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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTA DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne

TESI DI LAUREA IN FILOLOGIA GERMANICA

I GERMANISMI NEL DIALETTO DI PEVERAGNO

Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Vittoria Dolcetti Corazza

Candidata: Elena Giordanengo

Anno Accademico 2003-2004

INDICE

Indice delle abbreviazioni Introduzione 1. 2. Finalit del lavoro Chiave di lettura delle parole dialettali

pag. I

pag. VI pag. XV

CAPITOLO I: Testimonianze storiche e archeologiche I.1 I.2 I.3 I.4 Il Castelvecchio di Peveragno La battaglia di Pollenzo La citt romana di Pedona Abbazie e monasteri di fondazione longobarda pag. 1 pag. 7 pag. 10 pag. 14 pag. 15 pag. 17 pag. 21 pag. 25 pag. 34

I.4.1 Monastero di San Pietro di Pagno I.4.2 Abbazia di San Dalmazzo di Pedona I.4.3 Abbazia di Villar San Costanzo Tavole CAPITOLO II: Il dialetto di Peveragno CAPITOLO III: Il lessico di origine germanica III.1 Il mondo animale III.2 Elementi della natura III.3 Luomo: il corpo, il carattere, gli stati danimo, i comportamenti III.4 Lavori agricoli e attrezzi da lavoro III.5 Particolari costruttivi della casa III.6 Terminologia culinaria III.7 Manufatti tessili e lavorazione dei tessuti III.8 Varie

pag. 40 pag. 54

pag. 61 pag. 89 pag. 101 pag. 105 pag. 112 pag. 122

Conclusioni Indice delle parole Bibliografia

pag. 126 pag. 133 pag. 144

INDICE DELLE ABBREVIAZIONI

a. abr. agg. ags. ata. atm. avest. avv. berg. bol. bresc. bt. bt. occ. bt. or. bta. btm. cap. cat. cfr. cit. com. crem. dan.

antico abruzzese aggettivo anglosassone alto tedesco antico alto tedesco medio avestico avverbio bergamasco bolognese bresciano basso tedesco basso tedesco occidentale basso tedesco orientale basso tedesco antico basso tedesco medio capitolo catalano confrontare citato comasco cremonese danese
I

dial. doc. emil. escl. fig. fr. fris. friul. gen. germ. got. gr. ie. ingl. irl. isl. it. lat. lett. lit. loc. avv. lomb. long. m. med.

dialettale documento emiliano esclamazione figurato francese frisone friulano genovese germanico gotico greco indoeuropeo inglese irlandese islandese italiano latino lettone lituano locuzione avverbiale lombardo longobardo medio medievale
II

mil. mod. moden. nord. norr. norv. ol. op. cit. padov. pag. pagg. parm. pav. per es. pev. piac. piem. pl. port. prov. reg. s.f. s.m. s.u. sanscr.

milanese moderno modenese nordico norreno norvegese olandese opera citata padovano pagina pagine parmigiano pavese per esempio peveragnese piacentino piemontese plurale portoghese provenzale regionale sostantivo femminile sostantivo maschile sehe unter sanscrito
III

sass.a. segg. sett. sp. sved. svizz. tav. ted. trent. v. intr. v. rifl. v. tr. valtell. ven. venez. veron. vicent. vol. voll. vv. > < *

sassone antico seguenti settentrionale spagnolo svedese svizzero tavola tedesco trentino verbo intransitivo verbo riflessivo verbo transitivo valtellinese veneto veneziano veronese vicentino volume volumi versi diventa deriva da forma ricostruita

IV

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

ALF ALI DEI DELI FEW

Atlas linguistique de la France Atlante linguistico italiano Dizionario etimologico italiano Dizionario etimologico della lingua italiana Franzsisches etymologisches Wrterbuch

GRAND ROBERT Le grand Robert de la langue franaise LAROUSSE LEI REW RG WAS Nouveau dictionnaire tymologique et historique Lessico etimologico italiano Romanisches etymologisches Wrterbuch Romania Germanica Wrterbuch des althochdeutschen Sprachschatzes

INTRODUZIONE

1.

Finalit del lavoro

Al termine del mio percorso di studi ho cercato di conciliare la formazione in filologia germanica con linteresse personale e la passione per la storia e le tradizioni locali. Ho cos deciso di ricercare le parole di origine germanica nel dialetto del mio paese, Peveragno. Peveragno (m. 570 s.l.m.) sorge a circa dieci chilometri a sud di Cuneo, alle pendici del monte Bisalta (o Besimauda), nella Val Isina che prende il nome dallomonimo torrente che la attraversa. A dire il vero lidea nata dalla curiosit di verificare una voce che da una decina danni circola in paese, da quando cio sono cominciati gli scavi archeologici sulla collina di Montefallonio, e che sosterrebbe lesistenza di un villaggio gotico proprio sulla collina. Ho cercato allora di accertare, con laiuto dellarcheologia e delle poche fonti, quale sia stata lentit e limportanza della presenza germanica sul territorio del mio comune. Nella prima parte della ricerca ho quindi raccolto le notizie storiche, attestate o supposte, che si riferiscono allarea dellattuale provincia di Cuneo. Fin da subito infatti ho dovuto allargare i confini territoriali dindagine perch per il comune di Peveragno non ci sono documenti fino alla fine del XIII secolo.

VI

Il primo documento noto in cui venga fatta menzione di Peveragno risale al 1299, ma solo due anni dopo, nel 1301, si ha il riscontro dellesistenza di un nucleo insediativo, probabilmente di dimensioni ancora molto modeste, chiamato Piperagnum.1

A. M. RAPETTI (a cura di), Peveragno. Archeologia, Storia, Arte (dalle origini al Cinquecento), Societ per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, 2002, pag. 31. Il primo documento relativo a Peveragno appartiene allarchivio dei certosini di Pesio che avevano nellarea forti interessi fondiari. La documentazione concernente il sorgere del villaggio di Peveragno scarsa, reticente e assai oscura anche per quanto riguarda la relazione tra il nuovo centro abitato e il pi antico villaggio di Forfice. Questultimo insediamento ben individuabile sulla base della documentazione darchivio che consentirebbe di ipotizzarne la nascita tra il 1041 ed il 1153, quando viene citato come castro Forfice in una bolla che Eugenio III indirizz alla chiesa dAsti (cfr. G. ASSANDRIA (a cura di), Il Libro Verde della Chiesa dAsti, Biblioteca della Societ Storica Subalpina, XXVI, Pinerolo, 1907, vol. II, pag. 204, doc. CCCXV). Abbandonato gi nel XIV secolo, a tutto vantaggio della nuova villa di Peveragno, esso conserva ancora oggi resti di murature, ripetutamente rimaneggiate, sullaltura denominata Castel Forfice, cfr. E. MICHELETTO et alii, Il Castelvecchio di Peveragno (CN). Rapporto preliminare di scavo (1993-94), pag. 138 in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, n. 13, Torino 1995. Legata ai ruderi del Castello di Forfice, c una leggenda che ha per protagonista una principessa-fata-serpente che tutti a Peveragno, conoscono col nome di Mariabssoula (ovvero la fata Melusina di Peveragno), tanto che lo stesso castello comunemente conosciuto come l Castl d Mariabssoula. Per quali ragioni Melusina a Peveragno sia diventata Mariabssoula non accertabile, ma possibile azzardarne una spiegazione. Si tenga conto che bssoula era la 'piccola biscia', diventata nel tempo 'vipera' e oggi 'biscione', coniata sulle monete milanesi dei Visconti, di lega scadente e di poco valore (bssoula chiamata ancora oggi la 'cassetta delle elemosine'). Si tenga conto anche che mara femminile di mar 'cattivo, che vale poco' da cui mara bssoula 'spicciolo spregevole', diventata Maria Bssoula personaggio, per etimologia popolare. Cfr. R. VIGLIETTI (a cura di), Marabssoula ovvero la fata Melusina di Peveragno, Compagnia del Birn, Cuneo, 2003, pagg. 3-5. Maria potrebbe essere per anche il nome proprio della Madonna, usato comunemente in tutta Europa nella zoonimia e nella fitonimia popolare dove il nome della Vergine ha sostituito designazioni pagane pi antiche o stato utilizzato in denominazioni tabuizzate di animali pericolosi, dannosi o ai quali si attribuivano poteri divinatori, o ancora per indicare piante dalle propriet antitetiche ora velenose, ora curative. Cfr. G. L. BECCARIA, I nomi nel mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 1995. Sul rapporto tra Mariabssoula e Melusina cfr. R. VIGLIETTI, Maria Bissula, in Cuneo Provincia Granda, anno XLIV, n. 1, 1995, pagg. 52-54 e B. MORELLI R. VIGLIETTI, Le antenate di Mariabssoula: Melusina e le altre, in Cuneo Provincia Granda, anno LI, n. 5, 2002, pagg. 31-34. Per quanto riguarda lorigine del nome Piperagnum sono state avanzate diverse ipotesi non ancora del tutto chiarite o confermate. Potrebbe derivare da un immaginario Piper (nei documenti riguardanti la Certosa di Pesio ricorre spesso il nome Piperis) o, pi probabilmente, dal nome proprio dei Pipa antica famiglia

VII

Per prima cosa ho quindi riportato i risultati degli studi condotti dalla Soprintendenza Archeologia del Piemonte, ed in particolare dalla Dott.ssa Egle Micheletto, a seguito della campagna di scavi realizzata sullaltura denominata Castelvecchio, in frazione Montefallonio (cap. I.1). E stato accertato che una delle fibbie ritrovate apparteneva ad un abito femminile gotico del VI secolo. Questo reperto da solo, non pu certo dimostrare lesistenza di un villaggio gotico sulla collina; alla luce di tutti i ritrovamenti archeologici, il Castelvecchio stato definito un insediamento daltura che tra il IV ed il VI secolo ha visto linerpicamento dellabitato e il suo accentramento con funzioni apparentemente difensive.2 E quindi verosimile che la popolazione locale abbia cercato rifugio in conseguenza del passaggio di invasori barbarici. Abbiamo invece testimonianza certa, attraverso fonti autorevoli, dello scontro che avvenne a Pollenzo, nel 402, tra Goti e Romani. Ho ritenuto importante riportare questo episodio (cap. I.2) sia perch si tratta di un fatto ampiamente documentato, e quindi di una delle poche fonti sicure, sia perch molto probabile che a seguito della battaglia ci sia stata una dispersione di soldati goti in tutto larea del Piemonte sud-occidentale.

morozzese, proprietaria di vasti latifondi in quel di Morozzo, Chiusa e Cuneo (cfr. Sac. Dott. M. RISTORTO, Peveragno nei secoli, Tipo-Litografia Ghibaudo, Cuneo,1990, pag. 18). D. OLIVIERI, Dizionario di toponomastica piemontese, Paideia, Brescia, 1965, pag. 262, suggerisce una derivazione da una forma aggettivale in is (*Papirianis), del nome proprio Papirius. Resta inoltre da chiarire il fatto curioso che lo stemma del comune di Peveragno raffigura una pianta del pepe; potrebbe esserci un legame con unerronea interpretazione dellorigine del nome dal lat. piper 'pepe' o, forse, la pianta poteva essere gi raffigurata nello stemma della famiglia dei Pipa o del proprietario terriero Papirius. 2 R. COMBA, Accentramento dellhabitat, incastellamento e strutture economiche nel comitato di Bredulo fra V e XII secolo, in Archeologia in Piemonte vol. III - Il medioevo, a cura di L. MERCANDO e E. MICHELETTO, Umberto Allemandi & C., Torino, 1998, pag. 82.

VIII

Ho riferito poi alcune notizie riguardanti il centro romano di Pedona, allimbocco della Valle Vermenagna, per il quale esistono maggiori testimonianze antiche legate allimportanza strategica della sua posizione di controllo degli assi viari verso la Liguria e la Gallia (cap. I.3). Per quanto riguarda lepoca longobarda, a partire dal 568 si possono supporre nellarea piemontese tre ducati sicuri, estesi intorno ai capoluoghi Torino, Asti, Ivrea, e uno molto probabile, non cittadino, a differenza degli altri, con centro a San Giulio dOrta e competenza sul Piemonte nordorientale.3 La presenza longobarda nel territorio oggetto di indagine sarebbe per testimoniata da alcuni documenti (per la verit pochi e non sempre di confermata autenticit) e reperti scultorei relativi allesistenza di centri monastici, voluti da re longobardi. Ho riproposto perci le varie ipotesi formulate da diversi studiosi e storici relativamente alla possibile origine longobarda del Monastero di San Pietro di Pagno, dellAbbazia di San Dalmazzo di Pedona e dellAbbazia di Villar San Costanzo (cap. I.4). Infine per il periodo franco, bisogna certamente ricordare che il Piemonte fu la prima regione italiana invasa da Carlo Magno, attraverso la valle di Susa, nel 773. Sappiamo per poco o nulla dellordinamento carolingio in Piemonte. Dalla met del X secolo alla fine dellXI, nella parte centromeridionale della regione, si sovrapponevano tre circoscrizioni ecclesiastiche (le diocesi di Torino, Asti e Alba) e cinque distretti pubblici (i comitati di Auriate, Torino, Asti, Bredulo, Alba). Larea circostante Peveragno

G. SERGI, Le polarit territoriali piemontesi dallalto medioevo al trecento, in Archeologia in Piemonte, cit. pag. 29.

IX

faceva parte del Comitato di Bredulo, il cui centro da collocarsi con buona probabilit nel territorio dellodierna Mondov.4 Dalle informazioni storiche riportate, si pu dedurre che il Piemonte in generale, ma in particolare le aree a ridosso delle Alpi e poste sulle grandi arterie stradali sono state, attraverso i secoli, zona di frontiera e, anche se non si pu parlare con certezza di insediamenti di popolazioni germaniche o di una loro presenza stabile sul territorio, sicuramente tutta la zona stata testimone del passaggio di numerose e diverse genti germaniche. La seconda parte della tesi, il nucleo vero e proprio, consiste nellanalisi delle parole peveragnesi di origine germanica (cap. III). Il lavoro di tipo sperimentale e quindi certamente lacunoso, ma credo, originale. Alcuni ricerche simili, infatti, sono gi state condotte per quanto riguarda il piemontese,5 ma mai per una parlata cos specifica come il peveragnese. Il dialetto di Peveragno, di cui ho riassunto le caratteristiche nel capitolo II, ancora vivo soprattutto nelle campagne e tra le persone oltre i cinquantanni. I pi giovani normalmente capiscono il dialetto, ma non lo parlano. Purtroppo si stanno perdendo cos parecchi termini legati al mondo agricolo, alla natura, al lavoro che sono diventati ormai patrimonio esclusivo di alcuni anziani, unica fonte per un tentativo di recupero. Al momento non esiste un vocabolario del dialetto peveragnese, anche se tale progetto stato promosso negli ultimi anni dallAssociazione Culturale Gai Saber.

G. SERGI, Comitati in et post-carolingia e pre-comunale, in Atlante Storico della Provincia di Cuneo, Societ per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Istituto Geografico De Agostini S.p.A., Novara, 1973. 5 Cfr. Maria Gabriella CHIAPUSSO, Piemontesismi di origine germanica, Tesi di laurea, Universit di Torino, a.a. 1993-1994.

Per raccogliere i termini dialettali mi sono quindi servita della testimonianza di alcuni parlanti6 e dei pochi lavori scritti pubblicati, per lo pi raccolte di poesie o testi teatrali.7 Il lavoro preliminare di ricerca delle parole ha richiesto perci parecchio tempo ed comunque molto vincolato al numero ed alla tipologia degli intervistati. Per avere un primo orientamento ho consultato il REW8 cercando le parole, per le quali fosse indicata una possibile origine germanica, che avessero una corrispondenza in peveragnese. Ho suddiviso le parole raccolte in sfere semantiche e, allinterno di ognuna, ho riordinato i termini, procedendo dal generale al particolare. Di ogni singola voce ho proposto lanalisi etimologica risalendo alla radice del germanico e, quando possibile, dellindoeuropeo. Ho riportato poi gli esiti che tale radice presenta nelle varie lingue germaniche antiche e moderne.

Di seguito sono riportati nome, et e professione delle persone da me intervistate per la raccolta dei termini peveragnesi: Bongiovanni Francesco, 78, guardiacaccia; Dutto Giovanni, 77, muratore in pensione; Garro Lucia, 76, commerciante in pensione; Giordanengo Antonio, 56, impiegato; Grosso Maria Costanza, 53, insegnante; Viglietti Rita, 64, insegnante in pensione. 7 Tomaso CAVALLO, Dlogn e beles, raccolta di poesie; Margherita VIALE, poesie pubblicate su giornali locali; testi teatrali a cura di Rita VIGLIETTI, Alla ricerca di Birn. La maschera e il volto, Cuneo, 1991; Il Birn ricreato, Cuneo, 1991; Mafalda, Cuneo, 1995; La merla bianca, Cuneo,1999; Mariabssoula ovvero la fata Melusina di Peveragno, Cuneo, 2003. Alcune delle parole peveragnesi di origine germanica che ho analizzato, per lo pi aggettivi e verbi di uso comune, sono attestate nelle poesie e nei libretti teatrali sopra citati. 8 W. MEYER - LBKE, Romanisches etymologisches Wrterbuch, Carl Winters Universittsbuchhandlung, Heidelberg, 1935, 3. vollstndig neubearbeitete Auflage.

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Ho cercato di individuare lorigine dei termini e definirne lattribuzione ad uno strato germanico specifico tra i quattro che sono stati distinti dagli studiosi9: lo strato paleogermanico, relativo ai contatti tra Romani e Germani prima della caduta dellImpero, lo strato gotico, quello longobardo e quello franco. Per riconoscere questi differenti strati, mi sono servita di alcuni criteri che sono stati studiati e dibattuti a lungo, ma che non sempre sono individuabili o presenti in modo inequivocabile e che, pur fornendo un valido spunto di osservazione e riflessione, non vanno interpretati come leggi e non permettono di giungere a conclusioni inconfutabili.10 Tali criteri, per lo pi indiretti,11 sono: larea di diffusione della voce; le peculiarit fonologiche o morfologiche attribuibili ad una lingua piuttosto che ad unaltra; la cronologia dellapparizione del vocabolo; gli indizi di carattere culturale che possono essere riconosciuti come tipici di unetnia germanica piuttosto che di unaltra. Il criterio dellarea particolarmente utile per le voci gotiche e per quelle longobarde. E probabile che siano gotiche quelle voci che si trovano oltre che in Italia,12 nella Francia meridionale e nella penisola Iberica; le voci longobarde, invece, sono di area soltanto italiana e spesso di ambito regionale.

B. MIGLIORINI, Storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze, 1961, pag. 72; M. PFISTER, I superstrati germanici nellitaliano in Elementi stranieri nei dialetti italiani, Atti del XIV Convegno del Centro di Studio per la Dialettologia Italiana (Ivrea 17-19 ottobre 1984), Pacini Editore, 1986, pag. 37; G. BONFANTE, Latini e Germani in Italia, Paideia, Brescia, 1965, pag. 25. 10 Il Bonfante ha definito il lavoro di distinzione dei diversi strati germanici uno dei problemi pi ardui della linguistica romanza; cfr. G. BONFANTE, op. cit., pag. 25. 11 Per criterio diretto si intende generalmente la testimonianza di un autore. 12 I vocaboli gotici in Italia normalmente non sorpassano una linea che va al sud della Toscana, cfr. M. PFISTER, op cit., pag. 45.

XII

Il criterio fonologico pi importante per la distinzione degli strati germanici quello della seconda mutazione consonantica che non interess n il gotico n il franco e che quindi dovrebbe permettere di distinguere gli elementi longobardi dagli elementi gotici (ma non quelli gotici da quelli franchi). Questo mutamento fonetico stato oggetto di moltissime indagini e ricerche ed oggi gli studiosi sono concordi nel ritenere che tale criterio non basti pi per distinguere elementi gotici da elementi longobardi.13 La seconda mutazione pur rappresentando un segno di allontanamento dal gotico non vale come principium individuationis delle parole longobarde nella lingua e nei dialetti italiani.14 Un discorso particolare va poi fatto per le parole di origine franca. Anzitutto non esistono o sono scarsi gli indizi fonetici che permettono di distinguere le voci franche da quelle paleogermaniche o gotiche.15 Bisogna poi considerare che allepoca della conquista dellItalia da parte dei Franchi, questi erano in gran parte romanizzati, cio di lingua romanza (protofrancese) e cos per molti termini di origine franca impossibile stabilire una provenienza diretta dal franco piuttosto che dal francese. In particolare nellarea piemontese al confine tra Francia e Italia, ed ancor pi nelle valli di frontiera tra Piemonte e Provenza (Peveragno rientra in questultimo territorio), gli influssi francesi e provenzali sono stati e continuano ad essere fortissimi per cui risulta molto difficile stabilire con certezza il periodo in cui un termine penetrato o la lingua originaria di provenienza.

13 14

M. PFISTER, op. cit., pag. 42. P. SCARDIGLI, Goti e Longobardi. Studi di Filologia Germanica, Edizioni dellIstituto Italiano di Studi Germanici, Roma, 1987, pag. 232. Cfr. G. BONFANTE, op. cit., pag. 30: Le parole con p per b sono dunque certamente longobarde; ma le parole con b non sono necessariamente gotiche o franche. 15 B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 79.

XIII

Non c ragione, inoltre, per cercare esclusivamente in una lingua la provenienza di un dato vocabolo: pu darsi benissimo che la penetrazione, cominciata sotto la spinta di una lingua germanica, sia continuata poi per linflusso di unaltra.16 Ho deciso di includere nellanalisi quelle parole di origine franca che, in peveragnese e/o in piemontese, sono giunte per mediazione del francese.17 Questo stato evidenziato di volta in volta. Ho segnalato le parole esclusivamente peveragnesi; tutte le altre sono comuni al piemontese.18 Ho scelto infine di escludere quei termini italiani, che vengono usati comunemente anche in dialetto (per es. biacca, magagna), ma ho analizzato le parole che seppur diffuse in tutta Italia, sono di origine dialettale o di ambito prettamente settentrionale (cfr. magon, bega).

B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 75. I prestiti dal francese continuano anche in epoca recente. Cfr. per es. peveragnese e piemontese blaga, s.f. 'millanteria', blag, v. intr. 'vantarsi, millantare' e blagr, s.m. 'spaccone, elegantone'. Dal francese blagueur 'chiacchierone, millantatore', < blague 'fandonia' derivata dallolandese balg 'sacco di pelle specie per il tabacco'; il passaggio di significato si spiega con laspetto della borsa per il tabacco, che si presenta gonfia anche quando il suo contenuto ridotto (M. CORTELAZZO C. MARCATO, I dialetti italiani. Dizionario etimologico, UTET, Torino, 1998, s.u. blaghur). Il termine olandese sarebbe stato preso a prestito dal francese verso la met del 1700 con il diffondersi delle usanze legate al fumo. Cfr. W. VON WARTBURG, Franzsisches etymologisches Wrterbuch (FEW). Eine Darstellung des galloromanischen Sprachschatzes, voll. XV, XVI, XVII Germanische Elemente, R.G. Zbinden, Basel, 1959-1969, s.u. balg. Cfr. ata. sass.a. balg, atm. balc, ted. Balg 'pelle', nord.a. belgr, dan. blg, sved. blg, ags. belg < germ. *balgi- 'sacco, pelle di animale' < ie. *bhelgh- gonfiare, gonfiarsi. 18 Ho verificato le corrispondenze nel dialetto piemontese servendomi essenzialmente di due strumenti: V. DI SANTALBINO, Gran dizionario piemontese-italiano, Societ Lunione tipografico-editrice, Torino, 1859 (edizione anastatica, LArtistica, Savigliano, 1993); A. LEVI, Dizionario etimologico del dialetto piemontese, G.B. Paravia & C, Torino, 1927.
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16

XIV

2.

Chiave di lettura delle parole dialettali

Espressione di una cultura esclusivamente orale il dialetto di Peveragno si costantemente appoggiato al piemontese ed allitaliano nelle non frequenti occasioni in cui ha dovuto ricorrere alla scrittura. E a queste lingue andato via via attingendo per coprire i crescenti bisogni comunicativi allinterno della stessa comunit dei parlanti, accentuando cos la sua posizione di subalternit senza che mai alcuno, finora, si curasse di fissare, raccogliendoli e mettendoli per iscritto, i tesori di un vocabolario che andava rapidamente disperdendosi per la drastica diminuzione dei parlanti provocata dalla scolarizzazione, dallinflusso dellonnipresente televisione, dalle

trasformazioni sociali ed economiche.

In questo lavoro ho scelto di adottare, per la trascrizione dei termini peveragnesi, la grafia cosiddetta Escolo dou Po o concordata:19 Per facilitare la lettura, ho indicato sempre gli accenti tonici, eccezion fatta per i monosillabi e le parole piane. In particolare la vocale e qualora non accentata da intendersi chiusa, mentre sempre accentata quando aperta.

La grafia concordata messa a punto nel 1971 per la trascrizione delloccitano cisalpino tenendo presenti i due modelli di grafia dellOccitania dOltralpe la normalizada dellIstituto di Studi Occitani (I.E.O.), di tipo etimologico, e la mistraliana, usata da Mistral e dai Felibre, parzialmente pi fonetica viene utilizzata anche dallAtlante Toponomastico del Piemonte Montano in corso di realizzazione a cura della Regione Piemonte e dellUniversit degli Studi di Torino.

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XV

Vocali a, e, , , i, o ou u come in italiano vocale muta o semi muta o turbato, come in francese feu u italiana di mulo u francese di perdu 'perso' posto sopra le vocali, indica vocali lunghe

Consonanti Si scrivono come in italiano, tranne le seguenti: ch c qu j g g gu s c italiana di ceci c italiana di cane, davanti ad a, o, , ou, u ch italiana di chi davanti ad e, , i g italiana di gelo davanti ad a, o, , ou, u g italiana di gelo davanti ad e, , i g italiana di gara davanti ad a, o, , ou, u gh italiana di gheppio davanti ad e, , i s sorda italiana di sole, pu essere semplice o doppia z ts dz s sonora italiana di rosa z sorda italiana di azione z sonora italiana di zebra

XVI

sh nh lh zh h

sc(i) italiana di scimmia gn italiana di sogno gl italiana di aglio j francese di jeu 'gioco' indica iato oppure due vocali che devono essere pronunciate distintamente

indica la caduta occasionale di una o pi articolazioni

XVII

CAPITOLO I TESTIMONIANZE STORICHE E ARCHEOLOGICHE

I.1 - IL CASTELVECCHIO DI PEVERAGNO

Lo scontro della Pasqua del 402 nella pianura pollentina, tra gli eserciti romano e gotico al comando di Stilicone e Alarico, insieme al vano assedio di Asti,20 fu uno degli episodi pi traumatici per lattuale territorio piemontese, avvezzo a vivere in uno stato di costante insicurezza, malgrado il sistema fortificato da tempo organizzato a ridosso delle Alpi, il Tractus Italiae circa Alpes illustrato nella Notitia Dignitatum.21 Le vicende direttamente conseguenti alle scorrerie dei Visigoti di Alarico e Ataulfo (401 e 403; 408-410) e dei Burgundi di Radagaiso (nel 405) fecero comprendere che la catena alpina non costituiva pi una barriera invalicabile e quale conseguenza di queste incursioni anche il sistema insediativo cominci a variare. Uno dei fenomeni pi rilevanti della diversa articolazione delle forme insediative, in risposta alla precaria situazione politica creatasi alla fine del IV secolo, la nascita dei primi villaggi daltura, che documentano la diffusa esigenza di protezione e difesa da minacce esterne della popolazione

Nel 402 Alarico ed il suo esercito posero invano lassedio alla citt di Hasta dove limperatore Onofrio si era rinserrato; fallito il tentativo dassedio i goti di diressero a Pollentia per la via Fulvia. Cfr. E. MOSCA, Le invasioni barbariche. I visigoti, in Atlante Storico della Provincia di Cuneo, cit. 21 Not. Dign. Occ. XXIV, 5 - G. CLEMENTE, La notitia Dignitatum, Cagliari, 1968.
1

20

locale, senza che si possa attribuire loro una funzione esclusivamente militare o civile.22 Il villaggio fortificato costruito a partire dalla fine del IV secolo sulla sommit del Castelvecchio ne un esempio. Laltura sorge al centro del territorio compreso tra il corso dei torrenti Pesio e del suo affluente Iosina, in frazione Montefallonio [Tav. I e II]. Su questa collina, negli anni 1993-1996, la Soprintendenza Archeologica del Piemonte ha condotto alcune campagne di scavo che hanno permesso il rinvenimento di unampia campionatura di fibbie di cintura, che si collocano nellambito del VI secolo. Tra queste una in particolare stata segnalata come prodotto di oreficeria tipico del costume femminile gotico del VI secolo. Si tratta di una grande fibbia di cintura fusa in argento (6,2 cm., compresa la cerniera, x 4,5 cm.) ed ornata a Kerbschnitt,23 di cui rimane solo la placca rettangolare formata da due parti: una cornice con bordura articolata da un motivo ad onda e con agli angoli sporgenti dal profilo quattro castoni circolari contenenti almandini (ne conservato uno solo ) e con decorazione a fitta serie di linee, parallele sul lato di attacco allanello, convergenti a formare triangoli sugli altri lati. Nella parte centrale aperta inserita, dal retro, una piastra argentea con cinque castoni dal profilo corroso ed irregolare (i quattro angolari pi piccoli di quello

E. MICHELETTO, Forme di insediamento tra V e XIII secolo: il contributo dellarcheologia, in Archeologia in Piemonte, cit., pag. 51. 23 Secondo lo studioso svedese Wilhelm Holmqvist, la personalit dellarte germanica, prende le mosse da un particolare tipo di ornamentazione a base di animali Tierornamentik e da una particolare tecnica di intaglio il cosiddetto Kerbschnitt che non sono novit dinvenzione germanica, ma spunti che suscitarono nei Germani grande interesse e ardore dimitazione; cfr. P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 27.
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centrale). Il fissaggio della placca alla cintura avveniva mediante quattro piccoli perni posti agli angoli, due dei quali ancora conservati24 [Tav. III]. Il reperto proviene dalla raccolta di superficie, ma mantiene intatto il suo valore di indicatore cronologico a testimonianza di una importante fase di insediamento di et gota, senza voler attribuire alloggetto un significato etnico assoluto. Questo esemplare confluisce nella ormai cospicua serie di ritrovamenti in Italia, nella maggioranza non datati su base stratigrafica, relativi a sepolture di donne gote tra la seconda met del V secolo e la prima met del successivo. La prima fonte che riferisce dellinsediamento un atto della met del XIII secolo relativo alla vendita di un castagneto in questo territorio che cita un castrum vetulum, con buona probabilit da identificarsi con il Castelvecchio di Montefallonio.25 Il dato particolarmente significativo, in quanto documenta un sito fortificato di antica fondazione, di cui rimane memoria in epoca medievale per la probabile presenza di ruderi, ma non pi abitato, anzi occupato dal bosco e che non pare avere alcun ruolo nelle vicende dellincastellamento successivo al Mille. Lindagine archeologica, sembrerebbe confermare labbandono del sito nel corso dellaltomedioevo. I dati di scavo non consentono per il momento di dare contorni precisi e di datare con sicurezza la fine dellinsediamento di Castelvecchio; vi fu con buona probabilit un evento traumatico, accompagnato forse da un incendio

Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, n. 13, cit., pag. 154. E. MOROZZO DELLA ROCCA, Le storie dellAntica citt di Monteregale ora Mondov in Piemonte, 1894, edizione anastatica a cura di LArtistica, Savigliano, 1972, vol. I, Atto di vendita del 15/03/1243.
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che costrinse gli abitanti ad una fuga precipitosa, confermata dai numerosi utensili metallici abbandonati nelle case, alcuni dei quali occultati intenzionalmente. Delle antiche strutture rimane oggi solo un breve tratto di un poderoso muro in pietre legate da malta, con sporadica disposizione a spina di pesce. I caratteri costruttivi della muratura, le sue considerevoli dimensioni in larghezza ed alcune tracce sul banco roccioso inducono ad identificarla come parte di una torre, progressivamente spogliata dopo labbandono e nel corso dei secoli successivi, per il recupero di materiale lapideo; essa potrebbe collegarsi ad ulteriori strutture difensive, dal carattere precario. Al suo esterno, in direzione ovest un vistoso avvallamento del terreno potrebbe anche far supporre lesistenza di un fossato. I primi risultati dello scavo archeologico, avviato nel 1993, confermano la presenza di un abitato prevalentemente ligneo, disposto su terrazzamenti ricavati con considerevoli azioni di taglio e livellamento della roccia. Queste ultime hanno provocato la parziale distruzione di una stratificazione protostorica, articolata in pi fasi a partire dalla media et del Ferro (VI-V secolo a.C.), documentata per il momento solo da materiali ceramici in giacitura secondaria e da lembi di stratificazione. Tali opere, non derivate dalla necessit di cava di materiale lapideo da costruzione, dal momento che questultimo sarebbe stato di mediocre qualit, interessando solo la parte superficiale del substrato roccioso, documentano il preciso intento di occupare anche il settore pi impervio del colle, quello pi facilmente difendibile. Tutta la sommit per una lunghezza superiore ai 100 m ed una larghezza accertata di circa 50 m, risulta occupata da strutture abitative, non definibili per il momento con precisione nella planimetria e nella stessa
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tecnica costruttiva. I modesti edifici erano in parte addossati alla parete litica, sulla quale poggiavano anche travature di copertura o di impalcato ligneo a giudicare dagli incavi presenti; il ritrovamento di consistenti quantit di laterizi, soprattutto negli strati di colluvio, consente di ipotizzare il tipo di copertura. I muri dambito potevano avere anche uno zoccolo in pietre legate da malta, e forse un elevato in legno per le fasi attribuite al IV e V sec. Ad uno dei muri era collegato un focolare (forse parte di un forno) con basamento quadrangolare realizzato con laterizi di reimpiego, la cui tipologia trova ampi riscontri in periodo tardoromano e altomedievale. La particolare attenzione prestata alla distribuzione delle cellule abitative lungo i primi terrazzamenti confermata anche dalla realizzazione di una sorta di canale-fossato, che dovette servire in un primo momento per il convogliamento delle acque di versante e successivamente, dopo la colmatura, come strada di accesso allarea sommitale. Se la datazione della torre presenta incertezze, per la scarsit dei materiali ceramici tra cui si segnalano tuttavia alcuni frammenti di terra sigillata di imitazione che orientano alla fine del IV-V secolo, i livelli di vita collegati agli edifici di abitazione hanno restituito materiali omogenei, inquadrabili nel medesimo arco cronologico, insieme a due monete del IV secolo, la cui circolazione pu agevolmente aver interessato anche parte del secolo successivo. Lanalisi C14 effettuata sui carboni di due fornetti scavati nel substrato roccioso consente di ipotizzare un primo momento di arroccamento alla met del III secolo d.C., cui segu probabilmente un abbandono, con la progressiva obliterazione delle camere di combustione causata dal terreno colluviale, contenente esclusivamente materiali protostorici.
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Lintensiva rioccupazione dellaltura nel corso del IV secolo (probabilmente nella seconda met), con una pi evidente connotazione difensiva accentuata dalla presenza della torre, ben si inserirebbe nel momento di riorganizzazione del limes alpino, cos come ci viene riferito dalla Notitia Dignitatum nei primi anni del V secolo. Nel Tractus Italiae circa Alpes si evidenzia la necessit del controllo dei pi importanti tracciati viari, con il rafforzamento dei vecchi centri e la creazione ex-novo di nuclei difensivi. Il Castelvecchio viene cos annoverato tra quei siti daltura cui si attribuisce una generica funzione di controllo e sbarramento di potenziali direttive di passaggio lungo sistemi vallivi non interpretabile come limes, ma espressione di una concezione strategica di difesa lungo possibili vie di penetrazione.

I.2 - LA BATTAGLIA DI POLLENZO

Le fonti pi antiche relative alla presenza di germani nel territorio dellattuale provincia di Cuneo si riferiscono alla battaglia di Pollenzo che vide lo scontro tra Alarico, re dei Visigoti e Stilicone, generale romano di origine barbara. Il 18 novembre del 401, mentre lesercito romano di Stilicone era impegnato sul fronte retico, Alarico si era affacciato ai confini orientali dellItalia con tutto il suo esercito: era linizio della guerra gotica. Costretti a rinunciare ad unazione su Milano a causa della controffensiva delle legioni di Stilicone e fallito lassedio di Asti, bloccato dalla popolazione stessa riparata dalle possenti mura della citt, i Visigoti posero il campo presso Pollenzo, alla confluenza dellantico corso della Stura di Demonte con il Tanaro. Le donne, gli anziani ed i bambini sistemarono le tende su un modesto rilievo roccioso a mezzogiorno dellattuale citt di Bra; tutti gli uomini e la cavalleria si accamparono nella pianura stretta tra il monte di S. Vittoria e i due fiumi. Era il 6 aprile 402, giorno di Pasqua. Consapevole del fatto che il generale Stilicone li avrebbe raggiunti in fretta e non avrebbe rinunciato a dar loro battaglia, Alarico convoc il consiglio di guerra per decidere con gli anziani circa lazione militare o eventuali negoziati, ma non pens che lo scontro fosse imminente, ricorrendo in quel giorno la festivit della Pasqua.26

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M. MINOLA, Alarico e Stilicone a Pollentia, in Grandi battaglie in Piemonte da Annibale alla seconda guerra mondiale, Edizioni lArciere, Cuneo, 1993, pag. 26 e segg.
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Le fasi della battaglia ci sono note attraverso le opere di Claudiano27 e Orosio.28 Le legioni di Stilicone si distesero lungo la cerchia delle colline in maniera da impedire la fuga verso occidente, chiudendo la via delle Gallie ai Goti che avevano la citt ed i fiumi alle spalle. Lattacco con la cavalleria fu affidato a Saulo, luogotenente di Stilicone. I Visigoti reagirono dopo un primo momento di smarrimento e riuscirono vittoriosi sulla cavalleria romana; lo stesso Saulo rimase ucciso. Solamente lentrata in azione della fanteria romana comandata da Stilicone, che fino a quel momento aveva osservato lo svolgimento della battaglia dallalto delle colline, riusc a ristabilire le sorti del combattimento. In breve i Visigoti furono accerchiati: da un lato il Tanaro, gonfio dacqua non offriva alcuna possibilit di guado, dallaltro lato Pollenzo, ben difesa dalla sua cerchia di mura. Lunica via che apparve ad Alarico fu quella di Levante, verso il monte di S. Vittoria. E fu in questa direzione che i Visigoti cercarono di forzare laccerchiamento. Le legioni romane li attendevano sul colle. La battaglia si fece ancora pi cruenta ed i Romani riuscirono ad avere la meglio;29 il grosso delle forze barbare riusc a superare le linee nemiche solo a tarda notte, passando a guado sulla riva destra del Tanaro e fuggendo verso le alture delle Langhe. Migliaia di Visigoti furono uccisi e centinaia catturati; tra gli ostaggi risultarono anche la moglie e le nuore di Alarico, il quale riusc a malapena a sfuggire

C. CLAUDIANUS, De bello gothico, vv. 472 e segg. e vv. 637 e segg. P. OROSIUS, Historiarum adversos paganos, VII, 37. 29 Prudenzio, Contra Symmacum, vv. 717-719 e vv. 742-743 descrive i campi di Pollenzo coperti di ossame barbarico. Diverso il commento di Giordane in Mon. Germ. Hist. Get. XXX che afferma che a fuggire furono le legioni romane, opinione avallata da Cassiodoro nel Chronicum ad a. 402. La moderna critica storica ha accertato che Cassiodoro e Giordane non sono fonti molto affidabili in quando decisamente filogoti e comunque fonti tardive rispetto agli avvenimenti. Claudiano, Prudenzio ed Orosio scrissero subito dopo la battaglia: tutti e tre concordemente attribuiscono la vittoria a Stilicone.
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alla cattura. Nonostante le forti perdite subite, il grosso dellesercito goto che si stava ritirando poteva ancora rappresentare una minaccia per lItalia; la cavalleria era uscita quasi indenne dallo scontro.30 La battaglia di Pollenzo si rivel decisiva, non tanto dal punto di vista tattico, ma da quello strategico, perch obbligava Alarico a rinunciare ad ogni ulteriore velleit offensiva e a concludere un accordo con Stilicone. Anche il generale romano aveva buoni motivi per arrivare al pi presto ad una conclusione delle ostilit: le scorrerie dei Visigoti sul territorio italiano, la possibile minaccia allUrbe, la debolezza del potere imperiale e i contrasti con la corte orientale erano tutti elementi che lo preoccupavano. Si giunse cos ad una trattativa: i Visigoti si sarebbero ritirati dallItalia, in cambio i Romani avrebbero liberato i numerosi ostaggi catturati a Pollenzo. La guerra gotica volse cos al termine. Una seconda vittoria di Stilicone in un breve scontro presso Verona nellestate del 402 ferm totalmente le aspirazioni del condottiero barbaro che aveva tentato unulteriore attacco sulla via della ritirata. I Visigoti, decimati dalla guerra, dalle diserzioni e da una devastante epidemia, abbandonarono lItalia. Alarico e i suoi sarebbero ritornati nel 410 per attaccare con successo Roma, non incontrando la resistenza del generale Stilicone, caduto in disgrazia. Dopo levento bellicoso, Pollenzo conobbe una rapida decadenza.

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Alcune frammentarie notizie riferiscono della presenza sul valico del Colle dellArgentera (Maddalena) di alcuni gruppi di goti del re Alarico, nel 402, durante il ritorno in Gallia dopo la sconfitta subita presso Pollenzo. Altri ipotizzano tale passaggio per il Colle di Tenda e per il colle dellAgnello. Cfr. M. BRUNO Valichi di Provenza, Coumboscuro Centre Prouvenal, Gribaudo Cavallermaggiore, 2001, pag. 151 e 165, pag 39, pag. 207.
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I.3 - LA CITTA ROMANA DI PEDONA

Allimbocco della valle Vermenagna si trovava la citt romana di Pedona (nel territorio dellodierna Borgo S. Dalmazzo), fiorente nei primi secoli dellimpero e statio per lesazione della Quadragesima Galliarum.31 La citt era importante crocevia di traffici commerciali e militari. Da qui si diramavano tre vie alpine: la prima che raggiungeva il mare saliva lungo la Valle Vermenagna e, valicata la catena alpina al Colle di Tenda, proseguiva fino a Nizza. La seconda via alpina verso il mare sinoltrava invece lungo la valle del Gesso di Entracque spingendosi tortuosa in direzione del Colle di Finestra. Scendeva quindi lungo la Vsubie e raggiungeva Cemenelum (Cimiez) e Nicae (Nizza). Infine, da Pedona, si staccava la terza via alpina, al tempo sicuramente la pi importante e frequentata, che, lungo il solco della Valle Stura di Demonte, saliva al Colle dellArgentera, ora della Maddalena o di Larche32 [Tav. IV]. La citt di Pedona dovette rivestire un ruolo non trascurabile ancora in et gota, proprio per la sua posizione strategica di controllo degli assi viari verso la Liguria e la Gallia.

G. MENNELLA, La Quadragesima Galliarum nelle Alpes Maritimae in Mlanges de lcole Franaise de Rome, n. 104, pagg. 209-232. La Quadragesima Galliarum era una tassa pari ad 1/40 (corrispondente al 2,50%) sul valore delle merci trasportate. Cfr. M. BRUNO, op. cit., pag. 30 nota 22. 32 M. BRUNO, op. cit., pagg. 20 e 21.
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Pedona nel secolo VI, bench fosse n ampia di territorio n popolosa dabitanti, era tuttavia civitas, cio capoluogo del suo municipium, ed ricordata per la prima volta in una lettera scritta intorno al 510 e raccolta nelle Variae di Cassiodoro, ministro di Teodorico (Variae, I, 36):

Ferreolo viro spectabili Theodoricus Rex. Utilitas personarum bonarum debet successione renovari, ne defectu servientium patiatur aliquod res suspensa dispendium. Et ideo locum te iubemus quondam Benedicti in Pedonensi civitate ex nostra auctoritate suscipere, ut omnia vigilanti ordinatione procurans, nostrae gratiae merearis augmenta. Debes enim advertere quam vicissitudinem reddere studeamus vivis, qui mortuorum fidem non possumus oblivisci. Illud etiam pietatis nostrae consuetudine commonemur, ut quoniam devotorum nobis memoria probata non deficit, antefati Benedicti quondam filios, qui sincera nobis cognoscitur devotione paruisse, civili facias tuitione vallari, quatenus defensionis praesentis commodo sublevati, et securitatem sibi gaudeant paterna servitia contulisse. Prosit ergo generi, quod potuit unius devotione praestari; quia maiora nos decet tribuere, quam videamur a servientibus accepisse. Haec aequalitas aequitas non est, sed pars nostra iustissime pensat, cum reddendo plus fuerit onerata.

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A Ferreolo, uomo spettabile, il re Teodorico. Il bene, che fanno le buone persone, deve rinnovarsi nella loro successione, affinch per difetto di buoni impiegati non venga danno allo stato. E perci ti ordiniamo di prendere per autorit nostra il posto del defunto Benedetto nella citt di Pedona, onde tu amministrando ogni cosa con ordine e vigilanza, possa meritare un aumento nel nostro favore. Devi infatti considerare quale gratitudine noi ci studiamo di mostrare ai vivi, mentre neppure dei morti non possiamo dimenticare i fedeli servigi. E perci secondo labitudine della nostra piet siamo spinti a ordinarti, che siccome non ci abbandona mai la memoria dei nostri devoti, cos tu faccia munire della regia tuitio i figli del ricordato Benedetto, che ci fu ubbidiente devoto ufficiale, affinch cos, sollevati dal vantaggio di questo privilegio, godano di vedere che i servizi del padre hanno loro fruttato questa sicurezza. Giovi quindi anche ai figli la devozione prestataci dal padre, perch sta bene che la nostra ricompensa si estenda anche oltre il servizio a noi prestato. Questa non stretta giustizia, ma pure riteniamo il nostro compito ponderare con somma giustizia anche quando sentiamo maggior onere nel retribuire.33

Tra le preziosit di stile caratteristiche di Cassiodoro, ci che risulta onorevole e gratificante per il re e per il delegato, Benedetto, che secondo lipotesi del Gabotto34 era stato conte a Pedona.

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Traduzione di A.M. RIBERI in S. Dalmazzo di Pedona e la sua abbazia (Borgo San Dalmazzo) con documenti inediti, Biblioteca della Societ Storica Subalpina, CX, Torino, 1929, pagg. 110 e 111. 34 F. GABOTTO, Storia della Italia Occidentale nel Medio Evo (395-1313), Biblioteca della Societ Storica Subalpina, LXII, Pinerolo, 1911, pag. 380 nota 1.
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Si desume che fu un pubblico ufficiale affezionato al sovrano e al luogo di sua residenza; infatti mor a Pedona e qui lasciava la sua famiglia non ricca e tormentata da qualche pendenza finanziaria in conseguenza di quanto aveva operato il padre per il pubblico servizio. Il re, mentre ricorda la memoria del buon funzionario, manda Ferreolo a sostituirlo, spronandolo ad emulare il predecessore collattrattiva della sua riconoscenza e col miraggio di qualche promozione; lo incarica intanto di applicare a difesa della famiglia di Benedetto il privilegio della tuitio regia. Siamo in unepoca in cui il valore della legge assai affievolito; vicino al conte per i latini troviamo pure un comes Gothorum, c un tribunale militare e un foro ecclesiastico, ci sono immunit e privilegi di casta; quindi in tutte le classi la tendenza allesenzione, allimmunit, almeno allequilibrio dei privilegi. La tuitio regia quindi un privilegio, che sottrae il privilegiato al solito corso dei tribunali ordinari, collinterposizione del sovrano. Essa aveva origini romane, ma funzion pi spesso nei periodi di decadenza. La tuitio occorre pi volte sotto Teodorico e va considerata come un effetto del concentramento dei poteri nelle mani del re e della corsa sempre crescente al regime di privilegio. Intanto con la lettera di Cassiodoro ci sono conservati i nomi di due rispettabili magistrati dellantica Pedona e dun onorifico episodio che li riguarda.

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I.4 - ABBAZIE E MONASTERI DI FONDAZIONE LONGOBARDA

Alcuni centri monastici potrebbero essere sorti nel territorio oggetto di indagine tra i secoli VI e VIII per volere di re longobardi. Si tratta del Monastero di San Pietro di Pagno, dellAbbazia di San Dalmazzo di Pedona e dellAbbazia di Villar San Costanzo, tutti situati nellattuale provincia di Cuneo [Tav. V]. Storicamente la nascita di questi centri religiosi si inserirebbe nella esplosione di fondazioni monastiche che si manifest nellItalia longobarda dovuta a fervore religioso intrecciato ad interessi politici ed economici. Purtroppo le fonti certe sono molto scarse e non aiutano a stabilire con certezza quando sia avvenuta la fondazione di questi monasteri, tranne nel caso del Monastero di Pagno per il quale esiste una ricca documentazione. Nel corso degli ultimi ventanni queste fondazioni sono state anche oggetto di investigazioni archeologiche ma larcheologia dei monasteri deve indubbiamente confrontarsi con serie difficolt oggettive. Nei casi in cui la continuit dellistituzione monastica ha portato allo sviluppo, dalla fondazione originaria, di vasti organismi architettonici che mantengono tuttora specifiche esigenze di funzionalit e dove la successione delle fasi ha determinato stratificazioni particolarmente complesse e frammentate, le indagini comportano investimenti cospicui e tempi forzatamente prolungati prima di poter raggiungere risultati certi.35

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G. CANTINO WATAGHIN, Monasteri in Piemonte. Dalla tarda antichit al Medioevo, in Archeologia in Piemonte, cit., pag. 161.
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I.4.1

MONASTERO DI SAN PIETRO DI PAGNO

La solida documentazione relativa al monastero di San Pietro di Pagno, situato a non molta distanza da Saluzzo, in valle Bronda, permette di stabilirne con certezza lorigine longobarda. Il Chronicon novalicense dellXI secolo cita pi volte questo monastero36 e, due passi in particolare, ne attribuiscono la fondazione a re Astolfo (749-56). Il Frammento 6 del Libro Primo (La fondazione del monastero di San Pietro nel luogo chiamato Pagno) riferisce che Astolfo nel principio del suo regno si mostr molto zelante della religione,.. et edificando diverse chiese e tra queste una in Piemonte in un luogo detto Pagni, dove edific un monasterio in honore del principe deglapostoli.37 Nel Libro Terzo, capitolo 26, viene ricordata la passata ricchezza del centro monastico e Pagno viene definito monastero un tempo ricchissimo e regale, che era stato fondato da Astolfo, il re ambidestro.38 In base alla tradizione di una sua intitolazione anche a San Colombano, che non sembra peraltro anteriore al XVII secolo, il monastero stato inserito da molti studiosi nellarea di espansione di quello di Bobbio, la prima e pi nota delle fondazioni longobarde.39

Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1982. Cfr. Libro I, 6-7, Libro III, 26, Libro IV, 2.1, 10, 19.1. 37 Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, op. cit., pag. 37. 38 Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, op. cit. pag. 177. In questo passo si nomina Pagno tra i possedimenti donati da Lotario I alla Novalesa a risarcimento dei beni che le erano stati sottratti da Ludovico il Pio al momento della fondazione dellospizio del Moncenisio. Questa donazione attestata in un diploma del 14 febbraio 825. Cfr. C. CIPOLLA, Monumenta Novaliciensia vetustiora, I, Roma, 1898, (Fonti per la storia dItalia, 31), pag. 73 e segg., doc. 27. 39 G.CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167 e G. ALESSIO, op.cit., pag. 37 nota 2.
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Il riscontro archeologico invece costituito da un unico frammento di rilievo, dal momento che assai dubbia la presenza di strutture pertinenti alla fase originaria fra quelle messe in luce negli scavi condotti negli anni settanta nella zona absidale della chiesa attuale.40 I rapporti del monastero con lambiente longobardo, sarebbero per confermati da uniscrizione reperita proprio nella chiesa di Pagno che ha dato adito a diverse interpretazioni a causa del suo stato frammentario e delle pessime condizioni di conservazione. Lo studio pi approfondito stato condotto da Alfonso Maria Riberi41 che partendo da alcuni dati oggettivi e incontrastati (lautenticit della lapide, la datazione del marmo utilizzato che risale alla fine dellVIII secolo, la composizione delliscrizione in versi esametri) ha tentato una ricostruzione edotta dellintera iscrizione42 e ne ha proposto uninterpretazione cercando riscontro nei fatti storici. Secondo la sua ipotesi la lapide sarebbe unepigrafe onoraria, posta a ricordo di una donna di nome Beatrice, che avrebbe lasciato in eredit i suoi possedimenti ai monaci di Pagno.

G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167. A.M. RIBERI, La lapide longobarda duna Regina e di sua figlia Beatrice a Pagno, 1943, estratto da: Bollettino della R. Deputazione Subalpina di Storia Patria Sezione di Cuneo, n. 23, 1 gennaio 1943-XXI. Un altro studio era stato precedentemente condotto da G. Manuel di San Giovanni, Notizie storiche di Pagno e valle Bronda presso Saluzzo, in Miscellanea di Storia Italiana, n. 27, 1889. Questo storico riteneva che la lapide ricordasse la sepoltura di Giselberga, moglie di Astolfo. 42 La traduzione che il Riberi fornisce : Le anime celesti, che condannano le colpe della vita, temono le macchie di questa terra nel giudizio di Cristo e godono liete di essere sciolte dal carcere del corpo. Cos una regina potente di merito, attraverso le catene del mondo ritorna al trono celeste illesa da corruttela, e la figlia innocente piange sulla morte che tarda a venire. Questa, fedele ai tuoi talami e doni, o Albino, conserv nel casto petto le fiaccole verginali, tosto disdegnando il nome dun secondo coniugio. Questa, volendo nel suo pensiero benefico superare collamore il danno tuo, o Natura, che invidiosa neghi i figli ai voti materni, ha gi chiamato noi (monaci di Pagno) quale prole generata dallillustre sangue di Albino. Lo sposo rifiutato non conveniva ai tuoi generosi costumi; tu infatti col tuo corpo prestante eri stata fonte di gioia (Beatrice) alla madre. Cfr. op. cit. pag. 17.
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16

Il Riberi ha identificato in Beatrice, una delle figlie di re Desiderio e di sua moglie Ansa, nominata anchessa nelliscrizione come regina. Liscrizione non dimostra che le due donne siano state sepolte nella chiesta di Pagno n che abitassero in quei dintorni; vuole semplicemente ricordare la benefattrice, secondo un uso dellepoca, e forse anche documentare lorigine e la legittimit del possesso dei monaci.

I.4.2

ABBAZIA DI SAN DALMAZZO DI PEDONA

La critica storica riconosce in San Dalmazzo levangelizzatore locale di Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo), in unepoca non facilmente determinabile: un predicatore laico, vissuto prima della costituzione della gerarchia ecclesiastica che svolse la sua azione missionaria in et precostantiniana e venerato come Santo. La tradizione riconosce che perlomeno allinizio del VI secolo esisteva un luogo di culto, poco fuori Pedona, in unarea cimiteriale lungo la strada che portava alla costa ligure-provenzale.43 La prima menzione dellAbbazia di San Dalmazzo contenuta in un passo di integrazione ad un diploma del 902, con il quale Ludovico III attribuiva al vescovo di Asti Eilulfo una serie di beni, confermando quanto gi

G. COCCOLUTO P. GALLO, Da San Dalmazzo allAbbazia di Pedona in S. Dalmazzo di Pedona unabbazia tra Provenza e pianura padana, guida alla mostra realizzata dal Centro Culturale Pedo Dalmatia, Borgo San Salmazzo, 1990.
17

43

espresso in un atto dellanno precedente.44 Tali beni, tra cui appunto labbazia, venivano conferiti come riconoscimento per lappoggio prestato dal vescovo a Ludovico III, re di Provenza, per lelezione a re dItalia. Documenti resi noti dallo storico Meyranesio45 attesterebbero la fondazione dellabbazia allinizio del VII secolo da parte di Teodolinda e del marito Agilulfo; si tratta dei frammenti di una Chronica antiqua civitatis Pedonae, che sarebbe stata redatta nel monastero fra il X e lXI secolo, e di quelli della carta di fondazione del monastero stesso, che lerudito settecentesco afferma di avere ricavato da un Cod. Rationarum Temporum del cuneese Iacopo Berardengo, morto intorno alla met del XVI secolo.46 La fonte di questi testi per assai discutibile in quanto sul Meyranesio pesa la fama, non immeritata, di falsificatore; nel caso specifico certo di sua costruzione il codice attribuito al Berardengo. In mancanza di uno studio

G. ASSANDRIA, op. cit., vol. II, pag. 178, doc. CCCII e pag. 180, doc. CCCIII. Secondo lo storico Morozzo della Rocca i due documenti sarebbero quasi identici con la sola differenza che nel secondo verrebbero attribuite al vescovo di Asti anche le abbazie di S. Dalmazzo di Pedona e di S. Maria di Narzole. Tale quasi identit fece si che alcuni abbiano creduto trattarsi di un solo documento. Latto del 902 si sarebbe reso necessario per riparare ad una omissione dovuta a dimenticanza dellamanuense. Cfr. E. MOROZZO DELLA ROCCA, op. cit., pag. 407 e pag. 102 nota 16. Pur se sussistono alcuni dubbi sullautenticit diplomatica del passo che menziona labbazia, la sostanza storica si ritiene oggi accettabile. Cfr. G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 162. 45 Giuseppe Francesco Meyranesio era nato il 27 marzo 1729 a Pietraporzio, nellalta valle Stura, appartenente allora alla diocesi di Torino. Comp gli studi a Torino, dove, presso la locale Universit, consegu la laurea in teologia e fu ordinato sacerdote. Fu parroco di Sambuco, paese della sua valle natia, dal 1768 alla morte, avvenuta il 6 maggio 1793. Il Meyranesio sinteress soprattutto a raccogliere notizie e documenti relativi alle chiese vescovili, alle abbazie e ai monasteri degli stati di terraferma della monarchia di Savoia, onde compilare una storia ecclesiastica del Piemonte. Insieme ad altri studiosi del Settecento, stato giudicato dalla critica moderna particolarmente coinvolto nel fenomeno delle falsificazioni epigrafiche. Cfr. A. GIACCARIA, Le antichit romane del Piemonte nella cultura storico-geografica del Settecento, Societ per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo e Societ Storica Vercellese, Cuneo Vercelli, 1994, pag. 88 e segg. 46 G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 163.
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attento delle sue opere per il momento la sua testimonianza viene respinta in toto. Su questa incerta base documentaria si innesta la tradizione agiografica, rappresentata da una vita di san Dalmazzo, nota come Passio Ambrosiana dal codice finora ritenuto pi antico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano e attribuito al X secolo; recentissima la pubblicazione della trascrizione di un manoscritto ritenuto di qualche tempo precedente (IXX secolo), conservato negli Archives Dpartementales di Avignone. In alcuni codici, fra cui quello della Biblioteca Universitaria di Bologna, forse gi dellXI secolo, il testo si presenta integrato della cosiddetta Additio Moccensis, un complemento di racconto che deve il suo nome alla vallis Moccensis, la valle francese dellUbayette, nella quale si colloca il suo anonimo autore.47 Il Riberi, che per primo si occup a fondo di questi materiali, colleg infine alla vicenda di Dalmazzo, unomelia da lui datata al V secolo e attribuita al vescovo Valeriano di Cimiez, che conserverebbe il primo ricordo della costruzione di un edificio di culto sulla tomba del santo.48 E stato riconosciuto da tempo che lomelia non appartiene alla produzione autentica di Valeriano di Cimiez e che si deve piuttosto attribuire ad un autore del V-VI secolo, finora non individuato.

Cfr. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 163 e segg.; E. MICHELETTO, La chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta. Lintervento archeologico e lo studio degli elevati in La chiesa di San Dalmazzo a Pedona. Archeologia e restauro, Edizioni Agami, Cuneo, 1999, pagg. 43 e 44. 48 A.M. RIBERI, op. cit., pag. 66 e segg.
19

47

Alla scarsit di documenti certi, si aggiunge la difficolt delle ricerche archeologiche. Dellantica abbazia sopravvive solo la chiesa, costruita fra il X e lXI secolo. Vari interventi sono stati operati sullimpianto originario nel corso del periodo romanico e poi nel XVI e XVII secolo. La ripulitura della cripta, il rilievo archeologico ed alcuni scavi operati dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte, nel quadro di un programma di indagini preliminari per il consolidamento e restauro operato nel 1995, hanno consentito di individuare una serie di fasi costruttive assai articolata anche se per ora rimane senza riscontro strutturale la presenza di un edificio di culto altomedievale. Questa presenza per implicitamente riscontrabile nei numerosi materiali scultorei reimpiegati nella cripta [Tav. VI e VII] e in quelli recuperati nel corso di scavi compiuti nel 1953 e occasionalmente ancora in seguito, inquadrabili nellarco dellVIII-IX secolo, con una possibile

anticipazione al secolo precedente per un frammento di croce a bracci patenti.49 Anche larcheologia non pu quindi fornire al momento indicazioni precise circa le origini dellabbazia. La tradizione di una fondazione longobarda stata per ribadita da numerosi studiosi50 a seguito dellattribuzione alla committenza regia di Ariperto II (701-712) del notevole nucleo di materiali scultorei altomedievali presenti a Borgo ed affini ad altri ritrovati presso le abbazie di San Costanzo del Villar e di San Costanzo al Monte che sono stati considerati il prodotto di ununica bottega di lapicidi.51

G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 164. La bibliografia di tutti gli studi esistenti su questo dibattuto caso riportata in dettaglio da E. MICHELETTO, La chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta, cit., pag. 101, note 8 e 9. 51 E. MICHELETTO, La chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta, cit. pag. 43.
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49

20

In

conclusione,

nessun

documento

prova

che

linteresse

longobardo per larea pedonense abbia assunto la forma di una fondazione monastica, n gli ulteriori lavori di indagine archeologica programmati nellambito della chiesa potranno essere risolutivi. Si tratta tuttavia di unipotesi assai verosimile, coerente con le forme adottate dalla politica longobarda di controllo del territorio e con il ruolo conferito al culto martiriale nelleconomia, non solo spirituale, dellistituzione monastica.

