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Enzo Traverso

ll passato:
istruzioni per l’uso
Storia, memoria, politica
Cartografie / 35
ENZO TRAVERSO insegna Scienze politiche all’Università del-
la Picardia “Jules Verne”. Tra le sue pubblicazioni, tradotte
in varie lingue, ricordiamo: Gli ebrei e la Germania. Amc/)-
wz'tz e la simbiosi ebraico-tedesca (Il Mulino, 1994), Il totali-
tarismo. Storia di un dibattito (Bruno Mondadori, 2002), La
violenza aazirta. Una genealogia (Il Mulino, 2002) e Ausch—
witz e gli intellettuali (H Mulino, 2004). E per i nostri tipi:
Cosmopoli. Figure dell’esilio ebraico-tedesco (2004).
Enzo Traverso
ll passato:
istruzioni per l’uso
Storia, memoria, politica

umbre corte
Pubblicato con il contributo del Ministero degli Afiari Esteriflamme

Titolo originale dell’opera:


Le passé, modes d’emploi. Histoire, mémoire, politique
@ la Frabrique editions, 2005
Traduzione dal francese di Gianfranco Morosato
Prima edizione: settembre 2006
umbre carte
via Alessandro .Pocrio, 9 37124 Verona

Tel./fax: 045 8301735; e—mail: info@ombrecorte.it


www.ombrecorteit
Immagine di copertina: Holocaust Mahnmal, Berlino, 2005. Monu-
mento in memoria agli ebrei d’Europa uccisi dal nazismo (progetto di
Peter Eisenman)
Progetto grafico copertina: Rosie e ombre corte

ISBN 88—87009-89-9
Indice

9 lntroduzione. L’emergere della memoria

17 1. Storia e memoria: una coppia antinomica?


Rammemorazione, 17 — Separazioni, 22 — Empatia, 28
40 2. Il tempo e la forza
Tempo storico e tempo della memoria, 40 — Memorie
“forti” e memorie “deboli”, 51
63 3. Lo storico tra giudice e scrittore
Memoria c scrittura della storia, 63 — Verità e giusrizia,
70 Memoria, storia c diritto, 76

79 4. Usi politici del passato
La memoria della Shoah come religione civile, 79 — L’e-
clisse della memoria dcl comunismo, 87
93 5. l dilemmi degli storici tedeschi
La scomparsa del fascismo, 93 — La Shoah, la Repubbli—
ca democratica tedesca e l’antifascismo, 99

106 6. Revisione e revisionismo


Metamorfosi di un concetto, 106 — La parola e la cosa,
110
117 Nota bibliografica c ringraziamenti
l 19 Note
141 Indice dei nomi
Alla memoria dz' Roland Lew (1944—2005)
La storia è sempre contemporanea, cioè politica…
Antonio GRAMSCI, Quaderni dal carcere
INTRODUZIONE
L’emergere della memoria

“Memoria” e un termine inflazionato, al quale si ricor-


re in modo non sempre appropriato e coerente. La sua dif-.
fusione è ancor più sorprendente se si pensa che il suo uso
nel campo delle scienze sociali è relativamente recenteî
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta era praticamente
assente dal dibattito intellettuale, infatti non figura né nel-
l’edizione del 1968 della International Encyclopedia of the
Social Sciences, pubblicata a New York a cura di David L.
Sills, né nell’opera collettiva intitolata Faire de l’histoire,
pubblicata nel 1974 a cura di Jacques Le Goff e Pierre
Nora, e nepppure in Keywords di Raymond Williams, uno
dei pionieri della storia culturale 1. Qualche anno dopo,
tuttavia, aveva già invaso il terreno e quasi monopolizzato
il dibattito storiografico. La parola “memoria” è spesso
usata come sinonimo di storia, che tende singolarmente ad
assimilare, diventando una sorta di categoria metastorica.
La memoria abbraccia e raccoglie il passato con una rete
dalle maglie più larghe di quelle della disciplina tradizio-
nalmente chiamata storia, depositandovi una dose ben più
grande di soggettività, di “vissuto”. Detto altrimenti, la
memoria appare come una storia meno arida e più “uma-
na” 2. Oggi essa invade lo spazio pubblico delle società oc-
cidentali: il passato accompagna il presente e si insedia nel
10 Il. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

suo immaginario collettivo come una “memoria” forte-


mente ampljficata dai media e spesso orientata dai poteri
pubblici. Essa si trasforma in “ossessione commemorati-
va” e la valorizzazione, talvolta la sacralizzazione dei “luo-
ghi della memoria” produce una vera e propria “topola—
tria” 3. Tutto ormai può essere oggetto di memoria. Il pas—
sato si trasforma in memoria collettiva dopo essere stato
selezionato e reinterpretato secondo le sensibilità culturali,
gli interrogativi etici e le convenienze politiche del presen—
te. Così prende forma il “turismo della memoria”, con la
trasformazione dei siti storici in musei e mète per visite or-
ganizzate, dotati di adeguate strutture d’accoglienza (ho-
tel, ristoranti, negozi di souvenir, ecc.) e promossi presso il
pubblico con strategie pubblicitarie mirate. I centri di ri—
cerca e le società di storia locale sono incorporati nei dis-
positivi di questo turismo della memoria, dal quale traggo—
no talvolta i loro mezzi di sussistenza… Da un lato, questo
fenomeno nasce indubbiamente da un processo di reifica-
zione del passato, cioè dalla sua trasformazione in oggetto
di consumo, estetizzato, neutralizzato e reso redditizio,
pronto per essere recuperato e utilizzato dall’industria del
turismo e dello spettacolo, in particolare dal cinema. Lo
storico è spesso spinto a partecipare a questo processo,
nella sua qualità di “professionista” e di “esperto” che, se—
condo i termini di Olivier Dumoulin, rischia di vedere il
suo mestiere trasformato in un “prodotto di mercato” alla
stregua dei beni di consumo che invadono le nostre socie-
tà. La Public History americana, con i suoi storici che lavo—
rano per istituzioni o imprese private e sono sottoposti alla
logica del mercato, ci indica la strada sulla quale ci stiamo
avviando 5. Dall’altra parte, questo fenomeno assomiglia
per molti aspetti a ciò che Eric]. Hobsbawm chiama “l’in-
venzione della tradizione” 6: un passato reale o mitico at-
torno al quale si costruiscono delle pratiche ritualizzate
che mirano a rafforzare la coesione di un gruppo o di una
comunità, a legittimare alcune istituzioni, a inculcare alcu—
INTRODUZIONE. L’EMERGERF. DELLA MEMORIA ] I

ni valori all’interno della società. In altre parole, la memo-


ria tende a diventare il vettore di una religione civile del
mondo occidentale, con un suo sistema di valori, creden—
ze, simboli e liturgici.
Ma da dove nasce questa ossessione commemorativa? I
suoi impulsi sono molteplici, ma essa dipende innanzi tut-
to da una crisi della tradizione all’interno delle società con-
temporanee. Si potrebbe ricordare a questo proposito la
distinzione, suggerita da Walter Benjamin, tra l’“esperien-
za trasmessa” (Erfahrung) e l’“esperienza vissuta” (Erleb-
nis). La prima si perpetua quasi naturalmente da una ge—
nerazione all’altra, forgiando le idee dei gruppi e delle so—
cietà nella lunga durata; la seconda è il vissuto individuale,
fragile, volatile, effimero. Nel suo Passagen-Werb, Benja—
min considera l’“esperienza vissuta” come un tratto tipico
della modernità, con il ritmo e le metamorfosi della vita
urbana, gli sbocbs elettrici della società di massa, il caos ca:
leidosdcopico dell’universo mercantile. L’Erfabrung è tipi-
ca delle società tradizionali, l’Erlebnis appartiene invece
alle società moderne, ora come contrassegno antropologi-
co del liberalismo, del_l’individualismo possessivo, ora co-
me prodotto delle catastrofi del XX secolo, con i traumi
che ne sono seguiti e che hanno colpito generazioni intere
senza poter diventare un’eredità inscritta nel corso natura—
le della vita. La modernità, secondo Benjamin, è appunto
caratterizzata dal declino dell’esperienza trasmessa, un de—
clino segnato simbolicamente dall’avvento della prima
guerra mondiale 3. Durante questo terribile trauma euro-
peo, diversi milioni di persone, soprattutto giovani conta-
dini che avevano imparato dai loro padri a vivere secondo
i ritmi della natura, governati dalle leggi del mondo rurale,
furono brutalmente strappati al loro universo sociale e
mentale e improvvisamente gettati “in un paesaggio in cui
nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di
esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni mi-
cidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo” 9. Le migliaia
12 TI. Passaro: isrRLr/irmr PER L‘uso

di soldati tornati dal fronte muti e amnesici, sconvolti da-


gli sbell sbocks dell’artiglieria pesante che cannoneggiava
senza sosta le trincee nemiche, incarnavano questa cesura
tra due epoche, quella della tradizione forgiata dall’espe-
rienza ereditata e quella dei cataclismi, che si sottrae ai
meccanismi naturali di trasmissione della memoria. Le di—
savventure dello smemorato di Collegno — un ex combat—
tente colpito da amnesia e dalla doppia identità, a un tem-
po filosofo di Verona e operaio tipografo di Torino — che
hanno appassionato gli italiani nel periodo tra le due guer-
re e ispirato le opere di Luigi Pirandello, José Carlos Ma-
riàtegui e Leonardo Sciascia, si inscrivono in questa tra—
sformazione profonda del paesaggio memoriale europeo “’.
Ma in fondo, la Grande guerra non faceva che completare,
in modo convulso, un processo le cui origini sono state
magistralmente studiate da Edward P. Thompson in un
saggio sull’avvento del tempo meccanico, produttivo e di—
sciplinare della società industriale “. Altri traumi segne—
ranno l’“esperienza vissuta” del XX secolo, spesso sotto
forma di guerre, genocidi, epurazioni etniche 0 repressioni
politiche e militari. Il ricordo che ne é derivato non è né
effimero né fragile — è anzi fondante per diverse generazio—
ni incapaci di percepire la realtà se non nella forma di un
universo frantumato — ma non si dà affatto come esperien—
za del quotidiano, trasmissibile a una nuova generazione”.
Una prima risposta alla nostra domanda iniziale potrebbe
dunque essere formulata in questo modo: l’ossessione
commemorativa dei nostri giorni è il prodotto del declino
dell’esperienza trasmessa, in un mondo che ha perso i pro-
pri punti di riferimento, sfigurato dalla violenza e atomiz—
zato da un sistema sociale che distrugge le tradizioni e
frantuma Ie esistenze.
Ma è necessario interrogarsi sulle forme di questa os—
sessione. La memoria — ossia le rappresentazioni collettive
del passato quali si forgiano nel presente — struttura le
identità sociali inscrivendole in una continuità storica e at—
[.’]:LMERGIÉRE
INTRODUZIONE. DELLA MEMORIA 13

tribuendo loro un senso, cioè un contenuto e una direzio—


ne. Sempre e ovunque, le società umane hanno posseduto
una memoria collettiva e l’hanno conservata attraverso riti,
cerimonie, e anche pratiche politiche. Le strutture elemen-
tari della memoria collettiva risiedono nella commemora-
zione dei morti. Tradizionalmente i riti e i monumenti fu—
nerari celebravano la trascendenza cristiana — la morte co—
me passaggio verso l’aldilà — e, nello stesso tempo, riaffer-
mavano le gerarchie sociali su questa terra. Nella moderni—
tà le pratiche commemorative si trasformano. Da un lato,
con la fine delle società di Antico regime, esse si democra—
tizzano investendo la società nel suo insieme; dall’altro, si
secolarizzano e funzionalizzano, veicolando nuovi messag—
gi indirizzati ai vivi. A partire dal XX secolo, i monumenti
commemorativi consacrano valori laici (la patria), difen—
dono princìpi etici (il bene) e politici (la libertà), 0 cele-
brano eventi fondatori (guerre, rivoluzioni). Iniziano in:
somma a divenire i simboli di un sentimento nazionale vis—
suto come una religione civile. Secondo Reinhart Kosel—
leck, “Il declino dell’interpretazione cristiana della morte
lascia così campo libero a interpretazioni puramente poli-
tiche e sociali” ”. Avviato dalla Rivoluzione francese, la
culla delle prime guerre democratiche del mondo moder-
no, il fenomeno si è esteso dopo la Grande guerra, quando
i monumenti ai soldati caduti in combattimento hanno co—
minciato a ridisegnare lo spazio pubblico in ogni villaggio.
Oggi, l’elaborazione del lutto cambia oggetto e forme. In
questo inizio secolo, Auschwitz diviene la base della me-
moria collettiva del mondo occidentale. La politica della
memoria — commemorazioni ufficiali, musei, film, ecc. —
tende a fare della Shoah la metafora del XX secolo come
epoca di guerre, di totalitarismi, di genocidi e di crimini
contro l’umanità. Al centro di questo sistema di rappre—
sentazioni si colloca una figura nuova, quella del testimo-
ne, il sopravvissuto dei campi nazisti. Il ricordo di cui è
portatore e l’ascolto che gli viene riservato (dopo decenni
14 il, PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L’USO

di indifferenza) hanno turbato lo storico, creando un po’


di disordine nel suo cantiere e modificando il suo modo di
lavorare. Da un lato, egli ha dovuto arrendersi all’evidenza
dei limiti dei suoi procedimenti tradizionali di storicizza-
zione, dei limiti delle sue fonti e dell’apporto indispensabi—
le dei testimoni per cercare di ricostruire esperienze estre—
me come l’universo concentrazionario e lo sterminio. Il te-
stimone può fornirgli degli elementi di conoscenza fattuale
inaccessibili attraverso altre fonti, ma anche e soprattutto
puö aiutarlo a restituire la qualita di una esperienza, che
acquista una nuova consistenza una volta arricchita dal
vissuto dei suoi attori. Dall’altro lato, con l’arrivo del testi—
mone, e dunque con l’ingresso della memoria nel cantiere
dello storico, questi è costretto a rimettere in discussione
alcuni paradigmi ben consolidati. Quelli, per esempio, di
una storia strutturale concepita come un processo d’accu-
mulazione, nella lunga durata, di più strati (territorio, de-
mografia, scambi, istituzioni, mentalità) che permettono di
conoscere le coordinate globali di un’epoca ma lasciano
ben poco spazio alla soggettività degli uomini e delle don-
ne che fanno la storia ”.
Siamo entrati così, per riprendere le parole di Annette
Wieviorka, nell"‘era del testimone”, posto ormai su un
piedistallo, incarnazione di un passato il cui ricordo e pre-
scritto come un dovere civico 15. Altro segno dell’epoca, il
testimone è sempre più identificato con la figura della vit-
tima. Ignorati per decenni, i sopravvissuti dei campi di
sterminio nazisti divengono oggi, nella maggior parte dei
casi loro malgrado, delle icone viventi. Essi sono collocati
in una posizione che non hanno scelto e che non sempre
corrisponde al loro bisogno di trasmettere la loro espe-
rienza vissuta. Altri testimoni un tempo proposti come
modello — ad esempio i partigiani che presero le armi per
combattere il fascismo — hanno perso la loro aura o sono
chiaramente caduti nell’oblio, inghiottiti dalla “fine del
comunismo”, la cui eclisse ha oscurato non solo i miti, ma
INTRODUZTONE. L‘I-ZMERGERI'I DELLA |\-‘IILI\-'I(')R_IA 15

anche le utopie e le speranze che aveva incarnato. Pochi


sono ancora interessati alla loro memoria, in un’epoca di
umanitarismo in cui non vi sono più vinti ma solo vittime,
in cui sono le vittime a occupare il posto un tempo riserva-
to agli eroi. Questa asimmetria del ricordo Ia glorifica-

zione delle vittime prima ignorate e l’oblio degli eroi un
tempo idealizzati — mette in luce il profondo legame della
memoria collettiva con il presente, con le sue trasforma—
zioni e i suoi capovolgimenti paradossali.
La memoria si declina sempre al presente, il quale ne
determina le modalità: la selezione degli eventi di cui biso—
gna conservare il ricordo (e dei testimoni da ascoltare), la
loro interpretazione, le loro “lezioni”, ecc. Essa si trasfor-
ma in una sfida politica e assume la forma di un’imperativo
etico — il “dovere della memoria” — che spesso diventa fon-
te di abusi“. Gli esempi non mancano. Tutte le guerre del—
l’ultimo decennio, dalla prima alla seconda guerra del Gol-’
fo, passando per quelle del Kosovo e dell’Afghanistan, so—
no state anche guerre della memoria, giustificate cioè dal
richiamo rituale al dovere di ricordare ”. Saddam Hussein,
Milosevic” e George W. Bush sosno stati paragonati a Hitler
negli slogan dei cortei, sui manifesti, sui media e nei dis—
corsi di alcuni leader politici. L’islamismo politico è spesso
assimilato al fanatismo nazista. Lo storico israeliano Tom
Segev ricorda che Menahem Begin aveva vissuto l’invasio-
ne israeliana del Libano nel 1982 come un atto riparatore,
come se un esercito ebraico avesse cacciato i nazisti da Ver—
savia nel 1943 18. Più recentemente, nel 2002, il Consiglio
generale degli ebrei di Francia dichiarava che il paese era
di fronte a un’ondata antisemita paragonabile a quella dila-
gata nella Germania nazista all’epoca della Notte dei cri-
stalli, nel novembre 1938 ”. Per lo scrittore portoghese ]o-
sé Saramago, al contrario, l’occupazione israeliana dei ter-
ritori palestinesi sarebbe paragonabile all’Olocaustozo. Du—
rante la guerra nell’ex Jugoslavia, i nazionalisti serbi vede-
vano le epurazioni etniche contro gli albanesi del Kosovo
16 Il. PASSATO: IS'I'RUZIONI PHR L'USO

come una rivincita contro l’antica opresssione ottomana,


mentre in Francia i professionisti dell’anticomunismo sa—
lutavano le bombe su Belgrado come una difesa della li—
bertà contro il totalitarismo. La lista potrebbe continuare.
La dimensione politica della memoria collettiva (e gli abu-
si chela accompagnano) non può che influire sul modo di
scrivere la storia.

Questo libro si propone di esplorare le relazioni che in—


tercorrono tra storia e memoria e di analizzare alcuni
aspetti dell’uso pubblico del passato. La materia che si of-
fre a tale riflessione è inesauribile. Mi sono quindi basato
su alcuni temi conosciuti e sui quali ho lavorato nel corso
degli ultimi anni. Altri, altrettanto importanti, sono esclusi
o solo accennati in questo saggio, che spera di poter con-
tribuire a un dibattito ben più vasto e sempre aperto.
1. Storia e memoria: una coppia antinomica?

Rammemorazione

Storia e memoria nascono da una stessa preoccupazio-


ne e condividono uno stesso obiettivo: l’elaborazione del
passato. Ma esiste una gerarchia tra le due. La memoria, si
potrebbe dire con Paul Ricoeur, è una sorta di rnatrz'ce‘. La
storia è una narrazione, una scrittura del passato secondo
le modalità e le regole di un mestiere — di un’arte e, con
molte virgolette, di una “scienza” — che cerca di rispondere
alle domande poste dalla memoria. La storia nasce dunque
dalla memoria, ma poi si emancipa, mettendo il passato a
distanza, considerandolo, secondo le parole di Oakeshott,
come “un passato in sé” 2. Alla fine essa è pervenuta a fare
della memoria uno dei suoi terreni di ricerca, come prova
la storia contemporanea. La storia del XX secolo, detta an—
che “storia del tempo presente”, analizza la testimonianza
degli attori del passato e include l’oralità tra le sue fonti al—
lo stesso titolo di quelle archivistiche e di altri documenti
materiali o scritti. Quindi, la storia nasce dalla memoria e
ne rappresenta una dimensione; poi, assumendo una posi-
zione autoriflessiva, la trasforma in uno dei suoi oggetti.
Proust rimane un riferimento obbligato per ogni rifles—
sione sulla memoria. Nei suoi commenti sulla Recherche,
18 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

Walter Benjamin sottolinea che il romanziere francese


“non ha descritto una vita cosi come è stata, ma una vita
quale la ricorda colui che l’ha vissuta”. Prosegue parago—
nando la “memoria involontaria” di Proust — che egli tra—
duce con “lavoro di rammemorazione spontanea” (Einge-
denken), in cui il ticordo è l’involucro e l’oblio il contenu—
to — al “lavoro di Penelope”, nel quale “il giorno disfà ciò
che aveva fatto la notte”. Ogni mattina, al nostro risveglio,
“teniamo in mano per lo più debolmente, solo per qualche
frangia, il tappeto dell’esistenza vissuta, quale l’ha tessuto
in noi l’oblio” 3.
Attingendo all’esperienza vissuta, la memoria è emi-
nentemente soggettiva, resta ancorata ai fatti cui abbiamo
assistito, di cui siamo stati testimoni o protagonisti, e alle
impressioni che essi hanno scolpito nella nostra mente. La
memoria è qualitativa, singolare, poco attenta alle compa-
razioni, alla contestualizzazione, alle generalizzazioni. Non
ha bisogno di prove per il suo detentore. Il racconto del
passato narrato da un testimone — salvo il caso in cui questi
menta consapevolmente — costituirà sempre la sua verità,
cioè una parte del passato depositata in lui. Per il suo ca—
rattere soggettivo, la memoria non è mai fissa; assomiglia
piuttosto a un cantiere aperto, in continua trasformazione.
Non solo, secondo la metafora di Benjamin, “la tela di Pe-
nelope” si trasforma ogni giorno a causa dell’oblio sempre
in agguato, per riapparire più tardi, a volte molto più tardi,
tessuta in una forma diversa da quella del primo ricordo.
Non è solo il tempo a erodere e affievolire la memoria. La
memoria è una costruzione: è sempre filtrata da conoscen—
ze acquisite successivamente, dalla riflessione che segue
l’evento, da altre esperienze che si sovrappongono alla pri—
ma, modificandone il ricordo. L’esempio classico è, ancora
una volta, quello dei sopravvissuti ai campi nazisti. ll rac—
conto del soggiorno ad Auschwitz da parte di un deporta-
to ebreo e comunista spesso non è lo stesso, prima o dopo
la sua rottura con il partito. Prima, nel corso degli anni
S'I'ORIA E MEMORIA: UNA (JOPPIA ANTINOMICA? 19

Cinquanta e Sessanta, emerge principalmente la sua iden-


tita politica, il fatto di essere stato un deportato antifasci-
sta; dopo, a partire dagli anni Ottanta, egli si presenta in
primo luogo come un deportato ebreo, perseguitato in
quanto ebreo e testimone dell’annientamento degli ebrei
d’Europa. Sarebbe evidentemente assurdo distinguere tra
queste due testimonianze date dalla stessa persona in due
momenti diversi della sua vita, la vera e la falsa. Entrambe
sono vere e autentiche, ma ciascuna illumina una parte di
verità filtrata dalla sensibilità, dalla cultura e anche, si po-
trebbe aggiungere, dalle rappresentazioni identitarie, a
volte ideologiche, del presente. In breve, la memoria, sia
individuale che collettiva, è sempre una visione del passato
filtrato attraverso il presente. In questo senso, Benjamin
definiva il procedimento di Proust come una “presentifi-
cazione” (Vergegenwa'rlzgung)4. Sarebbe illusorio conside—
rare “l’accaduto” (a’as Gewesene) come una sorta di “pun-
to fisso” al quale ci si potrebbe avvicinare attraverso una
ricostituzione mentale a posteriori. L’“accaduto” e in larga
misura modellato dal presente, in quanto è la memoria che
“stabilisce” i fatti: si tratta, secondo Benjamin, di una “ri-
voluzione copernicana nella visione della storia” 5. Il con—
cetto è riaffermato nelle “riflessioni teoriche” del Passa-
gen-Werk, quando considera “l’incrocio [Telescopage] del
passato con il presente”, aggiungendo che “è il presente
che polarizza l’evento [das Geschehen] in storia anteriore e
storia posteriore”, La storia, prosegue Benjamin, “non è
solo una scienza, ma anche e non meno una forma del ri-
cordo [Ez'ngeclenhen] ” ". Con spirito analogo, Francois
Hartog ha coniato recentemente la nozione di “presenti-
smo” per descrivere una situazione nella quale “il presente
è diventato l’orizzonte”, un presente che, “senza futuro e
senza passato”, genera in permanenza entrambi secondo i
suoi bisogni”
Anche la storia, che in fondo non è che una parte della
memoria, come ricordava Ricoeur, si scrive sempre al pre-
20 Il. PASSATO: IS'I'RUZÎONI PER L'USO

sente. Per esistere come campo del sapere, tuttavia, essa


deve emanciparsi dalla memoria, non respingendola ma
mettendola a distanza. Un cortocircuito tra storia e me—
moria può avere conseguenze nefaste per il lavoro dello
storico.

Un esempio importante di questo fenomeno è dato dal


dibattito di questi ultimi anni intorno alla questione della
“singolarità” del genocidio degli ebrei 3. L’irruzione di
questa controversia nel cantiere dello storico dipende ine—
vitavilmente dai percorsi della memoria ebraica ed euro-
pea, dal suo porsi al centro della sfera pubblica e dalla sua
interazione con le pratiche tradizionali della ricerca che si
sono dovute confrontare con le autobiografie e agli archivi
audiovisivi che raccolgono le testimonaianze dei soprav-
vissuti dei campi nazisti. Benché questa “contaminazione”
della storiografia ad opera della memoria si sia rivelata
estremamente fruttuosa, non bisogna dimenticare una
constatazione metodologica tanto banale quanto essenzia-
le: in quanto modalità di ricostruzione del passato profon—
damente soggettiva, selettiva, spesso irrispettosa delle
scansioni cronologiche, indifferente alle ricostruzioni d’in-
sieme, alle razionalizzazioni globali, la memoria singolariz—
za la storia. La sua percezione del passato è inevitabilmen-
te molto singolare. Là dove lo storico vede solo una tappa
di un processo, un aspetto di un quadro complesso e mo-
bile, il testimone può cogliere un avvenimento cruciale, lo
stravolgimento di una vita. Lo storico può decifrare, ana—
lizzare e spiegare le fotografie conservate del campo di
Auschwitz: sa che quelli che scendono dal treno sono dei
deportati ebrei, che l’uomo in uniforme che li osserva è un
ufficiale SS che parteciperà alla selezione e che la gran par—
te dei personaggi di questa foto hanno davanti a sé solo
qualche ora di vita. A un testimone la stessa foto dirà mol-
to di più. Gli ricorderà sensazioni, emozioni, rumori, voci,
odori, la paura e lo spaesamento dell’arrivo al campo, la
STORIA E MI'ZMORIA: UNA COÎ’PÎA ANTINOMICAP 21

fatica di un lungo viaggio effettuato in condizioni orribili,


probabilmente la visione del fumo dei crematori, in altri
termini un insieme di immagini e di ricodi del tutto singo-
lari e completamente inaccessibili allo storico, se non sulla
base di un racconto a posteriori, fonte di un’empatia in—
comparabile con quella rivissuta dal testimone. Agli occhi
di uno storico, la foto di un Hafllz'ng indica una vittima
anonima; ma per un parente, un amico, un compagno di
detenzione, la stessa foto evoca invece un mondo assoluta—
mente unico. Per l’osservatore esterno, questa foto rappre—
senta soltanto — come direbbe Siegfrid Kracauer — una
realtà “irredenta” (unerlöst) 9. L’insieme di questi ricordi
forma parte della memoria ebraica, una memoria che lo
storico non può ignorare e deve rispettare, analizzare e
comprendere, ma alla quale non deve sottomettersi. Egli
non ha il diritto di trasformare la singolarità di questa me—
moria in un prisma normativo di scrittura della storia. I1
suo compito consiste piuttosto nell’inserivere la singolarità
dell’esperienza vissuta in un contesto storico globale, cer-
cando di chiarirne le cause, le condizioni, le strutture, la
dinamica generale. Tutto questo significa imparare dalla
memoria, ma anche sottoporla a una verifica oggettiva,
empirica, documentale e fattuale, sciogliendone se neces—
sario le contraddizioni ed evitandone le trappole. Ciò può
aiutare il ricordo ad essere più preciso, ad assumere dei
contorni più chiari, a diventare più esigente, e anche a
mettere in luce ciò che, nel ricordo, non è riducibile agli
elementi fattuali “’. Se c’è una singolarità assoluta della me—
moria, quella della storia sarà sempre relativa ”. Per un
ebreo polacco, Auschwitz significa qualcosa di terribil-
mente unico: la scomparsa dell’universo umano, sociale e
culturale nel quale è nato. Uno storico che non arriva a ca—
pire questo non potrà mai scrivere un buon libro sulla
Shoah, ma il risulato non sarebbe molto migliore se ne
traesse la conclusione — come fa per esempio lo storico
americano Steven Katz — che il genocidio degli ebrei sia
22 IL PASSA'I'O: lSTRUZIONi PER L'USO

l’unico della storia 12. Secondo Eric J. Hobsbawm, lo stori-


co non deve sottrarsi a un dovere di universalismo: “Una
storia scritta solo per gli ebrei (o per gli afroamericani, i
greci, le donne, i proletari, gli omosessuali, ecc.) non può
essere una buona storia, anche se può confortare coloro
che la praticano” ”. È spesso molto difficile, per gli storici
che lavorano sulle fonti orali, trovare il giusto equilibrio
tra empatia e distanza, tra riconoscimento delle singolarità
e messa in prospettiva generale.

Separazioni

Storia e memoria formano una coppia antinomica so—


prattutto a partire dall’inizio del XX secolo, quando i para-
digmi dello storicismo classico sono entrati in crisi, rimessi
in discussione simultaneamente dalla filosofia (Bergson),
dalla psicoanalisi (Freud) e dalla sociologia (Halbwachs).
Fino a quel momento, la memoria era considerata come il
sostrato soggettivo della storia. Per Hegel, la storia (Ge-
.ichz'chle) possiede due dimensioni complementari, l’una
oggettiva e l’altra soggettiva: da un lato gli avvenimenti
(res germe), dall’altro il loro racconto (historia rerunz gesta-
rurn); in altri termini, i “fatti avvenuti” (das Geschehene) e
la loro “narrazione storica” (Geschz'chtserza'hlung) “. La
memoria accompagna lo svolgimento della storia come
una sorta di ancella protettrice, in quanto ne costituisce il
“fondamento interno” (Inhalt), ed entrambe trovano il lo—
ro compimento nello Stato, di cui la storia scritta (“la pro—
sa della Storia” 15) tiflette come uno specchio la razionalità
intrinseca. Hegel presenta questo controllo del passato da
parte dello Stato nella forma allegorica del conflitto tra
Cronos, il dio del tempo, e Zeus, il dio della politica. Cro-
nos uccide i propri figli. lnghiottisce tutto ciò che trova sul
suo cammino, non lasciando tracce dentro di sé. Ma Zeus
riesce a dominare Cronos, perché ha creato lo Stato, capa-
STO RIA E MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMICA? 23

ce di trasformare in storia tutto ciò che Mnemosine, la dea


della memoria, ha potuto raccogliere dopo il passaggio de-
vastante del tempo. Nella Fenomenologia dello spirito, la
memoria definisce la storicità dello Spirito (Geist), che si
manifesta a un tempo come “ricordo” (Erinnerung) e co-
me “tnovitnento di interiorizzazione” (Er—lnnernng), men-
tre lo Stato ne costituisce l’espressione esteriore ”’. Per He-
gel, solo i popoli che hanno uno Stato, che si sono quindi
dotati di una storia scritta, possiedono una memoria. Gli
altri — i popoli “senza storia”, cioè il mondo non europeo
sprovvisto di un passato statale e del suo racconto codifi-
cato dalla scrittura — non possono superare lo stadio di
una memoria primitiva, fatta di “immagini” ma incapace
di condensarsi in coscienza storica ”. Ne deriva una dupli-
ce visione della storia come prerogativa occidentale e co—
me dispositivo di dominio. Non soltanto essa appartiene
esclusivamente all’Europa, ma non può esistere altrimenti
che come racconto apologetico del potere 13, ciö che Benja—
min denunciava come l’empatia storicista con i vincitori '9.
La crisi dello storicismo, la messa in discussione del
paradigma eurocentrico all’epoca della decolonizazione e
poi l’emergere delle classi subalterne come soggetti politici
hanno tuttavia separato storia e memoria. La storia si è de—
mocratizzata, infrangendo le frontiere dell’Occidente e il
monopolio delle élite dominanti; la memoria si è emanci-
pata dalla sua sudditanza nei confronti dello scritto. La re-
lazione tra storia e memoria si è riconfigurata come una
tensione dinamica. La transizione non è stata né lineare né
rapida e, per certi versi, non è ancora terminata. Da una
trentina d’anni a questa parte, gli storici hanno allargato il
campo delle loro fonti, ma continuano a privilegiare gli ar-
chivi, che restano il deposito delle vestigia di un passato
conservato dallo Stato. Non è da molto tempo che i “su—
balterni” sono riconosciuti come soggetti di storia e sono
diventati oggetto di studio, ed è ancora più recente il ten-
tativo di ascoltare la loro voce. Nel 1963, Francois Furet
24 H, PASSATO: lS'l'RUZIONI I’l-lli L’USO

pensava di poter integrare le classi subalterne nella storia


soltanto da un punto di vista quantitativo, prendendole in
considerazione sotto il segno del “numero e dell’anonima—
to”, come elementi “perduti nello studio demografico o
sociologico”, cioè come entità condannate a restare “silen-
ziose” 2°. In fondo, per questo ammiratore di Tocqueville,
le classi lavoratrici rimanevano sempre dei “popoli senza
storia”. La trasformazione avviene precisamente nel corso
degli anni Sessanta. La prima grande opera di storia socia—
le delle classi subalterne, The Mah-ing of the English Wor—
king Class di Edward P. Thompson, è proprio del 1963;
L'Histoire cle la folie a l’âge classique di Michel Foucault è
del 1964; e l’inizio della microstoria, Ilformaggio e i vermi
di Carlo Ginzburg, che ricostruisce l’universo di un mu-
gnaio del Friuli nel XVI secolo, è del 1976“. Analogamen-
te, per la storiografia, le donne hanno una storia solo da
una trentina d’anni”. In precedenza ne erano escluse, allo
stesso titolo dei “popoli senza storia” di Hegel. Per quanto
riguarda i Suhaliern Studies, essi sono nati in India all’ini-
zio degli anni Ottanta… Il loro obiettivo è di riscrivere la
storia non più come “l’opera dell’Inghilterra in India”, né
come quella delle élite indiane formate sotto il dominio
coloniale, ma come storia dei “subalterni”, il popolo di cui
si tratta di ascoltare la “piccola voce” (small voice) che la
“prosa della contro—insurrezione” depositata negli archivi
di Stato non può restituirci, perché il suo compito consiste
esattamente nel sommergerla”. È in questo contesto di al-
largamento delle fonti della storia e di rimessa in discus-
sione delle sue gerarchie tradizionali che si inscrive l’emer-
gere della memoria come nuovo cantiere per la scrittura
del passato.

