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Capitolo 1

L’antisemitismo e il buon senso

La prima riflessione dell’autrice analizza il rapporto causa-effetto tra la questione ebraica e la nascita della
macchina infernale del totalitarismo. L’evidente mancanza di collegamento diretto tra essi, a parere della
Arendt, offende il buon senso di chi si appresta ad ascoltare la spiegazione delle origini del nazismo. I
tentativi di “spiegazione” dell’antisemitismo risultano un lavoro arduo, oltre che forviante poiché capaci di
farci dimenticare l’intera faccenda e lo sconcerto del nostro buon senso.

Un esempio è dato dall’identificazione dell’antisemitismo con lo sciovinismo e la xenofobia, in effetti


l’antisemitismo crebbe proprio mentre era in pieno declino il sistema europeo di stati nazionali.

Il nazismo e lo stalinismo si sono serviti del nazionalismo senza mai appartenervi, l’obiettivo di entrambi
aveva portata e significato internazionali.

La stessa storia dei 75 anni del movimento antisemita disprezzava l’identificazione dell’antisemitismo con il
nazionalismo. Già alla fine del XIX secolo i primi partiti antisemiti cercano di assumere una fisionomia
internazionale nell’organizzazione e nell’opera politica.

L’antisemitismo raggiunge il suo culmine quando ormai gli ebrei avevano perso ogni funzione e influenza.
All’avvento di Hitler le banche tedesche, le quali erano state sotto il totale controllo degli ebrei per oltre un
secolo, erano già judenrein. Perfino statisticamente si prevedeva la scomparsa della comunità ebraica in
Germania entro qualche decennio. Ad essi erano comunque rimasti ingenti ricchezze e non è saggio
affidarsi a statistiche.

La prima ipotesi è che il violento odio contro gli ebrei è nato senz’altro come reazione a una loro
straordinaria posizione di potere.

Un’altra ipotesi ispirata dal buon senso è quella che vede gli ebrei vittime poiché particolarmente
impotenti, dunque, facili capri espiatori, da additare come autori di ogni male nel mondo.

La teoria della contraddittorietà del capro espiatorio aveva inizialmente eliminato questa seconda ipotesi,
ma la natura del terrore totalitario ne ha evidenziato l’adeguatezza.

La differenza fondamentale tra forme totalitarie e quelle tiranniche tradizionali è che il terrore viene usato
come strumento permanente con cui governare masse obbedienti. Le sue vittime sono assolutamente
innocenti anche dal punto di vista del persecutore. Se nel regime di Hitler le vittime erano designate, nella
Russia di Stalin la scelta delle vittime non era limitata da considerazioni razziali e aveva poco a che fare con
la condotta dei colpiti. In una situazione simile, nessuno, neppure il persecutore era salvo dalla paura di
essere vittima improvvisamente.

Prima che il terrore possa scatenarsi, l’ideologia con cui esso si presenta deve aver convinto molti, solo il
terrore può scegliere in modo arbitrario le vittime, ma è l’ideologia che muove le masse.

Fino ad oggi non si è riusciti a spiegare perché proprio gli ebrei furono vittime designate. L’eterno
antisemitismo lo si presenta come un fenomeno naturale, documentato dalla storia di un odio quasi
bimillenario.

Anche l’idea che l’antisemitismo “eterno” avrebbe assicurato “l’eterna” esistenza del popolo ebraico ebbe
oltre l’effetto sperato anche un risvolto inatteso. La mancata comprensione della propria storia fece
credere agli ebrei che si trattasse dell’odio religioso medievale, anzi furono in prima fila a diffondere la
pericolosa idea del ritorno all’oscuro Medioevo di fronte al movimento hitleriano.
Di fronte alla catastrofe finale però la teoria dell’eterno antisemitismo appare più assurda e pericolosa che
mai.

Per quanto riguarda il legame tra lo stato nazionale e gli ebrei c’è da sottolineare come al culmine del loro
sviluppo gli stati nazionali assicurassero a questi la parità giuridica. Nonostante la ferma convinzione
dell’importanza della cittadinanza e dell’omogeneità della popolazione. In una popolazione omogenea gli
ebrei rappresentavano indubbiamente un elemento estraneo da assimilare e far scomparire. Una nazione
nella nazione, soprattutto nella Francia post rivoluzione non era tollerata.

