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INDICE

Indice 1
Introduzione 2
Capitolo I: Le origini 10
1.1 Le origini del Volk 10
1.2 Lagarde, Langbehn, Von Egidy: una fede germanica 19
1.3 La nascita degli stereotipi 32
1.4 Il contributo inglese al razzismo 39
Capitolo II: Il popolo ebraico 45
2.1 La calunnia del sangue 45
2.2 La leggenda dell’Ebreo errante 49
2.3 Gli ebrei e il concetto razza 59
Capitolo III: La nascita del nazionalsocialismo 63
3.1 Le origini francesi 63
3.2 L’affermazione del nazionalsocialismo in Inghilterra,
Austria e Germania. La realtà Usa. 69
3.3 Il programma del partito nazionalsocialista tedesco 77
Capitolo IV: La soluzione finale della questione
ebraica 85
4.1 Mein Kampf: ideologia e programma del nazismo 85
4.2 Dall’antisemitismo al genocidio 95
4.3 L’olocausto: la teoria razziale in pratica 107
Bibliografia 124

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INTRODUZIONE

Il razzismo è uno degli aspetti che da sempre ha connotato il


genere umano. Ciò nonostante, nel corso dei tempi, sono mutati gli
oggetti e le modalità con cui si è esplicato. Nella storia umana, infatti,
sono svariati gli esempi di atteggiamenti ostili che hanno visto opporsi
etnie diverse nonché il prevalere, nella maggior parte casi, di una
fazione sull’altra. Nel corso del XX secolo abbiamo tuttavia assistito a
quello che per intensità ed atrocità, può essere considerato il più
disumano sterminio della storia. L’olocausto è stato l’epilogo dell’
ininterrotto clima di ostilità e di odio che, per oltre quattromila anni,
ha circondato l’intera comunità ebraica. Nel corso della mia analisi ho
focalizzato l’attenzione sui fattori che hanno determinato l’emergere e
la successiva diffusione di una rappresentazione preconcetta e
comunemente condivisa, dell’ebreo usuraio, dell’ebreo in quanto
individuo da “eliminare”. In particolare ho fatto costante riferimento
agli scritti di George Mosse, un intellettuale tedesco-americano che in
quanto ebreo subì, anche se in modo marginale, gli effetti della
persecuzione perpetrata dal regime nazista. Lo storico, infatti, fu
costretto ad abbandonare la sua terra di origine, la Germania, in
seguito al dilagare dei provvedimenti razziali rivolti al popolo ebraico.
E così, proprio a partire dalla sua esperienza diretta, Mosse ha
ricercato le origini, le cause del fenomeno antisemita che ha invaso
con particolare virulenza l’Europa del Novecento. Il prologo della sua
analisi appare contraddistinto dall’affermazione di un continuo

2
raffronto tra le diverse immagini che, nel corso dei secoli, si erano
diffuse in relazione agli ebrei.
Il deicida, resosi colpevole dell’uccisione di Cristo, si era
trasformato in ricco sfruttatore, adepto di varie e pericolose sette
segrete nonché rivoluzionario. Questa nuova immagine dell’ebreo, che
ha connotato la fase dell’ “antisemitismo moderno”, si è differenziata
nettamente da quella “storica” legata alle condanne religiose, poiché
ha iniziato a individuare nell’ebreo non più il diverso da convertire,
ma il pericolo pubblico da neutralizzare. Indubbiamente le idee
antiebraiche, hanno rappresentato un elemento essenziale del
cristianesimo, laddove il Nuovo Testamento, con la descrizione del
popolo ebraico come popolo barbaro e dissoluto, ha fornito alla
Chiesa una solida base per vilipendere gli ebrei. Questo
atteggiamento, perpetuatosi durante tutto il Medioevo e nel periodo
successivo, giunse con inusitata efferatezza fino all’era moderna
quando, al tradizionale pregiudizio cristiano, si aggiunsero
preoccupazioni di carattere commerciale. In Germania, in Francia
come in Inghilterra i mercanti sostenevano, senza averne alcuna prova
concreta, che gli ebrei minassero la loro vitalità economica. In quel
periodo, a dare ascolto ai razzisti, agli antisemiti, il peso degli ebrei in
Europa e nel mondo era enorme, schiacciante. Gli ebrei, nelle menti
antisemite, assumevano la forma di una piovra che stendeva i suoi
tentacoli su tutti i settori vitali e più importanti della vita delle nazioni:
cultura, amministrazione, politica e soprattutto economia. In realtà, il
quadro era ben diverso. Certo, è indubbio che gli ebrei fossero
significativamente presenti nelle principali attività intellettuali ed

3
economiche, ma da qui a parlare di una piovra ebraica, il passo è
piuttosto azzardato, soprattutto perché agli importanti incarichi che gli
ebrei ricoprivano un po’ dovunque, si accompagnava il fatto che
ormai essi erano andati inserendosi progressivamente, sia
giuridicamente che psicologicamente, nelle comunità nelle quali erano
attivi, ed ovunque erano accolti senza riserve e senza pregiudizi. Tanto
che spesso questa parificazione in toto morale e materiale, fu tale da
manifestarsi attraverso un profondo attaccamento ai destini dei
territori che essi abitavano e nei casi più estremi addirittura con il
ripudio della propria ebraicità.
In particolare, la prima sezione del presente lavoro, individua
nel Volk e nella ideologia Volksgeist la genesi del sentimento
antiebraico. Il concetto di Volk ha, fin dagli esordi del Romanticismo
germanico, identificato l’insieme di individui legati da un’ essenza
trascendente, di volta in volta definita natura, o cosmo, o mito, ma in
ogni caso un elemento di unione con la più intima natura dell’uomo
nonché fonte della sua creatività, dei suoi sentimenti più profondi,
della sua individualità, della sua comunione con gli altri membri del
Volk. L’individuo era in grado di istituire con la natura un’intima
corrispondenza condivisa con tutto il suo Volk: ciò che dunque finiva
per accomunare l’individuo ad ogni altro membro del Volk era un
comune sentimento di appartenenza. La letteratura popolare tedesca
dava dell’ebreo, ovvero dello straniero, un’immagine sempre più
sgradevole e stereotipata fino a identificarlo come colui che avrebbe
privato il contadino germanico della sua ricchezza, della sua terra,
inducendolo alla morte, il più delle volte associata al gesto doloroso e

4
quanto mai estremo dell’impiccagione. I teorici del Volk, così facendo,
abbozzavano eroi, nemici e mete. L’ebreo veniva dunque identificato
con la società industriale che sradicava il contadino, lo privava della
sua essenza, ne provocava la morte e così facendo distruggeva la parte
più genuina del Volk. Ma essi non si limitarono a questo: eroi, nemici
e miti si trasformano in ideologia elevata a fede. Responsabilità questa
che, secondo Mosse, spetta principalmente a due intellettuali: Paul De
Lagarde e Julius Langbehn.
Nel corso delle sue riflessioni non sfugge a George Mosse come
anche dall’Inghilterra pervennero, attraverso il darwinismo e il
movimento eugenista, contributi alla teoria razzista.
Alla fine del XIII secolo, in Inghilterra la comunità ebraica era
stata espulsa ma, a metà del XVII secolo, Oliver Cromwell, aveva
provato a reinserire gli ebrei sulle isole britanniche scontrandosi con la
resistenza della popolazione locale. Ciò nonostante Cromwell aveva
concesso ad una colonia di ricchi mercanti di stabilirsi a Londra, dal
momento che essi si erano rivelati utili collaboratori nella risoluzione
di alcune problematiche relative ai rapporti con la Spagna. Londra
divenne così uno dei principali centri di accoglienza degli ebrei della
diaspora.
Tuttavia, malgrado atteggiamenti di apertura nei confronti del
popolo ebraico, bisogna registrare che uno dei maggiori contribuiti
all’affermazione della ideologia razzista, pervenne dalle ipotesi
scientifiche di Darwin, sostenitore della tesi della selezione naturale
nonché della teoria della sopravvivenza. Le teorie scientifiche vennero
erroneamente interpretate, o per meglio dire, si volsero a favore

5
dell’ideologia razziale. Le tesi darwiniane vennero facilmente
manipolate e applicate agli uomini in quanto portatrici di elementi
fondamentali per motivare le ipotesi della sopravvivenza nonché
superiorità della razza ariana. Le posizioni antisemite in Inghilterra si
guadagnarono rispettabilità poiché, alla fine del Novecento, iniziarono
a diffondersi molteplici trattati di ispirazione antisemita, tutti però
surclassati dall’opera Fondamenta del XIX secolo dell’autore anglo-
tedesco Houston Chamberlain, il quale, fiero di essere divenuto
cittadino tedesco, asseriva che la salvezza morale e spirituale
dell’umanità dipendesse da tutto ciò che era riconoscibile come
germanico. Nel tentativo di avvalorare maggiormente tali asserzioni,
egli nelle sue tesi sosteneva che l’antichità e la mobilità del popolo
ebraico esemplificassero il confronto tra la razza ariana superiore e i
parassiti semiti. Alla luce delle sue convinzioni, Chamberlain
trasformò nei suoi scritti Cristo in un profeta ariano e la razza
germanica nell’erede dei Greci e dei Romani nonché salvatrice
dell’umanità. Gli ariani germanici avevano dovuto sostenere una dura
lotta contro i loro nemici per la realizzazione della loro missione
civilizzatrice ed uno di questi nemici era proprio il cristianesimo
cattolico che aveva cercato di asservire l’anima razziale a leggi
inventate per la prima volta dall’ebreo San Paolo. Chamberlain mise
dunque in luce, nei suoi scritti, come in Germania risiedesse il più
forte nucleo germanico continuatore degli ariani. Era proprio sua la
supposta teoria dell’aspirazione ebraica al dominio mondiale:
impedire ciò e contrapporre la restaurazione di una gerarchia razziale
universale è il compito degli ariano-germanici.

6
L’Inghilterra assistette anche al diffondersi degli stereotipi
razzisti che già avevano trovato la loro diffusione in altri Stati europei.
Robert Knox professore di chirurgia ed anatomia ad Edimburgo si rese
protagonista di alcuni studi sulla razza i cui risultati vennero resi
pubblici in alcune conferenze tenute nei principali centri inglesi. Knox
giudicava superiori i sassoni per via dell’amore da essi rivolto al
lavoro, all’ordine, alla puntualità negli affari. Essi simboleggiavano la
borghesia ariana, continuamente paragonata con la classe media
ebraica considerata astuta, intrigante ed usuraia.
La seconda sezione si apre con una serie di valutazioni relative
ad alcuni aspetti che hanno contribuito, in maniera anche decisiva, allo
sviluppo di teorie e ideologie che troveranno la loro massima
applicazione nell’ efferata virulenza e rozzezza degli attacchi contro il
popolo ebraico.
George Mosse asserisce che negli ultimi decenni del secolo XIX
e nella prima metà del successivo, le tradizionali leggende che nel
passato avevano gravitato intorno al popolo ebraico vennero
rispolverate per dar maggior risalto alla mistica razziale. E’ utile a tale
proposito risalire all’età medievale per comprendere l’accusa di
omicidio rituale, alla leggenda che vedeva gli ebrei come carnefici dei
bambini cristiani. La calunnia del sangue era adoperata con la finalità
di incolpare gli ebrei di atavismo in quanto protagonisti di sacrifici
umani a differenza dei popoli civilizzati. Il mito che venne a crearsi
riguardo a questa pratica, contribuì ad accrescere le distanze tra gli
ebrei e i cristiani.

7
Gli antisemiti attraverso l’elaborazione di teorie, temi e stereotipi
nuovi riuscirono ad attuare un processo di modernizzazione della
visione antisemita che non rinnegava le argomentazioni classiche ma
le adattava alle nuove situazioni economiche e sociali dell’epoca.
Nella terza sezione ho esaminato i fattori che hanno concorso
allo sviluppo delle ideologie da cui ha tratto origine il movimento
nazional-socialista. Il movimento razzista che diede inizio al
nazionalsocialismo non fu confinato alla sola Francia, né si estese alla
sola Inghilterra. Anche l’Europa centrale vide l’ascesa di numerosi
movimenti che, nell’auspicare l’affermazione di uno stato nazionale e
sociale, determinarono una maggior diffusione del razzismo in quanto
diretta conseguenza degli antagonismi nazionali nonché del
nazionalismo di cui è esso stesso una componente. È per tali
motivazioni che esso si è sviluppato in aree etnicamente non ben
definite, in zone a nazionalismi misti o, almeno, in zone in cui erano
presenti forti minoranze e in cui erano vivi i contrasti fra i vari gruppi
nazionali. Su di essi poi fu facile far attecchire motivi più
propriamente “materiali”, legati alla concorrenza tra la nuova struttura
economica della Chiesa, (passata da una gestione di tipo feudale ad
un’economia di tipo capitalistico) e le organizzazioni ebraiche
dell’alta finanza. Sembrerebbe che l’Europa fosse, nell’ultimo
decennio del XIX secolo, in preda al caos, alla violenza,
all’immoralità e tutto ciò opera di una ipotetica grande macchina
ebraica dalla potenza infinita. Questo fu il clima che poco dopo vide il
sorgere della politica nazista, che trovò terreno fertile per la diffusione
e la successiva applicazione delle su ideologie.

8
La quarta sezione è rivolta essenzialmente alla soluzione finale
perpetuata dalle strutture del potere nazista al fine di sterminare,
attraverso un’accelerazione distruttiva che si esplica nei tristemente
noti campi di concentramento, l’odiato popolo ebraico. Eppure, Hitler,
prima di mettere in atto lo sterminio degli ebrei, non aveva nascosto i
suoi intenti, tanto da scriverne in maniera dettagliata in Mein Kampf,
la sua biografia. Qui, infatti, sono chiaramente illustrati l’ideologia e
il programma politico del nazismo: una delirante mostruosità che
venne poi attuata, fin dove fu possibile, con rigida coerenza.
Intorno agli anni cinquanta del Novecento nasce un nuovo
genere letterario, quello del ricordo. Gli scomodi sopravvissuti
raccontano, testimoniano le loro storie. Per la prima volta, in molti
scritti, l’ebreo appare solo e semplicemente il cittadino di qualche
luogo, le differenze quasi scompaiono, si riducono a qualche parola
che abbia a che fare con la lingua ebraica, a qualche abitudine in
particolare. Solo ora, solo in questi scritti, l’ebreo diviene infine
soggetto, degno di agire per proprio conto o di dichiararsi in prima
persona, rappresentazione di tutta l’umanità accomunata dalla
sofferenza e non il complemento oggetto della discriminazione.

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Capitolo I
LE ORIGINI

1.1 Le origini del Volk

George Mosse è indubbiamente uno dei più autorevoli storici ed


interpreti del nazismo e del fascismo. Rampollo di una ricca famiglia
borghese di ebrei tedeschi, è costretto, all’indomani dell’avvento del
nazismo al potere, a soli quindici anni, a fuggire dalla Germania.
Inizia in tal modo la sua vita di esule in Francia, Svizzera e Inghilterra
fino ad approdare, alla vigilia della secondo conflitto mondiale, negli
Stati Uniti. Qui scoprì la sua vocazione storica, intraprese la carriera
universitaria e divenne uno dei più originali storici dell’età
contemporanea. Ciò che in particolare contraddistingue la sua opera e
il suo metodo è la capacità di immedesimarsi nelle azioni, nelle
vicende degli esseri umani “(…) Mosse ha studiato il nazismo, il
fascismo, il razzismo, sforzandosi di situarsi all’interno di questi
movimenti, per cercare di comprendere le loro visioni della vita, la
loro mentalità, il loro mondo di idee, di miti (…) situandoli nel loro
contesto storico”1. In alcune delle sue opere relative al fenomeno
nazista, la sua indagine è rivolta non solo all’accurata analisi degli
eventi che lo hanno caratterizzato nel suo pieno manifestarsi ma anche
su aspetti che hanno contribuito al suo affermarsi e che pongono le
loro radici in un periodo indubbiamente precedente all’affermarsi del
Terzo Reich. Ne deriva dunque un attento studio di quei principi, di
1
E. Gentile, George L. Mosse e la religione della storia, in George L. Mosse, Di fronte alla storia,
Edizioni Laterza, 2004, p. IX

10
quelle ideologie che hanno contribuito, con intensità e modalità
diverse, all’affermazione del regime nazista. A tal riguardo uno degli
aspetti che maggiormente sembra interessare George Mosse è il
concetto di Volk, e più precisamente l’evoluzione di cui questo
concetto è stato protagonista a partire dal Romanticismo.
Gli intellettuali tedeschi, fin dagli esordi del Romanticismo
germanico, identificavano con il termine “Volk”, un insieme di
individui legati da un’ essenza trascendente, di volta in volta definita
natura, o cosmo, o mito, ma in ogni caso “tutt’uno con la più segreta
natura dell’uomo e che costituiva la fonte della sua creatività, dei suoi
sentimenti più profondi, della sua individualità, della sua comunione
con gli altri membri del Volk” 2. Era comune tanto al Volk quanto
all’individuo il concetto panteistico di natura. Secondo i pensatori
romantici, la natura, lungi dall’essere fredda e meccanica, era
considerata come viva e spontanea, ricolma di una forza vitale che
aveva il suo corrispettivo nelle emozioni dell’uomo. L’individuo
poteva istituire con la natura un’intima corrispondenza condivisa con
tutto il suo Volk. Ciò che dunque finiva per accomunare l’individuo ad
ogni altro membro del Volk era un comune sentimento di
appartenenza, una comune esperienza emozionale”. Tuttavia in ultima
analisi il Volk non aveva caratteri, dimensioni universali, dal momento
in cui si presentava limitato ad una particolare entità nazionale. A
conferirgli il suo carattere peculiare erano quei tratti ambientali
circostanti caratteristici e familiari ai membri di un Volk ed estranei a
tutti gli altri. In tal contesto l’uomo non era considerato come
dominatore della natura; al contrario lo si glorificava sia in quanto
2
George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, EST, 1997, p. 13

11
vivente in accordo con la natura e sia in quanto tutt’uno con le forze
mistiche di questa. Ne derivava che, anziché essere incoraggiato ad
affrontare le problematiche relative all’urbanesimo e
all’industrializzazione, l’uomo era allettato a ritirarsi in una nostalgia
arcaica, a fondersi, non nell’ambito della città, ma nel paesaggio, nella
campagna indigena. Da un punto di vista storico il Volk, nello
storicismo nazional-patriottico, si presentava come un retaggio,
un’eredità che il presente aveva avuto da un remoto passato. E così
come la nostalgia del passato medievale aveva assunto un ruolo
prioritario nel Romanticismo, così i teorici nazional-patriottici
contrapponevano l’idillico Volk medievale al presente attuale.
Radicando il Volk nel passato remoto, la storia sembrava dotarlo di
durevolezza: Napoleone e le politiche che si opponevano al
nazionalismo potevano riportare vittorie ma solo in via temporanea,
dal momento che il Volk, il quale era durato per secoli, non poteva
venire distrutto né soggiogato definitivamente. Si va così affermando
questa ideologia nazional-patriottica che si opponeva al progresso e
alla modernizzazione dilaganti nell’Europa del XIX secolo, che si
serviva del Romanticismo per fornire un’alternativa al mondo
moderno industrializzato volto a privare l’uomo della sua
individualità, sradicandolo dal suo ordine, dalla sua vitalità. A ciò il
movimento nazional-patriottico opponeva l’idea di una struttura
sociale pervasa dalla forza vitale, dall’energia del Volk, “il
radicamento, sia nella natura (nell’accezione di paesaggio natio) sia
nella storia evolutiva del Volk, era visto quale stato naturale,
rigenerativo dell’uomo, capace di trasformare l’individuo in essere

12
creativo, mentre in pari tempo permetteva di ricostruire la nazione
contemporanea secondo il modello del Volk”3.
Il tedesco Herder credette che la storia di un popolo non fosse
opera dell’uomo, ma seguisse un piano divino. Partendo da tale
presupposto, aveva sostenuto che il carattere di un popolo si
esprimeva attraverso il Volksgeist, ossia l’immutabile spirito di un
popolo affinato dalla storia. Ciò che attribuisce unità alla vita e alla
cultura di un popolo è la persistenza di quegli aspetti originari che
rappresentano la sua forza fondamentale. Nelle sue analisi Herder
paragonava la storia ad un albero: “Radice e albero sono in un
rapporto analogo a quello di Dio con le cose create: essi sono principi
che governano un popolo e le sue mutevoli espressioni storiche (…) la
continuità deriva dalle radici, che rappresentano il Volksgeist e i cui
succhi sempre fluenti devono essere conservati da un popolo
attraverso i mutamenti della storia”4. Attraverso i miti, i canti, le
saghe si poteva dunque risalire alle origini e rigenerare lo spirito.
Herder non negava il mondo moderno, dal momento che era parte del
disegno divino. Ciononostante il suo atteggiamento rivelava una certa
ambivalenza: elogiava i progressi dell’epoca moderna ma metteva in
guardia dalla condanna delle epoche più antiche. Ogni fase della storia
era, infatti, una manifestazione della volontà divina. Tuttavia le radici
di un popolo rappresentavano una genuinità intatta di sentimenti, forza
e spontaneità. E così Herder arrivava ad attribuire ad ogni popolo un
Volksgeist che si esprimeva attraverso una determinata cultura relativa
a tutta la comunità. In Herder non compare, almeno esplicitamente,

3
George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, p.30
4
George L. Mosse, Il razzismo in Europa, Laterza, 2003, p.43

13
alcuna classificazione razziale. Egli si rese protagonista di una serie di
osservazioni relative agli slavi contro i quali i tedeschi si erano
macchiati di grave colpe e sperava che gli ebrei fossero assimilati al
più presto in Europa. Sta di fatto che Herder, attraverso il suo
pensiero, diede un grande contributo al risveglio della coscienza
nell’Europa centrale e orientale. La lingua nazionale era l’aspetto
essenziale che da sempre aveva rappresentato un elemento di unità e
l’ espressione della spontaneità del Volksgeist, come il succo della vita
di un popolo. La cultura era imperniata sulla lingua nazionale e sulla
letteratura nazionale tradizionale. Anche in tal contesto Herder non
intendeva denigrare i popoli non germanici, di cui apprezzava
ampiamente la letteratura. Considerava infatti i contatti culturali tra le
nazioni come essenziali arrivando, di conseguenza, a rifiutare ogni
tentativo di imporre la propria cultura su un’altra. Ciò che emerge è
l’aspetto cosmopolita del pensiero di Herder, derivante in parte dal
suo cristianesimo. L’importanza attribuita da Herder alla lingua come
espressione di un passato comune fu condivisa da un’intera
generazione di filologi verso la fine del XVIII secolo e l’inizio del
XIX secolo. Detti filologi incentrarono le loro analisi sulle origini
delle lingue nel tentativo di scoprire le radici della razza e giunsero
alla conclusione che il sanscrito era stato la base di tutte le lingue
occidentali e che esso era stato importato in Europa dall’Asia con la
migrazione di popoli ariani.
A partire da questo momento la lingua simboleggia, di fatto, il
cammino condotto da un popolo attraverso il tempo e perciò agli
ariani, i quali avevano dato la loro lingua alle più grandi nazioni

14
dell’Europa, furono attribuiti tutti gli ideali più onorevoli degli
europei: la nobiltà, il coraggio ed un aspetto gradevole.
In tal contesto appare emblematica la figura di Friedrich Max
Muller, il quale sosteneva che il popolo ariano rappresentasse la virile
razza contadina, adducendo a tale ragione il significato originario
della parola “ariano”, ossia coltivatore della terra. Muller rifiutava una
distinzione basata sui tipi ideali, preferendo invece affermare che la
lingua, piuttosto che il colore della pelle, fosse l’elemento più vicino
all’essenza dell’uomo. Eppure, il rifiuto del tipo ideale ariano
attraverso la negazione dell’armonia esteriore, nelle argomentazioni di
Muller non significava il caos, l’incomprensione delle origini, ma
piuttosto l’elemento capace di stabilire l’esistenza e la natura della
famiglia ariana nei popoli: “ è la lingua che fa l’uomo, la lingua è più
vicina all’essenza dell’uomo della sua pelle o del suo colore, del suo
cranio o dei suo capelli”5.
Oltre Muller, e prima di lui, l’idea di accertare le origini ariane
attraverso uno studio della lingua aveva interessato numerosi studiosi
europei: Adolphe Pictet affermò che la razza ariana, pur essendo
esistita originariamente in India, mediante numerose ondate migratorie
si era insediata in quasi tutta l’Europa. Nell’argomentazione di Pictet
consegue che ogni volta che un qualunque popolo parlasse uno dei
tanti dialetti ariani così sviluppatisi, contribuiva inconsapevolmente
alla ricostruzione di questa razza. In questo contesto l’opera di Pictet
di comparazione delle tante lingue parlate nell’ambito della grande
famiglia ariana, è stata giudicata quella che ha posto le basi per
ricostruire il mondo degli antichi ariani. Nella classificazione e
5
F. M. Muller, Three Lectures on the Science of Language, Chicago, 1895, p.54

15
descrizione della vita degli antenati, Pictet soleva dipingere gli ariani
come giovani contadini vigorosi destinati alla provvidenza e a
dominare il globo, vivendo così in una sorta di Paradiso terrestre: “Per
Pictet, Muller e molti altri filologi questo Paradiso era in netto
contrasto con quella modernità nel mezzo della quale gli ariani loro
contemporanei dovevano vivere”6
Wilhelm Heinrich Riehl seppe elaborare una visione dell’uomo
e della società in correlazione con la natura, la storia e il paesaggio, in
una chiave di chiara impronta nazional- patriottica. Nel suo celebre
Land und Leute egli prese in considerazione la natura organica del
Volk che, a suo parere, poteva trovare la sua piena realizzazione
soltanto mediante la fusione con il paesaggio natio. Più precisamente
Riehl esamina i diversi gruppi etnici della Germania ponendoli in
relazione al paesaggio da essi abitato. La genuinità dell’ambiente
naturale viene considerata degna di lode e, ad essa, l’autore attribuisce
il merito di conferire alla popolazione qualità quali la sincerità, la
probità e la semplicità. E così la cultura propria del Volk che poneva le
sue radici nella natura si opponeva alla civiltà materialista e
meccanica. Riehl considera ciò che è moderno come la manifestazione
di una natura dell’uomo contraffatta, come un ambito totalmente
privato della genuinità. Dunque i centri urbani di recente sviluppo
sono considerati la causa di inquietudine sociale e di sollevazione
democratica. “Riehl (…) elevò l’ambiente rurale incontaminato a
modello per la struttura sociale da lui voluta; nella contrapposizione
naturale, di campo e foresta vedeva la giustificazione a preservare le

6
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, p.49

16
differenze, altrettanto naturali, tra ceti sociali”7. Secondo Riehl
“contadinanza e nobiltà erano due stati sociali i quali vivevano in
obbedienza alle prescritte costumanze e che, inoltre, erano parte
integrante del paesaggio dal cui suolo traevano sussistenza”8. Riehl
riteneva che una terza classe, pericolosa per il corpo politico e non
suscettibile di inserimento nella società del Volk, era venuta in essere:
si trattava del vero e proprio proletariato, consistente di elementi che
Riehl distingueva dalla “genuina” classe lavoratrice e identificava
come il prodotto della modernizzazione. Il proletariato così inteso era
il nemico da schiacciare. Ne faceva parte l’emigrante, il quale
mancando di residenza fissa nel luogo natio, non poteva considerare
come proprio alcun paesaggio. Allo stesso modo ne faceva parte il
giornalista, il polemista e l’iconoclasta che si opponeva agli antichi
costumi incitando il popolo a ribellarsi all’ordine genuino. Ma
soprattutto c’era l’ebreo in quanto inquieto per natura, pur
appartenendo ad un Volk esso non occupava un territorio specifico e,
dunque, era destinato allo sradicamento.
La grande città ed il proletariato sembravano fondersi a
costituire un minaccioso colosso che insediava il Volk. Questa
animosità verso la metropoli svolse un ruolo prioritario nell’ideologia
nazional- patriottica e trovò espressione in formule quali “Berlino è il
feudo degli ebrei” oppure nell’affermazione “le città sono la tomba del
germanesimo”. Detta ostilità ebbe termine solo nel momento in cui,
nel corso della seconda guerra mondiale, i grandi centri urbani
vennero devastati. Joseph Goebbels nel 1944 ebbe a fare
7
George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, p.33.
8
Gerhard Loose, The Peasant in Wilhelm Heinrich Riehl’s Sociological and Novelistic Writings,
in “The Germanic Review”, vol. XV, 1940, p.265

17
un’affermazione che da sola comprova la profondità e la pervicacia
dell’atteggiamento anti-urbano nell’ideologia del Volk: era necessario,
affermò il Ministro della Propaganda del Terzo Reich, rispettare il
ritmo di vita delle grandi città sopravvissute ai bombardamenti perché
“in esse i poteri vitali del nostro Volk sono radicati non meno
possentemente che nelle campagne”9.
Verso la metà del XIX secolo la letteratura tedesca prese a
glorificare sempre più il contadino, a proclamarlo l’uomo più vicino
alla natura, quindi al cosmo e al Volk. Berthold Auerbach, facendo del
contadino un eroe nazional-patriottico ed insieme un ideale tedesco,
divenne il cronista più influente della vita delle campagne. Nei suoi
racconti emerge una continua lode della commovente semplicità dei
contadini caratterizzati da un riverente rispetto per le tradizioni e da
un’intima relazione con la natura. Da qui traevano la loro origine virtù
quali la sincerità, l’onestà, l’amore per la famiglia. “(…) un catalogo
di qualità che discendeva dalla convinzione dell’ideologia del Volk,
che gli esseri umani più vicini alla terra fossero anche i più genuini,
come i soli che partecipavano della natura e del paesaggio storico del
Volk; come i soli, ancora, in armonia con la vita spirituale”10.
La letteratura popolare dava dell’Ebreo, ovvero dello straniero,
un’immagine sempre più sgradevole e stereotipata fino ad identificarlo
come colui che avrebbe privato il contadino della sua ricchezza, della
sua terra, inducendolo alla morte, il più delle volte associata al gesto
doloroso e quanto mai estremo dell’impiccagione. I teorici del Volk,
così facendo, abbozzavano eroi, nemici e mete. L’ebreo viene dunque

9
Citato in Victor Klemperer, LTI, Berlin, 1947, p. 240.
10
G. L. Mosse, Le origini del Terzo Reich, p.cit., 40.

18
identificato con la società industriale che sradica il contadino, lo priva
della sua essenza, ne provoca la morte e così facendo distrugge la
parte più genuina del Volk. Ma essi non si limitano a questo: eroi,
nemici e miti si trasformano in ideologia elevata a fede.
Responsabilità questa che spetta principalmente a due uomini: Paul
De Lagarde e Julius Langbehn.

