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22.11.

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ENZIMOLOGIA:

Definizione di enzima:
L’enzima è una proteina che interviene nelle reazioni chimiche cellulari
Regola la velocità di una reazione ma non interferisce con direzione e verso di reazione.
Inoltre l’enzima si modifica nel corso della reazione ma al termine è integra la sua quantità e la sua
struttura.
La quantità dell’enzima nel corso della reazione è talmente piccola che raramente si può
quantificare.

Gli enzimi vengono spesso confusi con vitamine e ormoni: infatti, esiste qualche somiglianza tra
loro.

Differenze e interazioni tra enzimi e vitamine


Le vitamine non sono mai proteine, invece l’enzima è sempre una proteina.

L’enzima viene sintetizzato dalle cellule, invece le vitamine non sono sintetizzate in forma
attiva oppure è necessario che vengano introdotte dall’esterno come precursori e trasformate in
seguito nell’organismo.
La vitamina può essere fornita in forma inattiva dall’organismo e attivata all’esterno.
Es. la vit. A viene introdotta nell’organismo sotto forma di precursore, il carotene, e all’interno
delle cellule si forma la vitamina attiva. Un altro esempio è la vitamina D, di cui noi formiamo
la provitamina inattiva e necessitiamo di luce (raggi UVA-UVB) per formare la vitamina attiva.
Le vitamine possono essere idrosolubili, cioè sono solubili in acqua, come la vitamina B o
liposolubili, cioè solubili nei lipidi, come le vitamine A, D, E, K.

Le vitamine idrosolubili, generalmente modificate, possono entrare a fare parte degli enzimi,
attivandoli.
Per quanto riguarda invece le vitamine liposolubili, l’interazione con l’enzima non è chiara.

Somiglianze e differenze tra enzimi e ormoni


Ci sono ormoni che condividono con l’enzima la natura protidica ed altri che non sono proteine
Vengono sintetizzati nelle cellule come gli enzimi
Intervengono nelle reazioni in quantità molto basse (10-8-10-11), ma non sono catalizzatori
Regolano l’attività dell’enzima, ma non si legano all’enzima, a distanza, in modo indiretto nel senso
che ci sono degli intermedi, che mediano l’effetto e fanno da tramite.

Classificazione degli enzimi:


Gli enzimi regolano l’attività cellulare e vengono distinti in 6 classi:
• ossidoriduttasi
• transferasi
• idrolasi
• liasi
• isomerasi
• ligasi

A 6 classi di enzimi corrispondono 6 tipi di reazioni nella cellula.

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Gli enzimi vengono caratterizzati da quattro numeri:
Il primo numero identifica la classe;
Il secondo numero indica la sottoclasse dell’enzima;
Il terzo numero indica la sottosottoclasse;
Il quarto numero rappresenta il numero progressivo degli enzimi di quella sottoclasse in base
all’ordine alfabetico
Es. l’etanoldeidrogenasi è indicata con [1.1.1.1]: il primo numero indica che l’enzima appartiene
alla prima classe, cioè catalizza reazioni di ossidoriduzione, il secondo indica la sottoclasse, stabilita
in base al gruppo che viene ossidato, un alcol; il terzo numero indica la sottosottoclasse, in base al
composto che accetta l’H che viene rimosso nell’ossidoriduzione (ovvero il cofattore dell’enzima) e
il quarto numero indica che il composto è il primo nell’ordine alfabetico di quella sottosottoclasse.

I^CLASSE: ossidoriduzione
Alla prima classe appartengono enzimi che catalizzano reazioni di ossidoriduzione.
Sono detti
deidrogenasi: se vengono rimossi 2 H;
idrossiliasi: se nel corso della reazione viene aggiunto un gruppo ossidrilico –OH.
Es. di deidrogenasi:
etanoldeidrogenasi: catalizza la reazione reversibile da etanolo ad acetaldeide; è una reazione
enzima-specifica perché riconosce un H legato a C e un H legato a O. Utilizza come cofattori
NAD+ che passa nella forma ridotta NADH+H+ e per questo appartiene alla sottosottoclasse 1.
reazione da acido succinico ad acido fumarico, è una reazione di ossidazione, non una
transferasi, in cui vengono spostati 2 H in posizione opposta rispetto all’asse della molecola.
Utilizzano come cofattori il FAD che passa alla forma ridotta FADH2. Enzimi che utilizzano
questo cofattori appartengono alla sottosottoclasse 2.
Es. di idrossiliasi
Passaggio da un idrocarburo ad un alcol

R-CH3 + O2 R-CH2OH

in cui si ha un’ossidazione con O che entra a far parte della molecola che si ossida.

II^CLASSE: transferasi
Sono enzimi che catalizzano reazioni di trasferimento, ovvero reazioni in cui si ha uno spostamento
di un gruppo da un donatore ad un accettore. Le più importanti sono le cinasi.
Es. Fosforilazione in determinati composti:
Glu + ATP Glu-6-P + ADP [glucosocinasi (GK)]
L’ATP è il cofattore della reazione. Si ha il passaggio del fosfato in posizione γ dell’ATP al C6 del
glucosio. Componente essenziale in questo tipo di reazione è il magnesio, Mg2+ perché abbassa
l’acidità e rende più facile il distacco del radicale fosforico. La fosforilazione è data dall’idrolisi
dell’ATP in ADP+P.
L’enzima riconosce la posizione 6 del glucosio ed è quindi specifico; la specificità è dovuta al
composto che fa da substrato, in questo caso il glucoso.
Il prodotto della reazione è Glu-6-P. E’ una reazione irreversibile, infatti il Glu-6-P in presenza di
ATP non può tornare glucoso. Le reazioni che coinvolgono ATP sono spesso irreversibili poiché
viene scisso il legame di anidride ad alta energia, quindi si ha perdita di energia e si forma il legame
di estere.

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Quando il substrato viene fosforilato si hanno reazioni mediate da transferasi, in particolare si parla
di reazioni cinasiche, o cinasi, quando il donatore di fosfato è un nucleotide tri-fosfato che dipende
da Mg.
Nell’esempio precedente l’enzima è la glucosocinasi (GK) perché è specifico nel riconoscere
soltanto il Glu. Se l’enzima è una esosocinasi (HK) riconosce anche altri zuccheri come il Man.
Le reazioni cinasiche si differenziano da una reazione liasica perché il P che si stacca da una
molecola di ATP non viene perso ma si lega al substrato.

Es. Reazione transferasica: acido 3 fosfoglicerico (3PGA) che ad opera di una fosfotransferasi
forma acido 2 fosfoglicerico. Si ha un trasferimento del P al C2, non è una cinasi perché non c’è
un nucleotide 3 fosfato.

Es. Se abbiamo un amminoacido in cui sappiamo essere presente un gruppo amminico per
reazione transferasica, più precisamente aminotransferasica, il gruppo –NH2 viene trasferito ad
un accettore, che in questo caso è un α-chetoacido:
Ala + α-chetoglutarico ac. piruvico + Glu

Possiamo avere reazioni che trasferiscono nucleotidi, cioè reazioni nucleotidil-transferasiche,


es. Glu-1-P + UTP UDP-Glu + PPi La reazione è reversibile.
N.B. il Glu-1-P deve essere scritto sempre in forma chiusa.
In queste reazioni il donatore è quello che si accorcia e l’accettore quello che si allunga.

III^CLASSE: idrolasi
Sono reazioni in cui interviene sempre una molecola di acqua. Sono molto frequenti soprattutto
nell’apparato digerente.
Es. enzima amilasi salivare o ptialina, che riconosce amiloso, amilopectina e glicogeno.
L’α-amilasi è un’endoglicosidasi e deve il suo nome al fatto che rompe i legami glicosidici
all’interno della molecola. Attacca il legame 1,4 α-glicosidico al centro della catena e lo rompe.
Rompe così la catena in 2 trisaccaridi.
La γ-amilasi invece si trova nell’intestino ed è un’esoglicosidasi, cioè attacca agli estremi delle
catene e stacca un Glu per volta. E’ in grado di scindere i legami 1, 6 glicosidici.
Il nome dell’enzima è dato dal substrato su cui reagisce.
Es. Glu-6-P + H2O Glu + H3PO4 [glucosio-6-fosfatasi]
Questa reazione avviene ad opera dell’enzima glucosio-6-fosfatasi.
Generalmente queste sono reazioni irreversibili.

IV^ CLASSE: liasi


Catalizzano reazioni caratterizzate dalla presenza di un doppio legame sulla molecola che scompare
o si forma. Non c’è mai utilizzo di ATP.
Es. Ac.-2-fosfoglicerico acido fosfoenolpiruvico con eliminazione di una molecola H2O.
Questi enzimi sono detti:
• idratasi se la reazione di sottrazione di acqua è da destra a sinistra;
• deidratasi se l’eliminazione è da sinistra verso destra.
Complessivamente si ha un idroliasi.

Es. acido fumarico + H2O acido malico.


L’enzima è specifico perché riconosce solo l’isomero trans che corrisponde all’acido malico e non
quello in cis che corrisponde all’acido maleico.

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Es. Ser attaccata alla serina-deidratasi, elimina acqua, si forma un intermedio instabile che evolve
spontaneamente nell’acido iminopropionico che in presenza di acqua perde il gruppo amminico e si
forma acido proprionico che porterà alla formazione di acido piruvico con liberazione di
ammoniaca (NH3).

Es. Desolforasi è l’enzima che elimina l’acido solfidrico. Segue le tappe dell’es. precedente sino
alla formazione di acido piruvico.
Segue lo stesso processo la cisteina su cui agisce una cisteina desolfidrasi.

Es. Istidina per azione della desammoniasi perde il gruppo amminico e si forma acido urocanico.

Es. Adolasi: è un enzima della via glicolitica, agisce sul Fru-1,6-bisfosfato, rompe il legame tra C3
e C4 e forma fosfodiossiacetone e gliceraldeide-3-fosfato.
L’aldolasi è una liasi perché forma il doppio legame sulla gliceraldeide.

V^CLASSE: isomerasi
Sono enzimi che trasformano un isomero nel suo corrispondente
Es. aldoso nel chetoso corrispondente; un monosaccaride nel suo epimero corrispondente, un D-
amminoacido in nel suo corrispondente L.

VI^CLASSE: ligasi
Uniscono un composto ad un altro composto. Si ha sempre presenza di ATP, che non è la specie
fosforilante ma si idrolizza per dare energia. Sono in genere reazioni irreversibili.

Es. Affinché l’acido grasso si leghi al CoA (secondo substrato) è necessaria energia sotto forma di
ATP. Si ha l’idrolisi di ATP in AMP + PPi
CH3-(CH2)n-COOH + CoASH CH3-(CH2)n-CO-SCoA [acil-CoA sintasi]
N.B. il termine sintasi può essere utilizzato sia per le ligasi che per le transferasi.
Il legame tra il CO-SCoA è un legame ricco di energia. Dal punto di vista termodinamico la
reazione è all’equilibrio. E’ una reazione irreversibile. E’ un acil-CoA sintasi, sinonimo di ligasi; la
glicogenosintetasi, invece, è una transferasi.

Es. Reazione ATP-dipendente: è un es. di reazione di carbossilazione. L’ATP viene idrolizzato a


ADP + P.
Piruvato + CO2 acido ossalacetico [piruvato carbossilasi (PC)]
L’enzima di questa reazione è la piruvato carbossilasi (PC). La reazione è irreversibile perché si
perde energia dalla rottura del legame C-C.

25.11.02

Distribuzione degli enzimi in natura


Gli enzimi sono presenti sia nel regno vegetale (es. enzimi della fotosintesi clorofilliana), che nel
regno animale. La maggior parte degli enzimi è comune ai due regni.
Gli enzimi si distinguono in:
• Esocellulari: enzimi presenti fuori della cellula, nei liquidi circolanti.
Es. sono:
gli enzimi del canale digerente, salivari, gastrici, pancreatici;
gli enzimi presenti nel siero e nel plasma.
• Endocellulari: enzimi che si trovano all’interno della cellula. Si distinguono in:
lioenzimi se liberi nel citoplasma,

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endoenzimi o desmoenzimi se legati a strutture endocellulari..
Per studiare un enzima endocellulare si deve rompere la cellula, se si tratta di un endoenzima si
devono inoltre rompere le strutture subcellulri e se questo è legato alla membrana interna
dell’organello si deve rompere il legame.

L’enzima diminuisce l’energia di attivazione, cioè l’energia che deve essere fornita sotto forma di
calore per far collidere le particelle, apportando loro un aumento di energia cinetica.
La temperatura ottimale per una reazione enzimatica è 37°C e questo è comprensibile se pensiamo
alla natura proteica dell’enzima: in effetti a temperature più elevate le proteine si denaturano.
Probabilmente gli enzimi lavorano legando sulla superficie le molecole, facilitandone così il
riconoscimento.
Risulta difficile quantificare la quantità di enzima in una reazione, generalmente si valuta l’attività
di un enzima dal numero di molecole di substrato che scompaiono o che si formano.

Regolazione della catalisi enzimatica


L’attività specifica dell’enzima è considerata come il numero di moli di substrato trasformate per
µg di proteina al minuto.

n° µmoli/ µg di proteina/m

4 fattori o variabili influenzano la velocità di una reazione:


la concentrazione dell’enzima
la concentrazione del substrato
il pH del mezzo
la temperatura

Dipendenza dell’attività dell’enzima dalla concentrazione dell’enzima stesso


In teoria se raddoppio la concentrazione dell’enzima la velocità di reazione raddoppia, ma spesso
questa regola non è rispettata perché ci sono altre componenti che interagiscono con l’enzima.
In generale si sa che più la velocità aumenta, meno questa regola è seguita.

Dipendenza dell’attività dell’enzima dalla concentrazione del substrato


Per studiare il substrato devo mantenere costanti le altre variabili. Con la variazione della
concentrazione di substrato la velocità aumenta proporzionalmente, ad un certo punto, con
l’aumento della concentrazione del substrato si arriva ad una velocità di reazione che sarà costante e
si ha una separazione tra velocità dell’enzima e substrato.
La velocità massima è la massima capacità dell’enzima.
Dal grafico si può ricavare la costante di Michaelis. Questa rappresenta la concentrazione di
substrato a cui si raggiunge la velocità semiassiale, ovvero la metà della velocità massima della
reazione.
Ogni enzima ha una sua propria Km .
Se l’enzima ha poca affinità per il substrato si ha una Km grande, se l’enzima ha affinità
altissima, la Km è piccola.
Se Km è piccola sono necessarie poche molecole di substrato perché l’enzima le riconosca; se la
costante è grande sono necessarie molte molecole di substrato perché l’enzima le riconosca.
Il sito attivo o catalitico è la parte dell’enzima su cui si lega il substrato e in cui avviene la reazione.
Segue il modello della chiave (substrato) e della serratura (enzima).
Quando l’enzima riconosce il substrato si ha la formazione del complesso E-S, substrato e enzima si
modificano in parallelo, finchè il complesso enzima-substrato si separa. Il substrato modificato è il
prodotto della reazione e l’enzima ritorna libero.

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In molti enzimi il sito attivo coincide con il sito di interazione o di legame, in altri enzimi questi due
siti sono separati.

Sull’enzima perciò sono presenti:


• sito attivo in cui avviene la reazione
• sito di legame in cui si lega il S che si orienta nella forma più corretta per essere catalizzato;
possiede dei gruppi polari che prendono contatto con il substrato.
• Il sito di interazione o catalitico che comprende i residui amminoacidi responsabili
dell’evento catalitico.
Poiché il numero di molecole di enzima è limitato, allora anche il numero dei siti catalitici e dei siti
di interazione è limitato. Questo spiega perché al crescere del substrato, ad un certo punto la
velocità di reazione diventa costante; il momento in cui la velocità diventa costante è quello in cui
tutte le molecole di enzima sono saturate.

Nella cellula l’enzima non lavora mai alla velocità massima ma si trova in una via di mezzo, anche
sotto la v/2. C’è proporzionalità tra la concentrazione del substrato e concentrazione dell’enzima.
La concentrazione del substrato è la variabile che più influenza la velocità.

Per alcuni enzimi la curva di Michaelis non è valida e si ha una curva di tipo sigmoide: questa
evidenzia un’inerzia iniziale della reazione dovuta alla difficoltà del S ad entrare nel sito catalitico.
Esempio di questo tipo è l’Hb.
La difficoltà ad entrare nel sito catalitico, diminuisce man mano che cresce la concentrazione del
substrato. La curva sigmoide è tipica di
enzimi che possono avere diverse configurazioni
di complessi enzimatici, cioè di enzimi multimerici, ovvero con più subunità: in questi c’è
difficoltà a legare la prima subunità.

Enzimi allosterici : enzimi che possono avere diverse conformazioni.

Dipendenza dell’attività dell’enzima dal pH


La dipendenza dell’enzima dal pH è legata alla sua natura proteica. Le cariche positive e/o negative
presenti sulla superficie libera dell’enzima possono essere modificate dal pH; una variazione delle
cariche porta ad una variazione della velocità, che può anche essere positiva, cioè si può avere un
potenziamento dell’attività, ma nella maggior parte dei casi è negativa.
La curva di pH per molti enzimi è a campana.
La maggior parte degli enzimi delle nostre cellule opera con un pH di circa 6,5-7,5, con alcune
eccezioni:
pepsina ha un pH ottimale di 1,2-1,8, mentre già a 5,4 viene inattivata con velocità della
reazione uguale a 0. Quindi a pH acido la proteina si attiva.
In effetti a pH fisiologico la proteina è inattiva sotto forma di pepsinogeno, il precursore
dell’enzima attivo. Il pepsinogeno a pH acido si trasforma in pepsina ;
un enzima del ciclo dell’urea ha come pH ottimale 8-10;
altri enzimi sopportano una variazione di pH abbastanza ampia: ad esempio l’amilasi salivare
lavora in modo ottimale tra pH 5 e 9; questa capacità è dovuta al fatto che l’esposizione di
cariche superficali è minima.

N.B. Ogni enzima ha il suo pH ottimale.

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Dipendenza dell’attività dell’enzima dalla temperatura
La curva velocità-temperatura è di tipo asimmetrico, cioè cresce, raggiunge il picco e da qui va
subito a zero.
L’attività enzimatica è possibile anche a temperature molto basse (-20°C), la temperatura ottimale è
compresa tra i 25 e 37 °C con un massimo di 40°C (picco). Superata tale soglia precipita a zero
perché l’enzima viene denaturato.
Gli enzimi animali denaturano a temperature minori di 40° a differenza degli enzimi vegetali i quali
si adattano a temperature più elevate.
Ci sono poi alcuni enzimi batterici che hanno la temperatura ottimale a 70°-90 °C e a temperature di
37 °C sono poco attivi. Questi batteri vivono in ambienti caldissimi e sono detti termofili.

Fattori che influenzano la velocità di reazione


Fattori che possono influenzare la velocità di reazione sono detti modulatori della velocità di
reazione o della catalisi enzimatica. Possono essere:
• Attivatori
• Inibitori
irreversibili
reversibili
competitivi
non competitivi
Inibitori
Inibitori irreversibili: l’inibitore legandosi all’enzima porta ad una nuova conformazione
irreversibile, non è perciò più possibile tornare indietro e si ha la formazione di un nuovo enzima
con caratteristiche diverse: il nuovo enzima funziona male o non funziona più.
Inibitori di questo tipo sono rari e funzionano anche in piccole quantità.

Inibitori reversibili: l’inibizione è proporzionale alla quantità dell’inibitore, cosa che invece non è
proporzionale nell’inibizione irreversibile.
Quando si allontana l’inibitore le caratteristiche dell’enzima ritornano quelle iniziali. E’ quindi
dipendente dalla concentrazione dell’inibitore. L’inibizione reversibile può essere suddivisa in 2 tipi
in base alla modalità di azione dell’inibitore:
• competitivo
• non competitivo
L’inibitore competitivo si lega al sito attivo e compete con il substrato; l’inibizione dipende dalla
quantità di inibitore e dalla sua affinità con l’enzima.
L’inibitore competitivo quindi si lega reversibilmente al sito attivo dell’enzima e impedendo
l’accesso al substrato.
Nell’inibizione non competitiva l’inibitore si lega in altre parti impedendo all’enzima di variare la
sua configurazione; anche variando la concentrazione del substrato non si ha alcun cambiamento,
l’inibitore si lega solo al complesso enzima-substrato ma non all’enzima libero.
Grafici.
• Inibizione di tipo allosterico è caratteristica degli enzimi con struttura polimerica, la curva
diventa sigmoide.
• Inibitori diretti verso gruppi tiolici. Può essere un’inibizione reversibile o irreversibile. Gli
enzimi tiolici possiedono un gruppo –SH come gruppo reattivo. L’inibizione modifica il gruppo
–SH e l’enzima perde la sua attività. Possono presentarsi 2 casi:
1) se sono presenti 2 gruppi tiolici vicini, è alta la probabilità che si formino ponti disolfuro.
2) se i gruppi tiolici sono distanti, è bassa la probabilità di formare ponti disolfuro.

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Es. se si ha un enzima con 2 gruppi tiolici vicini e l’acido ortoiodosobenzoico come inibitore,
quest’ultimo ossida l’enzima, si ha la formazione di ponti disolfuro. E’ una reazione irreversibile.

Es. glutatione (γ-glutamil-cisteil-glicina), da glutatione ossidato si passa a glutatione ridotto con


formazione di un ponte disolfuro.
G-SH G-S—S-G

Es. paracloromercuriobenzoato e altri esempi.

26/11/02

Regolazione dell’attività enzimatica

Modificazioni conformazionali
l’attività dell’enzima è modificata per attacco o distacco di un gruppo chimico:

a) fosforilazione e defosforilazione.
E’ la più frequente modificazione conformazionale ed avviene a velocità altissima.
La forma attiva, così come quella passiva, può essere quella fosforilata o defosforilata.
Il gruppo che si fosforila è in particolare il gruppo OH della Ser, non è una reazione spontanea ma
catalizzata da un enzima. E’ necessario ATP. E’ una reazione di trasporto, cioè transferasica, ed in
particolare una cinasi, attivata da Mg2+.
La reazione è reversibile per mezzo di una fosfatasi, reazione di idrolisi. che aggiunge una molecola
d’acqua e permette il distacco del gruppo fosfato. Oltre alla Ser possono essere fosforilati la Thr, la
Tyr, quest’ultima possiede un OH fenolico. Nell’Asp viene fosforilato il COOH in posizione ω.

b) Modificazioni all’amino-terminale: alcune volte l’N-terminale può essere parte del sito attivo.
L’enzima si modifica, si forma un legame acetilato
Es. prostaglandinacetilato è inibita da acido sialico, aspirina, che è un inibitore irreversibile
poiché l’enzima rimane bloccato (N-terminale).

c) l’enzima è sintetizzato in forma inattiva o immatura e al momento opportuno viene modificato:


l’enzima ha generalmente una catena con una sequenza amminoacidica in più, è cioè un
proenzima o un proprotide, in seguito il distacco di questo frammento modifica la forma
dell’enzima e porta il sito attivo sulla superficie.

Es. pepsinogeno enzima del canale digerente che in forma attiva diventa pepsina.
L’attivazione prevede inizialmente il distacco di 2 aa dall’N-terminale. In seguito il proenzima,
formato da 1 catena con ponti disolfuro, inattivo, si attiva con una proteolisi ripetuta bicatenale,
che porta il sito attivo in superficie.
Es. chimotripsina
Es. Enzimi che intervengono nella coagulazione del sangue vengono attivati reciprocamente
dall’innesco, dovuto alla rottura del vaso.

Un processo simile si riscontra anche per gli ormoni.


Es. insulina, composta inizialmente da110aa, si ripiega su se stessa e, nella forma attiva, è formata
da 2 catene stabilizzate da ponti –SH, perdendo 30aa.

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d) Gli enzimi possono avere una forma polimerica (attiva) ed una monomerica (inattiva) e nel
passaggio dalla forma monomerica alla polimerica l’enzima si attiva e viceversa.
Per azione di un inibitore si conferisce l’inattività e il passaggio da polimero a monomero.

Es. proteina cinasi A (PKA), è formata da 2 catene R e 2 catene C, è un tetrametro in forma R2C2; in
presenza di cAMP, che si lega alla subunità R, è resa impossibile l’interazione tra le due subunità, e
le due subunità si dividono. La subunità C è la subunità catalitica, non può innestare l’inattività se
legato a R, è perciò necessario cAMP.
Es. lattososintetasi: esiste in 2 forme A e B. L’enzima in forma A è naturalmente presente nella
ghiandola mammaria, ma non produce lattosio perché riconosce solo il galattoso e non il glucoso: in
condizioni normali è dunque una galattosil transferasi. Al momento del parto viene poi sintetizzato
l’ormone prolattina, che consente l’interazione tra A e B: questo dimero riconosce Glu e attiva la
sintesi di lattoso: l’enzima diventa dunque una lattososintetasi.

e) Regolazione allosterica.
Es. fruttofosfocinasi. Possiede un sito catalitico ad alta affinità per l’ATP. Quando però la
quantità di ATP è alta il sito catalitico ha scarsa affinità per l’ATP. Si ha cioè una distorsione
del sito catalitico quando è alta la concentrazione di ATP. Quando ciò avviene, il fruttoso-1,6-
disfosfato, che è il substrato, ha difficoltà a legarsi al sito: perciò l’ATP ha un effetto negativo, è
cioè un modulatore allosterico negativo. In presenza di fruttosio-2,6-disfosfato la curva torna
alla struttura iperbolica, perché questo reprime l’effetto negativo dell’ATP e riporta il sito
catalitico alla conformazione normale.

Effetto allosterico può essere dato dal substrato stesso o da composti diversi.
Chiamiamo
regolazione allosterica omotropica quando il substrato si comporta da modulatore
allosterico (come nel caso dell’Hb)
regolazione allosterica eterotropica quando non è il substrato a comportarsi da
modulatore, ma una molecola diversa dal substrato agisce da modulatore allosterico (come
nel caso di FDP in cui è l’ATP il modulatore).

Specificità dell’enzima
La specificità dell’enzima è legata alla sua natura proteica. Si ha specificità di:
• reazione
• legame
• substrato

Specificità di reazione
Es. demolizione del glicogeno. Il glicogeno ha catena principale, formata di molecole di Glu unite
con legame 1,4 α-glicosidico, e catene laterali, ramificate a loro volta, attaccate alla principale da
legame 1,6 α-glicosidico. L’enzima glicogeno fosforilasi attacca gli estremi non riducenti e stacca
un Glu per volta ma si blocca poco prima (4 unità prima) di arrivare alla ramificazione perchè non
riconosce il legame 1,6 glicosidico. Interviene allora l’enzima deramificante, che riconosce la
deramificazione, attacca sempre dall’estremo non riducente staccando le ultime unita di Glu prima
della ramificazione e le trasferisce all’estremità non riducente di un’altra catena (glicosiltransferasi),
infine ritorna e rompe il legame 1,6 liberando il Glu in soluzione.

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Specificità del legame
Es. pepsina. La pepsina idrolizza la proteina addizionando acqua per rompere il legame peptidico.
Presenta aspecificità di legame perché può rompere anche il legame estereo, anche se comunque la
reazione è sempre un’idrolasi.

Specificità di substrato
Es. fosforilazione del glucosio. Può avvenire ad opera dell’esosochinasi che è aspecifica perché
riconosce più monosaccaridi: Glu, Man, Fru; possiede comunque una certa specificità perché
fosforila sempre il gruppo alcolico primario al termine della catena; la fosforilazione del glucoso
può inoltre avvenire ad opera della glucosocinasi che è specifica per il glucosio; si differenzia
inoltre dall’esosocinasi per la affinità per il glucosio (HK: 5µm e GK: 20).
Es. la fruttosocinasi riconosce solo il Fru che può essere fosforilato in posizione 1 oltre che in altre
posizioni.

Si parla di specificità:
• assoluta se l’enzima riconosce 1 solo substrato;
• relativa se l’enzima riconosce più di un substrato.

Si distingue inoltre tra:


• Specificità stereochimica se gli enzimi hanno specificità anomerica, ossia riconoscono la
configurazione spaziale dei gruppi;
Es. Glu-6-P-DH è specifica perché riconosce solo l’anomero α.
• Specificità enantiostereochimica: enzimi che riconoscono solo uno dei 2 enantiomeri.

Cofattori delle reazioni enzimatiche


Sono di natura non proteica, si legano agli enzimi e gli conferiscono attività.

Vengono distinti in 2 classi:


• gruppi prostetici sono parte integrante dell’enzima; sono uniti da legami covalenti, di difficile
rottura;
• coenzimi si legano all’enzima solo durante la reazione; sono uniti all’enzima da legami deboli;
vengono anche detti cosubstrati perché in effetti si comportano come substrati.

Cofattori sono molte vitamine del gruppo B: concorrono a formare i gruppi prostetici e i coenzimi.
Noi non siamo in grado di sintetizzare le vitamine del gruppo B e pertanto devono essere introdotte
con la dieta.

Es. enzima ossidoriduttasi ha come gruppo prostetico i flavinmononucleotidi: riboflavinfosfato


(FMN) e flavinadenildinucleotide (FAD). Se manca la vitamina B2, cioè la riboflavina, non siamo
in grado di attivare l’enzima. La vitamina B2 è formata da ribitolo + isoallossazina [uniti da legame
non N-glicosodico tra N10 e C1]
FMN: si forma in seguito alla fosforilazione della vitamina B2 sul C5 (e precisamente CH2OH)
del ribitolo. Non è un nucleotide perché il legame tra il polialcol, ribitolo, e la base azotata
dell’isoallossazina, non è di natura glicosidica. Il P si lega con legame estereo.
FAD: è composto da 2 nucleotidi: FMN + AMP, data da ATP, uniti da legame pirofosforico.

Es. enzima Succinato-DH: l’His, che presenta un gruppo amminico, si lega al metile in posizione 8
dell’isoallossazina e si forma un legame ammidico N-C molto stabile.
La Cys ha un gruppo –SH, S si lega al C metilico in posizione 8. Sono importanti i gruppi N5 e N1.

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Es. nell’acido succinico vengono trasferiti i 2 H nell’azoto in posizione 5 e in posizione 1. I doppi
legami si spostano sul C di legame, unico doppio legame. Cambiano le proprietà fisiche: spettrali e
la colorazione.
Gli enzimi flavinici possono essere:
ossitropi se H legato a N1 e N5 va direttamente all’O2 molecolare, cioè se ha alta affinità per O2
, ad es. xantino-ossidasi, aminoacido-ossidasi
anossitropi se ha bassa affinità per ossigeno molecolare e trasferisce gli H ad altri accettori che
a loro volta si riducono, es. coenzima Q, cioè componenti della catena respiratoria.

Tiamina
La tiamina, vit. B1, è formata da un anello pirimidinico e un anello tiazolico uniti da un ponte
metilenico . L’H legato al C in 2 dell’anello tiazolico si stacca facilmente perché ha carattere acido
in quanto N e S sono atomi molto elettronegativi, tende a staccare quindi H ed agganciare composti.
La tiamina viene assunta con la dieta, alimenti ricchi in tiamina sono la crusca e il lievito.

Timina + ATP TPP + AMP

Dalla tiamina con aggiunta di ATP si forma la tiaminapirofosfato TPP, in cui il PP si attacca al C
alcolico della catena laterale etilica in C5 dell’anello tiazolico.
Reazione pirofosfochinasica: l’H si porta sul C carbonilico del piruvato.

27/11/02

Biotina
È una vitamina del gruppo B formata da 2 eterocicli condensati: anello imidazolico + tiazolico con
una catena di acido valerianico legata al C5 dell’anello tiazolico. E’ sempre legata a protidi, quindi
mai libera, attraverso il gruppo COOH della catena laterale, con legame isopeptidico perché è
l’NH2 in ε a legarsi al gruppo carbossilico.

In natura si trova biotin-Lys, detta biocitina, sulla quale interviene un enzima specifico intestinale,
biotinidasi, che rompe il legame isopeptidico con Lys, e la biotina viene assorbita dalle cellule
dell’intestino e qui copulata con protidi.
Ci sono persone in carenza di biotina perché non riescono ad assorbirla per via intestinale. Enzimi
che portano la biotina sono delle ligasi. La biotina è il caratteristico cofattore delle reazioni di
carbossilazione.
Es. Carbossilazione dell’acido piruvico:
ac piruvico + CO2 ac. ossalacetico (con idrolisi dell’ATP in ADP+P).
E’ una reazione irreversibile.

L’avidina, che si trova nell’albume dell’uovo, lega biotina con alta affinità sottraendola
all’assorbimento intestinale, non è un legame di tipo covalente, ma non si può spezzare.
Nel pulcino per carenza di biotina si ha la perdita delle piume.

La reazione di carbossilazione avviene in 2 tappe:


Il primo intermedio è sconosciuto, ma si ipotizza sia presente un fosfato (liberato da ATP) legato al
C, cioè si suppone la formazione di un intermedio attivo, labile, ovvero la biotina fosforilata, che
permette al HCO3- ione di legarsi sull’N.
Nel secondo intermedio si ha carbossilazione del gruppo prostetico dell’enzima che accetta il
bicarbonato ione legato all’N1 dell’anello imidazolico della biotina.
La reazione richiede Mg2+.

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Piridossina
E’ la vitamina B6 [2-metil-3-idrossi-4,5-didrossimetilpiridina]. E’ solubile.
Sono note diverse forme:
Forma formilica, cioè piridossale, con CHO in C4 dell’anello di piridina [2-metil-3-idrossi-4-
formil-5-idrossimetilpiridina]
Forma amminica, cioè piridossamina, è la più frequente delle 3 forme; con CH2-NH2 sempre in C4.
Piridossalfosfato è l’estere fosforilato in C5 sul gruppo CH2OH […5-piridilmetilfosfato]
È molto presente nel latte e nei derivati, soprattutto i formaggi stagionati, dal momento che la
formazione della vitamina B6 è dovuta all’azione dei batteri.
Il legame di questo gruppo prostetico con la proteina è stabile, non si conosce il meccanismo di
azione.

Il gruppo prostetico della vitamina è il piridossale. Il legame del gruppo prostetico con la vitamina
altera più parti della vitamina. Il gruppo formilico in C4 è importante per il riconoscimento del
coenzima. La forma formilica è la forma attiva nel nostro organismo.
Gruppo prostetico ed apoenzima sono saldamente uniti mediante legame aldiminico, che si
stabilisce fra il formile del piridossal-5-fosfato e l’aminogruppo in ε di un radicale di Lys del
protide. Il legame con il gruppo formilico in C4, con eliminazione di H2O, forma quindi un legame
aldiminico o base di Schiff -HC=N-Enzima.
In alcuni enzimi questo legame aldiminico è valido, in altri invece scompare. Nell’enzima
fosforilasi del muscolo è stabile e non prende parte alla catalisi enzimatica. Gruppo prostetico della
fosforilasi è la piridossina.
IL piridossalfosfato è soprattutto legato al metabolismo degli amminoacidi, in reazioni di
transaminazione, in cui il legame aldiminico scompare all’inizio della catalisi e riappare più avanti.

Coenzimi
NAD e NADP (ha un gruppo fosfato in C2’ del riboso) sono i coenzimi principali di reazioni di
ossidoriduzione.
NAD+ e NADP+ forma ossidata
NADH+H+ e NADPH+H+ forma ridotta
NAD: nicotinamide-adenina-dinucleotide o cozimasi I o coenzima I
Composizione:
• 1 molecola di amide dell’ac nicotinico o nicotinamide
• 1 molecola di adenina
• 2 molecole di D-riboso
• 2 molecole di ac. fosforico
Legami:
2 legami β-glicosidico: tra ribosio e l’N9 dell’adenina e ribosio e l’N 1 della nicotinamide
2 legami esterei tra gruppi alcolici primari del ribosio e l’ac fosforico
1 legame pirofosforico tra i 2 mononucleotidi: AMP e Nicotinamide riboso-P

NADP: nicotinamide-adenina-dinucleotide fosfato o cozimasi II o coenzima II


ha in più una molecola di ac fosforico in posizione C2’ del ribosio dell’adenosina

-anello aromatico nella forma ossidata; anello chinoide nella forma ridotta
-sono rappresentati in forma cationica, cioè con carica positiva sull’N 1 della nicotinamide,
carica che in soluzione viene bilanciata da anioni Cl-
-sono ionizzati gli OH acidi dei radicali dell’ac fosforico, ciò conferisce carica negativa alla
molecola, per cui il NAD può considerarsi ione dipolare con in più una carica negativa,

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mentre il NADP ione tetrapolare con una carica positiva.

La riduzione interessa il nucleo piridinico nella posizione N1 e C4 con formazione di un nuovo


centro di asimmetria.

Le forme ossidata e ridotta hanno 2 diversi spettri di assorbimento nell’UV


Ossidata 260 mµ dovuta agli anelli purinici e pirimidinici
Ridotta anche 340 mµ dovuta alla struttura chinoide dell’anello nicotinamide ridotto

Derivano dalla vitamina B essenziale, niacina o acido nicotinico.


La niacina esiste sia come acido libero che come nicotinamide, cioè amide con NH2 sul gruppo
COOH = CONH2.
Sia la niacina che la nicotinamide sono attivi e vengono in piccola parte formati a partire dalla
demolizione del Trp, il quale però è poco rappresentato nelle proteine; pertanto tale produzione non
riesce a coprire il fabbisogno giornaliero. Inoltre il Trp in parte non segue la via della sintesi di ac
nicotinico.
L’insufficienza di Trp porta ad una patologia nota come pellagra, tipica delle popolazioni di
montagna che un tempo si cibavano solo di polenta.

NAD è formato da 2 nucleotidi: AMP che si lega con il suo gruppo fosfato con legame di anidride
al fosfato del nicotinammide. Nel passaggio dalla forma ridotta alla ossidata si ha l’ossidazione
delle aldeidi in chetoni e viceversa.
Es. etanolo ossidato ad acetaldeide ad opera di una DH che stacca i 2 H, quello legato all’OH e H
che viene ossidato a protone. Il gruppo che accetta protoni è il nicotinamide, lo ione idruro si porta
al C4, si ha una ridistribuzione dei doppi legami, l’anello non è più aromatico come nella forma
ossidata, bensì chinoide nella forma ridotta..
Modificazioni fisiche si hanno nello spettro di assorbimento: 260 nm di assorbimento nella forma
ossidata e 340 nm nella forma ridotta.
Dei 2 H rimossi quello che va via come idruro è quello legato a C e quello legato all’O è il protone.
Nel trasferimento di elettroni si ha NAD ridotto, lo spostamento di H è codirezionale.

Vengono distinte 2 tipi di ossidoriduttasi o NADH+H:


• tipo B se l’H si lega dalla parte del C con il gruppo NH2
• tipo A se l’H si lega dall’altra parte

Il NADP è più acido di NAD per la presenza del gruppo P in C2’ del ribosio dell’AMP.

CoASH
[3-fosfo-adenosindifosforil-pantoil-β-alanina-cisteamina]
è un mononucleotide, costituito da:
• Ac pantoico: α,γ-diossi-β,β-dimetil-butirrico
• β-alanina
• cisteamina (Cys decarbossilata) o β-mercaptoetilamina
• 2 molecole di fosfato
• adenosin-3-fosfato

ac. pantotenico o vit B3 (o pantoil-β-alanina) = ac pantoico + β-alanina [legame amidico]

ac pantotenico + cisteamina [legame amidico]

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Legami:
β-glicosidico tra N9 della adenina e C1 del ribosio
di estere tra gruppo alcolico 2ario in C3 e fosfato
estereo tra gruppo alcolico 1ario in C5 e fosfato
pirofosforico o anidride
estereo tra OH e gruppo alcolico 1ario dell’ac pantoico
amidico tra COOH dell’ac pantoico e NH della β-alanina
amidico tra COOH della β-alanina e NH della cisteamina

Deriva dall’acido pantotenico, vitamina del gruppo B, che non viene sintetizzato ma si assume con
gli alimenti. Fabbisogno è di 10-20 mg/giorno.
La carenza è rara dal momento che, come dice il nome stesso, è presente nella quasi totalità degli
alimenti.

Acido pantoico + β-alanina, che deriva dall’Asp, con legame peptidico= acido pantotenico
Ac pantotenico + Cys = ac pantotenilcisteina, che va incontro a decarbossilazione.
Ac pantotenico in presenza di ATP = ATP + PPi acquista AMP e si forma defosfoCoA che non è
ancora funzionante perché manca un P in C3’ del riboso.
Infine in una reazione cinasica ATP dona P che lo lega al C3’ del ribosio e si forma CoASH attivo.
Il CoA è il trasportatore di acili, forma un legame tioestere con il gruppo tiolico del CoA; il legame
tioestere è ricco di energia. Il CoA è importante nella sintesi dell’acido grasso. Se CoA è legato
all’acetile si ha acetil-CoA.

2 dicembre 2002

Lezione di biochimica

2.φασε ιντερµεδια

È una fase che porterà alla costruzione del primo legame ricco di energia. La molecola dell’esoso
verrà scissa in due unità a tre carboni, detti triosi, che verranno ossidate per formare l’intermedio
acido 1,3-bifosfoglicerico. Andiamo quindi dal fruttosio-1,6-bifosfato all’acido 1,3-bifosfoglicerico.
Dalla rottura dell’esoso tutti i composti che si formeranno saranno sempre moltiplicati per due
perché abbiamo formato molecole di trioso a partire da un esoso.
La catena carboniosa del fruttosio-1,6-bifosfato viene scissa a livello del C3-C4 e dai C1, 2, 3
formiamo il primo chetotrioso, fosfodiidrossiacetone (DAP), dai C 4,5,6 formiamo il secondo
trioso, gliceraldeide-3-fosfato (GAP). L’enzima che interviene nella reazione prende il nome di
aldolasi e di questo enzima ne esistono in natura due tipi: uno tipico del regno animale ed uno tipico
del regno vegetale(microrganismi). La differenza è che l’enzima dei nostri tessuti apparentemente
non ha cofattori e tutto il meccanismo della reazione si impernia su un residuo di lisina che fa da
ponte del sito catalitico dell’enzima, mentre l’enzima presente nei microrganismi è un metallo-
enzima la cui attività dipende da zinco. Le due aldolasi funzionano quindi in modo completamente
diverso, l’una dipende tutta dalla presenza di lisina nel sito catalitico, l’altra dipende invece da un
zinco ione presente anch’esso nel sito catalitico a intorno al quale si impernia la reazione. Sono,
quindi, due enzimi completamente differenti seppur tutti e due catalizzino la stessa reazione di
scissione del F-1,6-P in due triosi.
L’equilibrio è reversibile e la reazione è liasica (carbonio-carbonio-liasi) in quanto nel corso della
reazione si è formato un doppio legame nel gruppo carbonilico dell’aldeide. L’enzima, quindi
rompe un legame C-C e costruisce su questa rottura un doppio legame. L’aldolasi nei nostri tessuti è

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un tetramero di tipo α2β2, in cui la differenza fra le catene α e le catene β è minima. In particolare
le catene β portano un residuo di acido aspartico che nel caso delle catene α è un’asparagina.
Quindi l’unica differenza fra le due catene è che le catene β sono leggermente più acide delle α.
Questa reazione può essere spiegata in funzione dei gruppi che sono presenti sul sito catalitico.
Il sito catalitico dell’aldolasi nei tessuti animali è abbastanza conosciuto e su di esso si affacciano
più gruppi reattivi rappresentati da una arginina e due lisine, aa basici, da una cisteina e da una
istidina.
1. l’arginina Arg ha la funzione di legare in modo stabile il fosfato in posizione uno visto che ha un
gruppo guanidinico carico. Quindi quando il substrato si avvicina al sito catalitico il primo legame
che si costituisce è tra il fosfato in 1 e il gruppo guanidinico dell’arginina. In questo modo il
substrato è agganciato all’enzima.
2. Conseguentemente il gruppo carbonilico in posizione 2 viene riconosciuto dalla lisina che, in
prossimità dell’arginina, stabilisce una reazione aldeide-ammina (legame aldimminico) con
eliminazione di una molecola d’acqua.
3. Nel terzo momento il residuo di cisteina delocalizza il proprio protone H+ verso l’amminogruppo
della lisina che diventa un gruppo NH3 carico.
4. Il gruppo NH3 riconosce il fosfato in 6 su cui si aggancia.
5. La cisteina che ha perso il suo protone tende a catturare l’ H legato al C3. la delocalizzazione di
questo H porta ad una labilizzazione del legame C3-C4. la catena, quindi, si spezza e si viene a
creare un carbanione fra i C1, 2 e 3 e una GAP fra i carboni 4, 5, 6. si libera quindi il primo
prodotto della reazione.
6. Il carbanione che si è creato viene protonato dall’istidina e questo induce, in presenza di acqua, la
risoluzione del legame aldimminico e il passaggio in soluzione del secondo prodotto della reazione:
DAP.
La cisteina è quindi essenziale per la liberazione del primo prodotto della reazione, mentre l’istidina
è importante per il secondo prodotto.
L’aldolasi è considerata come enzima tiolico perché se blocco la cisteina prima della reazione del
gruppo tiolico impedisco la rottura del legame C3-C4. Formatisi i due triosi la glicolisi va avanti e
comporta la trasformazione del DAP in GAP. La reazione è reversibile e l’enzima che interviene è
indicato come trioso-fosfato-isomerasi, che è l’enzima che ha la maggiore attività fra tutti gli enzimi
presenti nella glicolisi.
Il meccanismo di questa isomerizzazione si può considerare simile a quello della reazione
G6P F6P in quanto vi è di nuovo la trasformazione di un chetoso in un aldoso.
È importante ricordare che nella trioso-fosfato-isomerasi vi è un sito catalitico di un radicale di
acido glutammico. Questo acido glutammico ha il gruppo carbossilico impegnato nella catena, il
gruppo amminico impegnato nella catena e il carbossilegame libero che, in forma deprotonata COO-
, interviene sul gruppo alcolico primario del DAP ed estrae un protone.
Il trasferimento di questo H+ porta ad un riassestamento della molecola e la formazione di un
intermedio dienolico di tipo carbanionico. Il gruppo C-O- carico negativamente riceve a sua volta il
protone dal radicale dell’acido glutammico che l’aveva acquistato. Quindi l’enzima toglie dapprima
l’H+ e lo trasferisce al proprio sito catalitico e dopo prende questo H+ e lo manda all’O carbonilico.
È quindi un processo di ossidoriduzione interno in quanto il gruppo alcolico primario viene
deprotonato e il gruppo carbonilico viene protonato.
Con questa reazione isomerasica ci troviamo in presenza di due molecole di GAP: una deriva
direttamente dalla reazione aldolasica e l’altra dalla reazione isomerasica. La tappa successiva
coinvolge entrambe le molecole e prevede la deidrogenazione dell’aldeide e la sua simultanea
fosforilazione. La fosforilazione dell’aldeide deidrogenata non è data da ATP, ma è data dal
passaggio in legame organico di un fosfato inorganico.quindi il fosfato che si trova nell’acido 1,3-
bifosfoglicerico proviene da un fosfato inorganico e mai dall’ATP.
Si parla quindi di οσσιδαζιονε φοσφοριλαντε in quanto c’è ossidazione del gruppo aldeidico e
contemporaneamente la sua fosforilazione. L’aldeide, quindi, è ossidata a gruppo carbossilico e

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simultaneamente il carbossile legato a fosfato. Ogni reazione di ossidazione si accompagna sempre
ad una reazione di riduzione: l’ H viene rimosso dall’aldeide e accettato temporaneamente dal
cofattore NAD che diventa NADH+H+.
La reazione è reversibile ed è catalizzata dall’enzima
γλιχεραλδειδε−φοσφατο−δειδρογενασι (ΓΑΠ−∆Η). quando ossido la GAP formo una molecola
di NAD ridotto che vuol dire uno ione idruro H+. Apparentemente, però, la GAP nel gruppo
aldeidico porta un solo atomo di H. Come si può piegare il fatto che l’enzima sottragga due atomi di
H nella formazione dell’aldeide in gruppo carbossilico? La domanda trova risposta nel meccanismo
della reazione che vede nella GAP DH un enzima tiolico in cui il gruppo tiolico –SH fa parte del
sito catalitico. L’enzima, appena la reazione inizia è in grado di legare NAD+. La GAP-DH sebbene
usi come cofattore il NAD+ in realtà lo possiede anche come gruppo prostetico; il NAD+, quindi, è
simultaneamente gruppo prostetico e cofattore della reazione.
Quando comincia la reazione l’enzima si appronta al substrato e forma con il gruppo aldeidico il
tioemiacetale. Nella formazione di questo tioemiacetale il C diventa un C apparentemente alcolico
ed è quindi possibile da parte dell’enzima sottrarre l’ H legato al C come ione idruro H- e mandarlo
al NAD+. A questo punto il C, in seguito alla deidrogenazione, avrà con il gruppo tiolico un legame
tioestereo. A questo punto l’enzima interviene un’altra volta sull’intermedio e stacca l’acile
trasferendolo all’ortofosfato e formando così il prodotto della reazione: acido 1,3-bifosfoglicerico.
Simultaneamente scambia il NADH+H+ ad esso legato con il NAD+ che esiste nel mezzo: il
NADH+H+ si stacca e viene scambiato con il NAD+. Alla fine di questa reazione avrò quindi il
prodotto della reazione: NAD ridotto in soluzione e l’enzima alla forma di partenza. Gli inibitori
della reazione saranno tutti reattivi dei gruppi tiolici che laddove interagiscono con il gruppo –SH
distruggono la catalisi perché l’enzima non riconosce più il substrato.
Gli inibitori, inoltre, sono composti che competono con il fosfato per legarsi all’acido-3-
fosfoglicerico. Energico competitore è l’acido arsenico, acido pentavalente, per il quale l’enzima ha
una affinità più alta di quanto non abbia per il fosfato. L’enzima quindi trasferisce l’acile
preferibilmente all’arseniato che non al fosfato. Si forma quindi un acido che ha un arseniato in 1 e
un fosfato in 3: il legame arseniato-carbossile, però, è estremamente labile e non appena si forma si
idrolizza subito. Il risultato sarà che la glicolisi che procede in presenza di arseniato, rende
pochissimo perché si perdono due molecole di ATP. Con la formazione dell’1,3-bifosfoglicerato,
chiudiamo la fase intermedia.

3. φασε χονχλυσιϖα ο ρεδδιτιζια

È una fase che rende energia. La resa si può già vedere in quanto il legame che si è formato fra il
fosfato e il carbossile è un legame di anidride che ha un livello energetico pari se non superiore a
quello del legame pirofosforico terminale dell’ ATP.
Il fosfato ricco di energia che si è formato verrà trasferito all’ADP per formare ATP. Quando si
cerca di dimostrare la presenza dell’acido 1,3-difosfoglicerico in una cellula che è in via di glicolisi,
non si riesce ad isolare questo intermedio perché si forma sulla superficie dell’enzima ma
immediatamente passa sull’enzima successivo che prevede a trasferire il fosfato sull’ADP. Quindi
la GAP-DH e l’enzima che segue, la trifosfoglicerato-cinasi, lavorano in tandem. Il substrato
scivola dalla GAP-DH alla 3PGK senza liberazione in soluzione di acido 1,3-bifosfoglicerico. I due
enzimi sono strettamente ravvicinati all’interno del citoplasma.
L’enzima τρε−φοσφογλιχερατο−χινασι è in grado di catalizzare una reazione reversibile.
È la prima reazione redditizia della via glicolitica: con questa reazione la glicolisi è in pareggio
perché le due molecole di ATP spese all’inizio le abbiamo ora riformate. Le reazioni che seguono
sono in funzione di potenziare l’energia del legame estere che si trova sull’acido 3-fosfoglicerico e
trasformarlo in un legame ad alto livello di energia per sintetizzare una nuova molecola di ATP.
Questo accumulo di energia è graduale e inizia con il trasferimento del fosfato dalla posizione 3 alla
posizione 2. questa reazione è ancora reversibile. Questa reazione implica l’intervento da parte

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dell’enzima di due amminoacidi: uno fosforilato e uno defosforilati. In particolare sulla
fosfoglicerato…. Hanno identificato un sito con istidina e un sito con istidina fosforilata. La catalisi
inizia con l’intervento dell’istidina fosforilata che trasferisce il fosfato alla posizione 2 dell’acido 3-
fosfoglicerico. Si ha così l’intermedio dell’acido 2,3-bifosfogicerico. Formato questo intermedio,
l’enzima stacca il fosfato alla posizione 3 e lo manda all’istidina defosforilati e si avrà enzima
fosforilato+acido2-fosfoglicerico. È una reazione liasica in cui l’idrolasi toglie una molecola
d’acqua tra il C1 e il C3. È reversibile.
Con la sottrazione dell’acqua la distribuzione dell’energia all’interno della molecola cambia
profondamente e l’energia si accentua sul legame enolfosfato che diventa un legame con
caratteristiche molto vicine ad un legame di anidride. L’idrolisi di questo legame porta ad una
liberazione di energia superiore, quasi doppia a quella del legame fosfato-terminale dell’ATP.
L’accentramento dell’energia sul legame enolfosfato è indispensabile affinché avvenga la reazione
successiva, nuovamente cinasica, in cui il PEP cederà il fosfato all’ADP per formare una nuova
molecola di ATP. L’enzima che è intervenuto nella formazione di PEP prende il nome di enolasi ed
è una idrolisi che utilizza come cofattore della reazione il Mg2+. Tipico inibitore dell’enolasi è il
fluoruro perché in presenza di fosfato si forma un complesso fluoro-fosfato di magnesio che sottrae
Mg2+ all’enzima. L’enzima quindi si inattiva e di conseguenza si blocca anche la glicolisi. Il PEP,
elemento estremamente labile, non si libera nel mezzo, ma viene a legarsi immediatamente
all’enzima che segue, la πιρυϖατο χινασι (ΠΚ), il quale provvederà a trasferire il fosfato dal PEP
all’ ADP per formare ATP.
La reazione è irreversibile perché:
1.L’energia del legame enolfosfato è molto più alta rispetto all’energia del legame pirofosforico
terminale dell’ATP: la reazione è quindi esoergonica.
2.L’enzima PK ha scarsissima affinità per il piruvato che non potrebbe quindi legarsi per riformare
PEP.
3.L’ATP è un inibitore per la PK

L’ ATP inibisce la PK in quanto copre con il suo fosfato terminale la parte dell’enzima che lega il
fosfato. È un inibitore di tipo competitivo. La PK diventa uno degli enzimi regolatori della via
glicolitica in quanto catalizza un equilibrio irreversibile. Esiste in 3 isoforme:

o L : isoforma caratteristica del fegato


o M1: isoforma caratteristica del muscolo
o M2: isoforma caratteristica degli altri tessuti

L è attivata da F-2-P e inibita da alanina, NAD ridotto e ATP

+ FDP
L
Alanina
NADH+H
ATP

La forma L può esistere in forma fosforilata e defosforilati. La forma L-P fosforilata è inattiva (-),
mentre quella defosforilati L è attiva (+). Il passaggio da L a L-P e sotto controllo ormonale.

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L
Pi ADP
Glucagone
Insulina Fosfatasi PKA Adrenalina
H2O ATP
L-P

L’insulina facilita la formazione della L, mentre glucagone e adrenalina agevolano la forma L-P.
bisogna tenere conto dell’inibizione da alanina il che vuol dire una proteolisi intensa a livello
epatico, la glicolisi si arresta a livello della piruvato cinasi e l’accumulo di alanina porterà
all’inibizione dell’enzima. Con la tappa PK la glicolisi si chiude con resa di ATP e si chiude quindi
la fase che da energia. Infatti la reazione che trasformerà il piruvato in lattato non darà più energia,
ma è essenziale perché in questa consumeremo quello molecola di NADH+H+ che si era formata a
livello della GAP-DH. Questo consumo è essenziale per garantire alla glicolisi la sua funzionalità:
un accumulo di NADH+H+ porterebbe al blocco della PK, a un blocco della PFK 1 e ad una
reversibilità della GAP-DH.

• Glicolisi nel globulo rosso

Nel globulo rosso a livello della tappa 1,3-bifosfoglicerato 3-fosfoglicerato si insedia un ciclo
futile che porta alla dispersione del legame ricco di energia dell’acido 1,3-bifosfoglicerico. È un
ciclo caratteristico solo del globulo rosso che fa si che si formi un intermedio 2,3-bifosfoglicerato
con perdita del legame ricco di energia dell’acido 1,3-bifosfglicerico. È quindi un ciclo
svantaggioso in termini energetici, ma vantaggioso perché forma questo intermedio che è essenziale
nel globulo rosso perché riconosce sull’ emoglobina un sito per ogni subunità e andandosi a legare
alle catene β modifica la conformazione dell’ Hb che diventa meno affine per l’ossigeno e
facilmente l’ossigeno può defluire verso i tessuti. Il 2,3-bifosfoglicerato, quindi, andandosi a legare
all’Hb, facilita il passaggio della ossi-Hb a deossi-Hb. La deviazione dell’acido 1,3-bifosfoglicerico
dalla via glicolitica normale è reso possibile dalla presenza nel globulo rosso di una 1,3-
difosfoglicerato mutasi che provvede a trasferire il fosfato dalla posizione 1 alla posizione 2.
Nel globulo rosso, quindi, l’1.3-difosfoglicerato invece di andare incontro a reazione cinasica, che
porta alla formazione di ATP più 3-fosfoglicerato, si trasforma in 2,3-bifosfoglicerico.

Pi
1,3-difosfiglicerato-mutasi
1,3-PGA via
2+ 2,3-PGA 3-PGA glicolitica
Mg

Il 2,3-difosfoglicerato non appena si accumula diventa un inibitore per la mutasi e trasforma in una
idrolasi. Lo stesso enzima che ha trasportato il fosfato dalla posizione 1 alla 2, quindi, diventa una

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idrolasi laddove il 2,3-PGA si accumuli e in presenza di acqua toglie il fosfato alla posizione 2 e
forma l’acido 3-fosfglicerico che rientrerà nella via glicolitica normale. L’enzima 1,3-PGA-mutasi,
quindi, è un enzima aspecifico: è sia idrolasi che isomerasi. Il risultato più evidente di questo ciclo
è che la glicolisi non rende più perché formerò ancora 2ATP a livello della tappa fosfo-enol-
piruvato piruvato che andranno però a pareggiare i 2ATP consumati all’inizio senza dare ulteriore
energia.
Questo ciclo del 2,3-difosfoglicerico è quindi tipico del globulo rosso ed avviene solo in esso.

Chiusura della Glicolisi

consiste nell’ultima tappa in cui il piruvato ritorna lattato consumando il NADH+H+ che si era
formato a livello della tappa gliceraldeide-fosfato-deidrogenasi (GAP-DH). Con questa tappa la via
glicolitica si chiude in pareggio perché, per quanto riguarda i metaboliti, ha riossidato il NADH+H+
e può quindi ripetere il processo. È in attivo energeticamente perché ha formato 2ATP.
Se la glicolisi sfrutta questa tappa è valida l’affermazione: “La glicolisi è un processo che vive di se
stesso” perché forma cofattori ridotti, ma li riossida allo stesso tempo. La glicolisi è quindi una
ϖια αυτοσυφφιχιεντε per quanto riguarda il potere di ossidoriduzione in assenza di ossigeno.
La reazione è reversibile e se andiamo da piruvato verso lattato riduciamo il gruppo carbonilico del
piruvato a gruppo alcolico secondario. Con la riduzione formiamo quindi un carbonio chirale e la
forma dell’acido che viene sintetizzata nel nostro organismo è la forma L che porta l’ossidrile a
sinistra del piano della molecola rispetto al carbossile in posizione 1. Non siamo in grado di formare
l’acido D-lattico che è invece formato dai batteri. L’enzima lattico deidrogenasi è quindi
stereospecifico. La reazione, pur essendo reversibile, diventa unidirezionale in alcuni tessuti.
• Muscolo scheletrico: piruvato lattato
• Cuore: lattato piruvato lattato
• Fegato e altri tessuti: piruvato lattato

Da cosa dipende questa elettività nei tessuti? Dipende dalle caratteristiche della LDH. Questo
enzima è un tetramero formato da catene M e H dove le catene M sono caratteristiche dell’enzima
del muscolo scheletrico e le catene H sono caratteristiche dell’enzima del muscolo cardiaco.
Nel muscolo scheletrico l’enzima esiste prevalentemente nella forma M4, mentre nel cuore esiste
preferenzialmente nella forma H4.
Negli altri tessuti troviamo tutte le possibili combinazioni: M3H, M2H2, MH2.
Nel fegato largamente predominante è la forma M2H2
Queste forme si trovano in circolo perché in parte per sfaldamento dei tessuti, in parte per la
discreta permeabilità delle membrane cellulari gli enzimi possono entrare. Dal rapporto fra le
diverse forme è possibile stabilire se è avvenuto un danno a livello tissutale. Questo enzima LDH,
ha quindi carattere diagnostico.
Le diverse isoforme si riconoscono sia per il tipo di reazione, ma soprattutto per la velocità di
migrazione in un campo elettroforetica, dove le forme più veloci sono le forme H e forme più lente
sono le forme M. andando dal polo positivo al polo negativo, le H4 migreranno immediatamente
mentre le M4 non si spostano quasi dal punto di partenza.
Nel caso di infarto del miocardio, vi è una necrosi delle cellule del miocardio e questo comporta il
passaggio in circolo degli enzimi nell’isoforma H4-H3 con invarianza delle forme M. questa
modificazione è molto rapida ed avviene nelle due ora seguenti l’infarto.
Viceversa se si fa un esame elettroforetica su un atleta che ha corso per molto tempo si vedrà che
nel circolo tenderà a prevalere la forma M4 con invarianza della forma H. Si può quindi dire che c’è
stata usura del tessuto muscolare. Laddove vi siano danni epatici aumentano prevalentemente le
forme ibride e soprattutto M2H2. L’irreversibilità a livello del muscolo porta come conseguenza il
fatto che laddove ci sia una glicolisi molto intensa l’acido lattico tende ad accumularsi nel tessuto
muscolare provocando dolore. Nel soggetto allenato il dolore è minimo in quanto ha acquisito una

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certa capacità ad eliminare acido lattico. Il sistema di trasporto del lattato è molto attivo: il lattato
lascia il muscolo, va in circolo e qui viene captato dagli altri tessuti e in particolare dal muscolo
cardiaco e dal fegato. Il cuore utilizza l’acido lattico per trasformarlo in piruvato il quale va ai
mitocondri dove verrà ossidato a CO2 con formazione di ATP. Quindi un metabolita estremamente
dannoso per il muscolo scheletrico diventa importante per il muscolo cardiaco. Allo stesso modo il
fegato cattura avidamente acido lattico, lo trasforma in piruvato e da questo ricostruisce la molecola
del glucoso per il processo della γλυχονεογενεσι. Il glucoso formato è mandato in circolo e ritorna
al muscolo dove servirà per reintegrare l’energia che è stata persa durante la contrazione.vi è quindi
una comunicazione continua fegato/muscolo. Questo scambio lattato muscolo fegato
glucoso muscolo prende il nome di χιχλο δει χορι.

Υτιλιζζο δελ φρυττοσο νελλα γλιχολισι

Il fruttoso viene dal saccaroso, introdotto con la dieta.


Il fruttoso può essere usato, cioè reso in una forma metabolizzabile attraverso due vie:
1.L’esosocinasi, enzima specifico per il substrato, riconosce il fruttoso, forma fruttoso-6-fosfato e
con questo il fruttoso entra nella via glicolitica; in questo caso la glicolisi da fruttoso renderà tanto
quanto la glicolisi da glucoso.
2.Nei nostri tessuti, specialmente a livello epatico, vie è una cinasi specifica per il fruttoso la quale
fosforila il fruttoso in posizione 1 formando F-1-P. A questo punto il f-1-p prosegue per un certo
tempo in una via parallela alla via glicolitica che prevede l’intervento di una aldolasi specifica per il
f-6-P la quale rompe la molecola dell’esoso fra il C3 e il C4.
Si ottiene fosfo-diidrossiacetone (DAP) che entra direttamente nella via glicolitica e poi la
gliceraldeide che non può entrare perché non fosforilata. Sulla gliceraldeide interviene quindi una
cinasi specifica, la τριοσοχινασι, che fosforila il trioso in posizione 3. A questo punto anche la
gliceraldeide fosfato può entrare nella glicolisi. Questa via renderà come la via glicolitica classica
perché vengono consumate sempre due molecole di ATP.
Il grosso vantaggio di questa via è la formazione del f-6-P che è un attivatore per la glucosocinasi
(GK).

Υτιλιζζο δελ γαλαττοσο νελλα γλιχολισι

Il galattoso inizia il suo metabolismo attraverso una reazione di fosforilazione alla posizione 1. il
galattoso νον è mai fosforilato alla posizione 6.
1.Una cinasi specifica della γαλαττοχινασι, che agisce sul galattoso è lo trasforma in galattoso-1-
fosfato. Per poter usare questo Gal-1-P devo portarlo a Glu-1-P che potrà essere convertito in G6P
ed entrare nella via glicolitica. Il problema è che non ho nessuna possibilità di trasformare il Gal-1-
P in G6P utilizzando il Gal-1-P come tale. Devo trasformare necessariamente il Gal-1-P in una
forma reattiva che sia suscettibile di epimerizzazione al C4. Interverrà allora un nucleoside
trifosfato; l’uridin-trifosfato UTP. È intervenuta una transferasi che trasferisca il gruppo UMP; è
una reazione νυχλεοτιδιλτρανσφερασιχα . Sull’UDP-Gal interviene ora una epimerasi specifica
per il C4 che porta alla formazione del glucoso. Questa epimerasi si chiamerà 4−επιµερασι.
La reazione è reversibile e rovescia, in pratica, la configurazione del C4 dalla configurazione del
galattoso a quella del glucoso. Questa epimerasi è di tipo ossidoriduttivo in quanto porta come
cofattore NAD+. Funziona in effetti come ossidoriduttasi: l’enzima interviene una prima volta
sull’UDP-Gal e utilizzando il NAD+ legato ossida il C4 al gruppo chetonico formando un 4-cheto-
intrermedio. Questo 4-cheto-intermedio viene attaccato nuovamente dall’enzima in forma ridotta
che utilizzando NADH+H+ riduce il gruppo fosforico in 4. Nella riduzione, però, darò la
configurazione del glucoso. L’UDP-Glu formato, in presenza di pirofosfato che si era liberato
precedentemente, forma Glu-1-P+UTP. In questo modo ho finalmente trasformato galattoso in
glucoso.
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Nucleotidil
transferasi G6P Via
UDP-Glu + PPi UTP + G1P glicolitica

Questa è una modalità che la cellula può utilizzare, ma è una modalità che si sviluppa
esclusivamente nell’ινδιϖιδυο αδυλτο(1), non è nel neonato.
LEZIONE DEL 3 DICEMBRE 2002

Utilizzo del Galattosio nella via glicolitica.

Affinché il galattosio possa essere usato per ricavare energia, è necessario convertirlo in G6P per
iniziare la via glicolitica.
Vi sono due vie diverse una utilizzata solo dall’adulto ed un’altra utilizzata anche dal neonato.

• Prima modalità utilizzata esclusivamente dall’individuo adulto.

Il problema è che non ho nessuna possibilità di trasformare io Gal1P in G1P utilizzando il Gal1P
come tale. Devo trasformare necessariamente il Gal1P in una forma reattiva che sia suscettibile di
epimerizzazione al C 4. Interverrà allora una nucleoside trifosfato: l’uridin-tri-fosfato (UTP).
Tramite reazione nucleotidil transferasica, un UMP è trasferito al galattosio con liberazione di un
pirofosfato PPi e formazione dell’uridin-difosfo-galattosio UDP-Gal.
Sull’UDP-Gal interviene ora una epimerasi specifica per il C 4 che porta alla formazione del
glucosio; l’enzima che interviene è la 4 – epimerasi. La reazione è reversibile e rovescia, in pratica,
la configurazione del C 4 da quella del Galattosio a quella del Glucosio; questa epimerasi è di tipo
ossidoriduttivo, in quanto porta come cofattore NAD+ e funziona in effetti come ossidoriduttasi.
L’enzima interviene una prima volta sull’UDP-Gal e utilizzando NAD+ legato ossida il C 4 a
gruppo chetonico formando un 4-cheto intermedio. Questo 4-cheto intermedio viene riattaccato
dall’enzima in forma ridotta che utilizzando il NADH + H+ riduce il gruppo fosforico in 4; nella
riduzione però darà la configurazione del glucosio.
L’UDP-glucoso formato, in presenza di pirofosfato (liberato nella formazione di UDP-Gal) forma il
G1P più UTP; in questo modo si è finalmente trasformato il galattosio in glucosio.

• Seconda modalità utilizzata sia dagli adulti che dai neonati.

Prevede sempre la fosforilazione del galattosio in posizione 1 ad opera di una galattosocinasi; si


discosta dalla via precedente perché il GAL1P a questo punto viene usata in una reazione
nucleotidil transferasica, in cui il donatore dell’UMP è l’UDPGlucoso. Bisogna quindi vedere come
si forma l’UDPGlucoso perché è essenziale per l’avvio di questa seconda via.
L’UDPGlucoso si forma a partire da G1P ed ATP. Il G1P si forma, a sua volta, a partire dal G6P in
una reazione di isomerizzazione in cui il fosfato dalla posizione 6 del glucosio viene portato alla
posizione 1. L’enzima che trasforma il G6P in G1P richiede un cofattore specifico che è il
Glucosio-1,6-difosfato; l’enzima è detto fosfoglucomutasi e interviene su questa reazione che è
reversibile. Se non c’è il cofattore l’enzima non funziona.
L’enzima esiste in due forme :
- INATTIVA: in cui c’è un residuo di Serina libero;
- ATTIVA: in cui il residuo di Serina è fosforilato.
La fosforilazione dell’enzima è mediata dal cofattore stesso.

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Il cofattore viene riconosciuto dall’enzima, il quale sottrae il fosfato in posizione 6 e lo trasferisce a
se stesso; come prodotto della reazione abbiamo l’enzima fosforilato più il G1P. A questo punto
l’enzima fosforilato agisce sul substrato della reazione, che è il G6P e cede il fosfato alla posizione
1 riformando Glucosio-1,6-difosfato. Il cofattore, quindi, genera il prodotto della reazione e
il substrato genera il cofattore. Il problema è da dove viene questa prima molecola di Glucosio-1,6-
difosfato; è stata isolata una cinasi che è specifica per il G1P, ed è in grado fosforilarlo in posizione
6: tale enzima è detto Glucosio-1-fosfato cinasi.
Il G1P viene convertito in Uridindifosfoglucosio in una reazione nucleotidil transferasica, in cui
UTP dona UMP; tale reazione è reversibile. Il pirofosfato che si forma è un composto tossico per la
cellula ed è facilmente aggredito da delle pirofosfatasi che lo risolvono in due molecole di
ortofosfato. Scomparendo quindi il pirofosfato, la reazione diventa irreversibile e va soltanto a
favore dell’UDPG; quindi la reversibilità di questa reazione è alquanto precaria, data l’instabilità
del pirofosfato.
L’UDPG formato viene risintetizzato per trasformare il Gal1P in G1P. Interviene un enzima
specifico che trasferisce l’UMP dall’UDPG al Gal1P; in questo modo il G1P esce dal sistema e
potrà essere utilizzato.
Perché il sistema sopra descritto possa continuamente ricircolare è necessario sintetizzare la
molecola di UDPG che ho impegnato altrimenti il sistema si ferma. In genere questo UDPG viene
formato in una reazione epimerasica dove l’UDPGal viene trasformato in UDPG. Questa epimerasi
agisce come ossidoriduttasi intramolecolare, sfrutta la molecola di NAD+, attacca l’UDPGal alla
posizione 4 e lo riduce dando la configurazione del glucosio.
L’unico problema di questa strada è l’UDPG, che se non si forma non dà inizio alla trasformazione
del Gal1P in G1P.
Esistono dei deficit in cui gli enzimi coinvolti non riescono ad essere sintetizzati; questo è il motivo
per cui alcuni neonati hanno un eccesso di galattosio in circolo che genera una patologia nota come
galattosemia caratterizzata dalla difficoltà di trasformare il galattosio in glucosio. In questi casi uno
o più enzimi della via che abbiamo descritto è mancante o funziona in modo scorretto.
Il deficit più grave è la mancanza dell’enzima Galatto cinasi (GalK) perché in questa situazione il
galattosio non verrà utilizzato in nessun momento della vita, sia nel neonato che nell’adulto, perché
manca la prima tappa comune alle due strade.
Altri deficit sono frequenti nella via comune al neonato ed all’adulto perché lentamente, man mano
che il bambino cresce, accanto a questa strada si sviluppa la strada tipica dell’adulto. L’adulto,
quindi, non ha problemi ad usare il galattosio perché può scegliere entrambe le vie. Il neonato,
invece, se ha la seconda via deficitaria e la prima non ancora operante deve attraversare i primi due
anni di vita con questa difficoltà a utilizzare galattosio.
Gli altri deficit che portano ad intolleranza da galattosio possono riguardare:
- Uridintransferasi, cioè l’enzima coinvolto nella prima reazione che che porta dall’UDT
all’UDPGal
- 4 – epimerasi, che converte l’UDPGal in UDPGlucosio. Questo deficit èper fortuna poco
frequente perché se fosse frequente andrebbe a disturbare anche la via nell’adulto

Quando c’è un deficit nell’utilizzo del galattosio se si attiva la galattosio – cinasi il galattosio viene
attivamente fosforilato con consumo di ATP inutile pechè il Gal1P non riesce ad andare avanti.
Allora il Gal1P viene attaccato da alcune glicosidasi che lo trasformano in galattosio.
L’aumento di galattosio in circolo attiva a livello tissutale una riduttasi che lo trasforma nell’alcol
corrispondente, indicato come dulcitolo o galattitolo. L’enzima galattosoriduttasi trasforma il
gruppo aldeidico in un gruppo alcolico primario.
Il polialcool così formato, è estremamente tossico in quanto ha elettività per le proteine, va a legarsi
alle componenti proteiche a livello delle membrane cellulari e le altera. La componente che ne
soffre maggiormente e la lente del cristallino: il dulcitolo arriva alle proteine del cristallino e questo
perde la sua trasparenza. Questo porta alla cecità infantile.

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In definitiva quindi i punti chiave per l’utilizzo del galattosio sono:
prima la sua fosforilazione e
poi la sua conversione in G1P.
A questo punto il G1P viene rapidamente trasformato in G6P che potrà essere usato in vie
differenti.

Il ciclo del Glucosio 6 fosfato o ciclo dei pentosi.

È la seconda modalità che permette l’utilizzo del G6P.


La differenza fondamentale fra la via glicolitica e la via del G6P è che quest’ultima via non rende in
ATP. Nel processo si formeranno invece dei composti che sono essenziali per la sintesi di altri
composti. Formeremo, ad esempio, NADPH + H+ che è essenziale per la sintesi di acidi grassi e
colesterolo. Inoltre nelle cellule in cui non vi sono questi processi, cioè non vi è sintesi di acidi
grassi e colesterolo, il NADPH + H+ sarà essenziale per garantire un ambiente riducente.
Questo vale soprattutto per il globulo rosso in cui la presenza di NADPH + H+ garantisce il
mantenimento del ferro dell’emoglobina nella forma ferrosa prevenendone l’ossidazione.

Funzioni del NADH + H+ :


1. Sintesi di acidi grassi e colesterolo
2. Mantenimento dell’ambiente riducente nella cellula
3. Importante in reazioni di idrossilazione, che sono sintesi protettive
4. Formare pentosofosfati in particolare ribosofosfato, essenziale per la sintesi dei nucleotidi.

Il NADPH + H+ si formerà nella prima fase del ciclo detta FASE OSSIDATIVA dei
PENTOSOFOSFATI che comprende le prime tre reazioni di ossidoriduzione irreversibili. Il
ribosofosfato si formerà invece nella seconda fase detta FASE ANOSSIDATIVA in cui non
avremo reazioni di ossidoriduzione. È caratterizzata da reazioni reversibili.

Questo processo scorre nel citoplasma ed è comune a tutte le cellule seppur in alcune cellule si
esalti particolarmente in alcuni momenti.
Il processo è estremamente attivo nel tessuto adiposo, nella ghiandola mammaria e nel fegato.
Infatti il processo genera NADPH + H+ importante per la sintesi di acidi grassi (questo è
determinante nell’adiposo). La sintesi di acidi grassi e di colesterolo è estremamente attiva anche
nel fegato. Nella ghiandola mammaria la sintesi degli acidi grassi diventa rilevante quando essa
diventa secernente perché deve formare gli acidi grassi, essenziali per costruire i trigliceridi che
sono componenti essenziali del latte. Nel muscolo scheletrico il ciclo del G6P ha una importanza
relativa perché il muscolo non è coinvolto nella formazione di questi intermedi.
Il ciclo, inoltre, non è un processo continuo, ma è un processo che si può attivare in particolari
momenti, come quelli in cui la cellula ha bisogno di usare gli acidi grassi (diete ipocaloriche).
Laddove vi sia una sintesi di acidi grassi intensa , di pari passo si attiva il ciclo del G6P che fornisce
il NADPH + H+.
Il processo parte da G6P che è necessariamente un glucosio che è stato fosforilato in posizione 6 da
una esosocinasi. Nel corso del processo verranno formati dei pentoso fosfati e questo spiega il
nome alternativo di questo ciclo anche detto del “ciclo dei pentoso fosfati”.

• FASE OSSIDATIVA

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Le prime tre reazioni del ciclo sono irreversibili e, in particolare, le prime due saranno reazioni di
ossidoriduzione (deidrogenazione).
Nella prima reazione il G6P viene ossidato alla posizione 1 e viene convertito nell’acido –onico
corrispondente, che sarà un acido 6 fosfogluconico; questo acido non si forma immediatamente, ma
dopo la formazione del lattone.
Siccome il G6P deve essere deidrogenato al carbonio 1, esso deve essere scritto in forma chiusa e
nell’anomero .
L’enzima G6PDH esige assolutamente il glucosio nella forma , laddove esso sia presente nella
forma , interviene la fosfoesosoisomerasi che converte l’epimero nell’epimero .
L’enzima è estremamente esigente, e oltre a richiedere la forma del G6P richiede come cofattore
specifico il NADP+ e non riconosce il NAD+. L’equilibrio è irreversibile, in quanto l’enzima non è
in grado di catalizzare la reazione opposta.
L’enzima G6PDH toglie sull’apparente gruppo alcolico secondario, come ione idruro H-, l’idrogeno
legato direttamente al carbonio e lo porta al cofattore NADP+ . Allo stesso tempo manda in
soluzione come protone H+ l’idrogeno legato all’ossigeno.
Il carbonio 1 nel –lattone forma con l’ossigeno un estere interno e non un chetone, perché il C è
legato a due ossigeni ( O-C=O ); si forma allora un legame di estere. L’estere interno si è quindi
formato per reazione di un gruppo carbossilico in 1 e il gruppo alcolico in 5. Esteri interni fra acidi
carbossilici e gruppi alcolici prendono il nome di lattoni.
Non si è assolutamente formato un chetone anche se c’è un gruppo carbonilico, perché gruppo
carbonilico è sinonimo di acile che è andato ad impegnarsi con il legame diestere.
La proprietà più evidente del G6PDH, dopo la stretta dipendenza da NADP+, è la sua estrema
sensibilità al prodotto della reazione NADPH + H+. In piccolissime quantità il NADPH + H+ blocca
la catalisi; è necessario quindi che questo NADPH + H+ prodotto venga continuamente allontanato
dall’intorno in cui l’enzima agisce. Il NADPH + H+ raramente si accumula nella cellula perché
viene rapidamente spostato verso la sintesi dell’acido grasso, del colesterolo e verso gli altri
processi già ricordati.
Nei tessuti in cui c’è sintesi di acido grasso e colesterolo, si reprime questo processo di sintesi. Il
danno è molto grave a livello del globulo rosso dove la formazione di NADPH + H+ è essenziale
per mantenere un ambiente riducente importante affinchè l’emoglobina mantenga al suo interno il
ferro in forma ferrosa e non ferrica. Il passaggio da ferro ferroso a ferrico, infatti, porta alla
trasformazione dell’emoglobina in met – emoglobina, che ha perso la sua funzione di trasportatore
di ossigeno. Inoltre l’ambiente riducente è essenziale per l’integrità della membrana del globulo
rosso, in quanto su questa membrana sono esposte proteine estremamente sensibili ad agenti
ossidanti, dai quali il NADPH + H+ protegge. La componente lipidica viene propositivamente
alterata perché il deficit del NADPH + H+ si risolve ad una maggiore esposizione della membrana
del globulo rosso all’azione di agenti ossidanti. Di conseguenza il globulo rosso si lisa con estrema
facilità.
La Met – Hg si forma in piccole concentrazioni fisiologicamente nei nostri globuli rossi, ma viene
immediatamente riportata alla situazione di Hg ferrosa grazie ad una Met – Hg riduttasi che utilizza
NADPH + H+.
Se la G6PDH non funziona nel globulo rosso il NADPH + H+ viene a mancare e l’individuo va
incontro a crisi di soffocamento e diventa cianotico. La cura è somministrare riducenti che riportino
l’Hg nella forma ferrosa.

Il secondo ruolo del NADPH + H+ nel globulo rosso è mantenere alti i livelli di Glucatione nella
forma ridotta (come GSH e non come glucatione ossidato).
Il Glucatione esiste in due forme:
- Forma ridotta GSH in cui c’è un gruppo tiolico sul radicale di cisterna funzionante

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- Forma ossidata GSSG data dal raddoppio della molecola con la formazione di ponti
disolfuro
Il Glucatione ridotto GSH ha la funzione di proteggere l’emoglobina dall’eventuale ossidazione in
met – Hg e, inoltre, di garantirne l’integrità delle componenti della membrana cellulare del globulo
rosso (garantisce, cioè, la presenza di proteine in cui il gruppo – SH è indispensabile perché la
proteina sia funzionante o previene l’ossidazione della componente lipidica della membrana).
La presenza di GSH è garantita nel globulo rosso dalla formazione di NADPH + H+. Nel globulo
rosso, infatti, è presente una Glucatione riduttasi che trasforma glucatione ossidato GSG in
glucatione ridotto GSH in presenza di NADPH + H+ che si riossida in NADP+. In questo modo la
glucatione riduttasi mantiene alti i livelli di GSH nel globulo rosso e quindi ne garantisce la
stabilità.
Inoltre il Glucatione ridotto GSH è un agente protettore nei confronti del ferro ferroso
dell’emoglobina e quindi concorre a mantenere alti i livelli di emoglobina ed impedire l’eventuale
trasformazione in met – Hg.
Affinchè questo processo continui è necessario che nuovamente si riformi il glucatione ossidato
GSSG perché ritorni a sua volta a formare glucatione ridotto GSH. Il GSSG si forma facilmente nel
globulo rosso perché c’è una ossidazione spontanea del GSH. La formazione di GSSG è accelerata
dalla presenza di un secondo enzima detto Glucatione perossidasi che agisce sul GSH e lo ossida a
GSSG. Dopodiché il GSSG ritorna sulla Glucatione riduttasi e ricomincia il processo.
Questa reazione è importante per due motivi:
1. Rigenera il GSSG necessario per la prima reazione
2. Neutralizza il perossido di idrogeno H2O2, composto estremamente tossico per le cellule
perché ha elevato potere ossidante. Fa parte di quei composti indicati come radicali
dell’ossigeno, che sono specie altamente attive nei processi di ossidazione con alterazione
della componente protidica e lipidica della cellula.

Caratteristica della glucatione per ossidasi è il sito catalitico il quale non porta gruppo tiolico, ma
l’idrogeno del gruppo – SH è sostituito da un atomo di Selenio. Si parla quindi di un Selenoenzima
in cui la presenza di Selenio è essenziale per l’attività di questo enzima. Questa glucatione per
ossidasi ha quindi un residuo di cisterna il cui gruppo tiolico – SH al posto dell’ H porta un Selenio.
Introducendo più selenio con gli alimenti (patate o cipolle al selenio) abbiamo un apporto maggiore
di questo microelemento e in questo modo favoriamo i processi di protezione della cellula. Protegge
infatti dall’intossicazione da perossido di idrogeno H2O2
Oltre al perossido di dirogeno altri radicali dell’ossigeno sono estremamente dannosi:
- anione superossido O2--
- radicale ossidrilico OH

Dall’anione superossido ci difendiamo in quanto la cellula ha una superossido dismutasi che


trasformalo ione O2- in ossigeno molecolare più anione perossido O2--.
Dall’O2—la cellula è fortemente difesa da sistemi enzimatici deputati a distruggerlo; questi sono:
- Glucatione per ossidasi che usa H2O2 per trasformare GSH in GSSG
- Catalasi che attacca il perossido di idrogeno H2O2 e lo trasforma in acqua più ossigeno
molecolare. Questo sistema è molto attivo nei globuli rossi.
La catalisi è ricca nei globuli rossi ed è praticamente distribuita in tutte le cellule dove si
accentra all’interno di corpuscoli particolari detti perossisomi che sono all’interno del
citoplasma. Questa catalisi è un emoprotide ed ha quindi un gruppo prostatico simile
all’emoglobina, con la differenza che il ferro è sempre ferrico e non ferroso com’è nelle
emoglobina.
- Nelle cellule bianche, dette macrofagi, vi è un enzima particolare indicato come
mieloperossidasi che utilizza H2O2 per formare ipocloriti. L’acido ipocloroso è
estremamente debole, ma estremamente efficace come battericida.

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Esistono persone che hanno deficit di G6PDH; questi o non formano l’enzima, o lo formano in
quantità minima oppure in una forma che non funziona. Per questi soggetti è facile un’emolisi del
globulo rosso che si rende imponente nell’introduzione di alcuni farmaci che entrano in
competizione del NADPH + H+. Questi farmaci usati soprattutto nella cura della malaria sono
deleteri perché entrano in competizione con quel poco di NADPH + H+ che la cellula sta formando.
Il deficit di G6PDH è localizzato, inoltre, in quelle zone dove la malaria era endemica in quanto il
plasmodio della malaria necessita per la sua proliferazione di NADPH + H+. Di conseguenza gli
individui che presentavano deficit di NADPH + H+ si sono salvati perché nelle loro cellule non
entrava il plasmodio. Questo ha portato ad una selezione nelle popolazioni: coloro che non sono
stati colpiti da malaria avevano però il problema dell’instabilità del globulo rosso.
Torniamo, dopo, questa digressione al – lattone formatosi dal G6P.
Questo lattone è di per sé instabile e spontaneamente si idrolizza per dare acido-6-fosfogluconico.
L’idrolisi è fortemente accentuata dall’intervento di una lattonasi che rompe il legame estereo e
forma l’acido-6-P-glucuronico. La gattonasi è quindi una esterasi che risolve il legame di estere
formando l’acido carbossilico corrispondente.
Il composto che si forma è “-ONICO” perché il gruppo aldeidico è stato ossidato a gruppo
carbossilico; la reazione è irreversibile.
Sull’acido –onico interviene il terzo enzima del ciclo del G6P che è una deidrogenasi che lavora
però in modo complicato. Esso infatti oltre a deidrogenare carbossila anche. Tale enzima si chiama
6 fosfogluconico deidrogenasi e utilizza NADPH + H+: in un primo momento si comporta come
deidrogenasi, agisce sul carbonio 3 e lo deidrogena tagliendo come ione idruro H- l’idrogeno legato
al carbonio e lo manda al NADP+ e libera in soluzione come protone H+ l’idrogeno legato
all’ossigeno. Di conseguenza il gruppo alcolico secondario in 3 viene ossidato a gruppo chetonico e
si forma una molecola di NADPH + H+.
In questo modo si ottiene l’acido 3 cheto 6 fosfogluconico che spontaneamente va incontro a
decarbossilazione e da un composto a 6 atomi di carbonio passa a dun composto a 5 atomi di
carbonio. Questo processo è irreversibile e si forma il pentoso ribuloso-5-fosfato.
La deidrogenasi 6-fosfo DH ha di pendenza da NADPH + H+ ed è specifica per l’acido 6-
fosfogluconico e la struttura dimerica è formata da due monomeri uguali che se vengono separati
inattivano l’enzima. Cona la formazione del ribulosio 5 fosfato si chiude la prima fase del ciclo del
G6P, fase ossidativi caratterizzata da reazioni irreversibili.

• La glucatione riduttasi (GSH Riduttasi)

La glucatione riduttasi utilizza il NADPH + H+ per ridurre il glucatione ossidato in glucatione


ridotto e in effetti il NADPH + H+ è substrato della reazione. L’enzima di per sé è un enzima
flavinico e porta legato a sé stesso in modo molto stabile il FAD, gruppo prostatico che nel corso
della reazione verrà ossidato. La glucatione riduttasi è un dimero formato da due monomeri uguali;
ogni monomero porta legato FAD, un ponte disolfuro e un sito di legame per il NADPH + H+ e uno
per il glucatione ossidato GSSG.
In un primo momento l’enzima non riconosce il substrato, ma riconosce il NADPH + H+, lo ossida
e trasferisce lo ione idruro H- e il protone H+ a sé stesso formando FADH2. Successivamente
l’idrogeno dall’H2 lo trasferisce al ponte disolfuro e si formano i due gruppi –SH.
Nell’ultimo passaggio, l’enzima trasferisce l’idrogeno dei due gruppi tiolici –SH al glucatione
ossidato e forma glucatione ridotto più disolfuro.
L’enzima quindi, è in grado di ridursi e di ossidarsi all’interno della reazione. Questa modalità di
ossidazione dell’enzima flavinico è del tutto peculiare di questa glucatione riduttasi in quanto gli
altri enzimi flavinici si ossidano su intervento di agenti esterni che potranno essere, ad esempio,
ossigeno molecolare (e formeremo perossido di idrogeno) e in questo caso parleremo di Flavine
ossitrope, oppure attraverso una serie di trasportatori e parleremo allora di Flavine anossitrope.

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Quindi gli enzimi flavinici possono essere:
- Enzimi flavinici ossitropi: enzimi in cui il FAD ridotto si ossida cedendo H2 all’ossigeno
molecolare e formando così perossido di idrogeno.
- Enzimi flavinici anossitropi: enzimi che trasferiscono l’idrogeno a una serie di accettori.

• FASE ANOSSIDATIVA

In questa fase vi saranno reazioni di trasferimento e mai reazioni di ossidoriduzione. Inoltre tutte le
reazioni che incontreremo ora sono reversibili.
La prima reazione prevede la trasformazione del rinuloso-5-fosfato in due pentosi: lo xilulosio-5-
fosfato e il ribosio-5-fosfato.
La trasformazione ribuloso5P riboso5P corrisponde alla conversione di un cretoso in un aldoso.
La trasformazione è una reazione di epimerizzazione perché lo xilulosio si differenzia dal ribosio a
livello del carbonio 3.
Nel passaggio dal ribuloso al ribosio vi è la formazione del dienolo instabile: l’enzima sposta un
idrogeno dal carbonio alcolico primario all’ossigeno carbonilico e slitta il doppio legame.
Più incerto è come avvenga la trasformazione da ribulosio5P in xilulosio; si pensa che anche in
questo caso vi sia la formazione di un intermedio in cui l’idrogeno dal carbonio 3 si è spostato
sull’ossigeno carbonilico.
In questo modo utilizziamo il ribulosio due volte:
1. Lo utilizziamo per formare il ribosio
2. Lo utilizziamo per formare lo xilulosio
Ne consegue che il ciclo del G6P, per funzionare, non partirà da una sola molecola di G6P, ma da
più molecole. In effetti partiremo da tre molecole di G6P.
Il ribosio5P formato può uscire dal processo ed essere utilizzato perla sintesi dei nucleotidi oppure
può continuare in questa via metabolica.
Il ribosio5P e lo xilulosio5P vengono coinvolti in una reazione complessa in cui entra come
cofattore la Tiamina pirofosfato (TPP).
Da questa reazione viene come prodotto sedoeptulosio-7-fosfato e Gliceraldeide fosfato; la
reazione è reversibile.
Il sedoeptulosio è chiamato così perché l’hanno isolato per la prima volta nel sedulo, una pianta
grassa, e perché porta sette carboni (-eptulosio).
Nel sedoeptulosio7P è da sottolineare la configurazione del carbonio 3 in cui l’ossidrile è a sinistra
del piano della molecola, come nello xilulosio5P. La reazione si può vedere come una reazione di
trasferimento in cui vengono trasferiti dallo xilulosio5P i carboni 1 e 2 e vengono portati sul
carbonio aldeidico del riboso5P. Quindi lo xilulosio perché ha perso due carboni in precedenza
forma la gliceraldeide fosfato (GAP) e il riboso che ha acquistato i due carboni diventa il
sedoeptulosio7P.
L’enzima che interviene è indicato come transchetolasi o gliceraldeide attiva perché trasferisce il
gruppo chetonico CH2CO e perché è una forma di aldeide attiva. La transchetolasi porta come
gruppo prostatico la tiamina pirofosfato (TPP) che è un derivato della vitamina B1 pirofosforilata.
Legandosi tiamina pirofosfato all’enzima, l’enzima potenzia la acidità di questo idrogeno che
facilmente viene trasferito al substarto e porta così alla formazione del complesso enzima –
substrato. Il protone è portato sull’ossigeno carbonilico che è caricato negativamente e si forma un
gruppo OH. A questo punto la valenza libera del carbonio si lega al carbonio della TPP e il
substrato rimane così ancorato all’enzima.
In un secondo momento un sito dell’enzima carico negativamente attira verso di sé l’idrogeno
legato all’ossidrile in posizione 3: l’idrogeno viene staccato come protone e avviato al gruppo
aldeidico del ribosio5P.
Questo distacco porta alla rottura del legame C2 – C3 dello xilulosio e si libera quindi come primo
prodotto della reazione la Gap.

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Si forma il carbanione intermedio a cui si dà il nome di glicoraldeide attiva. L’enzima poi affronta il
riboso5P: il protone H+ va all’ossigeno aldeidico del ribulosio5P e si forma un gruppo alcolico
secondario. La valenza libera del carbone sul carbocatione si aggancia alla glicoraldeide attiva e si
forma così il sedoeptulosio7P.
La glicoraldeide attiva è l’intermedio reattivo che permette il trasferimento dell’unità bicarboniosa
dello xilulosio5P al riboso5P.
L’importante è che nella reazione il carbonio 3 del sedoeptulosio7P conservi la configurazione trans
dell’ossidrile che è già presente sullo xilulosio5P.
La reazione richiede la presenza di Mg2+ che sono importanti per la destabilizzazione del legame
pirofosforico ed è una reazione reversibile.
Lezione di BIOCHIMICA – mercoledì 4 dicembre 2002

Con la chiusura della fase ossidativa abbiamo a nostre spese due molecole di NADPH+H+, una
molecola di CO2 che corrisponde al C1 dell’originario glucosio-6-fosfato (G6P) e un pentoso: il
ribuloso-5-P. Abbiamo discusso della trasformazione del ribuloso-5-P nei due pentosi: xiluloso-5-P
e ribosio-5-P e avevamo fatto la prima reazione di trasferimento ad opera della transchetolasi che
prevede il trasferimento del C1 e C2 dello xiluloso-5-P al gruppo aldeidico del riboso-5-P con
formazione di sedoeptuloso-7-P(monosaccaride)+gliceraldeide-3-P. La reazione successiva
anch’essa reversibile prevede la reazione tra sedoeptuloso-7-P e gliceraldeide-3-P, i cui prodotti
della reazione transchetolasica verranno coinvolti nella successiva reazione di trasferimento in cui
verranno trasferiti 3 carboni dal sedoeptuloso-7-P alla gliceraldeide-3-P con formazione di un
tetroso: l’eritroso-4-P più l’esoso: fruttoso-6-P(F6P). Partiamo da 7+3 e otteniamo 6+4, quattro:
l’eritroso-4-P e sei il F6P. La reazione prevede il trasferimento di una unità a tre carboni catalizzata
dall’enzima che prende il nome di transaldolasi in quanto trasferisce un aldolo. Transaldolasi che
nel suo meccanismo di azione pur essendo una transferasi si comporta in modo simile all’aldolasi
che abbiamo trovato nella glicolisi anaerobia perché porta di nuovo nel sito catalitico un residuo di
lisina, che sarà essenziale per interagire con il gruppo carbonilico del sedoeptuloso-7-P, un ulteriore
enzima che usa lisina come amminoacido(a.a.)reattivo nella formazione del complesso enzima-
substrato.
In termini di formule, il sedoeptuloso-7-P cede i primi 3 carboni 1, 2 e 3 al gruppo aldeidico della
gliceraldeide-3-P residua dal sedoeptuloso-7-P un tetroso che indichiamo come eritroso-4-P mentre
la gliceraldeide che ha accettato i tre carboni si trasforma in F6P. L’ importante è che nel corso
della reazione la configurazione particolare del gruppo del C3 in cui abbiamo l‘ossidrile a sinistra si
conserva nel F6P, quindi avevamo già nello xiluloso-5-P l’ossidrile in 3 a sinistra del piano della
molecola si è conservato nel sedoeptuloso-7-P e si conserva nel F6P.
Come funzione questa transaldolasi?
L’equilibrio è reversibile e la transaldolasi porta come gruppo reattivo una lisina il cui ammino
gruppo è libero che è in grado di reagire con il gruppo carbonilico del sedoeptuloso-7-P formando
un intermedio di natura aldimminica o chetimminica uguale a quello visto nella reazione aldolasica
della glicolisi anaerobia. L’enzima con la sua lisina che fa da braccio libero l’ammino gruppo della
lisina è altamente reattivo e riconosce il gruppo carbonilico del sedoeptuloso-7-P in conseguenza la
reazione tra un gruppo chetonico e un gruppo amminico viene eliminata una molecola d’acqua e si
forma il legame aldimminico o chetimminico che aggancia il substrato all’enzima, questo
intermedio è il complesso enzima-substrato in cui l’enzima si è impegnato con la sua lisina a livello
del gruppo carbonilico del substrato, questo è il primo intermedio che si forma nel corso della
reazione.
Secondo momento: sull’enzima è presente un sito carico negativamente che attira l’idrogeno a
livello del C4 e porta alla rottura tra il C3 e il C4 e il passaggio in soluzione del primo prodotto
della reazione: l’eritroso-4-P, nel corso della reazione formato l’intermedio enzima-substrato il
primo prodotto che si libera è l’eritroso-4-P, rimane temporaneamente sull’enzima questo gruppo
aldolico, questa unità a 3 carboni che in un tempo successivo dalla transaldolasi viene ceduta al

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gruppo aldeidico della gliceraldeide-P per formare F6P, nel secondo momento quel protone che si
era portato sull’enzima va a legarsi al gruppo aldeidico della gliceraldeide-P(GAP).L’enzima che si
era protonato a questo punto cede il protone all’ossigeno carbonilico del GAP e quindi formiamo di
nuovo un intermedio instabile che è un carbocatione; quindi la GAP ha accettato un protone e il suo
gruppo aldeidico è diventato un gruppo alcolico secondario. Il carbonio aldeidico ha una valenza
libera e si comporta come carbocatione e a questo punto aggancia il carboanione che era presente
ancora sull’enzima, l’enzima a questo punto trasferisce al carbocatione l’unità a 3 carboni e
costruiamo il F-6-P. È un meccanismo molto simile a quello dell’aldolasi l’importante è che la
reazione non è di tipo liasico perché non è….nel caso dell’aldolasi precedente il composto si
scindeva in due, qui invece è una reazione di trasferimento in cui da due composti se ne
costruiscono altri due. La reazione è perfettamente reversibile e può andare sia nel verso di
formazione dell’eritroso-4-P e F6P e viceversa, ossia eritroso-4-P e F6P formare sedoeptuloso-7-P e
GAP. Siamo arrivati a formare F6P+eritroso-4-P(4+6).
Momento successivo: interviene un ulteriore passaggio e con questo concludiamo il processo,
l’unità a 4 carboni: eritroso-4-P viene fatta reagire con la nuova molecola di xiluloso-5-P, quindi la
terza molecola di pentoso che impegniamo, in una reazione transchetolasica che ha le caratteristiche
del primo enzima, cioè che è catalizzata dall’enzima transchetolasi che avevamo visto
precedentemente essendo cofattore tiammina-piro-P, lo xiluloso-5-P cede l’unità a 2 carboni
all’eritroso-4-P e forma gliceraldeidi-3-P+F6P.
Momento successivo e con questo concludiamo il processo, la reazione avviene come la reazione
transchetolasica che avevamo descritto ieri e cioè la transchetolasi lavora come abbiamo visto ieri;
per la reazione xiluloso-riboso, l’enzima si lega di nuovo allo xiluloso-5-P con il suo gruppo
tiammina-PP impegna il carbonio carbonilico forma l’intermedio instabile che poi si scinde in GAP
mentre l’unità bicarboniosa viene portata sull’eritroso-4-P e forma F6P esattamente come ieri, l’
importante è ricordare che anche qui c’è il gruppo prostatico tiammina-PP e ovviamente la presenza
di ioni Mg2+.
Se partiamo da una molecola di glucosio-6-P(Glu6P) abbiamo ottenuto una molecola di ribuloso-5-
P e poi nel corso del processo abbiamo impegnato 3 molecole di pentosi cioè lo xiuloso-5-P per due
volte e il riboso-5-P per una volta per cui il processo teoricamente non può partire da una molecola
di Glu6P ma parte, per la stechiometria, da 3 molecole di Glu6P di cui una verrà degradata e due
rigenerate dal F6P che rimane, abbiamo formato, facendo il conto, sono uscite dal processo 2
molecole di F6P una molecola di GAP e CO2.
Il processo completo a partire da 3 molecole di Glu6P, il totale sarà 3 molecole di Glu6P+6NADP+,
la somma sarà 1 molecola di Glu6P+6NADP+ formano 3 molecole di CO2+6protoni+una molecola
di GAP, i conti tornano perché il Glu6P porta 6 carboni, 3 vanno via come CO2 e 3 residuano nella
GAP, alla fine è come se fossi partita da una molecola di GAP che nel corso del processo viene
degradata a 3 di CO2+Gap, totale 6 carboni, la resa netta del processo oltre alla GAP e la
formazione di 6 molecole di NADPH+H++6 protoni i quali lasciano il processo e si avviano verso la
sintesi dell’acido grasso, verso la sintesi del colesterolo, a proteggere il glucatione ridotto da
eventuali processi di ossidazione, oppure utilizzati per altra via nei processi di difesa dell’organismo
e le sintesi protettive dell’organismo, rimane il problema della GAP. Questa GAP si collega con la
via gli colitica e può essere trasformata in acido lattico con resa di ATP, se la GAP ritorna sulla via
glicolitica, finalmente anche la via dei pentoso-fosfati renderà in ATP, se viene utilizzata in altra via
la potenziale energia della GAP va per altra strada ma non a formare ATP. Importante è ricordare
che per questa via del glucosio di partenza (Glu) noi perdiamo il C1 che se ne va come anidride
carbonica la via di cui parleremo dopo, avremo di nuovo Glu che perde un carbonio ma questa volta
sarà il C6. Nella glicolisi, invece, non perdiamo i carboni della molecola di Glu ma alla fine
arriviamo a formare 3 molecole di acido lattico. Prima di passare al secondo processo che è il ciclo
dell’acido glucuronico, ci fermiamo su due reazioni importanti che portano alla formazione di
NADPH+H+ in aggiunta alle due deidrogenasi del ciclo del Glu6P, cioè ci sono altri due enzimi che
sono in grado di formare NADPH+H+ i quali hanno distribuzione tissutale relativamente ridotta,

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perché pare si accentrino quasi esclusivamente a livello epatico, non sono legati ad un particolare
flusso metabolico ma sono importanti perché formano NADPH+H+ questi due enzimi sono la
isocitratodeidrogenasi, NADP+ dipendente e l’enzima malico sovente indicato come malico
deidrogenasi decarbossilante per distinguerla da un’altra deidrogenasi che non è decarbossilante,
vediamo la isocitratodeidrogenasi NADP+ dipendente in cui l’enzima agisce sull’ isocitrato, in
pratica ossida il gruppo alcolico secondario, toglie i due atomi di H a carico del gruppo alcolico
secondario forma un intermedio chetonico(acido ossalsuccinico) perché l’acido succinico ha un
radicale di acido ossalico il quale è instabile e perde successivamente un gruppo carbossilico come
CO2 e arriva al definitivo intermedio stabile: α-chetoglutarato, questo è il primo enzima che
concorre insieme con le due deidrogenasi del ciclo del Glu6P a formare NADPH+H+, l’isocitrato è
un intermedio del ciclo dell’acido citrico, quindi il ciclo dell’acido citrico scorre nei mitocondri, ad
un certo punto forma isocitrato, una parte di questo lascia il mitocondrio esce nel citoplasma dove
ad opera della isocitratodeidrogenasi NADP+ dipendente viene convertito in α-chetoglutarato. Il
secondo enzima, l’enzima malico o malico deidrogenasi decarbossilante, il substrato di questa
malico deidrogenasi decarbossilante è l’acido malico il quale viene ossidato nel gruppo alcolico
secondario a gruppo chetonico, l’enzima interviene, ossida l’acido malico ad acido ossalacetico
(intermedio instabile), decarbossilato successivamente dall’enzima stesso con formazione di acido
piruvico, la reazione è reversibile, si può anche andare in senso opposto e cioè da acido piruvico
+CO2, l’enzima è in grado di formare acido malico, in presenza di NADPH+H+. Il NADPH+H+, si
forma oltre che nel ciclo del Glu6P per l’intervento di questi due enzimi il cui significato è incerto,
non sappiamo esattamente quale sia la funzione di questi due enzimi sta di fatto che formando
NADPH+H+ concorrono a rendere maggiore la disponibilità di questo cofattore in forma ridotta.
Effettivamente l’enzima malico assume una velocità di reazione maggiore quando c’è una sintesi
attiva di acidi grassi, il che fa pensare che il NADPH+H+ che forma l’enzima malico (enzima di
Utter) possa essere coinvolto nella sintesi di acidi grassi, ma non si conosce l’esatto significato di
queste due deidrogenasi non lo conosciamo.

