per:
è la comprensione dell'impossibilità del tossicomane di fermarsi nell'acquietamento
e di utilizzare le difese in grado di proteggerlo in modo duraturo dall'angoscia;
è la comprensione del dinamismo specifico del tossicomane: il rituale si basa sul
desiderio (bisogno) di provare ancora, avvicinando il più possibile, a qualsiasi
prezzo, il ripetersi di quell'esperienza; è un rituale che si trasforma
inevitabilmente dopo l'esperienza del primo buco, dopo il primo incontro con la
sostanza che riattiva, grazie alle sue capacità inebrianti e all'azione diretta

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esercitata sul vissuto corporeo, la speranza di un incontro con l'immagine del Sé
allora intravista, di una ricomposizione miracolosa della frattura originaria;
è la comprensione del ruolo che la sostanza assume in questo processo, le sue
proprietà calorifiche e l'atmosfera che è in grado di creare fanno sì che il
tossicomane si senta in un bozzolo, sprofondato nell'arcaico, nel pregenitale; la
droga si inserisce al posto della frattura dello specchio, annullando in tal modo
quel momento e ripristinando temporaneamente l'interezza, con un ritorno alla
precedente fase dello specchio, ovvero al momento di fusione indistinta con il sé
materno.
L'infanzia del tossicomane è stata esplorata da Olievenstein attraverso il racconto
diretto e attraverso l'analisi del modo in cui questi ripete con un figlio proprio le
modalità di rapporto con i genitori.
Egli ritiene che la frattura riguardi il sistema madre - figlio, in quanto in una fase
caratterizzata dalla dipendenza completa di quest'ultimo e dalla mediazione
onnicomprensiva esercitata nel rapporto tra lui e il mondo, il trauma passa
obbligatoriamente attraverso la madre.
Le cause e l'oggetto di questo trauma sono certamente diverse e vanno considerate in
rapporto alla personalità della madre e al dinamismo specifico del suo rapporto con il
padre, l'unica certezza è che il bambino è vissuto e si vive al posto di un altro, mai al
proprio. Ogni tentativo rivendicativo susciterà la stessa reazione, lo stesso rimando alla
non - identità.
È nella dinamica di questo sistema che si colloca o meglio non colloca il padre. Il suo
intervento è negativo perché non testimonia il proprio desiderio di dare un nome al
bambino. "Il non detto della tradizione familiare orale lo presenta come impotente."
La contemporaneità dell'immagine che si forma e si frantuma è la ragione
dell'impossibilità del tossicomane ad utilizzare strategie difensive adeguate di fronte
all'angoscia. Questa impossibilità viene vissuta in ogni momento, a livello dell'interiorità
e del rapporto con l'emergere del conflitto, a livello delle relazioni interpersonali più
significative e, infine, a livello del rapporto con la norma.
A livello dell'interiorità la vita emotiva del tossicomane resta definita
dall'indeterminatezza; in assenza di un immagine cui riferirne l'origine e la finalità, le
pulsioni si presentano senza connotazioni precise, scuotendo l'individuo senza
orientarne il comportamento.
La relazione che tende a stabilire con le persone più significative è caratterizzata
dalla fretta del tossicomane di avere tutto e subito, con un'alternanza continua di due
atteggiamenti contraddittori: slanci di generosità e ripiegamenti dolorosi.
Infine per quanto attiene al suo rapporto con la norma, questa non potrà mai essere
percepita come rassicurante, ma al contrario come una forma di rifiuto del suo bisogno
illimitato e onnipotente.

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IL PUNT O DI VI S TA SIS TE MICO SULLE TO SSIC OM ANIE

I terapeuti familiari hanno avuto il vantaggio di poter usufruire di strumenti di lettura e


di intervento adeguati nel momento in cui si è potuto guardare al tossicomane non
come singolo portatore della malattia, ma come persona in difficoltà all’interno del
contesto interpersonale in cui vive.
I primi studiosi che in campo sistemico si sono interessati alle caratteristiche relazionali
delle famiglie dei giovani tossicomani sono stati Minuchin e Haley.
Minuchin si è occupato delle famiglie in cui il sintomo del giovane è la delinquenza e
ha fornito un modello di lettura dei pattern comunicativi e della struttura familiare in
situazioni di devianza sociale.
Haley ha fornito un importante contributo soprattutto rispetto alle strategie
terapeutiche adatte alle famiglie in cui il ritorno del figlio a casa rappresenta il fallimento
di un figlio giovane adulto nel portare a compimento il proprio processo di
autonomizzazione dalla famiglia.
Successivamente si è lavorato molto su alcune ipotesi:
1. quelle che vedevano il tossicodipendente all’interno di famiglie disimpegnate, dove i
singoli membri sembrano ignorarsi e muoversi all’interno di orbite isolate,
oppure eccessivamente invischiate, dove i confini generazionali non vengono
definiti provocando una grossa confusione di ruoli;
2. quelle che focalizzavano il coinvolgimento del tossicomane e la funzionalità della
tossicomania all’interno del conflitto della coppia genitoriale, con un ruolo
omeostatico, ovvero in grado di distogliere l’attenzione dei genitori dai propri
conflitti: coppia caratterizzata da perifericità, distanza o autoritarismo del padre,
controbilanciati dal coinvolgimento eccessivo e dalla centralità della madre.
La tossicodipendenza di un figlio all’interno della famiglia assume quindi un
significato “funzionale”, ossia rappresenta una delle sequenze relazionali di un
circuito che si autoregola al fine di mantenere l’equilibrio della famiglia e talvolta evitare
la separazione dei genitori. Quando la tensione coniugale aumenta, il figlio inserisce
all’interno della coppia l’informazione del suo disagio, deviando l’attenzione dai
precedenti conflitti e richiamando i genitori ad indossare l’abito parentale, spogliandosi
delle conflittualità della coppia.
In questa situazione gioca un ruolo importante l’incapacità dei genitori di affrontare a
loro volta le tematiche della separazione in maniera più lucida, la cronicità dei conflitti
mette in evidenza anche l’impossibilità di separarsi davvero.
Queste situazioni con il passare del tempo operano anche una mutazione della tematica
del conflitto coniugale: i genitori continuano ad attaccarsi a vicenda, ma per evidenziare
quanto cattivo e sbagliato sia l’altro nei panni del genitore e palleggiarsi le responsabilità
della tossicodipendenza del figlio, avallando il mito della famiglia che non avrebbe nessun
problema al di fuori della tossicodipendenza del figlio.
La struttura tipica della famiglia del tossicodipendente è stata individuata da
Stanton e Todd nei loro lavori di ricerca: un gruppo in cui il paziente designato è
strettamente coinvolto con il genitore del sesso opposto, mentre esiste una frattura
conflittuale con il genitore dello stesso sesso e tra i due genitori.

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Tale tipo di rapporti ha le proprie radici in una famiglia che non ha saputo adeguarsi
alla naturale maturazione del figlio e al suo distacco da essa, fermandosi ad uno stadio
del ciclo vitale a cavallo tra la preadolescenza e l’adolescenza del figlio.
I comportamenti legati alla tossicomania danno la possibilità di una
“pseudoindivid uazio ne” a vari livelli, creando una sorta di mediazione tra il livello di
autonomia e l’invischiamento con la famiglia d’origine.
L’uso di droghe e gli atteggiamenti trasgressivi e protestatari o di distacco dal mondo
degli adulti, il figlio sembra voler testimoniare di aver definitivamente rotto i ponti con
la sua infanzia, emancipandosi dai genitori, ma queste conquiste si rivelano illusorie,
perché di fatto la dipendenza da tali sostanze vincola l’individuo all’interno della
famiglia, rendendolo sempre più dipendente in termini di denaro, di mantenimento e di
cure.
La scuola francese di terapia familiare, con la figura di Eiguer, ha assimilato la famiglia
del tossicodipendente alla famiglia in cui si trovano figli delinquenti o figlie anoressiche
o perversi sessuali.
Tutte queste condizioni sono accomunate dalla presenza di comportamenti perversi
all’interno della famiglia, alla base dei quali esiste:
– assenza di sincretismo, ossia di legami fondati su un investimento profondo che
costituiscono l’identità gruppale della famiglia (il Sé familiare);
– legame perverso, ovvero relazioni voluttuose e ingannevoli, sentimenti forti e clima
eccitante come modalità per colmare il vuoto interpersonale;
– carenza di vera intimità e appoggio reciproco;
– incapacità di interpretare i ricordi e i cambiamenti di umore;
– mito: le difficoltà psicologiche devono essere placate immediatamente con
medicamenti;
– la tenerezza viene sostituita da una ipererotizzazione del legame con il genitore di
sesso opposto, senza alcuna gelosia da parte dell’altro genitore, che viene definito
isolato, a volte irritabile e violento;
– il bambino è percepito e trattato come un "feticcio";
– manca una barriera efficace a separare le generazioni, per cui il figlio viene a
trovarsi in una posizione genitoriale, non sempre per una assenza di figura
paterna, ma per una indifferenziazione dei ruoli sessuali.

