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italiano
Storia della lingua italiana (Università degli Studi di Milano)

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NUOVI LINEAMENTI
DI GRAMMATICA STORICA DELL’ITALIANO
- G. PATOTA

Riassunto di Lorena Manzo

I. L’italiano Deriva Dal Latino?

II. Foni E Fonemi Dell’italiano

III. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Fonetici

IV. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Morfologici

V. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Sintattici

VI. Lingue D‘Italia Nel Medioevo

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L’italiano Deriva Dal Latino?


Si dice comunemente che l’italiano, così come le altre lingue neolatine, “deriva dal latino”: in
realtà quest’affermazione andrebbe precisata.
In realtà l’italiano non “deriva” dal latino, ma “continua” il latino: una tradizione ininterrotta lega
la lingua di Roma antica alla lingua di Roma moderna.
Innanzitutto bisogna chiarire da “quale” latino deriva la nostra lingua, poiché sappiamo che ogni
lingua naturale contiene in sé molte varietà, differenziate dal tempo, dallo spazio, dal livello
stilistico, dalla condizione socio-culturale degli utenti, dalla modalità di trasmissione della lingua:
 DIAMESIA  (dia+mesos=attraverso il mezzo) indica le varietà di una lingua differenziate
dal canale di trasmissione: diversità tra lingua scritta e lingua orale;
 DIASTRATIA  indica le variazioni di lingua determinate da fattori di tipo sociale, correlate
allo status economico-sociale, al sesso, all’età degli utenti;
 DIAFASIA  indica le varietà di lingua in relazione alla situazione comunicativa, alle
funzioni e alle finalità del messaggio, al contesto generale e agli interlocutori. Lungo l’asse
diafasico, le due estremità sono le varietà più formali e le varietà informali, ed essi
determinano i registri linguistici e i sottocodici (riguardano l’argomento). Per fare un
esempio in ambito latino, basti pensare alle differenze tra le orazioni e le lettere private di
Cicerone.
 DIACRONIA  variabile legata alla dimensione cronologica: tutte le lingue storico-naturali
sono soggette a cambiamenti nel tempo; per quanto riguarda il latino, esso si divide in
diverse fasi: latino arcaico (dall’VIII al II sec a.C.), latino preclassico, classico, postclassico,
tardo.
 DIATOPIA  variabile determinata dalla dimensione spaziale: per quanto riguarda il latino,
basti pensare che nel periodo di massima espansione del dominio romano, ossia tra il II e il
III sec. d.C. il latino era utilizzato su un territorio vastissimo: esso andò a sovrapporsi al
sostrato linguistico precedente di ogni zona.

LE FONTI DEL LATINO PARLATO:


 Iscrizioni murarie graffite o dipinte;
 Glossari, es. Appendix Probi;
 Testimonianze: lettere private o documenti di scriventi popolari;
 Opere letterarie in cui gli autori riproducono la lingua parlata, es. Satyricon di Petronio
 Letteratura d’ispirazione cristiana, per arrivare a più persone possibili.
 Trattati tecnici di architettura o culinaria, farmacologia, medicina
 Opere di grammatici e insegnanti di latino, che mostravano gli errori più comuni.
Per ricostruire i vocaboli del latino parlato non documentati nello scritto si applica il metodo
ricostruttivo e comparativo, ossia si comparano tra loro i vocaboli nelle diverse lingue romanze,
cercando di ricostruirne un’etimologia che restituisca intuitivamente la parola latina (che viene
fatta precedere da un asterisco).

Il latino classico è il latino scritto che si trova nelle opere letterarie dell’età aurea di Roma (50 a.C. -
50 d.C.), esso è una lingua colta, espressione dei ceti socio-culturalmente più elevati.
Il latino volgare è una realtà linguistica variegata e complessa: è il latino parlato in ogni tempo, in
ogni luogo, in ogni circostanza e da ogni gruppo sociale della latinità: è da esso che sorsero le
lingue neolatine.
Poiché il latino volgare ha avuto il sopravvento su quello classico?

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a) PERDITA DI POTERE DELLA CLASSE ARISTOCRATICA, conseguentemente all’istaurazione


dell’impero: insieme con la classe aristocratica, decadde il ceto di intellettuali che ne era
l’espressione culturale e che utilizzava appunto il latino classico;
b) DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO: la nuova religione innanzitutto modificò il patrimonio
lessicale del latino, arricchendolo con grecismi; inoltre essa veniva diffusa soprattutto nei
ceti sociali più bassi, tra gli incolti e gli analfabeti: i Vangeli furono tradotti in una lingua
semplice, che fosse capita dai semplici e dai poveri.
c) LE INVASIONI BARBARICHE, a partire dal IV secolo d.C.: esse portarono una rivoluzione
socio-linguistica, che fece decadere nel dimenticatoio il latino classico (anche se i
monasteri ne conservarono le opere), mentre nella Romània si continuò a parlare una
lingua romana, che si evolse dando origine alle lingue neolatine.

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I. Foni E Fonemi Dell’italiano


Il fono è definito come la minima entità fonico-acustica della lingua,ovvero semplici unità sonore
realizzate dai parlanti. Il fonema è la minima entità linguistica con valore distintivo, cioè non
dotata di significato in sé, ma capace di distinguere due parole dal punto di vista semantico, cioè
del significato.
Es pane e cane. P e c sono 2 fonemi gli unici 2 suoni che si oppongono mentre gli altri sono identici
(coppie minime). Per indentificare i fonemi quindi si utilizza un procedimento contrastivo: si
mettono a raffronto coppie di parole finchè non se ne trovano due che si differenziano per un solo
suono(un fonema appunto). I foni quindi sono manifestazioni concrete di fonemi. Più
approfonditamente bisognerebbe tenere conto delle varianti libere e condizionate. Le prime si
possono alternare senza vincoli (è il caso della pronuncia della r “alla francese” e la r “normale” i
due elementi sono realizzazioni dello stesso fonema). La seconda invece si realizza
dipendentemente dalla presenza di uno o di un altro di due foni che è prevedibile a partire dal
contesto, che la determina (è il caso della pronuncia diversa della n di interno e di inferno).

Si definisce una vocale un fono pronunciato senza che l’aria, uscendo dal canale orale, incontri
ostacoli e con la vibrazione delle corde vocali. I foni delle vocali sono sonori, in quanto nella loro
articolazione le corde vocali entrano in vibrazione.
Le vocali in posizione tonica sono sette mentre quelle in posizione atona cioè non accentata sono
cinque. (guarda il triangolo vocalico). Ricordiamo che l’apparato fonatorio è l’insieme degli organi
che intervengono nella produzione dei suoni linguistici e che questa produzione si realizza agendo
sulla colonna d’aria prodotta dai polmoni nel corso di un atto espiratorio.

La consonante è un fono prodotto dal passaggio non libero dell’aria attraverso il canale orale:
l’aria incontra un ostacolo o nella chiusura totale temporanea del canale orale, o nel suo forte
restringimento, in modo che si senta il rumore del passaggio forzato dell’aria.
 Per quanto riguarda il modo di articolazione, le consonanti si dividono in:
occlusive, consonanti continue e consonanti affricate o semiocclusive. Le occlusive sono
chiamate anche esplosive o momentanee e sono quelle nella cui articolazione il canale
orale è in prima fase completamente chiuso, aprendosi successivamente per la fuoriuscita
dell’aria. Delle occlusive fanno parte le nasali (pronunciate emettendo l’aria dalle fosse
nasali). Le continue sono quelle consonanti pronunciate in modo continuo. Queste possono
essere suddivise ,considerando la pronuncia, in laterali (l’aria esce dalla parti laterali della
lingua protesa verso il palato), vibranti( articolate facendo vibrare la lingua sul palato),
fricative o spiranti (l’aria passa attraverso uno stretto canale emettendo una specie di
sibilo). Le nasali possono essere anche considerate continue. Le affricate infine sono le
consonanti la cui pronuncia inizia con un suono occlusivo, per poi lasciare posto a un suono
continuo, articolato nello stesso modo del precedente.
 Per quanto riguarda il luogo di articolazione, le consonanti si dividono in:
bilabiali, labiodentali, dentali, alveolari ,velari e palatali. Le prime si pronunciano con
l’unione delle due labbra e poi la loro successiva apertura. Le seconde sono interessate al
labbro inferiore e i denti superiori. Le dentali pronunciate con la lingua a contatto con la
parte interna dell’arcata dentale superiore. Le alveolari invece sono articolate con la punta
della lingua contro gli alveoli degli incisivi superiori. Le velari con la chiusura del velo
palatino (la parte molle del palato) e infine le palatali articolate con la lingua che tocca il
palato.

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 Per quanto riguarda il grado di articolazione, le consonanti si dividono in:


brevi (tenui secondo l’intensità) oppure lunghe (intense, doppie), in posizione
intervocaliche sono sempre lunghe. Sempre in riferimento al tipo di fonazione, che
distingue le consonanti in sorde e sonore dipendentemente dal fatto che le corde vocali
non vibrino a vibrino durante l’efflusso dell’aria attraverso la faringe, si può dire che 15
consonanti possono essere in posizione intervocalica, sia scempie che geminate (doppie o
intense).