Ciclo dell’acido glucuronico, è un processo che usa solo l’1% del Glu che entra nel catabolismo ed
è un processo particolarmente attivo a livello epatico dove la funzione è quella di produrre degli
intermedi che sono utili nelle cosiddette sintesi protettive, il processo parte da Glu1P e il primo
intermedio che formeremo sarà l’uridindifosfoglucoso, che rapidamente, soprattutto a livello
epatico viene allontanato dal ciclo dell’acido glucuronico e dirottato verso la sintesi di glicogeno.
La quantità di Glu che effettivamente scende nella via del ciclo dell’acido glucuronico è minima
perché la maggior parte dell’uridindifosfoglucoso lascia il processo e va verso la sintesi di
glicogeno. Il processo sfrutta la reazione che effettivamente fa parte della sintesi del glicogeno:la
via dell’acido glucuronico e la sintesi del glicogeno condividono lo stesso metabolica che è l’
uridindifosfoglucoso. L’ uridindifosfoglucoso si forma partendo da Glu1P che arriva da Glu 6P, ma
il ciclo parte effettivamente da Glu1P che in presenza di UTP in una reazione
nucleotidiltransferasica si libera pirofosfato e l’UMP viene legato a Glu1P per formare
UdifosfoGlu, l’ UdifosfoGlu se ne va in larga parte sulla sintesi di glicogeno in piccola quantità
entra nel circolo dell’acido glucuronico e a questo punto viene trasformato in
Udifosfoglucuronico.[…]

L’ Udifosfoglucuronico va incontro a due reazione di idrolisi una che stacca UMP e forma
glucuronato-1-P, una seconda che stacca il fosfato e forma acido glucuronico libero. La prima è una
reazione fosfatasica, in particolare una anidride fosfatasi, perché rompe un legame di anidride forma
UMP+Glucuronato-1-P. Secondo: nuova reazione idrolitica, che attraverso una glicosidasi rompe il
legame glicosidico tra il fosfato e il C1 dell’acido glucuronico e forma fosfato + acido glucuronico
libero +H2O.

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Le reazione che seguono sono meglio spiegabili se scriviamo l’acido glucuronico in forma aperta,
altrimenti diventa difficile capire che cosa succede in forma chiusa.
Acido uronico, perché è ossidato il carbonio alcolico primario ed è rimasto il carbonio aldeidico,
l’acido glucuronico va incontro ad una prima reazione di riduzione che prevede la riduzione del
gruppo aldeidico a gruppo alcolico primario, questa riduttasi utilizza come cofattore NADPH+H+,
allora, come regola generale: nelle reazioni del ciclo dell’acido glucuronico, quelle di riduzione
avranno sempre deidrogenasi che utilizza come cofattore NADPH+H+, quelle che ossidano avranno
come cofattore NAD. Come regola mnemonica, se la reazione è di riduzione interviene
NADPH+H+, se la reazione è di deidrogenazione interviene NAD. Allora, l’acido glucuronico va
incontro ad una reazione di riduzione ad opera di una glucuronato riduttasi la quale agisce sul
carbonio aldeidico e lo trasforma in gruppo alcolico primario, in pratica la reazione è irreversibile.
Se analizziamo la molecola la possiamo considerare come prodotto di ossidazione di un aldoso a
livello del gruppo aldeidico perché abbiamo un gruppo alcolico primario e un gruppo carbossilico ,
quindi lo possiamo considerare come l’ossidazione di un aldoso in cui il C1 sarà il carbonio
carbossilico, proviamo a rovesciare la molecola e a scriverla col gruppo carbossilico in alto e questo
sarà il prodotto di ossidazione del monosaccaride che è capostipite per questo acido onico che si è
formato, la prima osservazione interessante è che il monosaccaride con cui abbiamo a che fare
adesso è un monosaccaride della serie L, poiché abbiamo l’ossidrile a sinistra del piano della
molecola e il monosaccaride che ha questa configurazione corrisponde al L-guloso, e quindi l’acido
onico corrispondente sarà l’acido L-gulonico. Con la riduzione del gruppo aldeidico dell’acido
glucuronico passiamo ad una nuova serie di monosaccaridi: quelli della serie L, ed in particolare
otteniamo l’acido onico corrispondente al monosaccaride guloso, per cui l’acido onico del guloso
sarò l’acido L-gulonico, abbiamo formato quindi l’acido L-gulonico ed il monosaccaride è il
guloso. Ora capite perché la vit. C è un derivato dell’acido L-gulonico, per ciò che è successo prima
della sua sintesi, fino a qui tutti i tessuti di tutti gli animali vanno in pari, da qui in poi si
differenziano, per gli animali che sono in grado di sintesi di vit. C, seguiamo una strada, per l’uomo,
la scimmia e il capriolo, ne seguiremo un’altra.
Ora andiamo verso la sintesi della vit. C, l’acido L-gulonico, ad opera di una lattonasi, viene
trasformato nel -lattone dell’acido L-gulonico, interviene una lattonasi la quale in pratica porta
alla formazione del lattone, cioè dell’estere interno tra il carbonio carbossilico in 1 e il carbonio in
La lattonasi elimina, in genere catalizza una reazione reversibile in questo caso toglie una
molecola d’acqua e formiamo il γ-lattone dell’acido L-gulonico, dopo di che, questo γ-lattone,
interviene una deidrogenasi la quale agisce sul C2, lo deidrogena, staccando l’idrogeno legato al
carbonio come ione idruro e mandandolo al NAD liberando in soluzione come protone l’idrogeno
legato all’ossidrile, per cui ad opera di questa L-gulono lattone deidrogenasi forma il 2-cheto
derivato, questo 2-cheto derivato è instabile e spontaneamente passa nella forma enolica
corrispondente che possiamo immaginare derivata dallo spostamento dell’idrogeno sul C3
sull’ossigeno carbonilico e formazione di un doppio legame tra carbonio e carbonio (C=C), quindi
spontaneamente passa alla forma più stabile e quindi otteniamo la vit. C, l’ultimo passaggio è
spontaneo, la molecola del 2-cheto derivato passa alla forma più stabile che è la forma dienolica.
La reazione di deidrogenazione, può essere fatta da una deidrogenasi NAD dipendente ma più
frequentemente da un enzima flavinico, non tanto il NAD interviene, ma interviene FAD in questa
reazione ed è importante che l’enzima flavinico che si forma ridotto in seguito a reazione di
ossidazione, si ossida in presenza di ossigeno molecolare e forma perossido di idrogeno quindi
questa riduttasi che agisce sul C2 laddove sia flavinica, è una flavina ossitropa, perché il
FADH+H+ cede direttamente l’idrogeno all’ossigeno molecolare formando perossido di idrogeno,
quindi più frequentemente del NAD interviene un enzima flavinico, quindi un FAD enzima questa
deidrogenasi ed è un enzima flavinico ossitropo. Dall’acido L-gulonico se non si è capaci di sintesi
di vit. C andiamo verso la conclusione del ciclo dell’acido glucuronico, sull’acido L-gulonico
interviene adesso, nei nostri tessuti, ora, torniamo all’uomo, nei nostri tessuti, l’acido L-gulonico
diventa substrato di una L-gulonato deidrogenasi, NAD dipendente, la quale attacca il C3 e toglie

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due atomi di idrogeno e forma il 3-cheto derivato, formando l’acido 3-cheto L-gulonico, questo va
incontro ad una reazione liasica, quindi una decarbossilasi che toglie via il gruppo carbossilico e
passiamo a questo punto ad un pentoso che sarà l’L-xiluloso, quindi, decarbossilazione per opera di
una liasi perdiamo il gruppo carbossilico e con questo perdiamo il carbonio primitivo 6 dell’acido
glucuronico, con questa reazione di decarbossilazione perdiamo quello che era in origine il gruppo
carbossilico dell’acido glucuronico, per questa via il Glu viene catabolizzato perdendo il C6, mentre
per la via del ciclo del Glu-6-P perdevamo il C1. Decarbossilazione arriviamo alla formazione di un
chetoso che in parte conosciamo nella forma D, l’abbiamo conosciuto nel ciclo del Glu-6-P che è
l’L-xiluloso, adesso le reazione che seguono sono in funzione di trasformare l’L-xiluloso in
dixiluloso e con questo ci raccordiamo al ciclo del Glu-6-P, allora, L-xiluloso è il chetoso, questo
chetoso viene adesso ridotto all’alcool corrispondente poiché è una reazione di riduzione, interviene
NADPH+H+, quindi reazione di riduzione, l’L-xiluloso viene convertito nell’alcool corrispondente
e prende il nome di xilitolo, importante l’enzima è altamente sterospecifico e nella riduzione del
carbonio carbonilico porta l’ossidrile a sinistra del piano della molecola, lo xilitolo è una molecola
simmetrica e non più asimmetrica come era L-xiluloso per cui scrivere la molecola in ambo le
forme è assolutamente uguale, scriviamo quindi lo xilitolo nella forma capovolta perché rende più
facile capire cosa succede dopo, questo xilitolo viene adesso deidrogenato in presenza di NAD ad
opera di una xilitolo deidrogenasi e trasformato in D-xiluloso, quindi deidrogenazione dall’alcool
passiamo al cheto derivato corrispondente, a questo punto ritorniamo alla serie dei monosaccaridi
formiamo il chetoso corrispondente che sarà D-xiluloso che già conosciamo, perché l’abbiamo
trovato nel ciclo dell’esoso monofosfato in forma fosforilata, allora, deidrogenazione in presenza di
una xilitolo deidrogenasi, che utilizza come cofattore NAD e andiamo a formare D-xiluloso, D
perché abbiamo l’ossidrile a destra del piano della molecola e non più a sinistra. A questo punto D-
xiluloso+ATP, forma xiluloso-5-P che si ricollega con il ciclo del Glu-6-P, quindi ultima reazione è
una reazione cinasica interviene una D-xiluloso cinasi la quale in presenza di ATP forma xiluloso-
5-P e con questo torniamo al ciclo del Glu-6-P, quindi in pratica il ciclo dell’acido glucuronico al
suo termine si collega con il ciclo del Glu-6-P.
Ciclo dei polioli
È un processo abbastanza insolito nei riguardi di quanto avevamo detto fino ad adesso, perché
procede sul monosaccaride libero non fosforilato, quindi è un processo in cui il Glu entra come tale
e non richiede una preventiva fosforilazione, in questo processo il gruppo aldeidico del
monosaccaride viene ridotto ad alcool per cui il monosaccaride si trasforma nell’alcool
corrispondente, viene detto ciclo degli aldosi, dei poliolii, in quanto c’è la formazione di polialcooli
che vengono dalla riduzione del monosaccaride o ciclo degli alditoli, viene denominato in diverso
modo, allora se il Glu, che poi è il monosaccaride più abbondante nell’organismo, cioè di cui il
metabolismo è più attivo, il Glu viene ridotto a livello del gruppo aldeidico ad opera di una esoso
riduttasi la quale agisce sul carbonio aldeidico lo trasforma in gruppo alcolico primario e con questo
formiamo l’alcool polivalente corrispondente, questo alcool è indicato con il termine di sorbitolo o
sorbite, in commercio è come sorbite, il nome corretto è sorbitolo. Nella stessa riduzione possono
essere coinvolti altri monosaccaridi per esempio il mannoso viene ridotto e forma l’alcool
corrispondente mannitolo che è la comune mannite che viene utilizzata come lassativo con delle
preparazioni in soluzione normotoniche o ipotoniche, lo stesso vale per il galattoso viene ridotto a
galattitolo detto anche dulcitolo che è quell’alcool pericoloso che portandosi a livello del cristallino
induce opacizzazione della lente, la cataratta giovanile è dovuta all’eccesso di questo alcool
galattitolo che è il prodotto di riduzione del galattoso e si forma per la stessa reazione di riduzione
in presenza di NADPH+H+. Questo polialcool, continuando nel ciclo dei poliolii, viene adesso
deidrogenato in posizione 2 e otteniamo fruttoso; a questo punto il fruttoso potrà essere fosforilato
in 1 o in 6 e formare F1P o F6P e continuare nei processi metabolici che abbiamo già descritto.
Perché questa via è deleteria?Cioè, da un lato è vantaggiosa perché in situazione i iperglicemia
comporta un utilizzo immediato di Glu che non comporta fosforilazione e gli enzimi della
fosforilazione in una situazione diabetica sono tutti repressi però lo svantaggio, due, uno, molto

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grave, consuma NADPH+H+ di cui l’organismo, ne produce già in minime quantità, appena
sufficienti a garantire la sintesi degli acidi grassi, la sintesi di colesterolo e soprattutto a svolgere
protezione del globulo rosso da agenti ossidanti, consuma notevolmente NADPH+H+ sottraendolo a
processi più importanti, il secondo svantaggio, consuma NAD sottraendolo alla glicolisi, quindi
entra in competizione con più vie metaboliche, con la sintesi di acidi grassi, con le sintesi protettive,
con la sintesi del colesterolo. Dall’altra parte rallenta il flusso glicolitico per che sottrae NAD, è una
via dannosa per l’organismo, ma è bene tenerne conto perché in situazioni diabetiche pare si esalti
considerevolmente.
Lezione di Biochimica – giovedì 5 dicembre 2002

Glicogenolisi.
Per glicogenolisi s’intende la degradazione per via fosforilativa del glicogeno.
Il glicogeno viene degradato a unità di glucosio-1-fosfato.
Quando in genere si parla di degradazione del glicogeno invece, oltre a questa degradazione,
s’intende anche la degradazione per altra via che porta in definitiva alla formazione di maltoso e
ulteriormente di glucoso.
Se parliamo di degradazione dobbiamo vedere in primis come viene degradato il glicogeno.
Può essere degradato per due vie:
- una via che prevede enzimi molto simili alla funzione dell’amilasi di cui abbiamo parlato a livello
del canale digerente (endoglicosidasi che attaccano la molecola del polisaccaride al centro, la
degradano progressivamente fino a risolverla nell’unità disaccaridica e da ultimo questa unità
disaccaride viene scissa in due unità di glucosio).
Normalmente questa degradazione avviene all’interno di corpuscoli differenziati nella cellula che
prendono il nome di lisosomi: quando il glicogeno viene degradato via processi idrolitici la
degradazione è in larga parte a livello del lisosoma, e avviene ad opera di idrolisi che normalmente
attaccano la molecola al centro e via via la degradano fino a formare disaccaridi che ulteriormente,
ad opera di disaccaridasi, vengono risolti in unità di glucosio.
- la seconda via di degradazione, notevolmente più importante e più attiva nella cellula, è la
degradazione per via fosforolitica e in questo caso parliamo di fosforolisi del glicogeno.

Questa via è notevolmente più vantaggiosa dell’altra idrolitica perché formiamo glucosio che per
essere utilizzato deve spendere ATP per formare glucosio-6-fosfato. Nel processo fosforolitico
invece formiamo già glucosio-1-fosfato che, convertito in glucosio 6 fosfato, potrà entrare
direttamente nella via glicolitica e quindi non comporterà spesa di ATP; per di più la fosforolisi del
glicogeno è un processo notevolmente veloce mentre il processo idrolitico è notevolmente più lento
(quando la cellula ha bisogno di energia in genere sfrutta il processo fosforolitico anziché quello
idrolitico).
Il processo fosforolitico non è una reazione di idrolisi ma comporta una reazione di trasferimento:
cioè le unità di glucosio staccate dalla molecola del glicogeno vengono trasferite all’ortofosfato per
formare G1P. Quindi l’enzima più importante della fosforolisi del glicogeno è questa transferasi che
possiamo definirla glicosil-transferasi che stacca le unità di glucosio che fanno parte del glicogeno e
le manda all’ortofostato e forma G1P in configurazione α nel legame glucosidico.
Per capire come funziona questo enzima dobbiamo riprendere la struttura del glicogeno: molecola
molto grossa con peso molecolare fino a 1 miliardo di Dalton, dove le unità di glucosio sono unite
in legame 1-4 α glucosidico a formare delle lunghe catene, di tempo in tempo la catena più lunga si
complica per delle ramificazioni che si uniscono alla catena principale con un legame 1-6 α
glucosidico. Quello che è importante è che il legame sia sempre α glucosidico.
In questa molecola del polisaccaride distinguiamo una catena più estesa che prende il nome di
catena principale e catene più brevi che prendono il nome di catene laterali. Tutte le catene laterali
con il loro estremo riducente si impegnano con la catena principale mediante legame 1-6 α, nella
catena principale avremo sempre legami 1-4 α e distingueremo un estremo non riducente che è

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l’estremo che ha il gruppo alcolico in 4 libero ed un estremo riducente che da inizio alla catena e
che avrà il gruppo glucosilico libero cioè carbonio 1 libero. Per cui nella molecola del glicogeno
avremo tanti estremi non riducenti quanti sono le catene laterali più la catena principale, e un solo
estremo riducente che è quello della catena principale, in quanto gli estremi riducenti delle catene
laterali sono impegnati col legame 1-6 α con la catena principale.
Importante è questa definizione perché l’enzima che degrada il glicogeno con il processo
fosforolitico inizia dagli estremi non riducenti e procede via via verso l’estremo riducente, quindi
attacca il glucosio con il carbonio 4 libero e non il glucosio con il carbonio 1 libero, quindi procede
dalla periferia e si porta verso il centro.
La frequenza con cui le catene laterali si inseriscono sulla catena principale è minimo ogni 4 unità
di glucosio. Avremo una inserzione talvolta ogni 6 o 8 unità. Le catene laterali avranno lunghezza
minima 8 unità e può estendersi fino a 16 unità di glucoso.
La degradazione del glicogeno per via fosforolitica prevede l’intervento di 2 enzimi che lavorano in
alternativa: la glicogeno-fosforilasi e l’enzima deramificante. Dall’operazione combinata di questi
due enzimi si arriva alla degradazione del glicogeno fino alla formazione di n unità di glucosio-1-
fosfato più una piccola quantità di glucosio libero che corrisponde al numero di catene laterali della
molecola di partenza. L’enzima deramificante di per se non è in grado di demolire il glicogeno, così
come la glicogeno-fosforilasi da sola.
L’enzima che regola il processo è la fosforilasi, l’enzima deramificante in pratica lavora in rapporto
all’attività catalitica della fosforilasi quindi se la fosforilasi è inibita l’enzima deramificante
s’inibisce, se è attivata l’enzima deramificante si attiva.

Gli enzimi della demolizione così come quella della sintesi del glicogeno sono adesi alla molecola
del glicogeno, quindi stanno legati alla molecola e vedremo che questa interazione è fortemente
regolata, quindi il legame dell’enzima col glicogeno può essere rafforzato o indebolito.
Nella degradazione, l’enzima che per primo interviene è la glicogeno-fosforilasi, il quale inizia ad
attaccare le catene dagli estremi non riducenti 4 e stacca un’unità di glucosio alla volta trasferendola
all’ortofosfato.
Quindi il glicogeno con un’unità in meno di glucosio, e questo glucosio è andato all’ortofosfato ed
ha formato G1P, il G1P, in cui il fosfato è legato con legame glucosidico al carbonio 1, ha la
configurazione α nel legame glucosidico, quindi si forma un α-D-glucosio-6-fosfato.
Normalmente la fosforilasi parte dalle catene laterali e, soltanto in un secondo momento, arriverà
sulla catena principale, perché le ramificazioni sul glicogeno sono fitte e brevi e in pratica vengono
a coprire la catena principale. L’enzima in primis ha difficoltà a riconoscere la catena principale e
inizierà a riconoscerla solo quando le catene laterali saranno state sfoltite.
Il problema è che la fosforilasi non è in grado di degradare da sola il glicogeno perché non
riconosce il legame 1,6-glucosidico, non è in grado di staccare la catena laterale da quella
principale, ma nella degradazione della catena laterale, l’enzima si ferma 4 unità prima della
ramificazione.
Questo perché la fosforilasi ha una massa molecolare notevolmente elevata e quindi ha difficoltà ad
entrare nel cuneo formato dalla ramificazione molto probabilmente. A questo punto interviene
l’enzima deramificante che ha una specificità di reazione relativa in quanto si comporta in due modi
differenti: in un primo momento, delle 4 unità ne riconosce 3, rompe il legame 1,4-glucosidico, si
prende queste 3 unità e le porta sull’estremo non riducente della catena principale (si comporta
come una oligosaccaride-transferasi). Poi ritorna sulla catena laterale e si comporta come una
idrolisi, cioè in presenza di acqua rompe il legame 1,6-α-glucosidico e libera questa unità residua
come glucosio. Quindi nel secondo momento l’enzima diventa una glicosidasi perché rompe un
legame glucosidico e libera una molecola di glucosio libero. Ciò spiega perché si forma quella
piccola quantità di glucosio libero indice del numero di catene laterali che sono state degradate.
A questo punto la fosforilasi potrebbe incominciare a degradare la catena principale e proseguire in
avanti fino alla totale demolizione e quindi il rischio sarebbe di andare al totale esaurimento del

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glicogeno nel tessuto: questo non avviene mai perché quando la demolizione diventa troppo veloce
e il contenuto di glicogeno scende sotto certi livelli, la demolizione viene bloccata e attivamente
parte la sintesi. Anzi diciamo quando c’è una demolizione intesa c’è sempre una sintesi minima e
quando c’è una sintesi estremamente attiva c’è sempre una demolizione al minimo.
Questo spiega perché in un tessuto non si vai mai al totale esaurimento del glicogeno, può scendere
ma mai esaurirsi totalmente.

Il destino di questo G1P che si è formato e del glucosio residuo.


Il glucosio (+ ATP ) viene trasformato in G6P ( + ADP ) ad opera di una reazione esoso-cinasica, il
G1P, per essere utilizzato, deve essere trasformato in G6P e a questo punto a seconda dei tessuti
avrà un destino differente.
Il G1P per reazione fosfoglucomutasica passa a G6P (reazione regolata dal cofattore glucosio-1,6-
disfosfato: l’enzima porta un residuo di Serina che viene fosforilato dal coenzima e poi rigenerato
dal substrato).
Il G6P potrà avere destini diversi a seconda dei tessuti: in tutti i tessuti, tranne fegato, entra nella via
glicolitica o eventualmente va al ciclo del G6P.
Nel fegato può avere un duplice destino: può entrare nella via glicolitica ma frequentemente,
quando c’è una glicogenolisi intensa (rischio di ipoglicemia), il G6P va incontro ad una reazione
irreversibile in presenza di acqua, perde il fosfato e forma glucoso; poi va in circolo, compensando
la glicemia che sta scendendo.
Il fegato è quasi l’unico tessuto in cui è presente questa fosfatasi (glucosio 6 fosfatasi) la quale è
specifica per il glucosio, stacca l’ortofosfato dal glucosio e il G6P forma glucosio libero. A questo
punto il glucosio libero viene dismesso dal fegato al circolo e va a compensare la glicemia che sta
scendendo. Nei tessuti periferici, soprattutto a livello del muscolo scheletrico che è il tessuto che
maggiormente consuma glicogeno, l’enzima manca, per cui il G6P non può lasciare il tessuto come
glucoso ma verrà consumato nell’ambito del tessuto stesso. E questo spiega perché si dice che il
muscolo concorre ad abbassare la glicemia ma non concorre ad alzare la glicemia, perché una volta
che il glucoso è entrato nel muscolo non esce più, escono i prodotti di catabolismo ma il glucosio
come tale non viene liberato dal muscolo.
Il fegato invece non ha la funzione di prelevare glucosio dal circolo ma di immetterlo nel circolo.

Torniamo sulle caratteristiche degli enzimi che partecipano a questa reazione e in primis ricordiamo
che la glicogenolisi è ad opera della fosforilasi, da un punto di vista termodinamico, è un processo
reversibile, cioè l’enzima è in grado di degradare glicogeno ma non da G1P in eccesso ricostruire la
molecola del glicogeno. In teoria se c’è molto G1P e se c’è un accettare iniziale, cioè una molecola
polisaccaride parzialmente degradata, la fosforilasi è in grado di trasferire il glucoso dal G1P
all’accettore e ricostruire la molecola di glicogeno. In vivo ciò non succede mai perché la
reversibilità della reazione è possibile a pH inferiore a 6,7 (intorno a 6,7 la fosforilasi è in grado di
costruire glicogeno, ma al di sopra di pH 6,7 va soltanto verso la demolizione): poiché nella cellula
il pH varia tra 7,2 e 7,3 ne consegue che è il pH che rende irreversibile la reazione di fosforilasi.

Ci soffermiamo sulle caratteristiche della fosforilasi.


L’enzima è distribuito in tutti i tessuti, quindi tutti i tessuti sono capaci di glicogenolisi, seppur il
processo sia massimamente attivo a livello epatico e a livello muscolo-scheletrico (sono i due
tessuti che più degradano e sintetizzano glicogeno). In tutti i tessuti la fosforilasi è presente in due
forme: una forma inattiva (poco attiva) e una forma pienamente attiva. Le due forme sono indicate
come fosforilasi B e fosforilasi A. Strutturalmente la differenza fra attiva e inattiva si riflette in una
conformazione diversa della proteina che dipende dal suo stato di fosforilazione: in pratica la forma
A è la forma fosforilata e la B è la forma defosforilata.
Nel tessuto è possibile convertire A in B e viceversa B in A. Il passaggio da B ad A avviene per una
reazione cinasica in presenza di ATP che passa ad ADP ad opera di una fosforilasi-B-cinasi.

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Il passaggio inverso da A a B avviene in presenza di acqua che porta a liberazione di ortofosfato ed
è operato da una fosforilasi-A-fosfatasi.
Queste conversioni sono processi estremamente veloci (frazioni di centesimo di secondo) e sono
processi fortemente regolati: per cui dovremmo fermarci a lungo sulla regolazione della fosforilasi,
cioè sui sistemi che trasformano B in A e A in B, sistemi che in parte sono di tipo ormonale e in
parte non ormonale.
L’enzima è sempre un dimero quando è nella forma inattiva (e questo vale per tutti i tessuti),
quando passa alla forma attiva rimane dimero in tutti i tessuti eccetto il tessuto muscolare-
scheletrico, cardiaco e muscolo liscio. Quindi nel tessuto muscolare, il passaggio alla forma attiva
comporta il raddoppio della massa molecolare, per cui l’enzima da dimero diventa tetrametro.
In tutti i tessuti B è sempre un dimero, quando passa ad A continua ad essere dimero che diventerà
fosforilato, eccetto nel muscolo-scheletrico, cardiaco e liscio in cui la forma attiva è un tetrametro
in cui un amminoacido compare nella forma fosforilata, quest’amminoacido è la Serina. Quindi la
forma fosforilata della fosforilasi è un Serina-fosfato-protide in cui il gruppo fosforico va a legarsi
al carbonio alcolico primario di un radicale di Serina, ed è un’unica Serina per ogni monomero, in
particolare la Serina-14. Allora quando si parla di forma fosforilata, avremo un Serina della catena
della proteina che si fosforila, quando si parla di forma defosforilata, questa Serina compare libera,
l’ossidrile alcolico primario della Serina è libero.
Quindi, nella forma attiva A l’enzima è fosforilato in Serina, nella forma inattiva B l’enzima ha la
Serina libera; e questa Serina corrisponde alla Serina-14 della sequenza, il che vuol dire che la
Serina fosforilabile è spostata verso l’estremo amminoterminale della catena.
Quindi, ogni monomero porta un residuo di Serina-14 che può esistere in una forma fosforilata, ed il
monomero diventa attivo, ed una forma defosforilata, ed il monomero diventa inattivo. La forma
fosforilata nel muscolo è tetramerica, la forma fosforilata nel fegato e negli altri tessuti è dimerica.
La forma defosforilata è sempre dimera in tutti i tessuti.

Vediamo in dettaglio la struttura di ogni monomero.


Ogni monomero ha una forma leggermente sferica e su ogni monomero distinguo un certo numero
di siti che sono importanti per capire come l’enzima funziona.
Verso l’estremo amminoterminale esiste il sito di fosforilazione, in cui compare Serina-14 soggetta
a fosforilazione. Poi sito di modulazione: è un sito che, quando viene legato a determinati
composti, modifica la forma dell’enzima e può regolarne l’attività. Al sito di modulazione si
portano nucleotidi, in particolare: AMP, ATP e il G6P. Questi tre composti agiscono
preferenzialmente sulla forma defosforilata. La forma che più facilmente lega AMP ATP e G6P è la
forma B, rilevanza minore per la forma A. Quando si lega l’AMP, la fosforilasi B, anche se inattiva,
acquisisce una buona attività (40% della forma A), quindi l’AMP si comporta da modulatore
positivo. Mentre l’ATP e il G6P sono modulatori negativi, perché, quando vanno a legarsi al sito di
modulazione, azzerano l’attività della fosforilasi B.
Importante su questo sito è la presenza di un residuo di Tirosina.
Procedendo verso l’estremo carbossilterminale, abbiamo un terzo sito, il sito per il gruppo
prostetico: quindi la fosforilasi non è un protide semplice ma un protide coniugato e diciamo subito
che il gruppo prostetico è rappresentato dal piridossal-5-fosfato (PLP). Sul sito compare come
funzionale, quindi indispensabile, un residuo di Lisina verso la quale si va a legare il PLP.
La Lisina è formata da 6 carboni, ha un lungo braccio idrofobico che emerge dalla catena proteica e
termina con un amminogruppo ε, molto reattivo e rappresenta il punto di reazione con il gruppo
prostetico. Si forma un legame aldiminico o chetiminico fra il gruppo formilico del PLP e l’ε
dell’amminogruppo della Lisina. Va via una molecola d’acqua ed il legame che residua è un legame
aldiminico carbonio-azoto relativamente stabile, sensibile alle variazioni di pH.
Questo vale per ogni subunità, se l’enzima è dimerico saranno 2 le molecole di PLP legate, se
l’enzima è tetramerico saranno 4 le molecole di PLP legate.

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Importante è la presenza di questo gruppo prostetico, poiché senza di esso l’enzima non
funzionerebbe. Il gruppo funzionale di questo PLP, cioè il gruppo che interviene nella catalisi è il
fosfato legato al gruppo ossimetilico in 5. Questo fosfato è indispensabile per la catalisi e vedremo
come funziona.
Vicino al sito prostetico c’è il sito catalitico, che è un sito estremamente piccolo ed in pratica si
pone al fondo di una tasca ed è posizionato circa nel punto d’interazione subunità-subunità (dove le
subunità si toccano). Ne consegue che quando una subunità entra in funzione immediatamente si
modifica anche la subunità successiva e quindi tutte e due lavorano in pari, si modulano a vicenda
per la presenza dei siti catalitici che si affrontano.
Il sito catalico è molto piccolo per cui possono albergare un numero ridotto di unità
monosaccaridiche: ciò spiega il fatto che la fosforilasi si ferma, è la forma del sito catalitico che
rende difficile all’enzima di riconoscere il suo substrato.
In prossimità del sito catalitico, proseguendo sempre vero l’estremo carbossilterminale, abbiamo il
sito d’interazione con il glicogeno. Quindi sull’enzima sono ben distinti il sito di legame e il sito
attivo. Il sito d’interazione con il glicogeno è notevolmente esteso: pare che copra circa 60
amminoacidi.
Ultimo sito: sito d’interazione, cioè il sito che permette l’interazione subunità-subunità. In questo
sito hanno parte i gruppi tiolici –SH, e questo spiega perché la fosforilasi è un enzima tiolico,
perché se io disturbo questi gruppi tiolici in pratica tendo a disassemblare il dimero e il tetramero
nei monomeri corrispondenti. Sito d’interazione in cui compaiono dei gruppi –SH che devono
essere mantenuti in forma di gruppo tiolico perché l’enzima risulti essere attivo.
Allora procedendo dall’estremo amminoterminale a quello carbossilterminale, ci troviamo in
presenza di questi diversi siti che sono tutti importanti perché l’enzima possa funzionare.

Vediamo la funzione del gruppo prostetico.


Il gruppo prostetico è essenziale per l’enzima e la parte del gruppo prostetico che è essenziale per la
catalisi è il fosfato legato al carbonio alcolico in 5. Interessante che hanno separato la fosforilasi
legata al prodotto della reazione G1P, in cui il G1P era il legame labile con quel fosfato in 5. Quindi
nelle indagini, si sono accorti che il prodotto di reazione del G1P, per un tempo infinitesimo, rimane
adeso al gruppo prostetico dell’enzima a livello del fosfato portato dal PLP. Il G1P, in pratica, si
trovava legato a questo fosfato, poi immediatamente si risolve nell’enzima libero più G1P.
Si pensa che nel corso della reazione, il fosfato inorganico che si aggiunge, temporaneamente vada
a legarsi al fosfato portato dal carbonio 5, si forma una specie di pirofosfato, il che aumenta
notevolmente l’acidità degli ossidrili del fosfato inorganico e questo aumento di acidità fa si che il
fosfato dissoci facilmente protoni e questi protoni fanno da catalizzatori acidi per il legame
glucosidico. In pratica si formerebbe un legame di tipo anidride, ma è un legame labile, il che fa si
che aumenti l’acidità degli altri 2 gruppi ossidrilici del fosfato che tendono a dissociare, almeno uno
sicuramente, il protone ad essi legati, perché siamo a pH 7,4 quindi non tutti gli ossidrili del fosfato
sono dissociati. Il legame col fosfato del gruppo prostetico potenzia la dissociazione di almeno un
gruppo ossidrile acido del fosfato inorganico che si è aggiunto, e questo protone si porta a livello
del legame glucosidico 1,4 e in pratica fa da catalizzatore acido, rompe questo legame.
Il glucoso radicalico che si è formato nel contempo va a legarsi al fosfato e formiamo G1P: questo
spiega perché in un tempo brevissimo il G1P è legato al PLP, perché rimane questo legame labile
fosfato inorganico-fosfato del gruppo prostetico.
Con la fosforilasi il PLP si comporta in modo completamente diverso quando sarà gruppo prostetico
di enzimi coinvolti nel metabolismo degli amminoacidi. Pur essendo la stessa molecola, nella
fosforilasi funziona in un modo, nel metabolismo degli amminoacidi funzionerà in un modo
completamente diverso. Questo può spiegare perché un PLP, che è effettivamente gruppo
prostetico degli enzimi legato al metabolismo degli amminoacidi, compare invece con enzima
legato al metabolismo glucidico, perché nelle due condizioni si comporta in modo completamente
differente.

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Come la fosforilasi viene regolata.
E’ molto probabile che la fosforilasi B esista in due forme conformazionali: una detta forma T ed
una forma R ( un po’ per analogia con l’emoglobina, dove la forma T sta ad indicare la forma tesa
ed R la forma rilassata). Le due forme possono interconvertirsi l’una nell’altra: è possibile passare
da T verso R e da R verso T. Quando la fosforilasi B è in forma T è praticamente non attiva, quando
passa in forma R diventa parzialmente attiva, in quanto il passaggio comporta una modificazione di
forma per cui il sito catalitico si scopre, diventa parzialmente accessibile, e l’enzima può
funzionare.
Favoriscono il passaggio dalla forma T alla forma R: AMP. Viceversa ATP e G6P regolano il
passaggio opposto, cioè in presenza di questi due elementi la fosforilasi è in forma T ed è inattiva.
E questo è spiegabile dal fatto che la fosforilasi forma G6P che poi sarà suscettibile di dare energia:
se il livello energetico è già alto nella cellula non occorre spendere del glicogeno per aumentare
ulteriormente, quindi l’ATP in eccesso va a legarsi alla fosforilasi e la mantiene ferma.
La forma B, quando è inattiva, è in forma T, e la forma T è essenziale perché B diventi A: in pratica
B può diventare A solo se in forma T, la forma R non è suscettibile di essere convertita in fosforilasi
A. Il passaggio avviene per un processo di fosforilazione che è possibile solo sulla forma T, la quale
porta alla formazione di una forma T fosforilata ancora inattiva ma altamente instabile che, in
conseguenza della carica negativa che gli viene dal fosfato, si modifica di forma e diventa R
fosforilata. L’importante che in questo passaggio da T a R, il fosfato che era esposto all’esterno si
affonda all’interno della proteina, in pratica viene coperto; quindi quando la Serina-14 viene
fosforilata, l’estremo amminico modifica estremamente la sua forma, in conseguenza delle cariche
negative portate dal fosfato, la proteina si modifica e passa rapidamente alla forma R in cui questa
Serina-fosfato non è più in superficie ma è all’interno della molecola. Questa modificazione di
forma comporta lo scoprimento del sito catalitico e la piena attività dell’enzima. Quindi il passaggio
dalla forma T alla forma R, da non fosforilata a fosforilata, non comporta solo una fosforilazione
ma comporta una profonda modificazione conformazionale della proteina, per cui dalla forma
inattiva passa alla forma attiva.

Passaggio dalla forma B alla forma A


Tale passaggio richiede una reazione cinasica, in particolare interverrà una protide-cinasi perché
siamo in presenza di proteine, la quale è deputata a fosforilare sulla fosforilasi B la Serina-14, una
Serina per ogni monomero. Questo enzima prende il nome di fosforilasi-b-cinasi perché agisce
sulla fosforilasi B e si comporta come cinasi in quanto stacca un fosfato dall’ATP e lo manda alla
Serina dell’enzima, fosforila a spese di ATP e richiede come attivatore il Mg.
Il grosso problema si pone a livello di questa fosforilasi-b-cinasi perché a sua volta l’enzima esiste
in una forma inattiva e in una forma attiva, e soltanto nella forma attiva sarà in grado di fosforilare
B trasformandolo in A.
Questo enzima è di massa molecolare molto elevata in quanto è formato da 16 catene, esadecamero,
in cui le catene sono di 4 tipi: α β γ δ. Le catene γ portano il sito catalitico, le catene α e β sono
suscettibili di fosforilazione, quindi possono comparire fosforilate e ancora una volta la
fosforilazione riguarda residui di Serina. Le catene δ4 sono in grado di legare Ca e possono legare,
avendo quattro siti per legarli, almeno 4 ioni calcio fino a 16. Le catene δ sono, in effetti, molecole
di Calmodulina: proteina estremamente avida di calcio che si può trovare libera nei tessuti oppure
legata alla fosforilasi-b-cinasi.
Quando la fosforilasi-b-cinasi si attiva, l’attivazione può coinvolgere due modificazioni a carico
della fosforilasi-b-cinasi: l’enzima può già diventare attivo se si satura di calcio ed è in grado di
trasformare B in A, oppure può diventare attiva fosforilando le catene β e α anche se non ha calcio
legato alle catene δ (prima si fosforilano le catene β poi quelle α). La massima attività si può
raggiungere quando le catene α e β sono fosforilate e quando le catene δ sono legate al calcio.

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Quando questa fosforilasi-b-cinasi agisce sulla fosforilasi B e la trasforma in quella A, deve essere
nella forma attiva. La regolazione da calcio predomina nel muscolo, la regolazione da fosforilazione
predomina nel fegato. La grossa differenza fra i due tipi di regolazione è che la regolazione da
calcio può essere o non può essere mediata da stimoli ormonali, mentre la regolazione da
fosforilazione è sempre di natura ormonale e quindi c’è un segnale che arriva.
Gli ormoni che regolano questi processi sono: adrenalina e glucagone. Il glucagone agisce in
particolare a livello del tessuto adiposo e del fegato mentre non agisce sul muscolo, l’adrenalina
colpisce tutti e tre i tessuti (il muscolo non ha recettori per il glucagone).
La regolazione da calcio può essere di tipo ormonale o no: nel caso in cui non sia ormonale, la
regolazione è di tipo nervoso, cioè vi è un trasporto di uno stimolo nervoso che induce questa
modificazione da calcio. Se è di tipo ormonale, invece, il segnale viene da adrenalina e non
glucagone, in quanto l’adrenalina ha due recettori a livello tessutale, recettori di tipo β, che mediano
attraverso fosforilazione e recettori di tipo α che mediano attraverso calcio.

Quindi la fosforilasi-b-cinasi può essere attiva in queste tre condizioni: α4, β4, γ4, δ4 legata al
calcio; α4 fosforilata, β4 fosforilata, γ4, δ4; α4 fosforilata, β4 fosforilata, γ4, δ4 legata al calcio.
La forma α4P, β4P, γ4, δ4 in presenza di ATP, l’enzima trasforma B in A. Consumeremo 2 unità di
ATP nel fegato e 4 unità di ATP nel muscolo.

Il calcio nel citoplasma può essere regolato da due vie: calcio esogeno che entra nella cellula, calcio
endogeno che è segregato in particolari differenziazioni da cui si libera. Quindi può essere calcio
extracellulare che viene portato dentro, il che vuol dire che sulla membrana plasmatica si attivano
canali per l’ingresso di calcio dentro la cellula, canali che si attivano per stimolo nervoso. Sono detti
canali voltaggio-sensibili o canali lenti del calcio. Sono canali che, a cellula muscolare a riposo,
sono chiusi e quando arriva lo stimolo nervoso la polarità della membrana s’inverte: tale inversione
di polarità comporta un’apertura dei canali per il calcio i quali si aprono lentamente e permettono al
calcio di entrare. Sono anche detti canali sensibili alla diidropiridina, perché la diidropiridina è un
inibitore, cioè ostacola l’apertura di questi canali.

Viceversa il calcio può essere mobilizzato dalle riserve che sono intercellulari. Queste riserve
prendono il nome di reticolo endoplasmico. Il calcio è segregato all’interno del reticolo e sotto
stimolo, quando il muscolo va in contrazione, rapidamente su questi reticoli endoplasmici si aprono
dei canali che permettono al calcio di uscire.
Normalmente la concentrazione di calcio nel citoplasma, quando la cellula è a riposo, è intorno a
10–7 molare (0,1 micromolare), quando la cellula si attiva e quindi il calcio viene riversato dal
reticolo endoplasmico verso il citoplasma, la concentrazione sale a 10–5 molare (10 micromolare). A
queste concentrazioni il calcio viene riconosciuto dalle catene δ le quali progressivamente si
saturano. Quindi il legame del calcio con le catene δ non è mediato da una reazione enzimatica ma è
mediato dalla concentrazione presente di calcio.
L’apertura dei canali sono IP3 dipendenti, inositolo-trifosfato-dipendenti.

Come avviene la fosforilazione delle catene α e delle catene β.


Logicamente è di nuovo una cinasi, una protide cinasi, che agisce sulle catene α defosforilate e le
va a fosforilare. L’enzima che promuove questa fosforilazione è indicato come protide-cinasi-A
(PKA) dove A sta ad indicare adenosin-monofosfato-ciclico dipendente (AMPc). E’ un adenosin-5-
fosfato che ha formato un secondo legame estere con il carbonio 3 del riboso, quindi un adenosin-
3,5-monofosfato-ciclico in cui il legame è fosfodiestereo a livello del carbonio 5 e 3. E’ modulatore
positivo per la PKA. Si può spiegare questa modulazione perché è formata da 4 subunità: 2 di tipo
R e 2 di tipo C. Nella forma inattiva è R2C2, in presenza di AMPc l’enzima si trasforma in R2+2C,
dove l’unità C è l’unità catalica, la vera cinasi.

39
Che cosa fa l’AMPc? Quando arriva nel citoplasma a certe concentrazioni, la PKA diventa affine
per l’AMPc e lo lega: lega 4 molecole di AMPc per ogni molecola di enzima, cioè ogni unità R lega
2 AMPc. Allora, legandosi l’AMPc alle subunità R, ne induce una modificazione di forma per cui
queste non riconoscono più C e se ne staccano. Si separa come R2 legato a 4 AMPc. Le 2 subunità
C si dissociano e ognuna diventa una unità catalica. A questo punto l’unità catalica C si porta sulla
fosforilasi-B-cinasi e la fosforila.
Questo passaggio, R2C2 a R2+2C, è reversibile: non appena la concentrazione di AMPc nel
citoplasma scende, immediatamente C si riaggrega a R e riforma il tetrametro inattivo con distacco
di AMPc.
L’AMPc viene da ATP e la sua trasformazione in nucleotide ciclico è mediata da un enzima
presente sulla membrana plasmatica e prende il nome di adenilato-ciclasi, che ha la funzione di
trasformare ATP in AMPc. Questa adenilato-ciclasi è il primo bersaglio dell’azione dell’ormone.
Quindi l’ormone, regolando quest’adenilato-ciclasi, regola la sintesi di AMPc che consideriamo
come secondo messaggero del messaggio ormonale (il primo messaggero è l’ormone): tra tanti, i
meglio conosciuti sono glucagone ed adrenalina.

Attivazione della fosforilasi

Abbiamo visto ieri il comportamento della fosforilasi B-cinasi e il comportamento della protide
cinasi A, ricordando che questa protide cinasi è, nella forma inattiva, un tetramero formato da due
subunità R e due subunità C. in presenza di AMP ogni subunità R lega due molecole di AMP, e si
vengono così a separare un dimero R2, legato a 4 molecole di cAMP, e due subunità C attive. Le
subunità C adesso si comportano come protide cinasi nei confronti della fosforilasi B-cinasi e in
presenza di ATP fosforilano le catene e successivamente le catene .

Sintesi del cAMP

Abbiamo visto il cAMP, vediamo adesso come si origina questo nucleotide ciclico, che funziona
come secondo messaggero per molti ormoni, e in particolare (per quanto riguarda noi) per
l’adrenalina, a livello di tutti i tessuti, e per glucagone, particolarmente a livello del fegato e del
tessuto adiposo, in quanto il muscolo scheletrico, cardiaco e liscio sembra mancare di recettori per il
glucagone, e conseguentemente il glucagone non ha effetto su questi tessuti. Quali sono le modalità
attraverso cui l’ormone riesce ad indurre sintesi di cAMP?
La sintesi di questo composto procede a carico di componenti della membrana plasmatica:
1. il recettore dell’ormone;
2. una proteina trimerica (parte della membrana plasmatica) che prende il nome di proteina G;
3. l’enzima deputato alla sintesi di cAMP che è l’Adenilato ciclasi;
Abbiamo quindi tre componenti proteiche che sono parte della membrana plasmatica (e quindi non
agiscono nel citoplasma).
Sulla membrana plasmatica esiste una proteina particolare che in parte si affaccia sull’esterno della
cellula e in parte si affonda nell’interno della membrana e si affaccia sul lato citoplasmatico: tale
proteina è il recettore per l’ormone. L’ormone si lega al recettore, che modifica la sua forma, e
generalmente va incontro ad una aggregazione, cioè più recettori aggregano insieme, e da questo
momento in poi parte il segnale. Il segnale, per adrenalina e glucagone, ma in generale per tutti gli
ormoni che hanno come secondo messaggero cAMP, si trasmette in primis attraverso una proteina
G, che è una proteina trimerica la quale è disposta sulla membrana in prossimità del recettore, in
modo da percepire le variazioni di forma del recettore. La proteina G è formata da tre subunità che
indichiamo come subunità , subunità e subunità . La subunità di massa molecolare minore è la
subunità , mentre quella di massa molecolare maggiore è la subunità , che oscilla fra i 45 e i 35
kiloDalton. Queste proteine sono dette proteine G in quanto capaci di legare reversibilmente GDP e
GTP. Quando la proteina è a riposo, nella forma trimerica, in assenza di stimolo ormonale, essa lega

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GDP sulla subunità . Quando arriva lo stimolo ormonale la subunità percepisce la modificazione
di forma del recettore e scambia il GDP con il GTP; questo scambio non genera problemi poiché il
GTP è largamente distribuito nel citoplasma delle cellule. Dunque il primo grosso fenomeno che si
verifica in seguito all’interazione fra l’ormone e il recettore è l’attivazione della proteina G, la cui
subunità perde affinità per il GDP e la acquisisce per il GTP: il GDP viene quindi rilasciato e in
sua vece viene legato GTP. Il legame del GTP con la subunità modifica la forma di per cui il
trimero diventa instabile: il trimero si dissocia e le subunità e si staccano dalla subunità anche
se continuano ad essere legate sulla membrana – il grosso problema è che non si sa esattamente se
passano nel citoplasma o continuano ad essere legati alla membrana; è probabile che continuino ad
essere legati alla membrana sino a che il trimero non si è dissociato e si è trasformato nella subunità
e nel complesso - .
L’importante è che si è staccato da e e si è legato a GTP. Questo passaggio comporta
l’attivazione della proteina G perché da questo momento la subunità legata a GTP prende contatto
con una ulteriore proteina di membrana che indichiamo con l’acronimo A (che sta per Adenilato
ciclasi), la quale è un potenziale enzima; quando A non è legata alla subunità -GTP è inattiva.
Questa prende contatto con la proteina A, che, legandosi ad , diventa un enzima in grado di
trasformare l’ATP in cAMP + pirofosfato. (ovviamente trattandosi di ATP l’enzima richiede ioni
Mg2+ per la sua attività)
Il cAMP liberato passa quindi nel citoplasma, va a legarsi alla protide cinasi A e da qui ha inizio la
trasmissione del segnale ormonale.
Importante: come vi è stato lo stimolo il recettore deve essere inattivato altrimenti si andrebbe in
sovrastimolazione della cellula. Il ritorno alla situazione di partenza, e cioè l’inattivazione del
recettore, e la fine della sintesi del cAMP, inizia per intervento della subunità , la quale, nel
momento in cui lega l’Adenilato ciclasi, modifica la sua conformazione e diventa un’intrinseca
idrolasi, cioè attacca il GTP ad essa legato e lo scinde in GDP e ortofosfato (la subunità cambia la
sua forma e diventa una GTPfosfatasi che attacca l’ultimo legame pirofosfato del GTP e forma
GDP + ortofosfato).
A questo punto la subunità , legata a GDP, perde la sua attività e torna a legarsi a e a e
ricostituisce il trimero inattivo, pronto di nuovo a ricevere un successivo stimolo da parte del
recettore; c’è dunque una continua attivazione-inattivazione della proteina trimerica, dovuta
all’intrinseca attività GTPasica della subunità . è una potenziale GTPasi, che non manifesta
questa sua attività fintanto che non và a legarsi all’Adenilato ciclasi: quando ciò avviene la subunità
cambia forma, il sito catalitico si scopre e lei diventa un’idrolasi, cioè un’anidride fosfatasi che
scinde il GTP in GDP + P.
Se diventa GTPasi l’Adenilato ciclasi diventa inattiva e cessa la sintesi di cAMP.
La grossa domanda è questa: per quale motivo la subunità si attiva? È dovuto solo all’interazione
con l’Adenilato ciclasi o ci sono altri motivi? Una prima ipotesi consiste nel semplice legame fra la
subunità e l’Adenilato ciclasi. la seconda ipotesi è che sia l’aumento progressivo di cAMP faccia
da modulatore negativo nei riguardi della subunità e la trasformi in GTPasi. una terza ipotesi
suppone che esistano nel citoplasma dei fattori – proteine di peso molecolare piccolo – in grado di
interagire con la subunità (una volta legata all’Adenilato ciclasi) trasformandola nella GTPasi;
questa ipotesi è nata poiché nel citoplasma esistono delle piccole proteine monomere (25 kDalton)
che sono dette proteine G solubili (citoplasmatiche, monomeriche, non trimeriche) in grado di
legare reversibilmente GDP e GTP. Un esempio di queste proteine G solubili monomeriche è dato
dalla proteina RAS 21 (20 kDalton ca.), la quale ha le caratteristiche di essere capace di legare
reversibilmente GDP nella forma inattiva, oppure legata a GTP diventa attiva e serve per la
traduzione di segnali all’interno della cellula. Questa proteina P21RAS non manifesta attività
GTPasica fintantoché non è legata ad una proteina di supporto che le conferisce questa attività
GTPasica; per la proteina in questione è stato isolato il frammento che fa da cofattore per RAS e
quando va a legarsi ne induce l’attività GTPasica. Per le subunità delle proteine trimeriche questa
proteina non è stata isolata, ma è possibile che in futuro si arrivi ad un suo isolamento.

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Ricordate fin d’ora che esistono delle proteine G MONOmeriche in cui la subunità stessa può legare
GDP o GTP, e quando è legata a GTP vede la sua attività GTPasica attivata da cofattori presenti nel
citoplasma. Alcune di queste proteine RAS non sono sensibili al fattore di regolazione
conseguentemente in queste cellule abbiamo una attività sregolata della P21RAS, e sembra che
questo fenomeno sia correlato con l’insorgenza di tumori nella cellula, cioè nella trasformazione
della cellula in un tipo tumorale.
È importante, per capire come sia pesante questa regolazione da parte delle proteine G sull’attività
adenilato-ciclasica, sapere che sulla membrana, oltre a queste proteine G (dette proteine G-S, ossia
stimolanti) che fanno da attivatori per la Adenilato ciclasi, esistono altre proteine G trimeriche con
azione inibente l’attività adenilato-ciclasica, e queste ultime paiono esistere in concentrazione 10
volte più alta delle proteine G attivanti. Abbiamo quindi due tipi di proteine G sulla membrana
plasmatica: proteine G-S, stimolanti l’attività adenilato-ciclasica e proteine G-I, inibenti tale attività.
Qual è la differenza fra queste due proteine, entrambe trimeriche e formate da subunità , , ? I
due tipi di proteine condividono le subunità e mentre si differenziano per la subunità , che in
genere nelle proteine G inibenti è di massa molecolare più piccola rispetto alle G-S.
Si è arrivati all’isolamento di queste due proteine G grazie alla loro sensibilità ad alcune tossine
batteriche: ad esempio la tossina colerica (responsabile del colera) ha un’alta affinità per la subunità
-S, e quindi per la proteina G stimolante, in quanto questa tossina riconosce elettivamente la forma
A legata a GTP, inibendo l’attività GTPasica; di conseguenza la presenza di cAMP nelle cellule
colpite dalla tossina colerica sarà alto a causa della continua stimolazione della fosforilasi, ed in più,
poiché il cAMP è un regolatore di innumerevoli altri processi, tra cui l’attività dei canali ionici, in
particolare dei canali deputati al trasporto del sodio e dell’acqua dall’esterno all’interno e
dall’interno all’esterno, alti livelli di cAMP fanno sì che le cellule colpite dalla tossina rilascino
sodio e in contemporanea acqua, per cui l’organismo va incontro ad una disidratazione notevole,
diarrea continua ed infine morte, perché la disidratazione può essere sopportata per perdite di acqua
non superiori al 15%; caratteristica del colera è infatti proprio la diarrea continua e la terapia
odierna consiste nell’idratare la persona e contemporaneamente usare antibiotici in grado di
bloccare la tossina colerica.
Quali caratteristiche ha questa tossina batterica? In genere queste tossine hanno una struttura
caratteristica, sono formate da più subunità di cui una è di peso molecolare maggiore, indicata come
subunità A, la quale è circondata da subunità di peso molecolare minore, indicate come subunità B
(cioè ha l’aspetto quasi di un fiore); in genere vi sono da 5 a 7 subunità B e una subunità A. In
questa forma la tossina raggiunge la cellula e, particolare interessante, va a legarsi alla membrana
ad un recettore specifico che non è una proteina ma un ganglioside (un glicolipide): legandosi a
questo ganglioside la tossina subisce una modificazione di forma per cui le subunità B rimangono
all’esterno legate al ganglioside e penetra all’interno soltanto la subunità A. In pratica la tossina si
modifica e libera la subunità A che è la subunità ad azione tossica. La subunità A all’interno
(almeno per la tossina colerica) si sdoppia (in effetti A è un dimero) e diventa un enzima che attacca
il NAD staccando l’anello di nicotinammide e forma adenosindifosforiboso. (in pratica la subunità
A rompe il legame glucosidico fra la nicotinammide e il riboso e libera adenosindifosforiboso e
nicotinammide)
La subunità A non solo idrolizza il NAD ma si carica l’adenosindifosforiboso e lo trasferisce alla
subunità della proteina G attivata: in pratica la tossina colerica fa da idrolasi per il NAD ma da
transferasi per il prodotto della reazione e porta questo prodotto (l’adenosindifosforiboso) sulla
subunità -S laddove questa sia legata a GTP. La tossina non riconosce dunque la proteina G
trimerica, ma la subunità -S già dissociata e attiva, perché legata a GTP. In pratica va a legare
l’adenosindifosforiboso ad un residuo di arginina della subunità , la quale in questo modo diventa
ADPribosilata in maniera irreversibile. Quando è ADPribosilata la subunità perde l’attività
GTPasica irreversibilmente, di conseguenza continuerà a stimolare l’adenilato ciclasi, rendendo alti
i livelli di cAMP.

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Per questo si dice che la proteina G-S è sensibile alla tossina colerica, anche se in effetti la
sensibilità è legata unicamente alla subunità , laddove sia libera e legata a GTP.
La proteina trimerica G-I, quella cioè inibente l’adenilato ciclasi, è anch’essa riconosciuta da una
tossina, in particolare dalla tossina della pertosse, la quale non riconosce -S ma G-I; il meccanismo
della reazione è uguale (la tossina della pertosse ha una struttura molto simile alla tossina colerica),
ancora una colta si lega alla membrana attraverso un ganglioside, la subunità A si libera all’intero
della cellula, attacca il NAD e lo scinde in adenosindifosforiboso e nicotinammide, la subunità
catalitica A lega l’adenosindifosforiboso e lo porta alla proteina G-I. la grossa differenza è che la
tossina della pertosse riconosce soltanto la forma trimerica della proteina G-I, cioè quando è legata
a GDP, e impedisce alla proteina trimerica di dissociarsi: in pratica inibisce lo scambio GDP-GTP e
la successiva dissociazione della proteina trimerica in + . La tossina riconosce la G-I quando è
in forma trimerica, cioè inattiva, e in questo modo le impedisce di ricevere il segnale ormonale –
anche se arriva lo stimolo ormonale, la subunità -ADPribosilata della proteina G-I non lo
riconosce e continua a rimanere nella forma -GDP, quindi non scambia GDP con GTP ed in questo
modo la proteina G-I non si attiva. Il risultato ultimo è lo stesso di quello della tossina colerica (alti
livelli di cAMP dovuti a continua stimolazione dell’adenilato ciclasi) anche se il punto di partenza è
notevolmente diverso.
Come spieghiamo l’effetto inibente della proteina G-I sulla proteina G-S? fra le diverse ipotesi
formulate, una suppone che le subunità -I liberate vadano a competere con le subunità -S
impedendo a queste ultime di portarsi sull’adenilato ciclasi (ipotesi più probabile), mentre un’altra
ipotizza che la proteina G-I impedisca la dissociazione della proteina G-S: quando la proteina G-I si
dissocia in + le subunità si porterebbero sulla proteina G-S impedendone la dissociazione.
Un primo punto di regolazione nella traduzione del segnale via cAMP risiede quindi a livello delle
proteine G ed è dato da un lato dalla attivazione della subunità -S che diventa una GTPasi e
dall’altro dall’effetto inibente della proteina G-I; un secondo punto consiste nei livelli di cAMP,
perché nella cellula il cAMP come si forma va incontro a degradazione e in effetti nel citoplasma è
presente una fosfodi-esterasi indicata come PDE la quale riconosce il cAMP e lo idrolizza ad
adenosin-5P che non ha più nessun azione attivante la PKA. Nella cellula esiste questo enzima PDE
(di cui ne esistono molte isoforme) il quale è estremamente attivo nei confronti del cAMP, lo
attacca e lo trasforma in adenosin-5P, ed in questo modo il secondo messaggero viene distrutto.
Interessante: alcune di queste isoforme del PDE sono sensibili all’insulina, e vengono da essa
attivate (ovviamente in modo indiretto): conseguentemente se c’è un’attivazione delle PDE i livelli
di cAMP scenderanno considerevolmente e quindi più rapidamente l’effetto del glucagone verrà
rallentato da cui l’antagonismo fra insulina, adrenalina e glucagone.
Una caratteristica di queste PDE è che sono inibite da composti che hanno una certa somiglianza
con i nucleotidi e quindi con il cAMP, su cui l’enzima è attivo, e sono composti presenti in natura
che costituiscono i principi attivi di alcune bevande che noi assumiamo correntemente come il
caffè, il thè e la cioccolata. Questi composti sono dei simil-nucleotidi, in pratica delle basi azotate
mutilate, che prendono il nome di caffeina, teofilina (thè) e teobromina (cacao), e vengono utilizzati
come farmaci. Essi si portano a livello della PDE e la inibiscono, e di conseguenza nel tessuto
rimane alto il livello di cAMP, e pare che questo, a livello cerebrale, concorra a stabilire lo stato di
veglia e a bloccare quello di sonno, per cui ci sono persone che se devono caffè o thè alla sera poi
non dormono più, e questo è da ricollegarsi all’effetto di queste sostanze sulle PDE e quindi ai
livelli di cAMP a livello del tessuto cerebrale; ci sono poi delle persone che bevendo caffè dormono
meglio, e questo poi è ancora un altro problema. L’azione eccitante di questi farmaci è dunque
dovuto alla loro azione sulle PDE e ai conseguenti alti livelli di cAMP. La Teofilina viene ad
esempio usata come cura per l’asma perché agisce come broncodilatatore laddove ci sia un
broncospasmo.
Un terzo punto di controllo sull’efficienza della traduzione del segnale ormonale è che la PKA
attivata possa a sua volta portarsi a livello del recettore di membrana e andarlo a fosforilare,
impedendo così che il recettore in questa forma possa tradurre il segnale: ulteriore punto di

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regolazione negativa sui livelli di cAMP viene dal fatto che questa PKA o altre protide cinasi che si
attivano come conseguenza dell’aumento dei livelli di cAMP (la PKA è in grado di fosforilare altre
proteine trasformandole in cinasi, che poi vanno a fosforilare il recettore) sono in grado di
fosforilare il recettore stesso (quindi il recettore compare in forma fosforilata) e nella forma
fosforilata il recettore non è più in grado di attivare le proteine G e rimane dunque inefficiente (non
si traduce quindi più il secondo segnale). Perché il recettore recuperi la sua funzionalità è necessario
l’intervento di fosfatasi che staccano il fosfato, rigenerando il recettore.
Per inciso, il cAMP non limita la sua funzione alla PKA e alla fosforilasi B-cinasi, ma ha
innumerevoli altre funzioni, addirittura arriva a livello del nucleo, dove va ad attivare delle cinasi le
quali inducono la fosforilazione di fattori di trascrizione, per cui in ultima analisi il cAMP può
arrivare a modificare (attivare, inattivare) anche la trascrizione genica. L’aumento del livello di
cAMP ha dunque innumerevoli conseguenze.

Con questo chiudiamo per quanto riguarda la fosforilasi e, siccome la regolazione della fosforilasi è
strettamente correlata con la regolazione dell’enzima che sintetizza glicogeno, vediamo subito come
si sintetizza quest’ultimo, così abbiamo fresco il sistema di controllo sulla fosforilasi e lo ribaltiamo
sull’enzima che sintetizza glicogeno che è la glicogeno-sintasi. Passeremo poi alla gluconeogenesi,
in ultimo sintesi del lattosio e con questo chiudiamo con il metabolismo glucidico per quanto
riguarda la fase iniziale. Dovremo poi iniziare la fase ossidativa, come cioè viene degradato l’acido
piruvico.

Glicogeno sintesi,
che è in pratica l’opposto della glicogenolisi in quanto ricostruisce la molecola di glicogeno
degradata dalla fosforilasi. Ovviamente le vie di demolizione non possono essere considerate
l’inverso delle vie di sintesi (e viceversa), perché nonostante il risultato sia risintetizzare il
composto degradato, questa risintesi avviene per processi completamente diversi e con corredi
enzimatici di solito diversi rispetto al processo che ha preordinato la demolizione. Per cui parliamo
di vie di sintesi e di vie di demolizione, ciascuna con i propri enzimi.
La sintesi del glicogeno parte da un intermedio attivato del glucosio, cioè un prodotto di attivazione
del glucosio, che è l’UDPglucosio, che già sappiamo come si forma e che abbiamo visto come
inizio del ciclo dell’acido glucuronico: come abbiamo visto quest’ultimo parte da glucosio1P che
viene legato a UTP per formare UDPg, e allora abbiamo detto che una piccola parte dell’UDPg
prosegue nel ciclo dell’acido glucuronico, mentre la gran parte di esso viene dirottato, specialmente
a livello del fegato e del muscolo, per la sintesi di glicogeno, e questo succede principalmente
quando i livelli di glucosio nella cellula sono alti.
L’UDPg si forma a partire da glucosio libero, che diventa, per reazione esoso cinasica o glucosio
cinasica, glucosio6P, che reversibilmente, in presenza del cofattore glucoso1-6bisfosfato si converte
in glucosio 1P, e quest’ultimo, in presenza di UTP si trasforma in uridindifosfoglucosio. Quindi
dopo un pasto, specialmente se ricco di glicidi, l’apporto di glucosio al fegato è alto e quindi si
attiva la glucosio cinasi che in larga parte dirotta il glucosio verso la sintesi di glicogeno. Allo
stesso modo il glucosio sale in circolo, arriva al muscolo, al cervello e ai vari tessuti periferici che
estraggono glucosio, lo trasformano in glucosio1P e lo depositano come glicogeno. È importante
ricordare che la sintesi di glicogeno è attiva nei tessuti muscolari, soprattutto nel muscolo
scheletrico, mentre ha molta meno importanza a livello del tessuto cerebrale: il cervello estrae
glucosio ma lo degrada immediatamente, mentre il muscolo lo immagazzina in gran parte sotto
forma di glicogeno.
Questo UDPg rappresenta la forma attiva del glucosio che può essere utilizzata per sintetizzare
glicogeno. La sintesi del glicogeno è citoplasmatica . è importante ricordare che gli enzimi della
sintesi, così come gli enzimi della demolizione, sono adesi alla molecola di glicogeno (quindi la
fosforilasi, e la glicogeno sintasi, che è l’enzima che forma glicogeno, sono legati alla superficie del
monosaccaride).

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Gli enzimi coinvolti nella sintesi del glicogeno sono essenzialmente tre, di cui uno funge da enzima
regolatore, e sono:
1. Glicogeno sintasi iniziatore (comunemente indicato come glicogenina);
2. Glicogeno sintasi, che è l’enzima chiave del processo e indichiamo con l’acronimo GS;
3. Enzima ramificante.
Per la demolizione avevamo l’enzima deramificante, per la sintesi l’enzima ramificante, cioè che
forma le catene.
Iniziamo dicendo che la glicogeno sintasi (GS), o la glicogeno sintasi iniziatore, fungono da
transferasi, e in particolare trasferiscono glucosio dall’UDPg ad un composto accettore. Nel caso
della glicogenina il composto accettore è la glicogenina stessa: l’enzima trasferisce glucosio a se
stesso; nel caso della glicogeno sintasi l’accettore è una catena oligosaccaridica già preformata, e in
genere preformata sulla glicogenina. Quindi in pratica la GS non è in grado di trasferire glucosio da
UDPg a glucosio libero, ma soltanto su di un oligosaccaride già preformato. In genere, specialmente
nei tessuti embrionali, questo oligosaccaride preformato è costituito dalla glicogenina stessa, e
adesso vedremo come.
Terzo, l’enzima ramificante è deputato a ramificare catene lineari: in pratica taglia catene lineari,
trasporta il troncone su di un’altra catena e la ramifica. Quindi l’enzima ramificante rompe legami
1 4 -glucosidici e forma legami 1 6 -glucosidici, legami la cui sintesi è impossibile sia per la
GS che per la glicogenina.
La sintesi inizia dalla glicogenina, se essa viene a mancare la sintesi non si avvia: questo vale
soprattutto per la prima molecola di glicogeno che si viene a formare in un tessuto embrionale.
Questa glicogenina è una proteina di massa molecolare intorno ai 30 kDalton, la quale porta come
amminoacido reattivo della sua sequenza un residuo di tirosina. Tale residuo emerge dalla proteina
e la sua parte reattiva è un ossidrile fenolico: quindi l’ossidrile in posizione 4’ della tirosina è
fondamentale per la funzione di questa glicogenina. Che cosa fa questa glicogenina?
In presenza di UDPg essa trasferisce il glucosio dell’UDPg alla sua tirosina e quindi forma una
glicogenina-tirosina-glucosio. Quindi stacca il glucosio dall’UDPg, lo trasferisce a sé stessa, e và a
legarlo a questo ossidrile fenolico della tirosina, probabilmente in un legame -glucosidico. Come
risultato di questo primo passaggio otteniamo questo glucosil- tirosil-glicogenina (o glucosil-
glicogenina). Si forma quindi il primo legame glucosidico fra glucosio e glicogenina. quindi in
pratica la glicogenina viene glicosilata da un radicale di glucosio che viene dall’UDPg.
Legata la prima unità di glucosio, la glicogenina trasferisce una seconda unità di glucosio e và a
legarla al glucosio già precedentemente legato, ma (importante) con legame 1 4 .
Vengono poi portate una terza ed una quarta unità di glucosio, e in genere, con la formazione di
questo tetrasaccaride è adesso possibile l’intervento della glicogeno sintasi propriamente detta.
Quindi: per effetto della glicogenina vengono trasferite quattro unità di glucosio per cui sulla
tirosina (della glicogenina) si forma questo tetrasaccaride iniziale in cui il legame è costantemente
1 4 .
A questo punto la glicogenina così glicosilata (catena di almeno 4 polisaccaridi) viene riconosciuta
dalla glicogeno sintasi (che pare sia adesa alla glicogenina), la glicogenina cessa la sua funzione e
subentra la funzione della GS, la quale incomincia a trasferire unità di glucosio da UDPg al
tetrasaccaride iniziale, allungandolo. Quindi a questo punto la glicogenina-oligosaccaride + UDPg
in presenza della GS vede la sua catena progressivamente allungata. La GS continua ad allungare la
catena fino a quando essa non raggiunge una lunghezza critica di almeno 11 unità di glucosio
(anche di più): a questo punto la glicogeno sintasi perde affinità per la glicogenina, si stacca, e con
questo la possibilità di aggiungere glucosio alla catena scende notevolmente. A questo punto la
catena viene riconosciuta dall’enzima ramificante, il quale stacca almeno 7 unità di glucosio dalla
catena formata, e và a trasferire questo eptasaccaride su di un’altra catena in formazione formando
un legame 1 6 glucosidico. Quindi rompe un legame 1 4 e trasferisce un eptasaccaride su di
un’altra catena in formazione sulla glicogenina, che si allungherà a sua volta di sette unità. A questo
punto la catena sulla glicogenina è stata accorciata, la glicogeno sintasi torna a lavorare fino a che

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non si arrivi di nuovo al punto critico, dove essa si alternerà nuovamente con l’enzima ramificante:
quindi dall’azione combinata della glicogeno sintasi e dell’enzima ramificante passiamo al
polisaccaride ramificato.
Importante: la lunghezza critica perché intervenga l’enzima ramificante è di almeno 11 unità di
glucosio; l’oligosaccaride trasferito è di sette unità di glucosio e quando viene inserito su di una
catena, deve essere trasferito ad almeno quattro unità di glucosio dall’inserimento precedente;
inoltre l’enzima ramificante è aspecifico per i tipi di legame su cui agisce, perché rompe un legame
1 4 e forma legami 1 6 glucosidici.
Quindi dall’azione combinata della glicogeno sintasi e dell’enzima ramificante il polisaccaride può
crescere all’infinito e ramificarsi: senza però l’azione iniziale della glicogenina la sintesi non
sarebbe stata possibile. L’importanza della glicogenina e il suo coinvolgimento nella sintesi di
glicogeno è un’osservazione tardiva ed è venuta fuori quando, dall’osservazione costante di
glicogeno purificato, specialmente nei tessuti embrionali, si notò che al centro del polisaccaride
ramificato si trovava sempre una proteina: man mano che la catena cresce, la glicogenina viene
chiusa all’interno della catena del polisaccaride, e molto spesso si conserva all’interno della
molecola ed è possibile identificarla e separarla.
Poiché la sintesi di glicogeno deve essere necessariamente regolata, perché, in caso contrario, il
tessuto andrebbe incontro a sovraccarico di glicogeno, ci devono essere dei sistemi che
continuamente stabiliscono quando bloccare la sintesi del glicogeno perché il tessuto ha raggiunto il
valore massimo compatibile, o, viceversa, attivare la glicogeno sintesi quando nel tessuto il
glicogeno è sceso troppo. In effetti questi sistemi ci sono ed agiscono tutti sulla GS, cioè l’enzima
chiave del processo di glicogenosintesi. È interessante poiché è una regolazione molto simile a
quella della fosforilasi perché la GS, come la fosforilasi, esiste in una forma defosforilata e in una
forma fosforilata: la profonda differenza è che la GS è attiva nella forma defosforilata e inattiva
nella forma fosforilata, esattamente l’opposto della fosforilasi. Altra cosa importante: molti dei
sistemi che portano alla fosforilazione della fosforilasi, e quindi ad attivazione della fosforilasi,
agiscono anche sulla GS, questa volta inattivandola. Per cui capite perché non è possibile sintesi e
demolizione di glicogeno in contemporanea, perché i fattori che determinano la fosforilazione della
fosforilasi determinano anche la fosforilazione della GS, e quindi la inibiscono, bloccando la
sintesi; viceversa, fattori che attivano la glicogeno sintasi, perché la defosforilano, agiscono come
inibitori per la glicogenolisi perché vanno a defosforilare la fosforilasi, che nella forma B è inattiva.
Quindi quando è attiva la demolizione la sintesi è repressa e viceversa.
Regolazione della glicogeno sintasi:
la glicogeno sintasi, in tutti i tessuti, ma in particolare a livello del fegato e del muscolo (che sono i
tessuti in cui è meglio conosciuta la regolazione della glicogeno sintasi), esiste in due forme. A
seconda dei testi la GS nella forma attiva o inattiva è indicata con sigle differenti, quindi le
elenchiamo: GS-A e GS-B, dove A sta per attiva e B per inattiva, per analogia con la fosforilasi, in
cui la forma A è indicata come A, e la forma B come B; nei testi più vecchi (oggi questa
nomenclatura è un po’ caduta) la forma A era indicata anche come GS-I e la forma B come GS-D,
dove I vuol dire “indipendente da un modulatore” e D vuol dire “dipendente da un modulatore”,
dove il modulatore è g6P. Un po’ come per la fosforilasi, il modulatore della forma B era AMP,
quindi il ruolo del glucosio6P è molto simile a quello dell’AMP, cioè conferisce una parziale
attività all’enzima altrimenti inattivo. Quindi la forma I è sempre attiva, indipendentemente dalla
presenza di g6P, la forma D diventa attiva solo quando il g6P è presente in una certa
concentrazione. Il problema è che la concentrazione di g6P necessaria per avere questo effetto
attivante è al di sopra del livello fisiologico, cioè ben al di sopra della quantità di g6P che
normalmente esiste nella cellula: per cui in vivo questa regolazione non ha significato, ha
un’importanza in vitro, cioè nei sistemi sperimentali, quando si vuole dosare la GS nella forma
attiva e nella forma inattiva. La nomenclatura che noi utilizziamo è GS-A e GS-B, che sono anche
le più semplici da ricordare. La prima osservazione che ne emerge è che la glicogeno sintasi, a

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differenza della fosforilasi, è attiva nella forma defosforilata e inattiva nella forma fosforilata, e
quindi i sistemi di regolazione agiranno in sistema opposto rispetto alla sintasi o alla fosforilasi.
[incomprensibile per via dell’autoreverse, dovrebbe star parlando della GS] tetramerica, quindi
abbastanza simile a ciò che succede per la fosforilasi. La differenza, rispetto alla fosforilasi è che
nel caso di quest’ultima avevamo un unico sito di fosforilazione, che era la serina 14, mentre nel
caso della glicogeno sintasi i siti di fosforilazione sono molti, addirittura per l’enzima del muscolo
sembra che ci siano 9 siti suscettibili di fosforilazione per ogni monomero, e sono distribuiti in parte
sull’estremo ammino-terminale, in parte sull’estremo carbossil-terminale.
In rapporto ad un numero così elevato di siti di fosforilazione, probabilmente si può spiegare il
numero elevato di cinasi che sono in grado di agire sulla GS e fosforilarla: quindi, mentre per la
fosforilasi avevamo soltanto la fosforilasi B-cinasi che agiva su di essa e la fosforilava, per la GS
sono state isolate almeno 5 diverse cinasi, tutte attive sulla GS e capaci di fosforilarla. Queste cinasi
possono andare da una PKA, che è la PKA che abbiamo incontrato [incomprensibile] a cAMP, il
quale, ovviamente, fosforilando la GS la inattiva, ad altre cinasi cAMP-dipendenti, ma non
identificabili con PKA, a cinasi attivate da calcio (calcio-dipendenti – ma saranno mica italiane?), a
cinasi dipendenti da calmodulina (calmodulina legata a calcio, quindi calcio-calmodulinacinasi), a
cinasi che esistono in forma inattiva nella cellula e, per meccanismi non ancora chiari, al momento
in cui deve partire la sintesi di glicogeno si attivano per un processo proteolitico, e per ultimo, e
questa è la cinasi più conosciuta, una protide-cinasi regolata da insulina: a quest’ultima cinasi
diamo l’acronimo GSK3, cioè glicogeno sintasi cinasi 3. Il 3 sta ad indicare che questa cinasi è
elettiva (se questa è la catena della glicogeno sintasi) per tre soli residui di serina, che sono quelli
situati sull’estremo carbossil-terminale, che sono la ser 30, 34 e 38: da cui il nome di GSK3, poiché
riconosce solo queste 3 serine, situate sull’estremo carbossil-terminale, e con questo dà in
attivazione della glicogeno sintasi. In definitiva pare che la fosforilazione di questi tre residui sia
responsabile della inattivazione, mentre la fosforilazione in altri siti non ha un risultato così
drastico, e potrebbe agire da potenziante o stabilizzante per la fosforilazione in questi tre siti.
È importante che questa GSK3 è regolata da insulina, e in particolare l’insulina induce una
fosforilazione di questa GSK3, e con questo la inattiva. l’insulina è in grado, attraverso meccanismi
che vedremo nella prossima lezione, di indurre la fosforilazione di questa GSK3, quindi va ad
attivare una cinasi (che chiameremo PKB o AKT, la vedremo a suo tempo) sotto controllo
insulinico, che si porta sulla GSK3, la fosforila, e in questa forma l’enzima non funziona più. Il
risultato è che la glicogeno sintasi rimane defosforilata e quindi attiva.
Il passaggio dalla forma defosforilata a quella fosforilata, come già avevamo visto per la fosforilasi,
richiede la fosforilazione in serina, processo in cui è altamente coinvolta questa GSK3: ovviamente
se io blocco la GSK3, come fa l’insulina, mediante fosforilazione, la sintetasi rimarrà nella forma
defosforilata attiva e quindi la sintesi di glicogeno sarà estremamente attiva.
Altra cinasi in grado di fosforilare la GS è la fosforilasi B-cinasi, la quale, quando funziona, riattiva
la fosforilasi ma disattiva la GS: si capisce quindi perché una demolizione attiva del glicogeno non
è compatibile con una sintesi attiva. Questa è una delle cinasi di cui abbiamo parlato prima:
dipendenti da cAMP, pur non essendo PKA.
Le due cinasi più note come inibenti la GS sono la GSK3, di cui si conosce esattamente dove va ad
agire, va a toccare i tre residui di serina sull’estremo carbossil-terminale che sono fondamentali per
l’inattivazione della GS, e la fosforilasi B-cinasi, cioè quello stesso enzima che era in grado di
fosforilare la fosforilasi B e trasformarla in A; ovviamente sulla GS avrà effetto opposto rispetto a
quello sulla fosforilasi, perché la porta alla forma fosforilata, che è quella inattiva.
Vediamo adesso il processo opposto, cioè dalla forma fosforilata a quella defosforilata, processo
che interviene in presenza di una idrolasi, una fosfatasi, che addiziona acqua sul legame estere
serina-fosfato, stacca il fosfato e forma la GS defosforilata e attiva. Ne abbiamo una glicogeno
sintasi fosfatasi.

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Tra le fosfatasi più attive sulla GS, abbiamo quella fosfatasi che ieri abbiamo ricordato come PP1
(protide fosfatasi 1): quella stessa fosfatasi che agiva sulla fosforilasi A, era regolata da glucosio e
che formava fosforilasi B. Qui ovviamente è attiva sulla GS B e la converte in A.
Nei riguardi della GS la funzione di questa PP1 è estremamente complessa e questa è la parte più
difficile da capire.
Questa PP1, nei riguardi della GS, è regolata da un fattore che prende il nome di fattore G, che è
una proteina di massa molecolare intorno ai 160 kDalton, la quale serve da ancora per la fosfatasi
sul glicogeno: questa proteina G lega la fosfatasi e la ancora al glicogeno, dove sta legata la GS;
essa avvicina la PP1 alla GS, per cui la PP1 avrà estrema facilità a riconoscere la glicogeno sintasi e
a defosforilarla, mentre se la PP1 fosse libera nel citoplasma la probabilità di incontrare la GS
scenderebbe notevolmente.
Il problema è che questa interazione G-PP1 è regolata dalla conformazione di G (questo è il punto
più difficile da capire), in quanto G esiste in due forme, una forma fosforilata in un sito che è detto
1, e una forma fosforilata in un sito che è detto 2. In pratica questa proteina G ha due siti di
fosforilazione, un sito 1 ed un sito 2, dove, come al solito, la fosforilazione riguarda un residuo di
serina (e quindi G è una serina-fosfato protide).
Se G è fosforilata al sito 1 ha un’alta affinità per PP1, e quindi la lega fortemente e la porta sul
glicogeno; se invece è fosforilata al sito 2, non riconosce PP1, la quale non riesce a legarsi a G e
conseguentemente non prende contatto con il glicogeno, e quindi la probabilità di incontrare GS è
molto bassa.
Momento successivo: la fosforilazione al sito 1 è controllata da una protide cinasi regolata da
insulina; la fosforilazione al sito 2 è controllata da una protide cinasi regolata da cAMP, e quindi in
definitiva è la PKA: poiché è dipendente da PKA, la fosforilazione nel sito 2 sarà innescata da
glucagone ed adrenalina, entrambe a livello muscolare, mentre solo dal glucagone a livello epatico.
Quindi in definitiva questa protide cinasi è dipendente da glucagone e adrenalina. Quando c’è uno
stimolo insulinico G è fosforilata al sito 1, ha un’alta affinità per PP1, la lega e la porta sul
glicogeno cosi da poter attaccare elettivamente la GS e la porta nella forma defosforilata, che è la
forma attiva. Se invece la proteina G è fosforilata al sito 2 non riconosce la PP1, la quale rimane
separata nel citoplasma e riesce difficilmente ad incontrare la GS. La fosforilazione in 1 e in 2
stabilisce anche la forza del legame fra la proteina G e il glicogeno: tale legame è forte quando la
proteina è fosforilata in 1, debole quando è fosforilata in 2.
Dunque uno dei modi con cui l’insulina regola la GS e la mantiene attiva consiste nell’attivazione di
PP1 tramite l’attivazione di una cinasi che fosforila la proteina G nel sito 1.
Altra modalità con cui l’insulina controlla la sintesi di glicogeno è che va ad attivare una fosfatasi
che agisce sul sito 2 della proteina G e lo defosforila. Laddove la proteina G sia fosforilata in
entrambi i siti, si è osservato in vivo che l’insulina attiva una fosfatasi che va sul sito 2 della
proteina G e lo defosforila, facendo predominare il sito 1 fosforilato.
Per cui l’insulina ha tre modalità con cui attiva la GS: a) reprime l’enzima che fosforila la glicogeno
sintasi, cioè la GSK3; b) attiva la cinasi che fosforila il sito 1 della proteina G; c) attiva la fosfatasi
che defosforila il sito 2.
Ultima osservazione: la sintesi di glicogeno è fortemente repressa in situazioni di insulinoresistenza,
e in particolare nella situazione diabetica. Per il diabete di tipo 1 è abbastanza comprensibile, perché
non c’è quasi insulina circolante; vale anche per il diabete di tipo 2 in cui l’insulina c’è ed in
concentrazione altissima, ma non riesce a funzionare, perché il suo segnale non riesce a tradursi. È
importante ricordare che nella regolazione del glicogeno la situazione di deficit di insulina, o per
assenza di insulina (diabete di tipo 1) o perché la stessa non riesce a funzionare (diabete di tipo 2),
porta ad una sintesi di glicogeno fortemente repressa: soggetti che soffrono quindi di questa
patologia hanno una riserva di glicogeno ridotta e quindi avranno una disponibilità all’esercizio
fisico estremamente compromessa a livello del tessuto muscolare, perché manca la sorgente prima
di energia, il glicogeno. Il diabete quindi più che una accentuata glicogenolisi è un blocco della

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sintesi di glicogeno, che porta ad una riduzione dei livelli di glicogeno, in particolare a livello
muscolare.

Apriamo un breve capitoletto che termineremo poi lunedì.


Sintesi di lattosio a livello della ghiandola mammaria:
questo processo ha sede esclusivamente nella ghiandola mammaria, ed ha luogo esclusivamente
quando la suddetta ghiandola è attiva, cioè secernente, il che vuol dire dopo il parto. Errore comune
è collocare la sintesi di lattosio nel fegato o nell’intestino.
Ricordiamo che il lattosio è formato da glucosio e galattosio, e questo galattosio deriva da glucosio
portato alla ghiandola dalla circolazione sanguigna. Il galattosio utilizzato per la sintesi di lattosio
deriva quindi da glucosio ematico, che proviene in larga parte dal fegato, perché la ghiandola
mammaria non è in grado di formare glucosio ex novo.
Il glucosio entra nella ghiandola mammaria per trasporto passivo mediato (ci sarà quindi un Glut a
livello della ghiandola che permette il passaggio del glucosio) e dentro di essa segue una trafila di
reazioni che già conosciamo.
La sintesi del lattosio inizia nel citoplasma e si porterà avanti nel citoplasma fino alla formazione di
UDPgal (quindi tutte le reazioni fino alla formazione di UDPgal sono citoplasmatiche), mentre la
sintesi del disaccaride si conclude nell’apparato di Golgi. È quindi una sintesi compartimentata che
richiede due compartimenti: il citoplasma e l’apparato di Golgi.
Il glucosio che viene dal circolo, al solito, viene convertito a glucosio6P da esoso cinasi
(importante: non glucosio cinasi, poiché è un enzima epatico e delle beta cellule di Langherans, e
comunque la sua Km, costante di micaelis, sarebbe troppo alta per la concentrazione di glucosio nel
sangue =5mM che è quattro volte inferiore, e quindi la reazione non potrebbe avere luogo) HK. Il
g6P si trasforma reversibilmente in g1P con intervento del fattore glucosio 1-6 bisfosfato, e in una
reazione nucleotidil-transferasica l’UTP dona UMP al g1P formando UDPg. In seguito l’UDPg
diventa UDPgal: questa reazione l’abbiamo già fatta, interviene una 4-epimerasi (agisce sul
carbonio 4) di tipo ossidoriduttivo, che utilizza cioè NAD come cofattore per ossidare il gruppo
alcolico secondario in 4 del glucosio e in seguito a questo intervento tale gruppo alcolico diventa un
gruppo chetonico; formiamo un 4-chetoderivato, e con questo annulliamo il centro di asimmetria in
4. A questo punto l’epimerasi ritorna sul carbonio carbonilico in 4, utilizza NAD ridotto, e riduce il
carbonio in 4 a gruppo alcolico secondario, dando però la configurazione del galattosio invece che
del glucosio.
A questo punto l’UDPgal, unitamente al glucosio, si traslocano dentro l’apparato di golgi, dove
finalmente avviene la sintesi del lattosio. Ultima reazione: interviene la lattoso sintetasi, la quale in
effetti è una galattosil-transferasi che trasferisce galattosio a glucosio formando lattosio più UDP.
Questo enzima, la lattosio sintetasi, esiste sempre nella ghiandola mammaria, ed è sempre attivo,
ma quando la ghiandola mammaria non è secernente (prima del parto - sempre) la galattosil-
transferasi non riconosce il glucosio (perché in queste condizioni la sua Km è elevatissima), non è
in grado di trasferire il galattosio al glucosio, ma lo trasferisce ad altri monosaccaridi, in particolare
a glucosammmina, N-acetilglucosammina, N-acetigalattosammina ed ha parte nella sintesi delle
catene oligosaccaridiche legate a proteine; quando la ghiandola mammaria diventa secernente,
l’enzima diviene specifico per il glucosio, perché la Km per il glucosio diventa estremamente
piccola, riconosce il glucosio libero ma non più gli oligosaccaridi delle proteine e a questo punto
forma lattosio. Questa specificità che la galattosil-transferasi (A) acquisisce per il glucosio dipende
dal fatto che si lega ad una proteina specifica che prende il nome di lattoalbumina (B), e in queste
condizioni la proteina da monomerica diventa un dimero A+B e specifica per il glucosio. La
lattoalbumina si lega alla unità catalitica A, e a questo punto si forma la vera lattoso sintetasi, che è
un dimero AB, dove A è l’unità catalitica, B l’unità di regolazione. Da ricordare che questa
lattoalbumina è un calcioprotide, porta cioè legato calcio.
Abbiamo visto le reazioni nel citoplasma che si concludevano con la formazione
dell’UDPGalattosio che si trasloca nell’apparato di Golgi dove è localizzata la galattosiltransferasi.

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Questo enzima è responsabile del trasferimento del galattosio dall’UDPGalattoso al glucosio e
formare lattoso.
Quando la ghiandola mammaria è a riposo, la galattosiltransferasi non riconosce il glucoso come
accettare in quanto ha per il glucoso un’affinità superiore al valore fisiologico (Km=10 – 30 mM,
mentre normalmente la concentrazione di glucoso è 5 mM). Riconosce invece altri monosaccaridi in
genere già impegnati in una catena protidica e trasferisce il galattoso a questa catena
oligosaccarididca concorrendo così a formare la catena oligosaccarididca di glicoprotidi.
Al momento del parto, la galattosiltransferasi diventa specifica per il glucoso, non riconosce più
altri monosaccaridi, trasferisce il galattoso al glucoso e forma il legame 1,4-β-glicosidico che
porterà alla liberazione di lattoso.

UDPGal + Glucoso Lattoso + UDP

Al momento del parto l’enzima acquisisce affinità per il glucoso (la sua Km per il glucoso
diminuisce considerevolmente) e trasferisce il galattoso al glucoso.
Non è il glucoso ad essere legato al galattoso, ma è il galattoso che è legato al glucoso: il gruppo
glucosidico del galattoso si impegna con il C4 del glucoso. Per cui il lattoso è in un galattosio-4-β-
glucoso. Il motivo per cui la galattosiltransferasi diventa una lattososintasi è che al momento del
parto inizia nella ghiandola mammaria la produzione e la sintesi di una proteina particolare, detta
lattoalbumina e indicata come protide B.
È un protide di peso molecolare relativamente basso ed è un protide che lega calcio. L’interazione
del protide B (lattoalbumina) con in protide A (galattosiltransferasi) dà origine alla lattososintetasi
AB funzionante. Quindi B è il modulatore di A in quanto le conferisce la specificità per il glucoso.
A è un metallo-protide e il metallo attivatore è il manganese (Mn). Inoltre A è fortemente inibita dal
substrato della reazione, UDPGalattoso, e ancor di più dall’UDP. Quindi se nell’apparato di Golgi
l’UDP non viene rapidamente allontanato, la sintesi del lattoso si ferma, perché l’UDP compete con
l’UDPGal per legarsi all’enzima. L’UDP non può uscire dall’apparato del Golgi perché la
membrana del Golgi non ne permette il passaggio e quindi all’interno UDP viene trasformato per
effetto di una fosfatasi in UMP + Pi. L’UMP a questo punto può uscire dall’apparato di Golgi ed
andare nel citoplasma dove ricostruisce l’ATP che abbiamo speso per formare l’UDPGlucoso in
una serie di reazioni successive:

Go lg i __ __ Citoplasma
UMP + Pi →UMP + ATP 
→

UDP + ATP 
→

UTP + G1F 
→UDPGlucos o
ADP ADP

è assolutamente indispensabile che l’UMP lasci l’apparato di Golgi e torni al citoplasma.


Se nella ghiandola mammaria manca la fosfatasi che attacca l’UDP, la sintesi di lattoso si ferma
perché inibita dalla lattososintetasi e perché viene a crearsi l’impossibilità di ricostruire
l’UDPGlucoso.
La lattoalbumina è un calcio-protide la cui sintesi è stimolata da un ormone che prende il nome di
prolattina o lattotropina, ormone prodotto dal lobo anteriore dell’ipofisi. Al momento del parto, i
livelli di prolattina in circolo si elevano considerevolmente, la prolattina si porta a livello della
ghiandola mammaria e qua va a stimolare la sintesi della lattoalbumina. Quindi la prolattina non ha
un effetto diretto sulla lattososintetasi, ma è importante perché determina la sintesi del regolatore
della lattososintetasi, cioè della proteina B. quando la ghiandola mammaria è a riposo, non si forma
la lattoalbumina perché i livelli di prolattina sono bassi perché sono contrastati in circolo dalla
presenza di progesterone che preclude la liberazione della prolattina (regolazione negativa). Al
momento del parto i livelli di progesterone scendono rapidamente e immediatamente la prolattina
viene rilasciata dal lobo anteriore dell’ipofisi da dove raggiunge la ghiandola mammaria.

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La gluconeogenesi
La gluconeogenesi è un processo metabolico che porta a sintesi di glucoso a partire da composti di
natura non glicidica. Questi precursori di natura non glicidica sono amminoacidi e lattato. Gli
amminoacidi si formano dal catabolismo delle proteine e quindi in definitiva un catabolismo
proteico intenso si associa sempre alla gluconeogenesi.
Il lattato o acido lattico viene formato dai tessuti che non hanno gluconeogenesi e poi trasportato in
seguito ai tessuti interessati da questo processo. La gluconeogenesi, a differenza della glicolisi, è un
processo tipico di alcuni tessuti, ed in particolare del fegato e del rene. Quindi tutti gli alti tessuti
non sono in grado di formare glucoso ex-novo.
Poiché la gluconeogenesi parte da amminoacidi e da acido lattico, vuol dire che questi precursori
sono stati formati in periferia e poi con il circolo portati al fegato. In più ci può essere anche sintesi
di acido lattico a livello epatico in concomitanza con un fegato che produce glucoso da
gluconeogenesi attiva perché nel fegato esistono due comparti separati capaci rispettivamente di
attività glicolitica e di gluconeogenesi. Quindi l’acido lattico che si è formato nella zona che non ha
gluconeogenesi può essere traslocato alla zona che ha gluconeogenesi. In larga misura, comunque,
l’acido lattico proviene dall’esterno e il maggio produttore è il tessuto muscolare. Un catabolismo
intenso a livello del muscolo libera amminoacidi che in parte vengono utilizzati dal muscolo stesso
ed in parte vengono rimessi in circolo, raggiungono il fegato e quindi vengono usati per la
gluconeogenesi. Allo stesso modo in fegato stesso può avere un’intensa proteolisi e quindi può
avere a sua disposizione amminoacidi che usa direttamente per la sintesi.
Quali sono le condizioni per cui si innesca la gluconeogenesi? Mentre la glicolisi influisce
continuamente in tutte le cellule, la gluconeogenesi si innesca in particolari momenti ed in generale
laddove vi siano situazioni di ipoglicemia. Questo si può verificare:
- Situazioni di digiuno
- Esercizio muscolare prolungato
- Stato febbrile prolungato
- Diete sregolate ricche di lipidi e protidi e povere di glucidi
- Situazioni patologiche in cui il glucoso è disponibile ma la cellula non lo sa utilizzare perché
manca insulina (Diabete I e II)
A tutte queste condizioni si associa quasi costantemente un’intensa demolizione di acidi grassi.
Riassumendo, quindi, le principali differenze tra la glicolisi sono:
- il processo non fluisce sempre, ma solo in alcuni momenti
- il processo è largamente compartimentato all’interno di determinati tessuti (fegato e reni) e,
al loro interno, il processo è ulteriormente compartimentato in quanto inizia nei mitocondri,
procede nel citoplasma e si conclude nel reticolo endoplasmatico. La glicolisi è invece un
processo strettamente citoplasmatico\.
- La glicolisi forma ATP. La gluconeogenesi consuma ATP e quindi per avere questo
processo ci deve essere alta disponibilità di ATP.

