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Paul Gilroy (1956): The Black Atlantic

Il libro di Gilroy “The Black Atlantic: Modernità e doppia coscienza” (1993) segna una svolta nello studio
delle diaspore. Rifacendosi all'approccio degli studi culturali, Gilroy offre uno studio della storia intellettuale
africana e della sua costruzione culturale. Allontanandosi da tutte le forme culturali che potrebbero essere
ritenute come assolutismo etnico, Gilroy propone il concetto di Black Atlantic come spazio di costruzione
culturale transnazionale. Nel suo libro, Gilroy fa dei popoli che hanno sofferto della schiavitù del commercio
atlantico l'emblema del suo nuovo concetto di popolazioni diasporiche. Questo nuovo concetto rompe con
il modello tradizionale diasporico basato sull'idea che le persone della diaspora sono separate da una
sorgente o da un'origine comune, offrendo un secondo modello che privilegia l'ibridismo. Il tema di Gilroy
della doppia coscienza che coinvolge il Black Atlantic riguarda lo sforzo di essere sia europeo che Nero,
attraverso il rapporto degli schiavi con la terra di nascita.
Invece di incapsulare la tradizione afroamericana all'interno dei confini nazionali, Gilroy riconosce
l'importanza reale dei viaggi europei e africani di molti scrittori afroamericani. Per dimostrare il suo punto
di vista, Gilroy rilegge le opere di intellettuali afroamericani sullo sfondo di un contesto transatlantico.
Gilroy utilizza il commercio transatlantico di schiavi per evidenziare l'influenza dei "percorsi" sull'identità
nera. Egli usa l'immagine di una nave per rappresentare come l'autentica cultura nera è composta di scambi
culturali, in quanto la tratta degli schiavi neri soffocò la capacità di connettersi (rifarsi) ad una patria. Egli
sostiene che ci fu uno scambio culturale esattamente come ce ne fu uno commerciale, che definisce il
commercio transatlantico di schiavi e questa cultura nera.
Gilroy arriva a respingere a titolo definitivo i movimenti della classe operaia degli anni ‘70 e '80, sulla base
del fatto che il sistema e la logica dietro i movimenti era fondamentalmente errata a causa delle sue radici,
a causa del modo di pensare, che ha ignorato l'esperienza transatlantica come parte integrante
dell'esperienza del nero nella storia. Quindi Gilroy, è a favore di un’idea di nazionalità diasporica. Si oppone
al Thatcherism. Pone l’enfasi sulla nazione che secondo lui adottano i cultural studies una forma
sovrannazionale improntata alla diaspora non come matrice di separazione, ma piuttosto come fulcro
aggregante fra diverse culture nazionali, viste come fenomeni di ibridazione. Gilroy parla di “doble
consciusness”, come attitudine nei confronti della tradizione, ma non in termini nostalgici, ma costruttivi
nei confronti di una tradizione di cultura africana e una cittadinanza europea.

CAPITOLO 1: L’ATLANTICO NERO COME CONTROCULTURA DELLA MODERNITA’

In questa prima parte Gilroy esplora alcuni dei problemi politici specifici che nascono dall’unione dei
concetti di nazionalità e cultura, e il legame dei neri d'occidente con l'eredità intellettuale occidentale.
Questo è un altro modo per dire che le culture e le coscienze riflessive dei coloni europei e quelle degli
africani da loro schiavizzati, degli "indiani" massacrati e degli asiatici assoggettati non furono mai separate
le une dalle altre. Sembra osservazione ovvia, eppure ciò è stato sistematicamente messo in ombra dai
commentatori di tutti gli orientamenti politici, indipendentemente dal loro orientamento, i quali hanno
ripiegato sull'idea di nazionalismo culturale e su concezioni iperorganiche della cultura, che rappresentano
le differenze etniche come immutabili e come una frattura assoluta tra la comunità nera e quella bianca. In
contrapposizione troviamo la teorizzazione della creolizzazione, del metissage, dell'ibridismo. Ma secondo
Gilroy entrambi gli approcci rappresentano modi insoddisfacenti di definire i processi di mutamento
culturale e pertanto propone un termine intermedio: quello di Atlantico nero. Inoltre, in questo primo
capitolo prende in esame le strategie politiche dei neri britannici che spesso hanno identificato la Gran
Bretagna come un’unità etnicamente omogenea. Ed è il concetto di cultural insiderism ad essere alla base
di tale interpretazione. Questa espressione si basa su concetti quali nazionalismo, nazionalità e nazione e si
fa portatrice di un’idea di differenza etnica assoluta rispetto alla quale gli uomini si distinguono gli uni dagli
altri e per di più identifica la nazione come un’unità culturalmente coesa.
Per il resto il capitolo è diviso in tre sezioni:

1. Critica all’etnocentrismo dei Cultural Studies, antitetico rispetto alla dimensione transnazionale e
transculturale di ciò che G. definisce “Atlantico nero”
2. Vita e opere di Delany, uno dei primi architetti del nazionalismo nero
3. Controculture prodotte dai neri e polemica contro l'assolutismo etnico della cultura politica nera di
oggi.