1.2 Lagarde, Langbehn, Von Egidy: una fede germanica.

Nell’ elaborazione delle teorie nazional-patriottiche Mosse, non


poteva non far riferimento ai teorici che sono considerati l’uno il
fondatore e l’altro il profeta del movimento nazional-patriottico: Paul
De Lagarde e Julius Langbehn: “…il loro pensiero ebbe una manifesta
influenza sui diversi settori del movimento nazional- patriottico e (…)
la loro importanza è comprovata dai molti rimandi alle loro opere,
reperibili nella successiva letteratura nazional-patriottica”11.
Paul Bötticher, “(…) che per adozione diviene Paul De
Lagarde”12, nacque a Berlino nel 1827. La sua vita, segnata ai
primordi da un evento nefasto, la morte della madre avvenuta a pochi
giorni dalla sua nascita, appare caratterizzata da un crescente desiderio
rivolto all’acquisizione tanto di competenze linguistiche quanto di
quelle filologiche. Alle delusioni di carattere personale che si
susseguirono nel corso della sua vita, nella formazione di Lagarde, si
11
G.L.Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, p.196.
12
M. Ferrari Zumbini, Le radici del male. L’antisemitismo in Germania:da Bismarck a Hitler,Il
Mulino, Bologna, 2001 p.458

19
sovrappose quella per lui ancor più dolorosa, rappresentata dalla
maniera in cui era avvenuta l’unificazione della Germania di cui, nel
1878, espose analisi e rimedi in una raccolta di saggi: Deutsche
Schriften (Scritti tedeschi).
Egli aveva desiderato la coesione e l’unità tedesca ma quando
questa fu completata, ne colse immediatamente i tratti riconducibili
all’odiata modernizzazione. La stessa solenne proclamazione del
secondo Reich bismarckiano, avvenuta nel 1870, lasciò insoddisfatto
un vasto strato della popolazione tedesca: si ebbe da subito la
sensazione che l’unificazione politica non avesse comportato quella
consapevolezza nazionale, quell’unità profonda di spirito cui molti
aspiravano, ma si fosse fermata ad un livello superficiale, prosaico. Il
pensiero völkisch, sviluppatosi con rinnovato vigore a partire da quel
momento, (ma che aveva le sue radici ideologiche profonde nel
periodo delle guerre napoleoniche e in istanze romantiche) nasceva da
un senso di frustrazione rispetto ad un'unificazione compiuta sotto
l'egida prussiana e ad una scissione confessionale del paese. Di qui la
costante tensione degli intellettuali “nazional-patriottici” verso una
“rivoluzione spirituale” tesa al recupero di un'identità etnonazionale
più profonda e genuina, che si basasse sullo spirito popolare. In questo
caso però il termine rivoluzione va inteso nella sua accezione
particolare, dal momento che quella propugnata e desiderata da
personaggi come Riehl, Lagarde, Langbehn o Egidy non mirava
affatto ad una trasformazione radicale della società loro
contemporanea e ad un rovesciamento delle classi dominanti, ma si
costruiva sull’erompere delle forza primitive della natura e della vita

20
dello spirito del Volk, dunque sul ricostituirsi dei “sani” valori
tipicamente tedeschi minacciati dalla rivoluzione industriale, dal
modernismo, dall’urbanesimo, dal liberismo. Si trattava, dunque, di un
cambiamento più interiore che storico: “era insomma questione di
atteggiamenti interiori, inerenti solo all’individuo tedesco, al suo Volk
e alla nazione, moderno veicolo politico del Volk stesso”13. E, dunque,
si trattava di un rifiuto tanto del collettivismo comunista che
dell’individualismo liberale, considerati entrambi espressione
ossequiose del razionalismo illuministico. In reazione al clamore
suscitato dai propositi di rivoluzione comunista da un lato, e agli
altrettanto insistenti annunci di una rivoluzione liberale e
modernizzatrice dall’altro, gli intellettuali tedeschi conservatori e
reazionari dell’anteguerra, iniziarono una campagna promotrice di una
visione, di un progetto, di "redenzione" o "riscatto" nazionale che
nasceva da un comune sentimento di disaffezione riguardo alla cultura
liberale e dal senso di perdita di una fede forte nell’autorità. La
fusione geografica realizzata mediante mezzi politici rimaneva a loro
avviso pur sempre superficiale e, anzi, interferiva nel già inarrestabile
processo di declino del Volk. La crescente democratizzazione, insieme
alla industrializzazione e all’inurbamento, annullava poi lo spirito del
Volk e il suo dinamismo: “mancando di una genuina unità, lo Stato
tedesco aveva bisogno di una riorganizzazione delle forze spirituali se
si voleva la vera unità del Volk”14.
Tuttavia le tesi conservatrici di Lagarde ad esempio, non
rinnegavano del tutto il desiderio dell’unità dello Stato germanico ma

13
G.L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich,cit. p.52.
14
Ibidem, p.53.

21
erano orientate ad una unità ottenuta pur preservando la forza vitale
reperibile nella nazione genuina, nel Volk, e non attraverso
l’imposizione di sovrastrutture imposte dall’alto senza alcun riguardo
per il carattere tradizionale e i bisogni spirituali della nazione tedesca:
“(…) questa grande Germania, forte e satura, sarà garanzia di pace per
tutta l’Europa e quindi tutti coloro che vogliono la pace devono
augurarsi che questo obiettivo venga raggiunto”15. La nazione era,
per Lagarde, dotata di spirito proprio, di un ideale che teneva unito il
popolo e da cui il popolo stesso non poteva essere affrancato.
L’esigenza di spiritualità con Lagarde avrebbe favorito il fiorire delle
istituzioni nazionali dal momento che esse, ritornando alle antiche
fonti di ispirazione tedesche, avrebbero spinto verso una ridestata
coscienza nazionale. Preso di per sé l’individuo non era nulla. Esso
poteva realizzare a pieno sé stesso solo preservando la forza vitale
cosmica che permea lo spirito del Volk. In questo senso è indubbio che
le tendenze di individualizzazione da un lato e spersonalizzazione
(uomo-massa) dall’altro favorirono il sorgere del movimento völkisch.
Vi era, nelle sue impostazioni ideologiche, la convinzione radicata che
solo una energica rivitalizzazione e restaurazione del Volksgeist, dello
spirito del popolo, avrebbe potuto preservare la Germania dallo
scivolamento nel nichilismo e restaurare la grandezza della nazione
tedesca. Perciò era necessario l’impegno dei tedeschi, l’assoluta
dedizione, anche in termini di sacrifici personali, alla reintroduzione
di tali valori: un impegno per il bene comune e un inno al coraggio
marziale. Lagarde, come Langbehn e gli altri scrittori völkisch
mostravano un particolare disprezzo nei confronti del
15
M. Ferrari Zumbini, op. cit., p.460

22
Besitzburgertum, la borghesia proprietaria, simbolo, emblema
dell’attaccamento ai valori utilitaristici, commerciali antitetici alle
virtù eroico-marziali che essi intendevano esaltare. Essi, affascinati
dal conservatorismo spiritualistico, sostenevano che le popolazioni
contemporanee che le credenze correnti ritenevano si fossero liberate
dai vincoli delle relazioni gerarchiche sussistenti all’interno della
originaria comunità (Gemeinschaft), sarebbero in realtà cadute vittime
delle relazioni economiche impersonali, illuse e ingannate dalle sirene
dell’astratta società del commercio, del libero scambio (Gesellschaft).
La bramosia di denaro alla base della moderna mentalità degli affari,
del business, avrebbe trasformato qualunque cosa, avrebbe fatto della
vita e dei suoi componenti delle unità calcolabili, delle quantità,
assorbendo così il sostrato, la linfa vitale della popolazione e delle
cose. Non bastava una guida politica illuminata a garantire la
concordia e la soddisfazione popolari e neppure lo sviluppo
economico e la prosperità nazionale, ma era necessario un monarca,
sovrano per diritto di successione, assistito dall’”aristocrazia naturale”
al fine di creare una stato organico senza borghesi né proletari, ma
solo popolo, legato e “tenuto insieme in una comune capacità creativa
e unito da un vincolo fraterno”.16
Oltre a fornire la panacea per recuperare salvaguardie come la
genuinità della natura, la tradizione, il carattere storico del Volk e la
sua diretta corrispondenza con Dio, Lagarde propone dunque un
ritorno al passato: “(…) un passato spoglio di tutto tranne che della
voce primordiale della natura. Era evidente che soltanto le persone che
erano affini alla natura potevano comprendere tramite le loro anime la
16
G. L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, cit. p. 205.

23
forza vitale e cosmica che costituiva l’eternità”17. Egli, dunque, come i
protagonisti del movimento cui si riconosceva di appartenere, era
mosso da un sentimento di ripugnanza nei confronti dello spirito
egoistico, individualistico, commerciale, materiale della società e
dell’economia moderna e proclamava la necessità di una rinnovata
comunione con le forze cosmiche naturali le quali, inaccessibili a una
mente puramente razionale, avrebbero conferito nuovo slancio e
vitalità; avrebbero trasformato lo spirito tedesco ormai sempre di più
inaridito dai mali generati a partire dal 1789, ovvero dallo “spirito di
Manchester”, dall’inarrestabile processo di automazione e
meccanizzazione del mondo industriale moderno. Queste concezioni
antimoderne erano tutt’altro che limitate alla Germania. Altri paesi
europei e gli stessi Stati Uniti ne erano influenzati. Vaste erano le
schiere di intellettuali che lamentavano in questi paesi la
degenerazione, la perdita di significato e intensità, la vuotezza della
vita borghese nell’Europa fin de siècle. La vita aveva perso il suo
carattere di avventura, di sfida e le spiegazioni meccaniche offerte
dalla scienza ai fenomeni della vita apparivano fredde e aride. Sul
piano sociale poi l’arte, il mestiere della classe artigianale da un lato,
il coraggio, la virtù eroica del soldato dall’altro erano divenuti
insignificanti rispetto alla capacità produttiva della catena di
montaggio e al potere del solo fuoco delle armi moderne. Taluni
aspetti della vita come l’intuizione, la spontaneità, l’estasi e la
comunione spirituale parevano irrimediabilmente sminuiti, deprivati
del loro significato dalle tendenze emergenti del mondo moderno.

17
Ibidem, p. 199.

24
L’ideologia völkisch, apportatrice dell’idea che la causa dello
sradicamento, caratterizzante ormai la vita urbana, cittadina, riposasse
nell’imperante razionalismo scientifico, nell’atomizzazione sociale e
nella tecnologia industriale, avrebbe recuperato le forze che erano
ancora all’opera nelle tradizioni, nei costumi sociali, nella religione,
nel sangue e nel suolo (Blut und Boden), nel linguaggio comune come
nell’arte e nella musica, che costituivano il fondamento unitario di un
certo popolo. Se l’intelletto razionale è utile nell’individuare regolarità
nella realtà materiale, soltanto la comprensione intuitiva, dinamica,
artistica è in grado di rivelare la dimensione misteriosa della creatività
umana e dell’emergere delle culture.
Una volta constatata dunque la perdita del divino o del sacro
nella società, che echeggiava la nietzschiana morte di Dio, si trattava
di compensarla attraverso la sacralizzazione, la divinizzazione del
Volk, facendone così la fonte del senso della vita stessa. A tale
proposito, considerevoli, vista l’influenza che ebbero sull’intero
movimento, furono le considerazioni di Lagarde in merito alla
religione germanica, per il quale essa si basava sul rifiuto del
cristianesimo tradizionale, irrigiditosi nell’ortodossia. Lagarde critica
sia la religione cattolica che le chiese evangeliche considerate forme
vuote, non più vissute interiormente dal popolo, dunque morte. La
spontanea ingenuità e naturalezza dei padri della Bibbia, quella che
aveva infuso loro un naturale sentimento di vicinanza al Creatore,
secondo Lagarde, era stata sostituita e abrogata dalla imposizione di
leggi, prescrizioni e pratiche prosaiche. La legge dogmatica viene
presentata da Lagarde come ciò che ha preso il posto dello spirito e

25
San Paolo come il responsabile dell’aver ingabbiato il cristianesimo
incorrotto nella sterile legge ebraica, soffocando così gli aspetti
dinamici impliciti nella fede di Gesù Cristo. Lagarde era “uno dei tanti
scrittori del momento che volevano creare una religione tedesca che
soppiantasse lo “sterile semitismo” della religione cristiana
tradizionale”18.
Lo scagliarsi contro la funzione evangelizzatrice di San Paolo
era comune a molti ideologi nazional-patriottici i quali, insieme al
dogmatismo della Chiesa istituzionalizzata e alla moderna ortodossia,
lo ritenevano responsabile di aver ridotto ad unica ed immutabile la
rivelazione di Dio tramite Cristo. Laddove essi invece asserivano che
la rivelazione fosse individuale, personale e parte dell’evoluzione
dinamica dello spirito religioso entro l’individuo, e tale da poter “(…)
aver luogo soltanto entro i confini della comunità, concetto questo che
trovava giustificazione nell’annuncio del Vangelo alla comunità degli
apostoli”19. La tradizione dell’idealismo tedesco e la ridestata
coscienza nazionale furono asserviti al fine ultimo: dare origine ad una
fede basata su un ritorno alle antiche fonti di ispirazione tedesche e
che avesse da fondamento il concetto di Volk percepito come entità
dotata di forte spiritualità, di un istinto creativo più vivo di quello di
altri popoli.
Intesa in questo modo, fusa con i concetti di natura e suolo, la
religione avrebbe ricondotto l’uomo a riconciliarsi col suo io creativo
e l’avrebbe portato fuori dalle contraddizioni del modernismo. Questo
rifiuto del dogmatismo aveva spinto la religione di Lagarde verso

18
Ibidem, p. 29.
19
G.L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich,cit., p. 54.

26
l’accentuazione della spiritualità e dell’importanza della fede
germanica intesa come l’unico legame capace di tenere uniti i cittadini
tedeschi nel Volk e capace di collegare questo con Dio, ma non si
spinse mai fino ai livelli di misticismo raggiunti da Langbehn. Egli,
che pur condivideva con Lagarde molte affinità personali, poiché
entrambi ebbero ambizioni universitarie che non riuscirono a
realizzare e, da accademici frustrati, diedero voce ad un risentimento
che ebbe notevole influenza sulle loro teorie, trascese la teologia
lagardiana. Ma, da devoto ammiratore di Swedenborg, lo scienziato
svedese che proclamava il primato del mondo extrasensoriale rispetto
a quello reale, Langbehn legò le sue teorie all’occultismo allora di
moda, basamento utile a sviluppare l’impianto concettuale con cui
definire e chiarire il mistico nesso tra individuo e cosmo. Verso la
metà del diciottesimo secolo, infatti, Madame Blavatsky e
Swedenborg erano i rappresentanti più in vista di un movimento
culturale che, condividendo col movimento nazional-patriottico l’idea
di spirito vitale, sosteneva che i misteri del mondo extrasensoriale
potessero essere svelati solo mediante la teosofia, ovvero la “vera
scienza”, “(…) una rivelazione della realtà a opera di voci incorporee
che risuonavano dall’aldilà”20. Madame Blavatsky cercò di studiare la
natura come riteneva l’avessero studiata gli antichi, immaginando che
la natura stessa si “perpetuasse eternamente per mezzo di una forza
vitale”21 che appunto rifletteva le entità elettro-spirituali di cui l’etere
vitale era composto.

20
Ibidem., p. 63.
21
G. L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, cit., p. 201.

27
Langbehn, pur rifiutando di questa visione l’idea dell’esistenza
di fantasmi, le entità incorporee la cui voce era la conferma
dell’esistenza dell’etere vitale, non ne considerava i precetti del tutto
sbagliati, ma “criticava l’occultismo del suo tempo (…) perché era
mal indirizzato, in quanto per mezzo di medium di mestiere rovistava
in cerca di spiriti dove non ce n’erano”22. Ma esso, lo spiritismo in
generale, aveva il pregio di confermare il legame spirituale esistente
tra il Volk e il Dio dell’universo, l’esistenza di un rapporto diretto tale
che “la vita del cosmo e quella dell’uomo erano viste parallele l’una
all’altra e Langbehn riteneva che questa visione dell’uomo e
dell’universo fornisse la soluzione all’enigma del mondo, e soprattutto
che permettesse una visione organica dell’esistenza, un atteggiamento
intimamente mistico, creativo: l’organico è l’artistico”23.
In Rembrandt als Erzieher, l’opera che per un certo periodo fu
per i giovani una sorta di breviario, l’esempio dell’artista semplice,
organico, creativo, fu incarnato da Rembrandt. La scelta di Langbehn
di rendere Rembrandt l’esemplificazione della creatività e dell’innata
tendenza estetica tedesca, era motivata dalla individualità propria del
carattere e dell’opera del pittore: “Se i tedeschi sono principalmente
un popolo individuale, allora in campo artistico solo il più individuale
dei suoi artisti può servirgli come guida spirituale”24. Ed è così che nel
giro di poco Rembrandt viene presentato come il rappresentante di
particolari valori e significati e non solo la reincarnazione
dell’individualista, ma anche l’uomo non istruito ma capace della più

22
J. Langbehn, Rembrandt als Erzieher, Leipzig, 1900, p. 93, cit. in G.L. Mosse, L’uomo e le
masse nelle ideologie nazionaliste, cit., p. 202.
23
G.L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., p. 64.
24
J. Langbehn, Rembrandt als Erzieher, cit., p. 8.

28
alta istruzione, l’uomo rustico e amante della terra, il basso tedesco
per eccellenza, pur se olandese. Perché, come Langbehn stesso,
Rembrandt era originario della Niederdeutschland, espressione
geografica indicante la Germania del nord e i Paesi Bassi: “ Tra tutti
gli artisti tedeschi il più individuale: Rembrandt. Il tedesco vuol fare
di testa sua e nessuno lo fa più di Rembrandt, in tal senso deve essere
ricordato come il più tedesco dei pittori tedeschi”25.
Oltre che motivato da un amore verso la pittura di Rembrandt, il
riferirsi a lui come emblema della vitalità germanica era, per
Langbehn, finalizzato alla testimonianza del carattere razziale dello
spirito vitale stesso: “(…) tutte le virtù nazional-patriottiche, le
fisiche come quelle spirituali, erano considerate eterni doni naturali
trasmessi per via ereditaria, col sangue”26. La fisiognomica iniziava ad
assumere il ruolo che avrebbe esercitato nelle visioni distorte, razziali,
antisemite dell’ideologia nazional-patriottica, visione che con
Langbehn, rispetto a Lagarde, subisce una netta intensificazione. La
“sottile discriminazione” che Mosse individua nei suoi primi scritti27,
diventa presto intolleranza pura verso gli ebrei. Il popolo ebreo infatti,
considerato inizialmente come conforme e fedele ad una legge
propria, dunque distaccato ed ininfluente sul destino tedesco, assume
per Langbehn, negli anni successivi, l’immagine dell’essere impuro
che riesce ad infiltrarsi nell’anima tersa del Volk, corrompendone
irrimediabilmente la genuinità trasmessa col sangue.
In fondo però Langbehn non diceva nulla di nuovo, ma ribatteva
su un sentimento che, negli anni Venti, il confuso concetto dell’etere
25
Ibidem, p. 8.
26
G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, cit., p. 67.
27
Ibidem.

29
vitale di composizione elettro-spirituale aveva diffuso, quello della
supremazia ariana. Che il primo ariano fosse stato creato mediante una
scossa elettrica scoccata direttamente da questo etere o che, come
credevano Madame Blavatsky ed Hartmann, il sole fosse la
manifestazione eterna di un potere spirituale invisibile e che l’ariano
nascesse dal sole, queste teorie, che confluirono in quella che essi
chiamarono teozoologia, segnavano l’inizio dell’ossessione
antisemita.
Tuttavia Mosse nel corso delle sue analisi relative al costruirsi
della fede germanica, non disdegna di evidenziare il contributo che
l’umanesimo di Moritz Von Egidy, paradossalmente, fornisce alle
teorie nazional- patriottiche
Moritz Von Egidy, contemporaneo di Langbehn, seppe
esercitare sul movimento nazional-patriottico un’influenza che valse a
renderlo accetto ai giovani più esigenti. E’ innegabile che la sua
dottrina mistica contribuì a rafforzare la concezione del Volk, come
ricettacolo delle forze spirituali e non solo. Non fu difatti questo il suo
ultimo contributo laddove ancor più significativa fu, sotto molti
aspetti, l’importanza da lui attribuita al ruolo fondamentale
dell’istruzione come mezzo per iniziare la gioventù allo spirito etico-
religioso. Ancora una volta misticismo etico ed ideologia nazional-
patriottica si fondevano fino a rendere il teorico Egidy padre di molti
discepoli che finirono per adottarne le idee. Egli propugnava la
diffusione del cristianesimo a tutta l’umanità mediante una morale, di
ispirazione kantiana, basata sulle buone azioni. In questo si discostava
dall’aspirazione alla forza e al potere che erano propri dei suoi

30
precursori. Pur tuttavia vi erano alcune significative convergenze: gli
uomini avrebbero potuto rinunciare all’uso della forza nei loro
rapporti e attuare una mutua uguaglianza e questo era l’ideale
utopistico quale materializzazione delle norme stabilite dalle mistiche
forze della natura. In effetti erano questi gli unici criteri di similitudine
dal momento che sia i teorici del Volk che Egidy avevano rinunciato ai
metri morali della società contemporanea ad indirizzo scientifico,
preferendo quelli naturali dello spirito etico- religioso. Entro questa
cornice, Egidy postulò il mistero della fede religiosa: “(…) a suo
giudizio l’uomo obbediva all’impulso istintivo a raggiungere uno stato
di genuina rettitudine, un più alto livello di vita; impulso che
promanando dal segreto dell’intimo, spingeva all’attuazione del suo
potenziale etico; ma questa spinta non era impulsiva, bensì
progressiva”28. In altre parole, essa si manifestava come un’eterna
legge di sviluppo che trovava la propria fonte nell’uomo e il cui fine
ed obiettivo era il conformarsi dell’uomo stesso alle leggi di Dio. La
gioventù dunque, se davvero il suo fine è l’attuazione del potenziale
etico, doveva liberarsi e svilupparsi in un ambiente naturale che desse
libero sfogo allo sviluppo della legge eterna non imponendo
inibizioni, laddove alla scuola spettava il compito di favorire lo
sviluppo di un sentimento di fratellanza. Avviene così in Egidy, e per
la prima volta tra gli ideologi nazional-patriottici, la coesione di
religione ed educazione, aggiungendo una prescrizione di carattere
pratico alle teorizzate religioni germaniche di Lagarde e Langbehn. A
questo scopo egli propugnava l’istituzione di scuole unitarie che
abolissero le rigide norme didattiche e che avessero accesso libero a
28
Ibidem, cit. p. 72.