Alti livelli di ATP + alti livelli di NADH + H+ gluconeogenesi


Alti livelli di ADP + alti livelli di NAD+ glicolisi

Quindi in un rapporto NAD+/NADH + H+ inferiore ad 1 è favorita la gluconeogenesi, mentre


superiore ad 1 è favorita la glicolisi. La gluconeogenesi per molti aspetti è l' inverso della via
glicolitica: le tappe della glicolisi che erano reversibili verranno sfruttate dalla gluconeogenesi in
senso opposto. La gluconeogenesi e la glicolisi si discostano per le tre tappe irreversibili della
glicolisi:

↓ __ ↑ ADP
1. Glu cos o ATP
 → G6P reazione catalizzata da esosocinasi/glucocinasi
HK / GK

51
ATP↓ __ ↑ ADP
2. F 6P  → F − 1,6 − P reazione catalizzata da fosfofruttocinasi1
PFK1
ADP↓__↑ ATP
3. PEP  → Piruvato reazione catalizzata da Piruvato cinasi
La gluconeogenesi compirà le reazioni inverse con modalità differenti:

1. Il G6P tornerà a glucoso non per reazione cinasica ma per reazione fosfatasica
H 2O↓ __↑ Pi
G6P  → Glu cos o
2. la tappa fosfofruttocinasica sarà ancora catalizzata da una idrolasi e si perderà il fosfato in
posizione 1 con liberazione di ortofosfato
H 2O↓ __↑ Pi
F − 1,6 − P  → F 6P
3. questa tappa della gluconeogenesi si compie attraverso due passaggi di cui uno
mitocondriale ed uno solubile
ATP↓ __↑ ADP ↓ __↑GDP
Piruvato  → Ossalacetato GTP
 → PEP
↑CO2 ↓CO2
La prima reazione di carbossilazione consuma ATP e anche la seconda consuma GTP. Mentre
nella glicolisi il passaggio PEP Piruvato rende una molecola di ATP, nella gluconeogenesi il
passaggio inverso costa 2 molecole di ATP.

Il processo è fortemente regolato da ormoni e metaboliti: la gluconeogenesi è fortemente esaltata da


ormoni iperglicemizzanti (glucagone, adrenalina e glicocorticoidi) ed è inattivata dall’insulina.
All’interno del processo invece vi sarà poi la regolazione da metaboliti e quindi da composti a basso
peso molecolare.
Il processo, come già detto, vede come precursori della gluconeogenesi amminoacidi, ed in
particolare amminoacidi gluconeogenetici, cioè amminoacidi che nel loro catabolismo formano
piruvato, ossalacetato o α-chetoglutarato.
Altro metabolita che concorre attivamente alla gluconeogenesi è l’acido lattico, in quanto
suscettibile di conversione in piruvato. Questa conversione nel fegato è possibile perché il fegato ha
le isoforme della latticodeidrogenasi e quindi l’equilibrio lattato-piruvato è possibile. Il primo
composto che viene utilizzato nella gluconeogenesi è il piruvato che può formarsi dentro il
mitocondrio da amminoacidi o fuori, nel citoplasma, sia da amminoacidi che da acido lattico. Il
problema che si pone a questo punto è quindi come spostare il piruvato dentro il mitocondrio,
tenendo conto che in genere la membrana interna del mitocondrio è impermeabile a composti
carichi come il piruvato. È probabile che sulla membrana interna vi sia un traslocatore che in grado
di legare piruvato e di trasportarlo all’interno. In questo modo il piruvato passa come composto
carico negativamente e per mantenere la costanza di carica all’interno del mitocondrio è necessario
che insieme al piruvato entri anche un composto carico positivamente (probabilmente un protone)
oppure esca un composto carico negativamente (fosfato-ioni).

Dentro il mitocondrio il piruvato viene coinvolto nella prima reazione della gluconeogenesi che è
catalizzata dall’enzima piruvatocarbossilasi (PC). La reazione è ligasica e prevede l’incorporazione
sulla molecola del piruvato di un bicarbonato-ione con il passaggio da un composto a 3 carboni ad
un composto a 4 carboni. L’enzima addiziona il bicarbonato-ione sul gruppo metilico del piruvato
che si trasforma in ossalacetato. Per far passare la CO2 in legame organico spendiamo ATP che si
scinde in ADP + Pi. In realtà la PC porta come gruppo prostetico la biotina che va a legarsi ad una
Lys della proteina dell’enzima formando un legame isopeptidico. La reazione inizia sul gruppo
prostetico dell’enzima ed il substrato (il piruvato) interviene solo in un secondo momento. Il primo

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composto che riceve il bicarbonato-ione non è quindi il piruvato ma l’enzima col suo gruppo
prostetico. La biotina porta un lungo braccio di acido valerianico che viene ad interagire con la
proteina mediante il gruppo carbossilico. La Lys, in una reazione ligasica con consumo di ATP,
viene legata alla biotina formando il legame isopeptidico, chiamato così perché non impegna
l’amminogruppo in α ma l’amminogruppo in posizione ω della catena. L’unione di biotina e Lisina
dà origine ad un composto che va sotto il nome di biocitina.
In un primo momento l’enzima reagisce col bicarbonato-ione CO2 e con ATP, scindendolo in ADP
+ Pi. Utilizzando l’energia del legame scisso, lega il bicarbonato-ione sulla biotina in posizione
dell’azoto N1’. Ai forma così un primo intermedio chiamato carbossi-biotina-enzima nel quale il
legame C–N è labile e contiene in sé l’energia del legame pirofosforico terminare dell’ATP. Le
modalità con cui interviene l’ATP non sono chiare: è probabile che in un primo momento l’ATP si
leghi alla biotina e vada a fosforilare il C2’. Si formerebbe così l’intermedio biotina-fosfato in cui il
fosfato dell’ATP è legato appunto alla posizione 2’. Questo composto offre quindi la possibilità
all’aldoso di carbossilarsi,
Dopo la formazione del carbossi-biotina-enzima, l’enzima trasferisce il bicarbonato-ione al piruvato
e forma ossalacetato.
Sono importanti le proprietà della PC che normalmente è un tetrametro formato da quattro
monomeri identici ciascuno dei quali porta legata una biotina. Inoltre è un metallo-protide e porta
legati Zn e Mg: 4 biotina + 3 Zn++ + 1 Mg++. Zinco e magnesio hanno la funzione di stabilizzare il
tetrametro. La PC inoltre per la sua attività richiede AcetilCoA: senza di questo l’enzima non
funziona in quanto il tetrametro è destabilizzato ed avrebbe una Km per il piruvato superiore alla
concentrazione fisiologica.
L’AcetilCoA si forma nel metabolismo degli acidi grassi e da qui si capisce perché gluconeogenesi
e catabolismo degli acidi grassi vadano in pari.

La trasformazione successiva porta l’ossalacetato a fosfoenolpiruvato (PEP). Questa reazione è


catalizzata dalla fosfoenolpiruvato carbossicinasi, che può essere:
- mitocondriale
- citoplasmatica
- in parte mitocondriale ed in parte citoplasmatica
nell’uomo questo enzima è in parte mitocondriale ed in parte citoplasmatico. Il problema è che
l’acido ossalacetico non può lasciare il mitocondrio in quanto la membrana interna è impermeabile.
Per portarlo fuori vi sono due sistemi di trasporto:
1. conversione dell’ossalacetato in acido malico, il quale può lasciare il mitocondrio in
quanto sulla membrana interna c’è un traslocatore per gli acidi bicarbossilici
2. conversione dell’ossalacetato in acido aspartico, il quale può lasciare il mitocondrio in
quanto sulla membrana interna trova un traslocatore specifico.
Una volta nel citoplasma, l’acido malico e l’acido aspartico vengono riconvertiti nuovamente in
ossalacetato.

1. La reazione ossalacetato acido malico prevede l’intermento di una malicodeidrogenasi


(MDH) mitocondriale che, in presenza di NADH + H+, riduce l’ossalacetato in acido malico.
Una volta fuori dal mitocondrio, l’acido malico si ritrasforma in acido ossalacetico ad opera di
una MDH solubile che opera la reazione inversa. Questa via è conveniente perché genera nel
citoplasma NADH + H+, essenziale per la gluconeogenesi.

2. La reazione ossalacetato acido aspartico è una reazione di transaminazione in cui


l’amminogruppo è portato da un composto donatore ad un composto accettare. L’acido
ossalacetico fa da accettore per un amminogruppo che gli viene trasferito dal glutammato, che a
questo punto si trasforma in acido α-chetoglutarico. L’acido ossalacetico, dopo aver accettato
l’amminogruppo, si trasforma in aspartato. Il glutammato viene da α-chetoglutarato +

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ammoniaca ad opera della glutammatoDH. L’-chetoglutarato, a sua volta, viene dal ciclo di
Krebs.
L’acido aspartico lascia il mitocondrio assieme all’α-chetoglutarato grazie a dei trasportatori
specifici. All’esterno esiste un’altra transaminasi che sposta l’amminogruppo dall’aspartato
all’α-chetogluglutarato formando ossalacetato + glutammato. L’ossalacetato prosegue nella
gluconeogenesi mentre l’acido glutammico torna ai mitocondri pronto a ripetere una nuova
reazione di transaminazione in presenza di altro ossalacetato.

A questo punto l’ossalacetato viene convertito in PEP grazie all’intervento di una liasi fosforilante.
La reazione è reversibile ma l’equilibrio è spostato prevalentemente verso il PEP. La reazione è
liasica perché romper un legame semplice C–C e ne forma uno doppio. Molto probabilmente è
presente un intermedio enolico in cui il carbonio metilenico ha ceduto l’idrogeno all’ossigeno
carbonilico. L’enzima che regola queste reazioni è il fosfoenolpiruvato carbossicinasi (PEPCK).
Poiché nella reazione è coinvolto GTP, vi saranno anche ioni magnesio Mg++. Inoltre l’enzima è un
metallo-protide e porta come metallo ferro ferroso Fe++ che non è legato direttamente alla proteina,
ma viene coniugato ad essa da una seconda proteina chiamata ferroattivatore. L’enzima è di natura
tiolica e quindi in gruppi –SH sono indispensabili per la sua attività.

Formato il PEP possiamo riprendere le tappe della via glicolitica utilizzando il verso opposto:

ATP↓ __↑ ADP


PEP ←→ 2PGA ←
H 2O
→ 3PGA ← →1,3 − PGA
enolasi 3 PGA_ cinasi

Fino a questo punto abbiamo consumato 6 molecole di ATP (utilizziamo infatti 2 molecole di
piruvato).
Ora dall’1,3-PGA formiamo gliceraldeide3P: l’acido 1,3-PGA perde il fosfato in 1 che viene
liberato come fosfato inorganico, e viene ridotto a gliceraldaide3P. si usa come cofattore NADH +
H+, in quanto la reazione riduce. L’enzima è una gliceraldeideP deidrogenasi (GAPDH) la quale è
un enzima tiolico che lega NADH +H+. in un primo momento l’enzima si lega al substrato e stacca
il fosfato (complesso enzima-substrato). Come primo prodotto abbiamo quindi liberazione di
fosfato; l’acido che residua (acido 3-fosfoglicerico) va ad agganciarsi con legame tioestereo
all’enzima. Si forma così un gliceril-fosfato-enzima. In un secondo momento l’enzima utilizza
NADH + H+ e trasforma il legame tioestere in legame tioemiacetalico. Per finire, l’enzima stacca il
tioemiacetale e riforma il gruppo tiolico liberando la GAP.

A questo punto una molecola di GAP procede come tale nella gluconeogenesi ed una seconda
molecola viene convertita ad opera della triosofosfato isomerasi in diossiacetone fosfato (DAP).
L’aldolasi lega insieme GAP e DAP per formare una molecola di fruttoso-1,6-difosfato. Arrivati di
fronte al F-1,6-P ci troviamo di fronte al secondo scoglio della gluconeogenesi in quanto non
possiamo usare una reazione cinesica in senso opposto per trasformare il F-1,6-P in F6P. La
gluconeogenesi aggira l’ostacolo utilizzando una reazione fosatasica, si perde l’energia del legame
estere sul carbonio 1 e si forma il F6P. l’enzima che catalizza la reazione F-1,6-P F6P prende il
nome di fruttoso-difosfato fosfatasi (FDPasi). La reazione è irreversibile ed è nuovamente sito di
regolazione, come la reazione catalizzata dalla piruvato carbossilasi e quella catalizzata dalla
fosfoenolpiruvato carbossicinasi PEPCK. La FDPAsi è quindi il terzo enzima regolatore della
gluconeogenesi. Questo enzima è presente in concentrazioni notevolmente basse ed è fortemente
inibito da quei metaboliti che facevano da attivatori per la PFK1. La FDPAsi è quindi

- Inibita da AMP, ADP, F-2,6-P


+ Attivata da ATP e Citrato

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Importante ricordare che la sensibilità al F-2,6-P della FDPAsi è più alta di quella che aveva la
PFK1. Infatti la FDPAsi è inibita da concentrazioni micromolari (µM) del F-2,6-P, mentre la PFK1
era inibita da concentrazioni millimolari (mM). Il ruolo dell’F-2,6-P è
- rende la curva di idrolisi del F-1,6-P fortemente sigmoide
- potenzia la sensibilità della fosfatasi per l’AMP. Quindi, di conseguenza, l’inibizione da
AMP diventa ancora più forte e nell’ordine fisiologico. La FDPAsi, di conseguenza, è
inibita da AMP solo in presenza di F-2,6-P in quanto non sentirebbe l’effetto di questo
inibitore in condizioni normali.
La FDPAsi, inoltre, è estremamente ricca in Lys ed uno di questi radicali è importante per legare
l’AMP. È anche un enzima tiolico e quindi se l’ambiente è riducente l’enzima è favorito, mentre se
l’ambiente è in stato di ossidazione i radicali di ossigeno lo bloccano. L’enzima inoltre esiste in due
forme conformazionali:

• FDPAsi fosforilata – forma attiva


• FDPAsi defosforilata – forma inattiva

Il passaggio dalla forma fosforilata attiva alla forma defosforilata inattiva avviene ad opera di una
defosfatasi che stacca il fosfato e forma l’enzima defosforilato. Questa fosfatasi è sotto controllo
insulinico che ne potenzia l’attività. Il passaggio opposto dall’enzima attivo all’enzima attivo
fosforilato è regolato da una protide cinasi A (PKA) che dipende da cAMP e quindi da glucagone e
adrenalina.
Sotto stimolo insulinico la gluconeogenesi si blocca. Sotto stimolo da adrenalina o glucagone
invece la gluconeogenesi è alta. Per questo l’adrenalina ed il glucagone sono ormoni
iperglicemizzanti, mentre l’insulina è un ormone ipoglicemizzante poiché blocca la formazione di
glucoso ex-novo. Nell’individuo diabetico l’insulina funziona poco e male e quindi la
gluconeogenesi sarà alta anche dopo un pasto e quindi nonostante vi sia già glucoso la sua
produzione non si blocca. Si ha quindi una situazione di iperglicemia persistente dovuta ad
incapacità di utilizzare il glucoso portato dalla dieta ed alla produzione continua di glucoso
attraverso la gluconeogenesi

Il F6P che si è formato nel citoplasma rientra nella via glicolitica “inversa” e si trasforma
reversibilmente in G6P. In questa reazione interviene una fosfoglucoisomerasi. Con questa reazione
la gluconeogenesi nel citoplasma si ferma e si sposta nel reticolo endoplasmatico dove è localizzato
l’ultimo enzima della via gluconeogenetica chiamato G6P fosfatasi.

Il G6P fosfatasi rappresenta il quarto enzima regolatore in quanto catalizza una tappa irreversibile e
sostituisce alla reazione cinesica della glicolisi una reazione fosfatasica. Il problema è che la
membrana del reticolo non permette il passaggio spontaneo del G6P che verrà quindi mediato.
Infatti questo enzima che defosforila il G6P in glucoso è formato da tre proteine (trimero), indicate
come T1, T2 e T3. T1 è posto esternamente alla membrana (volto verso il lato citoplasmatico), T2 è
dentro il reticolo mentre T3 è ancorato alla membrana. T1 ha il ruolo di traslocare il G6P dal
citoplasma al reticolo e di portarlo a T2. T2 è la vera G6P fosfatasi e riconosce il G6P
trasformandolo in glucoso + Pi in presenza di acqua. Il glucoso così formato torna al citoplasma
dove è rimesso in circolo. Il problema è che il gruppo ortofosfato non fuoriesce liberamente. Si lega
allora a T3 che lo trasloca all’esterno.
Il prodotto della reazione (Pi) è inibitore della G6P fosfatasi perché va a legarsi su una His
dell’enzima ed in questo modo blocca la reazione. Quindi sia il fosfato che il G6P competono per il
sito catalitico in cui si trova l’His. Di conseguenza se il fosfato non riesce ad uscire dal reticolo si
accumula, si porta all’His del sito catalitico ed impedisce al substrato di accedervi. L’azoto distale
dell’anello imidaziolico dell’istidina, indicato come azoto τ, è legato a fosfato e si forma il fosfato-
istidina-enzima che se non c’è fosfato in eccesso è un intermedio della reazione poiché poi il fosfato

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si stacca, mentre se c’è fosfato in eccesso va a legarsi a questo sito impedendo l’entrata di G6P. la
G6P fosfatasi può provocare delle patologie dovute ad un suo deficit. Molte di questi deficit però
sono dovuti non tanto alla mancanza della fosfatasi vera e propria ma alla mancanza di T1 o T3. In
proporzione i deficit dell’idrolasi rappresentano l’80% dei deficit totali mentre i deficit di T1 o di T3
solo il 20%. Se la G6P fosfatasi è assente, il fegato non libera glucoso e quindi si ha:
- ipoglicemia notevole, soprattutto a digiuno
- fegato infarcito di glucoso. Infatti il G6P in eccesso fa alla glicogenosintesi che porta ad una
continua deposizione di glicogeno nel fegato. Questo porta ad una glicogenosi di tipo 1.
Questa glicogenosi è caratterizzata dalla presenza di un fegato ricchissimo di glicogeno e da
crisi violente di ipoglicemia
Di glicogenosi ve ne sono di tantissimi tipi (scoperte 8 fino ad oggi) che si riconducono a deficit di
enzimi direttamente o indirettamente coinvolti col divenire del glucoso. Le glicogenosi possono
colpire sia il fegato che il muscolo. Possono essere causata da
- deficit di fosforilasi che può colpire sia il fegato che il muscolo
- deficit dell’enzima deramificante; avremo quindi un glicogeno con ramificazioni brevissime,
ma di numero pari a quelle previste
- eccesso di glicogenosintasi per cui il fegato continua a sintetizzare glicogeno
- deficit di enzimi che degradano il glicogeno non per via fosforolitica ma attraverso via
idrolitica. Esistono ad esempio amilasi che risolvono il glicogeno in disaccaridi che vengono
poi ulteriormente risolti in monosaccaridi. Questo deficit, poiché le idrolisi sono localizzate
al livello dei lisosomi, provoca malattie lisosomiali
- deficit della fosfocinasi 1 attiva; si accumula G6P e necessariamente l’equilibrio si sposta
verso la sintesi di glicogeno

Regolazione della gluconeogenesi tramite glicocorticoidi.


I glicocorticoidi costituiscono il terzo fattore di regolazione della gluconeogenesi. Questi sono
ormoni della corticale della surrene e, in particolare, quegli ormoni deputati a controllare la
glicemia. I glicocorticoidi hanno un recettore a livello nucleare e vanno a stimolare la trascrizione
dei geni che preordinano i quattro enzimi regolatori della gluconeogenesi:
- piruvato-carbossilasi (PC)
- fosfoenolpiruvato carbossicinasi (PEPCK)
- fruttoso bifosfatasi (FDPAsi)
- G6P fosfatasi
Sotto stimolo di questi ormoni, i livelli di questi quattro enzimi salgono nel tessuto e quindi si attiva
tutto il processo. L’effetto di questi ormoni è lento: somministrando glicocorticoidi come cortisone
la gluconeogenesi sale uno o due giorni dopo la somministrazione. L’insulina va a reprimere la
trascrizione dei geni che preordinano i quattro enzimi regolatori della gluconeogenesi, traducendo
un segnale che si porta a livello del nucleo e va a regolare negativamente la suddetta trascrizione. In
particolare l’insulina regola fortemente la PEPCK. L’insulina agisce quindi come inibitore della
gluconeogenesi con due modalità:
- colpisce i processi di fosforilazione
- colpisce a livello della trascrizione dei geni

Complessivamente la formazione di una molecola di glucoso a partire da amminoacidi è costata 6


molecole di ATP: 2 spese per formare 2 molecole di ossalacetato, 2 per formare 2 molecole di
fosfoenonpiruvato (PEP) e 2 per trasformare il 3-GAP in 1,3-GAP.
Poiché la glicolisi per ogni molecola di glucoso degradata rende 2 ATP, vuol dire che la
gluconeogenesi si avvale anche di ATP prodotto da altri processi metabolici, ed in particolare dalla
degradazione di acidi grassi. Inoltre il GTP che entra nella reazione per trasformare ossalacetato in
fosfoenolpiruvato (PEP) e che viene liberato come GDP, viene ricostruito a GTP in una reazione

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cinesica in cui ATP dona fosfato. Agisce una GDP cinasi che in presenza di ATP dona il fosfato al
GDP e istruisce il GTP.
Lezione del 10 dicembre 2002

Sintesi di derivati dei monosaccaridi che entrano come componenti dei proteoglicani e proteine
oligosaccaridiche.

Tali composti dei monosaccaridi vanno a costituire il gruppo prostetico di proteine che sono legate
ad una componente glicidica.
Tale componente glicidica può essere costituita da:
Una catena polisaccaridica e in questo caso parliamo di PROTEOGLICANI.
Una catena oligosaccaridica di composizione estremamente varia per quanto riguarda le unità
saccaridiche e in questo caso parliamo di PROTEINA OLIGOSACCARIDE.
Ci occupiamo della sintesi di queste catene polisaccaridiche e oligosaccaridiche che troviamo legate
alle proteine a costituire i GLICOPROTIDI distinti in proteoglicani se la catena glicidica è un
polisaccaride definito e in oligosaccaridi quando non c’è un periodo fondamentale di identità nella
catena, ma le unità saccaridiche si susseguono in un ordine apparentemente casule: è certo che un
ordine c’è, ma per ora non riusciamo a comprendere quale è il filo conduttore che ha portato alla
formazione dell’oligosaccaride.

Quando si parla di catene polisaccaridiche si parla anche di GLICOSAMILAMINOGLICANI


perchè sono caratterizzati da monosaccaridi che portano un aminogruppo, perciò sono
aminomonosaccaridi. In alcuni testi queste catene che portano aminomonosaccaridi sono indicate
anche come MUCOPOLISACCARIDI, perciò le catene sono dette mucopolisaccaridiche, dove il
prefisso “muco” sta ad indicare che nella catena del polisaccaride è presente un
aminomonosaccaride.
Dunque glicosaminoglicani e mucopolisaccaridi sono sinonimi.
Questi costituiscono il gruppo prostetico dei protidi che prendono il nome di proteoglicani, dove
questo “glicani” può essere costituito da glicosamminoglicani oppure da mucopolisaccaridi.

Parlando ora delle proteine oligosaccaride, l’oligosaccaride è estremamente vario nella sua
composizione, anche se talvolta una certa somiglianza tra le diverse catene oligosaccaridiche si può
riscontrare.
Vediamo ora la sintesi di questi aminomonosaccaridi, che sono essenzialmente:
GLUCOSAMINA,
N-ACETILGLUCOSAMINA,
GALATTOSAMINA,
N-ACETILGALATTOSAMINA,
ACIDO SIALICO anche detto ACIDO N-ACETIL NEUROAMINICO (che spesso assume proprio
la funzione di marcatore, di indicatore per la catena oligosaccaridica).
Questi entrano a fare parte di glicoprotidi e glicolipidi.

Sintesi della glucosamina


La glucosamina frequentemente non compare come glucosamina nelle glicoproteine di cui ci
occupiamo, ma è generalmente acetilata e l’acetilazione riguarda l’aminogruppo, da cui il nome N-
acetilglucosamina.
In altri casi la glucosamina si trova solforilata e parliamo allora di solforil-glucosamina.
Perciò l’aminogruppo può portare legato come sostituente un acetile oppure un gruppo solfato.
Da dove arriva questo aminogruppo che viene a formare la glucosamina indicata generalmente con
l’acronimo GLC?
• La GLC si forma a partire da un precursore fosforilato, precisamente da glucoso 6 fosfato.

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1. Il glucoso 6 fosfato viene convertito in fruttoso 6 fosfato.
2. Il fruttoso 6 fosfato con una reazione insolita va a reagire con una molecola di
glutammina, che è la monoamide dell’acido glutammico. Tale reazione non è di
facile classificazione, generalmente è considerata un aminotransferasi:
l’aminogruppo della glutammina, cioè l’aminogruppo legato con legame ammidico
con il gruppo carbossilico della glutammina, viene a reagire con il gruppo
carbonilico del fruttoso 6 fosfato; molto probabilmente si forma un intermedio in cui
la glutamina è ancora legata al fruttoso 6 fosfato, intermedio che poi si risolve come
prodotto terminale in glucosamina 6 fosfato più acido glutammico. La reazione negli
intermedi non è chiara, è probabile che si formi un primo intermedio, in cui
l’aminogruppo della glutamina, quello che fa parte del legame ammidico, elimini
una molecola di acqua con il gruppo carbonilico del fruttoso 6 fosfato e si formi
questo primo intermedio, apparentemente una chetoimmina. In un momento
successivo si stacca acido glutammico in presenza di acqua e si forma probabilmente
un intermedio imminico instabile che rapidamente evolve per un processo di
isomerizzazione spontanea in glucosamina 6 fosfato.

La glucosamina 6 fosfato nel processo che porta alla sintesi dell’acetil glucosamina, il composto più
rappresentato nelle glicoproteine, viene acetilata a formare N-acetilglucosamina 6 fosfato, in cui
l’acetile viene donato da acetilcoenzimaA, di cui la cellula ha ampia disponibilità. Dunque questa è
una reazione acetil transferasica e avviene mediante una acetil transferasi che trasferisce l’acetile
all’amminogruppo della glucosamina 6 fosfato producendo N-acetilglucosamina 6 fosfato (GlcNAC
fosfato). La reazione è praticamente irreversibile.

Questo derivato fosforilato in 6 viene convertito nell’isomero corrispondente fosforilato in 1, quindi


dall’N acetil glucosammina 6 fosfato si passa a N acetil glucosammina 1 fosfato.
Con questo processo non si può scrivere la N acetilglucosammina 1 fosfato in forma aperta perché
ora ho bisogno di un gruppo glucosidico per legare il fosfato.
La reazione è catalizzata da una mutasi, che ha caratteristiche simili all’enzima che trasforma il
glucoso 6 fosfato in glucoso 1 fosfato, è probabile che anche qui intervenga come cofattore un
intermedio, probabilmente un glucoso 1,6 bisfosfato, anche se non è sicuro. Quel che è quasi certo è
che compare come cofattore un composto bisfosforilato che si comporta con un meccanismo
analogo a quello della trasformazione da glucoso 6 fosfato a glucoso 1 fosfato, cioè il cofattore
dona un fosfato all’enzima e successivamente l’enzima trasferisce il fosfato al substrato.

Per potere essere introdotta nelle catene oligo e polisaccaridiche la N acetilglucosamina 1 fosfato
deve essere attivata, cioè deve essere legata ad un nucleotide che le fa da supporto. Questo
nucleotide è l’uridin mono fosfato e si forma dunque la uridindifosfo N-acetilglucosamina.
In questa reazione interviene una nucleotidil transferasi, che in presenza di uridin trifosfato sposta
l’uridin mono fosfato al fosfato in 1 della N acetilglucosamina e forma uridin difosfo N-
acetilglucosamina (UDP Gluc NAC). Si libera pirofosfato.

L’uridin difosfo N-acetilglucosamina può introdurre direttamente nelle catene oligosaccaridiche o


polisaccaridiche la N-acetil glucosamina oppure può essere converita in N-acetilgalattosamina.
Perciò l’uridin difosfo N-acetil glucosamina può essere il punto di partenza della sintesi della N-
acetil galattosamina, che è altrettanto importante come componente di oligo e polisaccaridi.

Come da uridin difosfo N-acetilglucosamina si passa a N-acetil galattosamina corrispondente?


E’ di nuovo una reazione 4 epimerasica, come già il passaggio da uridin difosfo glucoso a uridin
difosfo galattoso.

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L’epimerasi agisce sul carbonio 4 e utilizza come cofattore NAD, essendo una epimerasi di tipo
ossidoriduttivo. Forma il 4 chetoderivato dell’uridin difosfo N-acetilglucosamina più NAD ridotto.

L’enzima poi ritorna sul chetoderivato utilizzando NAD ridotto e riduce il gruppo carbonilico a
gruppo alcolico secondario, questa volta dando al carbonio alcolico secondario la configurazione
del galattoso.
A seguito di questa reazione dunque si forma uridin difosfo N-acetil galattosamina e NAD ossidato.

NB. Uridin difosfo N-acetilglucosamina e uridin difosfo N-acetilgalattosamina sono le forme attive
con cui la N-acetilglucosamina e la N-acetilgalattosamina entrano a fare parte delle catene oligo e
polisaccaridiche. Questi dunque non entrano mai a fare parte di oligosaccaridi e polisaccaridi come
aminomonosaccaridi liberi, ma sempre legati a un nucleotide e il nucleotide caratteristico è
l’uridinmonofosfato.

Sintesi dell’acido sialico.


L’acido sialico (o acido N-acetil neuroaminico) è un composto abbastanza insolito:
è formato da 9 carboni, è cioè un nonuloso derivato. Si può per semplicità considerarlo come
derivato da acido piruvico per quanto riguarda i primi tre carboni e da una N-acetil
mannosamina per quanto riguarda i carboni dal 4 al 9.
L’acronimo è NANA. E’ un acido perché ha un gruppo carbossilico.
In genere in natura non esiste in forma aperta, ma è costantemente in forma chiusa, che si
costituisce attraverso un ponte emiacetalico tra il carbonio ε e il carbonio α, cioè tra il carbonio
carbonilico (2) e il carbonio adiacente al carbonio che ha sostituito l’aminogruppo.
Si costituisce dunque un anello emiacetalico analogo a quello che troviamo nei monosaccaridi.
L’acido sialico quando interviene nel formare legame glucosidico (la formazione del legame
glucosidico è possibile perché in 2 abbiamo un carbonio glucosidico) reagisce sempre nella
forma α e perciò non troviamo mai l’acido sialico legato in forma β a un altro monosaccaride.

I precursori di questa molecola sono il fosfoenolpiruvato la mannosammina 6 fosfato.

Il fosfoenolpiruvato si forma dalla glicolisi.

La sintesi della mannosammina 6 fosfato è estremamente oscura.


L’immediato precursore della mannosammina è probabilmente l’uridin difosfo N-acetil
glucosamina.
Dunque fino all’uridin difosfo N-acetil glucosammina si prosegue come visto precedentemente:
interviene il fruttoso 6 fosfato, si forma l’amina, poi avviene l’acetilazione… fino alla formazione
dell’N-acetil glucosamina attivata.
L’ultimo intermedio noto è l’uridindifosfo N-acetil glucosammina, poi non si sa bene cosa succeda:
si sa che è una reazione complessa in cui intervengono ATP e NAD e che si forma N-acetil
mannosamina.
L’intervento dell’ATP fa capire che la reazione richiede energia, ma non si capisce il perché della
sua presenza.
L’intervento di NAD fa pensare che ci sia una reazione di epimerizzazione, con un meccanismo
simile alla 4 epimerasi precedentemente descritta.
L’unica cosa che sappiamo è che ATP e NAD sono indispensabili alla reazione.

La N-acetil mannosamina viene fosforilata in posizione 6 ad opera di una N-acetil mannosammina


cinasi in presenza di ATP e formiamo il derivato fosforilato in 6 (N-acetil mannosammina 6
fosfato).

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La N-acetil mannosammina 6 fosfato reagisce con il fosfoenolpiruvato formando acido N-
acetilneuroamminico 9 fosfato con liberazione di fosfato.
Probabilmente il legame ricco di energia del fosfoenolpiruvato permette la formazione del legame
C-C tra il carbonio aldeidico della N-acetil glucosammina e il carbonio metilenico del
fosfoenolpiruvato.

In ultimo l’acido N-acetilneuroaminico 9 fosfato perde il fosfato in 9 ad opera di una fosfatasi e


forma acido N-acetil neuroaminico libero.

NB. In definitiva nell’acido N-acetilneuroaminico i primi 3 carboni derivano da fosfoenolpiruvato e


i rimanenti da un glucoso di partenza. Perciò tutta la molecola si costruisce da glucoso, dal
momento che il fosfoenolpiruvato deriva dalla degradazione del glucoso.

L’acido sialico libero praticamente non c’è, lo troviamo incorporato in glicolipidi (in particolare
gangliosidi) oppure in glicoprotidi, in genere glicoprotidi oligosaccaride (di cui seguono esempi)
oppure in forma attiva instabile, dove per l’acido sialico forma attiva significa acido sialico unito a
citidin mono fosfato, quindi è citidin monfosfo sialide.

Formazione di CITIDIN MONOFOSFO SIALIDE (acido sialico attivo)


Partiamo da acido sialico libero + citidin tri fosfato.
La base azotata non è più l’uracile, ma è la citosina.

Nella reazione l’enzima che forma citidin monofosfo sialide trasferisce il citidin mono fosfato
all’acido sialico legandolo al carbonio glucosidico in 2 e libera pirofosfato.
Dunque da acido sialico libero + citidin tri fosfato con una reazione irreversibile si libera
pirofosfato e citidin monofosfo sialide in cui è importante il legame tra l’acido sialico e il
nucleotide, un legame α glicosidico.
La grossa differenza è che quando abbiamo il glucoso attivato è sotto forma di uridin
difosfoglucoso, cioè abbiamo due fosfato che legano da una parte il nucleoside e dall’altra il
monosaccride, in questo caso abbiamo un solo fosfato. La differenza dagli altri monosaccaridi
attivati è che abbiamo un solo fosfato che lega la citidina.

Ora parliamo della sintesi di gruppi prostetici di proteoglicani, il cui gruppo prostetico prende il
nome di GLICOSAMINOGLICANO (o mucopolisaccaride) e di glicoprotidi oligosaccaride, in cui
non abbiamo un glicosaminoglicano, ma abbiamo invece unità saccaridiche che entrano a costituire
la catena.
In linea di massima l’oligosaccaride o il polisaccaride si costruisce sulla proteina, quindi non c’è un
oligosaccaride o un polisaccaride preformato che in blocco viene portato sulla proteina, ma la
proteina fa da supporto alla catena che via via si allunga.
Si crea dunque un legame tra polisaccaride (o oligosaccaride) e proteina. Il legame è sempre di tipo
glucosidico e frequentemente β glucosidico.

Quali sono gli aminoacidi che la proteina mette in comune con la catena oligosaccaridica o
polisaccaridica?
I più frequenti sono serina, treonina, idrossilisina (limitata al collagene) e nel caso della sintesi del
glicogeno la tirosina, ma è un caso raro.
In tutti questi casi il gruppo che la proteina condivide con la catena oligosaccaridica è un gruppo
alcolico, che sarà primario nel caso della serina e secondario nel caso della treonina (CH-OH-CH3)
e della idrossilisina.
Nel caso della sintesi del glicogeno la catena saccaridica si costruisce su un residuo di tirosina nel
caso della glicogenina.

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In questi casi si parla di legame O glucosidico tra polisaccaride e proteina perché polisaccaride e
proteina sono uniti da un ponte ossigeno.
Ad esempio supponiamo che la prima unità saccaridica che si lega sia il galattoso. Il gruppo del
galattoso che si lega alla proteina è il carbonio glucosidico in 1, in genere la forma con cui reagisce
è la forma β. La proteina reagisce con una serina. Eliminiamo una molecola di acqua e le due
molecole sono legate mediante un legame O β glucosidico.
In linea generale nei proteoglicani il legame è sempre O β glucosidico, quindi quando la catena è
una catena polisaccaridica normalmente il legame tra il polisaccaride e la proteina è un legame
O β glucosidico e in questo legame interverranno gli aminoacidi serina, treonina, idrossilisina e
molto raramente la tirosina.

Quando invece la catena è di natura oligosaccaridica, accanto al legame O β glucosidico compare


un legame N β glucosidico, il che vuole dire che la proteina non condivide la serina, la treonina,
l’idrossilisina, la tirosina, ma condivide un altro aminoacido, l’asparagina; ciò vuole dire che è
l’aminogruppo dell’asparagina a intervenire nel legame glucosidico.
Nel 99% dei casi il monosaccaride che si impegna con l’asparagina è la N-acetil glucosamina.

Questo legame N β glucosidico generalmente non compare nei proteoglicani, ma nei protidi
oligosaccaride.

Di gruppi prostetici dei proteoglicani ce ne sono molti e anche i proteoglicani sono molti,
analizzeremo due esempi: il gruppo prostetico dei condroprotidi, cioè gli acidi condroitinsolforici e
delle eparine, importanti nella coagulazione del sangue.

Acidi condroitinsolforici
Sono essenzialmente di due tipi: il condroitinsolfato di tipo A e il condroitinsolfato di tipo C, in cui
la differenza è solo nella posizione del radicale fosforico che si lega alla N acetil galattosamina.
Negli acidi condroitinsolforici il disaccaride fondamentale è rappresentato da acido glucuronico
(Glc UA), una molecola di N-acetilgalattosamina, la quale negli acidi condroitinsolforici compare
solforilata o nella posizione 4 (N- acetil galattosamina 4 solfato) o nella posizione 6 (N-acetil
galattosamina 6 solfato), mai in 4 e in 6 simultaneamente.
Troviamo la N-acetil galattosamina 4 solfato negli acidi condroitinsolforici di tipo A.
Troviamo la N-acetil galattosamina 6 solfato negli acidi condroitinsolforici di tipo C.
Come si legano insieme i due monosaccaridi a costituire il disaccaride fondamentale?
L’unione avviene tra acido glucuronico che, con il gruppo glucosidico in 1 in configurazione β, va a
legarsi all’ossidrile in 3 della N-acetilgalattosamina formando un legame 1, 3 β glucosidico.
Simultaneamente viene liberata una molecola di acqua.

Questo disaccaride formato da acido glucuronico e N-acetilgalattosamina a sua volta reagisce con
un'altra molecola di acido glucuronico, quindi con un altro disaccaride, e forma un legame 1, 4 β
glucosidico.

Lungo tutto l’asse della catena polisaccaridica si ripetono questi due legami: 1, 3 β glucosidico, 1, 4
β glucosidico, 1, 3 β glucosidico, 1, 4 β glucosidico e così via. Questo è il motivo fondamentale
lungo l’asse della catena polisaccaridica.

Da dove viene il solfato, dal momento che la catena prima si forma senza solfato e poi viene
solforilata?
La solforilazione avviene in presenza di un particolare composto, che prende il nome di solfato
attivo: l’adenosin 3 fosfato 5 fosfosolfato.

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Come si costruisce? Si costruisce a partire da adenosin tri fosfato e solfato (che può venire da acido
solforico, solfato di sodio, solfato di potassio…). Il solfato va a legarsi con il fosfato in 5 dell’AMP,
quindi si tratta di una reazione nucleotidiltransferasica in cui l’ATP dona l’AMP al solfato.Si libera
pirofosfato. Il legame tra il solfato e fosfato è di anidride.

Non siamo ancora arrivati al solfato attivo: nella reazione successiva sulla adenosin 5 fosfosolfato
in una reazione cinasica agisce ATP, che in presenza di una cinasi specifica, dona il fosfato
terminale alla posizione 3 dell’adenosin 5 fosfosolfato e formiamo solfato attivo. Si libera ADP.

Il solfato attivo è riconosciuto da particolari solfato trasferasi che trasferiscono il solfato del solfato
attivo al composto che accetta, in questo caso una N-acetil galattosamina che è già presente sulla
catena polisaccaridica e che accetterà il solfato o in posizione 4 o in posizione 6.

Quanto ATP spendiamo per formare una molecola di solfato attivo? 3, un costo notevolmente alto.

Negli acidi condroitinsolforici di tipo A e C compaiono acido glucuronico e N-acetilgalattosamina,


eventualmente solforilata in 4 o in 6.

Nei dermatan solfati la differenza fondamentale è che invece che avere acido glucuronico abbiamo
acido iduronico (L), prodotto di isomerizzazione dell’acido glucuronico sul C 5 ad opera di una
epimerasi che rovescia la configurazione del C 5; passiamo perciò da un composto della serie D ad
un composto della serie L.
Il legame tra acido iduronico (Idu A) e N-acetil galattosamina sarà un legame 1, 3 α glucosidico.
E’ α perché ora il carbonio glucosidico è codirezionale con il gruppo alcolico in 6.

Eparina
L’eparina è un polisaccaride legato ai protidi, ma a volte per estensione si definisce con questo
termine l’eparina protide, ovvero il proteoglicano che porta come polisaccaride l’eparina. Per ora ci
riferiamo al semplice polisaccaride.

Nell’eparina i componenti sono acido glucuronico e solo inzialmente N-acetilglucosamina.


Acido glucuronico e N-acetilglucosamina sono uniti con legame 1, 4 β glucosidico.
N-acetilglucosamina e acido glucuronico sono uniti con legame 1, 4 α glucosidico.
Quindi nelle eparine a differenza che nei condroitinsolfati il legame è alternativamente di tipo α e di
tipo β, anche se è sempre 1, 4.

Nelle eparine difficilmente troveremo l’acetile in posizione 2, ma più frequentemente l’acetile verrà
sostituito da un solforile.
La solforilazione può essere all’aminogruppo oppure anche in posizione 6.
Frequentemente l’acido glucuronico nelle eparine è sostituito da acido iduronico, quindi ogni tre
radicali 2 sono di acido iduronico e 1 di acido glucuronico.
Ne consegue che il legame tra iduronico e glucosammina sarà 1, 4 α.

Quando compare acido iduronico questo spesso è solforilato anche in posizione 3, quindi le eparine
sono molto ricche in radicali solforici, il che da a questa molecole un carattere particolarmente
acido.
Quando c’è acido glucuronico non c’è solforilazione.

Il protide che lega questa eparina è caratteristico perché è solo formato da due aminoacidi: glicina e
serina. In genere sono protidi intracellulari.

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Alternativamente l’eparina si trova legata ad un’altra proteina e in questo caso si trova sulla
membrana esterna a costituire gli eparan solfati. In quest’ultimo caso l’eparina è più ricca in acido
glucuronico che in acido iduronico.

Come si costruisce la catena polisaccaridica sulla proteina?


L’unità polisaccaridica non si aggancia direttamente sulla proteina, ma è distanziata da una
sequenza di 4 unità glicidiche denominata tetrasaccaride ponte. E’ formata da xiloso, due unità
galattoso e una unità di acido glucuronico.

Come si aggancia questo tetrasaccaride alla proteina?


Il legame è O β glucosidico tra il gruppo glucosidico dello xiloso e un gruppo alcolico della
proteina, in genere fornito da una serina.

Lo xiloso non esiste libero, ma si forma a partire da uridin difosfoglucuronico in una reazione di
decarbossilazione. Lo xiloso in pratica è un acido glucuronico decarbossilato e, in effetti, è un
pentoso.
In particolare si origina da acido uridindifosfoglucuronico, che viene trasferito sulla proteina e
successivamente decarbossilato ad opera di una liasi.
Si forma dunque uno xilosil β protide.

La seconda unità saccaridica è galattoso, che viene portato da UDP Gal, poi interviene una
galattosil trasferasi che trasferisce il galattoso da UDP Gal allo xiloso. Si libera UDP.
Il legame che era α nell’UDP Gal diventa β (sempre nel trasferimento la configurazione del gruppo
glucosidico dell’uridin difosfo galattoso si rovescia e da α diventa β).

Il trasferimento della seconda unità di galattoso prevede nuovamente la liberazione di UDP. Il


nuovo galattoso viene portato sul galattoso prossimale con legame 1, 4 β glucosidico.
Formiamo così galattosil 4 galattosil 4 xilosil protide e il legame è sempre β.

Per quanto riguarda l’ultima unità, l’acido glucuronico, questa è donata da uridin difosfo
glucuronico. Il legame diventa β, in particolare 1, 3 β.

Questo tetrasaccaride è comune a tutti i proteoglicani.


Su questo tetrasacaride inziamo a costruire l’acido condroitinsolforico, costruzione che avviene
per trasferimento di una unità glucosidica alla volta.
Nel caso dell’acido condroitinsolforico 4 solfato la prima unità saccaridica ad essere trasferita è una
N-acetil galattosamina (portata da uridin difosfo N-acetil galattosamina) che si lega al tetrasaccaride
ponte con un legame 1, 4 β glucosidico.
Su questa viene trasferita una unità di acido glucuronico da uridin difosfo glucuronico, che viene
legato con legame 1, 3 β e così avanti fino alla lunghezza critica.

Il processo di solforilazione generalmente avviene in seguito alla formazione della catena. In questo
caso la solforilazione colpisce il C 4. Quindi in presenza di solfato attivo ad opera di una solfato
transferasi il solfato viene portato nella posizione 4 o in posizione 6 della N-acetilgalattosamina e
formiamo il condroitinsolfato definitivo.
Potrebbe inoltre intervenire una epimerasi che lavora sull’acido glucuronico e ne rovescia la
configurazione. Si forma così acido iduronico con passaggio dai condroitinsolfati ai
dermatansolfati.

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MERCOLEDI 11 DICEMBRE

Esaminando i gruppi prostetici costituiti da catene polisaccaridiche, ci siamo occupati dei


condroitinsolfati e dell’eparina. Quest’ultima è molto importante perché, come gruppo prostetico
separato dalla proteina, funziona da anticoagulante in duo modi:
• inibendo un fattore 2 della coagulazione, la trombina, che è una proteasi in grado di
trasformare una proteina solubile fibrinogena in fibrinogeno non solubile; essa forma una
specie di maglia che intrappola il globulo rosso creando il coagulo; se la trombina non
funziona, nella rottura del vaso c’è il sanguinamento ma non c’è la riparazione. L’eparina,
legandosi alla trombina, ne blocca l’attività proteolitica.
• legandosi all’inibitore della trombina che è l’anti-trombina terza e potenziandone l’effetto
sulla trombina.
Quindi l’eparina si comporta da coagulante per un effetto diretto sulla trombina, fattore pro-
coagulante, e per un effetto indiretto, legandosi al suo inibitore che, in assenza di eparina, è poco
affine alla trombina, mentre in presenza di eparina, è altamente affine ad essa e ne blocca la
funzione.
Le parti dell’eparina fondamentali per la sua attività sono gruppi acidi e in particolare radicali di
acido solforico di cui questa molecola è estremamente ricca: questi gruppi carichi negativamente
vanno a riconoscere sull’inibitore i gruppi basici, lo legano, e potenziano l’affinità dell’inibitore per
la trombina.
[coagulazione del sangue = trasformazione di proteina solubile in proteina non solubile].
L’eparina, in qualità di polisaccaride, entra come gruppo prostetico di proteine intracellulari che
sono indicate col termine di eparina, costituite solamente da glicina e serina. L’eparina può essere
gruppo prostetico di altre proteine che si distribuiscono sulla membrana e prendono il nome di
eparansolfati, glicoprotidi. La differenza fra i due glicoprotidi, è data dal fatto che, nelle eparine
dell’eparina prevale l’acido iduronico, mentre nelle eparine degli eparansolfati prevale l’acido
glucuronico ( GlcUA ). Inoltre, gli eparansolfati sono meno ricchi in solfati rispetto alle eparine.
L’eparina è molto diversa dall’eparina finale: è formata dall’addizione di molecole successive N-
acetilglucosammina ( GlcNAc ) e di GlcUA, con un precursore iniziale formato soltanto da
GlcNAc e GlcUA in alternativa n volte.
Si tratta di un proteoglicano, ed è probabilmente un residuo di serina che fa da aggancio alla catena
polisaccaridica con la mediazione di un tetrasaccaride-ponte costituito da xiloso, galattosio,
galattosio e acido glucuronico legato con legame 1-3 glucosidico al galattosio periferico; su questo
acido glucuronico inizia la sintesi del polisaccaride:
Trasferimento di una molecola di GlcNAc a partire da UDPGlcNAc; interviene in questa reazione
di trasferimento un GlcNActransferasi che porta GlcNAc sul GlcUA. Importante è che quello che
era legame sull’ UDPGlcNAc rimane tale nel legame con l’acido glucuronico (1- 4 ), non c’è
perciò rovesciamento del legame quando si lega alla catena.
1. Trasferimento di una seconda unità, questa volta attraverso UDPGlcUA, con un enzima che
è un glucuroniltransferasi, il quale porta GlcUA su GlcNAc; ma questa volta l’enzima
rovescia la configurazione del gruppo glicosidico, per cui il legame diventa 1- 4 .
Naturalmente, ogni volta, nella reazione di trasferimento si libera UDP.
2. Questa modalità di trasferimento si ripete “n” volte e si ha la costituzione del polisaccaride.
A questo punto la molecola viene rimaneggiata profondamente:
• distacco di molti degli acetili acetici con idrolasi-amidasi e la solforilazione per
solfato transferasi, che porta un solfato all’amminogruppo dell’acetile.
• la GlcNAc solforilata in C2 diventa solfato in C6, e non sarà mai glucosilata in C4
perché l’ossidrile è occupato in un legame glicosidico con l’acido glucuronico. La
seconda modifica si ha con epimerasi che trasforma GlcUA nella corrispondente
forma in L, ovvero in acido iduronico.

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Se si tratta di eparine i 2/3 di GlcUA scompare lasciando il posto ad acido Iduronico; se si tratta di
eparansolfati invece si ha il rapporto inverso.
Dove compare acido iduronico frequentemente c’è una solforilazione in posizione 2 o 3.
Tutto ciò conferisce molta acidità alla catena glucidica.
Mucopolisaccaridi = saccaridi che nella loro sequenza hanno amminopolisaccaridi =
glicosamminoglicani (GaG).

GLICOPROTIDI OLIGOSACCARIDI

La catena saccaridica è molto più ridotta, va da una a più unità glucidiche. I glicoprotidi
oligosaccaridi servono per formare proteine di membrana e ormoni; inoltre, molti enzimi hanno
oligosaccaridi come gruppi prostetici. Mentre nei protidi polisaccaridi il legame con la proteina è
nella maggior parte dei casi O-glicosidico per la presenza del ponte tetrasaccaridico, ora il discorso
è più complesso, in quanto vi possono essere due tipi di legame:
• Legame O-glicosidico. Si ha con aa che portano funzioni alcoliche, tipo serina, treonina,
idrossilisina o, più raramente tiroxina. Solitamente il primo saccaride è Galattosio o GlcNAc
e normalmente il legame è -glucosidico tra gruppo alcolico primario della serina e gruppo
glucosidico della GlcNAc. L’oligosaccaride si forma direttamente sulla proteina. Prendiamo
come esempio i gruppi sanguigni A,B,0, che si differenziano per la catena oligosaccaridica
legata al protide. Il portatore di gruppo A non tollera il tipo B, il portatore di gruppo B non
tollera il tipo A, il portatore di tipo 0 non tollera né A né B. Questo è fondamentale per le
trasfusioni. L’oligosaccaride che dà forma ai tre gruppi si forma da un oligosaccaride-
precursore con sequenza Gal-GlcNAc-Gal-GalNAc-protide. I due Gal vengono distinti con
Gal periferico e Gal centrale. È comune a tutti i gruppi sanguigni. [Questo oligosaccaride lo
possiamo trovare o legato a una proteina oppure a Cerammide, formata da sfingosina
(aminoalcol di 18 C) e acido grasso che si lega in corrispondenza di un amminogruppo
acetilato in legame amminopeptidico. Gli sfingolipidi hanno tutti la cerammide come base.
Nel caso in cui la cerammide sia legata all’oligosaccaride, si impegna in un legame O- -
glicosidico col gruppo alcolico della sfingosina con GalNAc. Questo complesso
(cerammide+oligosaccaride) si lega a una proteina di membrana]. Questo precursore nei vari
gruppi sanguigni va incontro ad un ulteriore glicosilazione, che vede l’aggiunta di un fucoso
al Gal periferico. Il fucoso è un 6-desossi-L-galattoso (gruppo metilico in 6) formatosi dopo
una serie di sintesi partendo da UDPfucoso. Viene portato al Gal in forma attiva come
GDPfucoso. Il legame è sempre 1-2 - glucosidico. Questo caratterizza gli individui di tipo
0. Per il tipo A al fucoso periferico si lega GalNAc; per il tipo B, al fucoso si lega Gal. Se il
tipo 0 incontra B lo riconosce come estraneo e si ha rischio di morte. Gli A se ricevono 0
non reagiscono, ma reagiscono col B. I B ricevono da 0 e non da A. L’AB riceve da tutti e
dà sangue solo all’ AB. Lo 0 dà a tutti ma può ricevere solo da 0.
• Legame N-glicosidico. L’aminoacido cui si lega la catena oligosaccaridica è l’asparagina,
inoltre non c’è mai un tetrasaccaride ponte. Solitamente il primo saccaride è GlcNAc. Il
carbonio glucosidico si impegna con l’azoto ammidico. La catena oligosaccaridica che
trovo, non origina come tale ma deriva dalla formazione su un oligosaccaride-precursore
formatosi sul dolicolo, un trasportatore. Il dolicolo è un alcol a lunga catena costituita da
molecole di isoprene con legame testa-coda (in cui intendiamo per testa la parte più vicina al
gruppo metilico e coda la parte più lontana). L’isoprene si presenta in forma stabile quando
non si lega a nessun altra molecola, mentre è in forma instabile quando si lega a qualche
altra molecola. Quest’ultima è la forma attiva. Il dolicolo è costituito da 16-20 unità
isoprenoidi. Nel legame testa-coda la distanza fra due metili è di 5 C. L’ultima unità non ha
il doppio legame, è satura. Nei tessuti può essere come tale, esterificato con acidi grassi a
lunga catena, o legato a molecole di fosfato ( dolicolo mono-fosfato, frequentemente legato

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a monosaccaride - glucoso o mannoso - in legame -glucosidico, formatosi da
UDPG+dlicolofosfato; il legame diventa per rovesciamento; la stessa cosa vale per il
mannoso; dolicolo piro-fosfato, sempre legato a GlcNAc in legame -glicosidico). Sul
dolicolo si costruisce un oligosaccaride partendo da dlicolopirofosfatoGlcNAc, poi viene
trasferita un’altra GlcNAc a partire da UDPGlcNAc, poi viene portata un’unità di Mannoso
con GDPMan; vengono trasferite altre 8 unità di Man portate da dolicolofosfatoMan; ecco
perché ora abbiamo tutti legame di tipo per rovesciamento. Il Man centrale ha legame .
Vi sono nell’aggiunta dei Man due biforcazioni. Sulla catena non ramificata vengono
aggiunta successivamente 3 unità di G legati sempre con legami . La sintesi si ferma e il
dolicolo si porta sulla proteina e in blocco trasferisce sulla proteina l’oligosaccaride, il
dolicolo si libera come dolicolopirofosfato; il GlcNAc si lega al gruppo ammidico
dell’asparagina sulla proteina con legame -glucosidico; In seguito nel precursore si hanno
alcune modificazioni: vengono allontanate tre unità di G con reazioni glicosiladiche per
idrolisi; inoltre delle glicosilasi, idrolasi, allontanano 6 unità di Man rimpiazzate da tre
molecole di GlcNAc provvisoriamente, tre molecole di Gal e tre NANA. Questo è
l’oligosaccaride definitivo. Queste cose avvengono nel reticolo endoplasmatico, mentre la
parte conclusiva nell’apparato del Golgi. Di qui migrano verso la membrana plasmatici.

CATABOLISMO DEL PIRUVATO


Alla fine della glicolisi bisogna riparare l’eccesso di NAD ridotto che porterebbe danno ad
alcuni enzimi e potrebbe innescare la gluconeogenesi ottenuto in seguito alla deidrogenasi.
Provvede a questo trasformando il piruvato in lattato, ma la più alta percentuale di piruvato non
va ad acido lattico, va verso la degradazione ossidativa nel mitocondrio. Ma il NAD ridotto non
può passare così e allora avviene una reazione per cui viene fatto passare solo l’ H e il NAD
viene lasciato nel citoplasma. Il trasferimento avviene attraverso sistemi spoletta o navetta che
possono essere di due tipi:
• Quello per malico DH (MDH); Il NAD ridotto, in eccesso per MDH citoplasmatica in
presenza di acido ossalacetico, forma acido malico, che può spostarsi nel mitocondrio
perché trova un traslocatore per acidi bicarbossilici; a questo punto una MDH
mitocondriale in associazione a NAD ossidato, toglie H ,forma NAD ridotto e acido
ossalacetico; Il NAD ridotto accede alla catena respiratoria per essere ossidato e gli H
vanno a formare H2O. L’acido ossalacetico per transaminazione viene convertito in
acido aspartico in presenza di acido glutammico che si trasforma in acido -
chetoglutarico, questi escono dal mitocondrio e l’aspartato ritorna acido ossalacetico. Si
formano tre ATP per ogni molecola di NAD che si ossida.
• Quello per α-glicerolfosfatoDH; Il NAD ridotto addizionato a DAP dà NAD ossidato e
α-glicerolfosfato, precursore di tutti i lipidi che hanno glicerolo. Ora l’ -glicerolfosfato
passa attraverso il mitocondrio con un traslocatore. Nel mitocondrio questo con enzima
glicerolfosfoDH e cofattore FAD si trasforma in DAP. Il FADH2 formatosi va nella
catena respiratoria ad ossidarsi, e producendo due molecole di ATP. Con questa via
quindi perdiamo una molecola di ATP.

12 DICEMBRE 2002
CATABOLISMO OSSIDATIVO DEI MONOSACCARIDI

Utilizza precursori che si sono formati nella via glicolitica quindi è necessario che il monosaccaride
venga degradato inizialmente in condizioni di anaerobiosi. I prodotti di questa degradazione
vengono spostati nel mitocondrio dove continua la degradazione fino alla totale risoluzione della
molecola del monosaccaride in CO2. Questa totale demolizione sarà accompagnata da una sintesi di

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ATP che deriverà dalla riossidazione dei cofattori ridotti che si sono formati nelle reazioni di
ossidoriduzione del processo.
ACIDO PIRUVICO: intermedio del catabolismo anaerobico del glucosio che viene utilizzato per
via ossidativi. Ciò significa che la glicolisi anaerobia quando è seguita da un catabolismo ossidativo
si ferma a livello del piruvato che viene trasferito dentro il mitocondrio per continuare nella sua
degradazione.
Come si sposta il piruvato nel mitocondrio essendo una molecola carica negativamente? E’
probabile che esista sulla membrana interna del mitocondrio un TRASLOCATORE per il piruvato
il quale lavora in una specie di simporto con una carica positiva che muove dal solubile al
mitocondrio oppure lavora in collaborazione con un trasportatore che porta fuori una carica
negativa dal mitocondrio in modo da garantire la costanza di carica all’interno del mitocondrio.
Quindi o il piruvato entra in unione con una carica positiva o una carica negativa esce in scambio
alla carica positiva portata dal piruvato che entra.
Dentro il mitocondrio il piruvato non può accedere direttamente al processo ossidativo che ne
prevede la sua demolizione ma può arrivare unicamente attraverso una decarbossilazione che
comporta la perdita del gruppo carbossilico del piruvato e l’unione dell’unità a due carboni,
l’ACETILE, ad una molecola di COENZIMA A. Il piruvato accede quindi al catabolismo
ossidativo dopo la trasformazione in ACETIL COENZIMA A cioè dopo decarbossilazione e unione
con una molecola di CoA.
Questa è la grossa differenza rispetto a come il ciclo ossidativo era stato preventivato dallo
scopritore (Krebs che lo formulò nel 1937) il quale affermava che il piruvato veniva portato al ciclo
di Krebs. Questo è errato perché oggi si sa che non è il piruvato che accede fisicamente al ciclo di
Krebs ma è il prodotto di una sua trasformazione (l’acetil-CoA).
Questo processo è detto CICLO DELL’ACIDO CITRICO o CICLO DI KREBS.
L’Actil-CoA non deriva esclusivamente dal catabolismo del glucosio ma tutti i composti che nella
nostra cellula vengono degradati per formare acetil-CoA e poter entrare nel ciclo di Krebs.
Composti che possono dare acetil-CoA:
1. amminoacidi
2. acidi grassi nel ciclo di Krebs si degradano
completamente a CO2
3. tutti i componenti della materia vivente

TRASFORMAZIONE DEL PIRUVATO IN ACETIL-CoA


E’ detta anche DECARBOSSILAZIONE OSSIDATIVA DEL PIRUVATO in quanto nella
decarbossilazione subentra anche una reazione di ossidazione che rende possibile in definitiva la
trasformazione del piruvato in acetil-CoA.
Si formerà 1 molecola di NADH + H+, 1 molecola di CO2 che viene dal piruvato e interverrà CoA
per legare l’acetile formato.
Non è la semplice rottura di un legame C-C ma implica anche la sintesi di 1 molecola di NADH +
H+.

GLICOLISI ANAEROBIA NAD+ NADH + H+

Glucoso piruvato + CoASH CO2 +


Acetil-CoA

2ATP 2NADH + H+

ENZIMA che interviene nella reazione non è una proteina singola ma deriva dall’azione combinata
di 3 proteine differenti, tutte e 3 dotate di attività enzimatica che costituiscono un complesso
multienzimatico detto COMPLESSO PIRUVATO DEIDROGENASI (PDC).

67
I 3 enzimi sono:
1. ENZIMA 1
2. ENZIMA 2
3. ENZIMA 3

E 1.
Porta come gruppo prostatico TIAMMINAPIROFOSFATO (TPP), proteina coniugata formata da 2
tipi di catene indicate come catene e catene che entrano a formare la proteina in ragione di 2 e
di 2 .
Quindi ogni enzima è un ETEROTETRAMERO di tipo 2 2.
Le catene legano TPP e rappresentano l’unità CATALITICA
Le catene sono le catene MODULATRICI, portano residui di Ser e sono in:
1. forma defosforilata
(ATTIVA)
2. forma fosforilata
(INATTIVA)

I residui di Ser che sono fosforilati sono 3 per ogni , è sufficiente però la fosforilazione di uno solo
per dare l’inattivazione; sono 3 i siti di fosforilazione possibili ma già uno è sufficiente per indurre
inattivazione.
Le catene :
1. portano il sito catalitico
2. portano legato TPP
3. hanno massa molecolare leggermente inferiore alle catene , per cui le catene sono dette
catene PESANTI e sono le catene LEGGERE.
E2.
E’ un protide coniugato in cui ogni catena della proteina porta legato un gruppo prostetico, il
DITIOLANO.
Il ditiolano è un eterociclo formato da 2 S e 3 C. A questo è legata una catena normalvalerianica (di
5 C) che termina con un gruppo COOH, quindi è una catena di acido valerianico.
Il gruppo prostetico è quindi indicato come ACIDO DITIOLANVALERIANICO.
Questo acido si lega ad ogni singola catena di E2 a livello di un radicale di Lys.
La Lys della proteina con il lungo braccio a 6 C emerge dalla catena ed affronta l’amino gruppo in
posizione al gruppo COOH dell’ac valerianico in modo che si formi tra Lys e COOH un legame
ammidico o peptidico (detto isopeptidico perché è un amino gruppo che interagisce). In questo
modo l’E2 è legato sul gruppo prostetico.
Il gruppo prostetico emerge al di fuori di E2 e serve come braccio mobile nella catalisi dove è
coinvolto il complesso.

E3.
E’ formato da 2 subunità uguali ciascuna delle quali porta legato una molecola di FAD.
E’ quindi un FADenzima quindi funziona da ossidoriduttasi.

Come si indicano questi 3 enzimi?


E1 PIRUVATO DEIDROGENASI o PIRUVATO DEIDROGENASI DECARBOSSILANTE
(PDH)
E2 DIIDROLIPOILTRANSACETILASI perché trasloca l’acetile verso CoA per formare acetil-
CoA

68
Si usa il termine diidro- perché durante la reazione l’anello del ditiolano va incontro ad una reazione
di riduzione dove il ponte disolfuro viene spezzato e si forma il diidroditiolano (prodotto di
riduzione del ditiolano); l’anello del ditiolano si apre e si forma una catena di 8 C (ac ottanico) con
2 gruppi tiolici in posizione 6 e 8. Questo prodotto è quindi indicato come acido ditioottanoico
(correntemente indicato come acido ditioottico), prodotto di riduzione dell’acido dipoico, ridotto a
livello del ponte disolfuro.
Quindi quando si parla di diidrolipoato si intende il prodotto di riduzione dell’acido dioico legato
alla catena valeriana.

L’E3 interviene sull’ diidroottanoico e lo riporta alla forma di ditiolano.

Come funziona il complesso nel corso della catalisi?


La prima entità che interviene nella catalisi è l’enzima E1 (PDH) che con Tpp lega il piruvato.
1º MOMENTO DELLA REAZIONE: L’E1 legato a TPP aggancia il piruvato (il substrato) e
aumenta la reattività dell’H legato al C in posizione tra S e H e fa sì che questo H si allontani come
H+, proprietà già insita nel substrato ma che viene esaltata in presenza dell’enzima. L’H legato al
C2 viene dirottato verso l’O carbonilico del piruvato e forma un gruppo COH. La valenza libera del
C carbonilico si salda con il C2 del TPP.
Il primo intermedio che si ottiene è LATTILTIAMINAPIROFOSFATO ENZIMA 1 perché è una
molecola di ac lattico legata al TPP enzima.
SECONDO INTERMEDIO: l’enzima interviene su lattiltiaminapirofosfato e lo decarbossila,
determina cioè la liberazione del gruppo carbossilico come CO2 e si forma un secondo intermedio
estremamente instabile detto ACETALDEIDE ATTIVA che simula una aldeide acetica detta anche
IDROSSIETILTPP perché è un gruppo idrossietilico che rimane legato a TPP anche se il protone
sembra essere libero cioè oscilla nel legame col C dell’unità bicarboniosa o presente libero in
soluzione. Questo intermedio oscilla quindi nella sua costituzione tra un idrossietilTPP e un gruppo
aldeidico.
1º MOMENTO della reazione:
formato questo intermedio l’enzima E1, con il substrato legato, si affronta all’enzima E2: E2 si
avvicina a E1 e affronta al TPP col suo substrato legato l’anello del ditiolano che viene posizionato
di fronte all’intermedio idrossietile. E1 sposta H+, che oscillava tra il legame con C e il fatto di
essere libero, sull’atomo di S rompendo il ponte disolfuro, formando un primo intermedio in cui
l’atomo di S è legato a H+ quindi si comporta come GRUPPO TIOLICO.
2º MOMENTO della reazione:
E1 richiama a sé l’H che aveva ceduto e simultaneamente sposta l’unità bicarboniosa (un acetile)
sull’atomo di S del ditiolano ridotto.
L’E1 si libera con TPP integro (ed ha quindi finito la sua funzione), rimane in soluzione CO2.
Sull’enzima E2 sta adesso legato un acetile e contemporaneamente l’anello di ditiolano si è ridotto a
ditiolo; si forma così un ACETILDIIDROLIPOIL ENZIMA2 perché l’acido lipoico è diventato
diidrolipoico e acetato un acetile.
Si ha così l’acetile legato al C 6 dell’amiloottanoico , l’atomo di S in 8 come gruppo tiolico e
l’anello del ditiolano si è ridotto.
3º MOMENTO:
L’acetildiidrolipoilenzima 2 sposta l’acetile dal proprio gruppo prostetico ad CoA, cioè funziona da
acetiltransferasi formando ACETIL-CoA..
L’enzima E2 ha perso l’acetile e il suo anello adesso è sempre nella forma aperta di acido
ditioottanoico: si è formato così un diidrolipoil enzima.
E’ necessario riportare E2 nella forma ossidata perché possa tornare su E1 e ripetere il processo.
Come avviene il ritorno di E2 dalla forma ridotta a quella ossidata?

69
Interviene l’enzima E3, enzima flavinico che porta legato un FAD che si affaccia all’enzima E2 e
sottrae i 2 atomi di H dell’acido ditioottanoico e li trasferisce al proprio FAD e forma FADH2 e
l’enzima E2 ritorna nella forma ossidata.
E3 è quindi ridotto e si deve riossidare per permettere al ciclo di continuare. E3 trasferisce l’H ad
una molecola di NAD presente libero nella matrice mitocondriale, forma NADH + H+ e l’enzima
ritorna nella forma ossidata.

E3 ridotto + NAD+ E3 integro + NADH+H+

Adesso NADH+H+ accederà alla catena respiratoria e quindi l’H andrà a finire all’O2 (ossigeno
molecolare) per formare H2O mentre si attiverà la fosforilazione ossidativa che genererà per ogni
NADH+H+ che si riossida 3 ATP.

Come si articola e come viene regolato il complesso enzimatico? L’enzima è fortemente regolato e
funge da fattore di regolazione per tutto il glucosio che entra nel catabolismo ossidativo; quindi se
l’enzima è attivato i prodotti della glicolisi anaerobia andranno rapidamente in fase ossidativa
mentre se l’enzima è bloccato l’utilizzo diventerà precario, il piruvato nono verrà più utilizzato nel
mitocondrio, continuerà ad accumularsi nel citoplasma e porterà ad un blocco della glicolisi
anaerobia, cioè ad un blocco dell’utilizzo del glucosio.
Il complesso è uno degli aggregati proteici di massa molecolare maggiore tra quelli conosciuti, si
calcola, ad esempio per l’enzima del cuore, che abbia infatti una massa molecolare pari a 107 Da.
Il peso molecolare può variare notevolmente a seconda dei tessuti e soprattutto a seconda delle
specie e dipende dal numero di subunità che concorrono a formarlo.
Ad esempio:
- nei batteri ha un peso molecolare di soli 56 Da (la metà rispetto al mammifero).
Nel caso della PDH del cuore - l’E1 è presente in ogni complesso con 30 molecole
- l’E2 è presente in ogni complesso con 60 molecole
- l’E3 è presente in ogni complesso con 6 molecole
Come interagiscono tra di loro le molecole?
L’enzima E2 (di massa molecolare maggiore) aggrega su se stesso E1 ed E3 facendo da supporto
agli altri.
E’ importante ricordare che E3, a differenza di E1, non interagisce direttamente con E2 ma esiste
una proteina che fa da raccordo tra E3 ed E2.
La subunità E1 può esistere in una forma FOSFORILATA INATTIVA e in una
DEFOSFORILATA ATTIVA.
La fosforilazione - defosforilazione è mediata da 2 enzimi regolatori coinvolti, rispettivamente una
cinasi specifica detta PIRUVATO DEIDROGENASI CHINASI (PDK) e da una PIRUVATO
DEIDROGENASI FOSFATOFOSFATASI (PDP).
E1 in presenza di ATP che diventa ADP, su intervento di PDK diventa E1 fosforilata.

ATP ADP

E1 E1CH2OPO3H2 -

PDK

E1 fosforilata su intervento di PDP diventa E1 defosforilata.

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H2 O Pi

E1CH2OPO3H2 E1CH2OH

PDP

Quindi quando E1 è fosforilata la decarbossilazione ossidativa del piruvato è ferma perché viene
bloccata la prima reazione.
Quando E1 è defosforilata la decarbossilazione ossidativa del piruvato è possibile perché il piruvato
potrà essere decarbossilato ed innescare tutta la serie delle reazioni che seguono.

MODULATORI DI PDK E PDP.


PDK:
Mg2+ in conc M Mg2+ in conc mM
ACETIL CoA ATTIVATORI Ca2+ INIBITORI
ATP (prodotti) ADP
+
NADH + H NAD+

PDP:
Mg2+ in conc mM ATTIVATORI ACETIL CoA
Ca2+ in conc M ATP INIBITORI
NADH + H+
PDP ha una regolazione opposta a PDK.
Quando il livello di acetil CoA, di ATP e di NADH + H+ sono alti dentro il mitocondrio si blocca
l’utilizzo di glucosio perché si blocca PDP. Questo è dovuto al fatto che quando si ha accumulo di
energia nel mitocondrio si ha una repressione dell’utilizzo del glucosio perché questo è un
metabolita molto prezioso che la cellula tende a non sciupare.
PDP è labilmente legata al complesso, la sua interazione è a livello dell’E2 ed è fortemente
rafforzata da Ca2+, sale così la possibilità di defosforilare E1.

Come sono conformati i 2 enzimi di regolazione?


La PDK è un dimero come anche PDP. Quest’ultima è formata da una subunità che ha funzione di
enzima (attività catalitica) detta PDPc e da una subunità che ha la funzione di regolatore detta PDPr.
PDPr ha una funzione inibente nei riguardi di PDPc perché diminuisce l’affinità di PDPc per Mg2+,
quindi è un fattore inibente.
La PDP da un lato è legata ad E2, dall’altro si lega alla membrana interna del mitocondrio mentre il
complesso è presente nella matrice mitocondriale, quindi il complesso è anche in parte legato alla
membrana interna del mitocondrio.
La PDK esiste in molte isoforme nei tessuti (ne sono state contate fino a 5) diversamente espresse a
seconda dei tessuti e la sua attività si esalta in situazioni di digiuno (perché c’è già poco glucosio e
PDH consumerebbe ancora quel poco glu presente) o in una dieta iperlipidica (qui si forma molto
acetil CoA, attivatore di PDK e inibitore di PDP).
Al momento non si conoscono ormoni in grado di modulare l’attività di PDK e se esiste è data da
metaboliti di piccolo peso molecolare come ATP, NAD e acetil CoA.

71
PDP è invece regolata da INSULINA che ne esalta l’attività riconoscendo PDPr e ne diminuisce
l’influenza negativa su PDPc. Per questo si dice che l’insulina favorisce le forme defosforilata del
complesso.
In situazioni di diabete la PDH sarà fortemente inattivata che causa una riduzione dell’utilizzo di
glucosio e concorre ad aumentare l’iperglicemia dei pazienti.
Nella PDPr è presente una molecola di FAD di cui non si conosce la funzione.
Della PDP ora si conoscono 2 forme, questa studiata legata a Mg2+ e Ca2+ detta PDP1 ed una
seconda detta PDP2 di significato ignoto che si differenzia perché PDPc è poco sensibile a Mg2+ (ne
sente lo stimolo solo in concentrazioni molto alte) ed è insensibile a Ca2+.
Questa forma si esprime in tessuti con un attivo metabolismo lipidico (t.adiposo e fegato) dove
PDP2 prevale su PDP1mentre è poco espressa nei tessuti che usano il glucosio a scopi energetici
come il muscolo.

CICLO DI KREBS o CICLO DEGLI ACIDI TRICARBOSSILICI


Ora il piruvato viene introdotto nel ciclo di Krebs (o ciclo degli acidi tricarbossilici) che si svolge
nella matrice mitocondriale.
L’acetil-CoA si forma nella matrice mitocondriale, esattamente nel sito dove parte il ciclo
dell’acido citrico e sembra che ci sia una stretta collaborazione tra l’enzima che dà inizio al ciclo di
Krebs e il complesso PDH in modo che l’acetil-CoA che si libera dal complesso non ha tempo di
liberarsi che viene subito accolto dal primo enzima del ciclo dell’acido citrico ed immediatamente
coinvolto nel catabolismo.
Si ha la demolizione di acetil-CoA a CO2 e formazione di 1 ATP durante la fosforilazione
ossidativa che dipende dalla riossidazione dei cofattori ridotti (NADH +H+ e FADH2 che si formano
nel ciclo).
Ci sono 3 strade:
CICLO DI KREBS nella matrice mitocondriale
CATENA RESPIRATORIA all’interno della membrana interna del mitocondrio
FOSFORILAZIONE OSSIDATIVA all’interno della membrana interna del mitocondrio

Gli enzimi del ciclo di Krebs lavorano nella matrice mitocondriale eccetto 1 detto SUCCINATO
DEIDROGENASI legato alla faccia interna della membrana interna del mitocondrio.
Acetil-CoA che entra nel ciclo di Krebs non è originato solo dal catabolismo del glucosio ma anche
nel catabolismo di acidi grassi e nel catabolismo di amminoacidi e nel catabolismo della parte
carboniosa delle basi puriniche e pirimidiniche (quindi tutti i componenti della materia vivente
inviano acetil-CoA o intermedi al ciclo di Krebs).

1ª REAZIONE: condensazione dell’acetil-CoA con 1 molecola di ACIDO OSSALACETICO


(catalizzatore) per la formazione dell’ACIDO CITRICO (a 6 C) da cui deriva il nome “ciclo
dell’acido citrico”.
Da dove deriva l’ossalacetato portato nel processo?
La molecola iniziale si forma dall’acido aspartico che in una reazione di transaminazione con -
chetoglutarico forma acido ossalacetico:

acido aspartico acido ossalacetico

oppure durante la gluconeogenesi:


ATP ADP + Pi

piruvato + CO2 acido ossalacetico

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Tuttavia quando c’è una gluconeogenesi molto attiva l’acido ossalacetico viene dirottato tutto verso
fosfoenolpiruvato e non può accedere al ciclo di Krebs per cui l’unica risorsa è la prima via.

acido ossalacetico + acetil-CoA CITRIL CoA + H2O ACIDO


CITRICO + CoA
CITRATO
SINTETASI CoASH
CITRIL-CoA: intermedio fortemente instabile.
Acido citrico: è UN ACIDO tricarbossilico e dà il nome al ciclo

CLASSIFICAZIONE ENZIMA:
è una LIASI perché scompare il doppio legame del C carbonilico dell’acido ossalacetico,
l’enzima rende acido uno degli H legati al gruppo metilico e ne facilita lo spostamento al C
carbonilico carico negativamente.
È di natura tiolica, quindi richiede gruppi SH per la sua attività
È capace di formare acido FLUOROCITRICO utilizzando fluoro acetil-CoA che si forma da
acido fluoracetico.
Acido fluoracetico è sintetizzato in alcune piante tropicali ed è considerato veleno cellulare.
REGOLAZIONE:
ATP composti che proteggono
NADH + H+ INIBITORI i gruppi tiolici
ATTIVATORI
Acidi grassi a lunga catena dall’ossidazione
Acetil-CoA

2ª REAZIONE:
Il CITRATO si trasforma in ISOCITRATO con la trasformazione di un gruppo alcolico 3^ario
(quello sull’acido citrico) in un gruppo alcolico 2^ario perché i primi sono difficilmente
metabolizzabili dalla cellula mentre i secondi sono facilmente idrolizzabili e soggetti ad azione di
ossidoriduzione.
Ora il gruppo alcolico 2^ario sarà suscettibile di una reazione di ossidoriduzione che permette al
processo di continuare.
Enzima è CIS ACONITASI:
trasforma reversibilmente l’acido citrico in acido isocitrico
è una LIASI perché l’intermedio della reazione che si presuppone si formi è l’ACIDO CIS
ACONITICO derivato per eliminazione di una molecola di H2O tra l’OH 3^ario e l’H di uno
dei C metilenici.
Rispetto ai doppi legami i 3 COOH stanno dalla stessa parte del piano (per questo è detto
cis)
Non lavora sui 2 C aggiunti come acetil-CoA ma su C di pertinenza dell’acido ossalacetico .
Quindi la prima molecola di CO2 eliminata non verrà dai C addizionati ma dall’acido
ossalacetico. I C addizionati come acetil-CoA verranno eliminati come CO2 solo dopo il 2^
o 3^ ciclo dell’acido citrico, perché entrano in reazione dopo.
Di conseguenza l’acido citrico rilasciato dall’enzima citrato sintasi ha una configurazione
spaziale ben precisa che viene percepita dall’enzima che segue (aconitasi) che riconosce i C
che vengono da acido ossalacetico e non quelli che vengono da acetil-CoA.
E’ un METALLO PROTIDE e richiede come metallo Fe in forma ferrosa (è un ferro ferroso
protide) in cui il Fe2+ deve essere strettamente legato all’enzima.

73
Per la catalisi è indispensabile un centro carico negativamente (centro B). Questo attira
verso di sé 1 degli H legati al C metilenico dell’acido ossalacetico, attivando così lo ione
ferroso che tende ad attivare il groppo OH.
Così la proteina ruota su se stessa e il Fe legato con l’OH si affronta al C metilenico e il sito
che ha legato il protone si sposta sul C alcolico 3^ario.
Nell’isocitrato l’OH è l’OH spostato dal Fe e l’H è l’H ceduto dal C metilenico.
IL fatto che non si attacchino subito i C dell’acetil-CoA fa pensare che il I° complesso che si
formi sia un COMPLESSO TRIDENTATO che vede l’enzima legato ai 2 gruppi COOH che
vengono dall’acido ossalacetico e al gruppo OH 3^ario. L’enzima non riconosce il gruppo
acetico che ha portato l’acetil-CoA. Dell’acido ossalacetico riconosce i 2 COOH e il C che era
carbonilico che ora è un gruppo alcolico 3^ario.

Energico inibitore dell’aconitasi è l’acido fluoroacetico detto inibitore killer e irreversibile


per questa aconitasi perché l’enzima riconosce l’inibitore, lo lega, compie la reazione ma il
prodotto non si stacca più dall’enzima e ne blocca reversibilmente il sito catalitico per cui
affinché il ciclo dell’acido citrico riprenda bisogna aspettare la sintesi di una nuova molecola
di aconitasi. Il rischi però non è tanto gli uomini quanto per i ruminanti che mangiano molta
erba.

BIOCHIMICA – Venerdì 13 Dicembre 2002


Ciclo dell’acido citrico (seconda parte).
La prima tappa è quella che porta alla formazione del citrato e che dà inizio al processo; è una tappa
praticamente irreversibile. Una volta che l’acetilCoA è stato trasformato in citrato, non è più
possibile la reazione opposta.
Siamo arrivati a formare l’isocitrato. Questo composto porta un gruppo alcolico secondario; è
quindi possibile una reazione di ossidazione di questo gruppo alcolico secondario che viene
trasformato in gruppo carbonilico. La formazione di questo gruppo carbonilico rende possibile una
reazione di decarbossilazione, per cui da intermedi a 6 C passeremo a intermedi a 5 C. Si libera
CO2; è stato perso il primo carbonio dell’acido citrico che non è il carbonio carbossilico che è stato
portato dall’acetilCoA ma è un C carbossilico che viene dall’acido ossalacetico.
L’enzima che catalizza questa 3° tappa del ciclo dell’acido citrico (tappa che è di nuovo
irreversibile, quindi è di nuovo una tappa di regolazione) è indicato come isocitrato deidrogenasi, in
quanto agisce sull’acido isocitrico, sottrae H e forma l’acido alfa-cheto-glutarico. Questa reazione è
di deidrogenazione e simultaneamente di decarbossilazione; si parla perciò di decarbossilazione
ossidativa dell’isocitrato (decarbossilazione ossidativa che però si svolge con modalità del tutto
diverse dalla decarbossilazione ossidativa del piruvato).
L’enzima isocitrato deidrogenasi è indicato con l’acronimo PDH.
L’enzima è attivo sul gruppo alcolico secondario e si comporta come una deidrogenasi NAD+
dipendente: toglie l’H direttamente legato al C come ione idruro (che viene trasferito al NAD+) e
manda in soluzione come protone l’H legato all’ossidrile. Il risultato di questa reazione è la
formazione di un intermedio altamente instabile, l’acido ossalsuccinico (radicale di acido ossalico
legato ad un radicale di acido succinico, quindi ossalsuccinico). Questo intermedio non è mai stato
isolato e immediatamente va incontro a decarbossilazione (catalizzata da enzima) per cui perde un
gruppo carbossilico e si trasforma in alfa-cheto-gluterato. Il gruppo carbossilico perso era uno dei 2
gruppi carbossilici dell’acido ossalacetico che si era legato all’acetilCoA all’inizio; si arriva all’alfa-
cheto-glutarico.
Esistono 2 PDH, una l’abbiamo ricordata quando parlavamo degli enzimi che concorrono a formare
NAD ridotto. L’altra, la più attiva, è legata ciclo dell’acido citrico, catalizza questa reazione e ha
come cofattore NAD. Nei mitocondri e nel solubile esiste una seconda PDH che invece è NAD
fosfato dipendente, quindi anziché NAD come cofattore utilizza NADP. Si era detto che PDH
NADP dipendente solubile è importante perché concorre a formare NADP ridotto unitamente a 2

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deidrogenasi del ciclo del G6P e unitamente all’enzima malico. Però questa deidrogenasi NADP
dipendente non ha niente a che vedere con il ciclo dell’acido citrico.
L’enzima catalizza una delle reazioni chiave del ciclo acido citrico (per questo è importante e ha
funzione regolatrice). L’enzima esiste in 2 forme, una monomerica praticamente inattiva e una
polimerica (esamerica o ottamerica), data dall’aggregazione di più subunità, che è la forma
cataliticamente attiva. In più esiste in isoforme che derivano dalla combinazione di catene alfa, beta
e gamma, che si accoppiano in modo diverso nelle diverse isoforme. È da questa eterogeneità delle
catene che derivano le diverse funzioni delle isoforme. Le isoforme però sono tutte coinvolte nella
deidrogenazione dell’isocitrato.
Poiché la forma attiva dell’enzima è quella polimera, mentre quella monomera è inattiva, gli agenti
in grado di dissociare la forma polimerica saranno inibitori. Un eccesso di ATP o NAD ridotto nel
mitocondrio portano alla dissociazione del polimero e alla conseguente in attivazione dell’enzima.
Proteggono dall’ azione inibente di ATP e NAD ridotto l’ADP e il NAD ossidato.
È importante che il prodotto della reazione di deidrogenazione dell’isocitrato è un alfa-cheto-acido,
l’acido alfa-cheto-glutarico; per cui siamo in presenza di un composto che ha notevoli analogie con
l’acido piruvico, perché anche l’acido piruvico era un alfa cheto acido. In rapporto a questa
somiglianza, trattandosi in entrambi i casi di un alfa cheto acido, essendo l’acido piruvico
decarbossilato ossidativamente ad acetilCoA, l’acido alfa cheto glutarico andrà incontro alla stessa
reazione, cioè andrà incontro anch’esso ad una decarbossilazione ossidativa che porta alla
formazione del succinilCoA (i passaggi comunque sono gli stessi).
In effetti, l’enzima alfa-cheto-gluterato deidrogenasi è formato da 3 componenti: E1, E2 ed E3,
analogamente al PDC. E1 porta come gruppo prostetico tiamina pirofosfato (TPP), E2 porta acido
lipoico ed E3 è un’ossidoriduttasi che ha come gruppo prostetico FAD. Le 3 unità enzimatiche
corrispondono a quelle del PDC. La differenza è che nel PDC la massa molecolare di E1 ed E2 è
più piccola. E1 e forse E2 sono diversi da quelli del PDC; E3 è uguale (condividono E3).
L’alfa-cheto-gluterato, in una tappa irreversibile, in presenza di NAD e CoA, forma succinilCoA
con liberazione di NAD ridotto e CO2.
Cosa succede durante la reazione:
Interviene E1; il C2 dell’anello tiazolico della TPP cede l’H al gruppo carbonilico dell’alfa cheto
gluterato e si forma un primo intermedio. L’enzima deprotona l’anello tiazolico e trasferisce l’H
all’O carbonilico. Si forma un intermedio instabile che è l’alfa-idrossi-glutaril-tiamina-pirofosfato-
enzima. È instabile e, ad opera dell’enzima, viene dapprima decarbossilato con liberazione di CO2.
Formiamo come al solito questo intermedio instabile che adesso da E1 viene affrontato ad E2 che
offre l’anello del ditiolano. E1 sposta il protone sull’anello del ditiolano; in pratica rompe il ponte
disolfuro e forma un gruppo tiolico. Secondariamente l’enzima recupera l’H che aveva ceduto. In
pratica un residuo a 4 C, che è adesso un succinile, viene portato su un atomo di S dell’anello del
ditiolano. Arriviamo così a formare un 8S-succinil-diidro-lipoil-enzima2, in cui l’acido lipoico è
diventato diidrolipoico e sull’S in posizione 8 della catena di acido ottanico è stato legato un
succinile. È diverso dalla piruvatoDH perché in quel caso avevamo un acetile legato ad S; qui è un
succinile. Altra differenza è che l’acetile era legato all’S in posizione 6, mentre in questo caso va
all’S in posizione 8.
L’intermedio è instabile. E2, in presenza di CoA, trasferisce il succinile al CoA e forma
succinilCoA. È importante ricordare che il legame del succinile con l’acido diidrolipoico è ricco di
energia, energia che si conserva nel legame con il CoA (si forma un legame ricco di energia tra
succinato e CoA).
L’ultima tappa è analoga a quella del piruvato: l’acido diidrolipoico torna acido lipoico su
intervento dell’E3, che utilizzando FAD come gruppo prostetico, in presenza di NAD, riduce il
NAD e si riossida. E3 è un enzima flavinico. L’enzima recupera i 2 H dell’acido diidrolipoico e li
trasferisce prima al FAD e poi al NAD. Al termine della reazione E3 è in forma ossidata normale e
si libera una molecola di NAD ridotto. Il NAD è substrato della reazione, in questo caso.

75
Questa è la terza reazione irreversibile del ciclo dell’acido citrico e la seconda in cui si forma NAD.
Il primo NAD si forma con l’isocitrato deidrogenasi e il secondo lo formiamo a livello dell’alfa
cheto gluterato DH.
È importante che nel corso della reazione si sia formato succinilCoA con un legame ricco di energia
che ci permetterà di sintetizzare nella reazione successiva una molecola di ATP. È l’unico ATP che
si forma nel ciclo dell’acido citrico, perché l’altro ATP non si forma nel processo, ma nella catena
respiratoria. Nel ciclo dell’acido citrico si forma un solo ATP in una cosiddetta fosforilazione a
carico del substrato. Tutto il restante ATP si forma fuori del ciclo.
La reazione successiva è volta a staccare il CoA dal succinato. Si libera un CoA che può tornare ad
essere utilizzato per formare acetilCoA e garantire apporto costante di acetilCoA al ciclo Krebs.
L’enzima è la succinilCoA sintetasi, o succinilCoA ligasi o succinatoCoA ligasi (è il nome più
giusto). Siamo in presenza di una ligasi, per cui nella reazione si ha la formazione di GTP da
GDP+Pi. Importante: la ligasi usa GTP, è GTP dipendente, ma la conversione di GTP in ATP è
costante. È una reazione reversibile pur essendo ligasica perché da un legame ricco di energia si
forma un altro legame ricco di energia nel GTP. La reazione va verso l’equilibrio termodinamico.
Questo enzima è interessante per il suo meccanismo azione. La reazione si svolge in momenti
successivi:
1) L’enzima prende contatto con il succinilCoA e forma succinilCoAenzima (enzima legato al
substrato)
2) L’enzima richiama fosfato inorganico e forma il complesso enzima-succinilfosfato con
liberazione di CoA; probabilmente il Pi è legato al gruppo carbossilico del succinato quindi
si dovrebbe formare un probabile intermedio in cui Pi, con legame di anidride, è legato al
succinile. Quindi questo legame ha di nuovo il significato di un legame ricco di energia.
L’enzima in pratica stacca CoA e lo scambia con fosfato.
3) Si libera succinato e si forma enzimafosfato, enzima che lega una molecola di acido
fosforico. Questo intermedio l’hanno isolato e hanno visto che il fosfato è legato ad una
istidina. Dalla catena emerge un radicale di istidina e l’enzima trasferisce il P dal
succinilfosfato all’azoto tau o distale dell’istidina. Intermedio: fosfato-istidina-protide in cui
il legame tra il fosfato e l’N dell’istidina è ricco di energia e instabile. È un esempio di
enzima fosforilato a livello di un’istidina [un altro caso è nella glicolisi anaerobia, a livello
della tappa 3-fosfoglicerato-mutasica. L’enzima fosfogliceratomutasi ha 2 istidine
alternativamente fosforilate o defosforilate. Anche in quel caso il fosfato era legato all’N
tau].
4) L’enzima trasferisce il fosfato al GDP e forma GTP. Così la reazione si chiude. L’enzima si
libera pronto a catalizzare nuovamente la reazione.
Il problema è che abbiamo GTP e nelle cellule viene usato ATP, quindi bisogna convertire il GTP
in ATP. Questa conversione è il prodotto di una reazione cinesica in cui il GTP dona il fosfato
all’ATP. C’è l’intervento di una molecola di ADP che si trasforma in ATP, mentre il GTP diventa
GDP. Interviene una cinasi che catalizza l’equilibrio reversibile.
Come funziona questa cinasi? È stato isolato un intermedio che è un enzima fosforilato. L’enzima
accetta temporaneamente il fosfato su se stesso. Il P è a livello dell’N prossimale (o ), quindi
l’intermedio fosforilato in questa reazione cinasica è di nuovo un’istidinafosfato, dove però è
un’istidina prossimale che lega il P.
Non tutto il succinilCoA prosegue nel ciclo dell’acido citrico, ma in parte va verso altre vie a
seconda dei tessuti:
• utilizzo di succinilCoA per attivare alfa cheto acidi e formare l’acilCoA derivato
oppure
• utilizzo di succinilCoA per formare l’emo. Nei tessuti dove la sintesi di emo (e quindi di
cromoprotidi pirrolici che portano emo come gruppo prostetico) è molto attiva. Nel fegato
parte del succinilCoA va verso la sintesi dell’emo e quindi non procede tutto nel ciclo
dell’acido citrico.

76
Primo intermedio sintesi dell’emo: la prima reazione prevede la formazione dell’acido delta
ammino levurrinico (?).
Negli organi emopoietici (formazione di globuli rossi), il succinilCoA viene usato per formare il
gruppo dell’emo.
Nei tessuti periferici e in particolare nel muscolo, nel cuore e nel cervello, il succinilCoA è usato
per attivare alfachetoacidi i corpi chetonici (acido acetacetico) utilizzano succinilCoA per
trasformare l’acido acetacetico in acetoacetilCoA, essenziale perché l’acido acetacetico possa essere
utilizzato. Esiste in questi tessuti una CoAtransferasi che trasferisce CoA dal succinilCoA all’acido
acetacetico, formando acetoacetilCoA. Il succinato che si è liberato ritorna al ciclo di Krebs;
l’acetoacetilCoA entra in un processo demolizione che porterà alla formazione di 2 molecole di
acetilCoA.
Alla fine della sintesi dell’emo, invece, il succinato è convertito in altri metaboliti.
Nel caso in cui il succinato rientri nel ciclo, non formeremo quella molecola di GTP che avevamo
formato nel trasformare il succinilCoA in succinato. L’energia del legame del succinilCoA, però,
viene usata per attivare l’acido acetacetico ad acetoacetilCoA, attivazione che è redditizia perché il
muscolo, il cuore e il cervello sono in grado di degradarlo a 2 molecola di CoA, che poi va nel ciclo
di Krebs. Quindi si perde un legame ad alta energia, ma in pratica c’è un guadagno di 24 ATP
dall’acido acetacetico.
Questo dice che il ciclo dell’acido citrico non serve solo per degradare acetoacetilCoA, quindi
un’unità bicarboniosa, ma svolge innumerevoli altre funzioni; ne abbiamo un esempio a questo
livello: fornisce un intermedio per attivare alfachetoacidi oppure per dare avvio alla sintesi
dell’emo.
Il succinato va incontro a una reazione di deidrogenazione che lo trasforma in acido fumarico.
L’enzima è flavinico ed è la succinatoDH; è la prima volta che incontriamo un enzima flavinico (a
parte la piruvatoDH) che interviene direttamente nel processo.
La succinatoDH (SDH) toglie 2 H al succinato e forma acido fumarico. L’enzima forma l’acido
fumarico cioè riconosce una differenza nei 2 gruppi metilenici perché toglie i 2 H che stanno dalla
parte opposta rispetto al piano della molecola. Quindi anche se l’acido succinico non è una
molecola simmetrica, l’enzima vede una certa simmetria perché riconosce una differenza nella
disposizione spaziale degli H legati ai C metilenici. Forma l’isomero trans e non quello cis, che è
l’acido maleico. È altamente stereospecifico nel sottrarre l’H al substrato.
L’SDH è l’unico enzima del ciclo dell’acido citrico che non è presente nella matrice mitocondriale,
ma che è legato alla faccia interna della membrana interna del mitocondrio. Questa ubicazione ha
un significato profondo in quanto il FAD ridotto che si è formato, dall’enzima stesso viene trasferito
a composti catena respiratoria che sono localizzati sulla membrana interna del mitocondrio.
L’enzima ridotto non trova un substrato a cui cedere direttamente l’H nella matrice mitocondriale,
ma nella forma ridotta l’enzima si aggancia alla catena respiratoria (ne è parte). In effetti questo
enzima lo ritroveremo come componente del complesso II della catena respiratoria. Il FAD ridotto
che si è formato legato all’enzima, dall’SDH è trasferito ad un componente della catena respiratoria
che prende il nome di coenzima Q. L’SDH quindi toglie l’H al substrato, agisce a livello della
matrice del mitocondrio, ma per riossidarsi ha bisogno della membrana interna del mitocondrio e di
cedere l’H al coenzima Q.
Se vogliamo indicare la reazione che avviene nel ciclo dell’acido citrico parliamo di SDH; se
vogliamo indicare la reazione nella sua interezza (deidrogenazione e riduzione) dobbiamo parlare di
succinato ossidasi, in quanto l’enzima è un’ossidasi che si ripartisce tra i 2 processi (ciclo dell’acido
citrico e catena respiratoria).
L’SDH ha 2 componenti , una a massa molecolare più alta (intorno ai 70000 dalton) che ha
funzione catalitica e lega FAD; l’altra ha massa molecolare notevolmente più piccola (intorno ai
27000 dalton) ed è un’unità regolatrice che porta come gruppo prostetico Fe-S. L’SDH è formata da
una componente 70 e una componente 27. La componente 70 porta legato FAD e porta anche legato
Fe-S. La componente regolatrice porta legato solo Fe-S.