I POT ESI DI CLA SSIFIC AZIONE D ELLE TOS SICO MANIE

Psicoa nalisi

Glover definisce le tossicomanie come una malattia “di transizione” per la presenza
contemporanea di elementi nevrotici e psicotici.
L’eziologia della nevrosi, secondo Freud e a cui si riferisce Glover, è il risultato di una
serie di fattori legati alla disposizione individuale (che a sua volta è l’interazione tra
elementi costituzionali ed evento infantile) e allo scontro con un evento di vita del

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soggetto caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto a rispondervi
adeguatamente, dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione
psichica.

NEVROSI

Evento accidentale (trauma)

Disposizione individuale per fissazione della libido

Costituzione Evento infantile

Una tipologia di questo tipo si basa sull’importanza critica del trauma psichico.
La distinzione fondamentale fatta dalla psicoanalisi è tra:
a. la nevrosi traumatica, in cui il trauma assume una parte determinante nel
contenuto del sintomo;
b. la nevrosi attuale, caratterizzata dall’evidenza di un conflitto attivo all’esterno e
molto più rilevante di quello infantile nel definire il quadro sintomatico;
c. la nevrosi di tipo diverso, in cui il trauma agisce come occasione rivelando una
struttura nevrotica preesistente.
Pertanto un persona che si trova sottoposta all’azione di un trauma psichico importante
(morte di uno dei genitori, loro separazione o divorzio, perdita di una persona
signifi cativa, grave delusione sul piano personale,…) può scegliere la tossicomania a
breve distanza dal trauma (nevrosi traumatica).
Un secondo tipo di ingresso in tossicomania può non essere legato alla coincidenza di
un trauma o di un conflitto riconoscibile, ad es. l’emergere in adolescenza e negli anni
successivi di problemi relativi all’individuazione del Sé che mettono alla prova
l’equilibrio affettivo costituito nel corso degli anni precedenti e possono essere
sufficienti da soli a determinare una condizione di squilibrio (nevrosi attuale).
Un terzo tipo di ingresso nella tossicomania è legato alla possibilità, appresa dal
soggetto, di controllare con l’aiuto della droga i sintomi e le conseguenze, personali e
sociali, di un malattia psichica preesistente (nevrosi di tipo diverso).

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Un quarto ed ultimo tipo di ingresso nella tossicomania è il tipo di personalità descritto
da Olievenstein.
Qualunque sia l’evento scatenante la nascita della dipendenza da droghe, essa
rappresenta sempre un modo per coprire una parte significativa delle forme più comuni
di patologia psichica dell’adolescente e del giovane adulto.

Approc cio sistemico – rel azionale

L’idea che l’abuso abituale di farmaci può essere considerato come un tentativo ripetuto
di far fronte da soli a livelli di sofferenze percepiti come intollerabili apre la strada ad
una considerazione delle tossicomanie come un insieme disomogeneo di situazioni
personali e interpersonali unificate solo dal tipo di rimedio che per esse viene scelto.
Lo studio delle situazioni di tossicomania e il tentativo di definire puntualmente alcuni
principali tipologie è stato avviato da un gruppo di ricerca diretto da Luigi Ca ncrini
all’incirca nel 1980.
I diversi criteri di osservazione adottati per la definizione dei quadri tipologici hanno
centrato l’attenzione su:
ü modelli di organizzazione dei rapporti interpersonali e i modelli comunicativi
della famiglia del tossicodipendente;
ü l’organizzazione psicologica del tossicomane, i meccanismi di difesa e i tratti di
carattere che defi niscono i suoi modi di comportarsi e la sua personalità, nonché
le forme dell’emergenza soggettiva su cui la droga esercita un effetto
“terapeutico”;
ü le modalità di “relazione” tra il soggetto e la sostanza;
ü le modalità di rapporto che il tossicomane e/o i suoi familiari tendono a stabilire
con gli operatori;
ü le forme del decorso e l’utilità reale di forme diverse di intervento terapeutico.

Le principali categorie di tossicomani individuate sulla base di questi criteri sono:

A. TOSSICOMANIE TRAUMATICHE
B. TOSSICOMANIE DI AREA NEVROTICA
C. TOSSICOMANIE DI “TRANSIZIONE”
D. TOSSICOMANIE SOCIOPATICHE.

T IPO A: T OS SICO MANIE TRAU MA TICH E

La situazione familiare in cui questa forma di tossicomania si presenta ha caratteristiche


piuttosto diversificate; si tratta, in alcuni casi, di un fig lio/a ri ten uto ese mp lare, ma
abituato a tenere per sé i propri problemi (impegnato come è nel tentativo di risolvere
quelli degli altri – ruolo di parental child) che crolla, diventando tossicodipendente, di
fronte all’esperienza di un grave trauma.
In altri casi si tratta di individui che hanno solo di recente superato la fas e de llo
svincolo o dell’individuazione: il trauma mette in crisi il loro equilibrio in un periodo in

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cui le precedenti relazioni non forniscono più un supporto adeguato e le nuove sono
ancora troppo precarie per assicurare un punto di riferimento.
Dal punto di vista dell’emergenza soggettiva il quadro che precede e che viene poi
“coperto” dall’inizio della tossicomania è quello della nevrosi traumatica descritta da
Freud.
Nelle tossicomanie traumatiche prevalgono problematiche soggettive, legate a
sofferenza personale derivata da un trauma psichico di elevata entità: lutto, malattia,
separazione in famiglia, delusione sentimentale, ecc.
L’elemento chiave per la sua evoluzione patologica è quello legato alla difficoltà di
trovare un punto di riferimento per la verbalizzazione dell’esperienza vissuta all’interno
di un rapporto interpersonale percepito come affidabile e sicuro.
Clinicamente due elementi caratterizzano questo tipo di tossicodipendenza:
ð lo sviluppo della tossicomania: sia che si tratti di un primo incontro con la
sostanza sia che avvenga una trasformazione in tossicomania di un precedente
abuso controllato, la rottura dell’abituale stile di vita avviene in breve tempo,
l’eroina diventa di colpo il centro della sua attenzione, proteggendo l’individuo in
una fase di panico o di sofferenza grave;
ð le caratteristiche dell’abitudine: il comportamento del tossicomane è
autodistruttivo e teatrale nei casi più gravi, in altri casi viene tenuto nascosto;
spesso oltre che all’eroina il soggetto ricorre all’alcool e ai barbiturici, difatti, il
tentativo è soprattutto quello di stordirsi più che di ricevere piacere dal farmaco.

T IPO B: TOS SICO MANIE DI AR EA NE VRO TICA

La struttura familiare in cui si sviluppa questo tipo di tossicomania è stata ripetutamente


descritta dai terapeuti familiari che hanno lavorato coi tossicomani.
Dal punto di vista familiare e sistemico essa prevede:
a) il coinvolgimento forte di uno dei genitori (generalmente quello di sesso opposto)
nella vita del figlio e nella sua “malattia”;
b) il ruolo periferico dell’altro genitore;
c) l’evidenza della struttura definita di “triangolo perverso” e la tendenza del
genitore complice a proteggere e a coprire i problemi posti dal comportamento
del figlio;
d) la debolezza dei confini tra i sottosistemi che definiscono la “gerarchia” familiare;
e) lo sviluppo di una polarità che definisce la figura del figlio/a tossicomane come
“cattivo” in rapporto ad un altro figlio/a “buono”;
f) un modello comunicativo caratterizzato dalla contraddittorietà dei messaggi, dalla
rapidità e dalla violenza di sviluppo dei conflitti.
Sono evidenti le analogie tra queste famiglie e quelle dei giovani delinquenti, dei
bambini con problemi psicosomatici o con lievi disturbi del comportamento.
Dal punto di vista psicopatologico, la tossicomania è preceduta, a volte, da disturbi di
area nevrotica: nevrosi fobica, isteria, nevrosi ossessiva e carattere nevrotico.
Le storie dei tossicomani che coprono un disturbo proprio dell’area nevrotica rivelano
una certa instabilità nel comportamento prima dell’uso di droga, ma soprattutto un
coinvolgimento estremo, con toni depressivi, in conflitti riguardanti la famiglia.