Cultural studies in bianco e nero

Egli mette in luce il legame dei CS con l’etnocentrismo (tendenza a giudicare la storia, la struttura sociale e
la cultura dei gruppi umani diversi dal gruppo cui si appartiene secondo i valori propri di questo) e il
nazionalismo, i quali collocano il soggetto nero come altro da sé, ma lo sforzo di questo libro è quello di
presentare i neri come agenti, persone dotate di capacità cognitive e persino di una storia intellettuale. Ed è
alla luce di questo sforzo che Gilroy mette in dubbio il concetto di etnocentrismo. Inoltre, egli afferma che
raramente i CS hanno riconosciuto e dato importanza al legame con la storia e la teoria culturale nera.
Questi pochi pensatori si sono opposti ad una concezione esclusiva di identità nazionale. Andare oltre
queste prospettive nazionali e nazionaliste è importante per almeno due motivi: innanzitutto perché le
strutture politiche, economiche e culturali non coincidono perfettamente con i confini nazionali. In secondo
luogo, per la popolarità dell’idea di integrità e purezza delle culture. Questo secondo tema (purezza delle
culture) è particolarmente importante nell’Europa moderna ma risulta esserlo ancora di più nelle società
postcoloniali e in Gran Bretagna. In Gran Bretagna si ritrovarono a convergere tradizioni politiche e culturali
che determinarono il processo di formazione storico/sociale della Gran Bretagna nera. Ma tanto razzisti
quanto antirazzisti, neri e bianchi, politici di destra e di sinistra vedono questa convergenza come una
semplice collisione tra comunità culturali che si escludono a vicenda. Dunque, l’ingresso degli immigrati neri
in Gran Bretagna viene interpretato come un’intrusione illegittima nella autentica vita nazionale inglese che
prima di allora era pacifica e soprattutto etnicamente indifferenziata. Nonostante il razzismo britannico
emerga da queste condizioni, affonda le sue radici in un razzismo ben più
antico, dove alla base vi era l’idea secondo cui i particolarismi europei debbano essere visti come ideali
universali ed assoluti, come canoni per tutti i popoli del mondo. Questi discorsi conducono a una
celebrazione morbosa della englishness, in contrasto con la blackness. Ma la englishness non si è prodotta
esclusivamente grazie a dinamiche interne ed intrinseche ma anche in relazione ad elementi esterni. A tal
proposito, nel primo capitolo egli introduce l’immagine della nave, che è appunto primo microsistema di
ibridazione linguistica e culturale. Molto importante è il riferimento a un dipinto di Turner che rappresenta
una nave negriera, su cui i mercanti di schiavi gettano in mare i morti e i moribondi ed è importante per
l’evocazione del terrore razziale, del commercio e della degenerazione etico-politica dell’Inghilterra.
Ora, per superare queste prospettive nazionali e nazionaliste Gilroy propone l’immagine di un Atlantico
nero a cui gli storici culturali devono ricorrere per assumere una prospettiva transculturale e
transnazionale. L’Atlantico nero è innanzitutto luogo di scambio culturale. A tal proposito egli ricorre a un
esempio musicale: la canzone Keep on movin’ dei Soul II Soul, prodotta in Inghilterra da figli di immigrati
caraibici e poi riprodotta in formato dub (giamaicano) negli Stati Uniti da un africano americano.
Dunque l’Atlantico Nero è un sistema che trascende i confini dello stato-Nazione.
A tal proposito all’interno dei seguenti capitoli Gilroy presenterà l’esperienza di artisti, poeti, intellettuali,
attivisti e oratori neri che volevano sfuggire alle nozioni di nazionalità ed etnicità.