Il primo a codificare la dicotomia tra le fluttuazioni


emozionali del ricordo e le costruzioni geometriche della
narrazione storica è stato Maurice Halbwachs, nella sua
opera ormai classica sulla memoria collettiva. Egli denun—
STORlA Ii MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMIC.‘\? 25

ciava il carattere contraddittorio dell’espressione “memo-


ria storica”, che unisce due termini ai suoi occhi antinomi-
ci. Per Halbwachs, la storia comincia là dove finisce la tra-
dizione e “si decompone la memoria sociale” 2“, perché tra
le due vi sarebbe un’irriducibile soluzione di continuità.
La storia presuppone uno sguardo esterno sugli eventi del
passato, mentre la memoria dei protagonisti implica una
relazione d’interiorità con i fatti narrati. La memoria per—
petua il passato nel presente, mentre la storia lo fissa in un
ordine temporale chiuso, ordinato e organizzato in base a
procedimenti razionali che si collocano agli antipodi della
sensibilità soggettiva del vissuto. La memoria attraversa le
epoche, mentre la storia le separa. Infine, Halbwachs op-
pone la molteplicità delle memorie — legate agli individui e
ai gruppi che le trasmettono e sempre elaborate all’interno
di quadri sociali dati 25 — al carattere unitario della storia,
che si declina in storia nazionale 0 in storia universale, ma
esclude la coesistenza in una stessa narrazione di diversi
regimi di temporalitàZ“. In breve, Halbwachs oppone una
storia positivista — lo studio scientifico del passato, senza
interferenze con il presente — a una memoria soggettiva
fondata sul vissuto degli individui e dei gruppi. Radicaliz-
zando la prospettiva, egli paragona la divisione che separa
storia e memoria a quella che oppone il tempo matematico
al “tempo vissuto” di Bergson”. La storia ignora le perce—
zioni soggettive del passato privilegiando le periodizzazio—
ni convenzionali, impersonali, razionali e oggetive (per
questo egli cita come esempio storiografico la Chronologie
universelle di Dreyss pubblicata a Parigi nel 1858) 28.
Questa dicotomia è stata ripresa in tempi recenti da
Yosef Hayim Yerushalmi che, nella sua qualità di storico,
si presenta come un parvenu in seno al mondo ebraico. In
una comunità cementata dalla religione, l’immagine del
passato si è forgiata attraverso i secoli grazie a una memo—
ria ritualizzata che fissa le modalità e i ritmi di una tempo-
ralità ebraica separata dal mondo circostante. Di conse-
26 Il. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

guenza, la storiografia ebraica nasce da una rottura con la


memoria ebraica, la sola che in precedenza aveva assicura-
to agli ebrei una continuità, in termini di identità e di auto-
rappresentazione, all’interno del mondo ebraico. Questa
rottura e stata segnata dall’Emancipazione, che ha inne-
scato un processo di assimilazione culturale verso l’esterno
e causato, all’interno della comunità, il crollo dell’antica
organizzazione sociale incentrata sulla sinagoga. Inserita in
un mondo secolarizzato e adattata alle scansioni temporali
della storia profana, la storiografia ebraica — di cui la scuo-
la della Wissenschaft a’es Judentnins, nata a Berlino all’ini-
zio del XIX secolo, ha segnato la nascita — non poteva che
operare una rottura, per le sue modalità, le sue fonti e i
suoi obiettivi, con la memoria ebraica”.
L’antinomia tra storia e memoria è stata riaffermata dal—
lo studioso francese Pierre Nora, al quale si deve il rinno-
vamento, a partire dagli anni Ottanta, del dibattito storio—
grafico sulla memoria. Egli ha fatto propria la tesi di Halb-
wachs pur presentando una visione più problematica dei
procedimenti di scrittura della storia. Memoria e storia,
spiega Nora, non sono affatto sinonimi, perché “tutto le
oppone”. La memoria è “la vita”, e questo la espone “alla
dialettica del ricordo e dell’amnesia, incosciente delle sue
deformazioni successive, vulnerabile a tutti gli usi e a tutte
le manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e improvvi-
se rianimazioni”. E questo “legame vissuto all’eterno pre—
sente” non può essere assimilato alla storia, una rappre-
sentazione del passato che, per quanto problematica e
sempre incompleta, si vuole oggettiva e retrospettiva, fon—
data sulla distanza. La memoria è “affettiva e magica”,
portata a sacralizzare i ricordi, mentre la storia è una visio—
ne laica del passato, sul quale costruisce “un discorso criti—
co”. La memoria ha una vocazione singolare, legata alla
soggettività degli individui e dei gruppi, mentre la storia
ha una vocazione universale. “La memoria è un assoluto e
la storia conosce soltanto il relativo” 3°. Partendo da questa
STORIA E MEMORIA: UN.-"\ COPPIA AN'I'INOMICA? 27

constatazione, Nora può concepire una sola relazione tra


storia e memoria: quella di un’analisi e di una ricostruzio-
ne della memoria secondo i metodi delle scienze sociali, al-
le_quali appartiene la storia. In questa prospettiva, egli ha
aperto un cantiere storiografico estremamente ambizioso:
ricostruire la storia nazionale intorno ai “luoghi della me—
moria”, dal territorio ai paesaggi, dai simboli ai monumen—
ti, dalla gastronomia alle istituzioni, da Giovanna d’Arco
alla Torre Eiffel.
Ma lungi dall’essere esclusivo appannaggio della me—
moria, i rischi di sacralizzazione, mitizzazione e amnesia
stanno sempre in aguato e minacciano anche la scrittura
della storia, e larga parte della storiografia moderna e con-
temporanea è caduta in questa trappola. L’impresa di No-
ra non sfugge a questa regola, riservando per esempio un
posto assai modesto al passato della Francia coloniale tra
la sua moltitudine di “luoghi della memoria”. Secondo
Perry Anderson, il più severo tra i suoi critici, l’impresa
editoriale di Nora riduce le guerre coloniali francesi, dalla
conquista dell’Algeria alla sconfitta in Indocina, “a una
messa in mostra di cianfrusaglie esotiche che avrebbero
potuto essere presentate all’Esposizione universale del
1931. Cosa valgono dei luoghi della memoria che tralascia-
no Diên Biên Phû?” “.
Non solo la storia ha le sue lacune, come la memoria,
ma può anche costruirsi e trovare la sua ragion d’essere
nella cancellazione di altre storie, nella negazione di altre
memorie. Come ha sottolineato Edward Said, l’archeolo-
gia israeliana che mira a riportare alla luce le tracce mille-
narie del passato ebraico della Palestina (alcuni vi hanno
visto un’“archeo-religione nazionale”) ha scavato il suolo
con lo stesso accanimento con cui i bulldozer hanno de—
molito le tracce materiali del passato arabo-palestinese 32.
D’altra parte, bisognerebbe considerare l’influenza della
storia sulla memoria stessa, perché non esiste una memo-
ria letterale, originaria e incontaminata: i ricordi sono co—
28 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

Stantemente elaborati attraverso una memoria inscritta in


uno spazio pubblico,sottoposta ai modi di pensare collet-
tivi e influenzata dai paradigmi scientifici dominanti di
rappresentazione del passato. Ciò ha dato luogo a delle
ibridazioni — alcune autobiografie rientrano in questa ca—
tegoria — che permettono alla memoria di rivisitare la sto-
ria, sottolineandone i punti oscuri ele generalizzazioni ap—
prossimative, e alla storia di correggere gli inganni della
memoria, obbligandola a trasformarsi in analisi autorifles—
siva e in discorso critico. Un’opera comeIsommersi e sal-
vati di Primo Levi ” articola storia e memoria in una narra—
zione di tipo nuovo, incatalogabile, fondata sul continuo
passaggio dall’una all’altra. Nella sua autobiografia, Pierre
Vidal—Naquet racconta i propri ricordi con il rigore dello
storico che verifica le proprie fonti e sottopone la memo—
ria all’obbligo di fornire delle prove, pur conferendogli la
forma di un bilancio restrospettivo, spesso critico. Non si
tratta soltanto del racconto della sua vita, come precisa
nella postfazione, perché prende in considerazione il car—
teggio dei suoi genitori, ma anche e soprattutto perché si
fonda sulla sua conoscenza di tutta un’epoca in qualità di
storico. “Ein questo senso — egli scrive che si tratta di un

libro sia di storia che di memoria, urilibro di storia di cui
sono a un tempo l’autore e l’oggetto” “. Questi due esem-
pi non rientrano, in tutta evidenza, nella dicotomia stabili-
ta da Halbwachs, Yerushalmi e Nora, perché appartengo—
no allo stesso tempo al registro della memoria e a quello
della storia.

Empatia

La stessa opposizione tra storia e memoria è fortemente


presente anche nella storiografia del nazionalsocialismo,
come ha chiaramente messo in luce, intorno alla metà de-
gli anni Ottanta, il carteggio tra due grandi storici, Martin
STORIA E MEMORIA: UNA COPPIA AN'I'INOMICAP 29

Broszat e Saul Friedlander ”. Argomentando in favore di,


una storicizzazione del nazismo capace di rompere la ten-
denza persistente a voler “isolare” il periodo 1933-1945
per ragioni morali, Broszat ha rivendicato un metodo
scientifico in grado di affrancarsi dal “ricordo mitico” del—
le vittime 36. La memoria dei sopravvissuti della Shoah su—
scita evidentemente il suo rispetto, ma dovrebbe a suo av—
viso rimanere esclusa dalle fonti dello storico e non inter-
ferire con il suo lavoro. Di fronte al positivismo radicale di
un simile approccio, ci si chiede se esso non nasconda la
parte di memoria vissuta e affettiva presente nella storio—
grafia tedesca del dopoguerra, in particolare la storiografia
del nazismo elaborata dalla “generazione della Gioventù
hitleriana” ”. Al di là del giudizio sui suoi risultati — peral—
tro spesso considerevoli — una constatazione si impone: un
tratto comune ai lavori della grande maggioranza degli
storici tedeschi risiede precisamente nell’esclusione delle
vittime del nazismo dal loro campo di indagine, per non
dire dal loro orizzonte epistemologico. Un tratto che si è
del resto conservato nei lavori di una nuova generazione,
spesso centrati sull’analisi della macchina omicida del na—
zismo ma raramente interessati alla testimonianza delle vit—
time. In questa storiografia, le vittime rimangono sempre
sullo sfondo, anonime e silenziose “".
Questo problema potrebbe essere affrontato anche a
partire da un’altra prospettiva. La rimozione degli anni
bui nella Germania del dopoguerra — rimozione della
Schuldfrage e dei crimini nazisti — non ha forse avuto, tra i
suoi effetti, quello di trasformare in una sorta di tabù i
bombardamenti che hanno distrutto le città tedesche, un
tema ignorato sino a non molto tempo fa sia dalla lettera-
tura sia dalla cinematografia e dalla storiografia? E l’ipote-
si suggerita da Winfried Georg Sebald, per il quale l’assen-
za di ogni dibattito pubblico e di opere letterarie su questo
trauma collettivo dipende dal fatto
.30 IL PASSA'I'O: IS'I'RUZIONI Pl-ZR L’USO

che un popolo che aveva assassinato e torturato a morte milio-


ni di esseri umani nei suoi lager, non poteva certo chiedere alle
potenze vincitrici di rendere conto della logica politico-milita-
re che aveva imposto la distruzione delle città tedesche "’.
Contrapporre radicalmente storia e memoria è dunque
un’operazione pericolosa e discutibile. I lavori di Halb—
wachs, Yerushalmi e Nora hanno contribuito a mettere in
luce le profonde differenze che esistono tra storia e memo—
ria, ma sarebbe sbagliato dedurne una loro incompatibilità
o considerarle irriducibilmente separate. La loro interazio—
ne crea pittosto un campo di tensioni all’interno del quale
si scrive la storia. Amos Funkenstein ha probabilmente ra-
gione di indicare nel punto di incontro tra storia e memo—
ria l’emergere di una terza istanza, che chiama coscienza
storica 4°.
Il carteggio con Broszat è stato del resto per Saul Fried-
ländet il punto di partenza per una riflessione feconda'sul-
le condizioni di scrittura della storia. Lo storico non lavora
rinchiuso nella classica torre d’avorio, al riparo dai rumori
del mondo, e non vive neppure in una stanza refrigerata,
protetto dalle passioni del mondo. Egli subisce i condizio—
namenti di un contesto sociale, culturale e nazionale, e non
può neppure sfuggire all’influenza dei suoi ricordi perso-
nali, né a quella di un sapere ereditato, dai quali può cerca-
re di emanciparsi non negandoli, ma sforzandosi di stabili-
re nei loro confronti la necessaria distanza critica. In que-
sta prospettiva, il suo compitonon consiste nell’abbando—
nare la memoria — personale, individuale e collettiva —, ma
piuttosto nel metterla a distanza e nell’inserirla in un con-
testo storico più ampio. Nel lavoro dellostorico c’è quindi
una parte di transfert che orienta la scelta, l’approccio e il
trattamento del suo oggetto di ricerca, ed è bene che egli
ne sia consapevole. Friedlànder definisce dunque la scrit-
tura della storia, ispirandosi al lessico della psicoanalisi,
come un atto di “perlaborazione” (egli usa il concetto di
working through, traduzione di Durcharheitung). La di—
STORIA E MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMICA? 31

stanza cronologica che separa lo storico dall’oggetto della


sua ricerca crea una sorta di schermo protettivo, ma l’emo-
zione che, spesso in modo imprevisto e repentino, risorge
nel corso del suo lavoro non può che rompere questo dia-
framma temporale“. Questa empatia legata al vissuto indi-
viduale dello storico non produce necessariamente degli
effetti negativi. Essa può anche rivelarsi fruttuosa, a condi—
zione però che lo storico ne sia consapevole e la sappia
“dominare ” 42.
L’opera di Friedl'ander costituisce un buon esempio di
“perlaborazione”. In Nazi Germany and the Jews, egli ha
incluso una costellazione di “destini individuali” in una
narrazione storica complessiva della Germania degli anni
che precedono la Seconda guerra mondiale. E stato dun—
que capace di superare la tradizionale separazione degli
studi sul nazismo: da un lato le ricerche, condotte essen—
zialmente negli archivi, che focalizzano l’attenzione sull’i-
deologia e le strutture del regime; dall’altro una ricostru-
zione del passato esclusivamente fondata sulla memoria
delle vittime, sia depositata in una vasta letteratura di testi-
monianza sia conservata in archivi visivi o sonori. Fried—
länder ha cercato di integrare queste due prospettive al fi—
ne di ottenere una ricostruzione globale del processo stori-
co, introducendo la voce delle vittime in una narrazione
che altrimenti si ridurrebbe all’analisi delle decisioni poli—
tiche e dei decreti amministrativi 4-3.
Nonostante il loro atteggiamento positivistico, anche
gli storici tedeschi della generazione della Gioventù hitle-
riana, cioè coloro che sono nati tra il 1925 e l’inizio degli
anni Trenta (Martin Broszat, Hans Mommsen, Andreas
Hillgruber, Ernst Nolte, Hans-Ulrich Wehler, ecc.), tendo-
no a stabilire una certa empatia con i protagonisti del pas-
sato che implica dei ricordi personali. Le ricerche sulla
storia della vita quotidiana sotto il nazismo (Alltagsge—
schichte) tracciano, nella maggior parte dei casi, un quadro
sociale nel quale le vittime semplicemente scompaiono 44.
32 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

Altri lavori non sono sfuggiti alle trappole del racconto


apologetico. Per Andreas Hillgruber, giovane soldato della
Wehrmacht nel 1945, nel descrivere l’ultimo anno della
Seconda guerra mondiale, lo storico

deve identificarsi col destino della popolazione tedesca del-


I’Est e con gli sforzi disperati e costosi dell’Ostheer [...] che
miravano a difendere questa popolazione contro le vendette
dell’Armata rossa, gli stupri collettivi, le esecuzioni arbitrarie e
le innumerevoli deportazioni, e a mantenere aperte le vie di
terra e di mare che permettevano ai tedeschi dei territori orien-
tali di fuggire verso Ovest”.

Ma, come gli ha ricordato Habermas, durante l’ultimo


anno di guerra l’accanita resistenza della Wehrmacht era
anche la condizione per il proseguimento delle deporta-
zioni verso i campi nazisti, dove le camere a gas continua-
vano a funzionare.

Tradizionalmente, la storiografia non si presenta nella


forma di un racconto polifonico per la semplice ragione
che le classi subalterne ne sono escluse, con il risultato di
ridurre la narrazione del passato al racconto dei vincitori.
E lo storicismo che denunciava Benjamin cogliendone il
metodo nell’empatia unilaterale cOn i vincitori “C‘. Per la ve—
rità, questa “empatia” —1’Einfiihlung dello storicismo clas-
sico — non sempre è sinonimo di apologia. Alcuni la rifiuta-
no, Come lan Kershaw nella sua biografia di Hitler, che
presenta come il lavoro di uno storico “strutturalista” 47. La
sua scelta è motivata tanto dall’inconsistenza-della vita pri-
vata del Fu'hrer, che ridurrebbe ogni empatia a un’adesio-
ne ai suoi disegni politici, quanto dalla preoccupazione di
distinguere la sua biografia da quella anteriore di Joachim
Fest. Affascinato dalla “grandezza demoniaca” di Hitler,
Fest ha finito, benché non ne avesse probabilmente l’in-
tenzione, per insediarlo “in buona posizione nel pantheon
degli eroi tedeschi” 48. Altri hanno adottato un atteggia—
STORIA E MEMORIA: UNA COPPIA A N’J'INOMICA? 33

mento di empatia critica — fonte di turbamento più che di


identificazione potrebbe parlare di avvicinamento “ete-
(si
ropatico” più che di empatia) 4” — che aiuta a “comprende-
re” i comportamenti dei protagonisti della storia senza pet
questo giustificarli. E lo sforzo compiuto da Hannah
Arendt per penetrare nell’universo mentale del tenente co—
lonnello SS Adolf Eichmann, sforzo che non fu compreso
e che non le fu perdonato all’epoca della pubblicazione
del suo saggio sulla “banalità del male” 50. Di questo tipo è
anche il lavoro microstorico di Christopher Browning, che
ha cercato di comprendere con quali mezzi e attraverso
quali tappe degli “uomini comuni” come i membri del
centunesimo battaglione di riserva della polizia tedesca in
Polonia, nel 1941, abbiano potuto trasformarsi in una
squadra di professionisti del massacro-’“.
Le derive di un’empatia a senso unico, priva di distanza
critica nei confronti del suo oggetto, sono tanto più fre-
quenti quanto più la polifonia dei protagonisti si spegne,
soffocando l’interazione tra memorie antagoniste nello
spazio pubblico e rendendo udibile una sola voce. Se in
Algeria l’indipendenza ha rapidamente dato luogo a una
storia ufficiale della guerra di liberazione, in Francia l’o—
blio non poteva continuare in eterno. Prima o poi, doveva
lasciare il posto a una scrittuta della storia nutrita dalla
molteplicità delle memorie. La memoria della Francia co—
loniale, quella dei pieds—noirs, degli harhis, degli immigrati
algerini e dei loro figli, e anche quella del movimento na-
zionale algerino, del quale molti rappresentanti incarnano
oggi l’eredità in esilio, si intrecciano in una memoria della
guerra d’Algeria che impedisce una scrittura della storia
fondata su un’empatia unilaterale, esclusiva. La ricostru-
zione di questa storia si fa inevitabilmente sotto gli occhi
vigili e critici di molte memorie parallele, che si esprimono
nello spazio pubblico. Questa interazione di memorie ha
perfino costretto i torturatori a uscire dal loro silenzio e a
consegnare la loro versione del passato 52. In breve, storia e
34 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

memoria interagiscono qui, per riprendere un’espressione


assai pertinente di David N. Myers, come “categorie flut-
tuanti all’interno di un campo dinamico” ”.
In Italia, il paesaggio memoriale e storiografico è molto
diverso. George L. Mosse, uno dei più fecondi storici del
fascismo del dopoguerra, poco prima della morte aveva
fatto l’elogio del suo collega Renzo De Felice, noto per la
sua monumentale biografia di Mussolini. Secondo Mosse,
il merito principale di De Felice risiede precisamente nella
sua empatia con il fondatore del fascismo, nel fatto di aver
“cercato di procedere dall’interno, immaginando come lo
stesso Mussolini concepisse le proprie azioni” 54. Nella sua
autobiografia, Mosse racconta un episodio della propria
adolescenza in cui ebbe l’occasione di avvicinare il dittato-
re italiano. Era il 1936 ed egli si trovava a Firenze con la
madre. L’Asse tra l’Italia fascista e la Germania nazista era
appena stato proclamato, diffondendo un certo turbamen—
to tra i rifugiati ebrei tedeschi nella penisola, che temeva-
no di essere riconsegnati alle autorità naziste (minaccia
che si concretizzerà con una espulsione di massa nel 1938,
al momento della promulgazione delle leggi razziali). La
madre del giovane Mosse decise pertanto di scfivere a
Mussolini per chiedere la sua protezione, dopo avergli ri—
cordato l’aiuto economico che suo marito, potente editore
berlinese durante la repubblica di Weimar, gli aveva forni-
to prima del suo arrivo al potere. La breve telefonata che il
Duce fece a sua madre per rassicurarla rivelerebbe, secon-
do George L. Mosse, il “carattere di Mussolini, o almeno il
suo senso di gratitudine” ”. Diversamente da Mosse, De
Felice non aveva aneddoti da raccontare sul conto del dit-
tatore italiano, ma ha cercato di sondarne la personalità
nei vari volumi della sua biografia, un enorme lavoro scrit-
to con una Einfiihlung sempre crescente nel corso degli
anni. Poco prima della sua morte, De Felice ha pubblicato
un’opera fortemente controversa, Rosso e nero, nella quale
interpreta l’ultima tappa dell’itinerario di Mussolini, il suo
STORIA E MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMKÌA? 35

ruolo nella guerra civile italiana degli anni 1943-45. A suo


avviso, “Mussolini, piaccia 0 non piaccia, accettö il proget-
to di Hitler spinto da una motivazione patriottica: un vero
e proprio ‘sacrificio’ sull’altare della difesa dell’Italia” 5°.
Gli storici francesi hanno familiarità con questa tesi, un
tempo difesa da Robert Aron, che presentava il regime di
Vichy come uno “scudo” protettivo contro le sciagure di
un’occupazione totale del paese 57 (evitando cosi un desti-
no simile a quello della Polonia).
Gli storici del colonialismo fascista hanno portato alla
luce documenti che le vaste ricerche d’archivio di De Feli—
ce avevano ignorato. In essi, il dittatore italiano mostra un
altro aspetto del suo carattere, e forniscono un’altra tonali-
tà sia al suo senso di gratitudine che al suo spirito di sacri-
ficio. L’81uglio 1936, Mussolini telegrafava a Rodolfo Gra-
ziani, uno dei principali responsabili militari durante la
guerra d’Etiopia, una direttiva nella quale lo autorizzava
“ancora una volta a iniziare e condurre sistematicamente
la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le
popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decu—
plo non si sana la piaga in tempo utile” 38. Con notevole
devozione patriottica, Graziani non esitò a utilizzare le ar—
mi chimiche per venire a capo della resistenza etiopica, ed
è con gratitudine che Mussolini riconoscerà i suoi meriti,
tanto da nominarlo, nell’autunno del 1943, ministro della
Difesa della repubblica di Salò.
E attraverso lo spoglio di una moltitudine di documen-
ti di questo genere che alcuni ricercatori italiani hanno po-
tuto ricostruire la storia del genocidio fascista in Etiopia,
nel 1935-36. Ma il riconoscimento di questo genocidio re-
sta un’acquisizione (relativamente recente) esclusivamente
storiografica. Essa non ha mai veramente penetrato" la me—
moria collettiva degli italiani. Nel complesso, il ricordo
della guerra d’Etiopia rimane quello di un’avventura inge—
nua e innocente, ben riassunta dalle parole di una celebre
canzone dell’epoca che tutti conoscono, Faccetta nera, in-
36 II. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

farcita di stereotipi coloniali. Un insieme di circostanze


storiche (le crisi, le guerre e le dittature conosciute dall’E—
tiopia sino a oggi, cosi come l’esiguità dell’immigrazione
etiope in Italia, che non fu mai il luogo di formazione di
una élite intellettuale e politica africana) hanno impedito
chela voce delle vittime trovasse un posto nella narrazione
italiana di questo genocidio. Nonostante i suoi sforzi, la
storiografia non potrà mai colmare le lacune di una memo—
ria mutilata. Nel migliore dei casi, essa diventerà, come in
Germania, una storia nella quale vi saranno “crimini senza
vittime”, o vittime completamente anonime, senza identità
e senza volto. Noi non conosciamo il racconto della guerra
attraverso i compagni di Hailù Chebbedè, uno dei capi
della resistenza etiope; di lui conosciamo soltanto le foto—
grafie nelle quali la sua testa viene esibita come un trofeo
dai soldati italiani 59. Bisogna sperare che gli studi postco—
loniali arrivino presto a spezzare questa dialettica asfittica
tra storia e memoria.

Nella sua ultima opera, History. The Last Things Before


the Last, Siegfried Kracauer ricorre a due metafore per de-
finire lo storico. La prima, quella dell’ebreo errante, chia-
ma in causa la storiografia positivista. Come “Funes il me-
morioso”, l’eroe del celebre racconto di Borges, Assuero,
che ha attraversato i continenti e le epoche, non può di—
menticare nulla ed è condannato a spostarsi continuamen-
te, gravato del suo fardello di ricordi, memoria vivente del
passato di cui è custode infelice. Oggetto di compassione,
non incarna nessuna saggezza, nessuna memoria virtuosa o
edificante, ma soltanto un tempo cronologico omogeneo e
vuoto 6“. La seconda metafora, quella dell’esale — si potreb-
be dire anche dello straniero, secondo la definizione di
Georg Simmel — fa dello storico una figura dell’extraterri—
torialita. Come l’esule è lacerato tra due paesi, la patria e la
terra d’adozione, cosi lo storico è conteso tra il passato che
esplora e il presente in cui vive. È quindi obbligato ad ac-

:>
.,—
STORIA |". MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMICA? 37

quisire uno statuto “extraterritoriale”, in equilibrio tra il


passato e il presente“. Come l’esule è sempre un outsider
nel paese che lo accoglie, cosi lo storico è un intruso nel
passato. Ma come l’esule può acquisire familiarità con il
paese di residenza e portare su di esso uno sguardo critico,
al tempo stesso interno ed esterno, fatto insieme di adesio-
ne e di distanza, così lo storico può — non è la norma, ma
una possibilità — conoscere in profondità un’epoca passata
e ricostruirne i tratti con una chiarezza maggiore di quella
data ai contemporanei, in virtù di uno sguardo retrospetti—
vo. La sua arte consiste nel ridurre al minimo gli ostacoli
dovuti alla distanza e nello sfruttare al massimo i vantaggi
epistemologici che ne derivano.
In quanto “passatore” (Grenzgänger) extraterritoriale,
lo storico è debitore nei confronti della memoria, ma agi-
sce a sua volta su di essa, dal momento che contribuisce a
formarla e a orientarla. Proprio perché non vive rinchiuso
in una torre ma partecipa alla vita della società civile, egli
contribuisce alla formazione di una coscienza storica,
quindi di una memoria collettiva (plurale e inevitabilmente
conflittuale, che attraversa l’insieme del corpo sociale). In
altre parole, il suo lavoro contribuisce a modellare ciò che
Habermas chiama l’“uso pubblico della storia” "2. Si tratta
di una constatazione sulla quale non c’è bisogno d’insiste-
re: i dibattiti tedeschi, italiani e spagnoli sul passato fasci-
sta, i dibattiti francesi su Vichy e sul colonialismo, quelli
argentini e cileni sull’eredità delle dittature militari, i di-
battiti europei e americani sulla schiavitù la lista sarebbe

inesauribile —, superano ampiamente le frontiere della ri-


cerca storica. Invadono la sfera pubblica e chiamano in
causa il nostro presente.
Illibro di Ludmila da Silva Catela, No hahra’ flores en la
tuinha del pasado, dedicato al ricordo delle vittime della
dittatura militare argentina, è un buon esempio di ricerca
storica che fa della memoria il suo oggetto, pur inserendo—
si in un contesto sensibile dove, inevitabilmente, partecipa
38 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

a un uso pubblico della storia 63. Si tratta in primo luogo di


una storia orale, perché l’autrice ha condotto un’inchiesta
presso familiari (genitori, figli, fratelli e sorelle) dei desapa-
recidos di La Plata, città nella quale la repressione della
dittatura militare argentina è stata particolarmente feroce
ed estesa. E il racconto della loro paura, della loro speran—
za, dell’attesa, della rabbia, del coraggio, del bisogno di
agire, del loro senso di sollievo dopo ogni piccola azione
pubblica. Si tratta, poi, di una storia politica: come hanno
cominciato a organizzarsi, trovato la forza di agire pubbli-
camente, inventare nuove forme di lotta (di denuncia, di
controinformazione) e nuovi simboli (il panuelo, ecc.). Co-
me queste azioni rispondessero a un imperativo morale, a
un bisogno personale, e come esse abbiano dato origine a
un movimento politico con un forte impatto sull’insieme
della società civile. Come delle madri e a volte delle non-
ne, che erano sempre state delle casalinghe, siano diventa—
te dirigenti di un movimento della società civile contro la
dittatura militare. Accanto alla storia orale e a quella poli-
tica, c’è l’antropologia e la psicologia: uno studio sulla sof-
ferenza e sull’impossibilità del lutto a causa della sparizio—
ne. I familiari sanno che i desaparecidos sono morti, ma
non possono considerarli tali perché i loro corpi non sono
mai stati ritrovati; da qui la specificità, o meglio la creativi-
tà diuna memoria che accompagna questo lutto a un tem-
po impossibile e inesauribile (i cortei delle Madres, l’appa-
rizione dei panuelos, le fotografie degli scomparsi sulla
stampa, la pressione assillante sulle autorità, l’apertura de-
gli archivi, i processi, la ricerca dei corpi delle vittime, gli
escraches, cioè le denunce pubbliche, trasgressive e inso-
lenti, davanti alle case dei torturatori, ecc.). Una memoria
profondamente ancorata al presente, come dimostra la lot-
ta delle madri e degli hijos — i figli degli scomparsi — a so-
stegno dei picchetti dei disoccupati, perché la lotta dei pi-
queteros per la “dignità umana” continua quella dei loro
figli e dei loro genitori uccisi dalla dittatura. Ecco allora
STORIA. F. MEMORIA: UNA COPPIA ANTINOMICA? 39

un libro di storia fondato su un’empatia critica che ridà un


volto e una voce a coloro che la dittatura militare aveva vo-
luto cancellare senza lasciare tracce, esplorandone la me-
moria, attraverso i loro familiari, nell’Argentina di oggi.
2. ll tempo e la forza

Tempo storico e tempo della memoria

La storia e la memoria hanno loro proprie temporalità


che tendono costantemente a intrecciarsi, senza tuttavia
coincidere. La memoria possiede una temporalità qualita-
tiva che mette in discussione il continuum della storia.
Walter Benjamin ne ha dato un esempio nelle sue tesi “Sul
concetto di storia”. Nella tesi XV, egli evoca un episodio
della rivoluzione francese del luglio 1830: a sera, dopo gli
scontri, in molti quartieri di Parigi, simultaneamente, gli
insorti sparavano contro gli orologi, quasi volessero ferma—
re il tempo 1. La temporalità della rivoluzione — quella del
1789 aveva introdotto un nuovo calendario — non è quella
meccanica e vuota degli orologi, precisa Benjamin, ma
quella della “rammemorazione”, quella della rivoluzione
come atto che riscatta la memoria dei vinti. Commentando
le tesi di Benjamin, Michael Lòwy ricorda un’altra imma-
gine straordinariamente simile a quella degli insorti del
1830. E una fotografia più recente, porta la data dell’aprile
2000, che mostra alcuni indigeni mentre sparano all’orolo-
gio delle commemorazioni ufficiali del quinto centenario
della scoperta del Brasile? La memoria degli oppressi non
rinuncia a protestare contro il tempo lineare della storia.
IL TEMPO E LA FORZA 41

Essa presuppone, secondo Benjamin, “un presente che


non è passaggio, ma nel quale il tempo è in equilibrio ed è
giunto a un arresto” 3.
La storiografia esige un distanziamento, una separazio—
ne, a volte una rottura con il passato, quanto meno nella
coscienza dei contemporanei. Ciò costituisce una premessa
essenziale per procedere a una storicizzazione, cioè all’ado-
zione di una prospettiva storica nei confronti del passato.
Da questo punto di vista, le cesure simboliche (per esem—
pio, in Europa, 1914, 1917, 1933, 1945, 1968, 1989, ecc.)
sono più importati del semplice allontanamento temporale.
A questa distanza prodotta da una rottura corrisponde
normalmente l’accumulazione di determinate premesse
materiali della ricerca, tra cui, in primo luogo, la costituzio-
ne e l’apertura di archivi, privati e pubblici. Ma questa con-
dizione è secondaria e derivata. Age of Extremes di Eric J.
Hobsbawm o l’opera collettiva Le siècle des communismes
non sarebbero state concepibili prima della caduta del mu-
ro di Berlino e il crollo dell’Urss 4. Un lavoro pionieristico
come Le Bréviaire de la haine di Léon Poliakov (1951) — la
prima storia dell’Olocausto — presupponeva non soltanto
la fine della guerra e la caduta del nazismo, ma anche la
possibilità di consultare gli archivi del processo di Norim—
berga? Infine, per scrivere un libro di storia che non sia
soltanto un lavoro isolato di erudizione occcorre una do—
manda sociale, pubblica, e ciö rimanda all’intersezione del—
la ricerca storica con i percorsi della memoria collettiva. E
per questo che The Destruction of the European Jews di
Raul Hilberg ebbe un impatto molto limitato all’epoca del-
la sua prima edizione, nel 1960, per diventare invece un’o—
pera di riferimento a partire dagli anni Ottanta (’.
La memoria, dal canto suo, tende ad attraversare diver—
se tappe che si potrebbero descrivere, riprendendo il mo—
dello proposto da Henry Rousso nel suo libro Le syndrome
de Vichy, nel modo seguente: prima un evento importante,
un punto di svolta, spesso un trauma; poi una fase di rimo—
42 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

zione, che prima o poi satà seguita da una inevitabile


“anamnesi” (“il ritorno del rimosso”) e che può, a volte,
trasformarsi in ossessione della memoria? Nel caso del re-
gime di Vichy, questo schema corrisponde alla fine della
guerra e alla Liberazione, alla rimozione degli anni Cin-
quanta e Sessanta, all’anamnesi a partire dagli anni Settan-
ta, e infine all’ossessione attuale. Nel caso della Germania:
alla Schuldfrage di Jaspers nel 1945, alla rimozione dell’era
Adenauer, all’anamnesi a partire dal 1968 e, infine, a un
ossessione del passato che ha raggiunto il suo punto più al-
to con l’Hirtoriherstreit, l’affare Goldhagen, la polemica
Bubis—Walser e la mostra sui crimini della Wehrmacht del-
l’Institut für Sozialforschung di Amburgo.
Durante la fase di rimozione, la rivendicazione del “di—
ritto alla memoria” assume un’aspetto critico, se non di
una rivolta etico—politica contro un silenzio complice.
Quando il governo di Adenauer include tra i suoi ministri
alcuni ex nazisti, tra cui uno degli autori delle leggi di No-
rimberga come Hans Globke, Adorno considera l’espres—
sione allora di moda, “elaborazione del passato” (Vergan—
genheit Bewa'ltingung), come una mistificazione che mira a
“chiudere definitivamente col passato cancellandone pro-
babilmente la stessa memoria”. Parlare di riconciliazione
significa riabilitare i colpevoli, in u'n’epoca in cui “il per-
durare del nazionalsocialismo nella democrazia” appare ai
suoi occhi “potenzialmente più pericoloso della sopravvi-
venza di tendenze fasciste contro la democrazia” S. Jean
Amery rivendica il proprio “risentimento”, quando “il
tempo ha compiuto la sua opera, silenziosamente”, e “la
generazione degli annientatori” veglia tranquillamente,
circondata dal rispetto generale. In questo contesto, egli
conclude, è su di lui che “grava la colpa collettiva”, non su
di loro, “il mondo che perdona e dimentica” ”. Al contra—
rio, durante la fase dell’ossessione, come quella che attra—
versiamo oggi, il “dovere di memoria” tende a divenire
una formula retorica e conformista.
IL TEMPO E LA FORZA 43

La storiografia ha seguito grosso modo il percorso del-


la memoria. Non sarebbe difficile dismostrare che la pro-
duzione storica su Vichy e sul nazismo ha conosciuto uno
sviluppo nel periodo dell’anamnesi e raggiunto un apice
nella fase dell’ossessione. E stata alimentata da queste tap-
pe e, a sua volta, ha contribuito a costruirle. Basti pensare
alla Germania Federale, che oggi domina nel campo della
ricerca sul genocidio degli ebrei, mentre invece, negli anni
Cinquanta, i lavori pionieristici di Joseph Wulf e Léon
Poliakov erano trattati con diffidenza come “non scientifi—
ci” 10. Ma questa corrispondenza non e lineare: le tempora-
lità della storia e della memoria possono anche entrare in
collisione tra loro, in una sorta di “non-contemporaneità”
o di “discordanza dei tempi” (la Ungleichzeitigheit teoriz-
zata da Ernst Bloch H).
Gli esempi di coesistenza di temporalità diverse sono
innumerevoli. La letteratura, il cinema e un’immensa pro-
duzione sociologica hanno analizzato il conflitto fra tradi—
zione e modernità, che, soprattutto nelle grandi città, assu-
me la forma di uno scontro generazionale tra padri immi-
grati e figli nati nei paesi di residenza. Gli ebrei polacchi di
New York descritti da Isaac Bashevis Singer, i pakistani di
Londra raccontati da Hanif Kureishi, gli italo-americani
rappresentati da Martin Scorsese nei suoi primi film, con—
trappongono all’interno di una stessa famiglia visioni del
mondo e modi di vita distinti che rimandano a percezioni
del tempo e a memorie molto diverse, a volte incompatibi-
li. Gli zapatisti del Chiapas fanno coabitare il tempo cicli—
co delle comunità indigene con un progetto politico di li-
berazione che si inscrive in una narrazione marxista della
modernità (anche se priva delle mitologie progressiste) e
nel “presente perpetuo” del mondo contemporaneo, quel-
lo della globalizzazione neoliberale che essi combattono 12
Un esempio significativo e paradossale di discordanza
dei tempi, di collisione tra lo sguardo storico e la memoria
collettiva, è dato dalla ricezione del saggio di Hannah
44 Il. PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

Arendt sul processo Eichmann a Gerusalemme, il cui sot-


totitolo, la “banalità del male”, suscitò scandalo ”. Questo
processo costituì appunto una svolta che mise fine a un
lungo periodo di occultamento e oblio del genocidio
ebraico, avviando la fase dell’anamnesi. Per la prima volta
lo sterminio degli ebrei diventava un tema di riflessione
per l’opinione pubblica internazionale, ben al di là del
mondo ebraico. Fu anche un momento catartico di libera—
zione della parola, poiché un gran numero di sopravvissuti
si presentò al processo per testimoniare. E proprio nel mo—
mento in cui il mondo intero prendeva conoscenza delle
dimensioni del genocidio ebraico, che appariva ormai co-
me un crimine mostruoso e senza precedenti, Hannah
Arendt fissava il suo sguardo su Eichmann, un tipico rap-
presentante della burocrazia tedesca che incarnava ai suoi
occhi la “banalità del male”. Arendt, i cui scritti degli anni
Quaranta provano che fu tra i _primi, in un mondo cieco, a
capire cosa significasse questo crimine, non rivolgeva più
la sua attenzione alle vittime, ma ai carnefici. Essa adottava
quella che Raul Hilberg, molto tempo dopo, avrebbe defi-
nito la “prospettiva dell’esecutore” “, un esecutore che fi—
nalmente poteva guardare in faccia, in carne e ossa. Adot-
tando questa prospettiva si trovava di fronte a un crimine
mostruoso perpetrato da individui che non erano dei mo—
stri abitati dall’odio e dal fanatismo, ma persone comuni,
banali burocrati. Gli osservatori e i commentatori del pro—
cesso, al contrario, avevano adottato un’altra prospettiva,
quella della memoria dei sopravvissuti che rivivevano la lo—
ro sofferenza nel presente. La ferita era ancora aperta, era
soltanto stata nascosta e ora appariva alla luce del sole. La
loro attenzione era calamitata dalle testimonianze dram—
matiche fornite al processo dai sopravvissuti, di fronte ai
quali Eichmann non era più che un simbolo. In tali circo-
stanze, la banalità del male evocata dalla Arendet non
sembrò un concetto utile a cogliere i movimenti e le cate—
gorie mentali degli esecutori ma, molto semplicemente, un
IL TEMPO E LA FORZA 45

tentativo di banalizzare un crimine tra i più orrendi della


storia dell’umanità ”.
Lo schema di Rousso, tuttavia, è passibile di numerose
varianti. In Turchia, per esempio, la memoria e la storia
del genocidio degli armeni non hanno mai potuto essere
elaborate né scritte nello spazio pubblico. Si sono costitui-
te altrove, nella diaspora e nell’esilio, con tutte le conse—
guenze che questo comporta ”’. Da un lato, la memoria è
stata eretta non solo contro l’oblio ma soprattutto contro
un regime politico che nasconde e nega il crimine nel pre—
sente; dall’altro, la scrittura della storia è stata intralciata,
perché l’occultamento passa attraverso la chiusura degli
archivi e la moltiplicazione degli ostacoli alla ricerca”. Ma
la rimozione si può perpetuare anche sotto altre forme. La
memoria dello stalinismo è profondamente eterogenea,
perché è a un tempo memoria della rivoluzione e del Gu-
lag, della “grande guerra patriottica” e dell’oppresione bu-
rocratica. Essa ha accompagnato, per lunghi decenni, un
regime al potere. In questo contesto, la sua espressione
pubblica appariva come una forma di lotta — cosi furono
considerati i libri di Gustav Herling, di Aleksander Solze-
nicyn, Vassili Grossman e Varlam Chalamov — contro un
regime che non si poteva né catalogare nel passato né met-
tere a distanza. Oggi, a dieci anni dalla caduta dell’Urss,
questa memoria è soffocata. Il processo di integrazione del
ricordo dello stalinismo nella coscienza collettiva è iniziato
nel corso degli anni Ottanta, sotto Gorbaciov, quando co-
minciarono a moltiplicarsi le associazioni di ex deportati e
le richieste di riabilitazione delle vittime. Questo movi-
mento è stato bruscamente interrotto durante la presiden—
za di Eltsin, che ha segnato un punto di svolta. L’elabora—
zione del lutto e l’appropriazione di un passato rimosso
hanno lasciato il posto a una pesante riabilitazione della
tradizione nazionale. Alla vergogna legata alla presa di co-
scienza di ciò che fu lo stalinismo si è sostituito l’orgoglio
per il passato russo (al quale appartengono sia gli zar che
46 ll, PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

