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Tronti e le contraddizioni dell'operaismo

[pubblicato in: Erre, n. 22 (2007), pp. 93-100]

E stato recentemente ripubblicato Operai e capitale (1966) di Mario Tronti. Un testo che pu
essere inserito tra i classici del marxismo italiano. Con la Biblioteca dellOperaismo, comprendente
per ora oltre che Operai e capitale, la raccolta di scritti di Toni Negri I libri del rogo, leditore
DeriveApprodi sta meritoriamente ripresentando al pubblico testi ormai introvabili e certamente
importanti per comprendere un pezzo della storia del marxismo e del movimento operaio. E
auspicabile che questo nuovo interesse sia il segno di una richiesta da parte delle pi giovani
generazioni politicizzatesi durante gli ultimi cinque anni. A partire dallesperienza di Genova e dei
social forum.
Loperaismo non per un episodio intellettuale o filosofico del marxismo. E difficile
comprenderlo a fondo senza averlo praticato. Non lo si comprende se non si provato il gesto
operaista in una assemblea, in una riunione, in un comizio. Il gesto quello classico del
rovesciamento della sequenza: Abbiamo visto anche noi scriveva Tronti in Lenin in Inghilterra
(1964) prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. un errore. Occorre rovesciare il
problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio la lotta di classe operaia. Sono
gli operai che impongono ai capitalisti la lotta, che li obbligano a delle contromosse. Questa enfasi
sulla soggettivit operaia stata spesso interpretata nei termini di uninfluenza di Giovanni Gentile
su Tronti. Pu essere. Ma credo che non sia questo il problema.
In prima battuta, quel rovesciamento fugava il senso di sconfitta che si annida in una visione
dei rapporti di classe dove il capitale sulle offensive e la classe operaia invece costretta a un
gioco di difesa. Rovesciare questa prospettiva significava fornirsi di nuove lenti per vedere ed agire
il punto di vista delle pratiche operaie contro il capitale. Significava liberarsi da un modello capace
di leggere solo determinati e tipicizzati comportamenti operai, per andare invece a decifrare
lambiguit di nuovi comportamenti, anche di quelli apparentemente opportunistici degli operai. La
fuoriuscita dal sindacato, ed anche il rifiuto di scioperare, possono esprimere, talvolta,
comportamenti conflittuali dei lavoratori. Contro il sindacato. Contro una determinata forma di
lotta. Ma se quei comportamenti non trovano lorganizzazione operaia capace di articolare quella
conflittualit, essa rimane potenzialit inerte e confusa. Tronti ci ha insegnato a leggere questi
diversi comportamenti operai da parte operaia. Per scoprire come anche il rifiuto della lotta , pu
essere, in determinati casi, una forma di lotta. I nuovi comportamenti operai non venivano per
analizzati dalla finestra della teoria, ma erano piuttosto metabolizzati nellintreccio di teoria e
prassi. La teoria non restava in attesa della propria verifica empirica. Piuttosto le singole esperienze
di lotta venivano strategicamente valutate allinterno di un discorso politico che incrociava la
questione dellorganizzazione.
Facendo leva sul Doppelcharakter del lavoro rappresentato nella merce, loperaismo ripens
quella duplice natura della merce in relazione alla classe operaia: non solo forza-lavoro nel processo
di valorizzazione, ma anche lavoro vivente mai esauribile nella funzione lavorativa. La classe
operaia andava allora pensata anche come contrapposta a se stessa. Ci apriva la possibilit di fare
inchiesta sui molteplici comportamenti operai di rifiuto del lavoro. Di mettere nellagenda politica il
compito di riarticolare quei comportamenti in termini di organizzazione della lotta di classe. Al
tempo stesso veniva data una salutare spallata alletica lavorista di tanta tradizione social-comunista
ieri, e leghista, oggi.
Ecco il punto: la classe operaia contrapposta al capitale e a se stessa in quanto forza-lavoro, in
quanto condannata alla galera salariale, alla reclusione nel carcere a ore della fabbrica o di un call
center. Perch non si d contrapposizione di classe al capitale senza rifiuto delle condizioni salariali
del lavoro. In questo modo loperaismo trov nuove griglie di lettura per comportamenti che
andavano dalla fuga dalla fabbrica alla lotta dentro e contro il sindacato.