31
tutti, senza riguardo alla condizione economica sociale, purchè fossero
tedeschi. Non mancava infatti tra le affinità tra Egidy e il movimento
del Volk accanto all’ambito dell’occultismo e dell’educazione
scolastica, il problema ebraico. Pur proclamando che gli ebrei, capaci
di uno sviluppo spirituale interiore, avrebbero potuto fondersi con il
germanesimo, egli si chiedeva come avessero potuto prendere, con il
loro spirito esoso e con il loro amore per il materialismo “pacchiano”,
il predominio della patria tedesca. Nella spiegazione si rinviene
l’ulteriore elemento di coesione al movimento nazional-patriottico:
“(…) il popolo tedesco condivide la colpa per questo stato di cose e
quindi deve espiare il proprio “peccato” e se cinquanta milioni di
tedeschi riusciranno a purificarsi gli ebrei andranno alla malora”29

1.3 La nascita degli stereotipi

Nel corso della sua dettagliata analisi dei principi che hanno
contribuito allo sviluppo del movimento nazional-patriottico e, di qui,
all’instaurazione dei regimi totalitari che hanno caratterizzato il
Novecento, George Mosse attribuisce un ruolo fondamentale alla
nascita degli stereotipi, ossia a ciò che ha fornito le basi per lo
sviluppo dell’ideologia razziale. “L’antropologia ha avuto origine
dalla curiosità per paesi remoti e per i loro abitanti (…) la
classificazione delle varie razze costituenti l’umanità fu in un primo
tempo una delle principali preoccupazioni degli antropologi e un
29
Ibidem

32
mezzo per prendere coscienza delle varietà della specie umana”30. Tra
i quesiti che gli antropologi si ponevano, non può non essere ricordato
quello relativo all’influenza che l’ambiente poteva avere nella
costituzione di una razza nonché la problematica relativa alla
ereditarietà o meno, delle caratteristiche proprie di una razza. Mosse
considerava detti quesiti fondamentali dal momento che gli stessi
determinavano quanto profondo e ampio possa essere il divario tra le
razze: se esso sia connaturato e perciò permanente, o legato
all’ambiente e dunque soggetto a mutamenti.
Al XVIII secolo risale uno dei modelli più infausti, un modello
che fonda la classificazione razziale sulla base di preferenze estetiche
e dunque su aspetti palesemente soggettivi. Contemporaneamente
continuarono ad essere evidenziati ed invocati fattori materiali e
ambientali. Il più autorevole fautore della teoria definita lamarckismo,
Jean- Baptiste- Antoine de Lamarck, affermava il ruolo prioritario
dell’ambiente nella determinazione del carattere e nella mutazione
della specie. Lamarck sosteneva che ogni specie era nelle condizioni
di mantenere la propria continuità di forma per tutto il tempo in cui
l’ambiente era costante e che, fino a che prevaleva detta stabilità, essa
acquistava caratteristiche che potevano essere trasmesse
ereditariamente: “Così se la giraffa ha il collo allungato perché
altrimenti non potrebbe raggiungere il cibo, anche i suoi discendenti
devono avere il collo allungato; questa situazione cambierebbe col
mutare dell’ambiente, per esempio, se il suo cibo, invece di crescere
sugli alberi, cominciasse a crescere per terra”31.

30
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.22
31
J. Barzun, Darwin, Marx,Wagner, Boston 1946, p.49

33
Tuttavia uno dei pionieri della classificazione razziale su basi
soggettiviste, che avrebbe costituito l’orientamento del futuro, è il
naturalista svedese Carl von Linné. Egli considerava la razza bianca
ricca di inventiva, ordinata e retta da leggi; essa era una razza
superiore poiché rispecchiava i caratteri della classe media. Sul fronte
opposto vi erano i negri pigri, infidi, incapaci di autogoverno. Dette
opinioni razziali sostituivano i valori tipici della morale della classe
media alle teorie dell’ambiente e così le valutazioni di carattere
sociale presero il posto, anche se non ancora del tutto, di quelle
scientifiche.
A Peter Camper, anatomista olandese si deve il concetto di
“fisicamente bello” rintracciabile attraverso il metodo di comparazioni
craniche e misurazioni facciali. Tuttavia è utile sottolineare che
Camper aveva studiato da pittore “(…) e non scienziato e il suo
proposito non era in realtà quello di dare un contributo alla nuova
scienza dell’antropologia, bensì quello di istruire i giovani artisti e
scultori nella storia naturale e nell’amore per l’antichità (…) molti
futuri teorici della razza sarebbero stati pittori e scrittori piuttosto che
scienziati”32. La scoperta più importante di Camper è indubbiamente
“l’angolo facciale” calcolabile attraverso la comparazione delle teste
dei calmucchi e dei negri con quelle degli europei, le une e le altre
poste a loro volta a confronto con la testa della scimmia. Il metodo di
Camper consisteva nel tracciare una linea di congiunzione tra il labbro
superiore e la radice del naso e una linea che attraversava
orizzontalmente la faccia, per poi misurare gli angoli risultanti
dall’incontro tra le due linee. Se l’angolo formatosi misurava 100
32
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.27

34
gradi allora ci si trovava di fronte al tipo ideale. In realtà non esisteva
una simile perfezione e dunque Camper fu costretto a fissare dei
limiti. Ogni angolo dai 70 gradi in giù caratterizzava il negro ed era
più vicino ai lineamenti delle scimmie e dei cani più che a quelli degli
uomini; gli europei avrebbero avuto diversamente un angolo di circa
97 gradi che si avvicinava dunque all’ideale tipo della scultura greca.
Gli antropologi non solo accettarono la teoria dell’ ”angolo facciale”
attribuendo ad essa il ruolo di criterio di misurazione scientifica, ma
approvarono con essa anche un modello ideale di bellezza ponendolo
come fondamento per la concreta realizzazione di una classificazione
razziale. Tuttavia Mosse, nell’analizzare il pensiero di Camper,
asserisce di non aver individuato un’avversione o comunque un
giudizio esplicitamente negativo relativo agli ebrei: “(…) Camper non
sapeva che trattamento riservare agli ebrei che, in fin dei conti, erano
europei. Egli credeva che avessero proprie caratteristiche, come per
esempio una particolare curvatura del naso…Ma al di là di queste
posizioni personali (…) il concetto di razza superiore abbracciava tutti
gli europei”33.
Il vero padre della scienza fisognomica fu Lavater il quale
partiva dal presupposto che si potesse giudicare un uomo osservando
intuitivamente il suo aspetto esteriore dal momento che l’esteriorità
non è nient’altro che la continuazione dell’interiorità e viceversa.
Lavater, che aveva come modello le forme della scultura greca,
individuava così gli elementi mediante i quali considerare bello un
volto e dunque un’anima: l’omogeneità del corpo e della faccia,
l’uniformità del contorno, la dimensione della figura e l’ “onestà”
33
ibid., p.28- 29

35
manifesta nel ciglio e nella fronte. Per quanto concerne il volto
Lavater si spinse oltre sottolineando l’importanza della regolarità delle
tre principali sezioni in cui esso è suddiviso: fronte, naso e mento. La
fronte doveva essere orizzontale con folti sopraccigli, erano poi
preferibili occhi celesti, naso largo e quasi diritto, mento rotondo e
capelli corti neri.
Le teorie di Lavater interessarono, tra i suoi contemporanei, non
solo Goethe, ma anche il giovane Sir Walter Scott nei cui scritti
appaiono continue interpretazioni fisiognomiche. Scott ricava ogni
giudizio relativo ai suoi personaggi, dal loro aspetto fisico: ad esempio
Romena, l’eroina dell’ Ivanhoe, aveva quell’amabile aspetto cui,
secondo i “fisiognomisti”, corrisponderebbe un temperamento dolce,
timido e gentile34.
Un nuovo impulso a queste concezioni venne dalla frenologia di
Franz Joseph Gall. Egli, asseriva che il carattere di una persona era
strettamente connesso alla conformazione della propria testa. La
frenologia di basava su tre assunti: 1) che il cervello fosse l’organo
dell’intelletto; 2) che esso fosse costituito da una grande varietà di
organi ognuno con una propria funzione; 3) che il cervello
determinasse la forma del cranio. Tuttavia Gall respingeva l’idea che
potessero esistere “crani nazionali” e si rifiutò di classificare le razze
umane. Malgrado ciò la frenologia venne ben presto utilizzata come
fondamento per lo sviluppo di classificazioni razziali.
Carl Gustav Carus, tentò di attribuire alla frenologia un
fondamento idealistico: “(...) egli affermò che allo stesso modo in cui
una colonna architettonica viene valutata nella sua totalità (cioè
34
Sir Walter Scoot, Ivanhoe, New York, The American Library, 1962.

36
secondo la base, l’altezza e la solidità) così devono essere misurate
anche le proporzioni dell’intero corpo umano; il responso andrebbe
cercato non nel cranio, ma nell’intero scheletro dell’uomo”35. Carus
stabilì che tra i popoli superiori e quelli inferiori vi era un rapporto
uguale a quello che intercorreva tra la Terra e il Sole. Esisterebbero
dei popoli per così dire “diurni” come gli europei, dei popoli
“notturni” come i negri e dei popoli “crepuscolari” come gli asiatici e
gli indiani di America. Il colorito biondo causato dal sole e gli occhi
azzurri riflettenti il cielo sarebbero propri della razza superiore. Il
Mondo dunque secondo Carus sarebbe organizzato gerarchicamente:
al vertice il “popolo diurno” la cui bellezza sarebbe un dono diretto di
Dio. Nelle sue dissertazioni Carus fa anche esplicito riferimento al
naso adunco come elemento caratteristico del popolo ebraico anche se
tale considerazione non lo induce ad espellere gli ebrei dai popoli
diurni. Il concetto di naso ebraico entrò a far parte della coscienza
popolare soprattutto grazie a numerosi manifesti e vignette pubblicati
tra il 1753 e il 1754 in concomitanza con il tentativo di emancipazione
degli ebrei in Inghilterra. Il “Jew bill” (il provvedimento per
l’emancipazione del 1753) pose gli ebrei al centro dell’attenzione: fu
il primo vero tentativo di emancipare gli Ebrei in Europa. Prima di
allora gli Ebrei erano sempre stati rappresentati in un modo conforme
alla realtà. Ora i caricaturisti inglesi, nel rappresentare il banchiere
ebreo Samson Gideon, gli attribuirono un naso che non corrispondeva
alla sua reale conformazione. Allo stesso modo, mentre fino ad allora i
venditori ambulanti ebrei erano stati raffigurati rispecchiando le loro

35
G.L. Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.34

37
reali fattezze, ora erano rappresentati come esseri sgradevoli dotati di
naso grande e sguardo infido.
Fu Lavater il primo ad aver menzionato una teoria sui nasi
basata sulle loro forme “(…) i nasi rivolti all’insù indicherebbero un
uomo collerico, i nasi camusi significherebbero prudenza e
discrezione i nasi rivolti all’ingiù crudeltà. I frenologi (…)
individuarono un naso romano, uno greco, uno ebraico, uno camuso
(…) il naso ebraico un carattere sospettoso e circospetto”36.
I nazisti ripresero tanto la teoria di Lavater quanto la frenologia
di Gall, le unirono per fornire un fondamento alla loro convinzione di
un destino e di una personalità già evidente sul volto degli individui.
Anche Kant nel corso delle sue riflessioni incentrò la sua
attenzione sui concetti di razza e di specie. Giunse a sostenere che
potevano essere definiti di razza (in riferimento non solo agli animali
ma anche agli uomini) coloro che avevano mantenuto la propria
purezza malgrado gli spostamenti e la tentazione di mescolarsi con
“altre” razze. “Le razze considerate indipendenti da influenze esterne
non possono evolvendosi mutare: e in linea con questa tradizione un
titolo nazista avrebbe proclamato “la razza immutata per migliaia di
anni”37. Proprio in tal punto Mosse scorge una netta distinzione tra la
teoria razziale del nazismo e il darwinismo sociale a cui spesso si
faceva risalire. La razza infatti lotta contro i suoi nemici nel tentativo
di sopravvivere e di mantenere la sua purezza ma, in contrasto con
quanto affermato da Darwin, essa non muta nel corso del tempo.

36
ibid, cit. p. 36
37
ibid, cit. p. 37

38
Appare dunque molto dettagliata l’analisi operata da Gorge
Mosse in relazione alle teorie che hanno contribuito nel corso del
tempo, con modalità diverse, allo sviluppo di una vera e propria teoria
razzista che in seguito all’affermazione dell’assolutismo nazista,
tramuterà delle pure teorie in atroci giustificazioni al fine di perpetrare
feroci atti di sterminio.

1.4 Il contributo inglese al razzismo

Nel corso delle sue riflessioni non sfugge a George Mosse


come anche dall’Inghilterra pervennero, attraverso il darwinismo e il
movimento eugenista, contributi alla teoria razzista. In Inghilterra la
comunità ebraica era stata espulsa alla fine del XIII secolo, ma a metà
del XVII secolo Oliver Cromwell aveva tentato di far reintegrare gli
ebrei sulle isole britanniche, incontrando resistenza tra la popolazione
locale. Ciò nonostante Cromwell aveva permesso ad una colonia di
ricchi mercanti, di stabilirsi a Londra, i quali “(…) avevano
collaborato come finanziatori e consulenti politici per le questioni
riguardanti i rapporti con la Spagna e con il tempo avevano
trasformato la città di Londra in uno dei principali centri di
accoglienza degli ebrei della diaspora”38. Nel XVIII secolo giunsero
molti ebrei dalla Germania e dalla Polonia ad aumentare le fila dei
correligionari cosicché all’alba del nuovo secolo la popolazione degli
ebrei residenti in Inghilterra si aggirava intorno alle trentamila unità.
Ma questo non sembrava preoccupare i mercanti inglesi i quali,
38
D. Cohn-Sherbok, Storia dell’antisemitismo, Newton e Compton,Roma,2005, p.161.

39
addirittura, a volte li ritenevano assolutamente necessari affinché
l’intera struttura economica inglese potesse mantenersi saldamente in
piedi. Nonostante il clima di generale tolleranza gli ebrei non erano
del tutto esenti da velenose critiche provenienti da parte di illustri
scrittori dell’epoca. Alexander Pope più volte nei suoi scritti satirici
implorava di essere protetto dalla popolazione ebraica. Nello stesso
secolo il Duca di New Castle propose un disegno di legge, il
Naturalization Bill, che aveva lo scopo di semplificare le procedure
burocratiche necessarie agli ebrei per ottenne la naturalizzazione e il
diritto all’acquisizione di proprietà fondiarie, ma il progetto ebbe vita
breve. Le petizioni che vi si opposero, presentate da ogni settore della
società, furono numerose; i muri delle vie cittadine tappezzati di
slogan diffamatori e gli agitatori si spesero in dettagliate previsioni di
ciò che sarebbe capitato al commercio e all’Inghilterra stessa se si
fosse andati avanti nel progetto di naturalizzazione degli ebrei. Alla
base dell’annullamento vi era un consolidato pregiudizio che, seppur
celato dietro convenienze di natura economica, confermava gli
stereotipi, che a partire dal medioevo avevano indicato negli ebrei la
presenza di elementi satanici che avrebbero potuto contaminare la
società cristiana. A metà dell’Ottocento molti inglesi avevano posto la
propria nazione nell’ambito della grande famiglia anglosassone e gli
stessi anglosassoni erano considerati parte delle tribù teutoniche che
avevano generato le più forti e creative nazioni europee39. Tuttavia ciò
non significa affatto che detto orgoglio nazionale, almeno ai suoi
esordi, avesse come risvolto assoluto l’intolleranza nei confronti degli

39
R. Horsman, Origins of Racial Anglo- Saxonism in Great Britain Before 1850, in “Journal of
the History of Ideas”, XXXVII, luglio- settembre 1976, pp. 387- 410

40
altri. In questo periodo infatti gli intellettuali erano portatori di visioni
non omogenee e sicuramente non univoche in relazione al popolo
ebraico. Se da un lato Sir Walter Scott esaltava il valore dei sassoni
nel corso delle battaglie in difesa del proprio regno, dall’altro era
tollerante e rispettoso nei confronti degli ebrei e di tutti quei popoli
che avevano tentato di conquistarlo. Le idee di stampo nazionale
cominciarono ad assumere un’impronta razzista nella seconda metà
del XIX secolo quando virtù quali l’onestà, l’amore per la libertà, la
lealtà vennero considerate peculiari del ramo anglosassone di origine
teutonica.
Robert Knox, anatomico scozzese, rese noti i suoi studi sulla
razza con conferenze pubbliche tenute nelle maggiori città inglesi. Nel
suo testo più importante, Le razze degli uomini, asseriva la centralità
della razza e la dipendenza della civiltà da essa. Ogni razza aveva una
propria civiltà così come una propria lingua, proprie arti e scienze.
Nella classificazione delle razze da lui proposta non veniva postulata
l’esistenza di una razza superiore ariana ma piuttosto di due razze
superiori: i sassoni, rappresentanti della perfezione fisica ma privi
dell’attitudine al ragionamento astratto, e gli slavi dal brutto aspetto
esteriore ma detentori di una eccezionale capacità raziocinante.
Secondo Knox i negri “(…) mancherebbero delle grandi qualità che
distinguono l’uomo dalla bestia e cioè la capacità generalizzatrice
della ragione pura, il desiderio di conoscere (…) di osservare i
fenomeni (…) era convinto che non vi fosse speranza di poterli
civilizzare e che anzi la loro inferiorità psicologica e fisica li
40
predestinasse alla schiavitù” . Le razze non bianche erano
40
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.76

41
considerate dunque inferiori. Per quanto riguarda gli ebrei, Knox li
considerava brutti (colorito scuro- giallastro, capelli nero ebano e
occhi di uguale colore), privi di armonia nella loro fisicità e dunque
agli antipodi dell’ideale perfetto di uomo scoperto dagli scultori greci.
Nella sua analisi Knox si spinse anche oltre: negò agli ebrei qualsiasi
qualità che un uomo dovrebbe possedere. “l’ebreo non era un
artigiano, né un coltivatore della terra, non aveva ingegnosità o
capacità inventiva e non amava l’arte, la letteratura, la musica, la pace
o la guerra”41. L’ebreo non aveva alcuna occupazione, viveva come gli
zingari basando la sua esistenza solo su furbizie e sgradevoli
espedienti.
Il fatto che una tale visione, una tale immagine del popolo
ebraico si sia potuta diffondere e sviluppare in Inghilterra, così come
in altri paesi europei, ci fornisce l’idea di quanto fossero profonde le
radici che il pensiero razziale aveva messo verso la metà del secolo.
Ciò che è utile sottolineare è che, per quanto Knox si sia occupato di
“ebrei”, tuttavia il principale filone del razzismo inglese si concentrò
sui neri.
Il contributo più originale al pensiero inglese razzista venne
indubbiamente dal darwinismo. Charles Darwin non era un razzista
ma i suoi concetti “selezione naturale”, “sopravvivenza del più adatto”
vennero accolti favorevolmente dai teorizzatori della razza. “Talvolta
Darwin scriveva in un modo tale da favorire un’interpretazione
erronea delle sue parole a tutto favore delle idee razziali”42. Una delle
ipotesi scientifiche di Darwin era legata alla concezione che la

41
ibid., cit. p. 77
42
ibid., cit. p. 81

42
sopravvivenza di una specie animale fosse connessa al numero dei
figli che fosse in grado di generare. Applicando questa teoria agli
uomini si potrebbe identificare nella fecondità l’elemento
determinante la sopravvivenza razziale. Detta teoria rivestì
un’importanza fondamentale in un’epoca in cui alcune nazioni
apparivano preoccupate a causa del loro declino demografico. La
generazione di figli sani divenne così “un’ossessione razziale”. Anche
le teorie della sopravvivenza del più adatto e della selezione naturale
trovarono facile applicazione nelle classificazioni razziali. Ciò che
Darwin aveva definito estinzione delle specie meno avvantaggiate
poteva trovare la sua applicazione in relazione alle razze inferiori. Sta
di fatto che, mentre Darwin aveva creduto che la selezione naturale,
così come la sopravivenza, fossero legate a fattori ambientali e ai
mutamenti che avvenivano in essi, più tardi i darwinisti sostituirono
questo ambientalismo con l’insistenza sui fattori ereditari. In
particolare verso la fine del XIX secolo, fu Sir Francis Galton a
dominare il campo delle ricerche sull’ereditarietà sia in Inghilterra che
sul continente. Galton può essere considerato come il fondatore
dell’eugenetica: “egli approdò alla scienza dell’ereditarietà
cominciando ad interessarsi dell’evoluzione e come seguace
appassionatamente fedele di Darwin”43. Galton tentò di esprimere le
teorie di Darwin rapportandole ai numeri ed in tal modo tentò di
stabilire le qualità utili alla sopravvivenza: “Parlando a mio nome se
dovessi classificare le persone secondo il loro valore, esaminerei
ciascuna di esse dai tre punti di vista del fisico, dell’abilità e del

43
Ibid., cit. p. 82

43
carattere”44. Galton elencò tredici tipi di abilità naturale e classificò
quindi tutti gli uomini, dai giudici inglesi ai lottatori delle regioni
settentrionali, con riferimento ad essi. A suo avviso sarebbero
necessarie tre abilità ereditarie naturali, per far uscire l’uomo dallo
stato di mediocrità: intelletto, zelo e dedizione al lavoro. Galton
mostrava poi grande interesse per il matrimonio. In particolare
sosteneva che bisognava fornire aiuto sociale e morale a quelle coppie
destinate a concepire figli eccezionali. Egli sostenne che bisognava
contenere l’indice di fertilità dell’inadatto e, diversamente,
incoraggiare quello dell’adatto con matrimoni precoci. Sarebbe
proprio il valore eugenetico a determinare la qualità della razza. La
chiave per la sanità della razza risiederebbe nella convinzione che
genitori sani abbiano figli sani. Ne consegue, dunque, che i bambini
possono ereditare la genialità ma anche la follia dal momento che
anch’essa è ereditaria.
Il problema che maggiormente assillava Galton era la volontà di
migliorare la razza britannica e, proprio nel tentativo di realizzare
questo scopo, vennero fondate società di eugenetica in modo da
diffondere la conoscenza delle leggi dell’ereditarietà. Al momento
della morte di Galton, nel 1911, in molte nazioni dell’Europa erano
stati creati periodici che si occupavano di eugenetica e, la dottrina
dell’ereditarietà applicata alla razza, aveva raggiunto dignità
scientifica ed era entrata nelle università.

Capitolo II
44
C.P. Blacker, Eugenics,Galton and After, London 1952 p. 108

44
IL POPOLO EBRAICO

2.1 La calunnia del sangue

George Mosse non disdegna, nel corso della sua attenta analisi
relativa alle origini dell’antisemitismo, di focalizzare l’attenzione su
alcuni aspetti che hanno contribuito, in maniera anche decisiva, allo
sviluppo di teorie e ideologie che troveranno la loro massima
applicazione nell’ efferata virulenza e rozzezza degli attacchi contro il
popolo ebraico. Tuttavia l’autore non ignora assolutamente che, anche
tra gli ebrei, si fosse diffuso grazie anche all’opera di alcuni
intellettuali, uno specifico concetto di razza.
Negli ultimi decenni del secolo XIX e nella prima metà del
successivo, le tradizionali leggende che nel passato avevano gravitato
intorno al popolo ebraico vennero rispolverate per dar maggior risalto
alla mistica razziale e per assurgere, poco dopo, al ruolo di ulteriore
strumento di mobilitazione politica. Tutte le accuse di omicidio
rituale, la maledizione lanciata contro Aasvero, l’ebreo errante e le
fantasie relative all’universale cospirazione ebraica contro il mondo
non erano mai scomparse dalla coscienza europea nemmeno durante
l’Illuminismo; ora, tuttavia, sembravano conoscere una nuova
fioritura. Bisogna risalire al Medioevo per comprendere l’Accusa di
omicidio rituale, alla leggenda che vedeva gli ebrei come carnefici dei
bambini cristiani al fine di berne il sangue nel corso della festa della
Pasqua ebraica “(…) l’accusa di omicidio rituale, la calunnia del
sangue (…) leggenda secondo la quale gli ebrei uccidevano i bambini

45
cristiani per berne il sangue durante la festa della Pasqua ebraica”45.
Secondo la tradizione, gli ebrei eseguivano, nel corso delle cerimonie
religiose, un “omicidio rituale” caratteristico della perversa natura
malvagia della loro religione. A ciò si affiancava il disprezzo per l’uso
che gli ebrei facevano del sangue considerato come una forma di
bestemmia contro il sacrificio perpetrato da Cristo sulla croce, dal
momento che la Pasqua ebraica coincideva con quella cristiana. La
calunnia del sangue, dunque, veniva utilizzata al fine di accusare gli
ebrei di atavismo in quanto ancora protagonisti di sacrifici umani a
differenza dei popoli civilizzati. Il mito che venne a crearsi riguardo a
questa pratica, contribuì ad accrescere le distanze tra gli ebrei e i
cristiani. August Rohling, sacerdote cattolico e professore di teologia
a Munster, aveva dato alle stampe nel 1871, uno scritto intitolato Der
Talmudjude (l’ebreo del Talmud) con lo scopo di rivelare al mondo
che gli ebrei non avevano una religione degna di nome e che la loro
suprema dottrina imponeva l’omicidio rituale. In particolare l’autore
intende dimostrare che l’ebraismo è una religione intrinsecamente
immorale, che consente anzi di prescrivere ogni tipo di immoralità nei
confronti dei cristiani. La tesi centrale è che nel Talmud i non ebrei
sono considerati esseri inferiori, per cui nessuna obbligazione morale
o giuridica può valere se la controparte è rappresentata da non ebrei.
Quindi, nei rapporti con il mondo esterno, agli ebrei è consentito
peccare contro tutti i comandamenti e contro tutti i precetti morali:
giurare il falso, esercitare l’usura e l’imbroglio, rubare e persino
uccidere. L’opera è accolta favorevolmente in ambienti cattolici, viene
più volte ristampata e “(…) favorisce a sua volta la ripresa moderna
45
G. Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.124

46
dell’anti-talmudismo, anche mediante la diffusione di altre opere
sull’argomento”.46 In tal contesto l’anti- talmudismo diviene un tema
fondamentale utilizzato dagli ambienti cattolici ai fini della diffusione
di un clima ostile agli ebrei. Tra il 1882 ed il 1885, Rohling viene
coinvolto in varie polemiche, tra cui le accuse di falso nei suoi
confronti rivoltegli dal rabbino austriaco Joseph Samuel Bloch ed il il
processo per il cosiddetto “omicidio rituale” di Tisza- Eszlàr in
Ungheria, per il quale si offre per testimoniare. L’assassinio di una
ragazza di 14 anni avvenuto in una cittadina ungherese e per il quale
viene processato (e in seguito assolto) un ebreo, è usato dai movimenti
antisemiti come strumento propagandistico per riprendere l’antica
accusa di “omicidio rituale”, secondo uno schema di uso comune già
nel medioevo.
La calunnia del sangue si mantenne viva soprattutto nei paesi
sottosviluppati dell’Europa orientale e nell’impero russo “entro i cui
confini il governo sfruttò sacralmente tale credenza per provocare
pogrom, e ogni bambino cristiano che si perdesse diventava una
minaccia per la locale comunità cristiana, ciascun membro della quale
poteva sentirsi accusare di omicidio”47. Anche in Germania, in Francia
e nell’Impero austro-ungarico, la leggenda dell’omicidio rituale era
largamente diffusa, anzi il suo vigore si rinnovava di continuo e a
favorirlo erano soprattutto gli intellettuali. Nel solo Impero austro-
ungarico, tra il 1867 e il 1914, si ebbero non meno di dodici processi
per omicidio rituale; certo, undici imputati furono assolti, ma l’unica
condanna, pronunciata nel 1899, “(…) fu ritenuta prova sufficiente del

46
M. Ferrari Zumbini, cit.,, p. 167
47
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p. 123

47
valore generale dell’accusa”48. Questi processi, e l’insistenza con cui
le calunnie erano ripetute, rivelano la diffusione e la popolarità di
prove come quelle fornite da Rohling. Agli occhi del pubblico nel suo
complesso, i processi, oltremodo sensazionali, comprovavano a
sufficienza l’esistenza di una cospirazione giudaica contro tutti i
gentili. “ Tra il 1890 e il 1914 vi furono non meno di dodici processi
contro ebrei per omicidio rituale e l’ultima accusa di questo genere fu
lanciata addirittura nel 1930, ad opera del pubblico ministero del
governo cecoslovacco delle campagne ruteno-carpatiche49 .
Nelle regioni rurali dell’Europa orientale il mito, dunque, si
diffuse incoraggiato in particolare dalla Chiesa cattolica che stentava a
liberarsi delle sue corresponsabilità di lunga data circa una tale accusa
rivolta agli ebrei: preti locali proclamarono a volte la verità di episodi
di omicidi rituali ancora nel corso del secolo diciannovesimo e persino
nel secolo ventesimo inoltrato. Santi medievali come Simone di
Trento, il giovane ucciso a Trento durante la Pasqua del 1475, il cui
culto si protrae fino ai giorni d’oggi, hanno conservato ai devoti il
ricordo della leggenda di martiri bambini presumibilmente uccisi dagli
ebrei. Dall’ambito religioso provengono l’accusa di omicidio rituale e
l’anti-talmudismo come strumento principale per la critica della
religione ebraica in quanto immorale50.
Dunque il mito dell’uso e dell’abuso della sacra sostanza del
sangue servì a separare totalmente gli ebrei dai cristiani.

