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Parte seconda

Politica
Punto di vista e autonomia del politico:
Mario Tronti e l’Italian Theory
di Michele Filippini

1. Il “problema Tronti”

Chi voglia ricostruire la parabola politica e intellettuale di Mario


Tronti – padre nobile dell’operaismo italiano, poi dirigente del Pci
e figura di primo piano non solo in Italia – si trova necessariamente
davanti a una scelta: quella di privilegiare gli elementi di continui-
tà del suo percorso teorico o quelli di discontinuità. Sebbene questa
scelta sia inerente alla ricostruzione di ogni traiettoria intellettuale,
nel caso di Tronti essa assume un significato dirimente rispetto al giu-
dizio sugli esiti del suo percorso. Una delle caratteristiche che Tronti
rivendica del suo itinerario teorico è infatti quella del suo costante
posizionamento – potremmo meglio dire il riconoscimento effettivo
che sanziona questo posizionamento – all’interno di un soggetto col-
lettivo di parte. Non si tratta di un dato scontato, come ci si potrebbe
aspettare per il padre nobile dell’operaismo italiano. Le discontinuità
attraversate dal suo pensiero dopo l’esperienza operaista e le fratture
politiche a esse conseguenti avrebbero infatti probabilmente segnato
diversamente la storia di una qualsiasi altra figura nobile del comuni-
smo italiano. Tronti è invece riuscito a mantenere un qualche tipo di
legame con quella che egli considera la propria parte – il movimento
operaio organizzato, nelle forme del partito di volta in volta maggiori-
tario – nonostante la tensione che ha costantemente immesso in que-
sto rapporto1.

1 Non sono mancate, ovviamente, aspre critiche e financo scomuniche da parte di impor-
tanti protagonisti di questo dibattito. Si vedano, solamente come esempio e con toni assai
diversi tra loro: Gian Mario Cazzaniga, I giovani hegeliani del capitale collettivo, in “Gio-
vane critica”, 17, 1967, pp. 28-33; Giuseppe Vacca, Politica e teoria nel marxismo italiano
1959-1969, De Donato, Bari 1972, pp. 1-129; Federico Stame, Premessa: sull’“autonomia
78 vita, politica, rappresentazione

Ci si riferisce ovviamente a un elemento che ha poco di dimostra-


bile e ancor meno di valutabile, ma la permanenza di Tronti all’in-
terno del campo politico-teorico della sinistra, che nel frattempo ha
mutato per proprio conto riferimenti politici, culturali, ideali, è un
dato politico che probabilmente ha anche una spiegazione teorica. Mi
riferisco in particolare a una delle caratteristiche che Dario Gentili
assegna al concetto di sinisteritas, attraverso il quale legge la vicenda
dell’Italian Theory: si tratta del “procedimento prettamente filoso-
fico per introdurre e definire – per scarti, discontinuità, deviazioni
– concezioni o costellazioni di pensiero. [...] un modo di procedere
della riflessione: alternativo – se non proprio antagonistico – rispetto
alla linea di pensiero da cui ‘devia’, ‘scarta’, ‘piega’”2. Gentili descri-
ve questa caratteristica dell’Italian Theory come la “continuità nella
discontinuità”3, caratterizzata da una “conflittualità [che] ne contras-
segna, al contempo, l’itinerario e il contenuto”4. Seguendo questa rap-
presentazione degli scarti lungo un percorso che si presenta almeno
parzialmente come unitario può essere indagato lo stesso itinerario di
Tronti, e di conseguenza il dato evidenziato in precedenza, ovvero il
riconoscimento del suo posizionamento costante pur nell’eterogeneità
delle sue escursioni teoriche.
Questa continuità che insiste su un percorso fatto di continue de-
viazioni rappresenta anche un buon modo di definire un campo così
eterogeneo come quello dell’Italian Theory, che non ambisca quindi
a ipostatizzare un sistema di pensiero – o peggio, una tradizione na-
zionale – ma piuttosto a raccogliere punti nevralgici di riflessione sui
quali autori diversi si sono concentrati e per i quali le analisi fornite
necessariamente divergono5.

del politico”, in Società civile e critica delle istituzioni, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 7-14;
Attilio Mangano, Rita Di Leo e la via trontiana allo stalinismo, in “Metropolis”, 2, 1978,
pp. 113-118; Guido De Masi, Tronti ovvero l’ideologia italiana, in “Primo maggio”, 8,
1978, pp. 41-44; la sezione Per una critica dell’operaismo ideologico in “Unità proletaria”,
1-2, 1982; Costanzo Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operai-
sta in Italia (1976-1983), Dedalo, Bari 1984.
2 Dario Gentili, Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, il Mulino, Bologna 2012, pp.
15-16.
3 Ivi, p. 15.
4 Ivi, p. 8.
5 Il riferimento principale è qui a Roberto Esposito, Pensiero vivente. Origini e attualità
della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010. Si vedano anche Gentili, Italian Theory, cit.;
Dario Gentili ed Elettra Stimilli (a cura di), Differenze italiane. Politica e filosofia: mappe
e sconfinamenti, DeriveApprodi, Roma 2015. Tentativi precedenti, e in larga parte diver-
si, di identificare una specificità del pensiero politico-filosofico italiano erano stati fatti
punto di vista e autonomia del politico 79

Il percorso di Tronti può essere letto come un esempio di que-


sto stesso andamento, dove gli elementi di discontinuità sono legati
al rapporto con la contingenza politica. Gli esiti di questo procedere
insistente per scarti, senza però mai abbandonare il campo politico/
discorsivo esistente per poterne immaginare uno nuovo6, ha dato esiti
controversi, sui quali non è il caso in questa sede di soffermarsi. Si
può invece ricostruire questo particolare metodo del pensiero tron-
tiano analizzando due snodi assai noti – la formulazione del punto di
vista e la proposta dell’autonomia del politico – sotto una luce inedita,
quella della formazione dei loro presupposti.
Entrambi questi snodi insistono non a caso sul paradigma che Ro-
berto Esposito ha identificato come inerente alla filosofia italiana, e
che fa riferimento al problema della componibilità del piano di im-
manenza e della logica del conflitto. Se in questa ricostruzione ci si
distanzierà almeno in parte dalla lettura che Esposito compie dell’o-
pera trontiana, questo paradigma rimane nondimeno un ancoraggio
solido per identificare tanto il problema Tronti quanto l’asse sul quale
sembra ruotare l’Italian Theory.