Stalin) '“. Un fenomeno analogo caratterizza i paesi dell’ex


impero sovietico, dove l’introduzione dell’economia di
mercato e l’emergere di nuovi nazionalismi ha completa-
mente emarginato il ricordo delle lotte per un “socialismo
dal volto umano”. In Italia, dove l’antifascismo è stato il
pilastro delle istituzioni repubblicane nate alla fine della
Seconda guerra mondiale, l’interpretazione storica del fa-
scismo è stata per una buona trentina d’anni indissociabile
dalla sua condanna etica e politica. A partire dalla fine de-
gli anni Settanta è iniziata una nuova lettura del passato,
molto più preoccupata di mettere in luce il consenso sul
quale si fondava il regime di Mussolini e, allo stesso tem—
po, fermamente decisa a emanciparsi dai vincoli della tra—
dizione antifascista. Durante gli anni Novanta, questa
svolta storiografica si è accentuata con la fine dei partiti
che avevano creato la repubblica (il Partito comunista, la
Democrazia cristiana e il Partito socialista) e la legittima-
zione degli eredi del fascismo come forza di governo (l’at—
tuale Alleanza nazionale). Questo mutamento è stato ac-
compagnato da un ritorno del rimosso (il fascismo) nello
spazio pubblico, dagli effetti inattesi e paradossali. Da un
lato, si è tradotto nella fine dell’oblio delle vittime del ge-
nocidio ebraico (in precedenza sacrificare sull’altare della
guerra di liberazione nazionale, nella quale tuttii deporta—
ti diventavano automaticamente dei martiri della patria, e
dunque dei deportati politici) e, dall’altro, nella riabilita-
zione del fascismo, cioè dei loro persecutori. La crisi dei
partiti e delle istituzioni che incarnavano la memoria anti-
fascista ha creato le condizioni per l’emergere di un’altra
memoria, fino a quel momento silenziosa e stigmatizzata.
Il fascismo è ora rivendicato come un pezzo di storia na-
zionale, l’antifascismo respinto come una posizione ideo-
logica “antinazionale” (l’8 settembre 1943, data della fir—
ma dell’armistizio e dell’inizio della guerra civile, è stato
presentato come il simbolo della “morte della patria” 19). Il
risultato è stato, nell’autunno del 2001, un discorso uffi-
IL- ’J_'_|-'.MPO |_:LA FORZA. 47

ciale del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciam-


pi, teso a commemorare indiscriminatamente “tutte” le
vittime della guerra, cioè ebrei, soldati, resistenti e milizia-
ni fascisti, ormai soprannominati affetuosamente “i ragazzi
di Salò” 2°. In altre parole, una commemorazione congiun-
ta di coloro che sono morti nelle camere a gas e di coloro
che li hanno perseguitati, arrestati e deportati. Come se,
nel rendere omaggio alla loro memoria, lo Stato non do-
vesse pronunciarsi sui valori e le motivazioni dei loro atti,
o peggio, come se potesse mettere sullo stesso piano car—
nefici e vittime, oggetti di memorie “simmetriche e com-
parabili” 21.
In questa prospettiva, l’istituzione per decreto gover—
nativo di una “giornata della memoria” (27 gennaio) per
commemorare le vittime della Shoah è stata logicamente
seguita da altre due: la “giornata del ricordo” (10 feb—
braio) e la “giornata della libertà” (9 novembre). La prima
vuole ricordare gli italiani cacciati dall’Istria nel 1947, sul-
la base di un trattato internazionale, e quelli che sono stati
uccisi dalla resistenza jugoslava tra il 1943 e il 1945, getta—
ti nei crepacci delle montagne che sormontano Trieste
(foibe). La seconda giornata celebra il ricordo delle vitti—
me del comunismo, che hanno simbolicamente ritrovato
la libertà il giorno della caduta del muro di Berlino. La
simmetria antitotalitaria è ora perfetta, anche se la sua
conseguenza, come ci ricorda giustamente Claudio Ma-
gris, consiste nel trasformare l’uguaglianza delle vittime —
tutte degne di memoria e di pietà — in “eguaglianza delle
cause per le quali esse sono morte” 22, mescolando crimini
di natura completamente diversa. Ma questa simmetria
antitotalitaria coincide ora con una dissimetria della me-
moria nazionale, che conserva il ricordo delle vittime ita—
liane della resistenza titina, ma dimentica tranquillamente
le vittime jugoslave dell’occupazione italiana, la cui violen—
za ha spesso assunto tratti simili a quella dei nazisti sul
fronte orientale 23. E scontato poi che le vittime del colo-
48 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

nialismo italiano sfuggano a questa logica della memoria


antitotalitaria.
In Spagna, il ricordo della Guerra civile è stato espro-
priato e strumentalizzato dalla propaganda del regime
franchista che, per trentacinque anni, ha organizzato la
cancellazione delle tracce della sua violenza, stigmatizzan—
do invece quella dei repubblicani. Alla morte del dittatore,
nel 1975, la scelta di una transizione pacifica verso la de—
mocrazia nel quadro delle istituzioni monarchiche è stata
accettata dall’insieme delle forze politiche, sia di destra
che di sinistra, che condividevano la preoccupazione di
evitare una nuova guerra civile (il che prova come, anche
se sotterraneo, il suo ricordo restasse particolarmente vi-
vo) 2“. Ma, contrariamente al Sudafrica degli anni Novanta
dove, grazie al lavoro della commissione “Verità e giusti-
zia”, la transizione pacifica alla democrazia post-apartheid
ha potuto accompagnarsi a un riconoscimento della verità
e a un’elaborazione del lutto, la Spagna ha scelto una
transizione amnesica, con il risultato di prolungare la ri-
mozione ufficiale per più di una generazione. E solo a par-
tire dalla fine degli anni Novanta che la memoria della
guerra civile è tornata in primo piano. Mentre la storiogra-
fia rivolge la propria attenzione alla violenza del regime
franchista ristabilendo una contabilità delle vittime fino a
quel momento lacunosa 25, 0 ad altri fenomeni in prece-
denza ignorati come l’esilio repubblicano 26, nella società
civile inizia un’elaborazione del lutto delle vittime della
dittatura che l’amnistia ele forme politiche della transizio—
ne democratica avevano reso impossibile. Si riesumano le
salme di migliaia di militanti repubblicani, anarchici 0 co—
munisti che erano stati fucilati in modo sommario, senza
processi, senza constatarne il decesso, e dunque rimasti
senza sepoltura legale, fuori dai cimiteri. Il lutto clandesti-
no dei famigliari ha potuto finalmente diventare pubblico,
determinando un’anamnesi collettiva e suscitando un va-
sto dibattito sul rapporto della Spagna contemporanea
IL TEIVLPO E LA FORZA 49

con il suo passato ”. In questo contesto sorge la tentazione


illusoria e mistificatrice di una memoria riconciliata super
partes, ben illustrata dalla decisione governativa, nell’otto-
bre 2004, di far sfilare assieme, durante una festa naziona-
le, un anziano esule repubblicano e un ex membro della
Division Azul che Franco aveva inviato in Russia nel 1941
per combattere a fianco delle armate tedesche. E sorge an-
che un inevitabile dibattito sul destino degli innumerevoli
monumenti eretti in onore del Caudillo che decorano le
città e i paesi spagnoli: bisogna conservarli come luoghi di
memoria (una memoria che, per una parte della società, si
tinge di nostalgia)? Oppure demolirli, come hanno fatto
tutti i paesi dell’Europa centrale al momento della caduta
dei dittatori stalinisti, con un gesto emancipatore che sa-
rebbe ora piuttosto (troppo) tardivo? Dopo una dozzina
d’anni questi dibattiti irnperversano in Spagna, paese in
cui la memoria è lungi dall’essere tranquilla.
In Argentina, invece, la memoria dei crimini della dit—
tatura militare ha cominciato a manifestarsi sulla scena
pubblica prima della fine della dittatura stessa, contri—
buendo fortemente a isolarla e a delegittimarla (si può par—
lare di “memoria” perché i cortei con le foto degli scom-
parsi erano già delle forme di commemorazione). A causa
delle modalità proprie della criminalità del regime — la
scomparsa di decine di migliaia di persone i cui corpi non
sono mai stati ritrovati —, la fase del lutto e dell’afflizione si
è prolungata, non vi è stato oblio. Nello stesso tempo, per
le forme assunte dalla transizione verso la democrazia,
senza rottura radicale, senza vera epurazione delle istitu—
zioni militari, con qualche processo seguito da leggi di am—
nistia che hanno dato luogo all’impunità dei carnefici, la
memoria non ha fatto posto alla storia”. La dittatura mili-
tare non è crollata come il fascismo in Europa nel 1945, si
è soltanto ritirata discretamente dalla scena. In breve, non
si è potuta stabilire una distanza nei confronti del passato:
c’è stato un allontanamento cronologico, ma non una sepa—
50 IL PASSA'I'O: ISTRUZIONI PER L’USO

razione segnata da forti rotture simboliche. Siamo qui di


fronte a ciò che Dan Diner ha chiamato un. “tempo com—
presso” (gestaute Zeit) che rifiuta di darsi come passato 2".
Una delle condizioni fondamentali per la nascita di una
storiografia delle dittature del Cono Sud, della cilena co-
me dell’argentina, rimane assente.
Tutto questo ci riporta ancora una volta a Israele. Se il
processo Eichmann è un esempio di collisione tra memo-
ria e scrittura della storia, l’itinerario del sionismo offre al—
tri esempi di incontro (tardivo) tra le due. È il caso della
rilettura della guerra del 1948 da parte dei “nuovi storici”
israeliani (Benny Morris, Ilan Pappe e altri). A partire da
una ricerca d’archivio — ma ignorando la storiografia pale-
stinese e le testimonianze dei profughi —, questi storici
hanno radicalmente rimesso in discussione l’antico mito
sionista della “fuga” palestinese e presentato la guerra del
1948 se non come una espulsione pianificata, per lo meno
come un conflitto che, di fatto, è diventato l’occasione per
realizzare il progetto sionista di uno Stato ebraico senza
arahi. Alcuni, come Ilan Pappc, hanno scorto in questa
guerra i tratti di una campagna di epurazione etnica. Que—
sta storiografia conferma i racconti della Nahhah (la “ cata—
strofe”), il ricordo dell’esodo trasmesso dalla memoria dei
profughi e ricostruito da una storiografia palestinese nata
in esilio sotto l’impatto del trauma”. Questa memoria e
questa scrittura della storia erano rimaste fino ad oggi rele-
gate al mondo arabo, scontrandosi cosi sia con il racconto
sionista (la storia come epopea nazionale ebraica), sia con
la coscienza storica del mondo occidentale. Poiché lo Sta—
to di Israele è stato creato come atto di riparazione in se—
guito al genocidio subito dagli ebrei in Europa, era diffici-
le ammettere chela sua nascita avesse coinciso con un atto
di oppressione. Questa convergenza tra il racconto palesti—
nese della Nalehah ela revisione del racconto della “guerra
di liberazione” da parte della storiografia ebraica è la pre—
messa indispensabile perché due memorie possano un
JI. T_I'ZMPO li LA FORZA 51

giorno coesistere in uno spazio comune (nella forma di


due Stati, di una federazione o di uno Stato binazionale).
Si avrebbe così una convergenza tra il “tempo compresso”
della memoria palestinese — la Nahhah come eterno pte-
sente — e un’anamnesi israeliana, sollecitata dal lavoro de-
gli storici.

Memorie "forti ” e memorie "deboli”

La sola differenza tra una lingua e un dialetto, dice un


aforisma diffuso tra i popoli minoritari, sta nel fatto che la
lingua è protetta dalla polizia e il dialetto no. Si potrebbe
estendere questa constatazione alla memoria. Vi sono me-
morie ufficiali, istituzionalizzate, protette dagli Stati, e me-
morie sotterranee, nascoste o perseguitate. La “visibilità”
e il riconoscimento di una memoria dipendono anche dal—
la forza di coloro che la portano. In altre parole, vi sono
memorie “forti” e memorie “deboli”. In Turchia, la me-
moria armena continua a essere vietata e repressa. In Ame-
rica latina, la memoria indigena si è espressa durante le ce-
lebrazioni del quinto centenario della scoperta del conti-
nente come una memoria antagonista, direttamente oppo—
sta alla memoria ufficiale degli Stati nati dalla colonizza-
zione e dal genocidio. Forza e riconoscimento non sono
dati fissi e immutabili, si trasformano, consolidano o affie—
voliscono, contribuendo a ridefinire in permanenza lo sta—
tuto della memoria. La memoria comunista è stata forte,
settaria e arrogante, in un’epoca in cui l’Urss era una gran—
de potenza e il movimento operaio disponeva di una forza
sociale e politica considerevole. Oggi, sembra ricaduta
nella clandestinità. Si perpetua come ricordo di una comu-
nità di vinti, stigmatizzata se non apertamente criminaliz-
zata dal discorso dominante. La memoria armena resta de—
bole, perché i suoi negatori dispongono di uno Stato rico-
nosciuto sul piano internazionale, al quale gli altri Stati
52 II.. PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

spesso preferiscono non ricordare il passato per ragioni di


convenienza economica o geopolitica. La memoria omo-
sessuale comincia appena a esprimersi pubblicamente. Per
decenni, le associazioni. che rappresentano gli omosessuali
deportati nei campi di concentramento nazisti sono state
espulse manu militari dalle celebrazioni ufficiali, come
portatori di un ricordo che la doxa conformista impediva
di evocare. Le leggi che avevano permesso la loro deporta-
zione — il paragrafo 75 del codice penale della repubblica
di Weimar — furono abrogate molto tardivamente nel do—
poguerra, quando gli altri ex deportati erano già stati in—
dennizzati.

La memoria della Shoah, il cui statuto è oggi cosi uni-


versale da fungere da religione civile del mondo occidenta-
le, illustra bene questo passaggio da una memoria debole a
una memoria forte. Lo storico americano Peter Novick ha
studiato questa trasformazione all’interno della società
americana “, individuando quattro tappe fondamentali.
Innanzitutto gli anni della guerra, quando per gli Stati
Uniti il nemico principale era il Giappone. In quel mo-
mento la preoccupazione maggiore di Roosevelt era di evi—
tare che l’intervento americano in Europa potesse appari-
re come “una guerra per gli ebrei”. Durante questo perio—
do, lo sterminio degli ebrei non fu mai l’oggetto di un’at-
tenzione particolare, e il paese non era affatto ossessionato
dal rimorso di non aver potuto o voluto impedire questo
crimine. Gli ebrei non mostravano all’epoca una maggiore
consapevolezza o sensibilità riguardo agli avvenimenti tra-
gici del vecchio mondo rispetto agli altri cittadini america-
ni; alla fine del conflitto, essi erano piuttosto fieri del loro
paese che aveva contribuito alla disfatta del nazismo. Nel
corso del secondo periodo — gli anni Cinquanta e la prima
metà dei Sessanta — il genocidio degli ebrei sarà assente
dallo spazio pubblico. Il ricordo dell’Olocausto e le esi—
genze della lotta contro il “totalitarismo” non andavano
IL TEMPO If. LA FORZA 53

d’accordo tra loro. Nel momento in cui la guerra fredda


faceva dell’Urss il nemico totalitario contro il quale dove-
vano essere dispiegate tutte le energie del “mondo libero”,
il ricordo dei crimini nazisti rischiava di disorientare l’opi—
nione pubblica e di ostacolare la nuova alleanza con la Re—
pubblica Federale Tedesca. Gli ebrei americani erano so-
spettati di simpatia per il comunismo — Julius e Ethel Ro-
senberg furono tra i pochi a parlare di Auschwitz nell’A-
merica degli anni Cinquanta, all’epoca del processo che li
condannò a morte — e le istituzioni ebraiche si opponeva-

no all’erezione di monumenti o siti commemorativi del


massacro hitleriano. Era il tempo della valorizzazione de-
gli eroi e dell’esibizione della forza come virtù nazionale;
gli ebrei americani volevano identificarsi (e integrarsi) con
questa America liberatrice e, soprattutto, non apparire co—
me una comunità di vittime.
La transizione inizia, scondo Novick, nel corso degli
anni Sessanta. Innanzitutto con il processo Eichmann, che
fu la prima apparizione pubblica della memoria dell’Olo-
causto. Poi, con la guerra dei Sei giorni, nel 1967, punto di
svolta dopo il quale il termine “Olocausto”, fino a quel
momento poco usato per definire il genocidio degli ebrei,
entrò nel lessico corrente. Questa guerra produsse una
frattura singolare, che persiste ancora oggi: una larga parte
degli ebrei della diaspora percepiva questo conflitto come
la minaccia di un nuovo antisemitismo, mentre l’opinione
pubblica araba considerava Israele come un potere neoco-
loniale. Da allora, la memoria di Auschwitz resterà intima-
mente intrecciata all’evoluzione del conflitto israelo-arabo,
con tutti i cortocircuiti ideologici e gli usi politici che ne
derivano. Qui risiede una delle fonti del negazionismo dif—
fuso nel mondo arabo, la cui cultura è estranea alla storia
dell’antisemitismo europeo. Per una parte dell’opinione
pubblica araba, la Shoah sarebbe un “mito” ebraico utiliz-
zato, se non costruito, per legittimare una politica di op-
pressione dei palestinesi. Israele, invecc, tende a guardare
54 IL PASSATO: ISTRIIZKJNI PER L'USO

il rifiuto arabo attraverso il prisma della Shoah, a tal punto


che i responsabili di Tsahal avevano l’abitudine di chiama-
re i confini del 1967 “la frontiera di Auschwitz” 32. Per gli
uni, la nascita di Israele è il simbolo di una resurrezione,
per gli altri di una catastrofe, la Nan/Jah: ecco uno scontro
violento tra memorie che non riescono a trovare la via di
un dialogo.
Nel 1982, indignato per i crimini commessi durante
l’occupazione israeliana del Libano, il direttore dell’Istitu—
to di storia delle scienze dell’università di Tel-Aviv, Yehu-
da Elkana, sopravvissuto di Auschwitz, pubblicava nel
quotidiano “Haaretz” un articolo provocatorio nel quale
prescriveva ai suoi concittadini le virtù dell’oblio: “Noi...
dobbiamo dimenticare”. Bisogna costruire il futuro, egli
scriveva, e non “occuparsi da mattina a sera di simboli, ce—
rimonie e insegnamenti dell’Olocausto. Il giogo della me—
moria deve essere estirpato dalla nostra vita” ”. Egli risco—
priva così le virtù civiche dell’oblio, che gli antichi greci
avevano prescritto come una politica di riconciliazione,
nel 406 a.C., dopo l’oligarchia dei Trenta Tiranni “. Il sen-
so della riflessione di Elkana è chiaro: se l’oblio è colpevo—
le, trattandosi dei persecutori e di coloro che ne hanno
raccolto l’eredità, la memoria non è sempre virtuosa @ può
essere anche fonte di abusi da parte delle vittime.
L’ultima fase si è aperta con la diffusione della serie te—
levisiva Holocaust (1978), che ha avuto un forte impatto sia
negli Stati Uniti che in Europa (e in particolare in Germa-
nia). Il genocidio ebraico è diventato un prisma di lettura
del passato e un elemento essenziale di definizione sia della
coscienza storica occidentale, sia soprattutto dell’identità
ebraica. Oggi è diventato un campo di ricerca scientifica e
di insegnamento (gli Holocaust Studies sono ormai una ve—
ra e propria disciplina nelle università), di commemorazio-
ne pubblica (con la creazione di monumenti, memoriali,
musei, cerimonie ufficiali) e anche di reificazione commer—
ciale per i media e per l’industria culturale (Hollywood).
IL 'I'EMPO E LA FOR/.A 55

L’Olocausto ha conosciuto allora, sottolinea Novick, un


processo di americanizzazione, in altre parole è entrato nel—
la coscienza storica degli Stati Uniti, e di sacralizzazione, fi-
no a trasformarsi in una sorta di religione civile accompa-
gnata dai suoi dogmi (il suo carattre unico e incomparabi-
le) e incarnata dai suoi “santi secolari” (i sopravvissuti eret-
ti a icone viventi). La costruzione di questa memoria uffi-
ciale si inscrive in un contesto culturale segnato dall’ab—
bandono, presso gli ebrei americani, dell’ethos integrazio—
nista degli anni Cinquanta e Sessanta a favore di un nuovo
ethos particolarista. La formula di Wiesel — I’Olocausto co—
me evento insieme unico e universale — riassume bene que-
sta americanizzazione dell’Olocausto e allo stesso tempo la
sua trasformazione in pilastro dell’identità etnico-culturale
ebraico-americana. Questa identificazione con le vittime,
spiega Novick, è resa possibile dalla forza degli ebrei in se-
no alla società americana, vale a dire dalla loro profonda
integrazione nelle sue istituzioni economiche, politiche e
soprattutto culturali. Da cui il suo scetticismo: la sacraliz-
zazione dell’Olocausto èuna cattiva politica della memo-
ria. Se il riconoscimento del carattere unico del genocidio
degli ebrei, sottolinea ancora, ha svolto un ruolo importan-
te per la formazione della coscienza storica europea, negli
Stati Uniti esso favorisce invece una “evasione dalla re-
sponsabilità morale e politica” ”. Si arriva cosi al paradosso
della creazione di un museo federale dell’Olocausto, dedi-
cato a una tragedia consumata in Europa, quando nulla di
paragonabile esiste per due esperienze fondatrici della sto-
ria americana: il genocidio degli indiani e la schiavitù dei
neri. E mentre si inaugurava il museo dell’Olocausto, nel
1995, le Poste emettevano un francobollo che celebrava
l’anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e
Nagasaki come l’evento fausto che aveva messo fine alla
Seconda guerra mondiale 3°. Nella sua ultima opera, Da-
vanti al dolore degli altri, Susan Sontag ha puntato il dito
su questo uso fortemente selettivo della memoria. L’Olo-
56 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

causto, essa scrive, è stato “nazionalizzato” e trasformato


in veicolo di una politica della memoria singolarmente di-
mentica dei crimini nei quali l’America non ha svolto il
ruolo del liberatore ma piuttosto quello del persecutore.
“Istituire un museo che racconti quel grande crimine che è
stata la schiavitù africana negli Stati Uniti sarebbe come ri-
conoscere che il male era qui. Gli americani preferiscono
invece immaginare il male che era là, e da cui gli Stati Uni-
ti una nazione unica, la sola che nel corso della sua intera

storia non ha avuto leader di provata malvagità — sono
esenti. Il fatto che questo paese, come ogni altro, abbia un
tragico passato non si accorda con la fiducia fondante, e
tuttora onnipotente, nell’eccezionalità americana” ”. Negli
Stati Uniti, aggiunge Novick, “la memoria dell’Olocausto è
cosi banale, cosi inconseguente, neppure una vera memo-
ria, proprio perché è consensuale, slegata dalle divisioni
reali della società americana, apolitica” 38. Novick non è il
primo a fare questa constatazione. Dieci anni fa, Arno J.
Mayer denunciava un “culto del ricordo” presto trasfor-
mato in “settarismo esagerato”, grazie al quale il massacro
degli ebrei veniva staccato dalle circostanze storiche del
tutto profane che l’avevano generato per essere isolato in
una memoria sacralizzata, “da cui non è permesso deviare
e che si sottrae al pensiero critico e contestuale” ”.
Le manifestazioni esteriori di questa memoria forte ri—
cordano il narcisismo compassionevole denunciato da Gil-
bert Achcar a proposito del rituale commemorativo delle
vittime dell’11 settembre 2001 (iniziato già un mese dopo
l’attentato e ossessivamente mediatizzato su scala interna-
zionale) 40. Una volta che le vittime sono incorporate nel
suo immaginario, nella sua coscienza, nella sua memoria, e
trasformate cosi in elementi costitutivi della sua identità,
l’Occidente si autocelebra commemorandole. Ciò non sa-
rebbe stato possibile subito dopo la guerra, quando le vit-
time dell’Olocausto, lungi dall’apparire come dei rappre-
sentanti tipici del mondo occidentale, erano percepite in-
II. 'I'IîMPO E LA FORZA 57

nanzitutto come degli “ebrei dell’Est”, incarnazione di


una alterità negativa e mal tollerata all’interno delle diver—
se comunità nazionali. Il silenzio della cultura occidentale
su Auschwitz nel 1945 si inscrive nella stessa logica che
presiede all’indifferenza o alla fredda compassione con la
quale, nei nostri giorni, essa guarda alle vittime delle sue
guerre “unamitarie”.
Un contro-esempio di “memoria forte” merita tuttavia
di essere menzionato. L’impressionante’ “Memoriale agli
ebrei d’Europa assassinati” (Den/emal fiir die ermordeten
Juden Europas), inaugurato nel maggio 2005 a Berlino, ri-
vela un uso pubblico del passato assai diverso da quello
denunciato negli Stati Uniti da Peter Novick e Susan Son—
tag. Eretto nel cuore della capitale tedesca, a fianco alla
porta di Brandeburgo, tra il Reichstag e la Potsdamer
Platz, questo gigantesco monumento sobrio e freddo rico-
pre uno spazio di quasi 20 mila metri quadrati con mi-
gliaia di steli in cemento di altezza irregolare“. Il suo ar-
chitetto, l’americano Peter Eisenman, non ha voluto con-
ferire alla sua opera una simbologia esplicita, lasciando il
pubblico libero di dare la sua interpretazione. Ipareri 50-
no molto diversi: alcuni vi hanno visto un cimitero, altri
un labirinto, un campo di grano, un mare, altri ancora una
spaventosa caricatura dell’architettura totalitaria del Terzo
Reich o il trionfo dell’“ornamento della massa” (nel senso
indicato da Kracauer) in una immensa costruzione senza
contenuto. Sulla scia di Regine Robin, lo si potrebbe con—
cepire come una di quelle “costruzioni sconcertanti” la —

città di Berlino ne ospita diverse — che “trasmettono qual-


cosa del passato nella sua illeggihilita, non nella sua ine—
splicahilita” 42. Questo monumento è il risultato di un in—
tenso dibattito intellettuale e politico che si è svolto per
più di dieci anni in seno alla società civile e al Bundestag.
Accompagnato da un centro di documentazione, questo
memoriale unico nel suo genere svolge diverse funzioni: è
a un tempo un monumento al ricordo degli ebrei stermi-
58 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

nati (che non manca di ricordare le altre vittime del nazi-


smo) e un monumento di ammonimento nei confronti del—
la nazione tedesca. In altre parole, un atto di pietà perle
vittime e un ricordo del crimine rivolto alla nazione che ha
generato i suoi responsabili e che ne ha ricevuto l’eredità.
Alcuni, come lo scrittore Martin Walser, vi hanno visto un
inaccettabile “monumento alla vergogna” (Schandmal); al—
tri, come il filosofo Jürgen Habermas, la prova che la Ger—
mania ha integrato Auschwitz nella sua coscienza storica.
In un certo senso, questo monumento ha raggiunto il suo
scopo ancora prima di vedere la luce, se si considerano i
dibattiti appassionati che ha suscitato. Esso testimonia an—
che delle trasformazioni che hanno fatto della Shoah una
memoria forte, alla fine di una controversia che non esclu-
deva, all’inizio, altre opzioni. Tra la proposta di Helmut
Kohl, cancelliere al momento in cui la discussione è inizia—
ta, che auspicava un monumento a “tutte le vittime della
guerra e della tirannia”, e la scelta finale di un Holocaust
Denkmal, la distanza è grande. Il progetto di Kohl mirava
a stemperare i crimini nazisti in una commemorazione ge-
nerale delle vittime della guerra includendo gli ebrei, i ci—
vili e i soldati tedeschi, le vittime di un genocidio e quelle
dei bombardamenti alleati, i deportati e i loro persecutori
caduti nel conflitto. Qualche anno prima, il cancelliere
Kohl si era distinto perla sua visita, in compagnia del pre-
sidente americano Ronald Reagan, al cimitero militare di
Bitburg dove sono seppellite numerose SS. Subito dopo la
riunificazione, era riuscito a raccogliere l’adesione della
Spd alla sua posizione inaugurando a Berlino, nel 1993, un
nuovo memoriale della Germania federale (Zentrale Ce-
denkstätte der Bundesrepublik Deutschlands). Accolto nella
Neue Wache, eretta nel cuore di Berlino all’inizio del XIX
secolo dall’architetto Karl Friedrich Schinkel, questo mo-
numento è stato, per due secoli, interprete fedele delle po—
litiche della memoria dei diversi regimi che si sono succe-
duti in Germania. Nato come luogo di ricordo dei patrioti
IL TEMPO |". [..A FORZA 59

caduti contro l’oppressione napoleonica, si è trasformato


durante la repubblica di Weimar in monumento ai morti
della Grande guerra, e poi, nella Rdt, in memoriale dedica—
to alle vittime del fascismo. Con la sua pietà scolpita da
Käte Kollwitz tra le due guerre, esso commemora ormai
tuttte le “vittime” della Seconda guerra mondiale (la paro-
la tedesca Opfer indica allo stesso tempo le vittime inno—
centi e i martiri) 43. E del tutto evidente che I’Holocausi
Denkmal rappresenta una rottura rispetto a questa memo-
ria ambigua ed esplicitamente apologetica. Tuttavia, la
scelta. finale di un memoriale dell’Olocausto (e non di tutte
le vittime del nazismo) si espone al richio che minaccia
ogni memoria “forte”: quello di schiacciare le memorie più
deboli. Dallo storico Reinhart Koselleck allo scrittore
Günter Grass, passando per il filosofo Micha Brumlik, nu—
merose personalità hanno criticato il carattere ebreocentri—
co di questo monumento. “Accettare un monumento
esclusivamente per gli ebrei scrive Koselleck — significa

legittimare una gerarchia fondata sul numero delle vittime


e sull’influenza dei sopravvissuti, accettando alla fine le
stesse categorie dello sterminio adottate dai nazisti. In
quanto nazione degli esecutori, dovremmo interrogarci
sulle conseguenze di una simile logica” 44. Egli proponeva
dunque di erigere un “monumento di ammonimento
(Mahnmal)” rivolto ai tedeschi, e dedicato al ricordo del-
l’insieme delle vittime del nazismo. Habermas, che ritiene
legittima la scelta di un memoriale dell’Olocausto, in con-
siderazione del ruolo svolto dagli ebrei nella storia della
Germania, ha implicitamente ammesso la fondatezza di
questa critica, scrivendo che questo monumento considera
gli ebrei come pars pro toto “"5 . Ciò non toglie che, di fronte
alle rivendicazioni delle altre vittime, il governo federale
ha deciso di creare altri due monumenti supplementari,
uno dedicato agli zingari e l’altro agli omosessuali deporta-
ti (i quali vedranno la luce accanto all’Holocaust Denkmal).
60 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L' USO

Poiché memoria e storia non sono separate da barriere


insormontabili ma interagiscono continuamente, ne deriva
una relazione privilegiata tra le memorie “forti” e la scrit—
tura della storia. Più la memoria è forte — in termini di ri—
conoscimento pubblico e istituzionale —, più il passato di
cui essa è veicolo è suscettibile di essere esplorato e riletto
in una prospettiva storica. L’esempio di Raul Hilberg, cita—
to sopra, illustra bene questo fenomeno. Alla fine della
guerra, quando la memoria dell’Olocausto era “debole”,
Franz Neumann gli consigliava di cambiare argomento per
la sua tesi di dottorato, dicendogli apertamente che con
una tale ricerca non avrebbe mai potuto intraprendere una
carriera universitaria (in effetti, Hilberg rimase per molto
tempo un marginale nel mondo accademico americano,
dove ha terminato la sua carriera all’università del Ver-
mont) ‘“’. Oggi, la costruzione della memoria della Shoah
nello spazio pubblico si accompagna a uno sviluppo paral-
lelo degli Holocaust Studies. In modo analogo, è quasi ba-
nale interpretare l’emergere degli studi postcoloniali e del
multiculturalismo come una conseguenza a lungo termine
della decolonizzazione, con l’accesso degli ex popoli colo-
niali allo statuto di soggetti storici e l’apparizione, in seno
alle istituzioni scientifiche, di una classe intellettuale di ori—
gine indiana o aftoamericana.
Non si tratta evidentemente di stabilire una relazione
meccanica di causa e effetto tra la forza di una memoria di
gruppo e l’ampiezza della storicizzazione del suo passato.
Non è la forza istituzionale né la visibilità mediatica dei
bororo che ha spinto Levi-Strauss a scrivere Tristi tropici.
Questa relazione non è dunque meccanica, perché si defi-
nisce all’interno di contesti diversi e rimane sottoposta a
molteplici mediazioni, ma sarebbe assurdo negarla. La
memoria delle vittime del massacro di Nanchino, la capita—
le della Cina nazionalista, perpetrato dall’esercito imperia-
le giapponese nel momento dell’occupazione della città
nel dicembre 1937 47, o quella delle “donne di conforto”
IL 'I'IEMPO |". LA FORZA 61

costrette a prostituirsi dalle autorità giapponesi durante la


Seconda guerra mondiale, sono per molto tempo rimaste
circoscritte ai loro discendenti, senza trovare espressione
nello spazio pubblico“. E l’emergere della Cina e della
Corea del Sud in quanto grandi potenze economiche che
ha trasformato questa memoria in elemento delle relazioni
diplomatiche tra questi due paesi e il Giappone, obbligan-
do quest’ultimo a riconoscere i propri crimini e a presen—
tare delle scuse ufficiali.
Queste considerazioni valgono, in larga misura, anche
per la memoria della guerra d’Algeria. Si può certo parla—
re, in relazione al recente riconoscimento dei crimini del-
l’esercito francese tra il 1954 e il 1962, di un “ritorno del
rimosso” legato alle tappe dell’elaborazione del passato
coloniale francese. Ma non c’è dubbio che questo ricono—
scimento è anche legato all’emergere di una memoria alge—
rina — più propriamente heur — che si esprime ora all’inter-
no della società francese, dove i discendenti dei colonizza-
ti costituiscono una minoranza importante. Il riconosci-
mento del massacro del 17 ottobre 1961, nel centro della
capitale, non è stato negoziato tra il governo francese e le
autorità algerine (contrariamente a quello del massacro di
Sétif del maggio 1.945 49). Esso resta essenzialmente simbo-
lico, riducendosi a qualche dichiarazione di responsabili
politici, a una sentenza giudiziaria e a una lapide comme-
morativa posta in presenza del sindaco della capitale, ma
ha fatto il suo cammino nella società francese. Si tratta so-
prattutto della conseguenza di un vasto movimento nel
quale le lotte di una generazione di franco-maghrebini per
l’eguaglianza e per riappropriarsi del proprio passato si
sono unite con gli sforzi di una storiografia postcoloniale
suscettibile di integrare la voce dei colonizzati nel raccon—
to del passato 5”.E anche, si potrebbe aggiungere, con la
resistenza di una piccola minoranza di archivisti che, en-
trati in guerra contro le gerarchie della loro corporazione
da sempre al servizio della ragion di Stato, hanno posto la
62 II. PASSATO: ISTRUZIONI PIER L'USO

verità storica al di sopra delle loro carriere (comunicando


ai ricercatori documenti “sensibili” in linea di principio
non accessibili). L’emergere di questa memoria postcolo—
niale ha capovolto la memoria della sinistra francese che
aveva sempre ignorato il massacro dell’ottobre del 1961,
eclissato dalla commemorazione dei propri martiri: le no-
ve vittime della manifestazione anticolonialista di Charon—
ne dell’8 febbraio 1962. Essa è stata anche messa di fronte
ai suoi buchi di memoria, che rivelano la sua sottomissio-
ne a un immaginario coloniale, con le sue gerarchie che
danno più valore alla vita degli anticolonialisti francesi che
a quella dei nazionalisti algerini “.
Questo dibattito ha conosciuto negli ultimi tempi svi—
luppi imprevedibili e interessanti. L’interazione fra storia e
memoria del colonialismo ha tratto impulso, nel febbraio
2005, dall’approvazione da parte del Parlamento di una
legge stupefacente che sottolineava il “ruolo storicamente
positivo” della presenza francese nei territori d’oltremare.
In altri termini, una legge di riabilitazione del coloniali—
smo. Come spesso avviene, una provocazione o una legge
ignobile possono innestare dei processi fecondi di ripensa—
mento, riflessione critica e risveglio della memoria. Analo-
gamente a quanto era avvenuto qualche decennio fa in se-
guito alle dichiarazioni di Robert Faurisson sull’inesisten-
za delle camere a gas, la legge votata dal Parlamento fran-
cese ha avuto l’effetto di un colpo di frusta che ha dato
luogo a un dibattito estremamente fruttuoso sul passato
coloniale, come non si era più visto dai tempi della guerra
d’Algeria. Questo risveglio della memoria nello spazio
pubblico — la legge è stata infine modificata — ha inevitabil-
mente creato una domanda sociale di conoscenza del pas-
sato alla quale la storia come disciplina è chiamata a ri-
spondere. Uno degli effetti positivi di questa crisi naziona-
le è la nascita di una scuola francese di studi postcoloniali
che dà impulso e un’inaspettata visibilità a ricerche finora
relegate ai margini delle università 52.
3. Lo storico tra giudice e scrittore

