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Titolo originale: Toujours contre le travati Traduzione dal francese di Guido Lagomarsino copyleft 2010 Philippe Godard copyleft

2011 Eluthera prima edizione Les ditions Aden, Bruxelles Progetto grafico di Riccardo Falcinelli In copertina: Eric Drooker, Gears www.drooker.com Il nostro sito www.eleuthera.it e-mail: eleuthera@eleuthera.it

Indice

Prefazione di Andrea Staid Introduzione


UNO

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Dal furto alla critica del lavoro


DUE

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Illusioni del lavoro, illusioni dei lavoratori


TRE

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Nascita e diffusione del lavoro


QUATTRO

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Unattivit inumana
CINQUE

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Liberarsi dalla necessit del lavoro

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Economia = lavoro, lavoro = economia


SETTE

Lavoro creativo/lavoro alienante: stesso lavoro


OTTO

Il progresso contro lemancipazione


NOVE

Potere e lavoro
DIECI

Il non-agire come superamento del lavoro


UNDICI

Lagire politico attraverso il non-agire


DODICI

Per il libero accesso di tutti alle (scarse) ricchezze

Prefazione
d i A n d rea S taid

In fondo, [...] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantit d energia nervosa, e la sottrae a l riflettere, allo scervellarsi, a l sognare, a l preoccuparsi, allamare, a llodiare. Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881 Q uando conosci una persona, che lavoro fai? solita mente la seconda dom anda dopo com e ti chiami?. O gnuno di noi ha un lavoro, per difficile spiegare cosa sia. un qualcosa che si dovrebbe avere voglia di fare, ma per la maggior parte dei lavoratori questa voglia non c. Avere un lavoro significa fare sempre la stessa identica cosa, fare una cosa uguale o simile tutti i giorni, per decine di anni. E la si fa per ottenere un salario, non perch se ne abbia realmente voglia o la si consideri particolarmente utile. La facciamo perch abbiam o bisogno ili reddito. 7

D opo tanti anni che si fa lo stesso lavoro, si sa fare solo quello, diventiamo degli esperti, m a solo dellattivit che siam o costretti a fare per un salario. Il lavoro impedisce linvenzione e la sperimentazione di rapporti pi ricchi e articolati, ci priva della gioia del saper fare tante attivit di verse e di farle non perch dobbiam o m a perch ci sembra giusto e necessario farle per la nostra comunit. La storia della modernit la storia dellimposizione del lavoro, che ha lasciato sullintero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti, la sfacciata richiesta di spre care la maggior parte dellenergia vitale per un fine deciso da altri non sempre stata cos interiorizzata come lo oggi. C i sono voluti diversi secoli di aperta violenza su larga scala per sottomettere gli uom ini, letteralmente a forza di torture, al servizio incondizionato dellidolo lavoro. La maggior parte degli uomini non si dedicata spon taneamente a una produzione destinata a mercati anonimi, e dunque a una pi generale economia monetaria. Lo ha fatto solo perch vi stata costretta dallavidit degli Stati assolutistici, che hanno monetarizzato le tasse aum entan dole contem poraneam ente in maniera esorbitante. N on per se stessa la maggior parte degli uomini ha dovuto gua dagnare soldi, m a per lo Stato proto-moderno militariz zato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua buro crazia. Cos, e non diversamente, si affermato nel m ondo lassurdo fine in s della valorizzazione del capitale e quindi del lavoro. C on la formazione degli Stati moderni, gli amm inistra tori del capitalism o finanziario hanno com inciato a tra sformare gli esseri umani nella materia prima di una mac china sociale necessaria per convertire il lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni stato cosi distrutto: non perch queste popolazioni si siano sponta

neamente e autonom am ente sviluppate in tal senso, come ci vogliono far credere, m a perch sono diventate il materiale um ano che serve a far funzionare la m acchina della valorizzazione ormai messa in moto. I contadini sono stati scacciati con la forza delle armi dai loro campi per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, o quello dei terreni comuni, sono stati aboliti. M a anche questa tra sform azione graduale dei propri sudditi nella m ateria prim a dellidolo lavoro, creatore di denaro, non ba stata agli Stati assolutistici, che hanno esteso le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna del lEuropa andata di pari passo con quella esterna, inizial mente nelle due Americhe e in alcune regioni dellAfrica. Spedizioni di rapina, distruzione e sterminio, fino ad allora senza precedenti, si scagliano con violenza sui nuovi mondi appena scoperti, tanto pi che le vittime locali non sono neppure considerate come esseri umani. Per le potenze europee, divoratrici di uomini, le culture soggiogate, in questi albori della societ del lavoro, sono in fatti composte da selvaggi e cannibali. E cos si sentono le gittim ate a sterminarli o a renderli schiavi a m ilioni. La vera e propria schiavit delleconom ia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che supera nelle sue dimensioni perfino lutilizzazione di schiavi nellantichit, appartiene ai crimini sui quali fon dato il sistema produttore di merci. Q ui, per la prim a volta, praticato in grande stile lannientamento per mezzo del lavoro. Ed questa la seconda fondazione della societ del lavoro. Luom o bianco, gi segnato dallautodisciplina, pu ora sfogare lodio per se stesso e il suo complesso di infe riorit sui selvaggi1.

Le societ contro il lavoro


Chi sono questi selvaggi e soprattutto come gestiscono leconomia nelle loro societ? interessante indagare, con laiuto di ricerche etnografiche, cosa sia il lavoro nelle cul ture altre, in quelle societ che in alcune aree geografiche del globo resistono ancora oggi alla civilizzazione occiden tale. N on sono societ immobili, ma culture in transito che attraverso lincontro e lo scontro con la societ occidentale hanno adattato, modificato, ibridato i loro m odi diversi di organizzarsi in comunit. Queste societ, lungi dallesprimere esclusivamente fis sit e ripetizione, si trovano inserite nel flusso della storia e nei vortici dei mutamenti. Sono gli incontri fra differenti culture, le migrazioni e le trasformazioni storiche a model lare performance culturali che, al pari delle societ, non sono mai prodotti immutabili, anzi si collocano in cantieri sempre aperti e in transiti mai completamente com piuti2. M i sembra qui opportuno sfatare il mito che nelle so ciet primitive3 vige uneconomia di sussistenza che a fa tica riesce ad assicurare un m inim o per la sopravvivenza della societ. Troppo spesso nei testi accademici si parla di una fantomatica economia di sopravvivenza che im pedi sce un accumulo di scorte tali da garantire, anche solo a breve termine, la sopravvivenza del gruppo. C i viene cos proposta limmagine del selvaggio come di un uom o so praffatto e dominato dalla natura, minacciato dalla carestia e perennemente dom inato dallangoscia di procurare a s e ai propri figli i mezzi per sopravvivere. A partire dai lavori sul cam po che studiano gli abori geni australiani della terra di Arnhem e i Boscim ani del Kalahari, Marshall Sahlins, nel suo L economia dell e t della pietra , procede a una rigorosa quantificazione dei tempi di
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lavoro nelle societ primitive. N e emerge che, lontano dal trascorrere le loro giornate in una febbrile attivit di rac colta e caccia, questi supposti selvaggi dedicano m edia mente alla produzione di cibo non pi di cinque ore al giorno, e spesso non pi di tre-quattro ore. U na produ zione oltretutto interrotta da frequenti riposi e che non coinvolge quasi m ai la totalit del gruppo, tanto che lap porto dei bam bini e dei giovani a questa attivit econo mica quasi nullo. Gli studi etnologici sugli attuali cacciatori e raccoglitori, spe cialmente quelli che vivono in ambienti marginali, indicano una media di 3-5 ore giornaliere di produzione alimentare per lavo ratore adulto. I cacciatori si attengono a un orario di banca no tevolmente inferiore a quello dei moderni lavoratori dellindu stria (sindacalizzati), che sarebbero ben felici di una settimana lavorativa di 21-35 ore. Un interessante raffronto anche pro posto da recenti studi sui costi lavorativi tra gli agricoltori di tipo neolitico. Gli Hanunoo, per esempio, donne e uomini, dedicano in media 1.200 ore annue alla coltura itinerante, cio a dire una media di 3 ore e 20 minuti al giorno4. un vero e proprio mito quello del selvaggio condan nato a unesistenza quasi animale. Dallanalisi di Sahlins, leconomia dei primitivi non solo non risulta com e une conom ia della miseria, m a al contrario le societ primitive sono le prime vere societ dellabbondanza. la nostra so ciet contemporanea quella delle carestie e della povert diffusa su larga scala. Da un terzo a met dellumanit, si dice, si corica ogni sera af famata. Nella vecchia Et della pietra, la percentuale deve essere stata molto inferiore. Questa lepoca della fame senza prece
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denti. Oggigiorno, nellera delle massime conquiste tecniche, la carestia unistituzione5.

Secondo Pierre Clastres, la societ primitiva una strut tura che funziona sempre al di sotto delle proprie possibi lit e che potrebbe, se lo volesse, produrre rapidamente un surplus. Se questo non accade, perch le societ primitive non lo vogliono. Aborigeni australiani e Boscim ani, rag giunto lobiettivo alimentare che si erano proposti, cessano di cacciare e raccogliere, poich sanno che le riserve ali mentari sono inglobate in permanenza nella natura. Sem pre Sahlins demistifica, nel suo testo, quel pensiero che as sume il produttivismo contemporaneo come la misura di tutte le cose. Nelle societ primitive, il processo lavorativo sensibile a interferenze di vario tipo e pu interrompersi a beneficio di altre attivit, serie come il rituale o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa spesso breve; se si protrae, subisce frequenti interruzioni. Abbiam o qui la dimostrazione che, se luom o primitivo alieno dallo spirito imprenditoriale e dalle logiche del la voro salariato, perch la categoria profitto non lo inte ressa: se non reinveste, non perch non concepisce questo atto, m a perch non rientra tra gli obiettivi che persegue. Nelle comunit nomadi ma anche in quelle sedentarie, dagli amerindiani alle trib della Melanesia, si cerca di pro durre il minimo necessario a soddisfare tutti i bisogni, adot tando una tipologia di lavoro ostile alla formazione di un surplus; il che impedisce che una parte della produzione ri cada allesterno dellambito territoriale controllato direttamente dal gruppo produttore. Diversamente da noi, in que ste societ non si vive per produrre ma si produce per vivere. Il m odo di produzione domestico delle societ primitive infatti produzione per il consum o, e nel suo svolgersi si 12

pone un costante freno allaccumulo di surplus, cercando di mantenere il complesso degli immobilizzi a un livello rela tivamente basso6. Se la produzione esattamente com m i surata ai bisogni immediati della famiglia, la legge che go verna il sistema contiene un principio anti-surplus adeguato a una produzione di sussistenza non legata a una retribu zione. Superata la produzione necessaria, si tende allarresto del lavoro-produzione. Il dato, etnograficamente docum entato da diversi studi antropologici, che le economie primitive sono sotto-produttive, che solo una parte della collettivit lavora, oltre tutto per breve tem po e a bassa intensit, si im pone come una conferma del fatto che le societ primitive sono so ciet dellabbondanza. Clastres, nel suo Archeologia della violenza, afferma che le societ primitive sono societ contro leconomia: la so cialit primitiva assegna alla produzione un com pito pre ciso, impedendole di andare oltre. L dove cos non , le conom ia si sottrae al controllo della societ, e la disgrega introducendo la separazione tra ricchi e poveri: laliena zione degli uni dagli altri. Stiam o dunque parlando di so ciet senza economia, o meglio di societ contro lecono m ia7. In queste societ, non solo le forze produttive non si sviluppano autonom amente, ma nel m odo stesso di pro durre deliberatamente affermata una volont di sottoproduzione. ormai chiaro che nelle societ primitive non potrebbe emergere un concetto di lavoro con il significato che oggi si d a questo termine: lattivit di produzione coincide del tutto con quella di riproduzione dellindividuo e della spe cie; il tem po di lavoro quindi immediatamente tem po di vita. Il numero di persone presenti su un territorio rego lato da un equilibrio naturale, perci esse dispongono di 13

tutto quello che serve in base ai bisogni di quel tipo di so ciet. Siam o noi occidentali, im m ersi nel capitalism o, a non riuscire a concepire la preistoria umana come unera di abbondanza. E confrontando il nostro modello di vita con quello di esseri ritenuti poco pi che bestie, ci fa comodo immaginarli abbrutiti dalle privazioni, costretti alla spa smodica ricerca di cibo per sopravvivere. Ovviamente luom o primitivo non ha la nostra perce zione del tempo. D altronde, alcune decine di millenni pi tardi, anche gli uom ini delle societ preclassiche, gi arri vate a un alto grado di urbanizzazione e di suddivisione in gerarchie sociali, non hanno una concezione del tempo che divida nettamente vita e lavoro. Per loro, parole come la voro nellaccezione moderna o tempo libero non hanno alcun senso. Solo pi tardi, in una societ ormai divisa in classi e basata sullo sfruttamento di masse di schiavi, il la voro coincider con la quotidiana attivit di chi svolge fun zioni manuali. Tant vero che in greco (ponos) e in latino (labor) il termine che oggi traduciamo cos significa sem plicemente sforzo, fatica, pena, sofferenza. Esistono molti esempi etnograficamente interessanti per capire il lavoro nelle culture altre. Per esempio, i Tikopia delle isole melanesiane hanno una concezione del lavoro m olto diversa dalla nostra:
[...] seguiamo un gruppo di lavoratori Tikopia che escono di casa in una bella mattinata diretti ai campi. Vanno a scavare radici di curcuma, perch agosto, la stagione in cui si prepara questa pregiata tintura sacra. Il gruppo parte dal villaggio di Matautu, costeggia la spiaggia in direzione di Rofaea e poi, penetrando al linterno, comincia a risalire il sentiero. [...] Il gruppo formato da Pa Nukunefu e sua moglie, la loro figlioletta e tre ragazze pi grandi. [...] Il lavoro semplicissimo: Pa Nukunefu e le donne si

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dividono equamente il lavoro; lui si occupa della maggior parte del lavoro di rimozione della vegetazione e di scavo, loro di parte dello scavo e della piantagione e di quasi tutta la pulitura e la cer nita. .. Il lavoro lento. Di tanto in tanto i membri del gruppo si ritirano in disparte a riposare e a masticare Betel [...]. Lintera atmosfera di lavoro inframmezzato a svago a volont8. Un altro interessante esempio di gestione del lavoro ce lo danno i K apauku della N uova Guinea: Avendo i Kapauku una concezione equilibrata della vita, pen sano di dover lavorare soltanto a giorni alterni. Una giornata di lavoro seguita da una di riposo allo scopo di riacquistare la forza e la salute perdute. Questo monotono alternarsi di lavoro e svago reso pi piacevole dallinserimento nel loro calendario di pe riodi di vacanze pi lunghi, trascorsi danzando, facendo visite, pescando o cacciando. Di conseguenza, generalmente si notano soltanto alcune persone avviarsi verso gli orti, mentre le altre si prendono il loro giorno di riposo9. Lultima testimonianza su cui vorrei soffermarmi le conom ia degli Irochesi (conosciuti anche come Haudenosaunee), tradizionalm ente concentrata sulla produzione collettiva e su elementi misti di orticoltura, caccia e rac colta. Anche qui il lavoro totalmente slegato dal surplus o da una paga. Le trib della Confederazione irochese, pre senti insieme ad altri popoli nella regione che ora include lo Stato di New York e la regione dei Grandi laghi, non conoscono il concetto di propriet privata, e il lavoro una sfera variegata di mansioni, svolte da tutta la comunit, che non occupa mai troppe ore al giorno. Gli Irochesi sono un popolo prevalentemente dedito al lagricoltura, e in particolare si occupano della raccolta 15

delle tre sorelle comunem ente coltivate dai nativi ameri cani: mais, fagioli e zucca. N el corso del tem po, gli Iro chesi hanno sviluppato un sistema economico m olto di verso da quello ora dom inante nel m ondo occidentale e caratterizzato da elementi quali la propriet com une dei terreni, la divisione del lavoro in base al sesso e un com mercio basato principalmente sulleconomia del dono. Marcel M auss, antropologo e sociologo, ha scritto tra le sue varie opere un Saggio sul dono in cui mette in luce che linvenzione delluom o come Homo oeconomicus in realt molto recente. Scrivendo di alcune culture da lui studiate attraverso ricerche etnografiche, culture organizzate social mente sullesercizio del dono, M auss sintetizza il funziona mento di uneconomia del dono con tre obblighi: dare, ri cevere, restituire. Questi tre obblighi creano un circolo, in quanto il dono come un filo che tesse una relazione tra persone diverse, anche tra persone che non si conoscono. In tutte le societ, sostiene M auss, la natura peculiare del dono di obbligare nel tempo, di instaurare un indebitamento reciproco. Si crea cos un legame, un senso di solidariet, e alla fine ognuno sa di ricevere pi di quello che d 10. Nella societ irochese, la divisione del lavoro riflette la divisione dualistica tipica della sua cultura: gli di gemelli Sapling (est) e Flint (ovest) rappresentano lidea dualistica di due met complementari. Tale dualismo poi applicato al lambito lavorativo, in cui ognuno dei due sessi acquisisce un ruolo chiaramente definito che completa i compiti del laltro. Le donne svolgono il lavoro agricolo, mentre gli uo mini espletano tutte le mansioni collegate alla foresta, com presa la fabbricazione di qualsiasi oggetto in legno. Gli uomini sono responsabili della caccia, del commercio e del combattimento, mentre le donne si occupano della raccolta del cibo e dei lavori domestici. Questa produzione com bi
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nata ha reso la fame e le carestie eventi estremamente rari tra gli Irochesi, tanto che i primi europei hanno spesso invi diato il loro successo nella produzione alimentare. Il sistema lavorativo irochese corrisponde peraltro al loro sistema di propriet terriera. Infatti, cos com e condivi dono la propriet della terra, gli Irochesi condividono anche il lavoro. Le donne, per esempio, svolgono i compiti pi difficili in gruppi estesi, aiutandosi a vicenda nel lavo rare la terra. Similmente, anche le mansioni maschili, come la caccia o la pesca, sono improntate alla cooperazione. Il contatto con gli europei, agli inizi del XVII secolo, ha un profondo impatto sulleconomia irochese; o meglio, le spansione degli insediamenti europei sconvolge irreversi bilmente lequilibrio delleconomia irochese. E gi nel XIX secolo gli Irochesi sono ormai confinati in riserve che im pongono un radicale adeguam ento del loro sistema eco nomico tradizionale. Si trovano, cio, costretti ad accettare il concetto di lavoro capitalista delle societ occidentali. Questi esempi etnografici di societ primitive e culture altre che non hanno vissuto la contraddizione di lavorare per produrre un surplus inutile o moneta sono esperienze interessanti, da non mitizzare, da cui possiam o prendere spunto per criticare lassurda logica del lavoro salariato che ci annienta quotidianamente. In un m ondo dove tutti, dalla televisione alla radio pas sando per libri e giornali, non fanno altro che parlare di crisi economica, sovrapproduzione, sottosviluppo, licenzia menti, lavoro precario, flessibilit, questo libro di Philippe Godard unottima riflessione che non solo ci aiuta a libe rarci dal concetto di lavoro come fatica e obbligo, m a che rende oltretutto evidente come i lavoratori non potranno mai abolire i rapporti di classe senza abolire il lavoro.

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Note al capitolo
1. Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, Derive e approdi, Roma, 2003. 2. Stefano Allovio, Culture in transito, Franco Angeli, Milano, 2008. 3. Per societ primitive intendo quelle societ caratterizzate da un li vello minimo di stratificazione sociale. Generalmente si tratta di so ciet che vivono di caccia e raccolta o praticano unagricoltura limi tata. Oggi sono pochissime le societ che resistono allavanzata della civilizzazione. 4. Marshall Sahlins, Leconomia dellet della pietra, Bompiani, Mi lano, 1980, p. 47. 5. Marshall Sahlins, Leconomia dellet della pietra, cit., p. 49. 6. Marshall Sahlins, Leconomia dellet della pietra, cit., 1980. 7. Pierre Clastres, Archeologia della violenza, La Salamandra, Mi lano, 1982, p. 118. 8. Raymond William Firth, citato in Marshall Sahlins, L economia dellet della pietra, cit., p. 67. 9. Popsili, 1963, p. 145, in Marshall Sahlins, Leconomia dellet della pietra, cit., p. 67. 10. Marcel Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002.

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Introduzione

D opo la pubblicazione in Francia di una prim a versione di questo testo, nel 2005 per le edizioni Homnisphres, N icolas Sarkozy stato eletto presidente della Repubblica. Nel corso della sua cam pagna elettorale ha magnificato il valore lavoro senza che nessuno dei suoi avversari lo con traddicesse; o, nei rari casi in cui ci accaduto, lo si fatto in m odo talmente blando da rendere evidente il generale consenso sulla necessit del lavoro. M a lo slogan sarkozista lavorare di pi per guadagnare di pi gode davvero di tutto il consenso che sembra avere? Il presidente, intenzionato a modificare il rapporto che i francesi hanno con il lavoro, ha dato il via alle sue fatiche d rcole gi nel secondo semestre del 2 0 0 7 con le leggi sullo straordinario, e poi con lannuncio che ci sarebbero voluti quarantanni di anzianit per pretendere una pen sione. D opo di allora, ad aggravare la sorte gi poco invi diabile di chi lavora in regime capitalista, sono state ema nate numerose altre leggi. E la crisi che si manifestata in 19

pieno alla fine del 2008 (e che certi giudicano definitiva1 ) non ha certo migliorato le co se ... Sarkozy ritiene che non si attribuisca il giusto valore a questa nobile attivit, del tutto degna dellUom o. Si sba glia, per, perch i francesi lavorano eccome. Attribuendo un indice 100 alla produttivit degli americani, quella dei francesi, calcolata dallOSCE, pari a 101, mentre quella dei tedeschi solo di 91, gli inglesi raggiungono un indice di appena 83, gli italiani di 79 e i giapponesi addirittura di 71! Q uanto al numero di ore lavorate allanno, per i fran cesi si arriva a 1.546 nel 2005, meno degli inglesi (1.672), ma pi dei tedeschi (1.437), degli olandesi (1.367) e dei norvegesi (1.360). Si pu ritenere che Sarkozy e il suo entourage, che co noscono le cifre incontestabili dellosCE, le ignorino appo sitamente. Il loro scopo non per solo quello di farci la vorare di pi (e,per parte sua, il padronato che sponsorizza Sarkozy non ha alcuna voglia di farci guadagnare di pi). Lobiettivo cui puntano molto pi alto: schierare le forze vive del paese, secondo il nuovo gergo manageriale, in or dine di combattimento per dare battaglia. Prima di tutto contro quelli che il presidente chiama gli assistiti, e ora che la crisi ben presente, il fronte di combattim ento si allarga ancora di pi, includendo una sorta di nemico vir tuale, la cui definizione varia nel corso del tempo: lo sco raggiamento, la concorrenza sleale, la globalizzazione nei suoi aspetti pi insidiosi per il capitalismo francese, e per fino lavidit che appare ormai la spiegazione politically correct della crisi. Lavidit di certuni, in particolare degli operatori finanziari, avrebbe danneggiato il sistema: una spiegazione che evita ovviamente di rimettere in discus sione la base del sistema capitalista, che lo sfruttamento dei lavoratori. 20

