Giuseppe Antonelli Lingua
Giuseppe Antonelli Lingua
Lingua
di Giuseppe Antonelli
1. «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa
che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della clas-
se dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la
massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale» (Gramsci, 1975, p.
2346; è il paragrafo 3 del Quaderno 29, databile al 1935).
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MODERNITÀ ITALIANA
2. In Carrafiello (1977, p. 593) si censisce «tutto ciò che, sul linguaggio, è stato scritto
[...] da sette importanti quotidiani: “La Stampa”, “Corriere della Sera”, “Il Giorno” per il
nord; “La Nazione”, “Paese Sera”, “L’Unità” per il centro; “Il Mattino” per il sud» nei
bienni 1962-63 e 1972-73. Scorrendo l’indice degli argomenti, il più frequente risulta quello
degli anglicismi e in generale degli esotismi (21 articoli nel 1962-63; 28 nel 1972-73); seguono
i dialetti (rispettivamente 13 e 5), i neologismi (11 e 10), la didattica dell’italiano (5 e 9).
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1. LINGUA
della neotelevisione: cfr. Alfieri, Bonomi, 2008, pp. 11-2), anche le canzo-
ni (con una notevole apertura verso alcuni tratti del parlato: cfr. Anto-
nelli, 2010a, pp. 235-6).
Insomma, con Michele Cortelazzo (2000, p. 22), «si può davvero di-
re che il decennio di svolta per la storia recente dell’italiano sono gli an-
ni Settanta». A confermarlo, anche il susseguirsi – nella seconda metà del
decennio – di bilanci a più voci (convegni, antologie, opere collettive):
Italiano d’oggi. Lingua italiana e varietà regionali (Italiano d’oggi, 1977),
La lingua italiana oggi: un problema scolastico e sociale (Renzi, Cortelaz-
zo, 1977), La lingua italiana oggi (LLIO, 1980). Bilanci che possono essere
riassunti nella lucida sintesi di Dardano (1978, p. 243):
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MODERNITÀ ITALIANA
Alla fine degli anni ottanta, l’italiano è ormai una lingua parlata da
quasi tutti gli italiani. Secondo un’indagine ISTAT del 1988, a parlare
esclusivamente in dialetto è rimasto il 14% della popolazione; una per-
centuale che pochi anni dopo risulta già dimezzata (7% secondo un’in-
dagine ISTAT del 1995; cfr. D’Agostino, 2007, p. 55). L’importanza sempre
maggiore rivestita dai mezzi di comunicazione di massa (televisione su
tutti), la pressione sempre più forte dei linguaggi settoriali (specie quel-
li tecnico-scientifici), la progressiva internazionalizzazione del lessico su
base anglo-americana trasformano a poco a poco l’italiano da lingua mo-
derna a lingua – se così si può dire – postmoderna.
Un ulteriore potente impulso al cambiamento verrà, alla metà degli
anni novanta, dall’avvento della telematica. Internet (con le e-mail, le
chat line, i blog, i social network) e il telefono cellulare (con gli SMS e l’in-
stant messaging) arricchiranno il repertorio di nuove varietà trasmesse
(come quelle della radio, del telefono, della televisione), ma scritte. An-
che alla nostra lingua si apriranno così nuove frontiere, legate a un uso
quotidiano scritto e non più solo parlato. Un’evoluzione imprevedibile
fino a pochi anni fa e in netta controtendenza rispetto alla prima tra le li-
nee di sviluppo che hanno caratterizzato l’italiano degli ultimi decenni.
ORALIZZAZIONE
Dopo aver vissuto per secoli (compreso quello successivo all’Unità d’I-
talia) soprattutto come lingua scritta, tra gli anni sessanta e gli anni ot-
tanta l’italiano conquista finalmente la dimensione parlata spontanea e
familiare che fino a quel momento era stata del dialetto. «Tra coloro che
conoscevano vent’anni fa l’italiano», nota De Mauro (in Beccaria, 1973,
p. 109), «la grande maggioranza ne aveva una conoscenza prevalente-
mente scritta [...], quindi era portata ad usare l’italiano secondo modu-
li stilistici di tipo formale, tendenzialmente scolastico». Nel giro di po-
chi decenni, lo sbilanciamento verso l’oralità – proprio anche della nuo-
va educazione scolastica – porterà a capovolgere il tradizionale rappor-
to tra scritto e parlato. «Si è rovesciato il rapporto che c’era trent’anni
fa, quando l’italiano orale nazionale quasi non esisteva, era regionale, e,
invece, reggeva lo scritto», nota Maria Corti (in Todisco, 1984, p. 38), la-
mentando che nelle tesi di laurea, anche di studenti brillanti, «l’insuffi-
cienza va da errori di ortografia a un parlato riprodotto nello scritto che
risulta un italiano poverissimo».
Su un piano di diversa consapevolezza, la tendenza a simulare il par-
lato nello scritto permea in quegli anni lo stile dei giornali e di molta let-
teratura. Tutto era cominciato, ancora una volta, alla metà degli anni ses-
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1. LINGUA
3. Che Dardano (1981 [1973], p. 253) mette in relazione «con il grande progresso dei
mezzi di registrazione della parola. La possibilità di riascoltare un discorso, un dialogo fa
sì che certi caratteri formali possano essere più facilmente ritenuti e successivamente im-
messi nella lingua scritta».
4. «Guardi, questa sera le dobbiamo dire due cose molto belle: la prima è che nel-
l’evenienza che lei non raddoppi questa sera, c’è un gruppo di persone, che non so bene
quale gruppo sia, che le costruirà un appartamento che lei potrà andare ad abitare il gior-
no in cui si sposa». In effetti, il brano con cui De Mauro (1970 [1963], p. 437) esemplifica
questo «parlato informale standard, povero lessicalmente, sintatticamente precario»
(tratto da una puntata di Lascia o raddoppia? dell’11 febbraio 1956) presenta una «infilata
di che a cannocchiale», ma si mostra anche attento all’uso del congiuntivo, al rispetto del-
la consecutio temporum, alla formalità del le. Siamo lontani, insomma, dal «basic italian»
attribuito a Mike Bongiorno da Eco (1963 [1961], p. 75): «il suo discorso realizza il massi-
mo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a ren-
dere invisibile la dimensione sintassi».
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MODERNITÀ ITALIANA
5. «Bisogna per onestà ricordare che la radio RAI non ha aspettato il ’76 per instau-
rare un filo diretto col proprio pubblico. Basta in proposito citare una trasmissione fa-
mosa, Chiamate Roma 3131, in onda tutte le mattine a partire dal 7 gennaio 1969 (condot-
ta da Gianni Boncompagni, Franco Moccagatta e Federica Taddei), continuata dal ’72 da
Dalla vostra parte, condotta da Guglielmo Zacconi e Maurizio Costanzo» (Maraschio,
1987, p. 207).