Memoria e scrittura della storia

La “svolta linguistica” (linguistic turn) — etichetta sotto


la quale si raccoglie convenzionalmente un insieme di cor-
renti intellettuali nate negli Stati Uniti, verso la fine degli
anni Sessanta, dall’incontro dello strutturalismo francese
con la filosofia analitica e il pragmatismo anglosassone —
ha avuto un impatto fecondo sulla storiografia contempo-
ranea 1. Essa ha permesso di spezzare la dicotomia che se-
parava fino ad allora la storia delle idee dalla storia sociale,
come pure di superare i limiti simmetrici di una storia del
pensiero autoreferenziale e di uno storicismo fondato sulla
illusione secondo la quale l’interpretazione storica si ridur-
rebbe al semplice riflesso di un approccio rigoroso di og-
gettivazione e di contestualizzazione degli eventi del pas-
sato. Il linguistic turn ha sottolineato l’importanza della di-
mensione testuale del sapere storico, riconoscendo che la
scrittura della storia è una pratica discorsiva che incorpora
sempre una parte di ideologia, di rappresentazioni e di co-
dici letterari ereditati che si rifrangono nell’itinerario indi-
viduale di un autore. Così facendo, esso ha permesso di
stabilire una dialettica nuova tra realtà e interpretazione,
testo e contesto, ridefinendo le forme della storia intellet—
64 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

tuale e interpellando in modo salutare lo statuto dello sto—


rico, di cui. non si può più ignorare l’implicazione multi—
forme nel suo oggetto di studio. Questa corrente ha tutta-
via conosciuto sviluppi discutibili molte volte denunciati
(sui quali si è concentrata in modo quasi esclusivo la sua
ricezione in Europa continentale). La più diffusa di queste
derive metodologiche è stata, secondo Roger Chartier, la
tendenza alla “pericolosa riduzione del mondo sociale a
una pura costruzione discorsiva, a puri giochi di linguag—
gio” 2. Isostenitori più radicali del linguistic turn hanno
cosi espunto la ricerca della verità che presiede alla scrittu—
ra della storia, dimenticando che “il passato che essa si dà
come oggetto è una realtà esterna al discorso, e che la sua
conoscenza può essere controllata” ’. Spingendo all’estre-
mo alcune premesse di questo movimento, essi sono arri-
vati a difendere una sorta di “pantestualismo” che Domi-
nick LaCapra definisce “creazionismo secolarizzato” 4: la
Storia non sarebbe che una costruzione testuale, costante-
mente reinventata secondo i codici della creazione lettera—
ria. Il fatto è che la storia non è assimilabile alla letteratura,
perché la “messa in storia” del passato deve rispettare il
reale e la sua argomentazione non puö fare a meno, se ne-
cessario, dell’esibizione di prove. E per questo che l’affer-
mazione di Roland Barthes secondo la quale “il fatto ha
soltanto un’esistenza linguistica” 5 non è accettabile. Non
più del relativismo radicale di Hayden White che, conside—
rando i fatti storici come artefatti retorici riconducibili a
un “protocollo linguistico ”, identifica la narrazione storica
con l’invenzione letteraria, poiché le due si fonderebbero
ai suoi occhi sulle stesse modalità di rappresentazione. Se—
condo White, “le narrazioni storiche [sono] delle fiction
verbali i cui contenuti sono tanto inventati quanto trovati
ele cui forme sono più vicine alla letteratura che alla scien-
za” 6. Barthes e White eliminano entrambi il problema del—
l’oggettività del contenuto del discorso storico. Se la scrit-
tura della storia assume sempre la forma di un racconto,
LO S'I'ORICO "IRA GIUDICI-L Ii SCR.ITT(Î)RE 65

quest’ultimo e qualitativamente diverso da una fiction ro—


manzescaî Non si tratta di negare la dimensione creativa
della scrittura storica, dal momento che l’atto creativo im-
plica sempre, come ricorda Michel de Certeau, la costru—
zione di una frase “percorrendo un luogo supposto bian—
co, la pagina” ”'. Ma de Certeau si preoccupava di aggiun—
gere che essa deve avere un rapporto con il “dato fattuale”
(donne’): “Il discorso storico pretende di dare un contenu—
to vero (che risulta verificabile) ma nella forma di una nar-
razione” 5. White ha ragione di mettere in guardia contro
l’illusione positivista consistente nel fondare la storia su
una pretesa autosufficienza dei fatti. Noi sappiamo per
esempio che gli archivi — le principali fonti dello storico —
non sono mai un riflesso immediato e “neutro” del reale
ed esigono un lavoro di decifrazione e di interpretazione ”’.
L’errore di White consiste nel confondere la narrazione
storica (la “messa in storia” attraverso un racconto) e lafic-
tion storica (l’invenzione letteraria del passato) “. A rigore
si potrebbe considerare la storia, secondo le parole di
Reinhart Koselleck, come una “fiction del fattuale” ‘2. Cer-
to, lo storico non può evitare il problema della “traduzio-
ne testuale” della sua. ricostruzione del passato ”, ma non
potrà mai, se vuole fare storia, strapparla al suo irriducibi-
le zoccolo fattuale. Sia detto per inciso: qui sta tutta la dif-
ferenza trai libri di storia sul genocidio degli ebrei ela let—
teratura negazionista, perché le camere a gas rimangono
un fatto prima di divenire oggetto di una costruzione di-
scorsiva e di una “messa in intrigo della storia” (historical
emplotment) “. E proprio il negazionismo che ha spinto
Francois Bédarida a ritornare, nel corso degli anni Novan—
ta, su “un certo disprezzo” che gli storici tendevano a ma-
nifestare nei decenni precedenti nei confronti della nozio-
ne di fatto, “esortandoli con forza a non gettare il bambi-
no-oggettività con l’acqua sporca positivista” ”. La rimessa
in discussione delle storicismo positivista con il suo tempo
lineare “omogeneo e vuoto”, la sua causalità deterministi—
66 II. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

ca e la sua teleologia che trasformano la ragione storica in


ideologia del progresso, non implica tuttavia il rifiuto della
nozione di oggettività fattuale nella ricostruzione del pas—
sato. Pierre Vidal—Naquet. ha posto il problema in termini
molto chiari, scrivendo che “se il discorso storico non si ri-
collega, attraverso tutte le mediazioni che si vogliano, a ciò
che chiameremo, finché non si troverà una definizione mi-
gliore, il reale, rimarremo sempre nel discorso, ma questo
discorso cesserà di essere storico ” “’.
Il relativismo radicale di Hayden White sembra coinci—
dere in modo abbastanza paradossale con il feticismo della
memoria, in opposizione a ogni archivio del reale, instan—
cabilmente difeso da Claude Lanzmann, il regista di Shoah.
Questo film straordinario è stato un momento essenziale,
verso la metà degli anni Ottanta, sia per l’integrazione del
genocidio degli ebrei nella coscienza storica del mondo
occidentale che per l’inclusione delle testimonianze tra le
fonti della conoscenza storica. Ilavori sulla memoria han—
no ricevuto da questo film un impulso importante e non
sarebbe probabilmente esagerato affermare che lo statuto
del testimone per la ricerca storica non è più lo stesso do-
po quest’opera. Ma ciò non ha soddisfatto Lanzmann, che
è giunto a considerare il suo film come un evento, sosti—
tuendolo a poco a poco all’evento reale, fino a rifiutare il
valore degli “archivi”, cioè delle prove fattuali che restano
di questo evento (per esempio le fotografie dello sterminio
realizzate dal Sonderkommando di Auschwitz nell’agosto
1944) ”. Lanzmann ha difeso questo punto di vista a più
riprese, in particolare nel 2000, in occasione di una nuova
uscita nelle sale del suo film:

Shoah non è un film sull’Olocausto, un derivato, un prodotto,


ma un evento originale. Che piaccia o meno a un certo numero
di persone [...], il mio film non fa solo parte della Shoah come
evento: contribuisce a costruirla come evento 13.
LO STORICO TRA GIUDICE E SLIR.I'I",I'ORJ:'. 67

Così, Lanzmann ha prima eretto a “monumento” — è


proprio la sua espressione — le testimonianze raccolte in
Shoah; poi ha contrapposto il suo “monumento” all’“ar-
chivi‘o”, definendo un’“insopportabile pedanteria inter-
pretativa” lo sforzo fatto dagli storici per analizzare alcuni
documenti ereditati dal passato; e infine ha sostituito il suo
film all’evento reale, del quale ha anche rivendicato il di—
ritto di distruggere le prove. E proprio questo il senso di
una sua iperbole provocatoria che aveva fatto gran rumore
all’uscita del film di Steven Spielberg, Schindler’s List:
E se avessi trovato un film. esistente un film segreto perché

era strettamente vietato — girato da un SS, il quale mostrasse
come tremila ebrei, uomini, donne. bambini. morivano insie—
me, asfissiati in una camera a gas del crematorio ll di Ausch-
witz. se l’avessi trovato, non solo non
l’avrei mostrato, ma I’a—
vrei distrutto. Non so «:iirc perche. E cosi ”’.

Affermare in modo perentorio che Shoah è la Shoah si-


gnifica semplicemente ridurre quest’ultima a una costru—
zione discorsiva, a ur. racconto modellato dal linguaggio
nel quale il teStimone non rimanda più a una realtà fattua—
le originaria e fondatrice, ma dove, al contrario, la memo-
ria basta a se stessa, costituendosi come evento. E poiché
Shoah si dipana come una successione di dialoghi il cui
soggetto resta Lanzmann, queste dichiarazioni rivelano
anche l’atteggiamento egocentrico del suo autore, che si
considera, in ultima analisi, consustanziale all’evento.
Va aggiunto che Lanzmann non si limita a sostituire la
memoria all’evento, ma la oppone alla storia, cioè alla rico-
struzione del passato che mira alla sua interpretazione.
“Non capire” (ne pas comprendre), come egli scrive, è stata
la sua “legge ferrea” durante gli anni di preparazione di
Shoah: un “accecamento” che rivendica non solo come
condizione dell’“atto di trasmettere” implicito alla sua
creazione, ma anche come posizione epistemologica che
egli oppone “alla questione del perché, con la successione
68 IL PASSA‘I'O: IS'I'RI_."/._I.OI\II PER L'USO

indefinita degli accadimenti futili o triviali che essa non


cessa di indurre” 2”. Questa posizione rimanda alla regola
che i nazisti avevano imposto ad Auschwitz: “Hier ist kein
Warum” (“Qui non c’è perché”), una regola che Primo
Levi trovava “ripugnante” 2' ma che Lanzmann ha deciso
di interiorizzare e di erigere a propria “legge”. E difficile
non vedere in questa proibizione del “perché” una sacra-
lizzazione della memoria (alcuni dicono una forma di “re—
ligiosità secolare” 22) dal tono discretamente oscurantista.
Si tratta di una proibizione normativa della comprensione
che colpisce al cuore l’atto stesso di scrittura della storia
come tentativo di interpretazione, ciò che Levi chiamava
“la salvazione del capire” e che costituiva ai suoi occhi lo
scopo di ogni sforzo di rammemorazione del passato?-3.

Un’altra forma di sostituzione della memoria alla realtà


storica è suggerita da un filosofo tra i più originali di que—
sti ultimi anni, Giorgio Agamben. In Quel che resta di
Auschwitz egli interroga l’“aporia” che sta al centro dello
sterminio degli ebrei, “una realtà tale che eccede necessa—
riamente i suoi elementi fattuali”, creando così una “non—
coincidenza fra fatti e verità, fra constatazione e compren-
sione” 24. Per uscire da questa impasse, egli ricorre a Primo
Levi che, in I sommersi e i salvati, presenta il “musulma-
no” — il detenuto di Auschwitz giunto all’ultimo stadio di
esaurimento fisico e di annientamento psicologico, ridotto
a uno scheletro e ormai incapace di pensiero e di parola ——
come il “testimone integrale”. E lui, scrive Levi, il vero te—
stimone, colui che ha toccato il baratro e non è sopravvis—
suto per raccontarlo, e di cui i sopravvissuti dei campi sa-
rebbero in fondo i portavoce: “Noi parliamo al loro posto,
per delegazione” 25. Mentre Levi, evocando la figura del
“musulmano”, voleva sottolineare il carattere precario,
soggettivo, incompleto dei racconti fatti dai testimoni real-
mente esistenti, i sopravvissuti, coloro che non hanno visto
“la Gorgone”, in altre parole coloro che sono sfuggiti alle
LO S'I'ORICO TRA GIUDICI". li. SCRITTORE 69

camere a gas, Agamben trasforma il “musulmano” in para-


digma dei campi nazisti. La prova inconfutabile di Ausch—
witz e dunque la confutazione ultima del negazionismo,
scrive in conclusione della sua opera, risiede precisamente
in questa impossibilità di testimoniare. Secondo Agam-
ben, Auschwitz è “ciò di cui è impossibile testimoniare” e
i sopravvissuti dei campi della morte, prendendo la parola
al posto del “musulmano”, colui che non può parlare, so—
no i testimoni di questa impossibilità di testimoniare? Ai
suoi occhi, il nodo profondo di Auschwitz non si trova
nello sterminio ma nella “produzione” dei “musulmani”,
questa figura ibrida tra la vita e la morte (non-uomo) 27. E
per questo che ne fa un’icona (prendendo a pretesto la
modestia di cui dà prova Levi quando indica i limiti della
propria testimonianza). Ma questa visione dei campi nazi—
sti come luoghi di dominio biopolitico su detenuti ridotti a
“nuda vita” manca singolarmente di spessore storico.
Agamben sembra dimenticare che la grande maggioranza
degli ebrei sterminati nei campi nazisti non erano dei “mu-
sulmani” perché non sono stati inviati alle camere a gas
quando erano al limite delle loro forze ma il giorno stesso
del loro arrivo al campo 28. Se Agamben ha potuto trascu-
rare un fatto così evidente, è proprio perché esso non co—
stituisce, ai suoi occhi, il cuore del problema. Tutta la sua
argomentazione parte dal postulato secondo cui la prova
di Auschwitz non risiede nel fatto dello sterminio — una
verità che sarebbe squalificata ai suoi occhi dal fossato che
separa l’evento dalla sua comprensione — ma nell’impossi—
bilità della sua enuciazione, incarnata dal “musulmano”.
Se Auschwitz è esistito, non è tanto perché vi sono state le
camere a gas, ma perché i sopravvissuti hanno potuto rida-
re voce al “musulmano”, il “testimone integrale”, strap-
pandolo al suo silenzio. Ancora una volta, la storia è ridot-
ta a una costruzione linguistica di cui la memoria — disso-
ciata dal reale — costituisce la trama. Fondare la critica del
negazionismo su una tale metafisica del linguaggio (d’ispi—
70 IL PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L'USO

razione esistenzialista e strutturalista a un tempo) 25 è un’o-


perazione pericolosa che rischia di conservare inalterata
l’“aporia” di Auschwitz togliendo alla sua verità ogni base
materiale. E si può comprendere dunque il di—sagio con il
quale i sopravvissuti di Auschwitz, i testimoni realmente
esistenti., hanno accolto Quel che resta di Auschwitz. Phi-
lippe Mesnard e Claudine Kahan hanno sottolineato op-
portunamente questo aspetto del problema ’a conclusione
della loro critica:

L’ascolto di ciò che possono dire questi sopravvissuti, e come


possono dirlo, cede il posto [nel libro di Agamben] a una glos-
sa sul silenzio che a loro è cosi impartito. Al posto di questi ul-
timi, Agamben presenta il musulmano, il solo testimone che
valga ai suoi occhi, essere senza riferimento — a partire dal qua—
le Agamben può precisamente costruire il proprio riferimento
—, abbandonato dall’identità, la cui esistenza si riduce allo spa—
zio che occupa, nel linguaggio, la sua immagine quasi traspa-
rente 5°.

Verità e giustizia

Nella complessa relazione che la storia stabilisce con la


memoria si inscrive il legame che entrambe intrattegono
con la nozione di verità. Questo legame diventa sempre
più problematico con la tendenza oggi crescente a una let-
tura giudiziaria della storia e a una “giuridicizzazione della
memoria” “. Ormai al centro della nostra coscienza stori-
ca, la visione del XX secolo come secolo della violenza, ha
spesso condotto gli storici a lavorare con categorie analiti-
che tratte dal diritto penale. Gli attori della Storia sono co-
si, sempre più spesso, ricondotti al ruolo degli esecutori,
delle vittime e dei testimoni 52. Gli esempi. più conosciuti
che illustrano questa tendenza sono quelli di Daniel J.
Goldhagen e di Stéphane Courtois. Il primo ha interpreta-
to la storia della Germania moderna come il processo di
LO STORICO 'I'RA GIUDICE l.". SCÏRITIÏÜRE 71

costruzionc di una comunità di esecutori ”. Scambiando


gli abiti dello storico con quelli del procuratore, il secondo
ha ridotto la storia del comunismo allo sviluppo di una im—
presa criminale per la quale ha richiesto un nuovo proces-
so di Norimberga “.
In fondo, il rapporto tra giustizia e storia è una vecchia
questione (si vedano gli interventi degli storici francesi al-
l’epoca del processo Zola, nel 1898 ”), oggi riportata all’or-
dine del giorno da una serie di processi nel corso dei quali
numerosi storici sono stati convocati in qualità di testimo-
ni. Sarebbe difficile comprendere i processi Barbie, Tou-
vier e Papon in Francia, il processo Priebke in Italia, il
processo Irving a Londra o i tentativi di istruzione di un
processo a Pinochet, in Europa e in Cile, senza metterli in
relazione con l’emergere, nella società civile di questi paesi
e nell’opinione pubblica mondiale, di una memoria collet—
tiva del fascismo, delle dittature e della Shoah. Questi pro-
cessi sono stati dei momenti di rammemorazione pubblica
della storia in cui il passato è stato ricostituito e giudicato
nell’aula di un tribunale. Nel corso delle udienze, alcuni
storici sono stati convocati per “testimoniare”, in realtà
per chiarire, grazie alle loro competenze, il contesto stori-
co dei fatti contestati. Davanti alla corte, essi hanno presta-
to giuramento dichiarando, come ogni testimone: “Giuro
di dire la verità, nient’altro che la verità, tutta la verità” “.
Questa “testimonianza” sui generis solleva senza dubbio
problemi di ordine etico, ma rinnova anche interrogativi
più antichi di ordine epistemologico. Essa rimette in di—
scussione il rapporto della giustizia con la memoria di un
paese e quello del giudice con lo storico, con le loro rispet-
tive modalità di trattamento delle prove e il diverso statuto
della verità a seconda Che sia prodotta dalla ricerca storica
o enunciata dalla sentenza di un tribunale. Preoccupato di
distinguere i rispettivi campi della giustizia, della memoria
e della storia, Henry Rousso ha rifiutato di testimoniare al
processo Papon motivando la propria scelta con argomen—
72 IL PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L’USO

ti rigorosi e per diversi aspetti illuminanti. “La giustizia —


egli afferma — si pone la questione di sapere se un indivi-
duo è colpevole o innocente; la memoria nazionale è la ri—
sultante di una tensione esistente tra ricordi memorabili e
commemorabili e oblii che permettono la sopravvivenza
della comunità e la sua proiezione nel futuro; la storia è
un’impresa di conoscenza e di delucidazione. Questi tre
registri possono sovrapporsi, ed è ciò che è accaduto nei
processi per crimini contro l’umanità. Ma in questo modo
sono gravati da un onere insopportabile: essi non possono
rispondere in egual misura alle sfide della giustizia, della
memoria e della storia” ”.
Questa mescolanza di generi sembra riassumere l’anti-
co aforisma di Schiller, ripreso da Hegel, sul tribunale del-
la Storia: Die Weltgeschichte ist das Weltgericht (La storia
del mondo è il tribunale del mondo), aforisma che secola-
rizza la morale e l’idea di giustizia, collocandola nella tem-
poralità del mondo profano e facendo della storia il suo
custode”. Ci si può interrogare sulla pertinenza di questa
sentenza a proposito di processi che, lungi dal giudicare
un passato trascorso e ormai esaurito, suscettibile di essere
guardato da lontano, sono momenti importanti di elabora—
zione di “un passato che non vuole passare”. Per le parti
civili, tuttavia, essi hanno assunto i tratti di una Nemesi ri—
paratrice della Storia. Contro questo adagio hegeliano, era
inevitabile opporne un altro: lo storico non è un giudice», il
suo compito non consiste nel giudicare ma nel compren—
dere. Nel suo Apologia della storia, Marc Bloch ne ha dato
una formulazione classica:

Quando lo studioso ha osservato e spiegato, il suo compito è fi-


nito. Al giudice tocca ancora emettere la sentenza. Facendo ta-
cere ogni simpatia personale, egli la pronuncia secondo la leg-
ge? Allora si reputerà imparziale. E lo sarà, in effetti, dal punto
di Vista dei giudici. Ma non da quello degli studiosi. Infatti non
si può condannare o assolvere senza schierarsi in base a una ta—
vola di valori che non deriva più da alcuna scienza positiva”.
LO STCÎ)RICO 'I RA GIUDICE E SCRI'I"'I'(.)RI-L 75

Ma bisognerebbe anche ricordare che, in La strana dis—


fatta, Bloch non si asteneva dal giudicare e che, a meno di
riproporre una visione obsoleta (e illusoria) della storia co—
me scienza “assiologicamente neutra”, si è ben costretti a
riconoscere che tutto il lavoro dello storico veicola anche,
implicitamente, un giudizio sul passato. Sarebbe sbagliato
vedere solo dell’arroganza dietro l’aforisma hegeliano sulla
storia come “tribunale del mondo”. Pierre Vidal-Naquet
ricorda nelle sue memorie l’impressione che gli fece un
passo famoso delle Memorie d’oltretomha di Chateau-
briand che attribuisce allo storico, “quando, nel silenzio
dell’abiezione, non si sente risuonare nient’altro che la ca-
tena dello schiavo e la voce del delatore”, il nobile compi—
to della “vendetta dei popoli”. Prima di essere la fonte di
una vocazione, ricorda Vidal-Naquet, questo desiderio di
riscatto e di giustizia fu per lui “una ragione di vita” 40.
Il contributo più lucido su questa spinosa questione ri-
mane quello di Carlo Ginzburg, in occasione del processo
Sofri in Italia“. Lo storico, sottolinea Ginzburg, non deve
ergersi a giudice, non può emettere sentenze. La sua verità
— risultato della sua ricerca — _non ha un carattere normati-
vo ma resta parziale e provvisoria, mai definitiva. Solo i re-
gimi totalitari, dove gli storici sono ridotti al rango di ideo—
logi e propagandisti, possiedono una verità ufficiale. La
storiografia non è mai fissata in modo definitivo, perché in
ogni epoca il nostro sguardo sul passato — interrogato a
partire da nuovi quesiti e sondato con l’ausilio di categorie
d’analisi differenti — si modifica. Lo storico e il giudice,
tuttavia, condividono uno stesso scopo: la ricerca della ve-
rita, e questa ricerca di verità ha bisogno di prove. La veri-
tà e la prova, ecco le due nozioni che si trovano al centro
del lavoro del giudice e dello storico. La scrittura dello
storico, aggiunge Ginzburg, implica d’altronde un proce-
dimento argomentativo — una selezione dei fatti e un’orga-
nizzazione del racconto — il cui paradigma rimane la reto-
tica di matrice giudiziaria. La retorica è “un’arte di per-
74 ll. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

suadere nata nei tribunali” 42; è qui che, davanti a un pub-


blico, si è codificata la ricostruzione di un fatto attraverso
delle parole. Non è cosa trascurabile, ma qui si ferma l’af—
finità. La verità della giustizia è normativa, definitiva e vin-
colante. Essa non mira a comprendere ma a stabilire re-
sponsabilità, ad assolvere gli innocenti e punire i colpevoli.
Confrontata con la verità del giudice, quella dello storico
non è soltanto provvisoria e precaria, ma anche molto più
problematica. Risultato di una operazione intellettuale, la
storia è analitica e riflessiva, in quanto cerca di mettere in
luce le strutture soggiacenti agli eventi, le relazioni sociali
nelle quali sono implicati gli uomini e le motivazioni dei
loro atti "”. Insomma, è un’altra verità, indissociabile dal-
l’interpretazione. Essa non si limita a stabilire i fatti ma
tenta di contestualizzarli, di spiegarli, formulando ipotesi e
cercando cause. Se lo storico adotta, per riprendere anco—
ra la definizione di Ginzburg, un “paradigma indiziario”
"4, la sua interpretazione non possiede la razionalità impla-
cabile, misurabile e incontestabile, delle dimostrazioni di
Sherlock Holmes.
Gli stessi fatti danno origine a verità diverse. Laddove
la giustizia compie la sua missione indicando e condan—
nando il colpevole di un crimine, la storia inizia il suo lavo—
ro d’inchiesta e di interpretazione, cercando di spiegare
come un uomo sia divenuto un criminale, il suo rapporto
con la vittima, il contesto nel quale ha agito, cosi come l’at—
teggiamento dei testimoni che hanno assistito al crimine,
che hanno reagito, che non hanno saputo impedirlo, che
l’hanno tollerato o approvato. Queste considerazioni pos—
sono confortare la decisione degli storici che non hanno
accettato di “testimoniare” al processo Papon. Si tratta di
una scelta legittima come quella di coloro che si sono pre-
sentati alla convocazione dei giudici. Essi l’hanno fatto per
non sottrarsi, in quanto cittadini, a un dovere civico che il
loro mestiere, ai loro occhi, rende ancor più imperativo.
Da un lato, la loro “testimonianza” ha contribuito a me-
LO S'I'(Ì)RIC(Î) 'I'RA GIUDICE F. SCRI'I'I'ORF. 7.5

scolare i generi e a conferire a un verdetto giudiziario lo


statuto di una verità storica ufficiale, trasformando una
corte in “tribunale della Storia”; dall’altro, ha potuto far
luce su un contesto e ricordare fatti che rischiavano altri—
menti di rimanere assenti sia dagli atti del proceso che dal—
la riflessione che ne ha accompagnato lo svolgimento in se-
no all’opinione pubblica.
“Moralizzare la storia” 45 : questa esigenza avanzata da
Jean Amery nelle sue cupe meditazioni sul passato nazista
è all’origine dei processi appena ricordati. Le vittime ei lo-
ro discendenti li hanno vissuti come atti simbolici di ripa-
razione. Altrove, essi si battono affinché questi processi
abbiano luogo, come fanno oggi in Cile i superstiti della
dittatura di Pinochet e i loro familiari. Non si tratta di
identificare giustizia e memoria, ma spesso fare giustizia si-
gnifica anche rendere giustizia alla memoria. La giustizia è
stata, per tutto il XX secolo — almeno dopo Norimberga se
non dopo l’afi‘aire Dreyfus — un momento importante nella
formazione della coscienza storica collettiva. Lo storico
può operare le distinzioni necessarie ma non negare que-
sto intreccio; deve assumerlo, con le contraddizioni che ne
derivano. Charles Péguy ne aveva avuto l’intuizione all’e—
poca dell’affaire Dreyfus, quando scriveva che

lo storico non pronuncia sentcnzc penali; egli non prontuicia


sentenze giuridiche; si potrebbe quasi dire che non pronuncia
nemmeno giudizi storici; egli elabora costantemente giudizi
storici; è continuamente al lavoro 46.

Si potrebbe vedere qui una professione di relativismo;


in realtà, si tratta del riconoscimento del carattere instabile
e provvisorio della verità storica che, al di là dell’accerta—
mento dei fatti, contiene la sua parte di giudizio indisso-
ciabile da una interpretazione del passato come problema
aperto piuttosto che come inventario chiuso e definitiva-
mente archiviato.
76 II. PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L'USO

Memoria, storia e diritto

Il rapporto tra diritto e storia è reso ancor più intricato


dalla tendenza sempre più forte — vedremo nel prossimo
capitolo come essa si manifesti in Italia — alla legiferazione
dei poteri pubblici nella sfera della memoria. Igoverni ele
autorità locali promuovono le loro politiche della memoria
e definiscono il ruolo di istituzioni — dalla scuola ai musei
— che contribuiscono alla gestione del rapporto di una so-
cietà col suo passato. Gli Stati hanno una storia e sono
quindi tenuti a rispondere dei loro atti e ad assumere le lo-
ro tesponsabilità. Ciö richiede talvolta una codificazione
legislativa di cui difficilmente si potrebbe contestare l’uti-
lità o perfino la necessità. La “ley de memoria” di cui oggi
si richiede l’approvazione in Spagna è indispensabile per
riconoscere le vittime del franchismo che,,a differenza di
quelle della violenza repubblicana, non hanno mai avuto
diritto a una memoria pubblica né a un risarcimento. Que-
sta legge permetterebbe di procedere legah'nente alla ri—
esumazione dei corpi di migliaia di vittime della repressio—
ne franchista uccise senza processo e sepolte fuori dai ci-
miteri, al di là di ogninorma giuridica. Permetterebbe
inoltre di procedere alla trasformazione di alcuni luoghi di
memoria come il santuario della “Valle de Caidos”, vicino
a Madrid, che costituisce oggi un sito turistico e una meta
di pellegrinaggio per i nostalgici del franchismo, introdu—
cendo un riferimento esplicito alle migliaia di prigionieri
repubblicani che vi furono deportati e sottoposti ai lavori
forzati per edificarlo”. In altri paesi, tuttavia, questa ten-
denza aIla legiferazione sul passato ha assunto dimensioni
tali da suscitare legittime perplessità e messe in guardia. Il
Parlamento francese ha votato nel maggio del 1990 una
legge che prevede sanzioni penali contro il negazionismo;
nel gennaio 2001 una legge che riconosce il genocidio de-
gli armeni ad opera delle autorità ottomane; nel maggio
LO STORICO TRA GIUDICE E SCRITTORE 77

dello stesso anno, un’altra legge che definisce la tratta dei


negri ela schiavitù come un crimine contro l’umanità; infi-
ne, nel febbraio del 2005 , un’ultima legge che riabilita il
colonialismo, sollecitando i programmi scolastici a “ rico—
noscere in particolare il ruolo positivo della presenza fran-
cese oltremare, soprattutto nel Nord Africa”. Ispirata da
intenzioni lodevoli, la prima legge ha avuto l’effetto per-
verso di trasformare i negazionisti in vittime e di mediatiz-
zare ogni loro presa di posizione. La seconda e la terza so—
no nate per lenire le sofferenze di una memoria negata
(quella degli armeni) e portare una riparazione simbolica a
una minoranza ancora discriminata (i discendenti degli
schiavi). La quarta semplicemente allo scopo di consolida-
re alcune clientele elettorali. Le contraddizioni e i para-
dossi grotteschi che risultano da questa accumulazione di
leggi — la Francia è cosi disposta a riconoscere i crimini
messi in atto nell’impero ottomano durante la Grande
guerra, non a riconoscere quelli nelle proprie colonie, di
cui al contrario rivendica il “ruolo positivo” — sono cosi
evidenti che alcune modifiche si sono rivelate indispensa-
bili (i passaggi più indecenti della legge del febbraio 2005
sono stati eliminati). In questo contesto, alcuni importanti
storici, da Pierre Vidal—Naquet a Jacques Le Goff, da
Marc Ferro a Saul Friedländer, hanno lanciato un appello
per mettere un argine a questa irrazionale e sconcertante
legiferazione. Dopo aver ricordato chela storia è il prodot-
to di una ricerca il cui svolgimento richiede un confronto
libero di idee, questo appello ristabilisce una distinzione
di fondo tra la verità della storia e quella del diritto. “La
storia conclude l’appello — non è un oggetto giuridico.

In uno Stato libero, definire la verità storica non è compito


né del Parlamento né dell’autorità giudiziaria. La politica
dello Stato, anche animata dalle migliori intenzioni, non è
la politica della storia” “. In tutta coerenza, il loro appello
richiede l’abrogazione delle leggi sopra citate. Portata alle
sue estreme conseguenze, la logica inerente a queste leggi
78 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

trasformerebbe il mestiere degli storici e perfino degli in—


segnanti, costringendoli a fare lezione usando non un ma—
nuale di storia ma il codice penale. Il tono perentorio di
questo appello può irritare e lascia trapelare le intenzioni
di alcuni suoi firmatari — nostalgici di una visione positivi—
stica della storia come “scienza” al di sopra dei conflitti
che attraversano la società — ma le sue linee generali sono
valide.
Le società, tanto più quelle moderne, hanno bisogno di
memoria. Le politiche pubbliche possono orientarla e gli
storici possono contribuire a costruirla, a problematizzar-
la, a conferirle una dimensione critica, a volte a “sorve-
gliarla”. Se le politiche della memoria possono essere utili
e feconde, la prescrizione normativa della memoria pre—
senta dei rischi e il ricordo imposto per legge è spesso inef-
ficace, se non controproducente. Il passato codificato dal-
la legge e trasformato in verità ufficiale costituisce infine
una minaccia per la libertà della ricerca e del dibattito
pubblico 4”.
4. Usi politici del passato

La memoria deila Shoah come religione civile

Si può fare un uso critico della memoria? Le comme-


morazioni del sessantesimo anniversario della liberazione
del campo di Auschwitz ci offrono, da quesro punto di vi-
sta, un’abbondante materia di riflessione. L’ampiezza stes-
sa di queste celebrazioni, alle quali hanno partecipato vari
capi di Stato, è di per sé un fenomeno notevole. In primo
luogo, essa rivela il posto che occupa il genocidio degli
ebrei nel nostro paesaggio mentale di questo inizio del XXI
secolo e la sua integrazione nella nostra coscienza storica.
Le differenze tra queste commemorazioni e quelle del cin-
quantenario sono anch’esse rivelatrici. Molto più modeste,
quelle di dieci anni fa erano state dominate dal timore del—
l’oblio. La recentissima riunificazione della Germania sol—
Ievava degli interrogativi legittimi quanto al posto che la
memoria dei crimini nazisti avrebbe occupato in un paese
ridiventato “normale” e, dicevano alcuni, liberato dai suoi
fantasmi. Si credeva che la fine di questa divisione — una
sorta di ricordo permanente del passato edel nazismo se-
condo Günter Grass, uno dei piü tenaci critici della riuni-
ficazione — diventasse il pretesto per una nuova rimozione.
Oggi dobbiamo constatare che questa rimozione non c’è
80 IL PASSA'I’O: ISTRUZIONI PIER L’USO

stata, che la memoria del nazismo, benché sempre conflit-


tuale, rimane viva in Germania come nel resto del mondo
occidentale. L’oblio non ha vinto. Se c’è un timore, esso ri—
guarda piuttosto, come molti commentatori hanno sottoli—
neato, gli effetti negativi di un “eccesso di memoria”. In—
somma, il rischio non è quello di dimenticare la Shoah, ma
di fare un cattivo uso della sua memoria, di imbalsamarla,
di rin-chiuderla in un museo e di neutralizzarne il potenzia—
le critico, o peggio, di farne un uso apologetico dell’attuale
ordine del mondo.
Non credo di essere il solo ad aver provato un certo
disagio guardando le immagini di Dick Cheney, Jack Straw
e Silvio Berlusconi ad Auschwitz. La loro presenza sem-
brava inviarci un messaggio rassicurante, ma in fondo apo—
logetico, consistente nel vedere il nazismo come una legit—
timazione in negativo dell’Occidente liberale considerato
come il migliore dei mondi. L’Olocausto fonda dunque
una sorta di teodicea laica che consiste nel commemorare
il male assoluto per convincerci che il nostro sistema incar-
na il bene assoluto. Nei giorni seguenti, durante una tra-
smissione radiofonica domenicale di grande ascolto, un
politologo francese ha ripetuto più volte che “Auschwitz
non è Guantanamo”. Auschwitz non è Guantanamo: que—
sta insistenza nel sottolineare un fatto così evidente e in-
contestabile solleva un interrogativo. Si ha l’impressione
che, per alcuni, la commemorazione della liberazione del
campo di Auschwitz sia una buona occasione da cogliere
per dimostrare che, in fondo, Guantanamo non è cosi gra—
ve. Non si tratta ovviamente di dire che Auschwitz è ugua—
le a Guantanamo, ma piuttosto di domandarsi se, dopo
Auschwitz, sia possibile tollerare Guantanamo e Abu
Ghraib, se non vi sia qualche indecenza nel fatto che pro-
prio i responsabili di Guantanamo e di Abu Ghraib ci ab-
biano rappresentato durante una cerimonia dedicata alle
vittime del nazismo. Per non parlare di Putin, il carnefice
dei ceceni, che è riuscito a compiere la prodezza, nel suo
USI POLITICI DEL PASSA'I'O 81

discorso ad Auschwitz, di non pronunciare nemmeno una


volta la parola “ebrei”. Il problema si era già posto, una
decina di anni fa, durante la guerra nell’ex Jugoslavia. A
coloro che si scandalizzavano per la comparazione tra Mi-
losevic e Hitler, sicuramente eccessiva, Marek Edelman,
uno degli ultimi sopravvissuti dell’insurrezione del ghetto
di Varsavia, ribatteva che Srebrenica era ai suoi occhi una
“vittoria postuma di Hitler” 1
Sarebbe senza dubbio più fruttuoso fare delle comme-
morazioni del sessantesimo anniversario della liberazione
di Auschwitz l’occasione per iniziare una riflessione critica
sul presente, cercando di rispondere agli interrogativi che
la memoria dei campi nazisti rivolge alle nostre società.
Questo esercizio era già stato tentato, subito dopo la guer-
ra, da Horkheimer e Adorno, i capifila della scuola di
Francoforte. In controtendenza rispetto alla visione allora
dominante, che consisteva nell’interpretare il nazismo co—
me espressione di una ricaduta della civiltà nella barbarie,
essi vi vedevano lo sbocco di una dialettica negativa che
aveva trasformato la ragione da strumento di emancipazio-
ne in strumento di dominio e il progresso tecnico e indu—
striale in regressione umana e sociale. Adorno definiva
l’Olocausto come l’espressione di “una barbarie che si an—
nida proprio nel principio di civilizzazione” 2. Contro la
tendenza rassicurante a vedere il nazismo come una legitti—
mazione in negativo dell’Occidente liberale, questi filosofi
hanno lanciato un allarme severo. Il totalitarismo è nato in
seno alla civiltà stessa, di cui è figlio. Questa civiltà rimane
la nostra e noi viviamo in un mondo in cui Auschwitz deli—
mita un orizzonte di possibilità, benché la sua Violenza
possa assumere altre forme e altri bersagli.
Si puö comprendere Habermas, quando scrive che è
solo “dopo e attraverso Auschwitz” (nach und durch
Auschwitz) che la Germania ha integrato l’Occidente5. E
in effetti sotto l’impatto del genocidio degli ebrei che la
Germania ha rimesso in discussione la sua tradizionale au-
82 II.. PASSATO: ISTRUZIONI. PER L’USO

topercezione come comunità etnica (esclusivamente fon—


data sullo jus sanguinis) e cominciato a ridisegnare la sua
identità secondo le linee di una comunità politica, come
una nazione di cittadini. Si tratta di una conseguenza frut-
tuosa della memoria dell’Olocausto. Ma l’Occidente non
si riduce allo Stato di diritto e alla democrazia liberale. Il
nazismo non si inscrive nella storia dell’Occidente soltanto
come espressione estrema del contro-Illuminismo. La sua
ideologia e la sua violenza condensavano diverse tendenze
all’opera in Europa fin dal XIX secolo: il colonialismo, il
razzismo e l’antisemitismo moderno. Era un figlio della
storia occidentale. L’Europa liberale del XIX secolo ne era
stata l’incubatrice.
Il problema che si pone è dunque quello del rapporto
della Shoah col processo di civilizzazione. L’Olocausto im-
plicava il monopolio statale della violenza che Norbert
Elias e Max Weber, sulla scia di Hobbes, avevano interpre-
tato come un mezzo di pacificazione della società e, di
conseguenza, come una conquista del processo di civilizza—
zione. Nella sua messa in opera, questo genocidio presup-
poneva le strutture costitutive della civiltà moderna: la tec—
nica, l’industria, la divisione del lavoro, l’amministrazione
burocratico-razionale. E la tecnica industriale ad aver per-
messo la produzione seriale della morte. Insomma, la for—
mula convenzionale — Auschwitz fabbrica di morte — non
implica certo che ogni fabbrica sia un potenziale campo di
sterminio, ma solleva un interrogativo sulla normalità delle
nostre società moderne e sulla sua compatibilità con la vio—
lenza totalitaria che, lungi dal sopprimere questa normali—
tà, la presuppone e l’utilizza. Dopo aver constatato che
“L’Olocausto non tradisce lo spirito della modernità”, il
sociologo Zygmunt Bauman ha sottolineato che
le condizioni favorevoli all’esecuzione del genocidio sono dun-
que peculiari, ma non eccezionali. Rare, ma non uniche. Esse
non sono un attributo immanente della società moderna, ma
neanche un fenomeno ad essa estraneo. Dal punto di vista del—
USI POLITICI DEL PASSA'I'O 83

la società moderna il genocidio non è né un’anomalia né una


disfunzione ".