Il rovesciamento ideologico vistoso: il lavoro traccia la linea di rottura. D a una parte ci sarebbero i lavoratori, quelli veri e onesti, che si guadagnano il pane con il sudore della fronte, dallaltra ci sarebbero gli assistiti, i disoccupati e i beneficiari di assegni sociali o della cassa integrazione, oltre ai vari parassiti della societ, che vanno dagli uccelli di ma laugurio che profetizzano una crisi mondiale di lunga du rata agli avidi operatori finanziari... Se la manovra avesse successo, finiremmo per dimenticare definitivamente le contraddizioni oppressori/oppressi, ricchi/poveri, borghe sia/proletariato, o ancora padroni/operai e impiegati. La fine delle classi non sarebbe pi un addio al proletariato (di cui ci si pu chiedere se si sia mai esteso al di fuori della si nistra non-classista), m a piuttosto ununione sacra nella quale i lavoratori rinuncerebbero definitivam ente - come sognano i padroni a ogni velleit di cambiare il proprio destino. Una societ senza lotta di classe, che cio non mette in discussione il potere, un vecchio sogno utopistico che attraversa lintero fronte politico, dai leninisti a tutte le va rianti liberali e neoliberali. I mezzi attivati per raggiungere questo scopo sono enormi, dal condizionamento di bam bini e adulti alla manipolazione delle informazioni, fino alla repressione dei movimenti di contestazione, talora in forme di estrema violenza che arrivano alla tortura di massa e allassassinio. Lesaltazione del lavoro, dimenticando i rapporti gerar chici che stanno al centro del m ondo del lavoro, presenta lenorme vantaggio ideologico di riunire sotto lo stesso ves sillo sfruttatori e sfruttati, quanto meno quegli sfruttati che hanno un lavoro. evidente linteresse politico di un im broglio intellettuale di questo genere: schiacciare la sinistra in senso lato, alm eno quella che si ostina ancora a credere 21

nella contraddizione di fondo tra gli interessi dei ricchi e quelli degli sfruttati. Si pu tuttavia ritenere che i dirigenti e i fautori del capitalismo guardino ancora pi lontano. Infatti, considerare il lavoro come un valore, e non come un semplice mezzo per guadagnarsi la vita e operare a fa vore del presunto progresso della civilt, significa am m et tere che anche ilprocesso di produzione-consumo ha un valore fondam entale. impossibile confessarlo in m odo cosi esplicito, perch questo com porta il fatto di ridurre lessere um ano a uno zombi produttore-consumatore, che produce solo per con sumare e che consuma solo distruggendo merci cosi da giu stificare la produzione di nuove merci ovviamente pi at traenti. Anche gli svaghi entrano nello schema, perch la loro organizzazione giustifica sempre e ancora... il lavoro dei professionisti del divertimento organizzato. Il ricorso allartificio del valore lavoro e del lavorare di pi per guadagnare di pi pi astuto della propaganda stile Vichy a favore della triade Lavoro, Patria, Famiglia, perch fa entrare i francesi in unaltra prospettiva del pro prio futuro. Basta con i superati valori repubblicani di Li bert, Uguaglianza, Fraternit, soppiantati di fatto La voro, Libert di Impresa, Libert (o meglio O bbligo) di Consum o. D altronde, luguaglianza e la fraternit mal si adattano alla condanna sarkozista degli assistiti. Questa discrimi nazione retorica ne anzi la negazione assoluta. Q uanto alla libert, tanto sotto i governi di destra come di sinistra che collocano la repressione e il controllo al prim o posto tra gli impegni della politica interna, la si ridotta a un surrogato adulterato, limitato alle sole libert necessarie al valore lavoro: poter produrre e consum are liberamente. D unque il lavoro solo un m odo di vivere o di sopraw i22

vere. di per s un modello di societ, quanto m eno nella volont dei suoi beneficiari di innalzarlo a quel livello, spe rando di conservare cos il proprio dominio. Il valore lavoro mette infine in luce la sconfitta del poli tico davanti alleconomico. noto fin dallantichit che il denaro il nerbo della guerra; ora diventa la chiave che d accesso allunico beneficio che questo m ondo ormai sa proporre: consumare. A noi, infatti, non resta che il con sumo: tutto il resto stato eliminato. La convivialit stata sostituita dallisolamento individualista-liberale, che si vive soprattutto davanti allo scherm o della televisione o del computer. E i fanatici di certi computer sostengono che il proprio apparecchio pi conviviale di altri, con una de riva del linguaggio che non ha pi limiti. Il che logico: poich la loro cultura si basa sul prim ato della macchina nei rapporti tra umani, del tutto coerente che vantino le macchine pi perfezionate, che aboliscono i rapporti umani concreti a vantaggio di un virtuale sempre pi per fetto: quanto pi lum ano assom iglia a una macchina, tanto pi inventa e inventer teorie che giustifichino lin trusione delle macchine nella vita umana. La scoperta del m ondo viene cos guidata dal GPS e irregimentata in cir cuiti detti turistici m a in realt com m erciali... La cultura, anche quella ad appannaggio delle lite (quindi estranea alla televisione), si ritrovata contaminata dal denaro, che lha ridotta a una questione di quattrini ben lontana dal linventiva e dalla genialit artigianale che la caratterizzava alle origini. Eppure la partita tuttaltro che perduta. Il valore la voro non lha ancora spuntata: davanti al suo attacco at tuale, resta pur sempre la realt. Il lavoro fa male: i francesi sono i lavoratori pi produttivi tra quelli delle m aggiori econom ie m ondiali, quelle dei paesi del G 8 , m a sono 23

anche quelli che consum ano pi antidepressivi, ed in dubbio che esiste una relazione tra questi due dati. Il ri fiuto del lavoro continua a esprimersi in m odo pi positivo della malattia, per esempio nella ricerca di nicchie dove chi lavora spera di subire un minore sfruttamento o un asser vimento pi mite. O ancora con congedi sabbatici o ten tativi di riconvertirsi in settori o in imprese reputati meno alienanti. O infine con la lotta aperta contro il sistema di produzione-consumo e quindi contro il lavoro stesso. Certo, la resistenza al lavoro ancora debole, m a come potrebbe non esserlo in un m ondo che si consegnato, a li vello planetario, a una lotta econom ica spietata? N on o stante la potenza del dispositivo avversario (soldi, media, Stati, imprese, organismi transnazionali...), la resistenza al lavoro non muore e rispunta sempre sotto nuove forme, la cui risorsa principale la capacit di analizzare, criticare e contrastare il massiccio processo di alienazione in corso. Questo saggio vuole essere parte di questa resistenza, ap profondendone alcuni aspetti e contribuendo alla lotta per lemancipazione dei lavoratori con tutti i mezzi necessari.

Nota allintroduzione
1. Vedi Paul Mattick, Le Jour de l addition, LInsomniaque, Montreuil, 2009.

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UNO

Dal furto alla critica del lavoro

H o cominciato a rubare quando ho capito che cos il la voro. A quellepoca avevo davanti a me la scelta tra stu diare le scienze della politica per avviarmi verso una son nacchiosa carriera di funzionario o di diplom atico, oppure smettere decisamente di studiare e vivere di espedienti. Nel primo caso avrei dovuto acquisire una precisa competenza: imparare a dirigere, a imporre le mie decisioni, ad accettare quelle dei miei superiori, a lavorare, in breve ad accettare di sottomettere e di essere sottomesso. Il lavoro in posizione elevata comporta laccettazione del sistema, o quanto meno ti costringe a non criticarlo, a conformarsi, perch si vive grazie a lui. Nel secondo caso, avevo gi una certa espe rienza di furti occasionali. H o giudicato pi facile e pi in coraggiante seguire questa strada, in quanto il furto mi sembrava una form a di critica a quel sistema che detestavo gi da tempo. Il furto mi ha fatto vivere piuttosto bene per quasi tre anni. Il rifiuto del lavoro, perci, non per me una sem 25

plice posizione di principio, m a una pratica quotidiana, pi o meno solitaria, tra il 1978 e il 1980. A poco a poco, per, quel rifiuto del lavoro limitato al piano individuale si mutato in una prospettiva di lotta globale. Perch quando si ruba, non si rifiuta il lavoro in generale, ma solo il pro prio lavoro, solo la prospettiva di essere costretto a guada gnarsi la vita. Il furto probabilmente un errore e, in ogni caso, porta in un vicolo cieco. La parola d ordine non lavorate mai! allora un inci tamento al rifiuto globale o unesortazione a cavarsela da soli in m odo individualista, nel senso capitalista del ter mine? Lintero sistema del lavoro e delleconomia, in tutte le sue varianti, si fonda sul furto generalizzato. Il furto lessenza stessa del capitalismo e, ancor pi, delleconomia. In questo contesto, non lavorate mai! appare s come la base (insufficiente) di un program m a politico radicale, ma proprio perch insufficiente, quellesortazione resta priva di contenuto. Evitare per sempre di lavorare, cosa possibile solo a li vello individuale, significa in prim o luogo rifiutarsi di fare i conti con la realt. Il lavoro lattivit pi reale delluomo, anzi la pi umana di tutte le attivit, da quando luom o si fatto agricoltore. Inoltre, il furto a livello individuale un tentativo di sottrarsi al lavoro che non arriva mai a coin volgere nella critica del lavoro gli stessi lavoratori, i quali possono solo fare da spettatori, divertiti o irritati, alle im prese dei ladri, mentre appare essenziale coinvolgerli nella lotta contro il lavoro. Tuttavia non questo lessenziale. Se cos fosse, ritorne remmo ai bei vecchi schemi dei sindacalisti rivoluzionari o degli anarco-sindacalisti, che vedono nella lotta dei lavora tori contro il proprio lavoro la via verso la liberazione. M a il sindacalismo, fossanche anarchico, non libera da lavoro, 26

perch vuole semplicemente sostituire il lavoro per i pa droni con un lavoro per la comunit che taluni hanno chia m ato comuniSmo. I lavoratori, se hanno avuto il lavoro come unica esperienza o se sopravvivono grazie ai sussidi erogati dallo Stato per un non-lavoro artificiale, sono senza dubbio in una posizione difficile per intraprendere una lotta a tutto cam po contro il lavoro. Che si tratti di sussidi o di salario, siam o sempre sul piano della sottom issione dellindividuo, perch la sopravvivenza dei disoccupati essenziale per mantenere la paura sociale generalizzata ali mentata dallesistenza stessa di questo esercito di riserva. Il sabotaggio del lavoro si presenta allora come una posi zione decisamente pi utile del furto ai fini della nostra li berazione. Rifiutarsi di lavorare distruggendo le macchine o sabotando i processi della catena lindizio di una rivolta priva di orpelli ideologici razionali. Razionalizzare la lotta contro il lavoro per arrivare a comportamenti responsabili, come volevano sindacalisti e marxisti, significa ammettere la necessit del razionale quale asse portante dellattivit umana: se si parte da questo postulato, si arriva... alla ne cessit del lavoro organizzato nelle sue forme attuali, lavoro diviso su scala globale, paesi-fabbrica, agricoltura geneticamente modificata e cos via, perch tali forme di sfrutta mento si giustificano soprattutto per la loro razionalit. I lavoratori non hanno abolito e non aboliranno mai i rapporti di classe senza abolire il lavoro (labolizione dei rapporti di classe era in effetti presente nei programm i dei marxisti, m a nulla prova che i dirigenti degli autoprocla mati Stati socialisti abbiano mai avuto, nemmeno per un attimo, lintenzione di mettere in atto una tale minaccia). La storia recente dimostra come i teorici del lavoro abbiano raramente una posizione obiettiva rispetto al lavoro con creto, restando il pi delle volte ingabbiati nelle loro vi 27

sioni ideali, razionali, dialettiche. Per lo pi dimenticano che i rapporti umani, nonostante i millenni di lavoro for zato o subito, sono principalmente basati sullaiuto reci proco, la solidariet, la prossimit, ben lontani dalle loro teorie astratte. Le relazioni di vicinato, anche nei paesi svi luppati, sono tuttora fondate sulla disponibilit a darsi una m ano a vicenda. Il contesto sociale quello dellaiuto reciproco e spontaneo, pi che dellaperta ostilit. Se si tra scura questo dato generale e concreto, si possono con tutto agio edificare sistemi di produzione basati sulla costrizione, sulla coercizione, sul controllo sociale, per canalizzare lo stilit e la pretesa assenza di cooperazione. I nostri dirigenti negano la possibilit della cooperazione spontanea, umana e pacifica, e il sistema capitalista si adopera per renderla sempre meno realizzabile... per arrivare cos a concludere che necessaria unorganizzazione costrittiva della produ zione, proprio per ovviare alla presunta assenza di coope razione spontanea! I lavoratori non hanno un punto di vista complessivo ri spetto al lavoro: ce lhanno talora rispetto al proprio lavoro ( troppo veloce, il rumore assordante, la paga insuffi cien te ...1 ), m a la loro critica globale del lavoro non si ali menta con lesperienza che nasce dallozio, dal furto e dal disprezzo. Perch ci vuole disprezzo per spaccare le mac chine e prendersela con il lavoro. Una affermazione che non equivale a dire che la salvezza verr dagli oziosi o dai ladri. D a dove verr la salvezza? Nelle pagine che seguono ci sono alcune osservazioni piuttosto spiacevoli per chi spera di opporsi al lavoro con il m inim o sforzo, per esempio vi vacchiando grazie a sussidi statali, frtarelli o vari altri espe dienti. Q uanto a quegli intellettuali che si oppongono al lavoro, nella m aggior parte dei casi lo possono fare solo perch hanno la fortuna, in questa societ, di godere di 28

redditi pi alti di quelli percepiti dai lavoratori manuali, per un numero di ore lavorative ampiamente inferiore o, com unque, senza quelle costrizioni che sono il marchio concreto dellasservim ento: abito da lavoro (tuta blu o giacca e cravatta, orologio da polso), cartellino da timbrare, orari fissi o flessibili... il che rimanda sempre alla resa incondizionata al volere del sistema, incarnato da un pa drone. Il lavoro nocivo per tutti i lavoratori. Se questa sco perta fosse recente, sarebbe un argomento convincente per continuare a vivere nella speranza di un cambiamento ri correndo agli stessi metodi di critica dei nostri predecessori. M a evidente che ci siamo accorti da secoli e secoli che il la voro fa male, e da secoli condividiamo la speranza pi che la critica. N on smettiamo di credere che stavolta ce la fa remo. Illusioni che corrodono chi le coltiva ben pi della forza repressiva messa in cam po dal sistema economico. Com e ha fatto il lavoro a irrompere nella nostra vita e a plasmarla? Il lavoro non forse una caratteristica propria dellessere umano, come lo sono la posizione eretta e il lin guaggio articolato? E poi, se il lavoro diventato un m o dello di societ, esiste una m inim a possibilit di venirne fuori? Per questi e per altri interrogativi non ci sono risposte semplici, ma complesse e inquietanti. Lignobile epigrafe che sovrastava lingresso di vari campi di concentramento e di sterminio nazisti, Arbeit macht frei (il lavoro rende li beri), non svela in fondo il significato occulto di ogni forma di economia, cio che il lavoro libera luom o fino a farlo morire? D a qui lidea assurda di Cam us che credette di farla finita con lorrore del lavoro dichiarando: Bisogna im m a ginarsi Sisifo felice. Immaginarsi la felicit anche se si vive reclusi: unidea assurda e soprattutto nociva. 29

Nota al capitolo
1. Sono molto illuminanti al proposito gli scritti sul mondo del la voro di Simone Weil, in particolare Exprience de la vie d usine (1941), in Oeuvres, Gallimard, Paris, 2000; trad. it. Esperienze della vita difabbrica, in La condizione operaia, Mondadori, Milano, 1990; di Jean-Pierre Levaray, Putain d usine, LInsomniaque, Montreuil, 2001; e di Robert Linhart, LEtabli, Minuit, Paris, 1978.

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DUE

Illusioni del lavoro, illusioni dei lavoratori

Per rinviare il pi possibile quel momento cruciale della no stra autentica liberazione, noi stessi elaboriamo svariati ra gionamenti, pi o meno politici ed economici, che conver gono tutti nel riconoscere al lavoro un valore positivo. Alcuni di noi lo accettano con un entusiasmo degno dei peggiori fanatici religiosi e vantano, senza porsi il m inim o dubbio, questa impresa di repressione del vivente. Altri lo accettano controvoglia, m a ci spiegano, nascondendosi die tro sguardi sfuggenti, che dobbiam o sopportare il lavoro perch lutopia di un m ondo senza lavoro, certo bellissima, non si accorda purtroppo con la realt economica, con la psicologia umana, con il progresso... Era davvero ragionevole, allepoca della rivoluzione in dustriale, credere che le macchine avrebbero liberato lessere umano dal lavoro? I luddisti si erano fatti una loro idea della faccenda e la espressero a forza di martellate. Com e gi pen sava Nietzsche, questa filosofia lunica valida. Disgrazia tamente era poco praticata allepoca e lo ancor meno oggi. 31

La prospettiva di una liberazione dellum ano grazie alle macchine ovvero di un essere vivente grazie a materia morta, che gi di per s un m odo molto strano per libe rarsi - era stata annunciata dalla quasi totalit dei pensa tori, tanto borghesi quanto socialisti. Allora la speranza non sembrava avere limiti: il genio umano avrebbe instal lato ovunque macchine che come cornucopie avrebbero sfornato di tutto! Il m ondo sarebbe diventato quel Paese di Cuccagna dove sarebbe bastato chinarsi (o inchinarsi?) per raccogliere tutto quello di cui avremmo avuto bisogno. Bi sogno? Meglio ancora: voglia! M arx, Lafargue, Proudhon, Bakunin, tutti credevano che la tecnica sarebbe stata, in ultima analisi, ci che noi avemmo voluto che fosse, e che ci sarebbe bastato orientare il progresso tecnico in questa o in quella direzione per met terlo al servizio dellemancipazione e non delloppressione. D altra parte, un argom ento non di poco peso corrobo rava le loro affermazioni: le macchine sono fatte di materia morta e gli unici viventi l dentro sono quelli che le gover nano, cio gli umani. Rovesciamento del paradosso appena citato? In realt, la conseguenza stata linverso di quanto annunciato: il morto ha fin ito per governare il vivo. I pensatori socialisti credevano, dunque, che presto avremmo potuto fare a meno del lavoro, ma a una sola con dizione: impadronendoci del potere politico. C on la rivo luzione, con il comuniSmo alla M arx o con il comuniSmo anarchico alla Bakunin, o ancora con la riforma della so ciet in base al mutualismo proudhoniano. Poco importa, perch in fondo la discussione verteva solo sui modi della nostra liberazione e sulla rapidit del suo avvento. Nessuno dubitava che le macchine un giorno sarebbero state al no stro servizio, nostre dipendenti, per non dire nostre schiave1. 32

N on sorprende perci che unillusione tanto diffusa e condivisa si sia conservata fino ai nostri giorni, anche tra i ri voluzionari meno dogmatici. Guevara, per esempio, non smetteva mai di vantare il ruolo positivo del lavoro mecca nizzato nellavanzata verso il socialismo. Nel 1962 dichia rava, davanti agli studenti della facolt di tecnologia dellA vana: Certo, siam o ancora lontani dal m om ento in cui potremo dire di avere costruito il socialismo e ancor pi lontani dal m om ento in cui ci appresteremo a compiere lultima tappa del nostro cammino, quanto meno del cam mino noto e previsto fin d ora, che quello della prepara zione al comuniSmo. Tuttavia, nellUnione Sovietica gi in corso la preparazione di questo passaggio. Lutopia che so gnavano i filosofi del secolo passato, quellutopia che hanno saputo prevedere e strutturare in una serie di leggi, gi sul punto di compiersi per lumanit. Il che ci dim ostra sem plicemente una cosa: che il marxismo una scienza. Quale che sia la classe a cui ognuno di noi appartiene e quali che siano gli interessi di ognuno, bisogna ammettere la grande verit che il marxismo una scienza e, in quanto tale, ha sa puto prevedere il futuro dellumanit. Sta a noi accelerare o rallentare la transizione verso il socialismo. N on che un esempio: lillusione resta tenace. Guevara, peraltro, lo apprese a proprie spese, perch solo un anno dopo avere pronunciato questa vibrante professione di fede, ebbe m odo di accorgersi che la tecnologia sovietica, che aveva im portato a C uba in quanto ministro dellindustria, non valeva un fico secco. Poco dopo constat con stupore che lUnione Sovietica era sulla via della burocratizzazione a oltranza e non su quella del com uniSm o... Fine della ri voluzione grazie alle macchine: la rivoluzione non aveva prodotto le macchine rivoluzionarie prim a di liberare il proletariato. Anzi, peggio: le macchine avevano com por 33

tato, per la loro gestione quotidiana, la nascita e la crescita di una burocrazia ottusa e dittatoriale. C i si poi sbarazzati, alm eno in Russia, della nomenklatura, m a le macchine sono sempre l e ci resteranno per molto tempo, come dap pertutto. la materia m orta che ha avuto la pelle del vivo. Unaltra illusione, parallela a questa, si diffusa tra gli ecologisti sofi, quelli che sperano che la tecnologia m o derna, sinonimo di miracolosa efficacia, di massima pro duttivit con il m inim o consum o energetico, ci possa sal vare dal lavoro abbrutente e inquinante (e dalla fine del m ondo). Certo, dopo M arx e Proudhon, abbiam o abban donato lidea che i congegni meccanici siano in s stru menti di liberazione, ma qualcuno ha poi aggiunto, nel suo im m aginario utopico, la sistemistica, i computer, linformatica, lorganizzazione del lavoro, lergonomia, la cibernetica. In sintesi, si pongono nuovamente le proprie speranze nel sistema-lavoro, nella tecnologia del lavoro. Nella Megamacchina. Questo significa restare aggrappati, a qualsiasi costo, al lidea del valore intrinseco della tecnologia, nella convin zione che questa sia sottom essa a una superiore volont umana. C om e le macchine ieri, oggi la tecnologia sar quello che vorremo che sia, predicono gli esaltati adepti di questa religione del Progresso. Eppure, la storia recente ha messo in evidenza come i balzi tecnologici si accompagnino sempre a un aumento della pressione sugli esseri umani, a una maggiore limitazione della loro libert a causa della progressiva identificazione che operano tra il perfeziona mento delle macchine e il rafforzamento del benessere umano, a unaccentuazione del dom inio e della repressione che si rende necessaria contro coloro che contestano le tec nologie allevidenza pi devastanti, come il nucleare e le manipolazioni genetiche del vivente. Q ui stanno altrettante

condizioni necessarie per far proseguire lavanzata del sedi cente progresso. E noi non siamo ancora pronti a veder spa rire questi effetti indotti per opera dello Spirito Santo tec nologico. Q ualunque tecnologia m oderna, che condivide la ca ratteristica fondam entale di muoversi verso una sem pre maggiore com plessit (il passaggio dalla m acchina al si stema di macchine e infine alla M egam acchina globale), per essere sfruttata e sviluppata necessita di un am bito ap positamente studiato. Ambito nel senso pi globale del ter mine: spazio fisico, protezione poliziesca, normative speci fiche, capacit degli um ani di far funzionare i sistemi, regolarne i flussi, contenerne gli eventuali eccessi im pe dendo che superino i limiti, ripararne le d isfu n zion i... Cos, una centrale nucleare non pu essere analizzata come un semplice reattore che produce elettricit grazie a un combustibile radioattivo. N on basta nemmeno aggiungere che un impianto del genere inquina. Una centrale nucleare, dal punto di vista della nostra emancipazione, prim a di tutto un punto sensibile del territorio che in quanto tale deve essere vigilato, protetto, difeso. C om porta cos la sor veglianza di un gran numero di persone, che potrebbe sfo ciare in problemi di varia natura, o ancora la messa in si curezza per usare la terminologia militar-poliziesca di un perimetro esteso ben oltre i confini delle nazioni; le quali, nel villaggio globale, corrispondono ormai a unit troppo piccole per pretendere lautonom ia in materia di sicurezza. Una necessit imposta in particolare dalla pro spettiva di un attacco aereo, terroristico o no2. Il che altrettanto evidente nel caso delle biotecnolo gie, perch, come deplora Jean-Pierre Berlan in L a guerra a l vivente3, gli scienziati che sviluppano gli OGM si sono impadroniti del pianeta e ne hanno fatto il proprio cam po 35

di gioco, il proprio laboratorio, come peraltro affermano loro stessi. Se si ricordano le limitazioni im poste a questo genere di esperienze fino a quando la feroce concorrenza tra le societ che commerciano le sementi non le ha vanificate, si pu capire la spinta reazionaria (nel senso che questo ter mine ha di ritorno a un passato che si credeva superato) rappresentata dalluscita degli OGM dai laboratori. Quali sono le giustificazioni per tutte queste dubbie sco perte e invenzioni? Il nucleare ridurr la nostra spesa pe trolifera e quindi potrem o lavorare m eno per garantirci quello sperpero di energia che sembra un elemento costi tutivo di questa civilt. Gli OGM elimineranno la fame dal m ondo e quindi sar possibile lavorare meno sui campi. E via di seguito. Il lavoro scomparir grazie alla tecnologia: sempre lo stesso ritornello. Queste bugie si im pongono fa cilmente, nonostante levidenza, per una ragione banalis sim a che La Botie aveva gi spiegato cinque secoli fa: ci fanno comodo! Preferiamo che ci cantino che tutto andr per il meglio, che le centrali produrranno per noi elettricit in abbondanza, che potrem o accendere tutti gli apparecchi elettrici che desideriamo, sapendo che laggi, nel lontano Sud, i poveri presto non saranno pi poveri. Perch avranno la pancia piena di O GM , proprio come le farine animali e i pani di soia riem piono quella del nostro be stiame da allevamento4. Tutto si fa ancor pi critico su un punto che non stato affrontato da M arx o da Bakunin o da tutti gli altri: il po tere sulle macchine. Chi le governa? Chi le mette al servi zio della nostra emancipazione e non della nostra oppres sione? In base a quali criteri? certo pi facile prendere atto oggi dei guasti del m ac chinismo e del megamacchinismo che non allepoca della rivoluzione industriale. Accettiamo con la massima impar 36