48
G.L.Mosse,Le origini culturali del Terzo Reich, p. 191.
49
The Jews in Czechoslovachia, The Society for the History of Czechoslovak Jews, Philadelphia-
New York, 1968, p. 152.
50
M. Ferrari Zumbini, cit.,, p. 909.

48
2.2 La leggenda dell’Ebreo errante

Se la calunnia del sangue spinse i cristiani a vedere negli ebrei


gli araldi del male, la leggenda dell’ebreo errante servì ad avvalorare
la maledizione che sarebbe stata lanciata contro questa razza da Cristo
in persona.
Detta leggenda fu asservita all’esigenza dei cristiani, che erano
riusciti ad assumere cariche politiche rilevanti all’interno dell’Impero
romano, di essere scagionati dall’infamante accusa di aver fatto
crocifiggere Gesù. Con la leggenda dell’ebreo errante la colpa
ricadeva sugli ebrei stessi pur celando una verità ancor più antica.
Aasvero, e in alcune traduzioni Cartophilos, è descritto nella
leggenda come un ebreo che spinse Cristo ad affrettarsi verso il luogo
della crocefissione e gli negò conforto e rifugio. Secondo la leggenda
durante il tragico cammino di Gesù verso il calvario Aasvero
continuava a ripetergli in tono di disprezzo “cammina…cammina”.
Gesù alzò lentamente la testa rispondendo “io cammino ma altrettanto
farai tu finché io sarò tornato”. Da quel giorno Aasvero avrebbe
iniziato il suo eterno viaggio in compagnia della sua inseparabile
bisaccia, che secondo altre tradizioni sarebbe in realtà la borsa entro la
quale Giuda conservò i trenta denari frutto del suo tradimento.
L’ebreo errante fu condannato ad una vita errabonda, senza dimore,
disprezzato perché senza radici e diseredato. “L’ebreo errante, che non
può né vivere né morire preannuncia anche terrore e desolazione ”51.
51
G. K. Anderson, The Legend of the Wandering Jew, Providence, 1965, pp. 21-22.

49
Nella leggenda Aasvero è collegato anche a cospirazioni contro il
giusto: in Francia rappresentò la cospirazione degli ebrei e dei
massoni contro la nazione.
La leggenda dell’ebreo errante risale al secolo XIII e trova la
principale formulazione letteraria nel Wolksbuch del 1602: Kurtze
Beschreibung und Erzählung von einem Juden mit Namen Ahasuerus.
Nella prima edizione dell’opera, la caratteristica principale attribuita
al protagonista è la longevità che deriva dalla condanna a non
morire52. Il non poter morire significa l’esclusione dalla salvezza
eterna, alla quale si sostituisce appunto la condanna ad espiare
eternamente la propria pena in questa vita. Di qui l’immagine
dell’ebreo eterno, che compare nella trentunesima edizione del
Wolksbuch del 1694, ed è appunto la base dell’ebreo errante, la cui
leggenda si diffonde in tutta l’Europa cristiana53.
La leggenda dell’ebreo errante rafforzò l’immagine dell’ebreo
come dell’eterno straniero, che mai avrebbe imparato a parlare
correttamente la lingua nazionale o sarebbe riuscito ad affondare le
radici nella terra. Questo mito a sua volta fu collegato con le supposte
origini orientali dell’ebreo, così come descritte dalla Bibbia. Si ritenne
l’ebreo condannato ad essere per sempre il nomade del deserto
vagante per il Sinai, personaggio costretto a peregrinare in eterno
senza mai fermarsi e senza poter godere della pace nella morte.
Nel 1868 Herman Goedsche pubblica il romanzo Biarritz che
divenne una delle principali fonti dei Falsi Protocolli dei saggi

52
Vedi saggi raccolti a cura di G. Hasan-Roken e A. Dundes, The Wandering Jew. Essays in the
interpretation of a Christian Legend, Bloomington, 1986.
53
Shelley, H. Maccoby, The Wandering Jew as Sacred Excutioner (1982), in G. Hasan-Rokem e
A. Dunder (a cura di), The Wandering Jew, cit. pp. 236 e ss.

50
anziani di Sion. L’autore fissò la scena di una riunione di tredici
anziani ebrei che chiamò i sanhedrin cabalisti, nel cimitero ebraico di
Praga. Gli anziani si incontravano in quanto rappresentanti del popolo
eletto, che mostra “… la tenacia del serpente, l’astuzia della volpe, la
vista del falco, la memoria del cane, la solerzia della formica, la
socievolezza del castoro”54. Paragonare le razze cosiddette inferiori ad
animali significava collocarle sul gradino più basso della catena
dell’esistenza e, di conseguenza, le si privava della loro umanità.
Nello spaventoso scenario del cimitero gli anziani cospirano per
impossessarsi del mondo. Essi complottano di concentrare tutte le
ricchezze materiali nelle loro mani: il loro progetto era impadronirsi
della terra, delle miniere, delle case, dei posti di governo e controllare
la stampa e così tutta l’opinione pubblica. Le armi attraverso cui si
sarebbero serviti per assicurarsi il dominio sull’ intero mondo
andavano dalla reiterazione dell’uso del motto rivoluzionario francese
“liberté, egalité, fraternité” fino alla diffusione delle dottrine liberali e
socialiste. I popoli del mondo sarebbero stati privati di ogni fede in
Dio e la loro forza sarebbe stata indebolita, ma il danno non sarebbe
stato solo questo: contemporaneamente si sarebbe avuta una crisi
economica e tutto l’oro concentrato nelle mani degli ebrei sarebbe
stato utilizzato per generare un incontrastabile rialzo dei prezzi. Mosse
evidenzia come il mito della cospirazione si fondeva con le incertezze
e i timori economici del XIX secolo finendo col colmare la distanza
tra la radicata leggenda antisemita e i moderni ebrei in un mondo di
mutamenti preoccupanti: cosa sarebbe successo se i gentili avessero
scoperto il complotto e avessero cominciato ad attaccare gli ebrei? In
54
H. Berstein, The History of a Lie, New York, 1921, p. 23.

51
questo caso, in caso di imminente pericolo per gli ebrei, gli anziani
avrebbero fatto uso di un’arma terribile: far saltare in aria le città e
con esse gli abitanti che vi risedevano, ponendo esplosivi in gallerie
sotterranee opportunamente costruite in tutte le capitali di tutte le
nazioni del mondo. Al tempo stesso gli anziani avrebbero distrutto i
gentili, inoculando in loro delle malattie inguaribili. Le teorie sulla
cospirazione rinverdiscono il razzismo che sta a fondamento
dell’incubo di cui sono espressione i Protocolli. I Protocolli dei Saggi
anziani di Sion divennero il culmine e insieme la sintesi delle teorie
sulla cospirazione. “Nel 1905 vennero pubblicati I protocolli dei savi
anziani di Sion. Questo documento contraffatto fu imposto alla fine
del XIX secolo da un ignoto scrittore che collaborava con la polizia
russa (…) si affermava che i leader della comunità ebraica mondiale
controllavano le politiche degli stati europei allo scopo di conquistare
il potere in tutto il mondo, riducendo in schiavitù le popolazioni
gentili”55. La loro falsificazione avvenne in Francia, nel pieno
sviluppo dell’affare Dreyfus, con la collaborazione della polizia
segreta russa, probabilmente tra il 1894 e il 1899. La destra francese
voleva avere un documento che collegasse Dreyfus alla supposta
cospirazione della sua razza e la polizia segreta russa aveva bisogno di
giustificare la politica antiebraica zarista.
L’ostilità dunque contro gli ebrei francesi raggiunse il culmine
alla fine del XIX secolo. In quel periodo, su un totale di quarantamila
uomini in servizio nei corpi dell’esercito, gli ufficiali ebrei erano oltre
trecento: questa concentrazione ai più alti gradi del mondo militare
provocò sospetti e sfiducia e preparò il terreno per l’affare Dreyfus,
55
D. Cohn- Sherbok, cit.,, p.232

52
che esplose intorno al 1894. Nel 1892 Alfred Dreyfus era divenuto
capitano di stato maggiore; due anni più tardi era stato intercettato il
memorandum segreto, inviato da un ignoto ufficiale francese al
colonnello Schwartzkoppen, e consegnato ai servizi segreti francesi. I
capi dei servizi segreti avevano messo a confronto la grafia di Dreyfus
con quella del memorandum e incriminato l’innocente ufficiale ebreo
di tradimento. Dreyfus fu processato da una corte marziale con
sentenza di colpevolezza, condannato al carcere a vita e retrocesso di
rango con un’umiliante cerimonia pubblica, durante la quale
l’ufficiale aveva nuovamente dichiarato la propria innocenza. Incitati
da una stampa profondamente ostile, gli spettatori si scagliarono
contro Dreyfus e contro l’intera comunità ebraica. Successivamente
Dreyfus fu esiliato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese, al
largo della costa sudamericana. Desideroso di riscattare il nome di
Dreyfus, il fratello dell’ufficiale ottenne l’appoggio dello scrittore
Bernard Lazare che si impegnò per rovesciare il verdetto. In difesa di
Dreyfus, nel 1886 Lazare pubblicò “L’affare Dreyfus: un errore
giudiziario”, di cui inviò alcune copie a politici e rappresentanti della
vita pubblica. In tutta la Francia socppiarono ben presto rivolte
antisemite e l’affare si trasformò in un caso pubblico di grande
risonanza. Nel 1898, il nuovo capo del Ministero della guerra
Cavignac, riaprì il caso. Furono smascherati gli autori delle
falsificazioni, arrestati i complici e venne richiesto l’annullamento del
precedente verdetto e l’apertura di un nuovo procedimento che,
tuttavia, trovò una risoluzione a favore di Dreyfus solo nel 1904. In

53
molti tuttavia rilevarono che l’antisemitismo non sarebbe mai stato
estirpato dalla società occidentale.
In Russia, nel 1895, all’indomani dell’incoronazione di Nicola
II, negli schedari cominciò a circolare un documento intitolato Sekret
iudaizma (Il segreto del giudaismo), nel quale si sosteneva la tesi
secondo cui, “(…) in epoche antichissime, il monoteismo fosse noto a
un ristretto numero di Egiziani che si erano rifiutati di illuminare le
masse (…)”56. Nonostante ciò, Mosé aveva trasgredito il divieto
imposto e trasmesso le dottrine al suo popolo al fine di elevarlo al di
sopra delle altre nazioni. Successivamente, allorché Cristo aveva
tentato di rilevare il suo divino sapere all’umanità, gli ebrei lo
crocifissero e furono, poi puniti. Tutto ciò era alla base del complotto
ordito dagli ebrei ai danni del mondo non ebraico. Il 20 marzo 1911,
nella periferia della città di Kiev, fu rinvenuto il corpo senza vita di
Andrei Lushchinskij, un ragazzo di appena tredici anni. La stampa
antisemita non perse tempo e accusò gli ebrei dell’omicidio del
giovane. Fu aperta un’inchiesta giudiziaria sul caso, al termine della
quale fu arrestato con l’accusa di omicidio Mendek Beils, un
capomastro ebreo che lavorava nella mattonaia ubicata in prossimità
del luogo in cui era stato scoperto il cadavere. Parallelamente, però, il
direttore del quotidiano “Kievskaja Mysl” aprì una propria inchiesta a
riguardo e riuscì a smascherare i veri colpevoli dell’efferato crimine:
si trattava di una banda di malviventi che avevano ucciso il giovane
perché temevano che avrebbe testimoniato contro di loro. Fu aperto un
processo e, nel corso dei dibattimenti, padre Pranaytis, un sacerdote
cattolico che aveva pubblicato alcuni scritti sull’omicidio rituale,
56
Ibid. cit. p. 233

54
portò la propria testimonianza facendo riferimento alla leggenda
medievale del castigo degli ebrei e del rimedio adottato.
Certo l’antisemitismo dilagante in Russia e colpevole della
condanna di Dreyfus in Francia non si manifestò, fatto salvo il periodo
tra il 1938 e il 1945, mai in Italia con episodi così eclatanti. Ma,
osservando la situazione italiana nel dettaglio, non si può non notare
come spesso la stampa, soprattutto quella cattolica di lingua italiana,
abbia organizzato varie campagne antisemite, talvolta amplificando le
notizie che giungevano dall’estero. Uno dei casi più significativi è il
cosiddetto affare Mortasa, riguardante una famiglia ebraica francese,
ma di origine italiana, il cui ultimo figlio fu rapito e battezzato dalla
governante cristiana. In questa occasione il grande giornale gesuita
pubblicato a Roma “La Civiltà Cattolica” gonfiò il caso fino a rendere
necessario l’intervento degli stessi Cavour e Napoleone III57. Va
altresì notato che anche in Italia esisteva una rappresentazione
preconcetta dell’ebreo visto come usuraio, avaro, con determinate
caratteristiche fisiche comunemente condivisa. Nel 1894, infatti,
Cesare Lombroso pubblicava un libro di accusa verso l’antisemitismo
nel quale, per combattere l’idea dell’ebreo scuro, tarchiato e dal naso
adunco, riportava in appendice l’analisi delle caratteristiche fisiche
degli ebrei italiani che invece rientravano nella media di quelle tipiche
degli altri abitanti delle zone ove gli ebrei stessi vivevano58. L’era del
laicismo italiano, se non proprio dell’ateismo, comportò un
cambiamento di prospettiva nelle accuse : il deicida si trasformò in
ricco sfruttatore, adepto di varie sette segrete, rivoluzionario,

57
La Civiltà Cattolica, Roma, anno IX, 1858
58
C. Lombroso, L’antisemitismo e le scienze moderne, Torino- Roma, 1894

55
approfittatore. Questa nuova immagine dell’ebreo che va sotto il nome
di antisemitismo moderno, si differenzia da quello storico legato alle
condanne religiose e alla leggenda di Aasvero poiché vede nell’ebreo
non più il diverso da convertire, ma il pericolo pubblico da
neutralizzare. A questo punto il terreno nel quale l’ebreo è il
perturbatore della tranquillità borghese fortemente ancorata a dei
valori in dissoluzione è pronto per la diffusione dei Protocolli. Pur
essendo stata provata la sua falsità, questa opera ebbe in Italia, come
nel resto dell’Europa, una grande diffusione ma sarebbe errato
ricercare nei contenuti del documento stesso la spiegazione di tanto
successo, piuttosto esso è rinvenibile nell’ambiente culturale nel quale
l’opera è nata ed ha prosperato.
Alcuni autori non dimenticano di ribadire come uno dei più
radicati stereotipi, ipotizzasse l’ebreo come esclusivista, egoista e
materialista. “Questo era un substrato adatto per dispiegare
l’avversione e le ansie che accompagnarono la trasformazione della
Germania in una moderna società capitalistica”59. Altro stereotipo
relativo agli ebrei largamente utilizzato trae la sua origine negli scritti
di Du Bois Reymond che utilizza il termine Amerikanismus per
indicare inizialmente l’invadenza ebraica nelle tecnica per poi
assumere il significato di civiltà di massa fino a quello estremo di
consumismo. Le due metafore venivano così utilizzate per fornire lo
schema all’interno del quale si genera la critica totale all’economia
capitalista di ispirazione conservatrice e religiosa.

59
S. E. Ascheim, The Jew Within: The Myth of Judaization in Germany, in J. Reinharz e W.
Schatzberg ( acura di ), The Jewish Response- to German- Culture. From the Enlightenment to the
Second Word War, Hanover- London, 1985, p. 221.

56
Parallelamente prende piede, soprattutto in relazione a quanto
accade in Russia nel 1917, anche una nuova forma dell’espressione
dell’odio ideologico, razziale contro la alleanza tra ebraismo e
bolscevismo. La rivoluzione di ottobre sembrava dare corpo ai
peggiori fantasmi finora celati: gli ebrei vengono visti come i
sobillatori, i rivoluzionari, gli apolidi, ovvero gli unici a poter avere
interesse a rovesciare l’ordine costituito. Lev Trotskij in Russia e Rosa
Luxemburg a Berlino e Gustav Landauer in Baviera erano capi dei
moti insurrezionali nonché ebrei. Dopo il 1917 sulla stampa
anglosassone, come su quella francese, ricevono sempre più ascolto
coloro che imputano alla congiura giudaica gli sconvolgimenti
avvenuti nella terra zarista. Viene rilanciato in grande stile il mito
della cospirazione ebraica questa volta a livello mondiale. E’ il
magnate dell’industria automobilistica Henry Ford a capeggiare
inizialmente la mobilitazione contro il complotto ebraico- bolscevico,
grazie agli articoli che egli scrive sul suo “Deaborn Indipendent” che
vanno a comporre “L’ Ebreo Internazionale”, pubblicato nel 1920, un
libro che farà da volano ai Protocolli dei Savi di Sion: “Per Ford la
60
rivoluzione russa è di origine razziale non politica” . Anche un
corrispondente da Mosca del “Times” di Londra non aveva dubbi che
gli orrori della rivoluzione bolscevica fossero un aspetto della
vendetta ebraica61. Il convincimento che una cospirazione ebraico-
bolscevica stesse dominando la Russia e fosse già pronta ad
impadronirsi del resto dell’Europa si presentò all’improvviso in ogni
nazione. In Inghilterra scrittori G. K. Chesterton e John Buchan

60
D. Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Roma- Bari, Laterza, 1996, p. 223
61
N.Cohn, Warrant for Genocid, London, 1966, p.151

57
furono affascinati dall’dea di simili cospirazioni e persino il giovane
Winston Churchill parlò del “oscuro potere di Mosca, punto di
raccolta di cospiratori di ogni nazionalità emersi dai bassifondi delle
grandi città”62.
Dunque gli antisemiti attraverso l’elaborazione di teorie, temi e
stereotipi nuovi riuscirono ad attuare un processo di modernizzazione
della visione antisemita che non rinnega le argomentazioni classiche,
ma le adatta alle nuove situazioni economiche e sociali dell’epoca. Da
questo punto di vista il periodo imperiale può essere inteso come
un’epoca di fondazione di un antisemitismo nuovo, moderno ed
organizzato. In questo antisemitismo organizzato coesistono due
direttrici che si potenziano a vicenda, l’una tradizionale dell’ebreo
errante l’altra moderna dell’ebreo mutante. Dell’ambito religioso
permangono le accuse dell’omicidio rituale, mentre dell’ambito
economico si elaborano le accuse di usura, speculazione, concezione
individualista. Così nel corso del periodo imperiale “(…)
l’antisemitismo elabora, rielabora ed aggiorna tutta una serie di motivi
che provengono da ambedue questi piani, religioso ed economico,
sino a formare uno schema interpretativo che viene poi ripreso dal
nazismo ed inserito in un contesto storico radicalmente diverso”63.

2.3 Gli ebrei e il concetto razza

Gli ebrei non furono esenti dall’influenza del pensiero razziale


che sembrava tanto diffuso nell’intera società europea. Contrapposero

62
L. Fischer, The Soviets in World Affairs,New York, 1960, p.427
63
M. F. Zumbini, op. cit., p. 908

58
al mito dell’ebreo come principio del male un mito dell’ebreo come
razza pura e nobile. La maggioranza degli ebrei residenti negli stati
dell’ Europa centrale ed occidentale si ritenevano ormai membri a
pieno diritto delle nazioni in cui vivevano, ossia, non un popolo
separato, bensì uno degli elementi etnici che, insieme agli altri
costituivano la nazione. Il Verband Deutscher Juden (Unione degli
ebrei tedeschi) fu fondato nel 1904, ma ben presto lasciò il posto alla
cosiddetta Central Verein (Organizzazione centrale) che divenne la
massima associazione non confessionale ebraico tedesca e che fu
sciolta da Hitler. Essa costituì uno dei bersagli preferiti del movimento
nazional-patriottico; era sintomaticamente, di ispirazione liberale, ciò
che sembrava confermare la presunta simbiosi giudaico-liberale
simboleggiante il “materialismo” ebraico agli occhi di coloro che
perseguivano il fine dell’unità nazionale.
Il primo conflitto mondiale diede maggior influsso a questa
tendenza tanto che a partire dal 1918, reduci ebrei costituirono in
molte nazioni europee associazioni considerate come principale punto
di riferimento ai fini di un’integrazione nazionale. Nel 1902
Gobineau, nel periodico sionista “Die Welt”, espose teorie razziali atte
a controbattere l’accusa rivolta agli ebrei considerato popolo
degenerato. Gobineau, era stato un ammiratore degli ebrei poiché, a
suo parere, essi avevano resistito alla degenerazione moderna ed ora le
sue teorie potevano essere utilizzate per dimostrare che gli ebrei
avevano conservato il loro vigore grazie alla purezza del loro sangue.
Risultava così indispensabile evitare i matrimoni misti; le razze
ebraica ed ariana non avrebbero dovuto compenetrarsi ma solo vivere

59
fianco a fianco in reciproca comprensione. Tuttavia il pensiero di
Gobineau si rivelò eccezione piuttosto che regola tra gli ebrei. Se
alcuni ebrei furono attirati verso il razzismo, fu però la scienza della
razza che sembrò esercitare una maggiore attrazione per loro. Nel
1903 lo scrittore tedesco J. M. Judt , in Gli ebrei in quanto razza,
sostenne che gli ebrei in quanto razza avevano in comune tratti fisici e
fisionomici, dal momento che rappresentavano un ben preciso tipo
razziale mantenutosi intatto attraverso i millenni. Tuttavia il più
famoso teorizzatore degli ebrei in quanto razza fu il medico,
antropologo e sionista austriaco Ignaz Zollschan. Nel suo scritto
principale, Il problema razziale con speciale attenzione al fondamento
teoretico della razza ebraica, asseriva che la razza viene trasmessa
dalla razza umana e dunque non soggetta ad influenze esterne. In
questa sua opera Zollschan elogiava le concezioni razziali di Houston
Stewart Chamberlain come quello sulla mobilità che la purezza
razziale conferirebbe ad un gruppo o quella della necessità di elevare
la razza a livelli sempre più alti di eroismo. “Zollschan pensava che
Chamberlain avesse ragione a proposito di razza, ma torto a proposito
degli ebrei perché avvertiva come l’evoluzione della cultura non
potesse essere attribuita a merito di una razza sola (come gli ariani),
bensì di una vasta serie di razze pure, ivi compresa quella ebraica”64 .
Prima dell’affermazione del nazismo e addirittura in un periodo
precedente allo scoppio del primo conflitto mondiale, il dibattito tra
gli ebrei riguardo al doversi considerare o meno una razza era stato
vivace. Arthur Ruppin, responsabile dell’insediamento ebraico in
Palestina, dal 1908 fino alla sua morte nel 1942, inizialmente asserì
64
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 135.

60
che la razza fosse un istinto non passibile di cambiamenti. Bellezza e
forza, secondo lui, discendevano da fattori ereditari. Per gli ebrei
religiosi ed ortodossi, rappresentare il popolo eletto direttamente da
Dio significava dare un esempio fulgido e tangibile di come si dovesse
vivere la vita e non implicava alcuna pretesa di predominio. Inoltre
tutti i popoli potevano essere giudicati virtuosi, persino i gentili,
purché osservassero almeno le sette leggi di Noè anziché i 613
comandamenti che vincolavano invece gli ebrei osservanti. In questa
ortodossia non era implicito alcun razzismo. Certo, le dinastie
rabbiniche, cassidiche, erano convinte che le capacità del comando si
trasmettessero talvolta attraverso il sangue, ma ciò non era sostenuto
uniformemente da tutti. Nonostante in teoria si verificasse un diniego
del razzismo, la linea di demarcazione con lo stesso era a volte
radicata da parte degli ebrei ortodossi “(…) il vero credente nei secoli
XIX e XX conservò sempre nell’ambito della propria fede qualche
concetto irreligioso di superiorità e predominio”65. Sicuramente
caratteristico fu l’atteggiamento dei giovani sionisti che all’inizio del
ventesimo secolo credevano in una mistica nazionale senza però
credere nella razza. Consideravano il giudaismo un’unità culturale
interiore, espressione esterna di un’interna fede e non un tentativo
scientifico basato su misurazioni craniche e su ogni sorta di
sciocchezze razziali. “ La storia del mondo, come si espresse nel 1913
il giovane sionista Robert Weltsch, non è fatta dagli zoologi, ma dalle
idee, ed egli paragonava la nazionalità ebraica all’ élan vitale di
Bergson. Il mistero della razza era accettato, ma si rifiutava il

65
S. M. Bolkosky, The Distorted Image: German Jewish Perceptions of Germans and Germany.
1918-1935, New York, 1975, p. 80.