Martin Delany e l’istituzione della madrepatria

È importante ricordare il soggiorno di 7 anni di Delany in Inghilterra, l’esilio a Chantam, i viaggi verso sud e
la sua spedizione esplorativa nella valle del Niger.
Nasce in Virginia da uno schiavo ed una donna libera. Suo padre riuscì ad ottenere la libertà e pertanto la
famiglia si trasferì in Pennsylvania. Fece richiesta di ammissione ad Harvard, alla facoltà di medicina, e
venne accettato insieme ad altri due studenti neri a patto che esercitassero poi la professione di medici in
Liberia. Tuttavia, vennero cacciati via dal preside di facoltà a causa delle proteste degli studenti bianchi.
Quest’umiliazione fece sì che Delany lanciasse un appello agli americani in favore di una colonizzazione
nera del centro e del sud America, di cui egli parlerà in The condition. All’interno di questo suo primo libro,
egli paragona la condizione dei neri americani a quella di altre minoranze etniche in Europa.
Nel 1859 egli è in Africa e ne parlerà all’interno di un suo reportage. In quanto medico egli descrive le sue
sensazioni in modo molto razionalizzato, quasi come dei sintomi clinici. Inizialmente queste sensazioni sono
connesse ad uno stato di euforia che lascia poi spazio ad uno stato di malinconia. Delany non tornerà più in
Africa. Per lui l’Africa, così com’è, non va bene: deve essere cambiata. Innanzitutto, attraverso progetti di
modernizzazione, spazzando via la superstizione e la religione pagana e infine dando loro i benefici di una
vita civile. Inoltre, a differenza di molti che definiscono l’Africa come la ‘’terra madre’’, egli la definisce
come ‘’terra dei padri’’ perché per lui l’integrità della razza è innanzitutto integrità dei capo-famiglia. Le
donne dovevano essere sì istruite ma il loro unico ruolo era quello di madri.
Molto importante è infine il suo unico romanzo Blake, che parla di una storia di ricostruzione familiare.
Narra di un cubano che, dopo essersi imbarcato per l'Africa su una nave negriera come marinaio, viene
fatto schiavo negli USA. Fugge prima in Canada, poi torna negli USA per trovare la moglie dalla quale
era stato ingiustamente separato. Trova la donna, la rende libera, torna in Africa. Questo viaggio verso est
(middle passage al contrario) viene fatto come parte di un grandioso piano per far scoppiare una rivolta di
schiavi a Cuba. Blake inoltre offre della vita nelle baracche degli schiavi una delle migliori descrizioni che si
possano trovare nel XIX secolo.
Nonostante Delany facesse parte della Chiesa episcopale metodista africana, critica attraverso Blake, la
religione in generale e il cristianesimo in particolare. Questa critica ci offre la chiave di lettura per il
carattere panafricanista del libro: infatti, Blake rifiuta di ‘’fermarsi e di aspettare la salvezza’’ anche quando
gli viene offerta. Il superamento della fede è dovuto anche al superamento dei particolarismi. Egli infatti,
invita i neri a costruire uno stato-nazione sovra-culturale che vada al di là delle differenze di lingua, etnia,
religione ecc. Quest’idea è sicuramente vicina all’immagine di Atlantico nero che ha anch’esso una
configurazione di tipo transculturale e transnazionale.

La politica nera e la modernità


Nell’ultima sezione Gilroy presenta due diverse prospettive: quella essenzialista e quella pluralista.
L’essenzialismo accoglie l’eredità della modernità euro-americana soprattutto per la continua aspirazione
all’acquisizione di un’identità autentica, naturale, stabilmente radicata. L’essenzialismo ha avuto il limite di
non chiarire con precisione dove quest’essenza della sensibilità politica e artistica nera risiede ma ciò non
ne ha impedito la sua popolarità. Secondo la prospettiva essenzialista, la comunità nera deve recuperare
quella coscienza razziale che sembra aver perduto. Essa propone dunque, delle pratiche artistiche che
possano disincantare i neri dalle illusioni a cui sono stati sottoposti nella loro condizione di esilio.
Al polo opposto rispetto a questa prospettiva, abbiamo il pluralismo che concepisce la blackness come un
significante aperto e considera i neri divisi da molteplici particolarismi. In questa visione non c'è dunque
nessuna idea di comunità nera!
Gilroy parla poi di hip hop, il potente mezzo espressivo dei neri poveri dell'America urbana che hanno dato
vita a un movimento giovanile globale di considerevole importanza. Le componenti musicali dell'hip hop
costituiscono una forma ibrida alimentata dalle relazioni sociali del South Bronx, luogo dove la cultura del
sound system giamaicano venne trapiantata negli anni 70. Questa cultura rilocalizzata mise in moto un
processo che avrebbe trasformato il senso che l'America nera ha di sé, nonché una grande fetta
dell'industria musicale popolare.
La musica nera ha contribuito a produrre ciò che Bauman ha definito la contro-cultura della modernità. Per
dimostrare ciò egli prende in esame il contenuto normativo e le aspirazioni utopiche della musica.
Il contenuto normativo ha a che fare con ciò che egli definisce la politica della realizzazione, secondo cui
una società futura potrà realizzare le promesse politiche e sociali non mantenute dalla società del presente.
Dunque, la richiesta di una giustizia non razzializzata così come di una suddivisione razionale del lavoro
possono essere espresse nella musica.
Le aspirazioni utopiche hanno a che fare con ciò che egli chiama politica della trasfigurazione che punta
alla creazione di nuove modalità di amicizia, solidarietà, felicità conseguenti all’oppressione razziale su cui si
è basata la modernità.
Infine, la musica nera permette di superare l’opposizione tra essenzialismo e anti-essenzialismo perché
essa rappresenta un’autenticità nera però non è garantita da un’eredità o radice razziale ma dalle comuni
esperienze storiche.