zialit le circostanze attenuanti a favore dei nostri padri ri voluzionari: non li si pu criticare per non avere saputo prevedere i danni di cui noi stessi ci limitiamo a fare un inventario infinito.Tuttavia, affermare che le macchine non potevano e non potranno mai servire alla nostra emancipa zione ben pi di una semplice constatazione! Per quanto avanzati, ogni macchina, ogni marchingegno, portano in s il proprio superamento. Ma si tratta di un superamento di ordine meccanico: non mai a vantaggio dellumano. E questo per varie ragioni che si sommano tra loro5. Prima di tutto, le macchine garantiscono agi e como dit anche se distruggono il pianeta. Il fatto rilevante di questi primi anni del XXI secolo che finalmente si com preso, anche ai massimi livelli della gerarchia politica, che questa distruzione ha un limite e che tale limite o stato superato, o stato raggiunto, o sta per esserlo. perci ne cessario prendere misure possibilmente rapide e soprattutto radicali6. Ma agi e comodit sono anche un potente sonnifero, e cos ci accontentiamo di qualche riforma immediata e fa cile, che peraltro avviene allinterno e attraverso il con sumo. E infatti non vogliamo unemancipazione globale e completa perch sarebbe rivolta contro il consumo. Il comfort troppo allettante per abbandonarlo e girargli le spalle. Inoltre, quel superamento di ordine meccanico non pu giovare allumano, perch comporta ogni volta alcune li mitazioni del suo spazio. Lessere umano resta infatti dalla parte del naturale, e se qualche mente superiore ci pro mette lavvento di un umano plastico, transgenico, transu mano, ciberantropo, non per questo tale prospettiva strap per i lembi del naturale che sono incollati alla nostra pelle. Risulta quindi totalmente insensata questa dichiarazione
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di Fukuyama: Entro le due prossime generazioni le biotecnologie ci daranno gli strumenti che permetteranno di attuare ci che gli esperti di ingegneria sociale non sono ancora riusciti a realizzare. A quel punto, la storia umana sar definitivamente finita, perch avremo abolito gli es seri umani in quanto tali, e comincer una nuova storia, oltre lumano7. Insensata perch Fukuyama estende al pia neta un fatto che riguarda solo una parte della popolazione e, soprattutto, perch non sembra concepire il costo di un processo del genere. In questo senso Marx, come Fukuyama, non si era reso conto che lo sviluppo tecnologico ha costi molto pi alti dei profitti che garantisce. Certo, dove presente permette di aumentare il livello di vita, ma nel complesso, sulla scala dei sistema nel suo insieme (e oggi il sistema esteso al mondo intero), d molto meno di quello che prende. cos che il sistema capitalista e i progressi della sua medi cina hanno generato masse sterminate di poveri nei paesi del Terzo mondo. Qui lo sviluppo del capitalismo si basa in gran parte sulle aumentate capacit di sopravvivenza di quegli esseri umani che producono quasi a costo zero le merci che consumiamo nei nostri paesi affluenti. Miliardi di esseri umani mantenuti, grazie allartificio delle finanze mondiali, in una situazione immonda. Il preteso debito dei paesi del Terzo mondo il meccanismo che ha per messo di pagare le enormi spese sostenute dal presunto progresso: lancio di missili e di satelliti artificiali per sorve gliare, comunicare, scambiare flussi virtuali di capitale... tutta linfrastruttura che fa funzionare lo sfavillante mondo della ricchezza finanziaria e che d solo in modo virtuale... Bisogna pure che, in qualche fase del processo, quella ric chezza virtuale, che in parte una gigantesca bolla specu lativa nel senso principale del termine, quella fede collettiva

nel dio Progresso, che induce ognuno di noi a fingere di credere a tutte quelle frottole, venga messa in un modo o nellaltro allincasso. Sono i paesi del Sud che pagano lo sviluppo dei paesi del Nord. Non uno scoop, eppure lo : non ne parla pi nessuno. Ed ancora il pianeta stesso che paga il nostro preteso progresso. Il pianeta che non respira pi, con il suo suolo esaurito, concimato chimicamente, inacidito, eroso, salinizzato... incapace ormai di produrre senza una massa di additivi sempre maggiore. Tutto questo avrebbe dovuto figurare tra le voci in bilancio: quello che stiamo sperperando il capitale fisso e, per non pensarci, baster non contabilizzarlo mai tra le voci di gestione della natura e di ammortamento del capitale impegnato: perch quel capitale - territorio e ambiente era inizialmente con siderato del tutto gratuito e senza un proprio valore. Osserviamo inoltre che il progresso delle macchine, nella forma che gli attribuiamo qui, poteva presentarsi solo nei paesi che funzionavano su certe basi sociali, filosofiche, eco nomiche e culturali. Riconoscere che erano necessarie spe cifiche basi culturali per lo sviluppo del macchinismo un punto assai dolente per chi persegue insieme lemancipa zione del genere umano e la liberazione attraverso le mac chine al servizio delluomo. E dato che ammettere un errore fa troppo male, lo si nega. Nella fattispecie, si sostiene che si tratta di un ragionamento razzista. Invece no, anzi il ragionamento contrario a essere razzista, poich pretende che chi si attardato sulla via del progresso debba svilup parsi come chi si spinto avanti. Il che innanzi tutto pre suppone che il progresso attraverso le macchine sia un vero progresso, un miglioramento per noi esseri umani. Oggi viviamo in unepoca in cui risulta evidente alla grande mag gioranza delle persone che non cos, anche se certi vo gliono ancora farcelo credere. Inoltre, ci induce a pensare
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che chi sta davanti sia pi intelligente o pi capace di chi ri mane indietro, e se questo non razzismo... Il razzismo non volere che ognuno si evolva a modo suo, cercando una propria strada verso lemancipazione, ma credere che, per emanciparsi, sia necessario svilupparsi esattamente come noi qui in Occidente. Ora, gli africani delle regioni subsahariane e gli amerindi nei termini di questa neolingua sono rimasti indietro lungo la strada del progresso tecnico, ma solo su quella e per ra gioni che, per gli amerindi, rimandano in particolare a un maggiore rispetto per la natura e la comunit e, per gli afri cani, a una forma di vita sociale e religiosa ancora forte mente rivolta alla natura, agli spiriti degli antenati, alla co munit pi che allindividuo8. Loro, forse, sono rimasti indietro sulla via del progresso, ma noi siamo in ritardo sulla via dellemancipazione. E le due strade non si congiungono, anzi c da temere che non si congiungeranno mai. Per quei popoli attardati, la vera sfida stava in un modo di vivere basato su valori ben diversi da quelli pro pagati da una concezione meccanica dellOccidente fina lizzata a distruggere e standardizzare. E per un singolare rovesciamento di senso, oggi si accusano di razzismo coloro che criticano lo sviluppo come uno strumento fondamen tale per lOccidente nella sua volont di livellare al basso. Anzich lanciarsi nella corsa allo sviluppo, africani e ame rindi, per salvarsi, avrebbero dovuto affermare qui da noi, tra gli esseri sviluppati e meccanizzati, le loro idee contra rie allo sviluppo. Che vanno ben oltre la decrescita o altri orpelli ideologici da quattro soldi. Essere contro lo sviluppo implica infatti una critica radicale e in pi direzioni di tutto ci che ci asservisce, perfezionandosi e sviluppandosi, a partire dalle macchine e dal controllo che esse hanno ormai sulle nostre esistenze.
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Il nostro sviluppo stato sostanzialmente meccanico. Ed dunque stato necessario che unideologia giustificasse una tale evoluzione dellumanit verso la plastica e la ci bernetica. Marx, Bill Gates e Fukuyama sono tutti dac cordo per una volta! Ma di chi la colpa? Non basta dire che non abbiamo saputo contrapporre una critica coerente allo sviluppo, n che il comfort offerto dalle macchine possa spiegare tutto. Le macchine non sono unentit a s, occorre che si incarnino in umani: sono loro che le conce piscono, le producono, le perfezionano, le fanno funzio nare. Non si pu affermare che le macchine hanno una propria logica di sviluppo, passando sotto silenzio che al cuni umani pensano, calcolano disegnano e concretizzano questa logica, mentre gli altri, la gran massa, attendono beati i risultati di tutto questo, dalle centrali nucleari ai jumbo-jet, dai cellulari alle tante invenzioni inutili. Alcuni umani si sono asserviti alle macchine, e la loro servit vo lontaria. Va oltretutto notata la scarsa levatura dei ragionamenti di quanti sono favorevoli al lavoro nelle sue forme pi le gate alla macchina e alla tecnologia, che in genere riman dano a scempiaggini del tipo sfamare lumanit o Internet per tutti. Talune argomentazioni sono di unincredibile mediocrit: adattamento al mercato, necessit di restare competitivi, nuovi prodotti destinati a contrastare lobso lescenza della produzione passata... in sintesi, argomenti economici. Leconomia ha creato un luogo del potere attraverso il quale si orienta il flusso delle ricchezze per ripartirle in modo iniquo tra le popolazioni, al punto che i flussi di ric chezza si trasformano, grazie allalchimia capitalista, in flussi consistenti di miseria: le ricchezze estorte allAfrica hanno innescato flussi di povert che sono poi dilagati per decenni,
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se non per secoli, immiserendo le popolazioni colpite. Se sono gli Stati o le societ transnazionali ad avvantaggiar sene, poco importa in ultima analisi: il potere politico l dove si prendono le macrodecisioni che indirizzano i flussi, gonfiandone alcuni e inaridendone altri. Leconomia riu scita a svolgere cos bene questo compito che, come aveva intuito Marx, il capitalismo a creare i poveri. Innanzi tutto, li ha esportati al di fuori delle frontiere dei paesi capitalisti pi avanzati: come riconosce il Fondo mo netario internazionale, la forbice tra paesi ricchi e paesi po veri passata in un secolo e mezzo da tre a uno a pi di ot tanta a uno. I paesi ricchi sono dunque diventati pi ricchi e quelli poveri sono diventati ancora pi poveri. un fatto non privo di importanza: cento o duecento anni fa lindia o lAfrica erano decisamente pi ricche di quanto non lo siano oggi. Leconomia capitalista ha organizzato la scar sit tarandola sulla propria dimensione: prima in Europa, poi in Europa e nelle sue colonie, e infine, oggi, nel mondo intero. D altra parte, il sistema ha utilizzato la medicina non tanto che regolare le nascite quanto per ridurre i tassi di mortalit infantile e disporre cos di manodopera abbon dante e a buon mercato. In questo modo il capitalismo ha fatto nascere miliardi di poveri grazie a una pratica medica al servizio del sistema e non degli esseri umani. Intorno al 1850 sul pianeta viveva 1 miliardo di esseri umani; nel 2009 si arrivati a 6,8 miliardi, che versano per met in condizioni di miseria economica e per laltra met in con dizioni di miseria culturale: lunica alternativa morire di inedia o morire di noia. Quanto pi penetriamo nel mondo delle macchine, tanto pi scopriamo il mondo della miseria. Per i poveri del Sud questo significa lavorare di pi per sopravvivere a
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stento. Fin dallinizio della rivoluzione industriale due lo giche si sono affrontate senza che noi percepissimo chiara mente questa contrapposizione e intraprendessimo una lotta contro le macchine e levoluzione del mondo che esse rappresentavano con il loro potenziale produttivo, evolu zione che si purtroppo realizzata. La logica meccanica fronteggia ormai la logica umana, semplicemente umana, troppo umana. Troppo umana, in effetti, per riuscire a con trastare una logica necessariamente schierata in ordine di battaglia, giacch questa la sua ragion dessere. Una mac china non ha altra funzione se non lavorare sempre, inin terrottamente, come un rullo compressore. Come un rullo oppressore. In questo confronto, la logica umana si aggrappa a valori che non trovano posto, in realt, nel dibattito in corso, al linterno di una storia che tuttavia la nostra. Prendiamo lesempio della fraternit. Dove sta la fraternit quando i padroni fanno lavorare i bambini sui telai di Mulhouse o di Roubaix nel 1840 e su quelli di Chennai o di Lahore nel 2000? Ed solo un esempio. Il processo meccanico di pro duzione, per il fatto stesso di essere pericoloso, nocivo alla salute, in una parola disumano, impone rapporti anchessi disumani. Fin dallinizio lalternativa stata tra macchine ed esseri umani. I socialisti hanno creduto che fosse possi bile giocare su entrambi i tavoli, senza rendersi conto che le macchine, in quel gioco, rivestivano per forza il ruolo del vincente: erano al servizio del capitalismo, ma avrebbero dovuto promettere anche a noi un futuro radioso? In ogni caso, lhanno creduto. Il materiale umano per alimentare le macchine era a portata di mano: il popolo delle campagne, secondo loro retrogrado e reazionario (daltronde, i rivolu zionari francesi del 1789 sono stati i primi a disprezzare i contadini con motivazioni simili). La perenne miseria della
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gente di campagna non faceva balenare alcuna prospettiva di rivoluzione sociale, e cos si spost la popolazione ru rale verso le citt, accalcandola in slums miserevoli e illu dendola con ogni sorta di teoria che annunciava limmi nente benessere per tutti. D a Marx al Club Mediterrane non c stato che un passo. La Rivoluzione francese, come noto, aveva per motto Libert, Uguaglianza o Morte, e non Libert, Ugua glianza, Fraternit. La terza parola fu aggiunta solo pi tardi, nel 1848. Eppure quella pi importante. Se esi stesse nel senso politico (e non cristiano), la fraternit do vrebbe precedere lavvento delluguaglianza (tra tutti, ov viamente) e della libert (dato che impossibile concepire una sorella o un fratello non liberi, ma schiavi). La libert e luguaglianza possono infatti fare benissimo a meno del terzo termine, come avviene ogni giorno nelle nostre de mocrazie, in cui viviamo in libert, o meglio in unugua glianza definita dalla mediocrit: i ricchi guardano la stessa televisione dei poveri e, come loro, muoiono negli ospe dali delle stesse malattie contratte in corsia. La fraternit, invece, estranea alla logica delle macchine: un fatto evi dente, ma non lo si ripeter mai abbastanza. E la macchina non uno strumento adeguato a realizzare una fraternit concreta e reale. Acciarata la nocivit delle macchine, immaginiamoci ora un mondo senza macchine. Non serve a niente, non potremo mai farne a meno, ci rispondono da tutte le parti! E in parte vero. Se lobiettivo quello di conservare il nostro livello di vita, meglio continuare a inquinare, a meccanizzare la vita fino a trasformarla in unesistenza lar vale. Fino a diventare pure escrescenze della Megamac china, particelle senza importanza in un mondo che ci sar definitivamente sfuggito di mano.

Ma in realt il problema squisitamente politico. Poich il capitalismo ha investito lintero pianeta e linsieme delle nostre esistenze, e dunque anche le conseguenze sono glo bali, nel senso assoluto del termine. Continuando a pro durre e a consumare come facciamo ora, finiamo per con dannare alla miseria masse immense di esseri umani. Resta poi una domanda che va posta in modo netto: qual linteresse a mantenere i livelli di vita che abbiamo rag giunto? Domanda che riguarda una politica autentica. Il colmo che noi, i sostenitori dellemancipazione umana, non la poniamo mai. La sinistra sindacatocratica ha in mente ununica cosa: conservare i vantaggi che presume ac quisiti, come se non fossero stati acquisiti a spese del Terzo mondo ben pi che a spese del padronato; come se lobiet tivo della vita fosse quello di moltiplicare il numero di tele visori nelle camere, di polli nel forni a microonde e di au tomobili nel garage! appunto per questo che Orwell affermava: Si sono conquistati gli operai al socialismo di cendo loro che erano sfruttati, mentre in realt, su scala mondiale, erano sfruttatori9. Decisamente, 1 'amerikkkan way oflife ha contaminato a fondo tutto il mondo e lEuropa si incancrenita. I sinda calisti non hanno capito che il fine dellumanit non la vere, ma lessere10. O se certi tra loro dichiarano di averlo capito, non fanno niente per procedere in questa direzione. Cosa che implica, e va detto chiaramente, la distruzione di ci che ci opprime, a partire dalle macchine inutili, in par ticolare quelle che martellano senza interruzione il nostro cervello con la Voce del Padrone. Tra i partigiani dellutopia prevale lo scoraggiamento. Se non coltivano quasi pi lillusione che le macchine ci libereranno un giorno dal lavoro, nutrono ora la convin zione che non riusciremo mai a liberarci delle macchine. E
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invece, per realizzare lutopia, bisogna cominciare qui e ora a svincolarci dalla presa delle macchine, che altro non se non la presa di possesso sulle nostre vite da parte del la voro, del mondo del lavoro, del capitalismo, delloppres sione. Sta qui lessenziale: affrancarci dallillusione di una liberazione grazie alle macchine, forse ancora la pi tenace, quasi incardinata ai nostri corpi al punto di diventare una componente della nostra decadente civilt, e al contempo affrancarci anche dallaltra illusione, che sembra funzio nare a pieno regime, secondo la quale non potremmo pi fare a meno delle macchine. Su che cosa si basa questultima convinzione? Sulla pre tesa incapacit delluomo di trasformarsi, di rifiutare do mani ci che oggi adora? M a non possiamo affatto dirlo! Anzi, la storia ha costantemente dimostrato che siamo ca pacissimi di gettare nella spazzatura ci che ancora ieri adu lavamo. Nella primavera del 1914, gli operai tedeschi e francesi avevano sulla bocca solo le parole pace e inter nazionalismo, e si sa come andata solo poche settimane dopo. Letica avr certamente una funzione da svolgere in tutto questo. Se decidiamo di fare a meno degli strumenti falsa mente efficienti che oggi ci offre la Megamacchina, sar infatti necessario un potente stimolo morale, per ripren dere unespressione in voga nella Cuba degli anni Sessanta. Dovremo per stare attenti a non cadere in una dittatura. In questa prospettiva, lecologia pu utilmente collegarsi alla critica del lavoro in atto. Giacch il pianeta, che conti nuiamo a sfruttare furiosamente, davvero messo male, dobbiamo orientare il nostro futuro in un senso radical mente diverso e per prima cosa sbarazzarci di quelle mac chine che inquinano e devastano lambiente, o che comun que riducono la nostra vita a brandelli di esistenza biologica.
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Ma limitarsi alla distruzione di queste macchine non ba ster. Occorre dunque riprendere la discussione sulle pro spettive rivoluzionarie, ma in modo ben diverso da come la maggioranza degli stessi rivoluzionari lha condotta finora.

Note al capitolo
1. Indubbiamente una delle critiche pi efficaci alla Megamacchina la si deve a Lewis Mumford, The Myth o f th Machine (trad. it. Il

mito della macchina, il Saggiatore, Milano, 2011), e in particolare al secondo volume di questopera magistrale, The Pentagon o f Power (trad. it. Il pentagono del potere, il Saggiatore, Milano, 1973), pub
blicato nel 1970. Mumford mostra, con numerosissimi esempi e ar gomenti, come la visione di un futuro governato dalle macchine, nata molto presto nella nostra storia, abbia trovato alla fine del Me dioevo gli elementi filosofici e tecnici per soppiantare una visione umana del nostro futuro. 2. Questo anche se non va accordato il minimo credito ai discorsi del nemico, che agita ovunque lo spettro del terrorismo come dato strategico della nostra epoca. Paul Virilio, in uno dei suoi libri (sull 11 settembre), casca invece nel trabocchetto. 1 terroristi conti nuano a esistere solo se sono sopravvalutati, e la loro carta migliore consiste nellessere presenti sui media con le loro azioni, di fatto commesse da poche decine di individui. Il nemico non il terrori sta, ma laccoppiata giornalista-terrorista. 3. Jean-Pierre Berlan, Guerre au vivant, Agone, Marseille, 2001; trad. it. La guerra al vivente, Bollati Boringhieri, Torino, 2001. 4. Non mi soffermo sugli innumerevoli studi che dimostrano come queste prospettive di una Cuccagna planetaria siano frottole pure e semplici. Si possono leggere al proposito Berlan, Srlini, INfGM, Riesel e tutta la letteratura estremamente dettagliata e inquietante sullargomento.

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5. Vedi Jacques Ellul, Le Systme technicien, Calmann-Lvy, Paris, 1977, e Andr Leroi-Gourhan, Le Geste et la Parole, Albin Michel, Paris 1964-65; trad. it. Il gesto e la parola, Einaudi, Torino 1997. Entrambi hanno messo bene in luce il meccanismo interno di quella che definiamo evoluzione. 6. Il che pone un autentico problema politico di fondo: non ci sar emancipazione ecologica se non si porta fino alle sue ultime con seguenze la questione del potere. Perch non servir a niente, dal punto di vista della nostra liberazione, bloccare il riscaldamento cli matico se non si distrugge nello stesso tempo il potere che lo ha pro dotto, incoraggiato e che vorrebbe ora utilizzarlo in senso contrario, sempre per imporci il suo dominio. Il riscaldamento del clima, ancor prima di essere una questione ecologica, una questione politica es senziale. Solo in apparenza provocato dalle fabbriche e dal regno del petrolio. Al fondo c la politica di dominio e di accaparramento, coniugata al progresso tecnologico, al sistema tecnico, alla Mega macchina (poco importa come la si chiami), che la vera responsa bile. Ci che oggi vogliono coloro che ci governano verosimil mente unuscita dalleconomia capitalista basata sui combustibili fossili, in direzione di unaltra economia, non pi basata sul carbone ma su fonti di energia pulite, che comunque capitalista! Quello che certi chiamano capitalismo verde in realt un modo per evitare le devastazioni belliche, distruggere per ricostruire, che lo scopo delle guerre capitaliste. Il gioco di prestigio, per i capitalisti, consiste in fatti nel distruggere settori interi della propria economia, un fatto che a rigor di logica dovrebbe comportare lammissione del proprio fallimento, pur conservando il fondamento che struttura il capitali smo: i rapporti di dominio di classe. 7. Francis Fukuyama, Le Monde, 7 giugno 1999. 8. Le lingue sono un eccellente indicatore di questa possibilit di sviluppo. Per esempio, nella lingua degli Haussa, come nella mag gior parte delle lingue africane, non esistono coniugazioni al pas sato, al presente e al futuro. Niente pi di questo dovrebbe bastare

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a farci capire come lidea stessa di uno sviluppo verso qualcosa di pi (parlo apposta di pi e non di meglio) sia estranea alle strutture culturali profonde, delle quali la lingua testimone, anzi strumento fondamentale. Il razzismo consiste nel negare una differenza di que sto genere. Si cade cos in un universalismo dozzinale che nega il genio principale dellumanit, ovvero la sua diversit. Il dramma, qui, perch di dramma si tratta, che la faccenda molto confusa: ci sono i razzisti che vogliono che Neri e Rossi restino indietro, i Neri che vogliono fare come i Bianchi, i Bianchi che vogliono che i Neri siano come loro ... Occorre azzerare tutto questo, tanto pi che entit come Bianchi, Neri eccetera sono sbagliate in s, non solo dal punto di vista biologico ma anche da quello culturale. 9. George Orwell, Writers and Leviathan (1948); trad. it. Gli scrit

tori e il Leviatano, in Romanzi e saggi, I Meridiani, Mondadori,


Milano, 2000. 10. Vedi Erich Fromm, To Have or To Be (1976); trad. it. Avere o es

sere, Mondadori, Milano, 1977.

