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Riassunto lezioni filologia romanza

Strumenti

Il Vocabolario Treccani

Il vocabolario di riferimento della lingua italiana costituisce il primo strumento essenziale e termine
di riscontro anche in una prospettiva diacronica e diatopica relativa all'intero dominio romanzo, in
base al principio secondo cui si parte da ciò che si conosce meglio.

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI, noto anche come "il Battaglia", dal nome del suo fondatore,
Salvatore Battaglia)

È il grande vocabolario storico della lingua italiana, che oggi costituisce un utile trait d'union tra il
TLIO (qui sotto) e i vocabolari dell'italiano contemporaneo, come quello della Treccani (qui sopra).

Il tesoro della lingua italiana delle origini

Il vocabolario dell'italiano antico, in corso di redazione presso l'Istituto del Consiglio Nazionale delle
Ricerche "Opera del Vocabolario Italiano": ha raggiunto circa 2/3 del patrimonio lessicale
complessivo e costituisce un'importante base di riferimento non solo per le varietà italoromanze
medievali, ma anche come termine di confronto con le altre varietà romanze.

I vocabolari di francese antico

Dictionnaire Électronique de Chrétien de Troyes / Electronic Dictionary of Chretien de Troyes

Utilissima risorsa telematica contenente l'intero patrimonio lessicale delle opere di Chrétien de
Troyes, che in quanto tale può essere usato come termine di riferimento lessicografico anche più
generale, sia pure non esaustivo per il francese antico. Disponibile in versione bilingue, francese
(moderno) e inglese: si sceglie una delle due versioni nella pagina iniziale e poi si interroga
cliccando nel menù a sinistra "Recherche dans le lexique" ("Search the lexicon") e quindi
"Recherche d'une entrée" ("Searching by entry").

In ogni lemma sono contenuti rinvii alle voci corrispondenti degli altri principali strumenti
lessicografici del francese antico e medio, tra cui in particolare il Godefroy (con il Complement),
l'Anglo-Norman Dictionary e il Dictionnaire du Moyen Français, consultabili anche autonomamente
ai rispettivi link:

http://micmap.org/dicfro/search/dictionnaire-godefroy

http://micmap.org/dicfro/search/complement-godefroy

https://www.anglo-norman.net/

http://zeus.atilf.fr/dmf/
Un primo assaggio di Filologia

Traduzione e didascalia dei versi riportati nel file

Ah, lasso (= Ahimè)! la Palice è morto,

egli è morto davanti (a) Pavia:

Ah, lasso (= Ahimè)! Se egli non fosse morto,

egli farebbe ancora invidia (= paura).

Si tratta del ritornello della canzone satirica composta in occasione della battaglia di Pavia (1525), in cui
morì il maresciallo di Francia Jacques de la Palice.

Nell'ultimo verso, a fianco del testo originale, si riporta una variante doppiamente erronea, causata dallo
scambio tra f e s (che nella grafia dell'epoca erano simili e quindi passibili di confusione, avendo la s questa
forma, in particolare a inizio parola: ſ) e dalla divisione del sostantivo envie nel sintagma en vie 'in vita'.

Il significato complessivo del verso derivante da questo doppio errore ('egli sarebbe ancora in vita') consiste
evidentemente in un'ovvietà a seguito della protasi del periodo ipotetico del verso precedente ed è questa
l'origine (etimologia) dell'aggettivo lapalissiano, per l'appunto da La Palice, che significa 'scontato',
'evidente', 'ovvio'.

Per quanto riguarda la fonetica storica, envie è l'esito francese del latino ĬNVIDIA, con apertura in e- di Ĭ (= I
breve latina), dileguo della dentale sonora intervocalica D ed evoluzione di -A atona finale in -e, come di
norma in francese, mentre vie deriva dal latino VITA, con lenizione (= indebolimento) di 2° grado (= dileguo,
caduta) della consonante dentale sorda intervocalica e l'evoluzione di -A atona finale in -e già notata a
proposito di envie. Nella lingua d'oc (= occitano o provenzale, la lingua parlata e della letteratura del Sud
della Francia nel Medioevo, poi ridotta a dialetto) la lenizione si ferma al 1° grado (= sonorizzazione): vida,
come nei dialetti italiani settentrionali.
Il concilio di Tours (813)