I.4.3

ABBAZIA DI VILLAR SAN COSTANZO

Labbazia Sancti Constantii de caneto sorgeva sul sito dellattuale chiesa parrocchiale di San Pietro di Villar San Costanzo. Il pi antico cronista che abbia scritto sul monastero Gioffredo Della Chiesa,52 il quale, nella sua Cronaca di Saluzzo redatta intorno al 1450, narra che la pia contessa Adelaide di Susa, o meglio di Torino, restaur il monastero dei SS. Vittore e Costanzo, badia presso Dronero, che era stato fondato da Ariperto I (653661), presentato dagli storici come generoso fondatore di chiese e monasteri. Anche il vescovo Francesco Agostino Della Chiesa, pronipote del suddetto Gioffreddo, riferisce del monastero attribuendo la sua fondazione non al primo, ma al secondo Ariperto re dei Longobardi (701-712) e fissa la data

Gli autori che hanno riportato notizie sulla fondazione di questa abbazia sono per lo pi autori locali le cui opere non sono pi reperibili. Ho desunto tutte le notizie riportate dal lavoro di E. OLIVERO, Lantica Chiesa di San Costanzo sul Monte in Villar San Costanzo (Cuneo), Biblioteca per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici per la Provincia di Cuneo, S. Lattes & C. Editori, Torino, 1929, pag. 33 e segg.
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allanno 713, ci che non pu essere perch Ariperto II affog nel Ticino nel 712, mentre fuggiva dalle armi vittoriose di Ansprando, suo competitore. Lo stesso autore, nella Descrizione del Piemonte, scrive che labbazia fu fondata dal re Ariperto, senza dire quale, e si vede che fu lasciata in bianco la data dellanno, aggiunta poi da altra mano, 713. Lopinione che attribuisce la fondazione a re Ariperto II fu seguita da Pietro Gioffredo nella sua Storia delle Alpi Marittime, da J. Durandi nel Piemonte Cispadano antico e da D. Muletti nelle Memorie storico diplomatiche di Saluzzo e dei suoi marchesi. Il Meyranesio nel suo Pedemontium Sacrum53 scrive di Ariperto senza dire quale. La tradizione trasmessaci da tali autori accettabile e la fondazione del monastero di Villar San Costanzo pu quindi ragionevolmente attribuirsi ad Ariperto II. I monaci Benedettini fondatori potrebbero essere venuti da Bobbio, cenobio fiorente allora sotto linfluenza longobarda. Questa ipotesi probabile espressa dal P. D. Francesco Borgarello, Eremita Camaldolese dellEremo di Torino, nel suo manoscritto intitolato De Abbatia SS. Victoris et Constancii Villarii eiusque Abbatibus. Egli scrive che il monastero Villariense fu prima abitato dai monaci Benedettini di San Colombano di Bobbio, o da altri Benedettini di altri monasteri subalpini o da anacoreti; aggiunge che il monastero fu poi beneficato da Liutprando, Rachis, Desiderio, Carlo Magno ed altri; ed ammette la fondazione di Ariperto II, colla nota per che la data del 713 erronea, poich il re decedette nel 712.

Gli studi e le ricerche de Meyranesio (cfr. nota 37) si concretizzarono in parte nella pubblicazione del primo volume del Pedemontium Sacrum, Torino, 1784; la fondazione del monastero del Villar riferita a pag. 8.
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Anche il Casalis nel suo Dizionario dice che i monaci del Villare erano venuti dal monastero Bobbiense di S. Colombano. Del resto la parrocchia di Villar San Costanzo ancora dedicata a S. Pietro in Vincoli col patronato dei SS. Costanzo e Vittore, essendo generalmente le chiese dei benedettini dedicate a S. Pietro. Anche se manca qualunque documento di sicura autenticit che confermi lattribuzione dellabbazia alliniziativa longobarda, non sono senza significato la sicura presenza nel secolo VIII di un luogo di culto, attestata dai frammenti di marmi scolpiti recuperati nellarea della chiesa o reimpiegati nelle sue murature, e la contemporanea esistenza di un santuario sul monte San Bernardo, dove la tradizione colloca il martirio di San Costanzo, attestato in seguito come dipendenza dellabbazia del Villare. Testimonianza certa dellesistenza del santuario fornita anche in questo caso da frammenti di rilievi reimpiegati nella chiesa romanica di San Costanzo al Monte, in questo caso numerosi, ai quali si aggiungono forse resti di strutture, individuati nei recentissimi lavori di ripulitura del piano inferiore [Tav. VIII e IX]54, preliminari a unindagine archeologica pi approfondita.55

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Si tratta di due pezzi scolpiti a intrecci matassa fiancheggiati dai tipici caulicoli, chiamati anche riccioli. Tali sculture sono in marmo bianco proveniente forse da una cava in Valgrana e sembrerebbero attribuibili al secolo VIII. Cfr. E. OLIVERO, op. cit., pagg. 24 e 25. 55 G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167.
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Durante tutto il secolo X il Piemonte fu devastato dalle scorrerie saracene.56 La tradizione attribuisce a queste incursioni la distruzione del monastero di Villar San Costanzo, dellabbazia di Pedona e di quella di Pagno. Le fondazioni di Pagno, Pedona e Villar San Costanzo, ammettendo lipotesi che anche le ultime due siano effettivamente di epoca longobarda, avrebbero costituito un sistema organico di controllo dellarea a ridosso delle valli alpine meridionali e delle vie che le percorrevano; la loro funzione sarebbe stata quindi in primo luogo, anche se non esclusivamente, strategica.

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E. MOSCA, I saraceni, in Atlante Storico della Provincia di Cuneo, cit. La prima calata dei saraceni lungo la valle Pesio avvenne tra la fine del 903 ed il 904. La cacciata definitiva dei saraceni dal Piemonte si ebbe attorno al 980.
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CAPITOLO II IL DIALETTO DI PEVERAGNO

A partire dagli anni settanta, il comune di Peveragno stato inserito dal MAO (Movimento Autonomista Occitano) nel territorio di cultura occitana sulla base di rilievi condotti da Franois Fontan57 nellarea a ridosso dellunico punto di Atlante allora pubblicato,58 costituita dalle localit di Limone Piemonte e di Vernante investigate, intorno al 1936 circa, dallALI.59 Fontan utilizz un questionario minimo, costituito da 30-40 domande ed elaborato in collaborazione con il Prof. Antonio Bodrero di Frassino, che permetteva di stabilire grosso modo se la localit poteva essere o no inserita nellarea occitana. Franois Fontan, al di l delle sue empiriche ricerche, forn interessanti notizie al Prof. Corrado Grassi, allepoca titolare della cattedra di Dialettologia Italiana presso lateneo torinese, il quale promosse alcune ricerche e tesi di laurea sullarea tra la bassa Val Vermenagna e lalta valle del Tanaro60 che permisero di delineare con sufficiente chiarezza la situazione linguistica di questo settore alpino.

F. FONTAN, La Nation Occitane: ses frontires, ses rgions, 1969, edizione italiana 1977, traduzione G. Giordana. 58 AIS (Atlante Italo Svizzero): K. JABERG, J. JUD, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Sdschweiz, Ringier & Co. A.G., Zofingen, 1928-1940. 59 ALI (Atlante Linguistico Italiano): M. BARTOLI et alii, vol. 1-3, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1995-1997 a cura di L. MASSOBRIO et alii. Archivio presso lIstituto dellAtlante Linguistico Italiano, Universit di Torino. 60 G. CANOVA, Analisi delle caratteristiche fonetiche delle parlate locali dellAlta Valle del Tanaro, Universit di Torino, a.a. 1971-72; M.L. DE CAROLI, Sopravvivenze alpino-provenzali nella parlata della Valle Pesio, Universit di Torino, a.a. 1971-72; B.M. GULI, Resti della parlata provenzaleggiante nella fascia pedemontana tra la Stura e lEllero, Universit di Torino, a.a. 1971-72; L. MARENCO, Descrizione delle parlate provenzaleggianti delle valli monregalesi, Universit di Torino, a.a. 1970-71; G. PRIALE, Il parlare del ki nellalta Valle dellEllero, Universit di Torino, a.a. 1972-73.
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In particolare, il comune di Peveragno, con alcuni paesi limitrofi, stato investigato da Bianca Maria Gul nella sua tesi di laurea presentata per lanno accademico 1971-1972 presso lUniversit di Torino dal titolo: Resti della parlata provenzaleggiante alpina nella fascia pedemontana tra la Stura e lEllero. Sicuramente la parlata di Peveragno, con quelle dei vicini comuni di Boves e di Chiusa Pesio, da considerarsi a base occitana sebbene abbia subito una forte piemontesizzazione. La situazione di Peveragno assai simile a quella presente in buona parte dei comuni di fondovalle a diretto contatto con le aree piemontesi, tanto che per questarea intermedia stato da tempo coniato il termine di area grigia. Tuttavia, a Peveragno le caratteristiche fonetiche della parlata occitana sono decisamente pi marcate: per esempio, linfinito dei verbi della prima coniugazione < -are (parlare > parl; plorare > pir) a differenza del piemontese che presenta lesito (< are). Il peveragnese non conosce la dittongazione della vocale tonica (< , latine) in ey, tipicamente piemontese: tela > pev. tela, piem. teyla; bevi! > pev. beou!, piem. beyv!; pipere > poure, piem. peyver, patella > pev. pela, piem. peyla; sapere > pev. sav, piem. savey; e conserva quindi una caratteristica fonetica delloccitano.

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Unaltra caratteristica decisamente alpina legata all esito del suffisso latino -atore > -adou(r), generalmente ridotto in alpino a -our > oour > -our, ecc. Nel peveragnese lesito -ou: pourtou 'che porta' ( il tralcio fruttifero della vite e delle piante da frutto in genere), trouplou 'segone a due manici', nazou 'stagno per la macerazione della canapa', lavou 'lavatoio', mboutou 'imbuto', soutrou 'becchino', rablou 'strascino'. Lesito adou(r) presente in pochissimi casi, come nelle voci casado(r) 'cacciatore' e murado(r) 'muratore'. Nellarea piemontese vi stata, per influenza dallarea padana, una restaurazione della desinenza -adour, tant che in certe valli alcuni termini sono presenti esclusivamente in forma restaurata (muradour, pscadour, casadour) penetrata da est grazie alla cosiddetta corrente lombarda: infatti un tempo larea prospiciente le valli conosceva forme lenite (pescou/pescou61/pescour, casou, casou) ancora presenti qua e l nella pianura pinerolese-cuneese. Il peveragnese, come il gallo-romanzo, riduce inoltre i nessi latini qu+a > ca e qu+e/i > qui, a differenza del piemontese che mantiene la labiale: quando > pev. cant, piem. quand; quasi > pev. squzi, piem. quaysi; quattro > pev. cat, piem. quat; quaranta > pev. caranta, piem. quaranta; coagulare > pev. cai, piem. quay; coagulo, caglio > pev. cai, piem. quay.

pscou a Peveragno usato in forma aggettivale: jari pscou 'topo pescatore, topo dacqua'
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La parlata di Peveragno possiede poi unalta percentuale di parole che presentano lesito palatale ch < k + a: chat 'gatto', piem. gat; chelia 'coda dellaglio, della cipolla'; brochu/ brocha 'rametto, stecco'; rauch/ raucha 'rauco/-a'; chafarc 'rastrelliera',62 chastre 'racchette per la neve'; bachas 'pozzanghera'; bachassa 'vasca',63 chom 'meriggiare', nel significato locale di 'ristagnare' (detto dellacqua e del fuoco); javla 'mannello di spighe'; jari 'topo'; grba 'covone'; janavl 'barbagianni, allocco, animale dalle penne arruffate'.64 Un altro fenomeno, sicuramente da ricondurre alla matrice galloromanza occitana, quello relativo al trattamento del gruppo consonantico latino ng- davanti a vocale palatale, che presenta lesito nh-, di contro a quello piemontese nz- : punhe 'pungere'; unhe 'ungere'; tnhe 'tingere'; junhe 'attaccare, aggiungere'. Inoltre, il peveragnese non conosce la velarizzata in posizione intervocalica, ma ne conserva il tratto alveolo-dentale tipico dellarea occitana, in contrapposizione al torinese e alla vicina area monregalese; velarizzata invece presente, come in tutta larea gallo-romanza, in posizione finale: bou 'buono' (ma bouna 'buona'), vi 'vino', bisou 'cespuglio', gri 'maiale'.

F. BRONZAT, Problemi di interazione linguistica tra Saluzzo e Pinerolo, Universit di Torino, a.a. 1998-99, pag. 194, carta 75. 63 F. BRONZAT, Problemi di interazione linguistica tra Saluzzo e Pinerolo, Universit di Torino, a.a. 1998-99, pagg. 136, 137, 138, carte 27 e 28. In peveragnese la forma femminile pi utilizzata con valore aggettivale generalmente riferita a sughi o condimenti molto abbondanti. 64 Proverbio: pr brut quu sie l janavl pr pare e mare u sampe bl. A Peveragno si per perso il valore primitivo e si pensa si tratti di un bruco o di un animale simile.
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Come nelle vicine valli Stura, Gesso e Vermenagna, presente anche a Peveragno, lepentesi di d- nel nesso secondario latino -n(e)r-, che ricorre nella maggior parte delle parlate occitane: sndre 'cenere', vendre 'venerd', gendre 'genero'. Sono inoltre conservate forme come alegre 'allegro'; stambre 'settembre'; outoubre 'ottobre', nouvambre 'novembre', vedre 'vetro'. La parlata di Peveragno, unitamente a quella delle valli del ki, della Val Pesio e delle vicine Valli Vermenagna e Gesso, presenta una caratteristica evoluzione fonetica del dittongo ay, che (come in francese) monottonga in : piem. layt, pev. lt 'latte'; piem. fayt, pev. ft 'fatto (participio passato)'; piem. braye, pev. bre 'pantaloni'; piem. fyayr, pev. fir 'puzzare'; piem. vayre, pev. vre 'poco'. Conserva poi molti elementi lessicali che ci riconducono a forme in uso in altre valli alpine di cultura occitana, quali: artezn 'rododendro', jap 'abbaiare', toumb 'cadere', gode 'inghiottire', creze 'credere', mastra 'madia', careia 'sedia', cuie 'cucchiaio', rum 'crosta della polenta', foudl 'grembiule', tub 'fumare', tuba 'fumo', tubaiera 'fumo intenso', stupe 'spegnere', a lubai 'allombra, a mezzanotte', brusc 'favo, acerbo', ous 'pungiglione', luzerna 'lucciola', arabrnt 'salamandra', slusi 'lampo', gurbina 'gerla', gorja 'grondaia', cuvrt 'tetto', sanha 'acquitrino', iamunt / iaval 'a monte / a valle', besoun 'gemello', pia 'ascia', de 'dito', de chot 'dito mignolo', tripa 'pancia', chichu/ chicha 'pupazzo, bambola, bambino/a', coura 'quando', dalonh 'lontano', piv 'solco'.

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E, ancora: i numerali ounze 'undici', douze 'dodici', trze 'tredici', sze 'sedici'; finde 'persino'; mar 'cattivo'; jvs 'gioved' forma presente in molti punti delle basse valli occitane; moucans 'fazzoletto'; liri 'giglio'; sounaia 'campano'; bijun 'resina'; cuspa 'listerella di legno per la confezione di cesti, rouzin 'piovigginare', garb 'buco' e garb 'bucare, forare'. Dal punto di vista morfologico, presenta il plurale metafonetico che interessa soprattutto le parole maschili che contengono la vocale o (om 'uomo' > mi 'uomini'; pialt 'accetta' > pialt 'accette') o la vocale a (camp 'campo' > qump 'campi'; tant 'tanto' > tnti 'tanti'). Il fenomeno diffuso in ampie zone del Piemonte, soprattutto in bassa Val Sesia, tra la bassa Val Po e il monregalese, nel brigasco. Inoltre, il plurale in ai passato a nei participi passati maschili e femminili: per esempio, jurne 'giornate'; pre 'prati'; aruve 'arrivati'. Infine una peculiarit del dialetto peveragnese la negazione nhant, che si differenzia da quella piemontese nen. In applicazione della legge n. 482 del 25 novembre 1999 Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, il 12 giugno 2000 il Comune di Peveragno, con delibera n. 35 del Consiglio Comunale, ha espresso il proprio parere favorevole affinch il Consiglio Provinciale di Cuneo nel provvedere alla delimitazione dellambito territoriale in cui si applicano le disposizioni di tutela della minoranza storica occitana, vi comprenda anche il territorio peveragnese.

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CAPITOLO III IL LESSICO DI ORIGINE GERMANICA

III.1 - IL MONDO ANIMALE

Nella sfera semantica degli animali ho analizzato non solo gli zoonimi, peraltro poco numerosi, ma anche verbi relativi al comportamento animale e termini indicanti oggetti e attrezzi strettamente legati alle attivit della caccia o dellallevamento.

aiassa, s.f. 'gazza' aiasn, s.m. 'callo' Si pu risalire a una voce germ. *agatj 'gazza', da confrontare con la radice ie. *ak- 'tagliente, aguzzo, angoloso'65 (cfr. per es. sanscrito acri-h 'angolo, spigolo'). Per quanto riguarda levoluzione semantica dalla radice

indoeuropea probabile che una qualit di una parte dellanimale si sia trasferita a indicare lanimale stesso.66 Secondo Llyoyd-Springer, il riferimento alla punta della coda.67

Per lindicazione delle radici indoeuropee mi sono servita principalmente di: J. POKORNY, Indogermanisches etymologisches Wrterbuch, Francke Verlag, Bern und Mnchen, 1959 e A. WALDE, Vergleichendes Wrterbuch der Indogermanischen Sprachen herausgegeben und bearbeitet von Julius Pokorny, Walter de Gruyter & Co., Berlin und Leipzig, 1930. 66 procedimento comune evidenziare nel nome i caratteri morfologici denominando piante e animali in base alle loro caratteristiche visibili come la forma o il colore. Cfr. G. L. BECCARIA, op. cit., pag. 22 e segg. 67 A.L. LLOYD O. SPRINGER, Etymologisches Wrterbuch des Althochdeutschen, Gttingen Zrich 1988, s.u. agalstra.
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vero per che la gazza ha una coda piuttosto arrotondata, ma molto lunga, pi del corpo, e graduata. La caratteristica che ha permesso il passaggio semantico potrebbe perci essere laffilatura della coda dovuta alla lunghezza. Il termine trova corrispondenza nellata. agaza, con lestensione agazzala che ha dato la forma ted. regionale Atzel. Le voci ata. agalstra, atm. agelster, sass.a. agastria sarebbero derivate invece da unaltra radice germ. *agalstr, *agalstrn . Esistono anche forme semplificate come ata. aga, ags. agu.68 Lorigine del termine in peveragnese non risulta chiara. Levi fa riferimento a una antica voce germanica, senza indagare oltre.69 Gamillscheg riporta il termine piemontese ajassa come derivato da una forma gotica *agatja, ma non esclude la possibilit di unorigine longobarda.70

Per quando riguarda le parole germaniche mi sono servita di dizionari relativi alle varie lingue germaniche alle singole voci. In particolare per le voci gotiche: G. KBLER, Gotisches Wrterbuch, E.J. Brill, Leiden New York Kbenhavn Kln, 1989; F. HOLTHAUSEN, Gotisches etymologisches Wrterbuch mit Einschluss der Eigennamen und der gotischen Lehnwrter im Romanischen, Carl Winters Universittsbuchhandlung, Heidelberg, 1934; W.P. LEHMANN, A Gothic etymological dictionary (based on the third edition of Vergleichendes Wrterbuch der Gotischen Sprache by Sigmund Feist), E.J. Brill, Leiden, 1986; S. FEIST, Etymologisches Wrterbuch der gotischen Sprache mit Einschluss des sog. Krimgotischen, Verlag von Max Niemeyer, Halle a.S., 1909; per le voci alto tedesche antiche: G. KBLER, Wrterbuch des althochdeutschen Sprachschatzes (WAS), Ferdinand Schningh, Paderborn - Mnchen Wien Zrich, 1993; ed inoltre: J. und W. GRIMM, Deutsches Wrterbuch, Verlag von S. Hirzel, Leipzig, 18541961, XVI voll.; F. KLUGE, Etymologisches Wrterbuch der deutschen Sprache, 22. Auflage unter Mithilfe von Max Brgisser und Bernd Gregor vllig neu bearbeitete von Elmar Seebold, Walter de Gruyter & Co., Berlin New York, 1989. 69 A. LEVI, op. cit., s.u. aiasa. 70 E. GAMILLSCHEG, Romania Germanica (RG). Sprach- und Siedlungsgeschichte der Germanen auf dem Boden des alten Rmerreichs, Walter de Gruyter & Co., Berlin 1934-1936, III, 39 e IV, 50.
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In effetti, la sibilante interna potrebbe rappresentare lesito di una forma longobarda, per cui propenderei per questipotesi. Il diminutivo del termine aiassa, reso con il suffisso in, sta a indicare in peveragnese, come in piemontese, 'il callo' dei piedi. Si tratta di una metafora implicita, in quanto la denominazione andr intesa come un originario i aiasn cio 'occhio di gazza', con uno sviluppo di significato traslato dovuto alla forma circolare e tondeggiante del piccolo callo dei piedi, che pu essere paragonata a quella dellocchio delluccello (occhio vale anche in it. 'gemma, foro o apertura circolare'). Si pu confrontare con diversi nomi popolari del callo come occhio pollino, occhio di gallina, occhio di tacchina, occhio di pernice ed anche occhio di pesce.71 Anche in tedesco il callo ai piedi Hhnerauge; esiste inoltre la forma regionale Elsterauge.72

brta, s.f. 'gazza' Si tratta di unaltra denominazione della gazza, oggi pi comune rispetto ad aiassa. Deriva dal nome proprio germanico Berta (Bertha), tipico delle donne longobarde, formato dalla radice ie. *bherek 'splendere, brillare' (cfr. per es. cimrico berth 'splendido, bello'). Indica nei vari dialetti italiani diversi tipi di uccelli;73 probabilmente il nome proprio fu attribuito a questi animali con la connotazione di 'chiacchierone,

M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit., s.u. ajasn. G. DROSDOWSKI (unter der Leitung von), Das Groe Wrterbuch der deutschen Sprache in acth Bnden, 2.Auflage, Dudenverlag, Mannheim Leipzig Wien Zrich, 1993-1995, s.u. Elster. 73 Oltre al significato di 'gazza', con berta vengono indicati 'la ghiandaia' (voce toscana, ligure, piemontese e lombarda) e lairone' (voce esclusivamente toscana). Cfr. M. CORTELAZZO P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI), Zanichelli, Bologna, 1979, s.u. berta3.
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ciarliero' o, pi genericamente, con senso spregiativo.74 Data la diffusione del nome proprio tra i longobardi e limplicazione spregiativa del termine derivato, credo che si possa attribuire allo zoonimo berta unorigine longobarda. In peveragnese molto usata lespressione f la berta 'rubare', riferito generalmente ad animali (in particolare al gatto).

bouc, s.m. 'montone, ariete' Cfr. ata. boc, ted. mod. Bock 'montone, maschio di capriolo, camoscio', ags. buc, ingl. buck 'maschio di cervo, daino', ol. bok, norr. bukkr, bokkr, dan. buk, sved. bock; con altri suffissi ags. bucca, norr. bokki, confrontabili con sanscr. bukkah, avest. bza-, irl.m. bocc. Si pu risalire a una radice ie. *bhugo- 'caprone, montone'. Il termine peveragnese, comune al piemontese, deriva probabilmente dal franco bukk,75 cfr. fr. bouc. A sua volta la parola franca, che attestata nella Lex Salica,76 potrebbe avere unorigine propria germanica oppure essere un prestito dal gallico *bucco; questipotesi, che non si pu scartare del tutto, non sembra per giustificabile da un punto di vista semantico77 in quanto il termine designava un animale dallevamento piuttosto comune e quindi i Germani avrebbero dovuto avere una loro voce per indicarlo. Non da

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Berta indic in origine la donna adultera perch il nome tipico femminile degli invasori serv come arma doffesa sulla bocca degli oppressi. Cfr. G. BERTONI, Lelemento germanico nella lingua italiana, A.F. Formiggini, Genova, 1914, pag. 239. 75 Cfr. REW 1378. 76 FEW, cit., s.u. *bucco. 77 F. KLUGE, op. cit., s.u. Bock.
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escludere che con larrivo dei Franchi in Gallia, il loro termine si sia unito e sovrapposto ad una voce gallica gi esistente, di ugual suono e significato.78

cancoura, s.f. 'maggiolino' Deriva da ata. Kevar > ted. Kfer 'maggiolino' a noi pervenuto verosimilmente per mediazione del provenzale:79 cfr. anche sass.a. kevera, ags. ceafer < germ. *kabra-, *kebra-. Originariamente la radice indicava il movimento rumoroso delle mascelle nellatto di 'divorare, masticare'; il maggiolino veniva indicato anche come 'divoratore'.80 Levi spiega la composizione della parola attribuendo a can- il valore di sillaba di raddoppiamento.81 Can potrebbe valere per cane (< lat. canis), termine usato spesso per indicare altri animali.82 Un esempio molto interessante rappresentato dalle voci fr.a. honine 'bruco' che deriva dal franco *hunnina 'cagnetta' e fr. moderno chenille 'bruco' che deriva invece dal latino popolare *canicula 'piccolo cane', diminutivo di canis.83 Lidentificazione del bruco con la cagnetta si ritrova quindi sia in area germanica, sia in area romanza anche se una spiegazione soddisfacente non ancora stata trovata.84
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FEW, cit. s.u. *bucco. J. GILLIERON - E. EDMONT, Atlas linguistique de la France (ALF), Honor Champion diteur, Paris, 1903, carta n. 683. 80 F. KLUGE, op. cit. s.u. Kfer. 81 A. LEVI, op. cit., s.u. cunquara. 82 FEW, op. cit., vol. II1, s.u. cancula. 83 E. GAMILLSCHEG, Etymologisches Wrterbuch der franzsischen Sprache, Carl Winter Universittsverlag, 2. vollstndig neu bearbeitete Auflage Heidelberg, 1969, s.u. chenille. 84 A. REY (dirige par), Le grand Robert de la langue franaise, deuxime dition du Dictionnaire Alphabtique et analogique de la langue franaise de Paul Robert, Paris, 2001, s.u. chenille, attribuisce questo passaggio semantico alla somiglianza della testa della larva con quella di un cane. Personalmente, non credo che questa ipotesi sia molto verosimile. Cfr. anche R. CAPRINI, Nomi del bruco in area
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Per quanto riguarda il peveragnese cancoura, laccostamento cane maggiolino potrebbe essere motivato dalla comune identificazione come animali che divorano. Il termine cunquara si riscontra anche in piemontese, accanto ad altre due designazioni del maggiolino di probabile origine germanica: ghebra e givo. Mentre ghebra totalmente assente dal dialetto peveragnese, giou significa invece 'mozzicone di sigaretta'.85

stroup,

s.m.

'gregge

di

pecore

capre',

'quantit

di

persone,

assembramento, raggruppamento' Cfr. got. arp 'campo', ata. dorf, ted. Dorf 'villaggio, paese', sass.a. thorp, ol. dorp, ags. orp, ingl. thorp, fris.a. thorp, norr. orp 'mucchio branco', dan. torp (in alcuni toponimi), sved. torp < germ. *urpa 'villaggio, podere', forse collegabile a una radice ie. *trb- (cfr. irl. treb 'casa', cimrico athref 'abitazione'). In piemontese e, conseguentemente, in peveragnese, la voce giunta tramite il prov. estrop 'gregge, stormo di uccelli'86 < fr.a. trope 'gruppo di persone' < franco thorp, con laggiunta di s protetico e metatesi di r. Accanto al significato originario della parola franca 'raggruppamento, villaggio', si afferma presto anche quello di 'gregge'. La pi antica

romanza: rileggendo il bruco di Richard Riegler, in Quaderni di Semantica XX, 1999, pagg. 209-223. 85 A.LEVI, op.cit. s.u. givu. Levi giustifica il passaggio semantico con una certa somiglianza tra lanimale e il mozzicone. Allo stesso modo il maggiolino detto sigaro nelle Hautes Alpes (ALF, carta n. 683, Punto 868). 86 Cfr. REW 8938 e M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit., s.u. strp.
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attestazione si ritrova nella Lex Alamannorum con il significato di 'mandria di cavalli'.87 La voce ha poi acquistato lulteriore significato di 'molto, quantit': cfr. it. troppo. Dalla seconda met del quindicesimo secolo stata inoltre estesa a un significato militare e dal francese passata a molte lingue europee: cfr. it. truppa, sp. e port. tropa, ingl. troop, ted. Truppe, ol. troep. Nel dialetto di Peveragno stroup indica sia un gregge di animali, per lo pi pecore o capre, sia un assembramento di persone; normalmente per evitare equivoci di comprensione nel secondo caso si aggiunge un elemento di specificazione e si dice n stroup d jant che letteralmente significa 'un gregge di gente'.

jouc, s.m. 'trespolo, posatoio per le galline' a jouc, loc. avv. 'salire sul posatoio' (dicesi delle galline)' njoucase, v. intr. 'appollaiarsi' La parola peveragnese, comune al piemontese88, deriva da jouc, variante alpina di prov. m. jou < franco jk col doppio significato di 'giogo' e 'bastone del pollaio'89 < germ. *juka- 'giogo'. sostantivo germanico comune: got. juk,

op. cit. da FEW, cit. s.u. thorp: in truppo de jumentis. Con il significato di 'gregge' la voce sopravvive in altri dialetti del nord Italia dove forse discendenza longobarda, cfr. lomb.a. tropo, mil. trpa, gen.a. tropo. (Dove non ho specificato il numero di volume del FEW, i lemmi germanici si ritrovano alle singole voci nei voll. XV, XVI e XVII Germanische Elemente). 88 A. LEVI, op. cit., s.u. giuch 89 M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit. s.u. gicu.
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ags. geoc, ata. joh, sass.a. juk, ingl. yoke 'giogo', ted. Joch, ol. juk, norr. ok, dan. g, sved. ok.90 Si pu risalire alla radice ie. *jug- 'legare,congiungere' confrontabile con sanscr. yugm, gr. zygn, lat. jugum. La forma franca jk attestata nella Lex Salica relativamente allallevamento dei polli.91 In peveragnese la locuzione avverbiale a jouc ha assunto, per estensione, il significato di 'ritirarsi, andare a letto' che si usa in ambito familiare riferito alle persone (nd a jouc 'andare a dormire'). Allo stesso modo il verbo che ne deriva significa 'appollaiarsi' anche in senso metaforico; si usa per esempio njoucase per dire 'salire in macchina'.

grpia, s.f. 'mangiatoia' germ. occidentale *kribjn 'greppia' > ata. krippa, atm. krippe, ted. Krippe 'greppia, mangiatoia, presepio', sass.a. Kribbia, fris.a. cribbe, ags. cribb > ingl. mod. crib. Incerta lorigine: forse il sostantivo va accostato, con il senso primario di 'intreccio', alla rad. ie. *ger- 'attorcigliare' (cfr. sanscr. grapsa-h 'fascio, mannello', lat. corbis). Del sostantivo appaiono in area germ. anche varianti per quanto riguarda sia le consonanti (cfr. ata. kripfa, atm. kripfe) sia le vocali

90

P. SCARDIGLI T. GERVASI, Avviamento alletimologia inglese e tedesca. Dizionario comparativo dellelemento germanico comune ad entrambe le lingue, Le Monnier, Firenze, 1978, s.u. yoke-Joch. 91 RG, cit., II, 94.