Nella storia del marxismo italiano quel rovesciamento serv a svecchiare la cultura comunista
italiana degli anni Cinquanta, facendole incontrare correnti eteroclite. Fece saltare un tipo di
storicismo, almeno quello della linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci, e preparando lincontro
tra la teoria comunista e il pensiero negativo. Si trattava di metabolizzare nella teoria e nella pratica
comunista la grande esperienza spirituale della dissoluzione delle forme consumatasi tra la fine
dellOttocento e il Novecento. Si trattava di prendere consapevolezza che la distruzione della
ragione aveva realmente attraversato la ragione, e che la ragione dopo la sua distruzione non poteva
pi corrispondere alla sua concezione classica. Il concetto di ragione ne era uscito sfibrato: non si
dava pi una ragione razionale da contrapporre a una deriva irrazionale, perch questultima si era
incorporata il negativo, che riformulava come elemento non concettualizzabile. La critica
antiborghese formulata da una borghesia in declino conteneva e contiene alcune cariche di dinamite
da non lasciarsi scappare o, peggio, da non lasciare nelle mani della borghesia. La dissoluzione
delle forme aveva investito il concetto classico di ragione con una violenza tale che il vecchio
concetto di ragione si rivelava impotente a fronteggiare limmaginario anti-moderno che i distruttori
della ragione stavano allestendo. Lattacco era a trecentosessanta gradi: investiva tutta la tradizione
del pensiero occidentale ed era stato approntato nella frattura rivoluzionaria del pensiero
consumatasi tra il posthegelismo e Heidegger, passando attraverso Nietzsche. In quella dissoluzione
delle forme vi erano anche altri punti di non ritorno, a noi pi vicini, tra cui la psicoanalisi di Freud,
lo stile di Paul Klee, il surrealismo, e ancora Musil, Mahler e Schnberg.
In quella frattura convergevano, come i due lati di un cuneo, correnti rivoluzionarie e
reazionarie. Ma non la banale convergenza degli opposti estremismi. Questa la lasciamo volentieri
ai creduloni. L convergeva piuttosto una radicale critica della forma moderna, del suo lato
economico cos come del suo lato politico, fino alle sue espressioni culturali. Se la cultura di una
crisi diventa autodistruttiva, anche l dove conserva dei tratti reazionari, bisogna appropriarsi di
quelle forze distruttive per rigettare anche il lato reazionario dentro la crisi. In uno dei suoi libri pi
belli, Crepuscolo, Max Horkheimer osservava che tanto i marxisti erano forti e preparati nella
critica economica, tanto erano sguarniti nella critica del diritto e dello Stato, cosicch questo aspetto
venne raccolto da conservatori e fascisti. Lasciammo cos la critica dello Stato di diritto a Carl
Schmitt e della democrazia parlamentare a Gerhard Leibholz.
In gioco non cera e non c solo la conoscenza degli argomenti del nemico per meglio
combatterlo. Non c solo lappropriazione dei suoi argomenti migliori per ritorcerglieli contro. C
anche questo, ma non solo. Poich il gesto dei distruttori della ragione si sottrae alla presa della
concettualit moderna, si tratta di aver chiara la consapevolezza di non poterlo pi affrontare con la
forza di una nozione classica di ragione. Consapevolezza che manc al marxismo italiano tra Otto e
Novecento.
Meglio avrebbe fatto, il marxismo, ad interrogarsi sulle ragioni di quel collasso della ragione,
perch vi avrebbe trovato anche la critica pratica del proletariato al suo falso universalismo, alla sua
idea di progresso e ai miti di una ragione illuminista che stava abbacinando il mondo. Questa critica
si articol praticamente attraverso il 1848 europeo, la Comune parigina e i consigli operai dopo la
prima guerra mondiale. Ma la lezione la dovevamo gi apprendere dalla lotta della nation trangre
rappresentata dagli schiavi di Santo Domingo. Quella lotta aveva gi messo in discussione, per aver
preso troppo sul serio la Rivoluzione francese, la pretesa universalit dei diritti delle prime
Dichiarazioni dei diritti delluomo e del cittadino. E come sarebbe avvenuto in seguito per le lotte
del proletariato, questa esperienza, cresciuta sul tronco della Rivoluzione francese, venne repressa
da Napoleone con il consenso di tutte le potenze coloniali e con i mezzi della guerre
dextermination, come scrisse il generale Leclerc al Ministro della Marina nellestate 1802.