6. Significativo che anche quello messo in scena nelle fiction della neotelevisione non
venga più definito un parlato recitato (cfr. ancora Nencioni, 1983 [1976]), ma un «parla-
to-oralizzato» (Alfieri et al., 2010).
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1. LINGUA
SEMPLIFICAZIONE
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MODERNITÀ ITALIANA
le in frasi come «se lo sapevo venivo» e del presente a spese del futuro
in frasi come «domani passo») 8.
Alcuni cambiamenti nell’uso dei modi verbali vanno interpretati nel
quadro di un più vasto mutamento. In particolare, «la scelta dell’indica-
tivo nelle subordinate» al posto del congiuntivo 9 può essere considera-
ta «un indicatore prezioso del movimento dell’italiano contemporaneo
verso la semplificazione profonda delle strutture sintattiche» (Tesi, 2005,
p. 231). Mettendo a confronto un campione di prosa argomentativa del
1913 (il Breviario di estetica di Benedetto Croce) e uno del 1985 (Sugli spec-
chi e altri saggi di Umberto Eco), il rarefarsi del congiuntivo (da 19 casi
a 4) va di pari passo con la drastica riduzione del numero medio di pro-
posizioni per periodo sintattico (da 7,8 a 3,5) e della profondità della su-
bordinazione: l’italiano scritto contemporaneo «non scende oltre la so-
glia del 2° grado di subordinazione, se non in casi quantitativamente li-
mitati o prossimi allo zero» (ivi, p. 233).
Dati analoghi emergono da confronti a campione sull’italiano dei
giornali. In base ai calcoli fatti da Bonomi (2002, pp. 249-50), il numero
di parole che costituiscono un periodo nei giornali di oggi è in media tra
20 e 25; negli anni cinquanta era maggiore di circa dieci punti, negli an-
ni ottanta era poco meno di 28. Il numero medio di proposizioni per pe-
riodo è oggi 2,5 (2,39 nei quotidiani on line): una sessantina d’anni fa era
3,5. Si tratta – d’altra parte – di un fenomeno generalizzato, che ultima-
mente ha investito anche la scrittura letteraria, specie quella dei best sel-
ler. «Lo accompagnai in ospedale. Abbracciò forte la mamma. Le disse
parole di conforto. Poi portarono Stella. Lui la guardò in silenzio, con-
fuso». Nel romanzo di Walter Veltroni, La scoperta dell’alba (pubblica-
to da Rizzoli nel 2006: oltre centomila copie vendute nei primi due gior-
ni dall’uscita), la media – calcolata a campione – rimane al di sotto del-
le 10 parole per periodo; gran parte dei periodi è composta da una sola
proposizione; la subordinazione non scende mai oltre il primo grado.
Come si vede, la brevità dei periodi è spesso dovuta all’uso abnorme del
punto fermo. Un fenomeno già segnalato nella scrittura giornalistica di
fine anni sessanta (cfr. Frescaroli, 1968, pp. 21-3), poi dilagante a partire
dagli anni novanta (cfr. Gatta, 2004, pp. 269-71), che va inquadrato in un
più generale processo di semplificazione della punteggiatura.
A fronte di un ricorso sempre più frequente alla punteggiatura espres-
siva, infatti (punti esclamativi e punti di sospensione: L’Italia è una Re-
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1. LINGUA
pubblica fondata sui puntini di sospensione, scherzava Eco, 1992), sta pren-
dendo piede un «estremismo interpuntorio» (Garavelli, 2003, p. 67). Ov-
vero un uso che privilegia il sistema bipartito virgola per pausa breve, pun-
to fermo per pausa forte, a scapito della cosiddetta punteggiatura inter-
media (due punti e punto e virgola). Non sarà un caso che il T9 di molti
telefoni cellulari offra in sequenza punto, virgola, trattino, punto interro-
gativo, punto esclamativo, apostrofo, chiocciola e solo in fondo alla lista i
due punti e il punto e virgola. Ma la tendenza è riscontrabile ben oltre i
confini della scrittura digitata. Se ancora nel 2001 tutti i libri finalisti al pre-
mio Strega usavano regolarmente il punto e virgola (con l’eccezione di An-
nalucia Lomunno, classe 1972: cfr. Serianni, 2001), nel suo best seller del
2008 – La solitudine dei numeri di primi, più di un milione di copie ven-
dute a oggi solo in Italia – Paolo Giordano (classe 1982) usa soltanto pun-
ti fermi, virgole e qualche sparuto quanto inevitabile punto interrogativo.
ICONICITÀ
In compenso, due punti e punti e virgola sono molto usati negli emoti-
cons, le “faccine” ottenute combinando trattini, parentesi e segni di pun-
teggiatura che appaiono con grande frequenza nelle chat e nelle e-mail
informali, un po’ meno negli SMS (perché scomode da digitare sulla ta-
stiera del telefono). Le faccine sono una delle tante soluzioni della scrit-
tura digitata miranti a restituire gli aspetti non verbali del parlato faccia
a faccia: la mimica, appunto, ma anche l’intonazione e il volume della vo-
ce, la gestualità. Soluzioni che, da un punto di vista linguistico, si posso-
no definire iconiche. Nella stessa direzione vanno le onomatopee come
smack, brrr, eccì, pruuuuuu!; la resa emotiva affidata all’uso del maiu-
scolo («c’è il PORCONE mascherato da docile PECORELLA»), all’iterazione
vocalica (ciaooo, arrivooooo), a trattini e asterischi (che servono a mette-
re *qualcosa* in particolare e-v-i-d-e-n-z-a).
Faccine escluse, non si tratta certo di novità. Moltissimi, ad esempio,
i punti di contatto che chat, e-mail e SMS presentano con le lettere di ado-
lescenti degli anni ottanta. In quelle lettere, notava Dinale (2001, p. 57),
«compaiono numerosi elementi extralinguistici, che possono essere con-
siderati gli equivalenti grafici di risorse espressive non-verbali quali sguar-
di, gesti, espressioni facciali». E segnalava la presenza di cumuli inter-
puntivi ispirati alla lingua dei fumetti e della pubblicità (??, !!!, !?!?); di
simbolismi iconici e fonici come onomatopee, acrostici, disegnini stiliz-
zati («che 0 0 !» “che palle!”); di grafie espressive (come le più bbone o
ciaoooo); oltre al largo uso di sottolineature, alternanze stampatello/cor-
sivo, freccette e molti altri espedienti grafici (frasi a raggiera, a festone, a
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MODERNITÀ ITALIANA
nuvoletta, a quadro). Una iconicità che deve molto – anche se non con-
sapevolmente – a quella del linguaggio pubblicitario, in cui erano normali
fin dai decenni precedenti soluzioni come «cafffè Camerino, il caffè con
tre effe» e «la refrigerazione Costan brrrevetta il freddo» (più tardi anche
Brr Brancamenta o «siamo tutti soffffffici, soffffffici Fay») e spesseggia-
vano trovate grafiche come «perché seduti anziché S.D.R.A.I.A.T.I. fino agli
USA?» o «cin contriamo con Cin Soda» (cfr. Arcangeli, 2008, p. 58) 10.
