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1983, 1991 Benedict Anderson
Imagined Communities, Verso, London, New York 1991
1996 manifestolibri srl
via Tomacelli 146 - Roma
ISBN 88-7285-066-5
Traduzione: Marco Vignale
Progetto grafico della copertina: Studio Idea
Io......-
INDICE
Presentazione all'edizione italiana
Chiss se capiranno di Marco d'Eramo 7
Prefazione alla seconda edizione (1991) 17
1. Introduzione 21
2. Radici culturali 27
3. Le origini della coscienza nazionale 53
4. Pionieri creoli 63
5. Vecchie lingue, nuovi modelli 79
6. Ufficial-nazionalismo e imperialismo 93
7. L'ultima ondata 119
8. Patriottismo e razzismo 145
9. L'angelo della storia 157
lO. Censimento, mappa, museo 165
11. Ricordare e dimenticare 187
Il nuovo disordine mondiale. Un'appendice (1992) 205
Bibliografia 217
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I
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CHISS SE CAPIRANNO
di Marco dJEramo
Forse un giorno si chiederanno perch mai tanti esseri umani fosse-
ro pronti a immolarsi per la propria nazione. Che cosa ci fosse in
quest' entit che la rendesse degna del sacrificio della propria unica,
irripetibile vita. A noi contemporanei, in questa fine di XX secolo,
la nazione sembra un orizzonte naturale della societ e della politi-
ca. L'indipendenza nazionale ci pare un bene caro da salvaguardare
(paventiamo se minacciata). Non sembra nemmeno comico che
un atleta pianga ascoltando dal podio il proprio inno nazionale.
Come nella societ indiana ognuno incasellato in una casta,
cos nella nostra modernit ci pare ovvio che ognuno abbia una (e
non pi di una) nazionalit. Un' ovviet ingannatrice. Per secoli, per
millenni, gli umani hanno vissuto, agito, fatto politica, combattuto
guerre in strutture sociali del tutto diverse dalle nazioni: in imperi
polietnici e poliglotti, che oggi chiameremmo multinazionali, in
entit regionali (potrebbe esistere un nazionalismo borgognone?),
in comunit religiose, in principati il contorno delle cui frontiere
dipendeva dalle peripezie matrimoniali delle dinastie. Ma allora
quando che si imposto alle nostre societ il concetto di nazione?
Quando abbiamo cominciato a pensare che le nazioni fossero i sog-
getti della storia? Tanto che oggi le organizzazioni mondiali si
chiamano Societ delle Nazioni o Nazioni Unite. [Non a caso l'idea
di nazione si forgia in contemporanea con il nascere dello storicismo
e con l'affermarsi della teoria dei soggetti contro la teoria delle cau-
se: il mondo prodotto dall' azione di un soggetto, non generato
come effetto da una causa].
Gi la domanda sul quando suona blasfema a un patriota.
Per lui la nazione qualcosa di originario, un retaggio primordiale
che forse era stato dimenticato, sepolto nella memoria e solo di
recente riaffiorato, identit ritrovata. Siamo di fronte a una dupli-
cit: la nazione stata pensata, creata di recente, ma essa pensa se
stessa come antichissima. I nazionalismi sono nati tra la fine del '700
e l'inizio dell'800, ma per quell' epoca parliamo di risveglio dei
nazionalismi, come se fossero emersi da un lungo sonno. Ci sembra
che le nazioni siano sempre esistite. Ma cos pensando cadiamo nel-
la trappola che la nazione stessa ci tende: il nazionalismo non il
risveglio delle nazioni all' autocoscienza: esso inventa nazioni l dove
7
sostenere, o a combattere per la stessa parte. Chi pu essere sicuro
che Yugoslavia e Albania un giorno non arriveranno a esplodere?
Quei gruppi eterogenei che desiderano un ritiro dell' Armata Rossa
dalle sue installazioni nell'Europa dell'Est dovrebbero ricordare
fino a quale livello la sua opprimente presenza abbia dal, 1945,
escluso ogni conflitto armato tra i regimi marxisti della regione.
Tali considerazioni servono a sottolineare come, dalla seconda
guerra mondiale in poi, ogni rivoluzione riuscita si sia definita in ter-
mini nazionali (la Repubblica Popolare Cinese, la Repubblica Sociali-
sta del Vietnam ... ) e, cos facendo, si sia fermamente ancorata in uno
spazio territoriale e sociale ereditato dal passato pre-rivoluzionario. Al
contrario, il fatto che l'Unione Sovietica condivida con il Regno Unito
di Gran Bretagna e Irlanda del Nord la rara distinzione di rifiutare il
concetto di nazionalit nel proprio nome, suggerisce che essa costitui-
sce tanto l'eredit degli stati dinastici prenazionali dell'800, quanto
l'anticipazione di un ordine internazionalista del 2000
2

Eric Hobsbawm ha perfettamente ragione quando osserva che
movimenti e stati marxisti tendono col tempo a divenire nazionali
non solo nella forma ma anche nella sostanza, e quindi nazionalisti.
Niente suggerisce che quest'andamento possa interrompersi3. Non
che questa tendenza sia limitata al mondo socialista. Quasi ogni
anno vengono ammessi nuovi membri alle Nazioni Unite. E molte
vecchie nazioni, un tempo credute ben consolidate, si trovano
oggi minacciate da sub-nazionalismi all'interno dei propri confini,
nazionalismi che, logicamente, aspirano a perdere un bel giorno la
connotazione di sub. La realt evidente: la fine dell' era del
nazionalismo, cos a lungo profetizzata, non minimamente in
vista. Anzi, la nazion-it il valore pi universalmente legittimato
nella vita politica del nostro tempo.
Se i fatti sono chiari, la loro interpretazione resta per oggetto di
dispute annose. Nazione, Nazionalit e Nazionalismo si sono dimo-
strati notoriamente difficili da definire, e ancor pi da analizzare. In
contrasto con l'immensa influenza che il nazionalismo ha esercitato sul
mondo moderno, le teorie plausibili su di esso sono decisamente esili.
Hugh Seton-Watson, erede di una vasta tradizione di storiografia e
scienze sociali liberali e autore del testo inglese di gran lunga migliore e
pi esauriente sul nazionalismo, osserva amaro: Sono trascinato alla
2Chiunque metta in dubbio il diritto del Regno Unito a essere paragonato con
l'Urss dovrebbe domandarsi: quale nazionalit denota il termine anglo-irlande-
se?
3ERlC HOBSBAWM, Some Reflections on The Break-Up 01 Britain, New Lelt
Review ,105 (settembre-ottobre 1977), p. 13.
22

conclusione che non si pu concepire nessuna 'definizione scientifica'
di Nazione; eppure il fenomeno esistito ed esiste4. Tom Nairn, auto-
re dell'innovativo The Break-up 0/ Britain ed erede di una poco meno
vasta tradizione di storiografia e scienze sociali marxiste, fa candida-
mente notare: La teoria del nazionalismo rappresenta il grande falli-
mento storico del marxismo5. Ma anche questa confessione in un
celto senso fuorviante, nella misura in cui questo fallimento sembra il
deplorevole esito di una lunga e consapevole ricerca di chiarezza teo-
retica. Sarebbe pi giusto affermare che il nazionalismo stato una
scomoda anomalia per la teoria marxista e, proprio per tale motivo,
stato eluso pi che affrontato. Come altro interpretare il fallimento di
Marx nello spiegare l'aggettivo cruciale nella sua memorabile formula-
zione del 1848: il proletariato di ogni nazione deve, naturalmente, ri-
solvere innanzitutto i problemi con la propria borghesia6? Come altro
considerare l'uso, per pi di un secolo, del concetto di borghesia na-
zionale senza nessun serio tentativo di giustificare teoreticamente
l'importanza dell' aggettivo? Perch questa suddivisione della borghe-
sia, una classe sociale di livello mondiale in quanto definita in termini
di rapporti di produzione, teoreticamente importante?
Il fine di questo libro di offrire suggerimenti per
un'interpretazione pi soddisfacente dell' anomalia del nazionali-
smo. Credo che su questo argomento sia la teoria marxista, sia quella
liberale si siano intristite in un tentativo tardo tolemaico di salvare i
phenomena; e che sia urgente riorientare la prospettiva in uno spiri-
to, per cos dire, copernicano. il mio punto di partenza che i con-
cetti di nazionalit, di nazionalismo o di nazion -it - termine che si
potrebbe preferire per per i suoi molteplici significati - sono manu-
fatti culturali di un tipo particolare. Per poterli meglio interpretare
necessario considerare accuratamente come essi siano nati storica-
mente, in che modo il loro significato sia cambiato nel tempo, e per-
ch oggi scatenino una legittimit cos profondamente emotiva. Cer-
cher di dimostrare che la creazione di tali manufatti alla fine del
'700
7
stata la spontanea distillazione di un complesso incrocio di
forze storiche discontinue; ma che, una volta create, esse divennero
4Vedi il suo Nations and States, p. 5.
5Vedi il suo The ModernJanus, New Lelt Review, 94 (nov.-dic. 1975), p. 3.
Questo saggio incluso senza alcuna modifica in The Break-up 01 Britain come
capitolo 9 (pp. 329-63).
6KARL MAI\)( E FR1EDR1CH ENGELS, Il Manzfesto del Partito Comunista (il corsi-
vo mio). In ogni esegesi teoretica, il termine naturalmente dovrebbe lampeg-
giare a luci rosse di fronte all'assorto lettore.
7Come fa notare Aira Kemilainen, furono i due padri fondatori della dottri-
na accademica del nazionalismo, Hans Kohn e Carleton Hayes, a discutere e sta-
23
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modulari, in grado quindi di venir trapiantate, con vari gradi di
consapevolezza, in una grande variet di terreni sociali, per fondersi
ed essere fuse con un'altrettanto ampia variet di costellazioni poli-
tiche e ideologiche. Cercher anche di mostrare perch questi parti-
colari manufatti hanno suscitato attaccamenti cos profondi.
CONCETTI E DEF1NIZIONI
Prima di affrontare le questioni sollevate, conviene considerare
brevemente il concetto di nazione e offrirne una definizione
maneggevole. I teorici del nazionalismo si sono trovati spesso per-
plessi, per non dire irritati, di fronte a questi tre paradossi: (1)
L'oggettiva modernit delle nazioni agli occhi degli storici contro la
loro soggettiva antichit agli occhi dei nazionalisti. (2) L'esplicita
universalit della nazionalit come concetto socio-culturale (nel
mondo moderno ognuno pu e dovrebbe avere, e avr, una nazio-
nalit, come appartiene a un certo genere maschile o femminile)
contro l'irrimediabile particolarit delle sue manifestazioni concrete,
(ad esempio la nazionalit greca sui generis). (3) La forza politi-
ca dei nazionalismi contro la loro povert e persino incoerenza filo-
sofica. In altre parole, il nazionalismo, al contrario di molti altri
movimenti, non ha mai prodotto i propri grandi pensatori: nessun
Hobbes, Tocqueville, Marx o Weber. Questo vuoto fa nascere fa-
cilmente, tra intellettuali cosmopoliti e multilingue, una certa condi-
scendenza. Come Gertrude Stein di fronte a Oakland, si potrebbe
rapidamente oncludere che l non c' nulla. curioso il fatto
che persino uno studioso tanto simpatetico col nazionalismo come
Tom Nairn possa per scrivere che: Il nazionalismo la patologia
del moderno sviluppo della storia, inevitabile quanto la nevrosi in
un individuo, con implicita la stessa ambiguit e una simile tenden-
za innata a degenerare in demenza, radicata nel senso di abbandono
di cui soffre gran parte del mondo (1'equivalente dell'infantilismo
per la societ) e largamente incurabile8.
Parte della difficolt che si tende a ipostatizzare l'esistenza di
un Nazionalismo con la N maiuscola, come si portati a pensare
bilire questa data. Credo che le loro conclusioni non siano state seriamente
dibattute, se non da ideologi nazionalisti in particolari nazioni. Kemiliiinen os-
serva anche che la parola nazionalismo non divenne di uso comune se non alla
fine del diciannovesimo secolo. Non appare, ad esempio, in molte lingue di quel-
lo stesso secolo. Se Adam Smith rifletteva sul benessere delle nazioni, intende-
va con tale termine niente pi che societ o stati. ArRA KEMILAINEN, Nationa-
lism, pp. 10,33, e 48-49.
8The Break-up 0/ Britain, p. 359.
24

Et con la E maiuscola, e quindi a classificarlo come un'ideologia.
(Va notato che poich ognuno ha un' et, Et solo un' espressione
analitica). Sarebbe tutto pi facile, credo, se nazionalismo fosse
trattato nella stessa sfera di consanguineit e religione, piutto-
sto che di liberalismo o fascismo.
Con lo spirito di un antropologo, propongo quindi la seguente
definizione di una nazione: si tratta di una comunit politica
immaginata, e immaginata come intrinsecamente insieme limitata e
sovrana. immaginata in quanto gli abitanti della pi piccola nazio-
ne non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, n
li incontreranno, n ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente
di ognuno vive l'immagine del loro essere comunit
9
Renan si rifer
a questo immaginarsi nel suo modo soavemente sarcastico quan-
do scrisse che: Or t essence d) une nation est que tous les individus
aient beaucoup de choses en commun) et aussi que tous aient oubli
bien des choses lO. Con una certa ferocia Gellner afferma una tesi
simile dicendo che: Il nazionalismo non il risveglio delle nazioni
all' autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non
esistonol1. Tale formulazione presenta per l'inconveniente che
Gellner cos ansioso di dimostrare che il nazionalismo si nasconde
sotto pretese infondate, da assimilare invenzione a
fabbricazione e falsit, piuttosto che a immaginazione e
creazione. Cos facendo egli sottintende che vi sono comunit
vere che possono essere vantaggiosamente contrapposte alle
nazioni. In realt immaginata ogni comunit pi grande di un vil-
laggio primordiale dove tutti si conoscono (e forse lo anch'esso).
Le comunit devono essere distinte non dalla loro falsit! genuinit,
ma dallo stile in cui esse sono immaginate. Gli abitanti dei villaggi di
Giava hanno sempre saputo di essere in qualche modo legati a indi-
vidui che non hanno mai incontrato, ma un tempo questi legami
erano immaginati in ambito particolaristico, come reti indefinita-
mente estendibili di stirpe e clientela. Fino a tempi piuttosto recenti
il linguaggio di Giava non aveva una parola per il concetto astratto
9Cf. S[TON-WXISON, Nation and States, p. 5: Tutto quello che posso dire
che una nazione esiste quando un numero significativo di persone all'interno di
una comunit si considera come costituente una nazione, o agisce come se ne
avesse costituita una. Possiamo sostituire si considera con si immagina.
wERNEST RENAN, Qu'est-ce qu'une nation/ in Oeuvres Compltes, I, p. 892.
Aggiunge: tutti i cittadini francesi devono aver dimenticato San Bartolomeo, i
massacri del Midi del '200. In Francia non ci sono dieci famiglie che possono for-
nire la prova di un'origine franca ...
llEI\NEST GELLNER, Thought and Change, p. 169. Corsivo mio.
25
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di societ. Oggi possiamo pensare all' aristocrazia francese
dell' ancien rgime come a una classe sociale; ma certamente stata
immaginata in questi termini molto pi tardi
12
. Alla domanda Chi
il Conte di X? la normale risposta sarebbe stata non un mem-
bro dell' aristocrazia, bens il signore di X, lo zio della barones-
sa di Y o un appartenente al seguito del Duca di Z.
La nazione immaginata come limitata in quanto persino la
pi grande, con anche un miliardo di abitanti, ha comunque confi-
ni, finiti anche se elastici, oltre i quali si estendono altre nazioni.
Nessuna nazione s'immagina confinante con l'umanit. I nazionali-
sti pi messianici non sognano un giorno in cui tutti i membri
della razza umana si uniranno alla loro nazione come, ad esempio, i
cristiani hanno potuto fare in alcune epoche storiche, sognando un
pianeta interamente cristiano.
La nazione immaginata come sovrana in quanto il concet-
to nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la
legittimit del regno dinastico, gerarchico e di diritto divino. Matu-
rando in un momento della storia del genere umano in cui anche i
pi devoti adepti di ogni religione universale si confrontavano inevi-
tabilmente con l'evidente pluralit di tali religioni, e con l'al-
lomorfismo tra le pretese ontologiche e l'estensione territoriale di
ogni fede, le nazioni sognano di essere libere, e semmai di dipende-
re soltanto da Dio. La garanzia (e l'emblema) di tale libert lo sta-
to nazionale.
Infine, immaginata come una comunit in quanto, malgrado
io.eguaglianze e sfruttamenti di fatto che possono predominarvi, la
nazione viene sempre concepita in termini di profondo, orizzontale
G:ameratismo. In fin dei conti, stata questa fraternit ad aver con-
sentito, per tutti gli ultimi due secoli, a tanti milioni di persone, non
tanto di uccidere, quanto di morire, in nome di immaginazioni cos
limitate.
Queste morti ci portano drammaticamente di fronte al proble-
ma centrale legato al nazionalismo: come possono gli avvizziti ideali
della storia recente (poco pi di due secoli) generare un tale colossa-
le sacrificio? Credo che l'inizio di una risposta stia nelle radici cultu-
rali del nazionalismo.
12Hobsbawm, per esempio, lo sottolinea dicendo che nel 1789 l'aristocrazia
contava circa 400.000 membri su una popolazione di 23.000.000. (Vedi il suo
Thc Age 0/ Revolution, p. 78). Sarebbe per stato possibile immaginare un tale
quadro statistico della nobilt sotto l'ancien rgime?
26

2. RADICI CULTURALI
Nessun simbolo della moderna cultura del nazionalismo attira
l'attenzione pi dei cenotafi e delle tombe al Milite Ignoto. Non ha
precedenti nella storia la pubblica riverenza cerimoniale rivolta a
questi monumenti proprio perch sono o deliberatamente lasciati
vuoti oppure nessuno sa chi vi giaccia dentro
l
. Per percepire la for-
za di questa modernit basta immaginare la reazione generale di
fronte a un ficcanaso che, ad esempio, scoprisse il nome del Mili-
te Ignoto o insistesse per porre ossa vere nel cenotafio. Sacrilegio di
un genere strano, moderno! Vuote di identificabili resti mortali di
anime immortali, queste tombe sono per saturate di fantasmatiche
immaginazioni nazionali
2
(Questo spiega perch nazioni cos diver-
se abbiano simili tombe senza sentire il bisogno di specificare la
nazionalit dei loro occupanti assenti. Cos' altro potrebbero essere
se non Tedeschi, Americani, Argentini ... ?)
Il significato culturale di tali monumenti diviene ancora pi
chiaro se si prova ad immaginare, ad esempio, una Tomba del
Marxista Ignoto o un cenotafio in onore dei Liberali Caduti. Si
potrebbe evitare un senso di assurdit? La ragione che n il marxi-
smo, n illiberalismo sono molto toccati dalla morte e dall'immorta-
lit. Che l'immaginario nazionalista ne sia cos coinvolto, suggerisce
una notevole affinit con l'immaginario religioso. Poich quest'affi-
nit non assolutamente casuale, utile cominciare l'analisi delle
radici culturali del nazionalismo con la morte, come l'ultima di una
vasta gamma di fatalit.
lGli antichi greci facevano uso di cenotafi, ma per particolari e noti individui i
cui corpi, per una qualsiasi ragione, non erano disponibili per un funerale regola-
re. Devo questa informazione alla mia collega bizantinista] udith Herrin.
2Considerate ad esempio questi notevoli brani: 1. La lunga linea grigia non ci
mai venuta meno. Se sarai tu a mancare, un milione di fantasmi in verde milita-
re, in kaki marrone, in blu e in grigio, si alzeranno dalle loro croci bianche, tuo-
nando queste magiche parole: dovere, onore e patria. 2. La mia opinione [del
combattente americano] si formata sul campo di battaglia tanti anni fa, e non
mai cambiata. Lo considerai allora, come lo considero ancora oggi, come una
delle figure pi nobili del mondo; non solo dotato delle migliori qualit militari,
ma anche delle pi inossidabili [sicJ... Appartiene alla storia come uno dei pi
grandi esempi di patriottismo vittorioso [sicJ. Appartiene ai posteri come educa-
tore delle future generazioni sui princpi di libert e indipendenza. Appartiene al
presente, a noi stessi, per le sue virt e i suoi risultati. DOUGLAS MAcARTlluR,
Duty, Honour, Country, discorso all'accademia militare statunitense di West
Point, il 12 maggio 1962, in A Soldier Speaks, pp. 354 e 357.
27
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Se il modo in cui ogni uomo muore sembra di solito in balia del-
l'arbitrio, la sua mortalit ineludibile. Le umane vite sono piene di
simili combinazioni di necessit e di caso. Siamo tutti consci della
contingenza e ineluttabilit del nostro particolare patrimonio geneti-
co, del nostro sesso, del periodo in cui siamo nati, delle nostre capa-
cit fisiche, della nostra madre-lingua, e cos via. Il grande merito
delle tradizionali visioni religiose del mondo (che naturalmente va
distinto dal ruolo che hanno avuto nel legittimare precisi sistemi di
dominio e sfruttamento) stata la loro attenzione all'uomo nel
cosmo, all'uomo come essere, alla contingenza della vita. Il modo
incredibile in cui, per migliaia di anni, buddismo, cristianesimo o
Islam sono riusciti a sopravvivere in dozzine di diverse formazioni
sociali testimonia la forza della loro risposta allo schiacciante fardel-
lo dell'umano soffrire - malattie, mutilazioni, dolore, vecchiaia e
morte. Perch sono nato cieco? Perch il mio migliore amico
paralizzato? Perch mia figlia ritardata? Le religioni cercano di
spiegare. La grande debolezza di tutte le correnti di pensiero evolu-
zioniste-progressiste, incluso il marxismo, che a tali domande
rispondono con impaziente silenzi0
3
. Allo stesso tempo, e in modi
diversi, il pensiero religioso risponde anche a oscuri presagi
d'immortalit, in genere trasformando la fatalit in continuit (kar-
ma, peccato originale ... ). Per questa via esso coinvolto nei nessi tra
il morto e l'ancora non nato, nel mistero della ri-generazione. Chi
pu vivere la concezione e nascita del proprio figlio senza l'oscura
apprensione di combinata connessione, di casualit e fatalit in un
linguaggio di continuit? (Di nuovo, lo svantaggio del pensiero
evoluzionista-progressista sta in una quasi eraclitea ostilit a qualsia-
si idea di continuit).