Il brano riportato, tratto da una disposizione (la diciassettesima) del Concilio (la più importante assemblea
ecclesiastica) tenutosi a Tours [che si pronuncia senza la -s finale] nel 813, è la più antica testimonianza di
una consapevole distinzione tra il latino delle persone istruite e la lingua parlata dal popolo, qui definita
«rustica romana lingua» (rustica perché il popolo viveva per lo più in campagna, latino RUS, RURIS, da cui
l'aggettivo): si può quindi parlare di «bilinguismo» e non più di «diglossia», secondo le definizioni riportate
nella scheda successiva.

La Chiesa riconosce e legittima la necessità di rivolgersi al popolo dei fedeli «illitterati» (cioè non istruiti in
latino) in una lingua a loro comprensibile: il latino volgare è diventato il volgare romanzo.

La disposizione riguarda comunque, beninteso, la sola omelia, cioè la predica della messa. La liturgia
continuerà a essere pronunciata in latino, lingua ufficiale della Chiesa in Occidente, per tutto il Medioevo e
anche per l'età moderna e contemporanea, fino a tempi relativamente recenti: è stato solo il Concilio
Vaticano II (1962-1965) a sancire il completo passaggio per tutta la messa alle lingue parlate dai fedeli.

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami al § 102 (pp. 117-118).

La frammentazione linguistica dei territori dell’Impero Romano (Romània), la diglossia e il bilinguismo

Dopo la caduta dell’Impero Romano d'Occidente nel 476 d.C. (a p. 1 del pdf è raffigurato l'Impero alla sua
massima espansione nel III: qui interessa solo l'area occidentale latinofona) e la sua frammentazione nei
regni romano-barbarici o latino-germanici (che coprono il periodo tra la fine del V e l'VIII secolo: p. 2),
l'Impero di Carlo Magno (inizio IX secolo: p. 3) rappresenta un significativo tentativo di restaurazione di una
più vasta unità, anche se parziale. Anche in questo caso la politica ha delle ripercussioni sulle vicende
linguistiche. Una più ampia unità politica impose la necessità di una migliore comunicazione, di un ritorno a
un latino più regolare che permettesse la comprensione tra le diverse realtà dell'Impero. Ancor più che in
rapporto a ragioni politiche, il ritorno a un latino più regolare va comunque inquadrato nel più ampio
movimento culturale della Rinascita carolingia. Emerse così in modo più evidente la differenza rispetto alla
lingua parlata dal popolo. A quest'epoca si può quindi far risalire in linea di massima il passaggio dalla
diglossia al bilinguismo, cioè dalla compresenza in una stessa comunità di due polarità espressive (una
tendenzialmente alta/colta/formale/scritta e un'altra tendenzialmente bassa/popolare/informale/orale)
della stessa lingua (il latino) che permette la comprensione reciproca alla compresenza in una stessa
comunità di due vere e proprie lingue diverse (il latino e la nuova lingua romanza della regione in
questione).

L’evoluzione dal latino (volgare) alle lingue romanza

Lo schema tenta di fare un bilancio grafico dei contenuti esposti in queste prime lezioni, che si spera possa
essere utile a una loro migliore comprensione e memorizzazione, alla condizione necessaria di tenere
presente che è davvero molto difficile, in generale, “tradurre” in immagini fenomeni storico-culturali di
vasta portata e ricchi di variabili fatalmente in parte molto oscure, se non inconoscibili. D’altronde, anche le
varie denominazioni adottate di volta in volta dagli studiosi per definire il passaggio o l’evoluzione dal latino
alle lingue romanze sono valide solo in parte, a seconda del diverso aspetto su cui più si concentrano, e
possono essere viceversa parzialmente ambigue: è bene pertanto usarle con la dovuta consapevolezza dei
loro limiti e del necessario tasso di convenzionalità, proprio del resto per il lessico di base di ogni disciplina.