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Il malessere cui si risponde con la droga è piuttosto aspecifico: sintomi somatici diversi,
carenza di partecipazione attiva alle vicende della propria vita, tendenza alla noia,
all’insoddisfazione e al nervosismo.
Dal punto di vista clinico queste tossicomanie sono caratterizzate dalla connotazione
depressiva dell’abitudine (assenza di elementi di piacere provocate dall’uso della droga)
e dall’atteggiamento dimostrativo.
Il comportamento del tossicomane è alternativamente di sfida dolorosa e di intolleranza
carica di provocazioni dirette alle persone considerate o percepite come responsabili.

T IPO C: TO S SICO MANIE di “T RANSIZI ONE”

Utilizzato per la prima volta da Glover il termine indica quei tossicomani la cui
organizzazione difensiva prevede un’ampia utilizzazione dei meccanismi nevrotici e
psicotici.
Si tratta di un’area caratterizzata da disturbi gravi della personalità e del carattere, casi
che corrispondono ad una organizzazione patologica della personalità e che vanno
situati in una situazione intermedia tra nevrosi e psicosi.
L’incontro con l’eroina rompe il quadro:
ü rompendo l’equilibrio delle strutture di personalità più rigide e coartate;
ü condizionando l’andamento delle crisi: rendendo più facili in particolare, nella
prima fase di evoluzione delle tossicomanie, gli slittamenti maniacali e, in fasi
successive, il ripetersi di gravi episodi depressivi;
ü sfumando e orientando su farmaco e i suoi effetti l’esperienza vissuta in fase di
crisi.
Il risultato concreto di questa interazione viene segnalato dal punto di vista clinico:
• dagli stati di esaltazione gioiosa (ipomaniacale) caratteristici dei primi anni ed
espressione di quella che è stata chiamata luna di miele con l’eroina:
sperimentando la possibilità di liberarsi, con l’aiuto del farmaco, dal peso delle
difese costrittive che limitano drasticamente la sua capacità di entrare in sintonia
con se stesso e con l’altro, il futuro tossicomane ne trae un sollievo improvviso
capace di mostragli la precarietà della vita precedente;
‚ da importanti ripetuti stati depressivi particolarmente frequenti e stabili in fasi
successive, caratterizzati da un comportamento tossicomane ritualistico,
compulsivo, distruttivo e ottuso; l’importanza è posta sul bisogno di essere
cronicamente stordito più che sul piacere provocato dagli effetti propri di
ciascuna droga;
ƒ dall’alternanza degli stati maniacali e depressivi legata alla disponibilità del
farmaco;
„ dalla difficoltà del paziente e della famiglia a collegare l’evoluzione della
tossicodipendenza con fatti specifici della persona;
… dalla tendenza al mantenimento nel tempo di una dipendenza marcata (affettiva,
economica, organizzativa) dalla famiglia d’origine;
† dal rischio di suicidio, soprattutto quando il ricorso alla droga viene bruscamente
interrotto.

12
L’organizzazione e lo stile comunicativo di questo tipo di famiglie evidenziano
interessanti analogie con quelle delle famiglie con problemi di svincolo e delle famiglie
“anoressiche”, tanto che è stato possibile ipotizzare che si tratti di un unico quadro
familiare all’interno del quale le femmine scelgono il sintomo dell’anoressia mentre i
maschi quello dell’uso della droga:
÷ lo sforzo di non definire le relazioni è sostenuto dal frequente uso di messaggi
paradossali e incongrui, i livelli di mistificazione all’interno della famiglia e nei
suoi rapporto con l’esterno sono elevati;
÷ i membri mostrano una diffusa tendenza a ignorare il significato del messaggio
degli altri e a usare la malattia per risolvere il problema della leadership;
÷ la relazione tra i genitori è caratterizzata dallo “stallo”∗ e sono ambedue coinvolti
nella tossicodipendenza e nella vita del figlio/a;
÷ una polarità di diversificazione dei fratelli che si muovono sull’asse
successo/fallimento, con la presenza di quello che Mara Selvini Palazzoli chiama
“membro prestigioso”, ovvero un membro della fratria che per svariati motivi
fruisce di un prestigio rispetto a fratelli e sorelle, con un maggior coinvolgimento
affettivo nei problemi della famiglia e una lunga storia di intimità con uno dei
genitori, il quale al momento dello svincolo si ritrova inchiodato nel suo ruolo dai
comportamenti del paziente.

T IPO D: T OS SICO MANIE “ SOCIO PA TICHE ”

Le tossicomanie appartenenti a questo gruppo rientrano nell’area dei disturbi


sociopatici di personalità e sono caratterizzate dal difetto di integrazione sociale,
determinato in genere da un insieme complesso di fattori fra cui assumono particolare
importanza la carenza di cure materne (nel senso di Bowlby) e le influenze che
modellano l’organizzazione personale del bambino e il suo sistema di valori in varie
situazioni di svantaggio socioculturale.
Questo tipo di situazione si caratterizza sostanzialmente per la tendenza ad esprimere il
conflitto psichico attraverso l’acting out.
Ciò corrisponde in pratica:
ò all’evidenza di comportamenti antisociali prima dell’inizio della
tossicodipendenza; in particolare in adolescenti e giovani adulti che vivono in
condizioni di svantaggio culturale e sociale;
ò alla rapida e naturale assimilazione della tossicodipendenza all’interno di uno stile
di vita che ben si adatta ad essa;
ò al distacco con cui il tossicodipendente parla della sua abitudine, alla ricerca di un
effetto anestetico nella sostanza, alla frequenza di politossicomanie e alla
sottovalutazione degli effetti della droga e dei danni che essa può causare;


Si intende per gioco di stallo quello in cui “due avversari, come i due giocatori di una partita a scacchi, sembrano destinati a
fronteggiarsi in eterno in una situazione senza uscita: il loro rapporto non conosce vere crisi, né scenate catartiche, né
separazioni liberatorie. Uno dei due esibisce una serie appariscente di mosse d’attacco, di provocazioni, di apparenti trionfi:
sembra sempre che stia per avere la meglio, ma l’altro, quietamente, invariabilmente sfodera una mossa che ne azzera il
punteggio”. (M. Sellini Palazzoni et al., 1988, pp. 172-173)

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ò all’atteggiamento di sfida del tossicodipendente, che si comporta con la
freddezza e la provocazione di una persona “incapace di amare e di accettare
amore” e alla sua percezione dell’ambiente come freddo e ostile.
Il disadattamento di questi giovani si evidenzia prima di tutto nelle difficoltà scolastiche
e più tardi, durante l’adolescenza, nel progressivo e sempre più violento scontro tra le
regole imposte da una società percepita come crudele e ostile.
I modelli comunicativi e l’organizzazione familiare sono simili, nei casi meno gravi, a
quelli riscontrati nelle tossicomanie di tipo B. Nei casi più seri corrispondono a quelli
riscontrati nelle famiglie disimpegnate: si presentano come un gruppo profondamente e
drammaticamente disorganizzato, i cui membri si muovono in orbite senza alcuna
reciproca apparente interdipendenza. Numerosi casi gravi sono segnati dall’esperienza
del totale abbandono vissuto nella prima infanzia, mentre i casi meno gravi sono
caratterizzati dalla forte problematicità vissuta all’interno della famiglia nella prima fase
dello sviluppo.
In entrambi i casi si caratterizzano per l’inconsistenza o l’inadeguatezza delle funzioni
parentali svolte nei confronti del bambino: madri sole in situazione di svantaggio sociale
ed economico; genitori infantili presi dal loro litigio e dal loro bisogno di realizzare se
stessi, che non si accorgono della nascita e della presenza del figlio; genitori con
problemi seri di alcolismo, tossicodipendenza o sofferenza psichica; genitori carenti o
assenti per ragioni diverse costretti ad affidare il figlio ad altri.
Generalmente la tossicodipendenza riduce la durata di queste “vite marginali” sia
direttamente (overdose, incidenti, malattie sopravvenute) sia indirettamente (per le
conseguenza di attività delinquenziali). Quando ciò no n accade il tossicomane
intraprende una carriera “deviante” (spacciatore o altre forme di delinquenza) o la
strada di un’istituzionalizzazione cronica.