Ho portato questi esempi forse sempliciotti perch, nell'Eu-
3 Cfr. Rf:c[s DEBl\t\Y, Marxism and the National Question, New Left
Review, 105 (settembre-ottobre 1977), p. 29. Durante ricerche sul campo in
Indonesia negli anni '60, fui colpito dal tranquillo rifiuto di numerosi musulmani
di accettare le idee di Darwin. In un primo momento interpretai questo rifiuto
come semplice oscurantismo. Pi tardi cominciai a vederlo come un tentativo
onorevole di essere coerenti: la dottrina dell' evol uzione era sem plicemen te
incompatibile con gli insegnamenti dell'Islam. Cosa dovremmo farcene di un
materialismo scientifico che accetta formalmente le scoperte della fisica a propo-
sito della materia ma che fa cos poco per legare queste scoperte alle lotte di clas-
se, alle rivoluzioni, e cos via? L'abisso che separa i protoni dal proletariato
nasconde forse un'insospettata concezione metafisica dell'uomo? Si leggano
comunque gli stimolanti testi di Sebastiano Timpanaro sul materialismo, e la
profonda risposta a essi di Raymond Williams in Timpanaro's Materialist Chal-
lenge, New Left Review, 109 (maggio-giugno 1978), pp. 3-17.
28
L
ropa occidentale, il '700 segna non solo l'alba del nazionalismo, ma
anche il crepuscolo del pensiero religioso. li secolo dei Lumi, del
laicismo razionalista, port con s la propria moderna oscurit. Con
l'indebolirsi della fede religiosa, non scomparve la sofferenza che la
fede in parte leniva. Disintegrazione del paradiso: niente rende pi
arbitraria la fatalit. Assurdit della salvezza: niente rende un altro
genere di continuit pi necessario. Indispensabile era dunque una
trasformazione laica di fatalit in continuit, di contingenza in signi-
ficato. Come vedremo, poche entit erano, o sono, pi adatte a que-
sto scopo dell'idea di nazione. Se le nazioni-stato sono considerate
<<nuove e storiche, le nazioni a cui danno espressione politica
affiorano sempre da un antichissimo passat0
4
e, cosa ancora pi
importante, scivolano verso un futuro senza limiti. la magia del
nazionalismo il trasformare il caso in un destino. Con Debray, pos-
siamo dire: S, casuale che io sia nato francese; ma dopotutto la
Francia eterna
Non sto sostenendo che l'apparire del nazionalismo verso la
fine del '700 sia stato prodotto dall' erosione delle certezze religio-
se, o che tale erosione non richieda di per s una spiegazione com-
plessa. Non sto neanche suggerendo che in qualche modo il nazio-
nalismo rimpiazzi storicamente la religione. Quello che sto pro-
ponendo che il nazionalismo va interpretato commisurandolo non
a ideologie politiche sostenute in modo autocosciente, ma ai grandi
sistemi culturali che l'hanno preceduto, e dai quali, o contro i quali,
esso nato.
Per i nostri scopi, i due sistemi culturali rilevanti sono la
Comunit Religiosa e il Regno Dinastico. Entrambi, nei loro anni di
4Il presidente Sukarno era solito parlare con assoluta sincerit dei 350 anni di
colonialismo che la sua Indonesia aveva subito, anche se il concetto stesso di
Indonesia un'invenzione del '900, e la maggior parte dell'odierna Indonesia
venne conquistata dagli olandesi tra il 1850 e il 1910. Figura preminente tra gli
eroi nazionali indonesiani contemporanei il principe giavanese Diponegoro, an-
che se le memorie del principe mostrano che egli intendeva conquistare [non
liberare!] Giava, pi che espellere gli olandesi. In effetti, non aveva chia-
ramente alcun concetto degli olandesi come di una collettivit. Vedi HARRY J.
BENDA e JOHN Lt\RKIN, The World of Southeast Asia, pag 158; e Ann Kumar,
Diponegoro (1778?-1855)>>, Indonesia, 13 (aprile 1972), pag 103. Corsivo mio.
Cos, Kemal Ataturk chiam una delle sue banche statali Eti Banka (Banca
Ittita), ed un'altra Banca Sumera. (SETON-WATSON, Nations and States, p. 259).
Queste banche godono oggi di ottima salute e non c' ragione di dubitare che
molti turchi, e probabilmente Kemal stesso, videro seriamente, e vedano ancor
oggi, negli ittiti e nei sumeri i propri antenati turchi. Prima di cominciare a ride-
re, bene ripensare ad Art e Boadicea, e considerare il successo commerciale
delle mitografie di Tolkien.
29
I
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gloria, erano sistemi di riferimento dati per scontati, proprio come
la nazionalit oggi. quindi essenziale considerare cosa diede a
questi sistemi culturali la loro lampante plausibilit, e insieme sotto-
lineare alcuni elementi chiave nella loro decomposizione.
LA COMUNIT RELIGIOSA
Poche cose impressionano quanto l'enorme distesa territoriale
dell'Ummah Islam dal Marocco all' arcipelago Sulu, della Cristianit
dal Paraguay al Giappone, e del mondo buddista dallo Sri Lanka alla
penisola di Corea. Le grandi culture sacre (e per i nostri fini lecito
includervi anche il Confucianesimo) fondevano concezioni di comu-
nit immense. La cristianit, la comunit islamica, e persino il Regno
Di Mezzo (che, anche se noi oggi lo pensiamo come Cina, non si
immagin come cinese, bens appunto come centrale), furono pensa-
bili in gran parte tramite il medium di un linguaggio sacro e di una
sacra scrittura. Prendete l'esempio dell'Islam: se dei maguindanao
incontrassero dei berberi alla Mecca, senza conoscere le reciproche
lingue e quindi incapaci di comunicare oralmente, essi sarebbero
comunque in grado di capire i reciproci ideogrammi, in quanto le
scritture sacre che hanno in comune esistono solo in arabo antico. In
tal senso, l'arabo scritto ha avuto la stessa funzione dei caratteri cine-
si nel creare una comunit tramite i segni, piuttosto che con i suoni.
(Cos oggi il linguaggio matematico perpetua un' antica tradizione: i
rumeni non hanno alcuna idea di come i thailandesi chiamino il
segno +, e viceversa, ma entrambi i popoli ne comprendono il signifi-
cato). Tutte le grandi comunit antiche si concepivano al centro del
cosmo, tramite lo strumento di un linguaggio sacro legato ad un
ordine sovraterreno di potere. Perci l'estensione del latino scritto,
del pali, dell' arabo o del cinese, era teoricamente illimitata. (In realt
pi la lingua scritta era morta, cio pi era lontana dal parlato,
meglio era: in teoria tutti hanno accesso a un mondo di soli segni).
Queste antiche comunit connesse da lingue sacre avevano un
carattere distinto dalle comunit immaginate delle nazioni moderne.
Una differenza cruciale era la fede delle comunit pi antiche nella
sacralit unica delle loro lingue, e quindi le idee sull' ammissione di
nuovi membri. I mandarini cinesi guardavano con approvazione i
barbari che imparavano faticosamente a dipingere gli ideogrammi
del Regno Di Mezzo. Questi barbari erano gi a met strada per
essere pienamente assimilati
5
: mezzo-civilizzati era comunque im-
5Da cui la serenit con cui i mongoli cinesizzati e i manci vennero accettati
come Figli del Cielo.
30
mensamente meglio che barbari. Un tale atteggiamento non era certo
esclusivamente cinese, n tantomeno confinato all' antichit. Consi-
derate per esempio la seguente politica verso i barbari, formulata
all'inizio dell'800 dal liberale colombiano Pedro Fermin de Vargas:
Per espandere la nostra agricoltura sarebbe necessario ispanizza-
re i nostri indios. La loro pigrizia, stupidit e indifferenza alla
fatica pu portare a far pensare che essi derivino da una razza
degenerata che si deteriora vieppi con l'allontanarsi dalla sua
origine ( ... ) sarebbe molto meglio se gli indios si estinguessero, per
fusione con i bianchz; dichiarandoli liberi da tributi e altre tasse, e
offrendo loro la propriet privata della terr.
Colpisce come questo liberale proponga di estinguere i suoi
indios in parte dichiarandoli liberi da tributi e offrendo loro la
propriet della terra, piuttosto che sterminandoli con armi e
microbi come i suoi successori cominciarono a fare poco dopo in
Brasile, Argentina e Stati Uniti. Notate anche, insieme all' accondi-
scendente crudelt, un ottimismo cosmico: alla fin fine l'indio
redimibile, dall'impregnarsi di bianco seme civilizzato, e
dall'acquisire propriet privata, come chiunque altro. (Com' diverso
l'atteggiamento di Fermin rispetto alla successiva preferenza degli
imperialisti europei per genuini malesi, gurkha e hausa rispetto a
meticci, indigeni semi-educati, musi neri e via di seguito).
Se le lingue sacre furono il medium tramite cui furono immaginate
le grandi comunit globali del passato, la realt di tali apparizioni
dipendeva da un concetto estraneo al contemporaneo pensiero occi-
dentale: la non arbitrariet del segno. Gli ideogrammi cinesi, latini o
arabi erano emanazione della realt, non sue rappresentazioni fab-
bricate a caso. Ci familiare la lunga disputa circa il linguaggio
appropriato per le masse (latino o volgare). Nella tradizione islami-
ca, fino a poco tempo fa il Qur)an era letteralmente intraducibile (e
quindi non tradotto), perch la verit di Allah era accessibile solo
tramite i segni veri dell'arabo scritto. Qui non c' idea di un mon-
do cos separato dal linguaggio che tutti i linguaggi siano da esso
equidistanti (e quindi intercambiabili). In effetti, la realt ontologica
percettibile solo tramite un singolo sistema privilegiato di rappre-
sentazione: il linguaggio-verit della Chiesa latina, l'arabo coranico o
6 JmIN LYNCH, The Spanish-American Revolutions, 1808-1826, p. 260. Corsivo
mio.
31
L
il cinese mandarin0
7
. E, in quanto lingue-verit, esse sono pervase
da un impulso estraneo al nazionalismo; l'impulso alla conversione.
Per conversione non intendo tanto l'accettazione di particolari pre-
cetti religiosi, quanto un' assimilazione alchemica. Il barbaro diviene
Regno di Mezzo, il Rif diventa musulmano, il Llongo cristiano.
L'intera natura dell'essere uomo sacralmente plasmabile. (Si con-
fronti il prestigio di queste antiche lingue mondiali, torreggianti su
tutte le lingue volgari, con invece l'esperanto o il volapuk, che giac-
ciono ignorate tra esse). Dopotutto stata questa possibilit di con-
versione che ha fatto diventare papa un inglese
8
e Figlio del Cielo un
manci. Anche se le lingue sacre hanno reso immaginabili comunit
come il cristianesimo, lo scopo reale e la plausibilit di tali comunit
non possono per essere spiegati dalle sacre scritture soltanto: i loro
lettori erano, in fondo, solo piccoli atolli alfabetizzati in un vasto
oceano di analfabeti
9
Una spiegazione pi completa richiede
un' osservazione dei rapporti tra i letterati e le loro societ. Sarebbe
un errore confonderli con una tecnocrazia teologica. Le lingue che
essi usavano, seppure astruse, non avevano niente dell' astrusit
artificialmente creata del gergo degli awocati o degli economisti, ai
margini dell'idea sociale di realt
lO
. Piuttosto, i letterati erano gli
esperti, erano un livello strategico in una gerarchia cosmologica il
cui apice era divino. Le concezioni fondamentali riguardo ai gruppi
sociali erano centripete e gerarchiche pi che relazionali e orizzon-
tali. L'incredibile potere del papato al suo culmine comprensibile
solo nei termini di un clero trans-europeo e scrivente in latino, e di
una concezione del mondo, condivisa virtualmente da tutti, per cui
l'intellighenzia bilingue, mediando tra volgare e latino, mediava tra
terra e cielo. (La solennit della scomunica riflette tale cosmologia).
Malgrado tutta la grandeur e tutto il potere delle grandi comu-
7Il greco ecclesiastico sembra non aver raggiunto lo status di lingua-verit. Le
ragioni di tale fallimento sono molteplici, ma un fattore chiave fu certamente il
fatto che il greco rest ancora un dialetto vivente (al contrario del latino) in gran
parte dell'impero orientale. Devo questa osservazione a Judith Herrin.
8Nicholas Brakespear resse il pontificato tra il 1154 e il 1159 sotto il nome di
Adriano IV.
9MARc BLOCli ci ricorda che nel medioevo la maggioranza dei signori e
numerosi grandi baroni erano amministratori incapaci di analizzare personal-
mente un rapporto o una relazione, FeudalSociety, I, p. 8I.
lOCi non vuoI dire che gli illetterati non leggessero. Ma quel che leggevano
non erano le parole, ma il mondo visibile. Agli occhi di chiunque fosse capace
di riflessione il mondo materiale era poco pi di una maschera, dietr-o la quale
avvenivano tutte le cose veramente importanti; esso pareva loro anche una lin-
gua, tesa a esprimere con i segni una pi profonda realt. Ibidem, p. 83.
32
L
, i
nit immaginate religiosamente, la loro non autocosciente coerenza
declin brutalmentemente dopo la fine del medioevo. Tra le ragioni
di tale declino vorrei sottolinearne solo due legate direttamente alla
sacralit unica di queste comunit. La prima l'effetto delle esplora-
zioni del mondo non-europeo che, soprattutto ma non esclusiva-
mente in Europa, allargarono improwisamente gli orizzonti geo-
grafici e culturali, e quindi anche il concetto di possibili forme di
vita umanal1. Il processo gi evidente nel pi grande tra tutti i
diari di viaggio europei. Considerate questa meravigliata descrizione
del Kublai Khan redatta dal buon cristiano veneziano Marco Polo
alla fine del '200
12
:
Dapoi ottenuta tal vittoria, il gran Can ritorn con gran pompa e
trionfo nella citt principal detta Cambal, e fu del mese di
novembre, e quivi stette fin al mese di febbraio e marzo, quando
la nostra Pasqua. Dove, sapendo che questa era una delle
nostre feste principali, fece venire a s tutti i Cristiani, e volse che
gli portassero il libro, dove sono li quattro evangeli, al quale fat-
togli dar l'incenso molte volte con gran cerimonie, devotamente
lo basci, e il medesimo volse che facessero tutti i suoi Baroni, e i
Signori che erano presenti. E questo modo sempre serva nelle
feste principal dei Cristiani come la Pasqua e il Nadal. Il simil
fa nelle principal feste di Saraceni, Giudei, e Idolatri. Ed essendo
egli dimandato della causa, disse: sono quattro Profeti che sono
adorati e ai quali fa riverenzia tutto il mondo. Li Cristiani dicono
il loro Dio essere stato Ies Cristo, i Saraceni Maometto, i Giudei
Mois, gl'Idolatri Sogomombar Can, qual fu il primo Iddio
degl'Idoli. E io faccio onor e riverenzia a tutti e quattro, cio a
quello che il maggior in cielo, e pi vero, e quello prego che mi
aiuti. Ma, per quello che dimostrava il gran Can, egli tien per la
pi vera e miglior la fede cristiana ...
Degno di nota in questo passo non tanto il tranquillo relativismo
religioso ( un relativismo comunque religioso) del grande sovrano
mongolo, quanto l'atteggiamento e il linguaggio di Marco Polo.
Non pensa mai, anche se sta scrivendo per altri europei Cristiani, di
descrivere il Kublai come ipocrita o idolatra. (Certo, in parte
perch egli pi potente di genti, di terre e di tesoro di qualunque
Signor che sia mai stato al mondo, n che vi sia al presente13).
llERICH AUERBACH, Mimesis, p. 282.
12MARCO POLO, Il Milione, pp. 104-5. Corsivo mio. Notate che, pur baciato, il
Vangelo non viene letto.
13Ibidem, p. 99.
33

i I
l
Dall'uso inconsapevole di nostro (che diventa loro), e dalla
descrizione della fede dei Cristiani come la pi vera, piuttosto che
vera e basta, noi possiamo rilevare il germe di una territorializza-
zione della fede che prefigura il linguaggio di molti nazionalisti. (La
nostra nazione la migliore, in un terreno competitivo e com-
parativo). Un contrasto rivelatore offerto dall'inizio di una lettera
del viaggiatore persiano Rica al suo amico Ibben da Parigi nel
1712 14:
Il Papa il capo dei Cristiani. un idolo, venerato ormai per
abitudine. Un tempo era temuto perfino dai prncipi, perch li
deponeva con la stessa facilit con cui i nostri magnifici sultani
depongono i re di Iremetria o di Georgia. Ma nessuno lo teme
pi. Si dice successore di uno dei primi cristiani, chiamato San
Pietro, ed certo una ricca successione, perch il suo tesoro
immenso e ha in suo potere un grande paese.
Le sofisticate e deliberate invenzioni del cattolico del '700 rispec-
chiano lo schietto realismo del suo predecessore del '200, ma ormai
la relativizzazione e la territorializzazione sono decisamente au-
tocoscienti, e di scopo prettamente politico. forse allora irragione-
vole vedere un'elaborazione paradossale di questa tradizione quan-
do l'ayatollah Ruhollah Khomeini identifica il Grande Satana non
con un' eresia, n con un personaggio demoniaco (il povero piccolo
Carter non era di taglia), bens con una nazione?
La seconda ragione stata la graduale perdita di valore dellin-
guaggio sacro stesso. Scrivendo dell'Europa medioevale, Bloch fa
notare che il latino non era solo l'unica lingua in cui s'insegnava,
era anche l'unica a essere insegnata15 (Questo secondo unica
mostra bene la sacralit del latino: nessun'altra lingua era consi-
derata degna di essere insegnata). Gi nel '500 per tutto ci stava
cambiando rapidamente. Non attardiamoci sulle ragioni del
cambiamento: l'importanza decisiva del capitalismo-a-stampa* sar
discussa poi. Sar sufficiente ricordarsi delle sue proporzioni e velo-
cit. Febvre e Martin hanno stimato che il 77 % dei libri stampati
prima del 1500 erano ancora in latino (il che significa, tra l'altro, che
14HENRI DE MONTESQUIEU, Les Lettres Persanes (lettera XXIX, p. 60), pubbli-
cate per la prima volta nel 1721.
15BLOCH, Feudal Society, I, p. 77. Corsivo mio.
'[Il termine inglese print-capitalism. Lo traduco con capitalismo-a-stampa,
come si direbbe aereo a reazione o nave a vapore. Nota del curatore]
34
L
il 23 % era in volgare)16 Se delle 88 edizioni stampate a Parigi nel
1501, tutte tranne 8 erano in latino, dopo il 1575 la maggioranza
sempre stata in francese
17
. A parte un temporaneo ritorno durante
la Controriforma, l'egemonia del latino era ormai condannata. E
non si tratta solo di una generica popolarit. Poco dopo, a una velo-
cit non meno vertiginosa, il latino smise di essere il linguaggio
dell'alta intellighenzia pan-europea. Nel '600 Hobbes (1588-1678)
fu una figura riconosciuta a livello continentale poich scrisse nella
lingua-verit. Shakespeare (1564-1616), al contrario, scrivendo in
volgare, era virtualmente sconosciuto al di l della Manica
18
. E se
l'inglese non fosse diventato, due secoli dopo, la lingua imperiale
predominante nel mondo, sarebbe forse rimasto nella sua originale
oscurit insulare. Intanto i loro contemporanei di oltre-Manica,
come Descartes (1596-1650) o Pascal (1623-1662), conducevano
gran parte della loro corrispondenza in latino; quella di Voltaire era
per quasi tutta in volgare
19
. Dopo il 1640, con sempre meno ope-
re pubblicate in latino, e sempre pi in lingue volgari, il commercio
del libro si frammenta in Europa20. In una parola, il decadere del
latino esemplific un processo pi ampio in cui le comunit sacre
integrate da vecchi linguaggi sacri furono gradualmente frammenta-
te, pluralizzate e territorializzate.
IL REGNO DINASTICO
Oggi difficile calarsi in un mondo in cui il regno dinastico appari-
va ai pi l'unico sistema politico immaginabile. Perch, da parec-
chi punti di vista decisivi, una seria monarchia si oppone a tutte le
moderne visioni di vita politica. Un governo monarchico organizza
tutto intorno a un centro superiore. La sua legittimit deriva dalla
divinit, non dai popoli, che dopo tutto sono sudditi, non cittadini.
Nella concezione moderna, la sovranit di uno stato operativa in
modo rigido, pieno, uniforme, su ogni centimetro quadrato di un
territorio legalmente demarcato. Ma nella concezione pi antica,
quando gli stati erano definiti da centri, i confini erano porosi e
indistinti, e le sovranit scolorivano impercettibilmente l'una
nell' altra
21
. Da ci deriva, paradossalmente, la facilit con cui imperi
16LuCIEN FEBVRE E HENRI-JEAN MARTIN, The Coming 0/ the Book, pp. 148-49.
17Ibid., p. 321.
18Ibid., p. 330.
19Ibid., pp. 331-32.
2Ibid., pp. 232-33.
21 Si noti la confusione nella nomenclatura dei leader che deriva da questa
35
~
i
e regni pre-moderni poterono sostenere il proprio dominio su
popolazioni assolutamente eterogenee, e spesso neanche contigue,
per lunghissimi periodi di temp022.
Va ricordato che questi antichi stati monarchici si espandeva-
no non solo per guerre, ma anche per politica sessuale - un genere
ben diverso da quello praticato oggi. Tramite il principio generale di
verticalit, i matrimoni dinastici portarono sotto nuovi vertici intere
popolazioni. Esemplare fu la Casata d'Asburgo. Come diceva la
massima, Bella gerant alil: tu felix Austria nube! Qui, in forma un
po' abbreviata, riportiamo gli ultimi titoli della dinastia
23
:
Imperatore d'Austria; Re d'Ungheria, di Boemia, di Dalmazia,
Croazia, Slavonia, Galizia, Lodomeria, e Illiria; Re di Gerusa-
lemme, ecc; Arciduca d'Austria; Granduca di Toscana e Craco-
via; Duca di Lotaringia, di Salisburgo, Stiria, Carinzia, Carniola,
e Bucovina; Granduca di Transilvania, Margravio di Moravia;
Duca dell' Alta e Bassa Slesia, di Modena, Parma, Piacenza e
Guastalla, di Ausschwitz e Sator, di Teschen, Ragusa del Friuli e
Zara; Conte magnifico di Asburgo e Tirolo, di Kyburg, Gorz e
Gradiska; Duca di Trento e Bressanone; Margravio dell'Alto e
Basso Lausitz e dell'Istria; Conte di Hohenembs, Feldkirch,
Bregenz, Sonnenberg, ecc.; Signore di Trieste, di Cattaro e della
Marca di Windisch; Gran Voyvoda della Voyvodina, Serbia ...
ecc.