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TRE

Nascita e diffusione del lavoro

Nel suo celebre saggio La fine del lavoro', Rifkin riassume cos la visione attuale della storia del lavoro secondo i fau tori del progresso: Dal cacciatore-raccoglitore del paleoli tico al coltivatore del neolitico, dallartigiano medievale al loperaio alla catena di montaggio, il lavoro sempre stato presente nella vita quotidiana. Oggi, per la prima volta, stato sistematicamente eliminato, nella sua forma umana, dal processo di produzione. Una rapida critica di questa affermazione permetter di comprendere meglio che cos il lavoro, evitando di ricorrere a una definizione, dato che il lavoro in costante evoluzione. Il cacciatore-raccoglitore in realt non lavorava perch non produceva niente; si limitava a raccogliere o a prendere in trappola animali (unaltra forma di raccolta), attivit che non hanno niente a che vedere con il produrre. La diffe renza tra luomo e lanimale divenne definitiva quando gli uomini primitivi fabbricarono i primi utensili finalizzati alla produzione agricola. Il lavoro comincia dunque con la
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produzione organizzata di alimenti, con la produzione degli attrezzi destinati allagricoltura neolitica, che comportano le prime specializzazioni di competenze. tuttavia vero che da quellepoca remota il lavoro sempre stato presente nella vita quotidiana, anzi diventa il pilastro principale della vita quotidiana degli essere umani. Ed appunto quel pilastro che bisogna far crollare, opera alla quale intende contribuire anche questo saggio. Oggi, per la prima volta nella storia, il lavoro sarebbe stato sistematicamente eliminato dal processo di produ zione. Grossolano controsenso! Come se gli impiegati del terziario e i disoccupati non partecipassero direttamente al processo di produzione, quali ausiliari dei lavoratori agri coli e industriali. Dal punto di vista del capitale, i disoccu pati sono infatti utili ausiliari che permettono di conservare la paura sociale a un livello tarato su quello occupazionale o salariale desiderato. Dal punto di vista degli stessi lavo ratori produttivi, il terziario quanto di pi utile esista: si fa carico della spinta consumistica al di fuori della sfera lavorativa, garantisce che le mansioni domestiche e fami liari non pi svolte dal lavoratore a causa della sua occupa zione siano comunque assicurate in cambio di una retri buzione, e cosi via. Senza dimenticare lessenziale, ovvero che oggi non pi possibile limitare arbitrariamente al mondo sviluppato una riflessione economica. Il lavoro ma nuale, infatti, non sparito. Se il sistema capitalista fi nalmente riuscito a esiliarlo nei paesi sottosviluppati, pro prio per evitare che i cattivi odori e i bassi salari rechino ancora disturbo a noi benestanti. Grazie al sistema, che ormai ingloba linsieme del mondo, non vediamo pi i no stri lavoratori manuali, quelli che producono per noi, ma che vivono ben lontani da noi. Rifkin un buon esempio di quella casta privilegiata
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che vuole credere che siano stati superati i limiti della pro duzione per la sopravvivenza, con tutti i problemi che comportavano, senza vedere che il prezzo da pagare stato un ritorno del pianeta al di qua dei limiti della sopravvi venza, come scrivono gli Amici di Ludd2. Lungi dallo scomparire, il lavoro si esteso a tutte le sfere della vita individuale e sociale, tanto che dietro a ogni gesto, persino quelli che si manifestano nel tempo libero, si dissimula unattivit lavorativa. La sedicente societ del tempo libero una societ in cui il tempo svincolato dal la voro, per i pi fortunati tra gli esseri umani, serve soprat tutto a consumare, mentre avremmo potuto immaginarci qualcosa di ben diverso da questa squallida abbuffata di svaghi appositamente studiati e commercializzati. Le eva sioni, una volta riservate a una casta di privilegiati, si sono estese a un numero molto pi ampio di fortunati, anche se lunico privilegio reale sarebbe la possibilit di evadere dallalienazione del consumo. E mentre gli svaghi si anda vano generalizzando, il lavoro si infiltrato sempre pi nel mondo del tempo libero attraverso la produzione-consumo di massa. Ormai c lavoro ovunque, perfino negli svaghi alienati che consumiamo in massa. Probabilmente, fin dalla sua apparizione il lavoro ha ol trepassato i limiti di una semplice attivit produttiva, de terminando cambiamenti sostanziali nei rapporti tra gli es seri umani e in quelli tra loro e lambiente circostante. Il lavoro diventato un rapporto sociale. Le sue ormai innu merevoli ramificazioni toccano tutte le sfere della vita in dividuale e collettiva. Non c alcun bisogno di elencarle, perch ognuno di noi, vivendo nel lavoro e per il lavoro, pu facilmente misurare quanto questa necrosi si sia diffusa non solo nella propria esistenza, ma anche in quella dei propri cari.
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Se l uomo non pu evitare di lavorare, non pu nemmeno evitare di criticare il lavoro. Eppure questa critica, a causa della sfida che il lavoro rappresenta per la vita di tutti i giorni, difficile da elaborare, il che spiega come mai essa abbia assunto forme impercettibili, solitarie nella maggior parte dei casi, e soprattutto clandestine. Per esempio, il sa botaggio, ma anche il vivere di rendita, sono entrambe cri tiche attive del lavoro, ma con il limite di restare poco vi sibili. Il sabotatore, dovendo agire di nascosto, non pu propagandare i metodi con cui intende distruggere la pro duzione; e chi vive di rendita viene emarginato dal di sprezzo che la societ del lavoro nutre nei suoi confronti. La critica del lavoro ha perso ogni suo significato nella nostra societ, da troppo tempo incancrenita nellidea che ci si possa realizzare solo nella produzione. Il lavoro agri colo, il primo modo di produzione, perch la caccia-raccolta era solo un modo di godere il mondo e i suoi pro dotti3, fin dallinizio dato come estraneo alluomo: quanto ci insegnano le osservazioni degli etnologi4, ma anche la Bibbia, con lepisodio di Giacobbe lagricoltore, dunque il lavoratore, che sottrae a Esa la primogenitura dato che il fratello solo un cacciatore-raccoglitore. Oggi il lavoro a tal punto interiorizzato che metterlo in di scussione equivale a mettere in discussione la stessa uma nit delluomo! Significa ridiscutere il senso della vita. E non saranno i volontari di ogni et e colore, incapaci di ri nunciare alla loro droga, che ci potranno smentire. La critica al lavoro in quanto attivit sociale fondata sullo sfruttamento5 non un argomento che metta in dub bio le fondamenta delledificio. Per esempio, coloro che vi vono con i sussidi pubblici, una buona parte dei quali non vuole lavorare, incassano per ben volentieri quello che il prodotto del lavoro di altri uomini. Bisogna dunque avere
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ben chiaro se ci si batte contro lo sfruttamento o contro il lavoro, e quindi capire, sussidiariamente, se pu esistere la voro senza sfruttamento (dellumano o della natura). La complessit del percorso del denaro nella societ ca pitalista moderna ha lunico scopo di permettere a ognuno di vivere nellipocrisia, senza troppi danni psicologici (in particolare il senso di colpa per vivere sulle spalle di altri). Qui si prender di mira il lavoro da tutti i punti di vista e soprattutto da quello delleconomia, sua sorella siamese, e delletica del progresso, la loro prole in costante divenire. Infatti, se in ultima analisi luomo lavora al progresso del lumanit, definire il progresso diventa una bella scom messa. Proprio la sua immagine sfumata offre limmenso vantaggio di giustificare pi o meno tutte le forme di la voro. Ma non appena le forme che rivestono il progresso appaiono nettamente definite, anche le forme del lavoro si rivelano nitidamente e appaiono sempre nocive e talora ter rificanti, per esempio quando si parla del progresso della pretesa razza ariana. LArbeit macht frei di Auschwitz lemblema definitivo del lavoro e una critica del lavoro rivela quale specie di liberazione ci riserva una vita di fatiche. Ogni vita di fatiche! Cosi: 1. Il lavoro nuoce ai lavoratori, il che pi o meno equi vale allasserzione Arbeit macht frei. 2. Il lavoro leconomia, nasce con lei; leconomia la sua giustificazione pi profonda ed inutile criticare leco nomia senza criticare il lavoro. 3. La critica delleconomia non si spinta molto avanti, rimanendo confinata in circoli troppo ristretti. 4. Il lavoro ha generato il progresso, che a sua volta mo difica continuamente il lavoro. 5. Il lavoro prima di tutto alienazione, anche quando
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viene chiamato produzione di beni: bisogna essere alie nati per vedere un bene in una merce. 6. Luomo pu fare a meno del lavoro, ed appunto questo lobiettivo ancora nascosto di tutte le critiche del lavoro elaborate nel corso della storia. La storia della critica del lavoro ci chiarisce infatti taluni passaggi, alcuni dei quali piuttosto sorprendenti. Chi la ri percorre scoprir6 per esempio che gi Boisguilbert (16461714) e Turgot (1727-1781), insieme ad altri pensatori economici, consideravano il denaro uno strumento virtuale (schiavo per Boisguilbert) senza utilit immediata, se non per lo scambio di merci sempre pi numerose; ma con la Borsa attuale che siamo arrivati a una separazione sempre pi netta dalla produzione concreta. Per allontanarsi a tal punto dal concetto di utilit di base, dalle necessit fondamentali (alimentazione e indumenti), luomo doveva prima smarrire lidea di ci che gli essenziale, tanto che lo stesso cibo ha fatto un balzo in direzione del virtuale e del lirreale, diventando addirittura fraudolento, cio avvele nato. Alla stessa stregua, non si possono ridurre le storture della follia borsistica a un fenomeno finanziario, n a una semplice scissione dal lavoro. La Borsa in certo modo la critica che i capitalisti pi avanzati rivolgono al lavoro nella sua forma, gi in parte superata, di produzione di beni. Ma questa anche la crepa che si allunga a poco a poco sulle dificio ideologico del capitalismo: come riuscir il capitale a far credere ancora a lungo (e a chi?) che produrre indi spensabile, ma che non si pu pensare di fare grandi pro fitti con la produzione7? Dietro a questo nonsenso si in travedono interessanti prospettive di critica alla societ moderna.

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1 '

Note al capitolo 1. Jeremy Rifkin, The End ofth Work (1995); trad. it. La fine del la

voro, Mondadori, Milano, 2002.


2. Citazione tratta dalleccellente Bulletin des Amis de Ludd, un bollettino di informazione anti-industriale pubblicato originaria mente in spagnolo dal gruppo Los Amigos de Ludd, oggi di sciolto. La versione francese dei nn. 5 e 6 stata pubblicata nel 2009 dalle edizioni La Lenteur. 3. Con la caccia-raccolta si raccolgono, appunto, prodotti. Non c produzione umana, c solo il godimento dei prodotti della natura. Peraltro, prodotti un participio passivo, e la stessa grammatica ci viene in aiuto per dimostrare come la caccia-raccolta non sia un modo di produzione, termine questo che ha un senso attivo... Ci vuole tutta la miopia degli economisti, con il loro desiderio di in globare lintera storia umana, per includere il m odo primitivo di produzione comunista nel suo ciclo infernale e semplificatore dei modi di produzione economici. 4. In particolare Pierre Clastres, La Socit contre l'tat, Minuit, Paris, 1974; trad. it. La societ contro lo Stato, Ombre corte, Verona, 2003. 5. Com e sostengono certi gruppi cosiddetti radicali di senza lavoro. 6. Poich non mia intenzione appesantire questo testo con cita zioni e analisi, rimando il lettore a opere che non mi va di plagiare o di analizzare, che sono di per s illuminanti. Sono opere che do vrebbero essere tutte inserite qui, se si volessero rivisitare in dettaglio le tappe della strada percorsa da questa critica. 7. Cosa che Rifkin (come tanti altri) non ha capito quando afferma che il lavoro manuale sta per scomparire.

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QUATTRO

Unattivit inumana

Il lavoro serve oggi a qualcosaltro che non sia laccumula zione di merci e il soddisfacimento di voglie o di presunti bisogni basati sul consumo individualizzato, se non indi vidualista? Che cosa cerca il lavoratore mentre sta svol gendo un compito che gli divora un buon terzo dellesi stenza, se non acquisire tramite il denaro ci che gli permetter di consumare, quindi di distruggere o di usare altre merci il cui unico scopo soddisfarlo? ormai evi dente che il lavoro ha perso ogni senso trascendente. Lungi dallessere superiore alle altre attivit umane, ne rappre senta invece laspetto pi deleterio perch, dato il posto che occupa nella vita e nei rapporti sociali, impedisce la creazione e linvenzione di altre relazioni. Anzi, peggio: at traverso la struttura ideologica che lo giustifica e che conforma il pensiero politico ed economico, dominio in atto non solo sugli esseri umani ma sulla natura in gene rale. In sintesi, il lavoro non fa altro che nuocere allindivi duo e alle comunit.
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La critica del lavoro non ha alcun senso se si limita a rimpiangere unepoca anteriore al lavoro, un mondo idil liaco nel quale questultimo sarebbe stato alla base di rap porti sociali fraterni. Quellepoca non mai esistita, e in ogni caso, se ci sono stati rapporti fraterni tra gli uomini e se ne esistono ancora oggi, non mai stato grazie al lavoro. Fin dallinizio, fin dalla comparsa dellagricoltura neolitica1, il lavoro stato un distacco dalla natura, un tentativo di asservirla o almeno di metterla direttamente al servizio del luomo. Lidea che si insinua nel processo lavorativo quella di un controllo dellambiente circostante2, considerato quanto meno estraneo alluomo, se non ostile, e comunque qualcosa che pu e deve essere governato e dominato. Il lavoro dunque il risultato di un rapporto di domi nio, in origine estremamente semplice. M a se i rapporti di dominio primitivi erano interni alla specie - luomo ri spetto alla donna o viceversa, cio patriarcato o matriar cato, maschio dominante rispetto a maschio dominato e cosi via, ovvero rapporti animali3 - il lavoro introduce una nuova dimensione: i rapporti di dominio non sono pi, come nel caso degli animali, interni alla specie, ma si affermano ora tra la specie e unentit concepita direttamente come esterna: la natura. La mano non raccoglie e non caccia pi: fa della natura il proprio prolungamento, il proprio complemento o strumento4. Dunque, fin dallinizio il lavoro nuoce allindividuo e allumanit, perch postula unentit estranea che va do minata e che viene percepita come ostile, fino a diventare il Nemico. La natura diventa addirittura unincarnazione del Male, in quanto comporta, secondo la convinzione pi diffusa, la lotta per la vita, quella strugglefo r life che mette tutti contro tutti. Questa natura rigogliosa ed esuberante si contrappone al lavoro fin dallinizio perch di intralcio al
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lagricoltura, come ben esprime il concetto distorto di erbe infestanti da estirpare dagli orti e dai campi. In realt, i rapporti di dominio tra specie in seno alla natura sono un mito inventato dai biologi per giustificare limmagine che lumanit ha di se stessa (e non potrebbe averne unaltra, come vedremo). unimmagine di domi nio, quindi di asservimento. Viceversa, non esiste in natura alcun rapporto di dominio di una specie sullaltra. La sele zione naturale, la lotta per la sopravvivenza, limperativo delladattamento sono visioni ideologiche. Niente di tutto questo si impone agli individui delle diverse specie. In uno spazio equilibrato, dove non interviene luomo, le specie si evolvono e si adattano continuamente. Le eventuali prede non sono riserve alimentari bens un elemento del tutto; cos un animale erbivoro si colloca nella lunga catena che va dal microrganismo allanimale che si nutre di carogne, passando dal vegetale, dallerbivoro e dal suo predatore. Questultimo non n un dominante n un padrone, e di fatto il leone sazio vive accanto alle mandrie che possono evolversi liberamente. Non le opprime come fa il padrone con coloro che domina. Per questo la selezione naturale oggi diventata del tutto artificiale - interviene solo in se guito a mutazioni pi generali che comportano, per esem pio, un cambiamento del clima, della vegetazione o di altri elementi sovradeterminanti5. La parte delluomo contem poraneo in questo genere di catastrofi non pi contestata da nessuno: luomo crea solo modifiche dagli effetti inauditi. In natura quella che determinante la complementarit delle specie. Se gli scienziati vi hanno visto per lo pi il contrario, perch essi navigavano nel metadiscorso: cre dendo di parlare della natura, parlavano in realt dellu manit alienata e in questo modo le indicavano il credo al quale essa doveva aderire e che doveva trasmettere di gene
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razione in generazione. E doveva diffondere un credo di conflittualit, di lotta, perch essa stessa era un luogo di lotta. La sua alienazione rendeva necessario ricorrere a un tale credo per continuare ad avere un po di fiducia nelle sue scelte, per poter credere, nonostante tutto, che quella aggressivit di cui faceva mostra verso se stessa e non solo laggressivit di alcuni individui nei confronti di altri, ma soprattutto quella di tutta lumanit contro se stessa, la sua eterna furia autodistruttiva, vergogna del suo passato, or rore del suo presente... altro non fosse che la medesima aggressivit che regnava in natura. E gli scienziati, rica dendo in piedi e facendo credere allumanit alienata di es sere dei profondi pensatori, anzi i veri poeti dellepoca mo derna, hanno proclamato a gran voce il loro desiderio di far uscire lumanit dal suo guscio naturale per renderla conforme allidea che hanno elaborato delluomo, un uomo superiore, non aggressivo...6 Il trionfo di questo discorso ha contribuito a separare sempre di pi lumanit dalla natura, dunque dal vero uni verso di complementarit, per immergerlo sempre di pi nelluniverso ostile, aggressivo, distruttivo dellumanit scientificamente alienata. Purtroppo gli scienziati non rie scono a sottrarsi a questa logica. Perfino il celebre Einstein, appoggiando la realizzazione di una bomba nucleare per liquidare il nazismo, non ha capito che cosi facendo, in ul tima analisi, esortava le democrazie ad attuare lo stesso mo dello totalitario della Megamacchina hitleriana. Ed esat tamente quello che avvenuto con i diluvi di fuoco scatenati sulla Germania, al di fuori di ogni logica militare, negli ultimi mesi del 1944 e allinizio del 1945, e ovvia mente con le due bombe di Hiroshima e Nagasaki. Da al lora il modello di societ totalitaria si adattato alla de mocrazia e Fukuyama rimpiange solo che i democratici
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non siano pi capaci di ammettere che la dittatura molto pi efficace economicamente della democrazia. Se fosse universalmente adottato questo schema, le cose sarebbero chiare e i politici saprebbero esattamente qual il loro ruolo: imbellettare la dittatura con il fondo tinta della de mocrazia. Lapparato ideologico e spettacolare pronto: basta solo un passo... Proprio per aver rappresentato la prima separazione del lumanit dalla natura, fin dagli inizi il lavoro ha svolto il proprio ruolo cruciale in questo trionfo a tutto tondo del laggressivit. Ma, per un singolare rovesciamento di con giuntura, i nostri dirigenti si sono visti costretti a ricorrere alle vestigia della democrazia, e alle opposizioni interne al vertice della propria gerarchia, proprio quando la crisi eco logica, diffondendo la paura dellapocalisse, avrebbe per messo di passare senza grosse scosse a una dittatura dal volto ecologico... Che disdetta: riecco lalternativa barba rie o socialismo!

Note al capitolo
1. Ricordiamo che Pierre Clastres, nella sua prefazione alledizione francese del libro di Marshall Sahlins L economia dellet della pietra, cit., ha ampiamente dimostrato che il cacciatore-raccoglitore pas sava pochissimo tempo a procurarsi il cibo. D altra parte, se luomo preistorico fosse vissuto nella assoluta precariet, come ci hanno rac contato per secoli, come avrebbe potuto sopravvivere al freddo, ai predatori, alle malattie, alla mancanza di cibo, allassenza di igiene e cos via? Abbiamo dovuto aspettare antropologi come Clastres o Sahlins per uscire da questo schema ridicolo, ampiamente condi viso (per esempio da Friedrich Engels nella Origine della famiglia,

della propriet privata e dello Stato). La caccia e la raccolta, ripetia 61

molo ancora, non sono attivit produttive: i cacciatori-raccoglitori non producono niente, si limitano a prendere ci che stato pro dotto dalla natura. N on sono perci assimilabili al lavoro o a un modo di produzione, ma rappresentano piuttosto una forma di go dimento del mondo. 2. La parola ambiente essa stessa un gadget ideologico che po stula una scissione tra umanit e natura, riducendo questultima al lambiente umano; al punto che oggi si sente parlare di ambiente conviviale per lufficio o di ambiente familiare... 3. Per unanalisi dei rapporti umani e di dominio in generale, vedi Erich Fromm, The Anatomy ofHuman Destructiveness (1973), trad. it. Anatomia della distruttivit umana, Mondadori, Milano, 1987; Franco La Cecia, Ce qui fait un homme, Liana Levi, Paris, 2002, nuova edizione italiana Modi bruschi, antropologia del maschio, Eluthera, Milano, 2010. Senza dimenticare, ovviamente, Etienne de La Botie. 4. Per lagricoltura il suolo uno strumento. 5. Vedi Ian Tattersall, LEmergence de l'homme, Gallimard, Paris, 2000, e Remarques sur l agriculture gntiquement modifie et la d-

gradation des espces, Editions de lEncyclopdie des nuisances, Paris,


1999. 6. Per tutto ci che riguarda laggressivit, vedi Erich Fromm, Ana

tomia della distruttivit umana, cit.

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CINQUE

Liberarsi dalla necessit del lavoro

Coloro che si pongono la questione della comparsa del la voro, spesso la risolvono con ipotesi grandiose e intrise di ideologia. In un certo senso Clastres ha ragione tanto quanto Marx, anche se tutto li contrappone, e si pu af fermare sia che lo Stato preesiste alleconomia (Clastres), sia che leconomia comporta la necessaria formazione dello Stato (Marx). Il che rimanda a interrogarsi su chi, tra il la voro e lalienazione che lo rende sopportabile, sia arrivato per primo. In realt questo interrogativo, che ha tormentato i pen satori di estrema sinistra degli anni Settanta, abbastanza futile, perch lo si pu risolvere in un modo molto pi in quietante di quanto non facciano certi rassicuranti pre supposti ideologici (i presupposti ideologici sono sempre rassicuranti per chi li professa). Per Clastres, lo Stato - quindi lalienazione - viene per primo e la lotta deve essere logicamente condotta contro lo Stato, il che collega Clastres agli anarchici1. Per Marx, il
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modo di produzione quindi il lavoro che fa nascere lo Stato e bisogna quindi lottare per trasformare il modo di produzione, passando a uneconomia socialista, poi comu nista, con quel declino dello Stato che ne seguir2. Ragionamenti politici perfetti... che la storia smentisce e smentir sempre. Ecco ora uninterpretazione molto pi logica e decisamente pi inquietante perch non si apre a priori su alcun radioso futuro: il lavoro solo un ulteriore adattamento nella lunga catena evolutiva che porta dallHomo erectus Al'Homo sapiens cyberneticus. Il lavoro sarebbe apparso molto semplicemente perch era pi razionale lavorare che raccogliere e cacciare3. Come PHomo erectus si verosimilmente alzato perch in piedi sfuggiva pi facilmente ai predatori - che non distinguono le eventuali prede verticali e perch su due gambe vedeva meglio quello che accadeva nella savana, cosi luomo del neolitico a un certo punto si accorto che era pi razionale lavorare il suolo nel posto in cui si trovava invece di correre a destra e a manca in cerca di selvaggina o frutti. O ancora, gli uomini che si erano messi a praticare unagricoltura ru dimentale erano semplicemente unulteriore selezione nella lunga strada che aveva gi portato dal paramecio al genere Homo, a detrimento degli Homo rigorosamente non lavo ratori. Molteplici ipotesi possono spiegare come mai la gricoltura rudimentale sia diventata pi favorevole della raccolta, per esempio rifacendosi a questioni climatiche, e occorre tenere presente che basta che un adattamento come quello del passaggio allagricoltura si riveli pi favorevole della stretta pratica di caccia-raccolta perch tale adatta mento si estenda al di l della zona in cui emerso4. Questo ragionamento troppo logico inquietante per ch scalza alla base il mio edifcio: se il lavoro il semplice risultato di un adattamento evolutivo, vano combatterlo

come sarebbe stato vano, uno o due milioni di anni fa, lot tare contro la posizione eretta! Eccoci allora al cuore di un problema, forse addirittura il pi cruciale tra quelli che fa remo esplodere: il lavoro un adattamento evolutivo e, in quanto tale, sarebbe semplicemente impossibile prospet tarne la scomparsa. M a questo vorrebbe dire liquidare la possibilit sempre aperta di superare una data situazione storica. Alla tesi e allantitesi potrebbe benissimo seguire il superamento... Il lavoro di Homo sapiens, dodicimila anni dopo lappa rizione dellagricoltura primitiva, un attributo del sud detto sapiens come lo sono il suo cervello complesso e le sue mani-strumenti. Il lavoro, come il linguaggio, la posizione eretta o la creazione artistica, proprio delluomo e solo delluomo. La cultura del lavoro si cos integrata nella natura umana e ha finito per fagocitarla. A questo punto il dibattito sul lavoro fatto culturale o fatto naturale nel contempo troppo arduo e del tutto inutile: essendo il fatto culturale complesso ci che distingue luomo dagli altri animali, si pu affermare che, se si continua a considerare luomo come un essere prima di tutto naturale, il culturale integrato a quel che resta del naturale. Tutta la questione consisterebbe dunque nel misurare che cosa resta di naturale-animale nellumano e come il culturale sia arrivato a distaccare luomo dalla natura. Ora, nel guazzabuglio cul turale che ha spezzato lunit dellumano e del naturale, al primo posto figura il lavoro, che ci distingue senza ombra di dubbio dallanimale e addirittura dai nostri avi cacciatori-raccoglitori. unenorme mutazione quasi biologica, impensabile e in verit ancora impensata. Si pone cos la questione del ruolo della critica e del suo stesso senso, giacch la critica non pensa questo problema, non si interessa ai propri fondamenti, non vuole minare se
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stessa. Ora, se la critica non porta a niente, insensato in traprenderla. .. Riprendiamo allora la riflessione dimenticandoci del lopposizione natura/cultura. Non vogliamo lobotomizzare nessuno e ancor meno tagliargli le mani. M a se privare lu mano del suo lavoro significa privarlo del suo cervello e delle sue mani, ridurlo a uno zombi perch non sa fare altro che lavorare o ritemprare le forze per iniziare un nuovo ciclo lavorativo, saremmo allora costretti a consta tare che levoluzione ha ridotto luomo a un essere il cui cervello e le cui mani servono ormai a un unico scopo: la vorare. Dovremmo a questo punto abbandonare qualsiasi critica e immaginarci felici come chiedeva Camus. Allopposto, non solo la perdita eventuale di senso della critica deriva essa stessa dallinsensatezza del lavoro e, al di l di questo, dallinsensatezza del mondo contemporaneo, ma soprattutto solo la critica pu contribuire alla nascita tanto attesa di un mondo nel quale la vita ritroverebbe fi nalmente un senso; un senso che sarebbe ben diverso dalla pura necessit, come levoluzione necessaria alla Darwin, che andrebbe al di l della necessit, anzi contro la necessit. In breve, il superamento della nostra preistoria. Ogni senso che al momento della sua affermazione sia orientato dalla dittatura della necessit si trasforma in piatta ideologia. Ed privo di interesse. Solo il senso che si oppone a qualsiasi necessit merita di essere esplorato5. La lotta contro il lavoro non certo una novit. Gi nel XIII secolo si leggeva, nei Coutumes di Philippe de Beaumanoir, questa descrizione della lotta dei lavoratori: Unal leanza volta al comune profitto quando un insieme di persone si accorda per non pi lavorare a un prezzo basso come prima, ma aumenta il prezzo di propria autorit e si accorda di non lavorare per meno e pone al suo interno