Pensare il rapporto di Auschwitz con la modernità oc-


cidentale puö condurre a rimettere in discussione il nostro
“quotidiano”. Le zone d’attesa in cui sono internati gli
stranieri in situazione irregolare e i richiedenti asilo — cen.-
tri proliferati nel corso di questi ultimi anni — non sono
certo paragonabili ai campi nazisti. Esse possiedono tutta-
via, in seno alle nostre società democratiche, alcune carat—
teristiche essenziali che definiscono il paradigma del cam—
po di concentramento, vale a dire, secondo Giorgio Agam-
ben, “lo spazio che si apre quando lo stato d’eccezione co-
mincia a diventare la regola” 5. Sono in effetti degli spazi
anomici nei quali tutto è possibile, non perché sarebbero
concepiti come luoghi di annientamento ma perché si trat-
ta di luoghi di non-diritto. Le persone che vi sono internate
corrispondono alla definizione del “paria” che dava Han-
nah Arendt, un fuorilegge, non perché abbia trasgredito la
legge, ma perché non c’è nessuna legge che lo possa rico—
noscere e proteggere. Individui, essa aggiungeva ricordan-
do gli apolidi, “superflui” agli occhi della comunità delle
nazioni. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite peri ri—
fugiati ne conta parecchie decine di milioni nel mondo di
oggi. Molte decine di migliaia sono internate ogni anno nei
paesi dell’Unione europea, invisibili come presenze “meta—
foricamente immateriali” °. In Le origini del totalitarismo
c’è un passaggio che oggi non possiamo leggere senza pen-
sare all’attualità:

Prima di far funzionare le camere a gas, i nazisti avevano scru-


polosamente studiato il problema e scoperto con grande sod-
disfazione che nessun paese avrebbe reclamato quella gente.
Occorre rendersi ben conto che una condizione di privazione
completa dei diritti era stata creata molto prima che venisse
messo in discussione il diritto di vivere?.
84 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

Ma c’è anche un’altra memoria di Auschwitz. Nell’epo-


ca in cui il genocidio degli ebrei era assente dal discorso
ufficiale, il suo ricordo alimentava una riflessione e un im-
pegno che non avevano nulla di conformista. In Francia, la
memoria di Auschwitz e di Buchenwald è stata una leva
potente per le mobilitazioni contro la guerra d’Algeria. La
Francia coloniale che opprimeva, torturava e uccideva,
evocava dei ricordi a tutti coloro che, qualche anno prima,
si etano battutti contro l’occupazione tedesca. Alain Re-
snais voleva che il suo film Nuit et Brouillard (Notte e neh-
hia), realizzato nel 1955, fosse un richiamo alla storia. Te-
stimoniando nel 1960 al processo di Francis Jeanson, giu—
dicato per aver creato in Francia una rete di sostegno al
Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), Pierre Vi—
dal-Naquet paragonava i massacri compiuti in Algeria dal—
l’esercito francese alle camere a gas di Auschwitz, dove
erano morti anche i suoi genitori. Il paragone era certo esa-
gerato, come egli ha del resto riconosciuto nelle sue me-
mories. Oggi, simili posizioni susciterebbero la collera dei
“guardiani del Tempio” della memoria dell’Olocausto. Es-
se rivelano un paesaggio della memoria e della politica
molto diverso dal nostro, e i limiti della storiografia (nel
senso più tradizionale del termine), in un’epoca in cui la
distinzione tra campi di concentramento e campi di ster—
minio non era affatto chiara. Ma esse rivelano anche la pre—
senza di un ricordo ancora recente, vivo, caldo, che agiva
come un incitamento potente a battersi contro le ingiusti-
zie e le oppressioni del presente. Questo ticordo ispirava la
scelta di molti firmatari del “Manifesto dei 121” per l’insu-
bordinazione dei soldati inviati in Algeria e fu evocato nei
processi dell’epoca. Per il trotskista olandese Sal Santen,
sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti e poi
condannato nel 1960 per aver partecipato alla creazione di
una fabbrica di armi clandestina per il Fln, non vi era nes—
sun dubbio che l’impegno anticolonialista fosse un prolun—
gamento dell’antifascismo. Il confronto tra crimini nazisti
USI POLITICI .IJEL PASSATO 8.5

e violenze coloniali attraversava gli scritti di Frantz Fanon


e anche le dichiarazioni del tribunale Russell sul Vietnam.
Sotterranea ma attiva, la memoria di Auschwitz è anche
una chiave indispensabile per spiegare l’antifascismo del
movimento studentesco e poi della sinistra extraparlamen—
tare dopo il ’68. Questo substrato della memoria colletti—
va, all’epoca sommerso dal discorso ufficiale, poteva di
tanto in tanto riaffiorare in superficie, come quando Da—
niel Cohn-Bendit fu espulso dal generale de Gaulle, facen—
do scendere in strada decine di migliaia di giovani al grido
“Siamo tutti degli ebrei tedeschi”. Questo slogan possede-
va in quel momento una forza liberatrice di cui è difficile
oggi comprendere tutta la portata.
In Germania, dopo il silenzio dell’era Adenauer, la me-
moria di Auschwitz doveva riapparire, negli anni Sessanta,
come un motore della protesta studentesca. Una nuova ge-
nerazione chiedeva conto a quella che l’aveva preceduta,
rimettendo in discussione il passato tedesco e denuncian-
do i legami che univano la nuova Germania di Bonn al ter-
zo Reich. Non si tratta certo di idealizzare questa rivolta o
di nasconderne i limiti e le ambiguità. Diversi analisti han-
no sottolineato i residui di un nazionalismo dai tratti anti-
semiti che poteva sonnecchiare nella virulenza dell’antisio-
nismo, dell’anti—imperialismo e dell’antiamericanismo del—
la sinistra extraparlamentare 5. Ma ciö non dovrebbe na-
scondere il fatto che questa rivolta fu il punto di partenza
di tutte le controversie dei decenni seguenti attorno al
“passato che non vuole passare” e alla formazione di una
coscienza storica nuova di cui la memoria dei crimini nazi—
sti costituisce un elemento centrale.
Questa rammemorazione ha trovato una illustrazione
letteraria notevole, nel 1975, in W ou le souvenir d'enfance
di Georges Perec. Questo romanzo si articola attorno a un
duplice racconto, quello della memoria e quello di una fic-
tion politica ispirata all’attualità: da un lato i suoi ricordi
di orfano, figlio di ebrei polacchi emigrati in Francia, de—
86 II. PASSA'I'O: ISTRUZIONI PER L’USO

portati e sterminati ad Auschwitz; dall’altra la cronaca di


una società totalitaria, W, situata in America latina, orga—
nizzata come un sistema totalitario fondato sul principio
della competizione sportiva e sfociante alla fine nel massa—
cro. Il romanzo termina con queste parole:

Ho dimenticato le ragioni che, a dodici anni, mi hanno fatto


scegliere la Terra del Fuoco per insediarvi W: i fascisti di Pino-
chet si sono incaricati di dare alla mia immaginazione un’ulti—
ma risonanza: molte isole della Terra del Fuoco sono oggi cam-
pi di deportazione “’.

Ma si possono trovare esempi recenti di un buon uso


della memoria dell’Olocausto. Per esempio quello dell’a-
fricanista Jean-Pierre Chrétien, che nell’aprile del 1994
pubblicava un articolo su “Libération” in cui denunciava i
crimini di un “nazismo tropicale” in Rwanda“. Da un
punto di vista analitico, questo concetto non sembra mol-
to pertinente, in quanto assimila due genocidi, quello dei
tutsi e quello degli ebrei, molto diversi per il loro contesto,
la natura dei regimi politici che li hanno concepiti e i mez—
zi con i quali sono stati messi in atto. Dal punto di vista
dell’uso pubblico della storia, tuttavia, la formula era az-
zeccata. Nell’aprile 1994, quando l’opinione pubblica ap—
pariva ancora largamente incredula o indifferente di fron-
te a massacri che i media caratterizzavano spesso come
“conflitti tribali”, parlare di “nazismo tropicale” aveva un
senso, quello di far leva sulla coscienza storica del mondo
occidentale, nella quale la Sohah occupa oggi un posto
centrale, per attirare l’attenzione su un genocidio in corso.
Si trattava di mostrare che il Rwanda stava vivendo una
tragedia grave come la Shoah e che bisognava reagire per
cercare di impedirla. Da un punto di vista etico-politico, la
nozione di “nazismo tropicale” era dunque perfettamente
giustificata. Purtroppo, è più facile commemorare i geno-
cidi, soprattutto a decenni di distanza, che impedirli.
USI POLITICI DEL PASSATO 87

L’eclisse della memoria del comunismo

Lo storico tedesco Dolf Oehler ha mostrato a che pun-


to la cultura francese del Secondo Impero fosse ossessio-
nata dalla memoria del giugno 1848, in una società che
cercava di esorcizzare con tutti i mezzi il ricordo di quella
rivolta divenuta quasi innominabile ‘2. Oggi sta succeden-
do qualcosa di analogo. L’idea stessa di rivoluzione è cri-
minalizzata, automaticamente ricondotta alla categoria di
“comunismo” e quindi archiviata nel capitolo “totalitari-
smo” della storia del XX secolo. La rivoluzione è assimilata
al Terrore (quello della prima repubblica del 1793) e il
Terrore ridotto al coerente inveramento di una ideologia
criminale ”. Il capitalismo e il liberalismo sembrano torna-
ti ad essere l’ineluttabile destino dell’umanità, come erano
stati descritti da Adam Smith all’epoca della Rivoluzione
industriale e da Tocqueville dopo la Restaurazione. Questa
diagnosi non indica un nuovo ordine da costruire, di cui si
coglierebbero appena i tratti, ma il sistema sociale e politi—
co esistente, presentato come la sola risposta possibile agli
orrori del XX secolo. Rispetto al paesaggio memoriale del
secolo scorso, il contrasto è impressionante. Nei momenti
più oscuri dell’“ età degli estremi”, quando il vecchio mon-
do era scosso da una guerra distruttrice che lo faceva asso-
migliare a un quandro di Jeronimus Bosch, quando si dif-
fondeva la sensazione che l’umanità fosse sull’orlo del ba—
ratro e che la civiltà rischiasse di conoscere un’eclisse defi—
nitiva, il comunismo appariva, agli occhi di milioni di uo—
mini e donne, come un’alternativa per la quale valeva la
pena battersi. Nell’idea di comunismo vi era certo una
parte di illusione, di mistificazione, di accecamento, di cui
solo una minoranza, tra i suoi sostenitori, aveva coscienza.
Tuttavia, essa era fortemente radicata nelle classi popolari.
Comunismo era una parola carica di molti significati. Vo—
leva dire prendere in mano il proprio destino, emancipar-
88 IL PASSATO: ISTRUZION |_ PI-ZR L’USO

si, battersi contro il fascismo, contro l’ingiustizia, contro


l’oppressione, costruire una società di eguali. Esso riman—
dava anche ad altre realtà meno limpide: l’avanzata “libe—
ratrice” dell’Armata rossa, la disciplina, la ragione di Par-
tito, il culto di Stalin. Aspirazioni libertarie, calcoli ma—
chiavellici e minacce totalitarie convivevano in una dialet-
tica storica che l’“età degli estremi” aveva spinto al paros—
sismo. In molti paesi dell’Occidente europeo, la memoria
del comunismo è innanzitutto quella di una “contro—socie—
tà” “‘ — caserma, chiesa e comunità fraterna a un tempo —
che oggi non esiste più. Se le ombre e le contraddizioni
che occultavano questa idea di comunismo sono ormai
ben visibili, se le sue illusioni sono distrutte, bisogna pur
riconoscere che anche il suo orizzonte di esperienza è
scomparso. Ipartiti che discendono da questa tradizione
riconoscono la necessità di “rifondarla” e i movimenti di
massa più radicali non la rivendicano. Gli zapatisti messi—
cani non parlano di comunismo ma di dignità e di giusti—
zia. Le forze che si sono mobilitate nel corso degli ultimi
anni contro la mondializzazione neoliberista, da Seattle a
Genova, hanno delle idee molto chiare su ciö che respin—
gono — un mondo reificato e trasformato in merce —, ma
non osano proporre un modello alternativo di società. Gli
studenti cinesi riuniti sulla piazza Tien an Men nel 1989
non rivendicavano, come a Praga nel 1968 , un “sociali—
smo dal volto umano”, ma libertà e democrazia. Nei paesi
dell’Europa centrale, numerosi sono coloro che, dopo
aver lottato per un socialismo autentico, sono divenuti re-
sponsabili non solo del ritorno alla democrazia, ma anche
della restaurazione del capitalismo.
Entrato nella coscienza storica del mondo occidentale
dopo la fine degli anni Settanta come un evento centrale
del XX secolo, il ricordo dei campi di morte nazisti si è sal-
dato, dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo del-
l’impero sovietico, con la memoria del “socialismo reale”.
Le due sono diventate indissociabili, come le icone di
USI POLI'I'ICI DEL PASSA'I’O 89

un’“era dei tiranni” definitivamente trascorsa . L’elabora-


‘5

zione della memoria del passato fascista e nazista, iniziata


da qualche decennio in molti paesi europei, si è cosi intrec—
ciata con la fine del comunismo. La coscienza storica del
carattere omicida del nazismo è servita da parametro per
misurare la dimensione criminale del comunismo, rifiutato
in blocco — regimi, movimenti, ideologie, eresie e utopie
comprese — come uno dei volti di un secolo di barbarie. La
nozione di totalitarismo, un tempo collocata nelle stanze
meno frequentate delle biblioteche della guerra fredda, ha
conosciuto un ritorno spettacolare come chiave di lettura
più adatta, se non la sola capace di decifrare gli enigmi di
un’età di guerre, dittature, distruzioni e massacri “’. Una
volta decapitato il mostro totalitario dalla testa di Giano,
nazista e comunista, l’Occidente ha conosciuto una nuova
giovinezza, quasi una nuova verginità. Se il nazismo e il co—
munismo sono i nemici irriducibili dell’Occidente, que—
st’ultimo cessa di costituirne la culla per divenirne la vitti-
ma, mentre il liberalismo si erige a suo redentore. Questa
tesi presenta alcune varianti, dalle più rozze alle più sofi-
sticate. La versione rozza è quella del filosofo del Diparti—
mento di Stato americano Francis Fukuyama, per il quale
la democrazia liberale designa, in senso hegeliano, “la fine
della Storia”, per cui sarebbe ormai impossibile concepire
un mondo diverso e migliore dell’attuale ”. La versione so—
fisticata è quella di François Furet. In Ilpassato di un’illu-
sione, sottolineando che “né il fascismo né il comunismo
sono stati i segni inversi di un destino provvidenziale del-
l’umanità” ‘3, Furet lascia intendere che tale destino prov—
videnziale esiste davvero, rappresentato ovviamente dal lo—
ro nemico comune: il liberalismo.
Dopo aver equiparato il movimento e gli apparati poli—
tici, la rivoluzione e il regime, le sue utopie e la sua ideolo—
gia, i soviet e la Gpu, gli storici della nuova Restaurazione
hanno iniziato a condannare in blocco il comunismo come
un’ideologia e una pratica intrinsecamente totalitarie. Pri—
90 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

vata di ogni dimensione liberatrice, la sua memoria è stata


classificata negli archivi del secolo dei tiranni. Certo, il xx
secolo ha sollevato un interrogativo fondamentale quanto
alla diagnosi di Marx circa il ruolo del proletariato come
liberatore dell’umanità. La rivoluzione russa (e, sulla sua
scia, quelle che l’hanno seguita) ha creato un regime totali-
tario. Tutto ciò contro cui, da Babeuf a Marx, il comuni-
smo era insorto — l’oppressione, la disuguaglianza, il domi-
nio — è diventato la sua condizione normale di esistenza.
La violenza “levatrice” della Storia è stata istituzionalizza-
ta come suo modo di funzionamento. L’apparato concepi—
to come mezzo è divenuto il proprio fine, un feticcio che
esige la sua parte di vittime sacrificali. Il movimento che
aveva promesso l’emancipazione del lavoro, finalmente
strappato alla sua forma capitalistica, lasciò il posto a un
sistema di alienazione e di oppressione. Il comunismo, co-
si come l’abbiamo conosciuto dopo il 1917 attraverso le
sue forme storiche concrete, è sparito con il secolo che l’a-
veva generato. Dopo un’epoca di guerre e genocidi, di fa—
scismi e stalinismi, il socialismo esiste solo, come alle sue
origini, nella sua forma utopica. Ma questa utopia è ormai
pesantemente gravata dal peso della storia, che .la trasfor-
ma, secondo le parole ispirate di Daniel Bensa'id, in una
“scommessa malinconica” 19. Essa si carica di un’acuta
consapevolezza delle sconfitte subite, delle catastrofi sem—
pre possibili, e questa consapevolezza diventa il vero filo
rosso che forma la continuità della storia come storia dei
Vinti.
Diversamente da Marx, che definiva le rivoluzioni co-
me Ie “locomotive della storia”, Benjamin le interpretava
come il “freno d’emergenza” che potrebbe arrestare la
corsa del treno verso una catastrofe eternamente rinnova-
ta e spezzare il continuum della storia 2”. La metafora di.
Marx resta prigioniera della mitologia del progresso di cui
le ferrovie, espressione della società industriale, immagine
della potenza e della velocità, erano state il simbolo per
ISI POLITICI DEL PASSATO 91

tutto il XIX secolo. Dopo le rotaie di Birkenau, dopo le li-


nee ferroviarie che gli zeks hanno costruito nei Gulag del-
la Serbia, le locomotive non evocano più la rivoluzione.
Certo, non siamo più in mezzo alla tempesta, come i nostri
antenati tra le due guerre. Viviamo, almeno provvisoria—
mente, in un paesaggio postcatastrofi'co, al riparo delle ca—
lamità che affliggono altre regioni del pianeta. E con la ca—
tastrofe si è allontanata la rivoluzione, suo corollario. Poi-
ché il suo “campo d’esperienza” si allontana da noi come
un passato trascorso, il suo “orizzonte d’attesa” è diventa—
to invisibile“. Non sappiamo se il comunismo potrà tor—
nare ad essere un “orizzonte d’attesa”, una “utopia con-
creta”, come lo difiniva Ernst Bloch. La cosa certa è che il
suo campo di esperienza è scomparso dal nostro paesag-
gio memoriale e che attende ancora la sua anamnesi.
Da questo punto di vista, la memoria del comunismo
ha conosciuto una parabola analoga a quella di altri movi—
menti di emancipazione. Come hanno sottolineato molti
storici, il maggio ’68 non evoca più, nell’immaginario col-
lettivo, il più grande sciopero generale della storia france-
se, ma il rito di passaggio verso una società individualista e
il momento di formazione di una nuova élite “liberal-liber-
taria”. L’analogia più sorprendente è forse quella dell’anti-
colonialismo, di cui la memoria pubblica ha conosciuto
un’eclisse quasi totale. Una gigantesca rivolta dei popoli
colonizzati contro l’imperialismo è stata dimenticata, ri—
mossa da altre rappresentazioni del “Sud” del mondo ac-
cumulate nel corso di tre decenni: in primo luogo quella
delle fosse comuni della Cambogia e del Rwanda, poi
quella delle “guerre umanitarie”, infine quella del terrori—
smo islamico, i cui portavoce hanno sostituito l’immagine
del guerrigliero. Gli ex colonizzati non hanno acquisito lo
statuto di soggetti storici, si sono semplicemente trasfor-
mati in “vittime”, in oggetto di soccorso da parte dei paesi
sviluppati che continuano ad assolvere, come nel XIX seco—
lo, la loro “missione civilizzatrice”, ormai avvolta nel man-
92 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

tello dei “diritti dell’uomo”. Così seppellito, il ricordo del


comunismo e dell’anticolonialismo come movimenti di
emancipazione, come esperienza di costituzione degli op-
pressi in soggetti storici, sussiste come memoria nascosta,
talvolta come contro-memoria opposta alle rappresentazio-
ni dominanti.
5. I dilemmi degli storici tedeschi

la scomparsa del fascismo

La Germania costituisce un laboratorio interessante


per studiare l’interazione tra memoria e scrittura della sto-
ria. In questo paese, l’emergere di una coscienza storica
del genocidio degli ebrei ha coinciso con la scomparsa del-
la nozione di “fascismo” dal campo storiografico. Ben po—
chi storici si sono dedicati a una analisi comparata dei fa—
scismi ‘, e pochissimi accettano oggi di considerare il fasci—
smo come un fenomeno di portata europea. Si tratta es—
senzialmente di qualche superstite della storiografia della
Germania orientale, dopo la “normalizzazione” seguita al—
la riunificazione in seno al mondo accademico. Ela nozio—
ne stessa di fascismo che, al di là del Reno, sembra costi—
tuire una sorta di tabù. Il fenomeno non è nuovo. Era già
stato ossevato nel 1988 da Timothy Mason, uno studioso
che aveva posto la storia comparata dei fascismi al centro
del proprio lavoro. In un articolo significativamente intito-
lato Whatever happened to “fascism”?, egli sottolineava una
tendenza che si sarebbe accentuata nel corso del decennio
successivo: la scomparsa del concetto di fascismo nella sto—
riografia tedesca 2 .
Gli ultimi vent’anni sono stati caratterizzati in Germa—
94 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

nia da cinque grandi dibattiti, alcuni esclusivamente inter-


ni alla disciplina, altri proiettati verso l’esterno, fino a di—
ventare dei grandi eventi politico—culturali. Il primo è la
“controversia degli storici” (Historikerstreit) del 1986, il
cui impatto oltre le frontiere tedesche è stato considerevo-
le. Poi, l’anno seguente, il carteggio tra Martin Broszat e
Saul Friedlànder, che non ha varcato la soglia delle riviste
e delle pubblicazioni specialistiche, ma che costituisce una
riflessione metodologica di primaria importanza. Nel
1996, è la controversia a proposito del libro di Daniel J.
Goldhagen sui “carnefici volontari di Hitler” ad imporsi
in primo piano, ancora una volta con forti ripercussioni
sulla scena internazionale. Vengono quindi gli esami di C0—
scienza, questa volta esclusivamente interni al mondo ac-
cademico, che hanno luogo in occasione del congresso de-
gli storici tedeschi (Historikertag) del 1998, i quali sono se-
guiti infine dalle polemiche feroci su una esposizione itine-
rante dedicata ai crimini della Wehrmacht.
Il primo dibattito, I’Historikerstreit, inizia quindi nel
1986 con le tesi di Ernst Nolte sul passato tedesco “che
non vuole passare”. La sua interpretazione del nazismo
come reazione alla rivoluzione russa e soprattutto la sua vi—
sione del genocidio degli ebrei come “copia” di un “geno-
cidio di classe” messo in atto dai bolscevichi sono state og—
getto di polemiche ben note. Jürgen Habermas è stato il
principale critico di Nolte, accusato di aver trovato una
maniera comoda di “liquidare i danni”, di “normalizzare”
il passato e di dissolvere la responsabilità storica ereditata
dai crimini del nazionalsocialismo 5.
Il secondo dibattito si è svolto l’anno dopo, al riparo
dai feuilletons della stampa quotidiana e dagli schermi te—
levisivi: un dibattito metodologico destinato ad avere un
certo impatto negli ambiti della ricerca. Pubblicato quasi
simultaneamente in tedesco e in inglese, il carteggio già ci—
tato tra Martin Broszat e Saul Friedländer affrontava la
questione spinosa della possibilità e dei limiti di una stori-
I DILEI‘VINII DEGLI STORICI 'I'EÎDESCIII 95

cizzazione del nazismo, rivelando a un tempo la fecondità


di un dialogo e la differenza che deriva da due approcci di—
stinti: quello di uno storico tedesco e quello di uno storico
ebreoi. Questa differenza, che costituisce uno degli aspet—
ti centrali del loro carteggio, va sottolineata non per “etni—
cizzare” il dibattito ma per ricordare le prospettive episte-
mologiche distinte che dipendono dalla “posizione” dello
storico (ciò che Karl Mannheim avrebbe chiamato il suo
Standort) 5, cioè dal suo inserimento in un contesto sociale,
politico, culturale, nazionale e memoriale specifico?
Terzo dibattito: a metà degli anni Novanta, l’opera del
politologo americano Daniel Goldhagen ha suscitato, ben
oltre gli ambienti universitari, un vasto dibattito pubblico
sul rapporto della società tedesca con il regime nazista e
sul grado di implicazione dei tedeschi “comuni” nella
messa in atto dei suoi crimini. La tesi di Goldhagen, che
mira a presentare il genocidio degli ebrei come un “pro-
getto nazionale” tedesco, è stata fortemente criticata dalla
maggior parte degli storici, ma è stata anche un momento
importante nel confronto della Germania riunificata con il
passato nazista e nella formazione di una coscienza storica,
in particolare tra i giovani, al centro della quale si inscrive
la memoria di Auschwitz 5. L’approccio funzionalista do—
minante negli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta,
che vedeva i crimini nazisti essenzialmente come il prodot—
to di una macchina omicida, impersonale e quasi anonima,
è stato potentemente scosso da Goldhagen, che ha messo
l’accento sulla partecipazione attiva dei tedeschi a questi
crimini, spostando l’attenzione dai campi di sterminio alle
esecuzioni di massa ad opera delle unità speciali delle SS
(Einsatzgruppen), dei battaglioni di polizia e dell’esercito.
Quarto dibattito: nel 1998, il tradizionale incontro degli
storici tedeschi, che si svolge ogni due anni, è stato segnato
da un vivace dibattito introspettivo sul passato della loro
disciplina. La compromissione, a volte l’aperta adesione al
regime nazista di alcune figure di punta della storiografia
96 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

del dopoguerra — come Werner Conze e Theodor Schie-


der, i maestri di numerosi ricercatori che dominano oggi la
disciplina — è stata oggetto di rivelazioni e di critiche molto
severe“. Questo congresso ha tracciato il profilo di una
nuova generazione — in senso storico e non semplicemente
cronologico del termine, secondo la definizione di Mann-
heim — apparsa nel corso dell’ultimo decennio (talvolta an-
che prima, in particolare nel caso di uno dei portavoce del—
l’ondata contestatrice come Götz Aly5). Era in qualche
modo inevitabile che dopo essere stata uno dei vettori pri-
vilegiati dell’elaborazione di una coscienza storica e dello
sviluppo di un vasto dibattito sociale sull’uso pubblico del—
la storia, la comunità degli storici volgesse lo sguardo al
proprio percorso e procedesse, molto onestamente e quin—
di anche molto dolorosamente, alla propria autocritica. Si
è trattato di una identificazione completa del giudice e del-
lo storico, in un processo in cui gli storici si sono eretti a
giudici dei loro predecessori e della loro stessa storia.
Quinto dibattito: la mostra sui crimini della Wehr-
macht, organizzata dall’Institut fiir Sozialforschung di
Amburgo e inaugurata nel 1995, ha una storia tormentata
di cui si potrebbe fissare la conclusione nel 2002 “). Risul—
tato di un importante lavoro di ricerca, questa mostra ha
infranto il luogo comune, profondamente radicato nell’o—
pininone pubblica tedesca, secondo cui l’esercito non sa—
rebbe stato coinvolto nei crimini del nazismo, la cui re-
sponsabilità ricadrebbe in modo pressoché esclusivo sulle
SS e sulla Gestapo. Appoggiandosi su un vasto materiale
di immagini e di documenti, l’esposizione di Amburgo
mostrava al contrario che l’esercito aveva perpetrato nu-
merosi massacri delle popolazioni civili in Unione Sovieti—
ca in particolare in Ucraina e in Bielorussia — e in Serbia,

prendendo parte all’eliminazione degli ebrei. Era stato al
centro di una guerra di conquista e di sterminio contro i
comunisti, le popolazioni slave, gli ebrei e gli zingari, una
guerra che si era radicalizzata di fronte alla resistenza so-
IDILEMIVII DEGLI S'I'ORICI 'I'I'LDESCHI 97

vietica e che presto aveva assunto le caratteristiche di una


guerra coloniale e di una crociata antisemita. Imilioni di
giovani soldati che avevano servito sotto l’uniforme della
Wehrmacht rappresentavano l’insieme della società tede-
sca con la quale essi mantenevano contatti e scambiavano
informazioni. Mostrare l’implicazione della Wehrmacht
nel genocidio degli ebrei significava dunque demolire il.
mito secondo il quale i tedeschi “non sapevano”.
Le feroci polemiche suscitate da questa mostra hanno
raggiunto l’apice nel 1999, quando i suoi detrattori hanno
potuto provare la presenza di alcuni falsi documenti
(quattro fotografie di crimini del Nkvd attribuiti per erro-
re alla Wehrmacht) provocandone la chiusura. A seguito
del lavoro di una commissione d’inchiesta indipendente
che ha respinto ogni accusa di falsificazione e di manipola—
zione, l’esposizione è stata infine riaperta nel 2002, spur-
gata delle fotografie controverse — una parte del tutto infi—
ma sull’insieme dei documenti raccolti e accompagnata

da un nuovo catalogo arricchito di un importante appara—


to critico “.

Queste controversie presentano alcune caratteristiche


profondamente diverse. Si tratta rispettivamente di tre
grandi dibattiti pubblici che hanno largamente superato le
frontiere di una disciplina scientifica (l’Historzkerstreit,
l’affare Goldhagen e la mostra sui crimini della Wehr-
macht), di una riflessione metodologica sull’interpretazio-
ne di un passato che si sottrae ai tradizionali metodi di sto—
ricizzazione (il carteggio Broszat-Friedlànder), infine di
una crisi di identità all’interno di una comunità intellettua—
le (l’Historihertag del 1998). A ben guardare, tuttavia, le
prime tre controversie, che costituiscono anche la premes-
sa e la base sulla quale si sono sviluppate le altre, ruotano
attorno a uno stesso problema: la singolarità storica del
nazismo e dei suoi crimini ”'. Il riconoscimento di questa
singolarità è ormai il postulato implicito della maggioranza
98 IL PASSATO: IS'I’RUZIONI PER L’USO

delle ricerche tedesche sul nazismo. Non si tratta qui di


mettere in discussione questa tesi, che si può benissimo
ammettere e che costituisce per diversi aspetti una acquisi-
zione importante della storiografia. Ciò che merita di esse-
re sottolineato è invece il suo corollario, cioè le conseguen-
ze problematiche, a volte inquietanti, che hanno accompa-
gnato questo riconoscimento. Al primo posto tra questi ef-
fetti negativi, bisognerebbe inserire proprio la scomparsa
del concetto di fascismo.
Su questo problema cruciale, si ha l’impressione che
tutti si siano silenziosamente ma fermamente schierati dal—
la parte di Karl Dietrich Bracher, lo storico liberal—conser-
vatore che con maggiore coerenza ha sempre respinto la
nozione di fascismo. Da più di quarant’anni, egli oppone la
sua visione della Germania nazista come regime totalitario
alle diverse teorie del fascismo, categoria che ritiene possa
essere applicata solo all’Italia di Mussolini 15. Alcuni dei
suoi allievi come Hans-Helmut Kniitter rifiutano persino
di attribuire al fascismo lo statuto di un concetto (Begriff),
riducendolo a una semplice “parola d’ordine” (Schlag—
wort), a una ideologia e a uno strumento di propaganda ”.
Questo atteggiamento non è nuovo. Nuova, invece, è l’a-
desione che suscita da parte di storici e politologi prove-
nienti dalla sinistra, come Wolfgang Kraushaar o Dan Di-
ner. Il primo difende adesso l’idea di totalitarismo, che
presenta come antinomica a quella di fascismo (essendo to-
talitaria, la Germania nazista non potrebbe più essere fa-
scista) ‘5. Il secondo ha recentemente pubblicato un ambi-
zioso e interessante tentativo di “comprensione” del XX se—
colo (Das Jahrhundert verstehen), nel quale non fa quasi
mai ricorso alla nozione di fascismo “5. Il nazionalsociali-
smo appare come un fenomeno esclusivamente tedesco,
completamente distinto e indipendente dal fascismo italia-
no, tanto nel suo contenuto quanto nella sua forma, impos-
sibile da ricondurre a un fenomeno fascista di portata eu-
ropea (per questo il suo libro ignora largamente anche la
IDILEMMI DEGLI STORICI 'Irl-‘‚_I'_)I"‚SCHI 99

guerra civile spagnola). Nella maggior parte dei casi, gli


storici che continuano a utilizzare la nozione di fascismo
sono dei rappresentanti della scuola storica della vecchia
Repubblica democratica tedesca, come Kurt Pätzold, dei
marxisti come Reinhard Kùhnl ”, o degli ex allievi di sini—
stra di Nolte, come Wolfgang Wippermann 18. Tra gli stori—
ci della Repubblica federale tedesca, l’eccezione è data da
Hans Mommsen, che riconosce la pertinenza di questo
concetto, anche se lo usa poco all’interno di un’opera cet—
tamente considetevole che non si distingue perö per il suo
comparatismo. E significativo che la sola opera oggi dispo—
nibile in Germania sui fascismi sia tradotta dal polacco:
Schulen des Hasses, di Jerzy W. Borejsza 19.
Un altro segno rivelatore di questo mutamento nel pae—
saggio intellettuale è l’abbandono della nozione di fasci—
smo da parte di colui che più aveva contribuito alla sua
diffusione: Ernst Nolte. Divenuto celebre all’inizio degli
anni Sessanta grazie a un libro ambizioso in cui interpreta-
va il fascismo come un fenomeno europeo di cui analizza—
va tre varianti principali il regime di Mussolini in Italia, il

nazionalsocialismo tedesco e l’Action française —, egli pte—
fetisce oggi definire il nazionalsocialismo come un totalita-
rismo, di cui ha cercato di dare una spiegazione “storico—
genetica” 20.