Le semiconsonanti sono dei foni vicini alle due vocali corrispondenti, [i] e [u], di durata più
breve rispetto ad esse. Hanno dunque caratteristiche articolatorie intermedie. Le semiconsonanti
non sono mai accentate e si trovano nei dittonghi ascendenti composti da una semiconsonante e
da una vocale ex. Ieri. Il contrario corrisponde alle semivocali. Le semiconsonanti sono due: [j]
anteriore o palatale e [w] posteriore o velare.

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II. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Fonetici

Vi sono alcuni fenomeni di carattere generale:


a. PROTESI: aggiunta di un corpo fonico all’inizio di parola. Es. “in iscena”, “per iscritto”, “in
istrada” : quando una parola terminante per consonante era seguita da una parola
iniziante per s+consonante.
b. EPITESI: aggiunta di un corpo fonico alla fine di una parola. Fenomeno diffuso soprattutto
nell’italiano antico, nelle parole che avevano una finale consonantica e nelle parole tronche
(accento sull’ultima sillaba). Es. DAVID > Davide, HECTOR > Ettore; MINOS > Minosse; più >
piùe; virtù > virtùe; no > none; sì > sine.
c. EPENTESI: aggiunta di un corpo fonico (sia vocale che consonante) all’interno di una parola.
L’epentesi consonantica si è prodotta in alcune parole che contenevano una sequenza di
due vocali: es. MANTUAM > Mantova; GENOAM > Genova; IOHANNES > Giovanni;
MANUALEM > manovale.
L’epentesi vocalica, nella maggioranza dei casi, è costituita dall’aggiunta di una i in parole
che presentavano sequenza consonantica -SM- : es. SPASMUM > spasimo;
BLASMAR(provenzale) > biasimare;
d. AFERESI: caduta di un corpo fonico all’inizio di una parola. Es. questo/questa/queste >
sto/sta/ste; ILLA/ILLIC > là/lì
e. DISCREZIONE DELL’ARTICOLO: ossia la separazione dell’articolo dalla radice della parola.
Es. OBSCURUM > (lo)oscuro > scuro; ABBATISSAM > abbadessa > (l)abbadessa > badessa.
f. SINCOPE: caduta di un corpo fonico all’interno di parola. La sillaba che cade non è mai
quella accentata, ed è avvenuta in molte parole proparossitone del latino parlato.
Es. CALIDUM> caldo; DOMINAM > donna; OCULUM > occhio; BONITATEM > bontà;
VANITARE> vantare.
g. APOCOPE: caduta di un corpo fonico in fine di parole, che può essere una sola vocale o
un’intera sillaba.
Es. egli face > egli fa; egli puote > egli può; piede > pie’; poco > po’; bontate > bontà;
cittate> città; fratello > frate; modo > mo’; quello/allo/dello > quel/al/del.
Non confondere l’apocope con l’elisione (es. un’amica).
h. RADDOPPIAMENTO FONOSINTATTICO: è un fenomeno che non si produce all’interno di
una singola parola, ma all’interno di una frase. Esso è definibile come “un’assimilazione
regressiva all’interno della frase”: nella realizzazione della catena parlata avviene che
parole grammaticalmente staccate possono essere pronunciate insieme, in modo che non
cada nessuna consonante, ma la consonante finale della prima parola venga pronunciata
intensa. Dopo quali parole si produce il raddoppiamento fono sintattico?
- Dopo i monosillabi accentati.
Es. “a, blu, che, ma, chi, da, do, qui, qua, sa, so, sta, sto, su” etc.
- Dopo le parole tronche.
- Dopo i polisillabi piani: COME, DOVE, DOPRA, QUALCHE.
È importante sottolineare che in sede grafica il raddoppiamento fono sintattico non è
rappresentato.

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1. FENOMENI DEL VOCALISMO


Il latino aveva dieci vocali: ciascuna delle cinque A E I O U poteva essere pronunciata in due modi,
a seconda della durata e della quantità, ossia potevano essere brevi o lunghe.
Anche l’italiano fa distinzione tra vocali brevi e vocali lunghe: qualunque vocale seguite da una
consonante semplice è lunga, mentre seguita da una consonante doppia, è breve.
La differenza tra latino e italiano sta in questo: il latino utilizzava vocali brevi o lunghe con
carattere distintivo, ossia per distinguere una parola da un’altra, ad esempio VENIT con “e breve”
è 3° pers. Sing. Presente indicativo di VENIO, mentre VENIT con “e lunga” è la 3° pers. Sing. Del
perfetto indicativo di VENIO. Mentre questo in italiano non avviene.
Da un certo momento in poi, nel latino parlato le vocali lunghe cominciarono ad essere
pronunciate come le chiuse e le vocali brevi come aperte: questo avvenne perché quando il latino
si diffuse in Europa e in Africa, si sovrappose a lingue che non utilizzavano le vocali lunghe e quelle
brevi, perciò il senso della quantità andò progressivamente a perdersi: si tratta del fenomeno del
vocalismo.
La perdita della quantità rappresentò uno sconvolgimento fortissimo nel sistema vocalico del
latino: dal latino volgare questa caratteristica si riversò su tutte le lingue romanze; la quantità si
trasformò in timbro, secondo il seguente schema:

Nel passaggio dal latino al volgare, la E(breve) e la O(breve) toniche in sillaba libera o aperta
(ossia che termina per vocale) hanno prodotto il dittongo iè e il dittongo uò
 PEDEM > piede; BONUM > buono

mentre in sillaba implicata o chiusa si sono trasformate in e aperta ed o aperta


 PERDO > perdo; CORPUS > corpo

Queste trasformazioni interessarono tutta la Romània, ma per quanto riguarda l’area italiana,
dobbiamo distinguere:

VOCALISMO TONICO SARDO, che non conosce le vocali aperte né accoglie il passaggio da “i
breve” > [e] e da “u breve” > [o]

VOCALISMO TONICO SICILIANO, per il quale “i lunga”, “i breve” ed “e lunga” toniche latine
diventano tutte [i]; analogamente “u lunga”, “u breve” ed “o lunga” diventano tutte [u]

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 MONOTTONGAMENTO DI AU, AE, OE

Il latino classico aveva tre dittonghi: AU, AE, OE; una tendenza tipica del latino parlato era quella di
“monottongare” questi dittonghi, ossia pronunciarli come un’unica vocale lunga.

 DITTONGO AU > O lunga con timbro aperto: AURUM > oro; CAUSAM > cosa
Mentre si trasformò in una O lunga con timbro chiuso solo in alcune parole, es. CAUDA >
coda; FAUCEM > foce

 DITTONGO AE > E lunga con timbro aperto > dittongo [je] in sillaba aperta e [e] in sillaba
chiusa; es. LAETUM > lieto; QUAERO > chiedo; MAESTUM > mesto; PRAESTO > presto.

 DITTONGO OE > E lunga, es. POENA > pena.

 DITTONGAMENTO TOSCANO
Il dittonga mento di “E breve” ed “O breve” toniche in sillaba libera è detto toscano perché tipico
del fiorentino e dei dialetti toscani, poi passato nella lingua italiana.

In sillaba aperta, la e aperta derivata da “E breve” latina (e dal monottonga mento del dittongo AE)
si dittonga in [je]; la o aperta derivata da “O breve” latina di dittonga in [wo].
Il dittonga mento non si produce se “E breve” ed “O breve” toniche sono in sillaba chiusa, ossia
terminante per consonante.

 LA REGOLA DEL “DITTONGO MOBILE”


Nella flessione di alcuni verbi con “E breve” ed “O breve” nella radice si registra l’alternanza
fra le forme con dittongo e le forme senza dittongo.
Es.: Verbo DOLERE  ha le forme DUOLI; DUOLE; DOLEVA; DOLETE etc.
Verbo POTERE  ha le forme PUOI; Può; POTRESTI, POTEVA; POTETE etc.
Verbo VENIRE  ha le forme VIENI; VIENE; VENITE; VENIAMO etc.

Regola: il dittongamento si ha solo nelle forme rizotoniche (in cui l’accento è sulla radice) in
cui E ed O sono toniche, mentre non si ha dittonga mento sulle forme rizoatone (accento non
sulla radice) in cui E ed O sono atone.
Es.
DòLES > duoli PòTES > puoi

DòLET > duole PòTET > può

DOLèRE > dolere POTèBAT > poteva

DOLèTIS > dolete POTèRE > potere

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Ovviamente la regola del dittongo mobile non interessa solo i verbi, ma anche nomi, aggettivi,
etc., che derivano dalla stessa radice del verbo:
Es. piede-pedata; ruota-rotaia; vuole-volontà, etc.