61
razzismo, che spesso nella società gentile entrava a far parte di questi
misteri”66. Ciò che dunque emerge è che il nazionalismo ebraico non
ha accolto il razzismo quando invece, nello stesso periodo, altri
nazionalismi europei stavano divenendo sempre più razzisti.
Le teorie sulla cospirazione avrebbero avuto una popolarità
minore se non vi fossero state alcune organizzazioni ebraiche cui
alcuni gentili attribuivano scopi sinistri. Nel 1860 viene fondata da
parte degli ebrei francesi l’Alliance israelite universelle il cui scopo
era di aiutare gli ebrei nelle nazioni dov’erano stati privati dei diritti
civili e di provvedere al funzionamento di scuole per gli ebrei
dell’Africa settentrionale. Detti lodevoli scopi furono ignorati e
l’Alliance fu giudicata come l’emblema di una cospirazione
clandestina.
Questi miti e leggende riguardanti gli ebrei furono utilizzati per
mobilitare tutti coloro che desideravano difendere sia il cristianesimo
sia la società tradizionale.

Capitolo III
LA NASCITA DEL NAZIONALSOCIALISMO

66
G. L. Mosse, op. cit., p. 137.

62
3.1 Le origini francesi
Gli elementi necessari alla costruzione e allo sviluppo delle
teorie razziali vennero dall’intera Europa, dunque non solo dalla
Germania o dall’Austria. Nel corso degli ultimi decenni del XIX
secolo, nel momento in cui il razzismo era ovunque in rapido
sviluppo, sembrò che la Francia fosse destinata ad assurgere al ruolo
di paese in cui il razzismo avrebbe assunto un peso determinante nella
politica nazionale.
In molti ritennero che il razzismo fosse penetrato in Francia a
partire dagli ottanta in poi, favorito da scandali di natura finanziaria,
dalla corruzione ampiamente diffusa nella terza repubblica, dalla
cessione dell’Alsazia-Lorena alla Germania ed infine dall’affare
Dreyfus. Tuttavia, Mosse sottolinea come in questa nazione “già
esisteva un antisemitismo cattolico che aveva preparato il terreno al
razzismo. Esso era particolarmente forte nelle campagne dove (…)
preti cattolici e laici attaccavano spesso ebrei massoni e
repubblicani”67.
Nel 1882 il fallimento dell’ Union Gènèrale, una potente banca
cattolica, venne imputata dal clero a tutte le forze ostili alla Chiesa ed
in particolare agli ebrei. Il principale movimento francese di
ispirazione antisemita tentò di associare il nazionalismo e la riforma
sociale e politica. In particolare, gli esponenti antisemiti si
occupavano soprattutto dell’unità nazionale, tralasciando il conflitto di
classe, propendendo invece per l’integrazione fra le classi senza
accettare il preesistente ordine capitalistico borghese. Essi
auspicavano una distribuzione più equa delle ricchezze e, allo stesso
67
G. L. Mosse,Il razzismo in Europa, p. 163.

63
tempo, invocavano la partecipazione di tutta la popolazione alla vita
politica. Già nella metà dell’Ottocento gli uomini e le donne che
appoggiavano tali ideologie erano stati definiti nazionalsocialisti, un
termine che Hitler adotterà molto tempo dopo in riferimento al suo
partito. Il nazionalsocialismo di stampo francese, da un lato rifiutava il
sistema capitalistico, dall’altro non condannava la proprietà privata.
Detto movimento, al contrario, asseriva la necessità di mantenere
un’ organizzazione gerarchica della società garantendo
contemporaneamente il diritto al lavoro. Ciò che dunque il
nazionalismo non accettava era il capitalismo finanziario: le banche e
la borsa valori: “l’abolizione della schiavitù dei tassi di interesse
avrebbe prodotto sia la giustizia sociale che l’unità nazionale”68.
Quanto bisognava evitare era l’espropriazione della società ad opera
del capitale finanziario: urgeva arrestare questo processo per evitare
che tutta la società europea cadesse nelle mani di poche centinaia di
banchieri. Arrestare detto processo implicava l’eliminazione degli
ebrei dalla vita nazionale, dal momento che essi rappresentavano
l’icona del capitalismo finanziario. La crisi economica sviluppatasi
negli ultimi decenni del XIX secolo aveva portato con sé la figura
dell’ebreo capitalista finanziario ed emblema del potere della
ricchezza improduttiva, contrapposta ai produttori ingiustamente
condannati ad una vita miserevole e bisognosa. Appare fondamentale
il rilievo attribuito alla produzione in quanto, l’ebreo usuraio, anche se
da sempre aveva rappresentato un’immagine opposta a quella

68
Ibid., p. 164.

64
dell’onesto lavoratore, ora veniva proiettata sulle ansie di un
capitalismo in sviluppo 69.
Il conte Arthur de Gobineau, come riportato da Mosse, fu un
sintetizzatore che si servì di elementi provenienti da varie discipline
per elaborare un’ideologia di stampo razzista. Nei suoi scritti egli
faceva continuo riferimento alla Francia, una nazione mitica di nobili
e contadini in cui le relazioni locali determinavano l’assetto politico
dell’intero paese fornendo ad esso una certa stabilità. Gobineau,
dunque, partendo da questo presupposto, individuava nell’era
moderna una molteplicità di pericoli, quali la centralizzazione, il
confronto con “Cesari” di nouvelle estrazione e le masse tra di loro in
conflitto. Il nobil conte francese attribuì alle razze una classificazione
risalente ai suoi predecessori: nel mondo sarebbero presenti tre razze,
gialla, nera e bianca, da ognuna delle quali deriverebbe una specifica
civiltà. L’osservazione delle razze straniere doveva essere considerato
fondamentale per motivare le frustrazioni del proprio paese: la Francia
era un microcosmo di pericoli razziali dal momento che era possibile
scorgere in ogni suo luogo comportamenti minacciosi caratterizzanti
la razza gialla o nera. Gobineau scorge caratteristiche rapportabili ad
ogni singola razza. Considera così la razza gialla materialista e priva
di immaginazione, dotata di una lingua incapace di esprimere pensieri
metafisici. Detta razza sarebbe destinata a realizzarsi nel commercio e
negli affari, avrebbe tutte quelle caratteristiche tipiche della borghesia
accusata da Gobineau di essere l’artefice della destrutturazione della
vera Francia fondata sul regionalismo, sulla nobiltà e sul popolo
contadino. Alla razza nera il nobile francese imputava tutte le qualità
69
G.Lichtheim, Socialism and the Yews, in “Dissent”, Luglio-Agosto, 1968.

65
risalenti al tradizionale pensiero razziale: “(…) scarsa intelligenza, ma
sensi sviluppati all’eccesso, grazie ai quali essi sarebbero dotati di un
potere rozzo ma terrificante; i neri sarebbero plebe sfrenata, quelle
masse cioè che erano scese in campo durante la Rivoluzione francese,
(…) gli eterni sans-culottes che avevano collaborato con la classe
media a distruggere l’aristocratica Francia”70. Agli antipodi si
porrebbe la razza bianca, emblema ideale della Francia poiché
incarnava le virtù della nobiltà: libertà, onore e spiritualità.
Rappresentanti della razza bianca erano gli ariani, depositari del
valore della libertà e dell’onore che operavano in loro unitamente
producendo una nobiltà che governava non con la forza bensì con il
suo incontestabile valore. Tuttavia, lo stato attuale delle cose non
favoriva l’affermazione degli ideali della razza bianca. Si era
verificata nel tempo la degenerazione della razza bianca “il termine
degenerato riferito ad un popolo significa (…) che questo popolo non
ha più lo stesso intrinseco valore posseduto in precedenza, perché non
ha più nelle sue vene lo stesso sangue”71. Ciò che dunque s’era
proposto era una mescolanza di razze che aveva recato con sé la
distruzione della pura razza bianca. Anche quella ebrea era
considerata una razza che riusciva in tutto ciò essa intraprendesse, un
popolo intelligente di contadini e di guerrieri che aveva subito un
inesorabile declino a causa degli incroci razziali, mescolandosi sempre
più con popoli gravemente contaminati dalle menti nere72. Mosse
tuttavia sottolinea come non esistano i presupposti per considerare

70
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 60.
71
M. D. Biddiss, Father of Racist Ideology: The Social and Political Thought of Count Gobineau,
London, 1970, p. 114.
72
Ibid., p. 125.

66
Gobineau un antisemita. Malgrado, infatti, le sue idee saranno
utilizzate per dimostrare la superiorità del popolo tedesco, Mosse in
questo non rinviene un’intenzionalità.
Nel corso dell’Ottocento anche Alphonse de Toussenel,
intellettuale socialista francese, contribuì a diffondere il
nazionalsocialismo e in particolar modo sottolineò gli aspetti congeniti
irrimediabili derivanti dal dominio ebraico. Secondo l’autore gli ebrei
reggerebbero, mediante il controllo del capitale finanziario, le sorti
mondiali. Toussenel, originario delle campagne francesi, considerava i
suoi luoghi d’origine vittime del saccheggio perpetuato dagli ebrei:
l’ebreo era il nemico del contadino. Ciò induceva l’intellettuale
socialista a guardare in senso nostalgico all’ancien règime, all’ordine
conservatore dei re dei tempi andati.
Proudhon, altro intellettuale socialista, asseriva che l’ebreo
utilizzava l’oro come un’arma in quanto incapace di lavoro onesto.
L’ebreo “è per temperamento un anti-produttore, non è un agricoltore
e nemmeno un vero commerciante (…) egli avrebbe solo
caratteristiche negative”73. Se in pubblico Proudhon conteneva queste
sue affermazioni, in privato rendeva palese il suo disprezzo verso gli
ebrei nemici della razza umana che, per le ragioni esposte, avrebbero
dovuto essere espulsi dalla Francia e le loro sinagoghe distrutte.
Il maggior esponente del nazionalsocialismo francese di fine
secolo fu Edouard Drumont. Egli sosteneva che la questione ebraica
rappresentasse la chiave di volta della storia francese ed invocò la
rivolta delle masse contro l’oppressore ebreo. La giustizia sociale
avrebbe trovato la sua completa attuazione solo mediante l’espulsione
73
Mosse , Op. cit., p.322

67
degli ebrei dal territorio francese, dal momento che solo attraverso
l’applicazione di tale provvedimento le loro proprietà sarebbero state
confiscate e distribuite a tutti i partecipanti alla lotta. Gli effetti
egualitari idealizzati dalle tesi di Drumont, in virtù delle quali
sbarazzandosi degli ebrei, si potevano salvare i valori e la moralità
borghesi, furono assunti a ragione del salvataggio della nazione da
parte di Hitler. Egli non fece che appropriarsi di tutto questo e
condirlo con una buona dose di occultismo: “ (…) egli condì
l’antisemitismo con quel particolare tipo di settarismo razziale,
borghese, fanatico e folle, che aveva assorbito a Vienna74. Anche
Drumont, come quanti l’avevano preceduto, individuava alcune
caratteristiche fisiche che identificavano il malvagio ebreo: il naso
adunco, lo sguardo fuggente, le orecchie sporgenti, i piedi piatti, le
mani umidicce. Ciò che dunque emergeva in Dumont era la
persistenza dell’immagine dell’ebreo privo di radici il che lo
rapportava al suo “supposto” passato di popolo errante nel deserto.
Parallelamente, nella Francia della fine del XIX secolo si
sviluppava la fiducia delle èlites francesi nella possibilità di
assimilazione e di integrazione civica degli immigrati “ (…) perché in
definitiva si credeva che nel lungo periodo la trasformazione degli
immigrati di seconda generazione in cittadini francesi sarebbe stata
accompagnata da una trasformazione sociale (…) gli immigrati si
sarebbero trasformati socialmente in francesi attraverso l’effetto
assimilatore della scuola obbligatoria e del servizio militare”75 .

74
G.L.Mosse, Intervista sul nazismo,Editore Laterza, Roma- Bari, 1977, p. 52
75
V. F. Gironda, Nazione, nazionalismo e cittadinanza in Germania tra Ottocento e Novecento,
Patron editore, Bologna, 2001, p. 43.

68
3.2 L’affermazione del nazionalsocialismo in Inghilterra,
Austria e Germania

Le idee razziali si diffusero ampiamente in tutta Europa e non


ne fu esclusa neppure l’Inghilterra. Verso la fine del XVIII secolo, si
diffuse fra gli inglesi un evidente interesse per le proprie origini.
Thomas Percy, evidenziò come fattori quali la libertà e la lealtà
caratterizzassero la popolazione sassone. A metà dell’Ottocento gli
anglosassoni erano considerati parte delle tribù teutoniche che
avevano generato le più forti e creative nazioni europee76. Tuttavia
non sembra emergere da questo rinato orgoglio nazionale
un’intolleranza verso l’altro. L’impostazione razziale iniziò ad
affermarsi verso la seconda metà del XIX secolo, quando l’onestà, la
lealtà, l’amore per la libertà cominciarono ad essere considerate
caratteristiche proprie solo del ramo anglosassone di discendenza
teutonica. Si diffusero idee secondo le quali gli inglesi incarnavano le
qualità della razza ovunque andassero e in particolar modo negli Stati
Uniti d’America da loro colonizzati. Edward Freeman storico inglese
di ritorno dall’America, nell’illustrare il suo viaggio, asserì che le
nazioni anglosassoni erano legate da vincoli di sangue, di lingua e di
ricordi, aspetti questi che continuavano ad esistere nonostante le
differenziazioni politiche. Secondo lo storico, i discendenti dei sassoni
dovevano essere considerati come gli unici rappresentanti della razza
76
R. Horsman, Origins of Racial Anglo-saxonism in Great Britain Before 1850, in “Journal of the
History of Ideas” , XXXVII, Luglio- Settembre, 1976, pp. 387-410

69
teutone. Il progenitore degli inglesi era individuato in Arminio,
vincitore delle legioni romane nella foresta di Teutoburgo.
Le posizioni antisemite in Inghilterra guadagnarono
rispettabilità poiché, alla fine del secolo, presero a circolare numerosi
trattati riguardanti questo argomento, tutti però surclassati dal
successo riscosso dall’opera “Fondamenta del XIX secolo”
dell’autore anglo-tedesco Houston Chamberlain, il quale, ringraziando
Dio di essere diventato tedesco, si diceva convinto che la salvezza
morale e spirituale dell’umanità dipendesse da ciò ce è conosciuto
come “tedesco”. Ad avvalorare tali convinzioni, nelle sue tesi
sosteneva che l’antichità e la mobilità del popolo ebraico
esemplificassero il confronto tra la razza ariana superiore e i parassiti
semiti. Profondamente convinto della superiorità razziale della
nazione tedesca Chamberlain, di concerto con le opinioni che
animavano numerosi circoli politici del tempo, desiderava che la
superiorità della sua nazione si concretizzasse. Dopo il 1887
Chamberlain fu eletto sindaco della città di Vienna: in occasione di
quelle stesse elezioni il Partito antisemita (Antisemitische Volkspartei)
si aggiudicò quattro seggi in Parlamento e nel 1893 il successo che le
politiche antisemite del partito riscossero tra il popolo rafforzò
ulteriormente le tesi diffuse da Chamberlain. Secondo il pensatore
anglo-tedesco, i germani erano tenuti insieme dalle loro sangue
comune ma il fondamento della sua teoria razziale era la credenza in
un cristianesimo germanico. L’essenza delle cose, situata al di là della
ragione e dell’esperienza, era difatti la religione germanica, la quale
avrebbe permesso infinite panoramiche sull’anima e avrebbe relegato

70
la scienza entro ristretti limiti ben definiti. Alla luce delle sue
convinzioni Chamberlain trasformò nei suoi scritti Cristo in un profeta
ariano e la razza germanica nell’erede dei Greci e dei Romani nonché
salvatrice dell’umanità. Gli ariani germanici avevano dovuto sostenere
una dura lotta contro i loro nemici per la realizzazione della loro
missione civilizzatrice e, uno di questi nemici, era proprio il
cristianesimo cattolico che aveva cercato di asservire l’anima razziale
a leggi inventate per la prima volta dall’ebreo San Paolo. Secondo
Chamberlain gli ebrei erano il diavolo ed i tedeschi il popolo eletto. Il
suo misticismo razziale culminava in una vasta critica della cultura e
postulava una guerra razziale, un combattimento risolutore.
Chamberlain mise dunque in luce, nei suoi scritti, come in Germania
risiedeva il più forte nucleo germanico continuatore degli ariani. Era
proprio sua la supposta teoria dell’aspirazione ebraica al dominio
mondiale, impedire il quale e contrapporvi la restaurazione di una
gerarchia razziale universale è il compito degli ariano- germanici.
Anche l’Inghilterra assistette al diffondersi degli stereotipi
razzisti che già avevano trovato la loro diffusione in altri Stati europei.
Robert Knox, professore di chirurgia ed anatomia ad Edimburgo, si
rese protagonista di alcune ricerche sulla razza i cui risultati vennero
resi pubblici in alcune conferenze tenute nelle principali città inglesi.
Knox considerava superiori i sassoni per via dell’amore da essi rivolto
al lavoro, all’ordine, alla puntualità negli affari. Essi rappresentavano
la borghesia ariana, messa a confronto con la classe media ebraica
considerata come astuta, intrigante ed usuraia.

71
Il filone principale del razzismo inglese tuttavia si accentrò sui
neri con i quali gli inglesi, sia in patria, sia a causa dell’impero,
intrattenevano contatti profondi e costanti. Diversamente, sul
continente, dove non esistevano rapporti altrettanto regolari, gli ebrei
occuparono il posto del popolo nero, divenendo l’elemento di
contrasto atto ai fini dell’esaltazione della propria razza.
Il politico conservatore Benjamin Disraeli formulò una teoria
della razza che divenne il fondamento di alcune sue posizioni
politiche. In particolare, egli promosse teorie fondate sul concetto di
razza dal momento che la riteneva una caratteristica fondamentale per
la vita sociale e culturale. In Inghilterra, gli ebrei ottennero il pieno
riconoscimento dei diritti civili; molte figure del mondo ebraico
tentarono quindi di eliminare le tracce di giudeofobia.
Carl Pearson, allievo di Francis Galton, giunse alla conclusione
che i fattori ambientali non hanno nemmeno un sesto del peso
dell’influenza ereditaria di un solo genitore77. Tra le qualità
considerate superiori erano nuovamente annoverate quelle risalenti al
razzismo tradizionale: prestanza fisica, intelligenza, resistenza a l
lavoro e carattere. Ciò che maggiormente preoccupava lo studioso
inglese era il miglioramento della razza britannica e proprio in
funzione di questo obiettivo strinse un’alleanza con le idee darwiniste:
le qualità innate trasmesse da una generazione all’altra furono
strettamente connesse alla lotta per la sopravvivenza. A tal scopo
furono fondate società di eugenetica per diffondere la conoscenza
delle leggi dell’ereditarietà. Nel 1934 Pearson esalterà la politica
razziale di Adolf Hitler considerata come un tentativo di rigenerazione
77
K. Pearson, The Relative Strength of Nurture and Nature, Cambridge, G.B., 1915, pp. 48 e segg.

72
della popolazione tedesca. Ormai settantenne lo studioso inglese
anelava di vedere l’eugenetica tramutarsi in politica nazionale. E, se
da un lato le principali correnti dell’eugenetica non portarono
direttamente all’affermazione della politica nazista, indubbiamente
contribuirono a renderla possibile.
Churchill, qualche anno dopo, fu uno dei primi uomini di stato
dell’Occidente a comprendere che il problema tedesco non potesse
essere disgiunto da quello ebraico, perché l’orribile razzismo di Hitler
era profondamente radicato nel regime nazista. Ciò nonostante le
conseguenze delle fantasticherie legate agli ebrei furono trascurabili in
una nazione che aveva vinto la guerra, a differenza della Germania, e
che non aveva dunque perduto il suo senso dell’equilibrio. In
Inghilterra, ma anche in Francia, simili idee non ebbero la
conseguenza di rendere operante il razzismo.
Il movimento razzista dal quale originò il nazionalsocialismo
non fu confinato alla sola Francia, né si estese alla sola Inghilterra.
Anche l’Europa centrale vide l’ascesa di numerosi movimenti di
questo genere ed ebbe pensatori che auspicarono un simile stato
nazionale e sociale.
Così, nel periodo che va 1881 al 1907, George von Schonerer e
il suo movimento pan-germanista in Austria condivisero
l’impostazione nazionale e sociale del francese Drumont. Lo slogan di
Schonerer “indipendenza da Roma”, così come riporta Mosse,
rifletteva la lotta dell’Austria germanica contro le altre nazionalità
dell’Impero, sebbene presto furono gli ebrei a diventare la sua unica
ossessione, il simbolo di tutti i suoi nemici. Quello da lui proposto era

73
un tipo di programma nazionalsocialista e nel suo collegare tutti i
problemi sociali e politici al tema degli ebrei contro il popolo egli
mostrò un modo di pensare che fu da fondamento alle successive
teorie nazionalsocialiste78 . Sin dal principio della sua carriera politica
Schonerer volle lottare contro gli ebrei e, per farlo, minacciava
indiscriminatamente di morte gli ebrei stessi, gli Asburgo e il Papa.
Questo furore teutonico che divampò grazie alle propagande di
Schonerer, estendendosi anche ai cechi considerati anche essi dai
tedeschi come parassiti biologicamente inferiori, era stato in origine
suscitato dal decreto del 26 aprile 1897 che equiparava in Boemia la
lingua ceca al tedesco. Ancora una volta la lingua, aggredita da un tale
provvedimento, veniva ritenuta un elemento essenziale della
nazionalità, e tutti i settori della popolazione tedesca si unirono nella
difesa di quello che avvertivano come un monopolio. Così, la lotta del
partito, fu rivolta simultaneamente contro i cechi, contro la
socialdemocrazia ebraica e contro il capitale ebraico. Naturalmente
questo ampliamento del nazionalsocialismo riguardò anche altri
movimenti poiché essi non erano informati gli uni degli altri, ma
ognuno rappresentava una risposta a specifiche situazioni: “ (…) I
lavoratori Boemi dibattevano idee apprezzate in Austria quanto in
Francia e che in un secondo tempo sarebbero state riprese dal
nazionalsocialismo di Hitler, ma non esistono prove che Hitler fosse a
conoscenza dell’esistenza di questi suoi precursori”79.
A Vienna, Guido Von List, diede l’impronta a un tipo di
discussione nazionalsocialista amalgamandola con le glorie del
78
P. G. J. Pulzer, The Rise of Political Anti-Semitism in Germany and Austria,New York, 1964,
pp207 e sgg.
79
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, p.177

74
passato ariano. La natura, ripresa dai concetti del Volk, era la grande
guida divina dalla quale scaturiva la forza vitale. List credeva che il
passato ariano fosse la manifestazione più pura di questa forza
interiore80. Nei suoi libri e nelle sue conferenze List invitava gli
autentici tedeschi a contemplare i resti di un meraviglioso Stato
teocratico saggiamente governato “ (…) da re-sacerdoti e da iniziati
gnostici, nell’archeologia, nel folclore e nel paesaggio della sua
patria”81. Le idee di List, inteso come ricopritore dell’antica saggezza
ariana, circolarono per mezzo di tre canali principali. La sua ideologia,
radicata nel conflitto degli interessi tedeschi nell’ambito dell’Impero
asburgico, possedeva un’evidente fascino per i gruppi völkisch in
Germania, alla ricerca di un volano per la difesa del germanicità
contro le forze politiche liberali, socialiste e giudaiche. Il secondo
canale riguarda numerose quanto anonime figure völkish della
Germania, laddove nel corso degli anni venti, il suo esempio venne
seguito da altri che scrissero, come lui, sulla religione armonica e
garantirono a questa parola una diffusione nell’uso nazionalista
tedesco82. Il terzo canale di influenza delle tesi listiane sulla Germania
concerne quei personaggi che si sono appoggiati alle sue idee di un
retaggio ariano-germanico e che ne hanno ampliato significativamente
le tesi. Questo movimento fiorì in Germania nel corso degli anni venti
e degli anni trenta.
George Mosse sottolinea come Nietzsche e Wagner potevano
essere considerati come i predecessori del movimento

80
G.L.Mosse, L’uomo e le masse, p.119 e s.gg
81
N. Goodrick- Clarke, Le radici occulte del nazismo, p.57
82
Ibid., p.74

75
nazionalsocialista83. Da giovane Wagner aveva partecipato alla
rivoluzione del 1848, ma con il tempo si era convertito al razzismo,
essendo amareggiato verso un mondo che rifiutava di piegarsi ai suoi
desideri. Gli ebrei rappresentavano tutto ciò che si opponeva al buono
e al bello e, a riprova di ciò, Mosse sottolinea come Richard Wagner
raccontò di aver sognato di essere ucciso da un ebreo berlinese.
L’atteggiamento di Wagner era quindi dettato dalla utilità che i singoli
ebrei rivestivano per la sua causa, ma anche in questo caso qualsiasi
diversità di opinione, qualsiasi supposta mancanza di riguardo, erano
immediatamente imputate a deficienze razziali, e cioè all’irrequietezza
e alla mancanza di rispetto o di cuore innate negli ebrei. Certo, come
sottolinea Mosse, tale ambiguità è assente negli scritti di Wagner e, a
riprova di questo in “ L’ebraismo nella musica” egli estende il suo
odio infervorato di gelosia nei riguardi di Jagob Meyerbeer e di tutti
gli ebrei incapaci, a suo avviso, di comporre musica perché
innatamente privi di passione e sedotti dalle lusinghe del denaro che li
ha privati di una propria vita interiore84. Wagner desiderava restituire
le cosiddette verità germaniche al suo popolo che sembrava ignorarle,
rifiutando il patrimonio ereditario del proprio sangue. La sua
progressiva conversione al razzismo fu accompagnata da un certo
fervore protestante, che lo portò a considerare anche i gesuiti come
partecipanti alla cospirazione contro la Germania e ad iniziare a
sperare nella sacra rivelazione della libertà pagana.
Tuttavia era l’intensità del sentimento nazionale tedesco ad
essere addotta come spiegazione esaustiva delle fortune delle

83
G.L.Mosse, La nazione, le masse e “la nuova politica” Di Renzo Editore, Roma, 1999, p. 26
84
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p,112

76
ideologie nazionalsocialiste dal momento che, al centro di tale
sviluppo, vi era stato un insieme di idee relative più alla natura
romantica che al problema nazionale, il tutto nel quadro della reazione
al positivismo che si diffuse in tutta l’Europa alla fine del XIX secolo.
Mosse stesso illustra come la reazione antipositivistica tedesca fosse
intimamente legata alla fede nella forza vitale della natura; come
questa stessa forza fosse comprensibile non attraverso la ragione,
bensì attraverso l’occulto; e come su questa stessa base fosse recepita
la glorificazione di un passato ariano che divenne fondamento delle
idee nazionalsocialiste.