LA FAMI GLIA D EL T OS SICODI PENDEN TE

L’obiettivo di questo gruppo di ricerca è quello di identificare strutture e modelli organizzativi tipici
delle famiglie di quei soggetti che sviluppano una tossicomania da eroina, cercando di stabilire una
connessione eziopatogenetica tra storia affettiva familiare e sintomatologia. L’idea di base è che il tipo di
organizzazione familiare deve aver ostacolato, senza consapevolezza da parte di alcuno, i tentativi del
figlio di realizzare un autentico sviluppo adolescenziale e di “assumersi la responsabilità adulta di se
stesso”.
L’abuso di droga appare agli autori rivelatore dell’estrema difficoltà che l’intera famiglia ha incontrato
nell’affrontare i compiti caratteristici della fase dell’adolescenza, nel corso della quale i genitori non sono
riusciti a passare ai figli il senso della responsabilità di se stessi quali persone autonome e differenziate,
si sono poi chiesti come avessero reagito all’informazione dell’uso di droga da parte del figlio. La
maggior parte sembrava non aver visto (o finto di non vedere), bloccando i canali comunicativi anziché
attivarli fino a che l’esplosione e l’evidenza del sintomo non li aveva costretti ad agire. Altri avevano
reagito da subito “appiccicandosi “al figlio con un atteggiamento infantilizzante, oppure
abbandonandolo e interrompendo il controllo su di lui in modo quasi punitivo. Altri ancora avevano

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esasperato i conflitti interni della coppia per riconquistare un maggiore equilibrio e controllo rispetto al
figlio.

Le pri me ipotesi di ricerca

L’esame della letteratura aveva confermato la prima e generale ipotesi degli autori di
questa ricerca, vale a dire ciò che caratterizzava maggiormente le famiglie dei
tossicodipendenti non riguardava la loro specifica appartenenza sociale né il grado di
coesione formale, ma piuttosto le loro qualità interne, in specifico l’estrema e
permanente sofferenza che vi regnava già prima dell’esordio della tossicodipendenza del
figlio. Questa ricerca si proponeva di mettere a fuoco in particolare la variabile
familiare, in quanto è la “culla” del processo di crescita individuale dove si sviluppa la
devianza e si manifestano i fallimenti evolutivi. La rassegna della letteratura compiuta
dagli autori delineava ai loro occhi uno scenario di portata sempre più trigenerazionale,
dove la trasmissione intergenerazionale del trauma risultava il cofattore
eziopatogenetico di maggior rilievo.
L’idea di fondo è che alla base della tossicodipendenza esista non tanto un eccesso di
accudimento materno, ma piuttosto una carenza di accudimento che crea nel figlio un
pattern patologico. Oltre ad indagare le modalità di accudimento della madre, questo
modello evidenzia in particolar modo l’effetto carenziante della figura paterna, non solo
descritta nella sua perifericità, ma compresa attraverso la ricostruzione della sua storia
carica di sofferenza, in quanto il padre del futuro tossicodipendente risulta a propria
volta deprivato in epoca infantile e adolescenziale.
Alcuni sviluppi teorici dell’equipe che ha pubblicato questa ricerca sono:

1) L’attenzione più esplicita alla portata trigenerazionale del modello


eziopatogenetico. Viene attribuito un peso sempre maggiore, nell’avvio del
processo patogenetico, alle componenti insoddisfacenti della relazione che
ciascuno dei genitori ha avuto con la propria famiglia d’origine nell’infanzia e
nell’adolescenza.

2) Il recupero della dimensione individuale, viene ora portata avanti non solo ciò
che attiene all’hic et nunc (bisogni, motivazioni) ma anche per quel che concerne
la storia evolutiva di ogni persona, indagata anche negli aspetti delle ferite
riportate durante la sua crescita e dei danni subiti nel corso dello sviluppo. Da
questo punto di vista, assumono rilevanza centrale alcuni concetti, patrimonio
esclusivo della cultura psicodinamica, come quelli di trauma e di carenza.

3) Ad essi si lega la nuova enfasi sui meccanismi di misconoscimento e di


deformazione della realtà, di cui era precursore nei “ Giochi psicotici della
famiglia” il fenomeno dell’imbroglio degli affetti (minimizzazione della carenza
e la non elaborazione dei traumi) e dei conseguenti meccanismi di idealizzazione.

4) Infine, lo sforzo di disoccultare, durante la terapia, i processi che hanno avuto


una portata traumatica, conduce ad un’analisi più accurata delle singoli diadi che

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compongono la complessità della famiglia, e non solo della triade coniugi – figlio
paziente.

I primi passi del la ricer ca

Per iniziare il lavoro di ricerca gli autori cominciarono ad utilizzare i dati che
emergevano dai colloqui e dalle consultazioni familiari svolte nell’arco di alcuni anni da
ognuno dei membri del gruppo con pazienti tossicodipendenti maschi e con i loro
familiari, in differenti contesti di lavoro, indipendentemente dal programma terapeutico
successivamente avviato.
La prima bozza di ipotesi riportava l’idea che il futuro tossicodipendente fosse stato
nell’infanzia “cocco di mamma” (a causa di un iperinvestimento da parte di lei come
inconsapevole compensazione dell’insoddisfazione sperimentata nel rapporto con il
marito) e che la sua crisi fosse conseguente a una sorta di tradimento, di “voltafaccia”
da parte della madre, in assenza di una compensazione realizzabile con un significativo
“passaggio al padre”, a sua volta troppo impegnato nella gestione di un rapporto
coniugale in stallo oppure del tutto disinteressato al figlio perché impegnato in altri
ambiti o rapporti esterni alla famiglia.
L’esame accurato delle storie familiari invalidò ben presto quest’ipotesi di partenza, vale
a dire che il tossicodipendente avesse goduto, durante l’infanzia, di un rapporto
privilegiato con la madre. Al contrario, il comportamento del tossicodipendente, parve
agli autori denunciare una precoce carenza di accudimento materno adeguato alle
esigenze del bambino, tuttavia le madri dei tossicodipendenti in letteratura erano state
sempre descritte come ipercoinvolte e indulgenti, a tratti simbiotiche, rispetto ai padri
visti in posizioni marginali, distanti, squalificate (Cancrini, Olivenstein).
In effetti, se fotografiamo la realtà dei servizi, delle associazioni, dei contesti privati che
si occupano di tossicodipendenza solitamente si vedono proprio queste madri:
sofferenti, intensamente legate alle sorti del figlio, pronte a prodigarsi e sacrificarsi in
mille modi, a tenere i contatti con i terapeuti, a scendere in piazza a manifestare, a
militare nella comunità di recupero. Se poi le prendiamo in carico abbiamo difficoltà a
credere che non siano sempre state altrettanto presenti, affettive e disponibili con il
figlio. Anche i loro figli interrogati, in colloqui individuali, non ci inducono a dubitare di
tali percezioni. Altri dati raccolti, durante il lavoro di ricerca, tuttavia non hanno
confermato tali “ evidenze”.
Cercando più in fondo e intervistando membri della famiglia sono emerse prospettive
alquanto diverse: ragazzi per lo più allevati dai nonni o dai parenti, madri poco presenti
nell’infanzia dei figli e considerate poco adeguate a svolgere le mansioni accuditive dai
loro stessi genitori o suoceri. Gli autori cominciarono così a riflettere sul fatto che
osservare l’iperaccudimento della madre con il figlio dopo la scoperta della
tossicodipendenza non autorizzava a concludere che tale comportamento fosse stato
agito allo stesso modo prima della scoperta. Si fece così strada la consapevolezza di
fronte a una realtà ben nota agli psicoanalisti: che i fatti raccontati raramente
corrispondono agli accadimenti reali.
Gli autori riscoprirono termini come “occultamento dei fatti”, “misconoscimento”,
“minimizzazione”, rispetto a situazioni traumatiche e luttuose che avevano avuto nella