La Shoah, la Repubblica democratica tedesca


e l’antîfascismo

All’origine di questo “ostracismo” concettuale vi sono,


ovviamente, diversi fattori. Se ne possono sottolineare al-
meno quattro, legati tanto all’evoluzione intriseca della ri-
cerca storica quanto a una trasformazione del paesaggio
memoriale della Germania.
Il primo dipende dai limiti ormai evidenti delle teorie
classiche del fascismo, in particolare quelle d’ispirazione
100 IL PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L’USO

marxista. E difficile oggi potersi accontentare di una spie-


gazione del nazismo come espressione, secondo la formula
canonica, dei settori più aggressivi del grande capitale e
dell’imperialismo tedesco, o anche, in termini più sfumati,
come semplice risultato di un cambiamento dei rapporti di
forza tra le classi 2‘. Ilimiti di una tale lettura sono ormai
riconosciuti da tutti anche se, sia detto per inciso, le inter-
pretazioni marxiste, oggi poco frequentate dagli studiosi,
sono spesso molto più ricche e complesse di quanto si
pensi (i marxisti sono tra i primi ad aver parlato del fasci-
smo in termini di totalitarismo, di policrazia, di carisma, di
psicologia di massa ecc.) 22. L’indifferenza nei confronti
delle basi di classe del nazismo rischia inoltre di condurre
in un Vicolo cieco, esattamente come le interpretazioni
dello Stato hitleriano in termini rigorosamente “Classisti”.
Se nessuno puô seriamente pretendere che le camere a gas
corrispondessero a un disegno del capitalismo monopoli—
stico tedesco, l’implicazione di quest’ultimo nel sistema
concentrazionario nazista è incontestabile, cosi come il so-
stegno delle élite tedesche tradizionali al regime nazista fi-
no alla fine della Seconda guerra mondiale.
Il secondo fattore dipende dalle profonde differenze
tra il fascismo italiano e il nazionalsocialismo, soprattutto
sul piano dell’ideologia. L’antisemitismo, che occupa un
posto centrale nella visione del mondo e nella politica na-
ziste, rimane ufficialmente assente dal fascismo fino al
1938, sedici anni dopo l’arrivo al potere di Mussolini. Più
in generale, le matrici culturali del fascismo italiano (la
presenza, alle sue origini, di una componente di “sini-
stra”), la sua esaltazione dello Stato “totalitario” (al posto
della völkische Gemeinschaft) e anche la sua definizione
del nazionalismo (più spiritualista che biologica) rivelano
differenze così profonde nei confronti del nazionalsociali-
smo che una visione monolitica del fascismo come feno—
meno omogeneo le cui varianti nazionali sarebbero super—
ficiali appare fortemente contestabile 25.
I IJI'LEMIVII DEGLI STORICI TÎzl'l'JI'lSCI II 101

Se queste lacune e questi limiti oggettivi hanno certa-


mente favorito una rimessa in discussione del concetto di
fascismo, un terzo fattore che ne ha determinato I’ecIisse è
di natura essenzialmente politica. La nozione di fascismo
era un dogma per la scuola storica della Repubblica demo-
cratica tedesca, in un contesto in cui le frontiere tra ricerca
e ideologia, tra interpretazione del passato e apologia del-
l’ordine dominante erano molto sottili. Dopo la riunifica—
zione, questa nozione è scomparsa a seguito della demoli-
zione, in senso letterale, della scuola storica che l’aveva de-
finita. Questo processo è stato accompagnato prima dalla
rimessa in discussione e poi dal rigetto radicale di un’altra
nozione, quella di antifascismo, che appariva più come
una ideologia di Stato che come l’eredità di un movimento
di resistenza. Lo studio della resistenza comunista — la cui
ampiezza non fu affatto trascurabile 2" — era appannaggio
della storiografia della Germania orientale, sottoposta a un
forte controllo ideologico. All’Ovest, si privilegiava l’op—
posizione all’interno dell’esercito, il cui esito fu l’attentato
contro Hitler del luglio 1944, mentre la storia sociale ten-
deva a mettere tra parentesi il concetto stesso di resistenza
(Widerstand) pet spostare l’attenzione verso le diverse for-
me di “non adattamento” (Resistenz) della società civile
nei confronti del regime. Come ha suggerito Saul Friedlän-
der, la conseguenza dell’uso di questo concetto — che lette-
ralmente significa “l’immunità in senso biologico” 25 — era
quella di legittimare la visione lenitiva e apologetica, larga—
mente diffusa tra l’opinione pubblica dopo il 1945, di una
società civile tedesca in ultima analisi estranea ai crimini
del nazismo. Con lo sviluppo degli studi sulla Vita quoti-
diana (Alltagsgeschichte) nella Germania nazista, la resi-
stenza perdeva il suo interesse 2". Questa trasformazione
era tanto più naturale in quanto solo la storiografia della
Rdt poteva legittimamente considerarsi l’erede di una tra-
dizione antifascista e non certo gli storici della Germania
dell’Ovest appartenenti a quella che oggi è abitualmente
102 IL PASSATO: ISTRUZION l PER L’USO

chiamata “generazione della Hitlerjugend”, per non parla-


re dei loro maestri che dominavano la disciplina nell’era
Adenauer e che spesso avevano aderito al partito nazista
prima del 1945. Ma questo quadro sarebbe incompleto
senza un altro elemento politico. Il concetto di fascismo,
nella Germania occidentale degli anni Sessanta e Settanta,
serviva spesso a indicare anche il presente e a motivare la
lotta contro le tendenze autoritarie di un sistema politico
nato dalle ceneri del Terzo Reich. Secondo la celebre for—
mula di Adorno, il pericolo rappresentato dalle sopravvi-
venze del fascismo nella democrazia era ben più grande
della minaccia di una ricaduta nel fascismo”. La solidità
delle istituzioni democratiche tedesche, la cui riunificazio—
ne è stata un test decisivo, ha mostrato il carattere datato e
ormai obsoleto di una tale concezione.
Veniamo ora al quarto elemento, probabilmente il più
importante. Ciö che più ha contribuito all’abbandono del—
la nozione di fascismo nella storiografia tedesca, è stato l’e-
mergere di una coscienza storica fecondata dalla memoria
di Auschwitz. Il fascismo appariva come una categoria
troppo generica per analizzare Auschwitz. L’unicità dello
sterminio degli ebrei d’Europa non può essere colta con
un concetto che è stato applicato anche all’Italia di Musso—
lini, alla Spagna di Franco, al Portogallo di Salazar, all’Au-
stria di Dollfuss, alla Romania di Antonescu, ecc. La no-
zione di fascismo, scrive Dan Diner con una formula pe-
rentoria, “non permette di cogliere il nocciolo di Ausch—
witz” 2“. L’eclisse del concetto di fascismo appare dunque
come l’epilogo di un lungo percorso della storiografia te-
desca che sfocia in una visione del passato al centro della
quale si colloca ormai la Shoah, il “punto fisso” del siste-
ma nazista, segnato da una irriducibile “unicità” (Einzigar-
tigkeit). L’accanimento con il quale gli storici si sono sba-
razzati del concetto di fascismo appare quasi come una
sorta di nichilismo compensativo, con il quale hanno cer-
cato di cancellare il lungo periodo durante il quale i loro
I DI [FMR/II DEGLI STORICI TEDESCHI 103

predecessori furono incapaci di pensare e di investigare il


genocidio degli ebtei.
Sorge allora una domanda di non poco conto: la nozio-
ne di totalitarismo, che ha conosciuto una tinascita spetta-
colate nel corso dell’ultimo decennio in Germania come
nel resto dell’Europa, e forse più adatta a cogliere la singo-
larità della Shoah? Possiamo dire che lo spostamento del
comparativismo storico dal rapporto tra il fascismo italia-
no e il nazismo al rapporto tra il nazismo e il comunismo
sia davvero più illuminante per comprendere la natura del
regime hitleriano e la singolarità dei suoi crimini? Si può
affermare seriamente che la messa in parallelo del “duplice
passato totalitario” della Germania — quello del Terzo
Reich e quello della Repubblica democratica tedesca,
quello, per riprendere la formula di Étienne Francois, di
un regime che ha accumulato una montagna di cadaveri e
quello di un regime che ha accumulato una montagna di
dossier 29 — conduca a conclusioni di maggiore valore euri—
stico? Il dubbio sembra legittimo.
Non si tratta di contestate il. valore della nozione di to-
talitarismo — limitato ma reale — né di tifiutate la legittimi-
tà di una comparazione tra i crimini del nazismo e quelli
dello stalinismo. Il problema dipende dall’uso che se ne fa.
Perché bisognerebbe pensare il totalitarismo e il fascismo
come a categorie analitiche incompatibili e alternative?
Petché bisognerebbe attribuire una maggiore portata euri—
stica alla comparazione tra nazismo e comunismo che a
quella tra nazismo e fascismo? Non si tratta nemmeno di
negare la singolarità storica dei crimini nazisti, perché lo
sterminio industriale degli ebrei d’Europa resta una carat—
teristica esclusiva del nazionalsocialismo. Ma se le camere
a gas non hanno equivalenti fuori dal Terzo Reich, le loro
premesse storiche — l’antisemitismo, il razzismo, il colonia—
lismo, l’anti-illuminismo, la modernità tecnica e industria—
le sono largamente presenti, a diversi livelli d’intensità,

nell’intero mondo occidentale. D’altra parte, la singolarità
104 IL PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L’USO

dei crimini del nazismo non esclude la sua appartenenza,


nonostante tutte le sue particolarità, a una famiglia politica
più vasta, quella dei fascismi europei. Ma è proprio questa
ipotesi che, dall’Historikerstreit fino ai più recenti dibattiti
sul Lihro nero del comunismo (il cui impatto non è stato
trascurabile in Germania), ha conosciuto un’eclisse quasi
totale. Abbiamo dunque assistito, nonostante le inconte-
stabili acquisizioni della ricerca, al ritorno di un “consenso
antitotalitario” che, per riprendere le parole di Habermas
a proposito della Germania di prima del 1968, presuppo—
neva un a priori “anti-antifascista” 5°.
Per dirla brevemente, l’eclisse del fascismo dipende
dalla congiunzione di due tendenze: da un lato il consenso
antitotalitario liberale e “anti-antifascista”, dall’altro l’e—
mergere di una coscienza storica fondata sulla memoria
della Shoah e sul riconoscimento della sua singolarità. In
Italia, a queste tendenze hanno dato impulso alcune cor-
renti della storiografia che, potentemente amplificate dai
media, hanno teorizzato una separazione radicale tra fasci-
smo e nazismo. Il fascismo italiano, affermava Renzo De
Felice nel corso di una intervista che fece gran rumore, re-
sta fuori dal “cono d’ombra dell’Olocausto” “. Questo fe—
nomeno perverso — il riconoscimento della singolarità del
genocidio ebraico, che agisce in Germania come veicolo di
formazione di una responsabilità storica e in Italia come
pretesto per una rilettura apologetica del fascismo — è una
fonte permanente di malintesi e di ambiguità.
Irischi di tali tendenze sono quelli che Martin Broszat
aveva denunciato all’inizio del suo carteggio con Saul
Ftiedländer e di cui quest’ultimo sembra riconoscere oggi,
almeno in parte, la realtà: un “isolamento” del passato na-
zista che impedisce di coglierne i legami con gli altri fasci—
smi europei e, più in generale, col modello di civilizzazio-
ne del mondo occidentale. Cogliere questi legami non si—
gnifica “normalizzare” o riabilitare il nazismo, ma piutto-
sto “denormalizzare” la nostra civiltà e rimettere in discus-
l DILEMMI DEGLI STORICI TEDESCHI 10.5

sione la storia dell’Europa. Se vi è un Sonderweg tedesco,


esso non spiega le origini del nazismo ma il suo risultato”.
In altre parole, la singolarità della Germania nazista dipen—
de dalla sua sintesi, sconosciuta altrove, tra diversi elemen-
ti — antisemitismo, fascismo, Stato totalitario, modernità
tecnica, razzismo, eugenismo, imperialismo, controrivolu—
zione, anticomunismo apparsi nell’insieme dell’Europa

alla fine del XIX secolo e potentemente sviluppati dalla Pri—
ma Guerra mondiale a livello continentale.
Questo “isolamento” rischia di allontanare la storiogra-
fia tedesca dalle principali correnti della ricerca interna-
zionale, dove la legittimità del fascismo come “tipo ideale”
è generalmente ammessa. Molti sono gli storici che, negli
anni recenti, ne hanno fatto e ne fanno uso. Infine, il rifiu—
to della nozione di fascismo (e, di conseguenza, di antifa-
scismo) non fa che riproporre l’eterna questione dei rap-
porti tra storia e memoria. Scava un fossato radicale tra la
storicizzazione attuale del nazismo e la percezione che ne
avevano i suoi contemporanei, quando il fascismo, prima
di essere una categoria analitica, era un pericolo contro il
quale bisognava battersi e quando l’antifascismo, prima di
divenire un’ideologia di Stato, costituiva un ethos condivi-
so dall’Europa democratica e, in quel contesto, dalla cul-
tura tedesca in esilio.
6. Revisione e revisionismo

Metamorfosi di un concetto

“Revisionismo” è una parola camaleontica che ha as-


sunto nel corso del XX secolo significati diversi e contrad-
dittori, prestandosi a molti usi e suscitando talvolta dei
malintesi. Le cose si sono ulteriormente complicate per via
della sua appropriazione da parte della setta internaziona-
le che nega l’esistenza delle camere a gas e più in generale
il genocidio degli ebrei d’Europa ‘. I negazionisti hanno
cercato di presentarsi come i portavoce di una scuola sto—
rica “revisionista” opposta a un’altra scuola, che essi defi-
niscono “sterminazionista” e che include ovviamente l’in-
sieme degli studi storici sull’Olocausto degni di questo no-
me. Al fine di difendere le loro tesi, nel 1987 inegazionisti
hanno fondato una rivista chiamata “Annales d’histoire ré-
visionniste”, divenuta poi “Revue d’histoire révisionniste”.
Inutile aggiungere che questa corrente — di cui Pierre Vi—
dal-Naquet ha svelato la vera intenzione ribattezzandola
“gli assassini della memoria” 2 — non ha mai raggiunto il
suo scopo, poiché non ha finora ottenuto il minimo rico-
noscimento nell’ambito della storiografia né diritto di Cit—
tadinanza nel dibattito pubblico. Al contrario — questo fat-
to è stato spesso sottolineato — la sua apparizione ha avuto
REVISIONE E REVISIONISMO 107

l’effetto indiretto di stimolare la ricerca, che è pervenuta


nel corso di questi ultimi anni a una conoscenza ben più
precisa e dettagliata dei mezzi e delle modalità del proces—
so di sterminio degli ebrei.
I negazionisti sono nondimeno riusciti a inquinare il
linguaggio e a creare una confusione considerevole attor—
no al concetto di revisionismo. Francois Bédarida non
mancava di ricordarlo, una decina di anni fa, scrivendo
che, appropriandosi di questo termine, i negatori del ge-
nocidio avevano compiuto “una vera e propria usurpazio-
ne”. Avevano ripreso una parola esistente che traduce “un
approccio più che onorevole, per darsi una rispettabilità
falsa e ingannevole” 5. E ormai indispensabile, quando si
usa questo termine, precisarne il significato, come fa per
esempio Pierre Vidal-Naquet che indica, all’inizio delle
sue “Tesi sul revisionismo” (1985), la sua scelta deliberata
di usarlo in una accezione restrittiva, limitata alla “dottrina
secondo la quale il genocidio praticato dalla Germania na-
zista nei confronti degli ebrei e degli zingari non sarebbe
esistito ma consisterebbe in un mito, in un’affabulazione,
in una truffa”. Egli prosegue sottolineando che questa pa-
rola può veicolare significati diversi a seconda dei contesti,
ricordando infine che essa ha conosciuto i suoi momenti di
gloria. In Francia, egli scrive, “i primi revisionisti moder-
ni” sono stati i sostenitori della revisione del processo che
aveva portato alla condanna del capitano Alfred Dreyfus?
Nelle sue linee generali, la storia del revisionismo ne-

gazionismo escluso — potrebbe essere ricondotta a tre mo-


menti principali: una controversia marxista, uno scisma in-
terno al mondo comunista e, in senso più largo, una serie
di dibattiti storiografici posteriori alla Seconda guerra
mondiale. Partiamo dunque dal revisionismo classico, con
il quale la parola è stata introdotta nel lessico della cultura
politica moderna: si tratta evidentemente della Bernstein-
dehatte, che nacque alla fine del XIX secolo in seno alla so-
cialdemocrazia tedesca e si estese immediatamente all’in-
108 IL PASSATO: |S'l'RL."/.I(Î)NI PER L’USO

sieme del movimento socialista internazionale. L’ex segre—


tario di Engels, Eduard Bernstein, teorizzava allora la ne—
cessità di “rivedere” alcune concezioni di Marx, come la
polarizzazione crescente tra le classi nella società borghese
o la tendenza al crollo del capitalismo dilaniato dalle sue
crisi interne. Da queste revisioni teoriche, Bernstein traeva
alcune conclusioni politiche che miravano ad armonizzare
la teoria della socialdemocrazia tedesca con la sua pratica,
quella di un grande partito di massa che aveva abbandona-
to la via rivoluzionaria e si orientava verso una politica ri—
formista? Questo “revisionismo” fu vigorosamente criti-
cato da Kautsky, Rosa Luxemburg e Lenin, ma nessuno
mai si sognò di espellere Bernstein dalla Spd e la contro—
versia, talvolta di alto livello teorico, rimase sempre nei li-
miti di un dibattito di idee. Essa fu seguita da altre “revi-
sioni” — da Rodolfo Mondolfo in Italia, Georges Sorel in
Francia e Henri de Man in Belgio — che avrebbero condot-
to alcuni dei loro promotori dal socialismo al fascismo ". Il
termine cominciò cosi a diffondersi al di là degli ambienti
marxisti. Negli anni Trenta, si definiva revisionista Vladi-
mir Jabotinsky che rifiutava la via diplomatica raccoman—
data dai fondatori del sionismo politico (Herzl, Nordau) e
progettava la creazione di uno Stato ebraico in Palestina
ricorrendo alla forza’.
La controversia socialista assumerà una connotazione
dogmatica, quasi religiosa, dopo la nascita dell’Unione so-
vietica e la trasformazione del marxismo in ideologia di
Stato, con i suoi dogmi e i suoi guardiani dell’ortodossia.
La parola “revisionista” diventò allora un epiteto infaman—
te, sinonimo di “traditore”. Essa fu largamente usata du-
rante lo scisma jugoslavo nel 1948 e soprattutto durante il
conflitto cino-sovietico, all’inizio degli anni Sessanta. Tal-
volta diventava un aggettivo che accompagnava un sostan-
tivo più pittoresco e feroce, come nella formula “iena revi-
sionista”, prediletta dagli ideologi del Cominform per de-
finire il maresciallo Tito..”
REVISIONE I". REV l SIONISMO 109

Ma le controversie su Bernstein, Jabotinsky e Tito non


riguardavano almeno non direttamente — la scrittura del-

la storia. Il terzo campo di applicazione della nozione di
revisionismo riguarda invece la storiografia del dopoguer—
ra. Numerosi approcci che miravano a rinnovare l’inter—
pretazione di un’epoca o di un avvenimento, a rimettere in
discussione il punto di vista dominante, sono stati definiti
“revisionisti”. Questa parola puntava a sottolineare il loro
carattere innovativo e non a delegittimarli, poiché i loro
rappresentanti erano sempre riconosciuti come membri
appartenenti a pieno titolo alla comunità degli storici. Tra
le “revisioni” più importanti si potrebbe ricordare quella
avviata all’inizio degli anni Sessanta dallo storico tedesco
Fritz Fischer, che rinnovava il dibattito sulle origini della
Prima guerra mondiale (sottolineando, contro la, tendenza
dominante nella storiografia tedesca, le mire pangermani-
ste dello stato maggiore prussiano) 8. Poi quella dei polito—
logi americani che, seguendo l’esempio di Gabriel Kolko,
rimettevano in discussione la guerra fredda 5. Piü recente—
mente, quella di uno storico come Gar Alperowicz, secon—
do il quale la scelta americana di sganciare la bomba ato-
mica su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945, mirava
più a stabilire la supremazia strategica degli Stati uniti sul-
l’Unione sovietica — facendo pesare sulla scena internazio-
nale il suo monopolio dell’arma nucleare — che a mettere
fine alla guerra risparmiando delle vite umane, come pre-
tendeva il presidente Truman “’. Negli Stati uniti vengono
oggi definiti “revisionisti” dei sovietologi come Moshe Le—
win, Arch Getty e Sheila Fitzpatrick che, a partire dagli an—
ni Settanta, hanno preso le distanze dagli approcci antico—
munisti dell’epoca della guerra fredda e cominciato a stu—
diare, al di là della facciata totalitaria del regime, la storia
sociale del mondo russo e sovietico “. Ma numerose “revi-
sioni” appaiono anche in Europa. Per esempio in Italia, al-
l’inizio degli anni Sessanta, in un dibattito storiografico sul
Risorgimento, dove “revisioniste” sono definite le tesi di
110 IL PASSATO: IST‘RU'AIONI PER L’USO

Gramsci e Salvemini sui limiti del processo di unificazione


nazionale diretto dalla monarchia sabauda 12. Qualche an—
no dopo, François Furet procede alla “revisione” dell’in—
terpretazione giacobino-marxista della Rivoluzione france—
se - interpretazione che stigmatizza con disprezzo come
una “vulgata populista-leninista” — e si orienta verso una
lettura liberale della rottura del 1789, servendosi di Toc—
queville e di Augustin Cochin, suscitando un vasto e pole-
mico dibattito internazionale ”. All’epoca del bicentenario
della Rivoluzione, questa tesi “revisionista” benché nu-

trita di vecchi stereotipi conservatori si è imposta come



la lettura dominante. L’ultima “revisione” di peso è quella,
già menzionata nei capitoli precedenti, dei “nuovi storici
israeliani”. Facendo cadere alcuni miti tenaci, Benny Mor—
ris e Ilan Pappé hanno presentato il conflitto del 1948 in
tutta la sua complessità, quella di una guerra che fu al con-
tempo lotta autodifensiva e campagna di epurazione etni—
ca “‘. Una guerra in cui lo Stato ebraico che era appena sta—
to ptoclamato combatteva da una parte per la sua soprav—
Vivenza e procedeva dall’altra all’espulsione di diverse cen—
tinaia di migliaia di palestinesi. Ecco un esempio di “ revi—
sione” opposta a una visione apologetica, che si sforza al
contrario di mettere fine a un lungo periodo di amnesia
collettiva e di occultamento ufficiale del passato.

La parola e la cosa

Queste “revisioni” storiografiche sollecitano qualche


puntualizzazione metodologica. La prima riguarda l’uso
delle fonti. Se il racconto storico è una ricostruzione degli
avvenimenti del passato “cosi com’è veramente stato” (wie
es eigentlich gewesen), secondo la formula canonica di
Ranke — definizione certo semplificatrice ma incisiva — ne
consegue che alcune “revisioni” si inscrivono nel suo am-
bito in modo naturale. La scoperta di fonti nuove, l’esplo-
REVISIONE E REVISION ISMO 11I

razione degli archivi, la moltiplicazione delle testimonian-


ze possono gettare una nuova luce su eventi che si crede—
vano perfettamente noti ma di cui si aveva una conoscenza
lacunosa o erronea. La revisione al ribasso del numero del-
le vittime del sistema concentrazionario in Unione sovieti—
ca — stimato a dieci milioni da Robert Conquest, poi ridot-
to a meno di due milioni e ottocentomila dalle ricerche più
recenti ‘5 — è stata la conseguenza dell’analisi scrupolosa
delle fonti e dell’accesso a una documentazione essenziale
prima inaccessibile (una revisione analoga era avvenuta a
proposito delle vittime delle camere a gas di Auschwitz,
stimate nel 1945 a cinque milioni e oggi a un milione e
mezzo).
Altre “revisioni” derivano da un cambiamento di para-
digma interpretativo. Talvolta, l’introduzione di un nuovo
paradigma può essere legata a fonti prima ignorate, come
sanno tutti coloro — o piuttosto tutte coloro — che hanno
cominciato a scrivere una storia delle donne (necessaria-
mente “revisionista”, dato che implicava un mutamento
dell’approccio, dei soggetti, dei temi e delle fonti nel mo-
do di fare storia). La storia si scrive sempre al presente e
l’interrogativo che orienta la nostra esplorazione del passa-
to si modifica secondo le epoche, le generazioni, le trasfor—
mazioni della società e i percorsi della memoria collettiva.
Se la nostra visione della Rivoluzione francese o della Ri-
voluzione russa non è più la stessa di cinquant’anni o un
secolo fa, ciö non si deve soltanto alla scoperta di fonti ine-
dite, ma anche e soprattutto a una messa in prospettiva
storica nuova, legata alla nostra epoca. Non è difficile rico-
noscere che la lettura romantica della Rivoluzione francese
proposta da Michelet, quella marxista di Soboul e quella
liberale di Furet appartengono a contesti storici, culturali
e politici diversi. E ben difficile pensare che un’opera co-
me Black Athena di Martin Bernal, che va alla ricerca delle
radici africane della civiltà occidentale, potesse essere
scritta da uno storico europeo dell’Ottocento, in piena età
I 12 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

dell’imperialismo. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.


In questa accezione, le “revisioni” della storia sono le—
gittime, inevitabili e a volte necessarie. Tuttavia, alcune re—
visioni — quelle che più spesso si definiscono “revisioni—
smo” implicano una svolta etico—politica nel nostro modo

di guardare al passato. Esse corrispondono a CIÔ Che Jür—
gen Habermas aveva chiamato, all’epoca dell’Historiker-
streit, l’emergere di “tendenze apologetiche” nella storio-
grafia ‘6. Usato in questo senso, il concetto di “revisioni-
smo” assume evidentemente una connotazione negativa.
Non è dunque sorprendente che alcuni storici accusati di
“revisionismo” abbiano cercato di difendersi ricordando
che la “revisione” appartiene al modo normale di lavorare
dello storico e che, per definizione, quest’ultimo sarebbe
sempre un “revisionista”. Nel suo carteggio con François
Furet, Ernst Nolte sottolinea che “le ‘revisioni’ sono il pa—
ne quotidiano del lavoro scientifico” ”.
E evidente che nessuno ha mai rimproverato gli storici
“revisionisti” per aver esplorato archivi inediti o aver basa-
to i loro lavori su una documentazione nuova. Ciò che si
rimprovera loro è l’intento politico soggiacente alla loro ri—
lettura del passato. L’esempio classico di questo tipo di re-
visione è proprio quello di Ernst Nolte. Nel suo libro La
guerra civile europea, egli presenta i crimini nazisti come la
semplice “copia” di una “barbarie asiatica” introdotta dal
bolscevismo nel 1917. Minacciata di annientamento, la
Germania avrebbe reagito sterminando gli ebtei, fondatori
del regime bolscevico, i cui crimini costituiscono per No]-
te il “precedente logico e fattuale” dei crimini nazisti 18.
L’assoluta mancanza di distanza critica mostrata da Nolte
nei confronti delle sue fonti — la letteratura nazista dell’e-
poca — giustifica qualche perplessità, come ha opportuna—
mente sottolineato Hans-Ulrich Wehler ”. Ma il problema
fondamentale non dipende dall’uso delle fonti. E evidente
che la storicizzazione del nazismo proposta da Nolte sfo-
cia in una rilettura del passato in cui la Germania non oc-
REVISIONE E REV I_SIOMSMO 113

cupa più la posizione dell’oppressore ma quella della vitti—


ma e le sue vittime reali, a cominciare dagli ebrei, sono
considerate dei “danni collaterali” nel migliore dei casi e,
nel peggiore, come la fonte del male in quanto responsabi-
li della rivoluzione bolscevica 2°.
Quanto a Renzo De Felice, la sua monumentale ricerca
sull’Italia fascista ha prodotto numerose “revisioni” che
sono oggi delle acquisizioni storiografiche generalmente
accettate, come ad esempio il riconoscimento della dimen-
sione “rivoluzionaria” del primo fascismo, del suo caratte-
re modernizzatore o ancora del “consenso” ottenuto dal
regime di Mussolini all’interno della società italiana, in
particolare al momento della guerra d’Etiopia“. Assai più
discutibile, invece, è la sua interpretazione della guerra ci-
vile italiana, tra il 1943 e il 1945, come conseguenza della
scelta antinazionale di una minoranza di resistenti, per la
maggior parte comunisti. O ancora, come si è visto, la sua
concezione del fascismo italiano come un regime comple-
tamente distinto, per le sue radici, la sua ideologia e i suoi
scopi, dal nazismo, con il quale avrebbe stabilito un’al—
leanza contro natura nel 1940. O infine il suo modo di fare
di Mussolini un “patriota” che sceglie di sacrificarsi fon-
dando la repubblica di Salò al fine di risparmiare all’Italia
un destino simile a quello della Polonia. Si tratta qui di
una rilettura apologetica del fascismo fondata sulla riabili—
tazione di Mussolini. Se si aggiunge che queste tesi sono
sviluppate in un libro — Rosso e nero22 — la cui pubblicazio—
ne ha coinciso con l’ingresso al governo, per la prima volta
dopo la fine della guerra, di un partito “postfascista”, ere—
de della repubblica di Salò, questa revisione storica non
poteva che apparire come il supporto intellettuale di un
progetto politico suscettibile di modificare profondamen-
te le basi etico-politiche della repubblica italiana.
Si sarebbe quasi tentati di opporre la revisione storica
francese a quella di De Felice e dei suoi allievi. In Francia,
sulla scia di Zeev Sternhell e di Robert]. Paxton (un israe-
1 14 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

liano e un americano), gli storici hanno proceduto a una


“revisione” che ha permesso di riconoscere le radici autoc-
tone del regime di Vichy, il suo carattere estremamente au-
toritario, se non fascista, il suo ruolo attivo nella collabora-
zione e la sua complicità nel genocidio degli ebrei ”. In Ita—
lia, invece, sotto l’impulso dell’ultimo De Felice, è apparsa
una nuova tendenza storiografica che fa della riabilitazio-
ne del fascismo il suo obiettivo esplicitamente rivendicato.
In Francia venivano abbandonate le tesi sull’inesistenza di
un fascismo nazionale e i miti su Vichy come “scudo” pro—
tettivo quando in Italia Mussolini veniva ritratto come una
figura tragica di patriota.
Le revisioni che ho appena menzionato — quali che sia-
no i loro intenti e il loro valore superano le frontiere del-

la storiografia in quanto disciplina scientifica per toccare
un campo più vasto, quello del rapporto che ogni paese
stabilisce con il proprio passato, ciò che Habermas defini-
sce, con una formula efficace, l’uso puhhlico della storia“.
In altre parole, queste revisioni rimettono in discussione,
al di là di una interpretazione dominante, una coscienza
storica condivisa e una responsabilità collettiva nei con-
fronti del passato. Esse riguardano sempre eventi fondanti
— la Rivoluzione francese, la Rivoluzione russa, il fascismo,
il nazismo, la guerra arabo—israeliana del 1948, ecc. e la—
loro rilettura della storia concerne, ben al di là dell’inter-
pretazione di un’epoca, il nostro modo di vedere il mondo
nel quale viviamo e la nostra identità nel presente. Esisto—
no dunque revisioni di natura diversa: alcune feconde, al-
tre discutibili, altre ancora profondamente nefaste. Fecon-
da è la revisione dei “nuovi storici” israeliani, che ricono—
scono un’ingiustizia prima negata, raggiungono la memo-
ria palestinese e gettano le basi per un dialogo israelo-pale—
stinese. Discutibile è la revisione di Furet, che conclude Il
passato di un’illusione con una rimessa in discussione radi—
cale di tutta la tradizione rivoluzionaria — fonte, ai suoi oc-
chi, dei totalitarismi moderni — e con una apologia malin-
REVISIONE E REVISIONJSMO 115

conica del liberalismo come orizzonte insuperabile della


storia”. Nefaste, infine, sono le revisioni di Nolte C De Fe-
lice, il cui obiettivo — o almeno la conseguenza — è il re—
stauro dell’immagine del fascismo e del nazismo, riconci-
liandone la memoria con le società che ne portano le trac—
Ce e ne gestiscono il
lascito.
Se alcune revisioni della storia devono essere combat-
tute, ci si può tuttavia interrogare sull’utilità di catalogarle


in una stessa categoria negativa il “revisionismo” — che
ricorda l’“inferno” in cui in altri tempi si collocava la lette—
ratura pornografica nelle biblioteche… Trasformata in lotta
“antirevisionista”, la critica delle tesi di Nolte e De Felice
rischia di conoscere una deriva analoga a quella della con-
trovetsia marxista sul revisionismo ricordata più sopra,
cioè il passaggio da un dibattito di idee a una pratica in-
quisitoria, alla scomunica di tutti coloro che si allontanano
da una ortodossia prefissata, da un canone normativo. In
altri termini, parlare di “revisionismo” rimanda sempre a
una storia teologizzata. L’antifascismo trasformato in ideo-
logia di Stato nei paesi del blocco sovietico, in particolare
nella Repubblica democratica tedesca, ha prodotto nel
lungo periodo dei risultati disastrosi, compromettendo al-
la fine la propria Iegittimità. Senza raggiungere le stesse
proporzioni, la retorica antifascista che ha regnato in Italia
per quarant’anni ha avuto delle conseguenze dannose sulla
ricerca storica. Per molto tempo, la preoccupazione di de-
nunciare il fascismo ha prevalso su quella di analizzarlo e
capirlo. Sono occorsi decenni per superare alcuni tabù.
L’opera di Claudio Pavone storico di sinistra ed ex resi-

stente — che interpreta la Resistenza non solo come una
lotta di liberazione ma anche come una guerra di classe e
soprattutto come una guerra civile, è apparsa soltanto nel
199026. Insomma, l’antifascismo istituzionalizzato e tra-
sformato in epopea nazionale non è stato un antidoto effi-
cace contro la riabilitazione del fascismo. Bisognerebbe
evitare che qualcosa di analogo si ripetesse per la Shoah,
116 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

ormai divenuta, come abbiamo visto, una “religione civi—


le” dell’Occidente, con le conseguenze positive ma anche
tutti i pericoli che questo comporta.
Le tendenze apologetiche nella storiografia del fasci-
smo e del nazismo devono essere combattute, ma noncon-
trapponendo loro una visione normativa della storia. E per
questo che le leggi contro il negazionismo possono rivelar-
si pericolose. Se il negazionismo deve essere combattuto e
isolato in tutte le sue forme — quello di Robert Faurisson e
di David Irving, come quello, più rispettabile in apparen—
za, di Bernard Lewis —, diversi storici (tra i quali il sotto-

scritto) hanno espresso alcuni dubbi sull’opportunità di
sanzionarlo per legge, istituendo così una verità storica uf—
ficiale protetta dai tribunali, con l’effetto perverso di tra-
sformare gli assassini della memoria in vittime di una cen-
sura, in difensori della libertà di espressione. In altre paro—
le, se si accetta la nozione di “revisionismo”, bisogna am-
mettere il principio di una storia ufficiale. Krzysztof Po—
mian ha ragione di affermare che non dovrebbero esserci
né storici ufficiali né storici revisionisti ma soltanto storici
critici 28. “Revisionismo” è una parola ereditata da un seco-
lo in cui l’impegno degli intellettuali passava attraverso il
loro schieramento ideologico. Si è potuto credere allora
che il miglior mezzo per difendere dei valori consistesse
nel vestire una uniforme ideologica o prendere la tessera
di un partito. Il prezzo di questa scelta troppo spesso è sta-
to la dimissione degli intellettuali di fronte alla loro fun-
zione critica. Ciò non ha più ragion d’essere oggi. Benché
entrata nel linguaggio e ormai di uso corrente nella pole-
mica, la nozione di “revisionismo” resta assai problemati-
ca e spesso si rivela nefasta. Forse sarebbe meglio utilizzar-
la soltanto per indicare una controversia datata, sollevata
da Eduard Bernstein più di un secolo fa.
Nota bibliografica e ringraziamenti

Il nucleo originale di questo saggio è una comunicazio-


ne presentata all’Università di La Plata, in Argentina, nel-
la primavera del 2002, durante un convegno organizzato
dalla Comisiôn Provincial por la Memoria, l’istituzione
che raccoglie gli archivi della dittatura militare degli anni
1975-1983 e costituisce una fonte essenziale per lo studio
della memoria dei “desaparecidos” nella provincia di Bue-
nos Aires. Una versione italiana è apparsa, con il titolo
Storia e memoria. Gli usi politici del passato, nella tivista
“Novecento. Per una storia del tempo presente”, 10,
2004. Il paragrafo dedicato al comunismo nel capitolo
quarto è tratto da una conferenza tenuta a Berlino nella
primavera del 2001, poi pubblicata in Jour fixe (a cura
di), Geschichte nach Auschwitz, Untast, Münster 2002. Il
capitolo quinto è una comunicazione a una giornata di
studi sul tema “Fascismo, nazismo, comunismo: dibattiti e
controversie storiografiche in Germania e in Italia”, orga-
nizzata e curata da Bruno Groppo per il Centre d’Histoi-
re sociale du XXc siècle del Cnrs nel 2001. Una prima ver-
sione è apparsa, con gli atti, nella rivista “Matériaux pour
l’Histoire de notre temps”, 68, 2002, poi in spagnolo (Ar—
gentina) nella rivista “Politicas de la Memoria”, 4, 2003-
2004. L’ultimo capitolo è la versione rielaborata di una co—
118 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER I.’USO

municazione presentata a un convegno diretto da Catheri—


ne Coquio all’università di Paris IV-Sorbonne, nel 2002,
ed è apparso con lo stesso titolo nel volume degli atti: Ca—
therine Coquio (a cura di), L’Histoire troue'e. Negation et
Témoignage, L’Atalante, Nantes 2003. In seguito è stato
tradotto in spagnolo nella rivista di Valencia “Pasajes”,
14, 2004. Tutti i testi sono stati completamente rifusi in
questo saggio, uscito in francese nell’autunno 2005 per le
edizioni La Fabrique. Vorrei qui ringraziare gli amici che
mi hanno offerto l’occasione a scriverli: Patricia Flier, Elfi
Müller, Bruno Groppo e Catherine Coquio, senza dimen—
ticare Eric Hazan, amico e complice a La Fabrique. Que-
sta edizione italiana è stata leggermente arricchita di alcu-
ni passaggi che fanno allusione al più recente dibattito
francese e spagnolo. Ringrazio infine Gianfranco Morosa—
to, che non solo mi ha proposto di accogliere questo sag-
gio nella sua casa editrice, ma ne ha anche assicurato la
traduzione. Poiché l’italiano rimane, nonostante tutto, la
mia lingua materna, mi sono arrogato il diritto di riveder-
la, modificarla e ampliarla. Si tratta quindi, in sostanza, di
una seconda versione originale.