Questo era, come fa giustamente notare J aszi, non senza un effetto
piuttosto comico, ( ... ) il riepilogo degli innumerevoli matrimoni,
scambi e conquiste degli Asburgo.
In reami dove la poligamia era punita dalla religione, comples-
si sistemi di stanco concubinaggio divenivano essenziali all'integra-
trasformazione. Gli scolari ricordano i re dal loro nome proprio (qual era il
cognome di Guglielmo il Conquistatore?), e i presidenti dal loro cognome (qual
era il nome proprio di Ebert?). In un mondo di cittadini, tutti teoricamente in
condizione di essere eletti presidenti, lo spettro limitato dei nomi propri risulta
inadeguato come designazione specifica. Nel caso delle monarchie, al contrario,
in cui il potere limitato a una sola famiglia, necessariamente il nome proprio,
con numeri o soprannomi, a fornire le necessarie distinzioni.
22Possiamo qui notare en passant che Nairn ha ragione quando descrive l'Atto
di Unione del 1707 tra Inghilterra e Scozia come un accordo tra patrizi, nel
senso che gli architetti dell'unione erano in effetti politici aristocratici. (Vedi la
lucida discussione a questo proposito in The Break-up 0/ Britain, p. 136).
comunque difficile immaginare un patto di tal genere stretto dalle aristocrazie di
due repubbliche: il concetto di Regno Unito fu certamente l'elemento mediatore
che lo rese possibile.
230SCAR]ASZI, The Dissolution 0/ the Habsburg Monarchy, p. 34.
36
L
zione del regno. Infatti i lignaggi reali ottenevano spesso il loro pre-
stigio, al di l di ogni aura di divinit, per cos dire, da incroci24,
poich questi erano segni di uno status superiore. caratteristico
che nessuna dinastia propriamente inglese abbia mai regnato a
Londra dall'undicesimo secolo (semmai ce n' stata una); e quale
nazionalit dovremmo assegnare ai Borboni
25
?
Durante il '600 comunque, per ragioni su cui non insisto, la
legittimit automatica delle monarchie sacrali cominci lentamente
a declinare in Europa occidentale. Nel 1649 Charles Stuart fu deca-
pitato nella prima rivoluzione del mondo moderno e, durante gli
anni '50 dello stesso secolo, uno degli stati europei pi importanti fu
governato da un Protettore plebeo piuttosto che da un re. Comun-
que ancora nell' et di Pope e Addison, Anna Stuart curava i malati
imponendo le mani reali, un genere di cure praticato anche dai Bor-
boni, Luigi XV e XVI, nella Francia dell'illuminismo fino alla fine
dell' ancien rgime26. Dopo il 1789, per, il principio di legittimit
qovette essere fortemente e coscientemente difeso, e nel farlo, la
monarchia divenne un modello semi-standardizzato. Tenno e
Figli del Cielo divennero Imperatori. Nel lontano Siam, Rama V
(Chulalongkorn) invi i suoi figli e nipoti alle corti di San Pietrobur-
go, Londra e Berlino per imparare le complessit del modello mon-
diale. Nel 1887 istitu il principio della successione al primogenito
riconosciuto legalmente, portando quindi il Siam in linea con le
civilizzate monarchie d'Europa27. li nuovo sistema port al trono
nel 1910 un eccentrico omosessuale che sarebbe stato certamente
24Soprattutto nell'Asia pre-moderna. Ma lo stesso principio esisteva nella
monogama Europa cristiana. Nel 1910, un certo Otto Forst pubblic il suo Ah-
nentafel Seiner Kaiserlichen und Koniglichen Hoheit des durchlauchtigsten Herrn
Erzherzogs Franz Ferdinand, in cui elencava 2.047 antenati dell'arciduca che stava
per essere ucciso. Includevano 1.486 tedeschi, 124 francesi, 196 italiani, 89 spa-
gnoli, 52 polacchi, 47 danesi, 20 inglesi, pi altri appartenenti ad altre quattro
nazionalit. Questo curioso documento riportato ibid., p. 136. Non resisto
alla tentazione di citare la notevole reazione di Francesco Giuseppe alla notizia
dell'omicidio dell'eccentrico erede designato: In questo modo, una forza supe-
riore ha restaurato quell'ordine che io, sfortunatamente, non fui capace di man-
tenere (Ibid., p. 125).
25Gellner accentua la tipica estraneit delle dinastie, ma interpreta il feno-
meno in senso troppo ristretto: i nobili locali preferiscono un re straniero pro-
prio perch non prender partito nelle loro rivalit interne. Thought and Change,
p.136.
26MARC BLOCH, Les Rois Thaumaturges, pp. 390 e 398-99.
27NoEL A. BAITYE, The Military, Government and Society in Siam, 1868-1910,
tesi di dottorato in filosofia, Cornell1974, p. 270.
37
il'
una connessione tra due avvenimenti che non sono legati n cro-
nologicamente n causalmente, una connessione che la ragione
non pu stabilire in senso orizzontale, ammettendo per questa
parola un'estensione temporale. Si tratta unicamente di stabilirla
collegando verticalmente i due fatti con la potenza divina, che
soltanto in tal modo pu creare un piano della storia e soltanto
pu dar la chiave della sua comprensione. Viene sciolto il legame
temporale-orizzontale e causale dei fatti, l' hic et nunc non pi
elemento di un corso terreno, invece simultaneamente cosa
sempre stata e che si compie nell' avvenire; ed propriamente
davanti all'occhio divino cosa eterna d'ogni tempo, gi compiuta
in avvenimenti terreni frammentari.
Giustamente, Auerbach sottolinea che una tale idea di simultaneit
ci completamente estranea. Il tempo visto come ci che Benja-
min chiama tempo messianico, una simultaneit di passato e futuro
in un presente istantane0
33
. In un tale modo di pensare, il termine
nel frattempo non pu significare molto.
La nostra concezione della simultaneit si sviluppata in un
lungo periodo di tempo, e la sua apparizione certamente connessa,
in modi che dovranno essere ancora studiati bene, con lo sviluppo
delle scienze laiche. per una concezione di cos fondamentale
importanza che, senza tenerne il dovuto conto, sarebbe difficile
indagare l'oscura genesi del nazionalismo. A sostituire il concetto
medioevale di simultaneit-nel-corso-del-tempo stata, per citare
ancora Benjamin, un'idea di tempo vuoto e omogeneo, in cui la
simultaneit obliqua
34
, trasversale al tempo, scandita non da prefi-
gurazione e adempimento, ma da sincronia, misurata da orologi e
calendari.
Perch tale trasformazione sia cos importante per la nascita
delle comunit immaginarie delle nazioni, diventa pi chiaro se con-
sideriamo la struttura di due forme di rappresentazione che comin-
ciarono a svilupparsi nel '700, il romanzo e il giornale
35
; queste for-
me offrirono gli strumenti tecnici per rappresentare quel tipo di
comunit immaginata che la nazione.
Considerate innanzitutto la struttura del romanzo vecchio
stampo, una struttura tipica non solo dei capolavori di Balzac, ma
33WALTER BENJAMIN, Illuminations, p. 265.
34 Ibid., p. 263. Cos profondamente radicata questa nuova idea che si
potrebbe dedurre che ogni concetto moderno essenziale basato sull'idea di nel
frattempo.
35Mentre La princesse de Clves era gi apparsa nel 1678, l'epoca di Ri-
chardson, Defoe e Fielding sar il primo '700. Le origini dei quotidiani moderni
sono le gazzette olandesi del tardo '600; ma il quotidiano si diffuse come genere
40
L
anche dei romanzacci odierni. Essa chiaramente uno strumento
per la rappresentazione della simultaneit in un tempo vuoto e
omogeneo, ossia una complessa parafrasi del termine nel frattem-
po. Prendete, a scopo illustrativo, un segmento della trama di un
romanzo, in cui un uomo (A) ha una moglie (B) e un'amante (C)
che a sua volta ha un altro amante (D). Possiamo immaginare una
sorta di grafico temporale per tale segmento, come segue:
Tempo:
Eventi: A litiga con B
C e D fanno l'amore
II
A telefona a C
B fa compere
D gioca
a biliardo
III
D si sbronza in un bar
A cena a casa con B
C fa un sogno
minaccioso
Notate che in questa sequenza A e D non s'incontrano mai, e posso-
no anche ignorare l'esistenza l'uno dell' altro, se C ha giocato bene le
sue carte
36
. Cos' che dunque lega A a D? Due concetti comple-
mentari: primo, che entrambi fanno parte di una societ (Wessex,
Lubecca, Los Angeles). Queste societ sono entit sociologiche di
cos solida e stabile realt, che i loro membri (A eD) possono perfi-
no venir descritti mentre s'incrociano per la strada, senza mai co-
noscersi
37
, e comunque essere connessi. Secondo, che A e D sono
inchiodati nella mente del lettore onnisciente. Solo lui, come dio,
vede A telefonare a C, B fare spese e D giocare a biliardo, tutti nello
stesso momento. Che tutti questi atti siano compiuti nello stesso
tempo metrico, ma da attori ignari l'uno dell' altro, mostra la novit
di questo mondo immaginario evocato dall' autore nella mente del
lettore3
8
.
L'idea di un organismo sociologico che si muove ordinatamen-
te in un tempo vuoto e omogeneo, ha una precisa analogia con
l'idea di nazione, concepita anch' essa come una solida comunit che
di stampa solo dopo il 1700. FEBVRE E MARTIN, The Coming 01 the Book, p. 197.
36In effetti, l'efficacia della trama pu dipendere, nei momenti I, II, III, dalla
reciproca ignoranza delle azioni di A, B, C eD.
37Questa polifonia segna la netta demarcazione del romanzo moderno rispetto
persino a un precursore brillante quanto il Satyricon di Petronio. La sua narra-
zione procede su un singolo piano. Se Encolpio si lamenta della mancanza di
fede del suo giovane amante, non ci viene simultaneamente mostrato Gitone a
letto con Ascilto.
38In questo contesto interessante paragonare i romanzi storici con do-
cumenti o esempi di narrazioni originali del periodo preso in esame.
41
si sposta gi (o su) lungo la storia
39
. Un americano incontrer o
conoscer di nome solo una minuscola manicata dei suoi milioni di
compatrioti americani. Non ha nessuna idea di ci che essi stiano
mai facendo. Ha per piena fiducia della loro costante, anonima,
simultanea attivit.
La prospettiva che sto suggerendo sembrer forse meno astrat-
ta se ci dedicheremo brevemente a quattro esempi di narrativa di
differenti culture ed epoche, tutti tranne uno legati a movimenti
nazionalisti. Nel 1887, il Padre del Nazionalismo Filippino, J os
Rizal, scrisse il romanzo Noli Me Tangere, che oggi considerato il
pi alto esempio della letteratura filippina. Fu anche il primo
romanzo scritto da un Indio40. Ecco il suo meraviglioso inizi0
41
:
Verso la fine di ottobre, Don Santiago de los Santos, conosciuto
da tutti come Capitan Tiago, stava per dare un ricevimento.
Anche se, contro le sue abitudini, lo aveva annunciato solo quel
pomeriggio, questo fatto era gi l'argomento di tutte le conversa-
zioni a Binondo, in altri quartieri della citt, e persino nella citt
interna di Intramuros. In quei giorni Capitan Tiago aveva fama
di ospite munifico. Si sapeva che la sua casa, come la sua terra,
erano aperte a tutto, tranne al commercio e a qualsiasi idea nuova
o rischiosa.
Cos la notizia si diffuse come una scossa elettrica lungo la co-
munit di parassiti, scrocconi e ospiti non invitati che Dio, nella
Sua infinita bont, ha creato e cos affettuosamente fa moltiplica-
re a Manila. Alcuni cercarono il lucido per i loro stivali, altri i fer-
macolletti e le cravatte. Tutti per erano preoccupati di come
ossequiare il loro ospite con la familiarit richiesta per creare
l'apparenza di una lunga amicizia o, nel caso, di scusarsi per non
essere arrivati prima. La cena venne offerta in una casa in via
Anloague. Poich non ricordiamo il numero esatto, la descrivere-
mo in modo che sia possibile riconoscerla, sempre che i terremoti
39Niente mostra meglio l'immersione del romanzo in un tempo vuoto e omo-
geneo quanto l'assenza di quelle genealogie introduttive, spesso risalenti alle ori-
gini stesse dell'uomo, che sono una caratteristica cos tipica degli antichi rac-
conti, leggende e libri sacri.
4Rizal scrisse questo romanzo nella lingua coloniale (lo spagnolo), che era
allora la lingua franca delle lite eurasiatiche e native di diverse etnie. Accanto al
romanzo, apparve per la prima volta una stampa nazionalista, non solo in spa-
gnolo ma anche in lingue etniche, quali il tagalog o l'ilocano. Vedi LEOPOLDO
Y. YABES, The Modern Literature 0/ the Philippines, pp. 287-302, in Littratures
Contemporaines de l'Asie du Sud-Est, a cura di Pierre-Bernard Lafont e Denys
Lombard.
41JOS RIZAL, Noli Me Tangere (Istituto Nacional de Historia, Manila 1978), p.
1. Mia traduzione.
42
L.
non l'abbiano gi distrutta. Non crediamo che il suo proprietario
l'abbia fatta abbattere, visto che tale compito viene di solito la-
sciato a Dio o alla natura che, comunque, ha gi numerosi con-
tratti con il nostro Governo.
Superfluo ogni commento. Baster notare che l'immagine iniziale
(del tutto nuova per la letteratura filippina) di un ricevimento
discusso da centinaia di persone innominate, che non si conoscono,
in parti decisamente diverse di Manila, in un particolare mese di un
particolare decennio, evoca immediatamente la comunit immagi-
nata. E nella frase in una casa in via Anloague descriveremo in
un modo che sia possibile riconoscerla, chi dovrebbe riconoscerla
siamo i lettori-noi-filippini. La casuale progressione di questa casa
dal tempo interiore del romanzo al tempo esteriore della vita
quotidiana di un lettore (di Manila) offre una conferma ipnotica
della solidit di una singola comunit, che abbraccia personaggi,
autore e lettore, muovendosi avanti lungo un tempo ordinat0
42
.
Notate anche il tono. Mentre Rizal non ha la minima idea dell'iden-
tit individuale dei suoi lettori, eppure scrive per loro con un'ironica
intimit, come se le relazioni con ognuno di essi non fossero per
niente problematiche
43
.
Niente d un senso maggiore di netta discontinuit che
confrontare Noli con il precedente, pi celebrato lavoro letterario di
un Indio, Francisco Balagtas (Baltazar): La Storia di Plorante e
Laura nel regno di Albania, la cui prima edizione datata 1861, ma
che potrebbe essere stata composta gi nel 1838
44
. Anche se Balag-
tas era ancora vivo quando Rizal nacque, il mondo del suo capola-
voro era sotto ogni aspetto estraneo a quello di Noli. La sua am-
bientazione, una splendida Albania medioevale, spaventosamente
lontana nello spazio e nel tempo dalla Binondo degli anni intorno al
1880. I suoi eroi, FIorante, un nobile cristiano albanese, e il suo ami-
co del cuore Aladino, un aristocratico musulmano (<<Moro) persia-
no, ci ricordano i filippini solo a causa del legame cristiano-moro.
42Notate ad esempio il sottile slittamento di Rizal, nella stessa frase, dal tempo
passato di ha creato (crio), al tempo presente di fa moltiplicare (multiplica).
43L'altra faccia dell'oscuro anonimato del lettore era/ l'immediata celebrit
dell'autore. Come vedremo, questo anonimato/celebrit deve tutto al diffondersi
del capitalismo-a-stampa. Gi nel 1593, energici frati dominicani avevano pubbli-
cato a Manila la Doctrina Christiana. Ma nei secoli seguenti la stampa rimase
strettamente sotto il controllo ecclesiastico. La liberalizzazione cominci solo
dopo il 1860. Vedi BIENVENIDO L. LUMBERA, Tagalog Poetry 1570-1898, Tradition
and Influences in its Development, pp. 35, 93.
44Ibid., p. 115.
43
(r
I II
I
I
Laddove Rizal cosparge la sua prosa spagnola con vocaboli tagalog
per effetti realistici, satirici o nazionalistici, Balagtas mischia, sen-
za rendersene conto, frasi spagnole alle sue quartine tagalog sempli-
cemente per migliorare la grandeur e la sonorit della sua dizione.
Noli doveva essere letto, mentre Florante e Laura doveva essere can-
tato ad alta voce. Quello che pi colpisce come Balagtas maneggia
il tempo. Come fa notare Lumbera, lo svolgimento della trama non
segue un ordine cronologico. Il racconto comincia in medias res,
coscch la storia completa ci arriva tramite una serie di monologhi
che fungono daflashback45. Quasi la met delle 399 quartine con-
tiene episodi della giovinezza di Florante, gli anni di studio ad Ate-
ne e le sue imprese militari, che l'eroe racconta conversando con
Aladin0
46
. I flashback parlati erano l'unica alternativa per Balag-
tas a una narrativa piatta e rettilinea. Veniamo a conoscenza dei pas-
sati simultanei di Florante e Aladino, solo perch essi sono legati
dalle loro voci che conversano, non dalla struttura del poema epico.
Com' distante questa tecnica da quella del romanzo: In quella
stessa primavera, mentre Florante stava ancora studiando ad Atene,
Aladino fu espulso dalla corte del suo sovrano ... . In effetti, Balag-
tas non pensa mai di situarei suoi protagonisti in una societ, o
di discuterli con i suoi lettori. N, a parte il flusso mellifluo di poli-
sillabi tagalog, vi molto di filippino nel suo test0
47
.
Nel 1816, settant'anni prima della stesura di No li,J o s Joaquin
Fernandez de Lizardi scrisse un romanzo chiamato El Periquillo
Sarniento (<<li pappagallo fastidioso), la prima opera latino-ameri-
cana nel suo genere. Nellle parole di un critico, questo testo un
feroce atto d'accusa all' amministrazione spagnola in Messico: super-
45Ibid., p. 120.
46La tecnica simile a quella di Omero, cos abilmente discussa da Auerbach,
Mimesis, cap. 1 (<<La cicatrice d'Ulisse).
47 Paalam Albaniang pinamamayanan
ng casama, t, lupit, bangis caliluhan
acong tangulan mo, i, cusa mang pinatay
sa iyo, i, malaqui ang panghihinayang.
Addio, Albania, regno ormai
del male, della crudelt, della brutalit e dell'inganno!
lo, il tuo difensore, che tu ora uccidi
Pur lamento comunque il destino che ti imposto.
Questa famosa strofa stata talvolta vista come una velata affermazione di pa-
triottismo filippino, ma Lumbera ci persuade che una tale interpretazione sareb-
be anacronistica. Tagalog Poetry, p. 125. Ho lievemente alterato il testo tagalog
che appare in questo volume per conformarmi a una versione del poema pub-
blicata nel 1973 e basata su un originale del 1861.
44
L
stlzlOne, ignoranza e corruzione sono viste come le sue ca-
ratteristiche p rincip ali
48
La struttura di questo romanzo nazionali-
sta indicata nella seguente descrizione del suo contenut0
49
:
Sin dall'inizio, (l'eroe, il pappagallo fastidioso) esposto a cattive
influenze: cameriere ignoranti gli inculcano la superstizione, sua
madre asseconda i suoi capricci, i suoi maestri o non hanno
voglia o non sanno come dargli disciplina. E anche se suo padre
un uomo intelligente e vuole che suo figlio intraprenda un
mestiere utile, piuttosto che andare a ingrossare le file degli av-
vocati e dei parassiti, la fin troppo indulgente madre di Peri-
quillo ad averla vinta: manda suo figlio all'universit e quindi si
assicura che impari solo sciocchezze superstiziose ... Periquillo
rimane incorreggibilmente ignorante nonostante numerosi incon-
tri con brave e sagge persone. Non ha alcuna voglia di lavorare e
diviene successivamente un prete, uno scommettitore, un ladro,
apprendista da uno strozzino, dottore, parroco in una citt di
provincia. Questi episodi permettono all'autore di descrivere ospe-
daZz; prigiom; villaggi remott; monasteri, portando avanti nel frat-
tempo la stessa teoria: che il governo e il sistema educativo spa-
gnolo incoraggiano parassitismo e pigrizia. Le avventure di Peri-
quillo lo portano spesso tra indios e negri ...
Ancora una volta vediamo l' immaginazione nazionale al lavoro
nel muoversi di un eroe solitario attraverso il panorama sociologico
di un'immobilit che fonde il mondo interno del romanzo con il
mondo esterno. Il picaresco tour d'horizon (ospedali, prigioni,
villaggi, monasteri, indios, negri) non comunque un tour du
monde. L'orizzonte chiaramente limitato. quello del Messico
coloniale. Di tale solidit sociologica niente ci rassicura di pi che la
successione dei plurali. I plurali evocano uno spazio sociale pieno di
prigioni confrontabili, nessuna importante per s, ma tutte rappre-
sentative, nella loro simultanea e separata esistenza, dell' oppressione
di questa colonia
50
. (Confrontate le prigioni nella Bibbia. Non sono
mai immaginate come tipiche per questa o quella societ. Ognu-
na, come quella in cui Salom fu affascinata da Giovanni il Battista,
magicamente unica).
Infine, visto che Rizal e Lizardi scrissero entrambi in spagnolo,
per rimuovere la possibilit che le strutture che abbiamo studiato
siano in qualche modo europee, ecco l'inizio de La Nera Sema-
48JEAN FRANCO, An Introduction lo Spanish-American Literature, p. 34.
49Ibid., pp. 35-36. Corsivo mio.
50Questo movimento di un eroe solitario attraverso un rigido ambiente sociale
tipico di molti antichi romanzi (anti) coloniali.
45
rang, un racconto del giovane e sfortunato comunista-nazionalista
indonesiano Mas Marco Kartodikrom0
51
, pubblicato a puntate nel
1924
52
Erano le sette, sabato sera; i giovani di Semarang non restavano
mai a casa il sabato sera. Questa notte per nessuno era in giro.
Poich la pioggia battente che era caduta tutto il giorno aveva
reso le strade allagate e molto scivolose, tutti erano rimasti in casa.
Per gli impiegati nei negozi e negli uffici, il sabato mattina era
stato un momento di anticipazione - prefigurare il piacere e
l'allegria del passeggio in in citt la sera -, ma stasera sarebbero
stati delusi a causa dell'apatia portata dal brutto tempo e dalle
strade viscide nei kampung. Deserte le strade principali di solito
piene di ogni sorta di traffico; deserti i marciapiedi normalmente
brulicanti di persone. Di quando in quando si poteva sentire lo
schioccare della frusta di una carrozza spronare un cavallo a
muoversi, o il clip clop degli zoccoli di cavalli trainanti dei carri.