77
Esistono molte proteine con questa caratteristica. Il Fe non è mai in struttura emo, cioè non è mai al
centro di una struttura emo, ma è come ferro metallo che si lega direttamente alla proteina. Gli
enzimi detti Fe-S-protidi hanno in genere massa molecolare piccola e sono importanti nei processi
di ossidoriduzione (li troveremo nella catena respiratoria). Si parla di complessi Fe-S, ma non si sa
esattamente come avvenga il legame tra Fe ed S; molto probabilmente il Fe lega simultaneamente 2
atomi di S. Sta di fatto che quando si cerca di stappare questo Fe-S dall’enzima si libera Fe
metallico e S inorganico (precipita).
Il Fe è inizialmente legato alle cisteine della proteina, poi aggancia S che non fa parte dei residui
cisteina, quindi l’ultimo Fe che chiude la catena va di nuovo a legarsi con una cisteina. Queste
proteine hanno 4 cisteine che legano 2 Fe. Più atomi di Fe sono legati fra loro a mezzo di ponti S.
Vengono indicati come centri Fe-S, importanti nelle ossidoriduzioni.
Non si sa come le 2 subunità (quella 70 e quella 27) siano unite.
SDH è un enzima tiolico e in più è soggetta all’inibizione di composti di massa molecolare piccola,
in genere acidi bicarbossilici che hanno una certa analogia strutturale con il substrato. Quindi questa
inibizione è competitiva. Normalmente l’inibitore ha affinità per enzima > del substrato quindi per
piccola che sia la sua concentrazione si lega all’enzima e ne ostacola il legame con il substrato. Gli
inibitori sono estremamente potenti (alcuni svolgono la loro azione inibitrice anche a concentrazioni
più basse di quelle che solitamente si trovano nelle cellule). Inibitori sono acidi bicarbossilici:
l’acido malonico (3 C), l’acido malico (4 C con un gruppo alcolico secondario), l’acido ossalacetico
e l’acido maleico (isomero cis dell’acido fumarico). Sono inibitori per l’enzima, mentre ad esempio
l’acido alfa cheto glutarico, che è pure bicarbossilico, non è un inibitore. Questo perché negli acidi
inibitori la distanza tra i gruppi carbossilici è di 1 o 2 C. nell’acido alfa cheto glutarico è di 3 C. Il
sito in cui si lega l’inibitore è di dimensioni molto ristrette per cui possono legarsi solo acidi in cui i
2 gruppi carbossilici non distino più di 2 C.
Perché sono tutti inibitori? Qual è il motivo comune che ritorna in tutti? È COH - CH. Rappresenta
probabilmente la parte dell’inibitore (e anche del substrato) che va a legarsi al sito catalitico.
L’inibitore più attivo è l’acido ossalacetico: in una situazione di 1000 molecole di substrato e 1 di
ossalacetato, è l’ossalacetato che si lega all’enzima, quindi ha un’affinità almeno 1000 volte
maggiore rispetto a quella del substrato. L’acido ossalacetico si lega all’enzima a livello del gruppo
funzionale tiolico dell’enzima formando un tioemiacetale dal quale l’enzima non riesce a liberarsi a
meno che la concentrazione di substrato non sia altissima, in modo da scacciare l’acido
ossalacetico. L’intermedio tra l’enzima e l’inibitore prevede la partecipazione del gruppo tiolico
dell’enzima, il quale viene legato con il gruppo carbonilico dell’inibitore e forma questo intermedio
che ha la caratteristica di un tioemiacetale relativamente stabile.
Con la formazione del fumarato siamo passati da un composto a 6 C (citrato) a uno a 4 C
(fumarato), quindi, in pratica, abbiamo perso 2 CO2, una a livello dell’isocitrato DH e una a livello
dell’alfa cheto gluterato DH. Sono stati persi i 2 carbossili dell’acido ossalacetico. Avendo liberato
2 CO2 è come se avessimo degradato una molecola di acetilCoA; anche se l’acetilCoA non è stato
effettivamente degradato è equivalente come risposta.
Ancora 2 tappe reversibili. Nella prima, l’enzima fumarasi trasforma l’acido fumarico in acido
malico la fumarasi addiziona gli elementi dell’acqua sul doppio legame, che scompare. È una
liasi (fumarato idroliasi), quindi ha come primo numero 4. La reazione è reversibile però l’enzima è
altamente specifico dato che riconosce in pratica solo l’acido fumarico. Addirittura ha una
stereospecificità perché forma l’acido L-malico, cioè unicamente l’acido malico che porta
l’ossidrile a sinistra del piano della molecola.
L’acido L-malico va incontro a una reazione di deidrogenazione in cui interviene NAD come
cofattore e si forma acido ossalacetico + NAD ridotto. La reazione è reversibile. L’enzima è la
malico deidrogenasi (MDH), che si comporta come tutte le DH NAD dipendenti e cioè toglie come
ione idruro l’H legato al C trasferendolo sul NAD+ e libera in soluzione come protone l’H legato
all’ossigeno. Come conseguenza si formerà NAD ridotto e acido ossalacetico. L’equilibrio è
reversibile, cioè da acido ossalacetico + NAD ridotto è possibile formare acido malico. Abbiamo

78
utilizzato questa reazione in senso opposto rispetto a quella del ciclo dell’acido citrico nella
gluconeogenesi (ossalacetato malato in un compartimento e poi malato ossalacetato in un
altro compartimento). Trasporto dell’ossalacetato fuori del mitocondrio. Dentro il mitocondrio
esiste una malico DH che fa parte del ciclo di Krebs che è proprio questa. Nel ciclo di Krebs
catalizza l’equilibrio malato ossacetalato; l’enzima di per sé preferisce trasformare ossalacetato
in acido malico, quindi effettivamente l’equilibrio va dall’ossalacetato all’acido malico. L’enzima
ha più affinità per l’acido ossalacetico di quanta non ne abbia per l’acido malico. L’equilibrio è
sfavorevole al ciclo dell’acido citrico, però è reso favorevole dal pH. In effetti a pH fisiologico
l’equilibrio è spostato verso malico ossalacetico. A pH > 7 invece tende spostarsi in senso
opposto. È importante che Mg2+ sia cofattore della reazione in quanto sembra che a mano a mano
che reazione procede Mg2+ vada a legarsi al gruppo carbonilico dell’acido ossalacetico e che in
questo modo lo allontani. Bisogna tenere conto che l’acido ossalacetico si comporta come inibitore
di questo equilibrio in quanto l’enzima ha più affinità per l’acido ossalacetico che per l’acido
malico. Per poco che si accumuli acido ossalacetico, l’enzima si lega ad esso e catalizza l’equilibrio
inverso. Per cui, affinché l’equilibrio sia spostato a favore dell’acido ossalacetico bisogna
continuamente allontanare acido ossalacetico, cioè evitarne l’accumulo. Nel ciclo Krebs questo è
garantito perché l’acido ossalacetico ritorna sulla prima reazione e quindi, non appena formato,
viene ripreso dalla citrato sintasi e allontanato dal sistema.
Inoltre, il NAD ridotto che potrebbe favorire l’equilibrio opposto, nel mitocondrio non si accumula
perché dalla matrice mitocondriale passa direttamente alla catena respiratoria, dove viene
continuamente riossidato. Quindi, seppure l’enzima per sua caratteristica tenda a spostare
l’equilibrio verso ossacetalato malato, le condizioni che si realizzano nel ciclo di Krebs fanno sì
che questo non sia mai possibile, perché continuamente l’acido ossalacetico è allontanato e
continuamente il NAD ridotto riossidato.
Con questa reazione si chiude in pratica il ciclo di Krebs perché a questo punto l’acido ossalacetico
torna sulla prima reazione, forma acido citrico e riparte un secondo ciclo di Krebs.
Bisogna ancora effettuare un calcolo della resa energetica per la degradazione di 1 molecola di
acetilCoA, calcolo che ci permette anche di definire quanto ATP si forma nel catabolismo
ossidativo del glucosio. Abbiamo visto che il catabolismo anaerobico rendeva al netto 2 ATP che
dovranno essere sommati all’ATP che si forma nel ciclo di Krebs.
ATP che si forma nel processo: 1 ATP.
ATP che si formerà nella riossidazione dei cofattori ridotti (in catena respiratoria, che lavora in
parallelo ad un secondo sistema detto fosforilazione ossidativa che provvede a utilizzare l’energia
che si rende libera nella riossidazione dei cofattori per sintetizzare ATP). All’incirca nella
riossidazione del NAD si liberano 3 molecole ATP, anche se in effetti sono un po’ meno di 3, e
nella riossidazione del FAD si ottengono 2 molecole ATP.
ATP da degradazione dell’acetilCoA: in un giro del ciclo di Krebs si sono formate 3 molecole di
NAD ridotto (una a livello dell’isocitrato DH, una a livello dell’alfachetogluterato DH e una a
livello della MDH). Dalla riossidazione di 3 NAD ridotto si ottengono 9 ATP.
FAD ridotto formato in processo: 1, cioè 2 ATP.
In più ATP che formato in processo stesso = 1 ATP a livello del succinilCoA.
In totale ogni molecola di acetilCoA che viene degradata rende 12 ATP.
Dal glucosio si formano 2 molecole acetilCoA, quindi 12 · 2 = 24 ATP.
Bisogna ancora aggiungere l’ATP che viene dal NAD ridotto che si forma a livello della tappa
piruvato DH, perché la decarbossilazione ossidativa del piruvato forma NAD ridotto. Sono 2 le
molecole di piruvato che vengono carbossilate, quindi in totale si ottengono 6 ATP dalla
decarbossilazione ossidativa del piruvato. Quindi 24 + 6 = 30.
Bisogna inoltre tenere conto del NAD ridotto che nella glicolisi anaerobia rimane in eccesso quando
la glicolisi non va ad acido lattico. Nella tappa gliceraldeide fosfato DH si formava NAD ridotto
che era riossidato a livello della lattico DH. Se però la glicolisi si interrompe a piruvato e il piruvato
entra nel mitocondrio, il NAD ridotto rimane inattivo a livello citoplasmatico e abbiamo visto i

79
sistemi di trasporto del potere riducente (?). Quindi se il sistema spoletta che sposta il potere
riducente dal solubile al mitocondrio si svolge a carico della malico DH, per ogni molecola
riossideremo NAD ridotto nel citoplasma e formeremo NAD ridotto nel mitocondrio. Per cui in
totale sono 6 ATP che vengono dalla riossidazione delle 2 molecole di NAD ridotto via sistema
spoletta MDH. Se il sistema spoletta ha funzionato via alfa-glicerolfosfato DH, dentro il
mitocondrio interviene un enzima flavinico (porta FAD) quindi avremo soltanto 4 ATP.
Infine ATP che viene da glicolisi = 2 ATP netti.
In totale degradare una molecola di glucosio per via ossidativa utilizzando come sistema spoletta
l’MDH rende 38 ATP.
Se si usa come sistema spoletta l’alfaglicerolfosfato DH rende solo 36 ATP.
Rende molto di più di quanto non renda la via glicolitica (che ha però vantaggio dare ATP in modo
immediato).
Questo calcolo vale se il glucosio viene dal circolo, ma abbiamo visto che nel muscolo gran parte
del glucosio viene dalla glicogenolisi. Ogni volta che la fosforilasi stacca una molecola di glucosio
dal glicogeno, il glucosio si libera come G1P, che diventa G6P, che entra direttamente nella via
glicolitica. Quindi, dato che non è consumato ATP per fosforilare il glucosio, per ogni glucosio che
entra c’è un guadagno di 1 ATP.
La glicolisi rende 3 anziché 2 se il glucosio viene dal glicogeno. Per cui in totale formeremo 39
ATP, e 37 nel caso del secondo sistema spoletta. Quindi è molto più vantaggioso degradare
glucosio che viene da glicogeno.
Se nel ciclo di Krebs il succinilCoA lascia il processo e nel cuore, nei muscoli e nel cervello è
utilizzato per formare acetoacetilCoA, la resa di questo glucosio nel ciclo di Krebs sarà 37 o 35
(perdo l’ATP che viene formato a livello del substrato), a seconda del sistema spoletta utilizzato. Se
invece il succinilCoA esce per andare all’emo, si perde l’energia del legame succinilCoA, non si
forma fumarato (quindi si perde FAD) e si perde NAD. Quindi in totale per ogni CoA perdo 6 ATP.
Per cui il processo poco è redditizio; il vantaggio però è che riesco a formare emo, che è un
substrato estremamente importante.
Quindi per il calcolo della rendita in ATP bisogna considerare queste cose.

Catena respiratoria.
Riossidazione di NAD e FAD. Processo che scorre parallelamente al ciclo dell’acido citrico perché
si alimenta dei substrati NAD e FAD del ciclo dell’acido citrico. La catena respiratoria si svolge a
carico della membrana interna del mitocondrio, non scorre nella matrice come il ciclo dell’acido
citrico.
Ha 4 momenti successivi, in ciascuno dei quali intervengono enzimi particolari, per cui
differenziamo la catena respiratoria come formata da 4 complessi:
complesso I
complesso II
complesso III
complesso IV
Il complesso I è indicato come NADH deidrogenasi e sarà un complesso che provvederà a
riossidare il NAD ridotto.
Il complesso II è di difficile definizione perché concorrono a questo complesso diverse deidrogenasi
flaviniche, la succinato DH, e altre deidrogenasi che fanno parte di altri processi che vedremo in
seguito, tra cui l’acilCoA DH (che troveremo nella degradazione dell’acido grasso), e poi l’alfa-
glicerolfosfato DH (sistema spoletta). Sono essenzialmente 3 enzima flavinici che concorrono a
formare il complesso II. Di questo complesso II fa parte anche il coenzima Q, indicato anche come
ubichinone. Il coenzima Q che è anche substrato per il complesso I. I due complessi I e II
condividono lo stesso accettore di H o di elettroni, che è il coenzima Q. Ubichinone sta a indicare
un chinone di distribuzione ubiquitaria. In tutte le cellule che utilizzano ossigeno per la respirazione
è presente ubichinone.

80
I complessi III e IV sono caratterizzati dalla presenza di composti che prendono il nome di
citocromi e che sono composti estremamente avidi di elettroni. In essi l’elettrone va a legarsi
all’atomo di Fe che fa parte di un emo che è al centro della molecola protidica.
Il complesso III in effetti è formato dal coenzima Q ridotto, dal citocromo C ossidato e dalla
citocromo C ossidoriduttasi. In pratica il complesso III riossida il coenzima Q e riduce il citocromo
C.
Il complesso IV è indicato come citocromo ossidasi.
Quindi in questi complessi sono coinvolte più proteine che provvedono nei singoli passaggi allo
spostamento degli elettroni da un composto che dona a un composto che accetta.
Caratteristica di alcuni di questi complessi è la presenza di Fe-S protidi che portano questi centri Fe-
S. Il Fe continuamente varia di valenza durante la reazione, passando da Fe ferrico a Fe ferroso e
viceversa. La seconda caratteristica dei complessi III e IV è che portano questi cromoprotidi, protidi
colorati il cui gruppo prostetico è rappresentato da un emo o da un gruppo simile all’emo. In effetti
parleremo di emo A, B e C (esistono anche emo D, E ed F di cui non ci occuperemo). L’emo B è il
gruppo prostostetico dell’emoglobina. L’emo A e l’emo C sono differenziazioni rispetto all’emo B.
Il complesso I provvede alla riossidazione del NAD ridotto e al trasferimento dell’H ad un
accettore, il coenzima Q.
Il coenzima Q esiste in 2 forme, una ossidata, indicata come ubichinone, e una ridotta, indicata
come coenzima Q ridotto o ubichinolo. È un chinone perché ha questi (?) 2 doppi legami affrontati.
Quando si riduce in pratica 2 atomi di H si portano sull’O carbonilico e si passa dalla forma
chinonica alla forma aromatica di chinolo. L’anello si riduce e dalla forma chinoide passa alla
forma di chinolo (passiamo ad anello aromatico).
Caratteristica dell’ubichinone è la presenza di una lunga catena isoprenoide in cui le molecole di
isoprene sono legate tra loro con legame testa-coda. La testa della prima unità va a legarsi alla coda
della seconda unità e così via. Nel caso dell’ubichinone dei nostri tessuti, si parla di ubichinone 50
o coenzima Q 10 perché ha 10 unità isoprenoiche; 50 sta a indicare il numero totale di C sulla
catena isoprenoide.
Il coenzima Q si muove all’interno della membrana interna del mitocondrio, quindi si può spostare
facilmente. È legato alla componente fosfolipidica della membrana probabilmente a mezzo della
lunga catena isoprenoide. Si muove a mezzo di questo lungo braccio dato dalla catena laterale, che
gli permette di spostarsi all’interno della membrana interna del mitocondrio. Quindi può essere
condiviso dal complesso I o II perché in grado muoversi e affrontare i 2 diversi complessi.
Il complesso I provvede ad ossidare NAD ridotto trasformandolo in NAD ossidato e sposta l’H dal
NAD ridotto al coenzima Q. L’enzima è legato a membrana interna del mitocondrio. Riconosce il
NAD della matrice mitocondriale, lo lega a se stesso e trasferisce l’H del NAD ridotto al coenzima
Q, che fa parte invece della membrana interna del mitocondrio.
La prima reazione che è catalizzata dal complesso I forma ubichinolo e NAD ossida. Questo
complesso è dato dall’associazione di proteine diverse che sono tutte legate strettamente alla
componente fosfolipidica della membrana mitocondriale. L’interazione avviene tra protide e
fosfolipide. Questo legame è particolarmente stretto e in più è essenziale per l’attività dell’enzima.
Quando si tenta di staccare mediante detergenti l’enzima dalla componente fosfolipidica.
LEZIONE DI BIOCHIMICA DEL 16 DICEMBRE 2002:

La fosforilazione ossidativa è un capitolo notevolmente difficile perché fino ad oggi come


funzionano i diversi componenti della catena respiratoria non si conosce, quindi ci sono dei grossi
problemi nel definire la funzione esatta dei vari enzimi che entrano a formare i complessi 1,2,3 e 4.
Abbiamo visto come la catena respiratoria sia formata da quattro complessi e abbiamo parlato del
complesso 1, indicato come NADH deidrogenasi oppure NADH coenzima Q enzima ossido-
riduttasi, enzima che è deputato a riossidare il NAD ridotto e trasferire il potere riducente dal NAD
al coenzima Q. Il primo problema è quali sono le reazioni che portano alla formazione di NAD
ridotto: abbiamo visto che nel ciclo dell’acido citrico le reazioni che formano NAD ridotto sono tre

81
cioè la isocitrato deidrogenasi, l’alfa chetoglutarato deidrogenasi e la malico deidrogenasi. Quindi
tutto il potere riducente creato da queste tre deidrogenasi convoglia sul complesso 1, in più a questo
complesso 1 si porta anche la piruvato deidrogenasi in quanto genera nel suo processo NAD ridotto.
In più questo NAD ridotto verrà ancora dato da altre deidrogenasi che funzionano in altre vie
metaboliche, in particolare verrà da una NAD deidrogenasi che è legata alla beta ossidazione cioè
alla degradazione degli acidi grassi che sarà la beta idrossi acil Co A deidrogenasi, a questo
aggiungiamo la glutammato deidrogenasi che utilizza come cofattore NAD. Al complesso 1, quindi,
arriva NAD dalle tre deidrogenasi del ciclo di Krebs, dalla piruvato deidrogenasi, dalla beta idrossi
acil Co A deidrogenasi che troveremo nella beta ossidazione, dalla glutammato deidrogenasi che
utilizza come cofattore NAD e ancora da un gruppo di deidrogenasi che troveremo nel metabolismo
degli amminoacidi che provvedono a ricarbossilare ossidativamente alfa chetoacidi, quindi in
genere sono indicate come alfa chetoacido decarbossilasi che funzionano come la piruvato
deidrogenasi e l’alfa chetoglutarato deidrogenasi. In pratica tutti i componenti della materia vivente:
lipidi, glicidi e protidi concorrono a formare NAD ridotto. Nel ciclo di Krebs convogliano tutti i
metaboliti che vengono dal catabolismo lipidico, protidico e glicidico, in più convoglia la piruvato
deidrogenasi che viene dal catabolismo glicidico, convogliano le alfa chetoacido deidrogenasi che
vengono dal catabolismo degli amminoacidi, la beta idrossi acil Co A deidrogenasi che viene dalla
beta ossidazione.
Le tre deidrogenasi del ciclo dell’acido citrico a cui arrivano i cataboliti dei glicidi, lipidi e protidi,
quindi queste tre deidrogenasi sono condivise dal catabolismo protidico, lipidico e glicidico perché
tutti convoglieranno un frammento di catena carboniosa al ciclo di Krebs. Legato al metabolismo
glicidico la piruvato deidrogenasi perché decarbossila il piruvato che viene dal metabolismo del
glucoso, legato al catabolismo degli amminoacidi abbiamo la beta idrossi acil Co A deidrogenasi
che è specifica per la degradazione dell’acido grasso. Legata al catabolismo degli amminoacido
abbiamo l’alfa chetoacido decarbossilasi e la glutammato deidrogenasi. Quindi il NAD ridotto che
si forma nella matrice mitocondriale e accede come potere riducente al complesso 1 ha più di
un’origine.
Il complesso 1 è una grossa molecola ed è probabilmente formato da più subunità (cioè da più
molecole di NAD deidrogenasi) del quale, inoltre, fanno parte delle ferro-solfo proteine. Questo
complesso 1 o NADH deidrogenasi è contenuto all’interno della membrana mitocondrialr e per un
lato si affaccia alla matrice mitocondriale e per l’altra si affaccia al lato citosolico della membrana
mitocondriale. Nella matrice la NAD deidrogenasi si dispone in modo tale da affacciarsi per un lato
alla matrice e dell’altro prendere rapporto con il lato citosolico. Il lato matrice porta il flavin
monomucleotide che è quindi il primo a riceverne l’idrogeno dalla matrice, quindi porta FMN e il
gruppo prostetico verso il lato della matrice e verso il lato matrice è pure spostato il primo centro
ferro-solfo e probabilmente è un centro F4-S4. Quindi verso il lato matrice abbiamo un gruppo
prostetico FMN e un primo centro ferro-solfo. Legato al complesso 1 c’è una molecola di coenzima
Q che si sposta verso il lato citosolico e a questo coenzima Q fa seguito un secondo centro ferro-
solfo di tipo F2-S2, cioè meno complicato dell’altro. Quindi su questa NAD deidrogenasi abbiamo
due centri ferro-solfo: uno che è legato a FMN e l’altro è legato al coenzima Q, importante il
coenzima Q è parte di questa NAD deidrogenasi.
L’idrogeno dal NAD ridotto matrice mitocondriale viene legato al complesso 1, e il primo
composto che riceve l’idrogeno è FMN, quindi l’enzima sottrae l’idrogeno al NAD presente nella
matrice e trasferisce questo idrogeno al suo gruppo prostetico FMN. Con l’aiuto del centro ferro-
solfo F4-S4 trasferisce due protoni e due elettroni al coenzima Q che si libera nella forma ridotta.
Con l’aiuto del centro ferro-solfo l’enzima trasferisce il potere riducente e quindi l’idrogeno che era
presente sul flavin mononucleotide lo trasferisce al coenzima Q e si formerà coenzima Q ridotto che
ha accettato due protoni e due elettroni. Sempre sotto l’effetto dell’enzima, di questa NAD
deidrogenasi, l’idrogeno fluisce da questo coenzima, che è parte integrante del complesso 1, ad un
coenzima Q che è presente nella matrice mitocondriale sul lato citosolico che rappresenta il
substrato della reazione. Quindi sulla NAD deidrogenasi abbiamo due coenzima Q: uno che è parte

82
della proteina e uno che funge da substrato. Quindi l’idrogeno affluisce dal primo substrato al NAD
ridotto, al secondo substrato coenzima Q attraverso il centro F4-S4 –coenzima Q- centro F2-S2.
Quindi abbiamo due coenzima Q: uno che è legato alla NAD deidrogenasi e uno che fa da substrato
che in definitiva è l’accettore terminale dell’idrogeno e degli elettroni. Questo secondo coenzima Q
si affonda nella matrice mitocondriale sul lato citosolico. Quindi abbiamo questo coenzima Q che fa
da substrato e che è parte della membrana interna però sul lato citosolico. Per cui si dice che il
potere riducente fluisce dal NAD ridotto al flavin mononucleotide al centro ferro-solfo F4-S4, al
coenzima Q, al centro F2-S2; quindi fa questo lungo tragitto prima di arrivare all’ultimo coenzima
Q accettore finale e formare coenzima Q ridotto. Questo coenzima Q ridotto, l’ultimo sul lato
citosolico diventa substrato per il complesso 3 che prende il nome di: citocromo c riduttasi o anche
coenzima Q ridotto citocromo c ossido-riduttasi (il termine più rapido è citocroma c riduttasi)
perché questo complesso 3 avrà la funzione di ossidare coenzima Q e ridurre il citocromo c. A
livello di questo complesso 3 avramo una dissociazione dell’idrogeno in: protoni che rimangono
nella matrice e in elettroni che fluiscono nei diversi componenti della catena respiratoria, quindi
quando questo coenzima Q citosolico verrà riossidato in pratica cederà due protoni che rimarranno
in attesa nella matrice più due elettroni che fluiscono, invece, attraverso i diversi complessi, quindi
dal complesso 3 passeranno sul complesso 4 e da ultimo all’ossigeno molecolare.
Il complesso 3 e il complesso 4 portano al loro interno citocromi che saranno rispettivamente:
citocromo b, c e c1 per il complesso 3 e i citocromi a e a3 per il complesso 4. Questi citocromi
innanzitutto sono tutti dei cromoprotidi pirrolici e il gruppo prostetico è dato dal sistema
tetrapirrolico della porfina che è il gruppo prostetico dell’emoglobina. Si differenziano sia per la
componente protidica che è diversa da citocromo a citocromo, sia per il gruppo prostetico: per cui
distinguiamo uno emo a, un emo b e un emo c e poi emo d-e-f che sono altri tipi di emo di cui noi
non ci occuperemo.
L’emo b è contrassegnato da quattro anelli pirrolici che indichiamo come A,B,C,D uniti da quattro
ponti mettinici che indichiamo come ponti alfa, beta, gamma e delta a cui sono sostituiti a livello
dei singoli anelli pirrolici: quattro gruppi metilici nelle posizioni 1/3/5/8 e due gruppi vinilici nelle
posizioni 2/4 e due radicali propionici nelle posizioni 6/7, quattro gruppi vitinici che sono i ponti
CH nelle posizioni alfa, beta, gamma e delta che congiungono fra di loro i quattro anelli pirrolici e
undici doppi legami alterni. Quindi l’emo b è un acido basico dove l’acidità è data dai due radicali
propionici, la definizione migliore è che l’emo b è l’acido 1-3-5-8 tetramelil; 2-4 divinil porfil; 6-7
dipropionico perche il nucleo fondamentale è la porfina, inoltre è un acido perché in posizione 6-7
porta due radicali propionici. Al centro dei quattro anelli pirrolici, un atomo di ferro il quale nel
caso dei citocromi varia costantemente di valenza da ferro ferrico che è rappresenta il citocromo
ossidato a ferro ferroso che rappresenta il citocromo ridotto, quindi a differenza dell’emoglobina in
cui il ferro è sempre bivalente, sia che l’emoglobina sia ossigenata, sia che si trovi nella forma
ridotta; nel citocromo, invece il ferro continuamente varia di valenza: da trivalente a bivalente a
seconda dello stato di ossidazione del citocromo. Le due valenze coordinative residue del ferro, dato
che il ferro ha coordinazione 6, vanno direttamente alla proteina, quindi l’emo è saldamente
ancorato alla componente protidica neicitocromi, mentre il legame è molto più labile nel caso
dell’emoglobina. Questi due legami coordinativi non sono noti, cioe non si conosce quale sia la
parte proteica che interagisce con il ferro nel citocromo a e nel citocromo b. Al contrario il legame è
chiaro nel caso del citocromo c e nel citocromo c1 in cui si è visto effettivamente come l’emo
interagisce con la proteina. Nel caso del citocromo b che porta come gruppo prostetico l’emo b, le
due valenze coordinative del ferro che sono libere vanno direttamente ad amminoacidi componenti
la catena proteica, quali siano, però, gli amminoacidi con cui l’emo stabilisce questo ponte, per il
citocromo b non lo conosciamo. La proteina legata all’emo del citocromo b e del citocromo a è
difficilmente staccabile dalla membrana interna perché interagisce profondamente con la
componente fosfolipidica della membrana mitocondriale, quindi il citocromo b ed il citocromo a
sono dei lipoprotidi, dato che sono strettamente legati alla membrana interna del mitocondrio tanto
che quando cerco di agire con degli agenti che sono dei tensioattivi (cioè che abbassano l’iterazione

83
protide-lipide) la proteina si stacca in forma denaturata, quindi l’iterazione con il fosfolipide di
membrana è essenziale perché la proteina mantenga le sue caratteristiche naturali.
Tutti i citocromi hanno uno spettro di assorbanza caratteristico, perché tutti assorbono elettivamente
intorno ai 440-400 nanometri e la banda che si sviluppa in questa regione dello spettro prende il
nome di: Banda di Soret ed è la banda caratteristica per tutti i composti che hanno come gruppo
prostetico un derivato della porfina. Inoltre tutti i citocromi hanno uno spettro di assorbimento nella
regione visibile tra i 500 e i 600 nanometri che si rendono evidenti quando il citocromo è nella
forma ridotta mentre si attenuano o addirittura scompaiono quando il citocromo è nella forma
ossidata: per cui la differenziazione in citocromi a, b, c è fatta sullo spettro ridotto del citocromo e
non sullo spettro ossidato.
Nel complesso 3 vedremo i citocromi b che hanno come gruppo prostetico emo b che ha questi
sostituenti caratteristici, ricordando che il ferro al centro del sistema varia da valenza 3+ a valenza
2+ quando verranno trasferiti gli elettroni.
L’emo c è fondamentalmente simile all’emo b, a differenza che i due gruppi vinilici in posizione 2
e 4 sono sostituiti da due etili che si originano dall’iterazione dell’emo con la proteina, quindi l’emo
c è un prodotto di riduzione dell’emo b. Nel caso dell’emo c si conosce il legame fra l’emo e la
proteina, legame che impegna due residui di cisteina, i quali vengono a reagire con i due radicali
vinilici, quindi a livello di due radicali vinilici si legano due gruppi tiolici della cisteina. Il gruppo
tiolico, in pratica fa da riducente per il gruppo vinilico cioè l’idrogeno di questo gruppo tiolico si
porta al carbonio metilenico, il solfo si attacca al carbonio metilenico, quindi questo gruppo tiolico
fa da riducente per il vinile, in pratica l’idrogeno del gruppo tiolico si porta sul gruppo CH2 e forma
CH3 e il carbonio CH si aggancia all’atomo della cisteina (si forma un legame tio-etereo fra l’etile
della catena laterale e la cisteina). La seconda cisteina ha la stessa funzione per cui nella formazione
di questo legame tio-etereo i due vinili diventano in pratica due etili. In questo modo il legame tra il
gruppo prostetico e la proteina diventa estremamente saldo, in effetti quando si tenta di staccare il
gruppo prostetico, in genere la catena si spezza e trascina a se questa sequenza: lisina, istidina,
alanina, glutammina, cisteina e istidina. Caratteristica di questo citocromo c è che ha un punto
isoelettrico estremamente basico, intorno a 10, il che sta a dire che la proteina è ricchissima di
amminoacidi basici che si distribuiscono sul lato ben preciso del citocromo c e saranno questi
ammonoacidi basici, che permetteranno al citocromo c di interagire con il complesso 4. A
differenza dei citocromi b che sono in grado di autossidarsi, il citocromo c non è autossidabile,
quindi fa da accettore di elettroni a patto che un’enzima li trasferisca su di lui e fa da donatore di
elettroni se dall’altra parte c’è un’enzima che gli toglie idrogeno, quindi non è un’enzima perché
non è autossidabile a PH fisiologico, ma a PH oltre 11 diventa autossidabile, però questo non ha più
significato perché nelle nostre cellule il PH è intorno a 7,2-7,4. Questa proprietà vale anche per il
citocromo c. Tutti i citocromi c avranno come gruppo prostetico questo emo b ridotto a livello dei
gruppi vinilici, quindi si parla di emo c.
L’emo a si distingue dall’emo b e anche dall’emo c perché il vinile in posizione 2 è sostituito da una
catena isoprenoide formata da tre unità isopreniche che sono congiunte a livello del carbonio 2
mediante un gruppo idrossi-etilico. L’idrossi-etile si lega una catena formata da tre unità isoprenoidi
unite fra di loro in un legame testa-coda, per cui sono 15 carboni che provengono dalle tre unità
isoprenoidi più due che provengono dall’idrossi-etile. Considerando che due isopreni hanno 10
carboni e formano un terpene, nel caso del citocromo a avremo un terpene e mezzo che è indicato
come sesquiterpene (15carboni), quindi è una catena sesquiterpenica in posizione 2 legata all’emo
mediante un legame idrossi-etilico. Un’altra differenza nell’emo a è che il metile nella posizione 8 è
sostituito da un gruppo formilico.
A questo punto il coenzima Q ridotto sul lato citosolico trasferisce gli elettroni al complesso b,
mentre i protoni verranno lasciati nella matrice mitocondriale, quindi c’è una dissociazione tra
protoni ed elettroni a livello del complesso 3.
Il complesso 2 come il complesso 1 converge sul complesso 3, quindi la catena respiratoria è
inizialmente ramificata in un complesso 1 e in un complesso 2, i quali convergono sul complesso 3.

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Il complesso 2 raccoglie tutte le deidrogenasi flaviniche, cioè tutti quegli enzimi che formano il
FAD ridotto nei diversi processi metabolici. Gli enzimi flavinici che si formano nelle diverse vie
metaboliche sono: la succinato deidrogenasi nel ciclo dell’acido citrico, l’acil Co A deidrogenasi
che è l’enzima che dà inizio alla beta ossidazione e nei sistemi spoletta l’alfa glicerol fosfato
deidrogenasi mitocondriale. Tutte queste tre deidrogenasi si riossidano cedendo protoni ed elettroni
al coenzima Q, il quale provvederà a trasferire i protoni nella matrice mitocondriale e gli elettroni al
complesso 3. Il passaggio dal NAD ridotto al coenzima Q porta una differenza di potenziale
notevolmente alta, quindi c’è una differenza di potenziale notevole tra il NAD ridotto ed il
coenzima Q, mentre la differenza di potenziale tra l’enzima flavinico ridotto ed il coenzima Q è
notevolmente bassa. Questa differenza di potenziale tra NAD e coenzima Q fa si che, per
meccanismi non ancora chiari, dalla matrice mitocondriale vengano rilasciati nello spazio
intermembrana protoni. A livello del complesso 1, là dove il NAD si ossida ed il coenzima si riduce
c’è un salto di potenziale di ossidazione notevolmente alto che si traduce in modificazioni
conformazionali di proteine che fanno parte della membrana mitocondriale, per cui in pratica c’è un
flusso di protoni verso lo spazio intermembrana e pare siano quattro protoni che si liberano per ogni
NAD che si ossida, questi protoni non vengono dall’idrogeno che scorre nella catena respiratoria,
ma da modificazioni conformazionali di proteine che fanno parte della membrana interna, le quali
nel modificarsi di forma rilasciano protoni ed è molto probabile che siano residui di istidine, le quali
a PH fisiologico sono in equilibrio fra la forma protonata e la forma deprotonata, quindi è probabile
che siano istidine protonate che si deprotonano e cedono l’idrogeno. A livello del complesso 1 c’è
una acidificazione dello spazio intermembrana che corrisponde al flusso di protoni che dal lato
matrice si sposta verso il lato citosolico della membrana. Questo flusso di protoni non si genera a
livello del complesso 2, perché la differenza di potenziale fra FAD ridotto e coenzima Q è minima.
Il complesso 3 è molto complesso e l’organizzazzione non l’hanno ancora chiarita a fondo:
sicuramente è formato da un citocromo b che porta legato due emo: uno detto emo l e l’altro detto
emo h detti anche emo 560 (perché assorbe relativamente nella forma ridotta 560 nanometri) ed
emo 566 perché la banda si sposta nel passaggio emo h-emo l da 560 a 566, poi porta un centro
ferro-solfo che forma una parte del citocromo b, inoltre lega un secondo citocromo che è il
citocromo c1. Questa proteina da un lato considera il coenzima Q ridotto che sarà il suo substrato
mentre il secondo substrato è rappresentato dal citocromo c. Poiché il coenzima Q cede due
elettroni dovremo immaginare che il citocromo c sia presente in due molecole, perché ognuno porta
un atomo di ferro, in realtà il meccanismo della reazione avviene per un passaggio successivo degli
elettroni, cioè viene ceduto un elettrone alla volta, conseguentemente nella reazione è necessario un
solo citocromo che accetta un elettrone alla volta, in quanto non appena un citocromo c è ridotto
immediatamente prende rapporto col complesso 4 e trasferisce l’elettrone.
Il citocromo c è formato dal citocromo b che porta emo h ed emo l, dalla ferro-solfo proteina e dal
citocromo c1, quindi quando il coenzima Q ridotto, che possiamo immaginarlo con i due idrogeni
legati, prende rapporto con il citocromo b, nel primo intervento determina la liberazione di un
idrogeno dal coenzima Q che si libera come protone e il trasferimento dell’elettrone alla ferro-solfo
proteina, dalla ferro-solfo proteina passa sul citocromo c1 e dal citocromo c1 passa al citocromo c.
Il primo idrogeno, quindi, viene allontanato dal coenzima Q come protone che passa in soluzione e
un elettrone che fluisce attraverso il citocromo b, ferro-solfo protide, citocromo c e da ultimo
citocromo c. Poiché il coenzima Q perde un solo idrogeno, si trasforma in una forma detta coenzima
Q radicalico, estremamente reattivo. A questo punto su questo coenzima Q radicalico interviene il
citocromo b con il suo emo l ed il suo emo h, in pratica a questo coenzima Q radicalico viene
sottratto un elettrone che viene portato sull’emo l e dall’emo l rimbalza sull’emo h e
simultaneamente il coenzima Q perde il protone, quindi l’idrogeno se ne va come il protone e il
coenzima Q ritorna nella forma ossidata. L’elettrone che è rimasto sull’emo h più il protone che si è
liberato ritornano a legarsi su un coenzima Q radicalico. Questa è la difficoltà: siamo arrivati ad
avere l’elettrone sull’emo h più un protona in soluzione, nel contempo una seconda molecola di
coenzima Q ha trasferito l’elettrone attraverso il ferro-solfo protide, citocromo c1, citocromo c e si è

85
liberato come coenzima Q radicalico. Questo coenzima Q radicalico accetta l’elettrone dall’emo h
ed il protone che si è liberato forma il coemzima Q ridotto che dinuovo innesca il passaggio: ferro-
solfo proteina, citocromo c, coenzima Q radicalico, emo h. Attraverso questo soggiorno
dell’elettrone sul citocromo h in pratica un solo elettrone fluisce dal coenzima Q verso il citocromo
c e perchè questo elettrone possa fluire è necessario che il coenzima Q venga rilasciato come
coenzima Q radicalico, cioè nel coenzima Q i due elettroni ed i due protoni hanno un significato
diverso: uno altamente reattivo che immediatamente viene staccato dall’emo b, passa sulla ferro-
solfo proteina, va al citocromo c1 e al citocromo c; l’altro indicato come elettrone a basso livello
energetico che deve ruotare all’interno dell’emo b per raggiungere un livello energetico sufficiente
per riformare un coenzima Q ridotto dinuovo reattivo. Quindi un elettrone ruota all’interno del
citocromo b e viene portato ad alto livello energetico, l’altro elettrone, invece, con un alto livello
energetico passa immediatamente attraverso la ferro-solfo proteina, cioè la ferro-solfo proteina, il
citocromo c1 ed il citocromo c accettano solo elettroni ad alto potenziale, il secondo alettrone che è
a basso potenziale viene innalzato ad alto potenziale ruotando all’interno dell’emo l-h: in questo
modo riesce a raggiungere un livello energetico tale per poter essere trasferito alla ferro-solfo
proteina, al citocromo c1 ed al citocromo c. In questo modo una sola molecola di citocromo c è
sufficiente per accettare uno alla volta gli elettroni che vengono da coenzima Q. Tutto ciò funziona
se immediatamente il citocromo c ridotto si riossida attraverso il complesso 4, quindi c’è una stretta
relazione tra complesso 3 e complesso 4, i quali lavorano in tandem: se uno si ferma, si ferma anche
l’altro.
Il complesso 4 ha una massa molecolare notevolmente grande, pare mezzo milione di dalton ed è
formato da almeno dieci diverse subunità: due subunità legano emo che sono indicate
rispettivamente: emo a ed emo a3 e la parte catalitica della citocromo ossidasi è quella legata all’
emo a3, la parte della citocromo ossidasi legata all’emo a ha solo la funzione di accettare gli
elettroni e di cederli per mezzo di enzimi e precisamente sarà l’emo a3 che stacca l’elettrone dal
citocromo c e lo manderà all’ossigeno molecolare (nell’intermezzo l’elettrone soggiorna sull’emo a,
quindi l’emo a è come l’emo c cioè fa da trasportatore di elettroni ma non è autossidabile, mentre
emo a3 è autossidabile e corrisponde al vero enzima).
Il citocromo a è formato da due parti: una che porta l’emo a3 e l’altra che porta emo a. L’emo a si
affronta al citocromo c, quindi la parte della citocromo ossidasi che guarda il citocromo c è quella
che porta emo a. Questo emo a a sua volta è legato ad un atomo di rame che varia di valenza da 2+
a 1+ e viene indicato come rame a, il quale si interpone in pratica tra la subunità che lega l’emo a e
la subunità che lega emo a3 e porta un secondo atomo di rame che è indicato come rame b, il quale
si interporrà fra l’emo a3 e l’ossigeno molecolare. Quindi il flusso di elettroni passerà dal citocromo
c all’ emo a, al rame a, all’emo a3, al rame b e poi all’ossigeno molecolare.
Per mezzo del citocromo a3, poichè questo è il vero enzima, l’elettrone passerà dal ferro del
citocromo c che si troverà in forma ridotta 2+, l’elettrone passerà all’emo a che diventerà ferro
divalente, mentre il citocromo c si riossida a ferro ++, quindi l’elettrone passa sul ferro che da
trivalente diventa bivalente, l’elettrone fluisce dal ferro bivalente dell’emo a al rame a che da
bivalente diventerà rame monovalente, successivamente l’elettrone passerà all’emo a3, il cui ferro
trivalente diventerà bivalente e da ultimo questo ferro si riossida cedendo l’elettrone al rame b che
dinuovo da 2+ passerà a 1+, questo è il destino del primo elettrone che arriva. Quindi la sequenza è:
citocromo c, citocromo a, rame a, citocromo a3, rame b, ossigeno molecolare. Il secondo elettrone
che arriva compie lo stesso tragitto ma si ferma sul ferro dell’emo a3, per cui con l’arrivo del
secondo elettrone l’emo a3 si troverà nella situazione di avere il ferro bivalente ed il rame
monovalente, in questa forma in cui tutti e due i metalli sono ridotti lega l’ossigeno e si forma
un’intermedio di natura ancora sconosciuta in cui con valenza coordinativa il ferro si lega ad un
atomo di ossigeno e il rame ad un altro atomo di ossigeno. A questo punto ferro e rame cedono
l’elettrone per cui passiamo ad un derivato di natura perossidica, in pratica quando arrivano i due
elettroni abbiamo il ferro bivalente ed rame monovalente, a questo punto legano la molecola di
ossigeno attraverso legami coordinativi deboli, ciascuno cede l’elettrone, quindi il rame cede

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l’elettrone ad un atomo di ossigeno ed il ferro cede l’elettrone ad un altro atomo di ossigeno, per cui
avromo dinuovo il ferro trivalente ed il rame bivalente perché si sono ossidati quando hanno ceduto
l’elettrone all’ossigeno, quindi si forma un derivato perossidico tra rame-ferro e ossigeno-ossigeno.
Questo è l’ultimo intermedio che hanno isolato dopo di che le sequenze non si conoscono, sta di
fatto che altri due elettroni sopraggiungono e porteranno in presenza di quattro protoni nella matrice
alla formazione di due molecole di acqua. Quindi arrivati alla sua formazione questo derivato
perossidico rimane per il momento fermo, sopraggiungono altri due elettroni i quali in presenza di
quattro protoni presenti nella matrice mitocondriale formeranno due molecole di acqua. Quindi per
la completa riduzione di una molecola di ossigeno sono necessari quattro elettroni e quattro protoni,
vale a dire due molecole di NAD ridotto o due molecole di FAD ridotto.
E'interessante ricordare a riguardo dei differenti complessi che in parte le proteine che fanno parte
dei diversi complessi vengono formate dal DNA mitocondriale, la maggior parte però è formata dal
DNA nucleare. Le proteine fatte da DNA mitocondriale fanno parte del complesso 1 e 4. Quelle del
complesso 1 con modificazioni profonde o con deficienze possono tradursi in neuropatie cioè
perdita della vista, del gusto, dell'olfatto, dell'
udito della degenerazione della componente nervosa
che prende il nome di Neuropatia ottica ereditaria di Leber, dove l' ereditarietà dipende dalla madre,
perchè il DNA mitocondriale è prevalentemente di origine materna, quindi la patologia è detta
Neuropatia ottica ereditaria materna di Leber.
La catena respiratoria è stata studiata per mezzo di inibitori che colpiscono la catena respiratoria a
livelli molto precisi.
Schematizzando molto la catena respiratoria possiamo vedere la sequenza: NADH, complesso 1,
FADH e complesso 2, convergono sul coenzima Q, il quale converge attraverso il citocromo b al
citocromo c, il quale converge al citocromo a-a3 e quindi all' ossigeno molecolare; questa è la trafila
che fanno gli elettroni e il distacco dei due protoni avviene a livello del coenzima Q-citocromo b.
Esistono delle sostanze che svolgono un' inbizione elettiva in alcuni punti della catena respiratoria e
in particolare il trasferimento del potere riducente dal NAD ridotto al coenzima Q è fortemente
inibito da amital o barbital (sono barbiturici e si assumono come sonniferi) ed erotenone, i quali
inibiscono elettivamente il passaggio del potere riducente dal NAD ridotto al coenzima Q. Il
passaggio degli elettroni dal coenzima Q al citocromo c, quindi a livello del citocromo b è
fortemente inibito da antimicina che è un antibiotico, mentre a livello del citocromo ossidasi
agiscono come inibitori: cianuro e ossido di carbonio.
Se utilizzo amital ed erotenone avrò accumulo di NAD ridotto e tutta la rimanente parte della catena
respiratoria in forma ossidata, se blocco con l' antimicina la riossidazione dei cofattori si limiterà al
coenzima Q ridotto che si accumula e la rimanente parte della catena respiratoria ossidata, se io
blocco con cianuro o con ossido di carbonio verrà bloccata la riossidazione della citocromo
ossidasi, cioè blocco il trasporto a livello dell' ossigeno molecolare. Cianuro e ossido di carbonio
hanno una elettività differente: il cianuro si lega solo alla citocromo a-a3 nella forma ferrica e
quindi bloccherà il trasferimento degli elettroni dal citocromo c al citocromo a perchè impedisce al
citocromo a di ridursi, mentre il monossido di carbonio blocca nel passaggio dalla citocromo
ossidasi all'ossigeno molecolare, quindi avremo accumulo della citocromo ossidasi nella forma
ridotta che non riesce più a riossidarsi a livello dell' ossigeno molecolare, quindi se blocco con
cianuro avrò una citocromo ossidasi ferrica che non riesce a passare nella forma ferrosa, il NAD
ridotto si accumula perchè il cianuro si lega elettivamente al ferro trivalente e ne impedisce la
riduzione a ferro bivalente, quindi blocca gli elettroni nel passaggio dal citocromo c all' emo a-a3. Il
monossido di carbonio, invece, si lega elettivamente alle forme ridotte della citocromo ossidasi,
quindi la citocromo ossidasi ha ricevuto l' elettrone dal citocromo c ma non riesce a trasferirlo
all'ossigeno molecolare, quindi a monte si accumuleranno tutti gli intermedi ridotti e non ci sarà
riduzione dell' ossigeno molecolare. Considerando la funzione del cianuro e dell' ossido di carbonio
si capiscono gli avvelenamenti dai gas di città, perchè il gas contiene cianuro e ossido di carbonio, i
quali inspirati ad alte dosi possono portare ad un blocco della catena respiratoria, il che vuol dire
alla morte cellulare. Questi sono processi reversibili, cioè se si interviene rapidamente e con

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quantità di ossigeno molto alte l'
inibitore in genere viene scacciato, ma se l'
inibitore è rimasto per
molto tempo ad una concentrazione molto alta, in genere il processo è irreversibile e subentra la
morte.

Sintesi di ATP significa fosforilazione ossidativa, mentre catena respiratoria significa ossidazione
dei cofattori ridotti con una formazione di una molecola di acqua.
Per spiegare la fosforilazione ossidativa ci sono almeno tre ipotesi, anche se due di queste nel tempo
hanno perso di significato: una era la Teoria del cambiamento conformazionale, cioè la variazione
conformazionale di proteine con sintesi di ATP, l’altra era la Teoria di un legame labile, oggigiorno
rimane valida la Teoria chemiosmotica o anche Teoria di Mitchell. Quest’ultima teoria è quella che
trova il maggior supporto sperimentale anche se non è del tutto soddisfacente, però trova supporto
nelle altre due teorie. Questa Teoria di Mitchell si basa su una osservazione sperimentale valida,
ovvero quando la catena respiratoria funziona in punti ben precisi, a livello del complesso 1-3 e 4
c’è una liberazione di protoni che a livello della matrice mitocondriale fluiscono nello spazio
intermembrana, per cui in tre punti lo spazio intermembrana si arricchisce di protoni e cioè nello
spazio che si affaccia alla NAD deidrogenasi, nello spazio che si affaccia al complesso 3 e nello
spazio che si affaccia al complesso 4. Questo cumulo di protoni porta una differenza di carica tra
l’ambiente esterno sempre più ricco di protoni e l’ambiente interno sempre più povero, per cui lo
spazio intermembrana si acidifica e lo spazio matrice si basifica. Questa differenza di potenziale fa
si che ad un certo punto le proteine di membrana che sono localizzate a livello di questi tre siti
subiscano una modificazione conformazionale che si traduce a livello della matrice mitocondriale in
sintesi di ATP. L’enzima che preordina questa sintesi di ATP è indicata come andenosin trifosfatasi
mitocondriale, terminologia che non è soddisfacente perché bisognerebbe parlare di adenosin
trifosfato ligasi cioè enzima che forma ATP. La definizione adenosin trifosfatasi mitocondriale
viene dal fatto che in particolari condizioni sperimentali l’enzima che dovrebbe formare ATP, si
trasforma, invece, in una idrolasi che scinde ATP in ADP e pirofosfato, quindi sperimentalmente
questa ATP ligasi si trasforma in una ATPasi, ma solo sperimentalmente, mentre in vivo catalizza la
trasformazione da ADP e fosfato in una molecola di ATP. Per formare questo legame ricco di
energia sfrutta il gradiente protonico che si è costruito a livello della catena respiratoria. Questa
ATP ligasi è stata isolata nel mitocondrio e risulta costruita da due parti che sono indicati come:
componente F1 e componente F0. Entrambe le componenti sono multisubunità, il complesso F1 è
formato da almeno cinque differenti tipi di catene: alfa, beta, gamma, delta ed epsilon, di cui le
catene alfa e beta sono ripetute tre volte, quindi il complesso è indicato come alfa3-beta3-gamma-
delta ed epsilon. Il fattore F0 è anch’essa una multisubunità di cui due proteine sono state
differenziate: una indicata come proteina OSCP che indica una proteina che conferisce alla ATP
ligasi sensibilità all’oligomicina, in quanto l’oligomicina legandosi a questa subunità blocca la
fosforilazione ossidativa. Una seconda proteina è stata isolata da questo complesso ed è indicata
come F6 che è un fattore di accoppiamento, cioè il fattore che accoppia il flusso di protoni alla
sintesi di ATP.
La componente F1 si affaccia alla matrice mitocondriale, mentre la componente F0 si affonda
all’interno della membrana mitocondriale. Della proteina F1 fanno da raccordo tra la parte espansa
e la parte di base le catene gamma, delta ed epsilon (che sono nella zona di restrizione, indicata
come collo), le catene alfa e beta le troviamo nella parte espansa e il sito catalitico si localizza sulle
catene beta.
E’ molto probabile che il fattore F0 funga da canale per i protoni, ossia quando la concentrazione di
protoni nello spazio intermembrana ha raggiunto un valore critico, questi protidi, interagendo col
fattore F0 ne modificano la conformazione per cui F0 si apre e permette ai protoni di fluire
attraverso il collo fino alla subunità catalitica beta. Il sopraggiungere di protoni alle subunità beta fa
si che beta modifichi la sua conformazione, passando da uno stato in cui non ha affinità per il
substrato, quindi ADP e fosfato ad uno stato che ha alta affinità per i substrati, quindi è in grado di
formare ATP, a un terzo stato in cui perde affinità per il prodotto della reazione ATP e non ha

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affinità dinuovo per i substrati a causa di modificazioni conformazionali. Quindi importante è la
condizione in cui beta diventa altamente affine per i substrati ADP e fosfato e scarsamente affine
per il prodotto della reazione ATP, per cui lega di più i fosfati che immediatamente rilascia, in
modo che il sito catalitico è pronto a legare ADP e fosfato per formare ATP. Questa continua
modificazione di forma proseguirà fin tanto che arrivano protoni, quando l’accesso di protoni si
chiude immediatamente la subunità beta ritorna alla forma di base, in cui non ha affinità per i
substrati, quindi non possono sintetizzare ATP. Quando il NAD si riduce, poiché sono tre i siti in
cui è funzionante questa fosforilazione ossidativa avremo la simultanea formazione di tre ATP,
perché sfrutta tutti e tre i siti di flusso protonico; quando il FAD si ossida, poiché sono soltanto più
due i siti di flusso protonico, avromo solo la sintesi di due ATP (manca la prima fuoriuscita di
protoni col complesso 2, cioè dipende solo dal complesso 1).
Esistono degli agenti che sono in grado di bloccare la fosforilazione ossidativa e vengono indicati
come agenti disaccoppianti, cioè questi agenti lasciano la catena respiratoria funzionante ma
bloccano la fosforilazione ossidativa per cui il mitocondrio continua a respirare attivamente ma non
riesce a sintetizzare ATP, cioè annullano il gradiente protonico. In genere sono composti carichi
negativamenti che avidamente legano protoni, nella forma protonata passano attraverso la
membrana mitocondriale interna, arrivano nella matrice dove nuovamente si deprotonano e quindi
annullano il gradiente protonico che c’è tra l’interno e l’esterno.
Un tipico agente disaccoppiante è il dinitro fenolo indicato come DNP.
Il DNP è un fenolo che ha come sostituenti due nitro gruppi, questo fenolo esiste nella forma
protonata ma anche nella forma deprotonata. Quando è deprotonato reagisce facilmente con
l’eccesso protonico nello spazio intermembrana, quindi si protona e annulla il gradiente; è un
composto fortemente lipofilo cioè passa attraverso la membrana, diffonde nella matrice dove ritorna
a deprotonarsi e quindi in questo modo annulla la differenza di carica tra l’esterno e l’interno. La
catena respiratoria continua a funzionare nel tentativo di generare il flusso protonico, ma questo
viene annullato dall’inibitore, per cui in genere con l’aggiunta del DNP il mitocondrio respira, cioè
c’è un consumo altissimo di ossigeno ma non c’è sintesi di ATP. Un altro agente che agisce come
disaccoppiante è l’oligomicina, questa proteina che fa parte di F0 che è una proteina ad alta affinità
per l’oligomicina, lega l’oligomicina e in questa forma impedisce al canale di aprirsi e quindi
impedisce lo sfruttamento del gradiente protonico, cioè blocca la comunicazione tra lo spazio
intermenbrana e la matrice, impedisce ai protoni di fluire all’interno del complesso 1 e quindi di
innescare la fosforilazione ossidativa (la catena respiratoria è attivamente funzionante).
L’oligomicina è utilizzata nello studio del meccanismo che sta alla base della fosforilazione
ossidativa.
Sulla membrana interna del mitocondrio e sul mitocondrio di alcuni tessuti vi è una proteina detta
Termogenina, la quale è coinvolta nella fosforilazione ossidativa. Questa termogenina è presente nel
cosidetto grasso bruno o grasso scuro degli animali che vanno in ibernazione, ovvero l’animale
sopravvive perché sfrutta questa presenza di termogenina per garantire una certa temperatura
corporea per impedire di morire per assideramento. Il grasso bruno è presente anche nel neonato,
con funzione simile a quella che ha negli animali che vanno in letargo, perché permette al neonato
una termogenesi, la quale non è ancora perfettamente regolata come nell’adulto.
La termogenina è una proteina dimerica che può funzionare alternativamente come canale per i
protoni. Normalmente la termogenina non può funzionare come canale e questa chiusura è data dai
nucleotidi ATP ed ADP, mentre viene forzatamente aperta dagli acidi grassi. Se il canale è aperto,
rapidamente il flusso protonico dallo spazio intermembrana ritorna alla matrice, quindi annullano il
gradiente, non c’è più sintesi di ATP e questo riflusso di protoni si traduce in un aumento di
temperatura. Quando un animale va in ibernazione sfrutta il grasso che ha depositato durante il
periodo attivo e sfrutta questo grasso proprio demolendo i trigliceridi ad acidi grassi, gli acidi grassi
vengono catabolizzati e danno energia, nello stesso tempo provocano la trasformazione della
termogenina in un canale attivo che annulla il gradiente protonico ed impedisce la sintesi di ATP in
eccesso, ma traduce questa energia in calore che serve per mantenere l’animale in vita. Per l’uomo

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adulto questa termogenina apparentemente non c’è più, anche se il dubbio è che ci sia in una forma
che non è ancora conosciuta perfettamente. In genere un individuo obeso dovrebbe essere protetto
dal freddo, in realtà, molto spesso l’obeso sente molto il freddo perché ha una termogenina che non
risponde all’eccesso di acidi grassi che stanno arrivando, quindi la sua termogenina continua ad
essere chiusa, di conseguenza c’è una sintesi di ATP che verrà utilizzata per formare altri acidi
grassi e quindi il loro tessuto adiposo continuerà a crescere, ma questo tessuto adiposo non lo
protegge dalla temperatura esterna bassa perché la termogenina non funziona come canale protonico
e quindi come generatore di calore. Questa è una curiosità che serve a spiegare alcuni dei fenomeni
che osserviamo.
METABOLISMO LIPIDICO.

-DEMOLIZIONE E SINTESI DELL’ACIDO GRASSO


-DEMOLIZIONE E SINTESI DI LIPIDI SEMPLICI E LIPIDI COMPLESSI

Da dove proviene l’acido grasso?


L’acido grasso viene da lipidi e, in particolare da trigliceridi, che sono i lipidi che vengono utilizzati
a scopo energetico (mentre i lipidi complessi che hanno una funzione costitutiva sono soggetti a un
turn over più lento e raramente il loro acido grasso viene utilizzato a scopi energetici).
Quello che utilizziamo per trarre energia è l’acido grasso contenuto nei trigliceridi e in parte nei
colosteridi, che sono i cosiddetti lipidi dinamici, cioè quelli che continuamente la cellula sfrutta,
quando ha bisogno di energia, o che deposita quando è in eccesso di energia (lipidi che concorrono
a formare il tessuto adiposo).
Questi trigliceridi possono provenire da acidi grassi derivati dalla degradazione di lipidi della
digestione (in particolare dai trigliceridi contenuti negli alimenti) oppure da acidi grassi che
provengono da trigliceridi di deposito tessutale. Quindi, quando si parla di trigliceridi, la loro
origine può essere differente: o il trigliceride è veicolato in circolo (e in questo caso è in gran parte
sotto forma di lipoproteina e l’acido grasso che compone questi trigliceridi viene dalla digestione
dei trigliceridi della dieta); alternativamente, l’acido grasso che troviamo in circolo è legato ad
albumina e viene da trigliceridi che erano nel tessuto adiposo, quindi trigliceridi di deposito da cui
l’acido grasso è stato mobilizzato.
Come si arriva formare la lipoproteina e quali sono le lipoproteine che veicolano in circolo il
trigliceride da cui noi staccheremo l’acido grasso per degradarlo? E come si forma quest’acido
grasso legato ad albumina che viene dai trigliceridi del tessuto?
Se si parla di acidi grassi che provengono da componenti della dieta, l’acido grasso è veicolato in
circolo come trigliceride legato a lipoproteina, quindi in un complesso lipoproteico, la cui origine è
da posizionarsi a due livelli, a livello dell’intestino e a livello del fegato. Quindi, i due tessuti che
più largamente concorrono a formare queste lipoproteine sono da una parte l’intestino, quindi gli
enterociti, dall’altra parte gli epatociti.
Nel caso degli enterociti, l’acido grasso è l’acido grasso che proviene dalla digestione dei
componenti della dieta.
Nel caso degli epatociti l’acido grasso che serve per formare i trigliceridi può essere acido grasso
che è derivato dal circolo, oppure viene da una sintesi ex-novo di acidi grassi che si sono formati
nel fegato.
• Utilizzo dell’acido grasso a livello dell’enterocita.
Nella digestione i lipidi che sono introdotti con l’alimentazione sono essenzialmente trigliceridi e
questi sono distribuiti in cibi di origine vegetale, in particolare agli olii (olio di oliva, olio di
semi…) oppure sono contenuti in grassi animali (il cosiddetto tessuto adiposo, cioè il lardo, ad
esempio). Nell’intestino questi trigliceridi vengono attaccati da una lipasi, che indichiamo come
lipasi pancreatica, la quale provvede a degradare il trigliceride.
Perché avvenga la digestione di questi trigliceridi, nell’intestino dev’esserci bile, che viene prodotta
a livello del fegato e immagazzinata nella cistifellea e dalla cistifellea veicolata all’intestino. Questa

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bile contiene dei tensioattivi potenti che sono gli acidi biliari, i quali emulsionano la componente
lipidica suddividendola in goccioline estremamente piccole, tali da facilitare l’attacco da parte della
lipasi pancreatica (i lipidi infatti non sono solubili in acqua, il succo intestinale è una soluzione
salina, per cui la componente lipidica si separerebbe in pratica dalla fase acquosa, cioè formerebbe
delle grosse gocce all’interno della fase acquosa, con una tensione superficiale tra lipide e acqua
notevolmente alta, che renderebbe impossibile l’avvicinamento dell’enzima deputato a degradare il
trigliceride, cioè della lipasi. Questa alta tensione superficiale porterebbe una denaturazione della
lipasi per cui non riuscirebbe ad accedere al substrato).
La presenza degli acidi biliari diminuisce notevolmente la tensione superficiale, per cui la grossa
goccia si suddivide in migliaia di goccioline piccole, di conseguenza la superficie d’attacco da parte
della lipasi viene aumentata enormemente e la tensione superficiale tra una gocciolina e l’ambiente
esterno è estremamente più bassa rispetto a quando la goccia è unica, per cui viene enormemente
facilitato l’intervento della lipasi. In più, questi acidi biliari hanno la funzione di legame all’acido
grasso a mano a mano che viene liberato dalla lipasi e quindi concorrono a mantenere un pH intorno
alla neutralità, laddove la lipasi agisce.
L’acido biliare lega l’acido grasso che man mano è formato dalla lipasi, lo sottrae dal mezzo in cui
la lipasi sta lavorando e quindi impedisce che ci sia un’acidificazione di pH nell’intorno in cui
l’enzima agisce. Questi acidi biliari sono dei tensioattivi, quindi ad alta concentrazione si
comportano come denaturanti della lipasi. L’organismo è estremamente previdente e genera una
proteina che viene indicata come co-lipasi la quale, legandosi alla lipasi, la protegge dall’azione
denaturante degli acidi biliari. Quando la lipasi viene prodotta a livello del pancreas, viene secreta
in combinazione con questa co-lipasi che, legata alla lipasi, fa da scudo all’azione denaturante degli
acidi biliari. In questo modo prevale solo l’azione benefica degli acidi biliari, cioè quella di essere
dei tensioattivi.
Come attacca questa lipasi il trigliceride? Un trigliceride è un estere di glicerolo con tre acidi grassi
(esistono anche monogliceridi e di gliceridi quando non tutti i tre ossidrili alcolici sono esterificati
con l’acido grasso). Normalmente nei lipidi componenti la dieta troviamo quasi esclusivamente
trigliceridi, in cui i tre acidi grassi esterificati in genere sono diversi, quindi sono tre acidi grassi
differenti che si legano alla molecola del glicerolo (l’unica eccezione è rappresentata dal trigliceride
dell’olio di oliva che è la tri-oleina, la quale invece è formata da tre molecole dello stesso acido, che
è l’acido oleico). In posizione normalmente troviamo un acido grasso insaturo, mentre nelle
posizione e 'l’acido grasso è saturo.
La lipasi prodotta dal pancreas è riversata col succo pancreatico nell’intestino: inizia ad attaccare il
trigliceride e riconosce sul trigliceride le posizioni e ' , non riconosce la posizione . Quindi,
attacca una prima volta in presenza di acqua il legame estere, libera l’acido grasso e forma un di
gliceride (un , digliceride). Poi attacca nella posizione ' , rompe di nuovo il legame estere e di
nuovo spacca l’altro acido grasso e forma un -monogliceride. Su questo -monogliceride la lipasi
non può più intervenire. In parte il prodotto di digestione dei lipidi viene assorbito a livello
intestinale come -monogliceride. Tuttavia il pH alcalino che esiste nell’intestino fa si che esista
uno spostamento spontaneo (quindi non mediato da enzimi) dell’acile in verso la posizione o ' .
Non appena l’acile dalla posizione si è spostato in o in ' , il legame estere è nuovamente
riconosciuto dalla lipasi e idrolizzato. In definitiva arriviamo a formare glicerolo e tre molecole di
acido grasso. Quindi, a livello intestinale l’assorbimento di un trigliceride avviene in presenza di
glicerolo e acidi grassi, oppure di un -monogliceride più acidi grassi. Gli acidi grassi a corta catena
(cioè fino intorno a otto atomi di carbonio) dagli enterociti passano direttamente al circolo; gli acidi
grassi a lunga catena, invece, non possono lasciare l’enterocita se non in forma di trigliceride.
Quindi, a livello intestinale, gli acidi grassi che sono stati assorbiti vengono ri-esterificati, quindi
trasformati in trigliceridi e, come trigliceridi, rimessi in circolo. Quando l’acido grasso è a lunga
catena, in circolo non va come acido grasso libero, ma come acido grasso esterificato con glicerolo.
Quindi passa come trigliceride in circolo e non lo troviamo libero, ma lo troviamo legato a
lipoproteine a costituire,nei riguardi delle lipoproteine formate dagli enterociti, i chilomicroni che

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sono le lipoproteine caratteristicamente prodotte dalle cellule intestinali. Gli acidi grassi liberi
arrivano all’enterocita, dall’enterocita vengono ri-esterificati, quindi trasformati in trigliceride e il
trigliceride viene incorporato all’interno di grosse molecole in parte costituite da trigliceridi, in
parte costituite da protidi che prendono il nome di chilomicroni. Quindi, quando il trigliceride
lascia la cellula intestinale è in forma di chilomicrone. I chilomicroni sono proteine a densità
bassissima in cui la componente lipidica prevale nettamente sulla componente protidica e la
componente lipidica è in larga misura formata da trigliceridi, da piccole quantità di colesterolo e
colesteridi e da piccole quantità di fosfolipidi. Nel chilomicrone abbiamo un nucleo centrale in cui
si addensano trigliceridi e in parte colesteridi, cioè lipidi fortemente idrofobici, mentre verso la
superficie sono presenti delle proteine in numero relativamente scarso, che vengono indicate col
suffisso di APOPROTIDE e in particolare, a seconda del tipo di proteina, vengono indicate con una
lettera dell’alfabeto: APOA-A, APO-B, APO-C, APO-D, APO-E, APO-F. Quindi, abbiamo un
nucleo centrale ricchissimo in trigliceridi e una periferia leggermente idrofila caratterizzata dalla
presenza di queste proteine, tra le quali l’APO-B48 è caratteristica dei chilomicroni.
APO-B48 identifica una particolare proteina che caratterizza i chilomicroni e che NON troviamo in
altre lipoproteine, perché questa APO-B48 è prodotta dalle cellule intestinali.
Accanto a queste APO-B48 esistono altre proteine di peso molecolare molto minore: le APO-C, tra
cui in particolare la APO-C2. il ruolo di queste proteine è di conferire idrofilicità alla molecola,
quindi permettere al trigliceride di essere veicolato in circolo e, in parte, di agganciare la
lipoproteina all’endotelio dei vasi in cui la proteina sta scorrendo. In pratica questa proteina fa da
gancio per la lipoproteina alle cellule endoteliali, con cui la lipoproteina ha la possibilità di
interagire: da questa interazione sarà possibile il suo rimaneggiamento.
Dal fegato vengono prodotte altre lipoproteine che indichiamo come VLDL, che vuol dire
lipoproteine a bassissima densità, le quali hanno caratteristiche molto simili ai chilomicroni e
derivano da attività degli epatociti che sono in grado di legare acidi grassi spostati in circolo dai
chilomicroni, internalizzarli ed esterificarli con glicerolo e incorporarli nelle VLDL. Gli epatociti
sono anche in grado di formare trigliceridi ex-novo, a partire da acidi grassi formati all’interno
dell’epatocita. Nelle VLDL troviamo trigliceridi dominanti (come nei chilomicroni): l’acido grasso
di questi trigliceridi può derivare da un acido grasso veicolato dal chilomicrone, che viene ceduto
all’epatocita, il quale risintetizza da quest’acido grasso il triglideride e lo incorpora nella VLDL;
alternativamente, l’acido grasso può essere sintetizzato dentro l’epatocita, trasformato in trigliceride
e incorporato nella VLDL.
Quindi, in più rispetto all’intestino, il fegato ha un’attiva sintesi di acidi grassi, i quali possono
concorrere a formare i trigliceridi che troviamo nella VLDL.
Caratteristica proteina della VLDL è l’APO-B100, che è una forma più estesa dell’APO-B48: la
massa molecolare è circa doppia rispetto all’APO-B48
Questi due tipi di proteine in circolo vanno incontro a continuo rimaneggiamento: possono perdere
trigliceridi ,perché questi vengono degradati, possono modificare la loro composizione lipidica, cioè
arricchirsi in colesteridi e in fosfolipidi, possono scambiare la componente protidica di membrana
nello scontro la lipoproteina e lipoproteina e da queste interazioni tra chilomicroni e VLDL
originano altre proteine, che sono sempre lipoproteine, indicate come LDL, HDL (non hanno
origine tessutale, ma si formano in circolo per rimaneggiamento dei chilomicroni e delle VLDL). Le
LDL sono caratterizzate da una ridotta quantità di trigliceridi e un’alta percentuale di fosfolipidi e
colesterolo. Le HDL sono ricchissime di colesterolo e colesteridi e tra tutte le lipoproteine sono le
più idrofile, cioè quelle più ricche in protidi e più povere in componente lipidica. In un campo
elettroforetico le proteine che migrano più velocemente sono le HDL che hanno una carica
superficiale più netta. I chilomicroni praticamente non si muovono perché sono fortemente
idrofobici e non risentono dell’azione del campo elettrico; poi migrano le LDL, poi le VLDL e le
HDL.
Le più veloci sono le HDL, le meno veloci i chilomicroni, con una velocità intermedia le LDL e
VLDL.

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In alcuni testi le HDL sono indicate come lipoproteine di tipo , le LDL come lipoproteine di tipo
(o -lipoproteine), le VLDL, poiché migrano davanti alle LDL, sono indicate come pre-
lipoproteine- (pre- ).
I trigliceridi presenti sui chilomicroni e le VLDL vengono mobilizazzati, quindi perdono i loro
acidi, per effetto di una lipasi, che è presente sull’endotelio dei vasi, che prende il nome di
LIPOPROTEINA LIPASI. La LIPOPROTEINA LIPASI ha la funzione specifica di attaccare il
trigliceride nella lipoproteina.
Come fa la lipoproteina lipasi che è immobilizzata nell’endotelio a riconoscere il chilomicrone che
è in transito? Lo riconosce per la presenza della APO-C2, che fa da gancio tra la lipoproteina-lipasi
e il trigliceride.Quindi, il chilomicrone mentre passa davanti alla lipoproteina lipasi viene
riconosciuto per la presenza di questo APO-C2. Legandosi all’APO-C2 la lipoproteina-lipasi
modifica la sua conformazione e diventa estremamente attiva sul trigliceride veicolato dal
chilomicrone o dalla VLDL: attacca il trigliceride e gli stacca l’ACILE in posizione o in posizione
’, mentre ha più difficoltà a riconoscere l’acile in posizione . L’acido grasso staccato dal
trigliceride è libero e viene captato immediatamente da proteine presenti sulla membrana
dell’endotelio (che fanno da recettore per l’acido grasso), diffonde nella membrana dell’endotelio,
riconosce le membrane delle cellule sottostanti l’endotelio, e in queste di nuovo si lega a delle
proteine, che riconoscono l’acido grasso e che ne permettono il passaggio attraverso la membrana
cellulare e il raggiungimento del citoplasma. L’acido grasso non è mai libero ma è sempre legato a
proteine che lo trasportano.
• Seconda origine dell’acido grasso che viene catabolizzato.
L’ acido grasso può provenire anche da trigliceridi che si sono depositati nel tessuto, quindi dal
tessuto adiposo. In questo caso l’acido grasso viene mobilizzato da una lipasi che prende il nome di
lipasi-tessutale, per contraddistinguerla dalla lipasi pancreatica e dalla lipoproteina lipasi del
circolo. La lipasi tessutale è indicata anche come lipasi ormono-sensibile.
La lipasi ormono-sensibile riconosce il trigliceride presente nel tessuto, ma è in grado di staccare da
questo trigliceride unicamente l’acido grasso in posizione di o ' , quindi forma soltanto
DIGLICERIDI e sul digliceride non è più attiva. Il digliceride verrà attaccato dalle ESTERASI
ASPECIFICHE, le quali agiscono sul legame di poliestere, in presenza d’acqua, e staccano prima
l’acile in posizione , poi quello in posizione .
Questa lipasi tessutale è indicata come lipasi ormono-sensibile perché è regolata da ormoni, in
particolare è attivata da adrenalina e glucagone e inibita da insulina. Il messaggero dell’adrenalina e
del glucagone è l’AMP-ciclico, che si comporta quale attivatore della PROTIDE CINASI A, ne
stacca le subunità catalitiche e questa protide cinasi A in presenza di ATP va a fosforilare la lipasi
tessutale, trasformandola nella forma attiva. La lipasi ormono-sensibile esiste in due forme: una
forma defosforilata inattiva, e una forma fosforilata attiva. Il passaggio dalla forma defosforilata a
quella fosforilata avviene su intervento di ATP, che va a fosforilare il residuo di Ser libero,
formando serina-fosfato: questa fosforilazione è mediata da una PKA, soggetta ad attivazione da
cAMP. Il passaggio inverso dalla forma fosforilata a quella defosforilata è mediata da una fosfatasi:
avviene una reazione di idrolisi (reazione esterasica) in cui l’enzima, in presenza di acqua, stacca il
fosfato e la lipasi ritorna nella forma INATTIVA. La fosfatasi che agisce a questo livello è
controllata da insulina. In condizioni di digiuno il glucosio come sorgente energetica perde
vantaggio perché la glicemia sta scendendo, conseguentemente la cellula per produrre ATP
mobilizza i trigliceridi dai tessuti di deposito, libera l’acido grasso e lo utilizza. Questa
mobilizzazione è garantita da una secrezione intensa di glucagone: il glucagone ha da un lato un
effetto iperglicemizzante, cioè facilita la glucogenolisi a livello epatico, dall’altra ha un’azione
mobilizzante i trigliceridi di deposito, in quanto garantisce un apporto di acidi grassi alto, in modo
da sopperire alla quantità di glucosio che è meno disponibile in condizione di digiuno. Dopo un
pasto, quando con la dieta apportiamo acidi grassi, la secrezione di glucagone è repressa e aumenta
la secrezione insulinica; conseguentemente l’insulina si porta a livello del tessuto adiposo, blocca la
lipasi tessutale e in queste condizioni va a stimolare la deposizione di trigliceridi. L’insulina blocca

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la degradazione del trigliceride in loco. Per questo l’insulina viene indicata come ormone lipogenico
(o lipogenetico): stimola la sintesi di trigliceridi e blocca la lipolisi. L’adrenalina e il glucagone
sono detti ormoni lipolitici, perché mobilizzano i trigliceridi di deposito e non sono attivi sulla
sintesi, ma promuovono una lipolisi intensa.
L’acido grasso che viene liberato dai tessuti in circolo non è veicolato legato alle lipoproteine
(perché la lipoproteina accetta solo il trigliceride), ma viene veicolato legato ad albumina
serica(cioè è legato ad una proteina che è presente in circolo, l’ALBUMINA, con la quale forma un
complesso).
Arrivata al tessuto che ha la necessità di acido grasso, l’ALBUMINA serica legata all’acido grasso
riconosce un recettore specifico sulla membrana cellulare della cellula tessutale, l’acido grasso
interagisce con questo recettore, si stacca dall’albumina, diffonde nella componente lipidica della
membrana e, immediatamente, come si libera nel citoplasma, viene agganciato da una proteina che
lo sostiene finché non verrà utilizzato (questa proteina fa da supporto, ne garantisce la solubilità e lo
veicola ai sistemi che ne determineranno l’utilizzo, cioè che attiveranno l’acido grasso e lo
avvieranno alla degradazione).
La tappa fondamentale perché l’acido grasso possa essere utilizzato è la sua ATTIVAZIONE, che
significa legare l’acido grasso al CoA nella formazione di ACIL-CoA. Acido grasso attivo vuol
dire acido grasso legato al Coenzima A. Il legame tra acido grasso e CoA è un legame ricco di
energia, la cui costituzione prevede consumo di ATP. L’attivazione dell’acido grasso può avvenire
nel citoplasma e in particolare a livello della faccia esterna della membrana esterna del mitocondrio,
oppure sulla faccia esterna della membrana del reticolo endoplasmico. In aggiunta a queste due
posizioni c’è un’attivazione all’interno della matrice mitocondriale. L’attivazione di acidi grassi a
lunga catena avviene esclusivamente a livello citosolico; l’attivazione di acidi grassi a corta catena
(fino a 8 carboni) avviene quasi esclusivamente nella matrice mitocondriale. Gli acidi grassi a corta
catena passano la membrana interna del mitocondrio (dal citoplasma si traslocano nel mitocondrio
senza problemi); invece gli acidi grassi a lunga catena non superano la barriera data dalla
membrana interna del mitocondrio e quindi dovranno essere attivati nel citosol.

L’attivazione avviene con modalità differenti nel citoplasma e nella matrice mitocondriale.
• ATTIVAZIONE CITOPLASMATICA
Avviene per gli acidi grassi in cui n sia superiore a 8 (da 10 carboni in su). Gli acidi grassi a più di
10 carboni sono largamente rappresentati dall’acido palmitico (C16), stearico (C18). L’attivazione
prevede l’intervento di una ACIL-CoA LIGASI (o ACIL CoA SINTETASI), che unisce l’acido
grasso al CoA, consumando ATP.
1° reazione.
La ligasi attacca l’ATP, lo scinde in AMP e PIROFOSFATO e trasferisce l’AMP all’acido grasso,
per cui il primo prodotto della reazione è un ACIL-ADENILATO + PIROFOSFATO. L’acile è
legato al fosfato in posizione 5 dell’AMP con un legame di ANIDRIDE (sono 2 acidi che
interagiscono fra di loro). Questo legame è ricco di energia, per cui quando si idrolizza questo
legame si ha una resa energetica pari, se non superiore, a quella del legame pirofosforico che si è
scisso sull’ATP.
La reazione dal punto di vista termodinamico sarebbe reversibile, perché degradiamo un legame
ricco di energia e ne formiamo uno ricco di energia, tuttavia la reazione è irreversibile perché
immediatamente il pirofosfato, in presenza di acqu, viene trasformato in 2 molecole di acido
fosforico ad opera di una pirofosfatasi (quindi interviene un’anidride fosfatasi che trasforma il
pirofosfato in due molecole di ortofosfato). Questa reazione è estremamente importante perché il
pirofosfato è tossico per la cellula ed è inibitore della ligasi (quindi se si accumulasse lentamente la
ligasi cesserebbe di funzionare).
2° reazione.
La lipasi prende l’acile e lo porta sul CoA, formando acilCoA+AMP. Si forma un legame
TIOESTEREO, ricco in energia che permette all’acido di entrare in catabolismo, cioè di essere

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degradato. A questo punto l’acilCoA deve spostarsi dentro il mitocondrio perché la degradazione
avverrà nella matrice mitocondriale. Il problema è che la membrana mitocondriale interna non
permette il passaggio né dell’acido grasso libero, né del coenzima A, né del corrispondente
acilCoA: il trasporto è mediato da una molecola di CARNITINA.

• ATTIVAZIONE DELL’ACIDO GRASSO NELLA MATRICE MITOCONDRIALE.


(In questo caso l’acido grasso non ha più bisogno di traslocazione, perché si forma nella sede in cui
avverrà la sua degradazione).
L’attivazione mitocondriale riguarda acidi grassi a corta catena, che attraversano liberamente la
membrana mitocondriale interna, oppure ß-CHETO ACIDI ed in particolare l’ACIDO
ACETOACETICO (che è uno dei corpi chetonici). Gli acidi grassi a corta catena sono: C2 (acido
acetico), C4 (acido butirrico), C6 (acido capronico),
C8 (acido caprilico). Per questi l’attivazione è mediata da una ligasi che si dice GTP-dipendente,
cioè utilizza come sorgente di energia GTP e lo scinde GDP e fosfato.
Per esempio, dall’acido capronico si liberano GDP e fosfato inorganico e si forma CAPRONIL-
CoA. Intermedio della reazione è l’acido grasso legato a fosfato e non legato al nucleotide.
L’enzima in un primo momento forma un capronil-fosfato, cioè un acil-fosfato intermedio, in cui il
fosfato è legato con legame di anidride al gruppo carbossilico. L’acil-fosfato intermedio è instabile
ed in un momento successivo forma Acil-CoA (in questo caso capronil coenzima A+ fosfato.). La
differenza è che il nucleotide si libera ed il fosfato rimane legato come intermedio all’acido grasso,
mentre nell’altra attivazione il nucleotide rimane legato all’acido grasso e si libera pirofosfato.
Per l’acido acetoacetico l’attivazione è mediata da una CoA transferasi che utilizza ,come donatore
di CoA, succinil-CoA (cioè CoA legato ad un acido, il succinato).
Il succinil CoA si forma nel ciclo di Krebs ed in parte è utilizzato nella reazione ligasica per
generare succinato e GTP, in parte viene dirottato verso l’attivazione dell’acido aceto-acetico. E’
importante ricordare che questa modalità di attivazione ( attivazione dell’aceto-acetato in aceto –
acetil-CoA, via succinil-CoA) non avviene nel fegato perché il fegato manca dell’enzima specifico.
Questo spiega perché il fegato non è capace di utilizzare i corpi chetonici, di degradarli ma solo di
sintetizzarli.
I tessuti periferici, invece, sono incapaci di fermare i corpi chetonici, ma sono in grado di utilizzarli
perché hanno la capacità di attivarli nel corrispondente aceto-acetil-CoA. Quindi l’attivazione
dell’acido aceto-acetico è caratteristica di tessuti quali il muscolo scheletrico, il cuore ed il cervello
che sono i tre tessuti che più attivamente utilizzano i corpi chetonici e, tra questi, nettamente più
attivi sono il muscolo ed il cuore.
In questi tessuti il succinil-CoA del ciclo dell’acido citrico può essere temporaneamente allontanato
ed utilizzato per attivare l’acido aceto-acetico, con formazione di aceto-acetil-CoA, che potrà essere
degradato, mentre il succinato ritornerà al ciclo di Krebs per continuare nella sua demolizione.
L’equilibrio è completamente spostato verso la formazione dell’aceto-acetil-CoA e non procede in
senso inverso.
Oltre ad essere attivato via succinil-CoA un’attivazione di entità molto minore può avvenire nel
citoplasma in presenza dell’acetil-CoA-ligasi che è ATP dipendente: aceto acetato + ATP,
formazione di un intermedio aceto-acetato-AMP e poi aceto-acetil CoA (cioè utilizza il sistema di
attivazione della frazione solubile). Quindi, in alternativa, l’acido acetico può essere attivato
direttamente nel citoplasma ,senza arrivare al mitocondrio, in presenza di ATP,formando aceto-
acetilCoA + AMP + pirofosfato.

• β-OSSIDAZIONE
Gli acil-CoA che si sono formati dentro la matrice mitocondriale potranno accedere direttamente al
sistema di degradazione che prende il nome di β-ossidazione ed è esclusivamente della matrice
mitocondriale (l’attivazione avviene nello stesso luogo in cui avverrà la degradazione).

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Per gli acil Coa che si sono formati nel citoplasma, si pone il grosso problema di spostare quest’Acil
CoA al mitocondrio. L’Acil CoA non passa la membrana mitocondriale interna, così come non la
passano il CoA e l’acido grasso libero. Occorre trovare un sistema che faciliti il trasporto: il
trasporto è mediato da CARNITINA.
La CARNITINA è una molecola piccola, cioè ha un peso molecolare basso ed è un derivato
dell’acido butirrico, in particolare l’acido β-OH-γ-trimetil-ammino-butirrico, in cui l’ammino-
gruppo è trimetilato. Il gruppo che lega l’acido grasso è il gruppo alcolico in posizione β. Quando la
carnicina fa da trasportatore per l’acido grasso, questo si trova legato con legame estereo (ricco di
energia) a livello del gruppo ossidrilico in β, quindi si trova sotto forma di composto indicato col
termine di acil-carnitina. La carnitina è un composto che noi forniamo attivamente. Il precursore
della carnicina è un residuo di lisina presente in proteine. Quali siano le proteine ancora non è stato
chiarito, comunque esistono proteine che portano residui di lisina, i quali fungono da precursori per
la carnitina. Immaginiamo una proteina dalla quale emerge un braccio lungo di lisina che ha l’ε-
ammino-gruppo nettamente spostato sull’esterno. La lisina viene trimetilata (cioè vengono
addizionati tre gruppi metilici che vanno a legarsi all’ammino-gruppo). Il donatore di questi tre
gruppi metilici è l’S-ADENOSIN-METIONINA, indicata con l’acronimo SAME (è una metionina
legata ad una molecola di adenosina. Il legame con l’adenosina ha la funzione di rendere labile il
metile della metionina, che può essere facilmente trasferito ad opera di metil-transferasi su composti
accettori. La S-ADENOSIN-METIONINA è la forma attiva della metionina, cioè la forma in cui la
metionina può donare il suo gruppo metilico. Ad opera di una S-ADENOSIN-METIONINA-
METIL-TRANSFERASI, il metile è staccato dalla
S-ADENOSIN-METIONINA e portato all’ammino-gruppo della Lys, reazione che si ripete tre
volte. La Lys viene così trasformata in una TRIMETIL-LISINA-PROTIDE. A questo punto la
proteina va incontro a degradazione e si libera la TRIMETIL-LISINA. Finalmente inizia la sua
trasformazione in carnitina: la prima reazione consiste in una idrossilazione, cioè l’introduzione di
un gruppo ossidrilico a livello del C β.
Quindi, sul carbonio β interviene una TRIMETIL-LISINA-IDROSSILASI, che utilizza, come
donatore dell’atomo di ossigeno che viene incorporato, ossigeno molecolare. Questa trimetil-lisina-
idrossilasi agisce in presenza di ossigeno molecolare e α-cheto-glutarato e porta alla
decarbossilazione dell’acido α-cheto-glutarico, che si allontana come CO2 e forma acido succinico,
e alla idrossilazione della trimetil-lisina, che si trasforma in un β-OH-derivato. La reazione è
irreversibile. L’enzima è un metallo protide e richiede Fe ferroso, come gruppo prostetico, e in più
vitamina C (il ruolo della vitamina C non è esattamente identificato, ma molto probabilmente agisce
come riducente nel rischio che l’ossigeno molecolare della reazione vada ad ossidare il ferro ferroso
dell’enzima : la vitamina C fa da protettore nei riguardi del ferro dell’enzima, che deve essere
assolutamente ferroso perché l’enzima possa funzionare).
L’enzima lega insieme in un primo momento la trimetil-lisina all’acido a-chetoglutarico. L’enzima
determina la mobilizzazione di un H dal carbonio β della trimetil-lisina e lo porta sul gruppo
carbonilico dell’α-chetoglutarato. Quindi, si forma questo intermedio instabile in cui abbiamo una
trimetil-lisina radicalica (perché ha perso un protone che è andato sul carbonio carbonilico). Tra la
trimetil-lisina e l’acido α-chetoglutarico così modificato, l’enzima inserisce una molecola di
ossigeno. La trimetil-lisina e l’ac. α-chetoglutarico rimangono uniti mediante questo ponte
perossidico. L’ossigeno è stato introdotto come ponte di legame tra trimetil-lisina e α-
chetoglutarato: questo è l’intermedio della reazione. Quindi, l’enzima interviene sull’acido α-
chetoglutarico e lo decarbossila, va via CO2 e si forma un intermedio instabile. A questo punto
l’enzima porta alla rottura del ponte perossidico, con liberazione di ac. succinico da una parte e
idrossi-derivato dall’altra (B-idrossi-trimetil-lisina). Questo tipo di reazione la troveremo una
seconda volta sempre nella sintesi della carnitina.

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Il β–OH-derivato adesso va incontro ad una reazione liasica, che porta alla rottura della molecola
tra il carbonio α e il carbonio β: interviene una carbonio-carbonio liasi, che spezza la molecola fra il
Cα e il Cβ e libera glicina dai carboni 1 e 2 e dalla parte rimanente un’aldeide butirrica trimetilata.
Nella reazione successiva l’aldeide butirrica viene ossidata ad acido butirrico, quindi interviene una
OSSIDO-RIDUTTASI, che utilizza come cofattore NAD: si forma NADH+H e il gruppo aldeidico
viene trasformato in carbossilico. Formiamo così l’ ac. TRIMETIL-AMMINO-BUTIRRICO.
L’enzima è di natura tiolica: il gruppo tiolico dell’enzima reagisce col gruppo aldeidico formando
un tio-emi-acetale, sul quale poi l’enzima interviene togliendo H e formando un acil-derivato
intermedio che, in presenza di acqua, si risolve nell’ ac.carbossilico (è la stessa reazione che
abbiamo visto per la gliceraldeide fosfato deidrogenasi: il gruppo tiolico si lega al gruppo aldeidico,
forma un tioemiacetale, che viene deidrogenato in presenza di NAD+ e si forma l’acile intermedio,
che poi si risolve nel gruppo carbossilico + l’enzima libero).
Quest’ultimo composto prende il nome di precarnitina, perché precede la carnitina definitiva.
Tutti i passaggi che abbiamo visto fino ad adesso, cioè fino alla formazione del precursore,
avvengono in tutti i tessuti. L’ultima reazione, invece, è esclusivamente epatica: il fegato è l’unico
tessuto in grado di formare carnitina attiva. Il precursore dalla periferia si trasloca al fegato e nel
fegato avverrà la conversione della precarnitina in carnitina attiva. Quindi, l’acido trimetil-ammino-
buttirico è il precursore della CARNITINA. Per avere la carnitina ci manca il gruppo alcolico in
posizione β della catena.
Per introdurre questo gruppo ossidrilico interviene una IDROSSILASI che agisce sull’acido
TRIMETIL-AMMINO-BUTTIRRICO e lo trasforma in CARNITINA, in presenza di ossigeno
molecolare e di α-chetoglutarato, con un meccanismo di reazione esattamente uguale a quello della
idrossilazione della trimetil-lisina. L’enzima richiede ferro ferroso, vit. C, porta alla liberazione di
CO2 e forma la carnitina e l’ac. succinico. A questo punto il fegato immette la carnitina nel circolo
e dal circolo la carnitina si distribuisce ai tessuti. Tanta carnitina entra, quanta pre-carnitina esce: se
nel tessuto non si è formata precarnitina, non entra carnitina definitiva: ogni molecola di carnitina
che entra richiede un precursore in uscita. Per la sintesi di questa carnitina ripetutamente
intervengono composti che sono per noi essenziali: la LISINA (un ammino-acido essenziale), l’S-
ADENOSIN METIONINA che utilizziamo per trimetilare e che deriva da metionina (un altro
ammino-acido essenziale), la vitamina C. Quindi, la sintesi di carnitina procede a patto che
l’alimentazione sia perfettamente armonica e cioè che nella dieta ci sia un buon apporto di proteine
(e quindi di lisina e di metionina) e di vit. C, il che vuol dire avere assunto agrumi, frutti di bosco,
le parti verdi delle piante o eventualmente anche patate (dove la vit. C si concentra sotto la buccia,
ma decade con l’invecchiamento della patata). Avendo disponibilità di carnitina ,ovunque sarà
possibile utilizzare l’acido grasso, perché la carnitina ci permetterà di traslocare l’acido grasso come
acil-CoA , dal solubile al mitocondrio. Questa traslocazione prevede il trasferimento dell’acile dall’
acil-CoA alla carnitina nel solubile con formazione di acil-carnitina + CoA. L’enzima che catalizza
questa reazione è indicato come CARNITINA-ACIL- TRANSFERASI 1 e correntemente col
termine CAT 1. Questa transferasi è localizzata sulla faccia esterna della membrana interna del
mitocondrio, cioè nello spazio intermembrana. L’acil-CoA può passare la membrana esterna del
mitocondrio perché questa non fa da setaccio. La CAT 1 prende l’acile lo lega temporaneamente a
se stessa e poi lo trasferisce alla carnitina, formando ACIL CARNITINA + CoA. Il CoA ritorna nel
citoplasma, l’acil-carnitina non si stacca dalla CAT 1, ma viene raccolta da una seconda proteina
che è localizzata sulla membrana mitocondriale e si affaccia sia sul lato esterno, sia sul lato
mitocondriale, quindi è bifacciale. Questa proteina prende il nome di ACIL-CARNITINA-
TRASLOCASI o semplicemente di TRASLOCASI ed ha la funzione di prendere l’acil-carnitina
dalla CAT 1, legarla a se stessa e ribaltarla sul lato interno della membrana interna del mitocondrio,
dove vi è una seconda CARNITINA TRANSFERASI (CAT 2), la quale provvede a trasferire l’acile
della carnitina al CoA, formando acil-CoA + carnitina. La traslocasi lega l’acil-carnitina, la ribalta
sul lato interno della membrana interna del mitocondrio, dov’è localizzata una CAT 2, la quale
prende l’acil-carnitina e il CoA e forma CARNITINA + acilCoA. L’acil-CoA adesso accede alla β-

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ossidazione, mentre la carnitina ritorna probabilmente a legarsi alla traslocasi che la porta
all’esterno. Questa traslocasi fa da importatore dell’acil-carnitina verso il mitocondrio e da
esportatore di carnitina verso l’esterno. Il pool di CoA citoplasmatico rimane esclusivamente
citoplasmatico e il pool di CoA mitocondriale esclusivamente mitocondriale, quindi il CoA del
citoplasma non comunica col CoA del mitocondrio. Possono transitare solo i gruppi ad essi legati e
il transito è garantito dalla carnitina e rispettivamente dalla CAT 1 e dalla CAT 2. La CAT 1 è
inibita da malonil-CoA, che è il precursore per la sintesi di acidi grassi.
Il composto che dà origine all’acido grasso blocca il sistema che prepara l’acido grasso alla sua
degradazione. Questo spiega perché sintesi di acidi grassi e degradazione di acidi grassi non
possono esistere simultaneamente, perché il sistema che sintetizza genera un inibitore del sistema
che demolisce. Quindi, è importante questa regolazione negativa da malonil-CoA, considerando che
malonil-CoA è il precursore per la sintesi dell’acido grasso.
La conseguenza più grave della mancanza della CAT 1 o della sua inefficienza è che nel citoplasma
si accumula acil-CoA.
Quest’accumulo fa sì che inizi la deposizione del trigliceride: la cellula non riesce ad utilizzare
l’acido grasso, lo immagazzina come trigliceride e come conseguenza il tessuto si infarcisce di
trigliceridi. E’ un’anomalia che colpisce soprattutto il muscolo scheletrico e si parla di STEATOSI
MUSCOLARE, cioè il muscolo si impregna di materiale lipidico. Il muscolo non riesce ad
utilizzare gli acidi grassi che sono la sorgente primaria da ATP per il muscolo. I soggetti portatori di
questo deficit hanno un’estrema difficoltà nell’esercizio fisico, una deambulazione lenta, spesso
presentano danni anche a livello epatico e a livello cerebrale.
Sarebbe utile in questi casi somministrare CARNITINA? No. Potrebbe essere utile laddove
l’anomalia dell’enzima si trasformi in una ridotta affinità per la carnitina: allora, dando un eccesso
di substrato si può ottenere un piccolo vantaggio. Se, però manca la CAT1, cioè il sistema di
trasporto, dare carnitina non è assolutamente proficuo. Dare carnitina dall’esterno non serve
pressoché a niente, perché: (1) il trasporto della carnitina è regolato (tanta carnitina forniamo, tanta
pre-carnitina esce dal tessuto, quindi se do carnitina in eccesso devo presupporre che sul tessuto si è
attivata moltissimo la sintesi in modo da avere altrettanto precursore che esce);
(2) di carnitina ne forniamo in eccesso, perché in effetti nei nostri tessuti la carnitina è
prevalentemente in forma libera, anziché forma esterificata, perciò abbiamo tanta carnitina di scorta
per poter attivare l’acido grasso;
(3) data per bocca la carnitina va incontro al grosso problema del passaggio della membrana
intestinale, cioè deve entrare negli enterociti, per poi essere immessa nel circolo, e deve anche
soggiornare in un ambiente acido, quale è l’ambiente gastrico (per cui ci sono una serie di problemi
che rendono l’utilizzo di carnitina per via orale pressoché inefficace).