punizioni e minacce per i compagni che non manterranno la loro alleanza.... Si vedono bene, qui, tutti i dibattiti in terni al sindacalismo, a una politica del lavoro a favore dei lavoratori (genericamente definita socialismo, con tutte le sue varianti, dallanarco-sindacalismo e dal comuniSmo fino al pi banale riformismo), ivi compresi il dibattito sulle forme di azione (coercizioni contro i crumiri, i sinda cati gialli...), le lotte per il salario, aumentato a partire dalla propria autorit di lavoratori... Ma, oltre a ci, vi si trova anche il vizio di pensiero sul lavoro, un vizio che dunque esisteva gi nel XJII secolo - e probabilmente anche molto prima - e che non in via di sparizione: gli uomini ragio nano su un fatto dato e scontato, cio il lavoro. Non viene messo in discussione, si argomenta solo sulla sua intensit, sul suo rapporto economico, nel migliore dei casi sulla sua utilit sociale, ma non sul posto che occupa nel corso dell intera esistenza n sul modo in cui riuscito a occuparlo. Ora, da quando lagricoltura neolitica si sostituita alla caccia-raccolta, il lavoro agricolo ha modificato l'intera vita delle comunit umane, che si sono sedentarizzate: lagri coltura, per quanto rudimentale, incompatibile con il nomadismo. Anche se altri aspetti della vita - credenze, si stemi di alleanza... sono rimasti pi o meno gli stessi, il fatto davvero fondamentale proprio questo: bastata la presenza del lavoro necessario allagricoltura perch gli uo mini accettassero una modifica cos sostanziale del loro modo di vivere come il passaggio dal nomadismo alla vita sedentaria. Stando cosi le cose, come si pu ipotizzare che possa svi lupparsi una critica radicale del lavoro, visto che porterebbe direttamente non solo a una critica del modo di vita se dentaria, ma anche del modo di pensare? Analizzare una questione fino alle sue radici, spingendosi in profondit al
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punto di condizionare tutta lesistenza, era unimpresa ori ginariamente riservata a quello che Camus ha chiamato, sulla scorta di Nietzsche, luomo in rivolta e Stirner lUnico. Fin dallinizio si cosi giocata una partita decisiva: limpossibilit di toccare le radici di un problema senza considerare tutto ledificio, senza demolirlo. Ogni critica posteriore del lavoro perde cos qualunque senso se non tiene conto dellabolizione del lavoro come unico orizzonte umano. Solo il senso che si oppone alla presunta necessit del lavoro merita di essere esplorato. Tale senso semplicemente la vita umana, lumanit di una vita svincolata dalla dittatura del lavoro. Osserviamo, infine, che nel momento in cui furono scritti i Coutumes di Beaumanoir il mondo aveva un senso, o quanto meno il popolo gli dava il senso imposto dalla Chiesa: lavorare, se non per la gloria di Dio, almeno per la propria salvezza personale nellaldil. Un senso gi alienato e alienante! Ma con il passare dei secoli facile constatare ci che molti hanno messo in luce: il mondo industriale corrisponde alla perdita totale di quello che restava di un senso alienato. Abbiamo cos fatto il nostro ingresso in un mondo soggetto a un dominio unificato che non ha altra prospettiva se non quella del consumo, per una parte delle persone dei paesi ricchi, o della sopravvivenza, per le im mense masse dei paesi impoveriti dal sistema. Tutto il resto finito a mare. I ricchi si immaginano di vivere unesistenza appassionante guardando le imprese dei loro idoli alla tele visione o al cinema, e non vedono, cos facendo, che la vita vera stata loro sottratta e sostituita con uninsulsa broda glia mediatica e cibernetica6. Quanto ai poveri, la soprav vivenza nella miseria la negazione stessa della vita. La critica del lavoro cos, nei fatti, una critica totale del mondo, perch il lavoro ha lunico scopo, per il sin
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golo, di dare accesso al consumo sfrenato che maschera il vuoto delle esistenze individuali. E questo consumo ridi colo va anchesso eliminato da cima a fondo. Il tratto proprio di un essere capace di pensare la propria esistenza, in quanto lavoratore, come una non esistenza, in quanto essere vivente, di collegare nella pratica la rivolta contro le condizioni che gli sono imposte e che si impone (perch chi non si sottomette impazzisce o si uccide) con il pensiero di un mondo dal quale sia bandita ogni necessit. Di fatto, il lavoro ha direttamente unantitesi verso la quale ci pu spingere la critica che abbiamo condotto fin qui: il libero accesso di tutti alle scarse ricchezze.

Note al capitolo
1. Pierre Clastres, La societ contro lo Stato, cit. 2. Karl Marx, uvres conomiques, 2 voli. La Pliade, Gallimard, Paris, 1968. 3. Vedi Marcel Mazoyer e Laurence Roudart, Histoire des agricultu

res du monde, Points Histoire, n. H 307, Seuil, Paris, 2002 e, per


chi ha fretta, degli stessi autori, il volumetto Agricultures du monde,

du nolithique nosjours, Junior Histoire, Autrement, Paris, 2004. 4. Ian Tattersall, LEmergence de lhomme, cit. Tattersall mostra come
un vantaggio ottenuto in una data zona tenda a diffondersi e non a essere schiacciato dal peso della stagnazione delle zone circostanti. Questo principio in fondo alla base del progresso, solo che, in na tura, lestensione di un vantaggio crea diversit e non comporta per forza la scomparsa di specie meno evolute. Cos i coccodrilli non sono scomparsi nonostante la comparsa dei felini o delle scimmie, perch restano adattati al proprio ambiente tanto prim a quanto dopo la comparsa di altre specie. Il progresso dellumanit, invece, comporta la scomparsa degli stadi anteriori, considerati arcaici. 69

cosi nellanalisi marxista dei modi di produzione: il trionfo del ca pitalismo, secondo Marx, non poteva adattarsi alla conservazione dei modi di produzione feudali e schiavisti. Questa analisi corretta nel quadro della societ umana moderna, ma la concezione del progresso che sbagliata da cima a fondo, come si vedr pi avanti. 5. Vedi il capitolo otto Il progresso contro lemancipazione. 6. questa la tesi sviluppata in un film di grande successo come

Matrix (il primo episodio, almeno). M a non siamo qui davanti a


un astuto espediente: la verit svelata come se fosse unillusione? In teressanti contributi al riguardo si trovano nellopera collettiva Ma

trix, machinephilosophique, Ellipses, Paris, 2004.

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SEI

Economia = lavoro lavoro = economia

Nei suoi fondamenti, leconomia il sistema di appropria zione e di distribuzione dei frutti dellattivit dellinsieme dei lavoratori. Nasce insieme al lavoro, ne il prolunga mento obbligato, perch, una volta che gli agricoltori del neolitico ebbero ottenuto le loro prime produzioni, fu ne cessario decidere a chi sarebbero appartenute, chi le avrebbe consumate, mentre prima le cose raccolte qua e l erano condivise e spartite dalla comunit con il sistema dello scambio, del dono e contro-dono, ampiamente descritto dagli etnologi. Leconomia non un sistema di scambio. La sua pretesa di creare ricchezza, ma questa ipotetica creazione, per es sere possibile, ha bisogno di unorganizzazione della scar sit. Non per forza leconomia crea scarsit, ma deve sem pre organizzarla, soprattutto per conservare un equilibrio relativo, o uno squilibrio che sia di stimolo e non di freno1, tra offerta e domanda sul piano strettamente economico e soprattutto con effetti complessi sul piano politico. Leco71

nomia si pone come arbitro di ogni relazione: se realizzasse lequilibrio assoluto e la felicit per tutti, risulterebbe evi dente il prezzo da pagare, che la negazione della nostra autonomia, mentre, essendo sempre allopera, pu far cre dere di essere lunica via per lequilibrio e la felicit. Luto pia cos svuotata, sconfitta. Leconomia quindi un sistema di appropriazione ba sato sullorganizzazione della scarsit. Quando il sistema funziona, la scarsit regolata secondo alcune norme di potere che variano in funzione del modo di produzione considerato. Quando prevalgono le disfunzioni, la scarsit comporta la miseria per un numero crescente di esseri umani. Oggi viviamo unestensione senza precedenti della miseria dovuta alla scarsit organizzata2. Il processo che rende sempre pi complesso il lavoro viene cos alimentato da quello che rende sempre pi com plessa leconomia, ed inutile cercare di capire se il lavoro venga prima delleconomia o viceversa: i due si implicano a vicenda. Per un lavoratore impossibile svolgere la minima man sione se non certo che gli porti qualcosa. Vuole avere uni dea, al suo livello, del circuito economico, vuole capire che cosa gli apporter la sua mansione in natura, in vantaggi o in denaro. Nessuno concepisce il proprio lavoro come qualcosa che si ferma alla produzione di una merce o allo svolgimento di un compito: qualunque lavoro vuole qual cosa in cambio. Quel qualcosa e la modalit dello scam bio sono gi economia. In altre parole, il lavoro resta lele mento fondamentale del circuito economico, perch la circolazione di denaro, in qualsiasi forma, ha prima biso gno della creazione di un prodotto del lavoro, materiale o immateriale, che deve essere comprato. Non c lavoro senza economia e non c economia senza 72

lavoro. Parlare di economia della raccolta o sostenere che leconomia comprende il lavoro sono due modi di reite rare il discorso dominante. Nella raccolta non c econo mia, c solo gioco e condivisione; non c economia senza merce da scambiare o da vendere, quindi niente econo mia senza lavoro. Qualsiasi economia (compresa la distri buzione e il consumo delle ricchezze prodotte) lavoro o una sua estensione. Il consumo di merce trasforma il sin golo in consumatore del lavoro altrui e dunque lo rende partecipe delleconomia, come pi giusto affermare piut tosto che ritenerlo, in ultima analisi, lelemento finale del sistema economico nel suo insieme. Questo modo di ve dere rimanda a una visione alienata del mondo, la quale vorrebbe farci credere che gli umani lavorino di concerto a un progetto comune, che leconomia sia larchitettura di tale progetto e non lo scopo stesso del preteso progetto. Nel linguaggio comune, quel progetto viene definito pro gresso. Economia significa assimilazione delluomo a un sistema produttivo, assimilazione che ha finito presto per portare non a una qualsivoglia liberazione dei lavoratori, ma al loro asservimento. Nella societ moderna il lavoro al centro dei momenti di riposo. Il lavoratore, quando rientra a casa e si trasforma in consumatore di svaghi alienanti, non fa che ritemprarsi per affrontare la fase di lavoro successiva3. Cos il lavoro al centro della vita di ognuno. banale dirlo, ma bisogna trarne tutte le conseguenze. Leconomia (o il lavoro) lar chitettura della (non-)vita di ogni lavoratore. Linteresse di questa focalizzazione delleconomia sul la voro sta nel porre in modo netto tutto ci che virtuale (quello che si chiama correntemente economia, dai tassi di interesse allinsieme dei flussi di capitale) nel regno del pa rassitismo sociale, oggi globalizzato4. Secondo i riformisti,
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tutti gli elementi di parassitismo potrebbero essere rifor mati, il che una pura illusione. La vera questione che i riformatori del sistema non pongono mai di capire se le conomia o il lavoro siano necessari allumanit. Allinizio era la ricchezza. Con leconomia arrivata la penuria. Rovesciare questa prospettiva (che tutti accettano) la base di una critica di questo sistema che possa farla fi nita con il mito dello sviluppo delle forze produttive, il quale permetterebbe il balzo verso il benessere generale e le altre pretese dei totalitarismi di ogni sorta, compresi quelli delle utopie che hanno prospettato la liberazione del luomo solo nel trionfo della tecnologia, come nel caso dello stalinismo e del marxismo-leninismo. Leconomia non intrinseca alluomo o al capitalismo, ma una modalit del potere basata sullorganizzazione della scarsit, ovvero della povert di alcuni. Uneconomia rivoluzionaria non esiste: la rivoluzione consiste, tra le altre cose, nelluscire dalleconomia e cos invalidare la scarsit. verso la non-produzione che bisogna andare. Alla base c un eccedente di energia fornito dal sole. La ricchezza energia: lenergia sta allinizio e alla fine della produzione. lenergia solare che fa crescere le piante, poi gli animali si cibano di queste piante, e cos via. Il fonda mento, non solo delleconomia ma della vita stessa, sta nel fatto che la somma dellenergia prodotta sempre mag giore di quella utilizzata per la sua produzione. Ed ap punto lenergia solare a fornire quel di pi del quale si av vantaggia il mondo vivente e che costituisce il punto di partenza dal quale procedere: leccedente di energia che ri balta la prospettiva economica. Ancora oggi, con le nostre macchine ultrasofisticate, solo questo eccedente dovuto al sole che fa funzionare il mondo. Se non ci fosse, non ci sa rebbe vita, non ci sarebbe alcun modo per preservarla sul
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pianeta Terra. C scarsit solo perch questo eccedente poco o male utilizzato. E tuttavia ci si occupa della scarsit invece di riflettere su come modificare lutilizzazione del leccedente, su come condividerlo. Prendiamo lesempio della riforma agraria: mira al libero accesso alle terre affinch ognuno possa approfittare, per vivere, delleccedente offerto dal sole. Certo, i contadini senza terra non vanno a rivendicare un diritto di godere del sole. Nondimeno, appunto di questo che si tratta: un contadino senza terra un uomo misero, che non ha i capitali di partenza per dedicarsi, per esempio, a unattivit artigianale, ma che sa che il sole, la pioggia, il suolo e le sue mani sono sufficienti per procurare il cibo di cui ha bisogno per s e per la sua famiglia. Se questo sembra un modo anti economico per spiegare come va il mondo, perch svela il senso profondo delleconomia, la quale, organizzando in un certo modo la distribuzione delle terre, ne organizza in realt la scarsit. Di qui la difficolt a sopravvivere per gli uomini che ne restano privi. Non solo il libero accesso alle ricchezze interdetto agli umani da tantissimo tempo, ma leconomia si fonda sulla distruzione massiccia di tali ricchezze. Per prima cosa c stata la guerra, e le guerre capitaliste hanno sterminato e di strutto molti pi prodotti del lavoro degli esseri umani (per non parlare degli esseri umani stessi) di qualsiasi guerra precapitalista, segno di un obiettivo progresso quanto a ca pacit d i... distruzione. La guerra produce tuttavia nuove contraddizioni, soprattutto sociali le masse continue ranno ad ammazzarsi a vicenda per assicurare la necessaria distruzione di beni? e anche economiche. La seconda guerra mondiale ha per esempio creato un enorme squili brio tra le capacit produttive degli Stati Uniti e le possi bilit di assorbimento di queste produzioni da parte del
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resto del mondo, notevolmente indebolito dalla guerra. Proprio per questo stato necessario trovare sostituti. nata cos la cosiddetta societ dei consumi, con una produzione crescente di oggetti inutili. Lavvento dellera dei gadget ne stata lespressione pi evidente e folclori stica, ma ai nostri giorni i CD ludici o i villaggi vacanze pos sono benissimo essere assimilati a gadget: sono beni di con sumo inutili o che si potrebbero sostituire con un semplice schioccare di dita. I gadget diventano obsoleti molto rapi damente e cos fanno funzionare la macchina produttiva: una necessit inevitabile che non fa mai saturare il mer cato, proprio perch si tratta di oggetti inutili, e che non fa mai rallentare la produzione, perch si inventano in conti nuazione nuovi oggetti inutili. Basta fare un giro tra gli scaffali di un supermercato per convincersene. Un altro metodo consiste nellaccelerare il tasso di rin novamento degli oggetti, con una specie di frenesia del lobsolescenza: appena acquistato un nuovo prodotto, ecco che viene detronizzato da un modello pi recente che lo rende superato, che magari comporta lacquisto di un nuovo dispositivo per poter continuare a funzionare o che impone, ed quello lo scopo essenziale, leliminazione del modello precedente. Questo schema evidente in modo particolare nel settore delle automobili, dei sistemi di riproduzione (fotografia, HI-FI, video...), dei computer e dei software, del materiale bellico... Il modo di produzione, o di consumo, di queste merci esso stesso causa di gravi tensioni, come se la futilit delle merci prodotte si ripercuotesse fin nel modo di produrli. E potrebbe essere altrimenti? Nel libro primo del Capitale Marx sottolinea una contraddizione fondamentale, e cio che i lavoratori, pur essendo loro a creare la ricchezza, sono inesorabilmente sospinti verso una condizione di miseria, e
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afferma: Quale che sia il livello dei salari, alto o basso, la condizione del lavoratore deve peggiorare nella misura in cui si accumula il capitale. Laumento della produttivit comporta infatti una meccanizzazione del processo di pro duzione che via via rimpiazza con le macchine i lavoratori, i quali subiscono uno sfruttamento sempre pi insopporta bile. Marx insiste sul fatto che una parte della classe operaia ridotta in miseria a causa della conseguente disoccupa zione. Il continuo progresso delle tecniche di produzione ha infatti leffetto di ridurre costantemente la domanda di manodopera. E la massa dei disoccupati che ne deriva per mette ai capitalisti di mantenere i salari a un basso livello. Oggi questa tesi di Marx sulla pauperizzazione stata confermata da una dimostrazione senza appello. Su scala mondiale i lavoratori si sono impoveriti. Qui, nel Nord del globo, si sono arricchiti finch il sistema era in fase espan siva, ovvero al di fuori dei periodi di crisi, ma altrove, nel Terzo mondo, sono precipitati nella miseria5. Leconomia ha imposto la scarsit, e la prima scarsit quella del la voro, che porta alla disoccupazione e alla miseria. Le fami glie pi povere del pianeta sono sempre pi quelle che hanno tanti figli. Lenergia impiegata per cercare di strap pare alla morte i bambini nei primi anni di vita serve solo a spalancare loro le porte della miseria estrema, e quindi a perpetuarla perch un bambino povero non ha alcuna pos sibilit di uscirne fuori e riprodurr la propria terribile con dizione. I poveri sprecano le loro poche energie nella spe ranza di assicurare una vita migliore per i propri figli (un mito coltivato dalle varie religioni, compresa quella del football, ma anche dalle organizzazioni caritatevoli e uma nitarie), mentre potrebbero utilizzarle per abbattere questo mondo o semplicemente per ignorarlo! Distruzione, scarsit, miseria, ecco la triade del progresso.
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Note al capitolo
1. Gli economisti classici non hanno insistito a sufficienza sullo sti molo che il persistente squilibrio relativo produce in economia. D opo la perdita di senso critico che si verificata negli ultimi due se coli, tutto quello che ci rimasto soltanto lidea di un mercato li bero, di un equilibrio perfetto tra offerta e domanda e altre chi mere della stessa natura. M a lequilibrio perfetto mortifero. Gli attori economici lhanno capito, a differenza dei teorici puri, e infatti cercano di provocare squilibri per ricavarne un profitto: per esempio, si d vita a uno squilibrio creando nuovi bisogni o desideri artifi ciali, cos lofferta subito inferiore alla domanda, laccrescimento della domanda comporta uno sviluppo del mercato e quindi profitti per chi ha saputo trarre partito da tale squilibrio. 2. Unorganizzazione della scarsit evidenziata in particolare dai rap porti della FAO (lorganizzazione delle Nazioni Unite per lalimenta zione e lagricoltura) sulla fame nel mondo: c si cibo sufficiente per tutti, anche quando la produzione in calo come nel 2003, ma la sua ripartizione (lorganizzazione della scarsit) tale da ridurre alla fame pi di un miliardo e venti milioni di esseri umani, un dato del 2009 tendente allaumento (erano ottocentoquaranta milioni nel 2004). 3. Marx parla a ragione di ricostituzione della forza lavoro. Su questo argomento occorre ricordare che ci che era vero in Europa ai tempi di Marx - al di fuori del lavoro solo poche ore riservate al riposo, per poter ricominciare il giorno dopo nel carcere-industria - resta valido ancora oggi per i miliardi di poveri dei paesi dominati del Sud. 4. In questo senso la stupida Tobin Tax solo un esempio di contro parassitismo di facciata, perch non mette in discussione il parassi tismo e considera invece necessari i flussi di capitale. 5. Lo scarto tra i paesi pi ricchi e quelli pi poveri, che era di 1 a 3 tra il 1850 e il 1860, secondo quanto ammettono le organizzazioni capitaliste pi accreditate a livello mondiale (come il Fondo mone

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tario internazionale, che non certo sospettabile di terzomondi smo), passato nel 2001 da 1 a 72. Anche nei singoli paesi lo scarto tra ricchi e poveri tende ad allargarsi. Per un ordine di grandezza non statistico si pu leggere, per esempio, il Tableau de ltatphysi que et moral des ouvriers dans lesfabriques de coton, de laine et de soie, di Louis-Ren Villerm (edito nel 1840 e ripubblicato nel 1989 da Etudes et documentation internationales), e fare il confronto con la condizione degli operai e dei contadini del Terzo mondo oggi. Man mano che il sistema capitalista si esteso su tutto il pianeta, si sono sparsi ovunque anche i suoi vizi strutturali (nel senso di vizi di forma e non per contrapporli a unimpossibile virt!). La sua esten sione globale non ha permesso di correggerli, come qualcuno si il ludeva. M a alcuni irriducibili insistono nel credere che si debba con tinuare. Costoro rientrano nella logica della democrazia alla Saint-Just: poich il popolo - lumanit nellera globale - non vuole la propria felicit, gliela imporranno volente o nolente.

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SETTE

Lavoro creativo/lavoro alienante: stesso lavoro

Il lavoro presenta un duplice aspetto: alienazione, ma se condo i suoi sostenitori anche stato, nel corso del tempo, uno stimolo alla curiosit e allinventiva umane. Lalienazione stata ampiamente messa in evidenza nel lavoro di massa: i contadini costretti a produrre per soprav vivere, gli operai costretti a produrre per un salario di mise ria. A questa constatazione i partigiani delleconomia con trappongono un aspetto che giudicano molto positivo: il lavoro creativo. per facile mostrare come, in qualsiasi ci vilt, il lavoro creativo, sempre riservato a gruppi particolari o accaparrato da specifiche caste, abbia avuto un rapporto di dominio con il lavoro strettamente alienante, tanto quello abbrutente, ripetitivo, della catena di montaggio quanto quello astratto, contro-natura, degli intellettuali delle so ciet contemporanee, che rappresenta al momento il cul mine dellalienazione in materia di lavoro1. Laspetto creativo del lavoro nobile cos inseparabile non solo dallalienazione che provoca nei lavoratori domi
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nati, ma anche dallautoreferenzialit e dalla volont di po tenza insita nei gruppi dominanti, troppo contenti di con servare il proprio privilegio. La questione della contrapposizione lavoro creativo/la voro alienante non perci riducibile a una banale dialet tica che vedrebbe un bene nel male e viceversa, o che pro spetterebbe il superamento delle contraddizioni nel corso del tempo2. Il lavoro alla catena solo cattivo e non ha mai prodotto il proprio superamento: il proletariato, che avrebbe dovuto essere lo strumento o meglio lattore di tale superamento, non stato che unillusione per quanto con cerne strettamente la sua coscienza di classe, che gli sem pre stata attribuita dallesterno; il che pu ben spiegare il fallimento di ogni rivoluzione proletaria, anche nel sem plice senso messianico del termine (leninista, maoista ec cetera). Il necessario corollario che il lavoro del proletario non ha mai prodotto una presa di coscienza globale della lienazione e dello sfruttamento di cui sono state vittime i singoli individui e la classe nel suo insieme3. Nemmeno il lavoro prospettato come creativo ha mai prodotto il proprio superamento, perch sfortunatamente non ha mai permesso di realizzare labolizione del lavoro di massa alienante, anche se sarebbe questo lo scopo ultimo del programma di emancipazione che ogni creatore, ogni lavoratore creativo, dovrebbe darsi. Ma se questo pro gramma mai esistito, lo si ritrova solo in gruppi e indivi dui isolati, di certo non a livello della totalit dei lavoratori creativi. Lidea persiste solo ai margini del sistema, margini che sono il risultato di un rifiuto. E persiste anche in s, nel senso che non muore, in quanto ogni nuova alienazione, fino a oggi, ha sempre trovato qualche individuo margi nale che ne ha rinnovato la critica. Ma nulla ci garantisce che questa dialettica meccanica prosegua a lungo, cosa in
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realt rassicurante... Anche se cosi fosse, non avrebbe nes suna importanza: ci che conta non produrre una critica per confortarsi, ma per abbattere questo sistema di aliena zione generalizzata. In tutta la storia umana non c mai stato supera mento, e Marx, sulla scia di Hegel, si sbagliava riguardo alla santa trilogia tesi-antitesi-sintesi. La sintesi sempre stata un ritorno alla tesi e mai un superamento della situa zione. Cos, nella dialettica il lavoro aliena (tesi)/il la voro libera (antitesi), la sintesi stata sempre la scoperta di unaltra forma di lavoro che avrebbe riavvicinato lessere umano a se stesso. Sta qui il senso fondamentale di quello che chiamiamo progresso. Ma riavvicinare luomo a se stesso si risolto nel fargli accettare il proprio lavoro, qua lunque fosse, e non nel fargli preferire finalmente la parola liberazione alla parola lavoro, che sarebbe il vero supe ramento di questa dialettica mistificante. Quel che cera e che ancora c di creativo nel lavoro ri manda piuttosto allemancipazione totale e a priori di al cuni di questi lavoratori creativi rispetto a quanto, nella loro attivit, riguarda il lavoro pi che la pura creazione. Il lavoro creativo in s non porta al suo superamento: solo la vittoria sullalienazione che permette a un lavoratore di superare il proprio lavoro (e resta sempre il fatto che ne cessario superarlo in tanti...). Il che ci conferma come fin dallorigine il lavoro sia stato alienazione e nientaltro, per ch una scissione tra lumanit e luniverso che la cir conda, unaggressione contro questultimo e il trionfo in nuce dellaggressivit generalizzata. Quanto al lavoratore alienato, per lui il lavoro, oltre che alienazione, anche il marchio della sua sottomissione a un ordine che vive solo grazie a lui, ma che in lui vede solo un robot, un sotto-uomo, un anti-uomo. La separazione
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compiuta, totale, tanto pi oggi quando la sottomissione porta il lavoratore alienato a identificarsi con gli individui pi abietti che produce il sistema: i divi del cinema o della televisione, che gli rubano il tempo e gli vendono sapo nette, deodoranti e videogiochi, ovvero tutti quei prodotti che gli fanno dimenticare la sua condizione reale; gli scien ziati, i veri poeti dellepoca moderna, anche se gli adora tori del Big Bang sono gli stessi che pensano e rendono possibile il Big Brother; e tutti gli imprenditori cinici, gli uomini politici manovrati come burattini, i generali e i co lonnelli pronti a premere un tasto per ammazzare senza sporcarsi le mani, e cos via4.