Parigi, giugno 2006


Note

Introduzione. L’emergere della memoria

David L. SILLS (a cura di), International Encyclopedia of the Social


Sciences, Macmillan, New York 1968, 7 voll.; Jacques LE GOFF, Pierre
NORA (a cura di), Faire de l’histoire, Gallimard, Paris 1974 (Fare sto-
ria. Temi e metodi della nuova storiografia, trad. it. di I. Mariani, Ei-
naudi, Torino 1981); Raymond WILLIAMS, Keywords. A Vocabulary of
Culture and Society, Fontana, London 1976.
Cfr. Kerwin LEE KLEIN, On the emergence of Memory in Historical
Discourse, in “Representation”, 69, 2000, p. 129.
Si veda l’introduzione di Peter REICHEL, Politik mit der Erinnerung,
Carl Hanser, München 1995.
Charles MAIER, A Surfez't of Memory? Reflections on History, Melan-
choly and Denial, in “History 8: Memory”, 5, 1993, pp. 136-151; Ré—
gine ROBIN, Ma me’moire saturée, Stock, Paris 2003.
Oliver DUMOULIN, Le rôle social de l’historien. De la chaire au
pre’toire, Albin Michel, Paris 2003, p. 343.
Eric J. HOBSBAWM, “Introduction: Inventing Traditions”, in Eric J.
HOBSBAWM, Terence RANGER (a cura di), The Invention of Tradition,
Cambridge University Press, Cambridge 1983 ("Introduzione: Come
si inventa una tradizione”, in ID., L'invenzione della tradizione, trad.
it. E. Basaglia, Einaudi, Torino 1987, p. 10).
Sul concetto di “religione civile”, cfr. Emilio GEN’l‘lLE, Le religioni
della politica. Fra democrazia e totalitarismo, Laterza, Roma 2001.
Su questo tema vedi soprattutto Antonio GIBELLI, L’oflia'na della
guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bol—
lati Boringhieri, Torino 1990.
9 Walter BENJAMIN, “Der Erzähler. Betrachtungen zum Werk Nikolai
Lessi—rows”, in ID., Illurninationen. Ausgewählte Schriften, Suhrkamp,
120 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

Frankfurt a.M 1977, p. 386 (“Il narratore. Considerazioni sull’opera


di Nicola Leskov”, in ID,, Angelus Novus. Saggi eframmenti, trad. it.
di R. Solmi, Einaudi, Torino 1981, p. 248). Sul concerto di “esperienza
vissuta” (Erlebnis) si veda anche il saggio di Benjamin, “Uber einige
Motive bei Baudelaire”, in Illuminationen, p. 1.92 (“Di alcuni motivi
in Baudelaire”, in Angelus Novas, cit., p. 96). Sulla distinzione benja-
miniana tra Erlebnis e Erfahrung ritorna anche Theodor W. Adorno in
una lettera a Benjamin del 12 febbraio 1940, cfr. Theodor. W ADOR-
NO, Walter BENJAMIN, Briefwechsel 1928-1940, Suhrkamp, Frankfurt
a.M. 1995, p. 416.
10 Cfr. Luigi PIRANDELLO, Come tu mi vuoi, Oscar Mondadori, Milano
1980; Leonardo SCIASCIA, Il teatro della memoria. La sentenza memo-
rahile, Adelphi, Milano 2004; e José Carlos MARJATEGUI, La novela y
la vida. Siegfried y el profesor Canella, Amauta, Lima 1955 (Il romanzo
e la vita, a cura di Antonio Melis, Marietti, Genova 1990).
11 Edward P. THOMPSON, Time, Work—Discipline and Industrial Capita—
lism, in “Past and Present”, 38, 1967 (“Tempo, disciplina del lavoro e
capitalismo industriale”, in ID., Societa patrizia, cultura plebea. Otto
saggi di antropologia storica sull’Inghilterra del Settecento, trad. it. di
S. Loriga, Einaudi, Torino 1981, pp. 3—55 ).
12 Cfr. Giorgio AGAMBEN, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienZa e
origine della storia, Einaudi, Torino 1978.
13 Reinhart KOSELLECK, “Kriegsdenkmahle als Identitätsstiftungen der
Überlebenden”, in O. MARQUARD, K. STlsRin (a cura di), Identität,
Wilhelm Fink, Miinchen 1979, pp. 255-276.
14 Tra i numerosi contributi a questo dibattito storiografico, cfr. la sinte—
si di Gérard NOIRIEL, Sur la “crise” de l’histoire, Belin, Paris 1996.
1.5 Annette WIHVIORKA, L’ère du témoin, Plon, Paris 1998 (L’era del testi-
mone, trad. it. di F. Sossi , Raffaello Cortina, Milano 1999).
16 Tzvetan TODOROV, Les ahus de la mémoire, .Arléa, Paris 1995 (Gli
abusi della memoria, trad. di A. Cavicchia Scalamonti, Ipermedium,
Napoli 1996).
17 Cfr. in particolare, a propositio della prima guerra del Golfo, Dan DI-
NER, Krieg der Erinnerung und die Ordnung der Welt, Rothbuch Ver-
lag, Berlin 1996.
18 Tom SIIGEV, The Seventh Million. The Israelis and the Holocaust, Hill
& Wong, New York 1993 (Il settimo milione. Come l’Olocausto ha se-
gnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Mondadori, Milano
2002, p. 368).
19 Cfr. “Libération”, del 2 aprile 2002.
20 Cfr. Catherine BEDARIDA, Le faux pas du romancier Jose’ Saramago, in
“Le Monde” del 29 marzo 2002.
NOTE 121

1. Storia e memoria: una coppia antinomica?

Paul RJCŒUR, La mémoire, l’histoire, l’ouhli, Seuil, Paris 2000, p. 106


(La memoria, la storia, l’ohlio, trad. it. di D. Iannotta, Raffaello Corti—
na, Milano 2003). Una posizione analoga era già stata difesa con forza
da Patrick H. IIUTTON, History as an Art ofMemory, University Press
of New England, Hanover, N.H. 1993.
Michael OAKHSHO'I'I', Rationalism in Politics and Other Essays, Mcu-
then, London 1962, p. 198.
Walter BENJAMIN, “Zum Bilde Prousts”, in ID., Illuminationen, cit., p.
336 (“Per un ritratto di Proust”, in ID., Avanguardia e rivoluzione,
trad. it. di A. Marietti, Einaudi, Torino 1973, p. 28).
Ivi, p. 345 (trad. it., p. 37).
Walter BENJAMIN, Das Passagen-Werk, Suhrkamp, Frankfurt a.M.
Uli} 1983, Bd. I, p. 490 (Parigi, capitale del XIX secolo, trad. it. di E. Ganni,
Einaudi, Torino 1986).
Ivi, p. 588.
Francois HARTOG, Regimes d’historicité. Présentisme et expérience du
temps, Seuil, Paris 2003, p. 126.
Riprendo qui una riflessione già presentata nel mio saggio “La singo-
larità di Auschwitz. Ipotesi, problemi e derive di un dibattito”, in
Marcello FLORES (a cura di), Nazismo, fascismo, comunismo. Totalita-
rismi a confronto, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 303 -325.
Siegfried KRACAUER, “Die Photographic”, in ID., Das Ornament der
Masse. Essays, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1977, p. 32 (“La fotogra-
fia”, in [D., La fabbrica del disimpegno, trad. it. a cura di C. Groff,
L’ancora del mediterraneo, Napoli 2002, pp. 61-75), e, dello stesso
autore, Theory of Film, Oxford University Press, New York 1960, p.
14 (trad. it. Film. Il ritorno alla realta’ fisica, Il Saggiatore, Milano
1962).
10 Cfr. Dominick LACAPRA, “History and Memory. In the Shadow of the
Holocaust”, in ID., History and Memory after Auschwitz, Cornell Uni-
versity Press, Ithaca 1998, p. 20.
11 Jean-Michel CHAUMONT, Connaissance ou reconnaissance? Les enjeux
du de'bat sur la singularité de la Shoah, in “Le Débat”, 82, 1994, p. 87.
12 Steven KATZ, “The Uniqueness of the Holocaust: The Historical Di-
mension”, in Alan S. ROSENBAUM (a cura di), Is the Holocaust Uni—
que? Perspectives on Comparative Genocide, Westview Press, Boulder
1996, pp. 19-38.
13 Eric J. HOBSBAWM, “Identity History is not Enough”, in ID., On Hi—
story, Weidenfeld & Nicolson, London 1997, p. 277 (“La storia dell’i—
dentità non basta”, in ID., De Historia, trad. it. di vari, Rizzoli, Milano
1997).
14 GAVI-7 HEGI-IL, Vorlesungen iiber die Philosophie der Geschichte, Suhr—
kamp, Frankfurt a.M. 1986, p. 83 (Introduzione alle lezioni sulla filo-
sofia della storia, trad. it. La Nuova Italia, Firenze 1963).

\]
122 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L'USO

15 Ibidem.
16 G.W.F Hann., “_Phänomenologie des Geistes", in ID., Gesammelte
Werke, vol. 9, Felix Meiner Verlag, Hamburg 1980, p. 433 (trad. it.
Fenomenologia dello spirito, vol. 2, La Nuova Italia, Firenze 1973, p.
305). Si vedano a questo proposito i commenti di Jacques D’IIONDT,
Hegel. Philosophe de l’histoire vivante, Puf, Paris 1987, pp. 349-450.
17 Si vedano le considerazioni di Hegel sull’Africa, che egli semplice—
mente espunge dalla sua indagine in quanto “non costituisce nessuna
parte del mondo storico” (es ist kein geschichtlicher Weltteil): G.WF
IIEGEL, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, cit., p. 129.
18 Cfr. Ranajit GUHA, History at the Limit of World-History, Columbia
University Press, New York 2002 (La storia ai limiti della storia del
mondo, trad. it. di R. Stanga, Sansoni, Milano 2003, pp. 60-63).
19 Walter BENJAMIN, “Über den Begriff der Geschichte”, in Illuminatio-
nen, cit., p. 254 (trad. it. “Tesi di filosofia della storia”, in ID. Angelus
Novus, cit., p. 78).
20 François F URIET, Pour une définition des classes inférieures a l’époque
moderne, in “Annales ESC”, XVIII, 3, 1963, p. 459. Questo passo è
criticato da Carlo GINZBURG, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un
mugnaio del ’500, Einaudi, Torino 1978, p. XIX.
21. Edward P. THOMPSON, The Making of the English Working Class, Vic—
tor Gollancz, London 1963 (Rivoluzione industriale e classe operaia in
Inghilterra, trad. it. B. Maffi, Il Saggiatore, Milano 1969); Michel
FOUCAULT, Histoire de la folie a l’âge classique, Gallimard, Paris 1964
(Storia della follia nell’età classica, trad. it. di F. Ferrucci, Rizzoli, Mi-
lano 1978); Carlo GINZBURG, Ilformaggio e i vermi, cit.
22 Michelle PERROT, Les femmes ou les silences de l’histoire, Flammarion,
Paris 2001.
23 Ranajit GUHA, The Prose of Counter-Insurgency, in “Subaltern Stu—
dies”, 2, 1983, pp. 1—42 (“La prosa della contro—insurrezione", in R.
GUHA, G.Ch. SPIVAK, Subaltern Studies. Modernité e (post)coloniali—
smo, a cura di S. Mezzadra, Ombre corte, Verona 2002) e ID., The
Small Voice of History, in “Subaltern Studies”, 9, 1996, pp. 1-12.
24 Maurice HALBWACI IS, La mémoire collective, Albin Michel, Paris
1997, p. 130 (La memoria collettiva, a cura di P. Jedlowski, Unicopli,
Milano 1987). Su Halbwachs, cfr. Patrick H. HUTTON, History as an
Art ofMemory, cit., pp. 73-90.
25 Maurice I—IALBWACHS, Les Cadres sociaux de la mémoire (1925), Albin
Michel, Paris 1994, (trad. it. I quadri sociali della memoria, Iperme-
dium, Napoli 1997).
26 Maurice HALBWACHS, La me’moire collective, cit., p. 136.
27 Ivi, p. 157. Vedi soprattutto Henri BERGSON, La perception du change-
ment, Presses Universitaire de France, Paris 1959.
28 Maurice HALBWACHS, La mémoire collective, cit., p. 161.
29 Yosef H. YERUSIIALMI, Zakhor. Jewish History and Jewish Memory,
University of Washington Press, Seattle 1982 (Zakhor. Storia ehraica e
NOTF. 123

memoria ebraica, trad. it. D. Fink, Pratiche, Roma 1983), capitolo 4,


30 Pierre NORA, “Entre histoire et mémoire. La probématique des lieux”,
in II). (a cura di), Les lieux de mémoire. I. La Re'puhlique, Gallimard,
Paris 1984, p. XIX. Per una analisi interessante di questo approccio,
che mette in parallelo memoria e storia con l’opposizione fissata da
Levi—Strauss tra società “calde” e società “fredde”, cfr. Dominick LA-
CAPRA, “History and Memory. In the Shadow of the Holocaust”, cit.,
pp. 18-22.
31 Perry ANDERSON, La pensée tiede, Seuil, Paris 2005, p. 53.
32 Edward SAID, Freud and the Non-European, Verso, London 2003. La
definizione dell’archeologia come “religione nazionale” è sviluppata
da Neil Asher SH…BERMAN, “Stucturer le passé. Les Israéliens, les Pale—
stiniens et l’autorité symbolique des monuments archéologiques”, in
François I—IARTOG, Jacques REVEL (a cura di), Les usages politiques du
passé, Éditions de l’Ehess, Paris 2001.
33 Primo LEVI,Isommersi e isalvati, Einaudi, Torino 1986.
34 Pierre VIDAI.-NAQUET, Mémoires. I. La hrisure et l’attente 1930-1955,
Seuil-La Découverte, Paris 1995, p. 12.
35 Martin BRoszar, Saul FRIEDLÀNDER, A Controversy about the Histori-
cizat‘ion of the National-Soczaltsm, in “New German Critique”, 44,
1988, pp. 85—126.
36 Ivi, p. 48.
37 Cfr. Nicolas BILRG, Der Holocaust und die westdeutschen Historiker.
Erforschung und Erinnerung, Wallstein, Göttingen 2003, pp. 420-424,
613—615.
38 Cfr. Ulrich l'IERBI-iR’I‘, “Deutsche und Jüdische Geschichtsschreibung
über den Holocaust”, in Michael BRENNER, David N. MYERS (a cura
di), Jüdische Geschichtsschreibung heute. Themen, Positionen, Kontro—
versen, C.H. Beck, München 2003, pp. 247—258.
39 Si veda a questo proposito Winfried G. SEBALD, Luftkrieg und Litera-
tur, Fischer, Frankfurt a.M. 2001, p. 21 (Storia naturale della distru-
zione, trad. it di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2004, p. 27).
40
Amos FUNKENSTEIN, Collective Memory and Historical Consciousness,
in “History & Memory”, I, 1, 1989, p. 11. Si veda anche, dello stesso
autore, Perception of Jewish History, University of California Press,
Berkeley 1993, pp. 3, 6.
41 Saul FRIEDLÄNDER, Trauma, Transference and rrVLŸ'orking Through” in
Writing the History of the Shoah, in “History & Memory”, 1, 1992,
pp. ‚39-59, e, sempre dello stesso autore, History, Memory, and the Hi-
storian. Dilemmas and Responsabilities, in “New German Critique”,
80, 2000, pp. 3-15.
42 Dominick LaCapta ha analizzato in modo molto acuto i vantaggi po—
tenziali di questo "turbamento empatico” (empathic unsettlement)
nell’indagine critica di un evento traumatico (Writing History, Wri-
ting Trauma, John Hopkins University Press, Baltimora 2001, p. 41).
In un altro saggio, LaCapra indica due regole di base alle quali atte-
124 IL PASSATO: ISTRUZIONI. PER L'USO

nersi: “l"empatia’ con l’esecutore implica ammettere che, in partico—


lari circostanze, chiunque può compiere degli atti estremi, mentre
l’empatia con la vittima implica un rispetto e una compassione che
non significano né identificazione né parlare al posto degli altri” (Tro—
pisms of Intellectual History, in “Rethinking History”, vol. 8, 4, 2004,
p. 525).
43 Saul FRIEDLÄNDER, Nazi Germany and the Jews, I. The Years of Perse-
cution 1933—1939, Harper & Collins, London 1997 (La Germania na-
zista e gli ehrei. 1. Gli anni della persecuzione, 1933-1939, trad. it S.
Minucci, Garzanti. Milano 2004).
44 Sui lavori della scuola storiografica diretta da Martin Broszat all’Insti-
tut für Zeitgeschichte di Monaco, cfr. Martin BROSZAT (a cura di),
Alltagsgeschichte. Neue Perspekive oder TrivzalisierungP, Oldenbourg,
München 1984. Un’opera di questa scuola che sfugge a questa ten—
denza, scritta da uno storico appartenente a una generazione poste-
riore, è quella di Detlev ].K. PEUKERT, Inside Nazi Germany. Confor-
mity, Opposition and Racism in Everiday Life, Penguin Books, Lon-
don 1987.
45 Andreas HILLGRUBER, Zweierlei Untergang. Die Zerschlagung des
deutschen Reiches und das Ende des europäischen ]udentums, Siedler,
Berlin 1986, pp. 24—25.
46 Walter BENJAMIN, “Über den Begriff der Geschichte”, in Illuminatio-
nen, cit., p. 254 (trad. it. “Tesi di filosofia della storia”, cit., p. 78).
Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti traducono il concetto benja-
miniano di Et'nfiihlung con “immedesimazione emotiva” (si vedano i
loro “Lemmi” in Walter BENJAMIN, Sul concetto di storia, a cura di G.
Bonola e M. Ranchetti, Einaudi, Torino 1997, pp. 169-171).
47 Ian KERSI—IAW, Hitler 1889-19}6 Iubris, Allen Lane, London 1998, p.
I
XII (Hitler 1889-1936, trad. it. di A. Catania, Bompiani, Milano 1999).
48 Ivi, p. 24. Il riferimento implicito è a
Joachin FI-LST, Hitler. Eine Bio—
graphie, Ullstein, Frankfurt a.M. 1973 (Hitler Una biografia, trad. it.,
Garzanti, Milano 1999).
49 Dominick LACAPRA, Writing History, Writing Trauma, cit. p. 41.
50 Hannah ARENDT, Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of
Evil, Penguin Books, London 1963 (La banalità del male. Eichmann a
Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Feltrinelli, Milano 1995). Per
una rilettura e una contestualizzazione di questo libro, cfr. Steven E.
ASCHHEIM, Hannah Arendt in Jerusalem, University of. California
Press, Berkeley 2001.
51 Christopher BROWNING, Ordinary Men. Reserve Police Batallion 101
and the Final Solution in Poland, Harper & Collins, London 1992
(Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia, trad.
it. di L. Salvai, Einaudi, Torino 1999).
52 Cfr. GENERAL AUSSARESSES, Services spéciaux. Algérie ‚1955—195 7 , Per—
rin, Paris 2001.
53 David N. MYERS, “Selbstreflexion im modernen Erinnerungsdiskurs",
NO'I'E 125

in Michael BRENNER, David N. MYERS (a cura di), Jüdische Ge-


schichtsschreibung heute, cit., p. 66.
54 George L. MOSSE, Renzo De Felice e il revisionismo storico, in “Nuova
antologia”, 2206, 1998, p. 181.
55 George L. MOSSE, Confronting History. A Memoir, The University of
Wisconsin Press, Madison 2000, p. 109 (Difronte alla storia, trad. it.
di G. Ferrara degli Uberti, Laterza, Roma 2004, p. 135).
56 Renzo DF. FELICE, Rosso e nero, Baldini e Castoldi. Milano 1.995, p.
114.
57 Robert ARON , Histoire de Vichy, 1940-1944, Fayard, Paris 1954 (trad.
it. La Francia di Vichy 1940-1944, Rizzoli, Milano 1972).
58 Citato in Angelo DEL BOCA,Igas di Mussolini. Ilfascismo e la guerra
d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 75. De Felice non si preoc-
cupa dei massacri dell’esercito italiano in Etiopia nella sua biografia
di Mussolini (Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-193 6, Ei—
naudi, Torino 1974, capitolo sesto, pp. 597-756). Su De Felice e la
guerra d’EtiOpia, si veda Nicola LABANCA, “Il razzismo coloniale ita-
liano” in Alberto BURGIO (a cura di), Nel nome della razza. Il razzi-
smo nella storia d’Italia 187 0-1945, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 158-
159.
59 Queste fotografie sono riprodotte in Angelo DE] . BOCA,Igas di Mus-
solini, cit., pp. 115-116.
60 Siegfried KRACAUISR, History. The Last '] hings Before the Last, Oxford
University Press, New York 1969, p. 157 (Prima delle cose ultime,
trad. it. di S. Pennisi, Marietti, Casale Monferrato 1985, p. 125).
61 loi, p. 83 (trad. it., pp. 67-69). Si veda Georg SIMMEL, “Exkursus.
Uber den Fremden”, in Soziologie. Untersuchungen iiber den Formen
der Vergesellscha/tung, Dtmcker & Ilumblot, Berlin 1988, pp. 509-
512 (“Excursus sullo straniero”, in ID., Sociologia, trad. it. di G. Gior—
dano, Edizioni di Comunità, Torino, 1998, pp. 580-584).
62 Questa espressione è stata coniata da Jürgen HABERMAS, “Vom öf-
fentlichen Gebrauch der I'Iistorie”, nel vol. collettivo Historikerstreit,
Piper, München 1987, pp. 243-255 (“L’uso pubblico della storia”, in
Gian Enrico RUSCONI (a cura di), Germania: un passato che non passa.
I crimini nazisti e l'identità tedesca, trad. it. di vari Einaudi, Torino
1987, pp. 98-109).
63 Ludmila DA SILVA CAT….A, No hahra'flores en la tumba del pasado. La
experiencia de reconstruccion del mundo de familiares de desaparecidos,
Al Margen, La Plata 2001.

2. ll tempo e la forza

Walter BENJAMIN, “Über den Begriff der Geschichte”, cit., p. 259


(“Tesi di filosofia della storia”, cit., p. 84).
Michael LÔWY, Walter Benjamin. Avertissement d'incendie. Une lectu-
126 _II. PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

re des “'.l'heses sur le concept d’histoire”, Presses universitaires de Fran—


ce, Paris 2001, pp. 105-108 (Segnalatore d’incendio. Una lettura delle
tesi rSal concetto di storia’ di Water Benjamin, trad. it. di M. Pezzella,
Bollati Boringhieri, Torino 2004).
3 Walter BENJAMIN, “Über den Begriff der Geschichte”, cit., p. 259
(“Tesi di filosofia della storia”, cit., p. 84).
4 Eric J. HOBSBAWM, Age of Extremes: The Short '.I'wentieth Century,
Pantheon Books, New York 1994 (Il secolo breve, trad. it. B. Lotti,
Rizzoli, Milano 1995); Bernard PUDAL, Bruno GROPPO, Claude PEN-
NE'I'IER (a cura di), Le sie'cle des communismes, Editions de l’Atelier,
Paris 2000.
) Léon POLIAKOV, Bréviaire de la haine, Calmann-Lévy, Paris 1951 (Il
Nazismo e lo sterminio degli ebrei, trad. it. A.M. Levi, Einaudi, Torino
1977).
6 Raul H[LBERG, The Destruction of the European Jews, Quadrangle
Books, Chicago 1961 (La distruzione degli ehrei d'Europa, trad. it. a
cura di F. Sessi, 2 voll., Einaudi, Torino 1999).
7 Henry ROUSSO, Le syndrome de Vichy de 1944 à nos jours, Seuil, Paris
1990; Si veda anche, su queste diverse tappe, Paul RICŒUR, La mémoi-
re, l’histoire, l’oubli, cit. p. 582.
8 Theodor W. ADORNO, “Was bedeutet: Aufarbeitung der Vergangen—
heitP”, in ID., Eingrtfife. Neun kritischen Modelle, Suhrkamp, Frank-
furt a.M. 1963, p. 125 (“Cosa significa elaborazione del passato”,
trad. it. di F. Filice in Th.W. ADORNO, Contro l’antisemitismo, Manife—
stolibri, Roma 1994, p. 21).
9 Jean AMERY, Jenseits von Schuld und Siihne, Klett-Cotta, Stuttgart
1977, p. 1.20 (Intellettuale a Auschwitz, trad. it. di E. Ganni, Bollati
Boringhieri, Torino 1987, p. 128).
10 Cfr. Nicolas BERG, Der Holocaust und die westdeutschen Historiker,
cit., pp. 215-219.
11 Ernst BLOCH, Erbschaft dieser Zeit (1935), Suhrkamp, Frankfurt a.M.
1985, pp. 104-125 (Eredità del nostro tempo, trad. it. e cura di L. Boella,
Il Saggiatore, Milano 1992). Si vedano anche i saggi di Daniel Bensaïd
raccolti in La discordance des temps, Editions dela passion, Paris 1995.
12 Cfr. Jéröme BASCHET, “L’histoire face au present perpétuel. Quelques
remarques sur la relation passé-futur”, in F. HARTOG, J. REVEL (a cura
di), Usages politiques du passé, cit., p. 67.
13 Hannah ARIINDT, La banalità del male, cit. Su questo processo, si vc-
da anche il film Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, di
Rony BRAUMAN e Eyal SIVAN (libro+DVD, Einaudi, Torino 2000).
14 Raul HILBERG, The Politics of Memory, Ivan R Dee, Chicago 1996.
15 Cfr. Dan DINER, “Hannah Arendt Reconsidered: Über das Banale
und das Böse in ihrer Holocaust-Erzählung”, in Gary SMITH (a cura
di), Hannah Arendt Revisited. “Eichmann in Jerusalm" und die Folgen,
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2000, pp. 120—135.
16 Cfr. Pierre VIDAL—NAQUHI", “Et par le pouvoir d’un mor...”, in ID.,
NOTE

Les juifs, la mémoire et le présent, II, La



Découverte, Paris 1991, pp
267—275.
17 Si veda Marcello FLORES, Il genocidio degli armeni, Il Mulino, Bolo-
gna2006.
18 Cfr. Maria FERRETTI, La memoria mutilata. La Russia ricorda, Corbac-
cio, Milano 1993.
19 Erneto GALLI DELLA LOGGIA, La morte della patria, Laterza, Roma—
Bad1999.
20 Cfr. il testo del discorso del presidente Ciampi in Filippo FOCARDI (a
cura di), La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico
italiano dal 194.5 a oggi, Laterza, Bari—Roma 2005. L’espressione “i ra-
gazzi di Salò” è stata coniata dall’ex presidente del senato Luciano
Violante, membro della coalizione di centrosinistra dell’Ulivo, duran-
te un discorso nella primavera del 1996 (incluso nel volume curato da
Focardi, pp. 285 -286). Si veda anche la critica di Antonio Tabucchi al
presidente Ciampi (pp. 335-338).
21 Sergio LUZZAT’I‘O, La crisi dell’antzfascismo, Einaudi, Torino 2004, p.
31. Luzzatto sottolinea giustamente che ogni democrazia moderna si
fonda su una “gerarchia retrospettiva della memoria”, cioè su scelte
che definiscono la sua identità (p. 30). Le memorie "simmetriche e
compatibili” rivendicare da Ciampi e da una larga parte dell’élite po-
litica rimettono in discussione le scelte fatte al momento della nascita
deflarepubbhca
22 Claudio MAGRIS, La memoria è libertà dall’ossessione del passato, in
“II Corriere della Sera”, 10 febbraio 2005
23 Davide RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche d’occu—
pazione dell’Italia fascista in Europa (1940—1943), Bollati Boringhieri,
Torino 2003; Costantino DI SANTE (a cura di), Italiani senza onore. l
crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte, Ve—
rona2005.
24 Cfr. Paloma AGUILAR, Memoria y olvido de la guerra civil española,
Alianza Editorial, Madrid 1996. Su questo tema, si vedano anche i
contributi raccolti in “Matériaux pour l’histoire de notre temps”, 70,
2003.
25 Cfr. in particolare Julian CASANOVA (a cura di), Morir, matar; solar-evi-
vir. La violencia en la dictatura de Franco, Critica, Barcelona 2002.
26 Particolarmente significativo, da questo punto di vista, l’impatto della
mostra “Exilio”, organizzata a Madrid nel settembre-ottobre 2002
dalla Fondazione Pablo Iglesias, al Museo nazionale centro d’arte
Reina—Sofia.
27 Si veda in particolare l’opera citata di Paloma AGUILAR, Memoria y ol-
vido de la guerra civil española, e Ismael SA’/. CAMPUS, “El pasado que
aün no puede pasar", in ID., Fascismo y franc/nismo, Puv, Valencia
2004, pp. 277-291.
28 Bruno GROPPO, “Traumatismos de la memoria e imposibilidad del ol-
vido en los paises del Cono Sur”, in Bruno GROPPO, Patricia FLIER (a
128 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

cura di), La imposihilidad del olvido, Ediciones Al Margen, La Plata


2001, pp. 19-42.
29 Dan DINER, “Gestaute Zeit. Massenvernichtung und jiidische Erzäh-
lung”, in ID., Kreisla'ufe, Berlin Verlag, Berlin 1993, pp. 123—140.
30 Cfr. in particolare Ilan PAPPE, La guerre de 1948 en Palestine. Aux ori—
gines du conflit israe'lo—arabe, La Fabrique, Paris 2000. Si vedano an-
che le osservazioni di Michel WARSCIIAWSKI, Israel—Palestine. Le défi
binational, Textuel, Paris 2001, pp. 39-46. Sulla nascita della storio—
grafia palestinese, cfr. Rashid KHALIDI, Identità palestinese. La costru-
zione diuna moderna coscienza, trad. it. di A. Serafini, Bollati Borin-
ghieri, Torino 2003, e anche Elias SANBAR, “Hors de lieu, hors de
temps. Pratiques palestinicnnes de l’histoire”, in F. HARTOG, J. REVEL
(a cura di), Usages politiques du passe, cit. p. 123.
31 Peter NOVICK, The Holocaust in American Life, Houghton Mifflin,
New York 1999.
.32 Cfr. Dan DINER, “Cumulative Contingency. Historicizing Legitimacy
in Israeli Discourse”, in ID., Beyond the Conceivahle. Studies on Ger-
many, Nazism, and the Holocaust, University of California Press, Ber-
keley 2000, p. 215.
33 Cfr. Tom SEGEV, Il settimo milione, cit., p. 459—460.
34 Nicole LORAUX, La Cité divisée. L’oubli dans la mémoire d’Athènes,
Payot, Paris 1997.
35 Peter NOVICK, The Holocaust in American Life, cit., p. 15.
36 Cfr. Maya MORIOKA TODESCI—IINI (a cura di), Hiroshima 50 ans, Au-
trement, Paris 1995.
37 Susan SONTAC, Regarding the Pain of Others, Penguin Books, London
2003 (Davanti al dolore degli altri, trad. it. di R. Pela, R. Sanna Lodi-
giani, Mondadori, Milano 2003, p. 76—77).
38 Peter NOVICK, The Holocaust in American Life, cit., p. 279.
39 Arno MAYER, Why did the Heavens not Dar/een? The Final Solution in
History, Pantheon Books, New York 1988 (Soluzione finale. Lo ster-
minio degli ehrei nella storia europea, trad. it. di G. Panzieri Saija,
Mondadori, Milano 1990).
40 Gilbert ACI—{CAB, Le choc des barharies, Complexe, Bruxelles 2002.
41 Esiste già una abbondante letteratura su questo monumento. Si veda
in particolare il catalogo pubblicato dalla Fondazione che lo gestisce,
Stiftung Denkmal fiir die ermordeten Juden Europas (a cura di), Ma-
terialen zum Denkmal fiir die ermordeten Juden Europas, Nicolai Ver-
lag, Berlin 2005.
42 Régine ROBIN, Berlin chantiers, Stock, Paris 2001, p. 394.
43 Sulla Neue Wache, cfr. Peter REICHEL, Politik. mit der Erinnerung cit.
44 Reinhart KOSELLECK, Wer darf vergessen werden? Das IIolocaust-
Mahnmal hierarchisiert die Opfer, in “Die Zeit”, 13, 1998.
45 Jürgen HABERMAS, Der Zeigefinger Die Deutschen und ihr Denkmal,
in “Die Zeit” del 31 marzo 1999.
46 Cfr. Raul HILBERG, The Politics of Memory, cit., pp. 61-62.
NOTE 129

47 Cfr. Joshua FOGI-ZL (a cura di), The Nanjing Massacre in History and
Historiography, University of California Press, Berkeley 2000.
48 Cfr. lan BURUMA, Ilprezzo della colpa, trad. it. di S. Minucci, Garzan—
ti, Milano 1994.
49 Cfr. Florence BEAUGÉ, Paris reconnait que le massacre de Sétif en 1945
était “inexcusable”, in “Le Monde” del 9 marzo 2005.
50 Cfr. Benjamin STORA, La gangrêne et l’ouhli. La me'moire de la guerre
d’Algerie, La Découverte, Paris 1991. Sul massacro del 17 ottobre
1961, cfr. Jean-Luc EINAUDI, Octohre 1961, Fayard, Paris 2001, e Oli—
vier LECOUR GRANDMAISON (a cura di), Le 17 octohr 1961. Un crime
d’État e Paris, La Dispute, Paris 2001.
51 Si veda, sul massacro di Charonne, Alain DEWERPE, Charonne 8 fe’-
vrier 1962. Anthropologie historique d’un massacre d’État, Gallimard,
Paris 2006.
52 Cfr. in particolare Pascal BLANC] IARD, Nicolas BANCEL, Sandrine LE-
MAIRE (a cura di), La fracture coloniale. La société française au prisme
de l’héritage colonial, La Découverte, Paris 2005, e Francoise VEROES,
La mémoire enchaine'e. Questions sur l’esclavage, Albin Michel, Paris
2006.

3. Lo storico tra giudice e scrittore

Per una buona presentazione sintetica della “svolta linguistica”, cfr.


François DOSSE, La marche des ideas. Hisoire des intellectuels, histoire
intellectuelle, La Découverte, Paris 2003, pp. 207-226. Sul suo impat-
to sulla storia sociale, cfr. Geoff ELEY, De l’histoire sociale au “tour—
nant linguistique” dans l’historiographie anglo-americane des années
1980, in “Genèses”, 7, 1992, pp. 163—193.
Roger CI IARTIER, Au bord de la falaise. L’histoire entre certitudes et in—
quiétude, Albin Michel, Paris 1998, p. 11.
Ivi, p. 16.
»\
Dominick LACAPRA, Tropisms of Intellectual History, cit., p. 513.
Roland BARTHES, “Le discours de l’histoire” (1967), in ID., Le hruisse-
\n-h. ment de la langue. Essais critiques, IV, Seuil, Paris 1984, p. 175.
Hayden WHITE, “The Historical Text as Literary Artefact”, in ID.,
Tropics of Discourse. Essays in Cultural Criticism, John Hopkins Uni-
versity Press, Baltimore 1985, p. 82. Questa tesi era già stata formula—
ta da White in Metahistory. The Historical Imagination in Nineteenth-
Century Europe, John Hopkins University Press, Baltimore 1973, pp.
XI—XII, 5-7, 427. Per una presentazione critica delle tesi di White, cfr.
Roger CHARTIER, Au bord de la falaise, cit., pp. 108-125, e \Wqu
KANTSTEINJSR, Hayden White’s Critique of the Writing of History, in
“History and 'l’heory”, 3, 1993, pp. 273—295.
Tra le numerose analisi critiche della concezione della storia di White,
cfr. Arnaldo MOMIGLIANO, “La retorica della storia e la storia della
[30 1L PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

retorica: sui tropi di Hayden White”, in ID., Suiflmdamenti della sto-


ria antica, Einaudi, Torino 1984, pp. 465-476; Roger CHARTIER, “Fi-
gures rhétoriques et rcprésentation historique”, in ID., Au hard de la
falaise, cit. pp. 108-128; Paul BIGGER, La mémoire, l’histoire, l’oubli,
cit., pp. 320-339; C soprattutto Richard EVANS, In Defense of History,
Norton, New York 1999, pp. 65-88.
Michel DE CERTHAU, L’écriture de l'histoire, Gallimard, Paris 1975, p.
12 (trad. it. La scrittura della storia, il pensiero scientifico, Roma
1977).
lvi, p. 13.
Sul rapporto degli archivi con la scrittura della storia, cfr. Sonia COMBE,
Archives interdites. L’histoire confisque’e, La Découverte, Paris 2001.
\

11 Dominick LACAPRA, Writing History, Writing trauma, cit., pp. 1-42. E


a partire da considerazioni analoghe che Paul Picoeur definisce “anti-
nomica” la coppia “récit historique/récit de fiction” (La mémoire, l’hi—
stoire, l’ouhli, cit. p. 339).
12 Reinhart KOSEI.1.ECK, “Begriffsgeschichtc und Sozialgeschichte”, in
ID., Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Suhr-
kamp, Frankfurt a.M. 1988, pp. 107-129 (“Storia dei concetti e storia
sociale”, in ID., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici,
trad. it. A. Marietti Solmi, Marietti, Genova 1986, pp. 91-109).
13
Régine ROBIN, La mémoire saturée, cit., p. 299.
14 Si vedano su questo dibattito i contributi raccolti in Saul FRIEDLÄN-
DER (a cura di), Probing tbe Limits of Representation. Nazism and tbe
“Final Solution”, Harvard University Press, Cambridge 1992 (in parti-
colare 11 dibattito tra White, “Historical Emplotment and the Pro—
blem of Truth", pp. 37-53, e Carlo Ginzburg, “Just One Witness”,
pp. 82-96). Nelle tesi di White, Ginzburg coglie una nuova versione
della filosofia idealista del giovane Benedetto Croce, espressa in un’o-
pera del 1893 intitolata La storia ridotta sotto il concetto generale del—
l’arte (pp. 87—89).
15 François BÉDARIDA, “Temps présent et présenee de l’histoire”, in ID.,
Histoire, critique et responsabilité, Complexe, Bruxelles 2003, p. 51.
16 Pierre VLDAL-NAQUET, Les assassins de la mémoire, La Découverte,
Paris 1987, pp. 148-149 (Gli assassini della memoria, trad. it. R. Ricci,
E. Piattelli, E. De Angeli, Editori Riuniti, Roma 1993).
17 Claude LANZMANN, La question n’est pas celle du document mais celle
de la vén'te', in “Le Monde” del 19 gennaio 2001, p. 29. Si tratta di un
commento alla mostra “ Mémoire des camps” (cfr. Clément Cl—IÉROUX
(a cura di), IWe'mOire des camps. Photographies des camps de concentra-
tions et d’extermination nazis (1933—1999), Marval, Paris 2001). La
posizione di Lanzmann è stata sviluppata da Georges WAJCMAN, De
la croyance photographie/ue, in “Les temps Modernes”, 613, 2001, pp.
47-83, e da Elisabeth PAGNOUX, Reporter photographe & Auschwitz, in
ivi, pp. 84—108. Su questo dibattito si veda l’opera fondamentale di
Georges DIDI-HUBERMAN, images malgré tout, Editions de Minuit,
NOTE 13 l

Paris 2003 (Immagini malgrado tutto, trad. it. di D. Tarizzo, Raffaello


Cortina, Milano 2005), e l’eccellente saggio di Ilsen ABOUT e Clément
CHÉROUX, L’histoire par la photographie, in “Etudes photographi-

ques”, 10, 2001.


18 Claude LANZMANN, Parler pour les morts, in “Le Monde des débats”,
maggio 2000, p. 15.
19 Claude LANZMANN, Holocauste, la représentation impossible, in “Le
Monde”, 3 marzo 1994, p. VII.
20 Claude LANZMANN, “Hier ist kein warum”, in Au sujet de Shoah. Le
film de Claude Lanzmann, Belin, Paris 1990, p. 279.
21 Primo LEVI, “Se questo è un uomo”, in Opere, I, Einaudi, Torino
l997,p.23.