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storia evolutiva dell’intera famiglia un’importanza ben maggiore da quella desumibile
dai primi resoconti dei protagonisti. L’ipotesi degli autori è che vi fosse un sottile filo
conduttore che legava le difficoltà vissute dai genitori fin dalla loro infanzia, la
ripercussione di questi vissuti nella formazione della coppia e nel successivo stile di
accudimento dei figli, e il tipo di sintomatologia sviluppata nel figlio.
L’impressione è che nelle famiglie con un figlio tossicodipendente esista un
meccanismo interattivo dominante, che impregna la comunicazione familiare, che gli
autori hanno scelto di chiamare minimizzazione (una modalità particolare del
misconoscimento della realtà), che non consiste nel negare o nascondere lo
svolgimento dagli accadimenti “reali”, ma nello smorzare la rilevanza emotiva che li
accompagna, soprattutto quando si tratta del dolore legato ad eventi traumatici. Si può
parlare, più precisamente di una minimizzazione del danno subito attraverso
meccanismi psicodinamici di scissione e idealizzazione, con un effetto di disconnessione
tra fatti e reazioni emotive. Per questo motivo i tossicodipendenti (secondo un
funzionamento onnipotente e denegatorio) negano sempre di aver subito delle
esperienze traumatiche in seno alla famiglia e sono pronti ad arrogarsi tutta la
responsabilità del problema. Una successiva ipotesi fu quella secondo cui i genitori del
tossicodipendente trasmettono intergenerazionalmente una cultura affettiva relazionale
con i rispettivi genitori carica di vicissitudini carenzianti e traumatiche, ma impensabili
come tali, inelaborate e inespresse, che è di grave ostacolo a una adeguata assunzione
del ruolo parentale. Per quanto riguarda le madri, queste risultano in maggioranza
invischiate in un rapporto disturbato e molto teso con la propria madre, in cui alcuni
bisogni affettivi profondi della bambina non erano stati compresi e soddisfatti,
generando un bisogno di dipendenza, di compensazione affettiva e di riconoscimento.
La persistenza del legame irrisolto induce queste donne a stabilire con il partner, nella
maggior parte dei casi, una relazione coniugale sostanzialmente carente, debole e
insufficiente, che dà luogo non tanto a uno stallo di coppia quanto, più spesso, a una
triade patogenetica transgenerazionale (che comprende il figlio, la madre e la nonna
materna). Risulta infatti che, nella prima infanzia del figlio, esse fossero impegnate in
conflitti emotivi con la madre e avessero di conseguenza svolto le mansioni accuditive
nei confronti del figlio in un clima di scarsa serenità interiore, in modo solo
apparentemente adeguato. Uno dei membri del gruppo, Vinci, aveva denominato
questa modalità di allevamento “accudimento mimato”. Per quanto concerne i padri
venivano descritti come poco comunicativi e poco presenti con il figlio. Questi padri
erano sovente rappresentati come superficiali, assenti educativamente, autoritari,
distanti emotivamente dal figlio, altre volte alcolisti, vecchi nel modo di pensare e vivere
le relazioni familiare, il denominatore comune era la loro dedizione al lavoro. Anche
per i padri venne formulata l’ipotesi secondo cui le ragioni della latitanza paterna, fosse
legata al fatto che questi avessero sperimentato un rapporto carenziante con i propri
genitori, senza tuttavia avere piena consapevolezza del danno ricevuto.

In sintesi :

1) il padre si distacca dalla propria famiglia d’origine troppo precocemente e in


modo solo apparente;

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2) la madre non si distacca mai, rimanendo dipendente dal rapporto con la propria
madre;
3) le difficoltà di distacco dei genitori creano una unione matrimoniale fondata sul
tentativo di replicare e risolvere le tematiche riguardanti le rispettive famiglie
d’origine;
4) la nascita di un figlio rappresenta la possibilità di ridefinire il ruolo genitore-figlio
nei confronti della propria famiglia d’origine. La madre, in posizione di
dipendenza dalla propria madre, accudisce il figlio in modo incerto e “mimato”
mentre il padre è affettivamente fuori ruolo, espropriato dai nonni materni;
5) l’adolescenza del figlio è un’informazione traumatizzante per i genitori, per cui
l’adolescente non viene riconosciuto nelle sue tensioni evolutive;
6) l’uso di droga diviene autoterapia, per fronteggiare le delusioni e le asprezze di
un’infanzia deprivata e di un modello di crescita non voluto, e insieme veicolo di
protesta rispetto alle molte esigenze rivendicative non vissute coscientemente a
causa di meccanismi di occultamento.

UN MOD ELLO EZI OPA TOG ENETIC O REL AZIONALE DELLA


T OS SICO DIPEND ENZA DA EROIN A

La decisione di tracciare una suddivisione diacronica dello sviluppo della sintomatologia


è legata al presupposto che un intervento terapeutico sulla famiglia deve, per essere
efficace, connettersi alla conoscenza della processualità patologica che caratterizza
l’evoluzione delle relazioni familiari nel corso del ciclo vitale.
Il primo stadio è rappresentato dalla storia dei genitori all’interno delle rispettive
famiglie d’origine.
Il secondo riguarda la formazione della coppia coniugale, influenzata dalle
precedenti vicende individuali, il terzo si riferisce alle modalità dell’accudimento
sperimentate dal figlio nei primi anni; il quarto all’adolescenza e i primi
comportamenti devianti del figlio; il quinto mette in luce gli aspetti del
comportamento paterno inteso come mancata risorsa per evitare l’ingresso nella
tossicodipendenza; il sesto descrive l’incontro con le sostanze stupefacenti. Infine
un settimo stadio che, a sintomatologia già conclamata, considera i meccanismi che
contribuiscono a cronicizzarla.
Successivamente, dall’esame delle storie familiari lungo questi sette stadi emersero
differenti tipi di ricorrenze, che hanno permesso di complessificare questa griglia
individuando tre sottogruppi di famiglie.
Un primo sottogruppo, che rappresenta la grande maggioranza delle famiglie dagli
autori esaminate, rivelava modalità di accudimento apparentemente ineccepibile sul
piano formale, ma sottilmente inadeguate sul piano sostanziale. In un secondo
sottogruppo, invece, i genitori sembravano perpetuare le esperienze insoddisfacenti
vissute all’interno della famiglia d’origine attraverso la strumentalizzazione dei figli
all’interno delle disfunzioni della coppia e attraverso l’occultamento del disagio
relazionale. Il terzo sottogruppo è rappresentato infine da quelle famiglie in cui

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prevaleva la trasmissione intergenerazionale dell’abbandono oggettivo come cultura
affettiva dominante nella strutturazione dei legami; si tratta in genere di nuclei che
avvicinano alla definizione psicosociale di “famiglia multiproblematica”.

P ERCO RS O 1 – L’A BBAN DONO DI S SIMU LAT O

Primo stadio: le famiglie d’origine

Risulta che entrambi i genitori del futuro tossicodipendente abbiano sperimentato nella
propria famiglia d’origine una relazione carenziante, per qualche aspetto, senza però poter
riconoscere il danno ricevuto. Il padre precocemente adultizzato, segnato dalla
mancanza di un rapporto con il proprio padre che era assente, incompetente o
eccessivamente rigido, senza che sua madre abbia riconosciuto gli sforzi da lui fatti per
sostituirne le funzioni in famiglia. Per quanto riguarda la madre, ella appare
frequentemente paralizzata in un rapporto conflittuale con la propria madre, conflitto
che suo padre ha attivato o quanto meno non ha saputo sanare.

Secondo stadio: la coppia genitoriale

Nella formazione della coppia che fonderà la nuova famiglia, la scelta del partner
appare potentemente condizionata dalle modalità in atto che caratterizzano la relazione
di ciascun genitore con i propri genitori. In linea di massima, il marito non compensa i
bisogni insoddisfatti della moglie nei confronti di sua madre; è proprio la persistenza di
tali bisogni che successivamente renderà la donna incapace di accudire il figlio. La
coppia si costituisce secondo quello che potrebbe essere definito come “matrimonio
d’interesse”, in cui ciascun coniuge sembra particolarmente interessato alla “dote
affettiva” che il partner porta con sé e lo vede essenzialmente come strumento per
soddisfare i propri desideri di realizzazione sociale, di risarcimento o di emancipazione
(che si rivelerà una pseudoemancipazione) rispetto alla famiglia d’origine. Tali desideri
saranno in larga misura soddisfatti attraverso il partner, ma senza modificarne
l’orientamento emotivo prevalente dei due che resta centrato sulla famiglia d’origine e
non dà luogo ad un vero scambio intimo tra i coniugi. C’è un rapporto di reciproco
influenzamento tra la scelta strumentale del partner e il fatto che questi non riesca a
diventare agli occhi dell’altro emotivamente più significativo della famiglia d’origine.

Terzo stadio: rapporto madre-figlio nell’infanzia

La qualità del rapporto madre figlio nell’infanzia è tale da avere effetti di deprivazioni e
carenza sul bambino rispetto ai bisogni affettivi primari. L’accudimento presenta le
caratteristiche di un accudimento mimato: essendo impegnata su un fronte emotivo
diverso da quello con il figlio (tipicamente con la propria madre), e comunque non con
il coniuge, la madre esegue le mansioni accuditive in modo apparentemente
ineccepibile, ma in realtà più funzionale ai propri desideri. Questa peculiare modalità
rende impossibile al figlio di avere coscienza del danno subito, anche a causa di

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meccanismi di minimizzazione o copertura del danno da parte degli altri membri della
famiglia (abbandono dissimulato).