In molti verbi la regola del dittongo mobile è andata perdendosi progressivamente:


a. Le forme rizotoniche con dittongo sono state abbandonate per influsso delle forme
rizoatone prive di dittongo.
Es. verbo LEVARE: LEVOS, LEVAS, LEVAT > lièvo, lièvi, lièva > levate, leviamo, levare,
etc.;
verbo NEGARE: NEGAT > nièga > nega
b. Il dittongo proprio delle forme rizotoniche si è esteso per analogia alle forme rizoatone
che non lo avevano.
Es.
Verbo SONARE: SONOS, SONAS, SONAT > suòno, suòni/sonate, sonava, sonare >
suonate, suonava, suonare

Nell’italiano attuale il dittonga mento non compare nelle parole in cui [] ed [o] provenienti da
“E breve” (o da AE) ed “O breve” toniche latine seguono il gruppo di consonante + R:
Es.: BREVEM > breve; TREMO > tremo; PROBO > provo; TROPO > trovo
 Nell’italiano antico, fino al Trecento, il dittonga mento era normale anche nei contesti citati
(es. brieve; triemo; pruovo; truovo); a metà Quattrocento si diffuse la riduzione di “iè” in “è”,
poi a metà Cinquecento si diffuse la riduzione di “uò” in “ò”. Ovviamente questo processo non
fu immediato, ma le forme dittongate rimasero nell’uso fino all’Ottocento, soprattutto da
scrittori tradizionalisti.
Nella lingua della poesia sono state frequenti, fino al secolo scorso, forme come còre, fòco, lòco,
nòvo, fèro senza dittongo anche se provenienti da basi latine con E ed O toniche: questo è dato
essenzialmente dall’influsso del siciliano antico! La lingua poetica italiana ha un consistente
fondo siciliano, poiché siciliana fu la prima esperienza poetica collettiva praticata sul suolo
italiano.

 ANAFONESI
L’anafonesi (dal greco anà: sopra + fonè: suono = innalzamento di suono) è una trasformazione
che riguarda due vocali in posizione tonica: [e] (proveniente da “E lunga” ed “I breve” latine) ed
[o] (proveniente da “O lunga” ed “U breve”), che costituisce un innalzamento articolatorio del
suono ed avviene in questo modo:

é>i
ò>u

Il fenomeno dell’anafonesi è tipico di un’area ristretta della Toscana (Firenze, Prato, Pistoia, Lucca,
Pisa, Volterra) ed è, appunto, una delle prove più evidenti della fiorentinità dell’italiano.

Esso si verifica in due casi:


a) [e] tonica (proveniente da “E lunga” ed “I breve” latine) si chiude in i quando è seguita da
l palatale (GL) o da n palatale (GN), a loro volta provenienti dai nessi latini -LJ- ed -NJ-:
Es. FAMILIAM > faméglia > famiglia;

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GRAMINEAM > GRAMINIA > gramégna > gramigna


CONSILIUM > conséglio > consiglio
TILIAM > téglio > tiglio
L’anafonesi non si produce se la n palatale non proviene da un nesso -NJ- ma da un nesso -
GN- originario e se la l palatale non proviene da una nesso -LJ- ma da un nesso -GL-
originario: es. LIGNUM > legno (e non ligno)

b) [e] tonica (proveniente da “E lunga” ed “I breve” latine) ed [o] tonica (proveniente da “O


lunga” ed “U breve” latine) si chiudono rispettivamente in [i] ed in [u] se sono seguite da
nasale velare, cioè da una n seguita da velare sorda [k] o sonora [g], come nelle sequenze
-énk-; -éng-; -òng-
Es. TINCAM > tenca > tinca
LINGUAM > lengua > lengua
FUNGUM > fongo > fungo
VINCO > venco > vinco
TINGO > tengo > tingo
L’anafonesi non si ha con -ònk-, tranne con la parola IUNCUM > gionco > giunco
Es. TRUNCUM > tronco

 CHIUSURA DELLE VOCALI TONICHE IN IATO


La E aperta [], la E chiusa [e], la O aperta e la O chiusa, toniche, se precedono un’altra vocale
diversa da i, con cui formano non un dittongo ma uno IATO, tendono a chiudersi progressivamente
fino al grado estremo:

>e>i
O (aperta) > o (chiusa) > u
Es.
Dalla base latina EGO > EO > èo > éo > io
Dalla base latina DEUM > DEO > dèo > déo > dio
(e così anche con MEUM/MEAM)
Oppure:
dalla base latina TUAM/SUAM > tòa/sòa > tua/sua
DUAS > dòe > due
BOVEM > bòe > bue

La chiusura di E ed O non si produce se queste vocali sono in iato con i


Es.
MEI > mièi
BOI > buòi

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 CHIUSURA DELLA e PROTONICA IN i

La e chiusa [e](che può provenire da E breve, E lunga, i breve, AE atoni) in posizione protonica
(prima di una sillaba accentata) tende a chiudersi in i.
Es.
DECEMBREM > dicembre
CICONIAM > cecogna > cicogna
DEFENDO > defendo > difendo
FENESTRAM > fenestra > finestra
TIMOREM > temore > timore

Questo fenomeno non è avvenuto nello stesso momento e per tutte le parole: ci sono vocaboli che
non l’hanno affatto subìto, come CEREBELLUM>cervello; FEBRUARIUM>febbraio; inoltre alcuni
termini hanno subito la chiusura della E in I già nel Trecento (megliore, nepote, segnore), mentre
altri nel corso del Quattrocento.

PROTONIA SINTATTICA  La chiusura della E protonica è stato invece uniforme e generale nei
monosillabi con e, nei quali la E si trova in posizione protonica non all’interno di una parole, ma
all’interno di una frase:
Es.
DE > de > di
DE NOCTE > de notte > di notte
IN CASA > en casa > in casa
SE LAVAT > se lava > si lava.

 CHIUSURA DELLA o PROTONICA IN u


In posizione protonica una o chiusa [o] (che può provenire da O breve, O lunga, U breve ed AU
atoni) in qualche caso si è chiusa in u. tuttavia questo fenomeno non è uniforme.

Es. OCCIDO > occido > uccido


AUDIRE > odire > udire
Però non accade in AURICULAM > orecchia; oppure sono diffuse le alternative OLIVUM >
olivo/ulivo.
CHIUSURA DI e POSTONICA IN SILLABA NON FINALE

Anche la e postonica, come quella protonica, si chiude in i.


Questo però è un fenomeno piuttosto generale, che presenta due importanti limitazioni:
a) La E postonica che si chiude in i proviene da “i breve”, (non da “e breve”)
b) La E postonica che si chiude in i non appartiene mai alla sillaba finale di una parola, ma ad
una sillaba interna: questo fenomeno quindi si verifica solo in parole di almeno tre sillabe.

Es. DOMINICA > domenica > domenica


LEVITUM > lieveto> lievito
UNICUM > uneco > unico
RUNDINEM > rondene > rondine
ORDINEM > ordene > ordine

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 PASSAGGIO DA ar PROTONICO E INTERTONICO AD er

Le parole con quattro o più sillabe hanno due accenti: uno secondario e uno primario.
La vocale intertonica è quella posta tra i due accenti.
Nel fiorentino, in posizione intertonica, il gruppo latino “AR” è diventato “ER”.
Es. COMPARARE > comperare
MARGARITAM > margherita
Il gruppo AR diventa ER anche in posizione protonica, in questi casi:
- Parole con uscita in -erìa (< -ARìA latino) es. frutteria
- Parole con suffisso -arello: Es. vecchierello > vecchierello
- Parole con suffisso -areccio: Es. festareccio > festereccio
- Forme del futuro e condizionale dei verbi della prima coniugazione:
CANTARE HABEO > CANTARE AO > cantarò > canterò
CANTARE HEBUI > CANTARE EI > cantarei > canterei.

 LABIALIZZAZIONE DELLA VOCALE PROTONICA


In alcune parole la [e] e la [i] protonica seguite da una consonante labiale (ossia: [p], [b], [f], [v],
[m]) si sono trasformate nelle vocali O oppure U.
Es. DEBERE > devere > dovere.

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2. FENOMENI DEL CONSONANTISMO


Varie consonanti del latino si mantengono inalterate quando passano in italiano, sia in posizione
iniziale che all’interno della parola.
Le principali consonanti che rimangono inalterate sono:

D M N L R F

(Anche se la L, la M e la N si trasformano se seguite da iod.)