Lo schema si propone in particolare di notare come in una prima lunga fase (quella dei regni romano-
barbarici successivi alla caduta dell’Impero romano d’Occidente) il livello di grammaticalità del latino si è
progressivamente abbassato, sia pure con intensità e rapidità diverse, tanto alla polarità espressiva più alta
quanto a quella più bassa. Si badi però che questa contrapposizione va intesa in senso scalare: è anch’essa
una convenzione, che individua due estremi opposti, al cui interno si possono immaginare infinite realtà
intermedie, proprio come nella gamma cromatica.

La polarità alta riguarda la lingua tendenzialmente codificata, regolata, formale, sorvegliata, scritta o
comunque appresa per lo più attraverso lo scritto: insomma, la lingua colta o dotta, propria quindi delle
persone istruite, appartenenti ai ceti socio-professionali medio-alti della popolazione abitanti nelle città.
Non è priva di errori e alterazioni rispetto al latino della scuola, ma cerca ancora il più possibile, sia pure con
tutti i limiti del caso, di adeguarsi alla norma latina.

Viceversa, la polarità bassa è la lingua parlata dai ceti popolari e privi di istruzione, abitanti invero nelle
campagne: è una lingua usata esclusivamente per la comunicazione primaria e in quanto tale è meno o per
nulla sorvegliata, soggetta a tutte le possibili variazioni nel tempo, nello spazio, ecc. Di fatto, è la lingua che
un po’ alla volta diventerà, nelle varie aree della Romània, la rispettiva lingua romanza.

In età carolingia, ragioni storico-militari e politiche (la formazione del Sacro Romano Impero) e culturali (il
movimento intellettuale noto come Rinascita carolingia) il livello della prima polarità si è decisamente
innalzato e ciò ha comportato uno scarto, una differenza ancora più forte rispetto alla polarità opposta,
consistente nella vera e propria incomunicabilità reciproca, riconosciuta dagli stessi contemporanei, a
partire dal Concilio di Tours (813).

Le lingue romanze in Europa oggi

Le lingue romanze in Europa oggi: uno sguardo d’insieme per tenere presente l’oggetto di studio del corso.

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami al § 63 (p. 86), con una cartina a p. 305 analoga a quella
caricata qui.

Definizione del concetto di «Romània» (mi raccomando di fare attenzione all’accento sulla prima a) in
rapporto al punto di vista di partenza dell’immagine, ovvero la situazione contemporanea, con ulteriori
suddivisioni macroterritoriali («Romània occidentale» / «Romània orientale» ; «Romània continua» /
«Romània isolata»).

Romània: l’insieme dei territori in cui si parlano le lingue romanze.


- Romània occidentale: l’insieme costituito dalle varietà linguistiche iberomanze, galloromanze,
retoromanze, italoromanze settentrionali (a Nord della linea La Spezia-Rimini).

- Romània orientale: l’insieme costituito dalle varietà linguistiche italoromanze centro-meridionali


(compreso il toscano) e balcanoromanze.

- Romània continua: l’insieme coeso dei territori in cui si parlano lingue romanze che si succedono fra loro
in una continuità geografica.

- Romània isolata: i territori in cui si parlano lingue romanze attorno ai quali si parlano solo lingue non
romanze.

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami ai §§ 61-63 (pp. 85-87).

L’Appendix Probi

L'Appendix Probi è un elenco di 227 parole che è trasmesso nelle carte finali di un manoscritto che contiene
la grammatica latina di Valerio Probo: oggi è conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, con la segnatura
ms. Lat. 1, ma è stato copiato nell’Abbazia di Bobbio (in provincia di Piacenza), uno dei principali centri
monastici d'Europa, in un’epoca non determinabile con certezza: al riguardo le datazioni proposte dagli
studiosi oscillano anzi di molto, almeno tra V e VIII sec. d.C., se non ancora prima o dopo, e del resto
probabilmente l’elenco è stato ricopiato da un codice preesistente assieme al testo grammaticale di cui
costituisce l’appendice. L’unico dato certo che si può ricavare, sulla base del contenuto, è la sua origine e
funzione scolastica: un maestro o uno studente sulla base dell’indicazione del maestro contrappone le
forme corrette della norma latina scolastica tradizionale, tramandata nel corso dei secoli attraverso la
scrittura, a quelle errate, che evidentemente tendevano ad essere usate nella realtà viva dell'esperienza
linguistica dei parlanti e degli scriventi: forme errate in rapporto alla norma latina, ma viceversa molto
interessanti secondo la prospettiva di chi studia l'evoluzione dal latino alle lingue romanze, poiché
rappresentano importanti affioramenti scritti di una realtà per tanti aspetti inevitabilmente poco nota e
documentano almeno in parte una tappa intermedia di tale transizione, anche se in un sistema grafico-
formale e linguistico ancora interamente latino.