2. La difficile immanenza del punto di vista

Nell’Italia del secondo dopoguerra, a fronte della declinazione


storicista e popolare del marxismo fatta da Togliatti sulla base di una
particolare interpretazione dei Quaderni del carcere di Gramsci, so-
pravviveva una corrente eterodossa di studi marxiani facente capo a
Galvano Della Volpe, che proponeva una lettura scientifica e anti-
dialettica del marxismo. Tale lettura insisteva particolarmente sul le-
game costitutivo di teoria e pratica, attraverso una particolare inter-
pretazione del concetto marxiano di astrazione determinata7. Questo
da: Giovanna Borradori (a cura di), Recoding Metaphysics: The New Italian Philosophy,
Northwestern University Press, Evanston 1988; Paolo Virno e Michael Hardt (a cura di),
Radical Thought in Italy: A Potential Politics, Minnesota University Press, Minneapolis
1996; Antonio Negri, La differenza italiana, Nottetempo, Roma 2005; Silvia Benso e Brian
Schroeder (a cura di), Contemporary Italian Philosophy: Crossing the Borders of Ethics,
Politics, and Religion, State University of New York, New York 2007.
6 È questa, quella di un realismo esasperato che considera solo le forze date e non quelle
potenzialmente attivabili, una delle critiche principali mosse, soprattutto recentemente,
al percorso di Tronti. Una critica che non ha però ancora trovato una forma ragionata e
argomentata nella quale esprimersi, emergendo solo sporadicamente a margine dei suoi
interventi.
7 Cfr. Galvano Della Volpe, La libertà comunista, Ferrara, Messina 1946; Id., Rousseau e
80 vita, politica, rappresentazione

marxismo scientifico, veicolato soprattutto attraverso Lucio Colletti,


che presenta il suo famoso testo Il marxismo come sociologia in un
seminario del 1959 proprio con Mario Tronti 8, viene declinato da
quest’ultimo alla luce di quello che egli stesso chiama il punto di vista.
Il procedimento teorico è il seguente: Tronti individua un soggetto,
la classe operaia, che non solo è l’oggetto di questa scienza, ma ne
diventa anche il soggetto agente; un soggetto che le conferisce, con
la sua pratica, la sua valenza scientifica. La pratica di questo soggetto
deve quindi avere non solo un primato politico, ma anche scientifico.
La classe operaia diventa così quella “potente scoperta teorica”
che permette alle “astrazioni determinate” di funzionare: “una nuo-
va grande stagione di scoperte teoriche – scrive Tronti in La linea di
condotta – è possibile oggi solo dal punto di vista operaio”9. Sempre
in questo testo, che è posto come introduzione a Operai e capitale nel
1966, troviamo l’esposizione più efficace, nonché la più nota, della
pratica del punto di vista:
la sintesi può essere oggi solo unilaterale, può essere solo consapevolmente
scienza di classe, di una classe. Sulla base del capitale, il tutto può essere
compreso solo dalla parte. La conoscenza è legata alla lotta. Conosce ve-
ramente chi veramente odia. Ecco perché la classe operaia può sapere e
possedere tutto del capitale: perché è nemica perfino di sé stessa in quanto
capitale. Mentre i capitalisti trovano un limite insormontabile alla conoscen-
za della propria società, per il fatto stesso che devono difenderla e conser-
varla [...]. La verità è che mettersi dalla parte del tutto – l’uomo, la società,
lo Stato – porta solo alla parzialità dell’analisi, porta a capire le sole parti
staccate, porta a perdere il controllo scientifico sull’insieme10.

La storia del capitale, se analizzata da questa prospettiva, si pre-


senta sotto una luce diversa rispetto alla ricostruzione fatta dal marxi-
smo classico. Il soggetto agente è la classe operaia, non il capitale, che
con la sua lotta impone lo sviluppo a quest’ultimo: “abbiamo visto
anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un

Marx, e altri saggi di critica materialistica, Editori Riuniti, Roma 1956; Lucio Colletti, Ide-
ologia e società, Laterza, Bari 1969; Id., Il marxismo e Hegel, Laterza, Bari 1969.
8 I testi del seminario vengono poi pubblicati in Lucio Colletti, Il marxismo come sociologia,
in “Società”, 4, 1959; Mario Tronti, A proposito di marxismo e sociologia, comunicazione
al seminario “Marxismo e sociologia” (Roma, Istituto Gramsci, 13-19 aprile 1959), in L’o-
peraismo degli anni Sessanta, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, DeriveApprodi,
Roma 2008, pp. 77-80.
9 Mario Tronti, La linea di condotta, introduzione a Operai e capitale, Einaudi, Torino 1971
(1966), p. 14.
10 Ibidem.
punto di vista e autonomia del politico 81

errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire


dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia. A livello di ca-
pitale socialmente sviluppato, lo sviluppo capitalistico è subordinato
alle lotte operaie, viene dopo di esse”11. Siamo, con queste parole,
nel cuore dell’eresia trontiana. Buona parte delle critiche che saranno
rivolte all’operaismo da qui in avanti riguarderanno proprio questa in-
versione. Seppur largamente accettata nei suoi termini politici, come
presupposto per un soggetto storico forte e inedito (l’operaio mas-
sa) in grado di mettere fine alla storia delle classi subalterne, essa si
scontrerà sempre con le accuse, da una parte, di filosofia della storia,
dall’altra, di sottovalutazione delle leggi oggettive di movimento del
capitale12. La prima e più famosa presa di distanza da questa formu-
lazione è quella di Raniero Panzieri, che segna la frattura all’interno
del gruppo della rivista “Quaderni rossi” e la nascita, su impulso di
Tronti, di “classe operaia”13.
Questo spostamento, che non è tanto del punto di vista, ma piut-
tosto sul punto di vista, è forse la caratteristica più nota dell’operai-
smo. Esso contiene un elemento che merita un approfondimento e
che rimanda, come già detto, al rapporto tra il piano di immanenza
e la logica del conflitto. Si tratta dell’accenno appena citato alla clas-
se operaia come “nemica perfino di sé stessa in quanto capitale”14.
È questo l’asse portante del ragionamento trontiano nel saggio più
lungo di Operai e capitale, intitolato Marx, forza-lavoro, classe opera-

11 Mario Tronti, Lenin in Inghilterra, editoriale di “classe operaia”, 1, febbraio 1964, p. 1


(poi anche in Operai e capitale, cit., p. 89).
12 Per la prima si veda Maria Turchetto, Le “grandi trasformazioni” del capitalismo: per una
teoria della ciclicità, in Attilio Mangano, Costanzo Preve, Michele Cangiani, Gianfranco
La Grassa e Maria Turchetto, Alla ricerca della produzione perduta, Dedalo, Bari 1982, pp.
227-73; per la seconda Preve, La teoria in pezzi, cit.
13 In una riunione del gruppo torinese dei “Quaderni rossi”, nell’agosto del 1963, Panzieri
commenta così un discorso di Tronti che conteneva molti dei temi che saranno poi pre-
senti in “classe operaia”: “il discorso di Mario Tronti alla ‘Lega marxista’ […] è per me un
riassunto affascinante di tutta una serie di errori che in questo momento può commettere
una sinistra operaia. È affascinante perché è molto hegeliano, in senso originale, come
nuovo modo di rivivere una filosofia della storia. Ma è appunto una filosofia della storia,
una filosofia della classe operaia. Si parla, ad esempio, di partito, ma in quel contesto il
concetto di partito non si può dedurre e vi è cacciato dentro a forza: si può ricavare solo
l’auto-organizzazione della classe a livello di neocapitalismo. Quel che si ricava è che il
capitalismo (come disse un anarco-sindacalista spagnolo) vive solo per autosuggestione”
(Raniero Panzieri, Non mistificare le sconfitte in successi, in Spontaneità e organizzazione.
Gli anni dei “Quaderni rossi”, 1959-1964, scritti scelti a cura di Stefano Merli, Biblioteca
Franco Serantini, Pisa 1994, p. 117). Il testo di Tronti è ora raccolto, con il titolo La rivo-
luzione copernicana, in L’operaismo degli anni sessanta, cit., pp. 290-300.
14 Tronti, La linea di condotta, cit., p. 14.
82 vita, politica, rappresentazione