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(cfr. ags. crybb, btm. krubbe > dan. krybbe, sved. krubba).92 Esistono inoltre forme regionali con u/.93 Le voci dialettali peveragnese grpia, piem. grpia, genovese grpia, lombardo grpia, veneto ed emil. crpja 'greppia' derivano probabilmente dalla variante longobarda *kruppja, mentre da quella franca *krippja dipende it. greppia.94 Il long. *kruppja si incrociato con un prestito francone allotropo *krippja di larga penetrazione nel mondo romanzo. Questa mutuazione francone dimostra che il prestito non stato accolto per il solo intervento dei Longobardi, ma per la generale situazione creatasi con le invasioni dei Germani che introdussero una particolare cura nellallevamento del bestiame e in special modo dei cavalli.95 Si pu osservare che allocclusiva sorda germanica corrisponde, nelle forme romanze, unocclusiva sonora; probabilmente tale sonorizzazione iniziale dovuta allinflusso della vibrante.

bram, s.m. 'grido di animale, o di persona che sta male' bram, v. intr. 'gridare, detto di suono emesso da vari animali' Cfr. ata. breman, atm., ted. brummen < germ. *breman, 'muggire'; cfr. ie. *bhrem- 'sonare, risonare'; *bher- 'ronzare, brontolare, muggire' (cfr. sanscr.

92 93

P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit. s.u. crib-Krippe. F. KLUGE, op. cit. s.u. Krippe. 94 C. BATTISTI G. ALESSIO, Dizionario etimologico italiano (DEI), G. Barbera Editore, Firenze, 1950-1957, s.u. gruppia2 e greppia; M. CORTELLAZZO C. MARCATO, op. cit. s.u. grpia. 95 C.A. MASTRELLI, La terminologia longobarda dei manufatti in Atti del convegno internazionale sul tema: La civilt dei Longobardi in Europa, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1974, pag. 262.
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bhrmati 'essere irrrequieto', latino fremere, cimrico brefu 'muggire'). Gamillscheg annovera la voce *bramn tra i pi antichi elementi gotici entrati nel latino medievale e riferisce la presenza di forme derivate in molti dialetti italiani (piem. bram 'urlare di fame', sbramas 'urlare, sbraitare', lomb. brma 'malattia delle mucche che hanno mangiato troppo trifoglio fresco' e di conseguenza gridano dal dolore).96 La distribuzione geografica del termine e dei suoi derivati rende accettabile lipotesi dellorigine gotica formulata da Gamillscheg (cfr. anche fr. bramer,97 prov.a., cat. bramar, sp., port. bramar).98 Il termine presente anche in italiano bramare 'desiderare ardentemente' < 'urlare per fame, perci desiderare ardentemente', 'urlare dal desiderio'. Il significato originario conservato solo nelluso letterario con il verbo bramire 'urlare detto di bestie selvatiche, specialmente del cervo'.

lap, v. tr. 'bere o mangiare avidamente (normalmente detto di animali)' Cfr. ata. laffan, atm. leffen 'leccare, mangiare rumorosamente', ags. lapian, ol.m. lapen, sved.a. lapa, isl., norv. lepja 'leccare rumorosamente come un cane' < germ. *lapan 'leccare, bere, mangiare rumorosamente' < ie. *lab-, *labh- (cfr. armeno lapel 'leccare', lat. lambre).

RG, cit., III, 35. Il termine in Francia molto vivo solamente in occitano e franco-provenzale il che potrebbe essere una conferma dellorigine gotica. Cfr. P. IMBS B. QUEMADA (sous la direction de), Trsor de la langue franaise. Dictionnaire de la langue du XIXe et du XXe sicle (1789-1960), Centre National de la Recherche Scientifique, Paris, 1971-1994, tomo 4, s.u. bramer. 98 FEW, cit., s.u. *brammn.
97

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Levi ne attribuisce lorigine a una base onomatopeica propria delle lingue germaniche99 e Gamillscheg fa riferimento a una voce franca lapan.100 Il Bertoni la indica invece come voce dei dialetti settentrionali con significato di 'lambire',101 e la ritiene probabilmente connessa (insieme con prov., cat. lepar, fr. laper) al germ. *lappa, ipotizzandone unorigine gotica in Italia. Mi sembra chiaro che si tratti di una voce onomatopeica riproducente il rumore delle labbra mentre si beve o si lecca qualcosa avidamente; per questa ragione non credo che sia possibile indicare una specifica lingua germanica di penetrazione.102

brut, v. tr. 'brucare' Si pu risalire alla radice germ. *brust- 'bocciolo, germoglio', dal quale si ricostruisce il verbo germ. *brustjan, attestato, in ambito germanico, soltanto nel sass.a. brustian 'germogliare'.103 Si tratta di una voce ricostruita come capostipite di una grande famiglia semantica presente attualmente solo nel gallo- e ibero-romanzo e quindi diffusa geograficamente solo nella Francia meridionale (prov. brot, broton 'germoglio'), nel Nord della penisola iberica (cat. brot 'germoglio', sp. brote

A.LEVI, op. cit. s.u. lap. RG, cit., II, 121. 101 G. BERTONI, op. cit., pag. 146. Il significato di 'lambire' esiste anche in peveragnese: per es. l scarpe a lapou vuol dire 'le scarpe sono larghe, il piede muove dentro la scarpa'. 102 Partendo dalla constatazione che il verbo lappare molto diffuso sia nelle lingue germaniche, sia in quelle romanze, il FEW ipotizza che entrambe le famiglie linguistiche abbiano sviluppato, indipendentemente luna dallaltra, una radice onomatopeica identica in significato e suono. Cfr. vol. V, s.u. lappare. 103 FEW, cit., s.u. *brust.
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'germoglio') e in Piemonte (piem. brot 'germoglio'104) e che sembra derivare dal tema verbale ie. *bhreu 'germogliare, gonfiare'. Il verbo *brustjan ha perso il significato originario di 'germogliare' ed ha sviluppato nel galloromanzo quello di 'brucare' (fr.a. broster 'mangiare sul posto le foglie degli alberi e lerba' > fr. brouter, prov. brostar 'brucare'). Il passaggio semantico non del tutto chiaro ma comprensibile, considerando la propensione degli animali a brucare i giovani polloni. Le forme piemontese brout e peveragnese brout sono derivate dal provenzale; non ci sono per elementi sufficienti a stabilire se quetultima sia voce gotica o franca.105

rasp v. tr. 'raspare' Si ricostruisce una forma germ. *raspn 'raccogliere' > ata. raspn, atm. raspen, ol. raspen. In tutte le lingue romanze, a eccezione del romeno e del sardo, si ritrovano verbi derivati da questa radice. quindi presumibile che la voce sia entrata ben presto nel latino medievale,106 pur non essendoci elementi sufficienti a stabilire quale lingua germanica antica abbia fatto da tramite. In particolare, in peveragnese questo verbo usato nellespressione l galine a raspou 'le galline raspano'.

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Cfr. peveragnese but 'germoglio', cap. III.2. FEW, cit., s.u. *brust. 106 FEW, cit., s.u. raspn.
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grif, s.m. 'trappola, tagliola' ngrinf(i), v.tr. 'ghermire, afferrare con le unghie' ngrinf(i)ase, v. rifl. 'aggrapparsi, ghermire' Probabilmente connesso alla caccia con il falcone, questo vocabolo stato fatto derivare dal long. *grfan 'afferrare', *grif 'artiglio'107 < germ. *greipan108 'prendere, afferrare'< ie. *ghreib- 'prendere, afferrare, catturare' (cfr. lituano griebi 'afferrare'). Cfr. ted. Griff 'presa, manico', ingl. grip 'presa, impugnatura'. Si possono confrontare inoltre le forme verbali ata. grfan, atm. grfen, sass.a. gripan, ags. grpan, ingl. gripe 'afferrare, tener fermo', ted. greifen 'prendere, pigliare, stendere la mano per afferrare', fris. a. grpa, ol. grijpen; norr. grpa, dan. gribe, sved. gripa. Il sostantivo peveragnese grif ed i verbi derivati ngrinf(i), ngrinf(i)ase presentano la fricativa labiale, dimostrando una derivazione diretta dal longobardo. Diversamente per le voci di significato corrispondente prov. gripar, piem. grip, grip, grinp 'ghermire', lomb. gripp 'acchiappare', che presentano occlusiva sorda, si pu ricostruire una voce gotica *greipan.109 Il prefisso n (piem. an) corrisponde allitaliano in ed prefisso verbale con funzione generalmente derivativa, serve cio alla formazione di verbi tratti da aggettivi o sostantivi.

V. GRAZI et alii, I Longobardi e La Lombardia, Milano Palazzo Reale, 1978, pag. 55. 108 Dal grado ridotto della radice germ. *greipan si ricavano ata. grif, ags. gripe, norr. grip, dan. greb, sved. grepp; mentre dal grado O (*graip) si hanno ol.m. grpe > ol. greep 'presa', ags. grp 'pugno', ata greifa 'forca', norr. greip 'mano'. Cfr. P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. grip-Griff. 109 RG, cit., III, 42. Il FEW attribuisce per anche queste forme nord-italiane al longobardo, s.u. *grpan.
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trapa, s.f. 'trappola'110 Cfr. ags. treppe 'trappola', ingl. trap, ol.m. trappe 'laccio, trappola', bt. or. treppe 'gradino di una scala', bt. occ. trappe, forse riconducibili ad una radice ie. *dreb- 'calpestare, correre'. Nelle lingue germaniche la parola ha, sin dallinizio, due significati: da un lato, indica la trappola vera e propria utilizzata per la cattura degli animali; dallaltro, la copertura di una cavit, generalmente unasse, designa cio uno degli elementi che vengono impiegati per costruire una trappola.111 La pi antica attestazione si trova nella Lex Salica VII, 6 dove trappa vuol dire 'trappola per uccelli', significato che trappe, in francese, mantiene tuttora.112 probabile che i romani abbiano imparato a conoscere nuovi metodi e attrezzi di caccia dai germani, in questo caso dai Franchi, e insieme alla nuova tecnica ne abbiano acquisito anche il nome. La parola si diffusa nelle lingue romanze: cfr. prov. a. trappa, fr.a. trappa 'trappola', fr. trappe 'trabocchetto, covo o tana di lupo', it. trappola. In peveragnese la voce giunta per il tramite del provenzale. In piemontese trapa significa anche 'rete da fieno'; si tratta di particolari reti che hanno una chiusura di legno simile alla bocca di una tagliola e servono per raccogliere e trasportare il fieno. Il FEW ipotizza che il passaggio semantico sia giustificato dal fatto che con il fieno si costruivano delle trappole (probabilmente coprendo grossi buchi scavati nel terreno).

Con il significato di 'botola, grossa apertura in un solaio' vedere cap. III.5. FEW, cit., s.u. trappa. La trappola sarebbe unasse, un gradino su cui lanimale sale o appoggia la zampa e viene di conseguenza catturato. Cfr. anche Rev. W. W. SKEAT, An etymological dictionary of the English language, Clarendon Press, Oxford, 1909, s.u. trap. 112 cit. da FEW, cit., s.u. trappa: Si quis aviculam de trappa furaverit
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III.2 - ELEMENTI DELLA NATURA

lama, s.f. 'pozza dacqua in un torrente o fiume' long. lma, *hlama 'fossa, piscina, stagno'. Cfr. sass.a. hlamn, ags. hlemman, forse riconducibili alla radice ie. lmo- 'fangoso, melmoso'. La forma lama attestato in Paolo Diacono I, 15 col senso di 'piscina, stagno'113 per cui stata ipotizzata unorigine longobarda.114 Gamillscheg riporta le corrispondenze in diversi dialetti italiani: piem. lama, Brescia, Venezia lama 'terreno ripido', Bologna slamar 'crollare, cedere', Metauro alam 'far crollare', Teramo lame 'avvallamento nel terreno'.115

biza, s.f. 'vento gelido' ata. bsa 'vento del nord, vento di tempesta',116 atm. bse, ted. dialettale Bise, sass.a. biosa < germ. *bsjo 'vento del nord, turbine' forse collegabile alla radice ie. *bhs- 'infuriare (di tempesta)' cfr. per es. sanscr. bhysat 'aver paura'.

C. MEYER, Sprache und Sprachdenkmler der Langobarden, Druck und Verlag von Ferdinand Schningh, Paderbon, 1877, pag. 10 e pag. 294. 114 G. BERTONI, op., cit. pag. 144 conferma questipotesi, mentre il DEI, op. cit. s.u. lama presuppone una derivazione dal lat. lma, forse relitto medirettaneo. 115 RG, cit., IV, 55. 116 RG, cit., II, 119 sostiene che la voce germanica bsa continui in forma aggettivale nel prov., fr. bis, it. bigio e come sostantivo nel fr. bise e it. sett. bisa 'vento del nord'. La stessa corrispondenza suggerita da F. DIEZ, Etymologisches Wrterbuch der romanischen Sprachen, Adolph Marcus, Bonn, 1869-1870, s.u. bigio, ma la questione rimane oscura.
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Nel dialetto piemontese e, di conseguenza, nel peveragnese la voce riproduce il prov. biso e il fr. bise,117 forme che risalgono a loro volta allalto tedesco antico.118

rsca (arsca), s.f. 'spina di pesce, lisca' Questa forma potrebbe essere il risultato dellincontro tra germ. *liska 'erba di palude, giunco' e lat. arista 'spiga'.119 Il passaggio semantico sarebbe dovuto alla somiglianza della colonna vertebrale del pesce con i resti della spiga. In peveragnese si conosce solo questo significato mentre in piemontese esistono due forme lsca e lisca (o lesca) probabilmente derivanti da long. *liska, con due significati distinti: 'fusto derba, spina, carice' la prima, 'fetta ritaglio' la seconda.120

mouta, s.f. 'zolla, palla di neve' Si ammette comunemente che questa voce sia dorigine germanica come il fr.a. mote 'collina, altura', fr. motte 'zolla', prov.a. mota 'castello, opera di difesa', sp. port. mota 'monticello', svizz. motte, 'zolla'.121 Si risale ad un germ. *motta 'mucchio di terra' > atm. mot 'terra nera', btm. mudde, ol. modde.122

Anche lingl. bise forma adottata dal francese. Cfr. J. A. SIMPSON E.S.C. WEINER (prepared by), The Oxford English dictionary, Clarendon Press, Oxford, 1989, s.u. bise. 118 G. BERTONI, op. cit., pag. 90. 119 A. LEVI, op. cit., s.u. rsca. 120 G. BERTONI, op. cit. pag. 149. 121 G. BERTONI, op. cit. pag. 159, s.u. motta; cfr. anche A. LEVI, op. cit., s.u. motta e REW 5702. 122 F. DIEZ, op. cit., s.u. motta.
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La parola potrebbe per derivare da una radice pre-latina *mtt 'altura' con origini pre-indoeuropee.123 Letimologia rimane oscura.

patars, s.m. 'grande fiocco di neve misto ad acqua' Da pata 'pezzo di stoffa'124 con suffisso accrescitivo s. got. paida, ata. pfeit, pheit, sass.a. pda, ags. pd < germ. *paid 'gonna, camicia' < ie. *bait 'pelle di capra, gonna'. Il solo criterio fonologico non aiuta a stabilire, per questo termine, quale sia stata la lingua germanica di derivazione. Locclusiva sorda t farebbe propendere infatti per unorigine longobarda, non confermata peraltro dallesito della labiale. quindi necessario considerare altri elementi e, in particolare, si pu far riferimento al criterio culturale. Nel periodo longobardo cominciano a svilupparsi una cura e un interesse particolari per la stoffa, per la sua lavorazione e il suo impiego che culminano poi in epoca franca.125 Tra le parole longobarde che si riferiscono a manufatti tessili si possono citare per esempio it. fazzoletto, gherone, pev. gaida 'pezzo di stoffa', vindou 'arcolaio', piem. scos 'grembiule'. Sulla base di queste osservazioni credo quindi che pata e, conseguentemente, il derivato patars possano essere considerati di origine longobarda. Levoluzione metaforica che si rileva per la voce patars si pu confrontare con la locuzione italiana nevicare a larghe falde (< germ. falda) che trova corrispondenze di significato in molte espressioni dialettali italiane: cfr. per

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FEW, cit., vol. VI, s.u. *mtt. Con questo significato confronta pata al cap. III.7. 125 Cfr. C. A. MASTRELLI, op. cit., pag. 268.
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esempio siciliano fardiri 'nevicare' da farda 'pezzo, brandello'; romagnolo felda d nev.126 Il passaggio semantico della parola 'pezzo, brandello' a 'fiocco di neve' quindi molto diffuso e comune forse proprio perch la neve scende in pezzi e, se abbondante, tende a stratificarsi come una veste che ricopre il terreno. Levi, che riferisce come primo significato della parola patars in piemontese quello di 'cencio', ipotizza invece che il significato 'fiocco di neve' sia attribuibile allinflusso del prov. taparas 'bufera'.127 In peveragnese si usa patars per indicare quella neve che, specialmente in primavera, cade a fiocchi molto grandi e mista ad acqua (patars d mars 'fiocchi di neve di marzo').

valosca, s.f. 'scintilla, favilla, fiocco di neve' svalosqui, v.intr. 'nevicare a fiocchi radi' Variante del piemontese faravosca, attraverso *ravosca, *lavosca, valosca.128 germ. *falawiska, *falwisk 'cenere, scintilla' > ata. falavisca, atm. valwische, nord.a. folski, norv. falaske, sved. falaska. Probabilmente si pu collegare alla radice ie. pel- quando sta ad indicare colori indeterminati o sfocati come 'grigio, nerastro, (colore) sbiadito' > germ. *falwa > ata. falo 'pallido, falbo' (cfr. lit. palvas 'giallo pallido', lat. pallidus). Non ci sono elementi per riconoscere con certezza lo strato germanico di derivazione.

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M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit. s.u. fardiri. A. LEVI, op. cit., s.u. patars. 128 A. LEVI, op. cit., s.u. valosca.
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Si dice svalosquia quando scendono fiocchi radi di neve e normalmente la temperatura troppo bassa perch incominci una nevicata vera e propria. Questi fiocchi assomigliano in effetti alla cenere quando vola turbinante nellaria.

rapa, s.f. 'grappolo, raspo delluva per il torchio' rapouli, v. tr. 'raspollare, racimolare, andare per i vigneti a raccogliere i grappoli dimenticati o lasciati perch non maturi' Esistono due radici germaniche: *raspn > ata. raspn 'raccogliere' e *rapn > ted. raffen 'arraffare, afferrare', ol. rapen 'afferrare, raccogliere', nord. a. hrapa 'buttar gi'. Il mantenimento di p e la diffusione del termine (cfr. cat. rape 'raspo, vinaccia', sp. rapa, it. rappa) farebbero presupporre unorigine gotica.

biavm, s.m. 'tritume di fieno' Cfr. germ. *blada 'foglia', ata blat, sass.a. blad, ags. bld forse da una radice ie. *bhel- *bhl 'gonfiarsi, sgorgare'. La voce peveragnese129 composta da biava, variante dialettale di biada, con suffisso um che indica quantit. Dal lat. medievale blada (plurale collettivo di bladum 'prodotto dei campi'), voce di origine germanica, probabilmente dal franco *bld. La voce potrebbe essere stata diffusa dagli eserciti dei Franchi, che forse riscuotevano come tributo una parte del raccolto.130

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La voce peveragnese, differisce dal piemontese bium 'fiorume'. DEI, cit., s.u. biava.
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bri, s.m. 'germoglio delle patate', 'muco' bri, v. intr. 'germogliare' Si pu risalire forse a una voce long. *broz 'germoglio, bocciolo' che sembra derivare dal tema verbale ie. *bhreu 'germogliare, gonfiare'. Lestensione semantica in peveragnese dovuta alla somiglianza del muco con i germogli delle patate.

but, s.m. 'germoglio' 'mozzo in legno da cui partono i raggi della ruota' arbut s.m. 'germoglio' arbut v. intr. 'rigermogliare' Cfr. ingl. bud 'germoglio, bocciolo', ol. bot 'bocciolo' forse riconducibili a ie. *bheu(t)- 'gonfiare'. La voce peveragnese, cos come it. bottone 'bocciolo', deriva dal fr. bouton, a sua volta dal franco *butt 'bocciolo'. Ar- corrisponde allitaliano ri- ed indica ripetizione; in questo caso si riferisce alla nuova fioritura.

stc, s.m. 'stuzzicadenti, bastoncino' stcca, s.f. 'colpo' Si risale ad un antico sostantivo germanico *stikkn, ags. sticca, ata. stecko, fris.a. stekk, ol. stek 'piantone', formato probabilmente da una radice germ. *stik-, *stek- 'pungere' confrontabile con ie. *steig 'aguzzo'. La forma stc potrebbe derivare dal gotico *stika 'pezzo di legno, bastone'. La velare intensiva non starebbe a indicare in questo caso una derivazione

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longobarda, ma sarebbe dovuto dalla brevit della sillaba.131 Confronta anche it. stecca.132 In peveragnese stec ha assunto un significato molto specifico, mentre il derivato stcca indica un colpo secco e deciso che si d a qualcosa o a qualcuno ed il risultato del passaggio semantico 'colpire con un pezzo di legno o un bastone' > 'colpo'.

borda, s.f. 'pagliuzza, piccolo corpo estraneo' Si pu confrontare con un antico sostantivo germanico presente nel got. (fotu-)baurd 'panchetto, sgabello', ags. bord, sass.a. bord, fris.a. bord, norr. bordh, dan., sved. bord, ted. Bord 'bordo, orlo', ingl. board 'asse, tavolo, bordo' < germ. *bord, *burdam 'asse' < ie. bhrdho-, *bhredh- 'tagliare' (cfr. per es. sanscr. bardha-kas 'costruire'). Potrebbe essere parola di origine franca penetrata nel dialetto peveragnese per il tramite del provenzale borda; il passaggio semantico da 'asse' a 'pagliuzza, corpo estraneo' pu essere intuito, ma non molto chiaro.133

tac, agg. 'marcio' Cfr. germ. *taikna 'segno'.134 Laggettivo tac usato in genere con riferimento alla frutta che comincia a marcire o che guasta; il passaggio semantico chiaro: 'segnato, macchiato' > 'marcio'.

G. BERTONI, op. cit., pag. 53. B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 77. Lautore annovera lit. stecca tra le voci di origine gotica, ma di area soltanto italiana e quindi portate presumibilmente dagli Ostrogoti. 133 M. PFISTER, Lessico Etimologico Italiano (LEI), Dr. Ludwig Reichert Verlag, Wiesbaden, 1979, s.u. borda propone invece una radice pre-romanza *borda 'pianta, oggetto spinoso'. 134 Vedere capitolo III.7 alle voci taca 'macchia' e tacoun 'rattoppo'.
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III.3 LUOMO: IL CORPO, IL CARATTERE, GLI STATI DANIMO, I COMPORTAMENTI

barba, s.m. 'zio' La parola attestata pi volte nellEditto di Rotari ed anche nelle Leggi di Liutprando.

Roth 163 - Si quis in mortem parentis sui insidiatus fuerit, id est si frater in mortem fratris sui, aut barbanis, quod est patruus, seu consubrini insidiatus aut consiliatur fuerit, et ille, cui insiduatur, filis non dereliquerit, non sit illi heredes, cuius de anima tractavit, nisi alii parentes proximi;

Se qualcuno complotta per uccidere un suo parente, ad esempio se un fratello complotta o si consiglia per uccidere il proprio fratello, o il barba, cio lo zio paterno, o un cugino, e quello contro il quale si complottato non lascia figli, quellaltro non sia erede di colui contro la cui vita ha cospirato, ma piuttosto (lo siano) gli altri parenti prossimi.135

Roth 164 - Si quis de alio dixerit, quod de adulterio natus sit. Si quis ex parentibus, id est barbas, quod est patrus, aut quicumque ex proximis dixerit de nipote suo aut consubrino doloso animo, quod de adulterio natus sit, nam

C. AZZARRA S. GASPARRI, Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto di un popolo germanico. Le fonti 1, Editrice La Storia, Milano, 1992, pag. 44 e segg.
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non de certo patre: tunc ille, cui crimen mittitur, quaerat sibi liberos sacramentales, et praebeat sacramentum: quod filius legetimus sit et per lege res ipsas ad eum pertineat nec alteri eam per legem dimittere debeat; si hoc fecerit, habeat et fruatur, quia grave et impium videtur esse, ut talis causa sub uno scuto per pugnam dimittatur.

Se qualcuno dice di un altro che nato da un adulterio. Se qualcuno dei parenti, ad esempio il barba, cio lo zio paterno, o chiunque altro dei pi prossimi, dice del proprio nipote o cugino, con intenzione dolosa, che nato da un adulterio, cio non da un padre certo, allora colui che subisce laccusa si procuri dei sacramenti liberi e presti giuramento di esser figlio legittimo e che i beni gli spettano di diritto e che non deve lasciarli per legge ad un altro; se fa cos, abbia (i beni) e ne usufruisca, perch appare grave ed empio che una simile causa venga risolta sotto uno scudo (cio) con un duello.136

Roth 186 - De violentia. Si vir mulieri violentias fecerit, et invitam tullerit uxorem, sit culpabilis sold. nongentos, medietatem regi et medietatem parentibus mulieris: et si parentes non habuerit, ipsi nongenti solidi ad curtem regis exegantur. Et mulier ipsa licentiam habeat cum omnes res suas proprias, quae ei lege perteneunt, elegendum, qui mundium eius in potestatem debeat habere, vult ad patrem, si habuerit, vult ad fratrem, vult ad barbanem, vult ad manum regia: in ipsius mulieris sit potestatem, ubi sibi ipsa elegerit.

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C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit., pagg. 46 e 47.


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Della violenza. Se un uomo fa violenza ad una donna e la prende in moglie contro la sua volont, sia condannato a pagare 900 solidi, met al re e met ai parenti della donna; se non ha parenti, i 900 solidi siano riscossi dalla corte del re. La donna abbia, assieme a tutti i suoi beni personali, che le spettano per legge, licenza di scegliere chi debba avere in potest il suo mundio, vuoi il padre, se ce lha, vuoi il fratello, vuoi il barba, vuoi la mano del re: sia facolt della donna, come ella stessa sceglie per s.137

Leggi di Liutprando 145 - Recolimus enim, qualiter iam in antea instituimus, ut si quis decidens reliquerit filiam unam aut plures et sororis in capillo similiter unam aut plures, ut pariter atque e qualiter sorores et filiae ei succedere debeant, et si soror in capillo deciderit, soror qui remanserit, similiter sorori suae succedat. Modo vero, quia intentio exorta est inter fratres et sorores de nepte, que in capillo mortua fuerat, altercationem ponentes, quis ei succedere deberit, statuimus ut barbas eius, in cuius mundio fuit, ipse ei succedat in eius portione; nam amedanis ipsius de eius portione nihil percipiant, nisi tantum habeant, quantum, si vivens fuissit, ipsa neptis earum.

Ricordiamo come abbiamo gi stabilito in precedenza che se qualcuno morendo lascia una o pi figlie, cos come una o pi sorelle nubili, le sorelle e le figlie devono succedergli in parti uguali e con pari diritto e se una delle sorelle nubili muore, la sorella che resta succeda allo stesso modo a sua sorella. Ora per, poich sorta una controversia tra fratelli e sorelle circa una nipote che morta ancora nubile, ponendo la questione su chi dovesse
137

C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit. pagg. 52 e 53.


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succederle, abbiamo stabilito che il suo zio paterno, sotto il cui mundio si trovava, le succeda per la sua parte; invece le sue zie non ottengano nulla della sua parte, ma abbiano solo tanto quanto (avrebbero avuto) se la loro nipote fosse ancora viva.138

Da tutte queste attestazioni risulta chiaro che il barba, oltre a essere uno dei parenti pi prossimi, subito dopo il padre e il fratello, era una persona molto autorevole e importante per la famiglia longobarda.

Dal punto di vista etimologico, questo termine ha fatto discutere molto gli studiosi e una soluzione definiva non si pu ancora dire raggiunta. Alcuni139 sostengono che barba sia parola latina, passata a indicare lo zio attraverso il significato di 'uomo con barba' > 'uomo autorevole'. per vero che lo zio pu non essere una persona adulta o anziana. Secondo altri, si pu invece risalire a un long. barbas 'fratello del padre' entrato comunque presto nel lat. medievale barbanus.140 Forse si pu vedere un composto *bar-bas che starebbe a indicare lo stesso grado di parentela di Base 'zia', ma con riferimento a un uomo.