Furono emanati editti di emancipazione delle comunità ebraiche dell’Europa occidentale, vennero aboliti
privilegi e restrizioni di casta.

L’emancipazione generale degli ebrei non fu ritardata da sentimenti antisemiti bensì dai privilegi goduti già
in precedenza da singoli ebrei.

Quando nel XVII secolo gli stati chiesero ingenti somme di denaro in prestito, gli ebrei entrarono in gioco
con le roro ricchezze. Grazie anche ai loro legami coi principi europei ricevettero oltre al compenso anche
protezione locale. Alla nascita degli stati nazionali, i legami degli ebrei si trasformarono in affari di stato e la
protezione in privilegi.

Verso la metà del XVIII secolo ogni corte principesca d’Europa aveva i suoi ebrei chiamati: ebrei di corte.
Essi godevano di tutti i privilegi e il loro tenore di vita era superiore a quello medio della popolazione.
Questo fatto non sfuggiva alla popolazione.

Le comunità ebraiche avevano un vantaggio rispetto alla popolazione, attraverso i correligionari di corte
potevano chiedere un intervento del principe contro gli abusi subiti. Senza nessuna prova gli ebrei di corte
vennero visti come capi delle comunità ebraiche nelle campagne.

In tutti i paesi in cui si trovavano gli ebrei non erano collocabili nelle classi presenti, corrispondevano alle
classi più agiate della borghesia. Erano riluttanti ad intervenire con investimenti nell’industria o in affari
privati, furono principalmente datori di lavoro su larga scala avendo sotto di sé soprattutto impiegati.

L’interesse dello stato a tenere distinta la comunità ebraica coincise con quello degli stessi ebrei a non
essere assimilati, conservando così la propria tradizione e l’identità di gruppo. E’ interessante notare con
che forza gli ebrei rifiutarono di partecipare allo sviluppo del capitalismo, evento che certamente li avrebbe
assimilati nella borghesia locale.

Nascere ebrei significava o essere privilegiati o diseredati, in quanto privi di certi diritti per impedirne l-
assimilazione.

Se con la nascita degli stati nazionali alcuni ebrei raggiunsero posizioni di prestigio, con la disintegrazione di
questi anche l-ebraismo dei paesi occidentali conobbe la sua caduta di pari passo.

Nell-era dell-imperialismo la ricchezza degli ebrei fu oggetto di odio universale, la causa nasceva dal fato
che il nazionalismo stati aveva resi gigantesche imprese economiche e gli ebrei si trovavano nella posizione
di essere in mezzo a questa dura lotta senza appartenere a nessuno stato. La loro ricchezza era vista come
inutile e loro come impotenti. Divennero oggetto di disprezzzo universale.

Quando gli stai ebbero necessita’ di denaro gli unici soggetti in grado di raccogliere ingenti somme erano
gli ebrei, in cambio ricevevano privilegi e titoli.
La generalizzazione dei privilegi urtava i privilegiati, tanto da arrivare a impedire l-immigrazione degli ebrei
orientali da parte di quelli berlinesi. Alla fine del XIX secolo le classi abbienti iniziarono a vedere di buon
occhio gli affari con lo stato e gradualmente subentrarono occupando la posizione degli ebrei.

Quando gli ebrei divennero un elemento inutile aglo occhi degli stati nazionali?

Nel momento in cui i servizi offerti dagli ebrei vennero gatantiti dall-aristocrazia e l-aspetto intereuropeo
venne meno come utilit’ poich[ l-obiettivo dei conflitti non prevedeva pi+ una futura trattativa di pace, ma
la distruzione del nemico allora le comunit’ ebraiche divennero inutili.

La capacit’ di costruire una relazione con il potere che man mano veniva aistaurarsi negli stati in cui erano
presenti diede agli ebrei l-aspetto di comunit’ assetata di potere, ma secondo il pensiero della Arendt non vi
era nulla di piu falso. Gli ebrei non trovavano fascino nel potere, se ne servivano a vantaggio dproprio e
delle comunita negli altri paesi. Per gli ebrei il distacco dalla questione del potere era cosi ovvio che non lo
menzionarono mai, se non per esprimere rammarico e sorpresa per i sospetti manifestati nei loro
confronti.