ia15. Qui Tronti, in pagine tanto dense quanto affascinanti, rilegge i


Grundrisse di Marx alla luce del doppio carattere costitutivo della
forza-lavoro: il suo essere capitale variabile, elemento del capitale nel
ciclo della sua riproduzione quindi parte del piano di immanenza, e al
tempo stesso in opposizione al capitale, come classe operaia, secondo
la logica del conflitto. Scrive Tronti: “sì, quando si tratta della classe
operaia dentro il sistema del capitale, la medesima forza produttiva si
può contare veramente due volte: una volta come forza che produce
capitale, un’altra volta come forza che si rifiuta di produrlo; una volta
dentro il capitale, un’altra volta contro il capitale. Quando le due vol-
te vengono soggettivamente unificate da parte operaia, si apre la via
alla dissoluzione del sistema capitalistico, comincia il processo pra-
tico della rivoluzione16”. La vera novità del discorso marxiano sta in
questa scoperta della forza-lavoro come classe operaia, come soggetto
politico che si pone in conflitto con il sistema del quale esso stesso è
non solo parte, ma motore. La rilettura trontiana di Marx procede
conseguentemente: “sul tema lavoro, forza-lavoro, classe operaia, il
cammino interno all’opera di Marx è il cammino storico stesso di svi-
luppo del problema. Prima il proletariato, poi la forza-lavoro; prima
gli operai politicamente come classe, poi la categoria economica come
articolazione della produzione; prima la classe antagonista, poi la fun-
zione del capitale”17. Non solo quindi antecedenza logica, ma antece-
denza storica del conflitto rispetto alla produzione capitalistica. Un
passaggio che permette a Tronti un ultimo rovesciamento, quello che
da una visione della classe operaia come variabile del meccanismo di
capitale porta a considerare quest’ultimo come variabile della prima:
proporre oggi un rovesciamento di priorità storica tra capitale e lavoro,
cominciare a vedere il capitale come funzione della classe operaia, o, più
precisamente, il sistema economico capitalistico come un momento di svi-
luppo politico della classe operaia, spezzare quindi e ribaltare nella ricerca
la storia subalterna dei movimenti operai, per recuperare nella pratica la
possibilità di imporre con la forza al capitale i suoi stessi movimenti: tutto
questo non è metodologicamente diverso da quello che Marx stesso faceva
quando assumeva in proprio la legge del valore-lavoro, e la interpretava, la

15 Si tratta della parte più corposa e inedita del libro (insieme all’introduzione La linea di
condotta), che come è noto nella prima parte raccoglie i principali articoli di Tronti già
usciti sui “Quaderni rossi” e su “classe operaia”. Il Poscritto di problemi, invece, anch’esso
inedito, non è presente nella prima edizione del 1966, ma viene aggiunto in quella del
1971 (la firma è del dicembre 1970).
16 Mario Tronti, Marx, forza-lavoro, classe operaia, in Operai e capitale, cit., p. 180.
17 Ivi, p. 188.
punto di vista e autonomia del politico 83

portava a compimento, la faceva servire ai suoi fini, che non erano quelli
esclusivi della sua analisi, ma quelli complessivi di lotta della sua classe18.

Rispetto al rapporto tra il piano di immanenza e la logica del con-


flitto questo passaggio può essere letto in questo senso: Tronti presup-
pone il soggetto (la parte) proprio per liberarlo dalle determinazioni
di un’immanenza che rimane il luogo e il tempo del nemico di classe19.
È infatti solo a partire dalla parte che si può interpretare (e fondare) il
conflitto nell’immanenza, ovvero è il gesto di spostare lo sguardo che
permette di identificare, nel conflitto immanente, un soggetto. Non
è possibile fare il percorso inverso, ovvero dagli elementi conflittuali
dell’immanenza e dalle sue particolarità (l’operaio massa e i suoi com-
portamenti in questo caso) far scaturire il punto di vista della parte.
Anche per quanto riguarda la doppia valenza della forza lavoro
delineata in Marx, forza-lavoro, classe operaia, come merce dal punto
di vista del capitale (dentro) e come antagonista del capitale dal punto
di vista operaio (contro)20, ci si trova davanti a una doppia valenza in
qualche modo asimmetrica. Solo la seconda accezione, infatti, è in
grado di fondare la prima, in quanto solo l’identificazione della parte
permette di riconoscere il suo antagonista (antagonista che contiene
anche una declinazione di se stessa).
Lo spostamento sul punto di vista operaio sembra quindi prece-
dere e conferire senso a questo sdoppiamento, identificando come
conflitto quello che dal punto di vista del tutto non è, che non risulta
come tale, come nel caso della scoperta della passività operaia come
forma di lotta. Senza questo gesto iniziale, incondizionato nel senso
proprio di non dettato da alcuna condizione, quindi veramente in-
fondato, non è possibile pensare questo tipo di conflitto assoluto sul
piano di immanenza, anche se questa si presenta come conflittuale.

18 Ivi, p. 221. E poche pagine più avanti: “per Marx, valore-lavoro è una tesi politica, una
parola d’ordine rivoluzionaria; non una legge dell’economia, non un mezzo di interpreta-
zione scientifica dei fenomeni sociali; o meglio è queste due cose ultime in base alle prime
e in loro conseguenza. In questo senso, di nuovo, la legge del valore è veramente un errore
economico dal punto di vista del capitale, dal punto di vista della sua scienza” (ivi, p. 224).
19 Dirà più avanti in un’intervista a Pasquale Serra: “liberare la politica dalla gabbia dell’im-
manenza è un compito del pensiero, che bisogna prendere assolutamente su di sé” (Mario
Tronti, Dall’estremo possibile, Ediesse, Roma 2011, p. 29).
20 Cfr. Mario Tronti, La nuova sintesi: dentro e contro, in “Giovane critica”, 17, 1967, pp.
17-27 (ora anche in L’operaismo degli anni sessanta, cit., pp. 567-581).
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3. Le aporie del punto di vista

Dovrebbe ormai essere chiaro come questa lettura si spinga nella


direzione di voler considerare originario, nel pensiero di Tronti, il ge-
sto di subordinazione del piano di immanenza alla logica del conflitto
di una parte. Roberto Esposito, nella sua accurata analisi, ricostruisce
questo passaggio come esito di una contraddizione del percorso tron-
tiano, che a un certo punto lo “rovescia [...] rispetto alle sue stesse
premesse”21. Scrive Esposito: “partito dall’esigenza marxiana di ricon-
nettere l’agire politico alla sua matrice economica di classe [...] Tronti
arriva a teorizzare egli stesso la divaricazione, spostando progressiva-
mente l’asse della soggettività politica dalla classe al partito”22.
È qui che nel discorso trontiano, secondo Esposito, si inserisce
un elemento di trascendenza, che viene interpretato come scarto dal
suo ragionamento originario. L’imminente svolta dell’autonomia del
politico, come l’itinerario successivo che porterà Tronti a interessarsi
di temi come la teologia politica, avrebbe poi rivelato definitivamente
l’aporia non risolta tra immanenza e conflitto propria del primo ope-
raismo, che emergerebbe quindi come contraddizione.
Se però leggiamo, come stiamo cercando di fare, questo rapporto
tra immanenza e conflitto come un rapporto già da subito sbilanciato,
dove il secondo elemento ha la prevalenza sul primo rappresentando-
ne la condizione di possibilità, allora è forse possibile venire a capo
di questa particolare continuità nella discontinuità rappresentata dal
passaggio all’autonomia del politico.
Un segnale in questo senso viene anche da una considerazione che
solleva un’altra e diversa aporia del discorso trontiano. Il movimento
appena descritto, ovvero il gesto di identificazione del soggetto della
teoria marxista (la classe operaia invece che le generiche forze popo-
lari) e la conseguente assunzione del suo punto di vista, è in realtà
un gesto teorico di tipo classico, il cui carattere (questo sì) aporeti-
co può essere così formulato: l’identificazione del soggetto portatore
del punto di vista dal quale si deve riformulare la teoria, logicamente,
deve precedere l’assunzione del suo punto di vista da parte della te-
oria stessa. La scelta di questo soggetto, la sua prima identificazione,
l’assunzione del suo punto di vista, sono tutti movimenti che cadono
al di fuori della scienza che assume il punto di vista di questo stesso
soggetto, sono movimenti che la precedono.