Semarang era deserta. File di lampioni a gas illuminavano diret-
tamente la strada di asfalto lucido. A volte, quando il vento sof-
fiava da est, la loro chiara luce si offuscava ...
U n giovane era seduto su una lunga panchina di canna e leggeva
un giornale. Era totalmente preso. I suoi scatti di rabbia e, in al-
tri momenti, i suoi sorrisi erano chiari segni del suo profondo
interesse per la storia. Girava le pagine del giornale, sperando di
trovare qualcosa che lo facesse smettere di sentirsi cos miserabi-
le. All'improvviso si trov di fronte un articolo intitolato:
PROSPEIUT
Un povero vagabondo si ammala
e muore sul ciglio della strada per assideramento
Il giovane si commosse per questo breve articolo. Poteva ben
immaginare la sofferenza di quella povera anima mentre stava
morendo sul ciglio della strada. A un momento sent la rabbia
esplodergli dentro. A un altro momento prov piet. Ancora un
momento dopo prov rabbia per quel sistema sociale che aveva
dato origine a una tale povert, arricchendo un piccolo gruppo
di persone.
51Dopo una breve, pirotecnica carriera di giornalista radicale, Marco venne
internato dalle autorit coloniali olandesi a Boven Digul, uno dei primi campi di
concentramento, molto all'interno delle paludi della Nuova Guinea occidentale.
Qui mor nel 1932, dopo sei anni di prigionia. HENRI CHAMBERT-LoIR, Mas Marco
Kartodikromo (c. 1890-1932) ou L'Education Politique, p. 208, in Littratures
contemporaines de l'Asie du Sud-Est. Una brillante e pi recente cronaca della
carriera di Marco si pu trovare in TAKASHI SHIRAISHI, An Age in Motion: Popular
Radicalism in lava, 1912-1926, capitoli 2-5 e 8.
52Tradotto dall'inglese da: PAUL TICKELL, Three Early Indonesian Short Stories
by Mas Marco Kartodikromo (c. 1890-1932), p. 7. Corsivo mio.
46
L
Qui, come nel Periquillo Sarniento, ci troviamo in un mondo di plu-
rali: negozi, uffici, carri, kampung, e lampioni a gas. Come nel caso
di Noli noi-Iettori-indonesiani veniamo immersi in un tempo ordi-
nato e in un' ambientazione familiare; alcuni di noi possono davvero
aver camminato per quelle strade viscide di Semarang. Ancora
una volta, un eroe solitario viene inserito in un sociopaesaggio
descritto con accurati, generali dettagli. Ma c' anche qualcosa di
nuovo: un eroe a cui non viene dato un nome, ma a cui ci si riferisce
frequentemente come il nostro giovane. Proprio la goffaggine e la
semplicit letteraria del testo confermano l'inconscia sincerit di
questo aggettivo pronominale. N Marco, n i suoi lettori hanno
alcun dubbio su di chi si tratta. Se nel racconto sofisticato-scherzoso
dell'Europa del '700-'800 il traslato <<nostro eroe non fa che sotto-
lineare una complicit dell'autore con (qualsiasi) lettore, il <<nostro
giovane di Marco indica un giovane uomo che appartiene al corpo
collettivo dei lettori in indonesiano, e quindi, implicitamente, a
un'embrionale comunit immaginata indonesiana. Notate che
Marco non sente alcun bisogno di chiamare questa comunit per
nome: essa gi l. (Anche se i poliglotti censori coloniali Olandesi
possono far parte dei suoi lettori, sono comunque esclusi da questo
senso di <<noi, come si pu capire dal fatto che la rabbia del giova-
ne diretta al, e non al nostro sistema sociale).
Infine, la comunit immaginata confermata dalla doppiezza
del nostro leggere di un giovane che legge. Egli non trova il cadave-
re del povero vagabondo sul ciglio di una strada viscida di Sema-
rang, ma lo immagina da ci che stampato suI giornale
53
N gli
importa minimamente chi fosse il vagabondo morto come indivi-
duo: pensa al corpo esemplare, non alla vita della persona.
Cade a proposito che in Semarang Hitam un giornale sia inse-
rito nel racconto, perch, se pensiamo al giornale come a un prodot-
to culturale, saremo colpiti dal suo profondo carattere immaginario.
Qual la fondamentale convenzione letteraria di un giornale? Se
dovessimo osservare la prima pagina di un giornale qualunque, ad
esempio, del New York Times, ci troveremmo articoli su: i dissidenti
53Nel 1924 un caro amico e alleato politico di Marco pubblic un romanzo
dal titolo Rasa Merdika (<<Sentirsi liberi/Senso di libert). Dell'eroe di questo
romanzo (che erroneamente attribuisce a Marco), Chambert-Loir scrive che
non ha alcuna idea del significato della parola socialismo: ciononostante pro-
va un profondo malessere di fronte all' organizzazione sociale che lo circonda e
sente il bisogno di ampliare i propri orizzonti con due metodi: viaggiare e
leggere. (Mas Marco, p. 208. Corsivo mio). Il Pappagallo Fastidioso si trasferi-
to nella Giava del '900.
47
(rr
I il
I
I
i
sovietici, la carestia in Mali, un orrendo omicidio, un colpo di stato
in Iraq, la scoperta di un fossile raro nello Zimbabwe, e un discorso
di Mitterrand. Perch tali eventi sono cos giustapposti? Cosa li uni-
sce tra loro? Non un semplice capriccio. Certo, la maggior parte di
questi eventi awiene indipendentemente, senza che gli attori sap-
piano l'uno dell' altro, o cosa gli altri stiano facendo. L'arbitrariet
della loro inclusione e giustapposizione (l'ultima edizione sostituir
Mitterrand con una vittoria nel baseball) mostra che il legame tra
loro immaginato.
Questo legame immaginato deriva da due fonti indirettamente
collegate. La prima semplice coincidenza cronologica. La data in
alto sul giornale, il suo singolo emblema pi importante, prowede
alla connessione essenziale: lo scandire costante di un tempo vuoto e
omogene0
54
. All'interno di questo tempo, il mondo marcia deciso in
avanti. Per esempio: se, dopo due giorni di cronaca della carestia, il
Mali scompare dalle pagine del New York Times anche per mesi, nes-
sun lettore penser mai che il Mali non esiste pi o che la carestia ha
cancellato tutti i suoi abitanti. il formato romanzesco del giornale
assicura che da qualche parte l fuori il personaggio Mali si aggira
in silenzio, aspettando la sua prossima apparizione nella trama.
La seconda fonte del legame immaginato sta nella relazione
che lega il giornale, come una forma di libro, al mercato. stato sti-
mato che, nei pi di quarant'anni passati tra la pubblicazione della
Bibbia di Gutenberg e la fine del '400, vennero stampati in Europa
pi di venti milioni di volumi
55
. Tra il 1500 e il 1600, il numero dei
volumi stampati aveva raggiunto una cifra tra i centocinquanta e i
duecento milioni
56
. Da qui in poi ... le tipografie cominciarono ad
assomigliare sempre pi alle moderne officine che ai laboratori
monastici del Medio Evo. Nel 1455, Fust e Schoeffer praticavano
gi un commercio basato su produzioni standardizzate, e vent'anni
dopo grandi gruppi editoriali operavano ovunque in tutta Euro-
54Leggere un giornale come leggere un romanzo il cui autore ha ab-
bandonato ogni speranza di mantenere una trama coerente.
55FEBVRE e MARTIN, The Coming 0/ the Book, p. 186. Ci corrisponde a non
meno di 35.000 edizioni prodotte in non meno di 136 citt diverse. Gi nel 1480
esistevano tipografie in pi di 110 citt, delle quali 50 nell'odierna Italia, 30 in
Germania, 9 in Francia, 8 sia in Olanda che in Spagna, 5 sia in Belgio che in
Svizzera, 4 in Inghilterra, 2 in Boemia e 1 in Polonia. Da questa data si pu dire
che in Europa il libro stampato fosse di uso comune (p. 182).
56 Ibidem, p. 262. Gli autori fanno notare che nel '500 i libri erano facilmente
ottenibili da chiunque sapesse leggere.
48
L
pa57. In un senso piuttosto speciale, il libro fu la prima merce a
moderna produzione di massa
58
. il senso che intendo si pu spiega-
re confrontando il libro con gli altri antichi prodotti industriali,
come i tessuti, i mattoni, o lo zucchero, in quanto questi articoli
sono misurati in quantit matematiche (libbre, carichi o pezzi). Una
libbra di zucchero semplicemente una quantit, un peso conve-
niente, non un oggetto per s. Il libro, invece, prefigurando i beni
durevoli del nostro tempo, un oggetto autonomo e distinto, ripro-
dotto con esattezza su larga scala
59
. Una libbra di zucchero si
mischia alla seguente; ogni libro ha la sua eremitica autosufficienza.
(Non meraviglia quindi che le biblioteche, collezioni personali di
produzioni di massa, siano frequenti in centri urbani come Parigi,
gi nel '500
6
). In questa prospettiva, il giornale solo una forma
estrema di libro, un libro venduto su scala colossale, ma di effime-
ra popolarit. Potremmo forse dire: best-seller per un giorn0
61
?
Proprio l'obsolescenza del giornale all'indomani della sua pubblica-
zione (curioso che uno dei primi prodotti di massa dovesse cos pre-
figurare l'obsolescenza incorporata nei moderni beni durevoli) crea
questa straordinaria cerimonia di massa: il quasi simultaneo consu-
mo (<<immaginazione) del giornale-racconto. Sappiamo che una
particolare edizione del mattino o della sera sar irresistibilmente
consumata tra un' ora precisa e un' altra, solo quel giorno e non
quell' altro. (Al contrario dello zucchero, il cui uso prosegue in un
57Ad Anversa, la grande casa editrice di Plantin controllava, gi nel '500, 24
tipografie con pi di 100 lavoratori in ogni impianto. Ibid., p. 125
58Questo uno dei punti fermi tra gli svolazzi di Marshall McLuhan in Gu-
tenberg Galaxy (p. 125). Inoltre, se anche il mercato editoriale divenne minusco-
lo rispetto ai mercati di altre merci, il suo ruolo strategico nella diffusione delle
idee lo rese comunque di importanza fondamentale nello sviluppo dell'Europa
moderna.
59Il principio qui pi importante della scala. Fino all'800 le tirature erano
limitate. Persino la Bibbia di Lutero, un best-seller eccezionale, ebbe una prima
edizione di sole 4.000 copie. La prima edizione dell'Encyclopdie di Diderot
ebbe un'insolitamente alta tiratura di 4.250 copie. Nel '700 la tiratura media era
di 2.000 copie. (FEBVRE E MARTIN, The Coming 0/ the Book, pp. 218-20). Allo
stesso tempo, il libro si sempre distinto da altri prodotti per il suo mercato
intrinsecamente limitato. Chiunque, se ha abbastanza denaro, pu comprare
automobili ceche; solo chi parla il ceco comprer libri in lingua ceca. L'impor-
tanza di questa distinzione verr esaminata in seguito.
60 Inoltre gi nel tardo '400 secolo l'editore veneziano Aldo Manuzio era stato
il pioniere delle edizioni tascabili.
61 Come nel caso di Semarang Hitam, i due tipi di best-seller erano un tempo
molto pi legati di quanto non siano oggi. Anche Dickens pubblic i suoi roman-
zi a puntate su quotidiani popolari.
49
~ t f
I '
\ \
flusso non scandito e continuo; lo zucchero pu guastarsi, ma non
scadere). paradossale il significato di questa cerimonia di massa
(Hegel osserva che i giornali servono all'uomo moderno come sosti-
tuto delle preghiere mattutine). praticata in silente privatezza, al
riparo del proprio crani0
62
. Ogni partecipante al rito comunque
ben conscio che la cerimonia che sta praticando viene replicata da
migliaia (o milioni) di altri, della cui esistenza certo, ma della cui
identit non ha la minima idea. Inoltre, tale cerimonia viene ripetuta
incessantemente a intervalli giornalieri, o semigiornalieri, per tutto il
calendario. Quale raffigurazione pi vivida della secolare, storica-
mente cadenzata, comunit immaginari
3
? Allo stesso tempo illet-
tore di giornale, che vede consumate dai suoi vicini di metropoli-
tana, di casa o di barbiere, esatte repliche del proprio quotidiano,
viene costantemente rassicurato che il mondo immaginato visibil-
mente radicato nella vita di tutti i giorni. Come in Noli Me Tangere,
la narrazione filtra silenziosa, continua nella realt, creando quella
notevole fede comunitaria nell' anonimato che la caratteristica del-
le nazioni moderne.
Prima di procedere alla discussione delle origini specifiche del
nazionalismo, forse utile ricapitolare le principali proposte avanza-
te finora. Essenzialmente ho affermato che la possibilit stessa
d'immaginare la nazione si present storicamente solo quando, e
dove, tre fondamentali concetti culturali, tutti molto antichi, persero
la loro presa assiomatica sulle menti degli uomini. Il primo di questi
fu l'idea che un particolare linguaggio sacro offrisse un accesso
privilegiato alla verit ontologica, proprio perch parte inseparabile
della verit stessa. stata questa idea a far nascere le grandi fratel-
lanze transcontinentali del cristianesimo, dell'Ummah islamica, e le
62La carta stampata incoraggiava una silenziosa solidariet per cause che
altrimenti non avrebbero mai trovato avvocati e che, da luoghi lontani, si rivolge-
vano ad un pubblico invisibile. EUZABETH L. EISENSTEIN, Some Conjectures
about the Impact of Printing on Western Society and Thought, Journal 01
Modern History, 40,1 (marzo 1968), p. 42.
63Parlando della relazione tra l'anarchia materiale della societ borghese e lo
stato di ordine astratto della politica, Nairn osserva che il meccanismo rap-
presentativo trasforma una reale ineguaglianza di classe in un astratto egualitari-
smo di cittadini, egocentrismi individuali in una impersonale volont collettiva,
ci che altrimenti sarebbe il caos in una nuova legittimit dello stato. The
Break-Up 01 Britain, p. 24. Senza dubbio; ma il meccanismo rappresentativo (ele-
zioni?) un piacere raro e transitorio. La nascita della volont impersonale, io
credo, andrebbe meglio cercata nella regolarit della vita diurna immaginaria.
50
L
altre. La seconda fu la credenza che la societ fosse organizzata
naturalmente intorno a centri superiori, cio a monarchi, che era-
no poi persone diverse dagli altri esseri umani, e che governavano in
nome di una sorta di delega cosmologica (divina). Le umane lealt
erano necessariamente gerarchiche e centripete in quanto il regnan-
te, come i sacri testi, era un nodo di accesso all' essere e parte di
esso. La terza era una concezione del tempo in cui cosmologia e sto-
ria erano indistinguibili, e le origini del mondo e dell'uomo essen-
zialmente identiche. Combinate, queste idee radicarono le vite degli
uomini nella natura stessa delle cose, offrendo certi significati alle
comuni fatalit dell' esistenza (soprattutto morte, perdita e servit)
ed offrendo, per varie vie, salvezza da esse.
Il lento, irregolare declino di queste certezze interconnesse,
prima in Europa occidentale, poi (sotto la spinta di mutamenti
economici, di scoperte sociali e scientifiche, e dello sviluppo di
sempre pi rapide comunicazioni) altrove, divise drasticamente
cosmologia e storia. Non sorprende quindi che una ricerca comin-
ciasse per trovare un nuovo, significativo legame che tenesse insie-
me fraternit, potere e tempo. Niente forse rese questa ricerca pi
precipitosa, e pi fruttuosa, quanto il capitalismo-a-stampa che per-
mise a un numero sempre crescente di persone di pensare a s, e di
porsi in relazione ad altri, in modi profondamente nuovi.
51
3. LE ORIGINI DELLA COSCIENZA NAZIONALE
Se pure lo sviluppo della stampa-come-merce l'elemento chiave
nella generazione di idee completamente nuove sulla simultaneit, ci
troviamo comunque solo al punto in cui diventano possibili comu-
nit del tipo orizzontale-laico, trasversale rispetto al tempo. Ma
perch all'interno di questo genere diviene cos popolare proprio la
nazione? I fattori coinvolti sono owiamente complessi e vari. il pi
importante per, senza dubbio, l'affermarsi del capitalismo.
Almeno 20 milioni di libri erano stati stampati entro il 1500
1
,
preannunciando l'assalto dell' et della riproducibilit tecnica di
Benjamin. Se la conoscenza manoscritta era erudizione rara a arca-
na, la conoscenza stampata visse della sua riproducibilit e diffu-
sione
2
. Se, come Febvre e Martin credono, vennero prodotti almeno
200 milioni di volumi entro il 1600, non meraviglia che Francis
Bacon credesse che la stampa avesse cambiato d'aspetto e la condi-
zione del mondo3.
In quanto una delle prime forme d'impresa capitalista, l'edito-
ria visse in prima fila l'incessante ricerca di nuovi mercati. I primi
tipografi aprirono succursali in tutta Europa: in questo modo, si
cre una vera 'internazionale' di case editrici che ignorava le frontie-
re nazionali4. E visto che gli anni tra il 1500 e il 1550 furono un
periodo di eccezionale prosperit per l'Europa, l'editoria seppe
sfruttare il momento favorevole. Pi che in ogni altra epoca l'edi-
toria fu una grande industria sotto il controllo di ricchi
capitalisti5. Naturalmente, ai venditori di libri importava soprat-
tutto ottene"re un profitto e vendere i propri prodotti, e quindi cer-
carono quelle opere che interessassero il maggior numero possibile
di contemporanei6.
ILa popolazione della parte d'Europa in cui la stampa era allora nota si aggi-
rava intorno ai cento milioni di persone. FEBVRE e MARTIN, The Coming 0/ the
Book, pp. 248-49.
2Emblematico il Milione di Marco Polo, che rimase virtualmente sco-
nosciuto fino alla sua prima edizione a stampa del 1559.
3Citato in EISENSTEIN, Some Conjectures, p. 56.
4FEBVRE e MARTIN, The Coming 0/ the Book, pag 122.
5Ibidem, p. 187.
6L'introduzione della stampa fu quindi, sotto questo aspetto, un passo avanti
verso una civilt di massa standardizzata, ibidem, pp. 259-60.
53
~
Il mercato iniziale fu l'Europa letterata, un ampio ma sottile strato
di lettori di latino. Per saturare questo mercato ci vollero circa 150
anni. Il fatto determinante riguardo al latino, al di l della sua sa-
cralit, che si trattava di un linguaggio usato da uomini in grado di
capire due lingue. Relativamente pochi erano nati per parlarlo, e
ancora meno, si pu immaginare, lo usavano nei loro sogni. Nel
'500 la percentuale dei bilingui sulla popolazione totale dell'Europa
era decisamente limitata; molto probabilmente non pi grande della
percentuale sulla popolazione mondiale di oggi, e, nonostante
l'internazionalismo proletario, dei secoli a venire. Ora e sempre la
maggioranza dell'umanit e sar monolingue. La logica del capita-
~ s m o signific quindi che, saturato il mercato delle lites in latino, si
affrontarono i mercati potenzialmente enormi rappresentati dalle
masse monolingue. In realt, la Controriforma incoraggi una rina-
scita temporanea dell'editoria in latino, ma gi alla met del '600 il
movimento era in declino, e le biblioteche ferventemente cattoliche
erano straboccanti. Nello stesso tempo una carenza di denaro che
coinvolse tutta l'Europa spinse gli editori a pensare sempre pi di
distribuire libri economici in volgare
7
.
La rivoluzionaria spinta del capitalismo verso il volgare rice-
vette ulteriore impulso da tre fattori estranei, due dei quali contri-
buirono direttamente alla nascita delle coscienze nazionali. il primo,
e certo il pi importante, fu un mutamento nel carattere del latino
stesso. Grazie alle fatiche degli Umanisti nel riportare alla luce
l'ampia letteratura dell' antichit pre-cristiana e nel farla conoscere
attraverso la stampa, si ebbe apparentemente un nuovo riconosci-
mento delle sofisticate soluzioni stilistiche degli antichi da parte
degli intellettuali trans-europei. Il latino che ora aspiravano a scrive-
re divenne sempre pi ciceroniano, e, per gli stessi motivi, sempre
pi lontano da quello ecclesiastico o da quello parlato tutti i giorni.
In questo modo acquist un aspetto esoterico decisamente differen-
te da quello del latino della Chiesa nel Medioevo, in quanto il latino
antico non era considerato arcano per i suoi temi o per lo stile,
ma semplicemente perch era scritto, quindi per la sua particolare
condizione di testo. Ora diventava arcano per quello che era
scritto, per il linguaggio in s stesso.
Il secondo fu l'impatto della Riforma, che a sua volta dovette
molto alla stampa. Prima dell' era dell' editoria, la Chiesa romana fu
in grado di vincere facilmente ogni guerra contro l'eresia nell'Euro-
pa occidentale, in quanto dotata di migliori linee di comunicazioni
7Ibid., p. 195.
54
internazionali rispetto ai suoi sfidanti. Quando per nel 1517 Mar-
tin Lutero affisse le sue Tesi sulle porte della cappella di Wit-
tenberg, esse vennero stampate con la traduzione in tedesco, ed
entro 15 giorni (erano state) viste in ogni parte del Paese8. Nei
due decenni tra il 1520 e il 1540 venne stampato in Germania il tri-
plo dei libri pubblicati nel periodo 1500-1520, un'incredibile tra-
sformazione in cui Lutero ebbe un ruolo fondamentale. Le sue ope-
re rappresentarono non meno di un terzo di tutti i libri in lingua
tedesca venduti tra il 1518 e il 1525. Tra il 1522 e il 1546, vennero
alla luce un totale di 430 edizioni (complete o parziali) della sua tra-
duzione della Bibbia. Abbiamo di fronte per la prima volta una
vera massa di lettori, e una letteratura popolare alla portata di ognu-
no9. In effetti Lutero divenne il primo autore di best-seller cono-
sciuto, o per metterla in un altro modo, il primo scrittore in grado
di vendere i suoi libri sulla base del proprio nome
lO
.