3.3 Il programma del partito nazionalsocialista tedesco

È interessante sottolineare che il partito nazionalsocialista


tedesco ebbe una sua incubatrice naturale in una società segreta di tipo
esoterico che si chiamava Thule-Gesellschaft e che fu fondata,
nell’agosto del 1918, dal barone Rudolf von Sebottendorff. Che
radunò intorno a sé un folto gruppo antisemita.
La Thule_Geselschaft era in realtà la mano nascosta dell’ordine
dei Germani. Il barone aveva viaggiato molto nel vicino Oriente e
disponeva di ingenti possibilità finanziarie tanto che dal novembre
1918 l’organizzazione divenne il centro di numerose attività di stampo
razzista. Appare abbastanza chiara, quindi, l’influenza della Thule sul
partito nazionalsocialista e, a riprova di ciò, basti pensare che quello

77
che sarebbe diventato il numero due del partito, Rudolph Hess, era un
membro attivo della stessa Thule. Già nel 1924, quando Hitler era
prigioniero nella fortezza di Landsberg per il fallito colpo di Stato di
Monaco, Hess fu il collaboratore più stretto del Führer. Per capire
esattamente le radici occultistiche del nazismo occorre inquadrare il
clima tipico che si era andato sviluppando in quegli anni in Europa.
Dopo la nascita ufficiale dello spiritismo o spiritualismo che si fa
coincidere con il cosiddetto “Caso delle sorelle Fox”, verificatosi negli
Stati Uniti nel 1848 ad Hydesville, si assistette in poco tempo ad una
vera e propria epidemia di occultismo che si può anche interpretare
come una reazione naturale all’illuminismo settecentesco prima e al
positivismo scientista dell’Ottocento poi. Parallelamente allo sviluppo
dello spiritismo si assistette anche al formarsi di molteplici sette
sataniche. Nella Germania del primo conflitto mondiale si presentano
quelle condizioni culturali, dettate dell’incertezza, dalla sfiducia nella
vita e dalla mancanza di alternative verso le credenze, favorevoli allo
sviluppo dell’occultismo di massa. Alla ricerca dell’occultismo nelle
masse si affianca, contemporaneamente, la presenza di un esoterismo
delle classi della borghesia e dell’aristocrazia ed è questo il clima che
vede la nascita, in Germania, di Thule prima e del partito
nazionalsocialista poi.
L’evidenza in cui da poco tempo erano stati messi gli ebrei ebbe
in tutta l’Europa centrale, immediati risultati. Essa fu testimone di
un’ondata di provvedimenti antiebraici adottati, non da governi, bensì
da importanti organizzazioni sociali e culturali. Le confraternite
studentesche europee adottarono la norma di pretendere, per

78
l’ammissione, il requisito dell’arianità e lanciarono una campagna per
il numero chiuso nei confronti degli ebrei. I partiti conservatori si
sentirono spinti ad adottare l’antisemitismo come componente della
politica elettorale che potesse essere redditizia. Ai primordi, in paesi
come la Germania e l’Austria, vi fu scarsa violenza manifesta contro
gli ebrei anche se, a parte qualche sporadico tumulto verificatosi nelle
università, si stavano accumulando l’odio e la paura che avrebbero
trovato sfogo dopo il 1933. Numerosi fattori determinarono la
situazione esplosiva per la questione ebraica. In numerose regioni gli
ebrei costituivano buona parte della classe media e dunque
rappresentavano un facile bersaglio. Soprattutto in Europa Orientale
essi avevano svolto un importante ruolo come rivoluzionari.
L’immagine dell’ebreo rivoluzionario e insieme capitalista e
sfruttatore è stata presente tanto nell’Europa Orientale quanto in
quella centrale. Ma è proprio qui che essi divennero oggetto dell’odio
più efferato.
Dopo la fine del primo conflitto mondiale si diffuse,
particolarmente in Germania, un’atmosfera di degenerazione morale:
“(…) durante la Repubblica di Weimar, la maggior licenza dei
costumi, che si ebbe a Berlino, ma anche nelle grandi città (…) il forte
abbassamento dei confini della morale determinarono appunto una
diffusa area di degenerazione”85. Mosse sostiene che l’affermazione
delle diverse forze politiche di destra, e dunque anche del
nazionalsocialismo, fu determinato proprio dalla speranza che esse
potessero ristabilire il livello morale della nazione. In molti asserivano
che la rigenerazione morale non potesse prescindere dalla
85
G.L.Mosse, Le nazioni, le masse e la “nuova politica”, cit., p. 17

79
ricostruzione del senso della nazione: entrambi gli aspetti erano
dunque avvertiti come fondamentali, da molti cittadini dell’epoca.
Dopo il 1918 il nazionalismo era dappertutto in aumento perchè
la guerra non aveva posto fine allo stato-nazione ma ne aveva anzi
promosso l’apoteosi86.
La prima guerra mondiale e le sue conseguenze rivitalizzarono
il razzismo in tutte le sue forme. In particolare, furono la guerra e le
rivoluzioni a rappresentare gli stimoli che fornirono al razzismo le
basi per la sua più terribile applicazione. La mentalità prodotta dalla
guerra e dal disordine postbellico aprì la strada al futuro: essa aveva
infatti favorito il cameratismo, l’attivismo e l’eroismo, sempre nel
quadro della mistica nazionale e da essa il nazionalismo uscì
rafforzato. L’appello al cameratismo, al superamento dell’ ”io”, era
destinato a risuonare ancora a lungo dopo la fine della guerra, e
ovunque “(…) essa significò opposizione alla democrazia liberale,
soddisfatta e priva da ispirazione”87. I combattenti simbolo del
cameratismo e dell’eroismo rispecchiavano tali virtù anche
nell’aspetto esteriore. Queste idee non rimasero confinate alla
Germania, perché anche in Inghilterra buona parte della letteratura di
guerra identificava la bellezza virile dei soldati con il loro essere
biondi, il loro avere forme classiche, in una parola con l’essere ariani.
Ed è in tal contesto che si affermano le teorie di Adolf Hitler.
Egli era nato a Braunau, piccolo centro contadino al confine austro-
tedesco nel 1889 e, nella prima giovinezza, aveva coltivato ambizioni
artistiche che lo avevano condotto a Vienna, dove aveva vissuto per

86
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p. 199.
87
G. L. Mosse, Il Razzismo in Europa, p. 187.

80
qualche anno un’esistenza precaria e squallida durante la quale era
stato attratto dalle propagande del partito nazionalista pangermanico.
Sin da questi anni, egli era approdato ad una forma morbosa di
antisemitismo che la realtà cosmopolita viennese di fine secolo non
faceva altro che rafforzare. Da Vienna Hitler era passato a Monaco e,
precisamente, aveva vissuto a Schwabing, il quartiere degli artisti di
Monaco, dove si era venuta costituendo una vasta comunità di gente
che condivideva il suo pensiero88. Dopo aver partecipato al conflitto
mondiale, tornato a Monaco, venne impiegato come ufficiale addetto
all’istruzione dei soldati, o per meglio dire, destinato alla propaganda
finalizzata a preservare l’esercito dalle infiltrazioni di idee pacifiste e
democratiche. Fu su questo terreno, nello svolgimento di tali
mansioni, che Hitler scoprì di possedere doti oratorie fuori dal comune
e fu qui che venne in contatto con un piccolo gruppo che si definiva
“Partito dei lavoratori tedeschi” e mirava alla costituzione di un più
vasto raggruppamento politico che avesse per base la classe operaia,
ma assumesse una linea di stampo decisamente nazionalista: “(…) un
germe del nazionalismo tedesco, fu un movimento di lavoratori; e fu
da questo movimento che emerse gradualmente il primo partito
nazionalsocialista tedesco. La genialità di Hitler consisté nel fare di
questo movimento, che sarebbe potuto benissimo restare un modesto
fenomeno di settarismo operaio, un movimento borghese”89.
Hitler cominciò con l’organizzare comizi sempre più numerosi
iniziando così ad esercitare la propria arte oratoria in un pubblico che
giungeva sempre più numeroso ad ascoltare l’abile propaganda di
88
G. Galli, Hitler e il nazismo magico. Le componenti esoteriche del Reich millenario, Rizzoli ed.,
1989, p. 30.
89
G.L.Mosse, Intervista sul nazismo, p. 55

81
quello straordinario personaggio. In uno dei grandi comizi che
seguirono Hitler presentò quelli che erano i punti programmatici del
partito. Essi erano molto radicali, ma soprattutto demagogici, appunto
per ottenere un numero sempre crescente di simpatizzanti. Ma tutto
ciò ancora non bastava. Per raggiungere gli scopi che si era prefisso,
Hitler doveva imparare ad utilizzare quello che durante la permanenza
a Vienna, chiamò terrore fisico e spirituale, applicato, secondo lui, dal
partito socialdemocratico. L’applicazione di questo principio, che
puntava a creare nei sostenitori del partito un senso di dominio sui più
deboli, si tradusse presto con la costituzione dei truppe d’assalto
denominate SA, dapprima allo scopo di mantenere l’ordine durante i
comizi del partito e, in seguito, utilizzate come strumento di disturbo
per i comizi di altri partiti, arrivando ad impedirli del tutto a farli
sciogliere.
Nel programma nazionalsocialista del 24 febbraio 1920
emergevano caratteri volti contro le società ebraiche di speculazione
fondiaria, dal momento che era rivolto a quei suoli acquistati in modo
illegale o non gestiti in base ai principi del bene del popolo.
A partire dalla fine del luglio 1921 non vi fu più il Partito
nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi ( NSDAP, tale fu il nome del
DAP dopo la primavera del 1920) che un solo capo con l’autorità di
direttore: Adolf Hitler.
Dopo avere raggiunto l’aggettivo “nazionalsocialista” alla
denominazione “Partito dei lavoratori tedeschi”, per cui esso divenne
“Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi” o NSDAP, Hitler
ebbe un lampo di genio: dare al partito stesso quello che gli mancava

82
ovvero un emblema un simbolo che le masse avrebbero potuto
riconoscere, seguire e difendere.
Nel 1921, dopo aver adottato una bandiera a fondo rosso su cui
campeggiava una croce uncinata, la svastica di dolente memoria, il
partito aveva creato una propria organizzazione che nulla aveva a che
fare con la politica ma che era già tipicamente militare. Le squadre
d’Assalto erano già, come abbiamo accennato, uno dei capisaldi;
contemporaneamente venne affermandosi il Führerprinzip (il
principio del capo), ossia dell’assoluta e indiscutibile autorità del capo
riconosciuto in Hitler; Rohm Hess, Rosenberg e Goering , cioè coloro
che sarebbero stati per lungo tempo i più diretti collaboratori di Hitler,
erano già presenti nelle file nazionalsocialiste. In Mein Kampf,
autobiografia del Führer risalente alla sua permanenza nella prigione,
in cui fu rinchiuso in seguito al fallito putsch di Monaco, sono
chiaramente illustrate le ideologie e il programma politico del
nazismo.
L’ideologia nazionalsocialista aveva come elemento cardine
l’assunzione da parte della Germania di procurare al popolo tedesco lo
spazio vitale (Lebensraum) che gli competeva. Soltanto il possesso di
uno spazio sufficientemente vasto poteva assicurare ad un popolo la
libertà dell’esistenza e a maggior ragione essa spettava alla Germania.
L’estensione territoriale di uno stato infatti, nei programmi di Hitler,
non aveva soltanto l’importanza intesa come fonte di nutrimento di un
popolo, ma soprattutto un’altra importanza di tipo politico militare. Lo
sguardo del nuovo Reich era rivolto verso l’Europa orientale: “(…)
noi nazionalsocialisti rifiutiamo consapevolmente le direttive della

83
politica tedesca dell’anteguerra, per stabilire il nostro punto di
partenza la dove si era conclusa la nostra storia sei secoli fa. Noi
arrestiamo l’eterna spinta dei germani verso sud e verso ovest e
rivolgiamo lo sguardo verso oriente (…) e passiamo alla politica del
suolo dell’avvenire”90.

Capitolo IV
LA SOLUZIONE FINALE DELLA QUESTIONE
EBRAICA.

4.1 Mein Kampf: ideologia e programma del nazismo


90
A. Hitler, Mein Kampf,edizioni München, 1936, trad it. in W.Hofer, Il nazionalsocialismo,
documenti 1933-1945, Feltrinelli, Milano, 1964, p.142

84
In seguito al putsch di Monaco, Hitler fu condannato a cinque
anni di carcere ma, dopo nove mesi di detenzione, venne rimesso in
libertà. Aveva approfittato del lungo periodo di reclusione nella
fortezza di Landsberg “(…) dove fu processato e condannato per alto
tradimento e dove rimase con altri cospiratori nazisti, dall’11
novembre 1923 fino al 20 dicembre 1924.” 91, per redigere il primo
volume di uno dei libri più sconcertanti del nostro secolo, nel quale
espose le proprie idee politiche: Mein Kampf. In Mein Kampf sono
chiaramente illustrati l’ideologia e il programma politico del futuro
nazismo: una delirante mostruosità che venne poi attuata, fin dove fu
possibile, con rigida coerenza. Dopo la sconfitta della Germania del
1918, Hitler affermò che la condizione per il ritorno della nazione
tedesca al suo ruolo di grande potenza era l’affermazione dello “Stato
forte”, composto solo di elementi di pura razza tedesca, con
l’esclusione degli ebrei, nemici di ogni coesione nazionale, dei
cattolici e dei socialisti, dipendenti da organizzazioni internazionali. A
tale proposito, il sociologo Weber, sebbene vissuto prima dell’avvento
di Hitler, previde nella Germania di Bismarck, che dell’ideologia dello
Stato-forte era ritenuto il fondatore, le condizioni che l’avrebbero
portata alla rovina. Per la sua intransigente ideologia del Macht-Staat,
dello Stato-forte, del potere tutto concentrato nell’esecutivo, il
Cancelliere Bismarck, ancor prima di Hitler, aveva disabituato la
nazione da quella positiva cooperazione al proprio destino politico per
mezzo dei suoi rappresentanti politici elettivi, la quale soltanto rende
possibile l’educazione del giudizio politico e “con la sua pratica di
91
D. Cohn-Sherbok, Op cit., p. 279.

85
circondarsi di collaboratori apolitici, meri esecutori di ordini, egli
lasciò il paese senza la minima educazione e la minima volontà
politica92.
Il grande destino tedesco esigeva il più completo
assoggettamento dell’uomo allo Stato, escludendo qualsiasi autonomia
di persone, classi o partiti e subordinando i diritti naturali dell’uomo
allo Stato. In tal contesto di subordinazione va inteso il concetto di
Führerprinzip, ossia il principio dell’assoluta ed indiscutibile autorità
del capo che avrebbe guidato le forze unite della nazione: “(…) il
nostro movimento sostiene il principio dell’autorità assoluta del
Führer (…) egli è il capo assoluto del movimento. Tutti i comitati
sono sottoposti a lui e non viceversa. Egli è quello che decide (…) chi
non ha le doti per farlo o chi è troppo vigliacco per accettare le
responsabilità dell’azione, non è adatto a fare il Führer. Solo l’eroe ne
ha la vocazione”93. Il Führer sarebbe stato un membro rappresentativo
della razza del Volk, e a conferirgli grandezza sarebbe stata, di per sé,
la sua qualità carismatica; il suo interesse per il benessere della
nazione sarebbe quindi stato necessariamente maggiore di quello della
singola corporazione, preoccupata soprattutto dei suoi interessi
particolari; in quanto carismatico, “il capo avrebbe colmato lo iato tra
le diverse corporazioni facendole nel concertato sforzo di tutta la
nazione”94 . il Führer, le corporazioni, l’intero popolo avrebbero
partecipato all’unità razziale, generatrice di atteggiamenti e valori
identici per tutti.

92
M. Weber, Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania, Bari, 1921, p. 78.
93
A. Hitler, Op. cit. , p. 141.
94
C. Smith, Staat, Bewegung, Volk, Hamburg, 1934, p. 76.

86
La concezione dello Stato e della società si basava fortemente
sul concetto di razza “ (…) non crede affatto all’uguaglianza delle
razze ma riconosce nella loro differenza dei valori superiori ed
inferiori per cui si sente in dovere (…) di promuovere la vittoria del
migliore, del più forte, e di effettuare la sottomissione del peggiore e
del più debole (…). Su questa terra la cultura e la civiltà umana sono
indissolubilmente legate alla presenza dell’uomo ariano. La sua morte
e il suo tramonto stenderebbero nuovamente sul nostro pianeta i veli
oscuri di un’epoca priva di civiltà” 95. L’attuale civiltà, secondo la
visione hitleriana, rappresentava il prodotto del genio dell’uomo
ariano, che era, appunto per questo, l’uomo per eccellenza. A creare
questa civiltà l’ariano era pervenuto sottomettendo con la forza le altre
razze inferiori. Hitler prosegue sostenendo che, nel mondo
contemporaneo, gli eredi dell’uomo ariano erano i tedeschi, che più di
tutti gli altri avevano preservato la purezza razziale; i tedeschi
rappresentavano il più alto esemplare di umanità, la razza dei
dominatori che avrebbe dovuto sottomettere le razze inferiori
individuati soprattutto negli ebrei e negli slavi. In particolare gli ebrei
erano accusati di aver ordito un complotto contro il popolo tedesco:
“la finanza ebraica desidera (…) non solo la totale rovina
economica della Germania, ma anche la sua completa schiavitù
politica (…) in qualunque parte del mondo vengono mossi degli
attacchi contro la Germania, sono sempre gli ebrei che li promuovono
(…) l’annientamento della Germania non era un interesse britannico,
ma in primo luogo degli ebrei (…) gli ebrei tengono nella loro rete
non solo il vecchio mondo, ma la stessa potenza delle borse degli Stati
95
A. Hitler, Mein Kampf, in W. Hofer, cit., p. 28-31.

87
Uniti d’America”96. Dunque, al centro della teoria di Hitler sta l’idea
della razza. In Mein Kampf asserisce che tutta la storia è solo
espressione dell’eterna lotta tra le razze per la supremazia. La guerra è
l’espressione naturale e necessaria di questa lotta in cui il vincitore,
cioè la razza più forte, ha il diritto di dominare. L’unico scopo dello
Stato è mantenere sana e pura la razza e creare le condizioni migliori
per la lotta per la supremazia, cioè per la guerra. La guerra difatti è
l’unica cosa che possa dare un senso più nobile all’esistenza di un
popolo. Di tutte le razze quella ariana è, secondo Hitler, la più creativa
e la più valorosa, in fondo l’unica a cui spetta il diritto di dominare il
mondo.
Hitler attribuisce l’origine del suo antisemitismo al suo incontro
con gli ebrei dell’ Europa orientale. Particolarmente rimase
impressionato, nel giungere ancora ragazzo nella metropoli viennese,
dagli strani abiti e dall’ aspetto per lui ripugnante degli ebrei in cui si
imbatté, “ (…) strani esseri che percorrevano il paese in cerca di un
luogo in cui mettere radici, moltiplicarsi e dominare, prendendo il
posto dei veri tedeschi”97. Il giovane Hitler aveva assorbito il razzismo
a Vienna, dov’era molto diffuso e lo aveva rafforzato con amicizie
fatte negli anni immediatamente successivi alla prima guerra
mondiale. Numerose devono essere state le influenze antisemite che a
Vienna agirono su Hitler: il movimento di Lueger, di cui egli vide la
fase finale; i più violenti pangermanisti di von Shonerer; e infine, le
sette razziste che alimentavano il mistero della razza. Di particolare
importanza fu l’incontro avvenuto a Monaco tra Hitler e il

96
Ibid. , p. 31.
97
G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, p. 438.

88
commediografo e giornalista Dietrich Eckart col quale mantenne
rapporti di amicizia fino alla sua morte avvenuta nel 1923. quando il
futuro Führer lo incontrò, Eckart era l’editore di “Auf gut deutsch”, un
periodico al quale collaboravano i migliori scrittori del movimento
völkisch. Eckart portò argomenti a favore dell’ antipatia e del ribrezzo
che Hitler nutriva per gli ebrei, che gli apparivano gente strana e
misteriosa, dedita alla cospirazione. Secondo Eckart l’ebreo era
semplicemente il principio del male, il responsabile della sconfitta
tedesca e del bolscevismo. Tuttavia, Eckart non voleva una soluzione
violenta della questione ebraica e quelle poche considerazioni da lui
dedicate a misure concrete contro gli ebrei prevedevano la
ricostituzione dei ghetti e l’esclusione degli ebrei dalla vita tedesca:
“(…) inoltre, per Eckart, non si sarebbe mai potuto fare a meno degli
ebrei, dato che essi costituivano l’elemento di contrasto per i
tedeschi”98.
In realtà le pagine del Mein Kampf sintetizzano lo stereotipo
dell’ebreo dei ghetti così com’era andato sviluppandosi mediante
l’ideologia völkisch: gli ebrei non rappresentavano un popolo con una
cultura, il suolo era, per essi, mero oggetto di sfruttamento, la lussuria
sostituiva convinzioni concrete e sincere. Ciò che appare indubbio a
George Mosse è che l’odio che Hitler mostra nei confronti del popolo
ebraico costituisse un sentimento profondamente radicato e, dunque,
non una mera tattica finalizzata conferire una necessaria dose di
rispettabilità al suo programma politico. L’ antisemitismo che Hitler
aveva abbracciato, lungi dall’essere un espediente di carattere
opportunistico, era invece una convinzione profondamente radicata.
98
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 221.

89
Che si trattasse di nozioni che apparivano così concrete da avere presa
sul pubblico, comprova che la popolazione era già familiarizzata ad
esse, che queste idee preesistevano ad Hitler. Il quale infatti non le
aveva certo inventate: Hitler era semplicemente l’erede diretto del
nazional-patriottismo, anche se sfoggiava particolare abilità
nell’intuire quanto sensibili fossero le masse tedesche alla traduzione
in termini antisemitici dei problemi nazionali. Agli occhi di Hitler gli
ideologi del Volk erano “null’altro che chierici vaganti”99, dal
momento che essi non erano stati in grado di rendere concreti i
presupposti basilari della loro ideologia. In Mein Kampf emerge la
fierezza per esser riuscito a sintetizzare, con la massima chiarezza,
l’ideologia in venticinque punti. Hitler si rendeva conto che, per dare
origine ad un movimento di massa, occorreva una chiara
estrinsecazione delle idee, oltre a disciplina ed organizzazione. Nei
progetti di Hitler, il nuovo Reich, nato sul territorio tedesco, avrebbe
dovuto recuperare la sua posizione di potenza mondiale e conquistare
il dominio mondiale. A questo progetto si opponeva un ostacolo: il
primo problema da risolvere era una definitiva resa dei conti con il
nemico di sempre la Francia. Hitler vedeva la Francia come sua
nemica mortale, che bisognava isolare, sottrarle l’iniziativa politica,
coalizzare insieme tutti i paesi che da essa erano preoccupati. La
Francia rimaneva il nemico che la Germania temeva di più. Hitler,
d’altra parte, non si è mai scandalizzato dell’odio accanito contro la
Germania che egli stesso attribuiva alla Francia: niente di più naturale
per lui di un accanimento che esprimeva l’istinto di conservazione
della nazione francese. “Se fossi francese, se per conseguenza la
99
Ibid, p. 443.

90
grandezza della Francia mi fosse altrettanto cara quanto mi è sacra
quella della Germania, non potrei e non vorrei agire diversamente di
quanto fa un Clemenceau”100. L’Inghilterra e l’Italia, la più grande
potenza mondiale insieme ad un giovane fiorente stato nazionale, nelle
mire hitleriane avrebbero offerto nuove risorse alla Germania per
condurre una nuova guerra europea che, almeno per cominciare,
avrebbe colpito la Francia negrificata, giudea: “(…) oggi è nostra
alleata naturale ogni potenza che considera con noi, insopportabile la
passione di egemonia della Francia sul continente. Nessun passo
rispetto a questa potenza deve sembrarci troppo duro, nessuna rinuncia
deve sembrarci impossibile, se abbiamo finalmente la possibilità di
abbattere il nemico che ci odia tanto rabbiosamente”101 A tale
proposito, quella di Hitler non è da intendersi come una volgare
voluttà di rivincita per il 1914, né tanto meno l’ostilità francese nei
confronti dei tedeschi è da intendersi come un desiderio di rivincita
dopo la sconfitta del 1870. Era piuttosto una questione di frontiere: si
trattava di ristabilire le frontiere politiche tedesche anteriori al 1818 le
quali, da sole, avrebbero inglobato nello Stato tutti gli uomini del
Volk. Eliminato questo intralcio francese si sarebbe potuto pensare da
un’espansione territoriale che andasse oltre i confini europei. Il
compito della Germania era, secondo Hitler, quello di procurare al
popolo tedesco la spazio vitale che gli competeva, tale spazio era
rappresentato dall’Europa orientale verso la quale si doveva rivolgere
il nuovo Reich. “(…) soltanto il possesso di uno spazio
sufficientemente vasto su questa terra assicura ad un popolo la libertà

100
A. Hitler, Op. cit., p. 370
101
Ibid, p,360

91
dell’esistenza (…) l’estensione territoriale di uno Stato non ha soltanto
importanza come fonte di nutrimento, diretta di un popolo, ma anche
un’altra importanza, di tipo politico militare (…) quindi noi
nazionalsocialisti (…) rivolgiamo lo sguardo verso Oriente”102. Egli
considerava dunque l’espansione un passo necessario per assicurare al
popolo tedesco la terra e il suolo a cui esso aveva diritto. Infatti
sosteneva eccessiva la sproporzione e l’estensione del territorio: il
destino era stato benevolo con i tedeschi perché aveva abbandonato la
Russia nelle mani del bolscevismo, a causa del quale il gigantesco
impero dell’Est sarebbe presto collassato lasciando un territorio di cui
era facile appropriarsi. Tradotte nella realtà, le intenzioni di Hitler
avrebbero dunque significato prima l’unificazione del continente
europeo sotto il dominio della nazione tedesca, per cercare poi nuovo
spazio vitale ad est, cioè in Polonia ed in Russia passando attraverso l’
Austria e poi la Cecoslovacchia. Ma questo doveva essere, come
scrive Hitler nel Mein Kampf, solo il preludio dell’ultima grande sfida,
che lo avrebbe visto scontrarsi con la superpotenza degli Stati Uniti.
A tal riguardo, è un fatto singolare e molto significativo, che
l’andamento reale della seconda guerra mondiale abbia rispecchiato
quasi fedelmente questa teoria che Hitler aveva sviluppato quattordici
anni prima dell’inizio della guerra, a dimostrazione della testardaggine
con cui egli seguiva le proprie idee e cercava di applicarle a tutti i
costi.
Nel Mein Kampf viene dato pochissimo spazio all’economia,
come se i problemi economici nella mente del Führer, si fossero
potuti risolvere automaticamente. Inoltre, manca quasi del tutto una
102
Ibid, p. 56.