Per esempio masclus è la base dell'evoluzione che, con la caduta della desinenza latina e l'apertura della
vocale atona finale (in italiano e castigliano) o sua sostituzione con una vocale d'appoggio a seguito del
nesso consonantico (in francese) e con sviluppi diversi dello stesso nesso consonantico, dà luogo all'italiano
antico e moderno maschio, al francese antico mascle, semplificato poi in masle e poi ulteriormente nel
francese moderno mâle (l'accento circonflesso sulla a segnala proprio la presenza di un antico nesso
consonantico poi venuto meno) e al castigliano macho (pronuncia 'macio').

La lista qui riportata è solo un campione esemplificativo parziale.

N.B. Fare la dovuta attenzione alla precisione lessicale nel definire il contenuto di queste note: per ciascuna
coppia, si tratta di forme diverse della stessa parola (che si evolve in senso diacronico e diamesico), non di
parole diverse.

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami al § 74.2 (pp. 99-100).


Le Glosse di Reichenau

Si tratta di una vasta raccolta di glosse, cioè note esplicative lessicali, di parole latine di difficile
comprensione, per ognuna delle quali viene riportato a fianco un termine corrispondente, cioè un
sinonimo, di più facile ed immediata comprensione, perché ormai di più largo e corrente uso nell'epoca in
questione, anche in questo caso incerta (la datazione oscilla tra VIII e X secolo), ma comunque lontana
rispetto al latino classico dei testi che continuavano a venire letti, trascritti, copiati, studiati e che
richiedevano pertanto un'opera di mediazione. Anche questa testimonianza è tratta da un manoscritto
copiato in ambiente ecclesiastico, in particolare nell’abbazia di Reichenau, località nei pressi del Lago di
Costanza. Analogamente, il campione qui riportato è parziale e vale come esempio più in generale
dell’intera tipologia delle glosse, in generale molto frequenti nel Medioevo (in età alto-medievale si tratta di
glosse latine, poi nel Basso Medioevo vi saranno anche glosse volgari a testi latini).

N.B. Qui, a differenza di quanto notato riguardo all'Appendix Probi, per ciascuna coppia si tratta di parole
diverse (e in qualche caso di sintagmi contrapposti a una sola parola).

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami al § 94 (pp. 112-113).

Storia e geografia del sostantivo “parola” e del verbo “parlare”

La storia o più che altro l’origine della parola «parola» affonda le sue radici in una componente essenziale
nella storia della cultura non soltanto medievale: il Cristianesimo, ricco di risvolti anche linguistici, tanto che
il latino degli scrittori cristiani viene solitamente definito «latino cristiano» per le sensibili variazioni rispetto
al latino degli autori pagani precedenti dal punto di vista del patrimonio lessicale (vengono introdotti molti
grecismi) e della semantica (parole già esistenti vengono ad assumere un significato specifico relativo al
culto cristiano). Molte di queste innovazioni si riflettono nel latino volgare e poi nelle lingue romanze, tra
cui la trafila fonetica che da «parabola» porta all’italiano «parola» e alle forme corrispondenti nelle altre
lingue romanze, riportate a p. 1, mentre a p. 2 viene illustrata la trafila del verbo corrispondente, che solo
in alcune lingue romanze deriva da «parabolare».

L’argomento è trattato nel manuale di Beltrami al § 138 (a p. 140).