 ASSIMILAZIONE CONSONANTICA

L’assimilazione consonantica regressiva è il fenomeno per cui, in un nesso di due consonanti


difficili da pronunciare, la seconda consonante rende uguale a sé (assimila) la prima, creando una
doppia:
Es.
FIXARE > fissare
DICTUM > detto
ADVENIRE > avvenire
SOMNUM > sonno
SCRIPSI > scrissi
SCRIPTUM > scritto

Nei dialetti dell’Italia centromeridionale si verifica il fenomeno dell’assimilazione consonantica


progressiva, in cui è la prima consonante che assimila in sé la seconda:
Es. MUNDUM > monno
PLUMBUM > piommo

 CADUTA DELLE CONSONANTI FINALI


Nelle parole latine, le consonanti che ricorrono in posizione finale di parola sono: la M, la T e la S.
Per quanto riguarda la M e la T, esse nel latino parlato caddero precocemente: si ha una
testimonianza di iscrizione graffitaria della M risalente a qualche secolo prima di Cristo, mentre
per la T le iscrizioni risalgono a poco dopo Cristo.
La S, invece, o non è caduta, oppure ha prodotto delle trasformazioni:
1) Nei monosillabi: S > i ( NOS > noi ), oppure raddoppiamento fonosintattico.
2) Nei polisillabi: S, prima di cadere, ha palatalizzato la vocale precedente (CAPRAS > capre)

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 PALATALIZZAZIONE DELL’OCCLUSIVA VELARE

Questo fenomeno interessò la pronuncia del latino fin dal V secolo d.C.
Originariamente la pronuncia della [k] e della [g] era indipendene dalla vocale che seguiva; nel
latino tardo queste consonanti si sono palatalizzate davanti alle vocali e ed i. Nel passaggio dal
latino all’italiano, questo processo ha interessato la [k] sia in posizione iniziale sia interna (es.
“ciglio” “macerare”), e la [g] solo in posizione iniziale (es. “gelo”).

 TRATTAMENTO DI IOD INIZIALE E INTERNO


Lo jod [j] si è trasformato in un’affricata palatale sonora / / in posizione iniziale, e in un’affricata
palatale sonora intensa / / in posizione intervocalica.
Es.
IACERE > giacere
IOHANNES > Giovanni
IOCARE > giocare
MAIUS > Maggio
PEIOREM > peggiore
SCARAFAIUM > scarafaggio

 LABIOVELARE
Labiovelare = velare (sorda [k] sonora [g]) + semiconsonante [w].

Nel latino, la labiovelare sorda [kw] poteva trovarsi sia all’inizio che all’interno della parola (es.
QUALIS; LIQUOR), mentre la labiovelare sonora [gw] soltanto in posizione interna (es. ANGUILLA;
LINGUA).

Le parole italiane che iniziano per [gw] hanno origine germanica: es. “GUERRA, GUIDA,
GUARDARE”.
In una parola italiana, la labiovelare può essere di due tipi:
A. PRIMARIA: esisteva già in latino; es. quale, quando, quattro, acqua < QUALEM, QUANDO,
QUATTUOR, AQUAM.
- Se seguita da A, la labiovelare in posizione iniziale si conserva; in posizione
intervocalica si rafforza la componente velare
- Se seguita da vocale diversa da A, la labiovelare perde la componente labiale [w] e
si riduce a velare, es. QUID>che; QUOMODO>come

B. SECONDARIA: si è prodotta nel passaggio da latino volgare a italiano; es. CORE > cuore;
ECCUM HIC > qui; ECCUM HAC > qua; ECCUM ISTUM > questo.
Essa si mantiene intatta con qualunque vocale seguente.

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 SPIRANTIZZAZIONE DELLA LABIALE SONORA (b)


INTERVOCALICA
La B latina:
 in posizione iniziale o dopo consonante si è conservata, es. BASIUM > bacio; CARBONEM >
carbone
 seguita da R è diventata intensa, es. FABRUM > fabbro; FEBREM > febbre
 in posizione intervocalica si è trasformata in [v] labiodentale sonora; es. DEBERE > dovere;
FABAM > fava; FABULAM > favore
 si tratta di un progressivo indebolimento del suono originario, che in qualche caso è arrivato
fino a far scomparire la [v]: ad esempio: imperfetto dei verbi si 2° e 3° coniugazione si hanno due
forme: 1) VIDEBAT > vedeva; SENTIBANT > sentivano con spirantizzazione della B; 2) VIDEBAT >
videa; SENTIBAT > sentia, forme poetiche in cui la V è scomparsa.

 SONORIZZAZIONE DELLE CONSONANTI

[p] > [b]


[k] > [g]
[t] > [d]
Si tratta di un indebolimento articolatorio per cui una consonante sorda si trasforma nella sonora
corrispondente, che si verifica in tutta l’area romanza occidentale, Italia compresa.
Nella nostra penisola le consonanti P, C, T ed anche S si sonorizzano se:
- seguite da A, O, U
- in posizione intervocalica
- si trovano tra vocale e R
Esempi: LACUM > lago; RECUPERARE > ricoverare; RIPAM > riva; BOTELLUM > budello; MATREM >
madre; LACTUCAM > lattuga

Tuttavia ci sono alcuni casi in cui le consonanti si sono conservate sorde:


APEM > ape; APRILEM > aprile; AMICUM > amico; FOCUM > fuoco; MARITUM > marito;
MERCATUM > mercato; NUTRIRE > nutrire

 NESSI CONSONANTE + IOD


Lo jod [j] è una i seguita da un’altra vocale, che può derivare da una I latina, dalla chiusura in iato
di una E breve (es. AREAM > ARJA). Dal passaggio dal latino all’italiano, li jod modifica la
consonante che lo precede:

1. LABIALE + JOD

Nessi -PJ- e -BJ- > raddoppiamento della labiale.


Es. SAPIAT > sappia; SEPIAM > seppia; HABEAT > abbia; RABIAM > rabbia

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2. VELARE (K e G) + JOD

-KJ- e -GJ- > Affricata Palatale ______ e ______ > Raddoppiamento Dell’affricata >
Scomparsa Di Jod

Esempi:

3. DENTALE + JOD

In Toscana il nesso -TJ- ha avuto due risultati:


- Si è trasformato nell’affricata dentale sorda [ts], doppia se il nesso era fra due vocali (es.
ARETIUM > Arezzo; PLATEAM > PLATJA > piazza; VITIUM > vezzo), e scempia se il nesso era
tra consonante e vocale (es. FORTIA > forza)
- Si è trasformato in una sibilante palatale sonora [ ]. Nella grafia italiana questo suono si
rende con gi (affricata palatale sonora ______). Es. RATIONEM > ragione; STATIONEM >
stagione; SERVITIUM > servigio.

Il nesso -DJ- ha avuto, in Toscana, due esiti paralleli:


- Si è trasformato nell’affricata alveolare sonora [dz], doppia se il nesso era tra vocali (es.
MEDIUM > mezzo; RUDIUM > rozzo), scempia se il nesso era tra consonante e vocale (es.
MANDIUM > manzo; PRANDIUM > pranzo).
- Nella maggioranza delle parole, esso si è trasformato in un’affricata palatale sonora [ ]
intensa. Es. HODIE > oggi; PADIUM > paggio

BISOGNA FARE ATTENZIONE ALLA DIFFERENZA TRA PAROLA POPOLARE E PAROLA DOPPIA,
DERIVANTI DALLA STESSA RADICE LATINA:

Servigio (popolare)
SERVITIUM >
Servizio (dotta)

Mezzo (popolare)
MEDIUM >
Medio (dotta)

Vezzo (popolare)
VITIUM >
Vizio (dotta)

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4. NASALE + JOD

Nesso -MJ- > raddoppiamento della labiale che lo precedeva.


Es. SIMIAM > scimmia; VINDEMIAM > vendemmia;

Nesso -NJ- > raddoppiamento della nasale precedente (-NNJ-) > trasformazione in una nasale
palatale(GN) intensa.
Es. TUNIUM > JUNNJUM > giugno
TINEAM > TINJA > TINNJA > tigna

5. LATERALE + JOD

Nesso -LJ- > raddoppiamento della laterale precedente (-LLJ-) > trasformazione in laterale palatale
(GL) intensa.

Es. FILIAM > FILLJA > figlia


FOLIAM > FOLLJA > foglia
MULIER > MOLLJE > moglie

6. VIBRANTE + JOD

Nesso -RJ- : DIFFERENZA TRA LA Toscana e il resto d’Italia:


in Toscana la R è caduta e il nesso -RJ- si è ridotto a i, e ciò spiega l’esistenza in italiano di parole
come:
AREAM > ARJA > aia
CORIUM > cuoio
GLAREAM > ghiaia
GRANARIUM > granaio
LAVATORIUM > lavatoio
(i suffissi -aio ed -oio derivano dai suffissi latini -ARIUM ed -ORIUM)

Mentre nel resto delle regioni d’Italia, la R si è mantenuta ed a cadere è stato lo jod: per esempio
MORJO > mòrò (Sicilia) / muoio (Toscana).
Fra le parole di origine non toscana con R conservata, vi sono:
- i suffissati in -ARO di provenienza settentrionale (es. “paninaro”), romana (es.
“benzinaro”) e meridionale (es. “palombaro; calamaro”)

Anticamente il plurale delle parole in -aio, anche in Toscana, era -ari e non -ai (es. granaio/granai;
notaio/notari). In un secondo tempo, l’uscita in -ari è stata soppiantata dall’uscita in -ai- per
analogia sul singolare.