Note al capitolo
1. Penso qui agli scienziati (astronomi, biotecnologi, fisici nucleari, chimici, m edici...) che, ormai del tutto svincolati dalla natura e dal lumanit, conducono le loro ricerche solo sulle vie tracciate da que sta scissione tra natura e umanit, passando la vita a giustificare que sta insensata scissione, a trattare da oscurantisti coloro i cui argomenti sono cosi luminosi che li accecano, a consolidare con le loro scoperte scientifiche quella scissione che li precipita ogni giorno di pi nel buco nero della loro autoalienazione. Poich essi sono in sieme attori e strumenti della propria alienazione, mentre potreb bero, semplicemente facendo funzionare il loro cervello, esserne i critici e gli accusatori, finiscono per essere i pi alienati tra gli umani alienati. Vedi sullargomento il testo della conferenza di Alexandre Grothendieck, medaglia Fields 1968 per la matematica, tenuta il 27 gennaio 1972 al CERN, dal titolo Allons-nous continuer la recherche

scientifique?
2. Theodore Kaczynski, che i media hanno soprannominato Unabomber, ha scritto cosi nel suo manifesto dal titolo Industriai So

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ciety and Its Future-. La tecnologia moderna un sistema unificato


nel quale tutte le parti sono interdipendenti. unulteriore prova dell'incompatibilit della societ industriale con la libert; non ci si pu sbarazzare degli aspetti cattivi e conservare solo quelli buoni. Illustrava questa affermazione con lesempio delle biotecnologie: Gli scienziati si vantano di poter mettere fine alle carestie creando nuove variet vegetali con la manipolazione genetica. M a questo provocher una crescita indefinita della popolazione e si sa che que sto comporta un aumento dello stress e dellaggressivit. 3. Il che non toglie senso al concetto economico di proletariato (il proletariato una classe sfruttata; il plusvalore non un mito; il proletario colui che ha come unica ricchezza i propri figli, com il caso degli innumerevoli proletari dei paesi dominati del S u d ...). 4. Per tutti gli aspetti complementari rimando a quanto hanno scritto Marx (nei Manoscritti del 1844), Marcuse, Fromm, Orwell, gli Amici di Ludd e tanti altri ancora.

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OTTO

Il progresso contro lemancipazione

La lotta per il potere al centro della storia umana. Lotta tra individui, fazioni, trib, nazioni, blocchi geopolitici. Essa presuppone sempre una lotta per questa o quella visione della societ concepita come progresso, un progresso che pu essere accettato o imposto. Ci hanno insegnato che la lotta non specifica alla specie umana, ma sarebbe un dato generale della natura. Tutta la storia del pianeta Terra, da quando vi comparsa la vita, sarebbe una storia di lotte. Cos il progresso pu solo consistere nella vittoria del pi forte o del pi adatto. questa la tesi ufficiale. La lotta per la vita definisce dunque la natura, facendo emergere le forme di vita pi evolute e ponendo cos la con dizione prima del progresso, dal batterio allessere umano, passando attraverso il pesce e la scimmia. Darwin, enun ciando questo celebre postulato, ha affermato il diritto del pi forte. La sua non una rottura con le forme del pen siero cristiane, ma si limita a rovesciarle: i pi forti o i pi adatti prendono il posto dei pi buoni o dei pi fedeli.
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Il progresso poggia interamente sulla semplice idea che esisterebbe un modo di vita migliore. Basta solo ricamare intorno a questa idea e in pochi millenni il passo fatto, dallagricoltura primitiva del neolitico alle colture transge niche del mondo contemporaneo. Il progresso dunque la storia che ha un senso, la storia dellumanit che avanza verso la comprensione del mondo (Newton, Einstein, Big Bang e via discorrendo), verso una migliore condizione per tutti (Marx, i partiti comunisti, lIkea) o per qualcuno (Wall Street, il G8, il Fondo mone tario). Taluni, degni figli del triste Saint-Just, ritengono ad dirittura che lumanit avanzi verso la felicit (la felicit unidea nuova in Europa). Da qualsiasi prospettiva ci si ponga, creazione di ricchezze o creazione di felicit, la sto ria dimostra che lumanit, lungi dal progredire, si limi tata a risolvere i problemi dilazionandoli, spingendoli al margine o addirittura ignorandoli. Senza dimenticare quelli inauditi creati dal progresso stesso, che oggi sono i pi complessi che lumanit abbia mai dovuto affrontare. Lideologia che postula la necessit del lavoro non il minore di questi mali. Il fatto stesso di avere esteso al pia neta intero larea di sperimentazione del progresso molti plica in modo esponenziale lampiezza delle disfunzioni, rendendo sempre pi complessa lindividuazione di solu zioni praticabili, come dimostrano i cosiddetti problemi ecologici del riscaldamento climatico o dellesaurimento delle fonti di energia fossile. I sostenitori del progresso cre devano di riuscire a risolvere facilmente la questione fa cendo precipitare nellignoranza e nello sfruttamento le masse dei paesi colonizzati o neocolonizzati, ma ecco che il fuoco con cui hanno giocato ha incendiato il pianeta: non pi possibile controllare facilmente i problemi. La storia del progresso comincia addirittura prima del
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lumanit, con il Big Bang, perch la storia del progresso in tutto e per tutto la storia dellidea che ne stata elabo rata. Per pensarlo, si dovuto aspettare che un osservatore si piazzasse l dove il progresso cominciava a diventare visi bile, quando cio non era pi possibile negare che lazione dellumanit sul proprio ambiente stesse assumendo pro porzioni tali da non sapere pi bene come sarebbe andata a finire. LIlluminismo, che costituisce lanticamera della rivoluzione industriale, d il segno di questa rottura evi dente. M a a scoprire che cosa sia in sostanza il progresso si comincia solo nel momento in cui la strada seguita dallu manit viene messa in discussione da qualcuno. Come sempre, gli uomini sono capaci di giustificare i loro peg giori sbagli con costruzioni intellettuali elaborate. cos che quelle idee di progresso umano, accettate quasi uni versalmente, hanno un successo tanto straordinario... quanto immeritato. Il progresso arrivato alla coscienza del mondo attraverso i suoi inventori unidea produttiva. Per ogni nuova e fon damentale scoperta spunta una nuova teoria che la giustifica e che rafforza la struttura delledificio ideologico. Cos, Teilhard de Chardin arrivato a sostenere che luomo era in gestazione fin dal Big Bang, e con questo gioco di pre stigio riuscito a conciliare la Genesi biblica con le sco perte scientifiche pi avanzate della sua epoca. Per parte sua, il gesuita Ernesto Cardenal, gi ministro della Cultura del Nicaragua sandinista, ha affermato, non senza umori smo: Una stessa organizzazione di molecole ha portato alla prima cellula e da una sola cellula sono derivati tutti gli esseri viventi. Se una molecola fosse unautomobile, la cel lula sarebbe la Ford1 . Non si pu negare che tra il brodo originario precedente il Big Bang e i miliardi di galassie attuali ci siano certo pi
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cose da osservare. E c soprattutto qualcuno che le os serva. .. Ma noi umani abbiamo voluto capire che cosa suc cedeva per modificarne i parametri, e non solo per guardare con occhi meravigliati. Lintrusione dellumanit nella na tura e poi contro di essa ha stravolto i dati in due modi. Lessere umano una creatura che si adatta a tutte o quasi tutte le situazioni. Si adatta perfino alla miseria, a diffe renza di qualsiasi vegetale o animale, i quali, se non si nu trono abbastanza, deperiscono e muoiono, oppure, come i bonsai, si trasformano in esseri artificiali che possono pia cere solo a potenziali carnefici. Per questo luomo ormai presente in ogni parte del pianeta. Come conseguenza di questa ovviet, luomo ha modificato il proprio ambiente quindi tutti gli ambienti - in modo tale che non pi pos sibile capire veramente come funzionasse la natura prima delluomo. Scienziati come Darwin, prigionieri del pen siero dominante, si sono limitati a interpretare la natura vergine, originale, sulla base dei propri criteri. Non si sono resi conto di avere sotto gli occhi una natura corrotta dal lespansionismo dellessere umano, una natura che ormai funzionava come luomo, in una lotta costante per la so pravvivenza. Oggi, infatti, un animale carnivoro che di vora la preda lotta per non morire di fame, poich lesten sione dei territori abitati dalluomo corrisponde a una notevole riduzione dei territori selvaggi, il che ha provo cato squilibri probabilmente senza rimedio. La pressione esercitata dalluomo sul proprio ambiente tale da ren derla laspetto determinante dellesistenza delle altre spe cie. Tutte devono cercare di ritagliarsi un piccolo spazio in un ambiente diventato in grandissima parte ostile2. La storia del progresso in primo luogo la storia delli dea che gli uomini si fanno del proprio fine. I reazionari criticano il progresso in nome di un passato
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recente o lontano, comunque ancora vivo nella memoria, anche se in genere mitizzato. M a lo criticano solo superfi cialmente: vogliono un ritorno a un ordine antico che hanno conosciuto poco o male e che per sembra loro pre feribile alla modernit. Lasciamoli in preda alla misantro pia e allangoscia. I moderni - neoliberali, cultori della scienza e altri fre quentatori del Bar Commercio del pensiero globalizzato non hanno invece paura del progresso. Non sanno definirlo in altro modo se non con la finalit ideologica o tecnica da loro stessi perseguita, alla quale hanno dedicato la vita. Per i neoliberali il progresso il mercato esteso a tutto il pia neta, il villaggio globale, il cybermondo. Per il leninista la dittatura del proletariato, lestinzione dello Stato e leguali tarismo internazionalista che lastrica tutto il suo passaggio. Per lumanista giacobino la felicit per tutti secondo i cri teri dettati dalla Ragione: accesso alla cultura, accesso alle funzioni pubbliche, accesso a una vita degna... insomma, costringere il popolo a essere felice. Si potrebbe continuare. Ognuno ama del progresso la propria concezione di pro gresso: il progresso far avanzare lumanit verso lidea che ci si fa del progresso. Evidentemente, quando ci si imbatte in un Hitler, lidea di progresso pu far male. un rischio. La totalit dei nostri teorici del progresso lo assume in assoluta incoscienza, diffondendo il discorso sulla vittoria finale assicurata dal loro progresso gentile, il quale, grazie allopera degli uomini, alla loro intelligenza, superer infine tutti gli ostacoli, tutti gli aspetti nocivi3. Eppure non mancano certo gli esempi che contraddicono questa dialettica contorta, la quale conserva solo il peggio della tesi e dellantitesi. Per questo non c differenza di fondo tra la medicina democratica progressista e quella na zista: le SS fecero esperimenti orribili sui deportati per ri
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sparmiare le vite dei bravi soldati tedeschi; per le SS questi soldati erano il modello di essere umano, mentre i depor tati erano solo sotto-uomini. In questo c una logica in dubbia, e indubbiamente orribile, che la modernit dilui sce nellincoscienza e nella vaga innocenza delloggettivit scientifica. Le SS si sono prese del progresso ci che faceva loro comodo, ovvero le tecniche utili alla loro impresa, ma cosi facendo hanno agito nello stesso modo in cui agiscono gli scienziati democratici. I quali oggi sacrificano gli ani mali per testare i farmaci nocivi, e qualcuno di loro non esita nemmeno a fare dei cloni. I pi cinici se ne infi schiano degli africani infettati d a llAIDS o colpiti da altre epidemie e scelgono in piena coscienza di salvare solo i ric chi bianchi che possono pagarsi le cure e cos arricchire i medici democratici. Che differenza c? In nome del pro gresso possono ben crepare alcuni esseri viventi: per Hitler quello che contava era il progresso dei soli tedeschi, per il mondo democratico il progresso di chi s uguale, ma un po pi uguale degli altri. Per Marcuse la rivoluzione non si contrappone al pro gresso: Nella rivoluzione c una continuit: la razionalit tecnologica, affrancata dalle restrizioni e dalle distruzioni irrazionali, si conserva e si espande nella nuova societ. Tale continuit un concetto di importanza vitale se si consi dera il socialismo come la negazione del capitalismo. Dunque il progresso non viene messo in discussione dalla rivoluzione, anche se Marcuse ritiene che la razionalit tecnologica delluniverso totalitario la forma pi recente che ha saputo prendere lidea di ragione4. Nonostante esi sta la possibilit di un suo uso totalitario, il progresso non deve essere messo in discussione. Eccoci al cuore di una questione strategica fondamentale: realistico ritenere che la rivoluzione possa invertire il corso del progresso, sosti
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tuire il trionfo della ragione alle distruzioni irrazionali attuate dal totalitarismo su scala planetaria? ragionevole separare la questione, ammettendo da un lato il rischio e dichiarando dallaltro che la rivoluzione la sapr risolvere? E poi, quale rivoluzione? O meglio, la rivoluzione non con sisterebbe allora in un semplice rovesciamento di senso del progresso? Il che ridurrebbe tutta la discussione a un con fronto tra unaffermazione gratuita (la rivoluzione render ragionevole il progresso) e una tautologia (la rivoluzione un progresso e il progresso una rivoluzione)... Non esiste nessun argomento storico obiettivo - che permetta di di mostrare che la storia andata di pari passo con progressi rivoluzionari favorevoli alluomo. Come ammetteva lo stesso Marcuse, man mano che progrediscono le scienze, progredisce anche la ragione to talitaria. La medicina nazista e il programma di elimina zione degli ebrei in Europa ne rappresentano lesempio pi vistoso. In altre parole, il progresso si accompagna bene tanto alla ragione quanto allirrazionale, dato che entrambi si fondano sulle medesime basi (e infatti lirrazionale nazi sta era profondamente razionale). Quanto alla ragione de mocratica, non sfugge a nessuno il fatto che produca ogni giorno uninfinit di decisioni irrazionali. La democrazia diventata cos il sistema totalitario pi compiuto, perch il pi diffcile da smascherare e com battere. A differenza della variante hitleriana o staliniana del totalitarismo, ovvero il tipo di societ nella quale tutta la vita dellindividuo determinata da una struttura no minalmente dominata da un dittatore e dalla sua cerchia, la democrazia produce una struttura che non dominata da nessuno. Essa postula il potere di tutti, ma i suoi teorici dimenticano che il potere non si esercita senza conoscenza: il progresso ha per reso il mondo sempre pi complesso,
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ed ormai vano pensare di poterlo comprendere e spiegare in modo certo. Ma dal punto di vista democratico tale com prensione sarebbe necessaria perch le decisioni siano prese in modo conforme ai fini stabiliti. Di fatto, a chi viene chie sto di scegliere? A individui dotati di diritto di voto che se ne infischiano completamente di ci che in ogni modo non sarebbero in grado di capire. questo largomento princi pale a favore di un potere affidato agli uomini di scienza, che altro non sarebbe se non una dittatura. Una dittatura di saggi onnipotenti, ma in realt incoscienti, su cittadini in capaci di misurare la portata delle poste in gioco. La democrazia ci ha spinti in questa terribile trappola, dove la dittatura dei sapienti sembra lunico modo per sot trarsi al disastro di un potere popolare cieco. Ma i sapienti sono solo degli illusionisti ciechi: hanno accumulato, a loro dire, conoscenze obiettive, mentre di fatto hanno accom pagnato lumanit lungo la via senza uscita del progresso. La critica del progresso non prende le mosse da un punto di vista morale. Per la morale indifferente che si fabbri chino saponi o cloni oppure che gli uomini di scienza si ri tengano o meno delle divinit. Se rimane un loro problema, non ce ne importa granch. La critica del progresso si svi luppa soprattutto a partire da una critica della scienza e del mondo plasmato da questultima come appunto il nostro. Gli scienziati procedono lungo una propria strada senza porsi mai la domanda sulluso che verr fatto delle loro sco perte. Einstein sar pure passato per un pacifista, ma ha fatto fare passi da gigante alla teoria che ha portato alla bomba atomica ed uno dei responsabili dei massacri di Hiroshima e Nagasaki. Oggi gli scienziati non hanno fatto nessun progresso in questo campo perch continuano a vi vere in laboratori separati dal mondo, anzi lo fanno sempre di pi come molti di loro ammettono apertamente.

Questo mondo che hanno pensato per noi in questi ul timi secoli stato di fatto realizzato con il lavoro di umani alienati che si sono pi o meno fidati delle loro compe tenze. Il superamento di questa situazione sta nel rifiuto della scienza, della democrazia, del progresso e del lavoro, per poter finalmente non-agire il mondo. Credere al progresso come ce lo presentano gli uomini politici un errore fatale. Il senso della storia - di cui Hegel non il depositario esclusivo unenorme menzogna. Un senso della storia era gi percepibile in Machiavelli, per il quale gli uomini tendevano a costituire insiemi sempre pi ampi e quindi pi potenti, pi atti a difendersi e a con durre una politica di conquista. questo il senso del suo appello allunit dItalia, formulato pi di tre secoli prima che quellunit si attuasse. Un senso della storia si pu per cepire anche in Hobbes: necessario arrivare a una sovra nit basata su un insieme di sudditi che hanno rinunciato alla propria autonomia per partecipare - in modo del tutto fittizio - a un potere difensivo, sempre con lidea che la vita una lotta, il mondo una giungla, e che fortunato colui che finalmente sfugge a una morte violenta perch qui c, senza alcun dubbio, un progresso5. Il senso della storia, per Kant, il cammino verso quella pace perpetua che auspica. La morte e la guerra sono percepite come or rori assoluti. Per lui la guerra lo senza alcun dubbio; e oggi i mezzi tecnologici presentano il vantaggio di poterla generalizzare in poche ore. La vita finisce per svuotarsi di qualsiasi contenuto, di qualsiasi senso, trasformandosi nella preparazione di una morte dolce che, qualche secolo dopo Kant, finisce per essere il fine stesso della vita, al punto che vari individui pretendono ora di accompagnare i morenti verso dove, se non verso la constatazione del vuoto della loro vita malvissuta?
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La visione di Hobbes domina di fatto tutta la storia umana: quasi tutti i poteri esercitati sugli uomini sono stati da loro percepiti come meno pericolosi del caos. Un po tere costituito in fondo un riferimento, un mezzo di difesa per s e per i propri cari. Lindividuo, rinunciando alla pro pria autonomia, crede di assicurarsi qualche vantaggio non trascurabile per la propria sicurezza personale. Questa tesi conosce oggi una consacrazione planetaria e infatti, quando le forze delle nazioni unite o dellOccidente intervengono in qualche luogo, lo fanno in nome del mantenimento di un ordine mondiale; il che lascia evidentemente intendere che lordine mondiale sia in qualche modo meglio di qua lunque disordine che potrebbe eventualmente comportare un movimento autonomo. Lordine la sola difesa contro il caos, e solo lordine permette di godere dei frutti del la voro. Ecco qua un tipico pensiero occidentale, che di per s una sintesi dellOccidente. Ed ecco lultimo avatar del progresso: la mondializza zione o globalizzazione (e smettiamola di discutere sui ter mini: una polemica inutile). Ci fanno credere che il si stema avviluppi ormai tutto il mondo - il famoso villaggio globale - e che questo fatto sia perfettamente legittimo. E non unidea sostenuta solo dai fautori del neoliberalismo: per Marx (nel Capitale), come per Lenin (in Limperialismo, fase suprema del capitalismo), il capitalismo, dominando il mondo, avrebbe innescato le proprie contraddizioni che alla fine lo avrebbero abbattuto. Lunica differenza tra Bill Gates e Vladimir Ilic sta nel fatto che il primo desidera che questo sistema perduri e il secondo vede favorevolmente la prospettiva di unemancipazione delle masse a livello mondiale. Sappiamo da tempo che il processo che do vrebbe portare alla rivoluzione tuttaltro che automatico; e il capitalismo dellepoca di Marx, come quello dei tempi
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di Lenin, non ha affatto innescato quelle contraddizioni interne che avrebbero dovuto farlo crollare. Al tempo della rivoluzione bolscevica Rosa Luxemburg critic le tesi di Marx e di Lenin, dimostrando che laccu mulazione del capitale si basava sulla permanenza di settori non capitalisti6. Questa tesi dimenticata tuttavia di si curo interesse: la Luxemburg partiva infatti dalla constata zione che allepoca il capitalismo non aveva per niente la ria di voler crollare, al contrario di quanto era stato postulato. Se il capitalismo non crollava cos in fretta come si sperava, argomentava la Luxemburg, era perch accanto ai settori dominati e organizzati dal sistema permanevano vasti ambiti delleconomia mondiale in qualche modo precapitalisti. D a questi il sistema traeva un grande pro fitto, sfruttandoli spudoratamente (ai suoi tempi questo era soprattutto il caso delle colonie). La critica di Lenin consisteva invece nellaffermare che il sistema, estenden dosi al mondo intero, avrebbe proletarizzato le masse e ap punto da questa estensione imperialista sarebbe scaturita la contraddizione che avrebbe abbattuto il capitalismo. Ma qui la questione non di capire se il fatto che il sistema ri cavi dalle zone precapitalistiche un profitto necessario alla propria accumulazione di capitale le includa o meno nel si stema stesso. una battaglia tra ideologi. Lunica conclu sione rilevante che qualsiasi sistema di sfruttamento ela stico e si adatta in forme diverse alla dottrina che lo ha generato, dal momento che questo non gli nuoce in alcun modo (ci nondimeno, a un certo stadio, si rendono ne cessarie talune misure di ri-aggiustamento; retrospettiva mente, Lenin avrebbe potuto scrivere la storia del leninostalinismo alla luce di questa verit: i suoi piccoli aggiustamenti rispetto alla purezza bolscevica hanno giu stificato in anticipo le misure dittatoriali di Stalin).
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Un secolo dopo la tesi economica della Luxemburg ri mane lunica valida: la miseria di numerose masse del Sud non il prodotto diretto di uno sfruttamento di tipo capi talista: il plusvalore estratto dal loro lavoro infatti pari a zero, o quasi, e in questo senso non sono supersffuttati, con trariamente a quanto sostenuto dalle tesi marxiste-cristiane. E soprattutto, il loro lavoro non partecipa al sistema nel suo insieme, perch il prodotto di quel lavoro non trova sbocco al di fuori di uneconomia locale di sopravvivenza che non influisce sul sistema; o influisce in senso negativo, perch queste masse di poveri fanno figli e ci finisce per provocare forti tensioni sociali e forse anche demografiche su scala mondiale. In altre parole, una quota enorme dei poveri del Sud non fatta di proletari come li intende leconomia marxi sta. Per costoro i figli non sono la loro unica ricchezza, sono i loro figli e basta, perch il sistema non si preoccupa di ricavare dalle loro braccia nemmeno un minimo plu svalore (o magari non ha i mezzi per farlo). Il che non to glie nulla alla realt del processo di dominio imperialista, n a quella di un proletariato mondiale che non sempre nel posto dove ci si aspetta di trovarlo. Viceversa, la loro miseria un prodotto diretto dellesten sione del sistema al mondo intero. Per i partigiani delleco nomia, probabilmente questa la cosa pi difficile da am mettere per spiegare il mondo: leconomia pi sviluppata (ovvero il modo di produzione capitalista, pi sviluppato, per esempio, della piccola agricoltura tradizionale o delle conomia di sopravvivenza dei poveri inurbati del Sud del mondo) riduce in miseria persone che non sono direttamente inserite allinterno del suo circuito produttivo. Il che rimanda alla tesi sostenuta in precedenza: leconomia deve organizzare la scarsit, anche ai margini del suo si
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stema produttivo: quando il sistema dilaga, la miseria che si afferma. O in altre parole, la globalizzazione risulta un processo realmente esteso a tutto il mondo solo se ci si prende la briga di calcolare quanti sono i partecipanti al si stema e quante sono le sue vittime: solo il totale delle due categorie pari allumanit intera. Le vittime non sono gli esclusi dal sistema, perch, come sanno tutti, servono da ammortizzatori. Ma non sono nem meno incluse nel sistema economico nel senso stretto del termine. E non costituiscono neppure un esercito di riserva industriale, come i disoccupati dei paesi occidentali delle poca della rivoluzione industriale, perch i miseri del mondo moderno sono troppo illetterati e incolti per aspi rare ad avere un ruolo qualunque in un processo produttivo dominato da macchine sempre pi sofisticate. Cos il si stema si trova davanti a una seria contraddizione, la pi grave probabilmente tra le contraddizioni attuali che do vrebbe risolvere per sperare di sopravvivere. Non riuscendo a intrawedere una soluzione, il sistema globalizzato sembra disinteressarsi delle masse povere del Sud, e di fatto non riesce a integrarle. Paul Streeten, un professore di economia incensato dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, ce ne fornisce una prova nel suo La globalizzazione, opportunit o minacciai Lautore un fer vente adepto del capitalismo e della globalizzazione, che vorrebbe vedere intensificata. Ecco che cosa scrive (i corsivi sono miei): ... quanto allidea che una globalizzazione senza precedenti sia in corso: i paesi in via di sviluppo, e i diversi gruppi al loro interno, che hanno beneficiato del lespansione degli scambi (e degli investimenti stranieri, fortemente concentrati in Asia orientale, Brasile, Messico e ora Cina) sono stati pochi, non pi di una dozzina, seb bene il loro numero sia cresciuto. Dodici paesi dellAsia e
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dellAmerica Latina assorbono il 75% del totale dei flussi di capitale, mentre 140 dei 166 paesi in via di sviluppo ne hanno ricevuto meno del 5% . Unampia quota degli inve stimenti esteri effettuati da imprese riconducibili a un pic colo gruppo di paesi riguarda un ristretto spettro di industrie. Le consistenti masse povere del subcontinente indiano e dellAfrica subsahariana non hanno proficuamente parte cipato (almeno finora [sic]) ai benefici della crescita del commercio e degli investimenti internazionali. Infatti, il grosso del flusso internazionale di merci, servizi, investi menti diretti e finanza scorre lungo lasse che congiunge Nord America, Europa e Giappone. Ipaesi meno svilup