Dopo quelle fratture nessun concetto universale era pi da considerarsi neutrale. Questa
consapevolezza venne assunta dal marxismo eterodosso di Walter Benjamin: Non c alcun
documento della civilt che non sia al contempo un documento della barbarie. La frattura che
attraversava gli universali mostrava ambivalenze pronte a polarizzarsi in parti contrapposte.
Almeno fin da quando la bandiera rossa venne issata contro il tricolore sulle barricate di Lione, la
classe operaia manifest il proprio rifiuto politico di farsi popolo. Stava appena nascendo lidea di
nazione che la classe operaia ne infranse ogni sogno di omogeneit e di rappresentanza nazionale.
Sia chiaro. Se la classe operaia mostr la parzialit della pretesa universalit dei moderni
concetti politici, la ragione occidentale non fu distrutta dal proletariato in lotta, ma dalla borghesia
nella sua lotta alla lotta di classe. In questa lotta la borghesia sacrific non solo democrazia e
parlamentarismo, come osserv Marx nel Diciotto brumaio, ma sacrific anche lidea di ragione
universale per quella, pi adatta alla lotta del momento, di razza. Innesc cos lattacco alla lotta di
classe in nome della Volksgemenischaft e della razza: le nuove bandiere per ricostruire la perduta
omogeneit nazionale. La borghesia osservava la distruzione della ragione moderna talvolta
strizzando lacrime dai propri panni sporchi, talvolta con un ghigno sul volto. La Scuola di
Francoforte si interrog a lungo su questa distruzione, e ne cerc la genealogia in una dialettica
dellilluminismo di lunga durata. Fu miope per aver guardato troppo lontano. La cesura le stava
sotto gli occhi.
Di fronte a un tipo inedito di dittatura, di fronte alla distruzione della democrazia
parlamentare, nello scritto sul Diciotto brumaio di Luigi Napoleone, Marx opera un importante
rovesciamento del punto di vista della storiografia borghese. Non solo il colpo di stato e la dittatura
di Luigi Napoleone non costituiscono una vera rottura rispetto alla forma statale, ma la distruzione
delle garanzie costituzionali e della repubblica sono lette da Marx come il risultato della lotta alla
lotta di classe. Nella battaglia contro il socialismo e per salvare la societ una volta per tutte,
senza fare ripetutamente ricorso allo stato dassedio, la societ borghese si liber dalla
preoccupazione di governarsi da s. Ecco come funziona la macchina statale. Qualcosa di pi
complesso del semplice comitato daffari di una determinata classe. il punto di lancio per il
rovesciamento. In quanto parte alla lotta di classe, il proletariato aveva agito quella distruzione dello
Stato repubblicano. Da questo rovesciamento seguono due conseguenze: se da una parte il
proletariato non pu assumere il ruolo di restauratore di quella statualit, dallaltra il compito
politico allordine del giorno il riorientamento della forza da esso manifestata nel produrre quella
rottura. Al continuum della centralizzazione e del rafforzamento del potere statale andava
contrapposta la discontinuit della rottura della macchina statale: Tutti i rivolgimenti politici non
fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla 1. Bisognava smetterla di considerare
il potere statale come il bottino che di volta in volta spetta al vincitore. Bisognava invece rompere
quel meccanismo. A questa acquisizione del 1852 Marx rimase fedele. Ancora nel 1871, in
relazione agli eventi della comune parigina, Marx ribadisce la stessa idea in una lettera a Ludwig
Kugelmann del 12 aprile: Se dai unocchiata allultimo capitolo del mio Diciotto brumaio troverai
che sostenevo che il prossimo tentativo rivoluzionario in Francia non consister pi, come
avvenuto fino ad ora, nel passaggio di mano del meccanismo burocratico-militare, ma consister
invece nello spezzarlo, e questo il presupposto di ogni reale rivoluzione popolare nel continente 2.