L’impero di Carlo Magno e i regni dei suoi nipoti

Il Concilio di Tours, come indicato qui sopra, riguarda l’istituzione ecclesiastica, ma si inserisce nell’epoca
convenzionalmente passata alla storia come «età carolingia», ovvero l’età del regno e poi Impero di Carlo
Magno, tra VIII e IX secolo d.C.

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e la sua frammentazione nei regni romano-barbarici o
latino-germanici, l'Impero di Carlo Magno rappresenta un significativo tentativo di restaurazione di una più
vasta unità, anche se parziale. Anche in questo caso la politica ha importanti ripercussioni sulle vicende
linguistiche. Una più ampia unità politica impose infatti la necessità di una migliore comunicazione, di un
ritorno a un latino più regolare che permettesse la comprensione tra le diverse realtà dell'Impero. Ancor
più che in rapporto a ragioni politiche, il ritorno a un latino più regolare va comunque inquadrato nel più
ampio movimento culturale della cosiddetta «Rinascita carolingia». Emerse così in modo più evidente la
differenza rispetto alla lingua parlata dal popolo. A quest'epoca si può quindi far risalire in linea di massima
il passaggio dalla diglossia al bilinguismo, cioè dalla compresenza in una stessa comunità di due polarità
espressive (una tendenzialmente alta/colta/formale/scritta e un'altra tendenzialmente
bassa/popolare/informale/orale) della stessa lingua (il latino) che permette la comprensione reciproca alla
compresenza in una stessa comunità di due vere e proprie lingue diverse (il latino e la nuova lingua
romanza della regione in questione).

Alla cartina sulla sinista, raffigurante l’Impero di Carlo Magno, si affronta sulla destra la successiva divisione
dell’Impero in tre parti tra i suoi tre nipoti:

- Carlo il Calvo, re dei Franchi;


- Lotario, re del territorio posto in mezzo tra il regno franco e quello germanico, denominato a
partire dal suo stesso nome Lotaringia (= Lotharii regnum ‘regno di Lotario’), da cui è derivato
poi il nome della regione oggi francese ma in passato a lungo tedesca della Lorena, parte di
questo stesso territorio;
- Ludovico il Germanico, re dei Germani.

I giuramenti di Strasburgo

Nella cronaca latina (le Historiae) di Nitardo, nipote di Carlo Magno, sono riportati in lingua volgare i
giuramenti di Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico e dei rispettivi eserciti: i due re giurano ciascuno nella
lingua dell'esercito dell'altro (Ludovico in un francese arcaico caratterizzato da aspetti di interpretazione
non univoca, Carlo in tedesco), i due eserciti nelle loro rispettive lingue.

Le due formule di giuramento costituiscono il più antico documento scritto in una lingua romanza e
rivestono pertanto una grande importanza storico-culturale e linguistica, accresciuta anche dal contesto
ufficiale e solenne di un giuramento di grande importanza dal punto di vista storico-politico (l'accordo tra
Carlo e Ludovico contro Lotario, pochi mesi dopo una battaglia in cui i due avevano avuto la meglio sul terzo
e circa un anno e mezzo prima del definitivo trattato di Verdun che sancì la divisione territoriale riportata
qui nella cartina di destra dell'immagine qui sopra).

Traduzione di servizio:

1) Per l'amore di Dio e per il comune salvamento [= la comune salvezza] del popolo cristiano e nostro
[maschile, perché riferito a salvament, ma traducendo nell'italiano moderno più diffuso 'salvezza', andrà
evidentemente declinato al femminile], da questo giorno [= da oggi] in avanti [= in poi], in quanto Dio mi
dona [= mi dà, mi possa dare] sapere e potere, io salverò [= soccorrerò = m'impegnerò a soccorrere]
questo mio fratello Carlo e [= sia] in [caso abbia bisogno di] aiuto e [= sia] di ciascuna [= qualsiasi] [altra]
cosa, così come è giusto che si [lett. 'l'uomo': costrutto impersonale] deve salvare [= soccorrere] suo [= il
proprio] fratello, in ciò che [= purché, alla condizione che] egli mi faccia altresì [= egli faccia altrettanto
verso di me]. E con Lotario non 'prenderò [= farò, concluderò] [mai] nessun placito [= accordo] che,
[secondo la] mia volontà, sia in danno a [= possa essere un danno nei confronti di] questo mio fratello
Carlo.