21 Esposito, Pensiero vivente, cit., p. 211.


22 Ibidem.
punto di vista e autonomia del politico 85

Si tratta in questo caso di un’aporia classica, perché il gesto di pre-


supporre un soggetto che, ex-post, giustifica con la sua presenza la
sua stessa costituzione, è il gesto tipico del contrattualismo moderno,
che difatti ha sempre trovato una certa difficoltà teorica nel giustifi-
care la costituzione di un soggetto – il popolo all’interno dello Stato –
da parte di quello che, necessariamente, ancora un soggetto costituito
non è, ovvero l’insieme degli uomini nello Stato di natura23.
Si tratta quindi di un gesto teorico che istituisce un principio di
infondatezza che, se da un lato taglia i legami con il passato, permet-
tendo il dispiegarsi di nuove logiche, dall’altro espone questo risultato
alla fragilità del suo ancoraggio storico (e della sua efficacia), visto
che non esiste origine (se non infondata e inaccessibile) alla quale
richiamarsi per rinnovarne il dispositivo. Se dovessimo semplificare
al massimo questa logica dell’origine infondata potremmo dire che
finché esiste popolo esiste contrattualismo, allo stesso modo per cui
finché esiste classe operaia esiste teoria rivoluzionaria. Traducendo
nei termini politici del nostro presente: se il progressivo sfilacciarsi
delle comunità nazionali ha messo in tensione i presupposti contrat-
tualistici delle nostre società24, così l’eclissarsi della centralità politica
della classe operaia sembra impedire la formulazione di una teoria
rivoluzionaria. Non a caso, è proprio questa la conclusione alla quale
giunge Tronti nei suoi anni recenti25.
Alla luce di questa aporia classica è possibile quindi riformulare
il problema appena affrontato, quello dell’impossibilità di derivare
l’elemento del conflitto assoluto all’interno del solo piano di imma-
nenza. Il conflitto deve infatti per Tronti essere nominato, e questo
gesto deve scaturire da un piano esterno a quello di immanenza. Un
piano che è stato variamente chiamato di trascendenza, volontaristico,
decisionista e financo irrazionalista. Ognuna di queste definizioni de-
riva evidentemente dalla critica mossa al tentativo trontiano. Rimane
il dato di fatto che Tronti non ha mai interrotto la sua ricerca tesa a
intrecciare questi due piani, che potremmo dire di orizzontalità e ver-
ticalità della politica moderna, senza arrivare mai a una formulazione
definitiva. La cosa più giusta da fare è forse allora, invece di parteci-

23 Cfr. Giuseppe Duso (a cura di), Il contratto sociale nella filosofia politica moderna, Franco
Angeli, Milano 1993.
24 Cfr. Sandro Mezzadra e Brett Neilson, Confini e frontiere: la moltiplicazione del lavoro nel
mondo globale, il Mulino, Bologna 2014.
25 Cfr. Mario Tronti, La politica al tramonto, Einaudi, Torino 1998; Idem, Dello spirito libe-
ro. Frammenti di vita e di pensiero, il Saggiatore, Milano 2015.
86 vita, politica, rappresentazione

pare al gioco semplicistico di opporre teorici dell’immanenza a teorici


della trascendenza26, quella di indagare le origini di questo piano, che
prudenzialmente chiameremo di non-immanenza (definito in termini
negativi per sfuggire alle connotazioni semanticamente gravose delle
altre definizioni), già nel gesto di apertura dell’operaismo trontiano.

4. La genealogia del punto di vista

A dieci anni di distanza dai contributi appena citati, in un seminario


organizzato a Siena il cui testo è poco frequentato, Tronti ricostruisce
la genealogia del punto di vista rintracciandone l’origine nella crisi delle
scienze a cavallo del secolo, citando a questo proposito un lungo pas-
so dal famoso saggio weberiano L’“oggettività” conoscitiva della scienza
sociale e della politica sociale: “non c’è nessuna analisi scientifica asso-
lutamente ‘oggettiva’ della vita culturale o [...] dei ‘fenomeni sociali’,
indipendentemente da punti di vista specifici e ‘unilaterali’, in base a
cui essi sono – esplicitamente o tacitamente, consapevolmente o incon-
sapevolmente – scelti come oggetto di ricerca, analizzati e organizzati
nell’esposizione”27. E a commento aggiunge: “parzialità, relativismo,
deideologizzazione: una buona cura per il materialismo storico”28. Il
gesto teorico infondato che istituisce la scienza di parte della classe
operaia viene quindi collegato a quell’epocale mutamento di paradig-
ma che le scienze naturali prima, e quelle sociali poi, subiscono con
la messa in crisi del paradigma positivista. Bisogna infatti sottolineare
come la particolare formulazione weberiana non dichiari affatto l’im-
possibilità dell’analisi oggettiva, ma la subordini proprio alla scelta del
punto di vista, inteso come precondizione, che quindi fonda la possi-
bilità dell’oggettività. Prosegue Tronti: “l’ipotesi che si può fare, [...] è
che il concetto di ‘punto di vista operaio sul capitale’, e il particolare
tipo di scienza, di approccio scientifico al sociale, che ne consegue – la
sua parzialità, la sua unilateralità, il suo essere funzione di un interesse
di classe, il suo rifiutarsi all’ideologia di un sapere generale – è il pro-