Fin dagli anni settanta, d’altra parte, l’iconismo non ha riguardato
solo il modo di scrivere le parole, ma anche quello di organizzare e pre-
sentare i testi. «Con immagini e iconismi di varia natura, prima il roto-
calco poi il quotidiano, hanno cominciato a mimare la “visibilità” e il
parlato-parlato della televisione» (Dardano, 2008 [1994], p. 250). Oggi è
normale che in una pagina di giornale «riepiloghi storici, argomenti col-
laterali, testimonianze, interviste, statistiche, glossari» (insieme a ele-
menti visivi come foto e grafici e a microtesti come sommari, didascalie,
trafiletti, riquadri) si dispongano intorno al testo centrale secondo una
«struttura a stella» spiccatamente iconica (ibid.). Una tendenza che, for-
temente condizionata dall’abitudine della lettura a schermo, coinvolge
ultimamente anche la scrittura professionale: basti pensare al corredo di
elenchi punti, rientri, frecce usato sull’esempio della scrittura-cartello
veicolata prima dalle diapositive e dai lucidi, poi dalle presentazioni in
power point.
10. Un aspetto, questo, per cui si potrebbe risalire fino al futurismo, con la sua stret-
ta interazione tra scrittura e arti visive che portava a soluzioni grafiche («fffiiiischia»,
«goonfio» in una Tavola parolibera di Francesco Cangiullo) o tipografiche («SOLE colossa-
le blocco di sapone» nelle Rarefazioni e parole in libertà di Corrado Govoni) miranti a ri-
condurre le parole non tanto al senso, quanto ai sensi. Tra tutti, l’udito, come nella ben no-
ta Fontana malata di Palazzeschi («Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchete, /
chchch») o nel marinettiano Zang rumb tumb («sulla spiaggia del silenzio bulgaro mare
agonie eleganti Nizza Menton Sanremo patapum-pluff ONDA fraaaaaah GHIAIA»).
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1. LINGUA
FIGURA 1
L’architettura dell’italiano contemporaneo (Wandruska, 1974)
religioso
registro letterario filosofico
ufficiale giuridico
medico
Poetoletti scientifico
tecnologico
sportivo
LINGUA S TA N D A R D ecc. ecc.
Te c n o l e t t i
locale
regionale lingua parlata
familiare
Regioletti popolare gerghi
Socioletti
Dialetti
Adottando una terminologia che oggi ci appare datata 11, Wandruska col-
loca al di sopra della lingua standard un ventaglio di varietà settoriali che
scende dai poetoletti (facili all’arcaismo) verso i tecnoletti (i più ricchi di
«europeismi» e «internazionalismi»). Al di sotto si situano, invece, le va-
rietà locali («utilissimo il termine regioletto»: ivi, p. 6) e quelle social-
mente caratterizzate (socioletti, appunto), fino ai gerghi («si pensi ai tec-
noletti-socioletti dei vari sottogruppi e sottoculti marginali [...] al gergo
hippy, a quello della droga...»: ivi, p. 10).
11. E rifiutando, invece, quella destinata a diventare di uso generale: «Leiv Flydal sin
dal 1952 aveva proposto di nominare («sulla scia del dia-letto e del neologismo saussuria-
no dia-cronico») diatopico tutto ciò che è varietà regionale, diastratico i vari registri socia-
li; coniature non molto felici, e ancora meno felice diafasico, aggiunto da Eugenio Cose-
riu per designare i vari “tipi di modalità espressiva”» (Wandruska, 1974, p. 4).
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MODERNITÀ ITALIANA
Dal primo dei due aspetti ripartivano, nella loro descrizione dell’italia-
no contemporaneo, Giacomo Devoto e Maria Luisa Altieri Biagi (1979
[1968], p. 271):
12. È quella che è stata definita la «trasfigurazione dei dialetti» (Francescato, 1986):
una tendenza che, nel giro di qualche decennio, ha portato a distinguere nettamente tra
dialetto «arcaico» e dialetto «moderno» (Marcato, 2002a, pp. 53-69).
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1. LINGUA
TABELLA 1
I sondaggi Doxa degli anni settanta e ottanta
– Domanda: Quando parla con i suoi familiari, lei che cosa fa di solito?
1974 1982 1988
parlo con tutti i familiari in dialetto 51,3% 46,7% 39,6%
parlo con tutti i familiari in italiano 25,0% 29,4% 34,4%
con qualcuno parlo in dialetto e con altri in italiano 23,7% 23,9% 26,0%
– Domanda: Quando lei parla fuori di casa, cioè con gli amici, con i compagni di la-
voro, che cosa fa, di solito?
1974 1982 1988
parlo sempre in dialetto 28,9% 23,0% 23,3%
parlo più spesso in dialetto 13,4% 13,1% 9,9%
parlo sia in dialetto che in italiano 22,1% 22,0% 19,5%
parlo più spesso in italiano 12,9% 15,2% 16,3%
parlo sempre in italiano 22,7% 26,7% 31,0%
ricadute sociali. Se fino agli anni sessanta i dati sulla diffusione di italia-
no e dialetto possono essere ricavati solo indirettamente da altri fattori
(come l’alfabetizzazione o il livello di istruzione) 13, dal decennio succes-
sivo si comincia a disporre di dati statistici più o meno ampi.
I primi sono – nel 1974, 1982 e 1988 – quelli dei sondaggi Doxa (TAB. 1),
in cui veniva chiesto a un campione tra i mille e i duemila intervistati di
valutare il proprio modo di parlare. Per quanto riguarda il dialetto, si re-
gistra in quindici anni una diminuzione che è all’incirca del 10% fuori di
casa e del 12% in casa; per l’italiano un aumento del 12% fuori di casa e
del 9% in casa. Tuttavia, mentre nell’uso fuori di casa l’italiano supera il
dialetto già nel 1982, nell’uso in famiglia il dialetto risulta maggioritario
ancora alla fine degli anni ottanta.