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7. SIBILANTE + JOD

Nesso -SJ- : in Toscana ha avuto due esiti paralleli:


a) Ha prodotto una sibilante palatale sorda [ ] tenue. Es. BASIUM > bacio ( __________);
CAMISIA > camicia ( ____________)
b) Ha prodotto una sibilante palatale sonora [ ] tenue. Es. SEGUSIUM > segugio
(_________).
Le sibilanti palatali sorda e sonora sono due foni propri della pronuncia toscana, non
rappresentati nella pronuncia standard dell’italiano e quindi sostituiti dalle affricate prepalatali
sorda [ ] e sonora [ ]

NESSI CONSONANTE + L

-PL- ; -BL- ; -CL- ; -GL- > -PJ- ; -BJ- ; -CJ- ; -GJ-


Se il nesso è all’inizio di parole o dopo una consonane, non ci sono altre trasformazioni.
Es.
PLANIUM > piano
AMPLUM > ampio
BLASIUM > Biagio
CLAVEM > chiave
CIRCULUM > cerchio

Mentre se il nesso è in posizione intervocalica, lo jod che si è prodotto determina il raddoppio


della consonante che precede.
Es.
CAPULUM > cappio
FIBULAM > fibbia
PECULUM > specchio

L’evoluzione del nesso -GL- in posizione intervocalica è un caso particolare:


nel fiorentino antico, esso ha seguito il corso regolare; mentre a Firenze a partire dal
Cinquecento la laterale palatale intensa (GL), proveniente dal nesso -LJ-, venne sostituita
dalla sequenza [ggj] con velare sonora intensa:
Es.
FILIUM > figghio
FOLIAM > fogghia
PALEAM > pagghia

Nesso -SL-: era sconosciuto al latino classico, si è formato in seguito ad una fenomeno
proprio del latino volgare: la sincope di una U postonica interna alla sequenza -SUL-, e per
renderne più agevole la pronuncia si è evoluto in questo modo:
SL > -SKL- > skj
Es. SLAVUM > SKLAVU > schiavo
INSULAM > INSCLAM > Ischia

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Nesso -TL-: sconosciuto al latino classico; si è formato nel latino volgare in seguito alla
sincope di una U postonica o intertonica interna alla sequenza -TUL-, e si è evoluto in
questo modo, confondendosi con il nesso -CL-:
TL > kkj
Es. CAPITULUM > CAPITLU = CAPICLU > capecchio
VETULUM > VETLU = VECLU > vecchio

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III. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Morfologici


IL NOME

 Il Numero Del Nome


la lingua latina, come quella italiana, aveva due numeri, il singolare e il plurale, distinguibili dalle
uscite dei casi; nel passaggio dal latino all’italiano non ci sono state trasformazioni particolari, ma
soltanto le seguenti eccezioni:
 Alcuni nomi plurali uscenti in -a sono sono stati interpretati come femminili singolari. Es.
FOLIA (neutro plurale di FOLIUM “foglio”) > foglia; MIRABILIA (neutro plurale di MIRABILIS,
-E “ammirevole”) > meraviglia.

 Il Genere Del Nome


La lingua latina aveva tre generi: il maschile, il femminile e il neutro. Nel passaggio dal latino
all’italiano, il genere neutro è scomparso e le parole che prima rientravano in questo genere
furono trattate come maschili, poiché la maggior parte dei termini neutri aveva un’uscita simile a
quella dei maschili.
Tuttavia il neutro non è del tutto scomparso dalla nostra lingua, ma ne conserviamo alcune tracce
in parole maschili singolari in -o che presentano due uscite: in -i ed in -a:
Es.
Il braccio  i bracci/le braccia
Il budello  i budelli/le budella
Il calcagno  i calcagni/le calcagna
Il corno  i corni/le corna
Il filo  i fili/le fila
Il fondamento  i fondamenti/le fondamenta
L’osso  gli ossi/le ossa
Queste parole erano originariamente di genere neutro, la cui uscita plurale era in -a, perciò
vennero poi assimilate al maschile, e il corrispettivo plurale al femminile.

 La Scomparsa Del Sistema Dei Casi


Il latino utilizzava i casi e le declinazioni per distinguere le funzioni logiche e i significati che una o
più parole potevano avere all’interno della frase.
L’italiano affida questa funzione distintiva alla posizione della parola all’interno della frase e
all’opposizione fra articolo e preposizioni che precedono il nome.

I casi erano le diverse desinenze che una parole poteva avere a seconda della funzione
grammaticale e sintattica all’interno della frase. I casi in tutto erano sei: NOMINATIVO (soggetto),
GENITIVO (compl. Specificazione), DATIVO (compl. Di termine), ACCUSATIVO (oggetto), VOCATIVO
(invocazione), ABLATIVO (vari complementi, preceduto da preposizioni).

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Ancor prima dell’età classica, si affermò una forte tendenza a ridurre e semplificare il sistema dei
casi. Con il passare del tempo, da una parte i costrutti con preposizione si sostituirono ai casi
semplici, dall’altra molte funzioni svolte da casi diversi vennero trasferite all’accusativo.
Ad esempio:
DO PRAEMIUM ANCILLAE (do una ricompensa alla serva)  DO PRAEMIUM AD ANCILLAM.
Divenuto il caso di tutti i complementi, l’accusativo sostituì anche il nominativo, ed è per questo
motivo che l’accusativo è il caso da cui derivano pressoché tutte le parole italiane.

Le declinazioni sono i modelli di flessione dei nomi, e in latino sono cinque:


I. nomi maschili e femminili: nominativo in -a, genitivo in -ae;
II. nomi maschili e femminili: nominativo -us, genitivo -i;
nomi neutri: nom. -um, genit. -i;
III. nomi maschili e femminili: nominativo vario, genitivo -is;
IV. nomi maschili e femminili: nominativo -us, genitivo -us;
nomi neutri: nominativo -u, genitivo -us
V. nomi femminili: nominativo -es, genitivo -ei
L’unica desinenza che cambia in tutte le declinazioni è quella del genitivo, perciò va sempre
indicata perché è l’unica che consente di determinare l’appartenenza di un nome alla sua
declinazione.
La quarta e la quinta declinazione erano poco consistenti sul piano numerico, perciò i nomi che le
costituivano con il tempo confluirono nella prima e nelle seconda declinazione: fenomeno del
METAPLASMO.

 La Derivazione Dei Nomi Italiani Dall’accusativo


I nomi appartenenti alla prima e alla seconda declinazione non consentono di stabilire da quale
caso derivino le parole italiane; la 4° e la 5° declinazione subirono il metaplasmo.
Per capire da quale caso derivino le parole che utilizziamo nella nostra lingua, è necessario
guardare alla terza declinazione:
- Si esclude che esse derivino dal nominativo/vocativo: ad esempio: “salute” non può
derivare dal nominativo SALUS, ma o dall’accusativo SALUTEM o dall’ablativo SALUTE.
- Si esclude anche l’ablativo, guardando alla flessione dei nomi neutri della 3° decl.: ad
esempio “fiume” non può derivare dall’ablativo FLUMINE, perché in italiano sarebbe
diventato “fiumene” e poi “fiumine”.

 Dunque le parole italiane derivano dal caso accusativo; tuttavia ci sono alcune eccezioni:
 i pronomi “loro” e “coloro” derivano da ILLORUM e ECCUM ILLORUM : quindi dal genitivo;
 il nome della città di Firenze deriva da FLORENTIAE, genitivo locativo;
 sette parole derivano non dall’accusativo, ma dal nominativo del latino tardo:
Uomo < HOMO
Moglie < MULIER
Re < REX
Sarto < SARTOR
Ladro < LATRO
Drago < DRACO
Fiasco < FLASKO (origine gotica).

Ricostruire la derivazione del plurale è più complesso:

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a) I nomi maschili che al singolare escono in -o, al plurale escono in -i : deriva dal plurale della
2° declinazione;
b) I nomi femminili che al singolare escono in -a, al plurale escono in -e : deriva dall’uscita in -
AS dell’accusativo plurale, cui ha seguito la palatalizzazione della A in E, e la caduta della S
finale.
c) I nomi maschili e femminili che al singolare escono in -e, al plurale escono in -i : deriva dalla
desinenza -ES dell’accusativo plurale della 3° declinazione: la S finale, cadendo, ha
palatalizzato la E, che si è trasformata in -i.

 La Formazione Degli Articoli


ARTICOLO INDETERMINATIVO

Un, uno, una < unus, una, unum

I più antichi testi in lingua latina in cui si ritrova l’utilizzo di “unus, -a,- um” con significato vicino a
quello dell’articolo indeterminativo italiano sono le opere di Plauto e le epistole di Cicerone

ARTICOLO DETERMINATIVO

Il, lo, la ,i ,gli ,le < ille, illa, illud

La più antica testimonianza in lingua latina dell’uso del pronome/aggettivo dimostrativo “ille, illa,
illud” con funzione simile a quella dell’articolo determinativo italiano è rappresentata dalla Vetus
Latina (II sec. d.C.), ossia dalla prima traduzione della Bibbia in un latino popolareggiante, in cui si
cercava di ricalcare il più possibile il testo originario: poiché il greco aveva l’articolo, in questa
traduzione latina si utilizzò il pronome dimostrativo con funzione di articolo.