26 Prova a eludere questa impostazione Matteo Mandarini, Critical Thoughts on the Politics
of Immanence, in “Historical Materialism”, 18, 2010, pp. 175-185.
27 Max Weber, L’«oggettività» conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, in Saggi
sul metodo delle scienze storico-sociali (1904), trad. it. di Pietro Rossi, Edizioni di Comu-
nità, Torino 2001, p. 170 [nel testo di Tronti la citazione è in Teoria e politica. Scienza e
rivoluzione (1976), in Soggetti, crisi, potere, Cappelli, Bologna 1980, p. 229].
28 Tronti, Teoria e politica. Scienza e rivoluzione, cit., p. 229.
punto di vista e autonomia del politico 87

dotto alla lontana dell’impatto tra marxismo e crisi della scienza”29. Il


tema non è certo nuovo per il marxismo, che aveva visto su questo
stesso crinale svolgersi le discussioni filosofiche più accese – si pensi
ad esempio nel marxismo russo agli scontri tra Lenin e Bogdanov, tra
dialettici e meccanicisti, tra Bucharin e Preobrazhensky. Ma la tesi di
Tronti è questa: “se [...] il capitolo ‘crisi della scienza’ sta a fondamento
del farsi esplicito del ‘punto di vista operaio’, la sua verifica, la confer-
ma dei fatti, e quindi il suo inizio di funzionamento, è necessario veder-
lo nel laboratorio delle grandi lotte operaie americane degli anni trenta
e, per noi, in quella ripetizione su scala sociale minore ma con maggio-
re forza politica che sono le lotte operaie in Italia negli anni sessanta”30.
Solo con la verifica nella pratica, per quanto riguarda la parte ope-
raia, la scienza come scienza di parte, ovvero come unica forma nella
quale questa può darsi dopo la crisi dell’impianto positivista, esce dal
cono della sua crisi e accede a uno statuto teorico autonomo. Il mar-
xismo, fino a quel momento, è invece preda di “un’immagine del-
la scienza newtoniana, meccanicistica, pre-critica”31, che sconta con
l’assunzione dell’idea di progresso uno schiacciamento sul piano del
capitale32, considerato come necessariamente progressivo.
Questa genealogia che Tronti traccia del punto di vista offre un
altro indizio della presenza di quell’elemento che abbiamo chiamato
di non-immanenza già nelle sue prime formulazioni. Far derivare il
punto di vista operaio dalla crisi delle scienze significa infatti ricono-
scere quel tratto di infondatezza che sta alla base del pensiero nega-
tivo dei primi anni del Novecento, per poi proiettarlo nel nichilismo
della classe operaia come “rude razza pagana”33. Diversi sono i rife-
rimenti trontiani agli autori della crisi, da Nietzsche a Musil a Benja-
min, che fanno supporre come la derivazione – certo frutto di molte
mediazioni – della pratica del punto di vista dalla stagione della crisi
della ragione positivista non sia solamente una ricostruzione ex-post,
a giustificazione di un passaggio teorico già avvenuto per altre ragioni.
Un ultimo indizio in questo senso ci viene da un testo molto ricco,
dal titolo Noi operaisti, che Tronti scrive nel 2008 come introduzione

29 Ivi, p. 230.
30 Ivi, p. 231.
31 Ivi, p. 228.
32 Mario Tronti, Il piano del capitale, in “Quaderni rossi”, 3, 1963, pp. 44-73 (poi anche in
Operai e capitale, cit., pp. 60-85).
33 Mario Tronti, Estremismo e riformismo, in “Contropiano”, 1, 1968, p. 46. Cfr. anche Ma-
rio Tronti, Crisi della ragione e critica della fede, in Luca Savarino (a cura di), Laicità della
ragione, razionalità della fede?, Claudiana, Torino 2008, pp. 123-132.
88 vita, politica, rappresentazione

a un volume di documenti sul primo operaismo34. Si tratta di una rico-


struzione della parabola operaista nella quale l’autore fa anche i conti
con i suoi effetti da romanzo di formazione di una generazione:
quando scopri una contraddizione fondamentale che ha fatto epoca, anche
nel momento in cui ti ritrovi senza quell’epoca, ti rimane poi il gusto e la
spinta di guardare il mondo alla ricerca dell’altra grande contraddizione,
senza la quale il resto che accade ti risulta inessenziale. Puoi non trovarla, la
nuova contraddizione fondamentale, ed è un dramma, puoi trovare che non
c’è ed è una miseria dei tempi, puoi trovare che c’è e non si dà chi sappia af-
frontarla e organizzarla ed è una tragedia. Ma tu sei lì sul campo di battaglia
del pensiero, che muovi le idee come il generale i suoi soldati: perché di una
cosa sei sicuro, non banalmente l’avversario ma seriamente il nemico c’è, ed
è il rapporto di capitale. Allora, vedete, c’è un punto di vista operaio, anche
se non ci sono più gli operai, organizzati in potenziale classe antagonista35.

Quest’ultima considerazione segnala ancora una volta come sia


presente un salto logico tra la decisione dell’assunzione del punto di
vista e la pratica della visuale che ne consegue (e che questo consen-
te). I due momenti appartengono a piani diversi, tanto da divergere
sul limite massimo al quale sono stati portati dall’esperienza politica
di Tronti: quando il secondo scompare, il primo può continuare a
sussistere.

5. All’origine dell’autonomia del politico

Affrontiamo ora una fase successiva del pensiero di Tronti, quel-


la dell’autonomia del politico, il cui inizio può essere convenzional-
mente fissato al 1972, quando in un seminario a Torino con Norberto
Bobbio Tronti presenta delle riflessioni preliminari sul tema e le pro-
pone alla discussione. Se da una parte si è argomentato finora in favo-
re della tesi che all’origine dell’operaismo, nel dentro e contro della
forza-lavoro, esisteva già un punto irriducibile di non-immanenza che
si esprimeva nel gesto teorico di identificare il soggetto prima ancora
di elaborarne il suo punto di vista – un gesto aporetico, dove appunto
l’identificazione della parte precedeva l’assunzione del suo punto di
vista –, dall’altra è invece necessario depotenziare il carattere di rot-
tura che è sempre stato assegnato alla fase dell’autonomia del politico.
34 Mario Tronti, Noi operaisti, in L’operaismo degli anni sessanta, cit., pp. 5-58 (ora anche in
volume autonomo Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma 2009).
35 Ivi, p. 27.
punto di vista e autonomia del politico 89

Porre l’enfasi sulla divisione interna al soggetto che l’autonomia


del politico sembra presupporre, ovvero quella tra classe e partito,
quindi sull’autonomia come separazione tra la vita economica e quella
politica della classe, ha in un certo senso facilitato – e in parte frain-
teso, come per il presunto rapporto con il compromesso storico – la
decodifica politica di questa proposta teorica. Esistono certamente le
basi per una ricostruzione in tal senso, visto che lo stesso Tronti nel
testo del 1972 scrive – in maniera assertiva e provocatoria anche se
circondata da numerose cautele – che “il partito deve acquistare au-
tonomia dalla classe”36. Se però, da una parte, come vedremo, non è
questa l’origine della riflessione sull’autonomia del politico, dall’altra,
il problema formulato in questi termini non è certo nuovo, essendo
sempre stato un elemento della riflessione trontiana del rapporto tra
tattica (partito) e strategia (classe), già in Operai e capitale, dove la
prima “rovescia sempre” la seconda, per cui “il partito deve imporre a
un certo punto alla classe quello che la classe stessa è”37.
Invece che concentrarsi su questa divisione interna alla classe
operaia si possono invece ricostruire quelle che sono le formulazioni
iniziali dell’autonomia del politico, che pongono problemi in parte
diversi, derivati principalmente dalla sua elaborazione come analisi
del sistema capitalistico nel suo rapporto con il potere politico, quin-
di come studio delle dinamiche dell’avversario più che come teoria
tattico/strategica per il soggetto rivoluzionario. Nel fare questo è op-
portuno segnalare due accortezze funzionali a una corretta lettura
del tema: la prima, ben nota, è che la pubblicazione del testo del
seminario del 1972 è di cinque anni successiva, ovvero appare in un
clima politico del tutto diverso che vede il tentativo di far entrare il
Pci nell’area di governo attraverso il compromesso storico, un fatto
che ne ha pesantemente condizionato la lettura; la seconda, ricor-
data raramente, è che l’origine della formula autonomia del politi-
co, pur diventando negli anni successivi il nome della ricerca e della
proposta teorico/politica di Tronti, non è però in quell’occasione da
lui introdotta, ma deriva dal documento introduttivo presentato al
seminario torinese dagli allievi di Bobbio, tra l’altro con un inten-