C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit. pag. 204 e segg. REW 944, DEI, cit., s.u. barba, M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit. s.u. barba. 140 G. BERTONI, op. cit. pag. 82.
139

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Il fatto che nei dialetti basso-tedeschi su base sia stata costruita anche una forma maschile b potrebbe far pensare, per barbas, a una forma raddoppiata di bas tipica del linguaggio infantile; *basbas sarebbe poi diventato barbas o per dissimilazione della doppia -s o per etimologia popolare sullinfluenza di Bart 'barba', che sarebbe la caratteristica distintiva tra il parente uomo e donna.141 anche possibile che sia esistita una forma germ. *baswn > base con corrispondente maschile *baswan.142 Cfr. ata basa in origine 'sorella del padre' poi anche 'nipote, cugina, parente lontano di sesso femminile', atm. base, bta. Base. Cfr. sass.a. wasa.143 Il termine molto diffuso in tutta lItalia settentrionale e credo che, anche in base alla distribuzione geografica, si possa propendere per unorigine longobarda. In peveragnese la parola indicava in origine solo lo zio paterno, oggi lo zio in generale (fratello sia di padre che di madre).

masca, s.f. 'strega', fig. 'persona molto astuta' Anche questo termine rappresenta per gli studiosi un caso forse irrisolvibile. diffuso in tutta larea tra Piemonte e Provenza, dove indica la 'strega' in luogo del latino striga < strix-igis.144

FEW, cit., s.u. barbas. FEW, cit., s.u. barbas e F. KLUGE, op. cit. s.u. Base. 143 F. KLUGE, op. cit. s.u. Base. 144 Con il significato di 'strega' la voce si trova anche nel Ponente ligure mentre si riscontra in tutta la Liguria con il significato di 'gota, guancia' e con la vocale finale lunga masc assume il significato di 'ceffone, schiaffo'. Cfr. A. ZIRONI, Masca e talamasca nelle fonti germaniche antiche, in R. BRUSEGAN, M. LECCO, A. ZIRONI, Masca, maschera, masque, mask, Edizioni dellOrso, Alessandria, 2000, pag. 113.
142

141

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Il termine masca sconosciuto al latino dellepoca classica e compare per la prima volta nellEditto di Rotari, dove utilizzato in due leggi.

Roth 197 - De crimen nefandum. Si quis mundium de puella libera aut muliere habens eamque strigam, quod est mascam, clamaverit, excepto pater aut frater, ammittat mundium ipsius, ut supra, et illa potestatem habeat vultad parentes, vultad curtem regis cum rebus suis propriis se commendare, qui mundium eius in potestatem debeat habere. Et si vir ille negaverit, hoc crimen non dixissit, liceat eum se pureficare et mundium, sicut habuit, habere, si se pureficaverit.

Del crimine nefando. Se qualcuno, avendo il mundio su una ragazza o una donna libera, la chiama strega, cio masca, a meno che non sia il padre o il fratello, perda il suo mundio, come sopra, e costei abbia facolt o di ritornare dai parenti o di commendarsi , con i beni di sua propriet, alla corte del re, che dovr avere in potest il suo mundio. Se luomo nega di aver pronunciato tale accusa, gli sia consentito discolparsi e avere il suo mundio, cos come lo aveva, se si discolpa.145

Roth 376 - Nullus presumat aldiam alienam aut ancillam quasi strigam, quem dicunt mascam, occidere, quod christianis mentibus nullatenus credendum est nec possibilem, ut mulier hominem vivum intrinsecus possit comedere.

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C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit., pagg. 56 e 57.


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Nessuno presuma uccidere unaldia o una serva altrui come se fosse una strega, che chiamano masca, perch per menti cristiane non in alcun modo credibile, n possibile, che una donna possa divorare interiormente un uomo vivo.146

Questultima legge particolarmente significativa perch rappresenta la condanna ufficiale del legislatore longobardo per le credenze nella stregoneria, motivata su basi cristiane.147 Le espressioni con cui il termine masca compare quod est mascam e quem dicunt mascam possono far intendere la voce sia come sinonimo (latino?) di striga, sia come interpretamentum (longobardo?) della parola latina. Bisogna quindi chiedersi se masca vada in qualche modo a glossare striga, parola che di contro largamente attestata nella tradizione latina. In tal caso ci si potrebbe trovare di fronte ad una parola germanica facente capo a una situazione giuridica tradizionale allinterno del diritto consuetudinario longobardo che Rotari avrebbe voluto far inserire nel proprio corpus di leggi.148 I linguisti hanno dibattuo a lungo la questione, senza tuttavia giungere a conclusioni definitive. Sono state avanzate molte ipotesi etimologiche differenti, nessuna delle quali per completamente soddisfacente.

C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit., pagg. 100 e 101. La credenza pagana che qui viene osteggiata potrebbe essere sia di origine germanica, sia del substrato rurale italiano le cui sacche di paganesimo erano ancora piuttosto ampie. Cfr. A. ZIRONI, op. cit., pag. 136. 148 A. ZIRONI, op. cit., pag. 111.
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Secondo la proposta di Mario Alinei,149 il termine masca deriverebbe da mrsica forma femminile delletnico mrsicus. I Marsi erano conosciuti nellantichit come maghi per antonomasia ed erano noti per la loro connessione con le arti oscure. Questa ipotesi implica che il tramite sia stato il toscano150 e sarebbe quindi da escludere perch in contraddizione con la diffusione geografica della parola che si estende dal Piemonte verso ovest. Lipotesi di una derivazione dallarabo mshara 'buffone,

pagliaccio, persona che derisa',151 ma anche 'fuliggine (con cui la strega si imbrattava il volto)' sarebbe da escludere perch rappresenterebbe un arabismo troppo precoce e richiederebbe una diffusione in Italia attreverso la Sicilia che non porta per alcuna traccia di questo vocabolo. Unaltra proposta, anchessa da eliminare per ragioni di fonetica storica, che lorigine sia celtica, forse da una voce *mask 'scuro' > 'figura demoniaca nera o maschera che la rappresenta'.152 Restano le possibilit di un etimo pre-indoeuropeo153 confrontabile con la forma basca maskal 'melma, sporcizia' o con il greco baskein < *basca 'malocchio' o di unorigine germanica.

M. ALINEI, Due nomi dialettali della strega: piem. masca e lig. bzura in Quaderni di Semantica VI/2, 1985, pagg. 397-399. 150 Come persica in Toscana ha dato pesca, cosi mrsica darebbe regolarmente masca. 151 La proposta di un etimo semitico stata accolta da F. KLUGE, op. cit., s.u. Maske e nel Thesaurus Linguae Latinae, Editus Auctoritate et Consilio Academiarum quinque Germanicarum Berolinensis Gottingensis Lipsiensis Monacensis Vindobonensis, B.G. Teubneri, Lipsia, 1904 e segg., vol. VIII, s.u. masca. 152 FEW, cit., vol. VI/1, s.u. *mask. 153 A. ZIRONI, op. cit., pag. 113 e segg.
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Questultima proposta confortata dallattestazione del termine nellEditto di Rotari e dalla sua assenza nella tradizione latina. Inoltre esiste un altro termine correlato a masca, che talamasca, forse un ampliamento o un composto dello stesso, glossato in territorio alto tedesco antico con larva, monstrum. La prima parte della parola sembra germanica (cfr. ted. arcaico dahlen) e significa 'emettere suoni incomprensibili, mormorare o brontolare fra s'; la strega potrebbe essere 'colei che sussurra parole incomprensibili', forse frasi magiche. La presenza di questo termine deporrebbe a favore di unorigine germanica.154 Io penso che le attestazioni in area germanica possano far propendere per unorigine longobarda; la diffusione del termine verso la Provenza potrebbe essere spiegata con la facilit di migrazione di parole che indicano paure collettive. Se lorigine del termine discutibile155 indubbi sono il suo significato e la connessione con il termine maschera, da esso derivato; la strega dunque 'la mascherata per eccellenza'.156

A sfavore dellorigine germanica di masca il fatto che la parola viene glossata in anglosassone con grima. Cfr. A. ZIRONI, op. cit., pag. 116 e segg. 155 A. ZIRONI, op. cit., pag. 140 conclude la sua esposizione sulle possibili etimologie del termine, sostenendo che masca non parola n germanica, n romanza, ma lespressione di una paura collettiva dellignoto, di coloro che si trasformano, di ci che si cela dietro ad un volto camuffato che pu impadronirsi di un essere umano. Questo sentimento di paura, legato a superstizioni molto diffuse in tutto il medioevo, ed i termini che come masca lo esprimono avrebbero superato ogni barriera linguistica ed etnica. 156 Masca rientrerebbe dunque in quellinsieme di termini, usati per indicare la strega, che fanno riferimento agli strumenti usati dalla stessa per praticare la sua arte. La maschera sicuramente uno di questi strumenti e trova connessioni culturali importanti in area germanica dove molto forte il legame tra il compiere magie e landar mascherati gi riscontrabile per esempio nei carmi dellEdda poetica. Cfr. R. CAPRINI, La strega mascherata, in R. BRUSEGAN, M. LECCO, A. ZIRONI, op. cit., pag. 63 e segg.
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Masca un termine molto diffuso in area piemontese ed anche Peveragno ha le sue storie di masche. La tradizione peveragnese identifica comunemente con masca una donna dotata di poteri magici che spesso ha la capacit di trasformarsi in animale e che, soprattutto di notte, perseguita gli uomini con scherzi maligni e dispetti.157 Oggi il termine sopravvive nelle leggende ed usato nel linguaggio comune in senso figurato per indicare una persona molto astuta che, per lo pi, usa la sua furbizia a danno di altri.

gachn, s.m. 'apprendista muratore' Dal francese gcher 'stemperare la calce', a sua volta da una voce franca waskon. Cfr. ata. wascan, atm. waschen, weschen, sass.a. waskan, ags. wascan < germ. *wask-a 'lavare' di origine non chiara.158 Originariamente il verbo franco doveva avere un significato generico di 'lavorare con lacqua'.159

Insieme alle storie sulle masche si sono diffuse in area popolare diverse credenze sui rimedi per difendesi dagli attacchi di tali figure, come recitare preghiere o frasi rituali o pi semplicemnte evitare certi luoghi in autunno, il tempo migliore per le masche. Un recente lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari ha permesso di recuperare filastrocche e ritornelli utilizzati dai nostri nonni per cacciare le masche: O Masque dspiazante i ou fas na preguiera, fme nhant brus l lt, fme nhant muf l pan, pisme nhant sl f, soufime hnant sl lum, soupatme nhant l vin, ma se vli f quics, flou a m vizin. (O Masche dispettose vi faccio una preghiera non fatemi cagliare il latte, non fatemi ammuffire il pane, non pisciatemi sul fuoco, non soffiatemi sul lume, non sconquassatemi il vino, ma se volete far qualcosa, fatelo al mio vicino). Cfr. R. VIGLIETTI, La merla bianca, cit., pagg. 24 e 25. 158 Una derivazione dalla parola Wasser potrebbe essere corretta dal punto di vista semantico, ma non si spiegherebbe la costruzione radicale forte. Vedere F. KLUGE, op. cit. s.u. waschen. 159 FEW, cit., s.u. waskon.
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canpia, s.f. 'nasone' Si pu risalire a una voce germ. *hnapp 'ciotola, scodella' > ata. (h)napf, atm. napf, naph, ted. Napf 'ciotola scodella', ma anche metaforicamente 'testa',160 nord.a. hnappr, sass.a. hnapp, ags. hnpf, hnp. Cfr. fr. hanap 'scodella', it. nappo 'tazza, vaso per bere'161 e nappa 'mazzetto di fili usato come ornamento' e, in senso scherzoso, 'naso grosso'.162 A un long. *napp(j)a 'naso, prominenza' si fanno risalire quei vocaboli che valgono 'grosso naso, naso sporgente' e attestano un significato nettamente peggiorativo del valore originario;163 il caso del peveragnese e piemontese. Cfr. venez. lomb. napa 'grosso e brutto naso', trent. nappa, friul. nape 'grosso naso' e 'parte sporgente del camino', valtell. napa, pav. napia, bresc. napa 'nasone', nap 'nasuto'. Per le forme piemontese e peveragnese, resta da chiarire la presenza della velare forse dovuta allinfluenza del francese.164 Sicuramente si verificato un passaggio semantico dovuto a un valore metaforico che sovente interessa le denominazioni di parti del corpo.165

S. BOSCO COLETSOS, Le parole del tedesco, Garzanti, Milano, 1993, pagg. 61 e 62. 161 Questo termine potrebbe essere penetrato in italiano direttamente dal germanico oppure dal fr. hanap di origine franca. Cfr. DEI, cit., s.u. nappo. 162 Letimologia della voce tuttaltro che chiara e, tra laltro, non detto che tutti i significati vadano ricondotti ad ununica origine. I dizionari etimologici italiani sono concordi nel ritenere nappa una dissimilazione di mappa 'tovagliolo': spiegazione accettabile dal punto di vista formale, meno da quello semantico, cfr. DELI, cit., s.u. nappa. Per quanto riguarda il significato di 'naso' il DEI, cit., s.u. nappa, non esclude che si tratti di una voce longobarda da accostare al nord.a. nef 'naso' e anche Migliorini, op. cit., pag. 78, ritiene che nappa 'naso' sia un longobardismo. 163 V. GRAZI, op. cit., pag. 56. 164 G. BERTONI, op. cit., pagg. 54 e 55. 165 Cfr. per esempio it. testa in origine 'recipiente di coccio' e ted. Kopf 'testa', mutuato dal lat. cuppa.
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squina, s.f. 'schiena' Si tratta del sostantivo germanico *ski-n 'lista, frammento sottile', formato come ampliamento in nasale sulla radice ie. *skei- 'spaccare'. Cfr. ata skina, skena 'tibia', ma anche 'ago, lista', atm. schin(e), btm. schene, ol.m. schene 'tibia', ol. scheen, ags. scinu 'tibia', ingl. shin 'stinco, tibia', ted. Schienbein 'stinco, tibia'.166 In Italia e nei dialetti italiani, parola dorigine longobarda da *skena 'osso, stinco'.

rufa, s.f. 'crosta lattea' ata. ruf 'lebbra, crosta, tigna' e riob 'crostoso', atm. ruf(e), ted. reg. Rufe 'crosta della ferita', ol. rf, ruf, norr. hrjfr, ags. hrof < germ. *hrub 'essere ruvido' < ie. *kreup- 'crosta, incrostarsi' confrontabile per es. con cimrico crawen 'crosta' e lat. crsta. Le forme dialettali dellItalia settentrionale, e quindi piemontese e peveragnese, derivano molto probabilmente dal long. *ruf, *hruf. Cfr. berg. roeufa 'forfora, muffa', bresc., Rovereto roefa 'forfora', venez. vicenz. rufa 'sporcizia', veron. rufa 'forfora', parm. ruffa 'corrugamento della fronte'.167

rpia, s.f. 'ruga, grinza' rupias, agg. 'raggrinzito, coperto di rughe' Per questa voce, presente solo in piemontese e nei dialetti del Piemonte, sono state ipotizzate due diverse etimologie. Alcuni168 propongono un long.

Ted. Schiene e norv. dial. skina continuano il significato originario di 'lista di legno o metallo'. 167 WAS, cit., s.u. ruf. 168 WAS, cit., s.u. *rippja.
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*rippja 'costola' < germ. *rebjam 'costola', probabilmente dalla radice i.e. *rebh- 'coprire, ricoprire'; la costola sarebbe quindi definita 'copertura (della cavit toracica)': cfr. ata. ribba, rippa, ribbi, rippi, ted. Rippe 'costola' e Gerippe 'scheletro', sass.a. ribb, ribbi, ags. ribb, ingl. rip, fris.a. ribb, rebb, ol. ribbe, rib, norr. rif, dan. ribbe, sved. reiben. Il passaggio semantico resterebbe per oscuro. Altri attribuiscono invece la derivazione della forma dialettale a una radice germ. *rp 'ruvido, screpolato'.169 A mio parere, la voce potrebbe essere collegata alla precedente (rufa) rappresentando, tramite locclusiva sorda, un esito gotico.170 Il passaggio semantico sarebbe in questo caso chiaro 'incrostato' > 'ruvido' > 'raggrinzito' (cfr. parm. ruffa alla voce sopra).

binhoun, s.m. 'bubbone' germ. *bunka, *bunkan, 'mucchio, massa' > ata. bungo 'bulbo, tubero', nord.a. bingr, 'cuscino, imbottitura'. Potrebbe collegarsi a una radice ie. *bhengh- 'grosso, spesso, fitto, folto, grasso' (cfr. per es. sanscr. bah 'fitto, denso'). presente in parecchi dialetti dellItalia del Nord con il significato di 'foruncolo, pustola' (cfr. berg. bign, mil. bignon, bresc. bign, piac. bignon) e

M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit., s.u. rpia, A. LEVI, op. cit. s.u. rpia, FEW, cit., s.u. *rp. 170 Ammettendo lorigine dal long. *rippja, ci troveremmo di fronte ad una particolare eccezione per quanto riguarda la diffusione geografica. Normalmente infatti lalta Italia possiede un grado elevato di identit nei prestiti longobardi, storicamente motivato dal fatto che i ducati della provincia piemontese e di quella lombarda, a differenza di quelli centrali e meridionali, hanno sempre costituito un centro di forte unit linguistica e culturale, tanto da essere riunite sotto la comune denominazione di Neustria. Cfr. M.G. CHIAPUSSO, cit., pag. 58.
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sarebbe derivato dal long. *bingo 'bulbo, tubero'.171 Lampliamento semantico sarebbe dovuto alla somiglianza esistente tra un bulbo ed una pustola.

ranfi, s.m. 'formicolo, crampo' ranfi, v. intr. 'russare' Cfr. ata. krampf(o), atm. krampf, ted. Krampf, sass.a. krampo 'contrazione dei muscoli', ingl. cramp, ol. kramp, probabilmente sostantivazione di un aggettivo germanico che appare in ata. kramph 'curvo', norr. krappr 'stretto' < germ. *krampa- 'contrarsi', confrontabile con la radice ie. *gerb- 'incresparsi, raggrinzire, curvare'172 (cfr. per es. lett. grumbt 'raggrinzirsi', gr. grympanein 'raggrinzirsi'). La voce peveragnese, come il piemontese ranf, sarebbe derivazione dal longobardo *krampf. Il verbo ranfi deriva da ranfi con senso desunto, forse, da 'crampi allo stomaco'.173

mourfl, s.m. 'moccio' La voce peveragnese deriva dal prov. mourvl. Il FEW ipotizza che il termine provenzale possa essere derivato dal franco *worm con un significato desunto di 'pus'.174

G. BERTONI, op. cit., pag. 39. G. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. cramp-Krampf e F. KLUGE, op. cit., s.u. Krampf. 173 A. LEVI, op. cit. s.u. ranfi. 174 La sua ipotesi si basa sullosservazione che laggettivo morveux 'moccioso', 'che ha il cimurro' attestato quasi tre secoli prima del sostantivo morve il che escluderebbe una derivazione dal latino morbus. Cfr. FEW, cit., s.u. *worm. Una derivazione dal franco accettata anche dal DELI e dal DEI, cit., s.u. morva.
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Nelle lingue germaniche non si riscontra il significato di 'pus', ma da quello originario di serpe, serpente, drago, verme (cfr. ata. e sass.a. wurm, ags. wyrm, wurm, fris.a. worm, ol. worm, norr. ormr, dan. e sved. orm, confrontabili etimologicamente con gr. rhmos 'tarlo', lat. vermis, lit. varmas 'insetto' dalla radice ie. *wer- 'torcersi') potrebbe essersi sviluppato un significato di 'infetto' forse attraverso un passaggio intermedio di 'verme che infetta, che porta malattie'; cfr. per es. ted. Wurm 'verme', ma anche 'patereccio', ingl. worm 'verme', 'verme parassitario'.175 Rispetto alle forme germaniche, la voce provenzale presenta metatesi. La presenza di f nella voce peveragnese, comune al piemontese, sarebbe, sempre secondo il FEW, in collegamento con il verbo it. morfire.176 Levi fa derivare da mourfl anche la voce smourfloun 'ceffone', con s intensivo; semanticamente mi pare per difficile da spiegare.177

gram, agg. 'cattivo, malvagio' gramsia, s.f. 'cattiveria, malignit' Cfr. ata. atm. gram 'arrabbiato, indignato', ted. gram 'corrucciato, adirato' e Gram 'pena, cruccio', sass.a. gram, nord.a. gramr, ags. gram < germ. *grama- 'adirato, cattivo'. Cfr. anche i verbi corrispondenti nord.a. grenja, ags. gremian, ata. gremmen.

J. A. SIMPSON E.S.C. WEINER, op. cit., s.u. worm4. Il DEI, cit., s.u. morfire suggerisce per il verbo italiano con significato di 'divorare' un collegamento con il verbo germanico *murfjan confrontabile con ol.m. morfen. 177 Secondo me, potrebbe invece collegarsi al sostantivo peveragnese mur 'viso', anche perch lo smourfloun indica uno schiaffo dato sul viso e non su altre parti del corpo.
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75

Alla base di questa consistente famiglia si pu ricostruire la radice ie. *ghrem- 'tuonare, rimbombare, digrignare i denti' (cfr. per es. lit. grumzdti 'digrignare i denti'), da cui derivano anche lata. grim(mi), atm. grim(me), ted. Grimm 'rabbia, stizza', sass.a. grim, ags. grim, ingl. grim 'spiacevole, difficile, triste', fris.a. grimm 'irato, arrabbiato', ata. grimmen 'essere fuori di s', sass.a. e ags. grimman. Conformemente al principio della diffusione geografica per it. gramo e per le forme dialettali corrispondenti, quindi anche piemontese e peveragnese, si presume unorigine dal longobardo *gram. Cfr. mil. gramm 'miserabile, malandato', crem. gramm 'malandato, debole', pav. gram 'malvagio, meschino', bresc. gram 'sventurato'.178

mar, agg. 'cattivo, malvagio, infido, di poco conto' Si pu confrontare con ata. merren 'disturbare', ags. mierran, fris.a. mria, sass.a. merrian, franco marrir 'affliggere, rattristare' < germ. *marzjan 'disturbare, irritare' da una radice ie. *mers- di uguale significato. La voce molto diffusa in area romanza; cfr. prov. marrir, fr. marri 'afflitto, addolorato', cat. marrit 'triste, abbattuto', marriment 'tristezza, malinconia', sp.a. amarrido e anche it. smarrire. Sempre sulla base della diffusione geografica, si presuppone per questo termine unorigine gotica. In peveragnese e piemontese, il termine penetrato per il tramite del prov. marr.

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V. GRAZI, op. cit., pag. 58.


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filon, s.m. 'furbacchione' Cfr. ata. fillen 'frustare, flagellare' < germ. *fella, *fellam 'pelle' < ie. *pel 'coprire, ricoprire, velare, pelle, tessuto'. Le varie forme romanze rappresentano il latino medievale fello-onis che riprodurrebbe il franco *fillo 'flagellatore, boia, aguzzino'179 e potrebbe essere stato assunto per mezzo della terminologia feudale con il senso di 'infedele, sleale'.180 Cfr. it. fellone, prov., fr. fel, felon, sp. fellon. In peveragnese il termine ha mantenuto una connotazione negativa, anche se piuttosto bonaria.

galp, agg. 'ghiotto' Il termine potrebbe essere annoverato tra quelle parole galloromanze composte, che contengono nella prima parte la radice gal- < franco wala 'buono':181 cfr. ol.m. wale 'buono', ingl. well 'bene'. La seconda parte sarebbe riconducibile al germ. *lapan 'leccare, bere, mangiare rumorosamente'.182 A mio parere tale composizione trova conferma nel significato: il galp sarebbe 'colui che mangia avidamente perch (il cibo) buono'. Anche le forme peveragnesi argl 'piacere, divertimento' e argalase 'provare gusto, provare piacere, divertirsi', derivate dal prov. regalar,183 conterrebbero questa radice.

179 180

G. BERTONI, op. cit., pag. 116. FEW, op. cit., s.u. *fillo. 181 FEW, op. cit. s.u. wala. 182 Cfr. cap. III.1 alla voce lap. 183 Le forme peveragnesi presentano metatesi.
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sleffa, s.f. 'scapestrato, birba' ata. leffur, lefs, atm. lefs(e), sass.a. lepor, ted. Lefze 'labbro' < germ. *lepura, *lepuraz 'labbro', da una radice ie. *lb 'pendere flosciamente'. La voce peveragnese si compone di un derivato del longobardo *leffur preceduto da una -s intensiva184 e la fricativa sorda dovrebbe confermare lorigine longobarda. Il passaggio semantico potrebbe essere spiegato con un significato intermedio di 'persona vorace'. Cfr. it. sberleffo.

plandra, agg. 'pelandrona, scansafatiche' plandron, agg. 'pelandrone, scansafatiche' Si pu forse collegare al bt. slendern,185 ted. schlendern 'bighellonare, ciondolare, andare a zonzo', probabilmente riconducibile a una radice germ. *slend-a 'trangugiare, divorare' > ata. slintan, atm. slinden, sass.a. slindan. Letimologia rimane per oscura. Il significato originario della parola doveva essere 'donna sciatta, meretrice', mantenuto dal piem. slandra. Rientra in quella serie di parole attinte da lingue germaniche che hanno senso offensivo o di disprezzo. Cfr. com. slandrn 'ladro del paese', ven. slandrona 'sudiciona', friul. slondrone 'baldracca', prov. landronno 'termine inguirioso', landoro 'fannullone'. In peveragnese laggettivo maschile esiste solo nella forma con suffisso accrescitivo plandr-on.

184 185

A. LEVI, op. cit., s.u. slefra. G. BERTONI, op. cit., pag. 145.
78

stri, s.m. 'ribrezzo, schifo'186 strioz, agg. 'schifiltoso' ata. strt, 'diverbio, contesa, lite', ted. Streit < germ. *streida, *streidaz 'lite' < ie. *stri- 'rigido, inflessibile'. Il Gamillscheg fa derivare la voce dialettale dellItalia settentrionale dal prov. estrit < franco strd 'lite' e spiega che la caduta della consonante -t- esclude la derivazione dal long. strt.187 Secondo il FEW, invece, la parola provenzale deriva dal franco, mentre il termine dellItalia settentrionale longobardo. Il Gamillscheg avrebbe interpretato erroneamente la caduta di -t- che non sarebbe un segno dellorigine franca, bens un procedimento comune (poestae < potestate, frael< fratel).188 Credo che si possa accettare lipotesi di unorigine longobarda perch la convivenza tra Germani e Latini si era fatta pi profonda proprio nel periodo longobardo e, molti termini che si riferiscono ad abitudini germaniche o modi di comportarsi disprezzati dai Romani sono attribuibili allepoca longobarda (cfr. per es. it. trincare, bisticciare, schernire). Per laggettivo striouz, il passaggio semantico si spiega attraverso il grado intermedio 'lamentarsi per qualsiasi cosa, contestare'.189

La stessa parola indica in peveragnese il 'vairone', un pesce teleosteo della famiglia ciprinidi, lungo una quindicina di centimetri, di colore cinereo verdastro, che vive nelle acque dolci correnti e le cui carni sono abbastanza pregiate. Non ho trovato corrispondenze in piemontese relativamente a questo significato; potrebbe trattarsi di un hapax peveragnese. Purtoppo nessuno dei parlanti che ho intervistato ha saputo suggerirmi un collegamento tra i due significati 'schifo' e 'vairone' e non ho trovato alcuna documentazione in merito. Sembra che si debba escludere lassociazione pi ovvia perch il vairone non un pesce che provoca ribrezzo; vero per che si tratta di una sensazione molto soggettiva. 187 RG, cit., II, 114. 188 FEW, cit., s.u. strd. 189 M. CORTELAZZO C. MARCATO, cit., s.u. stris.
79

186

ndern, agg. 'ammaccato' Si pu probabilmente collegare a una radice germ. *darn 'sbalordito, confuso, stordito': cfr. ags. derne 'magico, ingl. darn 'maledire, condannare'. Lattestazione pi antica offerta dalle glosse di Reichenau vecors: exdarnatus.190 Sicuramente si pu escludere unorigine longobarda perch le forme corrispondenti *tarni, *terngo 'incantato, stordito, preso da incantesimo' sono continuate dalle voci dialettali pav. tarnag, terneg 'togliere il fiato (detto di odori)', tarnagnt, tarnegnt 'soffocante ributtante', crem. ternegaa

'ammorbare', bresc. terneg 'ammorbare, soffocare'.191 Il peveragnese e il piemontese darn 'intontito, affaticato, intirizzito, irrigidito' potrebbero quindi essere voci di origine gotica da una forma *darns 'magico'.192 Ammettendo questipotesi, resta per difficile spiegare il passaggio semantico. In peveragnese, infatti, laggettivo si riferisce generalmente a una persona che prova un malessere fisico o un dolore vero e proprio causato da una caduta, da un incidente o dallet avanzata. Potrebbe forse spiegarsi con un significato intermedio di 'confuso a causa di una situazione non naturale o anormale' e laggettivo potrebbe poi essere passato da una sfera emozionale a una fisica; si tratta per solo di una supposizione. Probabilmente anche lit. indarno si pu collegare alla stessa radice germanica.