pati hanno ricevuto soltanto lo 0,1% del totale deiflussi di in vestimento globali, mentre l insieme dei paesi in via di svi luppo ha ricevuto lo 0,7%. LAfrica, in particolare, stata
quasi completamente trascurata7. Si potrebbe continuare il ragionamento riportando altre cifre. Lespansione di Internet (unaltra ciliegina sulla torta del discorso trionfalista neoliberale sul progresso) per esempio nettamente meno eclatante del previsto e le pro spettive di crescita nei paesi poveri sono molto limitate, tanto pi che due miliardi di esseri umani non hanno le lettricit. .. Cos la globalizzazione, ovvero linserimento di tutto il pianeta nelleconomia mondiale, unillusione se davvero si crede che linsieme delle attivit umane faccia oggi parte di un unico sistema. Per evitare di essere costretta a renderne conto, la Banca mondiale sostiene che alcuni paesi non siano in realt an cora globalizzati e che questa la ragione per la quale si trovano in difficolt, ma questo significa soltanto ricono scere ci che ingenuamente ammette lo stesso Streeten: la globalizzazione non funziona dappertutto in modo posi tivo. Lanalisi non pu limitarsi a denunciare questa bugia

per omissione: anche questi paesi impoveriti, ovvero i per denti del processo in atto, sono ovviamente globalizzati, ma allintero processo economico che va estesa la critica. Qualsiasi economia finalizzata a produrre ricchezza, ma in cambio deve organizzare la scarsit per sopravvivere, fino a ridurre in miseria, se necessario, gruppi consistenti di es seri umani. Altri pensano di tirarsene fuori parlando di decrescita: un modo un po furbo per far finta di rimettere in discus sione leconomia, rifiutando di identificare il progresso con la crescita, e quindi accettando il dogma del progresso. Latouche sostiene che la decrescita non significa per forza una riduzione del benessere. Quando si sa che per gli abi tanti dei paesi sfruttatori il benessere rimanda essenzial mente al livello di vita, cio a criteri economici, appellarsi alla decrescita non altro che unillusione o una costru zione teorica staccata dal concreto. Come si pu credere, infatti, che la decrescita non comporti una riduzione del benessere in un sistema nel quale il benessere legato al laccumulazione e al consumo di merci varie o, in ogni caso, ne dipende? Il progresso dunque esiste anche per gli adepti della decrescita. Il paradosso eliminato dallo stesso economista quando scrive: urgente pensare una societ della decrescita possibilmente serena e conviviale (corsivo mio). La decrescita potrebbe dunque portare a una so ciet n serena n conviviale, o addirittura a una dittatura. Il progresso attraverso la decrescita dovr allora essere rag giunto a qualsiasi prezzo, compreso il rischio del conflitto e della violenza generalizzata8. Il capitalismo non ce la fa a integrare positivamente linsieme dei paesi del mondo, ad assorbirli nel proprio or dine economico e politico. M a solo una tale integrazione positiva pu evitargli di deflagrare, senza fare al momento
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previsioni sul tipo di esplosione che avverr: rivoluzionaria, reazionaria o dittatoriale. Di fatto, solo lintegrazione pu risolvere le contraddizioni economiche troppo stridenti tra ricchi e poveri, come si visto bene nei paesi sviluppati dal capitalismo, dove il riformismo politico e linnalzamento del livello di vita hanno in gran parte conquistato la classe operaia. I fautori della tesi neoliberale annunciano lemer gere di classi medie consumatrici nei paesi del Sud, addi tandole come il mezzo pi idoneo per rilanciare lecono mia mondiale. Ma la comparsa di queste classi medie come un messia che non arriva mai. Peggio ancora: la per manenza di settori precapitalisti, o per meglio dire non ca pitalisti, fa ritenere che lutopia di unumanit non gover nata delle leggi del profitto non sia forse cos estranea a questa pseudo-realt... La globalizzazione esiste davvero nel senso di una sog gezione dei paesi dominati rispetto a una struttura ali mentata in teoria da una libera circolazione di capitali e merci. Il che non comporta uno stravolgimento cos radi cale come si pensa, perch la libera circolazione resta ap punto teorica. D altra parte, continuando a impoverire il Sud, non ci sono pi compratori a sufficienza e il loro nu mero va sempre pi riducendosi ( questo, in ultima ana lisi, il senso di espressioni come la concorrenza feroce tra Stati Uniti, Europa e Giappone). Il sistema deve risolvere in fretta questa contraddizione9. Una di pi!

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Note al capitolo
1 . Dichiarazione alla XXIX edizione delle Giornate di studi interna

zionali del Centro Pio Manz, 18-20 ottobre 2003, in Leconomia

del nobile sentiero, voi. 2, Centro Pio Manz, Rimini, 2003, p. 291.
2. Alcune piante geneticamente modificate hanno nel proprio ge noma un gene insetticida. Questo provoca in pochissimo tempo un ri-orientamento degli insetti parassiti verso altre piante non geneti camente modificate e quindi non in grado di difendersi dallinsetto. Proprio per questo la pressione dei parassiti su piante che prima tra scuravano si improvvisamente accresciuta. Nessuno pu dire oggi che cosa potrebbe accadere se si generalizzasse uno scenario del ge nere. unignoranza assolutamente tipica del buco nero nel quale ci sospingono i passi avanti del progresso. 3. La loro definizione varia. Nel mondo umano, per esempio, i di soccupati, se sono ritenuti nocivi in certi momenti, in altri appaiono invece utili ausiliari del sistema. Viceversa, sorci, ratti, nutrie, do rifore e cavallette non hanno mai questa possibilit: per il discorso dominante sono sempre nocivi. 4. Herbert Marcuse, One-DimensionalMan, 1964; trad. it. Luomo

a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999. 5. Nel Leviatano. 6. In L'accumulazione del capitale (1913), opera unanimemente cri
ticata dai marxisti dellepoca e in particolare da Lenin. 7. Dichiarazione apparsa su Finances et Dveloppement, rivista del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. 8. La tesi della probabilit di una dittatura necessaria per costringere le imprese e gli individui a rispettare gli standard ecologici per la so pravvivenza del pianeta stata da me sostenuta in occasione di un convegno internazionale in Italia. Si noti che gi nel 1999 avevo pubblicato, insieme ad altri, un opuscolo dal titolo La Perspective to-

talitaire, che rompeva con lo sciocco trionfalismo delle ideologie


pronte alluso, ma anche con laltro trionfalismo, molto pi soft,

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delle idee rivoluzionarie conseguenti. Successivamente, unopera ha finalmente attaccato un ulteriore trionfalismo, questa volta propu gnato dallInternazionale situazionista: vedi al proposito Jean-Marc Mandosio, Dans le chaudron du ngatif, Editions de lEncyclopdie des nuisances, Paris, 2003. Sullinsieme della questione del progresso, il punto sulle critiche degli ultimi due secoli stato fatto da Chri stopher Lasch, Un Seul et Vrai Paradis. Une histoire de lidologie du

progrs et de ses critiques, Climat, Montpellier, 2002; trad. it. Ilpara diso in Terra, Feltrinelli, Milano, 1992. Sullargomento si dovrebbe inoltre leggere Baudouin de Bodinat, La Vie sur la Terre. Rflexions sur le peu d'avenir que contient le temps o nous sommes, Editions de
lEncyclopdie des nuisances, Paris, 2008, e soprattutto Les Amis de Ludd, cit., che riunisce articoli davvero acuti. Le due citazioni di Serge Latouche sono tratte da Le Monde diplomatique, portavoce della sinistra negriana e di Attac, novembre 2003, pp. 28-29. 9. Sulla quale ha scritto diffusamente Jeremy Rifkin in La fine del la

voro, cit.

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NOVE

Potere e lavoro

La trasformazione del lavoro intellettuale in attivit vir tuale segna una nuova tappa nella decomposizione della societ posta sotto il giogo del lavoro. I pi lungimiranti hanno capito che anche il lavoro, escrescenza parassita del luomo, rivolta contro la natura, poteva essere superato e fagocitato da una forma superiore di parassitismo: la cir colazione di capitali. Nella lotta apertasi nel XIX secolo tra capitale e lavoro (nella forma da tempo obsoleta della lotta di classe1 ), un nuovo passo in avanti stato fatto alla fine del XX secolo. Certo, il lavoro rimane il fondamento dei bisogni materiali veri e presunti (mangiare, lavare i piatti, dotarsi di mobilio e materiale da ufficio, possedere unau tom obile...), ma il capitale ha spostato la lotta su un ter reno diverso, dove ha deciso di affermare la proprio supre mazia: il denaro puro, informe, invisibile, flusso pi che materia sonante, laconico e cinico equivalente del potere disincarnato della struttura2. Alla stessa stregua, la circola zione dei saperi e delle informazioni diventata una fac
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cenda di soggetti attivi disgiunti dal lavoro concreto: do centi universitari e giornalisti, o ricercatori e scienziati lan ciati nella corsa alle scoperte. Il capitale coincide ormai con gli Stati, il cui impianto amministrativo e repressivo resta indispensabile per leco nomia, e con i suoi grandi servitori, i banchieri svizzeri, i mafiosi siciliani, nigeriani e russi, i trafficanti di ogni sorta, i politici corrotti eccetera. Questi personaggi non lavo rano nel senso tradizionale del termine: pi che ingra naggi di un congegno sono elementi di un flusso, chiuse o turbine che accelerano o rallentano la corrente e, in ogni caso, la regolano. Costoro impersonano il capitale, ma que sto nasce tuttavia e ancora dal lavoro delle misere formiche. Nonostante tutto, del lavoro nella sua forma pi rozza non si pu fare a meno. significativo, infatti, che al contempo il lavoro ri manga dalla rivoluzione (reazione!) neolitica, con la comparsa dellagricoltura - il solo e unico mezzo di soprav vivenza per un numero sempre maggiore di esseri umani (nel XX secolo la popolazione mondiale cresciuta pi ra pidamente del numero di morti di fame e di miseria, e que sto aumento del numero di lavoratori lunico progresso del quale possono vantarsi i fautori del lavoro). La lotta che contrappone il capitale e il lavoro non con clusa, ma entrata in una nuova dimensione. I potenti del mondo hanno trovato il modo di spostare altrove la posta in gioco fondamentale - lappropriazione di quei segni di ricchezza che sono anche, in ultima analisi, lincarnazione del potere3 attraverso i rapporti di dominio e di soggezione che questo comporta senza rimettere in discussione quello che il significato profondo della vita di miliardi di esseri umani: lavorare. Questi lavoratori impoveriti non hanno alcuna possibilit di possedere un giorno anche uno
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solo di quei segni di ricchezza che, in questo mondo alie nato, significano una forma di potere ritrovata sulla pro pria vita (in realt, il potere di godere del lavoro altrui e di consumare le merci proposte dalla Megamacchina). In un certo senso, la ricchezza stessa diventata virtuale: laccumulazione di milioni di dollari corrisponde a un po tere, a un possesso, ma si tratta di un potere decisionale e di un possesso manageriale. Allo stesso modo, il preteso potere meditico, che quello di diffondere una qualunque informazione, si riduce al chiacchericcio di quelli che in altri tempi erano i propagatori di pettegolezzi e falsit4. Le propriet concrete delle quali pu godere chi le detiene non possono aumentare tanto rapidamente quanto le pro priet virtuali. Ai ricchi servirebbero molte vite per appro fittare di tutto quello che hanno accumulato. Cos facendo, sono finiti nella stessa trappola tesa alla classe media, anchessa soddisfatta della virtualit, ma a un livello assai pi modesto, appena sufficiente a far preferire la propria co modit al caos. Essere ricco oggi comporta essere alienato. Il mistero del capitale messo in luce da Marx, che egli scelse di chiamare plusvalore, si ormai trasformato in una versione basata sullopacit del cammino percorso dalla produzione locale di merci allinforme flusso interconti nentale - e sullindeterminatezza del posto che occupano i poveri in questo insieme complesso. Diventa impossibile definire la ricchezza, distinguerla con certezza: merce o flusso virtuale? Peraltro, diventa impossibile anche distinguere le mercanzie concrete da quelle virtuali e perfino determinare che cosa sia merce, perch tutto pu diventarlo, compresa lattivit fornita al linterno del nucleo familiare5. Ed impossibile stabilire se ci che non merce oggi non lo possa diventare domani. Lo chiarisce bene lindustria dei rifiuti, che dimostra come
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qualsiasi rifiuto sia una merce e soprattutto che qualsiasi merce non sia altro che spazzatura6. Stranamente resiste il concetto di valore duso, tratto arcaico di un mondo ormai superato... Come se il valore duso avesse unesistenza autonoma! Luso esiste, certo, ma il valore duso ha senso solo una volta che si sia introdotto il concetto di valore di scambio... il che equivale a ribadire il trionfo delleconomia! Il valore duso tale solo se lo si confronta con quello di scambio, ben reale in quanto base fondamentale delleco nomia, che sia basata sul baratto o sulla moneta. Tutto di ventato misurabile in termini di valore di scambio e que sto del tutto disgiunto dalluso. Nel valore duso solo luso possiede un senso proprio e solo esso umano, anzi biolo gico, si potrebbe dire7. Ma il valore duso gi unillusione, perch sarebbe impossibile attribuire un valore a un uso ineliminabile come quello dellalimentazione. Se lo si fa, si ricasca subito nelleconomia e nella misurazione degli scambi tra gli uomini. Restituire la capacit umana alluso del mondo significa cos abolire non solo il valore di scam bio, ma qualsiasi valore, compreso lipotetico valore duso8. La critica del valore quale fondamento dellagire umano, ovvero la critica di tutti i valori derivati da questa matrice e in particolare del valore lavoro, diventata molto deli cata. Si sente spesso dire che ci che manca in questo mondo corrotto sono proprio i valori etici sui quali basarci per costruire o ricostruire un mondo solidale. Questo di scorso riformista, quando non fatto da professionisti del lillusionismo politico, pu sembrare simpatico. Simpatico, forse, ma inaccettabile perch superficiale: come si pu cre dere ancora, dopo secoli e secoli di storia politica basata su valori diversi, che tali valori non siano istituiti proprio per essere corrotti? Oggi il mondo sarebbe pi saggio se si ri
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spettassero i valori comuni? Questa idea unillusione ge nerata dal processo politico basato sul progresso: il potere, simulando di diffondersi, di essere condiviso da tutti at traverso la democrazia, ha semplicemente costruito alcune chimere tra le nostre esistenze e noi stessi, tra il nostro vis suto e il potere che dovremmo avere sulle nostre esistenze. La condivisione di valori posti come comuni avrebbe senso solo se questi valori fossero rispettati. Ma ci sono sempre ottime ragioni perch qualcuno non rispetti i valori etici o umanisti della maggioranza, e casualmente coloro che non li rispettano sono proprio quelli che hanno acquisito un certo potere o sono in grado di acquisirlo... I riformi sti sinceri dovrebbero riflettere su questa lezione della sto ria, che si basa su fin troppi esempi9. Uno degli esempi pi rivelatori il tentativo in corso, dopo la crisi apertasi nellautunno 2008, di far passare gli operatori finanziari e la loro pretesa avidit come i respon sabili del disastro economico. un trucco grossolano che vorrebbe far dimenticare come sia la struttura stessa del ca pitalismo, insieme a quella che Marx chiamava la caduta tendenziale del saggio di profitto, a spingere ogni attore del sistema in crisi a dare prova di avidit, nella speranza di realizzare qualche profitto. La prova: gli avidi banchieri erano riusciti a creare virtualmente, secondo stime condi vise dagli osservatori, circa trentamila miliardi di dollari, che per un po sono serviti a portare avanti il sistema. E vero che sono evaporati in poche settimane, ma invece di prendersela con la loro avidit, il sistema, se fosse stato coe rente con se stesso e se i dirigenti fossero stati in grado di ammettere la sua fondamentale ingiustizia avrebbe do vuto ricompensare quegli operatori e tutti i creatori di mi gliaia di miliardi di dollari, additandoli a esempio alle gio vani generazioni!
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Note al capitolo
1. La lotta di classe a senso unico obsoleta: il proletariato sembra avere abbandonato la partita, mentre la borghesia continua da sola a combatterla, colpendo senza sosta lavversario ormai crollato a terra. La lotta tra oppressori e oppressi indubbiamente al centro della nostra storia, fin dalla comparsa dello Stato e delleconomia. M a da due o tre decenni, avendo smarrito ogni consapevolezza di avere interessi comuni davanti ai propri oppressori, gli oppressi si ri trovano nella situazione del pugile ormai steso al tappeto, ma che lavversario continua a martellare di pugn i... Invano, per, perch la sua vittoria non pu essere data dalla scomparsa del proletariato. In fatti, chi soddisferebbe a quel punto la voglia di potere dei padroni, degli statisti, dei potenti? Le macchine, almeno nella forma attuale, non potranno mai soddisfare la totalit dei bisogni degli umani con i loro desideri di dolcezza o di furore, di amore e amicizia o di ven detta, di riconoscimento... Di qui nasce lastuta proposta dei fautori del transumano, che annunciano lavvento di un essere del tutto di verso dallattuale umano, in grado, secondo loro, di trovare soddi sfazione nel vivere in un ambiente del tutto artificiale, transgenico, biotecnologico... appunto questo che sta alla base delle tesi di Fukuyama e che spiega il senso del titolo del suo libro, La fine della storia e lultimo uomo: la fine della lotta di classe comporta inevita bilmente la fine dei rapporti di classe, e quindi la scomparsa del do minio in qualsiasi forma. In questo caso, tutta la questione consiste nel capire se lessere umano sar capace di guidare a suo piacere le macchine che avr limpressione di aver creato, o se invece la ten denza attuale del mondo, soggetto a un processo di sviluppo delle macchine, render schiavi tutti gli esseri umani, equiparandoli cos non al livello pi alto, come sognavano i pensatori socialisti, ma al pi basso. 2. Per struttura si intende quellorganizzazione delle societ svilup pate che non pi dominata da nessuno. La struttura, o Megamac108

china, linsieme dei rapporti sociali, economici, amministrativi, repressivi eccetera, che nessuno ritiene di poter modificare nelle loro articolazioni fondamentali. 3. Incarnazione del potere, ma non potere effettivo, che in certo modo confiscato dalla struttura, o abbandonato alla Megamac china, da uomini che non sanno pi come contrastare questo appa rato che assicura loro il comfort in cambio della loro abdicazione. Vedi sullargomento Bernard Charbonneau, Le Systme et le Chaos, Economica, Paris, 1990; trad. it. Il Sistema e il Caos, Arianna, Bolo gna, 2000. 4. Si potrebbe aggiungere che certe volte il corso della storia stato deciso da informazioni false o errate. Per esempio, lo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870-1871, dalle enormi conseguenze, riconducibile a una riscrittura offensiva del dispaccio del re di Prus sia da parte del suo cancelliere Bismarck. In tempi molto pi re centi, le due guerre in Iraq sono state veri capolavori in materia di menzogne mediatiche reiterate. 5. Per la quale qualcuno rivendica un salario domestico, peraltro gi prefigurato nel Revenu M inimum dInsertion, un salario mi nimo di inserimento che varia in funzione del numero dei membri della famiglia; il che, si converr, ha pi a che fare con il salario do mestico che con linserimento nel mondo del lavoro (!). 6. Vedi il romanzo di Robert Quatrepoint Soleil veri e soprattutto il film omonimo (purtroppo con lignobile Charlton Heston) che ne stato tratto. 7. Luso di un piatto di lenticchie non inferiore alluso di una coppa di caviale, mentre il loro valore di scambio non paragonabile. 8. Nelle sue Modestes Propositions auxgrvistespour enfinir avec ceux qui nous empchent de vivre en escroquant le bien public, Verticales, Paris, 2004, Raoul Vaneigem scrive: Lassolutismo del valore di scambio tende a eliminare il valore duso (p. 44). Ed proprio quello che avviene oggi. In modo del tutto conseguente e con tutte le ragioni politiche, Vaneigem auspica la gratuit degli scambi

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umani. Nella stessa opera osserva: 11 lavoro unattivit radical mente inumana (p. 81). 9. Tra gli esempi che si possono citare, le distorsioni attuate nelle ri voluzioni sociali sono quelle pi significative e probabilmente pi dolorose, in particolare quelle avvenute durante la Rivoluzione fran cese, 1792-1795; la Com une di Parigi, 1871; la Rivoluzione dOttobre, 1917; la Rivoluzione spagnola, 1936...