Dove Lutero apr una via, altri seguirono subito, dando inizio
cos alla colossale guerra di propaganda religiosa che infuri su tutta
l'Europa per i successivi cento anni. In questa titanica battaglia per
le menti degli uomini, il protestantesimo fu quasi sempre all'attac-
co, proprio perch sapeva sfruttare meglio il crescente mercato edi-
toriale in volgare creato dal capitalismo, mentre la Controriforma
difendeva la sua roccaforte latina. L'emblema ne l' Index Libro-
rum Prohibitorum del Vaticano (cui non segu una controparte
protestante), reso necessario dall' enormit di testi sovversivi
stampati. Niente rende meglio l'idea di questa mentalit da assediati
del divieto, in terror panico, con cui Francesco I, nel 1535, proib la
stampa di ogni libro nel regno pena la morte per impiccagione! La
ragione sia del divieto, sia della sua inapplicabilit, stava nel fatto
che i confini orientali del suo paese erano ormai circondati da citt e
staterelli protestanti, che producevano un massiccio flusso di stam-
pa contrabbandabile. Prendiamo l'esempio della Ginevra di Calvi-
no: tra il 1533 e il 1540 vennero stampate solo 42 pubblicazioni, ma
il numero sal a 527 tra il 1550 e il 1564, anno in cui almeno 40 di-
verse tipografie lavoravano a regime
ll
.
8Ibid., pp. 289-90.
9Ibid., pp. 291-95.
\OA questo punto, mancava solo un piccolo passo per arrivare alla situazione
della Francia del '600, in cui Corneille, Molire e La Fontaine potevano vendere
i loro manoscritti di opere teatrali direttamente agli editori, che li compravano in
quanto ottimi investimenti, vista la reputazione di cui i loro autori godevano sul
mercato. Ibid., p. 161.
lIIbid., pp. 310-15.
55
(f
[II
r..: alleanza tra protestantesimo e capitalismo-a-stampa, sfruttando
economiche edizioni popolari, cre in breve un nuovo, vasto pub-
blico (non da ultimo tra mercanti e donne, che conoscevano in ge-
nere ben poco di latino), e insieme lo mobilit per fini politico-reli-
giosi. Inevitabilmente, non fu solo la Chiesa a venir scossa fino al
suo nucleo. Lo stesso terremoto produsse i primi importanti stati
non-dinastici europei che fossero pi grandi di una citt: la repub-
blica tedesca e la comunit dei puritani. (li panico di Francesco I
era di natura almeno altrettanto politica che religiosa).
La terza spinta venne dal lento, diverso per zone geografiche,
sorgere di particolari idiomi volgari come strumenti di accentramen-
to amministrativo da parte di monarchie potenti e aspiranti all' asso-
lutismo. utile qui ricordare che l'universalit del latino nell'Euro-
pa occidentale medioevale non corrispose mai a un sistema politico
universale. istruttivo il paragone con la Cina imperiale, dove il
raggio d'azione della burocrazia dei mandarini coincideva abbastan-
za con quello degli ideogrammi: in Europa occidentale, la frammen-
tazione politica dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente
signific che nessun sovrano avrebbe potuto monopolizzare il latino
e renderlo la propria lingua di Stato esclusiva, e quindi l'autorit
religiosa del latino non ebbe mai un corrispettivo politico.
La nascita dei volgari amministrativi anticip sia lo sviluppo
della stampa, sia gli sconvolgimenti religiosi del '500, e deve quindi
essere vista (almeno all'inizio) come un fattore indipendente
nell' erosione delle comunit immaginate sacre. E niente suggerisce
che alla base della volgarizzazione, dove essa si produsse, vi sia
stato un impulso ideologico profondamente radicato, per non parla-
re di impulsi proto-nazionali. li caso dell' Inghilterra, alla periferia
nord-occidentale dell'Europa latina, particolarmente illuminante.
Prima della conquista normanna, il linguaggio della corte, letterario
e amministrativo, era l'anglo-sassone. Per il secolo e mezzo successi-
vo virtualmente ogni documento reale fu stilato in latino. Tra circa il
1200 e il 1350 questo latino di stato venne sostituito dal francese
normanno. Nel frattempo una lenta fusione tra questo linguaggio di
una classe dominante straniera e l'anglo-sassone della popolazione
soggiogata produsse l'inglese antico. La fusione rese possibile per il
nuovo linguaggio di diventare, dopo il 1362, lingua per le corti, e
per l'apertura delle sedute del Parlamento. La Bibbia manoscritta in
volgare di Wycliffe segu nel 13 82
12
. essenziale tenere bene in
12SETON-WATSON, Nations and States, pp. 28-29; Bloch, FeudalSociety, I, p.
75.
56
mente che questa sequenza fu una serie di linguaggi di stato, e non
nazionali; e che lo stato in questione copr, in vari momenti, non
solo l'Inghilterra e il Galles di oggi, ma anche porzioni dell'Irlanda,
della Scozia e persino della Francia. Ovviamente, gran parte delle
popolazioni soggette conosceva poco o niente di latino, francese
normanno, o inglese antico
13
. Solo quando era gi passato quasi un
secolo dal riconoscimento politico dell'inglese antico, il potere di
Londra venne spazzato via dalla Francia.
Sulla Senna si ebbe un processo simile, anche se a un ritmo
pi lento. Come afferma sarcasticamente Bloch, il francese, una
lingua che, vista come una semplice forma corrotta del latino,
impieg numerosi secoli per acquistare una dignit letteraria14,
divenne il linguaggio ufficiale delle corti di giustizia solo dopo che
Francesco I emise l'editto di Villers-Cotterts
15
. In altri regni dina-
stici il latino sopravvisse assai pi a lungo, (sotto gli Asburgo ben
fino all'800). In altri ancora presero il sopravvento dei volgari stra-
nieri: nel '700 le lingue della corte dei Romanov erano francese e
tedesc0
16
.
In ogni caso la scelta della lingua appare come uno sviluppo
graduale, deciso, pragmatico, per non dire caotico. Come tale, era
completamente diverso dalle timide politiche linguistiche portate
avanti dai dinasti dell'800 di fronte alla nascita di un nazionalismo
linguistico ostile e popolare. (Vedi in/ra, capitolo 6). Un chiaro
segno di queste differenze che le vecchie lingue amministrative
erano solo tali: lingue usate da e per la burocrazia, per la propria
convenienza. Nessuno pensava d'imporre la lingua alle varie po-
polazioni soggette alle dinastie
17
r..: elevazione del volgare a lingua
del potere laddove, in un certo senso, era in competizione con il
latino (il francese a Parigi, in seguito l'inglese a Londra) dette
comunque il suo contributo al declino della comunit immaginata
della Cristianit.
In fondo, probabile che il farsi sempre pi esoterico del lati-
no, la Riforma e lo sviluppo casuale del volgare amministrativo sia-
13Non dobbiamo pensare che l'unificazione amministrativa in volgare fu
immediata o completa. difficile immaginare che la regione di Bordeaux (Guya-
ne) sotto il controllo di Londra fosse mai amministrata in antico inglese.
14BLOCf-l, FeudalSociety, I, p. 98.
15SETON-W ATSON, Nations and States, p. 48.
16Ibid., p. 83.
17Un'accettabile conferma di questo punto ci viene fornita da Francesco I,
che, come abbiamo visto, proib la stampa dei libri del 1535 e quattro anni dopo
elev il francese a lingua ufficiale della corte!
57
",<'
no importanti, in questo contesto, soprattutto in un ~ n s o negativo:
nel loro contribuire alla detronizzazione del latino. E possibile im-
maginare la nascita delle nuove comunit immaginate nazionali sen-
za l'esistenza di uno, o di tutti questi fattori. Quello che, in un senso
positivo, rese le nuove comunit immaginabili fu una quasi casuale,
ma esplosiva, interazione tra un sistema di produzione e di relazioni
produttive (capitalismo), una tecnologia delle comunicazioni (stam-
pa), e la fatalit della diversificazione linguistica umana 18.
L'elemento di fatalit essenziale. Di qualsiasi prodezza sovru-
mana il capitalismo fosse capace, esso ha sempre trovato nella morte
e nelle lingue due tenaci avversari
19
. Particolari lingue possono
morire o venir cancellate, ma non c' stata, n c', alcuna possibilit
di una generale unificazione linguistica dell'umanit. Eppure questa
mutua in comprensibilit fu storicamente solo di marginale impor-
tanza prima che il capitalismo e la stampa creassero un pubblico di
lettori monolingua.
Mentre essenziale avere in mente l'idea di fatalit, nel senso
di una generale condizione d'irrimediabile diversit linguistica,
sarebbe un errore paragonare questa fatalit con quell' elemento
comune alle ideologie nazionaliste che mette in rilievo la fatalit pri-
mordiale di particolari lingue e la loro associazione con particolari
unit territoriali. Essenziale l'interazione tra fatalit, tecnologia e
capitalismo. Nell'Europa prima della stampa, come certamente
altrove nel mondo, era immensa la diversit delle lingue, quelle lin-
gue che per chi le parla erano (e sono) la trama e il tessuto della vita;
cos immensa che, se anche avesse cercato di sfruttare ogni poten-
ziale mercato delle lingue volgari parlate, l'editoria sarebbe comun-
que rimasta una forma di capitalismo di dimensioni insignificanti.
Questi vari idiomi, per, potevano venir assemblati, entro certi
limiti, in lingue scritte di numero decisamente inferiore. La stessa
arbitrariet dell' attribuire un qualsiasi sistema di segni a dei suoni,
facilitava il processo di unificazione
20
. (Allo stesso tempo, pi i segni
ISNon fu il primo accidente di questo tipo. Febvre e Martin fanno notare
che, mentre in Europa una classe borghese era gi visibile dal '200, la carta non
divenne di uso comune fino alla fine del '300. Solo la superficie liscia della carta
poteva rendere possibile la riproduzione di massa di testi e immagini, e questo
non avvenne per altri 75 anni. La carta non fu per un'invenzione europea. Vi
sbarc, attraverso il mondo islamico, da un' altra storia, la Cina.
19Non esistono ancora grandi multinazionali nell'ambito dell'editoria.
20Per un'interessante discussione su questo punto, vedi S. H. STEINBERG, Fiue
Hundred Years 0/ Printing, capitolo 5. Un esempio viene dall'inglese ough, pro-
nunciato diversamente nelle parole although, bough, lough, rough, cough e hiccou-
58
erano ideografici, pi ampia era la zona potenziale di unificazione.
Si pu rilevare cos una sorta di gerarchia discendente, dall' algebra,
attraverso il cinese e l'inglese, fino ai sillabari regolari del francese o
dell'indonesiano). Ad assemblare questi volgari niente serv pi
del capitalismo che, all'interno dei limiti imposti da grammatiche e
sintassi, cre lingue scritte riprodotte meccanicamente e tali da
poter essere diffuse attraverso il mercat0
21
.
Queste lingue scritte posero le basi per le coscienze nazionali
in tre diversi modi. Innanzitutto, crearono un terreno comune di
scambio e comunicazione al disotto del latino e al disopra dei dialet-
ti volgari. Coloro che parlavano diverse variet di francese, inglese o
spagnolo, che potevano trovare difficile, o persino impossibile,
capirsi in una conversazione, erano in grado di farlo via stampa e
sulla carta. Nel processo, divennero gradualmente consapevoli delle
centinaia di migliaia, anche milioni, di persone appartenenti alloro
particolare campo linguistico, e allo stesso tempo, del fatto che solo
quelle centinaia di migliaia, o milioni, gli appartenevano. Quei letto-
ri, legati tra loro dalla stampa, formarono - nella loro secolare, parti-
colare, visibile invisibilit - l'embrione della comunit immaginata
nazionale.
In secondo luogo, l'editoria diede una nuova fissit alla lingua,
che alla lunga aiut a costruire quell'immagine di antichit cos
importante per l'idea soggettiva di nazione. Come Febvre e Martin
ci ricordano, il libro stampato manteneva una forma permanente, in
grado di venir riprodotta virtualmente all'infinito, nello spazio e nel
tempo. Non era pi soggetto alle abitudini individualizzanti e
inconsciamente modernizzanti dei monaci amanuensi. Pertanto,
mentre il francese del 1100 diversissimo da quello scritto da Villon
nel '400, il tasso di cambiamento rallent bruscamente nel '500.
Nel '600, un po' dappertutto, le lingue nazionali appaiono cristal-
lizzate22. In altre parole, per tre secoli queste lingue scritte stabi-
1izzate si sono a poco a poco ricoperte di uno smalto fissatore; le
gh; esso mostra sia la variet idiomatica da cui emerse l'odierno inglese, sia la
qualit ideografica del prodotto finale.
21 soppesando le parole che dico: Niente serv (...) pi ( ... ) del capitalismo.
Sia Steinberg che Eisenstein giungono quasi a divinizzare la stampa come ele-
mento demiurgico della storia moderna. Invece Febvre e Martin non dimenticano
mai che dietro la stampa si muovono i tipografi e le case editrici. bene ricordare
in questo contesto che, se anche la stampa fu inventata in Cina probabilmente 500
anni prima che apparisse in Europa, non vi ebbe nessun grande impatto, tanto
meno rivoluzionario, proprio perch l non c'era il capitalismo.
22The Coming 0/ the Book, pag 319.
59
",/
, li
parole dei nostri antenati del '600 ci sono accessibili in un modo
impensabile per Villon rispetto ai suoi avi del 1100.
In terzo luogo, l'editoria cre linguaggi di potere di un tipo di-
verso dagli antichi volgari amministrativi. Alcuni dialetti erano
inevitabilmente pi simili alle varie lingue scritte, e influirono pesan-
temente sulla loro forma definitiva. I loro svantaggiati cugini, ancora
assimilabili dalle lingue stampate emergenti, persero prestigio,
innanzitutto perch non ebbero successo, o lo ebbero solo relativa-
mente, nel sostenere la propria forma stampata. Il tedesco nord-
occidentale divenne platt Deutsch, una variante del tedesco larga-
mente parlata, anche se di qualit inferiore, in quanto era assimilabi-
le al tedesco scritto come invece non era il ceco parlato in Boemia.
L'alto tedesco, l'inglese del Re, e, in seguito, il thai centrale, vennero
elevati a una nuova eminenza politico-culturale. (Da qui derivano
nell'Europa del tardo '900 le lotte condotte da alcune sub-nazio-
nalit per emanciparsi dalla loro condizione subalterna inserendosi
a forza nella stampa e nella radio).
Resta solo da sottolineare che, alloro inizio, sia lo stabilizzarsi
delle lingue stampate, sia il loro disporsi a livelli diversi di prestigio,
furono processi in gran parte inconsapevoli, risultanti dall' esplosiva
interazione tra capitalismo, tecnologia, e diversit linguistica umana.
Ma come in molti altri casi nella storia del nazionalismo, una volta
presenti, poterono diventare modelli formali da imitare, o espedien-
ti da sfruttare deliberatamente in uno spirito machiavellico. Il gover-
no thailandese tende oggi a scoraggiare attivamente i tentativi di
missionari stranieri di fornire alle minoranze tribali delle colline
propri sistemi di trascrizione e di sviluppare pubblicazioni nelle loro
lingue: ma allo stesso governo non importa nulla quale lingua parli-
no queste minoranze. Il destino delle persone di lingua turca nelle
zone incorporate dai moderni stati di Turchia, Iran, Iraq, e Russia
particolarmente esemplare. Una famiglia di lingue parlate, un tem-
po ovunque assemblabili, e quindi comprensibili, in un' ortografia
araba, ha perso quest'unit come risultato di manipolazioni consa-
pevoli. Per acuire una coscienza nazionale prettamente turca, a sfa-
vore di qualsiasi maggiore identificazione islamica, Ataturk impose
una latinizzazione forzata dell' alfabet0
23
. Le autorit sovietiche
risposero prima con una romanizzazione forzata anti-islamica e anti-
23 HANS KOHN, The Age 0/ Nationalism, p. 108. giusto aggiungere che in
questo modo Kemal sperava anche di allineare il nazionalismo turco con la mo-
derna civilt romanizzata dell'Europa occidentale.
60
persiana, poi, negli anni '30 di Stalin, con una cirillizzazione forzata
di stampo russ0
24
.
Tirando le somme, possiamo affermare che la convergenza del
capitalismo e delle tecnologie di stampa e della variet delle lingue
umane cre la possibilit di una nuova forma di comunit immagi-
nata, che nella sua morfologia essenziale pose le basi delle nazioni
moderne. L'estensione potenziale di queste comunit era intrinseca-
mente limitata, e, allo stesso tempo, aveva solo la pi casuale relazio-
ne coi confini politici esistenti (che in genere rispecchiavano
l'espansione dinastica).
ovvio comunque che mentre tutte le moderne auto-dichiara-
te nazioni hanno lingue scritte nazionali, molte di esse hanno tali
lingue in comune, e in altre solo una minima parte della po-
polazione usa effettivamente la lingua nazionale nel parlare o nel-
lo scrivere. Gli stati-nazione ispano-americani, o della famiglia
anglo-sassone, sono esempi lampanti della prima situazione; molti
ex stati coloniali, soprattutto in Africa, della seconda. In altre paro-
le, la formazione concreta degli stati-nazione contemporanei non
assolutamente isomorfica con il determinato raggio d'azione di una
particolare lingua. Per meglio comprendere la discontinuit
all'interno della connessione tra lingue scritte, coscienze nazionali e
stati-nazione, dobbiamo volgerci al nutrito gruppo di nuove entit
politiche che nacquero nell' emisfero occidentale tra il 1776 e il
1838, definendosi tutte consciamente come nazioni e, con l'interes-
sante eccezione del Brasile, come repubbliche (non-dinastiche).
Questo perch non solo furono storicamente i primi di tali stati a
emergere sulla scena nazionale, offrendo quindi inevitabilmente un
modello cui gli altri avrebbero dovuto somigliare, ma anche per-
ch il loro numero e la simultaneit della loro nascita ci offrono un
terreno fertile per una ricerca comparativa.
24SETON-WATSON, Nations and States, p. 317.
61
1
1(;
Il!
I
"
inferiore di mercanti e a vari tipi di professionisti (awocati, militari,
funzionari locali e provinciali)4.
Lungi dal cercare di introdurre le classi subalterne alla vita
politica, il motivo chiave che spinse inizialmente all'indipendenza
da Madrid, in importanti casi come il Venezuela, il Messico e il Per,
fu la paura di una mobilitazione politica dei ceti inferiori: vale a dire,
sollevazioni di indios o di schiavi negri
5
. (Tale paura potr solo
aumentare quando il segretario dello spirito del mondo di Hegel
conquister la Spagna nel 1808, privando cos i creoli di assistenza
militare in caso di emergenza). In Per, era ancora fresca la memoria
della grande Jtlcquerie guidata da Tupac Amarti (1740-1781)6. Nel
1791, Toussaint L'Ouverture guid un'insurrezione di schiavi neri
che port nel 1804 alla seconda repubblica indipendente nell' emi-
sfero occidentale, e terrorizz i grandi coltivatori schiavisti del Vene-
zuela
7
. Quando, nel 1789, Madrid emise una nuova legge, pi uma-
na, sulla schiavit, specificando in dettaglio i diritti e i doveri di
schiavi e padroni, i creoli rifiutarono l'intervento statale, poich gli
schiavi erano inclini al vizio e all'indipendenza [l], ed erano essen-
ziali per l'economia. In Venezuela - in effetti in tutti i Caraibi spa-
gnoli - i coltivatori si opposero alla legge e portarono alla sua
sospensione nel 17948. Lo stesso Bolivar il Liberatore afferm che
una rivolta dei Negri sarebbe stata cento volte peggio che un'inva-
sione spagnola9. N dobbiamo dimenticare che molti leader delle
tredici colonie nordamericane erano magnati agrari proprietari di
schiavi. Lo stesso Thomas J efferson era uno di quei piantatori della
Virginia che negli anni attorno al 1770 s'infuriarono per il proclama
del governo leali sta che dichiarava liberi quegli schiavi che avessero
rotto con i loro padroni sediziosi
lO
istruttivo che una delle ragioni
per cui Madrid riusc a tornare a governare il Venezuela dal 1814-
4LYNCH, The Spanish-American Revolutions, pp. 14-17 e oltre. Queste propor-
zioni derivano dal fatto che le pi importanti attivit commerciali e amministrati-
ve erano largamente monopolizzate da spagnoli nati in Spagna, mentre i proprie-
tari terrieri erano per lo pi creoli.
5Sotto questo aspetto ci sono chiare analogie con il nazionalismo boero di un
secolo dopo.
6 degno di nota il fatto che Tupac Amarli non ripudi mai interamente la sua
lealt al re di Spagna. La furia sua e dei suoi seguaci (soprattutto indios, ma anche
bianchi e meticci), era rivolta contro il regime di Lima. Masur, Bolivar, p. 24.
7SETON-WATSON, Nations and States, p. 201.
8LYNCII, The Spanish-American Revolutions, p. 192.
9Ibidem, p. 224.
lOED\XfARD S. MORGAN, The Heart of ]efferson, The New York Review 01
Books, 17 agosto 1978, p. 2
64
1816 e a tenere la lontana Quito fino al 1820, fu che ottenne
l'appoggio prima degli schiavi, e poi degli indios, nella lotta contro
gli insorti creoli
11
. Inoltre, la lunghezza stessa della lotta continentale
contro la Spagna, ormai una potenza europea di secondo livello e,
tra l'altro, invasa e conquistata di recente da Napoleone, suggerisce
una certa debolezza sociale di questi movimenti indipendentisti
latino-americani.
E per erano movimenti d'indipendenza nazionale. Bolivar
cambi idea sugli schiavi
12
, e il liberatore San Martin dichiar nel
1821: in futuro gli aborigeni non dovranno essere chiamati indios
o nativi; sono figli e cittadini del Per e saranno riconosciuti come
peruviani13. (Noi potremmo aggiungere: nonostante che il capitali-
smo-a-stampa non avesse ancora raggiunto questi analfabeti).
L'interrogativo dunque: perch furono proprio comunit
creole a sviluppare cos presto una concezione della loro naziona-
lit - ben prima dell)Europa? Perch queste province coloniali,
popolate di solito da vaste e oppresse popolazioni che non parlava-
no lo spagnolo, furono in grado di produrre creoli che ridefinirono
consapevolmente questi popoli come compatrioti? E che consi-
derarono un nemico la Spagna
14
, a cui in cos diversi modi erano
legati? Perch l'Impero ispano-americano, che era esistito tranquil-
lamente per quasi tre secoli, venne improwisamente frammentato
in diciotto stati separati?
I due fattori di spiegazione pi comunemente indicati sono il
controllo soffocante esercitato da Madrid e il flusso di idee liberaliz-
zanti dell'illuminismo nella seconda met del '700. certo che la
politica portata avanti dall' abile despota illuminato Carlo III
(regno 1759-1788) deluse, irrit e allarm sempre pi le classi alte
11MASUR, Bolivar, p. 207; LYNCH, The Spanish-American Revolutions, p. 237.