LEZIONE DI BIOCHIMICA 18.12.02 PROF.SSA RINAUDO

Dopo aver attivato l’acido grasso ed averlo trasportato dal lato citoplasmatico all’interno della
matrice mitocondriale ora ne prendiamo in considerazione la degradazione. Gli acilCoA, ed è
questa l’unica forma in cui l’acido grasso può essere utilizzato, accedono al processo che va sotto il
nome di beta- ossidazione così detto perché la catena dell’acido grasso prima di essere tagliata,
accorciata, subisce un’ossidazione sul carbonio beta, da cui beta ossidazione, che permetterà il
distacco dei primi 2 carboni della catena(il carbonio carbossilico e il carbonio alfa) che si
allontaneranno come acetil coenzimaA. Quindi la degradazione dell’acido grasso procede sull’ acil
coenzimaA per allontanamento di due unità di carboni alla volta sotto forma di acetil coenzimaA.
Questo acetil coenzimaA che si libera dalla beta ossidazione accede immediatamente al ciclo di
Krebs dove verrà degradato totalmente a CO2 (questo lo abbiamo visto); quindi beta ossidazione e
ciclo dell’acido citrico sono strettamente collegati e vedremo che questo collegamento è addirittura
fisico perché l’enzima che chiude la beta ossidazione è fisicamente in contatto con l’enzima che
inizia la beta ossidazione vale a dire la citrato sintasi. Come avviene questa degradazione: prevede

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due tappe di ossidoriduzione con formazione di una molecola di FAD e una molecola di NAD le
quali sono essenziali perché la catena carboniosa altamente ridotta dell’acido grasso possa andare
incontro ad ossidazione. La prima reazione in effetti è una reazione di ossidoriduzione ed è
catalizzata da un’acil coenzimaA Dh la quale provvede a ossidare la catena dell’acido grasso a
livello del carbonio alfa e beta e l’ossidazione coinvolge l’allontanamento di due atomi di idrogeno,
quindi formiamo un alfa-beta insaturo in cui la configurazione del doppio legame è in modo
specifico e definito trans, non forma l’isomero cis ma esclusivamente quello trans e in più l’isomero
alfa –beta (sono coinvolti i carboni alfa e beta della catena).
Questo acil coenzimaA agisce sulla catena dell’acido grasso, sottrae due atomi di idrogeno fra il
carbonio alfa e quello beta e forma l’alfa- beta trans- insaturo corrispondente indicato anche come
di-idroacilcoenzimaA( alfa beta trans acil coenzimaA). Gli idrogeni rimossi dall’acido grasso
finiscono sul gruppo prostetico dell’enzima che è un FAD; l’idrogeno che abbiamo rimosso passa
sull’enzima e va a formare l’enzima ridotto, che accetta l’idrogeno sottratto al substrato e a questo
punto, e siamo a livello dei mitocondri, avrebbe la possibilità di trasferirlo al coenzimaQ che viene
a far parte del complesso2; in effetti questo trasferimento non è diretto ma è mediato dall’intervento
di altri enzimi flavinici che lavorano in catena e son indicati come: acil coenzimaA DH l’enzima
flavinico ridotto reagisce con un secondo enzima flavinico indicato come ETF o fattore trasferente
elettroni che accetta gli elettroni e lascia in soluzione il protone, non sappiamo esattamente ma è
probabile che accetti solo gli elettroni e rilasci i protoni, lascimolo per adesso indefinito, questo
ETF porta anch’esso legato Fad, quindi ho un’enzima flavinico, il quale si trasforma e porta alla
ossidazione dell’ acilcoA DH che torna in forma ossidata e questo ETF porta il suo gruppo
prostetico ridotto. A sua volta questo ETF ridotto è substrato per un terzo enzima flavinico che
prende il nome di ETF DH o ETF coenzimaQ ossidoriduttasi, questo ETF H2 reagisce con un
secondo enzima flavinico in presenza di coenzimaQ e in pratica forma ETF più coQ ridotto.
L’idrogeno passa inizialmente dall’ETF ridotto all’enzima flavinico che si riduce e dall’enzima
flavinico ridotto viene ceduto al coenzimaQ. Quindi questa ETF coQ ossidoriduttasi è ancora una
volta un enzima flavinico che ha la funzione di ossidare ETF e di ridurre finalmente il coQ e con
questo ci colleghiamo alla catena respiratoria. Quindi in definitiva la deidrogenazione della prima
tappa della beta-ossidazione che porta alla formazione di un FAD ridotto vede l’ossidazione di
questo FAD attravesro l’intervento di 3 enzimi flavinici in catena che sono l’acilcoA DH, l’ETF e
l’ETF coQ ossidoriduttasi, da ultimo l’idrogeno rimosso dal substrato lo ritroveremo sul coQ. Tutta
questa sequenza di enzimi flavinici fanno parte del complesso 2 della catena respiratoria, quindi se
ricordate quando abbiamo parlato della catena respiratoria vi ho detto che fa parte della catena
respiratoria l’acil coA DH, adesso dovremo essere più precisi al riguardo e dire che in effetti questo
acil coA DH lavora in parallelo con altri due enzimi flavinici che sono ETF e ETFcoQ
ossidoriduttasi. In pratica sono tre flavine coinvolte nell’allontanamento dell’idrogeno dai carboni
alfa e beta dell’acido grasso e il trasferimento di quest’idrogeno al coQ. Cioè in pratica l’acilcoA
DH, che è quello che ci interessa come beta ossidazione, non ha affinità per il coQ, non riesce a
trasferire direttamente l’idrogeno al coQ, quest’affinità viene acquisita progressivamente con il
passaggio dell’idrogeno sugli enzimi flavinici. A questo punto il coenzimaQ entra a far parte del
complesso terzo ad opera del citocromo b che verrà riossidato ed andrà a ridurre il cit c, il quale a
sua volta trasferirà gli elettroni al cit a e cit a3 e questi porteranno gli elettroni all’ossigeno
molecolare. Caratteristiche di questa acil coA DH: ne sono note tre forme( una attiva su acilcoA a
corta catena,fino a 3 massimo4 atomi di carbonio; un secondo tipo attivo su acidi grassi a catena
intermedia, da6 a 10-12; un ultimo tipo attivo su acidi grassi a lunga catena, in pratica porta alla
ossidazione dell’acido palmitico, stearico,benico, che sono anche i più frequenti all’interno dei
nostri lipidi), sono tutti enzimi tiolici.
Con la prima reazione abbiam formato la prima molecola di cofattore ridotto, questo cofattore sarà
FAD. Secondo momento: il prodotto della reazione, alfa-beta trans acil coA, non si libera nella
matrice ma viene coinvolto immediatamente nella seconda tappa della beta ossidazione che è
catalizzata da una idratasi (una idroliasi) la quale aggiunge acqua sul doppio legame e forma

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l’idrossiacilcoA derivato corrispondente. Sulla alfa-beta trans deidroacilcoA interviene adesso una
liasi che sarà una idroliasi , la quale addiziona acqua sul doppio legame, indicata anche come enoil
idratasi, satura il doppio legame e forma un beta idrossi derivato. Importante: con la formazione del
beta idrossi derivato si crea un carbonio asimmetrico, l’enzima è altamente stereospecifico, perché
orienta l’ossidrile (nell’aggiunta dell’acqua) che si aggiunge al carbonio asimmetrico in modo tale
che si trovi a sinistra del piano della molecola e sia un L derivato, in più riconosce il carbonio beta e
non il carbonio alfa, quindi forma un L beta idrossi acil coA. L’enzima aggiunge acqua al doppio
legame, aggiunge l’idrogeno sul carbonio alfa e l’ossidrile dell’acqua sul carbonio beta orientandolo
a sinistra del piano della molecola, si è creato un carbonio asimmetrico e un L beta idrossi acil
coA(perché ha la configurazione dell’aldeide L glicerica e l’ossidrile è in posizione beta). Questa
reazione è estremamente importante perché si è creato un gruppo alcolico secondario e i gruppi
alcolici secondari sono facilmente ossidabili; esistono un elevato numero di ossidoriduttasi che
agiscono sui gruppi alcolici secondari,in particolare interverrà un enzima specifico che prenderà il
nome di L beta idrossi acil coA DH che utilizza come cofattore NAD.
Tappa successiva, nuova reazione di ossidazione, interviene una Lbeta idrossi acil coa DH che usa
come cofattore NAD; come enzima NAD dipendente toglie come ione idruro l’idrogeno legato al
carbonio e lo manda sul NAD e forma NAD ridotto, manda in soluzione come protone l’idrogeno
legato al gruppo alcolico. In questo modo il gruppo alcolico secondario diventa un gruppo
chetonico e formiamo un beta cheto acil coA e l’idrogeno rimosso lo ritroviamo sul NAD come
NAD ridotto. Vale la solita regola degli enzimi NAD dipendenti in di fronte un gruppo alcolico
l’enzima toglie come ione idruro l’idrogeno legato al carbonio e mette in soluzione come protone
l’idrogeno legato all’ossigeno. In conseguenza di questa reazione formiamo un beta cheto acil coA
e una molecola di NAD ridotto. Caratteristiche di questa diedrogenasi enzima: e altamente
stereospecifico, perchè riconosce esclusivamente la forma L e la forma beta, quindi perché l’enzima
riconosca il substrato questo deve avere l’ossidrile alcolico a sinistra del piano della molecola(unL
derivato) e il gruppo chetonico deve essere in posizione beta. L’enzima non riconosce i D beta
idrossiacilcoA che addirittura sono inibitori per l’enzima(per un meccanismo competitivo). La
reazione è reversibile, cioè può andare tanto nel senso dell’ ossidazione che nel senso della
riduzione. In effetti perché la reazione vada in favore del chetoacido dobbiamo essere a pH
superiore di quello fisiologico , cioè in genere la reazione si sposta verso destra solo quando il pH è
intorno a 8 o più di 8. Ciò renderebbe la reazione impossibile nella cellula dove il pH è intorno a
7.2-7.4. L’equilibrio viene spostato in senso opposto cioè va verso l’ossidazione anche a pH7.2-7.4
dalla presenza del magnesio: in presenza di Mg l’equilibrio che a pH fisiologico dovrebbe essere
spostato in favore della riduzione, cioè il chetoacido dovrebbe diventare un idrossiacido, si sposta
invece a favore del chetoacido, nel verso della beta ossidazione perché pare che Mg sia in grado di
legare il chetoacido via via che si forma. Sottraendo dal mezzo in cui agisce l’enzima i prodotti
della reazione, l’equilibrio si sposta a favore di questa anche se l’enzima preferirebbe catalizzare
l’equilibrio inverso. Quindi essenziale perché l’equilibrio vada in favore del chetoacido la presenza
dello ione Mg, la cui funzione è di legare i gruppi chetonici a mano a mano che si formano e lo
allontana dall’intorno in cui l’enzima agisce. L’equilibrio si sposta da sin verso destra. Quindi nella
cellula è essenziale la presenza dello ione Mg perché la beta ossidazione prosegua verso la
formazione del beta chetoacido. Se per qualche motivo la concentrazione di Mg scende all’interno
del mitocondrio il rischio è che la beta ossidazione si fermi perché tende a retrocedere in senso
opposto. Ora con la formazione del beta chetoacido in pratica la beta ossidazione è soddisfatta, cioè
abbiamo ossidato il carbonio beta , ci manca l’ultima reazione che porta all’accorciamento della
catena di due carboni a seguito di un taglio che avviene fra il carbonio alfa e il carbonio beta; a
questo punto la catena viene interrotta fra il carbonio alfa e il carbonio beta ed il frammento che si
lega al coenzimaA si libera come acetilcoA e il frammento rimanente si libera come nuovo acilcoA
con due carboni in meno.
Ultima reazione della beta ossidazione: si arriva alla rottura del legame carbonio alfa- carbonio beta
nella reazione liasica ma è catalizzata da una transferasi e precisamente da una acetilcoA acil

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transferasi, la quale transferasi richiedela presenza di una molecola di coenzimaA, in questo modo
l’enzima in pratica utilizza il gruppo tiolico del coenzimaA per legarlo al carboniometilenico alfa e
forma acetilcoA e lega il corrispondente acile al coA formando un nuovo acilcoA con due carboni
in meno. Quindi il carbonio beta diventa il carbonio che permette il legame con la nuova molecola
di coA, si parla di acilcoA acil transferasi perché trasferisce l’acile derivante dalla rottura tra
carbonio alfa e carbonio beta a un coA. Questa transferasi spesso la indichiamo come beta cheto
tiolasi in quanto rompe a livello del carbonio beta. Non confondetela con una reazione liasica, è una
reazione di trasferimento. Essenziale perché l’enzima funzioni è la presenza di un gruppo tiolico,
l’enzima è un enzima tiolico, che porta al sito catalitico il gruppo –SH per cui è probabile che il
primo intermedio della reazione sia l’acile legato al gruppo tiolico dell’enzima con formazione
dell’acetilcoA quindi in un primo momento l’enzima usa il suo gruppo tiolico per rompere il legame
carbonio2-carbonio3, libera in soluzione acetil coA e sull’enzima si forma il nuovo acile con due
carboni in meno, si forma acil-Senzima intermedio; acil-Senzima a sua volta trasferisce l’acile al
coA e forma acilcoA. Quindi l’intermedio della reazione è un acil-enzima che ha due carboni in
meno rispetto alla catena di partenza. Importante: la betachetotiolasi è a stretto contatto con la
citrato sintasi per cui l’acetilcoA che viene liberato nel corso della reazione in pratica fluisce dalla
betachetotiolasi alla citrato sintasi quasi senza soluzione di continuità, il che rende la relazione beta
ossidazione- acido citrico estremamente proficua perché il prodotto della reazione non diffonde
nella matrice ma immediatamente viene incanalato nel ciclo dell’acido citrico. Tra beta ossidazione
e ciclo dell’acido citrico c’è una continuità fisica garantita dall’interazione della betachetotiolasi
con la citrato sintasi. Aquesto punto acilcoA con due carboni in meno ritorna alla prima reazione
della beta ossidazione e va incontro di nuovo a una reazione di ossidazione, reazione liasica,
deidrogenasica e successivamente transferasica e alla fine formeremo una nuova molecola di
acetilcoA con una catena che avrà due carboni in meno. Ogni ciclo della beta ossidazione porterà al
distacco di due unità di carboni e si andrà avanti fino all’esaurimento della catena. Considerando un
acido grasso a18 carboni quali l’acido stearico, quanti cicli dovrò compiere per arrivare alla
completa demolizione dell’acido stearico? 8 perché l’ultimo avrà 4 carboni che si scinderanno in 2
acetilcoA. Dovrò fare 8 beta ossidazioni per formare 9 molecole di acetilcoA. Attraverso la beta
ossidazione l’acido stearico verrà convertito in 9 molecole di acetilcoA: volendo fare un calcolo di
quanto rende in termini di ATP un acido grasso farò il calcolo della resa energetica sulla base del
numero di molecole di NAD e FAD si formano per ogni giro di beta ossidazione (nel corso della
beta ossidazione non si forma ATP). In ogni giro formiamo 1 NAD e 1 FAD, per cui in 8 cicli di
beta ossidazione avrò formato 8 molecole di NAD ridotto e poiché riossidare una molecola di NAD
rende 3 ATP avrò 3x8=24; poiché riossidare un FAD rende 2 avrò 16. In totale nella beta
ossidazione dell’acido stearico avrò formato 40 molecole di ATP. Tenendo presente che il peso
molecolare dell’acido stearico è molto vicino a quello del glucoso, ci si rende conto di quanto la
degradazione preliminare dell’acido stearico sia più proficua della degradazione preliminare del
glucoso che nella via glicolitica formava 2 ATP. C’è una resa energetica molto più alta inoltre si
formano 9 molecole di acetilcoA e degradare l’acetilcoA nel ciclo di Krebs rende (1 ciclo dell’acido
citrico) 12 ATP: 9 vengono dal NAD ridotto, 2 vengono dal FAD ridotto e una 1 ATP che si forma.
Considerando che sono 9 le molecole di acetilcoA che accedono al ciclo di Krebs e verranno
degradate ad anidride carbonica (18 CO2) dovrò fare 9x12=108 ATP. A questi 108 dovrò sommare
i 40 che vengono dalla beta ossidazione, quindi ossidare una molecola di acido grasso a18 carboni
rende circa tre volte più di quanto rende il glucoso (38 ATP), ossia 148 ATP. Capite perché nelle
diete dimagranti tolgono tutti i lipidi, proprio perché hanno un apporto energetico estremamente
elevato. Questo 148 è lordo, perché dobbiamo calcolare l’ATP che abbiamo speso per attivare
l’acido grasso:nel nostro caso è un acido a lunga catena attivato nel citoplasma per cui ATP si è
scisso in AMP e pirofosfato, che vuol dire la spesa di 2 molecole di ATP. 148-2= 146 ATP netto.
Se ho un acido a 16 carboni dovrò tener in considerazione che saranno solo 6 le beta ossidazione e 8
le molecole di acetilcoA e su questa base sarò in grado di calcolare la resa energetica qualunque sia
la lunghezza della catena carboniosa dell’acido coinvolto nella degradazione.

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Con questo chiudiamo la degradazione di un acido grasso saturo, è importante ricordare che la beta
ossidazione non si svolge soltanto nel mitocondrio ma può avvenire anche in organelli che esistono
nel citoplasma indipendenti dai mitocondri che prendono nome di perossisomi e nella loro origine
devono essere differenziazioni del reticolo endoplasmico. Per cui si parla di beta ossidazione
perossisomale. Questi perossisomi si caratterizzano per avere una concentrazione elevata di enzimi
che producono e degradano perossido di idrogeno, in particolare nei perossisomi si concentra la
catalasi, che degrada perossido di idrogeno, e la xantina ossidasi(la troveremo più avanti nella
sintesi dell’acido urico) che è un enzima flavinico ossitropo e porta alla formazione di perossido di
idrogeno. Questa via perossisomiale degrada unicamente acidi grassi a lunga catena, non è attiva su
acidi grassi a corta catena e non arriva alla totale demolizione dell’acido grasso l’enzima si arresta
su catene dalla lunghezza di 10-8 carboni. Realizza una parziale degradazione dell’acido grasso ma
non totale e gli acilcoA che residuano da questa degradazione perossisomiale dovranno tornare nel
mitocondrio per proseguire alla loro totale demolizione. Secondo non è attiva costantemente ma si
attiva in particolari condizioni come ad esempio una dieta iperlipidica che comporta una grande
disponibilità di acidi grassi, o in condizioni di digiuno prolungato, è attivata anche da alcuni farmaci
e particolarmente attiva in soggetti diabetici (nell’individuo diabetico c’è una degradazione
perossisomiale superiore a quella di un individuo normale e va di pari passo con l’aumentata beta
ossidazione nel mitocondrio). Ulteriori differenze di questa via: non è necessario il trasporto di
acilcoA via carnitina, acilcoA a lunga catena formato nel citoplasma attraversa la membrana del
perossisoma senza difficoltà; secondo, gli enzimi che intervengono nella beta ossidazione
perossisomiale hanno caratteristiche diverse dagli enzimi che intervengono nella beta ossidazione e
la prima grande differenza la troviamo nella prima reazione del processo catalizzata anche qui da
una deidrogenasi che è ancora un enzima flavinico ma ossitropo ( mentre la succinato DH è
anossitropa, questo enzima è ossitropo ossia ha affinità per l’ossigeno molecolare) quindi non si
riossida attraverso trasportatori cioè con la catena respiratoria ma si riossida cedendo direttamente
l’idrogeno all’ossigeno molecolare. D’altra parte il FAD ridotto perossisomiale non può accedere ai
mitocondri perché siamo nei perossisomi e non può attraversare la membrana del mitocondrio e
finire nel mitocondrio,per cui non sarebbe possibile riossidare l’enzima flavinico. La cellula aggira
l’ostacolo trasformando questa DH flavinica in una ossidasi (enzima flavinico ossitropo) e si
riossida cedendo direttamente l’idrogeno rimosso dal substrato all’ossigeno molecolare. Questa è la
prima grande differenza rispetto la beta ossidazione mitocondriale. Prima reazione perossisomiale è
uguale alla prima reazione della beta ossidazione mitocondriale ossia si ha la deidrogenazione
dell’acido grasso, nel corso di questa reazione interviene una acilcoA ossidasi che toglie gli
idrogeni ai carboni alfa e beta in posizione trans e forma l’alfa beta trans deidroacilcoA.
L’importante è che i due idrogeni che vengono rimossi sono accettati dall’enzima flavinico e
formano FADH2-enzima ma questo FADH2 non cede H ai trasportatori che abbiam visto
precedentemente ma lo cede all’ossigeno molecolare e si formerà una molecola di perossido di
idrogeno. L’H rimosso dal substrato passa all’enzima flavinico e all’O2 molecolare con formazione
di perossido di H, che è tossico per la cellula. Ma come detto prima i perossisomi sono ricchi di
catalasi che provvede a trasformare perossido di H in O2 molecolare e 2 molecole di acqua. L’H
passa sull’enzima flavinico e forma enzima flavinico ridotto che si riossida passando l’H non al coQ
ma all’O2 molecolare con formazione di perossido di H immediatamente degradato dalla catalasi in
H2O e O2 molecolare. Ricordiamo che la catalasi è un emo protide, è un tetramero con 4 molecole
di emo in cui la differenza profonda con l’emo dell’Hb è che il Fe è costantemente in forma ferrica,
non in forma ferrosa e non oscilla fra lo stato ferroso e lo stato ferrico. La conseguenza più grave
per questa beta ossidazione perossisomiale ai fini della resa energetica sarà: l’H non accede alla
catena respiratoria per cui non formeremo le due molecole di ATP che formiamo nella beta
ossidazione perché non c’è riossidazione del FADH2 via catena respiratoria. La beta ossidazione
perossisomiale rende per ogni giro 2 FAD in meno rispetto alla beta ossidazione mitocondriale ed in
totale la resa energetica è inferiore rispetto alla beta ossidazione normale. Successivamente la beta
ossidazione procede esattamente come nei mitocondri, per cui incontra una reazione idroliasica, poi

102
una deidrogenasi NAD dipendente e una beta cheto tiolasi che risolve la catena in acetlicoA più
acilcoA a corta catena. Procede come nel mitocondrio, la differenza è che la idroliasi e la beta
idrossi acilcoA DH non sono 2 proteine distinte ma sono un' unica proteina che nella sua catena
porta 2 regioni una ad attività idroliasica e una ad attività deidrogenasica. Altra differenza nella beta
ossidazione perossisomiale: abbiamo un enzima polifunzionale, bivalente, per una parte si comporta
da liasi per un’altra da deidrogenasi NAD dipendente. Un’altra proteina bivalente era l’enzima
tandem della demolizione del F2-6 bisfosfato che aveva attività cinasica e fosfatasica ma assume
conformazioni diverse a seconda che abbia un’attività o l’altra; in questo caso è invece come se
fossero 2 enzimi fusi insieme, da una parte idroliasi, dall’altra deidrogenasi, cioè l’enoil idratasi e la
beta idrossiacilcoA DH. Li consideriamo come se fossero 2 enzimi differenti, in realtà sono una
sola proteina con 2 siti differenti, come se 2 geni avessero dato 2 proteine fuse insieme nel processo
di sintesi. Con questo chiudiamo la beta ossidazione perossisomiale ma ci sono altre modalità di
degradazione dell’acido grasso che prevedono la omega ossidazione, la alfa ossidazione, la beta
ossidazione di acidi grassi insaturi, la formazione di acidi grassi a catena dispari di carboni durante i
processi di beta ossidazione che alla fine formeranno non acetilcoA ma propionilcoA e dovremo
parlare della degradazione dell’acido propionico.
Omega ossidazione: si tratta di una beta ossidazione che invece di procedere sul C alfa- beta
procede sull’ultimo C della catena, l’omega, vale a dire procede dal gruppo metilico, dal C che
chiude la catena dell’acido grasso e per questo viene detta omega ossidazione. Quando si preferisce
una omega ossidazione a una beta ossidazione: laddove il gruppo carbossilico sia bloccato per cui
non è possibile attivarlo con il coA e la cellula aggira l’ostacolo iniziando la beta ossidazione
dall’estremo opposto, dal gruppo metilico del C omega. Quando il gruppo carbossilico è bloccato
sotto forma di estere o quel che volete, non possiamo attivare l’acido grasso e la cellula aggira
l’ostacolo andando a ossidare il C terminale della catena dell’acido grasso. Ossida il gruppo
metilico a gruppo carbossilico e a questo punto è in grado di iniziare una beta ossidazione normale.
Come riesce a ossidare il gruppo metilico a carbossilico, questo è il problema perché si tratta di
ossidare un C fortemente ridotto quale il gruppo CH3. Nella cellula soprattutto a livello del reticolo
endoplasmico ci sono dei sistemi che sono in grado di ossidare il gruppo metilico a gruppo alcolico
primario e prendono il nome di idrossilasi, sono enzimi che attraverso un processo di ossidazione
sono in grado di ossidare il gruppo metilico ad alcolico primario. La reazione richiede la presenza di
O2 molecolare, di cui un atomo verrà introdotto nel composto che viene ossidato, e di NADP
ridotto più una serie di trasportatori che lavorano in catena. In alcuni testi questi trasportatori sono
indicati come mini catena respiratoria, anche se non hanno nulla a che fare con la catena
respiratoria, parliamo di una serie di trasportatori di elettroni che favoriranno la idrossilazione del
gruppo metilico a gruppo alcolico primario. Indichiamo con R il composto che blocca il gruppo
carbossilico non disponibile, potrebbe essere un legame diestere, comunque l’ossidazione procede
sul gruppo metilico indicato come omega. Questo gruppo metilico viene trasformato in un gruppo
alcolico primario in una reazione che prevede la partecipazione di O2 molecolare, di NAD ridotto e
si risolverà con la formazione di una molecola di acqua e il composto idrossilato. Dell’O2 che
partecipa ne ritroviamo un atomo nell’acqua, che ha usato l’idrogeno del NADP ridotto per
formarsi, e l’altro lo ritroviamo incorporato all’interno del C metilico formando un gruppo alcolico
primario. Come avviene questo passaggio, come è possibile l’idrossilazione: tra NADP ridotto + O2
molecolare e acqua + prodotto di idrossilazione dall’altra si interpongono una serie di fattori di
natura proteica, alcuni enzimi, altri semplicemente trasportatori di elettroni che facilitano questa
reazione. L’idrossilazione inizia probabilmente in presenza di NADP ridotto il quale viene ossidato
ad opera di un enzima flavinico, si forma NADP più due idrogeni, si ha riossidazione di NAD
ridotto, e l’enzima flavinico che si libera come FADH2. In alcuni testi questo flavo protide è
indicato come FP, si libera con il suo gruppo prostetico ridotto. Questo enzima flavinico si riossida
cedendo gli elettroni a una serie di trasportatori intermedi e mandando in soluzione, liberando i due
protoni. La riossidazione dell’enzima flavinico prevede l’intervento di un citocromo indicato come
B5 in alcuni casi, in altri casi il cit B5 manca e interviene un ferro protide che assolve alla funzione

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del cit B5 cioè accetta gli elettroni dal FAD ridotto. Nella riossidazione dell’enzima flavinico in
pratica abbiamo la dissociazione di 2 protoni che vanno in soluzione e di 2 elettroni che procedono
attraverso questa serie di trasportatori intermedi che possono essere un cit B5, un ferro protide, una
ferro zolfo proteina o addirittura una F-S proteina e un cit B5. Quindi ci sono diversi sistemi di
idrossilazione che utilizzano trasportatori intermedi di natura differente. L’importante è che a
livello dell’enzima flavinico abbiamo il disaccoppiamento dei protoni che vanno in soluzione e
degli elettroni che procedono lungo una catena costituita da trasportatori di elettroni che si
identificano in un cit B5 con caratteristiche di un cit B, una ferro- zolfo proteina. Da ultimo uno alla
volta questi elettroni vengono poi accettati da un citocromo che non conosciamo e prende nome di
P450, che è la vera idrosilasi, il cui gruppo prostetico ha le caratteristiche di un emo B ( il ferro
passa da valenza 3 a valenza 2 come per i cit B,C,A). L’importante di questo cit P450 è che il
gruppo prostetico è un emo B; nel momento in cui il cit P450 riceve il primo elettrone (vengono
trasferiti uno alla volta) passa dalla forma ferrica alla forma ferrosa, ed ha legato su sé stesso O2
molecolare e il substrato con il suo gruppo metilico. Allora nella forma ridotta il cit P ,ferro ferroso,
cede l’elettrone all’O2 ad esso legato e forma O2 meno, mentre il cit torna nella forma ferrica.
Forma così l’anione superossido e simultaneamente il ferro dalla forma ferrosa torna nella forma
ferrica. A questo punto il cit P450 è in grado di accettare il secondo elettrone, che viene trasferito e
il Fe ferrico diviene ferroso e di nuovo il cit P450 trasferisce l’elettrone all’anione superossido e
forma in questo caso l’anione perossido. I due elettroni trasferiti dal FAD li ritroviamo come anione
perossido sul cit P450. L’anione perossido e superossido sono tossici(perché altamente ossidanti)
ma la loro tossicità è nulla perché sono immobilizzati sul cit P450, non hanno effetto tossico perché
non sono liberi. Avendo legato l’anione perossido, il cit P450 diventa una vera idrossilasi e
richiama a sé i due protoni che erano andati in soluzione e trasferisce ai due protoni un atomo di
ossigeno e forma una molecola d’acqua,l’altro atomo do O2 lo introduce all’interno del substrato
sul gruppo CH3 e forma CH2OH. A questo punto abbiamo formato da un metile un gruppo alcolico
primario, passaggio più difficile. Ritorniamo al nostro substrato che è diventato un gruppo alcolico
primario, e per opera di una alcol DH NAD dipendente, il gruppo alcolico primario viene ossidato a
gruppo aldeidico e formiamo un al-derivato, prodotto di ossidazione dell’alcol. Dobbiamo ancora
ossidare una volta per arrivare a gruppo carbossilico e questo passaggio è garantito da una
deidrogenasi NAD dipendente, NAD che si trasformerà da ossidato a ridotto, e porta nel suo sito
attivo un gruppo tiolico. Adesso il substrato viene riconosciuto dall’enzima che trasferisce
l’idrogeno dal gruppo tiolico all’ossigeno aldeidico e la valenza che si libera si lega allo zolfo
dell’enzima e quindi formiamo un prodotto di reazione fra aldeide e un gruppo alcolico, un
tioemiacetale che simula un gruppo alcolico secondario. Ora l’enzima si comporta da vera DH e
libera l’H legato al C come ione idruro e lo manda al NAD, libera in soluzione come protone l’H
legato all’ossidrile come H+, e arriviamo alla formazione di un nuovo intermedio che sarà un acil
enzima che in presenza di acqua ricostituisce il gruppo tiolico dell’enzima e l’acile si libera come
acido carbossilico. Adesso il carbossile formato in presenza di coA e ATP verrà attivato ad acilcoA
e comincerà la beta ossidazione.
Alfa ossidazione: ossidazione del C alfa ossia il metilene adiacente al gruppo carbossilico, è
un’ossidazione importante perché porta alla formazione di alfa idrossiacidi che sono importanti
soprattutto nel tessuto nervoso dove concorrono a costituire i cerebrosidi, che sono ricchi in alfa
idrossiacidi come l’acido ossinervonico, quindi formano acidi grassi che sono indispensabili per la
costituzione di cerebrosidi, che sono glicolipidi particolarmente espressi nella sostanza bianca,
quindi li troviamo nel tessuto nervoso. In più questa alfa ossidazione è importante perché permette
la degradazione di acidi dove il C beta non sia disponibile a una beta ossidazione. Terzo è
importante nelle piante dove porta alla formazione di acidi grassi, di alfa cheto derivati che
decarbossilati daranno origine ad acidi grassi a numero dispari di C ,il che spiega la presenza nel
regno vegetale di acidi grassi a numero dispari di C, perché le piante hanno una alfa ossidazione
estremamente attiva alla quale consegue la trasformazione di un alfa idrossi acido in alfa cheto
acido che per decarbossilazione diventa un nuovo acido con un C in meno e diventa a numero

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dispari di C. Significato di questa alfa ossidazione è la creazione di alfa idrossiacidi che sono
componenti di cerebrosidi; permettere una beta ossidazione in acidi grassi in cui il C beta non sia
disponibile, ad esempio sia sostituito; formare acidi grassi a numero dispari di C particolarmente nel
regno vegetale. L’alfa ossidazione sfrutta un meccanismo analogo a quello della omega ossidazione,
in quanto trasforma un gruppo metilenico in alcolico secondario: omega ossidazione trasformava un
metile in gruppo alcolico primario, la alfa ossidazione trasforma un metilene in gruppo alcolico
secondario. Richiede la partecipazione di O2 molecolare e porta alla formazione dell’alfa
idrossiacido corrispondente. Quindi formiamo un gruppo alcolico secondario in posizione alfa. Se la
cellula ha bisogno di acido alfa ossinervonico sfrutta questa alfa ossidazione e in corpora questo acil
coA nel lipide corrispondente, nel cerebroside corrispondente. Se invece ci sono problemi con la
beta ossidazione o c’è necessità di acidi grassi a numero dispari di C questo alfa idrossiacido viene
trasformato in un alfa cheto acido attraverso una reazione di deidrogenazione. Partecipa una alfa
idrossiacilcoA DH che deidrogena l’ossidrile secondario in alfa e forma il cheto derivato
corrispondente, forma un alfa cheto acido. Quando non c’è necessità di un alfa idrossiacido ma ci
sono problemi sul C beta o devo formare acidi grassi a numero dispari di C la reazione va avanti.
Questo alfa cheto acido a cosa va incontro? Come nella glicolisi anaerobia abbiamo incontrato
l’acido piruvico, è un alfa cheto acido come l’alfa cheto glutarico a 5 C nel ciclo di Krebs, il
piruvico entra nel ciclo di Krebs e forma acetilcoA in una reazione di decarbossilazione ossidativa
in cui interviene il complesso piruvato DH; l’alfa cheto glutarato diventa succinilcoA in una
decarbossilazione ossidativa mediata dall’alfa cheto glutarato DH. La decarbossilazione ossidativa
dell’acido piruvico veniva mediata da tre enzimi che lavoravano in catena: l’enzima E1 tiamina
pirofosfato dipendente, l’enzima E2 dipendente da acido lipoico e l’enzima E3 flavinico. In
generale le alfa cheto acido decarbossilasi usano lo stesso meccanismo per trasformare l’alfa cheto
acido nell’acido carbossilico con un C in meno. Quindi interviene un sistema che funziona in modo
molto simile al sistema piruvato DH o alfa cheto glutarato DH il quale provvede a decarbossilare
ossidativamente l’alfa cheto acido nell’acilcoA con un C in meno. Per decarbossilazione ossidativa
a cui partecipano NAD e coA, libereremo CO2 e formeremo l’acilcoA corrispondente. Se il nostro
acido aveva 18 C adesso ne avrà 17 e diventerà un acido grasso a numero dispari di C. In questo il
C che prima era C metilico sulla catena originaria è diventato C alfa e il problema della beta
ossidazione viene superato perché adesso il C beta è libero, metilenico e potrà andare incontro a
beta ossidazione. Non c’è più l’impedimento di prima perché il C beta è diventato C alfa. Primo
punto interessante questa alfa cheto acido decarbossilasi di cui ne esistono tanti tipi probabilmente
in relazione alla lunghezza della catena carboniosa e sovente ce ne sono dei deficit genetici: di
conseguenza con le urine si eliminano quantità rilevanti di alfa cheto acidi e le urine assumono un
odore caratteristico, si parla di urina a sciroppo d’acero perché l’odore è molto simile a quello dello
sciroppo d’acero. Dall’odore delle urine è possibile diagnosticare il defict della alfa cheto acido
decarbossilasi. Secondo se funziona bene questa decarbossilasi forma acidi grassi a numero dispari
di C che troviamo nelle piante e dal cui catabolismo origineremo non acetilcoA ma propionilcoA
perché essendo la catena carboniosa dispari, togliendo unità a 2 C alla fine troveremo una sequenza
a 3 C e questo spiega la formazione di acido piruvico in quantità rilevanti nel regno vegetale. Terzo
serve per aggirare un eventuale ostacolo sulla catena dell’acido grasso a livello del C beta che non
permetterebbe la beta ossidazione. Questo riguarda un acido particolare che prende nome di acido
fitanico che è un prodotto di ossidazione dell’alcol fitolo che entra come componente della
clorofilla; la clorofilla ha una struttura molto simile all’emo B che abbiamo considerato però porta
legato una lunga catena carboniosa data dall’alcol fitolo. Alcol fitolo dato dall’unione di 5 unità
isoprenoidi quindi ha 20 C, queste unità isoprenoidi sono tutte sature, non ci sarà il doppio legame
che siamo soliti considerare. Dalla clorofilla questo alcol fitolo viene staccato, quando assumiamo
vegetali assumiamo dell’acido fitanico, che è il prodotto di ossidazione del fitolo che si forma
all’interno della pianta. Noi assumiamo acido fitanico e siamo in grado di trasformare fitolo in acido
fitanico in cui il gruppo alcolico primario del fitolo è stato trasformato in gruppo carbossilico.
Acido fitanico viene degradato nel nostro organismo attraverso una beta ossidazione che ha un

105
problema perché il C beta è sostituito da un metile quindi non abbiamo un gruppo CH2 ma CHCH3
questo blocca la beta ossidazione, la trasformazione in gruppo alcolico secondario. Per cui la
cellula aggira l’ostacolo facendo una alfa ossidazione, va ad ossidare il C alfa, forma l’alfa cheto
acido corrispondente. Prima attiva l’acido fitanico e forma il corrispondente coA derivato poi fa una
alfa ossidazione e trasforma il gruppo metilenico in alfa in alcolico secondario, poi ossida il gruppo
alcolico secondario a gruppo chetonico e per decarbossilazione ossidativa stacca coA e il gruppo
carbossilico come CO2 e forma un nuovo acido in cui è diventato C alfa quello che era C beta. In
queste condizioni è possibile degradare per beta ossidazione la catena carboniosa, la quale darà
origine a propionil coA. Poi secondo giro della beta ossidazione formeremo acetilcoA poi propionil
coA , acetilcoA… alternativamente e saremo in grado di degradare la catena dell’acido fitanico. Il
problema sarà degradare il propionil coA ma lo vedremo a suo tempo. In alcuni individui esiste un
deficit di questa alfa idrossilasi, in pratica non avviene l’idrossilazione del C alfa oppure si forma
l’alfa idrossiderivato ma c’è un deficit della alfa cheto acido decarbossilasi. Vi sono alterazioni
all’inizio di questo processo con il risultato che questi soggetti non sono in grado di degradare
l’acido fitanico, di conseguenza l’acido fitanico si accumula e da origine alla steposi da trigliceride,
formando lipidi atipici che sono particolarmente dannosi a livello del sistema nervoso; in effetti gli
individui portatori di questo deficit in genere sono ciechi, sordi, hanno perso la facoltà dell’olfatto,
hanno un fegato infarcito di trigliceridi, si parla di fegato steatosico, soffrono di profondi deficit
mentali. Questa è una malattia di tipo genetico che perciò colpisce il bambino. Come si può ovviare
dove la diagnosi sia fatta precocemente: eliminando dall’alimentazione tutti i vegetali ed il latte
perché la mucca mangiando fieno si porta dietro fitolo e quindi acido fitanico il quale passa nel
latte. Sono individui che possono sopravvivere a spese di un’alimentazione ristretta e precaria.
Questa patologia è indicata come patologia di Refsum (dal medico che l’ha identificata), e consiste
appunto in un deficit nella degradazione dell’acido fitanico.
Abbiamo visto che l’α-ossidazione è un processo che serve prevalentemente nelle piante per la
formazione di acidi grassi insaturi a numero dispari di carboni.
Acidi grassi a numero dispari di carboni possono essere assunti con la dieta (sotto forma di acidi
grassi saturi a numero dispari di carboni), ma si possono formare anche nei nostri tessuti sotto
forma di intermedi a tre carboni (in pratica propionil-coenzima A), o anche nel catabolismo di
alcuni amminoacidi come vedremo più avanti.
Nel caso si tratti un acido saturo a numero dispari di carboni il catabolismo porterà dunque alla
formazione di n. molecole di acetil-coenzimaA, e di una molecola di propionil-coenzimaA; ci
rimane da vedere com’è degradato questo propionil-coenzimaA.
Da dove viene l’acido propionico?
- Lo possiamo introdurre come tale nella dieta.
- Lo possiamo derivare dal catabolismo di acidi grassi a numero dispari di carboni introdotti con la
dieta (perché noi non siamo capaci di formarli)
- Si può formare dal catabolismo di alcuni amminoacidi
Questa unità a tre carboni va degradata perché il suo accumulo porterebbe alla formazione di
trigliceridi atipici con le conseguenze che ne vengono.

Come avviene il catabolismo dell’acido propionico?


Dobbiamo vedere l’acido propionico come un prolungamento della β-ossidazione, un aspetto
particolare con cui la β−ossidazione si conclude. Il problema consiste nel fatto che abbiamo tre
carboni che sono difficilmente metabolizzabili; la cellula aggira questo ostacolo producendo
sull’acido propionico (o meglio sul propionil-coenzimaA) una reazione di carbossilazione per cui da
tre carboni arriviamo a quattro carboni e formiamo l’intermedio metil-malonil-coenzimaA.
L’acido propionico, nel caso in cui si formi libero nel catabolismo di composti vari, è attivato a
proprionil-coenzimaA. Questa attivazione avviene in larga parte nella matrice mitocondriale,
trattandosi di un acido a breve catena che può passare dalla frazione solubile alla frazione

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mitocondriale. Sarà attivato a propionil-coenzima A via una ligasi GTP dipendente di cui abbiamo
parlato prima.
Il propionil-coenzima A segue poi un catabolismo del tutto particolare che prevede una
carbossilazione del carbonio metilenico per cui formiamo un acido ramificato, quindi non più a
catena lineare, che prende il nome di metil-malonil-coenzima A.
Acido propionico + CO2 reazione ligasica metil-malonil-coenzimaA
L’acido malonico è l’acido dicarbossilico a 3 carboni, che metilato forma il metil-malonil-coenzima
A. La forma che otteniamo in questa reazione è il metil-malonil-coenzima A con il metile a destra
della molecola, quindi dmetilmalonilcoenzimaA
Come avviene questa carbossilazione?
Abbiamo già visto molte volte come avvengono le carbossilazioni: prevedono l’intervento di un
enzima biotinico.
Interviene quindi una propionil-coenzimaA carbossilasi che utilizza come gruppo prostetico la
biotina.
Questa carbossilasi è molto simile alla carbossilasi che avevamo trovato all’inizio della
gluconeogenesi quando il piruvato veniva trasformato il acido ossal-acetico: ha come gruppo
prostetico biotina (in cui la catena valerianica della biotina si lega ad un radicale di lisina della
proteina formando un biotina-lisina-protide, che è l’enzima attivo).
Come abbiamo visto per la piruvato-carbossilasi la reazione prevede in un primo momento l’idrolisi
dell’ATP in ADP e fosfato. L’energia che si libera da questa reazione catalizzata dalla carbossilasi
fa sì che il bicarbonato ione si trovi legato all’azoto 1I. La reazione che costa in termine di energia è
dunque la carbossilazione della biotina, in cui il bicarbonato ione al solito è legato all’N1I
dell’anello imidazolico. Non sappiamo quali siano gli intermedi; ipotesi è che si formi un
intermedio biotina-fosfato in cui il fosfato che viene dalla scissione dell’ATP in ADP e fosfato è
legato probabilmente al carbonio carbonilico. L’anello imidazolico oscilla dunque fra due stati: uno
stato chetonico e uno stato enolico. Nella forma enolica può legare il fosfato che si forma
nell’idrolisi dell’ATP; questo intermedio biotina-fosfato è altamente reattivo e permette in un
secondo momento la carbossilazone della biotina.
Formato il carbossi-biotin-enzima questa propionil-coenzimaA carbossilasi non fa altro che
trasferire il bicarbonato ione al substrato (cioè all’acido propionico) e forma metil-malonil-
coenzimaA.
Il metil-malonil-coenzima A ad opera di un’isomerasi è convertito da d- a l- perché il d-metil-
malonil-
coenzimaA non sarebbe più metabolizzabile ed occorre una sua isomerizzazione ad l-metil-malonil-
coenzimaA, che permetterà finalmente alla reazione di procedere.
Per diventare l-metil-malonil-coenzimaA spostiamo il metile dal lato opposto e l’H dall’altro lato
formando la forma metabolizzabile. Arrivati a questo interviene un’ isomerasi che trasforma il
metil-malinil-coenzimaA (che ha una catena ramificata) in succinil-coenzimaA (che ha una catena
rettilinea), rendendo in pratica rettilinea la catena dei carboni con una reazionee reversibile.
A questo punto il succinil-coenzimaA può entrare nel ciclo dell’acido citrico e continuare nella sua
degradazione.
Come avviene questa isomerizzazione che trasforma l’ l-metil-malonil-coenzimaA in succinil-
coenzimaA?
La reazione è catalizzata da una metil-malonil-coenzimaA-isomerasi, la quale utilizza un cofattore
che ancora non conosciamo, e che è un derivato della vitamina B12 .Ci dobbiamo fermare un
momento si questo cofattore che ancora non conosciamo.

Struttura del cofattore B12


Il cofattore è una molecola estremamente complessa ed è il derivato di un composto presente in
natura, la vitamina B12, la quale non si trova nel regno vegetale, ma è prodotta quasi esclusivamente

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dai microorganismi. La nostra sorgente di vitamina B12 sono quindi o gli alimenti (il fegato è ricco
di questa vitamina) o la flora batterica intestinale che la produce.
Ha una certa somiglianza di struttura con la porfina e quindi con l’emo, di cui già abbiamo descritto
la struttura.
Le somiglianze sono che nel nucleo centrale della vitamina B12 c’è un sistema tetrapirrolico come
abbiamo visto per la porfina. La differenza fondamentale sta nel fatto che nella porfina come
abbiamo visto ci sono quattro anelli pirrolici legato da 4 ponti metilici, mentre nella vitamina B12 i
ponti metilici sono solo tre, per cui non abbiamo la porfina, ma l’eterociclo corrina come nucleo
fondamentale della vitamina B12 . Le vitamine B12 sono quindi tutte dei corrina-derivati. La
differenza consiste che nel caso dell’emo l’anello D era unito all’anello A mediante un ponte
metilico, nel caso della corrina l’anello D è legato direttamente all’anello A, senza ponte.
Caratteristica della corrina sono 4 anelli pirrolici uniti non più da 3 ponti metilici come nell’emo ma
metilenici, indicati come ponti α,β, γ ; il quarto ponte metilico che c’è nell’emo non c’è nell’anello
corrinico perchè l’anello D è collegato direttamente all’anello D mediante carboni 1I-1I .
Nell’emo avevamo inoltre 11 doppi legami coniugati , qui ne abbiamo soltanto sei e di conseguenza
la corrina ha un grado di riduzione maggiore dell’emo, è poi profondamente differente per i
sostituenti.
I sostituenti sono un po’ complicati:
- 8 gruppi metilici in posizione 1I,1,3,5,5,7,α,γ
- 3 radicali acetici che non troviamo come gruppi acetici liberi, ma come gruppo di acetammide
nelle posizioni 1,3,8
- 4 radicali di acido propionico sotto forma di propionammide in posizione 2,4,6,7
Un’altra differenza profonda sta nel fatto che al centro del sistema tetrapirrolico non troviamo ferro,
ma un atomo di cobalto da cui il nome di cobalamina che è sovente dato alla vitamina B12. Si può
trovare indicata come ciano-cobalamina perché al centro porta un atomo di cobalto e l’ammina vi
sta ad indicare cobalto. Abbiamo quindi un cobalto che è unito con valenze coordinative ai 4 azoti
degli anelli pirrolici. In più porta altre due valenze coordinative di cui una è costantemente legata ad
un gruppo che impareremo a conoscere come dimetil-benz-imidazolo-riboso-fosfato, una seconda è
invece variabile e dipende dal tipo di composto di cui dovremo parlare.
Come abbiamo detto una valenza è costantemente legata ad un nucleotide insolito, che viene a
legarsi con una molecola di riboso con una legame α-gluscosidico (anziché β-glucosidico) formato
da un benziimidazolo (imidazolo legato a benzene) legato ad un riboso che è fosforilato in 3. La
base azotata è il benz-imidazolo il cui benzene è a sua volta sostituito da due metili, quindi si partla
di dimetil-benz-imidazolo. L’azoto dell’anello imidazolico è coordinato all’atomo di cobalto. Al
benz-imidazolo e legato con legame α-glucosidico un pentoso, il riboso; il legame è α perché
l’ossidrile glucosidico è da parte opposta rispetto al gruppo alcolico primario. Si forma quindi un
benz-imidazolo-riboso. Il riboso in modo insolito è legato al fosfato in posizione 3, mentre
solitamente è legato in posizione 5, quindi abbiamo un nucleoside 3-fosfato che entra come
componente della vitamina B12. Il nucleotide sarà dunque dimetil-benz-imidazolo-riboso-3fosfato.
Quindi per mezzo dell’anello imidazolico va a coordinarsi al cobalto al centro del sistema, e per
mezzo del fosfato in 3 va a legarsi alla catena di proprionammide in posizione 7. La complicazione
è dunque ulteriore perché questo nucleotide si aggancia alla molecola della futura vitamina B12 in
due modi. L’unione del fosfato con la catena di propionammide è però mediata da un isopropanolo
intermedio. La catena di propionammide in posizione 7 si lega ad un iso-propanolo, detto iso-
perché ha la funzione alcolica secondaria anziché avere la posizione alcolica primaria. Questo
isopropanolo viene a legarsi mediante legame estere al fosfato 3 del riboso del nucleotide dimetil-
bezimidazolo-3fosfato. In alcuni testi trovate indicato che la catena propionica in 7 rimane come
acido propionico e viene a legarsi con legame ammidico ad una isopropil-ammina; altri sostengono
che in radicale sia di propionammide, e che venga a legarsi con l’isopropanolo. Il risultato è
comunque lo stesso. L’importante è che la propionammide è legata con legame ammidico
all’isopropanolo che a sua volta va a legarsi al benzimidazolo fosforilato in 3.

108
L’ultima complicazione viene dalla sesta valenza coordinativa del cobalto che può legare un
numero relativamente alto di gruppi differenti, con legame secondo alcuni covalente, secondo altri
di nuovo coordinativo. La molecola prende il nome da questi sostituenti, che possono essere
rappresentati da:
- una molecola d’acqua -- acquo cobolamina
- un gruppo ossidrilico -- idrossi cobalamina
- un ciano gruppo -- ciano-cobalamina (la vitamina B12 che assumiamo come prodotto
farmaceutico
- un gruppo metilico -- metil-cobalamina
- una 5-desossi-adenosina -- che dà il coenzima B12 di cui ci occupiamo oggi
La 5- desossi-adenosina è detta 5-desossi perché anziché avere un gruppo CH2OH in 5 ha un gruppo
CH3, e questo gruppo CH3 lo possiamo trovare come tale oppure legato all’atomo di cobalto al
centro del sistema corrinico.
Oscilla dunque tra una forma CH3, una forma CH2 radicalica, e una forma CH2-cobalto.
E’ dunque il carbonio 5 del riboso che serve ad ancorare il nucleoside all’atomo di cobalto al centro
del sistema.
Quando parlo di coenzima B12 intendo quindi la cobalamina legata a questa 5-desossi-adenosina.
Quando si parla di vitamina B12 in genere è o acquo-cobalamina o ciano-cobalamina.
In natura, come ci viene prodotta dalla flora batterica e come l’assumiamo con gli alimenti è
probabilmente una acquo-cobalamina. La ciano-cobalamina è un composto che si origina dalla
purificazione della cobalamina dai suoi stati naturali, ed è il composto che assumiamo come
prodotto farmaceutico. Durante la purificazione della vitamina B12 dalle sorgenti naturali infatti, c’è
un passaggio in cui il liquido in corso di preparazione viene filtrato attraverso del carbone animale.
Durante questo processo il carbone cede questo ciano-gruppo e a sua volta lega il sostituente
naturale che era legato in precedenza alla cobalamina.
La vitamina B12 ha un bellissimo colore rosso ed è un composto relativamente instabile in rapporto
al sistema di doppi legami degli anelli che possono andare facilmente incontro ad ossidazione.
Questo spiega perché molto spesso la vitamina B12 è conservata come liofilizzato e viene sciolta al
momento.

Come assumiamo la vitamina B12 quando ci viene importata dalla dieta?


- Trasporto della vitamina B12:
Che cosa succede a livello intestinale quando la vitamina B12, che è presente come derivato della
dieta o come prodotto dell’attività della flora batterica, riesce a passare dal lume intestinale alle
cellule intestinali?
Se assumiamo la vitamina B12 con la dieta (mangiando prevalentemente fegato che ne è molto
ricco), essa a livello dello stomaco viene legata ad un proteina particolare che è indicata come
protide0 (zero); questa proteina è prodotta dalla mucosa gastrica, lega la vitamina B12 e funziona da
protettore di questa garantendone l’integrità, proteggendola dagli eventuali danno da parte
dell’acidità del succo gastrico e ne facilita il trasporto al lume intestinale.
Arrivata nell’intestino la proteina 0 viene scambiata con un’altra proteina che prende il nome di
fattore intrinseco o fattore di Castle.
Il fattore di Castle è una glicoproteina di massa molecolare intorno a 50000 che viene prodotta dalla
mucosa gastrica, passa indenne la barriera dello stomaco dove potrebbe essere attaccata dalla
pepsina o denaturata dall’acidità del succo gastrico, arriva nell’intestino e con una forte affinità va a
legarsi alla vitamina B12 spostando il protide 0.
Il complesso vitaminaB12-fattore di Castle può essere riconosciuto da un recettore presente sulla
membrana degli enterociti che riconosce il complesso e trasloca attraverso la membrana solo la
vitamina B12, lasciando il fattore di Castle nell’intestino. Questo vale sia per la vitamina B12 assunta
con la dieta che per quella prodotta dalla flora batterica intestinale. Il fattore di Castle è l’unico
metodo per cui la vitamina B12 può essere assorbita. E’ un assorbimento lento, e la quantità di

109
vitamina B12 trasportata è molto piccola, sull’ordine di microgrammi. Il fabbisogno giornaliero è in
effetti molto piccolo ( 1-2 microgrammi al giorno) e in genere è prodotto dalla flora batterica, se
questa è attiva. Il problema insorge quando si fa uso di una terapia antibiotica, durante la quale si
può dunque andare in carenza di questa vitamina.
Dagli enterociti la vitamina B12 si sposta al fegato, e dal fegato verrà smistata nei tessuti periferici.
In circolo essa non è mai libera, ma sempre legata a proteine di trasporto che prendono il nome di
trans-cobalamine. Queste trans-cobalamine sono presenti in diverse isoforme I, II, III, e hanno la
funzione di veicolare la vitamina B12 ai tessuti dove svolgerà la sua funzione. Legata quindi alla
trans-cobalamina, la vitamina B12 arriverà ai tessuti dove sarà riconosciuta da un recettore presente
sulle cellule tessutali. Passa in questo modo la membrana citoplasmatica ed arriva all’interno della
cellula, dove finalmente sarà convertita nel cofattore B12 in un processo complesso, non ancora
conosciuto nei suoi dettagli, a cui partecipano adenosina trifosfato, NADP ridotto e glutatione
ridotto.
E’ dunque sicuramente un processo di ossido-riduzione che incorpora la 5-desossi-adenosina
all’interno della cobalamina. A livello tessutale la vitamina B12 funge come cofattore di reazione
enzimatiche. Nella forma che vediamo oggi (cioè legata a 5-desossi-adenosina) forma il coenzima
B12,in un’altra forma, che troveremo più avanti nel metabolismo degli amminoacidi e in particolare
nel metabolismo della metionina, la vitamina B12 interverrà sotto forma di metil-cobalamina, e in
questo caso farà da trasferente per il gruppo metilico.
Il deficit di vitamina B12, anche se non spiegato nelle sue cause, porta ad una malattia nota come
anemia perniciosa, che è caratterizzata dalla presenza in circolo di forme immature dei globuli rossi.
L’insufficienza di vitamina B12 può essere generata da:
- difetto di produzione da parte della flora batterica
- difetto di alimentazione ( ne assumiamo troppa poca con la dieta)
- manca il fattore di castle. Ad esempio nella resezione gastrica a seguito di tumore gastrico lo
stomaco viene asportato e sovente in queste condizioni si va in difetto di fattore di Castle, e
conseguentemente l’assorbimento intestinale della vitamina B12 diventa estremamente precario.
In genere viene quindi somministrato per via orale in forma di capsule protette e si sopperisce in
questo modo al deficit.
- malfunzionamento dei recettori può essere sia a livello intestinale che tessutale. E’ dovuto ad un
difetto del recettore e può riguardare una scarsa affinità per la vitamina B12 (il recettore non la
lega) o una eccessiva affinità ( non viene rilasciata all’interno della cellula).
- Difetto delle trans-cobalamine. Esistono infatti indicazioni di anemia perniciosa in cui le trans-
cobalamine non funzionano.
- Difetto nella sintesi della 5-desossi-adenosina. In questo caso la vitamina B12 c’è, ma non
formiamo il cofattore.

I difetti sono dislocati a livelli differenti, ma la sintomatologia più frequente è sempre anemia
perniciosa. Chiarita la struttura della B12, vediamo adesso come funziona questo cofattore. Abbiamo
detto che è coenzima di questa metil-malonil-coenzimaA-isomerasi , quindi un’entità che si lega
labilmente all’enzima. La funzione di questo coenzima è tutta legata alla 5-desossi-adenosina, e in
particolare a quel gruppo CH3 che può diventare CH2 radicalico o legarsi all’atomo di cobalto.
La reazione di isomerizzazione prevede come primo momento il distacco di uno degli H del gruppo
metilico (uno degli H del gruppo CH3 che costituisce la catena laterale), il quale dall’enzima viene
orientato verso il carbonio 5 della 5-desossi-adenosina, e trasforma il gruppo CH2 in un gruppo CH3.
Con questo viene temporaneamente interrotto il legame con il cobalto, ed abbiamo una 5-desossi-
adenosina con il gruppo CH3.
Di conseguenza il carbonio metilico che ha perso l’idrogeno rimane come carboanione. A questo
punto l’enzima trasferisce in blocco il gruppo COS-coenzimaA, formando il primo intermedio della
reazione. Sarà di nuovo un intermedio radicalico in cui è diventato radicalico il carbonio che prima
legava il gruppo metilico.

110
Come ultimo passaggio l’idrogeno che era stato ceduto alla 5-desossi-adenosina viene richiamato
sul carboanione formando succinil-coenzimaA. L’H lascia il metil-malonil-coenzimaA staccandosi
dal guppo metilico e ritorna sulla catena a 4 carboni legandosi al carbonio metilico originario. In
questo modo la catena da ramificata diventa rettilinea.
Formato il succinil-coenzimaA questo accede al ciclo di Krebs e va avanti nella sua degradazione.
Un difetto in questa metil-malonil-coenzimaA mutasi porta inevitabilmente ad un accumulo di
metil-malonil-coenzimaA . Questo viene secreto nelle urine sotto forma di acido metil-malonico,
che in questo caso si accumula nelle urine e si parla di una metil-malonico-aciduria. Le urine
inacidiscono perché l’acido metil-malonico è relativamente forte, e assumono anche un odore
caratteristico che ne permette il riconoscimento.
Il difetto della metil-malonil-coenzimaA mutasi può riguardare:
- la proteina che non viene sintetizzata (il gene si è inattivato)
- il gene produce una proteina che non funziona
- il soggetto ha difficoltà a formare la 5-desossi-adenosina e legarla alla cobalamina
- deficit di vitamina B12
Il difetto può essere dovuto a deficit differenti, il più frequente è quello dovuto ad un deficit della
proteina stessa.
Gli acidi grassi a numero dispari di Carboni concludono il loro catabolismo via metil-malonil-
coenzimaA; allo stesso modo amminoacidi che nel loro catabolismo formano acido propionico
concluderanno il loro catabolismo via metil-malonil-coenzima A; gli amminoacidi che nel loro
catabolismo producono direttamente metil-malonil-coenzimaA, finiranno anch’essi a succinil-
coenzimaA ed entreranno nel ciclo dell’acido citrico.

Catabolismo di acidi grassi a catena ramificata


Per continuare sul filo del metil-malonil coenzimaA vediamo ora il catabolismo di acidi grassi a
catena ramificata, non più a catena lineare, in cui questo catabolismo dell’acido propionico
interviene ripetutamente.
Sono tre gli acidi grassi che dobbiamo considerare, che formiamo nel catabolismo di tre
amminoacidi, e precisamente dei tre amminoacidi ramificati.
Gli amminoacidi che formano acidi grassi a catena ramificata sono la valina, la leucina e la
isoleucina . E’ importante ricordare, oltre a questa caratteristica di essere a catena ramificata, sono
aminoacidi altamente idrofobici e sono tutti essenziali, vale a dire noi non possiamo sintetizzarli e
quindi parleremo soltanto del catabolismo e non della sintesi.
Comune a tutti questi aminoacidi come primo passaggio nel catabolismo si ha l’allontanamento del
gruppo amminico, che avrà per reazione di transaminazione. Quest’ultima reazione comporta la
formazione del chetoacido corrispondente quindi formeremo gli α-chetoacidi corrispondenti.
Dalla valina formeremo l’acido α-cheto-iso-valerianico, dalla leucina l’acido α-chetoisocapronico
(perché a sei carboni), e dalla isoleucina formeremo l’acido α-chetoβ-metil-valerinico (perché ha
cinque carboni).
Siamo in presenza di alfachetoacidi. Quale destino avranno comune a tutti e tre? Come nel caso del
piruvico, e dell’α-chetoglutarico vanno incontro a una decarbossilazione ossidativa per cui in
presenza di coenzimaA, e di NAD, con la liberazione di CO2 , formeranno i corrispondenti acil-coA
con un carbonio in meno.
- valina −−−−− α-chetoisovalerianico −−−− isobutirril-coenzimaA
- leucina −−−−− α-chetoisocapronico −−−−− isovalerianil-coenzimaA
- isoleucina −−−−− α-chetoβ-metil-valerinico −−−−− β-metil-butirril-coenzimaA

Quando parlo del catabolismo degli acidi grassi a catena ramificata, mi riferisco a questi tre
coenzimaA derivati che derivano dal catabolismo dei tre amminoacidi a catena ramificata valina,
leucina e isoleucina,.Di questi vediamo il catabolismo:

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Isobutirril-coenzimaA
Il catabolismo dell’isobutirril-coenzimaA segue una β-ossidazione classica, anche se a vederlo
sembra essere diversa da una β-ossidazione.
- La prima reazione segue la β-ossidazione per l’appunto, ed è un reazione di deidrogenazione tra
carbonio α e carbonio β. Interviene la solita acil-coA-deidrogenasi che è attiva su acidi grassi a
breve catena e deidrogena tra i due carboni.
- La seconda reazione segue anch’essa una β-ossidazione classica, con l’intervento di una idratasi
che aggiunge H2O, al solito aggiungendo l’ossidrile in β e l’idrogeno in α. Si forma dunque un
metil-acrilil-coenzimaA (perché l’insaturo CH2-COOH è l’acido acrilico) e un acido propionico
idrossi-metil sostituito, quindi idrossi-metil-propionil-coenzimaA.
- La terza reazione segue sempre la β-ossidazione. L’enzima interviene sul gruppo alcolico e
toglie idrogeno. Il gruppo alcolico viene dunque ossidato a gruppo aldeidico con la formazione di
un’aldeide, e con la liberazione di NADH + H+. Il prodotto della reazione viene indicato come
semialdeide metil-malonica, perché sarebbe un acido malonico legato a coenzimaA (il
dicarbossilico a tre carboni è l’acido malonico), e quindi un metil –malonil-coenzimaA, in cui però
uno dei due gruppi carbossilici è in forma di aldeide. Siccome i carbossili sono due in effetti questa
catena a tre carboni può essere presente come mono-aldeida o di-aldeide. Viene quindi indicata
come semialdeide-metil-malonica, sotto forma di metil-malonil-coenzimaA sostituito.
- Con l’ulteriore ossidazione del gruppo aldeidico si arriva all’acido carbossilico e si forma
l’acido metil-malonico. Ci discostiamo quindi effettivamente dalla β-ossidazione perché facciamo
un’ossidazione in più ed arriviamo a formare il metil-malonil-coenzimaA, che via coenzima B12
diventerà succinil-coenzimaA ed entrerà nel ciclo di Krebs.

La valina quindi nel suo catabolismo entra poi nel catabolismo dell’acido propionico a livello del
metil-malonil-coenzimaA.

Isovalerianil-coenzimaA
Il catabolismo dell’isovalerianil-coenzimaA è il più difficile da seguire. Siamo di nuovo in presenza
di una catena ramificata, in cui abbiamo carbonio α e carbonio β. Esaminando attentamente questa
molecola ci si accorge che il carbonio β ha un sostituente metilico (perché non è CH2, ma è CH-
CH3 ), e questa ramificazione sul carbonio β rende impossibile la β-ossidazione, per cui ad un certo
punto dovremo prendere un’altra strada.
- La prima reazione segue comunque la β-ossidazione, ed è una reazione di deidrogenazione che
qui è possibile tra carbonio α e carbonio β. Formiamo un intermedio insaturo che prende il
nome di metil-crotonil-coenzimaA.
- La seconda reazione si discosta invece dalla β-ossidazione perché prevede una reazione di
carbossilazione su uno dei gruppi metilici, al fine di rendere possibile la degradazione ulteriore
della catena. Se io andassi avanti con un reazione idroliasica, si formerebbe un gruppo alcolico
terziario ed un gruppo metilenico. Il gruppo alcolico terziario non potrebbe più essere ossidato dalla
β-idrossi-acil-coenzimaA-deidrogenasi, quindi la β-ossidazione si fermerebbe. Si aggira l’ostacolo
andando a carbossilare uno dei gruppi metilici. Interviene una carbossilasi ATP-dipendente, e
quindi che di nuovo richiede come gruppo prostetico la biotina (come abbiamo visto oggi per
l’acido propionico) la quale agisce aggiungendo un gruppo carbossilico su uno dei due gruppi
metilici in catena laterale, con l’utilizzo di CO2. Si forma un nuovo intermedio che prende il nome
di glutaconil-coenzimaA.
- A questo punto si rientra temporaneamente nella β-ossidazione, interviene l’idroliasi che
addiziona H2O, e forma il β-ossi-β-metil-glutaril-coenzimaA. Questo intermedio è da tenere
presente perché lo ritroveremo nella sintesi del colesterolo, con la differenza che il catabolismo

112
della leucina è mitocondriale (infatti abbiamo la β-ossidazione), mentre la sintesi del colesterolo
avviene nella frazione solubile (quindi i due compartimenti sono separati). Questo stessi intermedio
lo troveremo anche domani nella sintesi dei corpi chetonici, che avviene anch’essa nei mitocondri.
- Usciamo di nuovo dalla β-ossidazione perché su questo intermedio interviene una carbonio-
carbonio liasi, che taglia tra il carbonio α e il carbonio β e porta alla formazione di: dal carbonio 1 e
2 acetil-coenzimaA, e dai carboni rimanenti acido acetacetico. L’acido acetacetico fa parte dei corpi
chetonici e la leucina viene indicata coma amminoacido cheto-genetico appunto perché genera nel
suo catabolismo corpi chetonici.
- Se il processo è avvenuto nel fegato l’acido acetacetico non è più metabolizzabile da parte del
fegato, ma verrà mandato in circolo e poi sarà trasformato nei tessuti periferici. Anche qui siamo
giunti a trasformare l’acido grasso in una catena lineare.

β-metil-butirril-coenzimaA
Il catabolismo del β-metil-butirril-coenzimaA è semplice perché segue esattamente la β-
ossidazione, perché il carbonio β è libero, mentre è impegnato il carbonio α che però non ci darà
fastidio.
- la prima reazione è di deidrogenazione. Si crea un doppio legame in configurazione trans e si
forma il primo insaturo corrispondente indicato come α-metil-crotonil-coenzimaA
- la seconda reazione è una reazione idroliasica. Il doppio legame è saturato con H2O, e
l’ossigeno si posizionerà in β, mentre l’idrogeno in α, α−metil−βidrossi-butirril-coenzimaA
- nella terza reazione interviene NAD+, ed è una reazione di deidrogenazione. Si forma un α-
metil-β-cheto-butirril-coenzimaA
- nell’ultima reazione per aggiunta di una molecola di coenzimaA, in una reazione β-cheto-
tiolasica, interviene una transferasi che trasferisce le unita CH3CO al coenzimaA e forma una
molecola di acetil-coenzimaA, mentre dai rimanenti carboni formeremo propionil-coenzimaA.
L’acetil coenzimaA entra nel cilclo di Krebs, e il propionil-coenzimaA diventa metil-malonil-
coenzimaA e successivamente succinil-coenzimaA che entra nel ciclo di Krebs.
Il propionil-coenzimaA, oltre alla conversione in metil-malonil-coenzimaA, segue anche una via
collaterale, meno frequente, ma comunque presente nei tessuti, che prevede una prima
deidrogenazione a carico del propionil-coenzimaA che forma un acrilil-coenzimaA. Su questo
interviene un idroliasi che aggiunge H2O e forma β-idrossi-propionil-coenzimaA. Segue una
reazione di ossidazione del gruppo idrossi-metilico a gruppo aldeidico. Si forma un intermedio
aldeidico che è indicato come semialdeidemalonica (attivata perché vi è attaccato il
coenzimaA), la quale per ulteriore ossidazione diventa malonil-coenzimaA . Questo intermedio
è un inibitore della CAT1 e d’altra parte dà inizio alla sintesi degli acidi grassi. Attraverso
questa via il metabolismo degli amminoacidi si collega con il metabolismo degli acidi grassi.

BIOCHIMICA: LEZIONE DEL 20/12/2002

• ARGOMENTI: - catabolismo di acidi grassi insaturi;


• chetogenesi e chetolisi;
• triglicereidi;
• metabolismo di acidi grassi.

• LEZIONE:

Vediamo il catabolismo degli acidi grassi insaturi tra cui vi è l' acido oleico monoinsaturo e altri
acidi polinsaturi di cui l'
uomo non è capace di sintesi e necessità perciò dei precursori racchiusi nel
gruppo delle vitamine F essenziali perché coinvolti nella coagulazione e nelle reazioni allergiche;

113
alcune di questi sono ormoni in processi non ben conosciuti (ormoni che risultano dalla
modificazione degli acidi grassi polinsaturi).
Da tali acidi grassi l' uomo sintetizza l' ac. arachidonico da cui ottengo i seguenti ormoni: i
trombossani, coinvolti nella coagulazione del sangue, cioè nell' aggregazione delle piastrine, le
prostaglandine, le prostacicline e i leucotrieni responsabili della reazione allergica.
Acidi grassi polinsaturi:
(-acido oleico: ha 18 carboni ed è monoinsaturo in C9);
-acido linolico o linoleico: ha 18 carboni ed è insaturo in posizione 9 e 12 ("delta" 9 e "delta"12);
-acido linolenico: anch' esso ha 18 carboni ed è insaturo in posizione 9, 12, 15.

La parte comune ai tre acidi elencati è il doppio legame in posizione 9.


I probleme sorgono nella loro "beta"-ossidazione essendo essi doppi legami in cis e non venendo
perciò riconosciuti, a differenza dei trans, dall' idratasi enoilidratasi (da ricordare che nella prima
reazione della "beta" ossidazione che l' acil CoA DH forma l' alfa-beta-trans insaturo). Il doppio
legame cis non può essere idratato (con acqua) e perciò degradato; seconda osservazione: avendo
già un'insaturazione, l' acido grasso insaturo salta la prima tappa della beta ossidazione (l' acil CoA
DH) e per ogni doppio legame formeremo cosi un FADH2 in meno (avendo già 2 idrogeno in
meno) e alla fine genererò un ATP in meno.
Come aggirare l' ostacolo del legame in cis? L' acido oleico entra subito in beta ossidazione avendo 7
gruppi metilenici che vanno in contro a beta ossidazione normale: innanzitutto viene attivato, nel
primo giro si tolgono 2 C (C1 e C2)legati al CoA, nel secondo e nel terzo giro ripeto tale
operazione, generando in tal modo 3 Acetil CoA:
FORMULA:
in pratica faccio tre giri della beta ossidazione e precedentemente l' acido oleico viene attivato nel
citoplasma, essendo a lunga catena, in presenza di ATP (che viene trasformata in AMP e Ppi), via
carnitina passa nel mitocondrio e qui inizia la beta ossidazione.
Ottengo in tal modo un acido dodecanoico a 12 C che ha un doppio legame in posizione 3 cis detto
anche beta-gamma-cis che disturba l' idratasi (che agirebbe su un alfa-beta trans). La cellula attiva
allora una cis-trans isomerasi che trasforma il cis in trans e lo sposta in posizione alfa-beta.
Ora ho un alfa-beta trans che va incontro a beta ossidazione normale senza pìù ostacoli.
Guardiamo ora l' acido linolico: c'è doppio legame in delta 9 e delta 12; nel primo avviene lo stesso
procedimento dell' acido oleico in cui ottengo, dopo 3 giri di beta ossidazioni e le 3 molecole di
acetil CoA, un passaggio dal C3 beta-gamma cis (ex C9 cis) all' alfa-beta trans con doppio legame in
C2.
A tal punto, dopo l' escissione di un' altra molecola di Acetil CoA, ho un nuovo intermedio a 10 C
cioè un gamma insaturo o un delta 4 cis insaturo, su cui potrei operare un altro giro della beta
ossidazione, perché ho 2 carboni (C) disponibili, ma otterrei un alfa-beta cis insaturo e la cellula
non lo riconosce, così evito l' ostacolo con una riduttasi che in presenza di NADPH2 + H +, riduce il
doppio legame in delta 4 e lo sposta in delta 3.
Allora la beta ossidazione inizia e forma un alfa-beta insaturo trans al primo giro (la prima reazione
della beta ossidazione crea sempre un doppio legame alfa-beta trans perché solo così potrebbe
togliere i due C per fare l' acetil CoA) poi si ferma e interviene questa riduttasi NADPH2 + H+
dipendente che riduce il doppio legame in gamma (C4) cis che scompare e l' alfa-beta trans si sposta
a beta-gamma trans che è l' intermedio prodotto: è come se i due doppi legami convergessero in
beta-gamma.
Ora l'idratasi (o idroliasi) può intervenire perché la stessa che addiziona acqua in alfa-beta trans lo
fa anche, pur con maggior difficoltà, su beta-gamma trans (perciò è relativamente aspecifica):
formo così il L-betaidrossiCoA (mettendo OH sul Cbeta e H sul Cgamma) su cui lavora la
deidrogenasi per formare il betachetoacilCoA che andrà incontro a beta ossidazioni normale (stacco
di acetil CoA).

114
Postilla: se il beta-gamma creato fosse cis, l'
idratasi lo riconoscerebbe, ma farebbe un D-derivato e
non L, che non sarebbe riconosciuto dalla deidrogenasi per la quale è inebitore.
Chiudiamo così la degradazione dell' acido linolico…

Gli acidi grassi insaturi sono importanti per dare origine a segnali, per formare il doppio strato
lipidico della membrana plasmatica e nel tessuto nervoso per formare la guaina dei nervi.
Chetogenesi e chetolisi, cioè genesi e lisi di corpi chetonici rispettivamente.

Corpi chetonici:
1. acetone
2. acido acetacetico
3. acido -idrossibutirrico
C’è familiarità perché molto probabilmente l’acetone si forma dall’acido acetacetico per una
decarbossilazione e l’acido -idrossibutirrico per riduzione del gruppo chetonico dell’acido
acetacetico, perciò quest’ultimo è il precursore degli altri due.
I due acidi portano un gruppo carbossilico e concorrono, dove presenti in circolo, ad abbassare il ph
e, se in eccesso, a portare in acidosi. L’acetone invece è volatile e perciò meno rischioso degli altri
due.
Quando forniamo corpi chetonici in eccedenza? Questi vengono formati normalmente soprattutto in
condizioni di digiuno, però finchè la loro concentrazione nel plasma è intorno al milligrammo non
risentiamo di effetti negativi, anzi, sono benefici perché in certi tessuti servono per formare
acetilCoA e quindi per formare ATP. Il rischio si ha a concentrazioni di 4,5,10,70 mg/ 100 ml,
perché si ha aumento di acidità a causa della sovversione dei sistemi tampone del sangue, con
danno per le cellule periferiche perché scende di conseguenza anche il ph cellulare e subentrano
vomito, annebbiamento cerebrale, mobilità limitata, occasionalmente afasia e in certi casi coma,
come il coma diabetico che colpisce soprattutto i bambini affetti da diabete di tipo I (oltre che
dovuto a iperglicemia).
Superando perciò i 40 mg/100 ml, il rene perde la capacità di filtrarli e subentra chetonuria, cioè
eliminazione di corpi chetonici nelle urine dove normalmente sono assenti o in quantità non
rilevabile. Superata tale soglia si supera la soglia di assorbimento del cuore, dei polmoni, del
cervello, del muscolo e del fegato, che estraggono corpi chetonici dal circolo,li catabolizzano e
conseguentemente l’eccesso in circolo è eliminato tramite urine.
Dove e in che condizioni si formano corpi chetonici?
L’unico tessuto che produce corpi chetonici è il fegato che poi li manda in circolo dove ci sono tre
tessuti che li estraggono, in ordine d’importanza: muscolo scheletrico, cuore e cervello. Il fegato
non estrae corpi chetonici, mentre i tre tessuti periferici li estraggono ma non li formano.
Se produco eccesso di corpi chetonici si parla di iperchetonuria, in condizioni di limite fisiologico,
ad esempio per un digiuno prolungato di 24-48 ore; dieta iperlipidica non bilanciata da equivalente
sufficiente di glicidi, cioè dieta sregolata basata su lipidi o ricca in proteine non bilanciata da
sufficiente apporto di glicidi; esercizio muscolare estremo; stato febbrile prolungato; basse
temperature per lungo tempo. Tutto ciò perché sono situazioni in cui la cellula, avendo necessità di
ATP e non avendo lipidi, attacca i glicidi di riserva, mobilizza gli acidi grassi e su questi avviene la
-ossidazione. Perciò aumentano i livelli di acetilCoA (soprattutto nel fegato) e questo viene preso
immediatamente dal I enzima del ciclo di Krebs che è la citrato sintasi superandone la capacità di
utilizzo e perciò accumulandosi. Tale accumulo porta a inibizione della piruvato deidrogenasi,
bloccando perciò l’utilizzo di glucosio: ad alta chetogenesi corrisponde basso utilizzo di glucosio,
perciò in un soggetto in cui tale utilizzo è già precario, come il diabetico, l’alta chetogenesi
peggiora la situazione e questo spiega perché il diabetico va facilmente incontro a iperchetonuria.
Inoltre ( 3° conseguenza) l’acetilCoA che si accumula attiva la piruvatocarbossilasi, in cui funge da
cofattore indispensabile. Tale attivazione porta all’attivazione della gluconeogenesi e alla
conversione di una grande quantità di acido ossalacetico in glucosio, tuttavia sottraendo

115
ossalacetato al ciclo di Krebs, questo frena e aggrava l’accumulo di acetilCoA. Perciò la -
ossidazione intensa porta ad accumulo di acetilCoA, blocco dell’utilizzo di glicidi, esaltazione della
gluconeogenesi e sottrazione di ossalacetato dal ciclo di Krebs alla gluconeogenesi: condizioni che
portano a frenare il ciclo di Krebs. Ultima condizione: la citratosintasi, che dà inizio al ciclo di
Krebs, è inibita da acidi grassi e acetilCoA a lunga catena.
Quando c’è -ossidazione intensa nella matrice mitocondriale stanno arrivando acidi grassi a lunga
catena attivati e ciò porta la citrato sintasi ad essere bloccata e a non lavorare; perciò gli acidi grassi
usati per produrre ATP bloccano la sintesi del glucosio. N.B. la citrato sintasi oltre ad essere inibita
è saturata da acetilCoA.
La citrato sintasi è inoltre inibita da NAD ridotto prodotto dalla -ossidazione. Inoltre un elevato
utilizzo di acidi grassi produce ATP che inibisce anch’esso la citrato sintasi . L’elevata presenza di
NAD ridotto e ATP inibisce la prima deidrogenasi del ciclo dell’acido citrico, la isocitrato
deidrogenasi perché viene destabilizzata la struttura polimerica.
Perciò un’elevata -ossidazione crea dismetabolia profonda che investe il ciclo di Krebs e l’utilizzo
del glucosio.
Perciò abbiamo ora la chetogenesi.
Descrizione di enzimi e processi coinvolti nelle reazioni. Nella prima reazione una acetil transferasi,
che è un enzima tiolico, libera coenzima A e forma come intermedio acetile S enzima, e
successivamente sposta l’acetile su un’altra molecola di acetilCoA e forma acetoacetilCoA.
L’enzima è una acetiltransferasi che accetta temporaneamente l’acetile sul suo gruppo tiolico e poi
lo sposta all’altro acetilCoA formando acetoacetilCoA.
Si potrebbe formare subito acido acetacetico idrolizzando il legame tioestere e avremmo così il
corpo chetonico formato, ma in effetti nel fegato questa idrolisi è poco attiva e la maggior parte di
acetacetilCoA procede nella sintesi e successivamente gli viene aggiunta una terza molecola di
acetilCoA . Si ottiene così -ossi--metilglutarilCoA in cui 4 atomi di carbonio vengono dall’acido
acetacetico (forse è acetacetilCoA) e 2 atomi di carbonio dall’acetilCoA; si ha poi una reazione
carbonio-carbonio liasica in cui l’enzima mobilizza uno degli atomi di idrogeno del metile
dell’acetilCoA come protone e lo sposta sul gruppo carbonilico dell’acido acetacetico
(acetacetilCoA) e forma il -ossi--metilglutarilCoA; in realtà si ottiene un intermedio con 2 CoA
legati e in presenza di acqua il CoA viene allontanato da quello dell’acido acetacetico
(acetacetilCoA) e si ottiene l’acido grasso libero.
Da ricordare che tale intermedio è lo stesso del catabolismo della leucina e che la sintesi di corpi
chetonici partendo da acetilCoA mitocondriale, è completamente mitocondriale.
Arrivati al -ossi--metilglutarilCoA interviene una liasi che rompe il legame 2-3 formando acetilCoA
e il primo composto chetonico che è l’acido-acetacetico.
Da questo si ottengono gli altri due corpi chetonici: interviene una carbonio-carbonio liasi che
decarbossila l’acido acetacetico e forma acetone; se interviene invece una riduttasi, che riduce il
gruppo carbonilico dell’acido acetacetico a gruppo alcolico secondario, si ottiene acido
idrossibutirrico. L’azione è bidirezionale: la formazione di uno dei due composti dipende dai livelli
di NAD ridotto.
I corpi chetonici vengono rilasciati in circolo dal fegato; l’acetone, essendo volatile, in larga parte
viene espirato dai polmoni, in parte traspira attraverso la cute ( per questo se il medico sospetta una
chetogenesi intensa, sente l’alito, che in caso di acetone avrà odore riconoscibile) e infine può
essere espulso con le urine.
Gli altri due possono andare nei tessuti periferici, cioè muscolo, cuore e cervello. In questo caso
diffondono liberamente attraverso la membrana plasmatica e mitocondriale, dove l’acido -
idrossibutirico è riconvertito ad acido acetacetico: l’acido -idrossibutirico viene ossidato dalla -
idrossiDH che lavora nei due sensi a seconda della concentrazione del substrato e di NAD ridotto e
ossidato. Nel fegato l’equilibrio è spostato verso la sintesi di acido -idrossibutirico, nei tessuti
periferici verso l’acido acetico. Quest’ultimo entra poi nella -ossidazione dopo essere stato attivato
nei mitocondri dei tessuti periferici ad acetoacetilCoA via succinilCoA (che è sintetizzato nel ciclo

116
dell’acido citrico dove si usa CoA con CoAtransferasi); dopodiché l’acetoacetilCoA entra in -
ossidazione e il succinato torna al ciclo di Krebs.
Rientrato nella -ossidazione, l’acetacetilCoA in presenza di una molecola di CoA forma 2 molecole
di acetilCoA mediante l’utilizzo della -chetotiolasi. Si ottiene quindi ATP e si dice perciò che
muscolo, cuore e cervello “respirano i corpi che tonici”, perché usano O2 ,formano acqua e
producono anidiride carbonica e ATP a partire dai corpi chetonici del ciclo di Krebs.
Superati i 40mg/100ml, i tessuti non assorbono più corpi chetonici e si dà inizio alla chetonuria
perché i tessuti sono saturi.
La sintesi di corpi chetonici è regolata da ormoni; una dieta iperlipidica o un digiuno prolungato
infatti provocano produzione di glucagone e adrenalina, perché è alto il rischio di ipoglicemia
(inibisco insulina). Questi ormoni potenziano la glicogenolisi al fine di ottenere glucosio dalle
riserve, ma soprattutto mobilitano acidi grassi dai trigliceridi di deposito del tessuto adiposo (si
dimagrisce), così aumentano gli acidi grassi in circolo, la -ossidazione a livello epatico e la sintesi
di corpi chetonici.
Cosa fare se trovo un bimbo svenuto per chetonuria come primo intervento? Subito zucchero, così
da ottenere un aumento di glicidi, una diminuzione della sintesi di acidi grassi e così da far
richiamare insulina da parte dello zucchero. Si produce quindi un effetto antichetogenico,
tramite l’ inibizione di glucagone e adrenalina e infine si stimola l’utilizzo di glicidi tramite
l’ attivazione della piruvatoDH che favorisce la glicogenolisi e reprime la rimozione di acidi grassi
rallentando la -ossidazione nei mitocondri.
Se invece trovo un diabetico in chetonuria? Se do zucchero peggioro la sua iperglicemia; gli darò
quindi insulina e una piccola quantità di glucosio.
E’ più frequente il coma diabetico in un bimbo diabetico che non ha insulina che in un adulto
diabetico che ne ha sempre.

CATABOLISMO DEI TRIGLICERIDI:


TRIGLICERIDI del tessuto adiposo sottocuneo (mobilizzati dal digiuno a livello periferico, e
presenti sotto forma di glicogeno a livello epatico).
Nel tessuto adiposo i trigliceridi sono attaccati dalla lipasi tissutale, o ormonosensibile, che attacca
la posizione o 1 e genera il digliceride con un ossidrile alcolico primario libero. Il digliceride sarà
indicato come Dag o diacilglicerolo. L’aumento di Dag attiva una esterasi aspecifica che agisce sul
carbonio e stacca il secondo acile utilizzando, come prima acqua (sono idrolasi) generando il -
monogliceride, che, accumulato attiva la esterasi che in presenza di acqua forma glicerolo e acido
grasso.
E’importante notare che delle tre idrolisi sola la prima è soggetta a regolazione da glucagone e
adrenalina perchè una protide-cinasi A (pKA) attiva dall’aumento di cAMP soggetto ai due ormoni,
in presenza di ATP determina il passaggio alla forma fosforilata che è la forma attiva. La forma
defosforilata, inattiva, è determinata da una fosfatasi attivata dall’insulina.

CATABOLISMO DI ALTRI ACIDI GRASSI: reazioni di idrolisi.


I lipidi complessi sono costituiti da un alcool portante che può essere il glicerolo o la sfingosina; nel
primo caso l’acido-grasso è legato con legame estere, nel secondo con legame ammidico.
Lipidi complessi con glicerolo
L’unità comune è l’acido fosfatidico, a cui si aggiunge alternativamente (per sostituzione) serina,
colina, etanolammina o inositolo generando rispettivamente fosfatidilserina (PS) fosfatidilcolina
(PC) , fosfatidiletanolammina. (PE) e fosfatidilinositolo (PI).
Degradazione di lipidi complessi
Avviene prevalentemente nei lisosomi e nel reticolo endoplasmatico: gli enzimi possono lavorare a
diversi livelli e prendono il nome di fosfolipasi. Vengono denominate:
Fosfolipasi A1. se riconosce il legame estere fra glicerolo e acido grasso in 1;
fosfolipasi A2 o se agisce sulla posizione (2);

117
fosfolipasi C se agisce sul legame fra fosfato e glicerolo generando un diacilglicerolo più, ad
esempio per il PI, un inositolo fosfato ( varia a seconda del fosfolipide);
fosfolipasi D, se rompe il legame tra fosfato e radicale formando acido fosfatidico più
inositolo, serina ecc….
La degradazione può procedere in modi diversi: tolto ad esempio l’acile in , intervengono esterasi
aspecifiche che rompono a diversi livelli; si parla di fosfolipasi solo se attaccano il lipide come tale,
cioè con ancora gli acidi grassi.
La fosfolipasi A2 è sotto controllo di ormoni steroidei; in posizione c’è acido grasso insaturo,
solitamente l’acido arachidonico precedentemente trattato; gli ormoni steroidei bloccando le
fosfolipasi bloccano tutti i processi che utilizzano acido arachidonico e questo spiega in parte la
risposta antinfiammatoria, perché da tale acido si originano leucotrieni che danno riposta
infiammatoria.
La fosfolipasi C crea diacilglicerolo + fosforadicale; il fosfatidilinositolo inspiegabilmente, sotto
stimoli ormonale viene fosforilato in posizione 2 e 5, liberando, dopo l’intervento della fosfolipasi
C, inositolo fosfato 1,2,5 che portandosi sul E:R:, si lega ad un recettore e determina l’uscita di
calcio dal reticolo, provocando così l’attivazione di alcune fosforilasi. Il Dag invece attiva la
piruvatocinasi C che fosforila molte proteine coinvolte nella generazione di segnali.
La fosfolipasi D interviene nel rimaneggiamento del fosfolipide in quanto rompe il legame e
permette il passaggio da inasitolo a serina, etanolammina ecc. ,cioè taglia un radicale e permette di
inserirne un altro.

DEGRADAZIONE DI FOSFOSFINGOSIDI (o sfingomieline)


La sfingosina con un amminogruppo in posizione 2 si lega all’acido grasso generando il
cerammide. Nelle sfingomieline, il gruppo alcolico primario della sfingosina lega una fosfocolina
ottenendo il fosfosfingoside o sfingomielina.
Tali lipidi sono importanti nel tessuto nervoso dove formano la membrana dei neuroni e le guaine
mieliniche.
Il lipide può essere attaccato a diversi livelli: tra NH e acido grasso, ma più spesso si ha
degradazione del legame fra sfingosina e fosfocolina: idrolisi da parte dell’enzima lisosomiale,
sfingomielinasi acida (perché ha un punto isoelettrico acido). La mancanza di questo enzima crea
minore disponibilità di cerammide che comporta un rallentamento del turn-over di tutti gli
sfingolipidi che hanno cerammide come gruppo fondamentale. Si ha alterazione della componente
lipidica delle membrane in tutti i tessuti, ma specialmente in quello nervoso che nell’uomo si
manifesta nella malattia genetica di Nieman Pick, che colpisce il bambino che muore precocemente.
Tutte le patologie che coinvolgono alterazioni nei lipidi con sfingosina sono dette sfingolipidosi La
Nieman Pick può essere riprodotta nei ratti togliendo il gene (Knock Out) della sfingomielinasi
acida.

Martedì, 7.01.2003
Lezione di Biochimica

Concluso il catabolismo degli acidi grassi ,parlato della chetogenesi, iniziato il catabolismo dei
lipidi semplici e complessi ,visto il catabolismo del trigliceride ora vediamo facenti parte del
Catabolismo di lipidi complessi:

ILCATABOLISMO DEI FOSFOLIPIDI E DEI GLICOLIPIDI

Il Catabolismo di lipidi semplici è stato visto nella lezione precedente e significa catabolismo dei
triglicedidi che essenzialmente prevede una reazione di idrolisi con il distacco degli acili legati al
glicerolo ricordando che si parla di :

118
CATABOLISMO: quando c’è la degradazione del trigliceride a livello tessutale.
DIGESTIONE : quando il trigliceride viene degradato nel canale digerente.

Quindi il trigliceride viene catabolizzato a livello tessutale e viene digerito a livello del canale
digerente.
Questo catabolismo porta direttamente o indirettamente alla risoluzione del trigliceride in Glicerolo
e Acidi Grassi ed è un catabolismo notevolmente attivo perché i trigliceridi sono sostanze di riserva
per cui, l’organismo rapidamente li degrada quando ha bisogno di energia e altrettanto rapidamente
li ricostituisce per rifornirsi della riserva energetica.

Il catabolismo dei Lipidi Complessi è invece un processo più LENTO in quanto questi entrano
come componenti delle strutture subcellulari il cui divenire, il cui turn over è molto più lento di
quanto non sia un substrato soggetto a degradazione a scopi energetici.

GLICEROLO Legame Estereo


Lipidi Esteri di Acidi
Grassi
FOSFOLIPIDI

LIPIDI COMPLESSI SFINGOSINA Legame Ammidico


Lipidi Ammidi di Acidi Grassi
GLICOLIPIDI
Prima distinzione dei lipidi complessi è la suddivisione in Fosfolipidi e in Glicolipidi a seconda che
la molecola del lipide porti un radicale fosfolico oppure una sequenza di uno o più unità
saccaridiche. Nell’ambito dei Fosfolipidi facciamo una ulteriore distinzione a seconda del composto
che regge l’acido grasso : se l’acido grasso è retto da glicerolo (legame estereo)o se l’acido grasso è
portato dall’amminoalcol sfingosina (legame ammidico) .

CATABOLISMO DI FOSFOLIPIDI IN CUI L’ACIDO GRASSO è LEGATO A GLICEROLO


Nell’ambito dei Fosfolipidi che portano come alcol fondamentale il Glicerolo ci sono diverse
categorie e solo di alcune di queste vediamo il catabolismo in quanto sono in numero elevato.
Questi Fosfolipidi entrano come componenti della dieta e quindi saranno soggetti a digestione nel
canale digerente , essi vengono perciò attaccati da fosfolipasi che sono prodotte a livello del
pancreas e che col succo pancreatico vengono riversate nell’intestino e qui procedono alla
digestione del fosfolipide.
Queste Fosfolipasi del canale digerente come la lipasi pancreatica che attaccava i trigliceridi,
sono dipendenti per la loro attività dalla Bile e in particolare dagli Acidi Biliari presenti nella Bile.
Tale dipendenza è dovuta al fatto che gli Acidi Biliari sono emulsionanti della componente lipidica
e bisogna ricordare che qualsiasi enzima che debba attaccare un lipide richiede che il substrato sia
in soluzione ; inoltre bisogna ricordare che il lipide è insolubile nelle soluzioni acquose e nelle
soluzioni saline per cui l’azione degli Acidi Biliari è quella di emulsionare il lipide in modo da
suddividere la grossa goccia lipidica, che si isola dall’ambiente acquoso, in goccioline
estremamente piccole, di conseguenza la superficie d’attacco da parte degli enzimi risulta
notevolmente aumentata e per di più la tensione superficiale tra fase lipidica e fase acquosa scende
notevolmente e quindi l’enzima può finalmente accedere al suo substrato.
Considerate tali condizioni anche le Fosfolipasi che attaccheranno i fosfolipidi nel canale digerente
(come già la lipasi pancreatica di cui accennato sopra) necessiteranno per la loro attività la presenza
di Sali Biliari, il che vuol dire che il secreto biliare contiene acidi biliari che sono emulsionanti per
questi lipidi.

119
Ne consegue che i soggetti, in cui il secreto biliare non sia buono, abbiano una grossa difficoltà a
digerire i lipdi siano essi semplici o complessi, ciò porta come conseguenza la eliminazione di
questi lipidi in parte indigeriti e la comparsa quindi di feci steatosiche : feci biancastre dovute alla
presenza di lipidi semplici e complessi ancora non attaccati e non digeriti perché le lipasi e le
fosfoplipasi non riescono ad accedere in modo sufficentemente efficace al loro substrato .
Soggetti perciò affetti da Calcolosi Biliare i quali hanno una secrezione biliare difficoltosa, avranno
difficoltà a digerire i fosfolipidi e quindi sarà facile per questi avere la presenza di lipidi indigeriti a
livello delle feci .

Delle Fosfolipasi che attaccano i fosfolipidi nel canale digerente ne sono note due entrambe di
origine pancreatica: FOSFOLIPASI-A
FOSFOLIPASI-B

Il nucleo fondamentale del fosfolipide è l’Acido Fosfatidico (PA) che indichiamo come PA formato
da glicerolo due molecole di acido grasso e un radicale fosforico . A seconda del sostituente al
fosfato abbiamo i diversi fosfolipidi che distinguiamo a seconda del radicale (–R) che può essere
rappresentato da:

COLINA per cui abbiamo le Fosfatidilcoline(PC) note correntemente come


Lecitine.
ETANOLAMMINA Fosfatidiletanolammine(PE) note come Cefaline.
SERINA Fosfatitilserine(PS).
INOSITOLO Fosfatidilinositolo(PI).

Per quanto riguarda il canale digerente è nota la Digestione delle PC e delle PE; meno sicura, meno
certa è come avviene la digestione dei PI.
Per Quanto riguarda la digestione delle PC e PE posso essere attaccate al loro( –R).

Le PC vengono riconosciute da un FosfolipasiA.


1) La FosfolipasiA attacca il Legame Estere tra l’Acido Grasso in posizione 1’ e il Glicerolo,
stacca L’Acile in 1’ formando un intermedio che prende il nome di Lisolecitina .
2) La Lisolecitina viene attaccata da una FosfolipasiB che stacca l’Acile nella posizione e
formiamo Glicerilfosforilcolina.
3) La Glicerilfosforilcolina viene attaccata Esterasi Aspecifiche che la trasformano in
Glicerolo e Fosfocolina oppure in Glicerolofosfato+Colina.
4) Il Glicerolofosfato può essere attaccato da una Fosfatasi ed essere trasformato in
Glicerolo+ Fosfato.
La Fosfocolina può essere attaccata da Esterasi che staccano il Fosfato e liberano la
Colina.

FOSFOLIPASI-A e FOSFOLIPASI-B sono due proteine completamente Differenti .

La FosfolipasiA è prodotta in forma Inattiva a livello del Pancreas e viene attivata a livello
intestinale per un processo proteolitico.
Quindi la FosfolipasiA è prodotta come Pre-FosfolipasiA in forma Inattiva,
lascia il Pancreas in forma Inattiva e nell’intestino per un processo proteolitico
viene Attivata.
La FosfolipasiB è prodotta in forma Attiva e come tale arriva nell’intestino.
Agisce solo dopo che è intervenuta la FosfolipasiA.

120
Il pancreas produce la FosfolipasiA inattiva perché, se ci fosse una FosfolipasiA attiva nel pancreas
questa incomincerebbe a degradare le cellule pancreatiche in quanto attacca i fosfolipidi della
membrana ; in pratica si tratta di una “digestione del pancreas” che prende il nome di Pancreatite
Acuta e che quindi provoca grave danno per le strutture pancreatiche.
La FosfolipasiB non necessita di essere prodotta in forma inattiva perché agisce solo dopo la
FosfolipasiA, infatti la FosfolipasiB non è in grado di attaccare la lecitina come tale, richiede che la
lecitina sia stata trasformata in Lisolecitina e poi su quest’ultima interverrà formando
Glicerolofosforilcolina.
Quindi quanto affrontato riguarda la DIGESTIONE dei fosfolipidi.

CATABOLISMO DEI FOSFOLIPIDI LEGATI A GLICEROLO A LIVELLO TESSUTALE


Come già per la digestione anche il catabolismo forma reazioni di idrolisi: sono pertanto tutte
Idrolasi gli enzimi che interverranno per la degradazione del fosfolipide.
1) La Lecitina (che sono poi PC, PS, PE, considerato però che PS è a concentrazione molto
bassa nelle membrane) può essere attaccata in posizione 1’ e forma la Lisolecitina
liberando un acido grasso(R -COOH) quindi ha perso l’Acile in posizione .
2) La Lisolecitina viene attaccata da una Lisolecitinafosfolipasi che stacca l’Acile in posizione
, quindi stacchiamo un altro acido grasso(R2-COOH) e si forma Glicerolfosforilcolina.
3) La Glicerolfosforilcolina viene attaccata da delle Esterasi, quindi Glicerolo-Fosfato-Colina
può essere attaccata da 2 Esterasi Aspecifiche in presenza di H2O ( non si parlerà più di
Fosfolipasi perché la Glicerolfosforilcolina non è più un lipide ma è un Estere) formando
GliceroloFosfato + Colina oppure Glicerolo+Fosfocolina.
4) Se si forma Glicerolofosfato, esso ad opera di una Idrolasi viene trasformato
in Glicerolo+ Fosfato.
Se si forma Fosfocolina, essa ad opera di una Esterasi Aspecifica si trasforma
in Fosfato+Colina.
In questo modo si è giunti alla totale degradazione della Lecitina.
Seconda possibilità (differenza fondamentale dalla Digestione) :
1) La Lecitina viene attaccata da una FosfolipsiA2 che stacca l’Acile in posizione (libera
quindi R2-COOH) e forma la Lisolecitina. Per cui questa volta l’Acile è in posizione 1’,
non è più nella posizione .
2) La Lisolecitina viene ora attaccata da una Lisolecitinafosfolipasi [enzima che è diverso da
quello precedente perché, quello precedente attaccava la Lisolecitina che aveva L’Acile in
mentre questa ora attacca la Lisolecitina che ha l’Acile in ] e perde il secondo Acile (si
libera R1-COOH) e si forma Glicerilfosforilcolina.
3) Dopodichè la Glicerilfosforilcolina segue la via comune.
Quindi la degradazione a livello tessutale può iniziare indistintamente a livello dell’Acile in
posizione o a livello dell’acile in posizione .
Le due Fosfolipasi sono due Enzimi completamente differenti, ossia quello che agisce in posizione
è differente da quello che agisce in posizione .
Bisogna ricordare che in genere nella posizione c’è sempre un acido grasso insaturo, che può
essere acido oleico, acido linolico, acido linolenico o acidi a più lunga catena come l’acido
Arachidonico. Quindi frequentemente quando agisce la FosfolipasiA2(che agisce in ) l’acido che
si libera è un acido grasso insaturo.Quando questo acido grasso insaturo è l’Acido Arachidonico si
ricorda che esso è il precursore per innumerevoli composti che hanno azione ormonale ossia
composti estremamente attivi biologicamente i quali sono:

Prostaglandine:che hanno azione infiammatoria e sono coinvolte nell’infiammazione.


Prostacicline
Tromboxani
Leucotrieni :che sono i responsabili delle reazioni allergiche .

121
Inibitori della FosfolipasiA2 sono un gruppo di ormoni, i quali si chiamano Ormoni della
corticale della surrene ad azione mineralocorticoide. Essi sono appunto glucocorticoidi prodotti
a livello della corticale della surrene. Conseguentemente: sotto l’Azione di tali ormoni non ci sarà
più la liberazione dell’Acile in posizione , e laddove questo Acile sia Acido Arachidonico, la
sintesi dei composti che abbiamo ricordato (ossia prostaglandine, prostacicline, tromboxani,
leucotrieni) risulta fortemente repressa. Ad opera di questa azione inibitoria sulla FosfolipasiA2 si
può far risalire l’azione antiinfiammatoria da parte dei cortisonici.
In conclusione: delle due fosfolipasi, quella che è soggetta a controllo ormonale è la fosfolipasiA2,
essa è infatti controllata negativamente da Glucocorticoidi, inoltre questa FosfolipasiA2 richiede
come attivatore lo ione Ca²+(quindi è un Calcio-protide).

Esistono altre due modalità di degradazione dei lipidi complessi. Sono due modalità estremamente
importanti in quanto, per mezzo di esse si formano composti estremamente attivi che danno inizio a
segnali di natura differente .
Tali modalità sono : La degradazione mediata dalla FosfolipasiC e quella mediata dalla
FosfolipasiD.
FosfolipasiA1
Portano alla formazione di Lisolecitine che a loro volta vengono degradate .
FosfolipasiA2

FosfolipasiC
Attaccano in altra posizione e in particolare a livello del legame Glicerolo-
FosfolipasiD Fosfato o a livello del legame Fosfato-Radicale(che segue).