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DIECI

Il non-agire come superamento del lavoro

Il mondo del XXI secolo si va strutturando su macchine sempre pi perfezionate, ma al contempo si rif a idee ormai vecchie. Le idee socialiste risalgono al XVIII e al XIX secolo, proprio come il neoliberalismo trova i suoi fonda menti originali in Adam Smith, David Ricardo e Jean-Baptiste Say. Solo le macchine, la tecnica, la struttura progre discono, senza che il loro miserabile servo umano riesca a formulare un pensiero adeguato a questo avanzamento, che la condizione di partenza per sperare di governarlo, di guidarlo. Si potrebbe credere che basti produrre una nuova ideo logia per riprendere il controllo della Megamacchina. questo il gioco cui si dedicano i mediocri pensatori con temporanei del neoliberalismo, che si applicano costantemente a ricamare sullidea di mano invisibile che d un senso al libero mercato (Smith), sui reciproci vantaggi che ottengono i diversi attori producendo quello che sanno fare meglio con la minima spesa (Ricardo) e sulla produ
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zione che innesca il consumo, lofferta che stimola la do manda (Say). Queste idee sono inadeguate al mondo tec nologico attuale e alle sfide che questo mondo ha lanciato al nostro ambiente, sfruttandolo senza ritegno. Quale ideologia potrebbe conciliare il progresso con la sopravvivenza dellambiente? Il primo si basa sul consumo a oltranza del secondo, fino alla sua distruzione. Ma ecco che si comincia a delineare una nuova prospettiva: questi ideologi al lavoro stanno confezionando una giustificazione ecologica della dittatura, che potr cos conciliare la con servazione di quello che rimane della natura, ridotta al mi nimo indispensabile per la sopravvivenza, con il pugno di ferro necessario a piegare i mercati, le societ e gli individui affinch accettino le misure finalizzate alla preservazione dellambiente. Lunica ideologia politica che rimane da de finire dunque quella di una dittatura mondiale con giu stificazioni ecologiche e democratiche (democrazia, in que sto paradiso totalitario, esercitata in nome del popolo e per il popolo1 ), che evidentemente ci che va evitato. Invece di adattare il mondo degli uomini a quello delle macchine da loro costruite, resta ancora la possibilit di di struggere il mondo delle macchine per muoversi in dire zione di un nuovo mondo pensato per gli umani. E per farlo, non c alcun bisogno di creare unideologia. Anzi, distruggere ci che ci nega, smettendola di agire contro il nostro ambito vitale, passa attraverso la demolizione di tutte le ideologie. Smettere di produrre, significa liberarsi! I movimenti di emancipazione che hanno creduto di poter usare lastuzia con il lavoro, di aggirarlo, di rinchiu derlo in una dialettica o di liberarlo, si sono ingannati cosa che ha scarse conseguenze... - ma hanno ingannato anche noi. Critiche erronee dellesistente, ci hanno indotto a credere che il lavoro attuale sia nefasto solo perch pro
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cura un profitto a chi non lavora, ai parassiti, o perch sfrutta ferocemente i lavoratori, o perch nella sua versione capitalista non ha etica... Come se non fosse il lavoro in s a essere nocivo. Com e se il profitto non fosse inscindibil mente legato al lavoro e lappropriazione non fosse il fon damento di ogni economia. Come se si potesse lavorare senza essere sfruttati (o meglio supersfruttati, dato che qual siasi sfruttamento supersfruttamento in quanto intolle rabile da ogni punto di vista). Come se il lavoro potesse adattarsi a unetica della liberazione e coabitare con essa. In realt non abbiamo scelta: lavoro o liberazione. Que sta alternativa sembra tragica. Appare infatti pi facile spe rare di liberarsi rappezzando qua e l ledificio sociale piut tosto che demolirlo fin nelle fondamenta, senza trascurare di togliere le macerie anche dal terreno individuale e col lettivo in cui si consolidato da secoli. Eppure non unal ternativa triste (n peraltro allegra, giacch non prospetta quel futuro radioso caro ai messia del Golgota, di Wall Street o di qualche altra Mecca ideologica o religiosa). Non triste infatti rendersi conto che la nostra emancipazione passa attraverso la rottamazione di tutto quello che viene dalloppressione: Stati, Chiese, ideologie, partiti politici, fabbriche, banche, istituti di ricerca, megalopoli... La probabilit di affrancarsi dal lavoro remota, soprat tutto prima della catastrofe (crisi nucleare, impatto degli organismi geneticamente modificati, guerra civile mon diale dovuta alla fame o alle migrazioni: possiamo scegliere in un vasto programma), ed appena meno remota dopo la suddetta possibile catastrofe. Ma nulla ci vieta di prospet tare fin dora quello che un possibile futuro dellumanit, o piuttosto una via diversa che ci rimane aperta al di l del lipotesi totalitaria. I progressi del totalitarismo le cui attuali modalit la
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vorative, nel contesto del sistema democratico, ne sono la pi perfetta illustrazione, perch combinano lasservimento violento di una gran parte dellumanit allasservimento confortevole della parte restante, il tutto sotto la maschera della democrazia e della libert fanno s che lalternativa sia sempre pi esagerata2, sempre pi estrema. Non c pi alcuna mediazione. In realt non c mai stata, ma quanto pi ci si allontana dal punto di equilibrio possibile3, quanto pi viene bandita la libert e vengono dilapidate le ric chezze, tanto pi lalternativa sembra mortale: totalitari smo4 o libero accesso di tutti alle ricchezze. O meglio, alle ormai scarse ricchezze. Tutto il dramma si riassume in questa parola, scarse, che evidenzia le spaventose distruzioni attuate dagli uomini negli ultimi millenni, dopo la comparsa dellagricoltura. Tramite il lavoro, lumanit ha ri-modellato il mondo, cio ha distrutto la natura selvaggia, che tuttavia, lo si voglia o no, il nostro unico ambiente vitale, la nostra unica fonte di ricchezza. Il lavoro qui inteso non solo come attivit concreta di trasformazione, modellamento, aggiustamento e quindi distruzione del mondo, ma anche come costru zione ideologica. Nelle righe che seguono, come in quelle precedenti, la natura non mai pensata come un ritorno al passato, nem meno a un passato anteriore al neolitico. Piuttosto, vista come la fonte ultima di tutte le ricchezze, perch tutto, compresa lumanit, proviene da questo ambiente condi viso inteso in senso lato e da nessunaltra parte; un dato di fatto ancora incontestato. Chi esalta un futuro primitivo, che segni un ritorno a una forma di umanit precedente lagricoltura, dimentica un aspetto centrale, che per finisce per demolire la bella co struzione che edificano: il paleolitico ha portato al neoli114

tico perch a un certo punto lagricoltura stata preferita alla caccia-raccolta, mentre la natura era ancora integral mente preservata. quindi assolutamente vano immagi narsi che in un mondo in parte devastato come il nostro la caccia-raccolta possa permettere alluomo di nascere a nuova vita, impedendo la comparsa di una nuova agricol tura. Ci che va ribaltato linsieme del nostro mondo, compresa la sua rappresentazione, e non solo la modalit di conquista del cibo attraverso il ritorno alla caccia-raccolta5. Il processo che viene qui proposto dialettico: alla caccia raccolta (durata centinaia di migliaia di anni) seguita lera della produzione (dodicimila anni al massimo, dalla com parsa dellagricoltura primitiva). Il superamento di questa alternativa non pu essere un ritorno alla tesi (un futuro primitivo, un ritorno allera paleolitica antecedente lagri coltura), ma deve basarsi su unapertura che tenga in consi derazione gli errori dei due periodi precedenti. Dallenorme errore che consiste nella fede nel progresso e nelle sue ap plicazioni, possiamo desumere la necessit del non-agire contro il mondo selvaggio. Dal passaggio dalla caccia-raccolta allera della produzione, possiamo trarre la conclu sione che bisogna evitare la ricerca del razionale perch porta direttamente allasservimento. Ma ci che poi conta il mondo cos come ci stato dato, con le sue fabbriche, i suoi grattacieli e i suoi rapporti sociali. solo a partire da questo mondo e da questi rapporti sociali, ovviamente ces sando di agire contro la natura e rifiutando di impegnarsi ancora sulla via del progresso, che ci possiamo inventare unesistenza diversa dalla quale bandire il lavoro. La fine del lavoro ci porta alla questione mai risolta della morte delle ideologie. Mai risolta perch tutti quelli che hanno criticato il lavoro lo hanno fatto in nome di uni deologia. In generale, il presupposto dei rivoluzionari era
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che, una volta attuata la loro rivoluzione, il lavoro avrebbe mutato natura e non sarebbe pi stato causa di distruzione e alienazione, ma finalmente strumento di liberazione e crescita tanto per le donne quanto per gli uomini. Sappiamo purtroppo che sorte ha avuto questo genere di ragionamenti, che hanno accecato intere generazioni, dagli adepti della rivoluzione nazionale di Ptain fino ai cantori del maoismo e ai tanti individui che volevano emanciparsi grazie al lavoro. Come se la questione delli deologia, una volta che lumanit giungesse allo stadio in cui lideologia domina ogni attivit, potesse risolversi senza rompere innanzi tutto proprio con lideologia, cio con qualsiasi forma concreta di alienazione e di dominio. La critica concreta dunque rimasta assente tra gli ideo logi. Quanto a coloro che affermano a gran voce che non bisogna mai lavorare e che sostengono addirittura di pra ticare il non-lavoro (cosa in pratica impossibile nella quasi totalit dei sistemi), li dobbiamo mettere nella categoria dei peggiori profittatori. Questo sistema non lascia nes suna scappatoia: chi vive di rendita trae profitto dal lavoro altrui, da quello dei contadini che sgobbano sulle sue terre, da quello degli operai che si rompono la schiena nelle aziende di cui detiene una quota di capitale. Chi vive di rendita in ultima analisi un prodotto del lavoro e, se conseguente, non pu che essere favorevole al lavoro. Il suo modo di vivere una critica del lavoro, ma una critica superficiale e individuale. Allo stesso modo, gli abolizioni sti che affermano gi ora di non lavorare mai, ma che si guardano bene dal rivelare come fanno a cavarsela, sono solo dei bugiardi, o dei parassiti delle proprie relazioni so ciali, o ancora degli illusionisti; ed pericoloso far credere a persone poco avvertite o esaltate che sia possibile libe rarsi senza prendersi qualche rischio. I ladri, quanto a loro,

cercano solo di riprodurre il sistema a propria misura e per il proprio esclusivo interesse. Oltretutto, evidente che il loro preteso esempio non pu essere generalizzato: una so ciet dove tutti sono ladri e nessuno produce semplicemente non pu esistere.

Note al capitolo
1. Ren Riesel sintetizza il concetto in unintervista nella quale af ferma che possiamo sempre discutere con lo Stato la lunghezza della catena e il colore del collare. 2. Diversi decenni fa, alcuni soggetti lungimiranti lo preannuncia vano gi nel nome del loro gruppo: Socialisme ou barbarie. Oggi, noi saremmo invece propensi a dire Barbarie o impero, identifi cando nella barbarie lantidoto fondamentale allimpero dellecono mia (barbane rimanda qui al senso dato alla parola da Crisso e Odoteo nel loro opuscolo Barbari. Linsorgenza disordinata). 3. 1 1 punto di equilibrio pi semplice si pu riassumere cos: luomo vive con le ricchezze che lo circondano, grazie a esse e in funzione di esse. 4. Si visto come la prospettiva totalitaria si basi anchessa, fra lal tro, sulla messa in scena, da parte dei partigiani dellordine, dellalternativa tra dittatura e disastro ecologico. 5. Oltretutto, i rapporti di forza tra gli individui dovevano essere molto marcati e niente affatto liberati nelle epoche paleolitiche; o quanto meno non c niente che evidenzi il contrario. Vedi Pierre Clastres, Archeologia della violenza, cit.

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UNDICI

Lagire politico attraverso il non-agire

Il non-agire contro il nostro ambiente comporta la rottura con lesistente in una forma molto pi radicale rispetto a tutti gli errori qui ricordati a grandi tratti. Inoltre, il nonagire contro il mondo selvaggio rende possibile tale rot tura, e questo un fatto di non poca importanza dal nostro punto di vista. Lideologia del lavoro ha subito un primo autentico scacco circa duemilacinquecento anni fa in Cina, quando i taoisti iniziarono a predicare il non-agire. Essi non inter venivano sullambiente e invitavano coloro che entravano in contatto con loro a riflettere sul loro ritrarsi, non dal mondo, ma dallazione. Zhuang Tsu definisce cosi il nonagire: Luomo perfetto [...] si aggira senza scopo nel mondo polveroso e trova la sua libert nella pratica del non-agire. Ci significa che agisce senza aspettarsi niente e guida gli uomini senza costringerli1. Nella Cina antica, il non-agire dunque tuttaltro che passivit. Ci che conta non aspettarsi niente e, soprattutto, non cercare di con
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vincere; se il non-agire pu diventare un riferimento, lo sar senza costringere nessuno. Attraverso il non-agire contro il nostro ambiente, che tutto salvo che ideologico, possiamo di fatto andare contro il lavoro concreto. Ci uniamo cos a quei critici conseguenti del progresso che chiedono una moratoria di dieci anni, ovvero un decennio senza nuove sperimentazioni2 (anche se dieci anni sono indubbiamente insufficienti per disin tossicarci). Il non-agire non costituisce un programma. Non implica il proselitismo. nella tensione pi forte verso una realizzazione individuale e collettiva che il non-agire spinge allagire politico, creando le condizioni pi favore voli a una sua estensione. Il non-agire spinge alla disorga nizzazione del mondo, perch ci porta a rifiutare quella struttura che ci assoggetta al lavoro, e il lavoro la distru zione del mondo. Gli effetti di questo non-agire non restano confinati alla sfera individuale in quanto esso presuppone che si smetta di lavorare per imprese che partecipano direttamente alla di struzione del pianeta (armamenti, petrolio, banche, biotecnologie, autom obili...). Parimenti, tende a disorganiz zare le forze repressive, politiche, economiche o di altro genere, che opprimono individui e comunit umane, invi tando a riflettere, al di l di qualsiasi riferimento ideolo gico, su quello che possibile fare, in modo molto con creto, senza agire contro lambiente. cos possibile mettere da parte la questione dellideologia che da troppo tempo domina il dibattito sullemancipazione dellumanit. Per ch non di teorizzare si tratta, ma di esistere, di essere''. Il non-agire il superamento del lavoro: non si tratta qui di innalzarlo a via esclusiva e soprattutto immediata verso labolizione del lavoro; cosa che significherebbe sba razzarsi del lavoro pur conservandone lideologia e quindi
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la sottomissione. Il non-agire, che anche libero accesso di tutti alle (scarse) ricchezze offerte dalla natura, non rea lizzabile con un colpo di bacchetta magica rivoluzionaria. Il suo vantaggio rispetto a tante costruzioni teoriche, a tanti -ismi, tuttavia evidente: permette di superare la discus sione sulla strategia e sulla tattica politiche. Non un modo di fare la rivoluzione, ma di viverla. Il non-agire tutto il contrario di un non-intervento sul mondo e sulla sua struttura. Non un ritrarsi dal mondo, ma una critica in atto, nel mondo attuale, della produ zione, del lavoro, di qualsiasi azione contro lambiente. Il sabotaggio certamente un modo importante di nonagire contro lumanit e contro il pianeta, ovvero di agire contro la produzione e il lavoro. Sabotando il lavoro e spar gendo ovunque i germi della sedizione radicale, si partecipa allazione contro la struttura. Sabotare il lavoro non solo sabotare il processo lavorativo concreto. anche colpire li dea che il lavoro sia il modo per uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo, dallidea che il progresso sia liberazione, e cosi via. Ogni critica radicale della Megamacchina e dei suoi di fensori un atto di sabotaggio. Il non-agire non affatto passivit, anche se lazione che propone parte dal rifiuto del mondo polveroso del lavoro. Il non-agire anche il superamento del conflitto mortale tra la tesi marxista-produttivista (luomo costretto a pro durre la sua vita) e lantitesi roussoviana del buon selvag gio come archetipo dellumanit felice, la cui sintesi attuale consiste nella societ produttivista del divertimento. Da una parte si distrugge, dallaltra si approfitta di ci che ap parentemente non ancora distrutto per farne una ri sorsa, come si dice in una neolingua ridicola. Le due pro poste sono le ganasce di ununica tagliola, per riprendere le parole finali delleroe nichilista del film NacLft. Ma leroe
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di Nada un vinto, mentre il mondo ci appartiene e noi apparteniamo al mondo, che non la nostra prigione, ma il nostro campo di gioco. Come in ogni gioco, esistono re gole, anche se ne basterebbe una sola: non rovinarlo. Non per una questione di rispetto o di sottomissione, ma perch se lo si rovina, ci si condanna prima o poi a non poterci pi giocare. Ed in effetti da molto tempo che non possiamo pi giocarci...5 La trasgressione generalizzata della regola che imponeva di preservare la natura ci ha fatto finire in una gabbia. Ep pure, era lunica regola ragionevole e accettabile da tutti, perch in realt non costringeva nessuno e rappresentava la

condizione stessa su cui basare la libert e la comunit di tutti gli esseri viventi. Quella regola stata dimenticata, e im
mediatamente sono spuntate innumerevoli altre regole, rese necessarie dal funzionamento della struttura che ci se para dalla natura e ci toglie la libert. C era ununica re gola da non trasgredire, e ora dobbiamo batterci contro tutte le regole e contro tutte le trasgressioni! Nei giochi dei bambini la trasgressione alla regola com porta la fine del gioco. I bambini lo sanno per istinto6. Basta osservarli mentre giocano per capirlo. M a noi adulti, a quanto pare, non abbiamo pi tempo di farlo. Punto di rottura tra sistema produttivista e oppressione individuale, tra progresso e comunit umane, tra econo mia e libert, tra lavoro ed emancipazione, la critica astratta del lavoro resta un passaggio indispensabile. Leventuale pratica del non-agire non ci dispensa dal farla. In questo senso, uno dei compiti, anche se non il solo, che si assume la critica radicale del lavoro di approfondire continuamente la frattura che si creata, allo scopo di sovvertire quello che alla fine dovr essere sovvertito, se vogliamo che un movimento di emancipazione non degeneri, come tutti
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quelli che lo hanno preceduto, proprio perch non erano andati in profondit e la frattura non era sufficientemente ampia. Cos il vecchio sistema rinasceva indossando abiti nuovi. Sarebbe una gran cosa se alla prossima lacerazione il sistema produttivista sparisse per sempre.

Note al capitolo
1. Citato in Philosophes taostes, voi. 1, La Pliade, Gallimard, Paris, p. 218. 2. David Watson, Against th Megamachine: Essays on Empire & Its

Enemies, Autonomedia, New York, 1998.


3. Questo modo di essere pi che di volere ha conosciuto una vasta popolarit grazie al movimento hippie, le cui derive, per, hanno reso il messaggio poco comprensibile. Comunque, in uno sciopero, in una manifestazione, in ogni movimento collettivo in generale, il fatto di trovarsi finalmente fuori dal lavoro, fuori dalla fabbrica o dallufficio, che davvero liberatorio, ben pi delle concessioni il lusorie ottenute dalla struttura. 4. Nada, film di Claude Chabrol del 1974; una coproduzione italofrancese con Fabio Testi, Lou Castel, Mariangela Melato e Michel Aumont. 5 . 1 freudiani (per citare unampia frangia di nostri simili) parlano di trasgressione. Poich ci sono tante cose proibite e noi abbiamo vo glia di fare quel che ci pare, si reso necessario elaborare una teoria: quella della trasgressione liberatrice. Cos facendo, quei dotti perso naggi non hanno per capito com nata la trasgressione, n come si sono generalizzate le interdizioni. La trasgressione nata il giorno in cui qualcuno, senza badarci pi di tanto, ha distrutto qualcosa della natura. A questo punto, il problema non era di imporre un culto della natura, ma solo di non uccidere gratuitamente, e il merito dei culti animisti stato di rendere evidente questo pericolo, questo

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sbandamento sempre possibile. Occorreva anche, come pensavano gli amerindi, non inseminare la terra che ci d gi tutto. Ed proprio da quando si consumata questa trasgressione fondamentale che si guastato lequilibrio tra uomo e natura ed stato necessario in ventare regole nuove. Gli uomini hanno dovuto organizzarsi, so prattutto per lottare contro quella scarsit che pian piano stavano or ganizzando senza rendersene conto. Contro quel proliferare di regole, gli adepti della psicoanalisi, che si credono liberi, hanno in ventato innumerevoli trasgressioni grazie alle quali ci libereremmo. Certo, i reazionari li hanno subito definiti perversi, ed nato cos un nuovo terreno di scontro ideologico, quindi unaltra via offerta alloppressione per rafforzarsi. Per i freudiani, per i freudo-marxisti e per altre sette dello stesso genere, non si tratta pi di capire a che cosa serva la regola, bens di combattere le regole credendo cosi di aprire le porte alla libert. M a la lotta contro le regole non fa che de signare un avversario, che di certo non unico, mentre la non-trasgressione di ununica regola la non-distruzione del nostro am biente - il fondamento della nostra liberazione! 6. Questa la tesi principale di Robert Jaulin in Mori Thibaut, Aubier-Montaigne, Paris, 1980. 1 bambini si danno una regola che rende possibile il gioco. In questo il gioco in perfetta sintonia con luniverso. Allopposto, un libro cretino del quale ho dimenticato il titolo commenta a vanvera questo aneddoto di una regola assolutamente adulta e alienata. Due bambini vogliono giocare insieme: il primo dice al compagno: Invece di dirmi s, dimmi no. Vedrai, divertentissimo. Allora, vuoi giocare?. Il secondo risponde: S. Il primo sconcertato e chiede: Ma stai gi giocando?. Ovvero come accedere rapidamente a uno stadio di pazzia furiosa...

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DODICI

Per il libero accesso di tutti alle (scarse) ricchezze

Labolizione del lavoro rimette le cose nella giusta prospet tiva. Non siamo noi a essere squilibrati se proponiamo un superamento che potrebbe essere definito insensato; non la prospettiva di un libero accesso di tutti alle scarse ric chezze a essere folle: il mondo che sta annegando. Noi non proponiamo ununica fine, ma tante, o meglio tanti modi per dire la stessa cosa. La fine del lavoro, il nonagire, lemancipazione umana, la libert, tutto rimanda alla nascita delle comunit umane. Al plurale, perch lottica emancipatrice che sintetizza il termine comunit umana, caro a una parte dei movimenti pseudo-radicali, puzza di ti rannia in quel singolare che prima ci attrae e poi ci ripugna. Comunit umane al plurale: questo comporta la com prensione di tutti gli altri, lamore per la diversit e per le suberanza delle differenze. Quindi: n manifesto, n linea, n programma! Il libero accesso di tutti alle (scarse) ricchezze avr enormi effetti sulla vita degli esseri umani e di tutti gli es
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seri viventi. Allorigine di ogni oggetto che oggi consu miamo c la natura: che cosa sono le automobili senza i giacimenti di metalli, senza il petrolio? M a per tirar fuori cose tanto inutili dalla natura stato necessario modellarla con il lavoro umano, fino a farla diventare un oggetto di consumo. La natura stata annientata per renderla pro tetta e organizzata dalluomo, annientata in quanto pro tetta e organizzata dalluomo1. Le attuali megalopoli sono simboli eminenti della vit toria del progresso e del lavoro sulla natura. M a al con tempo sono sinonimi di miseria e di forte controllo sui loro abitanti. La loro ricchezza solo fittizia: nasce dalloppres sione dei miseri e dallaccaparramento di ricchezze che, in ultima analisi, provengono tutte dalla natura. Le megalo poli sono cos il monumento eretto al non-accesso di tutti alle ricchezze. E ormai la met degli esseri umani vive in citt. Lurbanizzazione andata di pari passo con la riduzione delle ricchezze naturali. Anche se le citt coprono solo uninfima parte della superficie del pianeta, la loro orga nizzazione, il loro approvvigionamento, la loro rete infra strutturale (strade, canali, aeroporti eccetera) hanno com portato ovunque un impoverimento delle ricchezze naturali2, che oggi sono pi scarse di quindici o ventimila anni fa. E tuttavia esistono ancora, e sono nostre a una condizione: che noi non si agisca pi contro quella natura che le produce a nostro beneficio. Dopo il tempo necessa rio perch la natura riconquisti gli spazi devastati dal luomo (citt, strade, campi dellagroindustria, pianta gion i...), le ricchezze torneranno a essere adeguate per unumanit che non-agisce contro il proprio ambiente e che orienta i propri talenti verso altri cieli e non verso le il lusioni del progresso.
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Basandoci solamente sui reali elementi costitutivi del lumano il suo stato originale e il mondo che, nonostante lui, gli ha dato forma e che abbiamo davanti agli occhi facciamoci guidare da questo mondo che ormai ci dato, con le sue costruzioni presto svuotate dai loro utensili, dai loro apparecchi, dalle loro macchine, con le sue strade asfaltate presto riconquistate dallerba, dagli arbusti, dagli alberi... Il nostro non-agire non solo svuoter della sostanza vi tale tutti gli strumenti che ci dominano, e in modo pi certo di qualsiasi programma rivoluzionario, ma garantir anche il superamento dellalternativa tra dominio della na tura e ritorno a un passato remoto. Il passato remoto morto. Il dominio sulla natura ci uccide. O meglio, ci ha posto davanti allalternativa tra una dittatura ecologica o una catastrofe ecologica. Lincapacit delle leggi del libero mercato di impedire linnalzamento del livello degli oceani, il degrado dei terreni agricoli, lesodo dei contadini verso le metropoli... lascia infatti come unica alternativa a questo sistema, soprattutto nel contesto di questo sistema, una dittatura che imporr (e impone gi di fatto) misure di sal vataggio essenziali per sopravvivere. Superare questa alter nativa lunica soluzione per uscire dal sistema, dalla strut tura che lo conforma e dalla trappola sulla quale si fonda. Il non-agire contro il nostro ambiente anche la via per rinnovare la meraviglia davanti allesuberanza della vita. Invece di contare le stelle, che comunque restano inacces sibili, invece di cercare una teoria unificata dellinfinitamente grande e dellinfinitamente piccolo, invece di creare in provetta esseri che presentino i tratti esteriori dellu mano, il non-agire ci invita semplicemente a stupirci da vanti a quello che ci viene dato. Al bambino non interessa sapere se quella stella pi vicina o pi lontana di quellal-

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tra: gli importa solo che splenda. E che possa rivederla la notte seguente. La conclusione evidente: il mondo che ci stato dato un mondo che ci nega. E tuttavia guardiamolo come il nostro contesto di vita, cos come la foresta o la savana sono state il contesto di vita dei nostri lontani progenitori, e inventiamoci la vita in questo contesto imposto, esclu dendo il lavoro. Nessun altro programma, dunque, tranne la disorganizzazione del mondo, ovvero lesatto contrario di un programma. Tutto quello che scritto qui giusto. Come Stirner nel fondare la sua causa sul Nulla o i populisti russi nel giusti ficare le proprie azioni, labolizione del lavoro giusta per ch rappresenta una risposta coerente alla sfida che ci pone la distruzione di questo mondo ad opera dellattivit degli uomini, ad opera del lavoro. E indubbiamente anche lu nica risposta che pu preservare insieme la natura, luomo e la sua libert.

Note al capitolo
1. Tema sviluppato da Bernard Charbonneau in Le Jardin de BabyIone (1969), Editions de lEncyclopdie des nuisances, Paris, 2002. 2. Le citt sono di poco posteriori alla rivoluzione del neolitico e si sono organizzate fin dalle origini come poteri centrali che esercitano la loro autorit a discapito delle campagne circostanti.

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