12Non senza alti e bassi. Liber i suoi schiavi poco dopo la dichiarazione
d'indipendenza del Venezuela nel 1810. Quando fugg ad Haiti nel 1816, ottenne
assistenza militare dal presidente Alexandre Ption, in cambio della promessa di
porre fine alla schiavit in tutti i territori liberati. La promessa fu mantenuta a
Caracas nel 1818, ma dobbiamo ricordare che i successi ottenuti dal governo di
Madrid in Venezuela tra il 1814 e il 1816 furono in parte dovuti all'emancipazio-
ne, da parte spagnola, degli schiavi leali. Quando Bollvar divenne presidente del-
la Gran Colombia (Venezuela, Nuova Granada ed Ecuador) nel 1821, chiese ed
ottenne dal Congresso una legge che liberava tutti iligli degli schiavi. Non ave-
va chiesto al Congresso di cancellare la schiavit perch non voleva incorrere nel
risentimento dei grandi proprietari terrieri. MASUR, Bolivar, pp. 125, 206-207,
329 e 388.
13LYNCH, The Spanish-American Revolutions, pag 276. Corsivo mio.
14Un anacronismo. Nel '700 il termine comune era ancora Las Espanas (Le
Spagne), non Espana (La Spagna). SETON-WATSON, Nations and States, p. 53.
65
f ~
j Il
jl
go si impiegavano due mesi e, per Cartagena, nove
3
). Di pi, la poli-
tica commerciale di Madrid trasform le unit amministrative in
zone economiche separate. Ogni competizione con la madrepatria
era vietata agli americani, e anche le stesse parti del continente non
potevano commerciare tra loro. I prodotti americani in viaggio da
una parte all'altra d'America dovevano comunque passare attraverso
i porti spagnoli, e la marina mercantile spagnola aveva il monopolio
del commercio con le colonie24. Queste esperienze aiutano a spiega-
re perch uno dei princpi di base della rivoluzione americana fu
quello dell' uti posseditis, per cui ogni nazione avrebbe dovuto con-
servare lo status quo territoriale del 1810, l'anno in cui ebbe inizio il
movimento per l'indipendenza25. La loro influenza, tra l'altro,
contribu senza dubbio alla frammentazione dell'ancora giovane
Gran Colombia di Bolivar e delle Province Unite del Rio de la Plata
nei loro antichi costituenti (che oggi sono conosciuti come Venezue-
la-Colombia-Ecuador e Argentina-Uruguay-Paraguay-Bolivia).
Eppure, di per s, aree di mercato natural-geografiche o politico-
amministrative, non creano attaccamento. Chi vorrebbe volonta-
riamente morire per il Comecon o per la Cee?
Per capire come unit amministrative abbiano potuto, nel tempo,
venir concepite come patrie, non solo in America ma anche in
altre parti del mondo, si deve guardare a come le organizzazioni
amministrative producano senso. L'antropologo Vietar Turner ha
ampiamente scritto a proposito del viaggio attraverso tempi
diversi, condizioni e luoghi, come esperienza creatrice di signi-
ficati
26
. Ognuno di questi viaggi esige un'interpretazione (per esem-
pio, il viaggio dalla nascita alla morte ha fatto sorgere le varie conce-
zioni religiose). Per i nostri scopi, il viaggio paradigmatico il pelle-
grinaggio. Cristiani, musulmani o ind non credevano semplice-
mente che Roma, La Mecca o Benares fossero centri di geografie
sacre, ma la loro centralit era sperimentata e realizzata (nel senso
teatrale) dal flusso costante di pellegrini che si muoveva verso quelle
23LYNCH, The Spanish-American Revolutions, pp. 25-26.
24MASUR, Bolivar, p. 19. Naturalmente tali misure erano attuabili solo in parte,
e vi fu sempre un forte contrabbando.
25Ibidem., p. 546.
26Vedi il suo The Forest olSymbols, Aspects 01 Ndembu Ritual, in particolare il
capitolo Betwixt and Between: The Liminal Period in Rites de Passage. Per una
successiva, pi complessa elaborazione, vedi il suo Dramas, Fields, and Metaphors,
Symbolic Action in Human Society, capitoli 5 (<<Pilgrimages as Social Processes) e
6 (<<Passages, Margins, and Poverty: Religious Symbols of Communitas).
68
citt da localit remote e altrimenti irrelate. In realt, i limiti estremi
delle antiche comunit immaginate religiose erano determinati dal
tipo di pellegrinaggio che la gente faceva
27
Come ho gi sottoli-
neato, la strana giustapposizione fisica di malesi, persiani, indiani,
berberi e turchi alla Mecca sarebbe incomprensibile senza un'idea
del loro essere comunit in qualche forma. Un berbero che incontra
un malese davanti alla Kaaba deve necessariamente chiedersi: Per-
ch quest'uomo fa quello che io faccio, pronuncia le stesse parole
che pronuncio io, anche se non possiamo parlare l'uno con l'altro?
C' una sola risposta: Perch noi (l) ... siamo musulmani. A essere
sinceri, c' sempre un doppio aspetto della coreografia dei grandi
pellegrinaggi religiosi: una vasta orda di analfabeti di lingua volgare
forniva la densa e fisica realt del passaggio cerimoniale, mentre un
piccolo segmento di addetti alfabetizzati e bilingui provenienti da
ogni singola comunit eseguiva i riti unificanti, interpretando per i
rispettivi seguaci il significato del loro movimento collettiv0
28
. In
un' era che non conosce ancora la stampa, la realt delle comunit
immaginate religiose dipendeva profondamente da innumerevoli e
continui viaggi. Nella cristianit occidentale al suo apice, niente col-
pisce quanto il flusso spontaneo da tutta Europa di fedeli diretti,
attraverso i celebrati centri regionali del sapere monastico, a
Roma. Queste grandi istituzioni, in cui la lingua parlata era il latino,
riunivano quelli che oggi possiamo definire irlandesi, danesi, porto-
ghesi, tedeschi ecc., in comunit il cui significato sacro veniva ogni
giorno decodificato dall' altrimenti inspiegabile giustapporsi dei suoi
membri nel refettorio.
Anche se i pellegrinaggi religiosi sono probabilmente i pi
grandiosi e toccanti viaggi dell'immaginazione, essi hanno avuto, e
hanno, controparti laiche pi modeste e limitate
29
. Per i nostri sco-
pi, i pi importanti furono i nuovi modelli di viaggio creati dall' asce-
sa delle monarchie assolute, e, infine, degli stati imperialisti europei.
27Vedi: BLOCH, FeudalSociety, I, p. 64.
28Ci sono evidenti analogie con i rispettivi ruoli delle intellighenzie bilingui e
dei (per lo pi) analfabeti operai e contadini nella genesi di certi movimenti
nazionalisti, prima dell'avvento della radio. Inventata solo nel 1895, la radio rese
possibile il superamento della stampa e una rappresentazione orale della comu-
nit immaginata laddove la carta stampata aveva faticato ad affermarsi. Il suo
ruolo nella rivoluzione vietnamita e in quella indonesiana, e pi in generale nelle
forme di nazionalismo della met del '900, stato fin troppo sottovalutato e sot-
tostimato.
29Il pellegrinaggio laico, non deve essere considerato semplicemente come
un bizzarro traslato. Quando Conrad definiva pellegrini gli spettrali agenti di
Leopoldo II nel cuore delle tenebre, era certamente ironico, ma anche preciso.
69

(
che, dopo il 1870, riuscirono a rendere il locale dialetto olandese
una lingua letteraria e a definirla come qualcosa di estraneo
all'Europa. Maroniti e copti, molti dei quali studenti dell' American
College di Beirut (fondato nel 1866) e del Jesuit College of St. Jo-
seph (fondato nel 1875) diedero il maggior contributo alla rinascita
dell' arabo classico e al diffondersi del nazionalismo arab0
22
. E i semi
di un nazionalismo turco sono facilmente rintracciabili nell' apparire
di una fiorente stampa in lingua volgare a Istanbul intorno al 1870
23
.
N dovremmo dimenticare che gli stessi anni videro la
trasposizione in volgare di un' altra forma di pagina stampata: lo
spartito. Dopo Dobrovsky vennero Smetana, Dvorak e J anacek;
dopo Bla Bartok; e cos via fino ai giorni nostri.
E evidente che tutti questi lessicografi, filologi grammatici, fol-
cloristi, pubblicisti e compositori non sviluppavano le loro attivit
rivoluzionarie in un vuoto. Producevano, dopo tutto, per il mercato
editoriale, ed erano legati, tramite questo bazaar silenzioso, alloro
pubblico di consumatori. Ma chi erano questi consumatori? Nel
senso pi comune, erano le famiglie delle classi lettrici, non solo il
padre lavoratore, ma anche la moglie-domestica e i ragazzi in et
scolastica. Se osserviamo che ancora nel 1840, e persino in Inghilter-
ra e Francia - i pi avanzati stati d'Europa - era analfabeta quasi la
met della popolazione (e nell' arretrata Russia almeno il 98 %), le
classi lettrici rappresentavano gente di un certo potere. Pi con-
cretamente, esse erano costituite, oltre che dalle vecchie classi domi-
nanti di nobili e proprietari terrieri, cortigiani ed ecclesiastici, da
ceti medi ascendenti di funzionari inferiori plebei, professionisti e
borghesie commerciali e industriali.
In Europa a met dell'800, nonostante l'assenza di ogni guerra
locale degna di nota, si assiste a una rapida crescita delle spese stata-
li e degli apparati burocratici (civili e militari). Tra il 1830 e il 1850
la spesa pubblica pro capite aument del 25 % in Spagna, del 40%
in Francia, del 44 % in Russia, del 50% in Belgio, del 70% in
Austria, del 75 % negli USA e di oltre del 90% in Olanda24.
L'espansione burocratica - che signific anche specializzazione
22 Ibidem, pp. 232 e 261.
23Ko1fN, The Age oj Nationalism, pp. 105-7. Ci port al rifiuto dell'ottoma-
no, una lingua ufficiale dinastica che combinava elementi di turco, persiano e
arabo. Come spesso accadeva, il fondatore del primo di questi giornali, Ibrahim
Sinasi, era appena tornato da cinque anni di studi in Francia. Presto altri lo segui-
rono. Gi nel 1876 vi erano sette quotidiani in lingua turca a Costantinopoli.
24HoBSBAWM, The Age oj Revolution, p. 229.
86
burocratica - apr le porte della carriera statale a molte pi persone,
di estrazione sociale assai pi varia che nel passato. Prendete, ad
esempio, la decrepita macchina statale austro-ungarica, incurabile e
soffocata dalla nobilt: la percentuale di funzionari di provenienza
borghese nei gradini pi alti della sua met civile aument da O nel
1804, fino a 27 nel 1829, 35 nel 1859, 55 nel 1878. Nelle forze arma-
te, si manifest la stessa tendenza, anche se a un ritmo pi lento: la
componente borghese del corpo ufficiali aument dallO al 75% tra
il 1859 e il 1918
25
.
Se l'espansione di una classe media burocratica fu un fenome-
no relativamente uniforme, che avvenne a ritmi comparabili sia
negli stati europei pi avanzati, sia in quelli arretrati, la crescita di
una borghesia commerciale e industriale fu invece molto irregolare,
intensa e rapida in alcuni casi, lenta e stentata in altri. Ma, al di l
delle differenze geografiche, questa crescita va compresa nella sua
relazione con la stampa in lingua volgare.
Le classi dominanti pre-borghesi non basavano la loro coesio-
ne sulla lingua, o perlomeno non sulla lingua stampata. Se il sovrano
del Siam avesse preso come concubina una nobildonna della Malay-
sia, o se il re di Inghilterra avesse sposato una principessa spagnola,
avrebbero mai dialogato seriamente insieme? La solidariet era il
prodotto di legami di sangue, clientele e fedelt personali. Nobili
francesi potevano schierarsi per sovrani inglesi contro monar-
chi francesi, non celto sulla base di lingue o culture comuni, ma,
al di l di calcoli machiavellici, per legami familiari o di amicizia. Le
dimensioni relativamente piccole delle aristocrazie tradizionm.i, le
loro solide basi politiche, e la personalizzazione delle relazioni poli-
tiche implicita nelle relazioni sessuali e nell' eredit, fecero s che la
loro coesione come classe fosse tanto concreta quanto immaginata.
Una nobilt analfabeta poteva agire come una nobilt. Ma la bor-
ghesia? Ecco una classe che apparve come classe solo nel suo repli-
carsi. il proprietario di una fabbrica di Lilla era collegato a uno di
Lione solo per riverbero. Non avevano alcun motivo per sapere del-
la reciproca esistenza; non erano soliti sposare le rispettive figlie o
ereditare le rispettive propriet. Ma finivano per visualizzare l'esi-
stenza di migliaia e migliaia di individui simili a s tramite la parola
stampata: una borghesia analfabeta non era immaginabile. Cos, in
termini di storia mondiale, la borghesia fu la prima classe a raggiun-
gere un senso di solidariet su basi essenzialmente immaginate. Ma
25PETER J. KATZENSTElN, Disjoined Partners, Austria and Germany since 1815,
pp. 74,112.
87
r
l'
che lo meritavano tutti (!) gli ungheresi
35
; significava uno stato in
cui la sovranit era di propriet esclusiva della collettivit degli indi-
vidui in grado di parlare e leggere l'ungherese; e, a tempo debito, la
liquidazione della servit della gleba, l'incoraggiare un' educazione
popolare, l'espansione del suffragio, e cos via. Quindi il carattere
populista del primo nazionalismo europeo, anche quando alla
guida erano, demagogicamente, i gruppi sociali pi arretrati, fu
molto pi profondo che nelle Americhe: la servit della gleba dove-
va (!) cessare, una schiavit legale era inimmaginabile, non ultimo
perch il modello concettuale era ormai inestirpabile.
35Non che fosse una materia cos semplice. Almeno la met dei sudditi del
regno di Ungheria erano non-magiari. Solo un terzo dei contadini parlava la lin-
gua magiara. Nel primo '800, l'alta nobilt magiara parlava francese o tedesco; la
bassa nobilt conversava in una sorta di latino disseminato di magiaro, ma
anche di espressioni slovacche, serbe, romene e volgare tedesco ... IGNOTus,
Hungary, pp. 45-46 e 81.
92
6. UFFICIAL-NAZIONALISMO E IMPERIALISMO
Nel corso dell'800, specie nella seconda met, la rivoluzione filologi-
co-lessicografica e la nascita di movimenti nazionalisti intra-europei
- essi stessi prodotti non solo dal capitalismo, ma dall' elefantiasi
degli stati dinastici - crearono crescenti problemi culturali, e in
seguito politici, per molte dinastie. Infatti, come abbiamo visto, la
legittimit di molte di esse non aveva niente a che fare con la nazio-
nalit. I Romanov regnavano su tatari e lettoni, tedeschi e armeni,
russi e finlandesi. Gli Asburgo erano appollaiati su magiari e croati,
slovacchi e italiani, ucraini e austro-tedeschi. Gli Hannover eserci-
tavano il comando su abitanti del Bengala e del Qubec, cos come
su scozzesi e irlandesi, inglesi e gallesiI. Sul continente, inoltre,
membri delle stesse famiglie dinastiche regnavano in stati differenti,
e talvolta rivali. Quale nazionalit dovrebbe essere assegnata ai Bor-
boni, regnanti in Francia e Spagna, agli Hohenzollern, sovrani in
Prussia e Romania, o ai Wittelsbachs, monarchi in Grecia e Baviera?
Abbiamo anche visto che, per motivi essenzialmente
amministrativi, questi regnanti stabilirono, a ritmi diversi, certe lin-
gue volgari come lingue di stato, essendo la scelta della lingua
soprattutto una questione d'inconscia eredit o convenienza.
Per la rivoluzione lessicografica in Europa fece nascere, e gra-
dualmente circolare (perlomeno in Europa), la convinzione che le
lingue fossero, per cos dire, propriet personale di specifici gruppi
(coloro, cio, che ogni giorno le parlavano o le leggevano), e che,
inoltre, questi gruppi, immaginati come comunit, avessero diritto a
un posto autonomo in una fratellanza di eguali. I filologici incendia-
ri si presentarono quindi ai regnanti con uno spiacevole dilemma
che non manc di acuirsi col tempo. In nessun altro caso questo
dilemma pi evidente che nell'Austro-Ungheria. Quando il de-
spota illuminato Giuseppe II decise gi negli anni '80 del 1700 di
passare, come lingua di stato, dal latino al tedesco, combatt non
l interessante notare come quel che alla fine divenne l'impero britannico,
non era mai stato governato da una dinastia inglese sin dal 1066: da allora una
variegata schiera di normanni (Plantageneti), gallesi (Tudor), scozzesi (Stuart),
olandesi (Casata di Orange) e tedeschi (Hannover) si succeduta sul trono. Nes-
suno se ne cur pi di tanto fino alla rivoluzione filologica e al parossistico na-
zionalismo inglese della prima guerra mondiale. Casata di Windsor come dire
Casata di Sch6nbrunn o Casata di Versailles.
93
7. L'ULTIMA ONDATA
La prima guerra mondiale segn la fine delle grandi dinastie. Entro
il 1922 erano scomparsi gli Asburgo, gli Hohenzollern e i Romanov,
e al Congresso di Berlino era subentrata la Societ delle Nazioni che
comprendeva anche paesi non europei. Da allora in poi, il para-
digma di legittimit internazionale sar lo stato-nazione, tanto che
anche gli imperi superstiti si presentarono alla Societ delle Nazioni
in abiti civili invece che nelle loro uniformi imperiali. Dopo il cata-
clisma della seconda guerra mondiale, la diffusione dello stato-
nazione raggiunse il suo apice, e alla met degli anni '70 persino
l'impero portoghese era ormai acqua passata.
I nuovi stati nati dopo la seconda guerra mondiale hanno un
carattere particolare, che per risulta incomprensibile se non lo si
situa nella successione dei modelli che abbiamo trattato. Un modo
per sottolineare questa discendenza ricordare che molte di queste
nazioni (soprattutto non-europee), adottarono lingue di stato euro-
pee. Se per sotto quest' aspetto si rifacevano al modello
americano, presero invece dal nazionalismo linguistico europeo il
suo ardente populismo, e dall'ufficial-nazionalismo la sua politica
russificante>/. Ebbero questi tratti perch le complesse vicende
storiche, che erano state vissute da americani ed europei, venivano
ora immaginate modularmente in diversi luoghi, e perch gli idiomi
europei che usavano come lingue di stato erano l'eredit dell'uffi-
cial-nazionalismo imperialista. Ecco perch cos spesso nelle poli-
tiche di costruzione nazionale di nuovi stati si vedono sia un entu-
siasmo nazionalista genuino e popolare, sia un sistematico, persino
machiavellico, instillare un'ideologia nazionalista attraverso i mass
media, il sistema scolastico, i regolamenti amministrativi e cos via.
Quest' amalgama di nazionalismo ufficiale e popolare stato prodot-
to anche da anomalie create dall'imperialismo europeo: la ben nota
arbitrariet delle frontiere, e il bilinguismo delle classi adagiate
sospese precariamente sulle diverse popolazioni monoglotte. Si pu
dunque pensare a molte di queste nazioni come a progetti in via di
realizzazione, progetti per concepiti pi nello spirito di Mazzini
che in quello di Uvarov.
*[Anderson usa i termini russificante e russificazione in senso traslato per
indicare - anche in altre situazioni politiche e geografiche - ogni politica alla
Uvarov, come descritta nel capitolo precedente. Nota del curatore]
119
~
;\
:I:.
Nel considerare le origini del nazionalismo coloniale pi recente,
colpisce subito una somiglianza con quelli pi antichi: l'isomorfismo
tra l'estensione territoriale di ogni nazionalismo e quella della prece-
dente unit amministrativa imperiale. La somiglianza non casuale;
chiaramente legata alla geografia dei pellegrinaggi coloniali. La
differenza sta nel fatto che i contorni dei pellegrinaggi creoli del
'700 erano delimitati non solo dalle ambizioni centralizzanti
dell' assolutismo metropolitano, ma anche da reali problemi di
comunicazione e di trasporto, e da una generale primitivit tecnolo-
gica. Nel '900, tali problemi erano stati brillantemente risolti, e al
loro posto subentr una russificazione bifronte.
Pi su ho mostrato che nel tardo '700 l'unit amministrativa
imperiale assunse un significato nazionale in parte perch delimita-
va l'ascesa dei funzionari creoli. Cos avveniva anche nel '900, per-
ch se pure un inglese nero o scuro di pelle riusciva a ottenere una
qualche istruzione o un addestramento in Inghilterra, cosa che ben
pochi dei suoi progenitori creoli sarebbero riusciti a fare, questa era
di solito l'ultima volta che compiva il suo pellegrinaggio burocrati-
co. Da quel momento in poi l'apice del suo volo circolare sarebbe
stato il pi alto centro amministrativo a cui poteva essere assegnato:
Rangoon, Accra, Georgetown, o Colombo. Eppure, in ognuno dei
suoi viaggi limitati, incontrava altri compagni di viaggio bilingui,
con cui finiva per sentire come un crescente senso di comunit. Nel
viaggio capiva presto che aveva scarsa importanza il suo luogo d'ori-
gine' che fosse etnico, linguistico o geografico. Al massimo lo aveva
fatto partire per questo pellegrinaggio invece che per un altro; ma
non poteva determinare n la sua meta, n i suoi compagni. Da que-
sto schema venne la sottile, appena percepibile, trasformazione, pas-
so dopo passo, dello stato coloniale in stato-nazione, una trasforma-
zione resa possibile non solo da una solida continuit di personale,
ma anche dalla fitta rete dei viaggi tramite cui ogni stato era vissuto
dai suoi funzionari l.
Dopo la prima met dell'800 per, e soprattutto nel '900, que-
sti viaggi vennero compiuti non pi da una manciata di viaggiatori,
ma da immensi gruppi variegati. Tre le ragioni principali. La prima
lCerto, non solo dai funzionari, anche se costituivano il gruppo principale.
Prendete, a esempio, la geografia di Noli Me Tangere (come di molti altri roman-
zi nazionalisti). Anche se alcuni personaggi dell'opera di Rizal sono spagnoli, e
alcuni personaggi filippini sono stati in Spagna, i confini entro cui si muovono
nel romanzo corrispondono a quelli che, undici anni dopo la sua pubblicazione,
e due anni dopo l'esecuzione del suo autore, avrebbero delimitato la Repubblica
delle Filippine [per Rizal, vedi supra, pp. 42-43].
120
l
e decisiva l'enorme aumento di mobilit fisica reso possibile dagli
stupefacenti successi del capitalismo industriale (ferrovie e navi a
vapore nel secolo scorso, trasporti a motore e aviazione in quest'ulti-
mo). Gli interminabili viaggi delle vecchie Americhe stavano diven-
tando sempre pi ricordi del passato.