Nello stesso 1988, però, dati diversi emergono da un’inchiesta del-
l’ISTAT basata sullo stesso meccanismo dell’autovalutazione, ma su un
campione molto più ampio. In questo caso, «il linguaggio abitual-
mente usato in famiglia» è solo o prevalentemente italiano per il 41,9%
degli italiani, solo o prevalentemente il dialetto per il 31,9%, sia italia-
no che dialetto per il 25%; «il linguaggio abitualmente usato con estra-
13. Secondo i calcoli di De Mauro (1970 [1963], p. 131), nel 1951 «per oltre quattro quin-
ti della popolazione italiana il dialetto era ancora abituale e per quasi due terzi [...] era l’i-
dioma d’uso normale nel parlare in ogni circostanza».
27
MODERNITÀ ITALIANA
dalla fase di transizione costituita dagli anni Cinquanta [691 parole], all’affer-
mazione del consumismo con i suoi stili di vita e i connessi mutamenti socio-
linguistici negli anni Sessanta [310 parole], al consolidamento dei processi pa-
ralleli di italianizzazione e sdialettizzazione negli anni Settanta [191 parole], fi-
no al superamento del tabù dialettale da parte di una comunità di parlanti or-
mai largamente italofona negli anni Ottanta [260 parole] e Novanta [212 paro-
le] (ivi, p. 159).
14. «La discrepanza a favore dell’italofonia nei dati ISTAT rispetto a quelli Doxa si po-
trebbe in parte spiegare con la presenza della classe d’età più giovane, molto propensa al-
l’italofonia. Nei sondaggi Doxa sono esclusi dall’intervista parlanti al di sotto dei quindi-
ci anni», nelle inchieste ISTAT si prende in considerazione la popolazione dai sei anni in
su (Berruto, 1994, p. 43).
28
1. LINGUA
15. Sulla storia e l’evoluzione del concetto di italiano regionale, cfr. L’italiano e le re-
gioni (2002; in particolare Marcato, 2002b, pp. 53-69) e D’Achille (2001).
29
MODERNITÀ ITALIANA
L’italiano regionale, dunque, non è solo la lingua di chi ha per lingua ma-
dre il dialetto: è anche – in condizioni d’informalità – una forma d’espres-
sione delle persone colte 16. Questo lo differenzia nettamente dal cosid-
detto «italiano popolare», varietà individuata per la prima volta da De
Mauro (1970a, p. 43: «il modo di esprimersi di un incolto che, sotto la spin-
ta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimistica-
mente si chiama lingua “nazionale”») e sistematicamente descritta da Cor-
telazzo (1976 [1972], p. 11), che la definisce «il tipo di italiano imperfetta-
mente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto». Esemplificata qua-
si sempre con esempi di lingua scritta e suscettibile di essere applicata an-
che a testi prodotti nei secoli precedenti, l’etichetta individua – stavolta
sì – quella che oggi si definirebbe un’“interlingua”, vale a dire l’insieme di
“errori” comuni dovuti all’insufficiente conoscenza di una lingua diversa
dalla lingua madre. Questa matrice comune era enfatizzata sia da De Mau-
ro (1970a, p. 43), che parlava esplicitamente di «italiano popolare unita-
rio», sia da Cortelazzo (1976 [1972], p. 13): «sebbene sorto dalla multifor-
me matrice di innumerevoli varietà dialettali, l’italiano popolare presenta
sorprendenti caratteri comuni, che lo rendono, al di là delle superficiali va-
riegature di provenienza locale, fondamentalmente unitario nella forma e
nella sostanza». Questa «impressione di unitarietà [...] è stata poi molto ri-
dimensionata negli studi successivi» (D’Achille, 2011, p. 724), e all’etichet-
ta di italiano popolare si è spesso preferita quella di italiano dei semicolti
(cioè di coloro che «pur essendo alfabetizzati, non hanno acquisito una
piena competenza della scrittura»: D’Achille, 1994, p. 40) 17.
Ancora per tutti gli anni ottanta, tuttavia, le nozioni di italiano re-
gionale e italiano popolare tenderanno a confondersi e a essere identifi-
cate con l’«italiano tendenziale» (Mioni, 1983), ovvero con quello che in
proiezione si pensava sarebbe diventato l’italiano del futuro. Del futuro
forse, ma nel presente di quegli anni ancora un italiano scorretto, sba-
gliato, pieno di usi e costrutti tutt’altro che accettati dalla coscienza lin-
guistica collettiva. Un italiano, insomma, al di sotto di quell’uso medio
che Sabatini (1985) descriveva sulla base di una ventina di fenomeni
grammaticali e microsintattici. Tra i principali: l’uso di lui, lei e loro in
funzione di soggetto 18; i tipi c(i) ho (“ci attualizzante”) e il caffè lo bevo
amaro per bevo il caffè amaro (“dislocazione”); il ci locativo al posto di
16. Cfr. almeno Sabatini (1985, p. 176); Telmon (1994, p. 609) e Avolio (1994, p. 574).
17. La definizione di semicolti è stata promossa da Bruni (1984, pp. 144-89).
18. All’altezza dei primi anni novanta, nel Lessico di frequenza dell’italiano parlato
(LIP), «il rapporto egli/lui è mediamente di 1/20 (ma egli è assente dai testi meno forma-
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1. LINGUA
vi; la preferenza per questo rispetto a ciò e per siccome, perché, quando
nei confronti di poiché, giacché, allorché; la maggiore diffusione di co-
strutti con l’indicativo al posto del congiuntivo (penso che è bello) e il
presente al posto del futuro (domani parto); una generale estensione de-
gli impieghi dell’imperfetto indicativo (come nel periodo ipotetico: se lo
sapevo non venivo). A un livello che ancora oggi risulta accettato solo in
registri informali (e comunque non nello scritto), anche l’uso di gli per
“a lei” e “a loro”; le forme ’sto e ’sta per questo e questa; l’uso di costrutti
come a me mi o il ragazzo che ci ho parlato ieri.
In molti casi – come lo stesso Sabatini faceva notare – si tratta di usi
attestati nella nostra lingua fin da epoca molto antica, a volte corrispon-
denti a tendenze del parlato che già dall’inizio dell’Ottocento comincia-
no a far breccia nello scritto 19. L’impiego di lui, lei e loro come pronomi
soggetto, ad esempio, è una delle novità introdotte da Alessandro Man-
zoni nella seconda edizione dei Promessi sposi (1840-42). I cambiamenti
rispetto al passato, dunque, non possono essere definiti in termini di
contraddizione, quanto piuttosto di avanzamento quantitativo e soprat-
tutto qualitativo: nel senso, cioè, dell’ascesa di alcuni tratti prima rele-
gati alle varietà più basse della lingua fino ai registri di maggior presti-
gio. Il fatto nuovo è proprio la conquistata accettabilità di quei tratti an-
che in contesti in cui prima non erano permessi: una «risalita verso la
norma (certamente orale, in gran parte anche scritta) di esiti, in genere
riscontrabili da tempo nella lingua italiana, fino ad ora considerati non
standard, normativamente non accettabili» (Cortelazzo, 1995, p. 109) che
fa di questo italiano dell’uso medio l’equivalente di un «neostandard»
(Berruto, 1987, pp. 23-4 e 62-5).
li), ella risulta definitivamente scomparso» (Sobrero, 1993, p. 414) e anche nei quotidiani
la preferenza per lui/lei/loro risulta schiacciante (Bonomi, 1993, pp. 182-5).