FEW, cit. s.u. darn. V. GRAZI, op. cit., pag. 59. Il passaggio semantico si spiega attraverso il significato intermedio di 'stordito da odori aromatici', cfr. RG, cit., IV, 62. 192 RG, cit., III, 36 e IV, 62.
191

190

80

magon, s.m. 'magone, accoramento, dispiacere' magoun v. intr. 'affliggersi, accorarsi, rimuginare' magoun agg. 'afflitto' ata. mago, atm. mage, ted. Magen 'stomaco' ol.m. mage, norr. magi, ags. maga, ingl. maw 'gozzo, stomaco (di animali)', fris.a. maga, ol. maag, dan. mave, sved. mage, franco maga < germ. *magn 'stomaco, ventre' < ie. mak'pelle, borsa' (cfr. p.e.cimrico megin 'mantice', lit. mkas 'borsa'). Un primo passaggio semantico avvenuto dalla radice indoeuropea alle lingue germaniche, dove per indicare lo 'stomaco' si fatto riferimento sia allaspetto esteriore dellorgano, molto simile a una piccola borsa, sia alla funzione pratica di contenere alimenti durante la fase digestiva.193 Il contenuto semantico della parola si poi ulteriormente ampliato attraverso la sensazione fisica di 'peso sullo stomaco', fino a indicare una sensazione psicofisica di 'accoramento, rammarico, afflizione' e simili. Con questultimo significato la voce entrata in italiano anche se, al momento, magone generalmente di ambito centrosettentrionale. Proprio in considerazione della sua diffusione geografica, si attribuisce comunemente lorigine del termine italiano e delle varie voci dialettali corrispondenti al longobardo.194

S. BOSCO COLETSOS, op. cit., pag. 70. In alcuni dialetti conservato per il significato di 'ventriglio degli uccelli, gozzo', cfr. piac. magott, berg. magosa, romagnolo maghett, lucchese macone. Vedi G. BERTONI, op. cit., pag. 152.
194

193

81

gena, s.f. 'soggezione, incomodo, disagio' gennt, agg. 'che reca soggezione o incomodo' gen, agg. 'che ha soggezione, timido, a disagio' dsgen, agg. 'disinvolto' agenase, v. rifl. 'sentirsi a disagio non osare' ata jehan, franco jehhjan < germ. *jehan 'pronunciare, dire, promettere' < ie. *iek- 'parlare'. Il termine entrato nel peveragnese, come nel piemontese, attraverso il fr. gner 'tormentare, disturbare' < fr.a. gehiner 'torturare' < fr.a. gehine 'confessione estorta con la tortura' < fr.a. jehir 'confessare, costringere alla confessione' < franco *jahhjan 'portare alla confessione', franco *jhan 'ammettere'. Il significato del termine in uso nel dialetto continua la sensazione di costrizione, dellessere tormentati, di non sentirsi a proprio agio. Si pu osservare inoltre che si tratta di un termine ben acclimatato che ha prodotto molti derivati. Dal francese derivato anche il ted. genieren 'dare fastidio'. Cfr. anche it. ant. gecchito 'umiliato, dimesso'.

guddou, s.m. 'tono, stile, garbo, modo di fare' Dal francese gude 'guado', a sua volta dal germ. *waizda- 'pianta da cui si trae una tinta azzurra e la tinta medesima'.195

195

A. LEVI, op. cit. s.u. ghddu e M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit. s.u. ghddo.
82

Cfs. ata. weit, atm. weid, weit, btm. wt, ted. Waid 'guado', ol.m. weet, weede, ags. wd, ingl. woad, fris.a. wd, dan. vajd, sved. vejde. La tecnica di trarre il colore azzurro dalla pianta Isatis tinctoria, ancora oggi diffusa nellEuropa continentale, doveva essere ben nota ai Germani che probabilmente la insegnarono alle popolazioni neolatine.196 La voce gi presente nel lat. medievale waisdo, da cui it. guado e fr. gude. Il significato della voce peveragnese si pu forse spiegare tramite un passaggio semantico da 'tono di colore' a 'tono, atteggiamento, modo di fare'.

afra, s.f. 'paura, angoscia' afroz, agg. 'spaventoso, angosciante' ata. eifar, eivar, eibar 'amaro', ags. afor 'amaro, acido, piccante' < germ. *aibra, *aibraz 'amaro, forte, violento' < ie. *ai- 'ardere, bruciare, illuminare'. In peveragnese la parola entrata per il tramite del prov. afre, per il quale stata proposta unorigine gotica197 ricostruendo una forma got. *aifrs 'terribile, spaventoso'. Cfr. it. afro 'acre, aspro, acerbo'.

bega, s.f. 'contrasto briga' ata. bga < germ. *bga, *bgaz 'lite' < ie. *bhgh- 'litigare' Il termine di origine gotica (*bga) ed una chiara espressione della difficile convivenza tra germani e romani. Si tratta di una voce settentrionale, poi passata a tutto larea italiana.

196 197

P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. woad-Waid. FEW, cit., s.u. *aifrs.
83

grinh, s.m. 'riso' grinh, v. intr. 'ridere' cfr. ata. grnan, atm. grnen, ted. greinen 'piagnucolare', norr. grna, dan. grine, ags. grnian 'piangere' < germ. * greinan 'piagnucolare, frignare, urlare'. Letimologia incerta. Lorigine per le forme dialettali dellItalia settentrionale, e quindi per il peveragnese, potrebbe essere longobarda.198 Il passaggio semantico spiegato dallambiguit del verbo germanico, che originariamente significava 'storcere la bocca rendendo visibili i denti'. Un significato indefinito, sospeso tra il piangere e il ridere smodato, conservato nelle lingue germaniche stesse: cfr. ted. grinsen, 'sghignazzare, sogghignare', ags. grennian, ingl. grin 'sogghignare', ags. grnian, ingl. groan 'gemere', franco *grnan 'storcere la bocca'.199 Cfr. anche it. digrignare.

sagrn, sigrn, s.m. 'preoccupazione' sigrin, agg. 'preoccupato' Probabilmente da collegarsi alla famiglia sopra analizzata, troviamo anche il sostantivo sagrin, sigrin, che deriva dal fr. chagrin 'affanno, dispiacere, dolore'.200

198 199

FEW, cit., s.u. *grnan. G. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit. s.u. grin-greinen. 200 FEW, cit., s.u. *grnan.
84

La parola francese stata spiegata come composta da chat 'gatto' e grigner 'far smorfie' < franco *grnan, un calco sul ted. Katzenjammer 'malessere profondo' e in particolare 'mal di testa dopo la sbornia'.201

guinha, s.f. 'faccia arcigna, maligna' guinhon, s.m. 'antipatia' Il termine dialettale, cos come it. ghignare e sghignazzare, deriva dal francese guigner, che a sua volta dal franco *wingjan 'chiamare con un cenno', probabilmente riconducibile alla radice germ. *wenkan 'muoversi, fare cenno' < ie. *weng- 'curvarsi, ondeggiare' (cfr. per es. lit. vngiu 'evitare, scansare'). Cfr. ata winkan, atm. winken, ted. winken 'ammiccare, chiamare con un cenno', sass.a. wincan, ags. wincian, ingl. wink 'battere le palpebre, strizzare locchio'. In peveragnese molto usata la locuzione pi n guinhon 'prendere in antipatia'.

sguinch (li), v. intr. e tr. 'dare unocchiata, fare locchiolino' La voce peveragnese deriva dal prov. guinch 'sbirciare', di origine germanica (franco *wenkjan). Si tratterebbe della stessa voce di cui sopra con grado vocalico diverso.202

A. DAUZAT, J. DUBOIS, H. MITTERAND, Nouveau dictionnaire tymologique et historique, Larousse, Paris, 1987, s.u. chagrin. 202 FEW, cit., s.u. *wenkjan.
85

201

gach, v. tr. 'spiare, guardare di sottecchi' Cfr. ata. wahta, ted. Wacht 'guardia', ol.m. wachte e i verbi derivati ata. wahtn, atm. wachen, ted. wachen 'vegliare, fare la guardia', bewachen 'sorvegliare, custodire', nord.a. vaka, ags. wacian < germ. *wahtw 'guardia' < ie. *ueg- 'essere forte, essere sveglio' (cfr. per es. lat. vegre 'ravvivare, stimolare' e vigilre 'essere sveglio'). La parola si diffusa nelle lingue romanze tramite il franco *wahta 'guardia', come espressione dellesercito e probabilmente penetrato presto nel lat. medievale wacta. In peveragnese la parola deriva dal prov.a. gachar 'montare la guardia', mod. gach.

zgrafihn, v. tr. 'graffiare' zgrafinh, agg. 'graffiato' zgrafinhanha, s.f. 'graffio' Si puo confrontare con ata. krapfo < germ. *krappa 'uncino, gancio' da una radice ie. *grep- di uguale significato. La presenza della fricativa sorda permette di individuare per la voce it. graffiare e le corrispondenti forme dialettali unorigine dal long. *krapfo.203 La z- ha valore intensivo.

203

Cfr. per contro il cap. III.4 alla voce grappa.


86

raf, v. tr. 'carpire, rubare' Cfr. ata. raffen, atm. raffen, reffen, btm. rapen, ted. raffen 'arraffare, ghermire, afferrare', nord.a. hreppa 'ottenere', da una radice *hrap non confrontabile al di fuori delle lingue germaniche. Litaliano arraffare e le voci dialettali che presentano la fricativa sorda (come il piemontese e il peveragnese) derivano dal long. *raffn.

sgur, v. tr. 'sprecare' Composto da -s con funzione negativa e dal prov.a. garar 'guardare, badare'.204 Il termine provenzale potrebbe derivare da una forma gotica *warn con duplice significato di 'guardare, osservare' e 'proteggere'. Unaltra ipotesi suggerisce che la forma piemontese, e conseguentemente quella peveragnese, derivino dalla voce *wariare, romanizzazione del germ. *warjan 'proteggere'; a fare da tramite avrebbe potuto essere unaltra forma gotica *warjan, coesistita a fianco di *warn e di uguale significato.205 Il verbo quindi molto probabilmente di origine gotica, ma non si pu ricostruire con certezza una forma originaria univoca.

garo!, esclamazione 'attenzione!, largo!' Questa espressione del dialetto peveragnese derivata dallimperativo francese gare!, ricollegabile alla radice *warn sopra riportata. Era probabilmente un grido tipico usato dai carrettieri e con essi migrato.206

204 205

A. LEVI, op. cit., s.u. sgair. FEW, op. cit., s.u. *warn. 206 FEW, op. cit., s.u. *warn.
87

squiv, v. tr. 'scansare' Cfr. ata. skiuhen, atm. schiuhen, schiuwen, ags. scoh < germ. *skeuha'intimidire' forse confrontabile con lat. cautus 'cauto, prudente'. Della stessa radice germanica sono confrontabili ted. scheu 'timido' e scheuen 'temere'. La voce dialettale squiv, ed il piemontese schivi, derivano dal franco *skiuhjan 'temere', cos come pure it. schivo e schifo, schivare e schifare.

vanh, v. tr. 'guadagnare, vincere' Il verbo deriva dal franco *waidanjan, in origine 'pascolare', giunto al significato odierno tramite quello di 'coltivare il suolo' e quindi di 'ottenere dalla coltivazione'. La voce peveragnese, comune al piemontese, presenta una fricativa sonora in posizione iniziale, dove invece in italiano si riscontra gu- (cfr. it. guadagnare), esito normale del germanico w-. La forma dialettale si preservata dalla trasformazione romanza in gutturale rimanendo forse pi fedele alla pronuncia bilabiale che la semivocale germanica deve aver posseduto.

var, v. tr e intr. 'guarire' Cfr. ata. werien, werren, atm. wer(e)n, ted. wehren 'impedire (di fare), difendersi', sass.a. werian, nord.a. verja, ags. werian < germ. *war-ija'difendere' < ie. *wer(u)- (cfr. per es. sanscr. vrnti 'difeso, protetto').

88

Il termine entrato nel dialetto piemontese, e quindi nel peveragnese, dal franco *warjan 'difendere, proteggere'; allo stesso modo lit. guarire.207

III.4 - LAVORI AGRICOLI E ATTREZZI DA LAVORO

piv, s.f. 'solco per la coltivazione, filare' cfr. ata., atm. pfluoc, ted. Pflug, btm. ploch, fris.a. plch, norr. plogr, dan. plov, sved. plog, sass.a. plg, ags. plh, ingl. plough 'aratro'.

Lorigine del termine contraddittoria. Due etimi sono stati proposti: il latino plaustrum e il longobardo plvus, plvum.208 NellHistoria Naturalis, descrivendo vari tipi di vomere, Plinio riferisce di una nuova forma di aratro a due ruote usata nelle Gallie retiche e chiamata plaumortum.209 Il longobardo plovum invece attestato nellEditto di Rotari. Roth 288 - De plovum. Si quis plovum aut aratrum alienum iniquo animo capellaverit, conponat solidos tres, et si furaverit, reddat in actogild.

Anche in questo caso nella forma dialettale si riscontra una fricativa sonora in posizione iniziale, forse esito pi fedele alla pronuncia della semivocale germanica rispetto alla voce italiana. 208 G. BERTONI, op. cit., pag. 248. 209 Vomerum plura genera: .. Non pridem inventum in Raetia Galliae ut duas adderent tali rotulas, quod genus vocant plaumorati. Ci sono parecchi tipi di vomeri: .. Nella Rezia di Gallia da poco hanno escogitato di aggiungere a questo vomere due rotelle, e chiamano plaumoratum questo tipo di aratro. Cfr. G. PLINIO SECONDO, Storia naturale, Edizione diretta da Gian Biagio Conte con la collaborazione di Giuliano Ranucci, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1984, Libro III, 18, 172 pagg. 756 e 757, traduzione di Alessandro Perutelli.
89

207

Del plovum. Se qualcuno danneggia con intenzione dolosa un plovum o un aratro altrui, paghi una composizione di 3 solidi e se lo ruba lo restituisca in actogild (indennizzo pari a otto volte il valore del bene).210 Nel capitolo il plovum viene chiaramente distinto dallaratrum. Nel momento in cui questo attrezzo agricolo fu introdotto dai Longobardi, doveva quindi essere sostanzialmente diverso da quello in uso, denominato con il termine latino; probabilmente si trattava di un tipo di aratro pi pesante. Le spiegazioni sullorigine della parola non sono ancora sufficienti; generalmente viene oggi accettata letimologia longobarda, che pu essere confermata dalla diffusione geografica del termine. La voce vive nellItalia settentrionale in vari dialetti (bresc. pi, bol. pi, moden. pid, reggiano pid, parm. pi e piud; la forma pi giunge sino a Mantova e nel Ferrarese)211 e designa o design laratro a due ruote. Ammettendo lorigine longobarda, con plovum abbiamo un esempio abbastanza significativo di assenza della mutazione consonantica. evidente, nel caso di p, che il longobardo pi antico e schietto manteneva inalterato tale suono.212 Nel dialetto peveragnese il termine non indica pi lattrezzo, ma il risultato del lavoro fatto con tale attrezzo.

210 211

C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit., pagg. 80 e 81. G. BERTONI, op. cit., pag. 164 e pag. 248. 212 P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 226.
90

pia, s.f. 'scure' apit, s.m. 'accetta' Si pu ricostruire una voce germanica *hapja 'falcetto' > ata. happa, atm. happe, ted. reg. Hpe, ted. Hippe213 'roncola', forse confrontabile con gr. kops 'sciabola'. La diffusione in area galloromanza si deve probabilmente alla voce franca happia 'coltello a forma di falce' > fr. hache, prov. apcha. Le forme it.a. accia, it. accetta, kat. atxa, sp. hacha, pg. facha sarebbero derivate dal francese, mentre quella piemontese e peveragnese apia dal provenzale.214 Probabilmente la voce era in origine termine militare e indicava 'lascia di guerra'.215

lsna, s.f. 'lesina' Antico sostantivo germanico: cfr. ata. la, atm. le, ags. l, norr. alr, ted. Ahle, ingl. awl 'lesina, punteruolo', da una probabile radice ie. *l (cfr. per es. sanscr. ra 'lesina'). Il sostantivo passato anche nelle lingue romanze, in una forma pi ampia di non chiara composizione, attestata da ata. alansa;216 di qui probabilmente it. lesina,217 fr. alne, sp. (a)lesna.218

Il vocalismo delle forme germaniche resta oscuro. Cfr. F. KLUGE, op. cit., s.u. Hippe. 214 FEW, cit., s.u. hppia. 215 A. LEVI, op. cit., s.u. apia e RG, cit., II, 80. 216 P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., pag. 106, s.u. awlAhle e F. KLUGE, op. cit., s.u. Ahle. 217 G. BERTONI, op. cit., pag. 148, propone invece per le forme italiana e spagnola un got. *alsna. 218 Anche J. COROMINAS J. A. PASCUAL, Diccionario crtico etimolgico castellano e hispnico, Editorial Gredos, Madrid 1989, s.u. lezna, attribuisce allo sp.a. alesna unorigine dal germ. occidentale *alsna dedotto dallata. alansa.
91

213

Il nuovo termine germanico soppiant il latino subula; indicava probabilmente un attrezzo di forma diversa, considerato innovazione introdotta dai germani.219

grappa, s.f. 'rampone di vario tipo per arrampicarsi su pali e per far presa su ghiaccio o terreni ripidissimi' ngrapounase, v. rifl. 'arrampicarsi' ngrapoun, agg. 'arrampicato' (a) grapon, loc. avv. 'a quattro gambe' ata. krapfo, kraffo, atm. krapfe < germ. *krappan 'uncino, gancio' < ie. *grep*gerep- 'uncino'. In peveragnese esiste solamente la forma con occlusiva labiale sorda, mentre in piemontese la stessa coesiste con graffa, che presenta fricativa sorda. Si presuppone per grappa unorigine dal gotico *krappa (cfr. it. grappa, sp. grapa, prov. grapa), mentre per graffa unorigine longobarda *krapfo (cfr. it. graffa).220 La forma verbale peveragnese composta dalla forma accrescitiva del sostantivo (grapon), preceduta da n corrispondente al prefisso italiano in, con funzione derivativa.

219 220

B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 75. G. BERTONI, op. cit. pag. 131.
92

rampn, s.m. 'gancio, appiglio' rampon, s.m. 'rampone, parte posteriore dei ferri da cavallo' nrampinhase, v. rifl. 'arrampicarsi' Si pu risalire a una forma germ. *hrampa 'curvatura, uncino, artiglio', nasalizzazione della radice *hrap-221, non confrontabile al di fuori delle lingue germaniche e riscontrabile in ata. raffen, atm. raffen, reffen, btm. rapen, ted. raffen 'ghermire, afferrare', nord.a. hreppa 'ottenere'. Il sostantivo entrato nelle lingue romanze e si diffuso con due significati differenti: da un lato 'uncino, artiglio', dallaltro 'crampo'.222 La presenza dellocclusiva sorda p potrebbe far presupporre unorigine gotica. La forma base rampin poco usata come sostantivo indipendente, viene piuttosto utilizzata per sottolineare la forma ricurva di altri attrezzi, come per esempio cho rampn 'chiodo uncinato, chiodo da maniscalco'. Rampon, che chiaramente indica un grosso gancio, non pi sentito come accrescitivo, ma ha acquisito una propria autonomia e in dialetto indica specificatamente lattrezzo che, fissato sotto gli scarponi degli alpinisti, permette di avanzare su neve dura o su ghiaccio. Ha sviluppato inoltre un significato specifico nel linguaggio settoriale relativo allallevamento dei cavalli ed indica la parte posteriore dei ferri dei cavalli, con riferimento alla loro forma ripiegata. La forma base chiaramente riconoscibile nel verbo nrampinhase 'arrampicarsi' < 'salire agganciandosi' (alla parete di una montagna, a un albero).

221 222

G. BERTONI, op. cit., pag. 167. FEW, cit. s.u. rampa. Per il significato di 'crampo', vedere cap. III.3 alla voce ranfi.
93

croc, s.m. 'gancio, uncino' Si pu confrontare con nord.a. Krkr 'uncino, gancio, oggetto ricurvo'. Il termine attestato nella Lex Salica al capitolo LXIX, 2, nella forma francolatina incrocatur, composta dal prefisso in-, dallesito dellantico basso franco *krk 'gancio' e integrata per mezzo della desinenza verbale latina atur.223 Tutto il capitolo, articolato in forma di sentenze, fissa le pene pecuniarie da comminare a chi libera dal patibolo i cadaveri dei giustiziati e i condannati alla pena capitale; il termine *incrocare assume quindi il significato giuridico di 'appendere, impiccare'. Il sostantivo antico basso franco si diffuso nella forma romanizzata oltre che in area francese (croc 'uncino, gancio'), anche in quella italiana (crocco) e dialettale (cfr. piem. croch, peveragnese croc). In peveragnese si usa croc anche come elemento di specificazione per indicare una forma ricurva, cfr. per es. lespressione naz a croc 'naso ricurvo'.

crocha, s.f. 'stampella' Da ata. krucha, chruchja, ted. Krcke 'gruccia', sass. a. krukka, ags. cryc(c), ingl. crutch, ol. kruk, dan. krukke, sved. krycka si ricostruisce un germ. *krukjo- 'gruccia', probabilmente da un ampliamento in velare della rad. ie. ger- 'attorcigliare'.224 Il termine sicuramente affine alla voce sopra analizzata, ma non si pu stabilire con certezza quale sia stata la lingua germanica di provenienza.

223

Si quis hominem sine consensu iudicis de ramo ubi incrocatur deponere praesumpserit, MCC denariis qui faciunt solidos XXX culpabilis iudicerut. Cfr. G. SIMONE, LS vs. LF. La traduzione frammentaria in antico alto tedesco della Lex Salica e la sua base latina, Patron Editore, Bologna, 1991, pag. 83 e segg. 224 P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. crutch-Krche.
94

In origine poteva essere un termine tecnico relativo alla costruzione delle case in legno.225 Cfr. anche it. gruccia.

topa, s.f. 'ceppo di grosse dimensioni su cui poggia la legna da spaccare' topou, s.m. 'grosso pezzo di legno' Cfr. ata., atm. zopf 'cima, punta', ags. topp 'cima, scriminatura', fris. a. topp, ol. top cima; norr. toppr 'ciocca di capelli', dan. top, sved. topp 'punta, cima', ted. Zopf 'treccia', ingl. top 'cima, sommit'. Si pu forse risalire a una forma germ. *tuppa, *tuppaz 'treccia, estremit' da una radice ie. *dumb 'coda, bacchetta', ma letimologia del termine rimane incerta. Il sostantivo ben attestato anche nelle lingue romanze: cfr. fr.a. top, tope, fr. toupe, toupet 'ciuffo', sp., port. tope 'cima, punta', it. toppo 'ceppo'. Mentre per le voci spagnola e portoghese derivano dalla francese e questa, a sua volta, dal franco *top 'punta',226 resta incerta lorigine della parola italiana toppo. Il FEW presuppone una derivazione diretta da una lingua germanica perch il termine appare nellitaliano e nei suoi dialetti, gi anticamente, con il significato di 'ceppo' che non invece conosciuto in area francese. Per ragioni fonologiche, esclude una derivazione dal longobardo e ipotizza unorigine gotica.227

FEW, cit., s.u. krukja. FEW, cit., s.u. *top. 227 FEW, cit., s.u. *top, ricostruisce una forma gotica *tups, mentre il Bertoni che concorda con lorigine gotica del termine italiano, ipotizza una forma *toppis. Cfr. G. BERTONI, op. cit., pag. 209.
226

225

95

Penso per che non ci siano elementi sufficienti a stabilire se il termine in peveragnese (ma anche in italiano) sia derivato da una forma gotica o franca. Per quanto riguarda il problema del significato avanzato dal FEW, che escluderebbe lorigine franca, non credo infatti che ci siano difficolt ad immaginare unevoluzione semantica dal franco *top 'punta' al pev. ceppo cio 'parte del tronco che sporge dal terreno dopo che lalbero stato tagliato'.228

tupn, s.m. 'pentolino, vaso da notte' e metaforicamente agg. 'stupido, sempliciotto' Cfr. ata. dupfen, duppen, ted. Topf 'vaso, pentola', forse confrontabile con ags. dyppan 'immergere, intingere'. Lorigine di questo termine incerta. La forma peveragnese, comune al piemontese deriva dal prov. topin, fr. dialettale to(u)pin 'piccola pentola',229 che potrebbe essere lesito di una forma franca *toppn 'vaso, pentola'.230 Cfr. cat. tup 'vaso di terracotta'. Probabilmente lampliamento semantico si pu spiegare attraverso la metafora 'recipiente' > 'testa'231 > 'testa vuota'.

228 229

Il DEI, cit., s.u. toppo ammette per la voce italiana unorigine dal franco. M. CORTELAZZO C. MARCATO, op. cit., s.u. tupn. 230 FEW, cit., s.u. *toppn. 231 Cfr. pag. 71, nota 101.
96

grba, s.f. 'mannello di spighe mietute che, insieme ad altri, costituisce un covone' Cfr. ata garba, atm. garbe, ted. Garbe 'covone', sass.a. garba, garva, franco garba da germ. *garbn 'covone' ricollegabile alla radice ie. *ghrebh'afferrare, prendere' (cfr. per es. sanscr. grabh- 'prendere, afferrare', lit. grabstti 'prendere, afferrare'). Il passaggio semantico spiegato dal fatto che in origine il covone era la quantit di grano (o di altro cereale) che si riusciva ad afferrare con una mano per essere tagliato con la falce.232 Il termine si diffuso in area romanza dal franco garba, attestato nelle glosse di Reichenau.233 Probabilmente tale diffusione dovuta allobbligo di corrispondere dei pagamenti in natura (cereali) che venivano consegnati gi raccolti in fasci. Il termine peveragnese, comune al piemontese, deriva da fr. gerbe.234

garb, s.m. 'buco' garb, v. tr. 'scavare' garbadn, s.m. 'grosso buco' Si pu confrontare con atm. kerben, btm. kerven, ted. kerben 'intaccare, intagliare', non attestato precedentemente (manca una forma alto tedesca antica).235 Cfr. ags. ceorfan, ingl. carve 'scolpire, incidere', nord.a. kurfr 'ceppo', fris.a. kerva, dan. karve, sved. karfwa, ol.m. e ol. kerven < germ. *kerb-a 'intagliare', forse di origine indoeuropea (cfr. gr. grph 'scalfire,

232 233

F. KLUGE, op. cit., s.u. Garbe. FEW, cit., s.u. garba. 234 FEW, cit., s.u. garba. 235 F. KLUGE, op. cit., s.u. kerben.
97

scrivere'). Nella forma peveragnese si pu notare una sonorizzazione dellocclusiva iniziale probabilmente dovuta allinflusso della vibrante.236 Il significato assunto nel dialetto da questa famiglia di vocaboli quello di 'scavare, bucare'.237 Cfr. prov. alpino garbo 'tronco dalbero scavato'.

trabc, s.m. 'unit di misura che corrisponde a circa 9 m2' trabuc, s.f. 'misurazione o stima approssimativa' Dalla base germanica, donde ted. Bauch 'ventre', preceduta da prefisso traindicante movimento. Cfr. ata. bh, atm. bch, ags. bc, nord. bkr, franco bk. La voce dialettale deriva dal prov.a. trabuc 'macchina da guerra'. Il significato originario era quello di 'caduta' poi passato a 'trappola' in quanto le prime trappole per animali erano semplicemente costituite da una fossa nella quale gli animali cadevano. Il termine si poi specializzato con levolversi delle tecniche di caccia (12 secolo) ed passato a indicare una trappola oscillante. Lanimale, toccando lesca, faceva abbassare il braccio di una leva che lo catturava, mettendo in azione un cappio scorrevole. Lo stesso meccanismo di funzionamento stato poi applicato a una macchina dassedio che insieme alla tecnica della trappola ne ha acquisito la denominazione. Per la sua peculiarit di indicare un movimento oscillatorio, il termine poi forse passato a designare una sorta di bilancia e dallidea di peso pu essere nata quella di misura.238

236 237

Cfr. la voce grpia al cap. III.1. Cfr. lespressione garb l couitte letteralmente 'bucare gli gnocchi'. Si fa cio un incavo nella pasta per dare agli gnocchi la caratteristica forma. Tradizionalmente si faceva con le dita (indice e medio), oggi sovente con la forchetta. 238 FEW, cit., s.u.bk e A. LEVI, op. cit., s.u. trabch.
98

group, s.m. 'nodo di un filo, di una corda' group, v.tr. 'annodare con nodo stretto e difficile da sciogliere, legare' Si risale a una base germanica *kruppa- 'rigonfiamento, gobba, tronco'. Cfr. ata., atm. Kropf, ol.m. crop, ted. Kropf 'gozzo', nord.a. Kroppr 'gobba, rigonfiamento', ags. crop(p) 'gozzo, ciocca, cima'. Il vocabolo molto diffuso nelle lingue romanze, dove per ha assunto tre significati diversi: quello di 'dorso di animale' (cfr. it. groppa, sp. grupa, cat. gropa, fr. croupe da cui anche ted. Kruppe); di 'nodo' presente nei dialetti italiani settentrionali (piem. grop, mil. gropp, gen. gruppo, ven. gropo, emil. grop; cfr. anche it. groppo e cat. grop); e di 'insieme, quantit' (cfr. it. gruppo, sp. grupo, fr. groupe da cui anche ted. Gruppe). Il FEW, in base alla distribuzione areale dei tre gruppi semantici, propone derivazioni da lingue germaniche diverse, per cui le forme con significato di 'nodo' sarebbero dal gotico.239 Anche in questo caso240 si pu osservare che allocclusiva germanica sorda in posizione iniziale corrisponde unocclusiva sonora; probabilmente tale sonorizzazione dovuta al contesto fonetico influenzato dalla vibrante.

lam, agg. 'lento, allentato' Cfr. ata., atm. lam, ted. lahm 'storpio, zoppo, fiacco, debole, magro', sass.a. lamo, ags. lama, ingl. lame 'storpio, zoppo', fris. a. lam, lom, ol. lam, norr. lami, dan., sved. lam.

FEW, cit., s.u. kruppa; le forme con significato di 'groppa' deriverebbero invece dal franco e quelle con significato di 'gruppo' dal longobardo. 240 Cfr. grpia al cap. III.1 e garb in questo stesso cap.
99

239

Si ricostruisce una forma germ. *lama-/n 'storpio, zoppo', riconducibile alla radice ie. *lem- 'rompere' (cfr. per es. slavo a. lomiti 'rompere', lit. lomas 'zoppo'). La voce peveragnese comune al piemontese e si riferisce generalmente a funi, lacci e simili. Siccome il vocabolo si ritrova anche in prov. lam, 'vacillante, poco intenso', potrebbe essere di origine gotica.241

ranc, v. tr. 'strappare, rimuovere' Si pu risalire alla forma germ. *wrankjan 'curvare, piegare' > ata. ranken, renken 'storcere, curvare', ted. ranken 'avviticchiarsi, arrampicarsi' e rank 'snello, slanciato, agile', ags. wrencan 'girare', riconducibile alla radice ie. *wreng 'girare'. Voci derivate da questa famiglia sono diffuse in unarea che abbraccia Spagna, Francia meridionale e Italia (cfr. it. arrancare); in particolare, presente la forma aggettivale dalla base germanica *wrank 'storto, girato'.242 Considerando tale diffusione, si supposta unorigine gotica del termine.243 Il verbo ha poi subito un ampliamento semantico ed passato a significare 'strappare', in particolare detto di piante. Per estirpare una pianta o un arbusto bisogna infatti tirarne il gambo e la radice storcendoli ed estraendoli dalla terra con una sorta di movimento rotatorio.

G. BERTONI, op. cit. pag. 144 e FEW, cit., s.u. *lams. In piemontese si ha la voce rank 'zoppo, sciancato', che non ho riscontrato nel peveragnese. 243 FEW, cit., s.u. *wranks.
242

241

100

III.5 - PARTICOLARI COSTRUTTIVI DELLA CASA

I Germani impararono dai Romani la costruzione delle case in muratura. Il vocabolario germanico in questo settore infatti ricco di componenti latine. Tuttavia i Germani introdussero, nelle terre di conquista, nuove tecniche edilizie e una delle innovazioni da loro apportate nella costruzione della casa rappresentata dalle strutture lignee che si inseriscono in quelle, gi esistenti, della casa romana in pietra.244

lbia, s.f. 'ballatoio in legno' Si pu risalire a una voce germ. *laub-jn 'fogliame, fronde, frasche' confrontabile con ata. louba, atm. loube, ted. Laube 'pergola', btm. love(ne), ol.m. loive, loyfe(n); il passaggio semantico testimonia che, originariamente, si trattava di un riparo dagli agenti atmosferici costruito con foglie. Il significato di 'foglie, frasche' dalla radice germ. *lauba- continuato in molte lingue germaniche: ata. loub, atm. loup, ted. Laub, sass.a. lf, got. nord.a. lauf, ags. laf, ingl. leaf, fris.a. lf. Con Laub si indica il foraggio che viene strappato dagli animali per essere mangiato; la voce potrebbe quindi collegarsi a una radice ie. *leup- 'staccare' (cfr. per es. lit. lpti, 'sbucciare, sgusciare') o *leubh- 'strappare' (cfr. per es. gr. olouph, 'io strappo'). Dal germanico derivano anche le voci italiane lubbione 'loggione di teatro', italianizzazione del lombardo lobbin, lobin, e loggia per il tramite del francese loge.