36 La frase in questione è presa dal dibattito che segue la relazione di Tronti, che prosegue:
“diciamo – scandalizzando tutti – anche questo”, dove l’enfasi sull’anche segnala come
non si tratti di un rovesciamento ma dell’inserimento di un piano diverso: “si tratta di
giocare su diversi piani, su diversi tavoli e di avere poi la capacità di tenere tutto assieme”
(Mario Tronti, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 34-35).
37 Tronti, Marx, forza-lavoro, classe operaia, cit., p. 253.
90 vita, politica, rappresentazione

to del tutto diverso38. Sempre nell’ottica di sgomberare il campo da


eventuali fraintendimenti, nel testo già citato sulla crisi delle scienze
Tronti scrive esplicitamente: “non primato della politica, ma autono-
mia del politico [...]. Scoperta delle leggi di funzionamento – leggi di
movimento – del sistema politico, come dato di fatto, come individuo
storico, qui e ora”39.
Non c’è quindi, almeno a questo stadio della riflessione, alcun ro-
vesciamento della tesi marxiana della preminenza del piano struttu-
rale su quello sovrastrutturale, anche se c’è il riconoscimento di un
limite dell’analisi di Marx per quanto riguarda la specificità del piano
politico, dello Stato in particolare. Tronti imputa a Marx questa man-
canza giustificandola con il ritardo del politico: se nel capitalismo che
aveva visto Marx il piano economico era tanto avanzato da poter in-
dagare correttamente i meccanismi generali della riproduzione del ca-
pitale, il piano politico rifletteva invece un’immagine precedente, che
non permetteva di coglierne la specificità agli occhi di un osservatore
ottocentesco. Non per questo Tronti inverte la gerarchia dei piani.
In realtà Tronti non pone mai il problema dal punto di vista della
determinazione di un piano dall’altro, ma sempre da quello di un rap-
porto di forze sia interno ai singoli piani, quindi come espressione di
due forze in lotta su uno stesso piano (economico o politico), sia del
rapporto di forze tra i piani (tra l’economico e il politico appunto),
come espressione del conflitto interno a una stessa parte, che presenta
quindi delle proprie contraddizioni sui suoi diversi piani. Sono semmai
le motivazioni che inducono Tronti a spostare il suo interesse dal pia-
no economico/sociale a quello politico/organizzativo che andrebbero
indagate in modo più approfondito. Da questa indagine, alla quale in
questa sede alludiamo solamente, si potrebbe ricavare un rapporto ine-
dito tra l’uno e il due, per usare i termini di analisi che Esposito mette
al centro del suo recente lavoro sulla macchina teologico-politica. Se
38 La riflessione di Tronti si sviluppa spesso secondo lo schema di un termine o concetto
estraneo che viene assunto per poi essere rideclinato con un significato nuovo e diverso.
Scrive nella Conclusione di Sull’autonomia del politico: “intanto c’è da dire questo: il ti-
tolo di questo discorso – ‘autonomia del politico’ – è il titolo di una delle tesi di questo
gruppo di giovani ricercatori; e dunque era un titolo tolto da questo scritto che non tutti
voi conoscete. A questo punto io direi: sottoponiamo a critica questo termine” (Tronti,
Sull’autonomia del politico, cit., p. 50).
39 Tronti, Teoria e politica. Scienza e rivoluzione, cit., p. 232. Scriverà l’anno successivo: “au-
tonomia del politico come non autonomia dell’economico”, ovvero come necessità per il
capitalismo, tanto nella sua fase iniziale quanto nel suo successivo sviluppo, della politica
intesa come “macchina statale più il governo politico” (Mario Tronti, Hobbes e Cromwell.
La teoria, in Stato e rivoluzione in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1977, p. 277).
punto di vista e autonomia del politico 91

infatti “la presenza del Due all’interno dell’Uno, la prepotenza di una


parte che si vuole tutto cancellando l’altra”40, rappresenta un’efficace
descrizione delle analisi trontiane della forza lavoro, d’altro canto lo
spostamento (duplicazione in realtà) di quell’unità dal piano econo-
mico a quello politico crea un elemento conflittuale tra i due piani
(un conflitto che è anche interno a una stessa parte), che si aggiunge
alla loro divisione interna (il due del conflitto di classe su ognuno dei
piani), creando così interferenze con la prima divisione e producendo
esiti che possono apparire anche paradossali41.

6. Il ciclo politico del capitale

Riprendiamo l’analisi del testo del seminario torinese: “non si trat-


ta dell’autonomia di una parte del potere rispetto ad altre parti; ma
si tratta dell’autonomia di tutto il potere rispetto al resto che potere
non è; diciamo, al resto della società. Quindi autonomia del potere
rispetto a quello che è, o meglio a quello che era o veniva considerato,
in generale, il fondamento del potere”42. Entrambi i termini, quello
di autonomia e quello di politico, vengono in questo caso ripensati43.
Per quanto riguarda la prima, il marxismo rivoluzionario aveva avuto
come comune denominatore, nelle sue diverse varianti, la negazione
di questa autonomia, ovvero la negazione dell’autonomia dello Stato

40 Roberto Esposito, Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero, Einaudi,
Torino 2013, p. 5. È curiosa l’esclusione di Tronti dalla ricostruzione fatta da Esposito,
che forse segnala proprio una difficile identificazione del pensiero del primo all’interno
della cornice teologico-politica disegnata dal secondo.
41 Un esempio tra i tanti possibili è la strategia provvisoria che Tronti propone in Classe
operaia e sviluppo (in “Contropiano”, 3, 1970): “la classe operaia è e diventa sempre di
più una necessità politica del capitale. Senza classe operaia niente sviluppo capitalistico
[...]. Nei punti più alti dello sviluppo noi vediamo che il capitale probabilmente si troverà
addirittura a combattere contro la propria tecnologia per salvare l’esistenza storica della
classe operaia. Non possiamo escludere un processo paradossale ai questo tipo” (ivi, p.
471). Anche la proposta politica conseguente sembra pertanto paradossale: “rifiuto del
lavoro in fabbrica e lotta per lo sviluppo nella società. Credo che proprio dalla coesistenza
di questi due aspetti contraddittori all’interno della classe operaia si può cominciare ad
elaborare un tipo di strategia che possiamo chiamare provvisoria. Una strategia provvisoria
deve riuscire oggi a legare insieme proprio queste due facce, che sono una la faccia diret-
tamente operaia e l’altra la faccia indirettamente operaia, la faccia capitalistica della classe
operaia. Noi dobbiamo riuscire a vedere proprio all’interno della classe operaia: operai e
capitale, facendo un tipo di ragionamento inverso a quello che abbiamo fatto altre volte,
quando abbiamo visto appunto nel capitale tutti e due: operai e capitale” (ivi, p. 474).
42 Tronti, Sull’autonomia del politico, cit., p. 19.
43 Cfr. Mario Tronti, Autonomia, in “ItalianiEuropei”, 5, 2008, pp. 242-244.
92 vita, politica, rappresentazione