19. Tanto che Castellani (1991) li riconduceva all’«italiano normale» o «senz’aggettivi».
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MODERNITÀ ITALIANA
32
1. LINGUA
Roberto e Mariolina Nerelli sono due fanciulli di dodici e di dieci anni. Roberto
è il primogenito, Mariolina la secondogenita. Essi abitano, con i loro genitori, a
Roma; il loro babbo è funzionario di una Compagnia Aerea e, per questo moti-
vo, viaggia molto. La loro mamma non ha un lavoro extradomestico; ella è una
casalinga, accudisce alle faccende di casa con l’aiuto di una lavoratrice a ore e si
occupa particolarmente dell’educazione e dell’istruzione dei suoi due bambini.
20. «L’interesse e l’attenzione degli addetti ai lavori in linguistica nei riguardi del-
l’educazione linguistica sta crescendo con rapidità esponenziale» (Berruto, 1979 [1975],
p. 120). Per una rassegna critica delle grammatiche scolastiche disponibili in quegli anni,
cfr. Cardona, Simone (1971) e Bertinetto (1974).
21. «Abbiamo avuto da qualche anno a questa parte un ritorno ad antiche certezze:
lo studio della grammatica e dell’analisi logica, le ragioni della norma, i modelli da tener
presente nella pratica dei vari tipi di scrittura» (Dardano, 1994, p. 377).
33
MODERNITÀ ITALIANA
22. Scrive Giorgio Bocca nell’introduzione che «il sinistrese è una invenzione lin-
guistica, collettiva e spontanea, di rapida e facile comunicazione, intesa a coprire la man-
canza di idee generali e di prospettive per il futuro [...]. Esso è tutto una interlocuzione,
34
1. LINGUA
35
MODERNITÀ ITALIANA
Una lingua, quella della pubblicità, che viene guardata con sospetto
non solo dai benpensanti, ma anche da chi le si accosta con sguardo scien-
tifico. Secondo Maria Corti, «dal momento in cui la motivazione dell’or-
dine economico copre in pieno e sostituisce l’area dell’“informazione”, la
lingua diviene un mostro di pura “ridondanza”» (in Beccaria, 1973, p.
120). E l’idea di mostruosità torna nel giudizio di Maria Luisa Altieri Bia-
gi: «ognuno di noi saprebbe elencare facilmente parecchi di quei mostri
linguistici che sono aperimio, digestimola, trissetante, simmenthalmente
buona, cin contriamo con Cin Soda, necessori per auto, oroelogio, ecc.
[...] Talvolta la crisi in cui il linguaggio pubblicitario mette la lingua è
una crisi totale» (Devoto, Altieri Biagi, 1979 [1968], p. 316). Per Tullio De
Mauro, invece, quello pubblicitario è un linguaggio subalterno, «sotto-
messo al triplice legame con l’immagine visiva, con gli usi linguistici già
affermati, con i fenomeni strutturali della società» (De Mauro, 1987
[1967], p. 57).
Dalla pubblicità scritta a quella trasmessa. «Voglio la caramella che
mi piace tanto e che fa dudududududududu Dufour» (Dolcevoglia,
1969), «Miguel son mi» (El merendero, 1969), «Brooklyn, la gomma del
ponte» (Scopriamo Brooklyn, 1974), «Oh no, su De Rica non si può»
(Silvestro, castellano maldestro, 1974), «Se una bella serata ti coglie di
sorpresa, Rexona deodorante non ti pianta in asso» (Non ti pianta in as-
so, 1975). La condanna non risparmia neanche una lingua pubblicitaria
che a noi suona oggi quasi ingenua, come quella di Carosello: anzi – tro-
vandosi all’incrocio fra pubblicità e televisione – quel tipo di comuni-
cazione viene visto come ancor più pericoloso, perché capace di som-
mare in sé un doppio potere di seduzione 24. Un modello, anche lingui-
sticamente, diseducativo: «la pratica dello scrivere decade per la man-
canza di occasioni e per l’assenza di modelli che non siano “Carosello”
(o i suoi sostituti) e i vari linguaggi tecnici di cui tutti si compiacciono.
I risultati sono ben noti: il lessico è povero e mal strutturato; la sintas-
si zoppica», scrive Dardano (1978, p. 166); ma nel frattempo Carosello
è diventato già un ricordo: l’ultima puntata è andata in onda il 1° gen-
naio 1977.
Il fatto è che negli anni settanta, per alcuni linguisti l’antilingua non
è più quella burocratica (come sosteneva Calvino dieci anni prima), ma
quella dei mezzi di comunicazione di massa:
36
1. LINGUA
La lingua dei grandi mezzi di informazione di massa (lingua della cronaca, del-
la televisione, della pubblicità) tende ad uniformare, a livellare, a standardizza-
re l’italiano d’oggi perché la lingua è [...] uno strumento (spesso alienante) ac-
cettato in formule già confezionate, non criticamente assorbite, da avidi e disar-
mati consumatori; un’antilingua che parla noi stessi, più di quanto siamo noi a
parlare la lingua (Beccaria, 1973, pp. 51-2).
25. Tipica, in questo senso, la posizione di Pasolini (1999 [1973], p. 291): «per mezzo
della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente dif-
ferenziato e ricco di culture originali» e ha imposto «i modelli voluti dalla nuova indu-
strializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende
che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo».
26. «La TV sta sconfiggendo la scuola? Secondo un’indagine del settimanale “Il Sa-
bato” [...], il bambino italiano ha passato davanti alla televisione, nel 1987, tre ore e 20 mi-
37
MODERNITÀ ITALIANA
Verso la fine degli anni ottanta, Gaetano Berruto (1987, p. 21) 27 ha sin-
tetizzato sinotticamente l’architettura dell’italiano contemporaneo
(FIG. 2). Le nove varietà linguistiche individuate sono disposte lungo
gli assi complanari della diastratia (dal polo alto al polo basso), della
diamesia (dallo “scritto scritto” al “parlato parlato”, secondo la ter-
minologia di Nencioni, 1983 [1976]) e della diafasia (dal polo “forma-
le-formalizzato” al polo “informale”: cfr. De Mauro, 1970b). Vista la
particolare storia della lingua italiana, «la dimensione diatopica è sta-
ta messa sullo sfondo e considerata in un certo senso a priori» (Berru-
to, 1987, p. 20).