244

V. GRAZI, op. cit., pag. 52.


101

Le varie voci dialettali italiane, dunque anche le forme piemontese e peveragnese, potrebbero essere di derivazione longobarda in quanto laubia attestato sovente in documenti della latinit longobarda.245

lata, s.f. 'travicello del tetto' ata. latto, latta, lazza, ted. Latte 'assicella, asta', atm. lat(t)e, sass.a. latta, ags. ltt, ingl. lath 'assicella, stecca', per cui si pu ricostruire un germ. *latt 'asse, asta'. La forma pu essere confrontata con altre lingue non germaniche, come irl.a. slat, cimrico llath 'verga' , per cui si ipotizzata una radice ie. *lat-, *slat-. Ampia inoltre la diffusione in area romanza; cfr. it. latta, fr. latte, prov. lata, sp. e port. lata. Il termine, forse di origine franca,246 potrebbe essere penetrato nel latino medievale latta 'assicella' a causa dellimportante ruolo che le travi assumevano nella costruzione delle case di legno dei germani.247

listl, s.m. 'travicello, listarella di legno' Cfr. ata lsta 'striscia', ted. Leiste 'lista, listello, modanatura', atm. lste, btm. liste, ol.m. lijst(e) nord.a. lsta, ags. lste < germ. *leist 'lista', ricollegabile a una forma ie. *leis- 'solco, scanalatura'. La voce penetrata in italiano e nei dialetti italiani direttamente dal longobardo.248

245 246

FEW, cit., s.u. laubja. DEI, cit., s.u. latta. 247 GRAND ROBERT, cit., vol. VI, s.u. latte. 248 F. KLUGE, op. cit., s.u. Liste.
102

Listl, formato con suffisso el, diminutivo di lista. Questultimo termine ha mantenuto in peveragnese il significato originario di 'striscia, fila'.

scur, s.m. usato per lo pi al plurale 'imposte per chiudere le finestre' ata. scra 'riparo, protezione', atm. schr, ted. Schauer 'tettoia, capannone', ted. reg. Scheuer, Scheune 'granaio, fienile', sass.a. skr, isl. skrr, sved. skur < germ. *skra 'riparo'. Si pu risalire a una radice ie. *skeu-, *sk- 'coprire', confrontabile per es. con sanscr. skunti, skunti, skuti 'coperto' e lat. obscrus 'scuro'. Per la parola peveragnese, comune al piemontese249 e molto diffusa nei dialetti settentrionali italiani (cfr. per esempio mil. scur 'imposte che servono a chiudere finestre, balconi'), si pu presupporre una derivazione dal longobardo *skr.250 Il valore originario di 'luogo coperto, rifugio, protezione' passato a indicare la struttura di legno che protegge linterno della casa e che impedisce quindi agli agenti atmosferici di penetrare nella stanza. Lattribuzione di unorigine longobarda si basa sia sulla diffusione areale del termine nei dialetti italiani settentrionali, sia sul fatto che, come anticipato allinizio di questo capitolo, furono proprio i Longobardi a introdurre elementi lignei innovativi nella costruzione della casa romana in pietra (cfr. anche it. scranna e scaffale).251 Cfr anche it. scuro, soprattutto usato al plurale gli scuri.

249

G. GAVUZZI, Vocabolario piemontese-italiano, L. Roux e C. Editori, Torino Roma, 1891, s.u. scur. 250 RG, cit., IV, 60 e V. GRAZI, op. cit., pag. 52. 251 P. Scardigli annovera questi termini in una lista di tecnicismi longobardi, parole cio che sono entrate a designare attrezzature nuove per i romani o particolari tipi di oggetti gi conosciuti dai romani, ma reintrodotti con caratteristiche nuove e diverse dai longobardi. Cfr. G. SCARDIGLI, op. cit., pag. 285.
103

trapa, s.f. 'botola, grossa apertura in un solaio' Cfr. ags. treppe 'trappola', ingl. trap, ol.m. trappe 'laccio, trappola', bt. or. treppe 'gradino di una scala', bt. occ. trappe, ted. Treppe 'scala', forse riconducibili ad una radice ie. *dreb- 'calpestare, correre'. Trapa, in peveragnese, ha due diversi significati: quello di 'trappola'252 e quello di 'botola'. Probabilmente questo ampliamento semantico si era gi verificato nel germanico trappa, voce franca, da cui deriva il prov. trappa, penetrato in seguito nel nostro dialetto. Con laccezione di 'botola', si possono confrontare fr.m. trappa 'porta posata orizzontalmente su

unapertura a livello del suolo, chiusura a coulisse', fr. trappe 'botola, covo o tana di lupo, finestra scorrevole, coperchio'. Nella parlata di Blins (Bellino - CN in Val Varaita) trapoun significa 'botola' e per estensione le eventuali scale che portano da un vano allaltro.253 Si tratta probabilmente dello stesso ampliamento semantico per cui oggi in tedesco Treppe vuol dire 'scala'.

loci, v. intr. 'vacillare, essere instabile' Dal francese antico lochier 'scuotere, agitare', di probabile origine germanica (dal franco *luggi 'malfermo, traballante').254 Cfr. ata luggi, lukki, atm. lcke < germ. *lugja, *lugjaz 'bugiardo' < ie. *leugh'mentire'. Ci sarebbe stato quindi un passaggio semantico da un senso morale a uno materiale.

252 253

Vedere capitolo III.1. G. BERNARD, Lou Saber. Dizionario Enciclopedico delloccitano di Blins, Edizioni Ousitanio Vivo, Venasca, 1996, s.u. trapoun. 254 FEW, cit., s.u. lukki e LAROUSSE, cit. s.u. locher.
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III.6 - TERMINOLOGIA CULINARIA

Nellambito della terminologia culinaria troviamo parole che indicano piatti o modi di cucinare che dovevano essere ignoti alla tradizione romana.

br, s.m. 'brodo' ata. brod, ted. Brhe (< ted. brhen 'trattare con acqua bollente, scottare'), ags. bro, ingl. broth, isl. brodh < germ. broam 'brodo'. Si pu risalire ad una radice ie. *bhr- 'bollire, fermentare' che compare in germanico anche nei verbi ted. brauen 'fabbricare birra', ingl. brew 'mescolare liquidi, fermentare' e nei sostantivi ted. Brot 'pane', ingl. bread e ha riscontro nel gr. phrar 'fonte' e nel lat. fervre 'bollire, fermentare'. Si presuppone per lit. brodo e per le voci dialettali corrispondenti unorigine dal longobardo *brod. Il termine penetrato nelle lingue romanze in quanto designava uno dei piatti pi importanti del pasto germanico, sconosciuto invece ai romani, che adottandone il consumo, ne hanno anche acquisito il nome.255

supa, s.f. 'minestra fatta di pane, pane inzuppato nel brodo o nel caffelatte' Si pu risalire ad un germanico *suppa, da cui ha avuto origine il latino tardo suppa > it. zuppa, prov., sp. sopa, fr.a. soupe (da cui ingl. soup e ted. Suppe), fr. soupe.256

255 256

FEW, cit., s.u. *brod. G. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. soupSuppe.
105

Si ricostruisce una radice verbale ie. sp- 'sorbire' > germ. span > ata. sfan, ags. span, ted. saufen 'bere smodatamente (detto di animali)', ingl. sup 'bere a piccoli sorsi', fris.a. spa, ol. zuipen, norr. spa, norv. supe, sved. supa.257 Il germanico *suppa designava una specie di 'zuppa di pane immerso in un liquido caldo',258 che rappresentava probabilmente una novit per i romani. Locclusiva labiale sorda, riscontrabile nelle forme romanze, permette di propendere per una probabile origine gotica.259 In peveragnese questo termine ha assunto anche un significato figurato di 'quantit esagerata', in genere riferito a denaro col senso di 'conto salato'.

brous, s.m. 'cacio piccante' Il termine potrebbe derivare dal latino med. brocius260 per il quale Gamillscheg propone unorigine dal gotico *brukja 'pezzo, boccone' (cfr. got. ga-bruka), riconducibile a una radice ie. *bhreg- 'rompere'.261 Cfr. prov.a. broussa 'latte cagliata', prov. brousso 'grumo di formaggio', cat. brosss 'che cagliato'.262

257 258

G. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. sup-saufen. FEW, cit., s.u. *sppa. 259 Secondo il DELI, dalla forma longobarda corrispondente *supfa deriva il toscano zuffa 'polenta liquida'. Cfr. DELI, cit., s.u. zuppa. 260 FEW, cit., s.u. *brkja. 261 RG, cit. III, 36. 262 FEW, cit., s.u. *brkja.
106

sancraou, s.m. 'piatto di cavoli cucinati con aceto' Adattamento dal ted. Sauerkraut. Si tratta di un prestito recente. Il tipico piatto della tradizione tedesca diventato specialit alsaziana a partire dal diciottesimo secolo, grazie agli scambi di confine: cfr. fr. choucroute.263 Sotto diverse forme dialettali la parola poi migrata nel sud della Francia e da qui probabilmente in Italia.

brand, v. intr. 'bruciare ardentemente' branda, s.f. 'grappa' Dalla radice verbale germanica *brenn- 'bruciare' si ricostruisce un germanico *branda- 'incendio, fuoco' > ata. brant, sass.a., fris.a. brand, ags. brand, ol. brand, nord.a. brandr 'pezzo di legno incandescente', norv., dan., sved. brand, ted. mod. Brand 'incendio, fuoco', ingl. brand 'tizzone, marchio (a fuoco)'. Si pu forse collegare alla radice ie. *guher- 'bruciare' riscontrabile in sanscr. ghrnoti 'ardere, bruciare' e gr. thromai 'mi scaldo'. Probabilmente i dialetti italiani (piem. brand, gen. brand, mil. brandin) hanno acquisito questo verbo per il tramite del long. brand- 'alare' che indicava forse una novit nel fare e mantenere il fuoco.264 Dalla stesa radice derivano anche litaliano brando 'spada di grosse dimensioni' (in senso figurato per la lucentezza dellarma) e brandire 'impugnare con forza unarma'. Branda 'grappa' invece parte del composto brandvin, letteralmente 'vino che brucia', cio distillato.265 Cfr. ted. Branntwein e ingl. brandy.

263 264

FEW, cit. s.u. Sauerkraut. P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 283. 265 A. LEVI, op. cit., s.u. branda.
107

brou, v. tr. 'lessare' Da una voce germ. *brjan 'immergere nellacqua calda' > atm. brejen, bren, btm. broien, brogen, ol.m. broeien, ted. brhen. 'trattare con acqua bollente, scottare' per la quale si pu risalire alla radice ie. *bherw-, bhreu'bollire, lessare'. Il termine peveragnese, comune al piemontese bru, trova corrispondenze in molti dialetti dellItalia settentrionale. Proprio la diffusione geografica fa pensare a una possibile origine dal longobardo *breowan 'far bollire, fermentare'. Cfr. mil. brov 'rifar le carni, bollire, lessare' e il derivato brovadra 'broda di cavoli', bresc. bro, broadura, cremasco brouvadura 'acqua di cottura'.266 In italiano si ritrova anche la voce brovare 'inumidire la seta col vapore', termine dei setaioli lombardi.267

rust, agg. 'arrostito, malaticcio, deperito' rustia, s.f. 'pane abbrustolito, spalmato di burro o marmellata' Si pu risalire a un germ. *raustjan 'arrostire' > ata. rosten, ted. rsten, verbo formato sul sostantivo rost (> ted. Rost 'graticola'), confrontabile con sass.a. rost, ol.m. roost. Letimo ignoto. Scardigli si chiede se non ci possa essere un rapporto con il verbo roar per il rumore caratteristico della carne che viene arrostita.268

266 267

V. GRAZI, op. cit. pag. 54. DEI, cit., s.u. brovare. 268 G. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. roast-rsten.
108

La voce dialettale mutuata dal francese antico rostir < franco *raustjan, come pure litaliano arrostire. In peveragnese non esiste, o forse non esiste pi, un verbo specifico che corrisponda ad 'arrostire', ma si utilizza lespressione f arost 'fare arrosto'. Si usano invece comunemente laggettivo rust, che sopravvive per solo col senso figurato di 'malaticcio, rachitico' riferito sia a persone sia ad animali,269 e il sostantivo rusta, letteralmente 'arrostita', che sta a indicare un crostino abbrustolito e generalmente spalmato di burro o marmellata. Il sostantivo ha inoltre un significato metaforico di 'gran quantit di botte', oppure 'gran carico di debiti.'270

braza. s.f. 'brace' Da una voce germ *brasa 'carbone incandescente', cfr. nord.a. brass, norv. bras 'fuoco crepitante', sved. bras, feringio brasa 'arrostire', dan. brase 'bruciare, sfavillare'. La voce penetrata ben presto nel latino volgare *brasja,271 probabilmente dal gotico ed presente in tutta larea romanza a eccezione del romeno: cfr. cat., sp. brasa, port. braza, it. brace che per adattamento dei dialetti settentrionali. Lantichit della parola attestata da una glossa brasas: carbones. 272

In particolare si usa lespressione chat rust, letteralmente 'gatto arrostito' nel senso di spelacchiato, mezzo morto. 270 Questi significati si possono forse spiegare con un passaggio 'spalmare il pane' > '(spalmare) una grande quantit di botte o di debiti'. 271 G. BERTONI, op. cit. pag. 94. 272 Corpus Glossariorum Latinorum, ed. G. Gts, Leipzig, 1888-1901, CGL 3, 598, op. cit. da FEW, cit., s.u. *bras-.
109

269

I termini che seguono hanno una connotazione dispregiativa; testimoniano un certo disdegno dei romani verso le abitudini piuttosto rozze di mangiare e bere dei germani ed evidenziano la differenza di costumi e usanze tra le due popolazioni.

sbalafr, v. tr. 'mangiare avidamente' ata. leffur, lefs, atm. lefs(e), sass.a. lepor, ted. Lefze 'labbro' < germ. *lepura, *lepuraz 'labbro' da una radice ie. *lb 'pendere flosciamente' (confrontabile per es. con lat. labium). La parola si compone di s (rafforzativo) + ba < bis prefisso di etimo incerto che, premesso ad aggettivi o verbi, ha valore genericamente peggiorativo e di un sostantivo derivante da una possibile forma longobarda *leffur che si pu confrontare con ata. leffur 'labbro'.273 In peveragnese il verbo ha conservato un significato spregiativo e si usa per evidenziare un modo grossolano di 'mangiare avidamente fino a svuotare il piatto'.

trinc, v. tr. 'bere smodatamente' Si risale a una voce germanica comune *drenk-a 'bere': got. drigkan; ata. trinkan, ted. trinken, sass. a. drinkan, ags. drincan, ingl. drink, fris. a. drinka, ol. drinken, norr. drekka, dan. drikke, sved. dricka. Lorigine del verbo germanico ignota; stato ipotizzato un collegamento

273

FEW, cit., s.u. leffur.


110

con la radice ie. *dhreg- 'tirare, scivolare, sfiorare', ma letimologia non stata chiarita.274 La voce dialettale, cos come lit. trincare, deriva dal long. *trinkan.

brlic, v. tr. 'leccare' Composto di ber (bis) e di una voce verbale di probabile origine germanica.275 Cfr. ata. leckn, lecc(h)n, atm. lecken, ted. lecken, sass.a. likkon, ags. liccian, ingl. lick, ol. likken < germ. *likk-- 'leccare' < ie. *leigh- 'leccare' (cfr. per es. gr. leich 'lecco'). Cfr. anche got. bi-laign. Gli studiosi hanno ancora dubbi sulla derivazione della parola, che potrebbe essere da lat. *ligicre < lingre.276 Ammettendo lorigine germanica del termine, la derivazione sarebbe dal longobardo.

G. KBLER, op. cit. s.u. drigkan e F. KLUGE, op. cit. s.u. trinken. A. LEVI, op. cit., s.u. berlich. 276 FEW, cit., s.u. lekkon. DEI, cit., s.u. leccare, non esclude che la voce sia passata al germanico dal romanzo dove *lccre potrebbe anche essere un adattamento dal greco leich.
275

274

111

III.7 MANUFATTI TESSILI E LAVORAZIONE DEI TESSUTI

faoudl, s.m. 'grembiule da lavoro' faoud, s.f. 'grembialata' foudl, s.m. 'grembiule da cucina' foudilt, s.m. 'grembiule senza pettorina' fouda, s.f. 'grembo'

Si pu risalire a una voce germanica *falda 'lembo, piega del vestito' > ata. fald, ted. Falte 'piega', nord.a. faldr, ingl. fold 'piega', confrontabile con la radice ie. *pel- 'ripiegare'. Il termine molto diffuso in area romanza (cfr. it. falda, sp. falda, halda, port. fralda, prov. falda, fauda): il che, insieme al mantenimento dellocclusiva sonora -d fa pensare a unorigine gotica.277 Per quanto riguarda il Piemonte, si deve notare che, salvo pochissime eccezioni, tutte le designazioni dialettali di 'grembiule' sono di derivazione germanica. Esse risalgono tuttavia a due ben distinte basi etimologiche e queste, a loro volta, si riferiscono a due fasi storiche successive. Mentre il Piemonte orientale conserva infatti le forme che derivano dal longobardo *skauz 'grembo',278 nel Piemonte occidentale sono rimasti i

G. BERTONI, op. cit. pag. 114 e FEW, cit., s.u. *falda. Cfr. A. LEVI, op. cit., s.u. scos, scusl e V. DI SANTALBINO, op. cit., s.u. scss, scossal.
278

277

112

discendenti del franco falda.279 Questultimo tipo lessicale si anzi imposto, evidentemente a seguito della disfatta dei longobardi a opera dei Franchi di Carlo Magno nella battaglia delle Chiuse (773), anche nella pianura piemontese, occupando cos lintero Piemonte centrale.280 Nel peveragnese il termine ha sviluppato due forme, a seconda di un uso settoriale specifico: faoudl indica un grembiulaccio grezzo, in genere utilizzato per lavori pesanti e sporchi, mentre foudl e il suo diminutivo foudilt si riferiscono esclusivamente al grembiule da cucina. Foudilt, in particolare, il grembiule senza pettorina. Il passaggio semantico da grembiule a grembo comune a tutta larea romanza. In peveragnese si ha lespressione n fouda 'sulle ginocchia'.

cota, s.f. 'gonna, vestito, abito talare' coutn, s.m. 'sottana' ata. Koz(zo), kott, sass.a. kot, kottos 'mantello di lana' < germ. *kuttan 'indumento di lana grezza'. Cfr. la forma regionale del ted. Kotze. Dal franco *kotta 'indumento di lana grezza' poi derivata la forma latino medievale cotta, che ha dato origine al fr. cotte, it. cotta, piem. cota, cat. cota, sp. e pg. cota ed presente come prestito nellingl. coat 'soprabito, cappotto' e nel ted. Kutte 'tonaca'.

Cfr. A. LEVI, op. cit., s.u. fauda, faudl e V. DI SANTALBINO, op. cit., s.u. faoda, faodal. 280 T. TELMON, a cura di A. Sobrero, Piemonte e Valle dAosta, Profili linguistici delle regioni, Editori Laterza, Roma-Bari, 2001, pag. 51.
113

279

Il termine ha subito unevoluzione semantica che trova corrispondenza nelluso che si fatto di tale indumento nelle diverse epoche storiche, a seconda della moda del tempo. Probabilmente in origine era un termine in qualche modo legato alla sfera militare e designava la 'sopravveste del guerriero', forse innovazione introdotta dai Franchi; nel Medioevo si riferiva a un abito lungo fino alle ginocchia indossato sia dagli uomini sia dalle donne, nel Rinascimento diventa abito prettamente femminile e assume poi una connotazione specifica in campo ecclesiastico.281

gida, s.f. 'gherone,282 toppa, pezzo di stoffa' long. gaida, ags. gd 'punta', ingl. goad 'pungolo' < germ. *gaid 'lancia, punta' < i.e. *ghei- 'muovere' (cfr. per es. sanscr. hinti, hnvati, hayati 'avviato, lanciato'). La parola attestata nellEditto di Rotari. Roth 224 - De manomissionibus. Si quis servum suum proprium aut ancillam suam liberos dimittere voluerit, sit licentia, qualiter ei placuerit. Nam qui fulcfree et a se extraneum, id est amund, facere voluerit, sic debit facere. Tradat eum prius in manu alteri homines liberi et per gairethinx ipsum confirmit; et ille secondus tradat in tertium in eodem modo, et tertius in quartum. Et ipse quartus ducat in quadrubium et thingit in gaida et gisil, et sic dicat: de quattuor vias, ubi volueris ambulare, liberam habeas potestatem. Si sic factum fuerit, tunc erit amund, et ei manit certa libertas: postea nullam

Cfr. FEW, cit., s.u. *kotta. Anche il termine italiano gherone deriva da un germanico *gairo 'punta del giavellotto' e ha assunto, per metafora, il significato di 'lembo di stoffa'.
282

281

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repetitionem patronus adversus ipsum aut filis eius habeat potestatem requirendi. Et si sine heredes legetims ipse, qui amund factus est, mortuus fuerit, curtis regia illi succidat, nem non patronus aut heredes patroni.

Sulle manomissioni. Se qualcuno vuole lasciare libero un proprio servo o una propria serva, gli sia consentito fare come gli piace. Chi vuole farlo fulcfree (libero) e indipendente da s, cio haamund, deve fare cos: lo consegni prima nelle mani di un altro uomo libero e lo confermi tramite gairethinx (atto giuridico compiuto davanti allassemblea) e il secondo lo consegni ad un terzo allo stesso modo e il terzo lo consegni ad un quarto. E il quarto lo conduca ad un quadrivio e gli doni una gaida e un gisil e dica cos: Per queste quattro vie hai libera facolt di andare dove vuoi. Se si fa cos allora sar haamund e a lui spetter una libert certa; in seguito il patrono non abbia facolt di avanzare alcuna rivendicazione contro di lui o contro i suoi figli. Se colui che stato fatto haamund muore senza eredi legittimi, gli succeda la corte del re, ma non il patrono o gli eredi del patrono.

La formula in gaida et gisil pare potersi tradurre 'con il bastone e con la freccia' e starebbe a significare che al servo in procinto di essere affrancato vengono consegnati due oggetti caratteristici delluomo libero, come simbolo della sua nuova condizione. Forte comunque lelemento allitterante che

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tende a prevalere sul significato letterale.283 Nel dialetto peveragnese, come in piemontese, gaida indica un pezzo di stoffa di forma triangolare che ricorda quindi la forma appuntita della lancia; veniva utilizzato, soprattutto in passato, per allungare i pantaloni o le maniche delle camicie. Oltre che nel Piemonte, il vocabolo, col significato di 'punta, pezzo di vestito', si ritrova in altri dialetti settentrionali: parm. gajda, crem., mil, gheda, vicent., padov. gaia, gagia.284 Larea di diffusione di gaida abbraccia dunque lintera Italia settentrionale e passando lEmilia lungo il pendio nord degli Appennini, giunge fino nel territorio abruzzese (gadie) e da l, in evidente forma di prestito, fino a Napoli (gaina).285

La parola longobarda si affermata in Italia nel suo significato metaforico 'punta di sfoffa' e non in quello originario 'punta di arma e di strumento'.286 Ma la parola ha assunto anche un impiego geonomastico e, nellaccezione di 'punta di terra, cuneo', sembra essere proseguita da alcuni toponimi:287 Gheit ne un esempio in provincia di Cuneo.288

C. AZZARRA S. GASPARRI, op. cit., pagg. 64 e 65. Scardigli annovera la parola gaida, insieme a gairo-, tra i termini penetrati nellitaliano e nei suoi dialetti per la via autoritario-dimostrativa essendo termine tecnico indicante originariamente la 'punta (di lancia)', importante simbolo del diritto longobardo. Cfr. P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 281. 284 G. BERTONI, op. cit., pag. 122. 285 RG, cit., IV, 52. 286 Gaida e *gairo che significano propriamente 'punta di freccia' nelle lingue germaniche, sono usate nei riflessi italiani come metafore applicate nella sfera della confezione degli abiti. Il che sta a indicare che il processo metaforico non una evoluzione semantica del prestito successivamente al suo ambientamento, ma che esso doveva gi essere stato realizzato allinterno del longobardo stesso. Cfr. C.A. MASTRELLI, La terminologia longobarda dei manufatti, cit., pag. 259. 287 C.A. MASTRELLI et alii, I Longobardi e la Lombardia, Milano, Palazzo Reale, 1978, pag. 39. 288 RG, cit., IV, 52.
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283

pata, s.f. 'pezzo di stoffa per impacchi, cencio, pannolino' patanha, s.f. 'benda' mpatanh, v.tr. 'bendare, fasciare' dspatanh, v. tr. 'sbendare' got. paida, ata. pfeit, pheit, sass.a. pda, ags. pd < germ. *paid 'gonna, camicia', da una radice ie. *bait 'pelle di capra, gonna'. Come ho spiegato per il derivato patars 'fiocco di neve',289 il solo criterio fonologico non aiuta a stabilire quale sia stata la lingua germanica di derivazione. Locclusiva sorda t farebbe propendere infatti per unorigine longobarda, non confermata dallesito della labiale. necessario quindi cercare uneventuale conferma nellambito culturale. Si pu notare allora che presso i Longobardi acquistano unimportanza rilevante la lavorazione dei tessuti e le attivit di cucito e sartoria e che proprio i Longobardi hanno introdotto nuove tecniche di lavorazione e preparazione degli indumenti.290 quindi probabile che pata sia di origine longobarda. Dal sostantivo base sono derivati nel dialetto peveragnese moltissimi termini che si riferiscono a fasciature e bendaggi.

binda, s.f. 'benda, fascia' bind, v. tr. 'bendare' bindl, s.m. 'nastro, fettuccia' ata. binta, ted. Binde, cfr. got. bindan, ata. bintan, atm binden, ted. binden 'legare', sass.a. bindan, nord.a. binda, ags. bindan, ingl. bind 'legare', fris.a.

289 290

Cfr. la voce patars al cap. III.2. V. GRAZI, op. cit., pag. 53.
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binda dal germ. *bend-a- < ie. *bhendh- 'legare' (cfr. per es. sanscr. badhnti 'legato'). Il termine molto diffuso in area galloromanza e probabilmente stato acquisito gi dal latino medievale, perch i Germani usavano pelli animali come mezzo di scambio nei commerci con i Romani, al posto della moneta.291 La conservazione dellocclusiva sonora d e la diffusione areale, cfr. prov. benda, fr.a. bende, fr. bande, spagn. venda, lasciano supporre unorigine gotica.292

fodra, s.f. 'fodera' germ. *fdra- 'fodera, fodero, guaina'293 > got. fdr 'fodero, guaina', ata. fuotar 'rivestimento, copertura', atm. vuoter 'fodero, custodia', nord.a. fdr, ags. fdder, franco fder. Originariamente indicava il 'fodero della spada' che probabilmente fu uninnovazione introdotta dai soldati germanici. Le voci italiane fodero, fodera e le corrispondenti dialettali sono di origine gotica.

staqut, s.m. 'laccio delle scarpe, nastro' staca, s.f. 'laccio, corda', fig. 'impegno gravoso' Si pu confrontare con ata. stah(ha), ags. staca < germ. *staka, *stakan 'stanga, palo' < ie. *steg- 'palo' (cfr. per es. lett. stga 'lunga stanga').

FEW, cit., s.u. *bind. Il DEI, cit., s.u. benda suppone che si trattasse di un termine tecnico diffuso in origine dai soldati germani e riporta il lat. med. bindae, 'fasciae' ritrovato in un glossario sassone. 293 Sembrerebbe che in germanico siano esistiti due vocaboli dorigine diversa e omonimi: uno con significato 'fodero, copertura', laltro 'foraggio'. Cfr. it. fodro. Vedi F. KLUGE, op. cit., s.u. Futter1, Futter2 e G. BERTONI, op. cit., pag. 118.
292

291

118

Dal sostantivo sarebbe poi derivata una forma verbale con un senso originario di 'legare a un palo' diventato poi 'legare' in generale.294 Con questo passaggio semantico si spiega, a mio parere, lorigine del peveragnese staqut 'piccoli legacci'. La derivazione della voce peveragnese si pu forse attribuire a un long. *stahha.295 Sempre il significato di 'legare', con senso di 'obbligare, costringere', ha dato probabilmente origine al significato figurato di staca 'impegno gravoso'.

taca, s.f. 'segno, macchia (in particolare di umidit), tacca' tacon, s.m. 'rappezzo, toppa' tacoun, v. tr. 'rattoppare, rammendare' tacoun, agg. 'rattoppato' Si pu risalire a una voce germanica *taikna- 'segno, apparizione' > got. taikn, nord.a. teikn, ata zeihhan, ted. Zeichen, atm. zeichen, sass.a. tkan, ags. tcn-, fris.a. tken, da una radice ie. *dei- 'splendere, apparire' (cfr. per es. sanscr. ddeti 'che splende', gr. dato 'che splendeva', delos 'visibile'). Generalmente per la voce italiana tacca e le corrispondenti forme dialettali si accetta la derivazione dal got. *taikka.296 In peveragnese il significato di 'rappezzo toppa' probabilmente da intendersi come 'aggiunta che macchia lintegrit del vestito'.

FEW, cit., s.u. *stakka. G. BERTONI, op. cit., pag. 199. Il FEW, cit., s.u. *stakka, attribuisce invece al termine unorigine gotica. 296 G. BERTONI, op. cit., pag. 205; DEI, cit., s.u. tacca; DELI, cit., s.u. tacca. Proposte diverse sono state suggerite da F. DIEZ, op. cit., s.u. tacco, che ipotizza una radice Tac, e da A. PRATI, Vocabolario etimologico italiano, Garzanti, Torino, 1951, s.u. tacca, che ritiene la voce come onomatopea imitativa dellintaccare col coltello.
295

294

119

rista, s.f. 'canapa pettinata' Cfr. ata. rsta, atm. rste, ted. Reiste 'fascio di lino', forse da una voce germanica *hrisjan 'scuotere, scrollare', ricollegabile alla radice ie. *skreis'girare, piegare, muovere'. ricostruibile una forma longobarda *rista 'ciuffo di lino', che non ha lasciato per molte tracce: piem. rista, com. rista 'mazzo, fastello', Canton Ticino rista 'canapa macerata.297

vindou, s.m. 'arcolaio' Si collega ad un verbo germanico comune: *wend-a 'torcere, attorcigliare, intrecciare': got. windan (biwindan, uswindan), ata. wintan, atm. winden, ted. winden, ags. windan, sass.a. windan, fris. a. winda, ol. winde, norr. vinda, dan. vinde, sved. vinda, formato dalla radice ie. *wendh- 'girare, intrecciare' (cfr. per es. sanscr. vandhra 'carrozzella di vimini'). Cfr. ted. Winde 'argano' e Garnwinde 'aspo'. La voce presente in italiano come guindolo, bindolo e (ag)ghindare e, in forme diverse, nei dialetti dellItalia settentrionale (ghindola, ghendola in provincia di Bergamo) e meridionale (vnnilo, vnolo in provincia di Foggia, nnnulu, vnnulu in provincia di Reggio Calabria);298 per la sua diffusione si pu presupporre unorigine longobarda.