Degradazione mediata dalla FosfolipasiC


Tutti i Fosfolipidi (Lecitina come la Cefalina , la Fosfatidiletanolammina, Fosfatidilinositolo)
possono essere attaccati da FosfolipasiC in corrispondenza del legame estere tra Glicerolo e
Fosforilcolina (o Fosforiletanolammina o Fosfoserina o Inositolofosfato).
1) Viene attaccato il legame estere tra Glicerolo e Fosfato per azione delle fosfolipasiC e si forma
Diacilglicerolo (DAG) + Fosfocolina(nel caso degli altri lipidi complessi sarebbe una
Fosforiletanolammina, Fosfoserina o Fosfoinositolo).
Il DAG è un Attivatore per un gruppo di proteine Cinasi, indicate come CinasiC(dove “C” sta ad
indicare Ca²+ dipendente), che sono enzimi citoplasmatici nella forma inattiva, che in seguito alla
formazione di DAG vengono richiamate alla membrana(per la degradazione della Lecitina o del
Fosfolipide) e qui si legano al DAG e diventano Attive.
Quindi la FosfolipasiC(essendo una protidecinasiC) è presente nel citoplasma in forma inattiva e
non appena sulla membrana si è formato DAG, essa acquisisce affinità per esso, si lega al DAG e in
questa forma diventa attiva ed è in grado a sua volta di staccarsi dalla membrana e iniziare la
fosforilazione di innumerevoli proteine ; tale fosforilazione può comportare l’attivazione o la
inattivazione di proteine: si da inizio ad una cascata di segnali che può essere di natura diversa a
seconda del tipo di cellula.
Importante è l’azione della fosfolipasiC nei confronti dei Fosfatidilinositoli, in quanto essi sono
lipidi di membrana non soltanto soggetti a sintesi e demolizione ma anche ad un rimaneggiamento,
che comporta una loro fosforilazione in posizioni diverse nell’anello dell’Inositolo.
Quindi i Fosfatidilinositoli si discostano dagli altri fosfolipidi perché, l’inositolo a sua volta può
èssere modificato mentre è ancora legato al DAG-P e trasformato in una entità a grado di
fosforilazione maggiore.
Sostituiamo ora alla Colina l’Inositolo: quindi abbiamo un DAG-P legato ad un Inositolo.
Ricordiamo che l’inositolo è un Alcol ciclico esavalente in cui sono presenti gruppi alcolici
secondari la cui configurazione spaziale può variare, quindi dell’inositolo esistono molte

122
Isoforme: quella che è presente nei nostri tessuti ed è indicata come Mioinositolo, è quella in cui
gli ossidrili legati al cabonio-1-2-3-5 sono codirezionali rispetto al piano dell’anello, quindi si
parla di 1-2-3-5-cis-cicloesanesolo perché i 4 ossidrili stanno dalla stessa parte del piano, mentre
gli ossidrili in 4 e in 6 sono dalla parte opposta.
Questo Fosfatidilinositolo ,a livello della membrana, sotto segnali la cui origine ancora non
conosciamo esattamente può andare incontro a fosforilazione ad opera di Fosfatidilinositolocinasi
che sono specifiche per l’anello dell’inositolo.Queste cinasi possono fosforilare o nella posizione 3
o nella posizione 4 o nella posizione 5, quindi abbiamo una Fosfatidilinositolo3cinasi, una
Fosfatidilinositolo4cinasi, Fosfatidilinositolo5cinasi .
Quindi è possibile che l’inositolo venga fosforilato in questi tre punti.
Prendiamo ora in esame le fosforilazioni nelle posizioni 4 e in 5 che avvengono ad opera di due
cinasi specifiche: una per la posizione 4 e l’altra per la posizione 5 .
Così formiamo un fosfatidilinositolo-4,5-bisfosfato (PIP2) .
In questa forma(ossia come PIP2) [se] il fosfolipide viene attaccato dalla fosfolipasiC, si formerà
diacilglicerolo+ un inositolo fosforilato in 1,4,5(che prende il nome di IP3).
IP3 non è più un lipide ma un polialcol plurifosforilato.
IP3 è estremamente importante perché è un generatore di segnali : IP3 si stacca dal
fosfatidilinositolo di membrana(per opera della fosfolipasiC come appena descritto dalla reazione 4
righe più in su), si libera nel citoplasma e si porta a livello del Reticolo Endoplasmico dove qui
riconosce una proteina, ossia un ricettore specifico (per IP3). Questa proteina, legatasi a IP3, si
trasforma in una struttura cava e dà origine ad un canale ionico per il Ca2+, ed attraverso di esso il
Ca2+, che è strettamente segregato a livello del reticolo, esce.
Bisogna ricordare che il Ca2+ nel reticolo è nell’ordine del millimolare mentre nel citoplasma è
sull’ordine di 10^-7 M ,quindi esce secondo un gradiente.
Quindi il Ca2+ esce dal RE e si riversa nel Citoplasma.
Quando il Ca2+ raggiunge nel Citoplasma una concentrazione dell’ordine di 10^-5 M, la
Calmodulina (che è un proteina particolare che porta su di sé dei siti leganti Ca2+) diventa affine
per lo ione Ca2+ e si arricchisce di Ca2+ man mano che la concentrazione dello ione aumenta.
La calmodulina (è subunità- , vedi capitolo della fosforilasi) legata a Ca2+ diventa Gruppo
Prostetico per la FosforilasiBcinasi che legando lo ione Ca2+ diventa attiva e va a fosforilare la
FosforilasiB trasformandola in FosforilasiA.
Quindi questo catabolismo lipidico lo ricolleghiamo con un catabolismo glicidico in quanto IP3
è un Attivatore Indiretto della FosforilasiBcinasi che è l’enzima che converte la FosforilasiB in
FosforilasiA.
L’uscita dello ione Ca2+ avviene anche attraverso un secondo canale, che è il Canale sensibile alla
Rianodina, perché la rianodina è una sostanza vegetale che inibisce questo canale , in pratica
quando c’è rianodina il canale non si apre , mentre sotto stimoli opportuni il canale si apre e il Ca2+
viene rilasciato per un meccanismo indipendente da IP3 . Questo Canale sensibile a rianodina si
apre in conseguenza di un aumento di permeabilità della membrana plasmatica allo ione Ca2+, ciò
avviene attraverso uno stimolo nervoso.
[Quindi quando il muscolo va in contrazione sotto stimolo nervoso si verifica un aumento della
permeabilità della membrana plasmatica del sarcolemma, per cui Na+ entra all’interno della cellula
muscolare e insieme ad esso entra Ca2+. Questo Ca2+ esogeno che entra dentro si porta a livello
del RE e fa da attivatore per il Canale sensibile a Rianodina ,che si apre, e permette al Ca2+ di
uscire.]
L’IP3 una volta liberato nel citoplasma ha un tempo di emivita relativamente breve perché viene
attaccato da delle fosfatasi, da esterasi che staccando il fosfato ne portano l’inattivazione: è
sufficiente che stacchino il fosfato in 1 o in 4 o in 5 per formare un composto completamente
inattivo. In genere esistono Fosfatasi specifiche che riconoscono il fosfato in 1,altre in 4 e altre
ancora in 5 e pertanto alla fine IP3 ritorna Inositolo che poi potrà essere riutilizzato per la sintesi di
un nuovo Fosfatidilinositolo.

123
Tutti i Fosfolipidi possono essere attaccati da FosfolipasiD in corrispondenza del legame estere che
c’è tra Fosfato e Colina (o Etanolammina o Serina o Inositolo) per cui si forma diacilglicerolo-p
+Colina(o Etanolammina o Serina o Inositolo) .

CATABOLISMO DI FOSFOLIPIDI IN CUI L’ACIDO GRASSO è LEGATO A SFINGOSINA.


(Fosfosfingosidi o Glicolipidi)
La Sfingosina è un amminoalcol (a 18 C insaturo) , e quindi porta un amminogruppo che oltretutto è
essenziale per legare l’acido grasso; essa pertanto porta: due funzioni alcoliche una primaria in 1 ,
una secondaria in 3 e un amminogruppo in posizione 2 , inoltre il doppio legame in 4,5 è in
configurazione trans (quindi la sfingosina è un ottadecene-trans-derivato).
L’acido grasso viene legato all’amminogruppo con legame peptidico, per cui tutti i lipidi che
portano sfingosina avranno l’acido grasso legato in legame ammidico. Si forma così un intermedio
chiamato Ceramide . Nei lipidi complessi la ceramide si complica per la presenza di fosfato+ colina
o etanolammina (il gruppo alcolico primario può legare fosfato-colina o fosfato-etanolammina) e
abbiamo il gruppo di lipidi complessi che prendono il nome di Fosfosfingosidi o Sfingomieline .
Se il sostituente al gruppo alcolico primario è un glicide abbiamo i glicolipidi.
Se -R della Ceramide è rappresentato da un glicide che è in numero di una sola unità glicidica (che
di solito è galattoso) formiamo un gruppo di composti che prendono il nome di cerebrosidi.
Se le unità saccaridiche sono più di una e quindi abbiamo una catena oligosaccaridica si parla di
Glicolipideoligosaccaride.
Se la catena oligosaccaridica è complicata da acido ossialico o acido N-acetilneuroamminico
abbiamo i Sialogangliosidi.
Nel caso del Cerebroside laddove ci sia presenza di solfato passiamo ai Sulfatidi.
Quindi è un gruppo di composti estremamente complicato nella sua struttura e sono estremamente
interessanti specialmente i glicolipidi e i fosfosfingosidi in quanto entrano come componenti della
membrana neuronale e in particolare della guaina mielinica dei nervi, quindi sono importanti nella
stabilità del tessuto nervoso.

1-CATABOLISMO DEI FOSFOSFINGOSIDI (o Sfingomieline)


Nei fosfosfingosidi o sfingomileline abbiamo la ceramide+fosfocolina(o fosforiletanolammina).
Queste Sfingomieline vengono degradate a livello dei lisosomi : vengono rilasciate dalla membrana,
che si invagina, e in genere vengono inglobate all’interno di formazioni corpuscolari (vescicole
generate appunto dalla invaginazione della membrana) che prendono il nome di Endosomi, questi
ultimi muovono verso i Lisosomi , e si fondono con essi, qui ha inizio la degradazione del
composto. Il catabolismo è essenzialmente caratterizzato da reazioni di idrolisi, dove la idrolasi più
attiva su queste sfingomieline è l’enzima indicato come Sfingomielinasi acida (detta acida perché
lavora nei lisosomi dove è presente Ph acido essa è detta anche Lisomiale).
La sfingomielinasi acida rompe il legame tra la ceramide e la fosfocolina e le separa .
Oltre alla Sfingomielinasi Lisosomiale esiste poi una Sfingomielinasi che lavora a ph neutro e che è
legata alla membrana plasmatica ; per cui il catabolismo delle sfingomieline può avvenire in due
siti: uno, dove è più attivo , nel lisosoma oppure direttamente a livello della membrana.
Importante è la degradazione a livello lisosomiale perché esistono delle patologie conseguenti alla
mancata sintesi o alla inattivazione della Sfingomielinasi acida. Perciò si verifica un accumulo delle
sfingomieline , il turn over delle sfingomieline diventa estremamente precario e il risultato è la poca
disponibilità di ceramide che non viene rigenerato e questo provoca una sequenza di alterazioni che
porta ad una alterazione definitiva all’assetto della componente lipidica di membrana, sia a livello
delle cellule neuronali sia a livello delle cellule dei tessuti periferici. Il deficit della sfingomielinasi
acida si configura in una patologia ereditaria che prende il nome di Niemanpig (o Nimanpic?).

124
Si tratta di una malattia dell’infanzia e nell’adulto non si trova perché si è già morti prima del
tempo.
Quindi:
La sfingomielinasi acida rompe il legame fra ceramide e fosfocolina .
Le sfingomieline sono poi attaccate da una seconda esterasi, che stacca la sfingosinafosfato +colina
ma si tratta di una reazione molto meno frequente rispetto alla precedente.
La ceramide a sua volta può essere attaccata da un’amidasi (una idrolasi) che rompe il legame fra
sfingosina e acido grasso.
Quindi il catabolismo delle sfingomieline può portare alla formazione di cramide+fosfocolina,
ceramidefosfato+colina oppure, la sfingomielina può essere attaccata subito a livello del legame
ammidico con l’acido grasso e formare sfingosinafosfatocolina+acido grasso che poi a sua volta va
incontro a degradazione ,però la via catabolica più battuta è quella che coinvolge la sfingomielinasi
acida. Questo catabolismo è semplice da ricordare perché sono tutte reazioni di idrolisi che
colpiscono a diversi livelli .
2-CATABOLISMO DEI GLICOLIPIDI
Più complicato è il catabolismo dei glicolipidi in rapporto al fatto che si tratta di strutture più
complesse. e variabili nella loro composizione.
1-Cerebrosidi: la ceramide è legata ad un monosaccaride (normalmente è Gal ,se è Glucoso si
tratta di cerbrosidi atipici che si formano in situazioni patologiche).
Nei cerebrosidi l’acido grasso è sempre a lunga catena in genere 24 C[n è 22]
(quindi abbiamo l’acido liniocerico, ossiliniocerico, inervonico, ossiinervonico).
Il catabolismo più frequente coinvolge la liberazione di ceramide e galattosio in quanto, interviene
una glicosidasi specifica: una -glicosidasi che riconosce il legame glicosidico fra galattoso e
ceramide e in presenza di H2O lo scinde e formiamo galattoso+ceramide.
2-Sulfatidi: i cerebrosidi possono essere trasformati in sulfatidi laddove ci sia solfato nella
posizione 4 oppure 3 o 2 cioè dove ci sia un radicale solforico presente sugli ossidrili
del galattoso.Il solfato viene portato sotto forma di Solfato Attivo ossia
Adenosin-3-P-5-fosfosolfato con reazione di solforilazione.
Il catabolismo dei sulfatidi prevede l’intervento di esterasi, che staccano il solfato dalle posizioni 4,
3, 2 formando il cerebroside, il quale a sua volta viene degradato a ceramide+galattoso. Esistono
malattie genetiche in cui manca questa esterasi che stacca il solfato, per cui si accumulano i
sulfatidi e viene perciò meno il turn over di tali sulfatidi . Queste patologie determinate
dall’accumulo di sulfatidi colpiscono soprattutto il tessuto nervoso e prendono il nome di
Leucodistrofia metacromatica (così detta perché il tessuto alla istochimica provoca una reazione
atipica ossia la colorazione specifica è differente da quella che normalmente sarebbe).
La situazione diventa più complessa quando la catena glucidica si allunga e soprattutto quando si
complica con la presenza di acido ossialico e per cui passiamo ai gangliosidi o sialogangliosidi.

3-CATABOLISMO DEL GANGLIOSIDE


Il ganglioside è formato da ceramide+numero di unità saccaridiche (glucoso, galattoso,
N-acetilgalattosammina, galattoso, ove alle due molecole di galattoso sono legate molecole di
acido ossialico). La catena oligosaccaridica inizia con glucoso, il quale è legato con legame
glucosidico al ceramide, al glucoso segue il galattoso, che con legame(1 4) glucosidico si
unisce al glucoso iniziale,tale galattoso si indica come galattoso centrale.Al galattoso centrale si
lega una molecola di N-acetilgalattosammina, e ad essa [con legame (1 3) glicosidico] si lega
una molecola di galattoso detto galattoso periferico.
Questo, appena descritto, è un glicolipide oligosaccaride che può esistere come tale, ma
normalmente la struttura è complicata dalla presenza di molecole di acido ossialico che possono
legarsi o al galattoso centrale o al galattoso periferico o ad entrambi.
Il legame tra acido ossialico e galattoso prevede che l’interazione avvenga col galattoso in
posizione 3 e da parte dell’acido ossialico l’ossidrile glucosidico in 2.

125
L’acido ossialico ha 9 C e porta una funzione chetonica che può dare origine a una struttura
emiacetalica, quindi tale acido esiste nella forma ciclica che è sempre in posizione quando si lega
ad altri componenti : il Carbonio 2 dell’acido ossialico è un carbonio glucosidico in configurazione
ed esso viene a legarsi all’ossidrile in 3 del galattoso, forma pertanto un legame (2 3)
glucosidico.
Lo stesso legame(2 3) glucosidico si trova tra il galattoso periferico e l’acido ossialico.
Altre molecole di acido ossialico si possono legare alle molecole di acido ossialico già presenti e il
legame avviene tra il C2 dell’acido ossialico che si aggiunge e il C8 dell’acido ossialico precedente,
formando quindi un legame 2 8 . Pertanto possiamo avere: monosialogangliosidi (acido sialico
lega il galattosio centrale, Disialogangliosidi (un acido sialico legato al galattosio centrale e l’altro
acido sialico legato al galattosio periferico), trisialoganglioside (due molecole di acido ossialico
legate l’una all’altra e complessivamente legate al galattoso centrale e una terza molecola di acido
ossialico legata al galattoso periferico) e un tetrasialoganglioside.
La degradazione dei sialogangliosidi avviene sempre per reazioni idrolitiche, quindi per reazioni
glicosidasiche in quanto si tratta di legami glicosidici che vengono rotti ogni qualvolta una unità
saccaridica viene tolta.
Gli acidi sialici periferici sono i primi ad essere tolti, ciò avviene ad opera di una glicosidasi attiva
sul legame glicosidico tra acido ossialico e galattoso periferico o tra l’acido ossialico e il galattoso
centrale, e poi via via verranno allontanate le diverse unità saccaridiche.
E’ possibile che vi siano dei deficit genetici per cui manca una delle glicosidasi che degrada la
catena laterale, di conseguenza nel tessuto si accumulano gangliosidi atipici dovuti a una solo
parziale e non completa degradazione del composto.Tra queste patologie genetiche la meglio
conosciuta è quella di Tay-Sachs, in cui il ganglioside viene degradato solo fino al distacco del
galattoso periferico e la N-acetilgalattosammina non riesce ad essere allontanata perché manca la
glicosidasi specifica per staccarla dal galattoso centrale. Quindi si accumula questo ganglioside
atipico, che è indicato come GM2, costituito da N-acetilgalattosammina, galattoso, glucoso e
ceramide. L’accumulo di GM2 provoca un’alterazione della struttura lipidica della cellula nervosa,
il che si risolve con deficit mentali profondi ed è sovente fatale. La malattia di Tay-Sachs è propria
della popolazione ebraica e in particolare degli ebrei degli Stati Uniti d’America.
Complessivamente queste patologie, che colpiscono il divenire dei lipidi che portano sfingosina
come struttura portante l’acido grasso, prendono il nome di Sfingolipidosi di cui vi è una
classificazione estremamente ampia. Il metabolismo degli sfingolipidi è più colpito nella sua
degradazione che a livello di biosintesi. Importante è ricordare che si stacca una unità glicidica alla
volta e non si arriva invece all’attacco interno della catena. La catena è quindi posta in tal modo che
la glucosidasi riconosce soltanto il legame glicosidico terminale e non all’interno della catena.

SINTESI DELL’ACIDO GRASSO E SINTESI DEI LIPIDI UNA VOLTA FORMATO


L’ACIDO GRASSO

SINTESI DI ACIDI GRASSI A PARTIRE DA PRECURSORI SEMPLICI


La Sintesi è citoplasmatica a differenza del catabolismo dell’acido grasso che era mitocondriale.
Questa via di sintesi porta alla formazione di acidi grassi al massimo a 16-18 C, quindi
proteoterminale di questa via metabolica è l’acido palmitico o al massimo l’acido stearico .
Se è necessario formare acidi grassi a più lunga catena quindi 20-22-24 C non si parla più di
sintesi di acido grasso ma di Allungamento della catena dell’acido grasso ; Tale allungamento
avviene in due compartimenti subcellulari che sono o i mitocondri (allungamento mitocondriale) o
il RE (allungamento del RE).
Le nostre cellule sono in grado di trasformare gli acidi grassi saturi in acidi grassi insaturi,e tale
trasformazione è tipica del RE. Quindi la Insaturazione è l’ultima reazione della sintesi dell’acido
grasso, prima si costituisce la catena satura e poi si introduce l’insaturazione.

126
Importante è ricordare che la catena dell’acido grasso si costruisce partendo da unità semplici, e in
particolare da AcetilCoA.
L’AcetilCoA è formato nel mitocondrio mentre la sintesi dell’acido grasso avviene nel citoplasma,e
quindi il primo problema è quello di trasportare l’AcetilCoA dal mitocondrio al solubile.
Si tratta di un grosso problema poiché la membrana del mitocondrio non permette il passaggio di
CoA né di AcetilCoA né di AcilCoA a lunga catena.
Perciò esiste un sistema che porta attraverso la membrana mitocondriale un precursore da cui verrà
formato AcetilCoA e questa molecola trasportatrice precursore per AcetilCoA è l’Acido Citrico.
Quindi l’AcetilCoA formato nel mitocondrio esce in forma di Citrato che nel citoplasma torma poi
in forma di AcetilCoA.
Vie metaboliche che nel mitocondrio portano alla formazione di AcetilCoA sono :
La -Ossidazione(che però è repressa durante la sintesi di acido grasso in quanto :da acido grasso
formare acido grasso risulta assurdo),e la decarbossilazione ossidativa dell’acido piruvico(la catena
carboniosa che servirà per formare acido grasso proviene da glucoso ,il quale degradato nel solubile
a piruvato si trasloca dentro al mitocondrio e qui il piruvato viene trasformato ad opera della
Piruvatodeidrogenasi in AcetilCoA e in questa forma finalmente potrà essere traslocato fuori dal
mitocondrio).
L’AcetilCoA deve ora uscire in forma di Citrato e ciò è possibile tramite la condensazione di
AcetilCoA con acido ossalacetico operata dalla citratosintasi (Prima reazione del ciclo dell’acido
citrico).
Quindi ci avvaliamo di due sistemi per formare AcetilCoA nel solubile :
1-Piruvatodeidrogenasi mitocondriale che trasforma il piruvato in AcetilCoA
2-Citratosintasi(appena descritto)
Riassumendo:
1-Prima reazione del ciclo dell’acido citrico : la citrato sintasi determina la condensazione
dell’AcetilCoA sull’acido ossalacetico in una reazione Liasica in cui uno degli H del Gruppo CH3
dell’AcetilCoA liberato viene come H+ (quindi assume caratteristiche acide) si porta all’O
carbonilico dell’acido ossalacetico e forma l’intermedio CitrileCoA che è instabile e in presenza
di H2O si trasforma in Acido citrico.
2-L’acido citrico può ora lasciare il mitocondrio, perchè sulla membrana interna del mitocondrio
esiste un trasportatore specifico per gli acidi tricarbossilici.Si tratta di una proteina specifica che
riconosce e poi lega l’Acido citrico e lo trasloca all’esterno.
3-Nel citoplasma da Citrato +CoA AcetilCoA+ acido ossalacetico (reazione che richiede la
partecipazione di ATP ADP+Pi. Così abbiamo a disposizione AcetilCoA nel solubile. L’enzima
che catalizza la reazione inversa nel citoplasma prende il nome di Citratoliasi (CL)
(e non citratosintetesi). La CL usa energia durante la reazione liasica e infatti è ATP dipendente.
La reazione liasica si svolge in più momenti:
1. In un primo momento la CL ( da ricordare che la citratosintasi nel mitocondrio è indicata con
l’acronimo CS) come primo intermedio della reazione reagisce con ATP e si forma una
citratoliasi fosforilata+ADP si forma quindi un fosfoenzima intermedio.
2. Fosfoenzima+citrato si libera Pi e si forma il secondo intermedio CL-citrato (citrileenzima) .
Il legame citrato-enzima è ricco di energia.
3. L’enzima citrato in presenza di CoA si scinde in AcetilCoA+ acido ossalacetico.

NB: L’Enzimafosfato rende possibile lo svolgimento della reazione.

Ora consideriamo i prodotti di questa reazione: AcetilCoA che potrà essere utilizzato nella sintesi
dell’acido grasso e l’acido ossalacetico che si è formato.
L’acido ossalacetico può andare in contro a due destini :

1)-Acido ossalacetico + NADH+ H+ Acido malico + NAD+

127
La reazione avviene in presenza di NADH+ H+ ad opera della Malicodeidrogenasi.
Questa reazione è uno dei sistemi spoletta ossia uno dei sistemi con cui il potere riducente del
NADH+ H+ viene portato nel mitocondrio.
L’acido malico può avere due destini :
1- O ritorna dentro il mitocondrio ed è in grado di tornarci perché c’è un traslocatore specifico
per l’acido malico che lo riporta dentro. Nel mitocondrio viene ritrasformato dalla
malicodeidrogenasi in acido ossalacetico, e l’acido ossalacetico viene dinuovo riutilizzato
per la reazione citrato sintasica. Quindi in pratica questo ossalacetato che si è formato nel
citoplasma ritorna dentro al mitocondrio e permette al sistema di continuare a funzionare.
2- La seconda possibilità è la più battuta quando c’è la sintesi di acidi grassi attivi.
L’acido malico diventa substrato per l’enzima malico; quindi l’acido malico invece che
tornare al mitocondrio nel solubile ad opera della malicodeidrogenasidecarbossilante(che è
nota come l’Enzima malico o MDH ,che utilizza come cofattore NADP+ ) in presenza di
NADP+ l’acido malico si trasforma in acido piruvico +CO2 .
L’acido piruvico ora ritorna al mitocondrio dove ad opera della piruvatodeidrogenasi forma
AcetilCoA.
E l’AcetilCoA così formato legandosi ad una molecola di acido ossalacetico formerà citrato e
tornerà fuori.
Quindi da acido ossalacetico rigeneriamo ad acido piruvico che sarà importante perchè
permetterà di formare nuovamente AcetilCoA per la sintesi di acido grasso.
Questa seconda modalità è molto importante per due motivi: Il primo perché tale modalità
rigenera l’AcetilCoA e il secondo perché forma NADPH + H+ che è il cofattore essenziale
per la sintesi di acido grasso .
L’enzima malico diventa estremamente attivo laddove ci sia una sintesi attiva di acidi grassi ,
quindi è probabile che la via seguita per riportare l’acido ossalacetico dentro il mitocondrio
sia la via enzima malico dipendente .

Quindi in definitiva bisogna tener presente questo lungo ciclo che compie l’acido ossalacetico per
essere restituito al mitocondrio sotto forma di AcetilCoA o eventualmente sotto forma di acido
ossalacetico.
Avendo l’AcetilCoA nel solubile possiamo ora iniziare la sintesi dell’acido grasso.
SINTESI DELL’ACIDO GRASSO
La sintesi dell’acido grasso si differenzia dalla degradazione ossia dalla -Ossidazione :
Primo perché i cofattori di ossidoriduzione che utilizzeremo saranno nella forma ridotta e non nella
forma ossidata come nella -Ossidazione e sarà sempre NADPH+ H+ mai NAD+ o FAD+;
quindi il cofattore di ossidoriduzione è NADPH+ H+.
Secondo: la -Ossidazione è formata da più enzimi che lavorano in catena; la sintesi dell’acido
grasso è svolta invece da un' unica proteina, che nella sua sequenza porta diverse attività
enzimatiche. Quindi l’enzima che forma acido grasso e che prende il nome di Acido grasso sintetasi
è una proteina polifunzionale , ossia una proteina unica che in siti diversi della sua catena esprime
attività enzimatiche differenti ,mentre nella -Ossidazione avevamo tutti enzimi distinti che
lavoravano in catena. Proteina unica che svolge funzioni diverse.
Terzo: le reazioni(le tappe seguite) che avvengono in sintesi saranno le stesse della
-ossidazione ma in senso inverso, inoltre la Stereochimica degli intermedi che si formano è
diversa da quella della -Ossidazione , perché quella della -Ossidazione formavamo un
L- -idrossiacilCoA nella sintesi formeremo un di idrossiacilCoA.
Quarto: trattandosi di via di sintesi è richiesto consumo di ATP quindi una alta presenza nella
cellula di ATP ,mentre invece nella -Ossidazione si degradava l’acido grasso proprio allo scopo di
ottenere ATP in quanto la cellula si trovava in difetto di ATP.
Quindi seppure le reazioni che sfrutteremo per costruire l’acido grasso sono le stesse che abbiamo
usato nella -Ossidazione, in effetti il sistema che sintetizza acido grasso è notevolmente diverso

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dal sistema che demolisce acido grasso. In primis questa differenza sta nell’enzima che interviene
che appunto : nella sintesi è uno polifunzionale mentre nella -Ossidazione sono più enzimi diversi.
Quinto: La sintesi è citoplasmatica mentre la degradazione è mitocondriale e avviene quindi in
compartimenti distinti.
Biochimica 8 gennaio 2003

SINTESI DELL’ACIDO GRASSO:

Per la sintesi dell’acido grasso occorre acetil-CoA che si forma quasi esclusivamente nel
mitocondrio. Questo viene portato all’esterno e reso disponibile a questo processo di sintesi via il
trasportatore per il citrato.
Inizio della sintesi dell’acido grasso.
Per iniziare la sintesi dell’acido grasso non è essenziale l’acetil-CoA ma un suo omologo che è
precisamente il malonil-CoA, cioè la formazione della catena parte da malonil-CoA il quale si
forma da acetil-CoA, perciò prima di iniziare la sintesi dell’acido grasso dobbiamo convertire
acetil-CoA in malonil-CoA dopo di che potremo finalmente iniziare il processo.
La reazione di conversione di acetil-CoA in malonil-CoA è una reazione di carbossidazione in cui
l’acetil-CoA viene carbossidato e l’agente carbossidante è ancora una volta il bicarbonato ione, cioè
CO2. L’enzima impegnato in questa conversione sarà un’acetil-CoA carbossilasi di tipo piruvato
carbossilasi (vista all’inizio della gluconeogenesi) è una proteina coniugata che ha come gruppo
prostetico biotina e lavora con un meccanismo sovrapponibile a quello della piruvato carbossilasi
visto in precedenza. Le proteine sono differenti ma il meccanismo d’azione è del tutto uguale.
Prima reazione che dà l’avvio alla sintesi dell’acido grasso è la carbossilazione dell’acetil-CoA ad
opera dell’acetil-CoA carbossilasi. Enzima che porta come gruppo prostetico biotina e che per la
sua attività richiede magnesio ioni. L’enzima è una ligasi. Si forma malonil-CoA. Il gruppo che
viene carbossilato è C metilico del CoA, quindi la CO2 viene a legarsi al C metilico del CoA in una
reazione che richiede consumo di ATP che si scinde in ADP+P. Come già per la piruvato
carbossilasi la prima reazione che avviene è la carbossidazione della biotina. La biotina è legata
covalentemente alla proteina enzimatica con un legame isopeptidico fra il carbossile della catena
valerianica della biotina e l’ε-aminogruppo di un radicale di lisina della proteina. Il legame è
covalente ed è notevolmente stabile tant’è che quando si cerca di staccare il gruppo prostatico in
genere la catena della proteina si interrompe e si separa l’intermedio biotina legato a lisina che va
sotto il nome di biocitina.
L’enzima in primis riconosce l’ATP e la CO2 e determina in un primo momento la rottura del
legame pirofosforico terminale dell’ATP trasformando l’ATP in ADP+P e sfrutta l’energia di
questo legame per legare la CO2, cioè il bicarbonato ione, sull’azoto 1’ dell’anello imidazolico del
nucleo della biotina. Si forma questo intermedio che sarà un carbossi-biotin-enzima, la reazione è
costosa ed è in questo momento che si ha il consumo di ATP, ATP serve per carbossidare la biotina.
In un secondo momento il carbossi-biotin-enzima reagisce con acetil-CoA, in pratica il legame
tioestereo dell’acetile con il CoA mobilizza uno degli idrogeni del C metilico che acquisisce
caratteristiche acide e che viene quindi facilmente dissociato, questo protone viene in pratica ad
integrare H dell’azoto 1’ dell’anello della biotina e il bicarbonato ione si sposta sul C metilenico.
L’enzima in pratica deprotona il C metilico e scambia quest’idrogeno che va sull’azoto dell’anello
della biotina con il bicarbonato ione che si lega con il C metilenico. L’enzima forma in pratica un
radicale sul C metilico dell’acetil-CoA, radicale che rende possibile il trasferimento della CO2 con
formazione del composto carbossilato cioè malonil-CoA. Nel corso della carbossilazione la
reazione che costa è la carbossilazione della biotina enzima mentre la reazione di trasferimento del
bicarbonato ione sull’acetil-CoA non costa più perché sfrutta l’energia del legame tra bicarbonato
ione e l’azoto dell’anello, è un legame ricco di energia che simula un legame protidico-peptidico e
questa energia viene sfruttata per legare il bicarbonato ione sul C metilico dell’acetil-CoA che
diventa malonil-CoA. La reazione è irreversibile poiché è una reazione fortemente esoergonica, cioè

129
il legame che si forma ha un livello energetico più basso rispetto alla rottura del legame
pirofosforico terminale dell’ATP, per cui la reazione va soltanto in favore della carbossilazione e
non viceversa.
L’enzima che dà l’avvio alla sintesi dell’acido grasso è importante perché è un sito di regolazione,
cioè uno degli enzimi che concorrono a regolare la velocità della sintesi dell’acido grasso. Se questo
enzima non funziona, la sintesi non si avvia in quanto la sintesi procede sull’unità tricarboniosa del
malonil-CoA. Questa carbossilasi ha la caratteristica di avere una massa molecolare molto alta si
aggira sui 5 milioni raggiunge anche i 7-8 in alcuni tessuti ed è particolarmente attiva in tre tessuti:
a livello epatico, a livello del tessuto adiposo e si attiva a livello della ghiandola mammaria solo
quando è secernente, solo dopo il parto quando inizia la sintesi del lattosio e la formazione del latte
(infatti, per la formazione del latte è necessaria sintesi degli acidi grassi che concorreranno a
formare la componente lipidica del latte) invece è inattiva o pochissimo attiva quando la ghiandola
è a riposo. Altra caratteristica è essere un polimero formata da molte unità ciascuna formata da
almeno 4 catene differenti con funzioni differenti. E’ un polimero formato da tanti monomeri (circa
10), è una struttura filamentosa in cui lungo il filamento si ripetono questi monomeri agganciati uno
all’altro, (da alcuni viene assimilata la forma della “tenia”, cioè del verme solitario) una forma
nastriforme in cui lungo al nastro si succedono questi diversi monomeri, questi protomeri. Ogni
protomero è costituito da 4 catene che hanno funzione differente, cioè una catena ha la funzione di
legare biotina, una seconda catena ha la funzione di carbossilare la biotina (azione carbossilante),
una terza catena ha un’azione transcarbossilante, cioè trasferisce il carbossile della biotina al acetil-
CoA, e una quarta catena lega i modulatori che sono essenzialmente 2: acido citrico o acido
isocitrico. Lega perciò modulatori positivi, che sono citrato e isocitrato, ma può legare anche
modulatori negativi, che sono acidi grassi a lunga catena e corrispondenti acil-CoA e in parte come
agente destabilizzante può legare anche l’ATP. Citrato e isocitrato sono modulatori positivi perché
andando a legarsi alla catena numero 4, facilitano la polimerizzazione, sono interatori tra i
protomeri, cioè l’interazione protomero-protomero è garantita da citrato e isocitrato, mentre è
inibita, in pratica il polimero è destabilizzato da acidi grassi a lunga catena, acil-CoA a lunga
catena ed eventualmente ATP. In pratica, se la cellula ha una forte disponibilità di acidi grassi, la
sintesi non si avvia perché questi acidi grassi vanno a legarsi all’enzima, alla acil-CoA carbossilasi,
né destabilizzano la struttura polimerica e l’enzima non funziona più. Altro fattore di regolazione
sarà la biotina, perché in carenza di biotina nelle nostre cellule si formerà l’apoproteina, cioè
l’apoenzima, che non potrà essere coniugato al suo gruppo prostetico e l’enzima in questa forma è
inattivo. Soggetti in carenza di biotina avranno una grande difficoltà a sintetizzare acidi grassi
perché non riusciranno a formare l’acetil-CoA in forma attiva. In pratica formano la proteina ma
non la coniugano.
In più l’enzima è regolato da fosforilazione e defosforilazione, questo enzima (questo protomero)
esiste in 2 forme, una fosforilata e l’altra defosforilata, che è anche la forma attiva. Il passaggio
dalla forma defosforilata alla fosforilata è mediato da una protide cinasi che in presenza di ATP va a
fosforilare l’acetil-CoA carbossilasi, la trasforma nella forma fosforilata che è la forma inattiva. Tra
le diverse cinasi che agiscono su acetil-CoA carbossilasi troviamo anche la PKA, che è regolata da
cAMP, ne consegue che la carbossilazione dell’acetil-CoA è sotto controllo ormonale, in particolare
è controllata negativamente da ormoni cAMP dipendenti in particolare glucagone e adrenalina.
Quando c’è un’attiva secrezione di glucagone e adrenalina la sintesi dell’acido grasso è repressa,
perché l’acetil-CoA carbossilasi si trova prevalentemente nella forma fosforilata. Il passaggio
inverso, da fosforilata a defosforilata, richiede una fosfatasi, che sarà acetil-CoA carbossilasi fosfato
fosfatasi che attacca l’enzima fosforilato e lo defosforila. Importante è che questa fosfatasi è
regolata da insulina, cioè è stimolata da insulina questa fosfatasi. Quando c’è una buona secrezione
di insulina la sintesi dell’acido grasso sarà veloce, perché la carbossilasi sarà prevalentemente in
forma defosforilata, che è la forma attiva e questo spiega perché l’insulina è considerata un ormone
lipogenetico, cioè che facilita la deposizione di lipidi, in particolare trigliceridi, in quanto innesca la

130
sintesi dell’acido grasso, andando ad agire proprio sulla prima tappa di sintesi dell’acido grasso che
regola la velocità dell’intero processo.
Tenendo presente un’osservazione fatta già quando si è parlato precedentemente dell’attivazione
dell’acido grasso e della β-ossidazione, il malonil-CoA, che si è formato per carbossidazione
dell’acetil-CoA, agisce come inibitore della CAT1, infatti, nel trasporto dell’acil-CoA dal solubile
al mitocondrio è mediato da carnitina, in particolare da una CAT1, che è una traslocasi e da una
CAT2. CAT1 è inibita da malonil-CoA, che è esattamente quello che abbiamo sintetizzato oggi.
Quando c’è sintesi attiva di acidi grassi la β-ossidazione è repressa, perché gli acil-CoA non
riescono a traslocarsi al mitocondrio, in quanto malonil-CoA blocca la CAT1. (Si ricollega la
regolazione tra β-ossidazione e sintesi degli acidi grassi, ruolo fondamentale della regolazione è
svolto dal malonil-CoA che è un inibitore potente della CAT1, previene la traslocazione degli acil-
CoA attivati al mitocondrio per la β-ossidazione).
Costruzione della catena dell’acido grasso: La catena di acido grasso si costruisce a partire da
malonil-CoA, avverrà per addizioni successive di malonil-CoA, il quale ogni volta che è aggiunto
perderà il gruppo carbossilico, in effetti, l’unità che si aggiunge è a 2 C. L’enzima che provvede ad
addizionare queste unità di malonil-CoA e a costruire quindi la catena è detto acido grasso sintasi o
sintetatasi ed è una proteina polifunzionale, cioè una proteina che nella sua sequenza porta diverse
attività enzimatiche, specialmente le attività necessarie per costruire la catena dell’acido grasso.
Nella sua integrità la proteina è formata da 2 filamenti uguali, ognuno dei quali esprime le diverse
attività enzimatiche responsabili per la sintesi dell’acido grasso. (è la prima grossa proteina
polifunzionale che troviamo, avevamo già visto una proteina polifunzionale nello studio della β-
ossidazione perossisomiale).
L’enzima è formata dai due filamenti uguali che si affrontano uno all’altro e su questo filamento
sono distribuite le diverse attività enzimatiche, indispensabili per costruire la catena dell’acido
grasso. Elenchiamo le diverse entità enzimatiche:
- La prima entità enzimatica, la cui caratteristica è la presenza di un gruppo tiolico, è
indicata come enzima condensante. E’ importante per la sua funzione il gruppo tiolico (è
un enzima tiolico) che è il responsabile dell’attività enzimatica di questo enzima.
- Seconda entità enzimatica che indichiamo come 2, ha la funzione di trasferire l’acetile
dall’acetil-CoA a un composto accettore che sarà l’enzima condensante
(acetiltransferasi), è detta funzione di transacetilasi. E’ importante ricordare la presenza
del gruppo tiolico funzionale.
- Terza entità: funziona da malonil-transferasi e di questa il gruppo funzionale è un
gruppo alcolico primario, quindi in pratica un radicale di serina.
- Quarta entità: prende il nome di enoil-riduttasi, avrà la funzione di ridurre un intermedio
insaturo, da questo il nome enoil-riduttasi. Questa enoil-riduttasi sarà in grado di legare
NADPH.
- Quinta entità: β-idrossiacildeidratasi o anche deidrasi.
- Sesta entità: indicata come β-chetoacilriduttasi, la quale anch’essa legherà NADPH.
- Settima entità: è una proteina indicata con il termine di ACP, la sigla significa protide
portatore di acili, la quale porta come caratteristica il gruppo funzionale –SH. Vicino a
questa è presente una proteina di massa molecolare molto piccola che indichiamo come
tiolasi, che sarà una idrolasi.
La catena che si affronta è esattamente uguale alla prima, con disposizione opposta delle sequenze,
per cui troveremo in questa posizione la proteina 1, con il gruppo tiolico a cui seguirà la proteina
2,3,4,5,6 e 7. I due filamenti portano esattamente le stesse unità ma si affrontano in senso opposto in
modo che il gruppo tiolico dell’enzima condensante di una unità viene ad affrontarsi al gruppo
tiolico dell’ACP dell’altra unità. Questa è la struttura, la conformazione di questa acido grasso
sintetasi, quindi la conformazione della proteina A ed è della conformazione strutturale, poi
abbiamo una conformazione funzionale, in cui entrano in funzione e lavorano in sinergismo, le
prime 3 unità di una catena (1,2,3), e 4,5,6,7,8 di una seconda catena, quindi questa è l’unità

131
funzionale e questa l’unità strutturale o conformazionale. Quindi questa acido grasso sintasi per
lavorare si serve dell’unità 1,2,3 e dell’unità 4,5,6,7,8, dell’altra catena. Nel conseguito le due
catene sono strettamente interrelate tra di loro.
Nell’unità funzionale sono importanti da ricordare i 2 gruppi tiolici, uno portato dall’enzima
condensante e l’altro portato dall’acetile, che sono i due gruppi che rendono possibile il processo di
sintesi.
La proteina ACP è il trasportatore di acili che è una sequenza di circa 77 aminoacidi. Caratteristica
dell’ACP è la serina36, che fa da gancio al gruppo prostetico di questo ACP, gruppo prostetico che
è rappresentato dal braccio lineare del CoA. L’ACP non è quindi una proteina semplice, pur avendo
massa molecolare piccola, cioè di circa 7000/8000, e ha come gruppo prostetico il braccio lineare
del CoA, vale a dire la fosfopantoteina.
Il CoA, come ricordate è un nucleotide, ed è formato da adenosin-3,5 bisfosfato, che viene a legarsi
ad un braccio lineare che è quello della fosfopantoteina, che è formata a partire da un
rimaneggiamento dell’acido pantotenico, vale a dire vitamina B10. Questa è la fosfopantoteina che
porta come gruppo funzionale caratteristico il gruppo tiolico, viene, in effetti, da una cisteina che è
andata incontro a decarbossilazione e questa è la parte nucleotidica.
Quando l’ACP si deve formare, cioè deve legare i suo gruppo prostetico interviene un enzima che
trasferisce dal CoA il braccio lineare cioè la fosfopantoteina lo trasferisce all’ACP e va a legarlo in
corrispondenza della serina36. Dall’ACP emerge un gruppo alcolico primario portato da un residuo
di serina, interviene un enzima che trasferisce il braccio lineare del CoA, vale a dire la
fosfopantoteina al gruppo alcolico primario della serina36 dell’ACP e forma la proteina funzionale
ACP-SH, di cui essenziale sarà questo gruppo tiolico portato dalla cisteamina del residuo
nucleotidico rimane libero come adenosin-3,5 bisfosfato. Nel corso della reazione noi abbiamo
ACP+CoA si libera adenosin-3,5 bisfosfato e rimane ACP legato all’acido lineare della
fosfopantoteina. L’enzima è una fosfopantoteina transferasi, che trasferisce la fosfopantoteina
presente sul CoA alla serina dell’ACP e forma l’ACP attivo.
Il gruppo funzionale dell’ACP, ovvero questo gruppo tilolico viene da una fosfopantoteina, mentre
il gruppo funzionale presente sull’enzima 1, cioè sull’enzima condensante è un residuo di cisteina.
Importante è ricordare che nella sintesi dell’acido grasso funzioneranno questi 2 gruppi tiolici: il
gruppo tiolico portato dall’ACP che appartiene ad una fosfopantoteina e il gruppo tiolico portato
all’enzima condensante che appartiene ad un residuo di cisteina dell’enzima condensante.
Primo momento della sintesi dell’acido grasso: una molecola di acetil-CoA, che non è stata
carbossilata e che quindi si comporta come acetil-CoA, interagisce con l’enzima 2, quindi con la
transacetilasi, la quale porta come gruppo funzionale un gruppo tiolico di cisteina, questa
transacetilasi in pratica toglie l’acetile dall’acetil-CoA lo lega temporaneamente a se stesso e quindi
lo fa slittare sul gruppo tiolico dell’enzima condensante, quindi nella prima reazione abbiamo acetil-
CoA che reagisce con l’enzima condensante, interviene la transacetilasi che è l’enzima 2, e forma
CoA+l’enzima condensante acetilato. Intermedio della reazione è un intermedio in cui la
transacetilasi è temporaneamente acetilata e l’acetile che aveva staccato dall’acetil-CoA è legato al
gruppo tiolico della transacetilasi, questo vi spiega perché la transacetilasi è tiolica, questo gruppo
tiolico serve per legare temporaneamente l’acetile proveniente dall’acetil-CoA e trasferirlo
successivamente con lo stesso tipo di legame all’enzima condensante. Intermedio della reazione è
un’acetil-S-enzima che ulteriormente sposterà l’acetile all’enzima condensante per formare acetil-S-
enzima condensante.
Secondo momento della sintesi dell’acido grasso: interviene malonil-CoA che abbiamo formato
precedentemente per carbossidazione dell’acetil-CoA, il quale diventa substrato per l’enzima 3 che
è la maloniltransferasi, che trasferisce in pratica il malonile alla ACP, formando malonil-S-ACP.
Malonil-CoA+ACP-SH forma malonil-S-ACP+COASH. L’enzima è un maloniltransferasi e porta
come gruppo reattivo un residuo di serina per cui il malonile staccato dal CoA viene a legarsi
temporaneamente al gruppo alcolico primario di un residuo di serina dell’enzima 3 e forma un
intermedio che sarà un legame estereo tra il gruppo alcolico primario della serina e il carbossile del

132
malonil-CoA, sull’enzima 3 formeremo questo intermedio che è un malonil-serina enzima, ora il
malonil-serina enzima trasferisce il malonile al gruppo tiolico dell’ACP e forma malonil-S-ACP.
Nel trasferimento del malonile l’intermedio non è un legame tioestereo ma un legame estere.
L’acetile è legato all’enzima condensante e il malonile è legato all’ACP dell’altra catena ed
ugualmente dall’altra parte avremo l’acetile legato all’enzima condensante e dall’altra parte il
malonile legato all’altra molecola di ACP. Per cui sull’acido grasso sintetasi, vanno avanti in pari
la sintesi di 2 molecole di acido grasso, che impegnano l’unità funzionale e non quella strutturale.
L’enzima condensante, sia di una parte sia dell’altra, trasferisce l’acetile al malonile-S-ACP.
Avviene la reazione di trasferimento in cui l’acetile dall’enzima condensante viene convogliato al
malonile-S-ACP e viene convogliato sul carbonio metilenico del malonile-S-ACP con simultaneo
distacco del gruppo carbossilico. L’acetile viene convogliato sul C metilenico del malonile e
contemporaneamente il malonile perde come CO2 il gruppo carbossilico. Nella reazione di
trasferimento dell’acetile al malonile perdiamo CO2 cioè perdiamo quel carbonio che avevamo
legato nella carbossilazione dell’acetil-CoA.
Terzo momento della reazione di sintesi degli acidi grassi: acetil-S-enzima condensante+malonil-S-
ACP, l’enzima condensante si libera con il suo gruppo tiolico, si libera CO2 e formiamo una
sequenza a 4 carboni che sarà il β-chetogutiril-S-ACP, in cui la parte distale, più lontani dall’ACP
sono i 2 carboni che vengono dall’acetil-CoA e la parte prossimale che era la parte di pertinenenza
del malonile. L’acetile viene portato sul malonile e formiamo l’intermedio a 4 carboni, β-
chetogutiril-S-ACP con liberazione del gruppo carbossilico del malonile che se né va come CO2.
Quindi formiamo la prima unità a 4 carboni, che è un β-chetoacido che sarebbe β-chetogutiril-S-
ACP, è importante ricordare che in questa β-chetogutril-S-ACP i 2 C terminali, che provengono
dall’acetil-CoA, e 2 C prossimali sono del maloni-CoA.
Formato il β-acilderivato in pratica l’ACP orienta questa catena in via di formazione verso le unità
6,5,4 allora adesso questo β-chetoderivato si affronta all’unità 6 che è una riduttasi, la quale
provvede a ridurre il β-chetoacil-S-ACP in β-idrossiacil-S-ACP, primo momento l’ACP affronta il
β-chetoderivato all’unità 6 che funziona da riduttasi, cioè la β-chetoacilriduttasi la quale utilizza
NADPH+H (ridotto) per ridurre il gruppo che tonico in β a gruppo alcolico secondario. Importante
è che il C asimmetrico è di tipo D e non L come nel caso della β-ossidazione, lo stereoisomero che
si forma è β-idrossiacil-S-ACP ha la configurazione D e non L come nella β-idrossiacil-CoA che si
forma nella β-ossidazione.
Ad opera dell’enzima 6 la β-chetoacilriduttasi, il β-chetobutirril-S-ACP viene ridotto al livello del
C carbonilico a gruppo alcolico secondario, β-idrossibutirril-S-ACP di configurazione D anziché di
configurazione L.
L’enzima 6 richiede come regolatore del potere riducente esclusivamente NADPH+H, nella sintesi
dell’acido grasso il potere riducente sarà sempre portato da NADPH+H e mai da NADH+H o
FADH2. Con questo abbiamo una spiegazione di quanto abbiamo detto a proposito del ciclo del
Glu6P: la parte ossidativa di questo processo, cioè le prime 3 reazioni che sono quelle reversibili
erano essenziali per la formazione di NADPH+H, utilizzato nella sintesi dell’acido grasso, sintesi
del colesterolo e reazioni di ossidazione. Questa reazione l’abbiamo nella sintesi dell’acido grasso
quando il β-chetointermedio diventa β-chetoidrossiintermedio.
Formato il β-idrossintermedio come nella β-ossidazione interviene una reazione deidratasica, cioè
liasica in cui togliamo una molecola H2O, al contrario nella β-ossidazione aggiungevamo una
molecola H2O,
Formato il β-idrossiderivato interviene l’enzima successivo, che sarà l’enzima 5, che è la deidratasi,
β-idrossiacil-S-ACP deidratasi la quale toglie acqua. Toglie una molecola d’acqua tra il C alcolico
secondario e il C metilenico vicino e forma deidrobutirril-S-ACP indicato correntemente come
enoil-S-ACP. E’ una reazione irreversibile e importante è che l’enzima è stereospecifico perché
riconosce solo il D-β-idrossiderivato e forma esclusivamente il trans-insaturo corrispondente.

133
L’insaturo che si è formato viene accolto dall’enzima 4, che è la enoilriduttasi la quale riduce in
pratica il doppio legame e forma la catena satura e nella riduzione utilizza come donatore del potere
riducente ancora una volta NADPH+H. Quindi formiamo definitivamente la catena a 4 C che sarà
butirril-S-ACP. L’unità funzionale ha terminato la sua funzione e formato la catena a 4 carboni.
Rimane da discutere la funzione dell’enzima 8, esso interviene una sola volta nel corso della sintesi
dell’acido grasso, cioè quando la cellula ha deciso che la catena di acido grasso formata ha una
lunghezza sufficiente. E porterà al distacco dell’acile dall’ACP con liberazione dell’acido grasso.
Questo avviene solo quando la catena raggiunge la lunghezza critica di 16-18 C, cioè quando
abbiamo formato palmiti-S-ACP o stearil-S-ACP, prima l’enzima 8 non interviene, quindi il
processo continuerà ad andare avanti e vedremo come, eccetto nella ghiandola mammaria
secernente, la quale è deputata a formare acidi grassi a corta catena quale butirrico, caprilico,
capronico, caprico che sono caratteristici dei trigliceridi del latte. Solo nella ghiandola mammaria
con la formazione di un butirril-S-ACP esso potrebbe staccarsi con una reazione di idrolisi
dall’enzima 8 o tiolasi. In tutte le altre cellule (soprattutto negli epatociti e adipociti) l’enzima 8 non
interviene a questo livello mentre interverrà solo più tardi quando la catena avrà raggiunto la
lunghezza di 16-18 C e avremo formato acido palmitico e acido stearico.
Quindi è un’elettività della ghiandola mammaria secernente quella di formare acidi grassi a corta
catena, importanti perché molto più solubili dei corrispondenti a lunga catena, passano facilmente
attraverso le membrane mitocondriali e sono rapidamente utilizzabili e facilmente digeribili e
questo è ciò che è richiesto per il neonato nei primi mesi di vita.
Normalmente allora la sintesi non si interrompe ma va avanti e a questo punto il butirrile-S-ACP,
perché la sintesi possa continuare deve liberarsi della catena a 4 C. Il butirrile-S-ACP interagisce
con l’enzima condensante, il quale enzima condensante stacca il butirrile e lo lega a se stesso,
quindi il butirrile viene spostato dall’ACP all’enzima condensante, quindi formiamo butirril-S-
enzima condensante e ACP libero. Quindi tutto il butirrile viene traslocato al gruppo tiolico
dell’enzima condensante, e si ACP libero. L’ACP libero potrà accettare una nuova molecola di
malonil-CoA, il secondo ciclo di reazione che porterà alla formazione di un acido grasso a 6 C
inizia con il trasferimento del malonil-CoA attraverso l’enzima 3 all’ACP. Il malonile è di nuovo
legato all’ACP. In questo momento quindi abbiamo il malonile legato all’ACP e il butirrile che se
ne sta sull’enzima condensante. Allora si ripete ciò che abbiamo visto nella prima reazione:
l’enzima condensante cede il butirrile al malonil-S-ACP forma un β-chetointermedio a 6 C e libera
CO2. Il secondo ciclo di reazioni di allungamento prevede malonil-S-ACP da una parte e butirril-S-
enzima condensante dall’altra, l’enzima condensante in pratica trasferisce il butirrile al malonil-S-
ACP e va a legarlo al C metilenico del malonil-CoA con liberazione di CO2. Abbiamo formato β-
chetocapronil-S-ACP. Adesso ripetiamo la sequenza delle reazioni che avevamo visto
precedentemente. Il gruppo chetonico viene ridotto a gruppo alcolico secondario via NADPH+H, il
β-idrossiderivato viene deidratato e forma l’enoil-insaturo corrispondente, enoil-insaturo
corrispondente viene idrogenato e forma finalmente il capronil-S-ACP. A questo punto il capronil-
S-ACP cede il capronile all’enzima condensante e ha inizio il terzo ciclo di allungamento. E così va
avanti, cioè continua a riciclare la catena neoformata e trasferita momentaneamente sull’enzima
condensante, si addiziona di nuovo malonil-CoA e il ciclo si ripete. In conseguenza di questo la
parte più vecchia della catena, cioè quella che si è formata prima, sarà la parte più lontana dall’ACP
e quella più nuova sarà più prossimale all’ACP. Quindi, in questo capronil-CoA i 2 C terminali
della catena sono quelli derivati dall’acetil-CoA e gli altri sono formati dalle successive apposizioni
di malonil-CoA. La parte più nuova è quella vicina all’ACP e la parte più vecchia è quella distale.
Questo processo continuerà fintanto che la catena ha raggiunto la lunghezza di 16-18C. A questo
punto la catena è troppo lunga, cioè si crea un impedimento sterico alla stabilità dell’acido grasso
sintetasi e quindi viene espulsa dal sistema, l’espulsione è garantita dall’entità 8, che è una idrolasi,
la quale addiziona H2O sul legame tioestereo acile-ACP, e risolve il palmitil-S-ACP in acido
palmitico+ACP. E con questo la sintesi finisce nel citoplasma. Allora questo acido palmitico libero,
verrà attivato con il coenzima A e potrà essere utilizzato in loco (cioè nel citoplasma, in particolare

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nel R.E, per la costruzione di trigliceridi) per la sintesi di trigliceridi, oppure potrà essere veicolato
ad altri compartimenti per il successivo allungamento. Se abbiamo quindi bisogno di acidi grassi a
18 C sarà sufficiente il citoplasma, se abbiamo bisogno di acidi grassi a più lunga catena, in
particolare l’acido lineocerico a 24 C, la sintesi non può più avvenire nel citoplasma ma avviene in
altri 2 compartimenti che saranno o il mitocondrio o il reticolo endoplasmico dove non parleremo
più di sintesi dell’acido grasso ma di allungamento della catena di acido grasso.
Allungamento: andiamo verso la formazione di acidi grassi a lunga catena 18,20,22,24 C che
avviene o nel mitocondrio o nel R.E. In entrambi i casi non è più un enzima polifunzionale quello
che interviene nell’allungare ma sono tante entità enzimatiche separate, ciascuna con una funzione
specifica. Non avremo più quindi l’ACP che interviene nel corso della reazione ma sarà sempre un
acile legato a CoA l’intermedio che viene utilizzato. Se siamo nella frazione mitocondriale
l’allungamento avviene su intervento di unità successive di acetil-CoA (non più malonil-CoA).
Esempio: siamo arrivati a formare acido palmitico nel citoplasma, l’acido palmitico viene attivato a
palmitil-CoA dal sistema di attivazione citoplasmatico, cioè dall’ATP che si scinde in AMP+PPi,
viene traslocato all’interno del mitocondrio e nel mitocondrio va incontro a un processo di sintesi.
Ovviamente l’acetil-CoA che si aggiunge non è acetil-CoA che deriva da una β-ossidazione ma è
acetil-CoA che si è formato in loco, nella matrice mitocondriale, per intervento della piruvato
deidrogenasi a partire da piruvato che viene decarbossilato a formare acetil-CoA. Non è possibile
che esso derivi dalla β-ossidazione perché se la cellula sintetizza acidi grassi vuol dire che ha poca
disponibilità di acidi grassi quindi sicuramente non li degrada.
Le reazioni sono le stesse che abbiamo visto nella sintesi: nella prima reazione interviene una
palmitoil-transferasi che trasferisce il palmitoile all’acetil-CoA e forma un intermedio, un β-
chetoacilderivato questa volta a 18 C. Si forma un β-chetostearil-CoA, esso viene ridotto e la
riduttasi che interviene utilizza indifferentemente NADH+H o NADPH+H (ridotto). Reazione
successiva in cui formiamo un β-idrossiderivato in cui ancora una volta la configurazione è D, cioè
un D-β-idrossistearil-CoA. Come nella sintesi dell’acido grasso, si ha una reazione di deidrazione,
in cui interviene una deidratasi che toglie una molecola d’acqua tra il gruppo alcolico primario e il
gruppo metilenico adiacente e forma l’insaturo α-β-trans-stearil-CoA. La reazione che chiude il
primo allungamento è di nuovo una riduttasi che interviene sull’enoil-CoA, in presenza di
NADH+H o NADPH+H (ridotto) porta alla formazione di stearil-CoA. Se necessitiamo di un acido
a 20 C facciamo un altro giro di allungamento ed un terzo giro di allungamento se vogliamo un
acido a 24 C.
Il sistema di allungamento mitocondriale è caratterizzato dal fatto che:
1) utilizza come unità di allungamento acetil-CoA
2) l’intermedio di allungamento è sempre legato a CoA e non a ACP
2) i cofattori di riduzione possono essere indifferentemente NADH+H o NADPH+H.
Se consideriamo il sistema di allungamento nel reticolo endoplasmico le reazioni sono esattamente
le stesse che abbiamo visto per l’allungamento mitocondriale la differenza è che l’allungamento
viene ad opera di malonil-CoA e non di acetil-CoA. Ogni volta che si aggiunge un malonile si libera
CO2, quindi effettivamente la catena si allunga di 2 unità alla volta. Le unità che si aggiungono sono
date da malonil-CoA e non da acetil-CoA (=nel mitocondrio) ed ogni volta che un malonile si
aggiunge perde il gruppo carbossilico come CO2.
Per il resto è tutto identico a quello che abbiamo visto per l’allungamento mitocondriale, nel R.E. è
il malonil.CoA che interviene, il primo enzima che è questa palmitoil-CoA palmitoil-transferasi
libera coenzima A, libera la catena a 16 C e nel contempo il malonile che accetta la catena
palmitoilica perde CO2.
Acidi grassi insaturi: consideriamo in particolare l’acido oleico, che è il maggiormente distribuito
nei nostri lipidi. Il sistema che forma acidi grassi insaturi prende il nome di desaturasi o anche
fattore sensibile a cianuro. E’ un sistema che opera nel R.E. Il sistema, che trasforma acido stearico
in acido oleico, è indicato come desaturasi e utilizza come substrato non l’acido grasso libero, ma il
corrispondente acil-CoA, l’acido grasso quindi deve intervenire come stearil-CoA. In pratica questa

135
desaturasi è attiva tra il C9 e C10 per cui si parla di una δ-9-desaturasi, che toglie in pratica i 2H
legati al C9 e al C10, e importante è che l’enzima è stereospecifico, perché toglie gli H solo dalla
stessa parte del piano, forma un insaturo cis e non trans, e questo spiega perché gli acidi grassi
insaturi hanno nella maggior parte dei casi la configurazione cis del legame etilenico e non trans.
Importante è ricordare che di desaturasi nei nostri tessuti né esistono più di una e sono specifiche a
seconda della posizione del doppio legame che deve essere inserito, cioè abbiamo una desaturasi
che agisce tra il C9 e C10 nel caso dell’acido stearico, una desaturasi che agisce tra C6 e C7 in cui
si parla di una δ-6-desaturasi e una desaturasi che interviene tra il C5 e il C4 e si parla di una δ-5-
desaturasi, invece non siamo capaci di introdurre doppi legami oltre il C9, formiamo acidi grassi
insaturi fino al C9 e non oltre. Se necessitano acidi grassi polinsaturi, insaturi oltre il C9, dobbiamo
ricorrere al mondo esterno, in particolare a quello vegetale dove invece il sistema desaturasico
riesce ad agire oltre il C9.
La desaturasi o fattore sensibile al cianuro è una proteina semplice di massa molecolare piccola
intorno ai 50000 Dalton ed è un protide coniugato in cui il gruppo prostetico è rappresentato da
ferro. E’ un Fe-protide, in cui il Fe non è al centro di un sistema emo, non è al centro di un anello
porfinico ma è un atomo metallico, cioè un Fe-metallico legato direttamente alla proteina. Il Fe può
variare di valenza nel corso della reazione, da ferro ferrico (Fe2+) a ferro ferroso (Fe3+) ed è su
questo che si impergna il meccanismo della reazione. E’ detto fattore sensibile a cianuro perché il
cianuro è un energico inibitore di questa desaturasi in quanto legandosi all’enzima che porta ferro in
forma ferrica né impedisce la riduzione in forma ferrosa. Quando il cianuro si lega alla desaturasi la
blocca nella forma ferrica e le impedisce di passare nella forma ferrosa, che è indispensabile perché
la reazione possa avvenire.
La desaturasi è presente nel R.E. e funziona in modo notevolmente complicato perché richiede per
la sua attività NADPH+H, una flavoproteina, una proteina portante emo che prende il nome di
citocromo B5 (che porta quindi Fe in forma ferrica-ferrosa) e la vera desaturasi ovvero il fattore
sensibile al cianuro.
La desaturasi quando va in reazione inizialmente lega da una parte la catena di acido grasso che
deve essere desaturata e dall‘altra lega ossigeno molecolare. Per la sua attività richiede questo
sistema di trasporto di elettroni, rappresentato da NADPH+H, flavoproteina, e citocromo B5. La
reazione inizia con l’ossidazione del NADPH+H e la riduzione del citocromo B5. NADPH+H viene
riconosciuto dalla flavoproteina la quale ossida il NADPH+H, la flavoproteina ossida il
NADPH+H, libera 2 protoni e trasferisce 2 elettroni al citocromo B5. La flavoproteina in pratica
ossida NADPH+H e si riduce e forma FADH2, questo FADH2 si riossida liberando 2 protoni e
trasferendo i 2 elettroni al citocromo B5. Gli elettroni vengono trasferiti uno alla volta, in un primo
momento il primo elettrone trasferito dalla ferro-solfo-proteina trasforma il citocromo B5 da ferrico
a ferroso. Quindi, il primo elettrone che arriva trasforma il citocromo B5 da ferrico a ferroso, a
questo punto la desaturasi riconosce il citocromo B5, gli toglie l’elettrone, e lo prende a se stesso,
per cui il suo ferro che era ferrico diventa ferroso. La desaturasi con ferro ferroso trasferisce
l’elettrone all’ossigeno molecolare ad esso legata e forma il primo intermedio, che è questo anione
perossido. Adesso arriva al citocromo B5 via flavoproteina il secondo elettrone nella riossidazione
del NADPH+H, il quale passa dalla forma ferrica a quella ferrosa, poi dalla desaturasi viene
riossidato e di nuovo la desaturasi passa dalla forma ferrica a quella ferrosa, successivamente
trasferisce l’elettrone all’ossigeno molecolare e forma l’anione perossido. A questo punto la
desaturasi prende i 2 protoni che erano andati in soluzione nella riossidazione del NADPH+H,
prende 2 protoni, cioè stacca 2 atomi di idrogeno, si trova ora in presenza di 4 protoni, più 4
elettroni, 2 staccati dal substrato e 2 che erano sull’ossigeno, cioè sull’anione perossido, e
ritrasforma in H2O. Quindi 2 protoni in soluzione, 2 protoni che vengono tolti dal substrato, in
pratica l’enzima forma 2H2O e simultaneamente l’enzima trasforma il substrato nell’acido insaturo
corrispondente. Quindi prende 2H sono venuti dal NADPH+H, 2H li prende dal substrato, e sono
quindi 4 protoni+4elettroni, li trasferisce all’anione perossido e forma 2 molecole d’acqua.
Contemporaneamente il substrato dalla forma satura passa alla forma insatura. In definitiva l’H

136
dell’acqua viene dai 2 H del NADPH+H e dai 2H del substrato. Importante è il perché il cianuro è
inibitore della desaturasi, infatti, legandosi alla desaturasi in forma ferrica, le impedisce di accettare
gli elettroni del citocromo B5, e in pratica blocca l’azione di desaturazione. Sia la denaturasi che
agisce a livello del C9 che quella che agisce a livello del C5 sono entrambe cianuro sensibili.
Lavorano tutte con il meccanismo appena descritto.
Vediamo come trasformiamo un acido grasso con 2 doppi legami in un acido grasso polinsaturo con
4 doppi legami, in pratica formiamo l’acido arachidonico, che dà origine ad una serie di reazione
che portano alla formazione di composti altamente reattivi come i trombossani, indispensabili per la
coagulazione del sangue, prostacicline e prostaglandine, che sono ormoni tessutali e leucotrieni che
sono sostanze ad azione ormonale potenti induttori delle reazioni allergiche.
L’acido arachidonico ha 20 C, ed è insaturo nelle posizioni 5-8-11-14, dove il legame 14 è di
pertinenza del precursore che è l’acido linolico o linoleico e gli altri tre li riusciamo a introdurre noi
attraverso i nostri sistemi di desaturazione e in più prevede l’allungamento della catena di 2 carboni
perché il composto di partenza è l’acido linolico che ha 18 C mentre l’acido arachidonico ha 20 C.
Quindi per passare dall’acido linolico, che per noi è vitamina perché non riusciamo a sintetizzarlo,
all’acido arachidonico dobbiamo insaturare e in più allungare la catena di 2 carboni. Questo
processo di sintesi avviene nel reticolo endoplasmico, cioè nella sezione microsomiale, in cui
l’allungamento sarà possibile via malonil-CoA in cui interverrà il sistema desaturasico. Dovremo
desaturare 2 volte perché l’acido linolico ha già 2 doppi legami in 9 e 12.

Lezione di biochimica 9/01/2003

Vediamo di convertire l’acido linolico, che è considerato una vitamina F insieme all’acido
linolinico e ad altri acidi grassi poliinsaturi (non siamo capaci di sintetizzare questo acido quindi
dobbiamo introdurlo dall’esterno). Viene convertito all’acido arachidonoco precursore per composti
in grado di generare segnali (prostagloeindine, tromboxani, leucotrieni). L’acido linolico (formato
da 18 carboni con insaturazione in 9 e in 12 (insaturazione ha sempre configurazione cis, mai trans)
interviene nella forma attiva di linoleil-coenzimaA e porta l’insaturazione in 9 e in 12 ancora in
config. cis. Va incontro ad una prima reazione di deidrogenazione (ossidazione) ad opera del
sistema desaturasico che funziona a livello del carbonio 6 quindi interviene una delta-6-desaturasi la
quale insatura l’acido linolico formando l’insaturo delta-6-delta-9-delta-12 (delta-12-
octadecatrienoico). Prima interviene nel sistema la delta-6-desaturasi che va ad insaturare tra il
carbonio 6-7, formiamo l’insaturo sempre a 18 carboni, insaturo nelle posizioni 6, 9, 12.
A questa reazione di saturazione segue una reazione di allungamento, quindi la catena viene
allungata di 2 carboni e poichè siamo nel R.E. dove sono localizzate delle saturasi, l’allungamento
sarà mediato da una molecola di malonil-coenzimaA, interviene il sistema di allungamento
microsomiale o del R.E.
L’insatutrazione si è spostata al carbonio 8, 11, 14, non è più un derivato C18, ma un C20, quindi è
un eicosatrienoico 8,11, 14
Ultimo passaggio, nuova reaz. di insaturaz., interviene il sistema desaturasico, che attivano le nostre
cellule, il quale agisce sul carbonio 5, quindi una delta-5-desaturasi, la quale una volta ancora
introduce un doppio legame tra la posiz. 5-6 e formiamo il composto definitivo a 20 C, insaturo
nelle posiz. 5, 8, 11, 14, che è l’acido arachidonico.
L’acido arachidonico, a sua volta come arachidonil-coenziamaA, viene utilizzato nella sintesi di
fosfolipidi, in particolare di fosfatidilcoline, fosfatidillecitine, fostatidilinositoli, e la rimozione di
questo acido grasso dal corrispondente fosfolipide (introdotto solitamente sul C beta), verrà operata
da una fosfolipasi A2 sotto controllo di ormoni della corticale della surrene i quali inibiscono la
funzione della fosfatasi spiegando l’azione antiinfiammatoria caratterisstica di questi farmaci.
L’acido arachidonico introdotto nei fosfolipidi in posiz. Beta è garantito da una fosfolipasi A2 la
quale specifica per legame estere in posiz. Beta. Questa fosfolipasi A2 è attivata da Ca è
fortemente inibita dagli ormoni della corticale della surrene i quali bloccano la mobilizzazione

137
dell’acido arachidonico e dei fosfolipidi dove è depositato e conseguentemente ci sarà una
diminuzione della sintesi dei composti che provengono dall’acido arachidonico, vale a dire
prostagloendine, tromboxani, leucotriene, ed è a questo effetto inibitorio della fosfolipasi A2 da
parte dei cortico-steroide che viene riportata l’azione antiinfiammatoria dei farmaci.

SINTESI DI UN TRIGLICERIDE

Normalmente sono a più lunga catena e in posiz. alfa e alfa I troviamo acidi grassi saturi C 16, 18,
20, 22, 24, mentre in posiz. beta troviamo acidi grassi insaturi tra cui l’acido leico.
Trigliceride è formato da glicerolo e acidi grassi.
Il glicerolo può provenire da 2 precursori, uno è un’intermedio della via glicolitica, il fosfo-diossi-
acetone, l’altro, utilizzato in particolari condizioni e in taluni tessuti., è il glicerolo stesso (perchè la
possibilità di fosfo-diossi-acetone è largamente superiore rispetto al glicerolo).
Che si tratti dell’uno o dell’altro, entrambi vengono convertiti in alfa-glicerolo-fosfato, precursore
per la sintesi del trigliceride.
Come arrivare all’alfa-glicerol-fosfato dal fosfo-diossi-acetone?

Dalla glicolisi si arriva alla formazione di fosfo-diossi-acetone il quale viene convertito da una alfa-
glicerol-fosfato deidrogenasi, in presenza di una molecola di NAD ridotto (che passa alla forma
ossidata), in alfa-glicerol-fosfato.

Dal glicerolo preformato (a livello delle cellule intestinali e del tessuto epatico e polmonare)
interviene una alfa-glicerolo-cinasi la quale è attiva nella posizioni alfa o alfa I e forma alfa-
glicerolfosfato. L’alfa-glicerol-fostato-deidrogenasi è sotto controllo insulinico, l’insulina oltre a
facilitare l’ingresso del glucoso nella via glicolitica, potenzia ancora l’attività dell’enzima.

Formato l’alfa-glicerol-fosfato, questo composto serve da supporto per il trasferimento di 2


molecole di acido grasso sotto forma di acil-coenzimaA, intervengono a questo punto 2 acil-
transferasi che utilizzano due acil-coenzimaA una specifica per la posizione alfa I e l’altra per la
posizione beta, quindi interviene una prima acil-transferasi che trasferisce l’acile alla posizione alfa
I formando un acil-glicerolfosfato (o monoacil-glicerol-fosfato).
Su questo composto interviene una seconda acil-transferasi che specifica per la posiz. beta e
arriviamo alla formazione di questo diacil-glicerolofosato (DAGP) (che correntemente è indicato
come acidofosfatidico quindi con l’acronimo PA).
E’ l’intermedio cruciale per la sintesi non solo dei trigliceridi ma anche di tutti i fosfolipidi che
hanno glicerolo come alcol portante acido grasso.
L’acido fosfatidico va incontro a reazione idrolasica che stacca il fosfato, interviene una fosfatidato-
fosfatasi specifica per l’acido fosfatidico, la quale stacca il fosfato in presenza di acqua e forma
l’1,2-digliceride o anche diacil-glicerolo indicato con la sigla DAG, a questo punto il DAG è
substrato per una acil-tranferasi e abbiamo la formazione del trigliceride.
La sintesi del trigliceride avviene a livello del R.E.

SINTESI DEI FOSFOLIPIDI

Acido fosfatidico si formerà a partire da fosfo-diossi-acetone o da glicerolo-fosfato per intervento di


acil-transferasi che vanno ad acidare le posiz. alfa e beta.
Come si modifica per dare origine ai vari fosfolipidi?

PRIMA VIA

138
1-Fosfatidilcoline e fosfatidiletanolammine

Ad opera di fosfatidato-fosfatasi, in presenza di acqua, l’acidofosfatidico perde un fosfato e si


trasforma in 1,2-digliceride (DAG), tappa che è comune alla sintesi del trigliceride.
Interazione del bigliceride con un intermedio nucleotidico, che prende il nome di citidin-difosfo-
colina o citidin-difosfo-etanolammina.

Come si forma la -difosfo-colina e la citidin-difosfo-etanolammina citidin-difosfo-colina e la


citidin-difosfo-etanolammina?

Colina e etanolammina devono essere attivate ovvero legate ad una molecola di fosfato in una
reazione cinasica ad opera di una colina-cinasi o una etanolammina-cinasi. Si trasformano in colina-
fosfato o etanolammina-fosfato. Il gruppo alcolico primario si esterifica con un fosfato ad opera di
una colina-cinasi o una etanolammina-cinasi (reaz. reversibili).
Vengono a reagire con una molecola di citidin-trifosfato in una reazione nucleotidiltransferasica
formano citidin-difosfo-colina o citidin-difosfo-etanolammina.
In presenza di citidin-trifosfato, base azotata citidina, riboso e tre molecole di ortofosfato, l’enzima
si comporta come nucleotidil-transferasi, trasferisce il citidil-monofosfato lo sposta sulla colina-
fosfato o etanolammina-fosfato e libera pirofosfato. Il nucleotide perde il pirofosfato e il citidil-
monofosfato viene agganciato al fosfato della colina-fosfato e formiamo la citidin-difosfo-colina.
Dei due radicali fosforici uno è di appartenenza del nucleotide, l’altro della colina-fosfato. Citidin-
difosfo-colina è la forma attiva con cui la colina riesce a legarsi al digliceride formando la
fosfatidilcolina.
A questo punto la colina-fosfato della citidin-difosfo-colina, cioè la colina attiva, in una reazione
transferasica viene spostata su 1,2-digliceride e formiamo la fosfatidilcolina. Non è più una reazione
nucleotidil-transferasica ma una reaz. colina-fosfato-transferasica o etanolammina-fosfato-
transferasica.

SECONDA VIA

2-Fosfatidilcoline, fosfatidiletanolammine, Fosfatidilinositoli e fosfatidilserine

Intermedio: acido fosfatidico attivo, ovvero acido fosfatidico legato a citidin-monofosfato sotto
citidin-difosfo-digliceride. La molecola attiva in questa seconda via è il fosfatidato attivo che
significa citidin-difosfo-digliceride.

Cos’è citidin-difosfo-digliceride?

Il prodotto che si forma nella reazione tra acido fosfatidico e citidin-trifosfato.

Acido fosfatidico + citidin-trifosfato forma citidin-difosfo-digliceride + pirofosfato. Il citidin-


trifosfato perde il pirofosfato e il citidin-monofosfato si porta sull' acido fosfatidico. Acido
fosfatidico + CTP, reaz. nucleotidil-transferasica, si stacca il pirofosfato dal citidin-trifosfato e il
citidin-monofosfato viene agganciato al fosfato dell' acido fosfatidico, quindi si libera pirofosfato e
il citidin-monofosfato rimane legato all'
acido fosfatidico con legame pirofosforico di anidride.

Avendo formato il citidin-difosfo-gliceride in cui ancora una volta vi ricordo che i 2 radicali di
acido fosforico sono uno di pertinenza dell' acido fosfatidico e l'
altro del nucleotide, questo citidin-
difosfo-digliceride rappresenta il nucleo reattivo fondamentale per cui adesso potremo formare tutti
i fosfolipidi e fosfogfliceridi che vogliamo sostituendo soltanto al citidin-monofosfato le diverse
componenti.

139
La sintesi di questi fosfogliceridi è comune a tutti per modalità, il punto in cui si differenziano sarà
la sostituzione del citidin-monofosfato con la molecola che ci interessa (colina, etanolammina,
inositolo, serina).
Seguendo questa via non possiamo incorporare nella molecola del fosfolipide direttamente la colina
o l'etanolammina, ma dovremo incorporare pima la serina e poi introdurre delle modificazioni per
ottenere fosfatidilcoline e fosfatidiletanolammine.

Formato il citidin-difosfo-gliceride + serina, l'acido fosfatidico viene spostato sul gruppo alcolico
della serina e formiamo fosfatidilserina liberando citidin-monofosfato, interviene una fosfatidato-
transferasi che trasferisce l' acido fosfatidico dal citidin-difosfo-digliceride al gruppo alcolico
primario della serina formando fosfatidilserina + citidin-monofosfato. A questo punto il gruppo che
viene donato è l' acido fosfatidico (fosfatidato) il quale viene spostato sul gruppo alcolico della
serina e formiamo la fosfatidilserina.
Potrà essere usata come tale e essere smistata nella membrana cellulare oppure esser convertita in
fosfatidilcolina o fosfatidiletanolammina.

Dalla PS formeremo la PE e dalla PE formeremo successivamente la PC.

Da PS a PE: reaz. di decarbossilazione interviene una fosfatidilserina-decarbossilasi il cui gruppo


prosterico e piridosalfosfato. Distacco del gruppo carbossilico che si libera come CO2 e formiamo
fosfatidiletanolammina.
Reaz. non reversibile.

Da PE a PC: reaz. di metilazione ripetuta in cui interviene come donatore del gruppo metilico la s-
adenosil-metionina (acronimo: SAME)
Reaz. non reversibile.

Intervento del composto che la cellula usa come agente metilante, la SAME, un composto che si
forma nel metabolismo della metionina.
La metinina è un amminoacido a quattro carboni in cui il gruppo tiolico legato al C gamma è
sostituito con un gruppo metilico. Questa metionina è inattiva, si attiva se legata ad una molecala di
adenosina. In questo composto lo zolfo agisce come ?oniogruppo? quindi il metile diventa
estremamente reattivo e ad opera di una metil-transferasi questo metile può essere trasferlocato
dalla SAME ad un composto accettore, nel nostro caso l' ammino gruppo dell' etanolammina.

La metil-transferasi trasferisce il gruppo metilico dalla SAME all' ammino-gruppo della


fosfatidiletanolammina formando un primo metil sostituito, la monometil-etanolammina, poi
interviene una seconda volta la stessa metil-transerasi, trasferisce un altro gruppo metilico e
formiamo dimetil-etanolammina, interviene una terza volta e formiamo la trimetil-etanolammina,
che corrisponde alla colina in cui l'
azoto diventa un azoto ammonico quaternario.
Quindi 3 molecole di SAME donano 3 griuppi metilici e trasformiamo PE in PC.
Reazioni IRREVERSIBILI.

SINTESI DI PI

Uguale alla sintesi di PE, se non che, formato il citidin-difosfo-digliceride, accettore del fosfatidato
attivo sarà l'
inositolo e non più la serina.
In presenza di inositolo una fosfatidato-transferasi trasferisce l'
acido fosfatidico al C 1 dell'
inositolo
e forma fosfatidilinositolo.

140
Una volta formato il fosfatidilinositolo viene spostato verso la membrana plasmatica in gran parte.
Sotto segnali esterni qui può essere ancora fosforilata ad opera di cinasi specifiche per le posizioni
4,5,3.
PIK3 è sotto controllo insulinico e fosforila in posizione 3. Agisce in antagonismo alla formazione
di inositol-diP3.

SINTESI DEI PLASMALOGENI

Si differenziano dai fosfolipidi perchè anzichè avere un legame estere in posizione 1 porta un alcol
insaturo. Legame etere, non più legame estere. Sono degli alchenil-acil-gliceril-fosforil-coline di
solito.
In questi plasmalogeni possiamo trovare legata la colina o l' atanolammina, sono caratteristici
componenti delle membrane dei neuroni e delle guaine mieliniche.
Sono degli alchenil perchè hanno un alchile insaturo, quindi alchenil in posiz. 1, acil in posiz. 2,
gliceril-fosforiletanolammine o fosforilcoline.

Distacco dell' alchenile nella posiz. 1 porta alla formazione di un aldeide.


Questo legame etere viene rotto probabilmente in una reazione di idrolisi ma immediatamente
l'
alchenile dà origine ad un aldeide. Può agire una esterasi che attacca la posizione beta, può agire
una fosfolipasi in posiz. 2 che stacca l' acile, e poi procede il catabolismo normale come abbiamo
visto per i fosfolipidi.

Precursore è sempre il fosfo-diossi-acetone.


Sul fosfo-diossi-acetone viene subito esterificata la posizione alfa I. Una acil-transferasi lega subito
l'
acile alla posiz. alfa I e forma un acil-diossi-aceton-fosfato. A questo punto l' alcile viene sostituito
ad un alchile. Reaz. sconosciuta. Formiamo una alchil-diossi-aceton-fosfato. Segue la riduzione del
gruppo chetonico del diossi-aceton-fosfato e il cofattore è NADfosfato ridotto ad opera di una
alchil-diossi-aceton-fosfato-riduttasi il gruppo chetonico viene convertito in un gruppo alcolico
secondario e quindi formiamo l' alchil-glicerol-fosfato.
Una acil-transferasi trasferisce l' acile all'alchil-glicerol-fosfato e forma un alchil-acil-glicerol-
fosfato quindi una acil-transferasi sposta l' acile al gruppo alcolico secondario del glicerolo.
Interviene una fosfatasi che toglie il fosfato per cui formiamo un alchil-acil-glicerolo. Reaz. di
idrolisi, il fosfato viene allontanato e formiamo alchil-acil-glicerolo.

Introduciamo citidin-difosfo-colina o citidin-difosfo-etanolammina, reaz. colina-fosfato-


transferasica o etanolammina-fosfato-transferasica, la fosfocolina o l’etanolammina si attaccano
all’alchil-acil-glicerolo e formano il precursore.
Quindi trasferiamo la colina-fosfato dalla citidin-difosfo-colina e formiamo alchil-acil-glicerol-
fosforil-colina.

Ora si aprono vie di sintesi verso plasmalogeni o verso PAF o fattore stimolante le piastrine.

Se verso plasmalogeni dobbiamo trasformare l’alchile in un alchenile quindi deidrogenare l’alchile


e formare l’alchenile (togliere 2 atomi di idrogeno con reaz. sconosciuta).

SINTESI DEL PAF

Viene allontanato l’acile nella posiz. beta e viene sostituito da un acetile.


Differenze rispetto al plasmalogeno: un alchile anzichè un alchenile e l’acile è sempre un acetile e
mai un acile a lunga catena.

141
Il PAF è un alchil-acetil-gliceril-fosforil-colina.

Molecola che ha azione aggregante piastrinica notevolmente forte.

BIOCHIMICA

Lezione del 10/01/2003


(manca il pezzo iniziale di cui non sono riuscita a reperire gli appunti)

SURFACTANTE

….E’ un prodotto dell’attività delle cellule che concorrono a formare gli alveoli polmonari, è un
potente tensioattivo,ed è indispensabile per la funzionalità del polmone, cioè è il principio attivo che
permette agli alveoli polmonari di rimanere dilatati in modo da permettere la respirazione.
Il surfattante è una sostanza dalla composizione complessa (sono molti i componenti che lo
costituiscono) che ha una potente proprietà tensioattiva, cioè tende ad abbassare la tensione
superficiale.Uno dei componenti più importanti del surfattante è una particolare fosfatidilcolina
caratterizzata dalla presenza di due radicali di acido palmitico, quindi una
dipalmitoilglicerilfosforilcolina ,normalmente indicata come dipalmitoilfosfatidilcolina,
caratterizzata dalla presenza di due residui di acido palmitico nelle posizioni alfa primo e beta dove
normalmente troviamo acidi diversi e in posizione beta un acido insaturo.Invece in questa
particolare fosfatidilcolina presente nel surfattante a livello degli alveoli polmonari troviamo due
acili saturi uguali a 16 carboni (dipalmitoilfosfatidilcolina) che entra come componente del
surfattante e concorre all’azione tensioattiva di questo surfattante.
Talvolta nel neonato la secrezione del suddetto surfattante è insufficiente e causa una condizione di
stress respiratorio che può avere anche conseguenze letali.

Un altro fosfolipide complesso è la CARDIOLIPINA.


Con il nome di cardiolipine si indica un gruppo di fosfolipidi che sono difosfatidilgliceroli, cioè
sono formati da una molecola di glicerolo che lega due molecole di acido fosfatidico nelle posizioni
alfa primo ed alfa.
Il termine corrente per questi composti (difosfatidilgliceroli) è cardiolipina. Si parla di cardiolipine
diffrenti in rapporto agli acili che entrano come sostituenti.
La sintesi di queste cardiolipine è più complessa di quella della dipalmitoilofosfatidilcolina già vista
in precedenza.
La sintesi procede da citidindifosfodigliceride (CDPdigliceride), cioè fosfatidato attivo, più una
molecola di glicerolo fosfato.Il citidindifosfodigliceride dona una molecola di acido fosfatidico e si
libera citidinmonofosfato (CMP) e si forma un fosfatidilglicerolofosfato e abbiamo legato la prima
molecola di acido fosfatidico. In un secondo momento questo intermedio va incontro a
defosforilazione, interviene una fosfatasi specifica che toglie il fosfato che si lega alla cardiolipina.
Questi lipidi complessi li troviamo in modo caratteristico a livello del tessuto muscolare cardiaco, in
particolare nei cardiomiociti e concorrono alla formazione delle membrane dei cardiociti.
Con questo si chiude il capitolo dei lipidi complessi che portano glicerolo come alcol che lega gli
acidi grassi e apriamo il capitolo dei lipidi complessi in cui entra come molecola portante dell’acido
grasso la sfingosina che è un aminoalcol in cui l’acido grasso è legato a un gruppo amminico e non
a un gruppo alcolico,quindi saranno degli ammidederivati, cioè l’ac grasso è legato con legame
ammidico alla molecola della sfingosina, da cui la definizione dei lipidi esteri o ammidi degli acidi
grassi.
Distinguiamo in due grandi classi : fosfosfingosidi e glicosfingosidi a seconda che legata alla
sfingosina sia presente una componente fosforilata (fosfosfingoside sarà la fosforilcolina o

142
lsfosforiletanolammina ) oppure di natura saccaridica, e può essere un monosaccaride, più
monosaccaridi o complicata dalla presenza di acido sialico.
Fosfosfingosidi sono indicati anche frequentemente come sfingomieline, che indica la distribuzione
caratteristica di questi fosfosfingosidi che entrano come componenti della guaina mielinica dei nervi
e in parte entrano come componenti anche della membrana dei neuroni, quindi li troviamo
distribuiti particolarmente a livello del tessuto nervoso.
La molecola caratteristica del gruppo è la sfingosina, che è una molecola a 18 carboni della quale
siamo capaci di sintesi. Sintesi che parte da una molecola di palmitoilCoA più una molecola di
Serina.
In questa reazione interviene una palmitoil transferasi che trasferisce il palmitoile sul carbonio della
serina che lega l’amminogruppo, rimane come terminale il gr alcolico primario perché
simultaneamente va via come CO2 il gr carbossilico, quindi il legame si impegna sul carbonio
amminico della serina che nella formazione del complesso enzima substrato si trova legato al
piridossalfosfato(gruppo prostetico dell’enzima), quindi quando l’enzima entra in funzione si lega
all’amminogruppo della serina e il legame avviene via sul gr prostetico piridossalfosfato. Formato
l’intermedio serina-enzima, l’enzima determina il trasferimento del palmitoile dal palmitoilCoA al
carbonio alfa della serina e si forma un intermedio in cui c’è ancora la serina carbossilata e
immediatamente si decarbossila. Con questo arriviamo al primo intermedio a 18 carboni che
corrisponde già alla catena definitiva della sfingosina.Questo intermedio prende il nome di
deidrosfinganina in quanto in un momento successivo in una reazione di riduzione in cui partecipa
NAD ridotto, il gruppo chetonico viene convertito a gruppo alcolico secondario, quindi, “deidro”
perché ha due idrogeni in meno del composto definitivo che sarà la sfinganina. Formata la
deidrosfinganina per interazione palmitoilCoA-Serina in una reazione di riduzione, catalizzata da
una redattasi che utilizza come cofattore NAD ridotto (secondoaltri NADP ridotto) , il gr che tonico
della sfinganina viene convertito i gr alcolico secondario e formiamo quindi la sfinganina. Da
questo momento la sfinganina può già legare un acido grasso e formare il corrispondente derivato,
oppure può andare incontro alla trasformazione in sfingosina, quindi da questo momento in
presenza di un acilCoA possiamo legare un acido grasso all’amminogruppo della sfinganina e
formare il corrispondente, il quale a sua volta va incontro a una reazione di deidrogenazione con
formazione della cerammide definitiva,oppure dalla sfinganina passiamo alla sfingosina e poi
leghiamo l’acido grasso.Se andiamo verso la formazione della sfingosina interviene una
deidrogenasi FAD dipendente, la quale introduce il doppio legame in posizione 4 della catena della
sfinganina togliendo l’idrogeno tra le posizioni 4 e 5 e forma il derivato Trans che sarà la
sfingosina definitiva. A questo punto un AcilCoA verrà portato sull’amminogruppo della
sfingosina, si formerà il legame ammidico e formeremo la cerammide.
La cerammide è il punto di partenza adesso per la formazione di sfingolipidi (cerammide +
fosforilcolina o fosforiletanolammina)o glicolipidi (cerammide + unità saccaridiche).

SINTESI dei FOSFOSFINGOSIDI o SFINGOMIELINE.


La fosfocolina e la fosfoetanolammina possono essere portate sulla sfingosina attraverso due
modalità :
1) da una colina o etanolammina attiva, vale a dire citidindifosfocolina (CDPcolina) o
citidindifosfoetanolammina (CDPetanolammina);
2) la colina può essere donata da una fosfatidilcolina preformata.

Nella prima modalità interviene una CDPcolina che libera CMP e si ottiene la sfingomielina.
Nella seconda modalità la fosfocolina viene donata da una fosfatidilcolina preformata, quindi esiste
una fosfocolina transferasi che toglie la fosfocolina dalla fosfatidilcolina e la porta sulla sfingosina
formando la sfingomielina.
Un’ulteriore possibilità di sintesi è che la fosfocolina non venga portata direttamente sulla
cerammide ma venga accettata dalla sfingosina (sempre attraverso CDPcolina o fosfatidilcolina) e

143
che quest’intermedio venga successivamente acilato. Se l’acilazione precede l’aggiunta di Pcolina,
si forma cerammide; se l’acilazione segue, prima la sfingosina si lega alla fosfocolina e poi avverrà
l’acilazione.
Di tutte queste modalità la più seguita è la formazione della cerammide, prima, e poi l’unione della
Pcolina. Ovviamente,se si segue tale via, occorre avere disponibilità di cerammide,.Tale
disponibilità deriva 1) dall’attività di un’ acil transferasi che riconosca la sfingosina e l’acila.
2)dal turn-over degli sfingolipidi o dei glicolipidi che libera cerammide che può essere utilizzato di
nuovo nei processi di sintesi. La cerammide deriva dal processo di degradazione delle sfingomieline
che vengono attaccate da una sfingomielinasi acida che libera cerammide più fosfocolina.Se la
sfingomielinasi acida viene a mancare o è difettosa (Sindrome di Lieman-Pick)c’è un turn-over di
cerammide rallentato perché non c’è più cerammide che fa da accettore per un’altra molecola di
fosfocolina. Questo porta a un dissesto e un rallentamento di tutta la sintesi dei lipidi, in particolare
dei lipidi che portano sfingosina e cioè sia dei fosfosfingosidi sia dei glicolipidi che portano
sfingosina.
I fosfosfingosidi si formano a livello del reticolo endoplasmatico, in parte nel lume e in parte sulla
membrana.Una volta formati a livello dell’ER migrano sulla membrana dove andranno a
localizzarsi.In questo trasporto i fosfosfingosidi migrano legati a proteine.Sembra che concorrano al
trasporto verso la membrana plasmatica delle proteine che sono state sintetizzate a livello dei
ribosomi, e pare che ne regolino il corretto posizionamento.
In questo trasporto sono coinvolti lipidi, in particolare fosfosfingosidi, fosfatidilserine,
fosfatidiletanolammine,colesterolo. Se c’è un deficit nella formazione di questi fosfosfingosidi
ovviamente anche la migrazione delle proteine nella membrana si altera, quindi tutto l’assetto della
membrana plasmatici sia nella componente protidica che lipidica va a rischio di profonda
alterazione.

GLICOLIPIDIi (sfingosina + acido grasso+ catena mono o polisaccardica)


Si distinguono in :
• CEREBROSIDI: una sola unità saccaridica legata alla cerammide ,generalmente Galattosio,
il quale se solforilato si passa ai sulfatidi.
L’acile legato alla sfingosina è sempre a lunga catena a 24 carboni: acido linucerico, ossilinucerico
e i corrispondenti insaturi nervonico e ossinervonico.
• GLICOLIPIDIOLIGOSACCARIDI in cui la cerammide è legata a una catena
oligosaccaridica e laddove leghi acido salico si passa ai GANGLIOSIDI.
L’unione delle unità saccaridiche sulla cerammide avviene ad opera di una glicosiltransferasi che
trasferisce unità saccaridiche portate come unità attive, cioè legate a un nucleotide che normalmente
è uridintrifosfato (UTP).

_Sintesi di un CEREBROSIDE
Il galattosio viene portato sulla cerammide in forma attiva sottoforma di UDPGal.
La galattosiltransferasi nel trasferire il galattosile dall’UDPGal alla cerammide rovescia la
configurazione del legame saccaridico che passa da alfa a beta formando un
galattosilbetacerammide.
Soggetti che hanno difficoltà nell’utilizzare il galattosio avranno difficoltà nel formare questi
cerebrosidi.(galattosemia)
Il galattoso può essere solforilato alle posizione 2,3 o 4 che sono le posizioni più frequenti, e
passiamo alla formazione di un sulfatide, cioè dal solfato attivo adenosin3solfato5fosfosolfato
passiamo al sulfatide.
Sintesi dei glicolipidioligosaccaridi e gangliosidi.La descrizione della sintesi procede in pari per
entrambi con la differenza che nei gangliosidi si aggiunge anche acido sialico.

_Sintesi di un GANGLIOSIDE

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Nella formazione di un ganglioside il composto base è sempre una cerammide.La prima unità
saccaridica aggiunta non è galattoso come nei cerebrosidi, ma glucosio. UDPGlucoso è il donatore
del Glucosio che viene trasferito tramite l’enzima glucosil transferasi che rovescia la configurazione
del legame glucosidico da alfa a beta formando una beta cerammide.Successivamente la catena si
allunaga di una unità saccaridica donata da un UDPGal. Interviene una galattosil transferasi che
liberando UDP trasferisce il galattoso in configurazione beta al glucosio con legame 1-4 beta
glucosidico.
Abbiamo così formato una galattosilbeta4glucosilbetacerammide,indicata anche come lattosil
cerammide perché in effetti il disaccaride legato con legame beta glucosidico alla cerammide è
formato da una molecola di galattoso legata con legame 1-4 beta glucosidico a una molecola di
glucoso che è caratteristico del lattoso.
A questo punto le vie di sintesi divergono, la cellula può scegliere una via o l’altra pur ottenendo in
tutti i casi lo stesso prodotto.

La cellula può scegliere tra:


1- continuare l’allungamento della catena oligosaccaridica, aggiungendo una molecola di N-
acetilgalattosammina e una di galattoso;
2- fermare per un attimo la sintesi della catena e aggiungere una molecola di acido sialico
(NeuAc) sul galattoso appena portato.
2_
Se decide di aggiungere subito acido sialico, esso viene portato come citidinmonofosfosialide
(CMPNeuAc) . E’ importante notare che l’acido sialico è legato al CMP con legame alfa
glucosidico e che il nucleotide sia monofosfato (a differenza di quelli incontrati finora).
L’enzima che interviene è una sialiltransferasi o una Nacetilneuramminatotransferasi la quale
determina il trasferimento dell’ac sialico al galattoso e il legame sarà tra il C2 glucosidico dell’ac
sialico e il C3 del galattoso e si forma l’intermedio sialil2-3alfagalattosil1-
4betaglucosilbetacerammide. Nel trasferimento non varia la configurazione del legame glucosidico
che da alfa nel CMPsialiderimane alfa nel legame con il Galattoso.L’enzima trasferisce al galattoso
l’ac. sialico e va a legarlo al C3 del galattoso con legame 2-3 alfa glucosidico.
In questo modo abbiamo già formato un composto che è già un ganglioside che prende il nome di
GM1 dove G sta a ganglioside ed M “mono” sta ad indicare una sola molec di ac sialico.
La molecola si può complicare dall’aggiunta di un’altra molecola di acido sialico che impegna il
proprio C2 e va a legarsi al C8 dell’ac sialico già incorporato. Passiamo da un monosialoganglioside
a un disialoganglioside o GD1 dove D “di” indica due molecole di ac sialico legate; se si trova T
indica tre molecole, se si trova “tetra” indica quattro molecole di ac sialico impegnato.
Arrivati a questo punto l’allungamento si ferma per quanto riguarda l’acido sialico e l’allungamento
riprende sulla catena oligosaccaridica.
La terza unità saccaridica che viene aggiunta è una N-acetilgalattosammina che viene portata da
UDP-GalNac. Interviene una N-acetilgalattosilammina transferasi che, liberando UDP, porta
GalNac al galattoso con legame 1-4 beta (si lega alla posizione 4 del galattoso).
Si forma una N-acetilgalattosamminil 1-4betagalattosil 1-4beta glucosil-betacerammide.
Se non abbiamo portato ac sialico aggiungiamo GalNac direttamente e poi si aggiunge ac sialico
dopo, se l’abbiamo già aggiunto non fa altro che complicare la catena.
L’ultima unità saccaridica che viene legata alla N-acetilgalattosammina e che chiuderà la catena, è
rappresentata da una molecola di galattoso, il quale vine detto “periferico” per la posizione che
occupa, per distinguerlo da quello già introdotto e legato al glucoso detto “ centrale” .
Una galattosil transferasi porta il Galattoso da UDP-Gal rovesciando la conformazione del legame
glucosidico e lo lega alla N-acetilgalattosammina non alla posizione 4 ma alla posizione 3 . Si
fiorma un galattosil- beta3- N-acetilgalattosamminil-beta 4- galattosil -beta 4 –glucosil-beta
cerammide.

145
La molecola può rimanere come tale e restare un disialoganglioside o si può complicare
dall’aggiunta di una o due unità di acido sialico formando un tri o tetra sialoganglioside.La prima
unità di acido sialico che verrà aggiunta andrà a legarsi al galattoso periferico alla posizione 3 del
galattoso, e poi un’ulteriore molecola di acido sialico si legherà alla posizione 8 dell’ac sialico
precedentemente incorporato.Il galattoso si lega all’ac sialico sempre all’ossidrile 3 con legame 2-3
alfa e i due acidi sialici sono legati tra loro con legame 2-8 alfa.
Il processo è ripetitivo: ci sono delle monosaccaride transferasi che trasferiscono un’unità
saccaridica alla volta ed è importante notare che il legame è sempre beta glucosidico , eccetto per
l’acido sialico che forma legame alfa glucosidico.
Quali saranno le caratteristiche fisiche di un lipide ricco in ac sialico rispetto a un lipide che non
porta la catena oligosaccaridica ma porta per esempio fosforilcolina?I lipidi che portano ac sialico
sono lipidi “acidi” perché l’ac sialico ha un gruppo carbossilico che ha reattività acida,sono quindi
glicolipidi acidi.
La differenza tra un glicolipide e una sfingomielina è che un glicolipide è più idrofilo della
sfingomielina e quindi più facilmente solubile in acqua rispetto agli altri che sono praticamente
insolubili in acqua.
Anche la sintesi degli sfingolipidi che portano unità saccaridiche o acido sialico legato avviene a
livello del reticolo endoplasmatico e poi il lipide muove verso la membrana.

DEMOLIZIONE E SINTESI DI COLESTEROLO

Il metabolismo del colesterolo coinvolge tre aspetti:


_Catabolismo : processo irreversibile.La molecolari colesterolo viene completamente degradata ed
eliminata sottoforma di acidi biliari;
_Sintesi : si costruisce la molecola di colesterolo da composti semplici, in particolare da Acetil-CoA
che viene dal catabolismo glicidico ( può concorrere alla formazione di colesterolo anche l’Acetil-
CoA proveniente dal catabolismo degli acidi grassi) ;
_Produzione di ormoni steroidei e sintesi di vitamina B a partire dal colesterolo.