2) Se Ludovico conserva [= osserva, rispetta] il giuramento che giurò [= prestò, fece] a suo fratello [= al
proprio fratello] Carlo e Carlo, mio signore, per parte sua non †lo infrange† [?], se io non posso [far]lo
ritornare [= recedere], né io, né altri che io possa ritornare [= distogliere, far recedere] [da ciò], non gli sarò
in ciò in nessun [modo d']aiuto contro Ludovico.

L'argomento è trattato nel manuale di Beltrami ai §§ 103-104 (pp. 118-121).

I giuramenti di Strasburgo: immagini del manoscritto

Il manoscritto (parola che negli studi è comunemente abbreviata in ms., al plurale mss., e che, quando -
come in questo caso - fa riferimento a un libro rilegato, è sinonimo di "codice", da cui "codicologia", la
disciplina che studia i libri manoscritti rilegati in volume) unico che trasmette le Historiae di Nitardo è
conservato a Parigi, presso la Bibliothèque Nationale de France (BnF), con la segnatura Lat. (= fonds latin
'fondo latino') 9768.

Le immagini sono relative ai ff. (= fogli oppure cc. = carte) 12v-13v (la numerazione o foliotazione o
cartulazione dei manoscritti medievali è nella gran parte dei casi diversa dalla paginazione dei libri a stampa
moderni, soprattutto nel caso dei manoscritti più antichi, come questo, e pergamenacei, per cui si numero
un solo foglio o una sola carta alla volta, distinguendone il lato, recto e verso, abbreviati r e v, ovvero destra
e sinistra, per cui 12v-13v corrisponderebbero alle pagine 24-26 di un libro a stampa moderno).

I brani in volgare romanzo si trovano nella seconda colonna del f. 13r (seconda immagine), contenuti tra la
quinta riga (a partire dalla P iniziale) e la tredicesima (fino a metà riga, poi prosegue il latino), e nelle ultime
sette (dalla fine della settima riga dal basso a circa la metà dell'ultima). In mezzo, tra parti in latino, è
contenuta invece la prima formula in volgare germanico.

Si tenga presente che il manoscritto è più tardo di circa un secolo e mezzo rispetto alla composizione del
testo che vi è riportato, composto invece giusto l’anno dopo i Giuramenti, per così dire "a caldo". La
distanza temporale tra l'originale e la copia può almeno in parte spiegare alcune anomalie linguistiche e
soprattutto le difficoltà interpretative, e in primo luogo di esatta decifrazione letterale, della parola o più
precisamente della sequenza grafica lostanit o loftanit, che è opportuno pertanto riportare tra "cruces" nel
testo.

Le più antiche testimonianze linguistiche e letterarie della Romània

Nel file si riporta un prospetto cronologico delle più antiche testimonianze scritte conservate delle varie
lingue romanze e delle rispettive letterature.
Il prospetto è puramente indicativo, nel senso che non va studiato dettagliatamente a memoria, tanto più
dato che non tutte le testimonianze ivi riportate saranno oggetto di studio specifico nel quadro generale del
corso: serve però a capire il senso e l'importanza delle date dei due argomenti analizzati sinora più
analiticamente, cioè il Concilio di Tours e i Giuramenti di Strasburgo, e con riguardo a questi ultimi in
particolare, oltre alla diversa cronologia e geografia, la diversa tipologia di genere, contesto, importanza,
volontà di conservazione della parola scritta: in questo caso si tratta infatti di un accordo politico tra
sovrani, quindi di fatto un testo giuridico, sia pur brevissimo, di diritto pubblico del più alto livello,
diversamente dai Placiti campani, che come vedremo consistono in una testimonianza in un processo di
diritto privato, e ancor più dalla Nodicia de kesos castigliana, che è una banalissima lista della spesa, relativa
in particolare ai formaggi consumati in un convento, che si è conservata per puro caso.