297 298

V. GRAZI, op. cit., pag. 53. G. BERTONI, op. cit., pag. 257.
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brod, v. tr. 'ricamare' Si pu ricostruire una forma germ. *bruzdan. La voce non attestata da alcuna lingua germanica, ma alquanto diffusa nellarea galloromanza. Lorigine resta incerta; il termine potrebbe essere penetrato nel latino medievale brostare, oppure potrebbero esserci derivazioni dalle diverse lingue germaniche: it. brustare < long. *brustan, fr. broder < franco brozdn, cat. brodar, pg.a. broslar, sp. bordar < got. *bruzdn.299 Le voci piemontese e peveragnese derivano dal francese broder, cos come ted. brodieren, ol. borduren, ingl. (em)broider, norv. brodere.

croqut, s.m. 'uncinetto, gancetto' Si pu confrontare con germ. *krok 'uncino'. Diminutivo di croc 'gancio',300 probabilmente voce di origine franca; il significato diminutivo di 'piccolo gancio' diventato secondario e il termine passato a indicare comunemente il lavoro di ricamo, realizzato con i piccoli ferri (ganci).

299 300

FEW, cit., s.u. *bruzdan e DEI, cit., s.u. brustare. Vedi capitolo III.4 alla voce croc.
121

III.8 - VARIE

gurs, agg. 'storto, sghembo, obliquo' got. wairhs 'irato, in collera', ata. dwerh, twerch, ted. zwerch- (prefisso) e quer 'obliquo, storto', norr. verr 'trasversale, storto', ags. weorh 'sbagliato', ingl. thwarth 'attraverso, trasversalmente', ol. dwars < germ. werha 'trasversale, obliquo' < ie. twerk- 'girare' (forse confrontabile con lat. torqure). Lorigine della parola dialettale, come dellit. guercio, gotica.301 Bisogna per notare che in italiano il vocabolo ha assunto due significati: 'privo di un occhio', usato specialmente nel nord; e 'losco'. In peveragnese non ha nessuno di questi valori metaforici.

vre, avv., agg. 'poco', avv. 'quanto' Si pu risalire a una forma germ. *waigaro 'molto': cfr. ata. weigiro 'forte, molto', atm. unweiger 'non molto'. Migliorini attribuisce unorigine franca certa allit. guari.302 Credo si possa dire lo stesso per le forme dialettali piem. vaire e peveragnese vre, dove per rispetto allitaliano, la fricativa sonora in posizione iniziale ha conservato probabilmente un suono pi fedele alla pronuncia bilabiale della semivocale germanica w.303

Cfr. B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 77. La diffusione geografica del termine (presente nello spagnolo antico, nella Francia meridionale, nel catalano) conferma tale origine. 302 B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 81. 303 Cfr. anche pev. vanh e var al cap. III.3.
122

301

Luso abituale soltanto in frasi negative ha probabilmente portato col tempo a un passaggio di significato 'molto' > 'non molto' > 'poco'. Nel

francoprovenzale e nel piemontese pi occidentale, verso le valli occitane, quindi anche in peveragnese, lavverbio ha assunto inoltre valore interrogativo e relativo per indicare quantit.304

schuma, s.f. 'schiuma' ata scm, atm. schm, schoum, btm. schm, ted. Schaum 'schiuma', ol.m. sc(h)ume, norr. skm, dan., sved. skum, ingl. scum 'schiuma' < germ. *skma 'schiuma', forse riconducibile a una radice ie. *skeu- 'coprire, velare' (cfr. per es. lat. obscrus). Il collegamento con la radice indoeuropea si pu spiegare con il fatto che la schiuma copre una superficie liquida.305 Probabilmente il termine *skm indicava il sapone liquido, innovazione introdotta dai germani e fu latinizzato in skuma sotto linflusso della parola latina corrispondente spuma.306 La parola potrebbe avere in italiano e nei dialetti italiani unorigine longobarda.

baoudtta, s.f. 'scampanio a festa' got. balaba 'audacemente, 'ata. bald, atm. balde, ted. bald 'fra poco, subito, presto', sass.a. bald, ags. beald, ingl. bald 'schietto' e bold 'audace, coraggioso', ol. boud, norr. ballr, dan. bold, sved. bald < germ. *bala

304 305

FEW, cit., s.u. *waigaro. P. SCARDIGLI T. GERVASI, op. cit., s.u. scum-Schaum. 306 FEW, cit., s.u. *skm.
123

'audace, ardito', forse ricollegabile a una radice ie. *bhel- 'gonfiare' (cfr. per es. irl.a. balc 'forte, potente', cimrico balch 'audace'). Laggettivo, che indica una delle caratteristiche tradizionalmente attribuite ai popoli germanici, diffuso anche in area romanza: it. baldo, fr.a. bald, baud, prov.a. baut 'fiero', voci che derivano dal franco bald 'ardito fiero'. Il peveragnese baoudtta potrebbe essere composto dallaggettivo,307 seguito da una desinenza vezzeggiativa -tta, e starebbe a sottolineare il suono brillante e vigoroso delle campane a festa.308

galoubt, s.m. 'flauto provenzale' Termine provenzale di probabile origine germanica: cfr. prov.a. galaubia 'magnificenza', galaubiar 'agire bene', galaubier agg. 'magnifico, grazioso', riconducibili forse al got. *galaubei 'che ha valore, pregiato', *galaufs 'pregiato, pregevole'. Cfr. got. ga-laubjan 'credere', ata. ga-loub 'gradevole, piacevole, che ispira fiducia' < ie. *lewbh- 'desiderio, piacere'. Lo strumento prenderebbe il nome da una forma *galaubar 'suonare bene'.309

Un probabile aggettivo *baud non esiste per come tale in peveragnese. A. LEVI, op. cit., s.u. baudetta spiega invece il termine come diminutivo femminile di Baldo, nome proprio dato a campana, ma mi sembra poco convincente. 309 FEW, cit., s.u. galaubei e GRAND ROBERT, cit., s.u. galoubet. Nel corso dei secoli, gli scrittori provenzali hanno proposto, per questo vocabolo, le etimologie pi disparate e, a volte, fantasiose. Nel dizionario Lou Tresor du Felibrige ou Dictionnaire Provenal Franais, s.u. galoubet, F. Mistral dice che lo strumento prende il nome da un suonatore medievale, celebre per il suo talento musicale. Galaubet sarebbe il diminutivo di Galaup, nome di famiglia di questo personaggio. Questa ipotesi secondo me non convincente, anche se non mi sento in grado di escluderla del tutto perch Mistral stato sicuramente la voce pi autorevole della cultura e della lingua provenzale. Unaltra proposta attribuisce al nome dello strumento un etimo con valore iterativo *galober 'saltare', motivato dal fatto che si danza al suono del galoubet. Cfr. GRAND ROBERT, cit., s.u. galoubet.
308

307

124

Si tratta di un flauto a tre buchi, costruito normalmente in legno di bosso, palissandro o ebano, che sfrutta il principio degli armonici e viene suonato con la mano sinistra, per permettere al musicista di eseguire

contemporaneamente un accompagnamento ritmico, percuotendo con la mano destra un altro strumento chiamato tambourin. Come tutti gli strumenti tradizionali e popolari, la storia di questo flauto affonda le radici nella notte dei tempi. Doveva essere uno strumento molto diffuso nel Medioevo in tutta Europa, dal momento che in origine non apparteneva esclusivamente allarea culturale provenzale. Si hanno numerose rappresentazione iconografiche provenienti da Spagna, Italia, Francia del nord, Paesi Bassi, Fiandre, Austria, Germania, le pi antiche delle quali sono databili intorno al tredicesimo secolo. Alcuni esemplari antichi di questo strumento sono conservati, ma sono difficilmente databili. Nel corso dei secoli, diversi nomi sono stati utilizzati per indicare questo tipo di flauto; il pi diffuso senza dubbio galoubet, che per attestato per la prima volta solo nel 1723.310 Le notizie storiche non aiutano quindi a stabilire con certezza quale sia lorigine etimologica della parola. Lo strumento musicale e il termine che lo indica sono stati acquisiti a Peveragno direttamente dalla cultura provenzale durante gli ultimi decenni, grazie al risveglio della tradizione musicale occitana anche nelle valli italiane e al conseguente diffondersi di gruppi musicali e scuole di strumenti tradizionali.

Le notizie su questo strumento musicale sono tratte da M. GUIS, T. LEFRANCOIS R.VENTURE, Le galoubet-tambourin instrument traditionnel de Provence, Edisud, Aix-en-Provence, 1993.
125

310

CONCLUSIONI

Nelle pagine precedenti ho cercato di mettere in luce, delineando rapporti formali e semantici, in che misura e sotto quali circostanze, per alcune voci del dialetto di Peveragno, si possa stabilire una derivazione da lingue germaniche. Le varie ipotesi sono state formulate attraverso losservazione non solo di aspetti linguistici, ma anche di collegamenti extralinguistici, che hanno reso la ricerca ancor pi curiosa ed interessante. A conclusione di questo lavoro, si possono fare alcune valutazioni di carattere generale, soprattutto di tipo semantico, e considerazioni pi specifiche relative al peveragnese. Come gi hanno dimostrato i numerosi studi relativi ai prestiti germanici in italiano, credo che una prima analisi delle parole peveragnesi qui raccolte possa confermare quanto profondo sia stato il rapporto tra Germani e Latini. Le sfere semantiche in cui si possono ritrovare dei germanismi riguardano infatti gli aspetti pi disparati ed allo stesso tempo pi comuni della vita: il rapporto con la natura, le relazioni con le altre persone, il lavoro, i bisogni quotidiani di nutrirsi e vestirsi. Parole di origine germanica vengono prese a prestito nelle lingue romanze per designare uninnovazione introdotta da popolazioni germaniche, per indicare un modo nuovo o diverso di utilizzare cose gi conosciute (e in questo caso sostituiscono spesso voci preesistenti appartenenti al lessico latino: cfr. per esempio pev. lsna, it. lesina, fr. alne, spagn. lesna contro latino subula), per sottolineare la differenza di usi e costumi.

126

Innovazioni

germaniche

si

possono

riscontrare

nella

denominazione di animali e di elementi naturali, il che sottolinea leccellente conoscenza, anche rispetto agli indigeni, che i Germani avevano della natura sia domestica, sia selvatica. Credo sia significativo che nel peveragnese, per indicare la 'gazza', si usano due termini differenti aiassa e berta, entrambi di origine germanica, presumibilmente longobarda. Il primo termine pu essere considerato segno del rinnovamento per effetto della presenza e dellesperienza germanica; il secondo invece un termine espressivo, entrato inizialmente nelluso comune con un probabile senso spregiativo generico e poi passato a designare un animale specifico. Allo stesso modo il piemontese annovera ben tre termini diversi per designare il 'maggiolino' due dei quali, cancoura e givo, comuni al peveragnese, anche se per il secondo si registra solamente il significato metaforico di 'sigaro'. Dai Germani, i Latini appresero nuove tecniche di caccia (cfr. pev. grif 'trappola, tagliola' e trapa 'trappola'), ma anche nuovi metodi di allevamento (pev. jouc 'trespolo, posatoio per le galline' e grpia 'mangiatoia'), attivit nelle quali i Germani potevano vantare grande esperienza. Sono state acquisite parole che indicavano nuovi cibi (pev. br 'brodo' e supa 'minestra di pane') o nuovi modi di cuocere le vivande (pev. brou 'lessare'), e mantenere acceso il fuoco (pev. braza 'brace' e brand 'bruciare vivacemente'). Nonostante i Germani avessero imparato dai Romani a costruire le case in muratura, molti termini, soprattutto longobardi, che indicano strutture lignee peculiari per ledilizia germanica, si possono ritrovare sia in italiano sia nei dialetti (pev. scur 'imposta per chiudere le finestre', lbia 'ballatoio'). Si pu attribuire unorigine germanica anche a parecchi vocaboli indicanti una certa semplicit
127

nel vestire (pev. pata 'pezzo di stoffa', gaida 'gherone, toppa') e nuovi modi ed attrezzi per cucire o confezionare abiti (pev. vindou 'arcolaio', brod 'ricamare'). Infine, anche da unosservazione superficiale ci si accorge che la sfera semantica relativa alluomo, ai suoi comportamenti e alle relazioni con gli altri, la pi vasta ed ampia. Si tratta, in particolare, di parole espressive che furono adottate non tanto per necessit, ma perch sentite pi efficaci per esprimere atteggiamenti ed usi spesso ritenuti dai Romani pi schietti, ma anche pi rozzi. Rispetto allitaliano, il valore espressivo di alcuni prestiti germanici ancora pi evidente nel dialetto, che gi possiede normalmente sfumature pi colorite e vivaci (pev. sleffa 'scapestrato', plandron 'pelandrone', filon 'furbacchione'). Si possono individuare inoltre parole, derivanti da strati germanici diversi, che indicano situazioni di disagio probabilmente riferibili ad un originario rapporto di conflittualit tra Germani e Latini (cfr. per esempio pev. bega 'contrasto, briga', di origine gotica; gram, 'cattivo, malvagio' di probabile provenienza longobarda; gena 'soggezione, incomodo', di origine franca). Attraverso unanalisi pi attenta e particolareggiata, si pu riscontrare una fitta rete di relazioni semantiche tra il patrimonio lessicale del nostro dialetto e quello delle lingue germaniche, che sommariamente, possono essere riassunte nei seguenti punti: - facolt generatrice morfologica di numerosi derivati, indice dellelevato grado di vitalit e della forte penetrazione della nuova parola nei nostri dialetti: per esempio pev. foudal 'grembiule', pev. grappa 'rampone', pev. gena 'soggezione';

128

- capacit di sviluppare ampliamenti semantici metaforici, significativa di unacquisizione profonda del termine germanico: per esempio pev. pata 'pezzo di stoffa, cencio' > pev. patars 'fiocco di neve'; - sviluppo di ampliamenti semantici comuni, verificatisi indipendentemente a partire da una stessa forma originaria: pev. trapa 'trappola' e 'botola', franco trappa 'trappola', ted. Treppe 'scala', 'piano'; - formazione di derivati che si riferiscono agli stessi referenti, denotando in tal modo un certo parallelismo nei processi mentali umani: per esempio pev. aiasn e ted. reg. Elsterauge 'callo'. Rispetto alle lingue germaniche di origine, il patrimonio lessicale peveragnese riscontrare:311 parole di attribuzione gotica: bram 'grido di animale', rapa 'grappolo', stcca 'colpo', rpia 'ruga', mar 'cattivo', ndern 'ammaccato', afra 'paura', bega 'contrasto', sgur 'sprecare', grappa 'rampone', rampn 'gancio', group 'nodo', lam 'allentato', ranc 'strappare', fodra 'fodera', taca 'segno, macchia', gurs 'storto', galoubt 'flauto provenzale'; parole di origine longobarda: aiassa 'gazza', brta 'gazza', cancoura 'maggiolino', grpia 'mangiatoia', grif 'trappola', lama 'pozza dacqua', biza 'vento gelido', bri 'germoglio', barba 'zio', masca 'strega', canpia 'nasone', squina 'schiena', rufa 'crosta lattea', binhoun 'bubbone', ranfi dimostra di essere piuttosto eterogeneo. Si possono

Ho cercato di raggruppare le voci peveragnesi raccolte a seconda della presunta lingua germanica dorigine per permettere considerazioni e commenti conclusivi. Ribadisco per che una suddivisione rigida e schematica non possibile e nemmeno opportuna e che lattribuzione ad uno strato germanico specifico un lavoro delicato che non permette sempre di giungere a conclusioni definitive. Si devono quindi considerare le osservazioni e le eventuali perplessit riportate alle singole voci.
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311

'crampo', gram 'cattivo', sleffa 'scapestrato', stri 'ribrezzo', magon 'magone', grinh 'riso', zgrafihn 'graffiare', raf 'carpire', piv 'solco per la coltivazione', lsna 'lesina', lbia 'ballatoio', listl 'travicello', scur 'imposta', br 'brodo', brand 'bruciare ardentemente', brou 'lessare', sbalafr 'mangiare avidamente', trinc 'bere smodatamente', brlic 'leccare', gaida 'gherone', pata 'pezzo di stoffa', staca 'laccio', rista 'canapa pettinata', vindou 'arcolaio', schuma 'schiuma'; parole di origine franca: bouc 'montone', stroup 'gregge', jouc 'trespolo', trapa 'trappola', 'botola', but 'germoglio', borda 'pagliuzza', gachn 'apprendista muratore', mourfl 'moccio', galp 'ghiotto', gena

'soggezione', sagrn 'preoccupazione', guinha 'faccia arcigna', sguinch 'dare unocchiata', gach 'spiare', squiv 'scansare', vanh 'guadagnare, vincere', var 'guarire', pia 'scure', croc 'gancio', tupn 'pentolino', grba 'mannello di spighe mietute', trabc 'unit di misura', loci 'vacillare', rust 'arrostito', faoudl 'grembiule', brod 'ricamare', vre 'poco', baoudtta 'scampanio a festa'; voci penetrate nel latino medievale: rasp 'raspare', biavm 'tritume di fieno', filon 'furbacchione', guddou 'tono', lata 'travicello', supa 'minestra', brous 'cacio piccante', braza 'brace', cota 'gonna', binda 'benda'; voci onomatopeiche: lap 'bere o mangiare avidamente'; prestiti recenti: sancraou 'piatto di cavoli cucinati con aceto', blaga 'millanteria';

130

e si pu osservare in linea generale che: le parole longobarde sono diffuse anche in altri dialetti italiani o nellitaliano stesso; la quasi totalit dei prestiti gotici trova corrispondenza in italiano, alcuni invece sono stati acquisiti nel dialetto per il tramite del provenzale; la maggior parte delle voci di origine franca penetrata attraverso il francese o il provenzale. Non certo possibile, per, inquadrare i fenomeni linguistici in uno schema rigido e determinato da regole, anche perch ogni parola ha una storia a s. Losservazione del lessico germanico nel dialetto conferma una situazione di frontiera, caratteristica delle valli alpine (e la Val Isina con Peveragno una di queste) che tra Italia e Francia, Piemonte e Provenza, hanno subto, nel corso dei secoli, influenze culturali significative e diverse e sono state testimoni di un continuo movimento di uomini (e

conseguentemente di idee e parole): dalle invasioni del V-VIII secolo fino alle migrazioni dei primi anni del 1900 quando i nostri nonni andavano a cercare lavoro e fortuna al di l delle montagne, nella vicina Francia. Questa posizione di confine si riscontra certamente in ambito linguistico. Alcune parole migrano pi facilmente sotto la spinta del commercio, dellattivit economica o della necessit degli uomini di spostarsi e, col passare del tempo, spesso diventa difficile riconosce il prestito e risalire alle sue origini. Per descrivere la situazione linguistica di Peveragno, simile a quella di molti altri paesi di fondovalle, stato coniato il termine di area grigia, proprio per sottolinearne il suo stato intermedio tra le parlate occitane e quelle piemontesi. Credo di poter affermare che questa situazione
131

linguistica sia stata una costante nel corso dei secoli e che anche i prestiti di origine germanica abbiano dovuto confrontarsi con questa realt. Se per esempio si concentra lattenzione sui prestiti riferibili agli strati germanici pi antichi, per i quali si pu ipotizzare unorigine ora gotica ora longobarda, soprattutto in base al principio della mutazione consonantica alto tedesca (da utilizzare, come si detto, con le dovute cautele), si pu notare che: a volte il peveragnese presenta parole di forma gotica, laddove il piemontese ha adottato la forma longobarda: pev. grappa 'rampone', piem. graffa; in altri casi, si registra lesatto contrario pev. ngrinf(i) 'afferrare', contro piem. grip; coesistono forme attribuibili a strati diversi e di significato simile ngrinf(i)ase 'aggrapparsi' e ngrapounase 'arrampicarsi'; il peveragnese conserva voci sinonimiche derivate da lingue germaniche diverse: il caso dellaggettivo 'cattivo' al quale corrispondono sia mar, di probabile origine gotica, comune al provenzale, sia gram di origine longobarda, comune al piemontese. In conclusione, pur riconoscendo i limiti della mia ricerca, ritengo che questo lavoro possa essere un buon punto di partenza per raccogliere e fissare alcune parole del dialetto di Peveragno, che si stanno lentamente dimenticando e perdendo, e possa aggiungere un piccolo contributo a quel filone di studi che si propone di verificare limportanza e leffettiva portata dei contatti tra Germani e Latini e di approfondire la ricognizione dellelemento germanico nei dialetti italiani.
132

INDICE DELLE PAROLE

Le parole peveragnesi analizzate nel corso della tesi, sono riportate qui di seguito in ordine alfabetico. A fianco di ogni termine ho indicato il numero di pagina nella quale lo stesso trattato.

Termine peveragnese

Numero di pagina

afra, s.f. 'paura, angoscia'

83

afroz, agg. 'spaventoso, angosciante'

83

agenase, v. rifl. 'sentirsi a disagio, non osare'

82

aiasn, s.m. 'callo'

40

aiassa, s.f. 'gazza'

40

pia, s.f. 'scure'

91

apit, s.m. 'accetta'

91

arbut, s.m. 'germoglio'

59

arbut, v. intr. 'rigermogliare'

59

argl, s.m. 'piacere, divertimento'

77

argalase, v. rifl. 'provare gusto, divertirsi'

77

133

baoudtta, s.f. 'scampanio a festa'

123

barba, s.m. 'zio'

61

bega, s.f. 'contrasto, briga'

83

brlic, v. tr. 'leccare'

111

brta, s.f. 'gazza'

42

biavm, s.m. 'tritume di fieno'

58

binda, s.f. 'benda, fascia'

117

bind, v. tr. 'bendare'

117

bindl, s.m. 'nastro, fettuccia'

117

binhoun, s.m. 'bubbone'

73

biza, s.f. 'vento gelido'

54

blaga, s.f. 'millanteria'

XIV

blag, v. intr. 'vantarsi, millantare'

XIV

blagr, s.m. 'spaccone, elegantone'

XIV

borda, s.f. 'pagliuzza, piccolo corpo estraneo'

60

bouc, s.m. 'montone, ariete'

43

bram, s.m. 'grido di animale, o di persona che sta male'

48
134

bram, v. intr. 'gridare, urlare'

48

branda, s.f. 'grappa'

107

brand, v. intr. 'bruciare vivacemente'

107

braza, s.f. 'brace'

109

brod, v. tr. 'ricamare'

121

br, s.m. 'brodo'

105

bri, s.m. 'germoglio delle patate', 'muco'

59

bri, v. intr. 'germogliare'

59

brou, v. tr. 'lessare'

108

brous, s.m. 'cacio piccante'

106

brut, v. tr. 'brucare'

50

but, s.m. 'germoglio', 'mozzo in legno'

59

canpia, s.f. 'nasone'

71

cancoura, s.f. 'maggiolino'

44

cota, s.f. 'gonna, vestito, abito talare'

113

coutn, s.m. 'sottana'

113

croc, s.m. 'gancio, uncino'

94
135

crocha, s.f. 'stampella'

94

croqut, s.m. 'uncinetto', 'gancetto'

121

dsgen, agg. 'disinvolto'

82

dspatanh, v. tr. 'sbendare'

117

mpatanh, v. tr. 'bendare, fasciare'

117

ndern, agg. 'ammaccato'

80

ngrapoun, agg. 'arrampicato'

92

ngrapounase, v. rifl. 'arrampicarsi'

92

ngrinf(i), v. tr. 'ghermire, afferrare'

52

ngrinf(i)ase, v. rifl. 'aggrapparsi'

52

njoucase, v. rifl. 'appollaiarsi'

46

nrampinhase, v. rifl. 'arrampicarsi'

93

fouda, s.f. 'grembo'

112

faoud, s.f. 'grembialata'

112

faoudl, s.m. 'grembiule da lavoro'

112

filon, s.m. 'furbacchione'

77

fodra, s.f. 'fodera'

118
136

foudl, s.m. 'grembiule da cucina'

112

foudilt, s.m. 'grembiule senza pettorina'

112

gach, v. tr. 'spiare, guardare di sottecchi'

86

gachn, s.m. 'apprendista muratore'

70

gida, s.f. 'gherone, toppa, pezzo di stoffa'

114

galoubt, s.m. 'flauto provenzale'

124

galp, agg. 'ghiotto'

77

garb, s.m. 'buco'

97

garb, v. tr. 'scavare'

97

garbadn, s.m. 'grosso buco'

97

garo! escl. 'attenzione, largo!'

87

gena, s.f. 'soggezione, incomodo, disagio'

82

gen, agg. 'che ha soggezione, timido, a disagio'

82

gennt, agg. 'che reca soggezione o incomodo'

82

grba, s.f. 'mannello di spighe mietute'

97

gram, agg. 'cattivo, malvagio'

75

gramsia, s.f. 'cattiveria, malignit'

75
137

(a) grapon, loc. avv. 'a quattro gambe'

92

grappa, s.f. 'rampone'

92

grif, s.m. 'trappola, tagliola'

52

grinh, s.m. 'riso'

84

grinh, v. intr. 'ridere'

84

group, s.m. 'nodo di un filo, di una corda'

99

group, v. tr. 'annodare, legare'

99

guddou, s.m. 'tono, stile, garbo'

82

grpia, s.f. 'mangiatoia'

47

gurs, agg. 'storto, sghembo, obliquo'

122

guinha, s.f. 'faccia arcigna, maligna'

85

guinhon, s.m. 'antipatia'

85

jouc, s.m. 'trespolo, posatoio per le galline' (a) jouc, loc. avv. 'salire sul posatoio'

46 46

lam, agg. 'lento, allentato'

99

lama, s.f. 'pozza dacqua in un torrente o fiume'

54

lap, v. tr. 'bere o mangiare avidamente'

49

lata, s.f. 'travicello del tetto'

102
138

lsna, s.f. 'lesina'

91

listl, s.m. 'travicello, listarella di legno'

102

lbia, s.f. 'ballatoio in legno'

101

loci, v. intr. 'vacillare, essere instabile'

104

magon, s.m. 'magone, accoramento, dispiacere'

81

magoun, agg. 'afflitto'

81

magoun, v. intr. 'affliggersi, accorarsi, rimuginare'

81

mar, agg. 'cattivo, malvagio, infido'

76

masca, s.f. 'strega', fig. 'persona molto astuta'

65

mourfl, s.m. 'moccio'

74

mouta, s.f. 'zolla, palla di neve'

55

pata, s.f. 'pezzo di stoffa, cencio, pannolino'

117

patanha, s.f. 'benda'

117

patars, s.m. 'grande fiocco di neve misto ad acqua'

56

piv, s.f. 'solco, filare'

89

plandra, agg. 'pelandrona, scansafatiche'

78

plandron, agg. 'pelandrone, scansafatiche'

78
139

raf, v. tr. 'carpire, rubare'

87

rampn, s.m. 'gancio, appiglio'

93

rampon, s.m. 'rampone'

93

ranc, v. tr. 'strappare, rimuovere'

100

ranfi, s.m. 'formicolio, crampo'

74

ranfi, v. intr. 'russare'

74

rapa, s.f. 'grappolo, raspo delluva'

58

rapouli, v. tr. 'raspollare, racimolare'

58

rasp, v. tr. 'raspare'

51

rsca (arsca), s.f. 'spina di pesce, lisca'

55

rista, s.f. 'canapa pettinata'

120

rufa, s.f. 'crosta lattea'

72

rpia, s.f. 'ruga, grinza'

72

rupias, agg. 'raggrinzito, coperto di rughe'

72

rust, agg. 'arrostito, malaticcio, deperito'

108

rustia, s.f. 'pane abbrustolito'

108

sagrn, s.m. 'preoccupazione'

84
140

sancraou, s.m. 'piatto di cavoli cucinati con aceto'

107

sbalafr, v. tr. 'mangiare avidamente'

110

schuma, s.f. 'schiuma'

123

scur, s.m. 'imposta per chiudere le finestre'

103

sgur, v. tr. 'sprecare'

87

sguinch, v. intr. e tr. 'dare unocchiata', 'fare locchiolino' 85

sigrn, s.m. 'preoccupazione'

84

sigrin, agg. 'preoccupato'

84

sleffa, s.f. 'scapestrato, birba'

78

smourflon, s.m. 'ceffone'

75

squina, s.f. schiena

72

squiv, v. tr. 'scansare'

88

staca, s.f. 'laccio, corda', fig. 'impegno gravoso'

118

staqut, s.m. 'laccio delle scarpe, nastro'

118

stc, s.m. 'stuzzicadenti, bastoncino'

59

stcca, s.f. 'colpo'

59

stri, s.m. 'ribrezzo, schifo'

79
141

strioz, agg. 'schifiltoso'

79

stroup, s.m. 'gregge', 'assembramento'

45

supa, s.f. 'minestra di pane'

105

svalosqui, v. intr. 'nevicare a fiocchi radi'

57

taca, s.f. 'segno, macchia, tacca'

119

tac, agg. 'marcio'

60

tacon, s.m. 'rappezzo, toppa'

119

tacoun, agg. 'rattoppato'

119

tacoun, v. tr. 'rattoppare, rammendare'

119

topa, s.f. 'grosso ceppo per spaccare la legna'

95

topou, s.m. 'grosso pezzo di legno'

95

trabc, s.m. 'unit di misura'

98

trabuc, s.f. 'misurazione o stima approssimativa'

98

trapa, s.f. 'trappola' trapa, s.f. 'botola, grossa apertura in un solaio'

53 104

trinc, v. tr. 'bere smodatamente'

110

tupn, s.m. 'pentolino, vaso da notte', agg. 'sempliciotto'

96

valosca, s.f. 'scintilla, favilla, fiocco di neve'

57
142

vanh, v. tr. 'guadagnare, vincere'

88

var, v. tr. e intr. 'guarire'

88

vre, avv., agg. 'poco', avv. 'quanto'

122

vindou, s.m. 'arcolaio'

120

zgrafinh, agg. 'graffiato'

86

zgrafinh, v. tr. 'graffiare'

86

zgrafinhanha, s.f. 'graffio'

86

143

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