La seconda: la russificazione imperiale aveva un aspetto pra-
tico oltre a quello ideologico. Le stesse dimensioni degli imperi
mondiali facevano s che le burocrazie non potessero essere compo-
ste solo da funzionari della madrepatria o anche da creoli. Lo stato
coloniale, e poco dopo, le societ commerciali, avevano bisogno di
eserciti di funzionari, che per essere utili dovevano essere anche
bilingui, in grado di fare da tramite tra la nazione europea e i suoi
sudditi coloniali. Vi fu sempre maggiore bisogno di questi funziona-
ri, poich, a cavallo del secolo, ovunque si moltiplicarono le funzio-
ni statali. Accanto all' antico responsabile distrettuale, apparvero
l'ufficiale sanitario, l'ingegnere idraulico, il maestro di scuola, il poli-
ziotto, e cos via. E a ogni ampliamento dello stato, aumentava lo
sciame dei suoi pellegrini
2

La terza ragione fu il diffondersi di un'istruzione di tipo
moderno, promossa non solo dagli stati coloniali ma anche da orga-
nizzazioni private, religiose e laiche. Quest' espansione avvenne non
soltanto per produrre quadri per le gerarchie governative e commer-
ciali, ma perch anche le popolazioni colonizzate consideravano la
conoscenza moderna sempre pi importante3. (E in diversi stati colo-
niali cominciava a far capolino la disoccupazione intellettuale).
generalmente riconosciuto che le intellighenzie ebbero un
ruolo centrale nella nascita del nazionalismo nei territori coloniali,
non ultimo perch il colonialismo faceva s che fra i locali fossero
vere e proprie rarit i latifondisti, i grandi mercanti, gli imprenditori
e persino una classe di professionisti. Quasi ovunque il potere eco-
2Per dare qualche esempio: nel 1928 vi erano almeno 250.000 indigeni nel
libro paga delle Indie olandesi, ed essi costituivano il 90% degli impiegati statali.
E' indicativo che il totale di salari e pensioni (estremamente differenziati) dei
funzionari olandesi e nativi coprisse il 50% delle spese statali! Vedi: AMRY VAN-
DENBOSCII, The Dutch East In dies , pp. 171-73. Eppure gli olandesi erano propor-
zionalmente tanto ottusi sul piano burocratico quanto gli inglesi nell'India (<<sta-
to non-nativo) britannica.
3Perfino nelle ultra-conservatici Indie olandesi il numero di nativi che ri-
cevettero un'istruzione elementare di tipo occidentale esplose da una media di
2.987 negli anni 1900-1904, a 74.697 nel 1928; mentre coloro che ricevettero
un'istruzione secondaria di tipo europeo passarono, nello stesso periodo di tem-
po, da 25 a 6.468. KAHIN, Nationalism, p. 31.
121
nomico era o monopolizzato dagli stessi colonialisti, o diviso ingiu-
stamente con una classe politicamente impotente di uomini d'affari
pariah (non nativi), libanesi, indiani o arabi nell' Africa coloniale,
cinesi, indiani o arabi nell' Asia coloniale.non meno generalmente
accettato che il ruolo d'avanguardia delle intellighenzie derivi dalla
loro alfabetizzazione bilingue, o meglio dalla loro alfabetizzazione e
dal loro bilinguismo. La stampa aveva gi reso possibile alle comu-
nit immaginate di fluttuare in un tempo vuoto e omogeneo, come
avevamo visto. il bilinguismo rese possibile l'accesso, tramite le lin-
gue di stato europee, alla cultura occidentale nel senso pi ampio, e
in particolare ai modelli del nazionalismo, della nazion-it e dello
stato-nazione, che erano stati prodotti altrove nel corso dell'800
4
.
Nel 1913, il regime coloniale olandese a Batavia, su iniziativa
dell'Aja, promosse grandi festeggiamenti in tutta la colonia per cele-
brare il centenario della liberazione nazionale dell'Olanda
dall'imperialismo francese. Ordini furono emanati per assicurare la
partecipazione fisica e il contributo economico non solo degli olan-
de si e degli eurasiatici locali, ma anche della popolazione indigena
sottomessa. Per protesta, uno dei primi nazionalisti giavanesi-indo-
nesiani, Suwardi Surjaningrat (Ki Hadjar Dewantoro) scrisse il suo
famoso articolo in olandese Als ik eens Nederlander was (Se per
una volta fossi un 0Iandese)5.
Per me c' qualcosa di sbagliato, qualcosa di indecente, nel chie-
dere a questi nativi (nella mia immaginazione, io sono un olande-
se) di partecipare alle festivit per la nostra indipendenza. Per
prima cosa, urteremmo la loro sensibilit, in quanto festeggiamo
la nostra indipendenza nel loro paese che noi abbiamo colonizza-
to. Ora siamo felici perch cento anni fa ci siamo emancipati da
un dominio straniero; e tutto questo di fronte agli occhi di chi sta
ancora sotto il nostro dominio. Non ci rendiamo conto che que-
sti poveri schiavi sognano il giorno in cui, come noi, celebreran-
"Per usare le parole di Anthony Barnett, il bilinguismo permise agli intellet-
tuali di dire ai propri compagni di lingua (che parlavano le lingue indigene) che
'noi' possiamo essere come 'loro'.
5 Apparve per la prima volta su De Expres, il 13 luglio 1913, per essere presto
tradotto in indonesiano e pubblicato sulla stampa indigena. Suwardi aveva
allora 24 anni. Aristocratico atipico, istruito e progressista, si un nel 1912 a un
plebeo giavanese, il dottor Tjipto Mangoenkoesoemo, e a un eurasiatico,
Eduard Douwes Dekker, per formare l'Indische Partij, il primo partito politico
della colonia. Per uno studio breve ma approfondito su Suwardi, vedi: SAVITH!
SCHERER, Harmony and Dissonance: Early Nationalist Thought in lava, capitolo 2.
La sua Appendice I offre una traduzione in inglese del famoso articolo, da cui
proviene il passaggio di questa pagina.
122
no la loro indipendenza? O crediamo forse che, per la nostra
politica volta a distruggere le loro anime, tutte le anime umane
siano morte? Se cos, stiamo ingannando noi stessi perch non
importa quanto primitiva sia una comunit, essa si opporr co-
munque a qualsiasi forma di oppressione. Se io fossi olandese,
non organizzerei una celebrazione per l'indipendenza in un pae-
se a cui stata rubata l'indipendenza dei suoi abitanti.
Con queste parole Suwardi rovesci la storia degli olandesi contro
gli olandesi stessi, lacerando la saldatura che univa il nazionalismo e
l'imperialismo olandese. Inoltre, con la sua temporanea trasforma-
zione in olandese (che invitava a una simile trasformazione dei suoi
lettori olandesi in indonesiani), colpiva tutte gli aspetti razzisti
dell'ideologia coloniale olandes.
La denuncia di Suwardi, che piacque agli indonesiani almeno
quanto irrit gli olandesi, un chiaro esempio del fenomeno che
coinvolse tutto il mondo nel '900. il paradosso del'ufficial-nazionali-
smo imperiale fu infatti di far conoscere inevitabilmente alle po-
polazioni colonizzate quelle che sempre pi venivano definite come
storie nazionali, e non solo tramite le festivit, ma anche grazie
allo stesso sistema scolastico che i colonizzatori incoraggiavano
7
. I
giovani vietnamiti non potevano evitare di studiare i philosophes, la
Rivoluzione, o quello che Debray definisce il nostro secolare anta-
gonismo con la Germania8. La Magna Carta, la Madre dei Parla-
menti, la Gloriosa Rivoluzione, celebrate nella storia nazionale
inglese, entrarono in tutte le scuole dell'impero britannico. La lotta
per l'indipendenza del Belgio contro l'oppressione dell'Olanda non
era in alcun modo cancellabile dai libri di scuola che un giorno
avrebbero letto i bambini del Congo. Cos fu anche per la storia
degli Usa nelle Filippine, e infine, del Portogallo in Mozambico e
Angola. L'ironia, naturalmente, era che queste storie emanavano da
una coscienza storiografica che in Europa, alla fine dell'800, si anda-
va definendo sempre pi in termini di nazione: i baroni che impose-
6Notate l'interessante collegamento tra comunit immaginate e immagina-
rie.
7Le celebrazioni del 1913 erano certo emblematiche del nazionalismo uffi-
ciale, ma in un altro senso. La liberazione nazionale commemorata era in
realt non la fondazione della Repubblica di Batavia nel 1795, ma la restaura-
zione della Casa di Orange da parte dei vittoriosi eserciti della Santa Alleanza;
per di pi, nel 1830 met della nazione liberata presto si separ per formare il
Regno del Belgio. Ma l'interpretazione di liberazione nazionale era senza dub-
bio quella che Suwardi aveva assimilato nelle scuole coloniali.
8Marxism and the National Question, p. 41.
123
'I
:1:
nesi, abitanti di isole che distano centinaia di miglia verso Est. Tutta-
via, nel corso di questo secolo hanno imparato a considerare gli
ambonesi come fratelli indonesiani, e i malesi come stranieri.
Niente ha contribuito a questo stato di cose pi delle scuole
che il regime di Batavia ha aperto in numero sempre maggiore dopo
la met del secolo. Per capire in che modo, si deve pensare che, in
totale contrasto con le tradizionali scuole indigene, che erano di
solito istituzioni locali e personali (anche se, nella tradizione musul-
mana, si manifestava un certo spostamento di studenti tra un rino-
mato maestro-ulama e un altro), le scuole governative costituivano
una gerarchia colossale, razionalizzata e centralizzata, strutturalmen-
te isomorfa alla burocrazia statale stessa. Libri di testo unici, diplo-
mi e certificati d'insegnamento standard, una precisa graduazione
dei gruppi per et, delle classi e dei materiali educativi, formarono
un universo di vita coerente e autonomo
10
. Non meno importante
fu la gerarchia geografica. Vennero aperte scuole elementari stan-
dardizzate nei villaggi e nelle cittadine della colonia; scuole medie e
secondarie nelle citt pi grandi delle province, mentre 1'educazione
universitaria (1'apice di questa piramide) era confinata alla capitale
coloniale di Batavia e alla citt di Bandung, costruita dagli olandesi
100 miglia a sudovest sui gelidi altipiani di Priangan. Cos il sistema
scolastico coloniale del '900 fece nascere pellegrinaggi paralleli agli
antichi viaggi dei funzionari. La Roma di questi pellegrinaggi era
Batavia; non Singapore, non Manila, non Rangun, nemmeno le anti-
che capitali dei re giavanesi, Jogjakarta e Surakarta
ll
. Da ogni luogo
della vasta colonia, ma mai dall' esterno, i pellegrini cominciavano la
loro ascesa sociale incontrando compagni pellegrini provenienti nel-
la scuola elementare da diversi, e forse un tempo ostili, villaggi; nella
scuola media da diversi gruppi etnolinguistici; e da ogni parte del
regno nelle universit della capitale
12
E sapevano che da ovunque
fossero venuti, avevano tutti letto gli stessi libri e calcolato le stesse
addizioni. Sapevano anche, se arrivavano a tanto, e la maggior parte
non lo faceva, che Roma era Batavia, e che tutti i loro viaggi avevano
un senso solo in relazione alla capitale: era essa a spiegare perch
IOL'idea di uno studente troppo vecchio per stare in una classe X o Y,
inimmaginabile in una scuola tradizionale musulmana, era un inconsapevole
assioma delle scuole coloniali occidentali.
llIn definitiva i vertici erano L'Aja, Amsterdam e Leida; ma si contava sulle
dita di una mano chi poteva aspirare a studiare in questi luoghi.
12Poich laiche, le scuole del '900 erano solitamente miste, con una grande
maggioranza di ragazzi, e, in quanto tali, erano piuttosto frequenti amori, e perfi-
no matrimoni, nati tra i banchi di scuola, che andavano contro ogni tradizione.
126
noi siamo qui insieme. In altre parole, la loro esperienza
comune e la competitivit cameratesca nelle classi, davano alle map-
pe coloniali che studiavano (colorate sempre in tinte diverse dalla
Malesia britannica o dalle Filippine americane) una specifica realt
territoriale immaginata, ogni giorno confermata dagli accenti e dalle
fisionomie dei compagni di classe
13

Ma cos'erano tutti loro? Gli olandesi, sull'argomento, erano
molto chiari: qualsiasi madrelingua parlassero, erano irri-
mediabilmente inlanders, una definizione che, come i nativi inglesi
e gli indignes francesi, portava con s un involontario e paradossale
carico semantico. In questa colonia, come in qualsiasi altra colonia,
significava che gli individui cui ci si riferiva erano inferiori e
appartenevano a quei luoghi (come gli olandesi, che essendo
nativi dell'Olanda, le appartenevano). Definendo i nativi come
inlanders, gli olandesi sottolineavano non solo la propria superiorit,
ma anche il proprio non appartenere a quei luoghi. il termine implica-
va anche che, nella loro comune inferiorit, gli inlanders erano tutti
equamente disprezzabili, a prescindere dal gruppo etnolinguistico o
dalla classe di appartenenza. Tuttavia anche questa miserabile parit
di condizione aveva un suo perimetro definito, in quanto spesso era-
no gli stessi inlanders a chiedersi nativi di cosa? Se gli olandesi par-
lavano a volte degli inlanders come di una categoria mondiale, 1'espe-
rienza dimostrava che questa teoria era in realt piuttosto difficile da
sostenere nella pratica. Gli inlanders erano limitati all'interno dei con-
fini colorati della colonia, all'esterno erano nativi, indignes, e
indios. Inoltre, la terminologia ufficiale delle colonie includeva la
categoria dei vreemde oosterlingen (stranieri orientali), dal fesso suo-
no di una moneta falsa - come se fossero nativi stranieri. Questi
stranieri orientali, soprattutto cinesi, arabi e giapponesi, anche se
vivevano nella colonia, godevano di una condizione giuridico-politica
superiore a quella dei nativi del luogo. La debole Olanda, per di
pi, era talmente intimorita dalla forza economica e militare degli oli-
garchi Meiji, da nominare, dal 1899, i giapponesi delle colonie euro-
pei onorari. Da tutto ci, per una sorta di sedimentazione, gli in-
landers, da cui erano dunque esclusi i bianchi, gli olandesi, i cinesi, gli
arabi, i giapponesi, i nativi, gli indignes e gli indios, divennero una
categoria sempre pi specifica; finch, come larva uscita dal bozzolo,
essa si trasform nella farfalla chiamata Indonesia.
13Fino a 60 anni, Sukarno non videmail.Irian occidentale per cui pure lott
cos duramente. Qui, come nelle mappe delle scuole, possiamo vedere la fantasia
farsi realt. Cfr. Noli ed El Periquillo
127
1.;:1'
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tra altri volgari. Se i radicali del Mozambico parlano portoghese,
significa che questa lingua il medium con cui il Mozambico viene
immaginato (e al tempo stesso si delimita rispetto a Tanzania e Zam-
bia). Da questo punto di vista l'uso del portoghese in Mozambico (o
dell'inglese in India) non poi cos diverso dall'uso dell'inglese in
Australia o del portoghese in Brasile. La lingua non uno strumen-
to di esclusine; chiunque, in linea di principio, pu imparare qual-
siasi lingua. E al contrario fondamentalmente inclusivo, limitato sol-
tanto dalla peculiare fatalit di Babele: nessuno pu vivere abba-
stanza a lungo da imparare tutte le lingue. La lingua stampata ci
che crea il nazionalismo, non una particolare lingua di per s
39
.
L'unico punto interrogativo rimasto, circa l'uso del portoghese in
Mozambico o dell'inglese in India, se il sistema amministrativo e
quello scolastico, in particolare il secondo, possano portare a una
sufficiente diffusione del bilinguismo. Trent'anni fa, quasi nessun
indonesiano parlava bahasa Indonesia come propria madrelingua;
ognuno aveva la propria lingua etnica, e solo alcuni, in particolare
i membri del movimento nazionalista, erano in grado di parlare
anche Bahasa Indonesia/Dienstmaleisch. Oggi l'indonesiano la
madrelingua di milioni di giovani indonesiani, tutti con diverse ori-
gini etnolinguistiche.
Non ancora certo se tra trent'anni avremo una generazione
di abitanti del Mozambico che parlino esclusivamente portoghese
mozambicano, ma che questo awenga non , a fine '900, una con-
dizione indispensabile perch vi sia un sentimento di solidariet
nazionale. In primo luogo, i progressi tecnologici nelle comuni-
cazioni, soprattutto radio e tv, offrono alla stampa alleati impensabi-
li un secolo fa. La trasmissione in lingue diverse pu evocare l'idea
39La testimonianza di Marr sullo sviluppo delle lingue nell'Indocina orientale
decisamente interessante. Egli fa notare che gi intorno al 1910 la maggior
parte dei vietnamiti istruiti consideravano il cinese o il francese dei modelli di
comunicazione 'superiore'. (Vietnamese Tradition, p. 137). Dopo il 1920,
comunque, e in parte a causa della spinta dello stato verso l'uso dell'alfabeto
fonetico quoc ngu, le cose cambiarono rapidamente. Per allora era cresciuta la
convinzione che il vietnamita parlato fosse un componente importante, e forse
essenziale [sic] dell'identit nazionale. Perfino intellettuali pi a loro agio con il
francese che con la loro madrelingua cominciarono ad apprezzare il significato
del fatto che almeno 1'85% dei loro connazionali parlava la stessa lingua (p.
138). Erano ormai ben consci del ruolo svolto dall'alfabetizzazione di massa nel
favorire gli stati-nazione d'Europa e Giappone. Eppure Marr sottolinea che per
un lungo periodo non vi fu una chiara correlazione tra scelta di lingua e rivendi-
cazioni politiche: Sostenere la madrelingua vietnamita non era patriottico, n
promuovere il francese era considerato collaborazionista. (p. 150).
138
di una comunit immaginaria anche tra analfabeti e tra popolazioni
con madrelingue differenti. (C' una similitudine con la rappresen-
tazione del Cristianesimo medioevale tramite immagini sacre e lette-
rati bilingui). In secondo luogo, i nazionalismi del '900 hanno, come
ho pi volte ripetuto, un carattere profondamente modulare. Posso-
no rifarsi a pi di un secolo e mezzo di esperienza e a tre modelli
diversi di nazionalismo. I leader nazionalisti possono organizzare i
sistemi scolastici civili e militari su quelli dell'ufficial-nazionalismo;
possono modellare le elezioni, le organizzazioni dei partiti e le cele-
brazioni culturali su quelle del nazionalismo popolare dell'Europa
dell'800; possono infine sfruttare l'idea del repubblicanesimo nata
nelle Americhe. L'idea stessa di nazione ormai fermamente ra-
dicata in tutte le lingue scritte ed virtualmente inseparabile dalla
coscienza politica.
In un mondo in cui lo stato nazionale rappresenta la norma
imperante, tutto ci fa pensare che le nazioni possano oggi essere
immaginate senza una comunanza linguistica, non nell'ingenuo spi-
rito di nosotros los Americanos, ma nella generale consapevolezza di
quel che la storia ha dimostrato essere possibile
40
. Sembra appro-
priato, in tale contesto, concludere questo capitolo tornando
all'Europa e prendendo in considerazione brevemente quelle nazio-
ni la cui diversit linguistica stata spesso usata come uno strumen-
to per colpire le teorie del nazionalismo basate sulla lingua.
Nel 1891, in occasione del seicentesimo anniversario della
Confederazione di Schwyz, Obwalden e Nidwalden, lo stato svizze-
ro decret che il 1291 era la data di fondazione della
Svizzera
41
. Tale decisione, che aveva aspettato 600 anni prima di
essere presa, presenta aspetti divergenti e gi da sola suggerisce che
la modernit, pi che l'antichit, caratterizza il nazionalismo svizze-
ro. Hughes arriva ad affermare che le festivit del 1891 segnano la
nascita di questo nazionalismo, commentando che nella prima
met dell'800 .. , la questione della nazionalit venne sentita molto
poco dalla classe borghese colta: Mme de Stad (1766-1817), Fuseli
(1741-1825), Angelica Kauffmann (1741-1807), Sismondi (1773-
40Ho scritto possono perch esiste ovviamente una miriade di casi in cui
tale possibilit stata, ed , rifiutata. In tali casi, ad esempio il Vecchio Pakistan,
la spiegazione non sta nel pluralismo etno-culturale, bens nell'impossibilit
d'intraprendere pellegrinaggi.
41CImIsToPHER HUGHES, Switzerland, p. 107. Questa eccellente opera, per cui
Seton-Watson esprime la sua giusta ammirazione, alla base della trattazione che
segue.
139
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1842), Benjamin Constant (1767-1830), sono tutti svizzeri?42 Se la
risposta implicita no, ci dipende dal fatto che, nell'Europa
attorno alla Svizzera, la prima met dell'800 vide la nascita di movi-
menti nazionalisti in cui le classi borghesi colte (filologi + capitali-
sti) giocarono un ruolo decisivo. Perch allora il nazionalismo si dif-
fuse cos tardi in Svizzera, e quali conseguenze ebbe questo ritardo
per la sua forma finale (Si pensi in particolare all' odierna moltepli-
cit di lingue nazionali svizzere)?
Alcune delle risposte si trovano nella giovinezza dello stato sviz-
zero, la cui storia, come Hughes osserva seccamente, difficile da
tracciare prima del 1813-15, senza l'aiuto di qualche menzogna43.
Hughes ci ricorda che la prima vera cittadinanza svizzera - con
l'introduzione del suffragio diretto (maschile) e la fine dei dazi inter-
ni e delle aree doganali - fu un traguardo che la Repubblica Elvetica
raggiunse forzatamente grazie all'occupazione francese del 1798. Solo
nel 1803 lo stato incluse un significativo numero di abitanti di lingua
italiana, con l'acquisizione del Ticino. Solo nel 1815 ottenne le popo-
lose zone di lingua francese di Valais, Ginevra e Neuchatel
44
da una
vendicativa Santa Alleanza anti-francese, in cambio della neutralit e
di una costituzione altamente conservatrice. In effetti, l'odierna Sviz-
zera poliglotta un prodotto del primo '800
45
.
Un secondo fattore fu l'arretratezza del paese che, combinata
con una topografia proibitiva e con la mancanza di risorse, imped
l'assorbimento da parte di vicini ben pi potenti. Oggi pu essere
difficile ricordare che fino alla seconda guerra mondiale la Svizzera
era una nazione povera, con un tenore di vita pari a circa la met di
quello inglese, e soprattutto una nazione profondamente rurale. Nel
1850, solo il 6% della popolazione viveva in aree vagamente urba-
nizzate, e nel 1920 la percentuale era salita solo al 27,6%46. Per tut-
42Ibidem, p. 218. Le date sono interpolate da me.