Quest'ultimo aspetto è utile per sottolineare e per capire l'importanza dell'aggettivo "conservate" relativo
all'elenco di queste testimonianze: con ogni probabilità ce ne sono state molte altre, verosimilmente anche
più antiche, per ognuna delle aree linguistiche considerate, andate però perdute, vuoi per gli accidenti
materiali della storia (incendi, distruzioni, inondazioni, furti, deperibilità intrinseca dell'oggetto libro e tanto
più di eventuali singoli fogli o quaderni), vuoi per la mancata volontà di conservare un determinato testo
nel tempo, cioè di trascriverlo in un manoscritto assieme ad altri testi oppure, se breve, anche all'interno di
un altro testo, come nel caso dei Giuramenti di Strasburgo contenuti all'interno delle Historiae di Nitardo,
salvaguardandone così la conservazione: una mancata volontà che in tanti casi può a sua volta dipendere
dalla natura pratica di molti testi scritti, in altri invece dalla mancata consapevolezza della loro importanza
culturale, se non totale, quanto meno parziale, almeno alle origini delle lingue e delle letterature romanze
(testi ritenuti meno importanti di quelli latini in quanto volgari).

Per ora bastino queste indicazioni. Il prospetto sarà comunque utile anche nel prosieguo del corso, per altre
considerazioni.

Il dominio linguistico gallo-romanzo e l’Europa politica

Inserisco qui sul lato sinistro la carta del dominio linguistico galloromanzo nel Medioevo, utile per
inquadrare dal punto di vista geografico e con riferimento al contesto storico-politico (immagine a destra),
la distinzione di fondo tra lingua d'oïl a Nord e lingua d'oc (provenzale o occitano) a Sud e la relativa
produzione letteraria.

Le due lingue sono denominate sulla base della relativa particella affermativa, corrispondente all'italiano sì:

lat. HOC ILLUM (= 'proprio quello') > (H)O(C) IL(LUM) > fr. ant. oïl (da cui poi il francese moderno oui)

lat. HOC (= 'ciò') > prov. ant. oc

Alla macro-distinzione tra le due aree principali indicate si può aggiungere una terza varietà, intermedia tra
le due nell'area orientale, nota come "franco-provenzale".

La cartina linguistica fa riferimento anche a ulteriori sottovarietà regionali dei due gruppi principali, cui per
alcuni testi occorrerà fare riferimento, in particolare nel caso dell'anglo-normanno.
L’immagine a destra è una cartina storica dell'Europa medievale, utile a integrazione delle precedenti per
ricordare e tenere presente che per più di tre secoli e mezzo, a partire dalla famosa battaglia di Hastings
(1066) vinta dal duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore, l'Inghilterra fu sottoposta al controllo
politico-militare della nobiltà francese (in origine per l'appunto normanna, proveniente cioè dalla regione
della Francia che dà sulla Manica). Per lungo tempo cioè i re e i principali nobili d'Inghilterra furono di
lingua e cultura francese: è un aspetto di grande rilevanza storico-linguistica, storico-letteraria e storico-
filologica, su cui torneremo più volte nel corso delle lezioni.

Per ora basti tenere presente che la varietà linguistica del ms. di riferimento sia della Vie de Saint Alexis che
della Chanson de Roland è l'anglonormanno, cioè la varietà del francese (normanno) parlato e scritto al di là
della Manica, che presenta tratti specifici distinti dal normanno di Francia. Nella parola "anglonormanno" il
prefisso "anglo" ha pertanto valore solo geografico e non linguistico: si tratta cioè beninteso di una varietà
del francese antico.

La “Vie de Saint Alexis”

La Vie de Saint Alexis, strofe XIII-XV, XCVI e CCXIb

Composta intorno alla metà dell'XI secolo, è il più significativo tra i testi religiosi delle Origini per qualità
stilistico-letteraria, di cui è riprova la fortuna di cui godette in età medievale: è il primo testo francese
antico a essere conservato in più di un testimone manoscritto (sono ben sette i testimoni). Costituisce la
quintessenza dell'agiografia in volgare e in quanto tale riflette meglio di qualsiasi altro testo affine gli
aspetti stilistico-formali (reiterazione formulare di espressioni ed epiteti, riprese, strofe/lasse similari) e
tematico-ideologici (contrapposizione schematica di Bene e Male, superiorità della vita celeste su quella
terrena, ideale religioso cristiano, lotta per la fede) che accomunano i poemetti agiografici delle Origini e le
chansons de geste, e in particolare la più importante, ovvero la Chanson de Roland.