rispetto al piano economico. Il rapporto tra i due si era però stori-


camente modificato, secondo Tronti, rispetto allo scenario che Marx
aveva vissuto, e la teoria marxista non era stata in grado di cogliere
questa trasformazione, rimanendo ancorata a un’immagine meccani-
ca del rapporto che lasciava il concetto di autonomia del politico al
revisionismo di destra della socialdemocrazia. Il tentativo di Tronti, in
questo caso, è quello di offrire una nuova lettura del concetto funzio-
nale a una teoria rivoluzionaria.
Rispetto al secondo concetto, la tradizione marxista non aveva mai
sentito la necessità di uno studio del politico, data appunto la sua
non-autonomia. Si trattava quindi per Tronti di riformularne (o me-
glio di formularne) il suo contenuto. Il politico che viene presentato
– e questa definizione è di grande importanza – “tiene dentro di sé,
da una parte il livello oggettivo delle istituzioni di potere; dall’altra il
ceto politico, cioè l’attività soggettiva del fare politica. Cioè, il politico
tiene insieme le due cose, lo stato più la classe politica”44.
Date queste definizioni – autonomia del potere rispetto al suo fon-
damento e politico inteso come istituzioni più ceto politico – Tronti ini-
zia l’analisi sul terreno della situazione italiana. Occorre in questo caso
tenere a mente la storia delle lotte degli anni Sessanta e dei primi anni
Settanta e il modo nel quale queste erano state lette dagli operaisti.
Il conflitto di fabbrica era infatti ripreso all’inizio degli anni Sessanta
sull’onda di una nuova composizione di classe incentrata sulla figura
dell’operaio massa. A questa stagione di lotte, che metteva in pericolo
la riproduzione del sistema a livello economico, doveva corrispondere,
secondo l’analisi degli operaisti, una risposta del capitale, tendente tra-
mite l’innovazione politica a riportare queste lotte all’interno del pro-
prio sviluppo. Negli articoli dei “Quaderni rossi” questo piano di sus-
sunzione delle lotte operaie veniva definito il piano del capitale, inteso
come livello sul quale si dispiegava la programmazione capitalistica ma
richiamando anche il significato di piano come strategia del capitale.
Questo piano avrebbe dovuto presentare le caratteristiche di una
programmazione economica forte, di un rafforzamento dei sindacati,
conflittuali ma interni al meccanismo di riproduzione della società, di
una serie di riforme che andassero nella direzione dell’accentramento
delle decisioni e del decentramento delle funzioni. Il capitale avreb-
be quindi dovuto, come era successo nella stagione delle lotte operaie
americane degli anni Trenta prese a modello per quelle italiane degli

44 Ivi, p. 10.
punto di vista e autonomia del politico 93

anni Sessanta, sfidare a livello politico la classe operaia, battendola ov-


vero integrandola all’interno dei propri meccanismi di riproduzione.
Il rifiuto della classe operaia a questa incorporazione avrebbe potuto
spostare la lotta su un piano più avanzato, appunto sul piano politico,
permettendo l’apertura di una fase rivoluzionaria che avrebbe messo in
gioco il problema del potere. Scrive Tronti ne La fabbrica e la società:
“è chiaro che, su questa base, l’integrazione della classe operaia dentro
il sistema diventa necessità vitale per il capitalismo: il rifiuto opera-
io di questa integrazione impedisce al sistema di funzionare. Diventa
possibile una sola alternativa: stabilizzazione dinamica del sistema o ri-
voluzione operaia”45. Il fallimento dei governi di centro-sinistra (1962-
1963) – questa l’immediata traduzione politica del piano del capitale
che Tronti descrive – realizza però un panorama diverso da quello pro-
spettato. Il loro fallimento sembra infatti un chiaro rifiuto del piano
politico del capitale di svilupparsi coerentemente con lo sviluppo della
sua vita economica. Questa congiuntura, letta però in termini generali,
è alla base del ripensamento radicale dello schema appena descritto,
ed è il punto di partenza della riflessione sull’autonomia del politico.
Una proposta teorica che nasce quindi, è bene ripeterlo ancora, non
sull’analisi della classe operaia, ma su quella del(i) piano(i) del capita-
le. E che si presenta in modo ancora dubitativo, con formulazioni che
sono tutte nella forma di ipotesi di ricerca e attraverso una prosa ancora
cauta, continuamente inframmezzata dai richiami al pericolo di scivo-
lare in una forma di utopismo. Stanti queste cautele, Tronti prosegue:
giunti ad uno stadio di capitalismo avanzato [...] ci si è accorti, cioè, del fat-
to che il politico, come si dice in genere, in gergo, ritarda. E se si va ad ap-
profondire, ci si accorge che questo ritardo del politico, sempre rispetto al
sociale, non deriva e non sempre deriva da un mancato completo sviluppo
– sviluppo economico e sviluppo sociale – del capitale [...]. Qualche volta
si tratta di un ritardo in sé. Cioè, un ritardo di adeguamento della macchina
statale che ha le sue ragioni, le sue cause, nel funzionamento stesso di questa
macchina46.

Non si tratta in questo caso di un presunto ritardo italiano nello


sviluppo capitalistico, tema tipico della tradizione storicista del mar-
xismo italiano che gli operaisti avevano respinto con le loro analisi
sul neocapitalismo, ma, al contrario, di un comportamento specifi-

45 Mario Tronti, La fabbrica e la società, in “Quaderni rossi”, 2, 1962, p. 27 (poi anche in


Operai e capitale, cit., pp. 56-57).
46 Tronti, Sull’autonomia del politico, cit., p. 10.
94 vita, politica, rappresentazione

camente politico del capitale nella sua fase avanzata. Il fatto che il
politico ritardi, in Italia, non è un segno della sua arretratezza, ma
di un suo pieno sviluppo. Il capitale, nella sua fase avanzata, sembra
infatti intenzionalmente rallentare il suo sviluppo politico, secondo
quella che Tronti più avanti chiamerà intelligenza di sistema47: “si
sono messi in moto, secondo me, a questo punto, dei meccanismi di
autodifesa, di autocorrezione del sistema; da dove si vede che i limi-
ti famosi dello sviluppo certe volte sono autolimitazioni del capitale,
ripeto, non soggettivamente scelti dal ceto politico capitalistico, ma
che il sistema oggettivamente offre a se stesso”48. Nella sfera politica,
scrive ancora Tronti, “c’è un difetto di razionalizzazione, c’è una scar-
sa efficienza dell’apparato politico [...]. Cioè, abbiamo un apparato
statuale che, nel suo mancato e difettoso funzionamento capitalistico,
assorbe e impedisce che esplodano le stesse contraddizioni critiche
cui dà luogo il movimento dello sviluppo, e in primo luogo dello svi-
luppo economico”49. Da queste constatazioni il discorso si struttura
attorno a due punti fermi: 1) la funzionalità di questo ritardo politico
rispetto alla capacità capitalistica di controllo della crisi. Se infatti in
precedenza la crisi era un meccanismo “di aggiustamento e di rilan-
cio dello sviluppo economico”50, ora diventa un elemento di conte-
nimento delle sue spinte potenzialmente distruttive; 2) l’esistenza di
un “ciclo politico del capitale”51, diverso e asincrono rispetto al ciclo
economico. Il capitalismo sembra infatti non affidare più a un solo
meccanismo, quello del mercato, la dinamica del suo funzionamen-