CATABOLISMO

Avviene in un unico tessuto, il fegato, in parte nell’ER in parte nel mitocondrio.


Sono tutte reazioni irreversibili, il colesterolo viene trasformato in acidi biliari.
Le differenze :
il Colesterolo ha una catena a 27 carboni ed è un alcol, gli acidi biliari hanno una catena a 24
carboni (quindi nel corso del catabolismo si perderanno 3 carboni) e sono acidi carbossilici.

Gli acidi biliari portano nella loro molecola ancora l’anello cicloesanperidrofenantrenico, cioè i tre
anelli cicloesanici e l’anello ciclopentanico che caratterizza il colesterolo; si differenziano dal
colesterolo per alcune particolarità nella struttura a quattro anelli e in particolare per la catena
laterale che da 27 diventerà a 24 carboni.

L’idrocarburo capostipite per gli acidi biliari è il COLANO . E’ un idrocarburo che non esiste in
natura ma strutturalmente lo si può formare.Per passare dal colano all’acido biliare innanzitutto
dobbiamo carbossilare il carbonio 17. Il metile 24 si trasforma in gruppo carbossilico e quindi
passiamo dal colano all’acido colanico .Gli acidi biliari saranno tutti degli idrossi derivati dell’acido
colanico. Negli acidi biliari non ci sono doppi legami, la configurazione degli anelli A e B è di tipo
cis per cui l’idrogeno legato al carbonio 5 è codirezionale ai metili nelle posizioni 10 e 13.
L’altra possibilità è che l’idrogeno legato al carbonio 5 sia in configurazione trans che è una
configurazione che caratterizza il colesterolo e quindi sarà un derivato di tipo trans e come
riferimento lo mandiamo all’idrocarburo colestano.

146
Dall’acido colanico passiamo agli acidi biliari che possono essere: acidi monossicolanici (con un
solo ossidrile) ,diossicolanico o triossicolanici.
Vengono distinti in due gruppi:

_ACIDI BILIARI PRIMARI : l’uomo è in grado di sintetizzarli

_acido diossicolanico (3,7 diossicolanico) o chenodesossicolico o antropodesossicolico


_acido colico o 3,7,12 triidrossicolanico che è quello prodotto in maggior quantità.
Tutti gli ossidrili degli acidi biliari hanno l’alfa configurazione, ovvero, hanno la configurazione
opposta rispetto all’idrogeno in 5 e opposta rispetto ai metili in 10 e in 13.La configurazione alfa
viene identificata da un tratteggio, mentre quella beta viene identificata da una linea continua.

Questi acidi sono pochissimo solubili e altamente tossici.una volta prodotti a livello epatico il
fegato si protegge di fronte alla tossicità di questi acidi andandoli a copulare con due composti: uno
è la Glicina e l’altro è la Taurina, formando gli acidi glicocolanici e taurocolanici, la cui scarsa
solubilità viene potenziata e la tossicità diminuita .La Glicina è una mminoacido naturale che noi
formiamo e la Taurina (acido amminoetilsolfonico) non è un amminoacido perché non porta più il
gruppo carbossilico ed è un derivato del catabolismo della cisteina che noi siamo in grado di
formare.
Glicina e Taurina vanno a legarsi al gruppo carbossilico dell’acido biliare con legame peptidico o
ammidico e formiamo quindi l’acido glicolanico corrispondente (che sarà l’acido glicocolico nel
caso dell’acido colico).
Alternativamente alla Glicina possiamo trovare la Taurina, il cui amminogruppo andrà a legarsi al
gruppo carbossilico dell’acido biliare e si formerà l’acido taurocolanico e nel caso dell’acido colico
sarà l’acido taurocolico.
L’impiego di Taurina o Glicina dipende dalla dieta : una dieta prevalentemente vegetariana (tipica
degli erbivori) fa sì che l’acido biliare sia sempre legato alla Glicina, quindi negli erbivori si
trovano soltanto acidi glicocolanici. Nei carnivori prevale la taurina e quindi si troveranno acidi
taurocolanici. L’uomo ha un’alimentazione mista e produce sia gli acidi glicolanici che
taurocolanici, in genere in rapporto 3:1.

_ACIDI BILIARI SECONDARI : l’uomo non è capace di sintetizzarli, provengono da una


formazione indiretta. L’agente in grado di trasformare gli acidi biliari primari in secondari è la flora
batterica intestinale. Quindi, l’uomo produce quelli primari che arrivano nell’intestino dove ad
opera della flora batterica verranno trasformati in secondari.
La flora batterica ha due funzioni: 1. toglie la Glicina e la Taurina e forma l’acido biliare libero; 2.
ha un’azione riducente sugli ossidrili dell’acido (con particolare elettività per l’ossodrile in 7) :

_se agisce sull’acido antropodesossicolico ,annulla l’ossidrile in 7 , quindi ,


l’acido antropodesossicolico diventa acido litocolico (monossicolanico o 3 idrossicolanico)

_se agisce sull’ acido colico riduce l’ossidrile in 7 e lo annulla e si forma un acido desossicolico o
3,12 diossicolanico.

Questi acidi secondari, come quelli primari,torneranno al fegato dove verranno nuovamente legato a
Taurina o Glicina e poi rimessi nuovamente nell’intestino. Si stabilisce una continua

147
comunicazione tra fegato e intestino. All’intestino inizialmente arrivano soltanto i primari,
nell’intestino si formano i secondari e poi primari e secondari ritornano al fegato.dopo questo primo
giro, il secondo porterà nell’intestino sia i primari che i secondari perché i secondari una volta
arrivati al fegato verranno nuovamente copulati e risecreti con la bile.

Il punto di partenza per gli acidi biliari è il colesterolo, e la velocità di sintesi degli acidi biliari è
fondamentale per regolare il livello di colesterolo in circolo, normalmente indicato come
colesterolemia .
I livelli possono oscillare notevolmente ma devono stare entro certi limiti al di fuori dei quali ci
troviamo in situazioni patologiche. Normalmente la concentrazione varia da 120 a 340 mg/ml con
un margine di oscillazione molto ampio. Se la concentrazione sale al di sopra di tali livelli la
situazione diventa patologica ed indica un’ipercolesterolemia.
Uno dei fattori che controlla il livello ematico di colesterolo è la velocità di trasformazione del
colesterolo in acidi biliari a livello epatico.in questo modo il colesterolo viene eliminato dal circolo
che passa dal fegato dove avviene il suo catabolismo e dal fegato viene eliminato.

Colesterolo: molecola a 27 carboni, doppio legame in posizione 5-6, l’ossidrile alcolico in posizione
3 in configurazione beta, opposta a quella che troveremo nell’acido biliare.

Quando il colesterolo viene avviato al suo catabolismo, la prima reazione lo trasforma in 7alfa
idrossi-colesterolo in una reazione irreversibile. Interviene una 7-alfa-idrossilasi che ha la funzione
di introdurre un atomo di ossigeno sul metilene in 7 trasformandolo in un gruppo alcolico
secondario. Questa reazione è estremamente complicata e richiede la presenza di NADPH + H+ e
ossigeno molecolare . La 7-alfa-idrossilasi lavora nell’ER e per le sue attività sono indispensabili
NADPH + H+, una flavoproteina, un citocromo b5 . la reazione inizia con NADPH + H+ e la
flavoproteina che porta alla formazione di NAD ossidato più la flavoproteina ridotta. La NADPH +
H+ redattasi provocal’allontanamento dell’idrogeno dal NADPH + H+ e lo mantiene
temporaneamente su sé stessa e forma quindi l’enzima ridotto. A questo punto l’enzima ridotto si
riossida in presenza di un citocromo b5. In questa rezione di riossidazione passano liberi due
protoni mentre due elettroni fluiscono sul cit-b5 uno alla volta. La flavoproteina ridotta si riossida a
spese del cit-b5 al quale manda gli elettroni, mentre i protoni vengono mandati in soluzione. I due
elettroni che vengono liberati nel corso della reazione vengono accettati uno alla volta dal cit-b5 il
quale porta ferro ferrico che alternativamente passa a ferro ferroso.Il primo elettrone che arriva
trasforma il cit-b5 ferrico in ferroso, successivamente questo elettrone passa sulla 7-alfa-idrossilasi
(che a legato a sé stessa il colesterolo e ossigeno molecolare) e da questa viene trasferito
sull’ossigeno molecolare formando un’anione superossido. Il secondo elettrone viene mandato dalla
7-alfa-idrossilasi all’anione superossido formando un temporaneo anione perossido.
A questo punto l’enzima sfrutta l’anione perossido e in presenza dei due protoni andati in soluzione
scinde l’anione perossido trasferendo un ossigeno al colesterolo formando 7-alfa idrossicolesterolo
e mandando l’altro ossigeno ai due protoni formando una molecola d’acqua. Quindi colesterolo +
anione perossido forma 7-alfa-idrossicolesterolo + H2O.
Bisogna ricordare che la 7-alfa-idrossilasi , oltre a catalizzare questa reazione irreversibile, è
fortemente inibita da acidi biliari. Il prodotto terminale della sequenza metabolica della
degradazione del colesterolo(l’acido biliare) inibisce l’enzima che dà inizio alla sintesi degli acidi
biliari. Questo punto è importante per la regolazione del colesterolo.
L’enzima esiste in due forme: quella fosforilata, attiva, e quella defosforilata, inattiva.
Questa modificazione covalente dovuta a fosforilazione e defosforilazione fa pensare che l’enzima
sia soggetto a regolazione ormonale attraverso cinasi e fosfatasi.
L’enziam è altamente stereo specifico perché forma solo il 7-alfa idrossiderivato e non il 7-beta.
Avvenuta questa reazione, la formazione di questo 7-alfa idrossiderivato rende instabile il doppio
legame tin posizione 5-6 e quindi interviene una steroideisomerasi che sposta il doppio legame

148
dalla posizione 5-6 alla posizione 4-5. l’idrossilazione in 7 espone il doppio legame a questa
isomerasi che lo trasforma in un 4-5 insaturo. La presenza del legame 4-5 rende incompatibile
l’ossidrile in 3, il quale viene attaccato da una deidrogenasi che ne provoca l’ossidazione a gruppo
carbonilico. La trasposizione del legame in 4-5 attiva immediatamente una deidrogenasi che agisce
sul gruppo alcolico in 3 e lo trasforma in gruppo che tonico. Arriviamo alla formazione di un
delta-4- insaturo-3-cheto 7-alfa idrossiderivato.
L’anello totale è un colestene che sarà un delta-4-colestene – 7-alfa olo,3-one. Non è più colesterolo
perché il doppio legame dalla posizione 5-6 è andato a 4-5 e manca di un gruppo ossidrilico in 3.
Con questo abbiamo formato il primo acido biliare. Avvenuta la formazione di questo 3-cheto-
delta4 insaturo , questo va in contro a due reazioni di riduzione in presenza di NADPH + H+ viene
idrogenato il doppio legame in 4-5. Interviene una steroide riduttasi che addiziona idrogeno al
doppio legame che scompare. Questa riduttasi è altamente stereo specifica e dei due stereoisomeri
possibili ne forma uno soltanto, cioè quello beta. Aggiungendo idrogeno sul doppio legame orienta
l’idrogeno legato al carbonio 5 ad essere codirezionale col metile in 10 e 13, forma l’isomero cis e
non il trans. Per la presenza di questo idrogeno 5 in cis gli acidi biliari si considerano derivati del
COPROSTANO. Se mai l’enzima sbagliasse e introducesse l’idrogeni in alfa si formerebbero
acidi biliari inattivi , quindi è estremamente importante la configurazione di questo idrogeno in 5. la
riduzione del doppio legame in 4-5 porta simultaneamente all’attivazione di una riduttasi che in
presenza di NADPH + H+ trasforma il carbonio 3 in gruppo alcolico secondario. Questa 3 cheto-
riduttasi è specifica e orienta l’ossidrile alcolico in 3 nella configurazione alfa. Formato questo
intermedio la degradazione procede sulla catena laterale e porterà al termine alla formazione
dell’acido antropodesossicolico.

LEZIONE DI BIOCHIMICA DEL 13/01/03

-Catabolismo del colesterolo- (continuazione)

L’altra volta avevamo iniziato il catabolismo del colesterolo nella formazione dell’acido
antropodesossicolico che è il primo acido biliare che noi formiamo ed avevamo detto che la
reazione limitante era la idrossilazione nella posizione 7 ad opera di una 7α idrossilasi, enzima che
è stereo specifico in quanto introduce l’ossidrile in posizione α e non β, quindi forma un α idrossi
derivato corrispondente, reazione che richiede la partecipazione di NADPH e O2. Questa 7α
idrossilasi è regolata nella sua attività da acidi biliari; un livello alto di acidi biliari determina una
repressione della 7α idrossilasi. E’ inoltre regolata da fosforilazione e da defosforilazione, la forma
attiva è la forma fosforilata, mentre la forma inattiva è la forma defosforilata, e molto
probabilmente l’insulina stabilizza la forma defosforilata. Sotto stimolo da ormoni tiroidei e da
insulina si passa alla forma defosforilata che è inattiva; l’insulina blocca la derivazione del
colesterolo in acidi biliari e questa azione coincide con l’effetto dell’insulina, la quale ha effetto
ipercolosterolemico ovvero tende ad aumentare il livello di colesterolo in circolo.
Azione opposta è probabilmente è attuata dagli ormoni glucagone e l’adrenalina, i quali favoriscono
la forma fosforilata, quindi la forma attiva. Nei soggetti con diabete di tipo 1(con difetto di insulina)
c’è una accelerata demolizione del colesterolo ad acidi biliari.
Avvenuta la 7α idrossilazione il catabolismo del colesterolo procede con la trasposizione del doppio
legame dalla posizione 5-6 alla posizione 4-5, e questa disposizione del doppio legame rende
incompatibile la presenza dell’ossidrile 3β del colesterolo, il quale va incontro ad una reazione di
ossidazione e forma il 3 cheto derivato. A questo punto siamo in presenza di un colestene 7α olo 3
one. Siamo quindi distanti dalla struttura caratteristica del colesterolo. Andando verso l’acido
antropodesossicolico, intervengono due reazioni di riduzione, una destinata ad annullare il doppio
legame alle posizioni 4-5, e una seconda riduttasi agisce sul carbonio chetonico in posizione 3 e lo
trasforma in un gruppo alcolico secondario, dando a questo ossidrile la configurazione α. Con

149
questo ci avviamo verso la sintesi dell’acido antropodesossicolico, ma abbiamo ancora la catene
laterale a 8 carboni.
Se invece si procede verso la sintesi dell’acido biliare più largamente sintetizzato dal nostro
organismo, l’acido colico, rimaniamo su questo intermedio, sul δ4 colestene 7α olo 3 one e
introduciamo un secondo ossidrile nella posizione 12. Quindi arrivati a questo intermedio, se si va
verso la formazione dell’acido colico,non proseguiamo immediatamente verso la riduzione del
doppio legame in 4-5 e nella riduzione del carbonio chetonico in 3, ma proseguiamo sull’ossidrile in
12, dove interviene una 7α idrossilasi, la quale introduce una funzione idrossilata in posizione 12,
utilizzando O2 e NADPH. Si forma un δ 4 colestene 7α 12α diolo 3 one. Proseguendo verso la
sintesi dell’acido colico, a questo punto interviene una riduttasi che agisce sul doppio legame in 4-5
e lo riduce e una seconda riduttasi che agisce sul carbonio chetonico in 3 e lo trasforma in gruppo
alcolico secondario. Anche in questo caso nella riduzione del gruppo alcolico secondario l’enzima
dà la configurazione α, mentre la prima riduttasi, quella che agisce sul doppio legame
nell’introdurre l’idrogeno dà all’idrogeno che si lega al carbonio cinque la configurazione β.
Formato questo intermedio diidrossi derivato in una reazione di riduzione che comporta la
saturazione del doppio legame, saturazione che richiede la presenza di NADPH, passiamo
all’intermedio saturo. Questo è un coprostano derivato perché l’idrogeno 5 ha la configurazione β (
si passa dalla serie del colestano alla serie del coprostano) e formiamo un coprostanno 7α 12α diolo
3 one. Se la configurazione dell’idrogeno fosse α non si formerebbero acidi biliari.
Secondo passaggio: riduzione del gruppo chetonico in 3; interviene una riduttasi che agisce sul
carbonio 3 e utilizza come cofattore NADH . Si forma un coprostano 3α 7α 12α triidrossi
coprostano. Con questo passaggio le modificazioni sull’anello sono terminate. Questo coprostano
triolo si trasferisce dal reticolo al mitocondrio. Come avvenga questo passaggio non è chiaro,
probabilmente diffonde semplicemente attraverso la membrana mitocondriale. Nel mitocondrio va
incontro ad un rimaneggiamento della catena laterale per un processo che probabilmente coinvolge
alcune tappe della beta ossidazione. Se entra in beta ossidazione la prima reazione è il legame con il
CoA il che prevede la presenza di un gruppo carbossilico. Questo gruppo carbossilico ce lo
dobbiamo procurare:
primo passaggio: uno dei metili terminali, il 26 o il 27 viene convertito in un gruppo carbossilico,
che sarà poi suscettibile di legame con il CoA.
Per il passaggio dal gruppo metilico a quello carbossilico, probabilmente si verificano reazioni di
idrossilazione, di cui la prima trasforma il gruppo metilico in un gruppo alcolico secondario. In
presenza di O2 e di NADPH + H+ entra in azione un sistema di idrossilazione molto simile a quello
visto per la 7α idrossilasi. Interviene una flavoproteina o un citocromo, non si sa esattamente,
comunque il metile 27 viene trasformato in un gruppo alcolico primario. Una alcol deidrogenasi
ossida il gruppo alcolico primario a gruppo aldeidico il quale a sua volta viene ossidato a gruppo
carbossilico su intervento di una aldeide deidrogenasi che utilizza come cofattore NAD.
Secondo passaggio. Tuttavia quello che succede da questo momento in poi è molto ipotetico.
Le strade percorse possono essere 2:
• una prima strada in cui dopo la formazione del gruppo carbossilico in 27 avviene una
idrossilazione in posizione 24 che introduce una funzione alcolica secondaria: si forma un
24 idrossi derivato che prende il nome di acido varanico. Siamo passati quindi da un
coprostano ad un acido coprostanico e formiamo il 3α 7α 12α triidrossi coprostanico e
questo acido va incontro ad un ulteriore idrossilazione in posizione 24 e formiamo l’idrossi
derivato in 24 che prende il nome di acido varanico. E’ un acido coprostanico con tre
funzioni ossidriliche nelle posizioni 3, 7, 12, e una funzione ossidrilica in posizione 24.
Probabilmente il gruppo alcolico secondario è ossidato a gruppo chetonico. Si forma un 24
cheto derivato dopo di che la catena si spezza tra il carbonio 24 e il carbonio 25, da un lato
formiamo propionil-CoA, dall’altro lato formiamo acido colico. L’acido propionico
diventerà carbossilato e poi formerà metil malonil-CoA, succinil-CoA ed entra nel ciclo

150
dell’acido citrico. L’acido colico che si è liberato esce dal mitocondrio, passa nel
citoplasma, viene attivato a colil-CoA e tale attivazione richiede ATP che si scinde ad AMP
+ PPi e diventa colil-CoA. L’acido colico diventa colil-CoA che si trasloca nei perossisomi
dove viene copulato con glicina o taurina e con questo il catabolismo si chiude. Quindi il
colil-CoA si trasloca dal citoplasma ai perossisomi, dove in una reazione di trasferimento il
colile viene trasferito o alla glicina o alla taurina formando l’acido taurocolanico o
glicocolanico. Con questo il catabolismo dell’acido colico si chiude.
• Se invece eravamo rimasti al diidrossi derivato coprostano 3α 7α, questo si trasloca al
mitocondrio, segue la stessa sequenza, va incontro alla degradazione della catena laterale,
poi si sposta nel solubile e viene attivato con il CoA, quindi va nei perossisomi, si lega a
glicina o taurina e si forma l’acido derivato corrispondente.
Quindi sia il colico che l’antropodesossicolico vengono trasformati nel fegato nei corrispondenti
glicoderivati o tauroderivati, dal fegato vengono trasferiti nella cistifellea in un processo
probabilmente attivo che consuma ATP e dalla cistifellea con la bile vengono portati nell’intestino.
Nell’intestino a causa del pH il cui valore oscilla tra 7.2 e 7.4 il gruppo carbossilico della glicina o il
gruppo acido solforico della taurina sono presenti come sali di sodio o sali di potassio, quindi
abbiamo i sali corrispondenti dell’acido glicocolico e dell’acido taurocolico. Questi sali sono
potenti tensioattivi e vengono utilizzati attivamente nell’intestino per emulsionare la componente
lipidica della dieta e favorire in questo modo sia la digestione dei lipidi sia l’assorbimento dei
prodotti di questa digestione. Allo stesso tempo questi sali biliari vengono attaccati dalla flora
batterica intestinale la quale svolge due funzioni, da un lato stacca glicina e taurina, formando i
corrispondenti acidi biliari liberi, dall’altro agisce come riducente sulla funzione ossidrilica in 7, in
pratica toglie l’ossidrile in 7 per cui l’acido colico si trasformerà nell’acido diossicolanico 3α 12α
che prende il nome di acido desossicolico e l’acido antropodesossicolico diventa acido litocolico
cioè il 3α idrossiderivato. Quindi la flora batterica ha la funzione di staccare glicina e taurina da una
parte, ridurre l’acido biliare togliendo l’ossidrile in 7 e formando i corrispondenti diossiderivati,
acido desossicolicoo o monossiderivati, acido litocolico. Sia gli acidi primari, ovvero il colico e
l’antropodesossicolico, sia gli acidi secondari, desossicolico e litocolico, ritornano con il circolo
portale al fegato, si stabilisce una circolazione enteroepatica, l’intestino comunica con il fegato
attraverso il sangue portale, e arrivati nel fegato questi acidi primari e secondari vengono
nuovamente attivati, portati nei perossisomi, copulati con glicina e taurina, traslocati nella cistifellea
e da qui nuovamente nell’intestino. Una piccola quota sfugge a questo riciclo e viene mandata in
circolo, dove gli acidi biliari hanno normalmente una concentrazione di 1- 1,5 milligrammo, dove la
maggior parte è rappresentata da acido colico. Normalmente produciamo 30 grammi di acidi biliari
al giorno, e di questi soltanto 300-350 milligrammi vengono persi con le feci, ovvero vengono
eliminati, e la parte persa viene reintegrata da colesterolo che viene trasformato in acido biliare.
Quindi meno acidi biliari tornano al fegato e più colesterolo viene convertito in acido biliare, più
acidi biliari ritornano al fegato e meno colesterolo viene trasformato. C’è quindi una continua
regolazione e controllo tra la quantità di acidi biliari persi e la quantità di colesterolo che reintegra
la quota persa. Questo è importante perché serve a spiegare la regolazione del colesterolo in circolo.
Nei soggetti che sono a rischio di ipercolesterolemia, che tendono quindi ad avere livelli alti di
colesterolo in circolo, i meccanismi che inducono questa alterazione non sono chiari. Un metodo
per abbassare l’ipercolesterolemia e quello di portare ad una maggiore eliminazione di acidi biliari,
conseguentemente più colesterolo verrà degradato. Se si perdono più acidi biliari viene demolito più
colesterolo, e in questo modo vengono abbassati i livelli alti di colesterolo. Per realizzare ciò la
dieta viene abbinata a resine particolari che portano dei gruppi basici. Queste resine nell’intestino
con i loro gruppi basici riescono a legare l’acido biliare che è acido e in questo modo viene
eliminato.Le resine sono policationiche e riconoscono l’acidità dell’acido biliare e lo legano e poi il
prodotto viene eliminato con le feci. In questo modo più acidi biliari del dovuto vengono eliminati e
quindi più colesterolo verrà degradato per ripristinare la quota persa. Sono da considerarsi come

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farmaci anche se in realtà non lo sono. Esse non vengono attaccate nel canale digerente ma passano
indenni.

-SINTESI DEL COLESTEROLO-


La sintesi del colesterolo si ripartisce tra citoplasma dove inizia e poi prosegue nel reticolo
endoplasmatico. E’ un δ5 colestene 3β olo. Ha 27 carboni di cui 17 nell’anello, 2 C come metili
nella catena laterale in posizioni 10 e 13 e una catena laterale iso ottilica. Questi 27 carboni
derivano dai carboni dell’acetil-CoA e il primo precursore che si forma da cui poi deriva la
molecola di colesterolo è l’anasterolo che ha 30 carboni. In totale vengono coinvolte 15 molecole di
acido acetico nella sintesi del colesterolo delle quali 3 sono perse come anidride carbonica e
rimangono i 27 che vanno a costituire la molecola di colesterolo.
Il precursore del colesterolo è l’acido acetico nella sua forma attiva, l’acetil-CoA. L’acetil-CoA
nella sintesi del colesterolo può avere una duplice origine,1) derivare dal catabolismo di acidi grassi
2) derivare dalla decarbossilazione ossidativa del piruvato ad opera della piruvato idrogenasi, il che
vuol dire derivare da glucosio.
A formare colesterolo concorrono quindi sia lipidi che glicidi. Per lipidi si intende acidi grassi, i
quali degradati ad acetil-CoA permettono di utilizzare questo acetil-CoA per la sintesi del
colesterolo. In entrambi i casi l’acetil-CoA si forma nel mitocondrio da cui deve uscire per poter
essere utilizzato nella sintesi del colesterolo, ed esce con lo stesso meccanismo che viene utilizzato
per portar fuori l’acetile nella sintesi dell’acido grasso. Può uscire come citrato e poi nel solubile ad
opera della citrato liasi ATP dipendente si forma acetil-CoA. In piccola misura l’acetilCoA può
essere veicolato fuori via carnetina, uscire come acetil-carnetina e poi nel solubile essere ripristinato
ad acetilCoA. Quindi l’uscita dell’acetilCoA può essere mediata da citrato oppure da carnetina. Se è
il citrato a mediare tale passaggio la citrato liasi trasformerà il citrato in acetil-CoA più ossalacetato,
se invece è la carnetina, questa lega l’acetile all’interno del mitocondrio, lo trasporta fuori dove a
seguito della reazione opposta riforma acetil-CoA più carnetina.
Il processo inizia con reazioni simili a quelle incontrate nella sintesi dei corpi chetonici. La prima
reazione prevedeva l’interazione di due molecole di acetil-CoA a formare aceto acetilCoA. Nella
sintesi del colesterolo si verifica la stessa cosa, l’unica differenza è che la sintesi dei corpi chetonici
si verifica nei mitocondri, mentre la sintesi del colesterolo si realizza fuori. Per formare aceto acetil-
CoA la reazione è di trasferimento in cui l’enzima che interviene è una acetil-transferasi che porta
come gruppo reattivo nel suo sito catalitico un gruppo tiolico. In un primo momento l’enzima lega
la prima molecola di acetil-CoA, stacca l’acetile e lo lega al suo gruppo tiolico formando un acetil-S
enzima intermedio e poi lo trasferisce alla seconda molecola di acetil-CoA formando aceto acetil-
CoA. L’intermedio della reazione è un acetil-S enzima con liberazione di CoA e poi acetil-S enzima
più acetil-CoA formerà aceto acetil-CoA.
In un secondo momento interviene una terza molecola di acetil-CoA che viene portata sull’aceto
acetil-CoA formando per primo un intermedio instabile che ha ancora le due molecole di CoA
legate che poi si assesta nell’intermedio definitivo β-ossi β-metil glutaril-CoA. E’ un acido
glutarico copulato con CoA β-metil β-idrossi sostituito. Per legate l’acetil-CoA con l’aceto acetil-
CoA si è verificata una reazione liasica perché nel gruppo metilico dell’acetil-CoA un H si
comporta come protone, tende dunque ad essere dissociato e portato sul doppio legame del gruppo
carbonilico dell’aceto acetil-CoA. Si crea in questo modo un carbo-catione il quale lega la
rimanente parte dell’acetilCoA. Nella reazione liasica per addizione di gruppi sul doppio legame
questo scompare. L’enzima sarà una carbonio-carbonio liasi. La reazione è irreversibile, va solo
verso la formazione del β-ossi β-metil glutaril-CoA, anche perché si verifica l’idrolisi di un legame
ricco di energia, quale quello che lega l’aceto acetile al CoA. Importante è la formazione del metile
in catena laterale che viene conservato andando avanti nella sintesi e sarà responsabile delle
funzioni metiliche che troviamo nelle posizioni angolari del colesterolo e nella ramificazione
terminale della catena così come del metile 21. Creando questa catena laterale abbiamo creato i
presupposti per i metili che emergeremmo come catene laterali nella molecola del colesterolo.

152
Si verifica adesso la reazione più importante della sintesi del colesterolo, che viene considerata
come limitante l’ intero processo e prevede una reazione di riduzione a livello del gruppo
carbossilico legato con il CoA. Quindi il gruppo carbossilico che è legato con legame di estere al
CoA viene ridotto a gruppo alcolico primario e simultaneamente il CoA viene staccato. Con questa
reazione viene perso il CoA che fino ad ora aveva sorretto tutti gli intermedi. Si arriva alla
formazione dell’acido mevalonico, che uno dei prodotti fondamentali per la sintesi del colesterolo.
Il β-ossi β-metil glutaril-CoA viene attaccato dalla riduttasi indicata come β-ossi β-metil glutaril-
CoA più NADP+. Utilizzando NADPH che si forma nel ciclo del glucosio 6 P ed è importante non
solo per la sintesi degli acidi grassi, ma anche per la sintesi del colesterolo. La reazione avviene in
tempi successivi: in un primo tempo la riduttasi utilizza il potere riducente del NADPH per ridurre
il gruppo carbossilico che era impegnato con il CoA a gruppo aldeidico, determinando il distacco
del CoA. In un primo momento questa riduttasi interviene sul legame estere CoS-CoA, riduce il
carbossile a gruppo aldeidico e libera CoA. La reazione è irreversibile. Il NADP viene ossidato, si
libera CoA e si forma questa aldeide intermedia, una semi aldeide glutarica che è instabile e ad
opera dell’enzima in presenza di una seconda molecola riduciamo il gruppo aldeidico a gruppo
alcolico. Si forma un acido monocarbossilico a 5 carboni, un derivato dell’acido valerianico e sarà
l’acido β, δ-diidrossi βmetil valerianico indicato come acido mevalonico. Siamo passati da un acido
bicarbossilico a un acido monocarbossilico sempre a 5 carboni. In totale il β-ossi β-metil glutaril-
CoA + 2 NADPH porta alla formazione di acido mevalonico, NAP+ + CoA. Questa è considerata
una reazione chiave del processo sia perché l’enzima che è una riduttasi è presente in
concentrazione più bassa rispetto a tutti gli altri enzimi del processo, fa quindi da fattore limitante e
sia perché questa riduttasi è fortemente regolata, e questa regolazione può essere data da metabolici
oppure può essere una regolazione che riguarda la conformazione dell’enzima, una regolazione di
tipo conformazionale covalente.

Regolazione della riduttasi.


- Regolazione da metaboliti. La riduttasi è inibita da colesterolo che sarà il prodotto terminale
della sequenza. E’ una inibizione di tipo feedback, infatti il prodotto terminale della sequenza si
ritorce a danno delle reazioni iniziali del processo. L’inibizione è probabilmente di tipo competitivo
da un lato sull’enzima, e soprattutto si porta a livello nucleare e reprime la sintesi dell’enzima.
- Regolazione da modificazioni covalenti. La seconda regolazione che riguarda la conformazione
dell’enzima, in quanto questa riduttasi esiste in due forme, una defosforilata che è la forma attiva e
in una forma fosforilata che è invece inattiva. Questa beta ossi beta metil glutaril CoA riduttasi
passa dalla forma fosfo alla forma defosfo attraverso una reazione di idrolisi; interviene una
fosfatasi che stacca il fosfato. La fosfatasi è regolata da insulina positivamente, quindi l’insulina
favorendo le forme fosforilate della riduttasi potenzia la sintesi di colesterolo. Il passaggio dalla
forma defosfo alla forma fosfo è regolato da ATP ad opera di una protide cinasi; questa regolazione
è data da una riduttasi cinasi, indicata anche come riduttasi K,dove K sta ad indicare cinasi. Questa
riduttasi cinasi a sua volta esiste in una forma attiva (fosforilata) e in una forma inattiva
(defosforilata), esattamente l’opposto della riduttasi. Il passaggio dalla forma defosfo alla forma
fosfo prevede ATP ed è regolato da una PKA, la quale indica “sensibile ad AMP ciclico”, quindi la
PKA è regolata da adrenalina e glucagone. Adrenalina e glucagone bloccano la sintesi di colesterolo
perché mantengono la riduttasi cinasi nella forma fosforilata attiva, il che significa riduttasi
fosforilata che è la forma inattiva. Invece il passaggio dalla forma fosfo alla forma defosfo avviene
per aggiunta di acqua, con distacco di fosfato ad opera di una fosfatasi regolata da insulina.
L’insulina la mantiene nella forma inattiva e impedisce il passaggio della riduttasi dalla forma
fosforilata alla forma defosforilata.
Riassumendo dunque la riduttasi cinasi ha la funzione di inibire la riduttasi perché la mette nella
forma fosforilata che è inattiva, e la riduttasi cinasi a sua volta esiste in due forme, una forma
fosforilata attiva e una forma defosforilata inattiva. Per avere una riduttasi cinasi attiva questa deve

153
essere nella forma fosforilata e la fosforilazione è garantita da una PKA che a sua volta è controllata
da adrenalina e glucagone. L’insulina attiva quindi indirettamente la sintesi del colesterolo. La
riduttasi cinasi passa dalla forma fosfo alla forma defosfo su intervento di acqua e ad opera di una
fosfatasi che stacca il fosfato. Con questa reazione inattiva la riduttasi cinasi , e la riduttasi sarà
nella forma defosforilata, che è la forma attiva. La riduttasi cinasi è sensibile ad alcune sostanze
indicate con il nome di statine, che sono molecole con struttura abbastanza vicina a quella del
colesterolo. Esse agiscono sulla riduttasi cinasi con meccanismo simile a quello del colesterolo,
ovvero bloccano l’enzima agendo sul substrato; tale meccanismo è competitivo. Si porta inoltre a
livello nucleare dove blocca la sintesi della riduttasi. Queste sostanze hanno rilevante importanza
terapeutica e sono somministrate a soggetti a rischio di avere elevati livelli di colesterolo in circolo.
Sono però molecole estremamente pericolose se assunte in dosaggi sbagliati. Tra queste la più nota
è l’ovastatina, che è anche la più utilizzata.
- Regolazione ad opera del sistema proteasoma.La riduttasi lavora nel reticolo endoplasmatico,
poiché è attaccata alla membrana del reticolo e con l’estremo N-terminale sporge all’interno del
reticolo, mentre con l’estremo C-terminale emerge verso il citoplasma. Nella porzione C-terminale
la riduttasi viene riconosciuta da un sistema proteolitico che prende il nome di proteasoma, il quale
provvede a decurtarne l’estremo C-terminale e con questo inattiva al riduttasi. L’estremo C-
terminale è importante dunque per la catalisi enzimatica.

Dei due gruppi carbossilici sull’acido glutarico ne abbiamo ridotto uno a gruppo alcolico primario.
Questa grande modificazione consiste nel passaggio da un acido dicarbossilico ad un acido
monocarbossilico. Il CoA è stato perso formando apparentemente un acido libero.

Durante la sintesi del colesterolo si distinguono due fasi più una compresa tra le due:
- nella prima fase i metaboliti sono retti da CoA
- nella fase intermedia sono retti da pirofosfato
- nella fase intermedia sono retti da proteine
Le molecole che si creano nel processo sono poco solubili,quindi a seconda della fase del processo
necessitano di un supporto per renderle solubili, tali supporti sono appunto CoA, pirofosfato o
proteine.

L’acido mevalonico non ha supporto. Andando verso la formazione del supporto esso lega due
molecole di orofosfato. Il fosfato è legato al gruppo alcolico primario in posizione δ, che va
incontro ad una reazione cinasica ad opera di una mevalonato cinasi, la quale in presenza di ATP
che si trasforma in ADP viene fosforilata sul gruppo alcolico primario formando un acido 5 fosfo
mevalonico. La reazione richiede la presenza di cationi bivalenti, cioè magnesio. Questa reazione è
irreversibile e va solo verso la fosforilazione e non viceversa. Sull’acido fosfo mevalonico
interviene una seconda cinasi, una fosfo mevalonato cinasi, la quale va a fosforilare ulteriormente il
fosfato già esistente legando un secondo fosfato al primo formando l’acido 5 piro fosfo mevalonico.
Questa seconda reazione di fosforilazione è reversibile dal punto di vista termodinamico perché si
forma un legame di anidride la cui energia è pari a quella del legame pirofosforico terminale
dell’ATP. Tuttavia in vivo la reazione diventa irreversibile in quanto l’acido 5 piro-fosfo-
mevalonico è coinvolto in una reazione irreversibile che lo trasforma rapidamente nel metabolita
pentenil pirofosfato.
Segue una reazione liasica defosforilante poiché si ha la liberazione di una molecola di fosfato che
non è quello del pirofosfato. E’ molto probabile infatti che questa reazione sia preceduta da una
ulteriore fosforilazione in presenza di ATP in cui viene fosforilato l’ossidrile legato al carbonio β.
E’ un intermedio labile che si forma per intervento di una terza cinasi sul gruppo alcolico terziario.
A questo intermedio segue la reazione liasica irreversibile che comporta l’intervento di una
pirofosfo fosfato mevalonato liasi che agisce sul composto e determina l’allontanamento del gruppo
carbossilico come CO2, la perdita del fosfato che si libera come fosfato inorganico e la formazione

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dell’intermedio stabile pentenil pirofosfato. Il protone del gruppo carbossilico viene utilizzato per
liberare il fosfato e il gruppo metilenico residuo si salda con un doppi legame con il carbonio
vicino. Rimane il composto che prende il nome di isopentenil pirofosfato.
La molecola retta dal pirofosfato rimane in soluzione per la presenza del gruppo idrofilico
pirofosforico. L’isopentenil pirofosfato viene attaccato da una isomerasi che lo trasforma con una
reazione reversibile in dimetil allil pirofosfato. L’enzima è una isopentenil pirofosfato isomerasi e la
reazione è di isomerizzazione. L’enzima lavora a carico del doppio legame e determina lo
spostamento di un idrogeno del gruppo metilenico verso il carbonio metilenico ribaltando il doppio
legame tra i due carboni. L’intermedio che si forma sarà il dimetil allil pirofosfato, dove l’allile è
una sequenza a 3 carboni.
Su queste due molecole è importante riconoscere un estremo testa e un estremo coda. L’estremo
testa è quello lontano dal radicale pirofosforico, e l’estremo coda è quello che è legato al
pirofosfato.
Nella reazione che segue vengono condensate una molecola di isopentenil pirofosfato e una
molecola di dimetil allil pirofosfato: il dimetil allile è trasferito sull’isopentenil pirofosfato con
liberazione di un pirofosfato. Si forma un intermedio a 10 carboni e non più a 5. La dimetil allil
transferasi agisce in due tempi successivi, inizialmente interviene sull’isopentenile e sposta il
doppio legame tra il carbonio4 e il carbonio3 tra il carbonio3 e il carbonio2 e il gruppo CH2 perde
un protone formando questo intermedio instabile. Il protone fa da catalizzatore acido per il
pirofosfato sul dimetil allile, il pirofosfato si allontana e il dimetil allile si porta sulla testa del
precedente isopentenile. Successivamente addizione il dimetil allile sull’isopentenile formando
l’intermedio a 10 carboni che prende il nome di geranil pirofosfato. Il termine geranile deriva dal
fatto che l’alcol corrispondente fa parte dell’essenza del geranio.
La catena formata è a 10 carboni ed è formata da due catene ciascuna di 5 carboni e da un metile in
catena laterale. Queste due parti possono essere ricondotte alla struttura dell’isoprene o dimetil
butadiene. Il composto è formato da due unità isoprenoidi e l’unione di tali unità porta alla
formazione di idrocarburi che prendono il nome di monoterpeni. Nella fattispecie abbiamo l’alcol
corrispondente che prende il nome di geraniolo da cui si ottiene il geranil pirofosfato.
Se esaminiamo attentamente la molecola vediamo che i metili in catena laterale 1 e 2 distano tra
loro 5 carboni e il legame che unisce le due molecole di butadiene è un legame testa-coda, in quanto
la coda del dimetil allile si è agganciata alla testa dell’isopentenile. Tornando indietro, nella
reazione liasica in cui perdevamo il gruppo carbossilico, in effetti abbiamo formato la prima unità
isoprenoide, che poi si isomerizza nel dimetil allil pirofosfato e viene utilizzata per la sintesi del
primo monoterpene, il primo composto a 10 carboni, che prende il nome di geranil pirofosfato. Il
composto ha due metili in catena laterale, è altamente idrofobico ed è retto in soluzione dalla
presenza del pirofosfato. La tappa successiva ripete questa appena analizzata con la differenza che
interviene una nuova molecola di isopentenil pirofosfato su cui è portato il geranil pirofosfato.
Interviene una geranil transferasi che trasferisce il geranile a una molecola di isopentenile
pirofosfato e forma un intermedio a 15 carboni, formato da una unità terpenoide e mezzo, si parla di
sesquiterpene, questo nuovo intermedio prenderà il nome di farnesil pirofosfato. La gerenil
transferasi sposta il doppio legame tra le posizioni 3-4 alle posizioni 2-3, libera il protone dal
carbonio2 che utilizza per staccare il pirofosfato e successivamente l’enzima trasferisce il geranile
sull’isopentenil isomerizzato. Si ottiene un intermedio formato da tre unità isoprenoidi a 15 carboni
che prende il nome di farnesil pirofosfato. Nella reazione viene perso il pirofosfato del geranile. Il
farnesil pirofosfato è l’ultimo intermedio ad essere retto dal pirofosfato perché nella reazione
successiva perderemo il pirofosfato e formeremo un intermedio altamente idrofobico a 30 carboni
che prende il nome di squalene. Esso deriva dall’unione di due molecole di farnesil pirofosfato. Non
è più un alcol ma un idrocarburo e il suo nome deriva dal fatto che è stato isolato dall’olio di squalo.
Nella reazione che segue una seconda molecola di farnesil pirofosfato si aggiunge e le due
molecole di pirofosfato si allontanano. I due farnesili vengono attaccati per le due code, con legame
coda-coda a formare questo nuovo intermedio che prende il nome di squalene. L’enzima è indicato

155
come squalene sintetasi ed è una ossidoriduttasi purché utilizza una molecola di NADPH. Questa è
la terza molecola di NADPH che interviene nel processo. La molecola è simmetrica, cioè formata
da due parti uguali che si agganciano per le code. In totale ci sono 6 molecole di isoprene legate: 3
portate da un farnesile e 3 dall’altro. In totale 30 carboni. Questo è l’ultimo intermedio lineare che
si forma nella sintesi del colesterolo. Dopo questo la molecola ciclizza e passeremo al primo
intermedio ciclico che prende il nome di lanasterolo. Con la sintesi dello squalene chiudiamo la
tappa intermedia e affrontiamo la tappa conclusiva che ci porterà alla formazione del colesterolo.
.

Biochimica Rinaudo. Lezione del 14-01-03

Con la perdita del pirofosfato,si forma lo squalene che è un composto altamente idrofobico il cui
metabolismo potrebbe essere fortemente ostacolato, per cui, da questo momento in poi lo squalene e
tutti i composti che si formeranno in seguito in rapporto alla idrofobicità saranno retti da proteine
che mantengono in soluzione la molecola e ne permettono l’attacco da parte dei diversi enzimi.
Quindi, a questo punto, la molecola dello squalene che ha perso il pirofosfato verrà retta da protidi
in particolare sono protidi citoplasmatici che la mantengono in soluzione e ne permettono le
modificazioni dagli enzimi che saranno deputati a modificare questa molecola. Ieri parlando della
riduttasi non vi ho detto di inibizione da mevalonato. Il mevalonato ,che è un prodotto della rezione,
a sua volta si ritorce con un meccanismo a feed-back sull’enzima che lo produce per cui, laddove ci
sia accumulo di mevalonato immediatamente la riduttasi viene repressa.
Procediamo sullo squalene: le due molecole di farnesilpirofosfato ad opera della squalene sintetasi
vengono trasformati in squalene.Questa squalene sintetasi esiste in due forme :una forma che non
utilizza NAD fosfato ridotto e una forma che lo utilizza; se nel tessuto c’è poco NAD fosfato ridotto
la squalene sintetasi lavora in un modo, se c’è una buona disponibilità di NAD fosfato ridotto si
comporta come una riduttasi e trasformerà le due molecole di farnesil pirofosfato in squalene. Se
c’è difetto di NAD fosfato ridotto anziché squalene l’unione delle due molecole di
farnesilpirofosfato porta alla formazione di un intermedio che prende il nome di squalene
pirofosfato. Questo è un intermedio instabile detto presqualene pirofosfato in cui una molecola di
pirofosfato se n’è andata, una seconda rimane ancora legata alla molecola.Quindi se c’è difetto di
NAD fosfato ridotto formiamo questo presqualene pirofosfato che soltanto in presenza di NAD
fosfato ridotto verrà convertito in squalene. Fintanto che non c’è disponibilità del cofattore la
reazione di sintesi del colesterolo si ferma a livello di questo presqualenepirofosfato. Quindi se c’è
difetto di NAD fosfato ridotto probabilmente come prima tappa della reazione la squalene sintetasi
origina questo intermedio: presqualene pirofosfato che possiamo pensare formato dall’interazione di
una catena di farnesil pirofosfato con perdita del pirofosfato, con la seconda catena di farnesil
pirofosfato.Cioè in pratica in questo primo momento la squalene sintetasi non si comporta come
riduttasi : attacca una delle catene di farnesil pirofosfato e stacca da questa catena il pirofosfato cioè
utilizza uno degli idroni del Carbonio metilenico che era legato al pirofosfato come protone per
staccare il pirofosfato e lega il radicale residuo che rimane sulla catena rimanente al Carbonio 14 e
13 della molecola di farnesil pirofosfato che si sta affrontando; in pratica forma un anello
ciclopropanico fra le due catene di farnesil pirofosfato con l’eliminazione di un pirofosfato.Quindi il
carbonio 15 di un farnesil pirofosfato viene deprotonato e con questo si perde il pirofosfato. Questo
carbonio radicalico che rimane va a legarsi con il carbonio 14 e 13 dell’altra molecola di farnesil
pirofosfato costituendo questo intermedio altamente instabile che prende il nome di presqualene.
Questo è il primo intermedio nella reazione che porterà alla formazione dello squalene. A questo
punto se c’è presenza di NAD fosfato ridotto la squalene sintetasi si comporta adesso come riduttasi
e in pratica utilizza uno dei protoni del NAD fosfato ridotto per staccare il pirofosfato. L’altro
idrogeno del NAD fosfato ridotto viene utilizzato per ridurre il carbonio metinico, che faceva da
ponte tra i carboni 13 e 14 trasformandolo in un carbonio metilenico e a questo punto aggancia il
carbonio metilenico al carbonio metilenico dell’altra catena . Con questo si rompe il ciclopropano

156
intermedio; quindi le due molecole di farnesil pirofosfato vengono legate tra di loro a formare lo
squalene. Per cui, il prodotto della reazione squalene sintetasi sarà: squalene più una molecola di
NAD fosfato ossidato più due molecole di pirofosfato. A questo punto lo squalene è
immediatamente legato a una proteina che viene indicata come protide portatore di squalene o
protide portante squalene, la quale ha la funzione di mantenere in soluzione questo composto
fortemente idrofobico. Da questo momento in poi succedono delle reazioni che non sono note nello
specifico quindi ci sono parecchie ipotesi per spiegare cosa succederà successivamente, sta di fatto
che lo squalene in presenza di ossigeno molecolare , probabilmente ad opera di una squalene
idrossilasi, va incontro a un processo di idrossilazione, quindi lega un atomo di ossigeno a partire
da ossigeno molecolare,e si trasforma in un 3 epossisqualene che è l’ultimo composto lineare,
dopodiché ci troviamo in presenza del primo composto ciclico definitivo stabile che prende il nome
di lanosterolo. Allora,formato lo squalene ,in presenza di ossigeno molecolare ad opera di una
squalene idrossilasi, uno degli estremi della molecola dello squalene va incontro a idrossilazione e,
in presenza di ossigeno molecolare, formiamo questo intermedio: 3 epossisqualene. Quindi si forma
un ponte epossidico tra il C3 e il C4 .Il meccanismo di questa reazione di idrossilazione non lo
conosciamo, dopodiché da questo intermedio instabile passiamo al lanosterolo. Nella formazione
dell’epossisqualene: ci sono le sei unità isoprenoidi che concorrono a formare lo squalene la quarta
delle quali si attacca con legame coda-coda e quindi la distanza tra i metili laterale sarà di 6 carboni
e non di 5. Segue la seconda molecola di farnesil pirofosfato che rappresenterà la parte terminale
della molecola di colesterolo. Nella formazione del lanosterolo c’è una trasposizione di doppi
legami e soprattutto c’è una migrazione dei metili, perché il metile della catena laterale si ribalta e
rappresenterà il metile angolare in posizione 13. Quindi il rimaneggiamento della molecola è
profondo, sia per quanto riguarda i doppi legami sia per quanto riguarda i metili in catena laterale.
Da questo intermedio passiamo al primo sterolo stabile, ciclico, il quale ha ancora i 30 carboni che
avevamo nello squalene e però è un alcol: in posizione 3 porta la funzione alcolica e ha 2 doppi
legami: uno in 8 e l’altro nella posizione 24. Il lanosterolo sarà un 4,4 dimetil 4,4,14 trimetil
colestadiene 8,24 3 β olo perché in posizione 3 porta una funzione alcolica di configurazione β.
Allora abbiamo 30 C in totale dobbiamo scendere a 27 per arrivare alla molecola del colesterolo. In
più abbiamo due doppi legami e dovremo arrivare a un solo doppio legame in posizione 5-6.La
trasformazione del lanosterolo in colesterolo inizia sul metile 14 il quale dovrà essere eliminato.
Perché i metili possano essere allontanati devono avere la α configurazione cioè devono essere in
configurazione opposta rispetto ai metili in 10 e in 13. Il metile 14 è già nelle conformazione giusta.
Come primo passaggio interviene una 14 metilidrossilasi che idrossila il gruppo metilico al gruppo
alcolico primario, reazione che prevede la partecipazione di ossigeno molecolare e di NADPH + H.
Interviene un sistema di idrossilazione di cui fanno parte una clavoproteina, probabilmente un
citocromo B 5 e poi la vera idrossilasi che probabilmente ha le caratteristiche di un citocromo P
450. Ripete esattamente quello che abbiamo visto per la ω ossidazione. Poi il gruppo alcolico
primario ad opera di una alcol deidrogenasi, che utilizza come cofattore NAD, viene trasformato in
gruppo aldeidico e il gruppo aldeidico nella forma di idrato dell’aldeide viene deidrogenato da
un’aldeide deidrogenasi che lo trasforma in gruppo carbossilico.E’ lo stesso processo di
ossidazione che nella glicolisi aveva trasformato la gliceraldeide 3 fosfato nell’acido 1,3
difosfoglicerico. Da ultimo, il gruppo COOH in una reazione liasica viene allontanato come CO2 e
rimane un atomo di H. Lo stesso sistema di idrossilazione inizia adesso a lavorare sui metili in 4,
iniziando con quello in configurazione α, quindi il metile in β non viene riconosciuto. Il metile
riconosciuto segue la solita trafila. La reazione si ferma però al gruppo carbossilico perché il gruppo
alcolico in β disturba la liasi che dovrebbe staccare il gruppo carbossilico, per cui la liasi non riesce
a funzionare a questo livello; interviene quindi un sistema di ossidazione cioè una alcoldeidrogenasi
che utilizza come cofattore NAD che in pratica va a ossidare il gruppo alcolico a gruppo chetonico
e formiamo un 3 chetoderivato, la cui presenza rende possibile la reazione di decarbossilazione e in
questo modo l’allontanamento del primo metile. Adesso, il gruppo metilico residuo viene
convertito probabilmente per una isomerizzazione in isometile α e segue adesso la stessa trafila. Ma

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quando va via il gruppo carbossilico il gruppo chetonico ritorna alla funzione alcolica:quindi
formiamo un monometil derivato in 4. Iniziamo adesso sul secondo metile che segue la solita
trafila: gruppo alcolico primario, poi aldeidico, gruppo carbossilico:a questo punto di nuovo la liasi
non riesce a funzionare, ritorniamo a ossidare il gruppo alcolico a gruppo chetonico interviene la
liasi che toglie il gruppo COOH come CO2 e da ultimo il gruppo chetonico in 3 viene ritrasformato
in gruppo alcolico secondario.Con questo abbiamo trasformato il lanosterolo in desmosterolo .
Quindi prima abbiamo formato un lanosterolo che ha perso il gruppo metilico in 14 detto
norlanosterolo, poi dopo la perdita dei due metili in posizione 4 passiamo al desmosterolo.In tutti
questi passaggi lo sterolo non è libero ma è sempre legato a un supporto proteico perché altrimenti
non potrebbe essere modificato. A questo punto non sarà più un protide portante squalene ma sarà
un protide portante steroli: di queste proteine ne hanno isolate più di una, quindi è probabile che
man mano che la molecola si modifica, si modificano anche le proteine che interagiscono con essa e
la tengono in soluzone.Siamo arrivati alla formazone di un colestadiene 8,24 perché abbiamo perso
i tre metili. Da questo momento in poi le possibilità per trasformare questo precursore in colesterolo
definitivo sono varie.La cosa fondamentale è che il doppio legame in 8-9 impedisce l’ introduzione
di un doppio legame in 5-6 che è quello che ci interessa; per cui bisogna modificarlo. Possiamo
seguire questa strada: dapprima interviene una steroide isomerasi che sposta il doppio legame
dalla posizione 8-9 alla posizione 7-8.abbiamo fatto un colestadiene 7,24. A questo punto ho due
possibilità: 1) introduco subito il doppio legame in posizione 5-6 ad opera di una steroide
deidrogenasi ( utilizza come cofattore NAD, toglie due atomi di H e forma NAD ridotto e si
introduce l’insaturazione in posizione 5-6). A questo punto vado a ridurre il doppio legame in
posizione 24 ad opera di una steroide riduttasi che utilizza NADPH+H come donatore del potere
riducente e arrivo alla formazione di un colestadiene 5,7 3 β olo che è indicato anche col termine di
provitamina D indicata come provitamina D3 che è il precursore della vitamina D. Da ultimo
andiamo a ridurre il doppio legame in 7-8 ad opera di NAD fosfato ridotto e arriviamo al
colesterolo.2) alternativamente potevo andare subito a ridurre il doppio legame in posizione 24 , poi
spostare il doppio legame dalla posizione 8-9 a quella 7-8, poi introdurre il doppio legame in
posizione 5-6 e poi ridurre il doppio legame 7-8: a vostro piacimento. L’importante è ricordare che
quando ci sono reazioni di deidrogenazione interviene come cofattore NAD quando ci sono reazioni
ci riduzione interviene come cofattore NADPH+H.il colesterolo così formato può prendere diverse
strade: può essere utilizzato all’interno delle cellule epatiche che sono le cellule che più
intensamente generano colesterolo e quindi viene dislocato ai vari compartimenti cellulari dove
entra come componente delle membrane mitocondriali, nucleari, plasmatiche. Oppure può essere
temporaneamente immagazzinato e in questo caso va incontro a una acilazione ad opera di una acil
coenzima A colesterolo aciltransferasi,(questo enzima viene indicato con la sigla ACAT: trasferisce
acili a lunga catena ,16-18 C, e nonnacetili. È diverso da CAT1 che è deputata al trasporto delle acil
carnitine.)viene convertito in colesteride per esterificazione al gruppo alcolico secondario e quindi
forma un lipide semplice colesterine. Ricordate che gli acidi grassi legati sono in genere
monoinsaturi tipo l’acido oleico, l’acido palmitoleico cioè 18 C monoinsaturo o 16 C monoinsaturo
più raramente sono acidi grassi saturi a lunga catena o acidi grassi polinsaturi.Da ultimo se è stato
prodotto a livello epatico viene smistato alla periferia, viene mandato in circolo e trasportato a
tessuti che utilizzano colesterolo e in cui la sintesi di colesterolo è deficitaria dove può essere
utilizzato per la formazione di membrane o per funzioni particolari tipo la formazione di ormoni
steroidei.Per essere smistato viene incorporato all’interno di lipoproteine prodotte a livello del
fegato che sono le VLDL in questa forma la lipoproteina lascia il fegato, passa in circolo e va
incontro a rimaneggiamento profondo che la trasforma in una seconda lipoproteina nota come LDL,
che sono le effettive responsabili del trasporto del colesterolo ai tessuti periferici.Le LDL
riconoscono recettori sulle membrane dei tessuti, vi si legano e vengono così internalizzate.La
proteina apoB100 fa da aggancio per i recettori delle membrane dei tessuti ed è quindi una
componente fondamentale delle LDL. La proteina viene internalizzata in forma di vescicole
rivestite di clatrina. Va ai lisosomi dove il complesso viene risolto, in genere il recettore torna alla

158
membrana, i vari componenti della lipoproteina vengono disintegrati e il colesterolo liberato.Se
manca invece questo recettore di membrana la LDL non viene riconosciuta e la concentrazione
aumenta perché il catabolismo della proteina è rallentato, così le LDL tendono ad aderire alla
membrana dei vasi dove vanno a costituire delle placche che ispessiscono la membrana del vaso
fino alla sua occlusione per cui sa ha il trombo: fenomeno di aterosclerosi. Ci sono soggetti che
hanno deficit di questo recettore periferico per cui non riconoscono le LDL e sono ad alto rischio di
trombi e sovente questa situazione è fatale. La patologia è dovuta a mancanza del recettore o a
recettori non funzionanti che non legano la LDL o che non riescono a internalizzarsi: soggetti
ipercolesterolemici. La terapia è quella di somministrare con la dieta delle resine che sono in grado
di catturare a livello dell’intestino gli acidi biliari di modo che, meno acidi biliari refluiscano al
fegato ,più colesterolo viene degradato:il colesterolo viene internalizzato dalle cellule del fegato e
nel fegato rapidamente convertito ad acidi biliari. L’altra possibilità è quella di diminuire nella dieta
tutti i componenti che possono dare colesterolo oppure andare a bloccare la
βossiβmetilglutarilcoenzima A riduttasi utilizzando inibitori tra cui la lovastatina.
Il colesterolo può andare incontro a destini diversi: può essere utilizzato per costruire le membrane,
come deposito di steridi, o in tessuti specializzati può dare origine ad ormoni e in particolare ai
cosiddetti ormoni steroidei, che distinguiamo in diverse classi a seconda della loro struttura, del
sito di formazione e della loro funzione in : ormoni della corticale del surrene e ormoni sessuali
maschili e femminili. Gli ormoni della corticale del surrene vengono distinti in due categorie:
glicocorticoidi e mineralcorticoidi a seconda della funzione. Ricordare che 4 enzimi della
gluconeogenesi sono sottocontrollo dei glicocorticoidi. Tutti questi ormoni sono caratterizzati da 21
C nella loro catena. Per passare da colesterolo a un ormone del surrene viene decurtata la catena
isoottilica.
Gli ormoni sessuali maschili, di cui il prototipo è il testosterone, vengono prodotti a livello dei
testicoli e hanno 19 C. Esistono ormoni sessuali femminili di due tipi: uno ha 21 C e un secondo ne
ha 18. Tutti questi ormoni sono prodotti in loco ma hanno in comune un precursore che è il
pregnelonone, un derivato a 21C. Per arrivare al pregnelonone il colesterolo subisce modificazioni
uguali sia a livello della corticale del surrene, sia a livello dei testicoli e dell’ovaio. Poi, a seconda
della funzione del tessuto, la sintesi evolverà verso gli ormoni definitivi.
Il colesterolo arriva col circolo trasportato da LDL che riconosce, sulla membrana plasmatica di
queste ghiandole, un recettore che aggancia la lipoproteina e le permette di traslocarsi all’interno ,
andare incontro a degradazione e liberare colesterolo. Esso viene raccolto immediatamente da una
proteina particolare indicata come proteina portante colesterolo che lo avvia al sito di
degradazione, cioè verso la trasformazione nel precursore definitivo, trasformazione che avviene a
livello dei mitocondri. Quindi: a livello dei lisosomi si libera colesterolo, questa proteina lo lega e
dal citoplasma lo avvia ai mitocondri dove inizia la sua trasformazione verso il pregnelonone.
Dentro i mitocondri, probabilmente legato a proteine di supporto, il colesterolo va incontro a una
prima reazione che prevede una duplice idrossilazione a livello del C20 e 22, in presenza di
ossigeno molecolare e si forma un 20-22 diidrossi colesterolo. Quindi spendiamo 2 molecole di
ossigeno molecolare e il sistema di idrossilazione è sempre il solito: NAD fosfato ridotto, una
flavoproteina e una idrossilasi con caratteristiche simili a un citocromo P450. Si parla di una 20-22
colesterolo idrossilasi che provvede a idrossilare in 20 e 22. Una terza molecola di O molecolare
interviene in un processo che non conosciamo nei dettagli, il quale comporta la rottura della catena
laterale tra il C 20 e il C22, la separazione di un’aldeide a 6 atomi di C, che sarà un’aldeide
isocapronica (che viene ossidata da acido isocapronico, il quale viene attivato dall’isocapronil Co
A e verrà degradato secondo la β ossidazione). Il composto rimanente non avrà più 27 C ma solo 21
ed è il pregnelonone. Porta una funzione chetonica in 20 e serba ancora la funzione alcolica in 3 in
configurazione β. Con questo cessa la trasformazione a livello dei mitocondri e il pregnelonone si
trasloca a livello del reticolo per andare incontro a modificazioni successive. Altre possibilità di
trasformazione del colesterolo sono nel fegato: trasformazione in acidi biliari e formazione di
provitamina D.

159
Unica via di catabolismo, con eliminazione dell’anello steranico e quindi dello scheletro carbonioso
del colesterolo, è la formazione di acidi biliari; gli altri sono processi di trasformazione della
molecola di colesterolo in altri composti che serbano sempre la natura steroidea e che a loro volta
avranno un loro catabolismo e una loro eliminazione.

Andiamo verso la SINTESI DELLA VITAMINA D di cui siamo in grado di trasformare il


precursore, la provitamina D, in vitamina D. La trasformazione avviene ad opera di agenti esterni,
in particolare della radiazione ultravioletta: quindi è necessaria l’esposizione alla luce perché essa
provoca la conversione della provitamina D in vitamina D.
Il colesterolo prodotto prevalentemente a livello del fegato viene mandato in circolo, dal circolo va
alla cute dove ,attraverso l’esposizione alla luce solare, la molecola subisce una trasformazione che
consiste nella isomerizzazione del metile legato al C10 quindi il metile 19. Questo modifica la sua
configurazione spaziale e passa da quella cis a quella trans, in pratica si rovescia la sua
configurazione.
Questa isomerizzazione induce instabilità del legame tra il C9 e il C10 che si spezza, per cui la
molecola del colestano si apre e passiamo a una struttura nota come seco-colestano, cioè colestano
tagliato. Questo primo intermedio, per azione termica, cioè per effetto del calore della cute, subisce
un’ulteriore isomerizzazione: questo nuovo intermedio in cui il gruppo metilico è diventato un C
metilenico è instabile e la molecola si trasforma in una forma che si dice distesa mentre quella
originale è ripiegata. In pratica, la molecola si ribalta e si srotola: passa in una forma distesa in cui è
evidente il C metilenico che si è formato precedentemente. Questa è la forma definitiva della
vitamina D, stabile. In questa forma però non è funzionale; per diventare tale deve essere veicolata,
trasportata da proteine specifiche al fegato dove va incontro alla reazione di idrossilazione a livello
del C25 e formiamo un 25 idrossiderivato che prende il nome di calcidiolo perché ha due funzioni
alcoliche una in 3 e l’altra in 25. Ma non è ancora questa la forma biologicamente attiva;dal fegato,
a mezzo di proteine particolari, il calcidiolo viene veicolato al rene dove a livello renale, in
particolare nel reticolo endoplasmatico delle cellule renali, il calcidiolo va incontro a una nuova
reazione di idrossilazione che riguarda il C1 e l’ossidrile viene orientato in configurazione α mentre
in 3 è in configurazione β. Quindi si parla di una 1- α idrossilasi in quanto è specifica per orientare
l’ossidrile in configurazione α e con questo formiamo il calcitriolo che è la vitamina D
biologicamente attiva.Quindi non basta trasformare la provitamina D in vitamina D, ma questa deve
andare incontro a due reazioni di idrossilazione una in 25 e l’altra in α in due tessuti differenti,
fegato e reni, per diventare attiva. Qual è la funzione della vitamina D e quali sono i tessuti che
sono sotto il suo controllo…. Interviene nei processi di ossificazione. Quindi, in difetto di vitamina
D l’ossificazione è difettosa e nei bambini si traduce in una patologia frequente nel secolo scorso
che è il rachitismo, in cui le ossa rimangono ancora con le caratteristiche di ossa cartilaginee, si
piegano sotto lo sforzo dei muscoli e si verifica quindi una deformazione dell’intero apparato
scheletrico.
La vitamina D funziona in primo luogo a livello intestinale dove provvede all’assorbimento del
calcio, quindi se siamo in difetto di vit. D non c’è assorbimento di calcio, assorbimento che non è
perfettamente conosciuto ma è sicuramente mediato da proteine la cui sintesi è sottocontrollo della
vit D. Quindi la vit. D non interviene direttamente ma interviene a livello nucleare nell’indurre la
trascrizione di proteine che sono coinvolte in questo processo a livello intestinale: in pratica legano
calcio dal lato del lume e lo trasportano all’interno degli eritrociti. Secondo. La vit. D agisce a
livello renale dove interviene con meccanismi non chiari nel riassorbimento del calcio quindi evita
che il calcio venga perso con le urine. Terzo, interviene a livello dell’osso nel rimaneggiamento
dell’osso durante i processi di ossificazione. Ciò che è importante ricordare è che la 1-α idrossilasi è
sotto controllo ormonale, in particolare dell’ormone paratiroideo che produciamo a livello delle
ghiandole tiroidi e ha una funzione ipercalcemizzante; sotto stimolo dell’ormone paratiroideo il
calcio viene rimosso dall’apparato scheletrico e passa in circolo. Questa 1-α idrossilasi è
sottocontrollo del paratormone per cui oggigiorno la vit. D non è più considerata tanto come

160
vitamina ma come secondo messaggero del paratormone e in alcuni testi è addirittura riportata tra
gli ormoni.
Se siamo in difetto di paratormone, quindi nell’ipoparatiroidismo, non riusciamo a formare vit. D
attiva perché manca la 1-α idrossilasi a livello renale. Seconda possibilità di carenza di vitD si ha
laddove il paratormone funzioni, ma non si ha esposizione alla luce, per cui la provit. D arriva alla
cute ma poi non viene trasformata. È ciò che succede a individui che vivono in ambienti poco
illuminati e quindi è molto facile nelle popolazioni nordiche, dove il periodo di luce è estremamente
ridotto. È stata la scoperta della funzione della luce che ha permesso di chiarire le cause del
rachitismo nei bambini perché è stato sufficiente esporli alla luce perché immediatamente la
patologia rientrasse; da cui l’enorme diffusione che hanno avuto all’inizio di questo secolo le cure
dette eliotropiche: ospedali di montagna in cui i bambini venivano esposti alla luce per lungo
tempo. Un’altra possibilità di cura è la somministrazione con la dieta di vit. D in modo da
potenziare la trasformazione della vit. D in vitamina biologicamente attiva e quindi curare il difetto.
Ricordare che la vit D è una vitamina liposolubile per cui l’eccesso non viene eliminato ma si
deposita specialmente a livello del tessuto adiposo. È quindi facile andare in eccesso di vitamina
cioè in ipervitaminosi, che sovente è fatale perché porta alla mobilizzazione notevole di Ca che va
a depositarsi a livello di alcuni tessuti, in particolare di quello renale, dove determina la formazione
di calcoli con occlusioni renali, nefropatie e sovente morte, per cui il trattamento eccesivo con vit.
D porta gravi danni.
Il fabbisogno di vit D è molto basso, si aggira intorno ai 10 µg al giorno; fabbisogno che ci viene
largamente garantito dalla sintesi di colesterolo e da una buona esposizione alla luce. Sorgenti che
danno un alto apporto di vit D sono l’olio di squalo, in particolare l’olio di balena. Per cui la cura
che si faceva in primavera per irrobustirsi dopo l’inverno era a base di olio di fegato di merluzzo.
Quindi ricordare che la vit D, come la A, K ed E, è liposolubile e dà deposito, mentre le vitamine
del gruppo B si eliminano facilmente: l’eccesso lo eliminiamo e non si corre il rischio di
ipervitaminosi.
Con questo siamo arrivati a chiudere il metabolismo del colesterolo e cominciamo il secondo
aspetto che riguarda la SINTESI E LA DEMOLIZIONE DEL GRUPPO PROSTETICO
DELL’EMOGLOBINA.
L’emo è il gruppo prostetico dell’emoglobina ed è dall’emoglobina che ci viene la maggior parte
dell’emo di cui siamo capaci di catabolismo; la maggior parte dell’emo che sintetizziamo viene
convertito in emoglobina. Tuttavia ci sono nell’organismo molte altre proteine che legano emo e le
abbiamo già trovate come componenti della catena respiratoria. Sono: tutti i citocromi, che
contengono emo di diversa forma, alcuni enzimi tra cui la catalasi che è un emoprotide e altri
enzimi che sono legati al metabolismo degli amminoacidi. Quando si parla di catabolismo dell’emo
ovviamente parliamo del catabolismo dell’emoglobina perché è la molecola di cui disponiamo in
maggiori quantità e di cui più ci interessa il catabolismo.
L’emoglobina è un tetrametro formato da due catene α e due catene β. L’emo è legato alla proteina
stessa, quindi alla globina, che costituisce la parte proteica dell’emoglobina e a sua volta è in grado
di legare reversibilmente ossigeno molecolare. Il catabolismo dell’emoglobina impegna da una
parte la globina e dall’altra il gruppo prostetico. Il catabolismo della globina segue le vie di
catabolismo delle proteine. Consiste essenzialmente nella trasformazione della proteina negli
amminoacidi corrispondenti e il catabolismo dell’emo termina con la formazione di un gruppo di
composti che prendono il nome di pigmenti biliari ( da non confondere con gli acidi biliari) che
sono la biliverdina e la bilirubina; dei due quello maggiormente rappresentato è la bilirubina. Il
nome dice che la biliverdina è un pigmento biliare di colore verde, mentre la bilirubina è di colore
rosso-arancio. Sono sostanze pochissimo solubili e altamente tossiche per l’organismo, che cerca
quindi di eliminarle. Il catabolismo inizia quando il globulo rosso va incontro a lisi: l’emoglobina si
rende libera e il ferro presente al centro del gruppo prostetico va incontro a ossidazione e diventa
ferrico. La degradazione del globulo rosso avviene in tre tessuti: midollo osseo, milza e fegato, in
particolare a livello delle cellule di Cuffer, mentre nel midollo osseo e nella milza avviene a livello

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del reticolo endoteliale. Il reticolo endoteliale provvede alla lisi della membrana del globulo rosso.
Quali siano le cause che facilitano questa lisi non sono note esattamente; chiaramente sono
modificazioni della membrana che diventa labile e facilmente si lisa. In parte ciò avviene per
un’alterazione dei processi metabolici che portano alla diminuzione di NADPH+H, il che rende la
membrana più soggetta a processi ossidativi che ne facilitano la lisi. Se questa lisi per motivi diversi
avviene in circolo ( si calcola che circa il 10% dell’emoglobina che ogni giorno va incontro a
catabolismo si liberi come tale in circolo) l’emoglobina viene captata da proteine che hanno un
ruolo specifico per legarla. Una di queste prende il nome di actoglobina: è deputata a legare
emoglobina laddove si renda libera, quindi in circolo, o quando nei tessuti si forma troppa
emoglobina che non riesce più a essere degradata; in questo caso dal tessuto viene rilasciata in
circolo e captata dall’actoglobina. Si forma un complesso actoglobina-emoglobina in rapporto 1:1 e
in questa forma viene avviata al fegato che provvederà alla sua demolizione e quindi alla
degradazione dell’emo. L’actoglobina è una proteina piccola di massa molecolare intorno a 50.000
ma la sua funzione è estremamente importante perché altrimenti, l’emoglobina che si libera in
circolo, verrebbe eliminata a livello renale perché passa nel filtrato glomerulare e in questo modo
perderemmo anche il Fe dell’emo, il cui assorbimento intestinale è estremamente controllato.
Quindi l’organismo cerca di non perdere Fe perché ha difficoltà a procurarselo. Tutto ciò non
avviene perché, complessandosi con l’actoglobina, si forma un complesso di massa molecolare che
si avvicina ai 100.000 che supera la porosità della membrana dei glomeruli renali e quindi non
passa nel filtrato. La seconda proteina importante nel catabolismo dell’emoglobina è la emopessina
che appartiene alla frazione globulinica del sangue quindi è una globulina circolante: ha la funzione
di legare emo, non emoglobina, laddove per motivi vari si formi emo libero in circolo o laddove una
parte dell’emo che dovrebbe essere catalizzata a livello della milza o del midollo osseo, viene
liberata dal tessuto probabilmente quando è in eccesso. L’emopessina è una glicoproteina
estremamente resistente all’azione denaturante perché ricca di ponti disolfuro e in più è protetta
dall’azione denaturante del calore da catene glicidiche: si calcola che ogni proteina ne porti almeno
sei. Lega emo con rapporto uno a uno. Mentre l’actoglobina lega l’emoglobina, l’emopessina lega
emo e ciò succede quando ci sia un’emolisi intensa per cui c’è un’enorme quantità di globuli rossi
che vengono lisati, specialmente se ciò succede in circolo, nel caso di emorragie violente o nel caso
di assunzione di farmaci che possono dare emolisi in circolo o laddove ci sia un eccesso di globuli
rossi per cui i tessuti non riescono a catabolizzare tutta l’emoglobina e la rilasciano in circolo.
Veicolata da actoglobina o emopessina, l’emoglobina giunge ai tessuti di degradazione, in
particolare al reticolo endoteliale della milza, del midollo osseo e alle cellule di Cuffer del fegato
dove ha inizio il catabolismo. Esso avviene ad opera di un enzima chiamato emoossigenasi, che ha
un’alta affinità per NADPH+H e per ossigeno molecolare e forma un complesso con un enzima del
reticolo endoplasmatico che prende il nome di NADPH+H citocromo C riduttasi.
L’emoossigenasi e questa riduttasi formano un complesso e questa interazione è estremamente
importante perché l’emoossigenasi riesca ad attaccare l’emo in quanto l’emo liberato
dall’emoglobina porta ferro ferrico e non più ferroso e l’emoossigenasi riconosce l’emo solo se ha
ferro ferroso. Quando l’emo incontra l’emoossigenasi ha ferro ferrico per cui questa non potrebbe
lavorare. Allora la NADPH+H citocromo C riduttasi utilizza il suo potere riducente per ridurre il
ferro da ferrico a ferroso e in questo modo l’emoossigenasi riconosce l’emo. In presenza di ossigeno
molecolare e NADPH+H l’emoossigenasi idrossila il ponte metinico α e quindi forma un’α
idrossiemo e con questo l’emo è irreversibilmente destinata al catabolismo.
Su questo α idrossiemo, l’emoossigenasi interviene una seconda volta e rompe il ponte metinico
formando un intermedio labile che porta un gruppo aldeidico: il gruppo metinico viene ossidato a
gruppo aldeidico quindi si rompe il ponte metinico, rimane temporaneamente un O carbonilico,
dall’altra parte si forma un C aldeidico. Su questo intermedio l’emoossigenasi interviene una terza
volta e determina il distacco del gruppo aldeidico come CO, l’anello porfirinico si è rotto e
otteniamo il primo pigmento biliare che è indicato come biliverdina che, dalla forma ripiegata,
passa a quella distesa che è la sua forma stabile. Non appena il ponte metinico viene distrutto, il

162
ferro viene rilasciato dall’emo, viene captato da proteine specifiche tra cui la transferrina e
ulteriormente spostato sulla ferritina, proteina che fa da deposito per il ferro. La transferrina per
legare ferro deve simultaneamente legare un bicarbonato ione, mentre la ferritina riconosce il ferro
in forma ferrosa e al suo interno lo ossida a forma ferrica. La ferritina ha massa molecolare molto
grossa circa 500.000 Dalton ed è formata da due tipi di catene: H e L. H sono catene che
caratterizzano la ferritina del cuore, L sta a indicare la ferritina del tessuto epatico. Queste catene si
dispongono con la forma di “un’arancia”: ogni catena corrisponde a uno spicchio. Le varie catene si
collegano una all’altra e determinano una cavità all’interno, dove il ferro viene albergato ed è legato
in una forma complessa: quindi non ha una massa molecolare definita, probabilmente è sotto forma
di idrossidofosfatoferrico e il ferro non appena legato alla ferritina viene ossidato a ferrico. La
ferritina ha quindi un’intensa attività ossidoriduttasica: lega ferro in forma ferrosa, lo trattiene in
forma ferrica e lo rilascia di nuovo in forma ferrosa. Quando è carica di ferro ha un colore violetto
che è impartito dallo ione ferro; la proteina di per sé è incolore quindi tanto più è colorata tanto più
è ricca di ferro. Il ferro verrà nuovamente utilizzato nella sintesi di emoglobina. L’anello che si è
aperto si ristruttura in questa forma definitiva di biliverdina. Fino a questo punto il catabolismo è
andato di pari passo nel midollo osseo, nella milza e nel fegato e continuerà in tutti e tre i tessuti
fino alla formazione di bilirubina; poi si fermerà come bilirubina nella milza e nel midollo osseo e
proseguirà solo nel fegato. Il catabolismo dell’emo si chiude solo a livello epatico, gli altri tessuti
non ne sono capaci.

BIOCHIMICA - LEZIONE DEL 14 GENNAIO 2003

SINTESI EMO

Si costruisce, pur essendo una struttura ciclica, con composti estremamente semplici: SUCCINIL
COENZIMA A (intermedio a 4 carboni) e l’amminoacido GLICINA (intermedio a 2 carboni).
Il Succinil CoA proviene dal Ciclo di Krebs, secondo i seguenti passaggi:
- Acetil CoA + Acido Ossalacetico, si forma Citrato con l’eliminazione di CoA
- Il Citrato diventa Cisaconitrato, poi Isocitrato, perde Anidride Carbonica e diventa α-
chetoglutarato che per decarbossilazione ossidativa diventa Succinil CoA.
Il Succinil CoA in forma di Succinato viene utilizzato nell’attivazione dei corpi chetonici per
formare Acetoacetil CoA (questo avviene fuori dal Ciclo di Krebs, nei tessuti periferici come
muscoli cuore e cervello).
Il Succinil CoA, all’interno del fegato, può:
- continuare nel Ciclo di Krebs
- in piccola quantità, esce dal Ciclo di Krebs per la sintesi del gruppo prostetico di composti
in cui il gruppo prostatico è rappresentato da EMO (Es: Citocromo o Catalasi, enzimi che
legano Emo).
Negli organi ERITROPOIETICI (organi deputati alla formazione del globulo rosso. Es. Midollo
osseo), il Succinil CoA lascia il Ciclo di Krebs e viene utilizzato per contribuire alla sintesi
dell’Emo. Nel globulo rosso non è possibile la sintesi dell’Emo e dell’Emoglobina perché il globulo
è privo di:
- nucleo (essenziale per la sintesi dei protidi)
- mitocondri (essenziali per la sintesi dell’Emo)
All’interno del midollo osseo, nei RETICOLOCITI (globuli rossi immaturi), avviene la sintesi
dell’Emo. L’Emoglobina del globulo rosso maturo viene prodotta in questa fase di maturazione.
Quando il Succinil CoA lascia il Ciclo di Krebs viene destinato alla sintesi dell’Emo per due
compartimenti:
1 Il processo inizia nei MITOCONDRI
2 Passa nel SOLUBILE
3 Ritorna nei MITOCONDRI per concludere con la formazione dell’Emo

163
1 Si utilizza Succinil CoA per la sintesi di un intermedio: Acido δ-AMMINOLEVULINICO
(ALA). Ad ALA vengono aggiunti Anidride carbonica e CoA. Questa reazione è catalizzata
dall’enzima δ−AMMINOLEVULINATO SINTETASI (ALASINTASI); non è un protide semplice,
è un enzima mitocondriale che porta un gruppo prostatico rappresentato dal PIRIDOSSAL-5-
FOSFATO (su questo gruppo si concentra tutta la reazione).
Come funziona l’ALAsintasi: è formata da 5 C, quindi è un acido γ-cheto-δ-amminovalerianico
(sostituisco un amminogruppo al C δ). Acido levulinico = acido γ-chetovalerianico.
Il Piridossalfosfato (derivato dalla Vitamina B6 – Piridossina – che nel nostro organismo viene
convertita in Piridossalfosfato) si lega all’ALAsintetasi per mezzo di un suo gruppo aldeidico con
un radicale di LISINA della proteina. Si forma quindi un legame ALDIMMINICO tra
l’ε−amminogruppo della Lisina con il gruppo aldeidico del Piridossalfosfato.
Però il Piridossalfosfato si lega all’enzima anche tramite altri punti.
Il substrato che si viene a legare all’ALAsintetasi è la GLICINA. L’enzima richiama a sé i 2 H
dell’amminogruppo della Glicina, li porta sulla Lisina (temporaneamente libera) e scambia il
legame aldimminico tra la Glicina e il Piridossalfosfato. (Questo meccanismo di reazione lo
vedremo spesso quando parleremo del catabolismo degli amminoacidi). Questo legame fa si che
uno degli H del gruppo metilenico, che era legato, acquisisca caratteristiche acide. L’esistenza id
questo doppio legame rende labile il legame di uno dei due H del gruppo metilenico della Glicina,
perciò questo acquisisce una caratteristica acida che viene poi esaltata dall’enzima che determina il
distacco dell’ H come protone con la formazione di un intermedio radicalico (estremamente
reattivo) sul quale verrà a legarsi il Succinil CoA. Si è così formata una Base di Shiff
(Piridossalfosfato + Enzima // Piridossalfosfato + Glicina) che è labile perché tende a perdere il
protone legato al C metilenico. Questa labilità del protone viene sfruttata dall’enzima che affronta
alla Base di Shiff il SuccinilCoA. Questo protone rompe il legame TIOESTERE (perché così stacca
il SuccinilCoA) e lega il C del SuccinilCoA sul C amminico della Glicina, per cui si forma un
nuovo intermedio a 6 C (in cui i primi due C appartengono alla Glicina e i rimanenti appartengono
al SuccinilCoA). L’allontanamento di questo protone rende possibile la formazione di un
CARBANIONE a livello della Glicina, e contemporaneamente, sul CoA, la depolimerizzazione
degli elettroni fa si che questo C sia carico positivamente. La presenza del gruppo carbonilico
aumenta la basicità del C e dell’ O carbonilico. Questo primo intermedio instabile che si forma
prende il nome di Base di Shiff dell’Acido AMMINOADIPICO (o α−amminoadipico). Questo
intermedio può andare incontro a due vie:
- Decarbossilazione. Ancora legato al Piridossalfosfato perde il gruppo carbossilico e si forma
la Base di Shiff dell’acido δ-amminolevulinico, il quale, successivamente, si stacca (in
presenza di acqua) e si forma acido amminolevulinico libero e enzima Piridossalfosfato.
- Rompe il legame Base di Shiff e si forma così acido Amminoadipico libero in soluzione +
Piridossalfosfato enzima e poi l’acido amminolevulinico va incontro a
DECARBOSSILAZIONE formando acido δ-amminolevulinico.
Così si forma Acido δ-AMMINOLEVULINICO che è il primo prodotto della sintesi dell’Emo.
L’AMMINOLEVULINATO SINTASI sarà l’enzima regolatore di tutta la sintesi dell’Emo (tra tutti
gli enzimi espressi, durante la sintesi dell’Emo, è quello che si presenta in concentrazione più
bassa).
L’ALAsintetasi è prodotta a livello nucleare e poi viene portata ai mitocondri.
COME REGOLA GENERALE, una proteina che viene importata nella particella subcellulare in cui
è operante, viene solitamente prodotta come PROTIDE PRECURSORE in una forma immatura in
cui solitamente viene portato, all’estremo N-terminale, un PEPTIDE di ESTENSIONE (o
Propeptide, Peptide aggiuntivo). La proteina viene così generata in una forma più lunga rispetto a
quella che avrà quando sarà funzionante, perché poi perderà il Peptide di estensione.
Il Peptide di estensione serve per guidare la proteina dal nucleo ai mitocondri. Solitamente il
Peptide di estensione è carico e porta un accentramento di amminoacidi basici. Probabilmente è
questa carica positiva che permette l’attacco alla membrana mitocondriale e poi la traslocazione nei
164
mitocondri. Dentro il mitocondrio, ad opera di proteasi specifiche (processo PROTEOLITICO), il
frammento N-terminale viene staccato e si forma la proteina matura funzionante.Se l’enzima perde,
già durante la sintesi, l’estremo N-terminale, non riesce ad arrivare ai mitocondri e rimane in una
forma immatura.
L’ALAsintetasi è soggetta a una forte regolazione data dal PROTOTERMINALE della sequenza
metabolica (=Emo). Quindi l’Emo è un energico inibitore dell’ALAsintetasi, e questa inibizione si
esercita a diversi livelli:
- Nucleare: l’Emo si porta a livello nucleare e così reprime il gene per l’ALAsintetasi.
- L’Emo interferisce nel trasporto della proteina a livello della membrana mitocondriale.
- L’Emo può entrare nel mitocondrio e si comporta come inibitore dell’ALAsintasi perché si
lega alla proteina ed interferisce con la catalisi enzimatica.(INIBIZIONE FEEDBACK da
prototerminale della sequenza metabolica. Es:Colesterolo).
L’acido δ-amminolevulinico lascia il mitocondrio ed entra nel citoplasmadove va incontro alla
seconda reazione catalizzata da un enzima che si chiama δ-AMMINOLEVULINATO
DEIDRATASI (o PORFOBILINOGENO SINTASI). Sia l’ALAsintasi che il Porfobilinogeno sono
due LIASI perché:
- l’ALA ha un legame C-C Liasi perché determina il legame C-C
- il Porfobilinogeno perché nel corso della reazione toglierà una molecola di acqua.
La reazione prevede l’intervento di due molecole di ALAsintasi e, da parte dell’enzima, la presenza
di un amminogruppo reattivo che probabilmente è l’ε-neogruppo di un radicale di Lisina. Quindi il
Porfobilinogeno sintasi interviene utilizzando come gruppo reattivo (come facente parte del sito
catalitico) una Lisina, e riconosce contemporaneamente due molecole di ALA (δ-
amminolevulinato). Si legano una molecola di δ-amminolevulinato con una di Porfobilinogeno, la
quale porta nel suo sito catalitico un amminogruppo (probabilmente di pertinenza di una Lisina);
con questa reazione si forma una Base di Shiff (con la perdita di una molecola di acqua) tra il
substrato e l’enzima. A questo punto l’enzima riconosce una seconda molecola di acido
Amminolevulinico e qui manifesta la vera reazione IDROLIASICA del Porfobilinogeno in quanto
sottrae una molecola di acqua tra la prima molecola di acido Amminolevulinico legata all’enzima e
la seconda molecola di amminolevulinico. Spiegazione: è probabile che l’enzima formi un
intermedio sulla seconda molecola di acido Amminolevulinico spostando un H dal C metilenico
legato all’amminogruppo verso l’O carbonilico, formando un intermedio ENOLICO instabile che
però è altamente reattivo.
Tra il Cβ della molecola di acido levulinico legato all’enzima e il gruppo OH della seconda
molecola di acido levulinico, l’enzima toglie la molecola di acqua. Così si forma un primo prodotto.
Abbiamo formato questo primo intermedio in cui le due molecole di acido levulinico sono già
legate e sull’enzima abbiamo questa Base di Shiff reattiva. A questo punto l’enzima si prende i due
H dell’amminogruppo della seconda molecola di Porfobilinogeno e li trasferisce entrambi sul suo N
e quindi ricostruisce il suo gruppo NH2 libero e sposta il doppio legame tra il C della prima unità di
δ-amminolevulinico e l’ N della seconda unità. Perciò come secondo prodotto si è formato un
INTERMEDIO PIRROLICO (un acido bicarbossilico perché porta un radicale ACETICO e un
radicale PROPIONICO). Questo intermedio è instabile e si trasforma nel definitivo (acido
2,AMMINOMETILPIRROL-3,ACETICO-4,PROPIONICO) PORFOBILINOGENO. E’ il primo
composto ciclico che prelude agli anelli pirrolici che troveremo nell’Emo. In questa molecola si
possono riconoscere due estremi:
- ACETICO (porta il radicale acetico)
- PROPIONICO (porta il radicale propionico).
In più l’estremo acetico porta una coda AMMINOMETINICA.
In questa molecola abbiamo, preformati, tutti i composti che ci servono per costruire l’Emo: anello
pirrolico, ponte amminometinico in cui il gruppo CH2 sarà responsabile dei ponti amminometinici
che troveremo nell’Emo. Dal gruppo CH2 formeremo i ponti amminometinici dell’Emo; dall’anello

165
pirrolico formeremo l’anello PORFINICO; dai radicali acetici e propionici formeremo i gruppi
metinici, vinilici e propionici.
Ricordiamo le caratteristiche del Porfobilinogeno sintasi:
- è una Liasi
- è un metalloprotide (Zincoprotide; lo zinco è presente in percentuale variabile che va da 1
fino ad 8 atomi di zinco per mole di protide)
- l’enzima è energicamente inibito da piombo che rimuove lo zinco dalla proteina e, con
questa, forma una proteina completamente inattiva. Così si spiega l’ANEMIA da PIOMBO,
sovente nei minatori ed endemica e pratica nell’antico popolo romano. Questo tipo di
anemia porta ad alterazioni psichiche.

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BIOCHIMICA – LEZIONE del 15 GENNAIO 2003

Intervento dell’EMOSSIGENASI (enzima che da il via al catabolismo dell’Emo).


Prima reazione del catabolismo dell’Emo: precede, l’intervento dell’Emossigenasi, la riduzione del
Ferro FERRICO a Ferro FERROSO ad opera della RIDUTTASI che utilizza NADPH+ e
CITOCROMO C (vedere libro) (NADPH+, citocromo C riduttasi che è parte integrante
dell’Emossigenasi). Trasformato il ferro in forma ferrosa, l’Emossigenasi è in grado di intervenire
e, in presenza di una prima molecola di O e di NADPH+, l’Emossigenasi va ad ossidare il ponte
metinico α e utilizza il secondo atomo di O per formare acqua in presenza dei due atomi di H
portati dal NADPH+. Si forma un α-IDROSSIEMO. E’ molto probabile che nel corso di questa
reazione il ferro ritorni dalla forma ferrosa alla forma ferrica, e di nuovo viene mantenuto nella
forma ferrosa dal NADPH+, citocromo C riduttasi (questo enzima continua ad intervenire per
mantenere il ferro nella forma ferrosa. Questa è la condizione essenziale perché l’Emossigenasi
possa funzionare). Interviene poi una seconda molecola di O. Sempre in presenza dell’Emossigenasi
che porta alla rottura del ponte metinico α con la formazione di un intermedio instabile, in cui il C
del ponte metinico si è trasformato in un C ALDEIDICO.
Poi, in presenza dell’O molecolare, l’IDROSSIGRUPPO del ponte metinico da il via a una reazione
di ossido-riduzione ulteriore, per cui il ponte metinico si spezza e rimangono i prodotti di questa
ossidazione (una FUNZIONE CHETONICA sull’anello A e una FUNZIONE ALDEIDICA legata
all’anello B).
Terzo momento: (forse ancora in presenza di O) il gruppo aldeidico viene staccato come CO, quindi
non come anidride carbonica, e residua invece una funzione ossidrilica. Con la formazione di questo
intermedio, in pratica concludiamo il catabolismo dell’Emo e diamo origine al primo pigmento
biliare , la BILIVERDINA.
Il distacco del CO è associato contemporaneamente con l’allontanamento del Fe al centro del
sistema (Fe che si libera in forma ferrica e viene riportato alla forma ferrosa, perché soltanto in
questa forma viene riconosciuto dalle proteine di trasporto, TRANSFERRINA e FERRITINA, e
immagazzinato all’interno della molecola della Ferritina (proteina altamente avida di Fe, che lega il
Fe al centro della sua molecola).
PIGMENTI BILIARI: per la loro nomenclatura ci riferiamo ad un idrocarburo ottenuto per sintesi,
il BILANO (è il capostipite dei pigmenti biliari = TETRAPIRROLO LINEARE, in cui abbiamo 4
anelli pirrolici legati tra loro da ponti 3-metinici). Se nel Bilano introduciamo dei sostituenti
andiamo a formare i pigmenti biliari (Es: Biliverdina,creata dalla rottura del ponte metinico α).
Nel passaggio dalla struttura EMOCICLICA alla struttura della Biliverdina, viene considerato come
anello 1 quello che è l’anello B dell’Emo, e poi la numerazione va in senso orario verso l’anello A.

166
Nel primo anello abbiamo come sostituente in posizione 1, il metile e poi un vinile; poi segue il
ponte metinico e qui abbiamo il secondo anello, con un primo sostituente che è il metile e un
secondo sostituente, una catena propionica. Il terzo anello ha come sostituenti un radicale
propionico e un gruppo metilico.Il quarto anello ha come sostituente un metile e poi un vinile. I due
gruppi OH, che stanno in posizione 2- anello A e posizione 5- anello D, sono i due prodotti
dell’ossidazione del ponte metinico α. Così si forma la Biliverdina, colore verde dato dal sistema di
doppi legami che troviamo nell’anello. Questa Biliverdina si forma in tutti i tessuti in cui è
avvenuto il catabolismo dell’Emoglobina (reticolo endoteliale del midollo osseo, della milza e nelle
cellule di Cuffer –fegato-). In questi 3 tessuti la Biliverdina ha un tempo di emivita estremamente
breve e rapidamente viene convertita in BILIRUBINA per un processo di riduzione in cui interviene
una riduttasi specifica, la BILIVERDINA RIDUTTASI. L’enzima utilizza come cofattore NADPH+
e va a ridurre a livello del ponte metinico β, per cui passiamo dalla Biliverdina alla Bilirubina. Con
la riduzione del ponte metinico β c’è una ridistribuzione dei doppi legami e arriviamo alla
formazione di due anelli pirrolici in cui i doppi legami sono frontali. La Bilirubina ha colore rosso
mattone. E’ un composto poco solubile (come la Biliverdina), altamente tossico. Perciò
l’organismo, in qualche modo, cerca di difendersene. La difesa consiste in una COPULAZIONE
della Bilirubina con un acido GLUCURONICO e questo porta due vantaggi:
- riduce la tossicità della Bilirubina
- aumenta la solubilità permettendo così un processo di secrezione
Questa copulazione avviene esclusivamente nel fegato e in particolare nel PARENCHIMA
EPATICO (EPATOCITI), non nelle cellule di Cuffer. Conseguentemente, la Bilirubina che si è
formata a livello della milza e del midollo, lascia questi due siti e si sposta al fegato perché soltanto
qui può essere trasformata nella forma solubile. Per il trasferimento viene mandata in circolo legata
ad ALBUMINA SERICA (proteina del plasma). Su questa albumina, la Bilirubina riconosce due
siti: uno ad alta affinità, l’altro a bassa affinità. A uno si lega solo quando il livello di Bilirubina è
molto alto e viene rilasciata facilmente; all’altro si lega anche a concentrazioni molto basse e viene
rilasciata più difficilmente.
A livello del reticolo endoplasmico degli epatociti, la Bilirubina va incontro al processo di
coniugazione con l’acido glucuronico. La copulazione riguarda i due radicali di acido propionico in
cui saranno i due carbossili acidi del radicale propionico della Bilirubina che verranno legati ad
acido glucuronico. L’acido glucuronico viene portato ai radicali propionici in forma attiva (non
libera), cioè sottoforma di URIDINDIFOSFOGLUCURONICO.

RIPASSO SINTESI ACIDO GLUCURONICO:


L’acido Uridindifosfoglucuronico si forma partendo da GLUCOSO EMATICO che nel fegato viene
convertito in GLUCOSO-6-FOSFATO, in una reazione che richiede ATP, ad opera di due enzimi:
l’ESOCINASI e la GLUCOSOCINASI. Nei tessuti periferici abbiamo solo l’intervento della
Esosocinasi(HK). Poi il glucosio-6-fosfato viene ISOMERIZZATO in GLUCOSO-1-FOSFATO
FOSFOGLUCOMUTASI o PGM, in cui l’enzima utilizza come cofattore GLUCOSO-1,6-
BISFOSFATO. A questo punto il glucosio-1-fosfato viene fatto reagire con URIDILTRIFOSFATO
in una reazione URIDILTRANSFERASICA, e si forma URIDINDIFOSFOGLUCOSO +
PIROFOSFATO.
Glucosio-1-fosfato + UDP: reazione reversibile da un punto di vista termodinamico, ma
irreversibile perché il Pirofosfato, che è tossico per le cellule, viene rapidamente idrolizzato ad
ORTOFOSFATO.
Si forma così Uridiltrifosfato.
UDPG + PIROFOSFATO: l’UDPG entra nel ciclo dell’acido glucuronico dove viene convertito, in
due reazioni di idrogenazione successive, in acido Uridindifosfoglucuronico.
L’UDPG viene riconosciuto, nel suo gruppo –OH primario, da una deidrogenasi specifica per
UDPG, la quale utilizza NAD come cofattore e toglie come ione idruro l’ H legato al C e lo manda
al NAD, e manda in soluzione come protone l’ H legato all’O (è il solito meccanismo delle

167
ossidoriduttasi NAD dipendenti), perciò il gruppo –OH viene ossidato a gruppo aldeidico. Si forma
questo derivato aldeidico intermedio. L’aldeide passa alla forma di IDRATO dell’aldeide
spontaneamente, quindi, in presenza di acqua, addiziona gli elementi dell’acqua sul gruppo
aldeidico e forma il nuovo intermedio. Su questo nuovo intermedio interviene la deidrogenasi
precedente, la quale riconosce questo gruppo ALDEIDICO IDRATO e toglie di nuovo H secondo il
meccanismo delle ossidoriduttasi NAD dipendenti, cioè elimina come ione idruro l’ H legato al C
ed elimina come protone l’ H legato all’O. Lo ione idruro si porta al NAD che passa alla forma
ridotta e come conseguenza si forma l’URIDINDIFOSFOGLUCURONICO. Quindi, col consumo
di due molecole di NAD, abbiamo ossidato il gruppo alcolico primario in posizione 6 del glucosio a
gruppo carbossilico.