฀ ARTICOLO DETERMINATIVO MASCHILE SINGOLARE = lo


ILLUM > aferesi della sillaba iniziale IL + caduta della -M finale; passaggio da U ad [o] > lo

Successivamente, nella lingua parlata, divenne importante il suono finale della parola che precede
l’articolo: se era una consonante, l’articolo rimaneva invariato; se invece era una vocale, l’articolo
si riduceva ad “ L “
Es. RIMIRAR LO SOLE / RIMIRARE L SOLE
Perciò la “L” fu fatta precedere da una vocale detta d’appoggio, diversa nei vari dialetti medievali.
In Toscana la vocale d’appoggio fu [e] oppure [i], perciò si ebbero gli articoli “el” ed “il”.
NORMA DI GROBER  nell’italiano antico si aveva “lo” ad inizio di frase e dopo parola terminante
per consonante, mentre si aveva “il” dopo parola terminante per vocale.

฀ ARTICOLO DETERMINATIVO MASCHILE PLURALE = li


ILLI > aferesi della sillaba iniziale IL > li
Tuttavia, quanto “li” era seguito da una parola iniziante per vocale, creava il nesso -LJ-, che come
da norma produsse la laterale palatale (GL).
La forma “i” nasce da una riduzione di “gli” alla semplice vocale palatale i.
฀ ARTICOLO DETERMINATIVO FEMMINILE SINGOLARE e PLURALE

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ILLAM > aferesi della sillaba iniziale IL + caduta della -M finale > la

ILLAS > aferesi della sillaba iniziale IL + palatalizzazione della A in [e] prodotta dalla
caduta della -S finale > le

 L’aggettivo Qualificativo

In italiano gli aggettivi concordano in genere e numero con il sostantivo cui si riferiscono. In latino
gli aggettivi devono concordare con il nome in genere, numero e anche caso.
In latino esistono due classi di aggettivi:
- alla prima rientrano gli aggettivi maschili che seguono la 2° decl., e i nomi femminili che seguono
la 1° decl.
- alla seconda rientrano gli aggettivi che seguono la 3° coniugazione.

GRADI DI INTENSITA’
Nel latino classico, il comparativo di maggioranza era costituito da una sola parola, formata dalla
radice dell’aggettivo + suffisso di maggioranza (-IOR/-IUS)  forma sintetica.
I comparativi di minoranza e uguaglianza, invece erano formati da più parole, ossia dall’aggettivo +
avverbi come TAM, ITA, AEQUE, etc.  forma analitica.
Il superlativo poteva avere sia la forma sintetica, che analitica: poteva utilizzare la radice + suffisso
(-ISSIMUS/A/UM), oppure aggettivo + avverbi come MAXIME, MULTUM, etc.

In italiano sono passate senza differenze sostanziali le forme analitiche de comparativo di


maggioranza e di uguaglianza e del superlativo.
Per quanto riguarda il comparativo di maggioranza, nel latino parlato si iniziò ad utilizzare una
perifrasi costruita sul modello degli altri comparativi, e che sostituì la forma sintetica, da cui deriva
il comparativo di maggioranza italiano:
MAGIS + aggettivo; PLUS + aggettivo.

Per quanto riguarda il superlativo, l’italiano ha continuato sia la forma sintetica che la forma
analitica del superlativo latino.

 Pronomi Personali
Il sistema dei pronomi personali dell’italiano è vicinissimo a quello latino, da cui proviene.
EGO > EO > io
ME (accus./ablat.); TU (nom.); TE (acc./abl.) > me; tu ; te
NOS; VOS > noi; voi (palatalizzazione della -S).

Il latino non possedeva pronomi di terza persona, perciò l’italiano ha utilizzato i dimostrativi IS,
ILLE, IPSE per questa funzione.

ILLE QUI > ILLI > elli > egli

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“elli” seguito da parola iniziante per vocale dava origine al nesso -LLJ-, che diventò una laterale
palatale intensa (GGL)
Elli > egli, che poi è rimasto anche davanti a consonante.

ILLAM > ella


ILLAS > elle
ILLAM > la (aferesi di IL + caduta -M)
ILLAS > le (aferesi di IL + palatalizzazione A>e)

IPSUM > esso


IPSAM > essa
IPSI > essi
IPSAS > esse

ILLUI (latino-volgare) > lui (aferesi)


ILLAEI (latino-volgare) > lei
ILLORUM > loro

Per quanto riguarda invece i pronomi atoni:


“mi, ti, si” > chiusura della “e” dei pronomi “ME, TE, SE”.
ILLI > li > gli
ILLUM > lo
ILLAM > la
ILLI > li
ILLAS > le
ECCE HIC > ci
IBI > vi
INDE > N(D)E > ne

 Aggettivi E Pronomi Possessivi


Gli aggettivi/pronomi possessivi italiani “mio, mia, mie” derivano dalle basi latine “MEUM, MEAM,
MEAS”, in cui laE tonica latina si chiude in iato.
“Miei” deriva da “MEI” con dittonga mento di E in [je].
“Tuo, tua, te; suo, sua, sue” derivano dalle basi latine “TUUM, TUAM, TUAS; SUUM, SUAM, SUAS”.

Le basi latine “TUI, SUI” avrebbero dovuto produrre “toi, soi”, mentre in realtà è avvenuto un
dittonga mento probabilmente per analogia al dittongo “ie” presente in “miei”.

“Nostro, nostra, nostri” derivano da “NOSTRUM, NOSTRAM, NOSTRAS”; e “Vostro, vostra, vostri”
derivano da “VOSTRUM, VOSTRAM, VOSTRAS”.
Vostrum è l’accusativo singolare di voster nel latino parlato, poiché nel latino classico si aveva
“vester”.

Infine, “Loro” deriva da ILLORUM, genitivo plurale di ILLE.

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 Aggettivi E Pronomi Dimostrativi


Nel latino parlato, i dimostrativi “HIC, ISTE, ILLE” venivano accompagnati e rafforzati dall’avverbio
“ECCUM”:
ECCUM ISTUM > questo
ECCUM TIBI ISTUM > codesto
ECCUM ILLUM > quello

Ecco i fenomeni fonetici avvenuti:


ECCUM > aferesi di EC, passaggio di U ad [o], caduta di M finale
ISTUM e ILLUM > passaggio di i tonica ad [e], passaggio di U ad [o], caduta della M finale, chiusura
della O in iato U ha determinato il prodursi della labiovelare [kw] = “qu”.

(EC)CU(M) TIBI ISTU(M) > cote(v)sto > cotesto > codesto(x sonorizzazione)

“Medesimo” deriva, invece, dall’unione di “met” (elemento rafforzativo) con “ipsissimum”


(superlativo di IPSUM).

 I Pronomi Relativi
La lingua italiana utilizza due tipi di pronome relativo:

1. variabile: IL QUALE/ LA QUALE/ I QUALI/ LE QUALI, utilizzati in funzione di soggetto e


complemento oggetto, che derivano dall’accusativo singolare e dal nominativo/accusativo
plurale dell’aggettivo interrogativo “qualis”.

2. Invariabile: CHE/ CUI, utilizzati in funzione dei vari complementi. Nell’italiano antico il
“che” era accettato anche in funzione di complemento indiretto, e “cui” in funzione di
complemento oggetto.
CUI deriva dal dativo del pronome relativo latino “qui, quae, quod”;
CHE deriva dal pronome interrogativo indefinito neutro latino “quid”, con riduzione della
labiovelare a velare semplice, passaggio da “i” tonica ad [e] e raddoppiamento fono
sintattico della -D finale.

 Aggettivi E Pronomi Indefiniti

 QUALCHE; QUALCUNO; QUALCOSA: non derivano direttamente dal latino, ma dalla


riduzione delle locuzioni italiane “qual che sia”; “qualche uno”; “qualche cosa”.
 ALCUNO: deriva dal latino classico ALIQUEM UNUM > AL(I)CUNU(M) (latino-volgare).
 CERTO < CERTUM; TALE < TALEM
 ALTRO < ALT(E)RUM, il latino classico esprimeva “altro” con ALTER e ALIUS, mentre in
italiano questi due significati sono uniti in un’unica parola.
 OGNI < OMNEM (accusativo di OMNIS);

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IL VERBO

 La Riduzione Delle Coniugazioni

Il latino aveva quattro coniugazioni, distinguibili dalla desinenza del verbo all’infinito: -ARE; -ERE (E
lunga, es. TIMERE); -ERE (E breve, es. LEGERE); -IRE.
La lingua italiana, invece, possiede solo tre coniugazioni (-are; -ere; -ire) poiché ha fatto confluire
la 2° e la 3° coniugazione latina in una sola, dato che l’italiano non distingue tra “E breve” ed “E
lunga”.
Delle tre coniugazioni italiane, soltanto la prima e la terza sono produttive: quando si forma un
nuovo verbo, esso assume la desinenza della prima o della terza coniugazione, non quelle della
seconda.