47 Così in una recente intervista: “io uso un concetto che riconosco difficile da assumere,
stante la pigrizia mentale diffusa, tipica del nostro tempo. È quello che chiamo ‘intelligen-
za di sistema’: il capitalismo è un sistema molto intelligente, forse il più intelligente sistema
di convivenza conflittuale mai inventata. Questa intelligenza esiste non perché qualche
grande vecchio la possegga, e non perché la si dichiari tale, ma solo perché così accade,
nelle leggi di movimento [...]. L’intelligenza di sistema si può applicare al solo capitalismo.
Non è applicabile ad esempio al socialismo. Questo perché la storia del capitalismo affon-
da le sue radici molto in là nel tempo, nella nascita e nello sviluppo della borghesia, nelle
sue età illuministiche, nelle sue rivoluzioni, nella fondazione e coltivazione di una grande
cultura, dagli economisti classici in poi. Nell’intelligenza di sistema si è depositata una
lunga storia di evoluzioni, rivolgimenti, cambi istituzionali, patrimonio intellettuale. Que-
sto ha fatto e fa la forza del capitalismo. Il socialismo, il tentativo della sua realizzazione,
è stata una creatura nata prematuramente, che, per terribili condizioni interne ed esterne,
non ha avuto il tempo giusto per crescere”, in “Pandora”, 18.112015. Url: http://www.
pandorarivista.it/articoli/intervista-a-mario-tronti (9.1.2016).
48 Tronti, Sull’autonomia del politico, cit., p. 13.
49 Ivi, p. 11.
50 Ibidem.
51 Ivi, p. 12.
punto di vista e autonomia del politico 95

to, ma a più meccanismi, anche opposti fra loro, che gli permettono
un’elasticità di risposte all’intensificarsi dello scontro su uno dei suoi
piani. Il politico, ovvero lo Stato più il ceto politico, è uno di que-
sti meccanismi che procedono in modo asincronico, accelerando o
rallentando lo sviluppo come nei due casi opposti del ciclo di lotte
in America degli anni Trenta – che vedono il New deal come rispo-
sta conflittuale ma includente – e il ciclo di lotte dell’Italia degli anni
Sessanta – che vede invece un arretramento del terreno del politico,
una sua crisi, che funziona da freno allo sviluppo della lotta di classe.
Iniziativa politica come risposta a una crisi economica nel primo caso
(crisi del ’29 e New Deal), rifiuto di questa iniziativa come risposta a
una fase di espansione produttiva, ma anche delle lotte, nel secondo
caso (boom economico italiano e fallimento del riformismo). Sia lì che
qui si dà autonomia del politico, ed è la possibilità di questa doppia
direzione la specificità del ciclo politico del capitale.
Tornando quindi al rapporto tra i piani dell’economico e del po-
litico, scrive ora Tronti esplicitamente: “non si tratta, assolutamen-
te, di cambiare il segno nel rapporto che intercorre tra il politico e
l’economico, per cui, a questo punto, addirittura, il politico viene a
precedere; si tratta di capire che, tra i vari terreni di lotta che coprono
lo spazio di una società capitalistica, c’è anche la lotta tra il capitale e
il suo stato”52. Non si può qui non notare come, da questa prospettiva
della lotta tra il capitale e il suo Stato, ritorni lo schema aporetico che
avevamo visto caratterizzare la classe operaia nel rapporto tra piano
di immanenza e logica del conflitto. Succede infatti che il capitale, che
preme per svilupparsi sul piano economico, rischia di forzare l’imma-
nenza della sua riproduzione, spingendo necessariamente con sé an-
che l’elemento conflittuale rappresentato dalla classe operaia. A que-
sto punto lo Stato, tramite il suo ceto politico, lotta contro il capitale
per imporgli un rallentamento, reinserendo così il conflitto operaio,
potenzialmente distruttivo ma così depotenziato, all’interno del piano
della sua immanenza.
C’è però una sostanziale differenza in quella che sembra una di-
namica parallela tra classe operaia e capitale. Quella che per la classe
operaia è un’aporia, ovvero la sua doppia natura, per il capitale è inve-
ce una forza, che gli permette di manovrare politicamente. Questa dif-
ferenza dipende chiaramente dal diverso posizionamento della classe
operaia e del capitale rispetto al piano di immanenza, che non è ovvia-

52 Ivi, p. 18.
96 vita, politica, rappresentazione

mente neutro, anche se vede la riproduzione di entrambi, ma è deter-


minato in definitiva dal rapporto di capitale. La classe operaia che lot-
ta dall’interno contro questo piano di immanenza deve infatti sempre
fare i conti con il proprio ruolo riproduttivo di questo stesso piano:
per crescere deve muoversi, non può fermarsi, e il suo movimento è
dannatamente proporzionale allo sviluppo del proprio avversario. Il
capitale, invece, può decidere di rallentare la sua riproduzione, anche
contro una parte di se stesso che preme per svilupparsi, senza che
questo lo indebolisca in misura maggiore del proprio avversario53.
Anche in questo caso la conclusione di questa ricostruzione do-
vrebbe essere tanto chiara quanto radicale: il piano di immanenza,
nell’analisi dell’autonomia del politico, data l’asimmetria di posizioni
della classe operaia e del capitale sul suo terreno, viene sostanzial-
mente identificato con il piano del capitale. Le citazioni a supporto
di questa tesi potrebbero essere molte: “la classe operaia, sulla base
della lotta dentro il rapporto di produzione, può vincere solo occasional-
mente; strategicamente non vince, strategicamente è classe, in ogni caso,
dominata”54. E ancora, a proposito della necessità di “uscire da un
processo di lotta che si ripete in fondo sempre uguale, senza spostare
a fondo i rapporti di forza, ma ripetendoli continuamente allo stesso
livello, e su cui la classe operaia poi logora le sue forze, senza riuscire
a rimettere in gioco l’intero meccanismo di ricomposizione della so-
cietà capitalistica a livello economico e a livello politico”55.
Da qui in avanti, al ragionamento sull’autonomia del politico come
caratteristica del capitale e del suo Stato si aggiunge quello sulla classe
operaia e il suo partito. Un discorso sicuramente più complesso e spi-
noso, anche per le sue dirette ricadute politiche, che però può essere
correttamente ricostruito solo tenendo a mente le brevi considerazio-
ni svolte sull’origine del punto di vista e dell’autonomia del politico.

53 Uno schema asimmetrico che si ripeterà nella riflessione più tarda di La politica al tramonto,
prendendo le forme della politica contro la storia: “tra politica e storia c’è una divaricazione
di potenza. Quella della storia è una potenza naturalmente dotata di forza, materialmente
‘formata’ da processi di lunga durata [...]. La politica non ha in sé disegno, se lo deve volta
a volta dare, consegnandolo a un soggetto del tempo, non ha dalla sua, mai, la ragione delle
cose, sa che le stesse cose ritornano ma non può accettare questa condizione, è costretta a
chiedere progresso nello sviluppo ma proprio questo depotenzia la sua forza, fino a lasciar-
la disarmata, nell’immediatezza della fase, di fronte a ogni grande ritorno dell’epoca con i
suoi invalicabili confini” (Tronti, La politica al tramonto, cit., pp. 6-7).
54 Ivi, pp. 52-53.
55 Ivi, pp. 59-60.