Per dar conto dei fenomeni di rinormativizzazione e di ristandar-
dizzazione verificatisi nei decenni precedenti, al centro dello schema
si distingue tra la lingua di tradizione letteraria, modello ancora di
molti manuali e grammatiche (lo standard), e la concreta applicazione
di quel modello nell’uso dei parlanti (il neostandard). L’etichetta di
neostandard, pur trovandosi sopra alla linea che divide lo scritto dal
parlato, è considerata sovrapponibile a quella di «italiano regionale
colto medio» (ivi, p. 23), da non confondersi con l’italiano regionale
popolare (che qui appare nel settore in basso a destra, quello del par-
lato sub-standard) 28.
nuti di media al giorno, pari a 1.338 ore l’anno, contro le 850 passate a scuola» (Beccaria,
1988, p. 255).
27. Poi con minime modifiche in Berruto (1993, p. 12), da cui si riproduce lo schema.
28. Piuttosto diversa, qualche anno dopo, l’architettura proposta da Dardano
(1994, p. 370), in cui «non si riconosce un’identità propria al cosiddetto “italiano neo-
standard”, che qui non è considerato come una varietà centrale del sistema, ma piut-
tosto come un fascio di tratti che attraversa più di una varietà dell’italiano di oggi» e
«non è contemplato l’italiano popolare, la cui esistenza è affermata da alcuni studiosi
e negata da altri».
38
1. LINGUA
FIGURA 2
L’architettura dell’italiano contemporaneo (Berruto, 1987)
DIASTRATIA
DI
8. Italiano AF
AS
tecnico-scientifico IA
9. Italiano
burocratico 1. Italiano standard
letterario
2. Italiano neostandard
DIAMESIA 3. Italiano
parlato colloquiale
A
PI
4. Italiano
regionale
TO
5. Italiano
popolare informale-trascurato
IA
D 6. Italiano
gergale
39
MODERNITÀ ITALIANA
Nel novembre 2000, l’ISPO (Istituto per gli studi sulla pubblica opinio-
ne) svolgeva per conto di Poste italiane un’inchiesta sugli italiani e la
scrittura. Ne risultava che le uniche forme di scrittura quotidiana erano
– per gli italiani in età postscolare – gli appuntamenti sull’agenda e la li-
sta della spesa. Per il resto, l’11% degli intervistati dichiarava di scrivere
lettere almeno una volta al mese, il 9% ogni due-tre mesi; tra i 18-29enni,
l’8% diceva di scrivere lettere personali tutti i giorni o quasi, il 9% e-mail,
il 39% messaggi con il cellulare. Era già cominciato il passaggio – decisi-
vo – dall’epistola all’e-pistola (Schwarze, 2003).
Oggi, a dieci anni di distanza, quasi la metà degli italiani frequenta
Internet: più di un terzo la usa per mandare e ricevere e-mail, un quinto
per comunicare tramite i social network, poco meno per scrivere in chat,
blog o newsgroup (ISTAT, 2010). Ancora più numerosi gli italiani che usa-
no un telefonino: l’85% nel 2009, il 79,5% nel 2011 secondo CENSIS (2011);
e sempre di più – tra questi – lo usano anche per scrivere: secondo un
sondaggio svolto dalla Astra ricerche, nel 2008 sfioravano già il 90% 30.
È evidente che negli ultimi anni si è verificato – nella storia della no-
stra lingua – un fatto decisamente nuovo: per la prima volta l’italiano si
ritrova a essere non solo parlato, ma anche scritto quotidianamente dal-
la maggioranza degli italiani. Una novità apparentemente paradossale,
visto che l’italiano è vissuto per secoli soltanto come lingua scritta. In
realtà clamorosa, se si pensa che l’italiano scritto è sempre stato una va-
rietà tanto forte nella sua codificazione quanto debole nella sua diffu-
sione, ostacolata prima dall’analfabetismo (ancora nel 1971 un terzo de-
gli italiani non possedeva la licenza elementare: D’Agostino, 2007, p. 50),
29. L’idea di una «rivoluzione digitale» in atto era stata divulgata da Negroponte (1995).
30. Dai dati ISTAT (2006) risultava che, tra gli utenti del telefono cellulare – il 77,4%
delle persone con più di 6 anni –, quasi il 37% se ne serviva per inviare e ricevere SMS (con
punte tra il 70 e l’80% nella fascia 11-24 anni), poco più del 13% MMS (ma la percentuale
triplica fra i 15 e i 19 anni), solo il 2,2% e-mail.
40
1. LINGUA
poi dal dominio dei mezzi audiovisivi (la già citata «oralità secondaria»).
Ora invece, dopo aver conquistato l’uso parlato (a scapito del dialetto),
la lingua nazionale ha conquistato finalmente anche l’uso scritto di mas-
sa (a scapito del non uso). Nel primo caso il merito è stato in buona par-
te della televisione; nel secondo, tutto della telematica.
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: la straordinaria fortuna delle
varie forme di «neoepistolarità tecnologica» (la posta elettronica, gli SMS
e – su un piano diverso – le chat line e l’instant messaging) ha provoca-
to un clamoroso ritorno alla comunicazione per iscritto. Moltissime per-
sone che fino a poco tempo fa non scrivevano un rigo, oggi producono
incessantemente una mole impressionante – sia pure frammentaria e
quasi atomizzata – di testi digitati. E ciò comporta il venir meno delle
coordinate che avevano caratterizzato e condizionato la scrittura per se-
coli: se il testo diventa labile, la scrittura passa nella sfera dell’effimero;
se si scrive tanto spesso, scrivere diventa un gesto quotidiano, lontanis-
simo da quella solennità di cui si era sempre ammantato.
Resta da capire come tutto questo conviva con gli allarmanti dati sul-
l’analfabetismo. Accanto agli analfabeti tradizionali (che l’ISTAT stima in
782.000), tende infatti a infoltirsi la schiera degli analfabeti “di ritorno”.
Dilaga, in particolare, quello che viene definito analfabetismo “funzio-
nale”, ovvero l’incapacità di comprendere adeguatamente un testo. Se-
condo indagini svolte una decina d’anni fa nell’ambito della ricerca IALS
(International Adult Literacy and Lifeskills Survey), circa il 33% degli
italiani aveva serie difficoltà di lettura e scrittura (oltre che di conteggio)
e un altro 33% era poco al di sopra della soglia minima di competenza
linguistica; solo il 10% mostrava una competenza elevata. La situazione
– preoccupante anche per i diplomati e per i laureati – risulta confermata
dalla ricerca ALL (Adult Literacy and Life Skills) svoltasi nei primi anni
Duemila. E stime più pessimistiche (come quella dell’UNLA, l’Unione na-
zionale per la lotta contro l’analfabetismo diretta da Saverio Avveduto:
cfr. De Mauro, 2010 [2004], pp. 242-3) arrivano a considerare tra gli anal-
fabeti oltre un terzo della popolazione.