 La Formazione Del Presente Indicativo


Le terminazioni del presente indicativo italiano continuano, con qualche modificazione, le
terminazioni del presente indicativo latino.
 1° persona singolare: desinenza -o, che caratterizzava i verbi di tutte le coniugazioni latine;
 2° persona singolare: desinenza -i, mentre in latino era -S, consonante che ha palatalizzato
la vocale precedente trasformandola in -i, mentre nei verbi di 4° con. essa è caduta, prima
palatalizzando la vocale in -e (italiano antico), che poi si è trasformata in -i.
 3° persona singolare: cade la -T finale latina, che ha prodotto una terminazione in -a nella
prima con. italiana, in -e nella seconda e terza coniugazione.
 1° persona plurale: in italiano è -iamo per tutte le coniugazioni italiane. Le basi latine sono
-AMUS, -EMUS, -IMUS, che diventarono inizialmente -amo, -emo, -imo, mentre dal
Duecento si sono trasformate in -iamo, derivata dalla desinenza del congiuntivo presente
dei verbi di 2° e 4° coniugazione latina.
 2° persona plurale: in italiano ci sono tre uscite -ate, -ete, -ite, derivate regolarmente dal
latino -ATIS, -ETIS, -ITIS.
 3° persona plurale: l’uscita in -no italiana è il risultato di un’estensione analogica: le
desinenze latine (es. AMANT, TIMENT, SENTIUNT) hanno visto la caduta del nesso -NT- >
“ama, teme, sento” > per evitare la confusione con la 3° pers. singolare, i parlanti
svilupparono l’uscita in -no.

 La Formazione Del Passato Remoto

Il passato remoto italiano deriva dal perfetto indicativo latino.


In latino, il tema del perfetto era diverso dal tema del presente, nei verbi di prima e quarta
coniugazione si formava aggiungendo una [w] al tema del presente (es. AMAT > AMAVIT), mentre
in alcuni verbi di seconda e nei verbi di terza coniugazione si aveva una differenza nelle consonanti
del tema (es. RIDET > RISIT) oppure nella quantità e nel timbro delle vocali (es. CAPIT > CEPIT).
Nel passaggio dal perfetto latino al passato remoto italiano, molti tratti specifici si mantennero,
altri si persero.

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I verbi regolari di prima e quarta coniugazione avevano, in latino, l’uscita in -AVI e -IVI, e le
trasformazioni avvenute sono:
 1° persona singolare: AMAVIT > amai; FINIVI > finii: caduta della -V- intervocalica (che si
pronunciava come una [w]).
 2° persona singolare: AMAVISTI > amasti; FINIVISTI > finisti: sincope della sillaba VI e
ritrazione dell’accento.
 3° persona singolare: AMAVIT > AMAUT > amò; FINIVIT > FINIUT > finiò > finì: caduta della
“i”, che determina la formazione del dittongo AU, che successivamente si monottonga in “o
aperta”.
 1° persona plurale: AMAVIMUS > amammo; FINIVIMUS > finimmo: caduta della “i” per
sincope; il nesso -VM- diventa -mm- per assimilazione regressiva.
 2° persona plurale: AMAVISTIS > amaste; FINIVISTIS > finiste: sincope della sillaba VI,
ritrazione dell’accento.
 3° persona plurale: AMAVERTUNT > amaro > amarono; FINIVERUNT > finiro > finirono:
sincope della sillaba VE, caduta di -NT e ritrazione dell’accento + aggiunta regolare della
sillaba -no finale.

In alcuni verbi di seconda coniugazione si affermò una forma di passato remoto in -ei, -esti, -è, -
emmo, -este, -erono; queste desinenze si diffusero per analogia in alcune verbi di 1° e 4°
coniugazione con perfetto uscente in -EVI: essi presentano una forma parallela in -etti, -ette, -
ettero.

 La Formazione Dei Tempi Composti


In latino, la coniugazione attiva era costituita soltanto da forme verbali semplici o sintetiche, ossia
costituite da un unico elemento; in italiano, invece, esistono i tempi composti, dati dall’unione di
un verbo ausiliare con il participio passato.
Le forme verbali composte, sconosciute al sistema verbale attivo del latino classico, erano diffuse
nel latino parlato: dall’unione del presente indicativo del verbo habere ncon il participio perfetto è
nato l’indicativo passato prossimo italiano. Gli altri tempi composti sono nati dall’unione di altre
forme del verbo avere con il participio passato, e con lo stesso meccanismo si sono formati i tempi
composti con l’ausiliare essere.

 La Formazione Del Passivo Perifrastico


In latino, la coniugazione passiva era costituita da forme verbali semplici e da forme verbali
perifrastiche (vero SUM + participio perfetto).
Nel passaggio dal latino all’italiano, le forme perifrastiche hanno sostituito le forme semplici con la
desinenza propria del passivo, e le voci del verbo avere hanno concorso alla formazione del futuro
e del condizionale.

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 La Formazione Del Futuro


Nel latino classico, l’indicativo futuro aveva una forma semplice: al tema del presente si
aggiungevano le desinenze, che variavano a seconda della coniugazione: questo tempo verbale,
però, creava una certa confusione perché poteva essere confuso con il presente congiuntivo.
Dunque, vi erano varie forme perifrastiche del futuro, tra le qualei ebbe fortuna la locuzione
formata dall’infinito + presente del verbo HABEO: es. “Finire Habeo” = ho da finire = finirò.
Alla base del futuro italiano c’è, appunto, questa perifrasi:
es.
LAUDARE AO > lodarò > loderò
TIMERE AS > temerai
FINIRE (AB)EMUS > finiremo

 La Formazione Del Condizionale

In italiano il condizionale ha due funzioni principali:


- esprimere la conseguenza all’interno di un’ipotesi giudicata possibile o irreale
- esprimere il futuro in dipendenza da un passato.
Il latino per esprimere questi significati non utilizzava il modo condizionale, poiché esso è
un’innovazione romanza.
Il condizionale, come il futuro, è nato dalla perifrasi latina formata dall’infinito del verbo + HABEO.
In fiorentino, la voce del verbo HABERE utilizzata è il perfetto latino-volgare “HEBUI”, che si è
ridotto al “-ei” per sincope della sillaba centrale. Le rimanenti cinque uscite del condizionale
derivano dalla riduzione o trasformazione delle altre persone verbali di HEBUI.
Es.
LAUDARE HE(BU)I > lodarei > loderei (ar protonico > er)
TIMERE HE(BU)I > temerei
FINIRE HE(BU)I > finirei

Nei dialetti dell’Italia meridionale si registra un’altra forma di condizionale (oggi molto rara): es.
“amàra” (=amerei), “cantàra” (=canterei) che deriva direttamente dal picchueperfetto indicativo
latino: AMA(VE)RAM > amàra; CANTA(VE)RAM > cantàra.

Nella lingua dei poeti siciliani si incontra un’altra forma di condizionale, uscente in “-ia”: es. “avrìa”
(=avrei), “crederìa” (=crederei): questo tipo probabilmente deriva dal provenzale, ed è il risultato
delle perifrasi latina infinito + HABEBAM. Es. AMARE (HAB)E(B)AM > amarìa.

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VI. Dal Latino All’italiano: I Mutamenti Sintattici

 L’ordine Delle Parole Nella Frase

L’ordine naturale di una frase italiana è il SVO (soggetto-verbo-oggetto), mentre in latino, pur
essendo molto libero, quello privilegiato dagli scrittori era il SOV.
In una frase come “Claudio saluta Marcello” in italiano si deve obbligatoriamente utilizzare il SVO
per comprendere chi è il soggetto e chi l’oggetto, mentre in latino la funzione grammaticale era
espressa dal caso.
Nel latino classico, quindi, si utilizzava il modello SOV, tuttavia si diffuse nel latino tardo (es. nella
Vulgata) il modello SVO, che poi si diffuse nell’italiano.
Bisogna comunque ricordare che molti autori italiani (es. Boccaccio, Alfieri, Verri, Bembo)
utilizzarono nella loro prosa la sequenza SOV per imitazione del modello latino, e in particolare
questa tendenza è stata ancora più forte nella poesia, per la necessità di allontanarsi dalla
comunicazione quotidiana.
Nella comunicazione quotidiana, la sequenza SVO non è utilizzata nei costrutti marcati, ossia nelle
frasi in cui viene messo in rilievo un elemento diverso dal soggetto, posto in posizione iniziale.

 L’espressione E La Posizione Del Pronome Soggetto


La lingua italiana antica è stata caratterizzata dalla forte tendenza ad esprimere il pronome
personale soggetto e a collocarlo prima del verbo nella frase enunciativa, e dopo il verbo nella
frase interrogativa.
Nella lingua contemporanea, invece, si tende ad omettere il soggetto pronominale in ogni tipo di
frase, sia enunciativa, sia interrogativa.