Quarto stadio: l’adolescenza

Solitamente la madre reagisce ai nuovi comportamenti del figlio che reclama maggiore
autonomia con una demonizzazione dei cambiamenti connaturati all’adolescenza. Il
figlio quindi intuisce la contraddittorietà del comportamento della madre, che si
dimostra incapace di trasformare il proprio stile di accudimento. La madre non
riconosce il figlio nelle sue esperienze evolutive, ma lo accetta solo come figlio bambino
facilmente soggiogabile. Anche il confronto nel gruppo di coetanei contribuisce a
mettere in evidenza nel ragazzo l’inadeguatezza del rapporto madre-figlio. In questa
fase la parziale presa di coscienza del figlio non è però ancora tale da scatenare la rabbia
sintomatica. L’adolescenza comincerà a esportare all’esterno la rabbia e l’aggressività
che non può essere rivolta contro di lei. Compaiono così comportamenti oppositivi e/o
fallimentari.

Quinto stadio il passaggio al padre

E’ nella fase adolescenziale che diventa più sentita la mancanza di una testimonianza del
padre nei confronti del figlio. Sentendo che la madre lo comprime in una dimensione
infantilizzante, il figlio diventa sempre più reattivo e tenta quindi di spostarsi verso il
padre, ma tale movimento non riesce; il padre in genere rifiuta il figlio (spesso perché lo
sente figlio della coppia moglie – suocera), ma, anche quando apparentemente lo
accoglie, o lo fa in modo strumentale per poi abbandonarlo in un secondo tempo, o lo
fa utilizzando modalità che non si discostano sostanzialmente dallo stile materno.
Questa assenza del padre, o comunque un suo intervento inadeguato, sono dunque le
ultime condizioni per un incontro con le sostanze stupefacenti.

Sesto stadio: l’incontro con le sostanze stupefacenti

Da quello detto fin qui si può concludere che il nostro adolescente è per così dire
predisposto ad accettare l’incontro con l’eroina da una miscellanea di sentimenti: la
solitudine e l’affiorante consapevolezza di essere stato sempre solo, il disagio e
l’autosvalutazione conseguente a tale scoperta, la rabbia connessa e ancora vissuta con
sensi di colpa, perché diretta verso figure idealizzate. La fase di sperimentazione degli
effetti psicofarmacologici dell’eroina induce l’esperienza della possibilità di modificare
artificialmente la propria sofferenza attraverso una droga che aiuta a contenere il
rischio della depressione.

Settimo stadio: le strategie basate sul sintomo

I comportamenti successivi alla tossicodipendenza contribuiscono a cronicizzarla. La


madre evita la depressione e l’entrata in crisi enfatizzando il proprio accudimento
infantilizzante; il padre continua ad interagire debolmente. La retroazione del figlio è

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rappresentata dall’approfittare dei vantaggi offertigli dall’accudimento, riservando al
sintomo l’unica espressione della propria autonomia e della propria aggressività.

P ERCO RS O 2 – L’A BB ANDONO MI SCONO SCIUT O

Questo sottogruppo rappresenta la componente numericamente più esigua di questa


ricerca.

Primo stadio: le famiglie d’origine

Anche per questo percorso sono reperibili elementi di trasmissione intergenerazionale della
carenza e concreti eventi traumatici, anche se risulta molto più arduo ottenerne la
narrazione da parte della famiglia. La ragione di questa difficoltà è da ricercare nella
presenza di meccanismi mentali collettivi massicciamente caratterizzati dal
misconoscimento e occultamento della realtà.

Secondo stadio: la coppia genitoriale

Il matrimonio si realizza attraverso l’incontro dei bisogni psicologici profondi dei due
partner, i quali avvertono di non averli fin lì soddisfatti; tali bisogni di ciascuno trovano
nel partner una forma di compensazione così specifica da generare una ferrea
dipendenza reciproca (matrimonio coatto). Per altri versi l’incontro risulterà però
altrettanto frustrante, spingendo quindi i coniugi a continui tentativi di trovare sfogo
alla frustrazione, senza però mai rinegoziare veramente il legame per evitale il rischio di
una separazione, vissuta come intollerabile. In questo percorso l’impressione è che le
delusioni di ciascun coniuge, rispetto al ruolo compensatorio del partner, scatenino
reazioni emotive inconfessabili e insanabili, in quanto una relazione che a un dato
livello è irrinunciabile e indissolubile, a un altro livello risulta amaramente
insoddisfacente.

Terzo stadio: rapporto madre-figlio nell’infanzia

La madre costruisce una relazione con il figlio profondamente pervasa dai sentimenti
contraddittori e ambivalenti che nutre nei confronti del marito. Si realizza quindi una
simbiosi madre-bambino incompleta, in quanto troppo precocemente invasa dalla
presenza paterna. Nel tempo l’accudimento del figlio viene sempre più subordinata alla
complessità del gioco coniugale, in questo caso lo spazio per il figlio nella mente della
madre è quasi del tutto saturato dai sentimenti ambivalenti e angoscianti prodotti dalla
relazione tra marito e moglie. Poiché i bisogni del figlio non vengono in alcun modo
riconosciuti, la sua condizione di abbandono viene ugualmente negata (abbandono
misconosciuto). La disfunzione accuditiva è in vario grado determinata dalla
componente di superinvestimento strumentale del figlio da parte della madre, in
funzione antipaterna.

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Quarto stadio: l’adolescenza

In adolescenza i comportamenti fallimentari e trasgressivi, sembrano principalmente


interpretabili in termini di progressiva disillusione nei confronti della madre, in
precedenza fortemente idealizzata. La situazione che innesca la protesta è rappresenta
da una sorta di voltafaccia materno nel momento in cui l’adolescente, iniziando a
spostare i suoi investimenti verso l’esterno, si accorge della sostanziale indifferenza
della madre, che continua a mantenere la sua attenzione interamente focalizzata sul
rapporto coniugale. Nel caso invece di un superinvestimento strumentale il figlio
percepisce l’ostilità della madre, che non tollera la sua progressiva autonomizzazione
adolescenziale in quanto lo allontana dalle trame dello stallo di coppia.

Quinto stadio: il passaggio al padre

Il processo evolutivo di confronto con il padre esita in un fallimento per due possibili
ragioni. In primo luogo, l’atteggiamento del padre nei confronti delle esigenze di
autonomizzazione del figlio è condizionato dalla sua necessità di proteggere il proprio
rapporto con la moglie, per mantenere inalterati i complessi equilibri. In secondo luogo,
il padre può rifiutare di sostenere le ragioni del figlio in quanto lo sente come rivale
all’interno della coppia. In entrambi i casi la collusione del padre rispetto al prevalere
delle dinamiche di coppia a scapito di quelle genitoriali contribuisce a misconoscere le
condizioni di carenza alla base del malessere del figlio e le necessità naturali delle sue
spinte evolutive, aumentando la confusione sino a un livello critico.

Sesto stadio: l’incontro con le sostanze stupefacenti

A questo punto l’incontro con la sostanza stupefacente risponde all’esigenza di


contenere l’ansia connessa alla confusione. Le necessità autoterapeutiche non si
declinano tanto sul versante antidepressivo, come nel Percorso 1, quanto di dare forma
al proprio sé percepito a rischio di frammentazione o di dispersione. In questo caso la
tossicodipendenza assume funzioni di copertura rispetto a gravi problemi di identità.

Settimo stadio: le strategie basate sul sintomo

Si possono intravedere due modalità di organizzazione strategica delle famiglie rispetto


al sintomo: in un primo caso la tossicodipendenza offre alla madre l’opportunità di
continuare a strumentalizzare il legame col figlio nelle dinamiche di stallo di coppia,
utilizzando il sintomo come elemento che permette di vincolare ulteriormente il marito
all’interno di un legame coniugale che presenta degli aspetti di precarietà. Il padre
retroagisce a sua volta utilizzando il sintomo come elemento che gli permette di deviare
la sua rabbia e la sua frustrazione dalla relazione coniugale alla relazione con il figlio
tossicodipendente. Gli aspetti disfunzionali della coppia non emergono e quindi il figlio
è costretto a mantenere la tossicodipendenza con finalità autoterapiche rispetto al
pericolo di dispersione della propria identità. In un’eventualità differente, se il figlio era
stato irretito dalla madre in un gioco maggiormente attivo, la madre potrebbe

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continuare a privilegiare il proprio legame col figlio contro il padre, al che il padre
reagisce aumentando la sua distanza e la sua furia. Il figlio continua a supportare la sua
identità in un’escalation che aumenta ulteriormente la svalorizzazione del padre nei suoi
confronti attraverso la tossicodipendenza.

P ERCO RS O 3 – L’A BB ANDONO AGIT O

Il terzo percorso relazionale è caratterizzato dalle situazioni di tossicodipendenza


connesse a comportamenti antisociali.