Stando ai risultati dei test OCSE-Pisa (2009), un quinto dei quindi-
cenni italiani (il 21%) mostra «scarsi risultati in lettura»: vale a dire che
è «in grado di svolgere soltanto gli esercizi di lettura meno complessi co-
me individuare una singola informazione, identificare il tema principale
di un testo, o fare un semplice collegamento con la conoscenza di tutti i
giorni». Non oltre 31. D’altra parte, gli italiani che leggono almeno un li-
31. Nel quadro di un generale «calo nella literacy dei quindicenni dei paesi più avan-
zati», l’Italia «ha visto peggiorare ulteriormente la propria posizione», che già nel 2000
era al di sotto della media (Tavosanis, 2011, p. 242).
41
MODERNITÀ ITALIANA
bro al mese superano a stento il 15% (AIE, 2010); quelli del tutto estranei
ai mezzi a stampa sono più del 45% (CENSIS, 2011).
Viene da chiedersi se saper digitare equivalga davvero a saper scrive-
re (o anche solo leggere). Tanto più che la vera differenza tra le due atti-
vità andrà cercata nella capacità di gestire testualità e sintassi (cfr. Pisto-
lesi, 2008, 2011), non certo negli aspetti superficiali su cui si sofferma abi-
tualmente la pubblicistica. Quasi tutti i tratti che nell’immaginario col-
lettivo (in Italia e all’estero) caratterizzano la scrittura elettronica sono in
effetti di natura grafica o paragrafematica. Alcune sono rese grafiche che
– sul modello delle forme inglesi, da subito diventate internazionalismi
(per l’italiano, cfr. Fiorentino, Pellegrini, Perucci, 2007) – mirano a una
maggiore brevità o rapidità di esecuzione. Ciò vale sia per gli acronimi (il
tipo TVB per ti voglio bene) sia per le grafie simboliche (7imana, scem8 e
3mendo; su un piano diverso: c “ci, a noi” e t “ti, a te”, d “di”) o foneti-
che (ke, riskiare) o contratte (nn “non”, cn “con”, cmq “comunque”) 32.
La presunta oralità della scrittura elettronica si esprime più che al-
tro in una resa della pronuncia secondo criteri diversi da quelli dell’or-
tografia tradizionale. Si potrebbe distinguere tra errori volontari, legati
a intenzioni di tipo gergale; errori di battitura, il cui aumento va messo
in relazione con le nuove condizioni di scrittura e con lo statuto infor-
male della lingua digitata; errori di competenza, dovuti cioè all’ignoran-
za della corretta ortografia (cfr. Tavosanis, 2007; 2011, pp. 73-5); ma è l’in-
sieme dei tre fattori a creare le condizioni per una diffusa poligrafia (Fai-
ron et al., 2006, p. 58). Da questo punto di vista, la scrittura elettronica
sembra riprodurre una situazione simile a quella che ha preceduto la dif-
fusione della stampa e il conseguente fissarsi di una norma ortografica
(oltre che linguistica) condivisa. La libertà portata dalla scrittura elet-
tronica nel rapporto tra pronuncia e grafia ha messo in moto un proces-
so centrifugo che – se dovesse estendersi al di fuori degli usi neoepisto-
lari – potrebbe creare le condizioni per una sorta di nuovo Medioevo or-
tografico (Lorenzetti, Schirru, 2006, pp. 74-5; Véronis, De Neef, 2006;
Baron, 2008).
È interessante che considerazioni analoghe siano state fatte dai pa-
leografi a proposito dell’epistolografia popolare ottocentesca. Anche in
quel caso, l’avvicinarsi alla scrittura di una cerchia di persone molto più
vasta rispetto al passato (Petrucci, 2008, pp. 130-3) favorì una larga emer-
sione di tratti substandard. «Efficacia e nettezza comunicativa sì», ma
«assente o incerta distinzione tra maiuscole e minuscole»; «nella grafia e
42
1. LINGUA
IL TRIONFO DELL’INFORMALITÀ
33. «Più che essere un’esibizione di estremismo linguistico, è un riflesso naturale dei
cambiamenti nella filosofia educativa, degli spostamenti negli obiettivi della società, del-
la tendenza universitaria al relativismo filosofico, e della spinta a vivere a ritmi accelera-
ti» (Baron, 2008, p. 169; la traduzione in Tavosanis, 2011, p. 94).
43
MODERNITÀ ITALIANA
slogan dell’Ulivo nella campagna elettorale del 2004) 34. E ha portato con
sé un deciso abbassamento del registro linguistico medio di tutti gli ita-
liani; abbassamento di cui la televisione è specchio più che causa, sia pu-
re – nell’ultimo periodo – specchio deformante, che spaccia per reali mo-
dalità espressive artefatte: il reality show, la real TV.
Come nota Segre (2010),
i giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si
mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel
parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto
ai propri simili [...]. La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava
ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pen-
sa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno eleva-
to. È la tentazione, strisciante, del populismo.
34. Notava Renzi (2001, p. 368) che «questi cambiamenti sono dovuti, almeno in par-
te, al movimento del ’68 e alle sue appendici negli anni successivi. Come già altri movi-
menti rivoluzionari egualitari di sinistra (ma anche certi movimenti di destra) il ’68 ha por-
tato con sé un’estensione del tu reciproco».
44
1. LINGUA
45
MODERNITÀ ITALIANA
TABELLA 2
L’uso del dialetto
1988 1995 2000 2006
In famiglia
Solo o prev. italiano 41,5% 44,4% 44,1% 45,5%
Solo o prev. dialetto 32,0% 23,8% 19,1% 16,0%
Entrambi 24,9% 28,3% 32,9% 32,5%
Altra lingua 0,6% 1,5% 3,0% 5,1%
Con amici
Solo o prev. italiano 44,8% 47,1% 48,0% 48,9%
Solo o prev. dialetto 26,6% 16,7% 16,0% 13,2%
Entrambi 27,1% 32,1% 32,7% 32,8%
Altra lingua 0,5% 1,2% 2,4% 3,9%
Con estranei
Solo o prev. italiano 64,1% 71,4% 72,7% 72,8%
Solo o prev. dialetto 13,9% 6,9% 6,8% 5,4%
Entrambi 20,3% 18,5% 18,6% 19,0%
Altra lingua 0,4% 0,8% 0,8% 1,5%
35. «Pare ora chiaro che negli anni Novanta da un lato la tendenza all’abbandono
della dialettofonia da parte della generalità della popolazione italiana [...] si sia arrestata,
o sia comunque diventata meno evidente; e dall’altro la collocazione sociolinguistica del
dialetto abbia conosciuto una rivalutazione», osserva Berruto (2002, p. 35). Più proble-
matica l’interpretazione che di questi dati offre Trifone (2007, pp. 182-5).