22 Dominick LACAPRA, “Lanzmann’s Shoah: ‘Here here is no why’”, in


ID., History and Memory After Auschwitz, cit., p. 100.
23 Primo LEVI, “La ricerca delle radici”, in Opere, Il, cit., p. 1367.
24 Giorgio AGAMBEN, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimo-
ne, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 8.
25 Primo LEVI, “I sommersi c i salvati”, in Opere, II, cit., p. 1056.
26 Giorgio AGAMBEN, Quel che resta di Auschwitz, cit., p. 153.
27 Ivi, p. 47.
28 Cfr. Régine ROBIN, La mémoire saturée, cit., p. 250.
29 Cfr. Dominick LACAPRA, “Approaching Limit Events. Siting Agam-
ben”, in ID., History in Transit. Experience, Identity, Critical Theory,
Cornell University Press, Ithaca 2004, p. 172.
30 Philippe MESNARI), Claudine KAI—IN, Giorgio Agamben à l’épreuve
d’Auschwitz, Kimé, Paris 2001, p. 125.
31 Cfr. l’introduzione di Henry Rousso alla sua raccolta Vichy. L’événe-
ment, la memoire, l’histoire, Gallimard, Paris 2001, p. 43.
32 Cfr. Raul HILBERG, Perpetratars, Victims, Bystanders. The ]ewish Cata-
strophe 1933-1945, Harper & Collins, London 1993 (Carnefici, vitti-
me, spettatori. La persecuzione degli ehrei 1933-1945, trad. it. di P.
Gherardelli, Mondadori, Milano 1994). Questa tendenza è sottolinea—
ta da Richard L. EVANS, History, Memory, and the Law. The Historian
as Expert Witness, in “History and Theory”, vol. 41, 3, 2002, p. 344.
33 Daniel J. GOLDIIAGEN, Hitler’s Willing Executioners. Ordinary Ger—
mans and the Holocaust, Abacus, London 1997 (I volenterosi carnefici
di Hitler. ] tedeschi comuni e l’Olocausto, trad. it. di E. Basaglia, Mon-
dadori, Milano 1998).
34 Stéphane COURTOIS (a cura di), Le livre noir du communisme, Robert
Laffont, Paris 1997 (ll lihro nero del comunismo, Mondadori, Milano
1998).
35 Cir. Jean-Noël JEANNENEY, Le passé dans le prétoire. L’historien, le ju-
ge et le journaliste, Scuil, Paris 1998, p. 24, e Olivier DUMOULIN, Le
röle social de l ’historien, cit., pp. 163-176.
36 Cfr. Marc Olivier BARUC‘I I, Procès Papon: impression d’audience, in
“Le Debat”, 102, 1998, pp. 11-16. Cfr su questo tema Olivier DUMOU-
1.32 IL PASSATO: IS'I'RUZIONI PER L‘USO

LIN, Le rôle social de l’historien, cit., e Norbert FREI, Dirk VAN LARK,
Michael STOLLEIS (a cura di), Geschichte vor Gericht. Historiker; Rich-
ter und die Suche nach Gerechtigkeit, C.H. Beck, München 2000.
Henry ROUSSO, La hantise du passé, Textuel, Paris 1998, p. 97. Cfr.
anche Éric CONAN, Henry ROUSSO, Vichy, un passé qui ne passe pas,
Gallimard, Paris 1996, p. 235-255.
38 Friedrich SCI-III.]-.ER, “Resignation”, in ID., Werke und Briefe, Deut-
scher Klassiker Verlag, Frankfurt a.M. 1992,__vol. 1, p. 420. Cfr. Rein-
hart KOSEUÆCK, “'Historia Magistra Vitæ’. Uber die Auflösung eines
Topos im Horizont neuzeitlich bewegter Geschichte”, in ID., Vergan-
gene Zukunft, cit., 38-66 (“Historia magistra vitae”. Sulla dissoluzione
del topos nell’orizzonte di mobilità della storia moderna”, in ID., Fu-
tura anteriore, cit., pp. 30-54); e anche, per una attualizzazione del
problema, Daniel BENSAÏD, Qui est le juge? Pour en finir avec le tribu-
nal de l’Histoire, Fayard, Paris 1999.
39 Marc BLOCH, “L’analyse historique”, in II)., Apologie pour l’histoire,
Armand Colin, Paris 1974, p. 118 (“L’analisi storica”, in ID.,Apologia
della storia, a cura di G. Arnaldi, trad. it. di C. Pischcdda, Einaudi,
Torino 1998, p. 104). Edward ll. CARR, What is History?, Macmillan,
London 1961, capitolo primo (Sei lezioni sulla storia, trad. it. a cura
di KW. Davies, Einaudi, Torino 2000).
40 Pierre VIDAL-NAQUET, Mémoires I, cit., 1 13-114 (questo passo è tratto
da François-René DE CHATEAUBRIAND, Mémoires d’outretomhe, La
Pléiade-Gallimard, Paris, 1964-1969, p. 630; trad. it., Memorie d'ol—
tretomha, Einaudi, Torino 1995).
41 Carlo GINZBURG, Il giudice e lo storico, Einaudi, Torino 1991 .
42 Ivi, p. 8.
43 Ciò che conduceva Georges Duby, forse in modo un po’ frettoloso, a
scrivere che “la nozione di verità in storia si è modificata [...] perché
la storia ormai si interessa più a relazioni che a fatti”: cfr. Georges
DUBY, L’histoire continue, Odile Jacob, Paris 1991, p. 78 (La storia
continua, trad. it. di F. Ascari, Bompiani, Milano 1.992, pp. 57-58).
44 Carlo GINZBURG, “Spie, radici di un paradigma indiziario", in ID.,
Miti, emhlemi, spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 1986, pp.
158—209.
45 Jean AMERY, Intellettuale a Auschwitz, cit.
46 Charles PÉGUY, “Le jugement historique”, in ID., Œuvres, vol. I, Gal—
limard, Paris 1987, p. 1228. Questo testo è incluso in F. HAR’I'OG, J.
REVEL (a cura di), Usages politiques du passe’, cit., p. 184.
47 Cfr.. José Luis LEDESMA, Javier RODRIGO, Vittime della guerra civile e
commemorazione nella Spagna posthellica 1939-2005, di prossima
pubblicazione in “Memoria c Ricerca”.
48 Liberta' pour l’histoire, “Libération" del 13 dicembre 2005. Tra i fir—
matari della petizione si contano storici di orientamenti diversi come
Jean-Pierre Azéma, Elisabeth Badinter, Jean Jacques Becker, Francoi-
se Chandernagor, Alain Decaux, Marc Ferro, Jacques JLLlliard, Jean
NOTE 1.33

Leclant, Pierre Milza, Pierre Nora, Mona Ozouf, Jean-Claude Perrot,


Antoine Prost, René Rémond, Maurice Va'I'sse, Jean-Pierre Vernant,
Paul Veyne, Pierre Vidal-Naquet et Michel Winock. Si veda inoltrc
Sévane GARIBIAN, Pour une lecture juridique des quatre lois “mémoriel—
les”, in “Esprit”, 2, 2006, pp. 158—173.
49 Cfr. Emanuela FRONZA, Diritto e storia. Un dialogo difficile, in “Nove-
cento”, 10, 2004, pp. 47-59.

4. Usi politici del passato

Intervista di Pol Mathil a Marek Edelman, in “Le Soir”, 19.4. 2003.


Theodor W. ADORNO, “Erziehung nach Auschwitz”, in ID., Stichwor-
te. Kritische Modelle 2, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1969, p. 85 (“Edu-
cazione dopo Auschwitz”, in Enrico DONAGGIO (a cura di), La scuola
di Francoforte. La storia e i testi, Einaudi, Torino 2005, p. 262).
Jürgen lIABI-ZRMAS, “Eine Art Schadensabwicklung”, in Historiker-
streit, cit., p. 75 (“Una sorta di risarcimento danni”, cit.).
Zygmunt BAUMAN, Modernity and the Holocaust, Polity Press, Cam-
bridge 1989, p. 114 (Moclernita e Olocausto, trad. it. di M. Baldini, Il
Mulino, Bologna 1992, p. 163).
Giorgio AGAMBEN, “Che cos’è un campo?”, in ID., Mezzi senza fini.
Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 36.
6 Federica Sossr, “Témoigner de l'invisiblc”. in Catherine (“own (a
cura di), L’Histoire trouée. Negation et témoignage, L’Atalante, Nantes
2003, p. 398.
Hannah ARENDT, The Origins of Totalitarianzsm, Harcourt Brace &
Company, New York 1976, p. 296 (Le origini del totalitarismo, trad.
it. A. Guadagnin, Edizioni di Comunità, Milano 1996, p. 410).
8 Pierre VIDAL-NAQUE‘I‘, Mémoires, II, cit., p. 107.
9 Cfr. Dan DINER, Verkehrte Welten, Eichhorn, Frankfurt a.M. 1993.
10 Georges PEREC, Wou le souvenir d’enfance, Gallimard, Paris 1975, p.
220 (trad. it. W, o il ricordo d’infanzia, Rizzoli, Milano 1991).
11 Jean-Pierre CI—IRÉTIEN, Un nazisme tropical, in “Liberation”, 26.4.1994.
12 Dolf OEIII.ER, Le Spleen contre l’ouhli. Juin 1848. Baudelaire, Flau—
hert, Heine, Herzen, Payot, Paris 1996.
1.3 Cfr. Sophie WAHNICH, La liberté ou la mort. Essai sur la Terreur et le
terrorisme, La Fabrique, Paris 2003.
14 Cfr. Marie—Claire LAVABRL-I, Le fil rouge. Sociologie de la mémoire comu-
niste, Presses de la Fondation des Sciences Politiques, Paris 1994. Il
concetto di “contro-società” è stato coniato da Annie KRIEGEL, Com-
munismes au miroir francais, Gallimard, Paris 1974, p. 183.
15 La formula appartiene a Klaus HILDEBRAND, “Das Zeitalter der
Tyrannen”, in l'izstoriherstreit, cit., pp. 84-92.
16 Per una storia di questo concerto, cfr. Enzo TRAVERSO, Il totalitarismo,
Bruno Mondadori, Milano 2002.

.
_
134 IL PASSATO: lS'l'RUZIONI PER L’USO

17 Francis FUKUYAMA, The End of I iistory and the Last Man, Free Press,
Boston 1992 (La fine della storia e l’ultimo uomo, trad. it. D. Ceni,
Rizzoli, Milano 1992).
18 François FURET, Le passé d’une illusion. Essai sur l’idée de communi-
sme au XXe siècle, Laffont/Calmann-Lévy, Paris 1995, p. 18 (ll passato
di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, trad. it. di M. Valensise,
Mondadori, Milano 1997).
19 Daniel BENSAID, Le pari mélancolique. Métamorphoses de la politique,
politique des métamorphoses, Fayard, Paris 1997.
20 Si vedano i materiali preparatori alle tesi “Sul concetto di storia”, in
Walter BENJAMIN, Gesammelte Schriften, I.3, Suhrkamp, Frankfurt a.
M. 1977, p. 1232 (“Materiali preparatori alle tesi”, in W. BENJAMIN,
Sul concetto di storia, cit., p. 101).
21 Cfr. Reinhart KOSI-ZI.I.ECK, “’Erfahrungsraum’ und ‘Erwartungshori-
zont’: zwei historische Kategorien”, in ID., Vergangene Zukunft, cit.,
pp. 349-375 (“‘Spazio di esperienza’ e ‘orizzonte di aspettative’: due
categorie storiche”, trad. it. in ID., Futuro passato, cit. pp. 300-322).
Sull’avvenire dell’idea di comunismo cfr. soprattutto le riflessioni di
Perry ANDERSON, “The Ends of History”, in ID., A Zone of Engage-
ment, Verso, london 1992.

5. |dilemmi degli storici tedeschi

Wolfgang SCHI‘EDER, Faschismus als soziale Bewegung, Vandenhoeck


& Ruprecht, Göttingen 1983.
Tim MASON, “ Whatever happened to ‘Fascism’P”, in ID., Nazism, Fa-
scism and the Working Class. Essays by Tim Mason, Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge UK 1995, pp. 323-331.
Ernst NOLTE, “Vergangenheit, die nicht vergehen will” e Jürgen HA-
BERMAS, “Ein Art Schadensabwicklung", in Historikerstreit, cit., pp.
39-47 e 62-76 (“Il passato che non vuole passare”, e “Una sorta di ri-
sarcirnento danni”, trad. it. in GE. RUSCONI (a cura di), Germania:
un passato che non passa, cit., pp. 3-10 e 1124).
Martin BROSZA’I‘, Saul FRIEDLÂNDER, A Controversy about tbe Histori—
cization of the National—Socialism, cit.
Karl MANNHEIM, Ideologie und Utopie, Schulte & Bulmke, Frankfurt
a.M. 1969, pp. 130-131 (Ideologia e utopia, trad. it. A. Santucci, Il
Mulino, Bologna 1999).
Cfr. Ulrich HERBERT, “Deutsche und jüdische Geschichtsschreibung
über den Holocaust”, in M. BRENNER, D.N. MYERS (a cura di), Judi-
scbe Geschichtsschreihung heute, cit., pp. 247-258. Questo postulato è
al centro della ricostruzione della traiettoria della storiografia della
Germania dell’Ovest da parte di Nicolas BERG, Der Holocaust und die
westdeutschen Historiker, cit.
Daniel J. GOLDI IAGEN, Hitler’s IVilling Executioners, cit. (I volentero—
NOTE 135

si carnefici di Hitler, cit. ). Si veda a quesro proposito Enzo TRAVERSO


“The Shoah, Historians, and the Public Use of History: on the Gold-
hagen Affair”, in ID., Understanding the Nazi Genocide. Marxism after
Auschwitz Plilto Press, London 1999, pp. 90- 104.
Vedi Winfried SCHULZE, Otto G. OEXLE (a eura di), Deutsche Histori-
ker im Nationalsozialismus, Fischer, Frankfurt a. M. 1999. Per un bi-
lancio d’insieme, cfr. Marina CATTARUZZA, Ordinary Men? Gli storici
tedeschi durante il nazionalsocialismo, in "Contemporanea”, 2, 1999,
pp. 331-339.
Edouard HUSSON, Comprendre Hitler et la Shoah, Presses Universitai-
res de France, Paris 2000, pp. 271—272.
10 Cfr. Omer BARTOV, “The German Exibition Controversy. The Poli—
tics of Evidence”, in O. BARTOV, A. GROSSMANN, M. NOLAN (a cura
di), Crimes of War. Guilt and Denial in Twentieth Century, The New
Press, New York 2002, pp. 43 -60.
11 Institut für Sozialforschung (a cura di), Verbrechen der Wehrmacht.
Dimensionen des Vernichtungskrieges 1941 -.1 944, Hamburger Edition,
Hamburg 2002.
12 Enzo TRAVERSO, “La singolarità di Auschwitz”, cit.
13 Karl-Dietrich BRACI-IER, Zeitgeschichtliche Kontroversen. Um Faschi-
smus, Totalitarismus, Demokratie, Piper, Müchen 1976.
14 Hans-Helmut KNÜTTIÆR, Die Faschismus-Keule. Das letzte Aufgebot
der deutschen Linken, Ullstein, Frankfurt a.M. 1993, p. 14.
15 Wolfgang KRAUSIIAAR, “Die auf dem linken Auge blinde Linke. Anti-
faschismus und Totalitarismus", in ID., Linke Geisterfahrer. Denken-
stössefit'r eine antitotalitdre Linke, Verlag Neue Kritik, Frankfurt a.M.
2001, pp. 147—155.
16 Dan DINER, Das Jahrhundert verstehen. Ein universalhzstorische Deu-
tung, Luchterhand, München 1999 (Raccontare il Novecento, trad. it.
di F. Reinders, Garzanti, Milano 2001).
17 Reinhardt KÜHNL, Der Faschismus, Distel, Berlin 1998.
18 Wolfgang WIP‘PERMANN, Faschismustheorien. Die Entwicklung der
Diskussion von den Anfang bis heute, Primus Verlag, Darmstadt 1995.
19 Jelly W. BOREISZA, Schulen des Hassgsei Faschistzsche Systeme in Euro-
pa, Fischer, Frankfurt a.M 1999.
20 Ernst NOLTE, Der Faschismus in seiner Epoche, Piper, München 1963
(Ilfascismo nella sua epaca. I tre volti del fascismo, trad. it. di F. Saba
Sardi e G. Manzoni, SugarCo, Milano 1993); sulla sua interpretazione
“storico-genetica” del totalitarismo cfr. il suo carteggio con François
FURET, Fascisme et Communisme, Plon, Paris 1998 (XX s‘.ecolo Per leg-
gere il Novecento fuori dai luoghi comunt, trad. it. di G. Peiazzoni e
M. Varenise, Liberal, Roma 1997).
21 Pei un bilancio della storiografia della Repubblica democratica tede-
sca sul nazismo, cfr. Karl Heinz RO‘I'H, Glanz und Elend der Ddr-Ge-
schichtswissenschaft iiher Faschismus und zweiten 1Veltkrieg, in “Bulle-
tin für Faschismus— und Weltkriegsforschung”, 17, 2001, pp. 66—72.
136 LL PASSA'I'O: ISTRUZIONI PER L’USO

Sulla questione del genocidio ebraico, cfr. Konrad KWIET, Historians


of tbe German Democratic Republic on Antisernittsm and Persecution,
in “Leo Baeck Institute Yearbook”, 21, 1976, pp. 173-198.
22 Si veda David BEEN-IAM (a cura di), Marxists in face of Fascism. Wri-
tings hy Marxists on Fascism from the Inter-War Period, Manchester
University Press, Manchester 1983.
23 Enzo TRAVERSO, ll totalitarismo, cit., pp. 35-37.
24 Lo storico tedesco occidentale Hermann Weber stima in 150 mila il
numero di comunisti imprigionati sotto il regime nazista, di cui 20
mila sarebbero stati uccisi (Kommunistischer Widerstand gegen die
Hitler-Diktatur, 1933-1939, Gedenkstätte deutscher Widerstand, Ber-
lin 1990, p. 3).
25 Saul FRIEDLANDER, “The Wehrmacht and Mass Extermination of the
Jews”, in Crimes of War, cit., p. 23.
26 Martin BROSZA’I', “Resistenz und Widerstand”, in ID., Nach Hitler,
C.H. Beck, München 1986, pp. 68-91. Per una presentazione di que-
sto dibattito, cfr. Ian KERSI IAN-’, The Nazi Dictatarship. Problems and
Perspectives of interpretation, Arnold, London 1993 (Che cos’è il nazi—
smo? Prohlemi interpretativi e prospettive di ricerca, trad. it. Bollati
Boringhieri, Torino 1995, cap. 8). Per una critica del concetto di Resi-
stenz, cfr. Saul FIUI'ZIMANDER, Memory, History and the Extermination
of the Jews of Europe, Indiana University Press, Bloomington 1983,
pp. 92 -95.
27 Theodor W ADORNO, “Was bedeutet: Aufarbeitung der Vergangen—
heitP”, cit., p. 125 (“Cosa significa elaborazione del passato”, cit., p.
21).
28 Dan DINER, “Antifaschistische Weltanschauung. Ein Nachruf”, in
ID., Kreisliiufe, Berlin Verlag, Berlin 1995, p. 91. Per seguire l’emerge—
re dell’Olocausto al centro del dibattito storiografico nella Germania
dell’Ovest, cfr. Nicolas BERG, Der Holocaust und die westdeutschen
Historiker, cit., pp. 379-383 (in cui sottolinea l’assenza di focalizzazio—
ne sull’Olocausto da parte degli interpreti del fascismo degli anni Ses-
santa).
29 Etienne FRANÇOIS, “Révolution archivistique et réécriture de l’hiStoi-
re: l’Allemagne de l’Est.”, in Henry ROUSSO (a cura di), Nazisme et sta-
linisme. Histoire et mémoire comparées, Complexe, Paris 1999, p. 346.
30 Jürgen HABERMAS, “Geschichtsbewusstsein und posttraditionelle
Identität: Die Westorientirung der Bundesrepublik”, in ID., Eine art
Schadenahwicklung. Kleine politische Schriften VI, Suhrkamp, Frank-
furt a.M. 1987, pp. 177-178.
31 Cfr. l’intervista a Renzo De Felice in Jader JACOBELLI (a cura di), Ilfa-
scismo e gli storici oggi, Laterza, Bari—Roma 1988, p. 6. Per una messa
in parallelo dell’approccio di Nolte con quello di De Felice, cfr. Wolf-
gang SCHIEDER, Zeitgeschichtliche Verschra'nkungen u‘her Enrst Nolte
und Renzo De Felice, in “Annali dell’istituto italo-germanico di Tren-
to”, XVII, 1991, pp. 359-376.
NOTE 137

32 George S'I'EINMHI‘Z, “German Exceptionalism and the Origins of Na-


zism: the Career of a Concept”, in I. KERSI mw, M. LEWIN (a cura di),
Stalinism and Nazism. Ditctatorships in Comparison, Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge 1997, p. 257.

6. Revisione e revisionismo

Tra le ultime opere importanti dedicate a questo tema, cfr. Valérie


IGOUNET, Histoire du re’visionnisme en France, Seuil, Paris 2000, Flo—
rent BRAYARD, Comment l’idée vint a M. Rassinier, Fayard, Paris 1996,
e Nadine FRESCO, Fabrication d’un antisémote, Seuil, Paris 1999.
Pierre VIDAL-NAQUET, Les assassins de la mémoire, cit.
François BEDARIDA, Comment est—il possible que le “révisionnisme”
existe?, Presses de la Cornédie de Reims, Reims 1993, p. 4.
Pierre VIDAL-NAQUET, “Thèses sur le révisionnisme”, in ID., Les as-
sassins de la mémoire, cit., p. 108.
Eduard BI-‘RNSTEIN, Die VaraussetZungen des Sozialismus und die Au-
sgehen der Sozialdemokratie, Dietz Verlag, Berlin 1984 (I presupposti
del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, trad. it. di E. Grillo,
Laterza, Bari 1974).
Sulle ripercussioni europee di questo dibattito, cfr. Bruno BONGIO—
VANNI, Revisionismo e totalitarismo. Storie e significati, in “Teoria po—
litica”, 1, 1997, pp. 23 -54. Una parte degli interventi in questo dibat—
tito sono stati raccolti da Henri Weber in Karl KAUTSKY, Rosa LU-
XEMBURG, Anton PANNEKOEK, Socialisme, la voie occidentale, Presses
Universitaires de France, Paris 1983.
Walter LAQUEUR, A History of Zionism, Schocken Books, New York
1972, cap. VII, e Jacob SHAVIT, Jahotinsky and the Revisionist Move-
ment 1925-1948, Frank Cass, London 1988.
A questo proposito, si veda soprattutto Edouard HUSSON, Compren-
dre Hitler et la Shoah, cit., pp. 69-84.
Gabriel KOLKO, The Politics of War, Random House, New York
1968.
10 Gar ALPEROVITZ, Atomic Diplomacy. Hiroshima and Potsdam, Simon
and Schuster, New York 1965 (Un asso nella manica. La diplomazza
atomica americana, Potsdam e Hiroshima, trad. it. Einaudi, Torino
1966) e ID., The Decision to Use the Atomic Bomb, Vintage Books,
New York 1996.
11 Per una presentazione d’insieme dei lavori di questa scuola, cfr. Nico-
las WERTH, Totalitarisme ou révisionnisme? L’historie soviétique, une
histoire en chantier, in “Communisme”, 47-48, 1996, pp. 57-70. Tra i
lavori di sintesi di questa corrente storiografica, cfr. Sheila FITZ'PA-
'I'RICK, The Russian Revolution, Oxford University Press, New York
1982 (La rivoluzione russa, trad. it. Sansoni, Firenze 1988).
12 Si veda Claudio PAVONE, “Negazionismi, rimozioni, revisionismi: sto-
138 TL PASSATO: [STRUZIONI PER L’USO

tia o politica?”, in Enzo COLLOTTI (a cura di), Fascismo e antifascismo.


Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza, Bari-Roma 2000, pp. 34-35.
13 Si veda soprattutto Francois FURET, Penser la Révolution française,
Gallimard, Paris 1978 (Critica della Rivoluzionefi'ancese, trad. it. di S.
Brilli Carta, Laterza, Bari—Roma 2004). Per una ricostruzione di que-
sto dibattito, cfr. Steven L. KAPLAN, Farewell, Revolution. The Histo-
rians’ Feud: France, 1789/1989, Cornell University Press, Ithaca 1995.
Tra i critici del revisionismo di Furet, cfr. Michel VOVELLE, “Réfle—
xions sur l’interprétation révisionniste de la Revolution française”, in
[D., Comhats pour la Révolution française, La “Découverte, Paris 2001.
Sulla proiezione internazionale di questo dibattito, cfr. Bruno BON—
GIOVANNI, “Rivoluzione borghese o rivoluzione del politico? Note sul
revisionismo storiografico”, in ID., Le repliche della storia. Karl Marx
tra la rivoluzione francese e la critica della politica, Bollati Boringhieri,
Torino 1989, pp; 33-61; George C. COMNINEL, Rethinking the French
Revolution. Marxism and the Revisionist Challenge, Verso, London
1987.
14 Per una ricostruzione d’insieme di questo dibattito, cfr. Ilan GREIL—
SAMMER, La Nouvelle Histoire d’Israel, Gallimard, Paris 1993. ln fran—
cese, cfr. Ilan PAPPE, La Guerre de 1948, cit.
15 Cfr. Anne APPELBLUM, Gulag, Penguin Books, London 2004 (Gulag.
Storia dei campi di concentramento sovietici, trad. it. Mondadori, Mila-
no 2004, p. 605).
16 Jürgen HAEERMAS, “Eine Art Schadensabwicklung”, in Historiker-
streit, cit., pp. 52-76 (“Una sorta di risarcimento danni. Le tendenze
apologetiche nella storiografia contemporanea tedesca”, trad. it. in
G.B. RUSCONI (a cura di), Germania: un passato che non passa, cit.,
pp. 11—24).
17 François FURET, Ernst NOLTE, Fascisme et communisme, cit., pp. 88-
89.
18 Ernst NOIJI'E, “Vergangenheit, die nicht vergehen will", in Historiker-
streit, cit., pp. 39-47 (“Il passato che non vuole passare”, trad. it. in
GE. RUSCONI (a cura di), Germania: un passato che non passa, cit.,
pp. 3-10), e ID., Der europäische Bürgerkrieg. Nationalsazzalzsmus und
Bolschewismus, Ullstein, Frankfurt a.M. 1987 (Nazz'onalsocialisma e
holscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, trad. it. Sansoni, Fi-
renze 1988).
19 Hans-Ulrich WEHLER, Entsorgung der deutschen Vergangenheit. Ein
polemischer Essay zum “Historzkerstreit”, J..H Beck, München 1988
(Le mani sulla storia. Germania: riscrivere il passato?, trad. it. di A.
Missiroli, Ponte alla Grazie, Firenze 1989).
20 Saul FRIEDLAN'DER, “A Conflict of Memories? The New German De-
bates about the ‘Final Solution”, in ID., History, Memory, and the Ex-
termination of the J ews of Europe, cit., pp. 33-34.
21 Per una visione d’insieme dell’opera di De Felice nella storiografia ita-
liana sul fascismo, cfr. Gianpasquale SANTOMASSIMO, “Il ruolo di Ren-
NOTE. 139

zo De Felice”, in E.. COLLOTI‘I ( a cura di), Fascismo e anttfiiscismo, cit.,


pp. 415—429.
22 Renzo DE FELICE, Rosso e nero, cit.
23 Si veda in particolare, Robert J. PAXTON, Vichy France: Old Guard
and New Order; 1940—1944, Columbia University Press, New York
1982 (ed. or. 1973),
24 Jürgen HABERMAS, “Vom öffentlichen Gebrauch der Historie”, in Hi-
storikerstreit, cit., pp. 243-255 (“L’uso pubblico della storia”, trad. it.
in G.E. RUSCONI (a cura di), Germania: un passato che non passa, cit.,
pp. 98-109).
25 François FURET, Le passé d’une illusion, cit. Riprendo questa critica
da Daniel BENSAID, Qui est le juge.? Pour en finir avec le Tribunal de
l’Histoire, cit.
26 Claudio PAVONE, Una guerra civile. Saggio sulla moralità della Resi-
stenza, Bollati Boringhieri, Torino 1990.
Su Irving, cfr. Richard J. EVANS, Telling Lies about Hitler. History and
the David Irving Trial, Verso, London 2002 (Negare le atrocità di Hi-
tler, trad. it., Sapere, Roma 2003); Su Bernard J. Lewis, che considera
il genocidio degli armcni “una visione armena della storia”, cfr. Yves
TERNON, “Lettre ouverte à Bernard Lewis et à quelques autres”, in
Leslie A. DAVIS, La Province de la mort. Archives américaines concer—
nant le génocide des Arméniens, Complexe, Bruxelles 1994, pp. 9—26.
28 Krzysztof POMIAN , “Storia ufficiale, storia revisionista, storia critica”,
in Mappe del Novecento, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 143-
1,50.
Indice dei nomi

Achcar, Gilbert, 56 Bosch, Jeronirnus, 87


Adenauer, Konrad, 102 Bracher, Karl-Dietrich, 98
Adorno, Theodor W., 42, 81 Broszat, Martin, 29, 30, 31, 94, 97,
Againben, Giorgio, 68, 69, 70, 83 104
Alperowicz, Gar, 109 Browning, Christopher, 33
Aly, Götz, 96 Bush, George W., 15
Améry, Jean, 42, 75 Certeau, Michel de, 65
Anderson, Perry, 27 Chalamov, Varlam, 45
Antonescu, Jon, 102 Chartier, Roger, 64
Arendt, Hannah, 44, 83 Chateaubriand, René de, 73
Aron, Robert, 35 Chebbedé, Hailou, 36
Cheney, Dick, 80
Babeuf, Gracchus, 90 Chrétien, Jean -Pierre, 86
Barbie, Klaus, 71 Ciampi, Carlo Azeglio, 47
Barthes, Roland, 64 Cochin, Augustin, 110
Bauman, Zygmunt, 82 Cohn—Bendit, Daniel, 85
Bédarida, Francois, 65, 107 Conquest, Robert, 11.1
Begin, Menhaem, 15 Conze, Werner, 96
Benjamin, Walter, 11, 18, 19, 32, Courtois, Stéphane, 70
40, 90
Bensa'i'd, Daniel, 90 Da Silva Catela, Ludmila, 37
Bergson, Hen ri, 22, 25 De Felice, Renzo, 34, 35, 104, 113,
Berlusconi, Silvio, 80 114, 115
Bernal, Martin, 111 De Gaulle, Charles, 85
Bernstein, Edouard, 108, 109, 116 De Man, ‚1 Ienri, 108
Bloch, Ernst, 43 Diner, Dan, 50, 98, 102
Bloch, Marc, 72, 73 Dollfuss, Engelbert, 102
Boreisza, Jerzy W., 99 Dreyfus, Alfred, 7.5
Borges, Jorge-Luis, 36 Dumonlin, Olivier, 10
142 IL PASSATO: ISTRUZIONI PER L’USO

Edelman, Marek, 81 Hobbes, Thomas, 82


Eichmann, Adolf, 44, 53 Hobsbawm, Eric J., 10, 22, 41
Elkena,Ychuda, 54 Horkhcimer, Max, 81
Eisenman, Peter, 56 Hussein, Saddam, 15
Elias, Norbert, 82
Eltsin, Boris, 45 Irving, David, 116
Engels, Friedrich, 108 Jabotinksy, Vladimir, 108, 109
Jeanson, Francis, 84
Fanon, Frantz, 83 Jaspers, Karl, 42
Faurisson, Robert, 116
Ferro, Marc, 77 Kahan, Claudine, 70
Fest, Joachim, 32 Katz, Steven, 22
Fischer, Fritz, 109 Kautsky, Karl, 108
Fitzpatrick, Sheila, 109 Kershaw, Ian, 32
Foucault, Michel, 24 Knütter, Hans-Helmut, 98
Franco, Francisco, 49, 102 Kohl, Helmut, 58
Francois, Etienne, 103 Kolko, Gabriel, 109
Friedländer, Saul, 29, 30, 31, 77, Kollwitz, Käthe, 59
94,97,101,104 Koselleck, Reinhart, 13,59, 65
Fukuyama, Francis, 89 Kracauer, Sigfried, 21, 36, 57
Funkenstein, Amos, 30 Kraushaar, Wolfgang, 98
Furet, Francois 24, 110, 111, 112 Kiihnl, Reinhard, 99
Kureishi, Hanif, 42
Getty, Arch, 109
Ginzburg, Carlo, 24, 73, 74 LaCapra, Dominick, 64
Globke, Hans, 42 Lanzrnann, Claude, 66, 67
Goldhagen, Daniel J., 42, 70, 94, Le Goff, Jacques, 9, 77
95, 97 Lenin,Vladimir, 108
Gramsci, Antonio, 110 Levi, Primo, 68, 69
Grass, Günther, 59, 79 Levi—Strauss, Claude, 60
Graziani, Rodolfo, 35 Lewin, Moshe, 109
Grossman, Vassili, 45 Lewis, Bernard, 116
Löwy, Michael, 40
Habermas, Jurgen, 32, 37, 58, 59, Luxemburg, Rosa, 108
81, 94,112,114
Halbwachs, Maurice, 22, 24, 25, Magris, Claudio, 47
28, 30 Mannheim, Karl, 95, 96
Hartog, Francois, 19 Man, Henri de, 108
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, Mariategui,José—Carlos, 12
22, 24, 72 Marx, Karl, 90, 108
Herling, Gustav, 44 Mason, Timothy, 34, 93
Herzl, Theodor, 108 Mayer, Arno,J., 56
Hilberg, Raul, 41 , 44, 60 Mesnard, Philippe, 70
Hillgruber, Andreas, 31, 32 Michelet, Jules, 111
Hitler, Adolf, 15, 32, 35, 79, 94, Milosevic, Slobodan, 15, 81
101 Mommsen, Hans, 31, 99
INDICE DEI NOMI 143

Mondolfo, Rodolfo, 108 Saramago, José, 15


Morris, Benny, 50, 110 Schieder, Theodor, 96
Mosse, George L., 34 Schiller, Johann Christoph Frie-
Mussolini, Benito, 34, 3.5, 46, 98, drich, 72
99,100,102,113,114 Schinkel, Karl Friedrich, 58
Myers, David N., 34 Sciascia, Leonardo, 12
Scorsese, Martin, 43
Neumann, Franz ,60 Sebald, Winfried Georg, 29
Nolte, Ernst, 94, 99, 112, 115 Segev, Tom, 15
Nora, Pierre, 9, 26, 28, 30, 31 Sills, David L., 9
Nordau, Max, 108 Simmel, Georg, 36
Novick, Peter, 52, 53, 55, 56, 57 Singer, Isaac Bashevis, 43
Smith, Adam, 87
Oakeshott, Michael, 17 Soboul, Albert, 111
Oehler, Dolf, 87 Sofri, Adriano, 73
Solzenicyn, Alexander, 45
Pätzold, Kurt, 99 Sontag, Susan, 57
Papon, Maurice, 71 Sorel, Georges, 108
Pappe, Ilan, 50, 110 Spielberg, Steven, 67
Pavone, Claudio, 115 Stalin, Josef Vissarionovitch, 88
Paxton, Robert,J. 113 Sternhell, Zeev, 1.13
Péguy, Charles, 75 Straw, Jack, 80
Perec, Georges, 85
Pinochet, Augusto, 71, 75, 86 Thompson, Edward P., 12, 24
Pirandello, Luigi, 12 Tito, Josip Broz, 109
Poliakov, Léon, 41, 43 Tocqueville, Alexis de, 110
Pornian, Krzysztof, 116 Touvier, Paul, 71
Putin, Vladimir, 80 Truman, Harry, 109
Priebke, Eric, 71
Proust, Marcel, 18, 19 Vidal-Naquet, Pierre, 28, 66, 73,
77, 84, 106, 107
Ranke, Leopold, 110
Reagan, Ronald, 58 Walser, Martin, 42, 58
Resnais, Alain, 84 Weber, Max, 82
Ricœur, Paul, 17, 20 Wehler, Hans-Ulrich, 31, 112
Robin, Régine, 57 White, Hayden, 64, 65, 66
Roosevelt, Franklin Delano, 52 Wiesel, Elie, .55
Rosenberg, Ethel, 53 Wieviorka, Annette, 14
Rosenberg, Julius, 53 \)(f’illiams, Raymond, 9
Rousso, Henry, 41, 45 , 71 Wippermann, Wolfgang, 99
Russell, Bertrand, 85 Wulf, Joseph, 43

Said, Edward, 27 Yerushalmi, Yosef Hayim, 25, 28,


Salazar, Antonio de Oliveira, 102 30
Salvemini, Gaetano, 110
Santen, Sal, 84 Zola, Emile, 71
Finito di stampare nel mese di settembre 2006
per conto di ombre carte
da Lito Zetatre s.n.c. - Zevio (Verona)
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ll passato: iStruzionI' per l’uso

L’industria culturale,, i musei, le commem'orazioni,i programmi


educativi contribuiscono a fare della memoria del passato una
sorta di “religione civile” delle socie-tà contemporanee. Questa
religione spesso aSsolve una funzione apologetica: conservare il
ricordo dei totalitarismi per legittimare l’ordine occidentale,
occupare i territori palestinesi per impedirerun nuovo Olocau—
sto, invadere l’Iraq per non ripetere Monaco... Ma ci sono altri
pereorsi__de11a memoria, più discreti, a volte sotterranei, non
apologetici ma critici, attraverso i quali la memoria trasmette le
esperienze dell’uguaglianza, dell’utopia, della ”rivolta contro la
dominazione: ricordare i campi di sterminio per combattere il
razzismo di oggi.
Di fronte a un secolo di fuoco e sangue, la memoria rivendica i
suoi diritti sulpassato. E il riaffiorare della memoria ha suscita—
to un dibattito intellettuale, che qui Enzo Traverso ricostruisce
nelle sue grandi linee, da Maurice Halbwachs a Paul Ricoeur,
da Walter Benjamin a Yosef H. Yerushalmi, da Primo Levi a
Imre Kertész._Con l’aiuto di numerosi esempi tratti dalla storia
del XX secolo — i fascismi, la Shoah, il colonialismo -, questo li-
bro mette in luce i fili che collegano i diversi segmenti della
memoria collettiva, la scrittura del passato ad opera degli stori-
ci e le politiche della memoria. Un libro fondamentale per ca-
pire i legami complessi che uniscono la ricerca storica, l’elabo-
razione della memoria e il suo uso pubblico, vale a dire il rap—
porto della memoria con la politica, nel senso più nobile come
in quello più prosaico e triviale della parola.

ISBN ss-szoogi

Eur012‚50 9 788887 009' -