Primo stadio: le famiglie d’origine

Ciascuno dei due genitori ha solitamente sperimentato in famiglia una relazione di


abbandono oggettivo. E’ come se ognuno dei due avesse precocemente appreso che i
bisogni emotivi non possono essere saturati, che è inutile sviluppare attese che
potranno essere deluse, e che è meglio arroccarsi nell’autosufficienza e assumere verso
gli altri un atteggiamento predatorio.

Secondo stadio: la coppia genitoriale

Il matrimonio tra i due è un “matrimonio inesistente”: lo scambio emotivo all’interno


della coppia è tendente a zero e la relazione si struttura in modo inerziale e casuale, con
aspettative molto basse, e comunque rapidamente deluse. Le storie individuali dei
coniugi, segnate da gravi esperienze di abbandono, facilitano la scelta del tradimento e
della separazione anche precocissima. Se il matrimonio dura, i partner si accusano
reciprocamente di rappresentare la causa di tutte le disgrazie, il conflitto familiare è
visto in termini di effetto dei problemi economici e di degrado sociale, mentre vengono
tenute in ombra le pesanti delusioni che ognuno ha ricevuto dalla propria famiglia
d’origine.

Terzo stadio: rapporto madre figlio nell’infanzia

Solitamente, la madre è incapace di evitare al figlio la replica delle carenze da lei stessa
subite. Il bambino si trova a crescere quindi in uno stato di sostanziale abbandono,
frequentemente affidato ad altre persone, ai nonni o addirittura istituzionalizzato.
L’abbandono è attribuito per lo più alla situazione spesso oggettiva, di disagio sociale ed
economico; sono queste giustificazioni che offuscano nel figlio la consapevolezza della
carenza che subisce, e quindi la precoce espressione di un’aggressività diretta contro i
familiari.

Quarto stadio: l’adolescenza

L’ingresso in adolescenza del figlio è precoce e prevalentemente centrato sulla ricerca di


appartenenza a bande di quartiere, generalmente trasgressive e violente, che assumono

23
funzioni familiari sostitutive. Altre volte l’adultizzazione e la pseudoemancipazione del
figlio a fronte di un genitore debole e sconfitto che richiede protezione e
compensazione per le palesi sofferenze che sperimenta nel rapporto coniugale.

Quinto stadio: il passaggio al padre

Il padre è generalmente assente o manifestamente inadeguato, per cui non può


indirizzare le spinte evolutive del figlio e contenerne gli elementi regressivi. Lo
scivolamento nella tossicodipendenza è favorito dall’atteggiamento di prevalente
indifferenza del padre nei confronti della necessità emotiva del figlio, mentre la
componente delinquenziale è più probabilmente connessa a un atteggiamento paterno
caratterizzato da intrusività e violenza.

Sesto stadio: l’incontro con le sostanze stupefacenti

Questa condizione di marginalità sociale facilita il contatto con la droga, come veicolo
di facili guadagni e di adesione alla cultura dominante del gruppo. Nello stesso tempo la
sperimentazione del potere sedativo della droga permette di contenere la rabbia
maturata nell’abbandono affettivo e smorzare le occasioni di comportamenti violenti
all’interno della famiglia.

Settimo stadio: le strategie basate sul sintomo

Una volta scoperta la tossicodipendenza del figlio la madre prosegue nei propri
atteggiamenti di disimpegno e di delega, esportando la colpa e la responsabilità nel
sociale. Il figlio retroagisce con un’escalation della provocazione. Sono famiglie in cui la
patologia sociale ed economica si affianca al decadimento relazionale e personale e
tende a nasconderlo. Il rischio che più frequentemente corrono gli operatori di fronte
all’evidenza della marginalità sociale ed economica di queste famiglie è di colludere con
l’oggettivazione delle carenze intergenerazionali, bonificando così le mancanze
accuditive oppure, dall’altro lato, di concorrere a istigare la rabbia del figlio alleandosi
con lui nella svalorizzazione di genitori tanto facilmente attaccabili.

Tab. 1 – Modello eziopatogenetico relazionale della tossicodipendenza: tavola


riassuntiva∗


da S. Cirillo, R. Berrini, G. Cambiaso, R. Mazza, La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1996.

24
Tab. 1 – Modello eziopatogenetico relazionale della tossicodipendenza: tavola
riassuntiva

PERCORSO 1 PERCORSO 2 PERCORSO 3

Carenze nelle Riconosciute ma


Riconosciute ma
famiglie dei Non riconosciute solo come carenze
minimizzate
genitori ambientali

Tipo di
D’interesse Coatto Inesistente
matrimonio

Scambio
emotivo nella Formale Stallo Assente
coppia

Rapporto
Strumentalizzazione
madre-figlio Impegno mimato Disaccudimento
nell’infanzia e

Abbandono
Abbandono misconosciuto o Abbandono
nell’adolescenza
dissimulato superinvestimento oggettivo
strumentale

Protesta contro la Protesta contro Protesta anticipata


Adolescenza contraddittorietà l’indifferenza/ostilità in età
della madre della madre preadolescenziale

Rifiuto del figlio


Intervento in difesa
Atteggiamento della coppia madre
della coppia o rifiuto Assente o
del padre verso – nonna o
del figlio rivale inadeguato
il figlio intervento
interno
maternalizzato

Effetti personali
Evita la Contiene la
della sostanza Riduce la rabbia
depressione confusione
stupefacente

Collusività (moglie-
Strategie basate
Infantilizzazione marito o madre- Espulsività
sul sintomo
figlio)

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Tre percorsi processuali e tre categorie diagnostiche

Nel corso della ricerca si è tentato un accostamento tra gli esiti dei tre percorsi
relazionali e le categorie diagnostiche di Cancrini.
Cancrini descrive quattro categorie in cui si può inscrivere il sintomo
tossicodipendenza:
Tipo A. tossicomanie traumatiche;
Tipo B tossicomanie di area nevrotica;
Tipo C tossicomanie di transizione;
Tipo D tossicomanie sociopatiche;
Vediamo ora in che modo i tre percorsi relazionali si possono sovrapporre alle classificazioni di Cancrini.

Percorso 1. In questo sottogruppo gli autori hanno riscontrato la compatibilità del


percorso relazionale con le tossicodipendenze di tipo A (tossicomanie traumatiche) e di
tipo B (tossicomanie di “area nevrotica”). Sembra che possa rientrare in questo
percorso una minoranza di casi classificabili nelle tossicodipendenze di tipo C, per
quanto riguarda i pazienti non psicotici. Questo complesso di soggetti rappresenta la
casistica più frequentemente trattabile all’interno di un contesto psicoterapeutico. In
questi casi la sintomatologia prevalente sottostante all’uso di eroina è rappresentata
dalla depressione, presente come problema primario nel quadro di un disturbo
dell’affettività oppure associata ad un disturbo di personalità.

Percorso 2. Il secondo tipo di percorso può essere confrontato con le


tossicodipendenze di tipo C (tossicomanie di transizione) per quanto riguarda le forme
dove la psicosi compare di solito in forma subclinica, proprio perché coperta
dall’effetto terapeutico della sostanza.

Percorso 3. Il terzo percorso relazionale è assimilabile alle tossicodipendenze di tipo D


(tossicomanie sociopatiche). Esso comprende le problematiche connesse ai
comportamenti antisociali. La struttura familiare è disgregata anche sul piano
intergenerazionale; predominano nettamente le situazioni di abbandono oggettivo, sia
tra genitori e figli che tra marito e moglie. In questa classificazione all’interno del
Percorso 1 vengono incluse le strutture di personalità borderline, mentre quelle
psicotiche vengono assegnate solo al Percorso 2. Quando l’operatore si trova di fronte
a manifestazioni tossicomaniche concomitanti a disturtbi psicotici (Percorso 2), o a
comportamenti antisociali all’interno di un tessuto di marginalità sociale (Percorso 3) ha
meno problemi a farsi una ragione della presenza della droga. Le tossicodipendenze
inserite nel Percorso 1, invece, suscitano maggiori perplessità, dal momento che i
soggetti che presentano il sintomo appaiono spesso affetti da problemi di droga
all’interno di contesti familiari e sociali del tutto “normali”.
Tav. 2 – Corrispondenze diagnostiche ∗


da S. Cirillo, R. Berrini, G. Cambiaso, R. Mazza, La famiglia del tossicodipendente, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1996.