92
netta definizione di quello che Hitler intendesse per socialismo.
Nonostante il suo partito si proclamasse nominalmente “socialista”,
non è ben chiaro a cosa egli volesse alludere effettivamente con
questo termine. In un discorso tenuto nel luglio del 1922 egli da tale
definizione: “ è socialista chiunque sia pronto a fare sua la causa
nazionale fino al punto di non conoscere nessun ideale superiore a
quello della nazione”. Il libro inoltre è pieno di digressioni che
spaziano senza un ordine stabilito tra una grande quantità di
argomenti: la cultura, l’educazione, l’arte, la storia, il matrimonio.
Riguardo a questo ultimo punto il Führer sottolinea come sia
importante favorire il matrimonio tra i giovani per l’incremento e la
conservazione della razza. Il matrimonio così non si riduce a mero atto
fine a se stesso, ma a progetto che aspira a qualcosa di più ampio: lo si
deve fare per il bene dello Stato e della razza; le persone deboli,
malate, con difetti fisici dovranno sacrificarsi ed evitare di procreare.
Ma per le persone sane, forti, per gli ariani, sarà considerato
biasimevole il privare la nazione di figli che sarebbero stati forti e
sani. L’incrocio razziale si trasformava nel peccato supremo contro la
volontà del creatore che Hitler identifica con la natura: “dimenticare e
disprezzare le leggi del sangue e della razza significa ostacolare il
cammino vittorioso della razza superiore e quindi, del progresso
umano; significa cadere al livello dell’animale incapace di elevarsi
nella scala degli esseri”103. E, da questo punto di vista, secondo Hitler
le chiese cristiane tutte avrebbero recato gravi attentati all’opera di
Dio. Esse hanno trascurato il loro compito fondamentale, ovvero
vegliare sulla salvezza dell’ uomo ariano: tollerando i matrimoni misti
103
J.J. Chevallier, op. cit, p 435

93
hanno aiutato la profanazione dell’ opera divina. “E’ soltanto nel
sangue che risiede la forza o la debolezza dell’uomo. I popoli che non
riconoscono l’importanza delle loro basi razziste assomigliano a
persone che vogliono conferire ai barboncini le qualità dei levrieri
senza capire che la rapidità del levriero e la docilità del barboncino
non sono qualità acquisite attraverso l’addestramento, ma sono
inerenti alla razza stessa”104.
Altro aspetto di cui lo stato deve occuparsi viene individuato
nell’educazione: lo Stato razzista si preoccupa, in primo luogo, di
realizzare corpi perfettamente sani attraverso un allenamento
appropriato; successivamente della formazione del carattere, ossa
dello sviluppo della forza di volontà, della capacità di decisione, del
gusto della responsabilità e del rischio. Soltanto in ultima analisi,
viene presa in considerazione l’istruzione propriamente detta, cioè la
cultura delle facoltà intellettuali. Il nuovo Reich avrà dunque bisogno
di combattenti e non di intellettuali. Un’unica idea, l’idea per
eccellenza, dovrà essere fissata nelle giovani menti: quella della razza.
In questa educazione, tutto sarà organizzato sistematicamente perché,
lasciando la scuola, il giovane tedesco sia un convinto assertore
dell’assoluta superiorità dei tedeschi sugli altri popoli. L’atto di
consacrazione ufficiale di questa educazione sarò costituito dalla
consegna, al giovane tedesco di buona salute e di buona educazione,
che abbia compiuto il suo servizio militare, di un diploma di cittadino
del Reich. Questo diploma sarà per l’individuo il documento più
importante di tutta la sua vita.

104
A. Hitler, op. cit, p.355

94
Appare dunque evidente, che Hitler non modificò neppur
minimamente le ideologie che aveva elaborato già a partire dal suo
soggiorno viennese. Quelle idee si fondavano su di un ardente
entusiasmo sul nazionalismo germanico, su un forte odio per la
democrazia, per il marxismo e per gli ebrei. A tutto questo si
aggiungeva la convinzione che la Provvidenza avesse scelto gli ariani,
in specie i tedeschi, come razza dominatrice. In Mein Kampf sviluppò
tale punto di vista ed espose le teorie che secondo lui avrebbero
portato la Germania a trovarsi un territorio più esteso dove fondare un
nuovo tipo di Stato basato sul concetto di razza, e sui quali si sarebbe
stabilita la dittatura assoluta di un capo, cioè lo stesso Hitler, assistito
da una serie di gerarchi minori che erano a capo di altri gerarchi
inferiori.

4.2 Dall’antisemitismo al genocidio

Nel 1933 George Mosse, all’età di quindici anni, all’indomani


dell’avvento del nazismo, fu costretto a fuggire dalla Germania per
raggiungere la famiglia profuga a Parigi. Ebbe così inizio la sua vita
di esule in Francia, Svizzera ed Inghilterra, “(…) dove proseguì gli
studi impegnandosi nella militanza antifascista durante la guerra civile
spagnola, per approdare infine, alla vigilia della seconda guerra
mondiale, negli Stati Uniti”105. Mosse fu costretto a partire all’avvento

105
E. Gentile, George L. Mosse e la religione della storia, in G.L.Mosse, Di fronte alla storia,
Bari, Laterza, 2004, p. V.

95
del Terzo Reich e dunque non visse mai l’esperienza dell’ambiente
oppressivo in cui i ragazzi ebrei dovettero vivere nella Germania
hitleriana. Il 30 gennaio 1933 Hitler fu convocato dal presidente della
Repubblica tedesca Paul Ludwig von Hindenburg ed accettò di
capeggiare un governo in cui i nazisti avevano solo tre ministeri su
undici. Quando Adolf Hitler diventò Cancelliere la strada era aperta
alla realizzazione del programma nazista. Egli assunse il potere in un
momento di rischio di una guerra civile in Germania ed il razzismo,
che da lungo tempo si era alleato con la morale della classe media e
con le forze della legge e dell’ordine, potè sperare in una diffusione
più larga. I nazisti e i conservatori promettevano la restaurazione
dell’ordine e il rafforzamento della morale e del decoro della vita
pubblica e privata. Ma, in quel momento, tutto ciò, per molta gente,
significò accettazione del razzismo “in quanto baluardo appunto della
moralità, della legge e dell’ordine contro i principi negativi del
comunismo, bolscevismo e degli ebrei”106. A Hitler bastarono pochi
mesi per affermare il suo potere.
Nel luglio 1933 Hitler faceva varare una legge in cui si
proclamava che il partito nazionalsocialista era l’unico consentito in
Germania. Nell’agosto del 1934, in seguito alla morte di von
Hindenburg, Hitler assunse le cariche di Cancelliere e di capo dello
Stato. In quel periodo, gli ebrei erano in Germania una ristretta
minoranza: circa cinquecentomila su una popolazione di oltre sessanta
milioni di abitanti. Ma erano concentrati in prevalenza nelle grandi
città ed occupavano le posizioni medio-alte della scala sociale. Nei
confronti di questa minoranza, attivamente inserita nella comunità
106
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 222.

96
internazionale, la propagande nazista riuscì a risvegliare sentimenti di
ostilità. Durante le prime fasi della sua politica ebraica, che
prevedevano l’esclusione e l’emigrazione, Hitler trovò facilmente dei
collaboratori volenterosi, cosa non certo riscontrabile in egual misura
in occasione della soluzione finale. Ad esempio, il capo della gioventù
hitleriana, Baldur von Schirach, e sua moglie, protestarono contro la
deportazione degli ebrei, dopo che la moglie dello stesso aveva
assistito ad un rastrellamento di ebrei in Olanda. Hitler non reagì
favorevolmente a tali interferenze nei suoi progetti 107. Tuttavia, coloro
che presero parte alle fasi iniziali della politica antiebraica, secondo
George Mosse, non possono essere assolti dalla colpa di ciò che
accadde o in seguito108. I nazisti, infatti, attuarono la politica
antiebraica con grande lentezza, tanto che, ancora nel 1935, molti
ebrei fecero ritorno in Germania, rassicurati con l’inganno insieme
con molti loro correligionari che vi erano rimasti 109. Adolf Hitler non
ha agito in modo lineare dal momento che, se da un lato era
ossessionato dall’avversione contro il popolo ebraico, dall’altro
operava lentamente, arrivando in alcuni casi a trattenere collaboratori
fin troppo impazienti.
Hitler diede l’avvio alla sua politica antiebraica non appena
giunto al potere. Tale politica vide un crescendo di misure sempre più
dure contro gli ebrei, costantemente precedute da tentativi di eccitare
le masse contro di loro, in modo da far credere di essere lui a seguire
la pubblica opinione e non di esserne l’istigatore110. La

107
A. Sper, Spandauer Tagebücher, Frankfurt, 1975, p. 463.
108
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 218
109
U. D. Adam, Judenpolitik im Dritten Reich, Düsseldorf , 1972, p. 114.
110
G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, p. 217.

97
discriminazione fu ufficialmente sancita nel settembre 1935, dalle
Leggi di Norimberga che tolsero agli ebrei la parità dei diritti con gli
altri cittadini e proibirono, tra le altre cose, i matrimoni fra ebrei e non
ebrei.
Tra le numerose stesure delle Leggi Norimberga che gli furono
sottoposte Hitler scelse la versione più moderata111. Era proibito agli
ebrei sposare o avere relazioni extraconiugali con ariani, avere
persone di servizio ariane o battere bandiera tedesca.
Tuttavia il regime, prima dell’istituzione delle Leggi di
Norimberga aveva già alle spalle uno stillicidio di provvedimenti
contro gli ebrei che limitavano di molto la loro capacità giuridica. Con
la legge del 7 aprile 1933 sull'epurazione della pubblica
amministrazione era stato possibile cacciare i funzionari «di origine
non ariana» (tali erano coloro che avessero ebreo almeno uno dei due
nonni), successivamente gli ebrei vennero espulsi da altre attività
professionali, da quella forense a quella medica ed odontotecnica.
Sempre nell'aprile del 1933 furono introdotte limitazioni numeriche
per l'accesso degli ebrei a scuole ed università. Nel maggio 1933 gli
ebrei furono esclusi dalla professione di consulenti fiscali. Nel luglio
fu prevista la revoca della cittadinanza acquisita da ebrei tra il 9
novembre 1918 e il 1933. Per accedere alla legge del 29 settembre
1933 sulla proprietà ereditaria della terra bisognava non avere "sangue
ebraico"; il non avere origine ebraica diventava condizione
preliminare per poter essere ammesso all'abilitazione professionale in
quasi tutti i campi, compreso l'ingresso nella carriera militare. Gli
111
U. D. Adam, Op. cit., p. 128.

98
ebrei non erano più cittadini con uguali diritti già molto prima dell’
emanazione delle Leggi di Norimberga. La legge del 14 luglio 1933
per prevenire la nascita di bambini malati era un provvedimento
eugenetico in base al quale la sterilizzazione era volontaria, eccettuati
alcuni casi previsti con grande precisione. Ma prima ancora che fosse
passato un anno, le sterilizzazioni erano diventate obbligatorie e non
era più necessario ottenere il consenso della vittima. Furono fissati i
tipi di malattie ereditarie che la sterilizzazione avrebbe dovuto
impedire. Chi era affetto da malattie congenite fu considerato un
essere improduttivo e, il concetto di produttività, aveva un grande
peso nel pensiero razzista, secondo il quale la razza superiore è
fortemente produttiva, mentre quelle inferiori non erano ritenute
capaci di esibire alcun frutto tangibile del loro lavoro. Il libro che
ebbe la massima influenza sugli eugenisti razzisti era imperniato
proprio su questo concetto: il malato congenito e coloro che hanno
perduto la volontà di lavorare dovrebbero essere soppressi perché la
comunità deve essere sollevata dall’onere di prendersi cura dei suoi
membri inutili112. Gli autori del libro “La rinuncia alla vita indegna
affinché essa possa essere distrutta”, l’avvocato Karl Binding ed il
medico Alfred Hoch, non erano considerati razzisti e nel loro libro
non si trova alcuna argomentazione direttamente basata sull’
eugenetica razziale, ma il loro concetto di utilità sociale e di capacità
al lavoro furono facilmente integrati nelle concezioni razziali. La
legge per la prevenzione delle malattie ereditarie, promulgata il 14
luglio del 1933, non recepì semplicemente i motivi ispiratori della
112
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, p.130

99
campagna a favore dell’eugenetica, ma avrebbe alla fine portato
all’eutanasia. L’eutanasia, cioè l’Azione T quattro, fu il primo passo
sulla strada della rivoluzione biologica. Ma le reazioni all’eutanasia
non sono rappresentate solo dalle critiche che rivolsero ad essa
entrambe le chiese tedesche e che potrebbero aver contribuito alla sua
provvisoria sospensione nell’agosto del 1941. Difatti, sullo sfondo
delle teorie dell’ereditarietà e della razza, già diffusesi negli anni della
Repubblica di Weimar, con il consenso anche di esponenti della
medicina, l’eutanasia incontrò un largo assenso nella stessa
popolazione tedesca ed in parte tra gli stessi parenti dei malati di
mente che venivano soppressi. Hitler parlò per la prima volta di
eutanasia in privato, nella giornata del partito, quando vennero
promulgate le Leggi di Norimberga. Dal prendere la decisione a
metterla in pratica il passo fu abbastanza breve. Complessivamente,
tra il 1940 e la data del 25 agosto 1941, momento della sua
sospensione provvisoria, le vittime dell’eutanasia furono da
ottantamila a centomila, alle quali bisogna aggiungere tra i ventimila e
i trentamila individui eliminati nel corso del prosieguo dell’Azione,
dal settembre 1941 alla metà del 1944113.
Nel settembre 1935 fu compilato un elenco completo degli ebrei
viventi in Germania, cittadini tedeschi e stranieri, che si rivelò molto
utile per far funzionare la “macchina” della soluzione finale .
Due delle Leggi di Norimberga, quella sulla cittadinanza del
Reich e quella per la tutela del sangue tedesco e dell'onore tedesco,

113
A. Hillgruber, Il duplice tramonto. La frantumazione del Reich tedesco e la fine dell’ebraismo
europeo, Il Mulino, Bologna, 1990, p. 91 e segg.

100
incisero in maniera fondamentale sullo statuto degli ebrei. Con la
prima legge veniva stabilito che cittadino del Reich, ossia cittadino di
pieno diritto, con il pieno godimento dei diritti politici, era soltanto il
cittadino tedesco o di sangue affine. Di conseguenza «un ebreo non
può essere cittadino del Reich. Non gli spetta alcun diritto di voto in
questioni politiche; non può ricoprire un ufficio pubblico» (dal
programma della NSDAP stilato da Hitler e da Anton Drexler il 24
febbraio 1920). La legge per la tutela del sangue tedesco proibiva la
conclusione di matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco,
nonché qualsiasi tipo di rapporto sessuale tra le stesse categorie.
Il significato delle Leggi di Norimberga va letto nei suoi aspetti
psicologici e nei suoi riflessi politici e giuridici. Dal punto di vista
psicologico, la codificazione della discriminazione abbatteva ogni
inibizione residua: l'antisemitismo non era più soltanto un fatto di
costume o un fatto lecito, diventava addirittura obbligatorio. Dal
punto di vista politico e giuridico, la privazione della piena
cittadinanza agli ebrei creava forti strumenti di pressione ai fini del
loro espatrio e della confisca dei loro averi. Soprattutto, una volta
compiuta questa massiccia opera di separazione dell'elemento ebraico
dal resto della popolazione tedesca, il venir meno di vincoli derivanti
da una sorte comune allentò intorno agli ebrei anche la possibilità di
gesti e manifestazioni di solidarietà. L'attenzione per gli ebrei
diminuiva, nel senso che una volta segregati e ufficialmente e
pubblicamente diffamati - non per quanto avessero fatto contro il
regime ma semplicemente per quello che erano, per il semplice fatto

101
di esistere - essi potevano essere esposti a qualsiasi vessazione senza
che questo creasse più scalpore. Nel corso del 1938 la persecuzione
contro gli ebrei conobbe un'ulteriore acutizzazione. Il censimento dei
patrimoni ebraici, disposto in aprile, fu il preludio alla vera e propria
rapina di Stato a favore dell'economia tedesca, spesso dell' economia
di guerra. La cacciata completa degli ebrei dalla vita economica
divenne in quest'epoca la parola d'ordine del maresciallo Hermann
Göring (1893-1946), nella sua qualità di responsabile del piano
quadriennale, ossia del programma di preparazione economica per la
guerra.
Due eventi accelerarono le misure antiebraiche: “la notte dei
cristalli” e l’ Anschluss dell’Austria.
La "Notte dei cristalli" (Kristallnacht) del 9 novembre 1938 non
arrivò improvvisa, fu il culmine di una serie di provocazioni.
L'occasione immediata per lo scatenamento della violenza nazista fu
l'espulsione dal Reich, decretata alla fine di ottobre, degli ebrei di
cittadinanza polacca. Il 7 novembre un giovane emigrato polacco,
Herschel Grynszpan, uccideva a Parigi un consigliere dell'
ambasciata tedesca nella capitale francese, Ernest vom Rath, per
protestare contro l'avvenuta deportazione dal Reich dei suoi genitori.
Nella notte tra il 9 e il 10 novembre la Germania fu percorsa
dall'ondata di violenze antisemite più atroce che l'Europa avesse
conosciuto dai tempi dei pogrom zaristi. Centinaia di sinagoghe
furono date alle fiamme, migliaia di negozi e di studi professionali
di ebrei furono distrutti, abitazioni incendiate, innumerevoli ebrei

102
percossi, poche decine gli uccisi, ma decine di migliaia gli ebrei
arrestati e deportati in campi di concentramento. Questi tumulti,
organizzati ufficialmente, sono conosciuti come la “Notte dei
cristalli”, perché in pratica ogni sinagoga della Germania ebbe le
finestre infrante e l’interno distrutto, e la maggior parte fu arsa fino
alle fondamenta. In seguito a questa distruzione, trentamila ebrei
furono rinchiusi nei campi di concentramento dei Dachau e
Sachsenhausen114. La “Notte dei cristalli” deve essere vista nel
contesto della prima grande ondata di arresti di ebrei e del loro
trasferimento nei campi. La maggior parte di loro apparteneva alle
classi più agiate e solo se era in grado di esibire la carta di
emigrazione era lasciata libera: ma anche se questa volta i più
uscirono dai campi, era stato stabilito un precedente ad un aspetto
della guerra dichiarata contro gli ebrei.115 Non fu una reazione
spontanea della popolazione tedesca al complotto dell'
internazionale ebraica per soffocare la Germania, come voleva la
propaganda nazista: fu un' altra delle grandi campagne di massa
promosse e manovrate dallo stesso responsabile dell'educazione e
della propaganda Joseph Goebbels, che autorizzò di fatto la NSDAP
e le SA a scatenare il pogrom.
L’Anschluss dell’Austria avvenuta nel marzo 1938, portò nel Terzo
Reich altri duecentomila ebrei. L’emigrazione che già si trovava in
difficoltà, non potè a questo punto rappresentare una soluzione per
contrastare un nemico il cui numero era così tanto aumentato. Hitler
114
L. Kochan, Pogrom 10 november 1939, London, 1957, p. 11.
115
H. Krausnick, H. Buchheim, M. Broszat e A. A. Iacobsen, Anatomy of the SS State, New York,
1968, p. 458.

103
ebbe, così, il pretesto per scatenare contro gli ebrei, in Austria,
un’ondata di terrore che, a partire da quel momento e da quel luogo,
non si sarebbe mai più placata per l’ intera durata del suo regime. In
Austria, Hitler in persona inasprì le misure antiebraiche, non solo
introducendo immediatamente la stessa legislazione vigente nel
Reich, ma abrogando personalmente lo status speciale degli ebrei di
sangue misto, ai quali fu ritirata la cittadinanza fino ad allora
conservata anche dopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga.
L’Austria costituì un ulteriore prova di quanto stava per succedere:
dal momento dell’ Anschulss, cioè dell’unione con il Reich, ogni via
di scampo era definitivamente chiusa. Tuttavia, anche l’atteggiamento
di coloro i quali non erano convinti razzisti, non fu lungimirante: essi
non videro le conseguenze di questi eventi perché erano accecati dalla
prospettiva di unirsi alla più grande comunità tedesca. Esemplare, a
tale proposito, fu l’atteggiamento dell’arcivescovo di Vienna,
cardinale Innitzer, il quale nel 1933 si rallegrava perché la voce del
sangue del Volk germanico tornava a farsi sentire. Lo stesso cardinale
tre anni dopo avrebbe condannato pubblicamente il razzismo, ma ciò
nonostante egli accolse con entusiasmo l’ Anschulss ed ebbe dei
ripensamenti solo quando fu attaccata la Chiesa, ed allora era ormai
troppo tardi per agire116 .
Ma il primo passo veramente importante della nuova politica fu la
“arianizzazione” dell’economia, posta sotto l’energica guida di
Hermann Göring. L’attacco contro la vita economica ebraica, sferrato
a partire dall’inverno 1937, colpì ogni suo aspetto, dalle banche ai
116
V. Reimann, Innitzer,Kardinal zwischen Hitler und Rom, Wien e München, 1967, p.59

104
negozi di vendita al dettaglio e fu accompagnato da azioni locali di
boicottaggio, come quelle inaugurate a Norimberga stessa.
L’ingordigia dello stato nazista non fu l’unico motivo di questa
arianizzazione: essa doveva servire ad ammonire ed a ricordare agli
ebrei che la loro vita in Germania era finita, cosa che prima di allora
non era stata molto chiara. Le misure economiche, però, non ebbero
una risonanza paragonabile a quella della legge approvata il 28 marzo
1938 che toglieva alle istituzioni religiose ebraiche la protezione
legale. Essa era un chiaro segno per gli ebrei di quello che era tenuto
in serbo per loro, e cioè che essi non avrebbero avuto più personalità
giuridica in Germania e che non sarebbero nemmeno più riusciti a
salvaguardare la loro sicurezza personale. Da quel momento, più che
rispetto alle misure di “arianizzazione” dell’economia, essi erano
formalmente privati di tutti i diritti e messi fuori legge: ciò che sino a
quel momento era stato un dato di fatto, anche se mascherato, era
diventato ora azione pubblica117.
La "arianizzazione" dei beni ebraici subì un' ulteriore accelerazione e
i dirigenti nazisti discussero seriamente di una possibile
ghettizzazione degli ebrei e dell'eventualità di imporre loro un segno
distintivo. Incominciarono a piovere divieti di spostamenti, divieti di
presentarsi a pubblici spettacoli, espulsione di tutti gli ebrei da scuole
e università, chiusura di tutte le aziende ebraiche ed esproprio dei
fondi di proprietà degli ebrei. Agli ebrei fu ritirata la patente di guida;
furono costretti a consegnare tutti gli oggetti d'oro e i preziosi di loro

117
R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, 1961, p. 510

105
proprietà, i contratti d'affitto furono modificati a loro svantaggio; allo
scoppio della guerra fu addirittura imposto per loro il coprifuoco.
Queste misure forse non sarebbero state necessarie se la politica
ufficiale di favorire l’emigrazione ebraica avesse avuto successo. Ma
già nel 1937 poteva dichiararsi fallita, in parte perché gli ebrei stessi
erano restii a partire, in parte per le difficoltà di trovare loro un
rifugio. Malgrado ciò i nazisti avevano cercato di facilitare
l’emigrazione mediante accordi per il trasferimento di beni stipulati
con la Palestina e con alcuni paesi dell’America Latina come
l’Argentina e il Cile. Ma ora, “(…) dato che si stavano privando gli
ebrei dei loro mezzi di sussistenza fu tentata l’emigrazione coatta e fu
disposto che gli ebrei non potessero portare con sé alcuna proprietà,
tranne solo dieci marchi a persona, e si lasciò che gli accordi di per il
trasferimento di beni cadessero in prescrizione”118. I primi ad essere
fisicamente espulsi dalla Germania furono gli ebrei apolidi che non si
erano curati mai di chiedere la cittadinanza tedesca. Seguirono poi gli
ebrei polacchi viventi in Germania; essi erano assai più numerosi e
molti di loro avevano vissuto per lungo tempo in Germania pur senza
diventarne cittadini. Il 28 e il 29 ottobre del 1938 la Gestapo arrestò
quindicimila ebrei polacchi e li ricacciò al di là della frontiera. Ma
nemmeno i polacchi volevano accogliere quella che essi chiamavano
“l’eccedenza di ebrei” e così uomini, donne e bambini vissero per un
certo tempo sospinti avanti e indietro. Alla fine essi furono accolti in
Polonia ma la sorte di questa povera gente fu un presagio di ciò che
stava per accadere: l’ebreo non era voluto in nessun posto. Dal 1°
118
G.L. Mosse, Il razzismo in Europa, cit. p.226

106
gennaio 1939 ogni ebreo maschio doveva premettere al suo nome il
prenome Israel, ogni ebrea femmina quello di Sara, nel proprio
documento di identità.
La guerra aumentò, se possibile, il cumulo di provvedimenti a loro
carico, tra disprezzo e sadismo. Si procedette per prima cosa al
sequestro degli apparecchi radio degli ebrei (29 settembre 1939),
indipendentemente dal fatto che ascoltassero o no emittenti nemiche.
Agli ebrei non dovevano essere distribuite le tessere di razionamento
né per vestiti né per generi di riscaldamento (6 febbraio 1940). Gli
ebrei di Berlino potevano acquistare generi alimentari soltanto ad
una determinata ora, tra le 4 e le 5 del pomeriggio (4 luglio 1940), in
modo che con la loro presenza non contaminassero gli ariani che
andavano a fare la spesa. Seguì l'imposizione della stella gialla, come
simbolo esteriore del nemico, emblema della demonizzazione, anche
all'interno del Reich (9 settembre 1941).
Ormai nessun ostacolo più si opponeva alla resa dei conti definitiva
con gli ebrei che i dirigenti nazisti avevano minacciato in previsione
del conflitto.

4.3 L’olocausto: la teoria razziale in pratica

“Il passaggio dalla teoria alla pratica nella politica ebraica del nazismo
costituì il presupposto indispensabile alla “soluzione finale”119
119
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa,p. 230

107
Con il termine "soluzione finale" (Endlösung) si intende il piano di
sterminio degli ebrei messo in atto sistematicamente dai nazisti dal
1941. Siamo nell’estate del 1941, quando prima a voce e poi per
iscritto Göring ordinò, il 31 luglio, al capo dei servizi di sicurezza
del Reich, Reinhard Heydrich, di dare esecuzione alla soluzione finale
della questione ebraica. Ed è proprio in tal momento che per la prima
volta si attestò questa espressione e si vide il razzismo passare ad una
nuova fase.
“A completamento del compito che le è stato assegnato il 24 gennaio
1939, riguardante la soluzione del problema ebraico mediante
l'emigrazione e l'evacuazione condotte nel modo più opportuno, la
incarico di provvedere a tutti i preparativi necessari relativi alle
questioni organizzative, tecniche e materiali per giungere a una
completa soluzione entro la sfera dell'influenza germanica in Europa.
Dovunque siano coinvolti altri organi governativi, dovranno
collaborare con lei. La invito inoltre a sottopormi, nel prossimo
futuro, un piano complessivo comprendente le misure organizzative,
tecniche e materiali necessarie per la realizzazione della soluzione
finale del problema ebraico da noi desiderata”120.
I pieni poteri conferitigli da Göring fecero di Heydrich il
"Commissario per gli affari ebraici" in tutto il continente, con
l'incarico di provvedere al compimento del principale obiettivo di
Hitler: l'annientamento dell' ebraismo europeo. Due settimane dopo
aver dato a Heydrich carta bianca, Göring dichiarò pubblicamente che
“gli ebrei non hanno più ragione di esistere nei territori dominati dalla
120
J. J. Chevallier, Op. cit., p. 439.