Nel fegato, l’Uridindifosfoglucuronico è attivamente usato per le reazioni di SINTESI


PROTETTIVE. Adesso ci troviamo in una reazione di sintesi protettiva, in quanto l’acido
glucuronico viene utilizzato per diminuire la tossicità della Bilirubina.
Ora interviene un enzima caratteristico del fegato e specifico per la Bilirubina, che riconosce il
gruppo carbossilico dei radicali propionici e trasferisce l’acido glucuronico
dall’uridindidifosfoglucuronico al carbossile dell’acido propionico. L’enzima trasferisce il
glucuronile al carbossile dell’acido propionico liberando uridindifosfato.
Quando la Bilirubina è in presenza di uridindifosfoglucuronico, interviene l’enzima
GLUCURONILTRANSFERASI che riconosce in modo specifico i carbossili dei radicali sull’acido
propionico. Trasferisce la prima molecola di acido glucuronico e la manda al carbossile dell’acido
propionico. Tra l’acido glucuronico e il carbossile dell’acido propionico si forma un legame tra il
gruppo glicosidico in posizione 1 e il carbossile dell’acido propionico (legame GLUCOSIDICO).
REGOLARMENTE, quando i monosaccaridi reagiscono, il gruppo funzionale che reagisce è
sempre il gruppo GLUCOSIDICO.
Nell’uridindindifosfoglucuronico è importante il legame tra il glucuronico e
l’uridindifosfoglucuronico. Era un legame αglicosidico, ma quando la glucuroniltransferasi
interviene nel legare l’acido glucuronico all’acido propionico rovescia la configurazione del
legame. Perciò durante il legame glucosidico tra il C del glucuronico e il carbossile dell’acido
propionico, il legame diventa βglicosidico. Questa glucuroniltransferasi libera uridindifosfato e
porta l’acido glucuronico a legarsi al carbossile dell’acido propionico. Quindi formiamo
BILIRUBINA MONOGLUCURONIDE. Lo stesso enzima agisce su questa e trasferisce una
seconda molecola di acido glucuronico formando BILIRUBINA DIGLUCURONIDE. L’enzima
torna sul suo prodotto e in presenza di una seconda molecola di uridindifosfoglucuronico va a
legare sul radicale dell’acido propionico libero una seconda molecola di acido glucuronico e così si
forma bilirubina diglucuronide. Si forma di nuovo un legame βglicosidico.
Caratteristiche dell’enzima:
- la sintesi dell’enzima diventa attiva dalla nascita e via via incrementa nel primo anno di vita
- l’enzima esiste in due forme: MONOMERICA, capace di trasferire una sola molecola di
acido glucuronico alla bilirubina; POLIMERICA (in genere tetramerica) responsabile della
formazione della bilirubina diglucuronide.
A seconda dello stato di aggressione, l’enzima può agire una o due volte. La bilirubina (tossica)
viene secreta dagli epatociti, trasportata dai CANALICOLI BILIARI e trasferita alla cistifellea.
Questo trasferimento è attivo, richiede ATP ed è altamente controllato. Dalla cistifellea la bilirubina
viene liberata attraverso la bile, e con il dotto cistico viene portata all’intestino.Quando la
bilirubina, legata ad albumina, arriva al fegato, riconosce sulla membrana plasmatici degli epatociti,
un recettore che permette di legare bilirubina e rilasciare in circolo l’albumina. Successivamente, da
questo recettore, la bilirubina viene legata a una proteina di trasporto (PROTEINA Y o
LIGANDINA).
HSA = albumina serica umana

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L’albumina non entra negli epatociti.
La ligandina viene copulata alla bilirubina per migliorare la sua solubilità, ed in questa forma la
bilirubina viene portata al reticolo endoplasmatico degli epatociti dove ha inizio il processo di
copulazione tramite il quale diventa solubile.
Nell’intestino, per opera della flora batterica intestinale, la bilirubina diglucuronide va incontro a
due destini:
- viene rotto il legame glucosidico (dalla flora batterica intestinale) con la formazione di
bilirubina + acido glucuronico; quindi c’è una GLUCOSIDASI specifica di origine
batterica.
Adesso la bilirubina libera può prendere due strade. Per opera della flora batterica intestinale viene
trasformata in ulteriori composti che sono il prodotto della riduzione della bilirubina:
-UROBILINOGENO
-STERCOBILINOGENO
Questi due prodotti perdono il caratteristico colore della bilirubina.
L’urobilinogeno e la bilirubina possono andare incontro a riassorbimento da parte dei villi
intestinali ed essere riportati al fegato.
L’urobilinogeno, dal fegato, segue poi il seguente percorso: reni, eliminato con le urine.
Sono entrambi elementi molto sensibili agli agenti ossidanti. L’urobilinogeno è estremamente
sensibile all’O molecolare, per cui una volta che l’urina viene a contatto con l’aria, l’urobilinogeno
si trasforma in UROBILINA (pigmento tipico delle urine) per ossidazione con l’O molecolare.
Invece la bilirubina viene riciclata in una circolazione enteroepatica.
L’urobilinogeno e lo stercobilinogeno possono essere eliminati con le feci e a contatto con l’aria si
ossidano trasformandosi in UROBILINA e STERCOBILINA (sono pigmenti che concorrono alla
colorazione delle feci).
Lo stercobilinogeno viene a trovarsi in un tratto intestinale in cui non vi è più riassorbimento e
quindi non può rientrare nella circolazione enteroepatica (si forma nell’ultima parte dell’intestino
crasso).
Per la bilirubina, il livello normale in circolo < di 1 mg. Se superiamo questi valori si ha
l’insorgenza di una patologia. I livelli normali sono compresi tra 0,2 – 1 mg per 100 ml.
Di tutto il concentrato, un quarto è rappresentato da bilirubina coniugata, un quarto è la bilirubina
legata ad acido glucuronico. Il rimanente è rappresentato da bilirubina libera (legata ad albumina
serica).
La bilirubina viene riconosciuta con il REATTIVO di FANDENBERG (è importante saperlo
quando si discuterà delle patologie). Questo reattivo consiste di acido SOLFAMIDICO + SALI di
AZONIO. La bilirubina reagisce con il reattivo dando una colorazione porpora-violetto.
Sui referti delle analisi del sangue si trova la dicitura BILIRUBINA DIRETTA. Il reattivo di
Fandenberg riconosce la bilirubina solo quando è solubilizzata. La solubilizzazione è possibile solo
quando essa è legata ad acido glucuronico (così è solubile in acqua) altrimenti la bilirubina è libera
solo in ETANOLO e METANOLO. Normalmente, per questo, il reattivo di Fandenberg prevede
l’aggiunta anche di metanolo per solubilizzare anche la bilirubina libera e così riconoscerla.
Così il reattivo riconosce tutta la bilirubina.
Si è scoperto ciò perché Fandenberg si dimenticò di aggiungere metanolo al reattivo e si trovò con
valori di bilirubina molto diversi tra loro.
Il reattivo ha due fasi: (dosaggio)
- in presenza di metanolo. Così ottengo i valori di bilirubina totale
- in assenza di metanolo. Così ottengo i valori della bilirubina copulata (DIRETTA)
La differenza sarà la bilirubina LIBERA. Questo riscontro si ha negli esami clinici.
Una variazione dei rapporti è importante perché indica un’alterazione epatica e individua anche la
localizzazione del problema. Esistono delle patologie in cui i livelli di bilirubina aumentano
considerevolmente in seguito a una sua eccessiva produzione per eccessivo catabolismo e
distruzione dei globuli rossi. Il risultato di questa eccessiva demolizione dei globuli rossi è un

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aumento della bilirubina in circolo e, poiché la bilirubina indiretta è poco solubile, tende a
depositarsi (sedimenta) a livello della cute, delle sclere, delle unghie; da qui l’ITTERO che compare
(si diventa gialli). Ciò si verifica quando il livello di bilirubina in circolo supera i 3 mg per 100ml.
In questo caso si è già in una situazione di patologia, ma in alcuni casi si arriva anche a 10, 20,30
mg per 100 ml e così scatta un campanello di allarme perché la bilirubina libera diffonde all’interno
delle cellule, va a legarsi alle membrana mitocondriale, dissesta la membrana mitocondriale e
vengono alterati così i processi respiratori e il danno può diventare letale.
Questo aumento della concentrazione della bilirubina può essere dovuto ad un innalzamento della
bilirubina diretta o indiretta.
Se aumenta la bilirubina diretta: segno di un danno nella escrezione della bilirubina, cioè occlusione
delle vie biliari o del dotto cistico, per cui la bilirubina non riesce ad affluire alla cistifellea e dalla
cistifellea all’intestino. Così la bilirubina copulata viene riversata dal fegato in circolo, e così in
circolo aumenta molto la bilirubina diretta e quella indiretta rimane quasi invariata.
ITTERO da OSTRUZIONE: sono otturate le vie biliari. Il fegato funzione bene ma non riesce a
smaltire l’eccesso. Questo ittero è sempre segno di patologia, perché la bilirubina copulata è pur
sempre tossica. Capita nella CALCOLOSI BILIARE (ostruzione cistifellea) o EPATICA
(ostruzione dei dotti biliari), oppure in situazioni di stress con VASOCOSTRIZIONE e chiusura dei
dotti biliari, oppure per assunzione dei farmaci o presenza di calcoli (caso più comune).
Quando il livello della bilirubina è molto alto si può arrivare addirittura ad una secrezione di
bilirubina + albumina nelle urine, perché a livello renale viene superata la soglia di filtrazione e il
rene rilascia bilirubina (urine al marsala, perché diventano di colore bruno con un odore
caratteristico).
ITTERO da DANNO alle CELLULE EPATICHE: le cellule epatiche vanno incontro a
modificazione perciò perdono la proprietà di copulare la bilirubina. Così non si forma più bilirubina
diglucuronide e aumenta in circolo la bilirubina indiretta. E’ una situazione grave perché la
bilirubina indiretta è lipofila e così si diffonde all’interno delle cellule alterando le strutture
subcellulari (strutture mitocondriali). Un tessuto estremamente sensibile a questo danno è il t.
cerebrale.
Una particolare forma di bilirubina in eccesso (per iperproduzione) avviene nel neonato quando
nasce (è fisiologica) dovuta al fatto che l’emoglobina del neonato deve passare da emoglobina fetale
ad emoglobina adulta per permettere la respirazione. A questo punto vi è una rapida emolisi dei
globuli rossi fetali e una sostituzione con i globuli rossi neonatali, il che comporta una notevole
liberazione di emoglobina, un aumento di sintesi di bilirubina (nel neonato il sistema di copulazione
è immaturo e perciò funziona molto poco. Così si accumula in circolo bilirubina: ITTERO
NEONATALE. I bambini con la pelle gialla vengono messi sotto lampade azzurre, che distruggono
il pigmento rotolabile, che va incontro a prodotti di degradazione non tossici e facilmente
eliminabili. Così i livelli di bilirubina scendono.
In alcuni neonati c’è però un difetto di copulazione (assente). In questi casi l’ittero può diventare
massivo e prolungarsi nel tempo: CHERNITTERO. Può essere fatale perché nel neonato le
membrane subcellulari sono ancora immature. Rapidamente la bilirubina supera al barriera
ematoencefalica , va nel cervello e arriva ai mitocondri. E’ un danno irreversibile che causa danni
cerebrali e, in alcuni casi, la morte (l’ittero non deve superare i due giorni di permanenza, altrimenti
vuol dire che il danno è grave).

Giovedì 16 gennaio 03
Chiusura della sintesi dell’emo

Ieri abbiamo visto la sintesi dei precursori con cui si costituisce l’emo, vale a dire essenziale è la
formazione dell’anello pirrolico perché poi, formato l’anello pirrolico non c’è che da polimerizzarlo
e formare gli intermedi a 4 anelli pirrolici e si arriva progressivamente alla formazione della
porfina.

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Ora, abbiamo visto che l’anello pirrolico si costituisce come porfobilinogeno, che è un pirrolo
sostituito a partire da 2 molecole di ALA che a sua volta si costituisce a partire da una molecola di
succinilCoA più una molecola di glicina quindi ogni molecola di porfobilinogeno nella sua
costituzione ci costerà 2 molecole di succinilCoA e2 molecole di glicina..
Tenendo conto che per costituire l’anello porfinico ci vogliono 4 anelli pirrolici saranno 8 moecole
di succinilCoA consumate e 8 molecole di glicina consumate.In effetti una caratteristica di questa
via è che apparentemente non c’è consumo di ATP ma in effetti l’ATP è stato speso se non altro
per formare i succinilCoA.Per di più storniamo il succinilCoA dal ciclo di Krebs e quindi tutta
l’energia che viene nel ciclo di Krebs dalla degradazione del succinilCoA va persa. Quindi formare
una molecola di emo non costa in termini di ATP direttamente ma indirettamente, in quanto sottrae
metaboliti al ciclo di Krebs e viene a costare quindi molto.
Il porfobilinogeno di cui abbiamo distinto un estremo acetico e un estremo propionico e in più un
estremo metil-aminico (o aminometilico) che è la parte della molecola a cui è legato il gruppo CH2
NH2.
Siamo ancora nel citoplasma, la sintesi procede nel citoplasma ,a questo punto 4 molecole di
porfobilinogeno vengono legate insieme e in teoria dovrebbero portare la formazione di un
tetrapirrolo lineare che ulteriormente si chiude per formare il primo composto ciclico.
Se ciò avvenisse noi formeremmo un anello porfinico in cui si susseguono alternativamente acetico,
propionico, acetico, propionico, acetico, propionico. In effetti nell’anello dell’emo questa simmetria
non è rispettata perché a un certo punto ci ritroviamo con 2 radicali proponici affrontati e 2 gruppi
metilici distanziati, per cui la molecola è asimmetrica. Dobbiamo quindi pensare ad una strategia
che porterà ad un’alterazione nella successione degli anelli del porfobilinogeno .
Il primo enzima che interviene, formato il porfobilinogeno prende il nome di uroporfilinogeno
primo sintetasi, il quale, se lavorasse di per se, porterebbe alla formazione di un intermedio che non
transiterebbe nella formazione dell’emo ma porta alla formazione di derivati porfinici atipici.
Quindi questo primo enzima incomincia a legare insieme molecole di porfobilinogeno. In un primo
momento affronta fra di loro 2 molecole di porfobilinogeno, elimina una molecola di ammoniaca;
quindi manda via il gruppo amminico come NH3 e congiunge il carbonio residuo con il C5
dell’altra molecola di porfobilinogeno . In pratica l’enzima sottrae un H ad un C5 di un anello di
porfobilinogeno e sottrae l’ammino gruppo all’anello che si sta aggiungendo, libera ammoniaca e
lega insieme le 2 unità di porfobilinogeno formando un intermedio che ha 2 anelli pirrolici legati
insieme. Si forma un dipirrolo lineare in cui caratteristica è la presenza di un estremo metil
amminico. Quindi rimane una coda metilamminica sul lato acetico del primo porfobilinogeno e
invece è monco dalla parte opposta. Poi l’enzima interviene una seconda volta: lega una seconda
molecola e ripete quello che ha fatto prima, libera ammoniaca e forma un tripirrolo lineare. Poi
interviene ancora una volta aggiungendo un’altra molecola di porfobilinogeno sempre col solito
meccanismo. Se l’enzima continuasse a lavorare chiuderebbe l’anello cioè congiungerebbe
l’estremo libero della quarta molecola di pirrolo aggiunta con l’estremo ammino-metilico della
prima molecola di pirrolo e formerebbe un tetrapirrolo simmetrico in cui si alternano radicali
acetico, propionico, acetico, propionico .Quindi formerebbe questo composto ciclico che ormai
simula la formula dell’emo in cui però avremmo un’alternanza regolare acetico, propionico,
acetico, propionico e quindi andremmo verso un composto che non potrà mai esordire in emo
proprio per questa simmetria nella successione di radicali acetici e proponici.
Se l’enzima funzionasse finirebbe per formare un composto che prende il nome di uroporfilinogeno
primo, che sarebbe il composto ciclico definitivo.
Per questo il nome di uroporfilinogeno primo sintetasi perché porterebbe in teoria e in alcuni casi lo
farà e lo vedremo alla formazione dell’uroporfilinogeno primo là dove questo estremo venga a
legarsi per eliminazione di ammoniaca all’estremo amino metilico della prima unità di
porfobilinogeno. Ciò non accade in quanto questo enzima, uroporfinogeno primo sintetasi, è
strettamente legato a una seconda entità che prende in alcuni testi riportata come uroporfilinogeno
terzo sintetasi, in altri testi come uroporfilinogeno cosintetasi in quanto lavora in contemporanea

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con l’uropofilinogeno primo sintetasi quindi questa uroporfilinogeno primo sintetasi è affiancata
da una uropofilinogeno terzo sintetasi o frequentemente indicata come coadiutore cioè fa da
coadiutore per questa uroporfilinogeno primo, quindi si tratta solitamente come cosintetasi,
uroporfilinogeno cosintetasi in quanto lavora in supporto alla prima , quindi o la trovate come
uroporfilinogeno terzo sintetasi o la trovate come uroporfilinogeno primo cosintetasi . Allora cosa
fa questa cosintetasi?in pratica prima che l’anello si chiuda ,cioè prima che la uroporfinogeno primo
arrivi al fondo del suo lavoro attacca l’anello quattro, anello che indichiamo anello B,anello
pirrolico B, l’anello pirrolico D e lo ruota di conformazione ,quindi sembra che si attacchi su questo
estremo , ruoti l’anello e lo riagganci nella forma rovesciata quindi in pratica fa rovesciare l’anello
in modo tale che vengano ad essere affrontati due radicali propionici e il radicale acetico rimane alla
periferia .L’estremo propionico quindi si associa all’altro estremo propionico del porfobilinogeno.
Dopo di che l’uorpofilinogeno primo sintetasi interviene e chiude finalmente l’anello formando non
più un uroporfilinogeno primo ma un uroporfilinogeno terzo .Quindi dall’azione combinata
dell’uroporfilinogeno primo sintetasi e della cosintetasi arriviamo alla formazione di questo
composto ciclico in cui la successione dei radicali acetici propionici non è più simmetrica cioè
alterna , non ha più la disposizione dei radicali acetici proponici simmetrica ma è alterata in una
certa posizione, questo particolare isomero degli uroporfirinogeni prende il nome di
uroporfirinogeno terzo ,cioè di uroporfirinogeni possiamo averne tanti a secondo di come si
dispongono i radicali acetici e i radicali propionici .Quello che ci interessa e che sarà utile per
formare l’emo è l’uropofirinogeno terzo ,se si formasse l’uroporfirinogeno primo non esorderemo
mai nell’emo e lo vedremo e questo sarà una patologia mentre se formiamo l’uoporfirinogeno terzo
che ha questa particolare successione saremo in grado di arrivare alla fine a formare emo. Allora
dall’azione combinata dell’uroporfirinogeno primo sintetasi e della cosintetasi arriviamo alla
formazione del primo composto ciclico che prende il nome di uroporfirinogeno terzo .
Siamo ancora lontani dall’emo perché abbiamo radicali acetici che non ci sono più nell’emo,
abbiamo quattro radicali propionici ( nell’emo ne troveremo soltanto due)abbiamo otto doppi
legami (nell’emo ne troveremo undici) ,quindi siamo ancora notevolmente lontani dall’emo ,
seppure abbiamo già la struttura ciclica che prelude ,già corrisponde alla struttura simile, molto
vicina a quella della porfina. Per definizione gli uroporfirinogeni sono derivati tetapirrolici ciclici
tetracetico e tetrapopionico sostituiti.
Per fare un rapido riassunto : nel mitocondrio formiamo da succinilCoA glicina l’acido
aminoribunilico, che esce dal mitocondrio, raggiunge il citoplasma dove due molecole di ALA
vengono unite insieme a formare porfobilinogeno, ad opera dalla porfobilinogeno sintasi, detta
anche ALA deidratasi. Poi il porfobilinogeno ,sempre nel citoplasma, ad opera della
uroporfilinogeno primo sintetasi, in collaborazione con la cosintetasi, si trasforma in
uropofirinogeno terzo.
Come si è giunti alla identificazione di questi due enzimi che lavorano in pari? Si è giunti con le
caratteristiche che hanno questi due enzimi l’uroporfilinogeno primo sintetasi è termostabile
mentre la cosintetasi è termolabile . Utilizzando dei lisati cellulari ,se questo lisato era preriscaldato
intorno ai 40 gradi si arrivava alla formazione di uroporfilinogeno primo, non si arrivava
all’uroporfilinogeno terzo, se invece non si effettuava questo riscaldamento il lisato portava alla
formazione di uroporfilinogeno terzo dal che si è dedotto che con il riscaldamento si annullava una
entità che è responsabile della evoluzione verso l’isomero terzo e non verso l’isomero primo.
Entrambi gli enzimi sono di natura tiolica, e tutti e due sono inibiti da Sali di metalli pesanti, in
particolare piombo.
Sempre nella frazione solubile, l’uroporfilinogeno terzo diventa substrato per l’enzima che segue
nella sintesi dell’emo che prende il nome di uroporfilinogeno terzo decarbossilasi o anche
coproporfilinogeno terzo sintetasi , Quindi l’enzima trasforma l’uroporfilinogeno terzo in
coproporfilinogeno terzo in una reazione che comporta la liberazione di 4 molecole di CO2, le quali
provengono dalla reazione liasica di questa decarbossilasi sui radicali acetici, riconosciuti e4d
eliminati dalla decarbossilasi.

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Il coproporfilinogeno terzo è un tetrapirrolo ciclico tetrametil ,tetrapropionico sostituito.
In effetti la liasi coproporfilinogeno terzo sintetasi trasforma i radicali acetici in gruppi metilici e
l’uroporfilinogeno diventa coproporfilinogeno, Con questo abbiamo formato i 4 metili definitivi
che troveremo nell’emo. Con la formazione del coproporfilinogeno terzo la sintesi dell’emo cessa
nel citoplasma e i composti si trasferiscono verso i mitocondri, a questo punto lasciamo il
citoplasma e utilizzeremo poi enzimi che sono legati alla membrana mitocondriale, quindi andiamo
verso una sintesi mitocondriale.Importante è ricordare che il primo enzima che segue, che è
indicato come protoporfilinogeno nono sintetasi, è legato alla membrana mitocondriale però sul lato
citoplasmatico quindi il substrato il corpo profilinogeno terzo non entra ancora dentro il
mitocondrio ma viene riconosciuto da questo enzima che formerà il protoporfilinogeno nono che sta
legato alla membrana mitocondriale interna però sul lato citoplasmatico quindi si affaccia lo spazio
inter membrane.
Cosa fa questa protofilinogero nono sintetasi, da alcuni indicata anche come coproporfilinogeno
terzo ossidasi? E’ un enzima che richiede ossigeno molecolare, quindi altamente dipendente dalla
disponibilità di ossigeno. In pratica trasforma i due radicali propionici in due gruppi ammidici ,
quindi questo enzima va ad attaccare i due radicali propionici, possiamo scegliere il radicale
propionici nelle posizioni 2 - 4 del nostro anello e li trasforma nei corrispondenti vinilici in pratica
determina una decarbossilazione e una reazione di ossidazione perché perdiamo idrogeno nel corso
della reazione . La reazione non è compresa assolutamente nel suo meccanismo , la richiesta di
ossigeno molecolare fa pensare che l’enzima agisca attraverso la formazione di un intermedio
idrossilato e su questo provoca il distacco dell’acqua e simultaneamente della CO2. Questa
uroporfilinogero terzo sintetasi lavora su due radicali propionici in presenza di ossigeno molecolare
e molto probabilmente forma un intermedio idrossilato , quindi presenza di ossigeno molecolare in
una reazione che però apparentemente non richiede NADPH+ H (quindi è una idrossilasi del tutto
particolare) forma un intermedio idrossilato , su cui l’enzima interviene successivamente e
determina in pratica l’allontanamento di una molecola di acqua ,quindi dovrebbe in teoria formare
un intermedio insaturo che si risolve immediatamente in una decarbossilazione o formazione del
gruppo vinilico,quindi va via una molecola d’acqua e si forma dapprima questo intermedio insaturo
che in pratica è un acrivile, un acido acrilico sostituito , questo intermedio insaturo è labile e
immediatamente perde il gruppo carbossilico per cui la catena da tre carboni diventa due carboni e
si forma il gruppi vinilico, vi leviamo prima una idrossilazione poi una deidrazione poi una
decarbossilazione .Tolta l’acqua si forma il doppio legame l’enzima interviene ancora una volta e in
pratica forma il gruppo vinilico. Allora: toglie acqua, forma il saturo corrispondente e poi
decarbossila e formerà il gruppo vinilico. E con questo arriviamo alla formazione del
protoporfilinogeno nono.
Ci stiamo avvicinando progressivamente alla formazione dell’emo definitivo .Questo prima enzima
è legato alla faccia esterna della membrana interna del mitocondrio,l’enzima che segue invece è
legato alla faccia interna della membrana interna del mitocondrio,quindi si affaccia alla matrice
mitocondriale, per cui dobbiamo pensare che il protoporfilinogeno nono si trasloca definitivamente
all’interno del mitocondrio,quindi passa alla membrana mitocondriale interna e andrà incontro a
modificazioni che saranno mitocondriali.
L’enzima che segue viene indicato come protoporfilinogeno nono ossidasi, la quale determina
definitivamente la trasformazione del protoporfilinogeno nono in protoporfirina nona e sarà
l’immediato precursore dell’emo.
Allora , protoporfilinogeno nono in presenza di ossigeno molecolare ancora una volta, ad opera
della proporfilinogeno nono ossidasi si trasforma in protoporfirina nona , e finalmente la forma
l’isomero che, legando emo, si trasformerà nel terremo protoemo (?).
Abbiamo formato la porfina con le sostituenti esattamente nelle posizioni che troveremo nell’emo e
con gli 11 doppi legami alterni . Allora dal protoporfilinogeno nono l’intervento di questo ossidasi
il cui meccanismo di reazione non si conosce , l’unica cosa che si sa è che richiede la presenza di
ossigeno molecolare, ma non richiede altri cofattori,quindi non c’è intervento in altri NADPH+H né

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NADH+H arriviamo all’assetto definitivo cioè alla protoporfirina nona che prelude ormai al
terremoprotoemo (?) Che cosa comporta l’azione di questa protoporfilinogeno nona ossidasi ?
Comporta in pratica l’aggiunta di 3 doppi legami perché siamo a otto, ce ne mancano 3, quindi c’è
una ridistribuzione di doppi legami all’interno , quindi una reazione di ossidazione perché la
molecola viene dedrogenata quindi in pratica perde elettroni, quindi si ossida e arriviamo alla
formazione della protoporfirina nona che finalmente presenta glì 11 doppi legami alterni
caratteristici dell’emo.
A Domanda Risponde:L’enzima è legato alla membrana mitocondriale sul lato interno.

Allora che cosa ci manca per arrivare al terremo protoemo (?) ? Ci manca il ferro, al centro del
sistema. Ferro che viene portato dall’ultimo enzima coinvolto nella sintesi dell’emo e prende il
nome di FERRO CHERATASI . E’ una proteina che riesce a legare ferro e lo trasloca dentro , lo
inserisce all’interno della proporfirina nona .Ora importante è, ricordate, questa ferro cheratasi
apparentemente non ha gruppi prostatici e richiede ferro in forma ferrosa ed è energicamente inibita
dall’ossigeno molecolare . Quindi mentre le due precedenti richiedevano ossigeno molecolare per le
loro attività questa è inibita da ossigeno molecolare . questa inibizione probabilmente è dovuta al
fatto che: 1° il ferro deve rimanere nella forma ferrosa , se ci fosse ossigeno molecolare,
rapidamente il rischio di passare la forma ferrica è molto alto ,2° l’enzima porta un rilevante
numero di gruppi tiolici sulla superficie , notevolmente vicini,per cui la possibilità che i gruppi
tiolici interagiscano a formare ponti disolfuri in presenza di agenti ossidanti è alta e quando
l’enzima nella forma di solfuro è inattiva, quindi viene bloccata dall’ossigeno perché l’ossigeno
trasforma il substrato ferro ferroso in ferro ferrino , secondo perché ossida gruppi tiolici dell’enzima
che invece per la piena funzionalità dell’enzima deve essere nella forma tiolica e non nella forma di
solfuro,in più anche questa è inibita da metalli in particolare da piombo di nuovo. A questo punto il
terremo lega la globina e si costituisce l’emoglobina definitiva.
Con questo la sintesi dell’emo si chiude, e chiudiamo anche la sintesi dell’emoglobina.
Poiché questa sintesi utilizza il compartimento nucleare , il comparimento citoplasmatico ,il
compartimento mitocondriale è la ragione per cui non può avvenire in un globulo rosso maturo in
cui nuclei e mitocondri mancano , quindi avviene durante la maturazione del globulo rosso
probabilmente allo stadio di globulo rosso immaturo, cioè prima che avvenga la perdita del nucleo e
prima che avvenga la perdita del mitocondrio , stadio che viene indicato con reticolocita che è lo
stadio che precede la formazione del globulo rosso maturo.
Allora quali sono i fattori che regolano la sintesi dell’emo?
Innanzitutto la disponibilità del succinilCoA (perchè è fondamentale), il convolgimento nella sintesi
dell’emo del ciclo dell’acido citrico (perché se non si forma succinilCoA la sintesi dell’emo non
procede).
Poi ovviamente la disponibilità di glicina, ma per la glicina non c’è problema perché è un
amminoacido che noi siamo in grado di sintetizzare, quindi qualora con la dieta non sia apportato in
quantità sufficiente l’organismo lo sintetizza.Quindi la vera limitazione è posta dal succinilCoA.

L’acido folico

L’acido folico (vitamina del gruppo B di cui non siamo capaci di sintesi) è formato dall’unione di
due eterocicli, cioè si costituisce a partire da un composto che prende il nome di PTERIDINA che è
un biciclo formato da un anello pirimidinico e un anello pirazinico condensati, allora il nucleo
fondamentale dell’acido folico è questo eterociclo che indichiamo come pteridina che viene dalla
condensazione di un anello pirimidinico con l’anello pirazinico, vi sono due DIAZZINE che
intervengono , una è una pirimidina e l’altra è una pirazzina . Allora questa PTERIDINA nell’acido
folico porta dei sostituenti quindi si complica : I sostituenti all’anello pteridinico sono
rappresentati da un aminogruppo in posizione 2 da una funzione fenolica , quindi da un ossidrile in

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posizione 4 e da un gruppo metilico nella posizione 6, quindi è una 2 AMINO , 4 idrossi , 6 metil
pteridina, il nucleo fondamentale che troviamo nell’acido folico.Allora questa pteridina sostituita è
detta correntemente pterina . NON confondere pteridina e pterina. Pteridina è l’idrocarburo di
partenza, la pterina porta dei sostituenti sulla pteridina ( un amino gruppo , un ossidile, e un gruppo
metilico).
Allora la 2AMINO , 4 IDROSSI ,6 METILPTERIDINA, forma la PTERINA.
Nell’acifo folico questa pterina si complica perché viene a legarsi un acido para amino benzoico, di
cui non siamo capaci di sintesi, cioè noi saremo in gradi di formare la pterina ma non siamo in
grado di formare l’acido para amino benzoico,conseguentemente non siamo capaci di sintesi
dell’acido folico perché non formiamo una delle componenti dell’acido folico. Allora l’acido para
amino benzoico viene a legarsi con la pterina a livello del metile in 6 , quindi metile in 6 si
trasforma in un ponte metilenico che aggancia il para amino benzoico .
Quando andiamo a formare questa pteridina copulata con acido benzoico arriviamo a formare un
acido che prende il nome di ACIDO PTEROICO ,quindi l’unione della pterina con para amino
benzoico forma l’acido pteroico, che è l’immediato precursore dell’acido folico definitivo. Quindi
per arrivare all’acido folico definitivo l’acido pteroico , a livello del gruppo carbossilico, si lega a
una molecola di acido glutammico.
Il legame tra l’acido glutammico e l’acido pteroico è un legame ammidico, quindi formiamo
l’acido pteroil glutammico, che corrisoponde all’acido folico,quindi l’acido è pteroil glitammico,
pteroil più acido glitammico, correntemente indicato come acido folico,
Ora in natura questo acido folico può portare più molecole acido glutammico legate e si e si parla
allora di acidi folimici, cioè gli acidi folimici non sono altro che polimeri di unità di acido
glutammico con l’acido folico, quindi vi sono più unità di acido glutammico collegate insieme ,
dove il glutammico può legarsi col legame ALFA , quindi qui affrontiamo la seconda molecola ,
Questa seconda molecola di acido glutammico che si lega alla prima , il legame riguarda l’amino
gruppo in alfa dell’acido glutammico che si aggiunge , e o il carbossile in Alfa o il carbossile in
GAMMA,
Quindi l’acido glutammico che si aggiunge lo possiamo trovare o legato al carbossile Alfa, quindi
abbiamo un legame peptidico comune,caratteristico dei peptidi oppure abbiamo la isoforma di cui
l’amino gruppo va a legarsi con il carbossile Gamma . però in alcuni casi l’acido glutammico si
lega col legame isopeptidico andando ad impegnare il carbossile gamma, allora parliamo di un
legame isopeptidico o legame gamma ,che impegna il carbossile legato al carbonio gamma .
Allora questi sono acidi folinici perché sono derivati dall’acido folico .
Passando all’acido folico la numerazione dei sostituenti cambia leggermente, quindi nella
numerazione passiamo 9 , 10 e poi andiamo avanti. Mi fermo al 10 perché è la parte che ci
interessa da vicino, importanti in questo acido folico i due azoti in posizione 5 e posizione 10 che
sarebbero i due gruppi funzionali del coenzima folico . Questo acido folico lo introduciamo con la
dieta, in genere fenomeni di carenza sono molto rari perché di acido folico ce n’è in abbondanza,
l’importane è non mangiare solo carne o scatolami. Una volta introdotto nel nostro organismo ad
opera di una folato riduttasi , che utilizza in modo specifico nato fosfato ridotto .
Questa folato riduttasi va ad agire sull’ anello pirazinico, quindi sul secondo anello, e va ad
idrogenare in un primo momento il doppio legame 5-6 ; quindi addizione idrogeno
, utilizza il NADPH+H e riduce il doppio legame 5 e 6.
Formiamo quindi un acido di-idrofolico, quindi in presenza di un NAD ridotto formiamo l’acido
5,6 di -idrofolico
L’idrogenazione è avvenuta in corrisponednza dell’acido in posizione 5-6 , qui si parla di acido 5- 6
di idrofolico o anche di acido 7- 8 deidrofolico . 7-8 xchè mancano rispetto al fattore definitivo i 2
idrogeni se no mettete 5-6 di idrofolico perchè idrogenato nella posizione 5-6
In un secondo tempo in presenza di una nuova molecola di NADPH+ H viene allontanato il doppio
legame 7-8. Quindi un’altra molecola di NADPH+H va ad idrogenare il doppio legame 7-8.

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E arriviamo alla formazione del coenzima folico o acido tetraidrofolico perché ha addizionato 4
atomi di idrogeno, quindi questo è il THF.
In effetti di queste folato riduttasi ce ne sono due, una specifica per il doppio legame 5-6 e l’altra
per il legame 7-8.
Quali sono i gruppi funzionali di questo coenzima?
I gruppi funzionali sono l’azoto 10 e 5 che trasportano l’unità monocarboniosa che è caratteristica
di questo coenzima. Quindi questo coenzima trasporta unità monocarboniose , che vuol dire unità a
un carbonio, unità che possono essere rappresentate da un gruppo idrossimetilico CH2OH, un
gruppo metilico CH3, un gruppo formilico , un gruppo formilinico. Poi in alternativa legati
all’azoto 5, 10 un gruppo metilenico e un gruppo metilico .Adesso vedremo cosa sono questi gruppi
.
Dal prospetto abbiamo unicamente un atomo di carbonio che in diversa forma viene accettato,
ceduto da questo cofattore . Da ricordare che i sostituenti, circa 3,quindi il gruppo metilico e il
gruppo formiminico normalmente li troviamo sull’azoto 5 e formiamo l’N5 metil tetraedrofolato o
l’N5 formimino tetraedrofolato , Il gruppo idrossi-metilico e il gruppo formilico solitamente li
troviamo legati all’azoto 10 come N10 formiltetraedrofolato e, questo è il primo e il secondo l’N10
idrossimetiltetraedrofolato , quindi N10 formiltetraedrofolato oppure N10 idrossi metil tetraedro
folato.
Il gruppo metilenico CH2 e il gruppo metilico CH formano invece ponte fra l’azoto 10 e l’azoto
5,Quindi formiamo N5-N10 metilen tetraedro folato o alternativamente possiamo trovare un gruppo
metilico e quindi formiamo l’N5 - N10 metilen tetraedro folato. Caratteristica di questo coenzima
è che può accettare un carbonio in una determinata forma , per esempio può accettare il gruppo
idrossimetilico CH2OH e cederlo come gruppo formilico . Quindi mentre il gruppo è legato sul
cofattore possono intervenire degli enzimi che modificano questo gruppo trasformando ad es: il
gruppo idrossi metilico in un gruppo formilico , oppure un gruppo formilico in un gruppo
formimilico, oppure trasformare un N10 idrossi metil derivato in un N5 - N10 metilen tetraedro
folato. Quindi caratteristica è che il gruppo , una volta accettato, può essere modificato sul cofattore
stesso e ceduto nella forma modificata, cosa che invece non avviene per gli altri cofattori.
L’atro punto interessante è che, a seconda del gruppo legato, lo spettro di assorbimento di questo
cofattore cambia, per cui è possibile, in base allo spettro di assorbanza diagnosticare qual è il
gruppo legato al cofattore.
Avremo bisogno di questo cofattore nel metabolismo delle basi puriniche e pirimidiniche in quanto
interviene come donatore di unità monocarboniose nella sintesi delle basi puriniche, quindi
interviene nella formazione dell’anello imidazolico e dell’anello pirimidinico della ADENOSIN 5
mono fosfato .
Quindi entra nella formazione delle basi puriniche , quindi durante la loro sintesi, è coinvolta nel
metabolismo di alcuni aminoacidi , in particolare della glicina, della serina, della meteonina .
Quindi nella sintesi di questi amino acidi interviene il coenzima folico , interviene il catabolismo
del NAD , quando la parte della nicotina AMMIDE deve essere eliminata , e viene eliminata come
N metil sostituito . Quindi la funzione di questo cofattore è prevalentemente legato al metabolismo
degli ammino acidi da un lato e alla sintesi delle basi puriniche dall’altro.
La misura del NAD.
Il NAD nel suo catabolismo si dissocia nelle diverse componenti e l’anello delle
NCOTINAMMIDE viene eliminato come N metil derivato sostituito , allora un fabbisogno di
coenzima folico è difficile stabilirlo , in genere è inferiore al milligrammo, si calcola che intorno ai
400 microgrammi largamente soddisfi il fabbisogno giornaliero , però una carenza di acido folico è
estremamente rara . Importanti da ricordare sono i 2 composti che funzionano come anticoenzima
forico quindi come antivitamina che trovano una applicazione clinica che sono il sostituito
dell’acido folico all’ossidrile in 4, dove l’ossidrile in 4 viene sostituito da un amino gruppo,si parla
di una amino pterina e la ameto pterina che è un prodotto di modificazione dell’amino pterina in
cui l’azoto 10 ….torniamo indietro .. alla formula , la ameto pterina che è un derivato dell’amino

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pterina in cui l’azoto 10 è legato a un gruppo metilico. Quest’ultimo composto correntemente va
sotto il nome di METO TREXATE , ed è un farmaco che viene usato come citostatico , quindi nella
terapia dei tumori, perché bloccando la funzione del coenzima folico blocca la sintesi delle basi
puriniche in quelle tappe in cui interviene il coenzima folico, in genere in associazione con 5
fluoruro acile, dunque è un composto altamente tossico , quindi va usato con notevole precauzione.
Comunque il significato , l’impiego clinico si rifà alla funzione del coenzima folico che interviene
nella costruzione delle basi puriniche, per cui se io blocco la formazione della base purinica ,
blocco inevitabilmente la rigenerazione dell’ RNA e del DNA e quindi vado ad interferire con la
replicazione cellulare .
Chiudiamo col coenzima folico , non dimanticatelo , lo riprenderemo a marzo.
Ci rimangono ancora delle vitamine liposolubili, abbiamo visto la vitamina D , l’abbiamo vista con
la sintesi del colesterolo , ci rimangono da vedere le altre vitamine liposolubili, che sono la vitamina
A, la vitamina K e la vitamina E .La vitamina A è detta anche la vitamina della visione perché è
coinvolta nei processi della visione, specialmente notturna e crepuscolare . E’ anche indicata col
termine RETINOLO. In alcuni testi è indicata anche come Axerofitolo ? Sono termini
equivalenti.
Caratteristica di tutte queste vitamine, A-K-E, è che nella loro molecola entrano sempre unità
isoprenoidi .
D’altra parte anche la vitamina D trova i suoi precursori in unità isoprenoidi durante la sintesi del
colesterolo .
Complessivamente la vitamina A è formata da un anello ciclo esanico , o meglio ciclo esenico
perché porta un doppio legame, che ha tre funzioni metiliche come sostituenti ,poi ha 9 carboni in
catena laterale, configurati in unità isoprenoidi perché la ramificazione mi dice che è unità
isoprenoide e su questa catena laterale due metili come ramificazione . Allora, la possiamo trovare
come alcol, da cui il nome di RETINOLO, la possiamo trovare come ALDEIDE , e si parla di
RETINALE e come acido, e passiamo all’ACIDO RETINOICO
Di queste 3 forme con cui si presenta la vitamina A , la funzione biologica è riconosciuta
unicamente per il retinale , quindi la vitamina A ALDEIDE, mentre più incerto è il significato della
vitamina A come alcol o come acido. Come ALDEIDE RETINALE è intensamente coinvolta nei
processi della visione crepuscolare notturna, in quanto il retinale entra a formare il gruppo
prostetico di una proteina che è deputata alla visione e che prende il nome di rodopsina, quindi lo
troviamo a livello della retina questo retinale copulato con questa proteina, ed insieme retinene
retinale più la proteina, che prende il nome di rodopsina che è la proteina responsabile della
visione , dove l’aldeide va a legarsi alla proteina a livello di un radicale divisina della proteina ,
quindi questa aldeide retinale in pratica è una reazione spontanea , quindi come col circolo il
retinele arriva alla retina, nella retina viene legato spontaneamente, quindi non è una reazione
enzimatica ma si lega spontaneamente a questa proteina, ed insieme retinene e protide, prende il
nome di rodopsina , che è una proteina di colorazione rossa , quindi si forma un legame aldininico
tra il retinene e la proteina che è nella forma priva di atinene e prende il nome di OPSINA. Insieme
retinene più opsina costituisce la RODOPSINA.
Quando arriva lo stimolo luminoso questo retinene subisce delle modificazioni conformazionali per
cui si stacca dalla proteina e questo distacco viene percepito come uno stimolo del nervo ottico che
si traduce in una percezione visiva mentre il ruolo della vitamina A come alcol lo conosciamo molto
poco , ci sono sospetti che funga da portatore di catene oligosaccaridiche nella sintesi di
glicoprotidi , perché l’hanno trovato legato a delle catene oligosaccaridiche, in cui è interessato il
gruppo alcolico primario . Come acido retinoico, di significato oscuro, pare intervengano i processi
di ossidificazione , sta di fatto che l’acido retinoico si porta al livello del nucleo , dove è in grado di
legarsi a determinate sequenze nucleotidiche e fa da fattore di stimolo per la trascrizione di
alcune proteine , quindi sarebbe coinvolto nella sintesi proteica dell’acido retinoico .
Allora. Noi siamo in grado di formare la vitamina A ,però non siamo in grado di costruire questa
catena , quindi dalla natura ci viene la provitamina che noi assumiamo sotto forma di sostanze di

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colorazione giallo che prendono complessivamente il nome di caroteni , di cui esistono tanti tipi,
quelli che sono da precursori della vitamina A sono l’ALFA, il BETA e il GAMMA CAROTENI .
Tutte le foglie verdi contengono questi caroteni e particolarmente ricco di beta carotene è la carota ,
questo vi spiega perché si dice mangia carote che fa bene per la vista. La carota è ricca di
betacarotene da cui estraiamo la vitamina A, siamo in grado di formare il retilene e potenziare la
sintesi della rodopsina.
Che cosa sono questi caroteni? Sono composti di di-idrocarburi a 40 carboni, in pratica possiamo
dire è il raddoppio della catena che entra a formare la vitamina A , cioè in pratica possiamo
trascrivere questa molecola , ribaltarla in questo senso e ripeterla pari pari, quindi son due molecole
di questo radicale a 15 carboni che si legano insieme ,per cui le 2 molecole sono simmetriche ,e poi
si costruisce l’anello cicloesanico .Allora questo carotene è arrivato all’intestino ad opera di un
enzima presente nelle cellule degli eterociti sui villi intestinali (?) e una ossido riduttasi che in
presenza di ossigeno molecolare rompe il legame fra i 2 carboni terminali delle 2 catene e separa
(?) in un primo momento l’albeide , quindi formiamo 2 molecole di vitamina A , quindi da una
molecola di cherotene siamo in grado 2 molecole di vitamina A, in effetti la resa è molto bassa, non
è che ne formiamo proprio 2 ,la resa è si e no del 40 % , quindi circa il 60 % di questo che rotene
non concorre a formare vitamina A. Dall’ALFA CAROTENE ne formiamo solamente 1 perché
nell’ALFA ca,rotene 1 degli anelli cicloesanici anziché portare il legame doppio tra 5 e 6 ce l’ha tra
4 e 5, e quindi non concorre a formare vitamina A . Nel GAMMA Carotene 1 degli anelli è aperto
,non è ciclico , e quindi uno degli anelli non concorre a formare vitamina A , quindi metà del
GAMMA carotene e metà dell’ALFA Carotene daranno vitamina A ,la rimanente parte viene
eliminata . In natura quindi non esiste la vitamina A ma esistono i precursori cioè le provitamine,
dalle provitamine noi costruiamo la vitamina per un processo di ossidazione a livello intestinale e in
parte anche a alivello epatico , dopodichè, una volta formata, la vitamina A è liposolubile, quindi
non potrebbe essere trasportata in circolo, ed è trasportata da PROTIDI, si parla di protide portante
retinolo. D’interesse è che questo protide portante retinolo ha un’alta affinità per altre proteine del
plasma e in particolare, lo vedrete nella seconda parte del corso, un’altra proteina lega ORMONI
della tiroide , cosiddetta TEROXINA, per cui in circolo , una parte della vitamina A la troviamo
legata al protide portante retinolo ,a sua volta legata a questo protide che trasporta l’ormone
tiroideo.
Questa interazione tra le 2 proteine più vitamina A, questo composto prende il nome TRANS-
TIRETINA, perché porta simultaneamente vitamina A e ormoni della tiroide, cioè tiroxina,trans-
tiretina
Logicamente se saimo difettosi di queste proteine di trasporto siamo difettosi anche di vitamina A
perché non riusciamo a veicolarla nei tessuti , è una vitamina liposolubile, quindi dà fenomeni di
accumulo e in effetti la troviamo accumaulata specialmente a livello del fegato ,di tessuto adiposo,
dove la troviamo esterificata con acidi grassi .
Poiché dà fenomeni di accumulo bisogna prenderla con una certa attenzione perché se no si va in
rischio di andare in ipervitaminosi , ipervitaminosi che sovente si associa a danno del sistema
dell’apparato scheletrico .
E’ detta anche la vitamina protettiva per la cute , perché per meccanismi noon chiari concorre al
regolare assetto delle proteine che formano la cute. È detta epitelio protettiva.
Il fabbisogno giornaliero è inferiore al milligrammo.

LEZIONE DI BIOCHIMICA DEL 03/03/2003


METABOLISMO DELLE BASI AZOTATE

Il metabolismo delle basi azotate apparentemente si ricollega poco con gli altri processi metabolici
ci cui abbiamo parlato fino ad ora ed in particolare sembra che abbia poca connessione con il ciclo
di Krebs e che ne usufruisca poco. In realtà la sintesi delle basi azotate è strettamente dipendente al
ciclo di Krebs perché si consuma per la loro sintesi moltissimo ATP, che viene direttamente e

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indirettamente dal ciclo dell’acido citrico. Quindi la sintesi delle basi pirimidiniche e soprattutto
puriniche usufruisce altamente di ATP che si è costruito a spese di altre molecole che sono entrate
in degradazione, in particolare di glicidi, di acidi grassi e di amminoacidi.
Il nucleo centrale di tutto il corso della biochimica è il ciclo di Krebs, perché a questo ciclo
vivente, vale a dire glicidi, lipidi e protidi.
• I glicidi accedono al ciclo di Krebs largamente sotto forma di acetil-CoA, che a sua volta
proviene dal piruvato, derivato dalla demolizione anossidativa della molecola del glucosio,
il quale può avere un’origine estremamente varia: può essere glucosio che arriva
direttamente alla cellula oppure può essere glucosio di deposito sotto forma di glicogeno. Il
piruvato si trasforma in acetil-CoA tramite una decarbossilazione ossidativi e sarà l’acetil-
CoA a entrare nel ciclo di Krebs. La decarbossilazione ossidativa del piruvato è fuori dal
ciclo di Krebs e l’entità che accede al ciclo di Krebs è l’acetil-CoA.
• Gli acidi grassi, in particolare i lipidi con le loro molecole acido grasso, accedono al ciclo di
Krebs come acetil-CoA, in quanto l’acido grasso viene degradato nella -ossidazione e ogni
giro della -ossidazione forma acetil-CoA. Quindi l’acido grasso dà direttamente acetil-CoA
che accede al ciclo di Krebs.
• Gli amminoacidi concorrono a fornire metaboliti al ciclo di Krebs sia sottoforma di acetil-
CoA, ma anche sottoforma di intermedi del ciclo dell’acido citrico,vale a dire sottoforma di
ossalacetato e di -chetoglutarato. Quindi i vari cataboliti possono accedere al ciclo di.
Krebs direttamente come acetil-CoA e vanno soggetti a tutte le reazioni del ciclo, ma
possono entrare anche a livelli diversi del ciclo sottoforma di -chetoglutarato o
eventualmente sottoforma di fumarato e succinato
Nel divenire dei nucleotidi, in particolare nella loro sintesi, apparentemente non si utilizzeranno
intermedi del ciclo dell’acido citrico e apparentemente non ci sarà accesso di acetil-CoA al ciclo di
Krebs, però c’è dipendenza dal ciclo dell’acido citrico perché per la sintesi occorre ATP, e in più
per innescare il processo occorrono amminoacidi e questi amminoacidi indirettamente derivano dal
ciclo di Krebs. Gli amminoacidi interessati saranno la glicina, l’acido glutammico come
glutammina, l’acido aspartico. Soprattutto glutammico, glutammica e aspartico si formano da
intermedi del ciclo dell’acido citrico, -chetoglutarato per il glutammico e ossalacetato per
l’aspartato. La glicina invece fa parte a sé.
Interessante nel catabolismo dei purin-nucleotidi è che non si formeranno intermedi che accedono al
ciclo di Krebs, perché nel catabolismo lo scheletro della base purinica non viene degradato, ma
viene eliminato come tale sotto forma di acido urico che ancora mantiene inalterato l’anello
purifico. Ciò a differenza dei glicidi, lipidi e protidi i cui cataboliti terminali accedono al ciclo di
Krebs.
Differente è invece il catabolismo dei pirimidin-nucleotidi in cui l’anello viene completamente
degradato. La degradazione si concluderà con la formazione da una parte di un amminoacido che è
la -alanina( la quale ulteriormente sarà degradata fino a formare acido malonico sottoforma di
malonil-CoA).L’altra parte di questi pirimidin-nucleotidi viene invece eliminata sottoforma di
metil-malonil-CoA e questo metil-malonil-CoA accederà al ciclo di Krebs sottoforma di succinil-
CoA.
Quindi nel catabolismo dobbiamo distinguere il catabolismo delle basi puriniche, in cui lo scheletro
carbonioso non entrerà a fornire intermedi del ciclo dell’acido citrico, mentre il catabolismo delle
basi pirimidiniche apporterà qualche cosa al ciclo dell’acido citrico sotto forma di metil-malonil-
CoA, ma essenzialmente sotto forma di succinil-CoA per quanto riguarda il catabolismo della
timina. Mentre il catabolismo dell’uracile, così come della citosina non apporterà apparentemente
nulla al ciclo di Krebs, in quanto il cataboliti terminale sarà il malonil-CoA che, eventualmente,
potrà entrare nella sintesi dell’acido grasso,ma non direttamente nel ciclo di Krebs.
Altro fattore importante, che troveremo ripetutamente soprattutto nella sintesi delle basi puriniche, è
il tetraidrofolato. Il tetraidrofolato è indicato con la sigla THF. Noi forniamo il THF a partire da
una vitamina che è l’acido folico, il quale ci viene fornito indirettamente dal regno vegetale.

179
L’acido folico si trova in tutte le parti verdi delle piante e quindi in particolare nelle foglie. Da
questo acido folico, che per noi è vitamina, formiamo il THF che sarà il cofattore che interverrà
ripetutamente nella sintesi delle basi puriniche in quanto donatore di unità monocarboniose. Quindi
la caratteristica di questo fattore è di veicolare unità a un carbonio sotto forma variata. Dall’acido
folico vitamina passiamo al cofattore in un processo di idrogenazione, quindi in un processo di
riduzione, in presenza di NADH+H+. Arriviamo al cofattore che sarà il trasportatore dell’unità
monocarboniosa, mentre l’acido folico come tale non può trasportare unità monocarboniose, quindi
non funge da cofattore.
L’acido folico è formato da una base azotata che viene dalla condensazione di un anello
pirimidinico con un anello pirazinico. L’anello pirimidinico si condensa con il secondo eterociclo,
che è un anello pirazinico in cui gli azoti sono in posizione para, mentre nel caso della pirimidina
sono in posizione meta. In questo eterociclo introduciamo dei sostituenti, in particolare un
amminogruppo in posizione 2 e un gruppo ossidrilico in posizione 4. In più a livello del C6
inseriamo una catena laterale. A mezzo di un C metilenico attacchiamo un derivato aromatico,
l’acido paraminobenzoico, di cui noi non siamo capaci di sintesi e questo spiega perché non siamo
in grado di formare l’acido folico.
Riassumendo: l’eterociclo effettivo è formato da un anello pirimidinico sostituito in posizione 2 da
un amminogruppo e in 4 da una funzione ossidrilica, da un anello pirazinico che in posizione 6 lega
un C metilico che sarebbe il C9. Un H del C metilico viene sostituito dall’acido paraminobenzoico,
di cui noi non siamo capaci di sintesi e questo spiega perché l’acido folico è vitamina. Noi siamo
invece in grado di sintetizzare, partendo da GTP l’anello pirimidinico e pirazinico condensati, che
formano in particolare l’eterociclo pterina. L parte che noi non siamo in grado di sintetizzare e
quindi fa sì che l’acido folico sia vitamina è l’acido paraminobenzoico.
A complicare questa struttura il gruppo carbossilico dell’acido benzoico viene a legarsi con legame
ammidico a una molecola di acido glutammico o eventualmente a più molecole di acido
glutammico. Possiamo avere più molecole di acido glutammico unite insieme, in cui l’unione fra le
diverse unità di acido glutammico può essere:
• un’unione regolare, e cioè il carbossile di questo acido glutammico si unisce
all’amminogruppo del glutammico successivo;
• può esserci anche un’unione con legame isopeptidico in cui l’amminogruppo della molecola
di acido glutammico che si aggiunge va a legarsi al carbossile , anziché al carbossile . In
questa sequenza possiamo avere 3, 4, 5 unità di acido glutammico legate insieme. Quindi
non sempre troviamo il legame peptidico, cioè C-N legato al C carbossilico.
Le parti funzionali di questa vitamina saranno l’N in posizione 5 e l’N in posizione 10 dove per
diventare parte funzionale la molecola deve andare incontro a un processo di riduzione e
trasformarsi in acido tetraidrofolico, che è il cofattore. Questo acido folico introdotto con la dieta
viene assorbito a livello intestinale, viene dirottato ai diversi tessuti, viene decurtato della catena di
acido glutammico eccetto una e successivamente idrogenato a livello dei doppi legami 5-6 e 7-8 e
trasformato in acido tetraidrofolico che è il cofattore. Questa riduzione avviene a opera di una
folatoriduttasi, la quale agisce sull’acido folico e in presenza di NADH+H+ riduce nelle posizioni 5-
6 e forma il diidrofolato. Una seconda riduttasi, che sempre utilizza il NADH+H+, aggiunge H sul
doppio legame 7-8 e forma il THF. Quindi la idrogenazione avviene in due tappe, a opera di una
folatoriduttasi che riduce in 5-6 e il potere riducente viene da NADH+H+ e forma il diidrofolato, poi
una seconda riduttasi agisce in posizione 7-8 sempre in presenza del NADH+H+ e forma il THF. In
definitiva per aggiunta di 4 H passiamo dall’acido folico all’acido tetraidrofolico.
In questa forma l’acido tetraidrofolico funge da trasportatore di unità monocarboniose, le quali
possono legarsi o all’N5 o all’N10 o a entrambi. I gruppi trasportati dal THF, cioè dal coenzima
folico, sono unità a un carbonio e sono rappresentate dal gruppo metilico, dal gruppo formilico, dal
gruppo idrossimetilico o eventualmente dal gruppo metilenico o dal gruppo metinico che formano
ponte tra l’N5 e l’N10.
• gruppo metilico lo troviamo di solito legato all’N10 formando N10-metilTHF;

180
• gruppo idrossimetilico, cioè il prodotto di ossidazione del metile, forma N10-
idrossimetilTHF;
• prodotto di ossidazione dell’idrossimetileformile forma N10-formilTHF oppure formimino
THF. In genere formiminoTHF lo troviamo legato all’N5, quindi formiamo N5-
formiminoTHF;
• composti che formano un ciclo tra l’N10 e l’N5 e in questo caso vengono veicolati dal
cofattore un gruppo metilenico –CH2 oppure un gruppo metinico –CH. Forma quindi l’N5,
N10-metilenTHF perché il –CH2 è un metilene oppure N5,N10-metenilTHF, in cui il
gruppo trasportato è un –CH, cioè un metino.
Quindi i gruppi trasportati sono molti, ma la caratteristica è che c’è sempre solo un’unità ad un
carbonio soltanto.
La caratteristica di questo cofattore è che può accettare un gruppo, vedere questo gruppo
modificato, mentre ancora è legato al cofattore e cederlo in altra forma.
Per esempio può accettare un gruppo idrossimetilico e formare N10-idrossimetilTHF, questo
idrossimetile può essere ossidato mentre è legato al cofattore e trasformato in formilTHF.
Ed il formilTHF in presenza di ATP può cedere il formile e liberarlo come acido formico. Quindi
mentre il gruppo è legato al cofattore questo gruppo può essere modificato in diverse svariate
forme. Il gruppo può essere accettato dal cofattore in una forma e ceduto in un’altra forma e questa
è una caratteristica del coenzima folico che in genere non abbiamo trovato negli altri cofattori.
Quindi ci sono enzimi opportuni che agiscono sul gruppo legato all’N5, all’N10, lo modificano e
successivamente il gruppo modificato viene ceduto.
L’altra caratteristica è che a seconda del gruppo legato lo spettro di assorbimento varia. Per cui è
possibile in base allo spettro di assorbimento diagnosticare qual è il gruppo legato al coenzima
folico.
Composti che agiscono come antivitamina e quindi antagonizzano la funzione del coenzima folico
sono composti di sintesi che però vengono usati anche nelle terapie per antagonizzare la funzione
del coenzima folico e quindi bloccare per esempio la sintesi degli acidi desossiribonucleici.
Antagonisti sono l’aminopterina e la metopterina, indicata anche come metotrexate.
L’aminopterina viene usata per antagonizzare la funzione del coenzima folico, questa antivitamina
sostituisce l’ossidrile in 4 presente nella vitamina con l’aminogruppo. Quindi è un 2,4-
diaminoderivato invece di un 2-amino-4-idrossiderivato.
Il derivato metilato dell’aminopterina a livello dell’N10 è la metopterina . In pratica è
un’aminopterina derivata, quindi funzionano come antivitamine in antagonismo con la funzione
della vitamina, disturbano l’azione del cofattore.
Ci sono anche degli acidi filinici che sono prodotti con più unità di acido glutammico legate in
catena.
Questi poliglutamil-derivati dell’acido folico antagonizzano la funzione del cofattore, cioè THF,
entrano in competizione con il THF per legarsi all’enzima che funge da trasportatore dell’unità
monocarboniosa e bloccano la funzione dell’enzima.
Questi vari composti sono usati nella terapia contro il cancro come citostatici.

CATABOLISMO
Prima faremo il catabolismo dei nucleotidi purinici e pirimidinici e poi la loro sintesi.
Le basi azotate si dividono in due grosse categorie:
• le basi puriniche, rappresentate essenzialmente dall’adenina e dalla guanina;
• le basi pirimidiniche, rappresentate essenzialmente dalla citosina e dall’uracile per gli
acidi ribonucleici, timina e citosina per gli acidi desossiribonucleici.
La differenza fondamentale tra gli acidi ribonucleici e quelli desossiribonucleici , oltre al fatto di
sostituire l’uracile con la timina sta nella sostituzione del riboso con il desossiriboso, cioè il
prodotto di riduzione del riboso a livello del C2.

181
Nella sintesi prima formiamo il ribonucleotide che poi viene trasformato nel desossiribonucleotide
ed eventualmente l’uracile è trasformato in timina. Quindi il desossiribonucleotide non si costituisce
ex novo ma si costituisce per un processo di riduzione del ribonucleotide.
Il nucleotide può essere presente come tale nella cellula come unità singola, ma più frequentemente
lo troviamo in aggregati ad elevato peso molecolare, che sono gli acidi ribo e desossiribonucleici,
per cui la maggior parte dei nucleotidi di cui parleremo nella degradazione vengono dalla
demolizione di queste grosse molecole, che devono essere progressivamente degradate alle unità
elementari, cioè il nucleotide.
La degradazione di questi acidi ribo e desossiribonucleici avviene per un processo idrolitico ad
opera di idrolisi che prendono il nome di ribonucleasi e desossiribonucleasi a seconda che
attacchino l’acido ribo o desossiribonucleico.
La struttura di una catena di acido ribo e desossiribonucleico è costituita da un’impalcatura data dal
riboso legato al fosfato, quindi dalla sequenza riboso-P, riboso-P…, che rappresenta la parte idrofila
polare. Mentre le basi azotate stanno lateralmente e rappresentano la parte idrofoba della catena.La
base azotata viene a legarsi al riboso con il legame N-β-glucosidico. Il fosfato si lega con un legame
fosfodiestereo al C3 di un’unità di riboso e al C5 di un’unità di riboso successiva. Si parla di un
legame fosfodiestereo perché il P è legato con due legami di estere, uno al C3 e l’altro al C5. Se
fosse legato ad un solo C si sarebbe chiamato fosfoestereo e non fosfodiestereo. La sequenza degli
atomi che caratterizza questo filamento è data da : C-C-C- O-P-O-C -C-C-O-P-O-C-C-C .Questa è
l’impalcatura del filamento e vale sia per gli acidi ribo che per quelli desossiribonucleici e
rappresenta la parte idrofila della catena, mentre la parte idrofoba è quella che è legata alle basi
azotate. Solitamente in questa catena distinguiamo due estremi, un estremo 5 ed un estremo 3.
Parliamo di estremo 5 libero nel caso in cui la catena abbia l’estremo 5 non fosforilato e parliamo di
estremo 3 libero nel caso in cui la catena abbia l’estremo 3 non fosforilato.
La degradazione di queste catene può avvenire ad opera di endonucleasi, cioè idrolisi che attaccano
la catena al centro, oppure di esonucleasi che attaccano la catena agli estremi, quindi all’estremo 5’
libero o all’estremo 3’ libero e staccano un nucleotide alla volta. Le endonucleasi attaccano
all’interno della catena e la spezzano in due tronconi, poi tornano ad agire sui due tronconi e danno
quattro tronconi e così via, ma non staccano mai le singole unità nucleotidiche una alla volta, come
invece fanno le esonucleasi. Le nucleari sono poco conosciute, questo vale soprattutto per le
desossiribonucleasi, mentre per le ribonucleasi ne è stata identificata una prodotta dal pancreas ad
azione esocrina( cioè il pancreas che produce i fattori coinvolti nella digestione). Questa
ribonucleasi è proteina di peso molecolare relativamente basso, intorno ai 20.000, però è una
molecola fortemente ripiegata per la presenza di ponti disolfuro per cui è estremamente resistente
agli agenti denaturanti e in particolare al calore. Esposta a 100 gradi e poi riportata e 27 gradi
riprende intatte le sue proprietà catalitiche, quindi non viene denaturata dal calore. Questo fa sì che
si comporti come un enzima estremamente stabile. La caratteristica di questa ribonucleasi è che
attacca la catena polinucleotidica all’interno ma riconosce solo il legame fosfodiestereo laddove il
P è legato ad un riboso legato ad una pirimidina in posizione 3.
Quindi se ho gracile e citosina la ribonucleasi riconosce questo legame e spezza la catena a livello
del P legato al c3 e forma un intermedio ciclico, un diestere , un cui la valenza del P che si è resa
libera forma un legame estere con l’ossidrile in 2.Quindi la catena viene spezzata e formiamo un
troncone che ha l’estremo 5’ libero ed un secondo troncone che all’estremo 3’ porta un diestere il
cui P è legato alla posizione 2-3 del riboso. Formiamo un nucleoside riboso-2,3-diestere. Il P forma
un legame fosfodiestereo tra il C2 ed il C3. Questo estere ciclico è instabile e spontaneamente si
idrolizza nel riboso-3-P, quindi nell’estremo che ha il P solo nella posizione 3. L’enzima è
estremamente specifico, perché se la base legata al riboso è una base purinica il legame non viene
riconosciuto.
Nel caso dell’attacco della ribonucleasi formiamo due tronconi, uno con l’estremo 3 fosforilato e
l’altro con l’estremo 5 libero. Questi due tronconi possono essere ancora attaccati dalle ribonucleasi

182
laddove ritrovi di nuovo un legame il cui riboso legato al P in 3 è a sua volta legato ad una base
pirimidinica.
Dall’azione progressiva di questa ribonucleasi si arriva a formare dei frammenti di peso molecolare
piccolo, senza arrivare alla totale degradazione della catena. Su questi frammenti di peso
molecolare piccolo intervengono le esonucleasi che staccheranno un’unità nucleosidica alla volta,
fino a risolvere la catena polinucleotidica nei singoli nucleotidi. Per cui dall’azione esaurente di
endonucleasi ed esonucleasi, nel caso di un acido ribonucleico si può arrivare ad una miscela di
nucleoside –3-P o nucleoside-5-P. Nel caso degli acidi desossiribonucleici la degradazione è molto
meno chiara, comunque anche in questo caso si arriva alla fine a formare una miscela di
desossiribonucleotidi-3-P o 5-P, i quali finalmente saranno attaccati da delle idrolisi che prendono li
nome specifico di nucleotidasi che attaccano il nucleotide staccando il P.
Nel catabolismo ci sono tutti i nucleotidi che troviamo liberi nella cellula sotto le più svariate
forme. Sotto forma di ATP, ADP, AMP o GTP o GDP, …cioè tutti i nucleotidi che abbiamo
considerato come unità singola si abbinano nel loro catabolismo al catabolismo dei nucleotidi che
vengono dal acidi ribo e desossiribonucleici. Per cui quando parliamo del catabolismo dei
nucleotidi consideriamo tutti i nucleotidi che si possono generare da molecole più complesse oppure
che sono già presenti come singoli nucleotidi.
Una caratteristica del catabolismo dei nucleotidi è che questi come prima reazione vanno incontro
ad una defosforilazione , quindi perdono il P, sia esso legato nella posizione 5, come più
frequentemente accade, sia esso legato nella posizione 3 e vengono quindi risolti nel nucleoside più
P. Questo vale sia per i nucleotidi purinici sia per quelli pirimidinici.
In alcuni casi quando la base azotata porta un aminogruppo la reazione esterasica che stacca il P
può essere preceduta da una reazione deaminasica che sottrae l’aminogruppo. Ciò vale per i
nucleotidi animati e quindi vale per : adenosin-5-P, guanosin-5-P, citidin-5-P. Importante
ricordare che si tratta di una reazione di idrolisi in cui l’aminogruppo viene allontanato sotto forma
di ammoniaca. Sono le disaminasi che tolgono l’aminogruppo. L’adenosin-5-P viene risolto in
inosin-5-P,guanosin-5-P viene risolto in xantosin-5-P e il citidin-5-P viene risolto in uridin–5-P.
• Nel caso dell’adenosin-5-P l’aminogruppo viene allontanato come ammoniaca. Non è una
reazione transaminasica, ma è una reazione di idrolisi ,quindi interviene una deaminasi che
in presenza di H2O toglie via l’aminogruppo e lascia come residuo un ossidrile, per cui
passiamo dall’adenosin-5-P all’inosin–5-P. Nel caso dell’adenina formeremo la base
azotata ipoxantina, il cui nucleoside prende il nome di inosina ed il nucleotide
corrispondente sarà l’inosin-5-P.
• Nel caso del guanosin-5-P per una reazione deaminasica l’aminogruppo in posizione 2
viene eliminato e sostituito da un ossidrile, otteniamo la base azotata xantina, il cui
nucleoside sarà xantosina e il cui nucleotide sarà xantosin-5-P , il quale potrà esistere nella
forma enolica oppure nella forma chetonica, per il solito equilibrio cheto-enolico.
• Il citidin –5-P per reazione deaminasica perde l’aminogruppo in 6 e lo sostituisce un
ossidrile e forma la base azotata gracile e quindi uridin-5-P.
Importante ricordare che questa reazione di deaminazione può avvenire in qualunque momento del
processo di degradazione. Quindi lo possiamo trovare all’inizio,quando formeremo il nucleoside, o
addirittura sulla base azotata.
Ritorniamo alla reazione nucleotidasica, cioè la reazione di defosforilazione. Si risolvono i singoli
nucleotidi nei nucleosidi corrispondenti. Il nucleotide perde il P diventando nucleoside. I nucleosidi
che possiamo ottenere dal catabolismo degli acidi nucleici sono: adenosina, guanosina, citosina e
uridina. Dagli acidi desossiribonucleici saranno i corrispondenti desossiribonucleosidi, fatta
eccezione per l’uridina che viene sostituita dalla timidina.
Un problema grosso nella degradazione è allontanare il riboso e quindi trasformare il nucleoside
nella base azotata libera. Sembrerebbe possibile una reazione di idrolisi che spacca il riboso e
forma la base. La cellula non segue assolutamente questa via idrolitica, perché non sarebbe
proficua, in quanto porterebbe a formare riboso libero che per essere utilizzato dovrebbe essere

183
riportato alla stato di riboso –P, consumando una molecola di ATP .La cellula segue invece una via
fosforolitica che utilizza fosfato in una reazione molto simile a quella per degradare glicogeno ad
opera della fosforilasi. Il glicogeno perde un’unità di glucosio alla volta , questo glucosio non si
libera come glucosio ma come glucosio –1-P. E’ una reazione glicosiltransferasica, la fosforilasi
trasferisce il glucosio dall’estremo non riducente delle catene lineari al P e si forma glucosio-1-P, il
quale ,avendo li fosfato è ad un livello energetico sufficientemente alto per essere trasformato in
glucosio –6-P ed entrare nel metabolismo.
Lo stesso vale per il catabolismo dei nucleosidi. La cellula non stacca il riboso come tale, ma lo
trasferisce ad un’unità di fosfato, formando riboso-1-P più la base azotata. Si parla di reazione
fosforolitica o anche fosfotransferasica in quanto l’unità glucidica, riboso, viene trasferita
all’ortofosfato.
Si parla di una ribonucleosidefosforilasi che in effetti è una pentosiltransferasi. Importante in questa
reazione è che il legame che univa il riboso alla base azotata era un legame β-glucosidico. Il riboso
–1-P che si forma ha un legame α-glucosidico. Quindi nello staccare il riboso dalla base azotata
l’enzima modifica la configurazione del gruppo glucosidico e da β, quando è legata alla base
azotata, lo trasforma in α, quando è legato al fosfato. Quindi forma un riboso –1-P-α. Aggiungendo
fosfato inorganico, cioè H3PO$, formiamo la base azotata desossiriboso-1-P.
L’enzima ha due caratteristiche , rompe il legame glucosidico β tra la base azotata ed il riboso e
forma un nuovo legame α-glucosidico tra riboso e fosfato. La nomenclatura è molto varia per
quanto riguarda questo enzima che viene chiamato nucleosidefosforilasi, pentosiltransferasi o
nucleosidepentosiltransferasi. E’ una glicol transferasi perché trasferisce il riboso dalla base
azotata all’ortofosfato.
Questa reazione pentosiltransferasica in caso di nucleosidi amminati e cioè nel caso della adenosina,
guanosina e citosina può essere preceduta dalla reazione di deamminazione. Per cui nel caso delle
basi aminate i nucleosidi possono essere deaminati e trasformati nell’idrossiderivato corrispondente.
Si parla di nucleoside deaminasi e non più di nucleotide deaminasi. La nucleoside deaminasi toglie
l’aminogruppo , per cui:
• l’adenosina per reazione deaminasica perde l’ammoniaca e forma il nucleoside inosina;
• la guanosina perde l’aminogruppo in posizione 2e forma il nucleoside xantosina;
• la citidina perde l’aminogruppo e forma il nucleoside uridina.
La reazione di deaminazione precede la reazione di sottrazione della molecola del riboso.
Riassumendo:
Dal nucleotide, perdendo il fosfato, passo al nucleoside. Quindi dall’adenosin-5-P passo
all’adenosina. Dal guanosin-5-P passo alla guanosina. Dal citidin-5-P passo alla citidina.
Dall’uridin-5-Ppasso all’uridina. Dal timidin-5-P passo alla timidina. Questi quattro nucleosidi
possono perdere riboso e formare la base azotata più riboso-1-P. Quindi dall’adenosina formerò
l’adenina. Dalla guanosina la guanina. Dalla citidina la citosina. Dall’uridina l’uracile. Dalla
timidina la timina. A questo punto le basi che hanno un amminogruppo, vale a dire l’adenina, la
guanina e la citosina, perderanno l’aminogruppo e daranno le corrispondenti basi ipoxantina,
xantina e uracile.
Oppure prima di perdere riboso i nucleosidi possono perdere l’aminogruppo, per quelli che hanno
l’amminogruppo disponibile . Dall’adenosina passo al nucleoside inosina, dalla guanosina passo al
nucleoside xantosina, dalla citidina passo al nucleoside uridina, mentre uridina e timidina non vanni
incontro a deaminazione perché non hanno l’aminogruppo. Da questi tre nucleosidi così modificati
per aggiunta di ortofosfato ed eliminazione di riboso-1-P passo alla corrispondenti basi azotate.
Dall’inosina ottengo l’ipoxantina. Dalla xantosina ottengo la xantina. Dall’uridina ottengo l’uracile.
L’aminogruppo si può sottrarre in qualsiasi momento della degradazione e perdendo l’aminogruppo
il nome della base azotata e del nucleoside cambia.
Da ricordare che la deaminazione è una reazione di idrolisi che comporta liberazione di ammoniaca
e che il distacco del riboso non è una reazione di idrolisi, ma è una reazione di trasferimento in cui

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il pentoso viene trasferito all’ortofosfato formando il corrispondente glucoside riboso-1-P, non
estere perché il legame non è estereo, ma glucosidico.
Con questi passaggi siamo arrivati ad ottenere la basi singole e saranno queste che andranno
incontro al catabolismo.
Il catabolismo potrà iniziare da ipoxantina per quanto riguarda l’adenosin-5-P, xantina per quanto
riguarda la citidin-5-P e uridin-5-P e dalla timina per quanto riguarda il timidin-5-P.
Il catabolismo delle basi puriniche e quello delle basi pirimidiniche seguono due vie completamente
differenti.

CATABOLISMO DELLE BASI PURINICHE


Il catabolismo delle basi puriniche si differenzia dal catabolismo delle basi pirimidiniche perché
non viene degradato l’anello purifico, che rimane come tale e verrà eliminato. Mentre nel
catabolismo delle basi pirimidiniche avremo la totale degradazione dell’anello pirimidinico.
Il prodotto terminale del catabolismo delle basi puriniche è l’acido urico( da non confondere con
gli acidi biliari e con la bilirubina). L’acido urico viene eliminato come tale. Nelle urine troveremo
l’acido urico che conserva nella sua molecola l’anelo della purina. Nel catabolismo dell’adenina
abbiamo ottenuto l’ipoxantina, questa verrà trasformata in acido urico previa la trasformazione
intermedia di xantina. Dal catabolismo della guanosina-5-P o della guanina otteniamo come
intermedio xantina che viene trasformata in acido urico. L’enzima che trasforma xantina in acido
urico è lo stesso che trasforma l’ipoxantina in xantina. Ipoxantina diventa xantina ad opera dello
stesso enzima che trasformerà la xantina in acido urico e che si chiama xantina ossidasi. Quindi
questo enzima è tipicamente aspecifico come substrato, in quanto riconosce sia l’ipoxantina, sia la
xantina, ed in entrambi i casi forma acido urico. La xantina ossidasi è un enzima flavinico, quindi
porta come gruppo prostetico FAD ed è localizzata a livello dei perossisomi dove c’è la β -
ossidazione perossisomale. A livello dei perossisomi è sempre accompagnata da altre ossidasi, in
particolare dalla L-amminoacido ossidasi, dalla D-amminoacido ossidasi e dalla catalasi. La β-
ossidazione che si svolge nei perossisomi è atipica perché per alcuni aspetti si discosta dalla β-
ossidazione mitocondriale. La xantina ossidasi porta inizialmente due molecole di FAD per mole di
protide, in più è un metallo protide, i cui metalli sono due. Uno è il molibdeno per cui si parla di una
molibdoproteina, l’altro è il ferro. In pratica ci sono due atomi di molibdeno e otto di ferro per mole
di enzima. Quindi porta 2 FAD, 2 molibdeno e 8 atomi di ferro. Il molibdeno e il ferro variano di
valenza nel corso della reazione . Il molibdeno passa da valenza 6 a valenza 4 ed il ferro da valenza
3 a valenza 2.Inoltre, mentre il ferro è direttamente legato alla proteina, il molibdeno è legato alla
proteina tramite un supporto rappresentato da una parte della molecola che richiama quello del
THF, precisamente una uterina e probabilmente una tetraidrobiopterina. Questa uterina non è stata
identificata definitivamente ma è stato identificato il sito di legame per il molibdeno. Noi siamo in
grado di sintetizzare questa uterina partendo da guanosin-5-P.
Abbiamo solo l’anello pirimidinico e l’anello pirazinico condensati, manca della sequenza
paraminobenzoico e in più c’è una catena laterale che è un propandiolo. La parte che va dal N5
all’N8 più la catena laterale sono derivate dalla molecola del guanosin-5-P (in cui la catena laterale
è composta da alcuni dei carboni del riboso), mentre i due atomi di N derivano dall’anello
imidazolico del guanosin-5-P.L’anello imidazolico si è aperto e ha parzialmente inglobato la catena
del riboso. Il molibdeno si pensa formi composti di coordinazione con i due ossidrili della catena
del propandiolo.
La xantina ossidasi è un enzima flavinico, ma una flavina di tipo ossitropo cioè ha un’alta affinità
per l’ossigeno molecolare. Mentre flavina anossitropa vuol dire che ha una ridotta affinità per l’O2.
Negli enzimi flavinici ossitropi l’enzima flavinico ridotto cede l’idrogeno all’ossigeno molecolare e
forma perossido di idrogeno. Negli enzimi flavinici anossitropi la flavina ridotta si riossida a spese
di una serie di trasportatori e al termine gli elettroni e i protoni andranno a formare con l’O2 una
molecola di H2O. In queste flavine non si cede direttamente l’ H all’O2 ma l’ H raggiunge l’O

185
tramite una serie di trasportatori intermedi e alla fine avremo formazione di H2O e non di perossido
di idrogeno.
Alcuni tessuti, come il fegato e la mucosa intestinale, sono particolarmente ricchi di xantina
ossidasi. Nel fegato il catabolismo delle basi puriniche è nettamente dominante, nella mucosa
intestinale la xantina ossidasi pare abbia un ruolo importante nell’assorbimento intestinale del ferro,
anche se i meccanismi non sono chiari.
Il funzionamento dell’enzima nella trasformazione dell’ipoxantina in xantina è lo stesso che avverrà
nella trasformazione della xantina in acido urico.
La trasformazione dell’ipoxantina in xantina comporta l’introduzione di una funzione ossidrilica a
livello del C2. In questo modo l’ipoxantina si trasforma in xantina. La reazione richiede la
partecipazione di H2 O e O 2 e al termine formiamo xantina più perossido di idrogeno.
L’O indotto nel gruppo ossidrilico viene dall’ H2O e non dall’O2. L’O2 verrà utilizzato per formare
perossido di idrogeno.
Come prima reazione la xantina ossidasi facilita l’addizione di una molecola di H2O sul doppio
legame tra il C2 e N3. In pratica aggiunge l’ossidrile sul C2 e l’ H all’ N3 e forma in posizione 2 un
gruppo alcolico secondario, dove questo O è venuto dall’ossidrile dell’ H2O. Con questa addizione
l’enzima ha creato un gruppo alcolico secondario che è suscettibile di ossidazione, cioè di
deidrogenazione. A questo punto l’enzima interviene con il suo gruppo prostetico FAD e compie la
reazione di deidrogenazione, cioè gli toglie via i due atomi di H sul gruppo alcolico secondario e
forma FADH + H e in sua vece rimane apparentemente una funzione carbonilica, che può esistere
come tale oppure trasformarsi nella forma ossidrilica, la forma enolica , formando il diidrossiderivato
xantina. La forma carbonilica o chetonica è in equilibrio con la forma enolica e entrambi i gruppi
ossidrilici possono passare nella forma chetonica. Il composto che ho ottenuto è un ibrido di
risonanza tra diverse forme. Quando si parla di xantina si intendono queste forme fra loro in
equilibrio.
Dalla forma totalmente chetonica alla forma parzialmente chetonica alla forma totalmente enolica.
Importante ricordare che la ipoxantina e la xantina sono relativamente solubili in acqua. Sulla xantina
la xantina ossidasi ritorna una seconda volta e la trasforma in acido urico e con questo chiude il
catabolismo delle basi puriniche. Questa volta vado ad attaccare in corrispondenza del C8 e con un
meccanismo analogo a quello precedente l’enzima addiziona una molecola d’acqua, poi avviene la
reazione di deidrogenazione e si forma il derivato chetonico, il quale può essere nella forma
trichetoderivato oppure nelle varie forme intermedie. Quindi questa forma è in equilibrio con la
forma enolica. Il prodotto di questa seconda reazione di ossidazione prende il nome di acido urico.
Lo chiamiamo acido urico anche se non ci sono gruppi acidi perché in soluzione acquosa dà una
reazione debolmente acida e si comporta come un acido debole, in quanto questo ossidrilico enolico
ha una debole tendenza a dissociare, per cui lo potremo trovare in soluzione come O- + H+ e quindi
formare dei sali, soprattutto dei sali con sodio oppure con potassio sotto forma di urato di sodio o
urato di potassio. Mentre la dissociazione dell’ossidrile in posizione 2 è estremamente bassa ed
avviene a pH ben al di sopra dell’ordine fisiologico. Quindi il gruppo OH in 8 è parzialmente
dissociato, in pratica la pK di questo gruppo ossidrilico è intorno al 5,8. Il che vuol dire che al di
sopra del 5,8 l’ossidrile è completamente dissociato e al di sotto di 5,8 tende a formare l’acido
indissociato. pH fisiologico è intorno a 7,4 quindi è parzialmente dissociato a pH 7,4 e lo troviamo
sotto di urato di sodio, urato di potassio largamente escreto con le urine.
Lo troviamo nelle urine e anche in circolo, ancora sotto forma di urati e la percentuale in circolo
varia normalmente intorno a 1 – 5 mg per 100 mm.
Leggermente più basso nella donna in cui va da 1 a 4 mg. Nelle urine giornalmente ne eliminiamo da
600 mg a 1 g, quindi è una quota abbastanza alta. Una piccola percentuale la troviamo nelle feci
nell’ordine di 10 – 30 mg al giorno.
L’acido urico viene quindi eliminato prevalentemente per via renale, una piccola quantità viene
secreta con le feci, in quanto viene secreta a livello dello stomaco, così pure a livello della bile,

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quindi va nell’intestino, qui è in parte degradato dalla flora batterica e una piccola quota è eliminata
come acido urico nelle feci.
Valori superiori a 5 mg, quindi intorno ai 7 – 10, sono valori indici di rischio, perché l’acido urico è
scarsamente solubile, normalmente 1 g/l a pH 7, quindi è un valore estremamente basso, e quando
superiamo questa quota l’acido urico tende a precipitare sotto forma di urati o cristalli di acido urico
a livello delle cartilagini e delle articolazioni ed in parte viene eliminato con le urine. In parte questo
acido urico eliminato con le urine tende forma dei cristalli che si depositano all’interno del rene e
possono dare delle nefropatie. Induce calcolosi renali, calcoli che non sono formati da carbonato di
calcio o ossolato di calcio, ma formati da urato di sodio e urato di potassio acido urico libero. I
cristalli sono aghetti, hanno forma aghiforme e quindi tendono a ledere il tessuto su cui si depositano,
per cui ne consegue una nefropatia, cioè una sofferenza renale e dolori estremamente forti a livello
delle giunture e delle articolazioni. Quando questa quantità diventa evidente sfocia in una patologia
indicata col termine di gotta. La gotta era notevolmente diffusa nel secolo scorso e all’inizio del
secolo, oggi molto meno ed è in gran parte riferibile a difetti genetici o ad un’alimentazione non
corretta, in genere un’alimentazione ricca di carni, soprattutto carne di selvaggina, che sono
estremamente ricche di nuclei o tessuti ghiandolari e facilitano la formazione di acido urico.
L’enzima flavinico si è ridotto ed è rimasto nella forma ridotta. Questo FAD ridotto si riossida
attraverso l’intervento del molibdeno, di una seconda molecola di FAD e del ferro. Questo FAD
ridotto cede elettroni al molibdeno. Dal molibdeno probabilmente passano alla seconda flavina,
quindi alla seconda FAD. Dal FAD vengono ceduti al ferro e dal ferro vengono mandate all’O2
formando un anione superossido. Quindi questo FAD ridotto si ossida attraverso la riduzione e la
riossidazione successiva del molibdeno, della seconda molecola di FAD e del ferro. Il ferro è
responsabile del trasferimento di questi elettroni all’ossigeno molecolare per cui si forma in un primo
momento l’anione superossido. Quindi gli elettroni vengono trasferiti uno alla volta all’O2 quindi
formiamo da O2 per il passaggio di un elettrone una prima molecola di anione superossido.
Poi arriva il secondo elettrone che compie la stessa trafila, di nuovo un O2 accetta un elettrone e
formiamo il secondo anione superossido.
In definitiva da questa xantina ossidasi vengono formate due molecole di anione superossido. Queste
molecole di anione superossido vengono raccolte da un enzima che prende il nome di
superossidodismutasi che provvede a trasformare l’anione superossido in anione perossido. Questa
superossidodismutasi in pratica ossida una molecola di O a O2 riduce l’altro anione superossido in
anione perossido. L’anione perossido più i due protoni che erano andati in soluzione dalla
riossidazione del FAD formano perossido di idrogeno.
Il perossido di idrogeno è tossico però a livello dei perossisomi esiste una catalasi che converte due
molecole di perossido di idrogeno in H2O + O2. Con questo la tossicità dell’anione perossido viene
neutralizzata. Importante è che all’interno dei perossisomi c’è tutto il sistema che serve per
proteggerci da questo anione superossido e anione perossido, quindi nel contesto in cui la xantina
ossidasi sta lavorando c’è anche il sistema che provvede a neutralizzare la tossicità degli intermedi
che si formano. Tossicità che viene eliminata dall’intervento di due ossidoriduttasi, la
superossidodismutasi da un lato e la catalasi dall’altro.

LEZIONE DI BIOCHIMICA DEL 04 - 03 - 2003

Vi riporto prima di proseguire due schemi per seguire le varie modalità con cui un purin-nucleotide
che contenga adenina o guanina arriva a trasformarsi in acido urico. Prendiamo come esempio la
degradazione dell’AMP da una parte e del GMP dall’altra. L’AMP può arrivare ad acido urico
attraverso almeno tre modalità differenti : la via apparentemente principale implica dapprima
l’intervento di una nucleotidasi che in presenza di acqua stacca il fosfato e forma il nucleoside. La
nucleotidasi potrà essere una 5 nucleotidasi o una 3 nucleotidasi a seconda che il fosfato sia in
posizione 5 o in posizione 3. Nel nostro caso il nucleoside che si forma sarà adenosina. A questo
punto l’adenosina può perdere il riboso e trasformarsi in adenina in una reazione ribosil

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transferasica in cui il riboso viene trasferito all’ortofosfato formando riboso 1P e adenina. Questa
reazione è reversibile in quanto l’enzima è capace anche della reazione opposta : in presenza di
adenina e riboso 1P è in grado di formare adenosina liberando fosfato. La trasformazione dell’AMP
in adenosina è invece irreversibile. L’adenina in una reazione irreversibile in presenza di una
deaminasi perde l’amminogruppo in posizione 6 come ammoniaca e arriva alla formazione di
ipoxantina, la quale diverrà xantina, a sua volta trasformata in acido urico ad opera della xantina
ossidasi. L’AMP può anche perdere immediatamente l’amminogruppo legato all’adenina in
posizione 6 ad opera di una nucleotide deaminasi ( seconda via ) e arriviamo alla formazione del
inosin-monofostato, IMP. Questo ad opera di una nucleotide fosfatasi perde il fosfato e diventa
inosina. L’inosina in una reazione tranferasica mediata da una inosina fosforilasi forma ipoxantina
che si ricongiunge alla via principale diventando xantina e successivamente acido urico. Terza
possibilità : si parte sempre da AMP su cui interviene la 5 nucleotidasi che porta alla formazione di
adenosina e a questo punto l’adenosina viene deaminata in una reazione idrolitica ad opera di un
enzima chiamato adenosina deaminasi ,indicato con la sigla ADA ,traformandosi in inosina.
L’enzima ADA è molto interessante in quanto è soggetto a danni di tipo genetico ; vi sono individui
portatori di un difetto per cui o non formano la ADA deaminasi oppure la formano in modo
incorretto. Di conseguenza si blocca una delle vie di catabolismo dei purin nucleotidi. Queste
modificazioni colpiscono particolarmente i linfociti di tipo B e T, che vengono sintetizzati in
quantità molto ridotte, il che comporta una grave immunodeficienza. Probabilmente il difetto
genetico a livello dell’ADA va ad interferire con la sintesi dei desossiribonucleotidi impedendo alla
cellula di replicarsi, essendo questi i componenti del DNA. Il difetto di questo enzima si pensa porti
all’accumulo di adenosina la quale piò essere trasformata in AMP e ATP, e quest’ultimo
trasformato in desossi ATP che si comporta come inibitore per l’enzima che darà origine ai
desossiribonucleotidi. Viene quindi a bloccare la tappa che innesca la sintesi dei
desossiribonucleotidi e la sintesi del DNA.
Detto questo, siamo rimasti ieri alle reazioni della xantina ossidasi, enzima relativamente aspecifico
perchè in grado di riconoscere sia la xantina, sia la ipoxantina e trasforma irreversibilmente la
xantina in ipoxantina e questa in acido urico chiudendo il catabolismo delle basi azotate puriniche.
L' enzima è una ossidasi, di tipo flavinico di peso molecolare intorno a 300.000 che porta nella sua
struttura 2 molecole di FAD, 2 di molibdeno e 8 atomi di ferro. E'considerato una flavina ossitropa
perchè il FADH2 si riossida non attraverso la catena respiratoria ma direttamente trasferendo
l'idrogeno all' ossigeno molecolare formando perossido di idrogeno. D' altra parte questa xantina
ossidasi non potrebbe usufruire di una catena respiratoria poichè si trova localizzata nei
perossisomi, organelli che non hanno mitocondri. E'quindi la posizione di questo enzima nella
cellula a far sì che questa non possa ossidarsi per mezzo della catena respiratoria. Sul meccanismo
di funzionamento di questo enzima non si sa molto, l' unica cosa certa è che nell' introduzione del
gruppo ossidrilico in posizione 2, l' ossigeno è portato dell' acqua e non è ossigeno molecolare,
quindi l'ossigeno che noi introduciamo nella reazione entra successivamente nella riossidazione del
cofattore ridotto, ma non entra come componente del substrato, cioè del prodotto della reazione. Il
possibile meccanismo di reazione consiste nell' addizione in un primo momento di una molecola
d' acqua sul C2, e in particolare introduco l' ossidrile legandolo al C aprendo di conseguenza il
doppio legame e la valenza residua dell' N lega il protone in soluzione. Sul C2 viene dunque a
crearsi apparentemente un gruppo alcolico secondario, il quale sarà suscettibile di ossidazione. A
questo punto interviene l' enzima flavinico con il suo FAD e determina l' allontanamento dell'H
legato direttamente al C, probabilmente come ione idruro e allontata forse come protone l' H legato
all'ossigeno; sta di fatto che i 2 atomi di H si portano sul FAD e formano FADH2. Il prodotto della
reazione sarà apparentemente un funzione carbonilico-chetonica, la quale funzione chetonica si
pone immediatamente in equilibrio con la funzione enolica, cioè dalla forma chetonica passiamo
alla forma enolica del substrato, in quanto c' è una reversibilità continua. Il problema è ora come si
riossida questo enzima flavinico: l' unica cosa certa di questa fase è l' intervento nel processo di
riossidazione del molibdeno e del ferro. Per cui probabilmente nel corso della riossidazione gli

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elettroni fluiscono sul molibdeno, secondo alcuni passerebbero alla seconda molecola di FAD
dell'enzima, e da questo verrebbero trasferiti al ferro. In effetti sia ferro che molibdeno variano di
valenza nel corso della reazione di ossidoriduzione e in particolare il ferro da trivalente diventa
bivalente per tornare poi trivalente. Quindi i due metalli sono essenziali nel trasferimento degli
elettroni tra il substrato che si è ossidato, l' enzima che si è ridotto nel suo gruppo prostetico e
l'ossigeno molecolare.
Al termine l’enzima libera un protone e un elettrone alla volta, il protone va in soluzione, l’elettrone
va a legarsi all’ossigeno molecolare attraverso il ferro dell’enzima formando dapprima un anione
superossido. Ogni elettrone che viene allontanato nella riossidazione del FAD passa attraverso
molibdeno, FAD e ferro, raggiunge l’ossigeno molecolare e forma un anione superossido. L’enzima
libera un H probabilmente sotto forma di protone più un elettrone, l’elettrone viene raccolto
dall’ossigeno molecolare e forma un anione superossido, poi l’enzima rimuove il secondo elettrone
e il secondo protone, segue la stessa trafila e forma il secondo anione. I due anioni superossido sono
altamente tossici perché fortemente reattivi e possono con estrema facilità originare ossidazioni di
proteine o grassi insaturi e la cellula se ne difende trasformandoli immediatamente in anioni
perossido con liberazione di ossigeno molecolare. L’enzima che promuove questa reazione è
indicato come superossido-desmutasi (SOD), ed è situata sia nel citoplasma, sia nei mitocondri.
Queste superossido-desmutasi sono presenti nella cellula almeno in 2 forme : una che è un metallo
protide, la più diffusa, che porta un rame e uno zinco, e una seconda che non porta metalli pesanti,
ma lega magnesio. Nella prima forma il rame e lo zinco sono probabilmente legati a radicali di
istidina : lo zinco ha esclusivamente funzione strutturale mentre il rame, che si trova in forma
ossidata, interviene attivamente nel processo catalitico dell’enzima. In presenza del primo anione
superossido liberato dalla riossidazione del FAD, il rame ossida l’anione superossido a ossigeno
molecolare e a sua volta si riduce. L’enzima con rame ridotto reagisce con la seconda molecola di
anione superossido riducendolo e ossidandosi a sua volta. L’anione perossido che si forma,
anch’esso tossico per la cellula, viene degradato all’interno dei perossisomi ad opera di una catalasi
che va di pari passo con la xantina ossidasi. Questa catalasi trasforma l’anione perossido in acqua
più ossigeno molecolare. I due protoni che erano presenti in soluzione si legano all’anione
perossido formando perossido di idrogeno. La catalasi agisce sul perossido di idrogeno liberando
acqua e ossigeno molecolare. Questa catalasi è un emo protide con gruppo prostetico simile a quello
dell’Hb, ma la grossa differenza è che nella catalasi il ferro è costantemente trivalente ; l’enzima è
un tetramero, cioè formato da 4 subunità uguali ognuna delle quali porta un emo legato. L’enzima
opera solo in presenza di NADPH+H. La catalasi è uno degli enzimi più attivi nel nostro organismo
e quindi con estrema facilità, in rapporto alla sua elevata attività catalitica, riuscirà a neutralizzare la
tossicità del perossido di idrogeno trasformandolo in acqua e ossigeno molecolare.
Ci soffermiamo un attimo sull' acido urico e sul suo accumulo nei tessuti. Ci sono dei casi in cui
l'acido urico si accumula in quantità eccessiva dando origine ad una patologia nota con il termine di
gotta. Questa si manifesta con infiammazione delle articolazioni e danni renali in genere di tipo
calcoloso, poiché questi cristalli di acido urico che tendono a depositarsi sono estremamente
taglienti e acuminati e tendono quindi a lacerare i tessuti dando vita alla sensazione di dolore. La
gotta si manifesta quando la quantità di acido urico in circolo supera un certo livello, il che si
verifica quando si supera il valore di 7/10mg su 100ml, mentre la quantità normale nell' uomo è di
circa 1/5mg su 100ml , nella donna 1/4mg su 100ml. Quali sono le cause dell' insorgere della gotta;
in genere distinguiamo due tipi di gotta, una gotta di tipo 1 o primaria e una gotta di tipo 2 o
secondaria. La gotta di tipo 1 è dovuta a un deficit genetico di enzimi che sono legati al
metabolismo degli acidi ribo e desossiribonucleici. L' aumento di acido urico non è quindi dovuto ad
una iperattività della xantina ossidasi, ma ad una eccessiva produzione di acidi ribo e
desossiribonucleici che come conseguenza porterà ad un aumento, nel loro catabolismo, delle basi
puriniche e quindi un aumento di acido urico. Il tipo di gotta più diffuso si riporta ad un difetto
dell'enzima che dà inizio alla sintesi dei purin nucleotidi, enzima in grado di trasformare il riboso
5P in riboso 5P, 1PP che è il composto da cui prende inizio la sintesi dei purin nucleotidi. Questo

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enzima prende il nome di riboso 5P, 1PP sintetasi, in genere indicata con la sigla PRPP sintetasi.
Soggetti portatori di gotta di tipo 1 hanno un' eccessiva attività di questo enzima, il che può
dipendere o da una caratteristica dell' enzima, cioè da una modificazione del protide che ne causa
un' eccessiva attività, o da una sua insensibilità ai fattori di modulazione negativa, che sono i
prodotti finali della sua azione, cioè AMP, GMP ed eventualmente IMP. In soggetti portatori di
gotta di tipo 1 la sintetasi è insensibile a questi fattori di modulazione negativa prodicendo elevate
quantità di basi puriniche dal cui catabolismo deriverà un eccessivo accumulo di acido urico. Il
difetto è dunque sulla via di sintesi dei purin nucleotidi. Un' altra causa della gotta di tipo 1 è la
modificazione di un altro enzima che interviene nella sintesi dei purin nucleotidi, che è soggetto allo
stesso tipo di modificazione ma che interviene nella seconda tappa della via di sintesi. La gotta di
tipo 2 è invece di tipo indotto, cioè avviene laddove vi sia un eccessivo catabolismo di acidi ribo e
desossiribonucleici: succede ad esempio nella leucemia dove abbiamo una distruzione intensa di
globuli bianchi, ricchi di acidi ribo e desossiribonucleici per via del loro nucleo molto espresso, che
per via della loro distruzione di massa portano ad un accentuato catabolismo delle basi puriniche e
da qui ad un accumulo di acido urico. Terza possibilità, un metabolismo glicidico alterato : è
frequente una iperuricemia in soggetti portatori di glicogenosi, una patologia causata da un
accumulo di glicogeno, o nel fegato, o nel muscolo o in entrambi i tessuti, il che si risolve in un
rischi frequente di ipoglicemia. In queste condizioni si sviluppa un metabolismo prevalentemente
anaerobico, che porta a formazione di acido lattico, conseguentemente un abbassamento di pH e
quindi una diminuzione della solubilità di acido urico che precipita sotto forma di cristalli. Si hanno
forma temporanee di iperuricemia laddove si bevano liquidi estremamente acidi e in notevole
quantità : viene superato il potere tamponante del sangue, si ha acidificazione delle urine e
precipitazione di acido urico. Ultima possibilità, l’iperuricemia può essere causata da un difetto
dell’enzima ADA, ma non è ben chiaro che cosa porti in questo caso all’accumulo di acido urico.
Per prevenire l’iperuricemia e dunque la gotta, il modo più efficace è quello di bloccare l’attività
della xantina ossidasi, bloccando il catabolismo delle basi puriniche a livello dell’ipoxantina, che è
notevolmente più solubile dell’acido urico. Per fare questo è stato sviluppato un composto
particolarmente efficace che viene largamente usato in terapia, che prende il nome di allopurinolo,
che è un inibitore competitivo della xantina ossidasi, poiché simula la forma del substrato naturale
della xantina ossidasi, vale a dire dell’ipoxantina. Questo allopurinolo è in pratica una ipoxantina ,
da cui differisce per la sostituzione dell’anello imidazolico con un anello pirazolico in cui i due
atomi di N sono in posizione orto(posizione 8 e 9) anziché para(7 e 9). La terapia con allopurinolo
può essere prolungata per lungo tempo per via della sua bassissima tossicità. L’acido urico è il
prodotto finale del catabolismo delle basi puriniche solo nell’uomo e nella scimmia, mentre negli
altri mammiferi, questo prosegue fino alla formazione di allantoina che viene eliminata con le urine.
Nei pesci e negli anfibi il catabolismo prosegue ulteriormente e dall’allantoina si passa ad acido
allantoico, eliminato come prodotto terminale attraverso le urine.
Iniziamo ora il catabolismo dei pirimidin nucleotidi. Questo presenta grosse differenze con il
catabolismo dei purin nucleotidi in quanto l’anello pirimidinico viene totalmente degradato,
demolito. Sono dunque due catabolismi totalmente differenti.
Prendiamo come esempio di partenza il UMP, uridin monofosfato. Successivamente analizzeremo
anche la desossi timidina 5P. La via che seguono inizialmente è la stessa dei purin nucleotidi :
possiamo cioè avere una 5 nucleo