Tronti sottolineava giustamente che se queste opere storiche di Marx vengono lette con le lenti
dello storico si troveranno facilmente errori e imprecisioni. In quegli scritti marxiani, forgiati al
calor bianco dellodio di classe, troviamo non il materialismo storico, dottrina marmorea come i
busti di Marx nelle piazze di quelli che furono i Paesi del socialismo reale, e in quella forma inutile,
ma il gesto del materialista pratico che legge la storia dalla prospettiva della classe operaia
scandagliando la stratigrafia delle classi e delle loro temporalit multiple.
Loperaismo si inserisce in questa tradizione quando rivendica la parzialit del punto di vista
operaio. Il punto di vista di parte sulla totalit, e non la pretesa sua fotografia oggettiva, corrisponde
alla comprensione per il mutamento. Oggi pi che mai, di fronte ai tentativi di ripresentare in una
forma anodina e universale le categorie politiche moderne, bisogna richiamarsi alla nostra
tradizione operaia e mostrare la vera natura polemica di concetti apparentemente universali.
Altrimenti saremo corresponsabili delle recenti guerre umanitarie fatte in nome della democrazia
per del petrolio.
Loperaismo di Tronti riprese quel gesto marxiano cercando di costruire un immaginario che
fosse in grado di rimettere il proletariato al centro dellazione. Come fece Marx quando cerc di
1
DB, p. 197; p. 352.
2
MEW 33, p. 205.
dissolvere le nebbie spettrali cadute sul proletariato dopo la sconfitta del 1848. Tutto in Tronti, dal
gesto del rovesciamento fino alla sua stupefacente prosa, puntava alla costruzione di un nuovo
immaginario operaio capace di scrollarsi di dosso laria di sconfitta che imbracava il movimento
operaio. Per questo non si capisce la novit di quel gesto operaista se lo si legge con strumenti
tradizionali, perch il suo obiettivo non euristico, non lelaborazione di unanalisi empirica pi
vicina ai fatti. Esso mira invece alla costruzione di una macchina interpretativa capace di produrre
nuovi fatti, nuove azioni.
Ma qui sta anche il problema. Un problema che pu essere illuminato proprio dal confronto
con Marx. Se infatti Marx lavora con registri storico-temporali diversi, affiancando al registro
storiografico della processualit storica quello della storia sincopata della lotta di classe, Tronti
assolutizzando questultimo momento, produsse limmagine di ununica temporalit storica, fatta di
azioni della classe operaia da una parte, e di reazioni del capitale, dallaltra.
Alla luce di questo, lo schema trontiano del rovesciamento deve essere ripensato. Non
possiamo semplicemente ripetere che il rapporto di classe viene prima del rapporto del capitale. Il
rovesciamento strategico risulta insufficiente: Tronti ci aveva insegnato che le cose non vanno
guardate dal punto di vista del capitale, ma da quello della classe, cosicch lintera storia del
capitale deve essere riletta come la storia dei suoi vari tentativi di sottrarsi alle conseguenze
pratiche distruttive di questo rapporto. Il problema vedere cosa succede se, in questa concezione,
viene meno la classe che, di propria iniziativa, eroicamente, dovrebbe fare la storia universale.