108
Germania”121. Eppure, durante il processo di Norimberga, l'imputato
Göring affermò di non aver saputo nulla dei terribili eventi nei lager e
di aver sempre e soltanto sottolineato la diversità delle razze, non la
superiorità di una sulle altre. Negò addirittura, ostinatamente, che il
genocidio fosse avvenuto: “Ma come vuole che fosse praticamente
fattibile assassinare due milioni e mezzo di persone?” domandò con
espressione innocente allo psicologo del carcere, Gustave Gilbert,
nell'aprile del '46122.
Come è noto, non è mai stato rinvenuto nessun ordine di sterminio
firmato da Hitler, ma è a dir poco pretestuosa la posizione di chi
sostiene la sua estraneità o la sua ignoranza dei fatti: da quello che
sappiamo non ci può essere alcun dubbio nell'affermare che l'
eliminazione degli ebrei fu obiettivo di Hitler sin dagli albori della sua
azione politica e la mancanza di una firma non può cancellare le
innumerevoli prove del suo violento antisemitismo.
Sin dal marzo del 1933 in Germania avevano cominciato a sorgere i
primi campi di concentramento, ma ciò che ebbe attuazione
provvisoria nei primi due anni dalla presa del potere, negli anni
successivi era destinato a diventare un' istituzione permanente del
sistema e a conoscere un progressivo sviluppo, cui la guerra avrebbe
dato ulteriore incentivo. Difatti, la legislazione antiebraica era già
entrata in vigore e si era riusciti a separare gli ebrei dal resto della
popolazione. Lo scoppio della guerra fu giudicato il primo passo verso
il loro annientamento. La spiegazione che gli ebrei dovevano ora

121
Ibid., p. 430
122
Ibid. p.433

109
essere sterminati perché erano responsabili dello scoppio della guerra
fu una delle più importanti giustificazioni che Himmler diede dei suoi
assassinii di massa123. Dopo la Notte dei Cristalli alcuni ebrei erano
stati temporaneamente internati nei campi ma ora essi vi entravano in
modo più duraturo per restarvi, come ultimo passo del loro isolamento
e come il primo del loro annientamento.
Fondamentale è ricordare che il sistema dei campi di sterminio non fu
una semplice degenerazione, ma un'espressione diretta del sistema
nazista; non fu un fatto eccezionale, ma una creazione organica al
sistema; non fu un' invenzione fine a sé stessa, ma un' esperienza
destinata a incidere profondamente nel processo di disciplinamento
della popolazione tedesca. Più tardi, dopo l'inizio della guerra e
l'estensione della dominazione nazista a vasta parte dell' Europa,
doveva prevalere l'aspetto più tipicamente distruttivo nei confronti di
vite umane considerate non degne di esistere, nel quadro
dell'inasprimento della lotta politico-razziale.
Non si finiva nei campi di concentramento per scontare una pena
detentiva, quindi per mandato dell' autorità giudiziaria, ma
generalmente solo per essere messi in condizione di non nuocere dal
punto di vista politico. In questo caso, cioè, la polizia politica aveva la
facoltà di togliere dalla circolazione chiunque desse anche solo
lontanamente sospettato di non essere in linea con il regime, senza
bisogno di esserne avversario attivo.

123
H. Himmler, Geheimreden 1939 bis 1945, a cura di B. F. Smith e A. F. Petersen, Frankfurt,
1974, p.202

110
Nel 1938, l'estensione ai cosiddetti "asociali" della possibilità di
deportazione in campo di concentramento allargava ulteriormente i
poteri della Gestapo, la polizia segreta nazista, e introduceva nei lager il
lavoro forzato, in concomitanza fra l'altro con la creazione delle
imprese economiche delle SS destinate a utilizzare la manodopera degli
internati. Nelle motivazioni ufficiali, addotte per tutte le azioni di
“pulizia” contro gli asociali, emergerà sempre l’argomento dell’
utilizzabilità economica degli stessi. Tale giustificazione avrebbe
assunto una forza dirompente e funesta negli anni successivi in
connessione con il concetto dell’eliminazione dei soggetti giudicati
inefficienti o improduttivi.
Inoltre, dopo il pogrom di novembre, dopo la Notte dei Cristalli, furono
inviate nei lager anche alcune decine di migliaia di ebrei, anticipando
così sinistramente la funzione dei campi di concentramento nella
soluzione della questione ebraica. L'introduzione di segni distintivi per
le diverse categorie di detenuti, ovvero, il triangolo rosso per i politici,
quello rosa per gli omosessuali, quello verde per i criminali comuni,
quello nero per gli asociali, quello lilla per i testimoni di Geova, quello
giallo per gli ebrei, che in genere si aggiungeva a un altro colore, voleva
sottolineare le diversità tra gli stessi prigionieri, quasi a impedire che
essi potessero presentare una loro omogeneità.
Soprattutto negli anni della guerra i campi furono utilizzati con
sempre maggiore spietatezza per l'eliminazione fisica degli ebrei.
Proprio come Hitler, che aveva prima aperto le ostilità e poi aveva
espresso l’idea che gli ebrei avessero fatto qualcosa per distruggere gli

111
ariani, così anche nei campi, prima le condizioni della vita furono
portate a livello della mera sopravvivenza e poi i nazisti poterono
esclamare che avevano ragione nel dire che gli ebrei fossero privi di
ogni moralità umana. Gli studi sulle condizioni dei vari campi di
concentramento hanno dimostrato che le SS stesse incoraggiavano la
corruzione attraverso il favoritismo e attraverso la discrezionalità nella
distribuzione delle scarse razioni alimentari. Oltre al lavoro non
mancava un costante sistema di terrore: uomini e donne venivano
trasformati in individui costretti a fare qualsiasi cosa pur di
sopravvivere e in questa lotta per la sopravvivenza, le SS si
divertivano a mettere gli internati gli uni contro gli altri. I campi,
isolati dal mondo esterno, divennero piccoli regni governati dal
terrore, dalla corruzione e dalle divisioni, al fine di rendere più facile
la sorveglianza con pochi uomini. Si fece uso anche del fattore
psicologico: gli ebrei erano apparentemente spogliati della loro
umanità e agli occhi delle SS, interessate soprattutto a mantenere
l’ordine e a portare a termine un lavoro iniziato, essi apparivano come
gente disposta a frodare, rubare, cercare di accattivarsi i favori e
tradire gli altri. “Questa trasformazione del mito in realtà non ha
miglior testimone del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss”124.
Egli paragonò il proprio comportamento morale quando era stato in
carcere per un omicidio per vendetta politica, con quello degli ebrei
posti sotto la sua autorità. Egli li aveva accusati di agire in modo da
evitare il lavoro ogni volta che fosse possibile, corrompendo gli altri
perché lavorassero al loro posto e gareggiando di continuo per quei
124
G.L.Mosse, Il razzismo in Europa, p.239

112
privilegi e per quei beni che gli avrebbero permesso di condurre una
vita comoda. Ancora una volta gli ebrei erano accusati, pur reclusi nei
campi di sterminio, di corruzione della società, di improduttività, di
aborrire il lavoro onesto. I campi di sterminio erano dotati di camere a
gas e forni crematori. L'eliminazione di vite umane era affidata ai
sistemi più disumani, compresi il lavoro più degradante e gli
esperimenti pseudo-scientifici compiuti per conto delle SS da medici
privi di ogni scrupolo, mossi spesso da puro sadismo e al di fuori di
ogni plausibile ipotesi di ricerca. Gli ebrei erano considerati portatori
di una malattia morale che avrebbe potuto corrompere il corpo sano
della nazione. Un medico dei campi di sterminio, Fritz Klein, disse:
“Il mio giuramento ippocratico mi dice di asportare dal corpo
un'appendice incancrenita. Gli ebrei sono l'appendice incancrenita
dell' umanità, ecco perché li elimino”. Il simbolo di questa scienza
demoniaca è stato considerato Joseph Mengele, un medico che operò
nel campo di Auschwitz. Lo scopo dei suoi esperimenti era quello di
avanzare di un passo nella ricerca per dischiudere il segreto della
moltiplicazione della razza di esseri superiori destinati a governare il
mondo. Alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio raccontarono le
crudeltà del dottor Mengele. Utilizzò gli individui come cavie per le
proprie ricerche mediche, ordinò che i corpi di due prigionieri fossero
bolliti in acqua per facilitarne la scarnificazione delle ossa125.
Nel contesto della soluzione finale, i Lagerarzt, vale a dire i medici
delle SS, avevano un ruolo fondamentale per il funzionamento dei
campi: essi non si limitavano a svolgere compiti esclusivamente
125
D. Cohen-Sherbok, Op. cit., p. 305.

113
medici, ma dovevano attuare il progetto nazista di segregazione
razziale e di sterminio di massa. All’arrivo dei prigionieri ebrei questi
medici effettuavano le prime selezioni generali, seguendo precisi
parametri prestabiliti: gli anziani e gli individui debilitati, i bambini e
le donne con figli, venivano subito isolati per essere condotti
direttamente alle camere a gas; gli uomini di giovane età, invece,
venivano risparmiati almeno per un breve periodo. I medici nazisti,
profondamente influenzati dalle teorie razziali, crearono una
concezione ad hoc del bene e del male che giustificava le proprie
azioni: gli ebrei erano la prima causa del male del mondo dunque
dovevano essere assolutamente sterminati.
Manca una statistica esatta di quanti milioni di persone siano passati
attraverso i campi di concentramento e di sterminio, forse intorno ai
venti milioni, così come manca la cifra esatta di quanta parte della
popolazione tedesca sia stata coinvolta a tutti i livelli, dalla
sorveglianza all'amministrazione dei trasporti, nella corresponsabilità
dell'esistenza e della gestione dei lager: molte centinaia di migliaia di
persone, forse un milione.
A posteriori, le oscure minacce di distruzione della razza ebraica che
Hitler e i capi nazisti pronunciarono ripetutamente nella prospettiva
dello scoppio del conflitto non possono apparire certo semplici trovate
propagandistiche. Sin dalla metà del settembre del 1939 nelle aree
della Polonia occupate dai tedeschi erano stati previsti massicci
trasferimenti di ebrei allo scopo di concentrarli in alcune aree urbane
circoscritte, il primo passo verso la raccolta nei grandi ghetti,

114
concepiti sempre tuttavia come "soluzione temporanea" della
questione. Se già queste misure comportavano un livello molto
elevato di violenza intrinseca, la loro attuazione, affidata al
Reichsführer delle SS Heinrich Himmler, diventato ora anche
Commissario per il consolidamento della razza tedesca, si risolse in
una catena ininterrotta di deportazioni, di eccidi, di gratuite brutalità.
Mentre la maggior parte dei tedeschi coinvolti nelle deportazioni
erano convinti di stare assistendo al passaggio a una fase di
tranquillità e allo sviluppo di una dittatura normalizzata, all’ombra del
potere delle SS di Heinrich Himmler vennero gettate le fondamenta di
una dominazione totalitaria a carattere marcatamente ideologico.
Mentre nei corpi di polizia responsabili dell’ordine pubblico la
penetrazione delle SS fu più lenta e spesso rimase semplice
programma, la polizia criminale divenne terreno di rapida conquista
da parte di Heydrich, il capo dei servizi di sicurezza della polizia e
delle SS, che potè modellare il suo operato sulla base delle esperienze
raccolte sul campo all’epoca della organizzazione delle polizie
politiche dei Länder. L’obiettivo a cui puntavano Himmler e Heydrich
andava ben al di là della costituzione di un corpo di polizia con
funzioni sorveglianza e di controllo ideologico. All’ordine del giorno
vi era invece per loro l’utopia totalitaria di una super- istruzione
incentrata su principi ideologico-razziali e impegnata in un’opera
permanente di risanamento e di igiene sociale. La visione dello Stato
ideale pensato non sulla base dei tradizionali concetti di polizia, ma
piuttosto dei precetti della profilassi medica, li permeava. Nella sfera

115
di competenza della polizia criminale rientrava così non solo
l’investigazione sui reati criminali classici, ma anche la persecuzione
di tutti quelli che nelle menti naziste potessero essere elementi nocivi
alla nazione126. All’inizio del 1937 Himmler, nella sua veste di capo
della polizia tedesca, ordinò l’arresto su tutto il territorio nazionale di
circa duemila individui che egli stesso definì delinquenti di
professione e delinquenti abituali, rei di crimini morali pericolosi per
la collettività. Il paradosso consisté nel fatto che questi stessi individui
furono individuati sulla base di una lista da poco redatta negli uffici
della polizia criminale e che forse non aveva alcun fondamento, se
non quello che, i soggetti in questione, fossero sospettati di non
aderire al partito nazista. L’ordine era quello di arrestare individui
maschi in età da lavoro, asociali, nel distretto territoriale di
competenza delle direzioni della polizia criminale ed inoltre tutti gli
ebrei maschi già condannati a qualche pena detentiva. Avere dei
carichi pendenti però non costituiva l’unico elemento che potesse
indurre all’arresto: nel novero degli asociali di fatto rientravano i
vagabondi, i mendicanti con o senza abitazione fissa, gli zingari e tutti
i girovaghi che non avessero manifestato la volontà di assumere un
lavoro regolare. Dopo l'offensiva della Wehrmacht in Occidente,
caddero sotto il controllo nazista anche gli ebrei di Francia, Belgio e
Olanda, come era già accaduto in Norvegia e in Danimarca.
Non sappiamo quando fu abbandonata l'idea, peraltro mai
perseguita seriamente e comunque di difficile realizzazione non
essendo l'isola dell'Oceano indiano sotto controllo tedesco, di
126
N. Frei, Lo stato nazista, Laterza, Roma-Bari, 1992 p.143 e segg.

116
allontanamento totale degli ebrei dall'Europa per rinchiuderli in una
sorta di riserva nel Madagascar.
La resa dei conti con l'ebraismo minacciosamente profetizzata dai
nazisti avveniva nei fatti; era prassi, si può dire, normale. Gli eccidi in
massa delle Ensatzgruppen, le unità speciali delle SS e dello SD, che
in poche settimane massacrarono centinaia di migliaia di ebrei,
accompagnarono la fase trionfale dell'avanzata tedesca. Attraverso il
protocollo della conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942, che
ebbe come protagonisti i due più stretti collaboratori di Himmler,
Heydrich e Adolf Eichmann, responsabile della sezione ebraica presso
lo RSHA (Ufficio centrale per la sicurezza del Reich), conosciamo la
mappa degli ebrei che furono censiti, Paese per Paese, sul territorio
europeo e che erano destinati all'eliminazione, per un complesso di
oltre 11 milioni di individui. In particolare i motivi che spingevano
Himmler a questa politica di deportazione di massa, una sorta di
anticipo o di esercitazione per le future azioni di rastrellamento nei
territori occupati, non erano soltanto di natura economica o politico-
ideologica. In ballo c’erano anche questioni di potere. Con il
riempimento di campi di concentramento si voleva, da un lato
sottolineare il potere istituzionale delle SS, dall’altro vanificare
l’aspirazione della giustizia a definire con criteri univoci lo strumento
dell’arresto preventivo rendendo controllabile la sua applicazione. Per
loro natura e concezione le SS non si potevano accontentare la loro
azione ad alcune sfere determinate. In quanto strumento diretto di

117
attuazione della volontà del Führer la loro pretesa di potere e libertà
operativa era illimitata, rivolgendosi a tutti i campi possibili.
Nel settembre del 1941, nel campo di Auschwitz, furono eseguite le
prime uccisioni in massa con il gas: il sistema funzionò e da allora
l'eliminazione poté procedere con ritmi e tecnologia industriali.
Rudolf Höss, il comandante del campo, ne ha lasciato la testimonianza
più agghiacciante. Un altro metodo, ritenuto «più umano» dai nazisti,
impiegava cristalli azzurri di acido cianidrico, che venivano introdotti
dall' alto con l'ordine: «Dategli da mangiare», in stanze dall'apparente
aspetto di bagni per docce.
I principali campi di sterminio furono allestiti nei territori occupati
della Polonia: Chelmno, Belzec, Treblinka, Sobibor, Auschwitz,
Majdanek. Una scelta non casuale: i grandi ghetti della Polonia si
sarebbero rivelati un' autentica trappola, l' anticamera vera e propria
dei campi di sterminio. Detti campi di sterminio si estendevano su
molti ettari di terreno. La zona di accoglienza, costituita da un tratto di
strada ferrata, da baracche per la vestizione, e da un casotto utilizzato
come magazzino, era ubicata nelle vicinanze del campo stesso. La
zona di sterminio era circondata da una palizzata alta circa due metri e
le camere a gas erano camuffate da docce comuni. Inizialmente i
campi non contenevano più di tre camere a gas. Durante l’estate del
1942, a Sobibor e Belzec il numero fu portato a sei, mentre a
Treblinka si giunse ad un totale di dieci. “All’entrata di Treblinka era
stato appeso un panno cerimoniale, sottratto da una sinagoga, che
portava l’iscrizione ‘questo è il cancello attraverso cui accedono i

118
virtuosi’”127. Ogni stabilimento era dotato di un motore diesel che
immetteva gas combusti direttamente nelle camere a gas. I morti
venivano poi caricati su vagoni a rotaia. Dal 1942 i corpi furono
riesumati e bruciati su enormi graticole. Le ceneri e i resti delle ossa
vennero poi scaricati in fosse vuote ricoperte con sabbia e spazzatura.
All'arrivo nei campi i deportati venivano selezionati; gli uomini al
di sopra dei cinquanta anni, le donne al di sopra dei quarantacinque, i
giovani al di sotto dei quindici, i malati e gli infermi venivano
eliminati. Chi sopravviveva alla prima selezione era destinato a
spremere le residue energie per il lavoro al servizio del Terzo Reich.
Per rendere il funzionamento dei campi quanto più agevole
possibile, i nazisti non disdegnarono neanche l’uso dell’inganno,
agevolati da alberi che occultavano la vista dei forni crematori. Le
vittime venivano tenute all’oscuro delle conseguenze che avrebbero
avuto le istruzioni ricevute fin dal loro arrivo al campo dal momento
che, dopo la prima selezione, in molti erano spinti all’interno delle
camere a gas.
Rudolf Höss, ufficiale delle SS, fu per due anni il comandante di
Auschwitz. Processato e condannato a morte nel 1947, scrisse in
carcere un’autobiografia che fornisce una testimonianza, all’epoca
insospettabile, sugli orrori dei lager, che consente di cogliere alcuni
aspetti fondamentali della psicologia dei carnefici: primo fra tutti la
freddezza quasi burocratica con cui essi guadavano al loro compito,
esempio massimo di quella banalità del male di cui parlava Hannah

127
D. Cohn-Sherbok, cit., p. 298.

119
Arendt128. Höss, nella sua autobiografia, scrisse che nell’estate del
1941 venne improvvisamente convocato a Berlino e fu ricevuto da
Himmler senza che fosse presente nessun aiutante. In quella occasione
gli fu comunicato che Hitler aveva ordinato la soluzione finale della
questione ebraica e che le SS dovevano eseguire questo ordine. In
quell’anno i centri di sterminio esistenti ad oriente non erano
assolutamente in condizione di far fronte alle grandiosi azioni
programmate, per cui Himmler stesso aveva scelto Auschwitz, sia per
la sua ottima posizione dal punto di vista delle comunicazioni, sia
perché il territorio ad essa appartenente poteva essere facilmente
isolato e camuffato. Himmler non nascose in quella occasione che si
trattasse di un lavoro duro e difficile, tale da richiedere l’impegno di
tutta la persona viste le difficoltà che sarebbero apparse col tempo.
Höss riporta che gli venne imposto di mantenere il più assoluto
silenzio anche con i suoi superiori. Subito dopo aver ricevuto questo
ordine così grave, raggiunto poco dopo da Eichmann, fece ritorno ad
Auschwitz, campo che avrebbe dovuto occuparsi prima di tutto degli
ebrei della Alta Slesia orientale e delle zone ad essa confinanti del
Governatorato generale della Polonia occupata. Contemporaneamente
e secondo le necessità avrebbe raccolto gli ebrei della Germania e
della Cecoslovacchia, poi quelli della Francia del Belgio e
dell’Olanda. Nella sua autobiografia Höss con dovizia di particolari
spiega come Eichmann gli avesse parlato dell’uccisione con gas da
scappamento su autocarri, che era il metodo usato fino ad allora in
Oriente. Ma era una metodo da scartare ad Auschwitz: l’uccisione
128
H.Arendt, Le origini del totalitarismo, ed. Comunità, Milano, 1967 pp.427 e seg.

120
mediante gas di ossido di carbonio, filtrati attraverso le docce nelle
stanze da bagno, richiedeva un numero eccessivo di edifici ed era
assai problematica la possibilità di procurarsi il gas in quantità
sufficiente per masse di ebrei che si progettavano così ingenti.
Dinanzi a questa preoccupazione Eichmann rassicurò Höss, che si
sarebbe informato sull’esistenza di qualche gas di facile produzione e
di facile installazione. In seguito, nell’autunno dello stesso 1941 in
occasione di un viaggio che costrinse Höss ad allontanarsi, il suo
sostituto capo squadra Fritzsch, di sua iniziativa usò il gas Cyclon B,
che provocava la morte immediata delle vittime, per sterminare
prigionieri di guerra. Il gas Cyclon B a quel tempo veniva usato
contemporaneamente ad Auschwitz e dalla ditta Tesch e Stabenov per
la disinfestazione. Tutte le camere allestite per l’immissione del gas
venivano completamente riempite, le porte sbarrate e il contenuto dei
recipienti immesso nelle camere attraverso appositi fori. Dopo di che,
dopo una mezz’ora le porte venivano riaperte, i morti estratti e
mediante vagoncini che correvano su rotaie, portati alle fosse. Mentre
si effettuavano i primi trasporti, Höss riporta che gli giunse
un’ordinanza di Himmler, per cui bisognava estrarre ai cadaveri i
denti d’ oro e tagliare i capelli alle donne per poi rivenderli, ed anche
questo lavoro, come la pratica della svestizione veniva compiuto dagli
ebrei del Sonderkommando, ovvero un reparto speciale all’interno del
lager. Al termine della sua autobiografia, Höss, da un lato asserisce il
carattere assolutamente segreto delle operazioni di sterminio, e in
particolare delle cremazioni all’aperto, mentre dall’altro lato ritiene

121
assolutamente improbabile che la popolazione circostante i campi di
concentramento non avvertisse lo sgradevole lezzo della cremazione
degli ebrei che si diffondeva tutto intorno per chilometri e
chilometri129.
Il 2 aprile 1945, di un fronte al definitivo naufragio delle proprie
ambizioni di dominio mondiale, Hitler ebbe a vantarsi del fatto che la
gente sarebbe sempre stata grata al nazionalsocialismo del fatto che
egli aveva eliminato gli ebrei dalla Germania e dall’Europa centrale.
In effetti, con la morte di più di 5 milioni di ebrei, era stata messa fine
con la violenza alla storia bimillenaria dell’ebraismo europeo,
risalente all’epoca romana. Un evento talmente incredibile fu reso
possibile solo dalla concomitanza, nell’estate del 1941, di molti fattori
che si inserirono sullo sfondo delle forti tendenze antisemite di cui la
Germania era stata teatro a partire dalla prima guerra mondiale.
Innanzitutto la risolutezza di Hitler, che, sospinto da un odio infernale
verso gli ebrei, vide aprirsi, dopo l’inizio della guerra di sterminio
contro il bolscevismo ebraico, la strada per la sua personale soluzione
finale; in secondo luogo la disponibilità di un gruppo di persone
suscettibili di divenire dei criminali, anche se non necessariamente
animate da un fanatismo paragonabile a quello hitleriano e, anzi,
spinte ad agire da motivi apolitici più disparati; come terzo elemento
la presenza di una cerchia molto ampia di persone che si occuparono
personalmente della deportazione di massa verso i campi di sterminio;
infine, l’accettazione dell’evento da parte della gran parte della

129
R. Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1985, p.171 e seg.

122
popolazione tedesca che badava solo alla guerra vista come un fatto
esclusivamente nazionale con le necessità e le preoccupazioni ad essa
connessa. La partecipazione diretta o indiretta di tanti individui alle
istanze, alle organizzazioni e agli uffici interessati al processo di
morte, così come l’accettazione dell’evento orrendo da parte della
popolazione sono altrettanti elementi che sottolineano l’unicità storica
di ciò che fu reso possibile grazie alla peculiare costellazione di eventi
prodottisi nel 1941 e che si sperano irripetibili. L’elemento in tutto
questo più inquietante, come è venuto alla luce nel corso delle
indagini contro gli autori di quel crimini, è l’evidente facilità con la
quale nel mondo civilizzato del ventesimo secolo, si poté ottenere il
consenso per assassinare quasi impassibilmente quasi un intero
popolo. Nella maggior parte dei casi, i crimini più efferati furono
compiuti da persone con un elevato grado di istruzione. Sotto questo
riguardo è quanto mai significativo il caso del già menzionato Joseph
Mengele, cresciuto alla cultura umanistica, dottore in medicina e
filosofia, medico altamente qualificato130.
Dunque, tra i molti problemi che la tragedia degli ebrei lascia
ancora aperti, rimane anche l'interrogativo sulle ragioni per le quali
nessuno intervenne a fermare l'opera distruttiva della Germania.
Poiché la conoscenza di quanto avveniva sotto l'occupazione tedesca
era approssimativa ma sufficiente, per cui nessuna potenza avrebbe
potuto invocare l'attenuante della mancata consapevolezza di quanto
stava accadendo, tanto più difficile appare formulare una risposta e
tanto più inquietante il dubbio che interessi di potenza e calcoli tattici
130
A. Hillgruber, op. cit, p.101 e seg

123
o strategici possano aver impedito un intervento per contrastare i
progetti assassini.
Quanto al bilancio statistico del genocidio, nonostante la
frammentarietà delle fonti e nonostante i tentativi che furono compiuti
in extremis dai nazisti di far scomparire, quando e dove fu possibile,
le tracce dei crimini, gli elementi raccolti in decenni di ricerche, se
non hanno portato all'accertamento di cifre sicure al cento per cento,
ci danno tuttavia ragione dell'ordine di grandezza del genocidio. La
cifra indicata dal Tribunale Internazionale di Norimberga, che aveva
stimato intorno ai 6 milioni il numero degli ebrei uccisi, ha resistito
nella sostanza a ogni contestazione critica e a ogni revisione, se è vero
che le ricerche più recenti e accreditate fanno ascendere le vittime del
genocidio tra la cifra minima di 5.300.000 e quella massima di poco
più di 6 milioni.
Mosse avendo dovuto scontrarsi col nazionalismo oltre che con
il razzismo, a chi gli chiedesse dove avrebbe preferito stabilirsi,
rispondeva: “in qualunque paese in cui non contino i passaporti, in cui
non avrò mai bisogno di procurarmene uno e in cui mi si apprezzi per
quello che sono, senza etichette e stereotipi. Accade talvolta che gli
Stati Uniti si avvicinino più di ogni altro paese a questo ideale, ma,
ripensandoci, un paese che l’incarni forse non esiste ancora”131 .

131
G. L. Mosse, Di fronte alla storia, p. 7.

124
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