Le strofe riportate nel file si leggono anche, con il commento generale del testo e la relativa traduzione, nel
Profilo di Brugnolo-Capelli, alle pp. 22-25 della nuova edizione (con la copertina verde, pp. 20-23 della
precedente edizione con la copertina azzurra).

Nel file si riportano anche alcuni versi della Chanson de Roland, secondo il confronto spiegato nel Profilo, e
del Ritmo di Sant'Alessio, composto in Italia centrale (più in particolare in area marchigiana) intorno alla
metà del XII secolo, che è un'interessante ulteriore testimonianza della fortuna del culto dello stesso santo,
la cui leggenda agiografica si diffuse in tutta Europa nelle più varie lingue.
Traduzione letterale dei brani riportati nel file (da confrontare con quella del Profilo):

strofa XIII

Quando nella camera furono tutti soli rimasti,

don (= messer, epiteto onorifico) Alessio la (= le) prese (= cominciò) a parlare:

la mortale vita le (= a lei) prese (= cominciò) molto a biasimare,

della celeste (vita) le (= a lei) mostrò (la) verità;

ma a lui è tardi che egli se ne sia andato (= ma egli non vede l'ora di andarsene).

strofa XIV

«Òdimi (= Ascoltami), pulzella: colui (complemento oggetto) tieni (= ritieni, considera) a (= per, come) sposo

che (soggetto) noi (= ci) redense (= ha redento) del (= con il) suo sangue prezioso;

in questo secolo (= mondo) non ne ha (= vi è) perfetto amore,

la vita è fragile, non vi ha (= vi è) durevole onore;

questa letizia riverte (= rivolge, si trasforma) in grande tristezza».


strofa XV

Quando (la) sua ragione (= argomentazione, opinione) le ha tutta mostrata (= dimostrata, spiegata),

dunque le comanda (= raccomanda, consegna) le cinture della spada

e un anello donde (= con cui) l'ebbe (= l'ha) sposata.

Poi se ne esce fuori dalla camera (di) suo padre;

sopra (= durante la) notte se ne fugge dalla contrada.

strofa XCVI

O caro amico (= amato), (mi ricordo, provo dolore) della tua bella gioventù!

Ciò pesa (= dispiace) a me che (essa) (im)putridirà (= marcirà) in terra.

Eh, gentile (= nobile) uomo, come (= quanto) dolente posso essere!

Io attendevo di te (= su di te oppure da te) buone novelle (= notizie),

ma ora le vedo (co)sì dure e (co)sì pessime.

strofa CXXIb
Come (= Che, Quanta) buona pena, Dio! E (co)sì (= che) buon servizio

fece quel santo uomo in questa mortale vita!

Perciò ora è (la) sua anima di gloria ripiena (= riempita):

ciò ha che volle (= ha ciò che ha voluto), niente non c'è da dire;

soprattutto e così vede Dio medesimo.

Traduzione dei versi della lassa CCVII della Chanson de Roland:

Amico Orlando, produomo, gioventù bella,

come (= quando) io sarò ad Aix (= Aquisgrana), nella mia cappella (= la cappella del palazzo imperiale),

verranno gli uomini (= i vassalli dell'imperatore, suoi uomini ligi), domanderanno novelle (= notizie).

Io gliele dirò loro meravigliose (straordinarie, ma in senso negativo) e pessime.

Parafrasi dei versi del Ritmo su Sant'Alessio marchigiano:

E lo stesso santo Alessio si spogliò

(di) molto ricchi guarnimenti (= vestiti),

e si vestì davvero
in figura di (= al modo di, come) un pezzente (= mendicante, povero).

«Questo mondo mi è (= è per me) ingannevole (= fonte di fallo, errore, peccato, inganno),

rifiutare lo voglio (al) presente (= subito)».

Della (veste) sirica (= proveniente dalla Siria) sua risplendente

non dibatteva (= non si curava) per niente.

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