Perch in questa storia il cui unico protagonista la classe operaia, sopravvive, nonostante la critica
allo storicismo, una forma di storicismo. Tronti tra i pochi a riconoscerlo. In unintervista
rilasciata nellagosto del 2000 affermava che lui e gli operaisti avevano forte lidea che quanto pi
si sviluppa il capitalismo tanto pi si sviluppano le contraddizioni interne al capitalismo stesso fino
alla contraddizione fondamentale, e quanto pi il capitale va avanti pi si approfondisce la sua
interna contraddizione fondamentale che poi quella con gli operai: questa tesi osserver Tronti
pi di trentanni dopo una tesi empiricamente smentita dalla stessa evoluzione del capitalismo,
da un capitalismo che, forse, pi si sviluppa e pi riesce a tenere sotto controllo le proprie
contraddizioni. Questo prometesimo che voleva sempre accentuare lavanzata dello sviluppo del
capitalismo, questo inseguire sempre la tendenza, serv probabilmente a svecchiare il marxismo
italiano, non per a liberarlo da ogni forma di filosofia della storia. Tronti, e gli operaisti con lui e
dopo di lui pensarono di poter individuare in certe forme di lotta ci che era in grado di provocare
un certo tipo di sviluppo capitalistico che va nella direzione della rivoluzione. Ma la scelta dei
punti nevralgici in cui colpire il rapporto di produzione capitalistico, la giusta volont di cogliere
nuove forme di organizzazione nelle nuove lotte, produsse anche un cortocircuito storicista che
port ad una supervalutazione delle lotte nei cosiddetti punti alti dello sviluppo, lotte che, scriveva
Tronti in Lenin in Inghilterra, hanno fatto e fanno pi storia rivoluzionaria di tutte le rivoluzioni di
tutti i popoli coloniali messi insieme. Un errore teorico e politico dal quale nemmeno il cosiddetto
secondo operaismo si liberato.
Pur prendendo le distanze dallo sviluppismo storicista ancora presente nelloperaismo, un
lembo dellarmamentario concettuale utilizzato da Tronti per liberarsi da quella forma di storicismo
rimane impigliato alle maglie concettuali utilizzate per rilegge la storia dopo quella sconfitta
operaia. Tronti abbandona lentusiasmo giovanile e lesuberanza intellettuale per assumere su di
s la coscienza della sconfitta: il soggetto operaio che fa la storia fuori gioco e non rimane che
la macchina tritasassi del capitale. Lo storicismo iniziale, piuttosto che essere fatto saltare per aria,
viene algebricamente cambiato di segno: diventa visione spengleriana di una storia che decadenza.
Il capitalismo viene riletto nel proprio autonomo sviluppo disumano, rispetto al quale la classe
operaia costituiva una sorta di katechon paolino: ci che teneva a freno il processo di
neutralizzazione e spoliticizzazione intestino alla modernit capitalistica. Leschaton s fatto
katechon. La storia del modo di produzione capitalistico si muove autonomamente in un andirivieni
attraverso i gironi dellinferno. Cessato di svolgere il ruolo di motore, alla classe operaia viene
attribuito quello di freno: la sua era unazione di contenimento verso gli aspetti mortiferi del
capitalismo. Questo esito trontiano in fondo il risultato dallassunzione su di s di tutto il peso
della sconfitta dentro le coordinate di una filosofia della storia non totalmente disattivata. Un pezzo
del grande pensiero conservatore attraversato da Tronti resta attaccato alla sua riflessione ultima.
Quella riflessione che lui era riuscito a far propria per imparare dai nemici, per egemonizzarne gli
ambiti di pensiero, per far parlare la lingua alta alle classi basse, si ripresenta nella forma della
filosofia della storia del tramonto.
Altre possibilit erano date e furono battute dalloperaismo: insistere sulla tendenza storica
individuando una successione di figure di volta in volta egemoni. Se Tronti, mettendo Marx a
Detroit, intendeva cogliere il comportamento della classe operaia nei paesi pi avanzati, in modo
tale da disporre di un modello che permettesse di anticipare il corso delle cose, questa scommessa
sullanticipazione divent nel secondo operaismo scommessa relativa al soggetto conflittuale nei
nuovi rapporti capitalistici: sorse cos il mito delloperaio sociale e, da questo, quelli pi recenti di
moltitudine e cognitariato. Entrambi erano e sono la scommessa politica su un soggetto conflittuale,
per dare ragione del quale andava riarticolata, piegandola alla prassi, la teoria. Un gesto marxiano
contro Marx. Un gesto geniale, ma spaventosamente debole quando costretto a mettere tra
parentesi lanalisi di quelle porzioni di realt che non si prestano ad un rovesciamento soggettivo
immediato. Fu cos che, agli inizi degli anni 70, linvenzione, che era anche e soprattutto una
scommessa politica, della nozione di operaio sociale richiedeva laffossamento del concetto di
valore: solo se questo cadeva era possibile intendere come superata anche la distinzione tra lavoro
produttivo e lavoro improduttivo, e sussumere cos lintera societ nel processo di valorizzazione.