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Tab. 2 – Corrispondenze diagnostiche

Tipo B Tipo C Tipo D


Tipo A
Tossicomanie Tossicomanie Tossicomanie
Tossicomanie
di area di sociopatiche
traumatiche
nevrotica “transizione”

Percorso 1 Percorso 2 Percorso 3

Strutture di
Strutture di
Strutture di personalità nevrotiche e personalità
personalità
borderline borderline e
variabili
psicotiche

Prevalenza Prevalenza di
Prevalenze di sintomi depressivi di sintomi comportamenti
psicotici antisociali

ALCUNI PO S SIBILI ACC ES SI TERA PEU TICI

Iniziare dalla storia dei genitori con la propria famiglia d’origine

In genere è possibile fare le prime “aperture” sulla storia dei genitori con le proprie
famiglie d’origine solo quando è già stato strutturato un contesto terapeutico che
definisce l’intera famiglia come oggetto di intervento. Accertare empaticamente la
difficoltà del genitore, sofferente perché incompetente, è un passaggio determinante per
calibrare il controtransfert del terapeuta, facilmente trasportato all’irritazione e alla
svalutazione di persone che sembrano abdicare al loro compito affettivo istituzionale
per delegare ad altri genitori sociali le mansioni necessarie per la crescita del figlio. In
quest’altra ottica il terapeuta riesce più facilmente a spostare l’attenzione verso la
persona del genitore come individuo da prendere in carico, distribuendo le sue capacità
identificatorie senza correre il rischio di sbilanciarsi troppo a favore del figlio.

Iniziare l’indagine partendo dalla scelta matrimoniale

Secondo l’ottica funzionalista (Stanton) il sintomo tossicodipendente si inserisce


frequentemente all’interno delle disfunzioni della coppia coniugale come un fenomeno
che permette la deviazione del conflitto e previene la separazione. In questi casi, dal
punto di vista terapeutico, la coppia genitoriale rappresenta il focus dell’intervento e il
terapeuta lavora in primo luogo per “detriangolare” il figlio dalle trame disfunzionali del

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rapporto coniugale. Risulta prioritario fare in modo che le contraddizioni all’interno
della coppia vengano lette per quello che sono realmente: il risultato delle difficoltà di
ciascuno dei membri a sintonizzarsi con il ruolo genitoriale specifico. La coppia
coniugale valutata soprattutto rispetto alle funzioni nei compiti genitoriali.
L’unità di osservazione privilegiata è rappresenta quindi dalla diade genitore-figlio, in un
primo momento artificialmente isolata, per poi venire interconnessa con gli altri
componenti del sistema familiare. Il tratto saliente delle coppie incontrate dagli autori è
rappresentato proprio dalla mancanza, non tanto tra i due come persone, ma
soprattutto nelle vesti di genitori. Concludendo, si ritiene che la porta d’ingresso
centrata sulla coppia coniugale possa rappresentare un’apertura da privilegiare solo in
situazioni molto selezionate, sostanzialmente in quei casi, in cui i genitori debbano
essere preparati a interpretare la storia familiare e il suo esito nella tossicodipendenza
del figlio, in particolare quando quest’ultimo si trova in comunità. In quest’occasione è
possibile abbinare gli aspetti ricostruttivi della storia individuale di ciascun membro
della coppia e le aspettative reciproche che ne sono derivate e che hanno portato alla
selezione del partner.

Iniziare l’indagine partendo dai comportamenti inusisati precedenti alla droga

Per comportamenti inusisati si vuole intendere quei segnali analogici che mostrano
come un individuo bruscamente inizia a reagire in modo differente alle medesime
stimolazioni del passato. La comparsa di comportamenti presintomatici può avvenire in
tempi diversi, anche a seconda del tipo di organizzazione familiare e del determinarsi di
eventi. Leggere tali segnali come comportamenti oppositivi non casuali permette di far
intravedere alla famiglia che il paziente si è trovato nella condizione rabbiosa di chi
avverte confusamente di essere stato esposto a un danneggiamento o a condizioni
svantaggiose rispetto ad altri (il confronto viene effettuato con il gruppo dei pari, ma
anche con i fratelli). Poiché i genitori non hanno a suo tempo colto il messaggio
contenuto in tali comportamenti-segnale e non hanno quindi reagito appropriatamente,
il ragazzo è passato a comportamenti più pesanti.
Partire da questo stadio può essere particolarmente indicato con i pazienti più giovani e
meno cronicizzati. Si lavora in una zona ricostruttiva intermedia tra quella relativa alle
dinamiche del rapporto madre-figlio, cioè l’infanzia del paziente, gravata da inelaborati
residui traumatici e quindi più difficilmente accessibile, e quella del rapporto padre-
figlio. Non è infrequente avere la possibilità di cogliere e sviluppare accenni spontanei,
frammentari, di confronto tra l’adolescenza del figlio e quella dei genitori, accenni che
consentono al terapeuta di delineare ampi tratti di scenario trigenerazionale.

Iniziare il processo d’aiuto partendo dalle strategie basate sul sintomo

L’essenza dei comportamenti alla scoperta della tossicodipendenza, definita in termini


sistemici, “strategia basate sul sintomo”, è sintetizzabile nei termini di ripetizione
(secondo una terminologia psicodinamica) di quell’inattinenza accuditiva che ha
caratterizzato il rapporto genitori-figlio nelle fasi precedenti del processo evolutivo
familiare. La scoperta della tossicodipendenza concretizza d’un tratto le difficoltà

28
relazionali e affettive del gruppo familiare. Le tematiche da affrontare sono quelle legate
all’attaccamento, sia intese come capacità di accudire, sia intese come capacità di farsi
accudire e di esprimere i propri bisogni. La scelta di un’apertura su questa fase ha
l’obiettivo di accedere all’analisi delle vicende familiari seguendo la via di minor
resistenza, accettando e sostenendo in prima istanza le difficoltà dei genitori per poi
restituire gradualmente le proprie competenze affettive.

Lavorare con i sottosistemi

Gli autori nella loro esperienza hanno avuto modo di verificare come il contributo dei
fratelli sia in grado di fornire al processo terapeutico un impulso determinante in
direzione della comprensione e del cambiamento, consente di poterli utilizzare come
biografi ufficiali delle problematiche del fratello. Spesso succede che nel rapporto con la
fratria il figlio sintomatico riesca a compensare parzialmente alcune esigenze di
appartenenza e di intimità e, soprattutto, possa sperimentare una più ampia gamma di
repertori motivazionali in particolar modo nell’area della cooperazione paritetica. È
frequente osservare nelle relazioni fraterne in seno alla famiglia del tossicodipendente,
una polarizzazione delle posizioni reciproche a causa delle continue attribuzioni dei
genitori che definiscono le differenze tra i fratelli in termini rigidi di “buono” e
“cattivo”, “riuscito” e “fallito”. Compito della terapia è cercare di appianare questi
artefatti differenziativi e riportare i fratelli alla consapevolezza che la loro distanza nasce
da radici di sofferenza comune.

Vantaggi dell’introdurre il padre come risorsa

Nella sequenza processuale proposta dagli autori è stato posto in evidenza come per
arrivare all’esordio sintomatico sia necessario che il figlio sperimenti la carenza di
risorse della sua relazione con il padre (il fallimento del passaggio al padre quinto
stadio). La relazione tra padre e figlio nel caso della tossicodipendenza conserva infatti
una quota marcata, differente da caso a caso, di vuoto, di incosistenza, in generale più
visibile e quindi meno occultabile di quella materna. Il mancato passaggio al padre
diventa l’argine mancante che non riesce a impedire il dilagare della ricerca di benessere
da parte del figlio attraverso comportamenti sintomatici. Si ha l’impressione che quando
questo argine invece tenga, o venga costruito al momento del bisogno, la
tossicodipendenza possa essere evitata o rappresenti solo una occasionale forma di
sperimentazione, anche se le caratteristiche della relazione madre-figlio fossero tali da
lasciare comunque importanti residui traumatici.
La riabilitazione delle funzioni paterne si rivela spesso fruttuosa in ragione di tre
variabili principali. Innanzitutto la fase del ciclo vitale in cui si opera, quella
adolescenziale o postadolescenziale, richiede fisiologicamente l’attivazione
dell’intervento paterno sulla scena familiare. In secondo luogo, la ricostruzione storica
delle vicende familiari permette di far uscire dal ghetto un padre spesso disabilitato dalla
coalizione madre-nonna e di recuperare le potenzialità inespresse, in grado di attivare
meglio i sistemi motivazionali interpersonali differenti da quelli relativi ai processi di
attaccamento, come quello cooperativo e quello agonistico. Infine, il padre può

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esercitare dal punto di vista percettivo – cognitivo quella funzione testimoniale che può
venir sollecitata dai terapeuti, a fronte della necessità di mettere in evidenza gli aspetti
carenzianti e inadeguati dell’accudimento materno e della relazione madre – figlio in
generale.

Simona Fasano – Grazia Schi no

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