 L’enclisi Del Pronome Atono


Un altro tratto che ha caratterizzato l’italiano antico, ma che non caratterizza l’italiano
contemporaneo è l’enclisi del pronome atono.
I pronomi atoni sono quelle particelle pronominali prive di accento:
MI, TI, GLI, LO, LE, SI, SE, CI, CE, VI, VE, LI, LE, SI, SE.
Dunque essi, non avendo un proprio accento, durante la pronuncia si appoggiano (nell’italiano
contemporaneo) al verbo che li segue: sono PROCLITICI.
Vi sono tuttavia quattro casi particolari di pronomi atoni ENCLITICI, ossia uniti al verbo anche nella
grafia:
- con un imperativo. Es. “Gianni aiutami!”
- con un gerundio. Es. “Vedendola, mi sono emozionato”
- con un participio isolato. Es. “Parlatole, se ne andò”
- con un infinito. Es. “è stato bello incontrarti.

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 La Legge “Tobler-Mussafia”
Per quanto riguarda l’italiano antico, i criteri di distribuzione dell’enclisi e della proclisi dei
pronomi atoni sono descritti dalla legge “Tobler-Mussafia”.

Nell’italiano antico (dalle origini al primo Quattrocento) l’enclisi era OBBLIGATORIA in questi casi:
o dopo una pausa, all’inizio di un periodo. Es. “Domandollo allora l’ammiraglio…” Boccaccio
o dopo la congiunzione “e”. Es. “Il re si rivolse al duca di Surazzo e dissegli...” Villani
o dopo la congiunzione “ma”. Es. “[..], ma maravigliomi forte” Boccaccio
o all’inizio di una proposizione principale successiva ad una proposizione subordinata.
In tutti gli altri casi, l’enclisi era libera, ossia poteva essere utilizzata in qualsiasi contesto, a
seconda del gusto e della disposizione di chi scriveva/parlava.

 Le Funzioni Di “Che”: Le Proposizioni Completive


Nel latino volgare, il pronome indefinito QUID ha esteso fortemente la sfera d’uso che aveva nel
latino classico, e ha preso il posto di molte parole.

Le proposizioni completive sono proposizioni subordinate che svolgono la funzione di soggetto o


oggetto della proposizione principale.
In italiano, esse sono formate:
- CHE + INDICATIVO / CONGIUNTIVO: forma esplicita
- DI + INFINITO: forma implicita.

In latino, esse potevano formarsi:


- QUOD + INDICATIVO
- UT + CONGIUNTIVO
- FRASE INFINITIVA (soggetto in accusativo + infinito)
Nella lingua latina parlata, la costruzione con “quod” prevalse sulle altre, perciò fu quella ad avere
fortuna nel passaggio da latino a volgare.

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VII. Le lingue d’Italia nel Medioevo

 Il Milanese Antico
Il milanese appartiene ai dialetti gallo-italici, ossia ai dialetti dell’Italia settentrionale che, prima
della dominazione romana, fu abitata dai Galli; essi sono caratteristici di tutto il settentrione, ad
eccezione della zona veneta.
Le condizioni linguistiche generali dei dialetti gallo-italici sono le seguenti:
1) Scempiamento delle consonanti doppie in posizione intervocalica, ossia il passaggio da una
consonante di grado intenso ad una di grado tenue.
Es. MAMMAM > mama; CATTAM > gata.
2) Sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche, che successivamente possono
spirantizzarsi, cioè trasformarsi da occlusive in costrittive e poi eventualmente cadere.
Es. dal latino AMITA (“zia”) > milanese “àmeda”; veneto “àmia”.
3) Passaggio dalle affricate palatali alle affricate alveolari, cioè dai fonemi [ ]e[ ] ai
fonemi [ ]e[ ]. Es. CIMICEM > bolognese “zemza”; veneto “sìmize”.
4) Caduta delle vocali finali e debolezza delle vocali atone, tranne “a”.
5) Presenza di vocali anteriori (o “miste”). Es. lombardo /’lyna/ (luna) e /’foera/ (fuori).
6) Esiti di -CT- difformi dal risultato toscano, in Piemone e Liguria -CT- > -it- come in francese(
es. LACTEM > làit), mentre in gran parte dei dialetti lombardi -CT- passa a [ ] come in
spagnolo (es. LACTEM > leche)

 Il Veneziano Antico
I dialetti veneti costituiscono un gruppo autonomi dagli altri dialetti settentrionali, e le loro
caratteristiche peculiari sono:
a) Conservazione delle vocali finali, tranne dopo liquida e nasale, e resistenza delle vocali
atone.
b) Assenza delle vocali anteriori o miste.
c) Presenza di dittonghi “ie” ed “uo” in sillaba libera, come nel toscano. Questi dittonghi si
diffondono solo verso la metà del Trecento, e possono trovarsi anche in latinismi (es.
MODUM > muodo), o che presentano una E o una O lunghe (Es. DEBEAT > diebia).

 Il Romanesco Antico
Fino al Cinquecento, il dialetto parlato a Roma apparteneva al sistema dei dialetti meridionali, ma
dal Cinquecento in poi iniziò ad avvicinarsi progressivamente al toscano. Questo avvenne
probabilmente per la presenza di numerosi fiorentini trasferitisi a Roma con il pontificato di papi
fiorentini (Leone X e Clemente VII), e per lo spopolamento dopo il sacco di Roma del 1527.
Tutti i fenomeni linguistici tipici del romanesco medievale erano presenti negli altri dialetti
meridionali, alcuni sono addirittura panitaliani. Rientrano in questa categoria tre fenomeni:
- Mancanza di anafonesi, ma presenza del dittongo metafonetico.
- Conservazione della “e” atona protonica; es. “entorno; medecina”
- Conservazione di “ar” postonico ed intertonico; es. “zuccaro; cavallaria”.

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 Il Napoletano Antico
Il napoletano è espressione della più ricca e vivace tradizione letteraria dialettale in Italia, e la sua
fisionomia, a differenza del romanesco, è caratterizzata da una notevole continuità.
I tratti peculiari del napoletano sono:
1. Metafonesi e dittonga mento metafonetico;
2. Sviluppo della vocale atona finale in vocale indistinta;
3. Epentesi della dentale nei gruppi di nasale p liquida+sibilante;
4. Spirantizzazione della labiale sonora intervocalica;
5. Conservazione della iod [j] latina, es. IAM > ià; GENTEM > iente.
6. Nesso -PJ- diventa affricata palatale sorda di grado intenso [ ]; Es. SAPIO > saccio;
LUPIAE > Lecce; SAPIENTEM > saccente;
7. Nesso -CJ- diventa affricata dentale sorda di grado intenso [ ]; es. FACIO > fazzo;
8. Nesso -SJ- diventa una sibilante sorda [s]; es. BASIUM > vaso;
9. Nesso -PL- diventa occlusiva velare + iod; es. PLUS > chiù; PLANGIT > chiagne;
10. Raddoppiamento di -m- intervocalica: Es. CAMISIAM > cammisa;
11. Sistema tripartito fra i pronomi dimostrativi sulla base latina: “chistu” per vicinanza a chi
parla; “chillu” per lontananza a chi parla e chi ascolta; “chissu” per vicinanza a chi ascolta.

 Il Siciliano Antico
Il siciliano è l’unico dialetto italiano ad aver lasciato un’importante impronta nella lingua poetica
nazionale, soprattutto grazie alla poesia siciliana della corte di Federico II; nella lingua poetica
italiana, originari sicilianismi sono: le forme senza dittongo, come “loco ; novo” e il condizionale in
“-ia” (avrìa; sarìa).
La differenza fondamentale tra il siciliano e gli altri dialetti italiani riguarda il sistema vocalico:
rispetto al toscano, mancano la “e” e la “o” chiuse, e la A si continua di consueto come “a” senza
tener conto della quantità latina; inoltre non esistono i dittonghi “ie” ed “uo”. Nel vocalismo atono
le vocali si riducono a tre: “a”; “i”i; “u”.
Ovviamente, il siciliano presenta tratti in comune con gli altri dialetti meridionali:
- L’assenza di metafonesi, dal momento che non esistono le vocali medio-alte;
- La rarità del dittongamento;
- L’assenza di vocali indistinte;
- La mancanza di apocope sillabica negli infiniti (VIDERE > vidiri).

 Le Koinè Extra-Toscane
Per koinè si intende una lingua sovra regionale, che si affianca o si sostituisce nell’uso scritto o
parlato ai singoli idiomi in uno in una certa area geografica. Il termine deriva dal greco “koinè
dialektos”, cioè la lingua parlata nelle varie regione della Grecia in erà ellenistica.
Per quanto riguarda l’area italiana, la koinè si sviluppa esclusivamente nell’uso scritto, soprattutto
nelle corti quattrocentesche, e si identifica con una serie di tendenze che si manifestano in modo
simile in aree diverse.
Il volgare di koinè presentava tra tratti peculiari:
a. Il fondo regionale locale, con eliminazione o attenuazione dei tratti linguistici troppo
marcatamente regionali;
b. La forte presenza di latinismi;
c. L’uso del toscano letterario, diffuso grazie alle tre corone.

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