46
1. LINGUA
«Insomma, un motto di molti parlanti nell’Italia alle soglie del terzo Mil-
lennio sembra essere “ora che sappiamo parlare italiano, possiamo anche
(ri)parlare dialetto”» (Berruto, 2002, p. 48). Dagli anni novanta si è veri-
ficato un importante recupero dei dialetti in funzione espressiva. Un’e-
sperienza che ha interessato anche la letteratura (cfr. Antonelli, 2006, pp.
97-108) e si è dispiegata appieno nell’ambito della canzone. Qui l’opzione
per il dialetto è influenzata da precedenti recuperi d’autore (come quello
del genovese in Creûza de mâ di Fabrizio De André, 1984), ma soprattutto
dall’esigenza di una lingua alternativa all’italiano standard, ormai identifi-
cato con la lingua del potere, delle istituzioni, dei mezzi di comunicazione
di massa. «Accanto ad una canzone dialettale che recupera, aggiornandola,
la tradizione popolare della folk song, e accanto ad una canzone dialettale
“d’autore” come risposta al logoramento della canzone in lingua, si affac-
ci[a] prepotentemente il dialetto delle posse, nate e sviluppatesi in tutta Ita-
lia» (Coveri, 1996, pp. 18): i veneti Pitura Freska, gli emiliani Modena City
Ramblers, i napoletani 99 Posse e Almamegretta, i pugliesi Sud Sound Sy-
stem, tanto per limitarsi a qualche nome. «Qui il dialetto, spesso reimpara-
to dalle generazioni precedenti, con un fenomeno di interessante cortocir-
cuito, si è per così dire gergalizzato, esprimendo i caratteri di una condizio-
ne giovanile marginale, protestataria e di opposizione» (ivi, pp. 18 e 20-1).
E, come nel linguaggio giovanile, anche nell’italiano di tutti i giorni
l’affiorare di elementi locali va di pari passo con l’uso sempre più fre-
quente di anglicismi: una situazione che, con una parola alla moda, po-
tremmo definire glocal. Ma davvero quella delle parole inglesi è un’inva-
sione da temere? All’inizio degli anni settanta, l’incidenza degli anglici-
smi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano;
oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari del-
l’uso – non raggiunge il 2% (cfr. Antonelli, 2005, pp. 120-1). Il ritmo rica-
vabile sulla base delle datazioni del Sabatini Coletti mostra una notevole
accelerazione del flusso nell’ultimo periodo (1.611 anglicismi dal 1950 a og-
gi; di questi 1.015 – il 47% del totale – dopo il 1975): in media, negli ulti-
mi decenni, più di trenta anglicismi nuovi all’anno. Ma già nell’edizione
2005 del Devoto Oli, gli anglicismi datati dal 2000 in poi sono ben 154 (tra
gli altri: black bloc, cluster bomb, info-point, money transfer, peer-to-peer,
showbiz, vibra-call, quattro diversi tipi di manager, sei prefissati con web-)
e nell’amplissimo lemmario del GRADIT, il 29% dei 2.602 vocaboli datati
tra 2000 e 2006 è inglese; percentuale che sale al 42% nelle 111 parole nuo-
ve dello stesso Sabatini Coletti e quasi al 50% nelle 125 dello Zingarelli
2009. Una progressione impressionante, se non fosse dovuta in buona par-
te a un’illusione ottica. Sull’ultima schiera di anglicismi, infatti, non è an-
cora passata la scure del tempo che ha già falcidiato i prestiti giunti nel
passato, come da sempre avviene nella storia delle lingue.
47
MODERNITÀ ITALIANA
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1. LINGUA
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MODERNITÀ ITALIANA
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1. LINGUA
nanza viene avvertito come il nuovo gergo dei politici, vedere il condut-
tore della trasmissione televisiva Maastricht-Italia, Alan Friedman che in
una puntata interrompe il sottosegretario al Tesoro, esortandolo a non
parlare «in politichese», solo perché ha usato termini come prodotto in-
terno lordo e deficit (cfr. Antonelli, 2000, p. 218).
Alla luce di tutto questo, si può forse rivalutare uno specifico aspet-
to della profezia di Pasolini con la quale avevamo aperto questa sintesi.
L’italiano unitario tecnocratico non esiste oggi così come non esisteva
negli anni sessanta, ma è evidente che si sta verificando – adesso più che
mai – una decisa identificazione tra lingua del potere e lingua settoriale
dell’economia, che finisce col relegare ai margini del dibattito pubblico
i saperi umanistici e la tradizionale figura dell’intellettuale.
FIGURA 3
L’architettura dell’italiano contemporaneo (2010)
DI
AF
AS
IA
7. Italiano aulico formale
8. Italiano
A
tecnico-scientifico
1. Italiano standard
9. Italiano
aziendale
PI scolastico
2. Italiano neostandard
10. Italiano
digitato
O
giornalistico
A
T
PI
3. Italiano
IA
DIAMESIA
parlato colloquiale 5. Italiano
TO
4. Italiano informale-trascurato
D regionale
IA
DIASTRATIA
6. Italiano
popolare
51
MODERNITÀ ITALIANA
Già a un primo sguardo saltano agli occhi alcuni elementi di novità. In-
nanzi tutto il generale affollamento della zona centrale del grafico, indi-
ce di una notevole riduzione delle distanze tra le diverse varietà (ovvero
di una sostanziale medietà della lingua dell’uso). Poi altri fenomeni, tra
i quali:
a) la maggiore incidenza della diatopia, che (sia pure con un’interfe-
renza più leggera, resa qui da un grigio chiaro) entra nel quadrante alto
della diastratia/diafasia e invade – in diamesia – il settore della lingua
scritta;
b) la risalita dell’italiano standard (ormai di fatto cristallizzato in quel-
lo scolastico) fin quasi a coincidere con l’italiano aulico formale (cfr. Se-
rianni, Benedetti, 2009), e l’identificazione del nuovo standard con l’ita-
liano di un buon articolo di giornale (cfr. Serianni, 2003);
c) ai piani alti, la promozione dell’italiano tecnico-scientifico a varietà
di massimo prestigio e la sostituzione dell’italiano burocratico con quel-
lo aziendale, misto di residui burocratici e di tecnicismi economici;
d) la netta distinzione tra italiano regionale e italiano popolare;
e) il sensibile avvicinarsi (fin quasi a sovrapporsi) di italiano parlato
colloquiale, italiano regionale e italiano informale trascurato;
f) la comparsa, nel quadrante in alto a destra, di una varietà scritta spic-
catamente informale e diastraticamente trasversale: l’italiano digitato.
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