Ma lanalitica di questi passaggi non mai stata fornita, se non utilizzando alcune pagine dei
Grundrisse, e cio dellopera nella quale la nozione di valore appena abbozzata e sicuramente
insufficiente se paragonate alle diverse versioni che Marx ne diede negli anni 60. Anche se non
solo la sopravalutazione dei Grundrisse, ma anche la liquidazione della nozione di valore gi
teoricamente rintracciabile in Tronti.
Guardando quella storia dal nostro presente, l dove in Tronti scorgiamo la coscienza della
sconfitta, in Toni Negri vediamo lentusiasmo del vincitore. La fine delloperaio massa diventa in
Negri non il segno di una sconfitta, ma di una vittoria. Una vittoria operaia che, nella pratica della
liberazione dal lavoro, aveva messo fine allepoca fordista e aveva passato il testimone ad una
nuova figura egemone: loperaio sociale. Una successione di figure egemoni accompagnano in
Negri una successione storica di forme di sussunzione e di estorsione di plusvalore. Volendo stare
sul terreno della tendenza, Toni Negri assume di volta in volta il punto di vista di una sempre nuova
figura egemone (loperaio massa prima, quello sociale poi, la moltitudine e il cognitariato, infine),
confinando le altre in una posizione secondaria e residuale. Con lottimismo dei vincitori, di chi
sempre sul punto alto della tendenza, Negri guarda la tendenza in un francobollo del pianeta terra,
tralasciando con un gesto sovranamente geschichtsphilosophisch gli altri quattro quinti: pu cos
considerare la forza lavoro legata alla fabbrica come unimmagina fantasiosa e il lavoro salariato
industriale, in espansione a livello mondiale, come residuale. Solo sostituendo progressivamente sul
terreno della tendenza sempre nuove figure egemoni e tralasciando la combinazione tra le diverse
forme di sfruttamento, possibile affermare che il cognitariato diventato la forza produttiva
fondamentale che fa funzionare il sistema. In un vizio tipicamente italiano di sostantivare gli
aggettivi, i lavoratori precari diventano enfaticamente i precari, i lavoratori della conoscenza, il
cognitariato. Non pi lavoratori tra lavoratori, ma nuove soggettivit e nuove figure
corrispondenti al punto alto della tendenza.
Il senso di una storia in contropelo delloperaismo dovrebbe permettere di rivisitarne le
posizioni e anche i limiti originari a partire dai suoi esiti. Sorge una domanda. E se posizioni come
quelle di Tronti e Negri condividessero una stessa filosofia della storia cambiata di segno: una che
con il tramonto del soggetto operaio perde il motore della storia, laltra alla ricerca di sempre nuove
figure egemoniche nella tendenza? Forse bisognerebbe mettere in discussione questo paradigma dal
punto di vista analitico, per cogliere invece lintreccio e la contemporaneit tra le diverse forme di
sfruttamento. Se si assume fino in fondo il superamento della distinzione tra centro e periferia,
bisogna anche abbandonare lo schema, presente in Negri, che invece distingue tra figure egemoni e
secondarie. C piuttosto bisogno di una definitiva liquidazione dello storicismo per non irretire in
modelli evolutivi le diverse forme di sfruttamento che stanno oggi sincronicamente davanti ai nostri
occhi. Da quando c un mercato mondiale anche la frusta del sorvegliante di schiavi tarata sugli
orologi delle borse mondiali e sullintensit del lavoro socialmente necessario. Dovremmo imparare
in fretta a partire dalle forme di lavoro e dalle lotte che si esprimono in Africa, Asia e America latina
per comprendere i processi di lavoro e valorizzazione qui da noi.

Massimiliano Tomba