43Ibid. , p. 85.
440ltre a Aargau, St. Gallen e Grisons. Quest'ultimo di particolare interes-
se, perch oggi l'ultimo luogo in cui sopravvive il romancio, la pi svizzera del-
le lingue parlate nel paese, status che ottenne peraltro solo nel 1937! Ibid., pp.
59 e 85.
45Possiamo notare en passant che Madame de Stael fece appena a tempo a ve-
derla prima di morire. La sua famiglia, come quella dei Sismondi, veniva da Gi-
nevra, fino al 1815 uno staterello indipendente al di fuori della Svizzera. Non
stupisce dunque che la nazionalit svizzera si avvolgesse molto leggera sulle loro
spalle.
46Ibid., pp. 173 e 274. Qualsiasi ceto medio colto ottocentesco doveva per
forza essere davvero piccolo.
140
to 1'800, quindi, la maggior parte della popolazione era costituita da
un blocco contadino statico (eccetto la secolare esportazione di gio-
vani coraggiosi come mercenari e guardie papaline). L'arretratezza
della nazione non era semplicemente economica, ma anche cultura-
le e politica. La Vecchia Svizzera, l'area cio che rest immutata
tra il 1515 e il 1803 , e i cui abitanti parlavano vari dialetti germanici,
era governata da una larga coalizione di oligarchie aristocratiche
cantonali. il segreto della lunga durata della Confederazione fu la
sua doppia natura. Contro i nemici esterni, essa produsse una suffi-
ciente unit di popolo. Contro le rivolte interne, una sufficiente
unit delle oligarchie. Se i contadini si ribellavano, come in effetti
fecero circa tre volte a secolo, le divergenze venivano messe da par-
te, e i governi degli altri cantoni offrivano la loro assistenza, median-
do spesso, ma non sempre, a favore dei loro consimili 0Iigarchi47.
Tranne che per l'assenza di istituzioni monarchiche, il quadro
simile a quello dei numerosi piccoli principati del Sacro Romano
Impero, di cui il Liechtenstein, al confine orientale della Svizzera,
solo l'ultima, curiosa reliquia
4s
.
Fa pensare il fatto che, ancora nel 1848, quasi due generazioni
dopo la nascita dello stato svizzero, le antiche spaccature religiose
fossero ben pi drammatiche di quelle linguistiche. In territori
dichiaratamente cattolici, il protestantesimo era proibito, e in quelli
protestanti il cattolicesimo era illegale; e queste leggi venivano appli-
cate rigorosamente. (La lingua era questione di scelta personale e
convenienza). Solo dopo il 1848, con le ripercussioni dei fermenti
rivoluzionari che attraversarono tutta l'Europa e con la diffusione
generale di movimenti nazionali che prendevano ispirazione dalle
diversit linguistiche, la lingua prese il posto della religione, e il pae-
se fin suddiviso in inalterabili zone linguistiche. (La religione diven-
ne cos una questione di scelta personale)49.
Infine, la persistenza - in un paese cos piccolo - di una gran
variet di dialetti germanici, spesso reciprocamente in intelligibili,
suggerisce che in gran parte della societ contadina svizzera arrivas-
sero assai tardi il capitalismo-a-stampa e la moderna istruzione
standardizzata. La Hochsprache (tedesco scritto) ha avuto, fino a
poco tempo fa, la stessa funzione di lingua di stato dell' iirarisch deut-
sch e del dienstmaleisch. Inoltre Hughes fa notare che oggi i pi alti
47Ibid., p. 86. Corsivo mio.
48L'assenza di monarchie caratterizzava anche la Lega anseatica, una coalizio-
ne politica aperta che sarebbe difficile definire uno stato o una nazione.
49Ibid., p. 274.
141
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funzionari sono tenuti a padroneggiare per il loro ufficio almeno
due delle lingue federali, restando implicito che non ci si aspetta la
stessa competenza dai loro subordinati. Una simile affermazione
contenuta indirettamente nelle Direttive federali del 1950, in cui si
sottolinea che gli svizzeri tedeschi istruiti sono certamente in grado
di lavorare in francese, cos come gli svizzeri italiani istruiti5o. Ci
troviamo di fronte, in effetti, a una situazione simile a quella del
Mozambico; una classe politica bilingue posta al di sopra di una
variet di popolazioni monolingue, con una sola differenza: la
seconda lingua in questo caso quella di un potente vicino invece
che di un dominatore coloniale.
E per, di fronte al fatto che nel 1910 quasi il 73% della
popolazione parlava come lingua madre il tedesco, il 22 % il france-
se, il 4 % l'Italiano e l'l % il romancio (queste proporzioni sono
mutate poco nei decenni successivi), stupisce forse che nella secon-
da met dell'800 (l'epoca dell'ufficial-nazionalismo) non si sia tenta-
ta una germanizzazione. Fino al 1914, vi furono certamente forti
sentimenti filo-tedeschi. I confini tra Germania e Svizzera tedesca
giunsero a essere piuttosto vaghi. Gli scambi e gli investimenti, svi-
1uppati sia da aristocratici, sia da professionisti, divennero sempre
pi frequenti da ambo le parti. La Svizzera confinava per con altre
due potenze europee, Francia e Italia, ed erano evidenti i rischi poli-
tici di una germanizzazione. La parit legale tra tedeschi, francesi e
italiani era l'altra faccia della medaglia della neutralit svizzera
51
.
Tutto ci dimostra che il nazionalismo svizzero pu essere
capito meglio se lo si considera all'interno dell' ultima ondata. Se
Hughes ha ragione nel datare la sua nascita nel 1891, esso pi vec-
chio di poco pi di dieci anni dei nazionalismi birmano o indonesia-
no. In altre parole, il nazionalismo svizzero si svilupp in un perio-
do della storia mondiale in cui la nazione stava diventando la norma
internazionale, e in cui era possibile modellare la nazion-it in modi
ben pi complessi che in precedenza. Se la politica conservatrice e
la struttura socio-economica arretrata della Svizzera rinviarono la
nascita del nazionalism0
52
, il fatto che le sue istituzioni politiche
premoderne furono non-dinastiche e non-monarchiche contribu a
50Ibid., pp. 59-60, Corsivo mio.
51L'aggiunta del romancio nel 1937 non riusc a mascherare il calcolo iniziale.
52Anche la struttura sociale dell'Ungheria era arretrata, ma l'aristocrazia ma-
giara viveva in un enorme impero dinastico multietnico, in cui il suo gruppo
linguistico di riferimento era soltanto una minoranza, anche se importante. La
piccola e repubblicana oligarchia aristocratica svizzera non venne mai minacciata
allo stesso modo.
142
prevenire gli eccessi dell'ufficial-nazionalismo (Si confronti questo
con il caso del Siam, discusso nel capitolo 6). Infine, come nel caso
dell' Asia sud-orientale, 1'apparire del nazionalismo svizzero all' alba
della rivoluzione delle comunicazioni del '900 rese possibile e prati-
co rappresentare la comunit immaginata in modi che non ri-
chiedevano un'uniformit linguistica.
In conclusione, forse utile ribadire il tema principale di questo
capitolo. L' ultima ondata dei nazionalismi, la maggioranza dei
quali si abbatt nei territori coloniali d'Africa e d'Asia, fu in origine
una risposta ai nuovi modelli d'imperialismo globale resi possibili
dalle realizzazioni del capitalismo industriale. Come la mette Marx
nel suo modo inimitabile, il bisogno di mercati in costante es-
pansione per i propri prodotti perseguita la borghesia in ogni ango-
lo del mondo53. li capitalismo per contribu - se non altro grazie
alla sua diffusione della stampa - a creare in tutta Europa nazionali-
smi popolari e basati sulla lingua; e questi, a diversi livelli, minarono
gli antichi princpi dinastici e spinsero ad autonaturalizzarsi ogni
dinastia in grado di farlo. L'ufficial-nazionalismo, punto di fusione
dei nuovi princpi nazionali e degli antichi princpi dinastici (l'impe-
ro britannico), port a sua volta a quella che potremo chiamare, per
convenienza, russificazione nelle colonie extra-europee. Questa
tendenza ideologica si fondeva bene con varie esigenze pratiche. Gli
imperi del tardo '800 erano troppo grandi e estesi per essere gover-
nati da un piccolo gruppo di cittadini della madrepatria. Per di pi,
in tandem col capitalismo, lo stato stava rapidamente moltiplicando
le sue funzioni, sia nella madrepatria che nelle colonie. Queste for-
ze, combinate, generarono un sistema scolastico russificante, con-
cepito in parte per produrre gli organici inferiori delle burocrazie
statali ed imprenditoriali. Questi sistemi scolastici, centralizzati e
standardizzati, crearono nuovi pellegrinaggi che avevano le loro
Rome nelle varie capitali coloniali, in quanto le nazioni nascoste nel
cuore degli imperi non avrebbero permesso ulteriori avanzamenti di
grado. Spesso, ma non sempre, paralleli a questi pellegrinaggi edu-
cativi, se ne percorrevano altri nella sfera amministrativa. L'inter-
connessione tra pellegrinaggi educativi e amministrativi offriva la
base territoriale per nuove comunit immaginate in cui i nativi
potevano avere una visione di s come membri di una nazione.
53MARX e ENGELS, Il Manifesto del partito comunista, p. 37. Chi se non Marx
avrebbe definito questa classe che stava trasformando il mondo come perseguita-
ta?
143
-""'1IIIIIIII
l
Y fuera mas brillante, mas fresca, mas florida,
T ambin por ti la diera, la diera por tu bien ...
12. Entonces nada importa me pongas en olvido:
Tu atmosfera, tu espacio, tus valles cuzar;
Vibrante y limpia nota ser par tu oido;
Aroma, luz, colores, rumor, canto, gemido,
Constante repitiendo la esencia de mi fe.
13. Mi Patria idolatrada, dolor de mis dolores,
Querida Filipinas, oye el postrer adios.
Ahi, te dejo todo: mis padres, mis amores.
Voy donde mo hay esclavos, verdugos ni opresores;
Donde la fe no mata, donde el que reine es Dios.
14. Adios, padres y hermanos, trozos de alma mia,
Amigos de la infancia, en el perdido hogar;
Dad gracias, que descanso del fatigoso dia;
Adios, dulce extranjera, mi amiga, mi alegrla;
Adios, queridos sres. Morir es descansar
3
.
3Ecco la traduzione:
1. Addio, Patria adorata, regione dal sole amata,
Perla del mar d'Oriente, nostro eden perduto!
Darti voglio, allegro, la triste vana vita;
Fosse pi brillante, pi fresca, pi ricca,
Ancora te la darei, la darei per il tuo bene ...
12. Non importa dunque che tu mi metta nell'oblio:
se posso attraversare il tuo spazio, le tue valli, la tua aria;
Essere una nota vibrante e pura da te udita;
Essere aroma, luce, colori, rumore, canto e gemito;
Sempre ripetendo l'essenza della mia fede.
13. Mia Patria idolatrata, dolore dei miei dolori,
Amate Filippine, ascolta l'estremo saluto.
Ti lascio tutto: i miei padri, i miei amori.
Vado dove non ci sono schiavi n aguzzini n oppressori,
Dove la fede non uccide, dove a regnare Dio.
14. Addio, padri e fratelli, parti dell'anima mia,
Amici dell'infanzia, nel perso focolare;
Grazie, ch requie trovo al mio viver faticoso;
Addio, dolce straniera, mia amica, mia allegria;
Addio, esseri amati. Morire riposare.
Jaime C. de Veyra, El Ultimo Adi6s de Rizal: estudio critico-expositivo, pp.
89-90 e 101-2.
146
Si noti che non solo la nazionalit dei tiranni non viene menzio-
nata, ma 1'appassionato patriottismo di Rizal viene espresso nella
loro stessa lingua
4

Possiamo scoprire qualcosa sulla natura di quest'amore poli-
tico dal modo in cui le lingue stesse descrivono il proprio oggetto:
sia dai vocaboli riferiti alla parentela (motherland, Vaterland, patria),
che da quelli riferiti alla terra natale (heimat, o tanah air, terra e aria,
la frase con cui gli indonesiani chiamano il proprio arcipelago nata-
le). Entrambe le espressioni denotano qualcosa a cui si natural-
mente legati. Come gi detto, in tutto ci che naturale c' sem-
pre qualcosa che trascende la nostra facolt di scegliere. Cos, la
nazionalit risulta sempre legata al colore della pelle, al sesso, alle
parentele e al periodo della nascita, tutte cose, cio, che non dipen-
dono da noi. In questi legami naturali s'intravede quella che pu
essere definita la bellezza della Gemeinschaft. In altre parole, pro-
prio perch non possono essere scelti, questi legami suscitano attor-
no a s un alone di disinteresse.
Mentre vero che negli ultimi due decenni molto stato scrit-
to sulla famiglia come articolata struttura di potere, questa visione
per del tutto estranea alla stragrande maggioranza dell'umanit. Al
contrario, la famiglia tradizionalmente concepita come il regno
dell'amore disinteressato e della solidariet. Allo stesso modo, lad-
dove gli storici, i diplomatici, i politici e i sociologi sono perfetta-
mente a loro agio con l'idea di interesse nazionale, per la maggior
parte della gente comune di qualsiasi classe sociale l'aspetto fon-
damentale della nazione che non suscita interessi. Proprio per
questa ragione, pu pretendere sacrifici.
Come abbiamo gi fatto notare, le grandi guerre di questo
secolo sono straordinarie non tanto perch hanno permesso
all'uomo di uccidere su una scala senza precedenti, quanto per il
colossale numero di individui pronti a sacrificare le proprie vite.
Non forse vero che il numero degli uccisi ha superato di gran lun-
ga quello degli uccisori? Quest'idea di ultimo sacrificio pu deri-
vare soltanto da un'idea di purezza, attraverso il concetto di
destino .
Morire per la propria patria, che di solito non abbiamo scelto,
assume un valore decisamente maggiore che morire per il Partito
laburista, per 1'Associazione medica americana o persino per Am-
4Venne comunque tradotto rapidamente in tagalog dal grande rivoluzionario
filippino Andrs Bonifacio. La sua versione viene presentata in ibid., pp. 107-
109.
147
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nesty international, perch queste sono associazioni cui ci si pu
iscrivere o che si possono abbandonare a proprio piacimento. Mori-
re per la rivoluzione, inoltre, acquista maggior valore se visto come
un atto essenzialmente puro. (Se la gente avesse immaginato il pro-
letariato puramente come un gruppo alla frenetica ricerca di frigori-
feri, di vacanze o di potere, Cluanti, inclusi i proletari, avrebbero
desiderato morire per esso?5) E ironico che, nella misura in cui le
interpretazioni marxiste della storia sono sentite (pi che capite)
come rappresentazioni di un ineluttabile determinismo, esse acqui-
stino un' aura di disinteresse e di purezza.
A questo punto, di nuovo, utile guardare alla lingua. Una
delle prime cose che risultano evidenti, la primordialit delle lin-
gue' anche di quelle conosciute come moderne. Nessuno pu stabi-
lire la data di nascita di una lingua. Si stagliano tutte su un passato
senza orizzonti. (Poich l'homo sapiens anche homo dicens,
difficilmente immaginabile un' origine della lingua pi recente di
quella della specie). Nelle societ contemporanee, pi di ogni altra
cosa, le lingue sembrano dunque affondare le proprie radici. Allo
stesso tempo, niente ci lega affettivamente alla morte pi della lin-
gua. Se un italiano sente l'espressione Terra alla terra, ceneri alle
ceneri, polvere alla polvere, prova una spettrale sensazione di
simultaneit attraverso un tempo vuoto e omogeneo. li peso di que-
ste parole deriva non solo dal loro solenne significato, ma anche da
una specie di italianit ancestrale.
In secondo luogo, esiste un particolare genere di comunit
contemporanea che pu essere suggerita solo dalla lingua, soprat-
tutto nella forma di poesie e canzoni. Prendete, ad esempio, gli inni
nazionali cantati nelle festivit nazionali. Non importa quanto banali
siano le parole e mediocre la musica, in queste canzoni si prova
sempre una sensazione di simultaneit. Nello stesso identico
momento, individui completamente estranei tra loro uniscono le
stesse parole alla stessa melodia. L'immagine: totale consonanza.
Cantare la Marsigliese, Waltzing Matilda o Indonesia Raya offre
un' occasione di consonanza, di una realizzazione fisica echeggiata
della comunit immaginata (cos come avviene nell' ascoltare, e
magari ripetere a bassa voce, la lettura di una poesia cerimoniale,
come ad esempio brani del Libro della Preghiera Comune). Come
5Questa formulazione non significa necessariamente che i movimenti ri-
voluzionari non perseguano obiettivi materiali. Tali obiettivi sono per visti non
come beni materiali da ammassare, ma come condizioni necessarie per il bonheur
generale di Rousseau.
148
sembra altruista questa consonanza l Se pure siamo consapevoli che
altri stanno cantando queste canzoni esattamente quando e come le
cantiamo noi, non abbiamo per idea di chi essi siano, n dove, fuo-
ri portata d'orecchio, essi si trovino. Niente ci connette pi tranne il
suono immaginato.
Ma a questi cori ci si pu associare nel tempo. Se io sono let-
tone, mia figlia potrebbe essere australiana. li figlio di un immigrante
italiano a N ew York, trover antenati tra i Padri Pellegrini. Se la
nazionalit ha intorno a s un' aura di fatalit, comunque una fata-
lit immersa nella storia. Esemplare in questo senso 1'editto con cui
J os de San Martin battezzava gli indios di lingua quechua come
peruviani, un atto che rivela affinit con una conversione religiosa,
in quanto mostra che il concetto di nazione basato sulla lingua, non
sul sangue, e che chiunque pu essere invitato nella comunit
immaginata. Di conseguenza, anche le nazioni di vedute pi strette,
accettano oggi il principio della naturalizzazione (parola meraviglio-
sal), a prescindere da quanto difficile sia poi a metterlo in pratica.
Vista sia come una fatalit storica che come una comunit im-
maginata attraverso la lingua, la nazione si presenta simultaneamen-
te aperta e chiusa. Questo paradosso bene illustrato dai diversi rit-
mi dei seguenti brani che trattano della morte di J ohn Moore nella
battaglia della Coruna
6
:
1. Not a drum was heard, not a funerai note,
As his corse to the rampart we hurried;
N ot a soidier discharged his farewell shot
O' er the grave where our hero we buried.
2. We buried him darkIy at dead of night,
The sods with our bayonets turning;
By the struggling moonbeams' misty Iight,
And the Iantern dimIy burning
3. No useless coffin enclosed his breast,
Not in sheet or in shroud we wound him;
But he Iay Iike a warrior taking his rest,
With his martiai cloak around him ...
5. We thought, as we hollowed his narrow bed,
And smoothed down his Ionely pillow,
That the foe and the stranger would tread o' er his head
And we far away on the billow ...
6 The Burial of Sir John Moore, in The Poems 0/ Charles Wolfe, pp. 1-2.
149
I:
I:
I
l'
I
I
1
8. Slowly and sadly we laid him down.
From the field of his fame fresh and gory;
We carved not aline, and we raised not astone -
But we left him alone with his glory!"
Queste poche righe celebrano una memoria eroica con una bellezza
inseparabile dalla lingua inglese; una bellezza impossibile da tradur-
re e che pu essere apprezzata solo da chi in grado di parlare e
leggere correttamente l'inglese. Eppure sia Moore, sia l'autore del
suo elogio funebre erano irlandesi. E non c' ragione per cui i
discendenti francesi o spagnoli dei nemici di Moore non possano
apprezzare appieno la risonanza del poema: l'inglese, come ogni
altra lingua, sempre aperto a ricevere nuovi individui che lo
vogliano parlare, ascoltare o leggere.
Anche se ogni lingua assimilabile, per padroneggiarla una
persona deve investire una porzione di vita; ogni nuova conquista si
soppesa contro 1'abbreviarsi dei giorni. A limitare l'accesso alle lin-
gue' non la loro imperviet, ma la nostra mortalit, ed questa la
causa di un certa privacy di ogni lingua. Per anni gli imperialisti
francesi e americani hanno governato, sfruttato e ucciso i vietnamiti.
*[1. Non un tamburo si ud, n una nota funebre
mentre la sua spoglia al bastione affrettavamo;
n un soldato scaric la sua salve d'addio
sulla tomba dove il nostro eroe seppellimmo.
2. All'oscuro lo interrammo al morire della notte,
le zolle con le nostre baionette rivoltando
nel vago lucore dei raggi di luna
e l'ardere fioco della lanterna.
3. Nessuna vana bara circond il suo petto
n lo rinchiudemmo in lenzuola o sudario.
Ma giace, nel riposo del guerriero,
avvolto nel suo manto marziale ...
5. Pensavamo, scavando il suo stretto giaciglio,
e lisciando il suo solitario guanciale,
che sopra la sua testa il nemico, lo straniero avrebbe camminato
e noi lontanissimi sui flutti ...
8. Piano, con mestizia lo calammo gi
dal campo del suo onore cos fresco e cruento;
non incidemmo una riga, non erigemmo una lapide
ma solo lo lasciammo con la sua gloria!
Per restare fedeli allo spirito di questa pagina di Anderson, non avremmo
dovuto tradurre questi versi, come il lettore capir dalle righe seguenti. Ma per
comodit... Nota del curatore]
150
Qualsiasi altra cosa si siano portati via, la lingua vietnamita rima-
sta. Di qui, fin troppo spesso, una rabbia per l' imperscrutabilit
vietnamita, e quella disperazione oscura che genera il gergo veleno-
so tipico dei colonialismi morenti: muso giallo, raton , e cos
via
7
(Alla lunga, le uniche risposte alla grande privacy delle lingue
degli oppressi sono una ritirata o ancora un massacro).
Questi epiteti sono, nella loro forma interna, tipicamente raz-
zisti, e decifrare questa forma servir a mostrare perch Nairn sba-
glia quando afferma che razzismo e antisemitismo derivano dal
nazionalismo e, quindi, che analizzato con sufficiente profondit, il
fascismo ci pu dire di pi intorno al nazionalismo di qualsiasi altro
fenomeno storico8. Un'espressione come occhi a mandorla, ad
esempio, non esprime una semplice ostilit politica; riducendo
l'avversario alla sua fisionomia biologica, mira a sradicare il senti-
mento nazionale
9
. Cancella, sostituendolo, la parola vietnamita,
cos come raton cancella, sostituendolo, algerino. Contempora-
neamente, getta vietnamita nello stesso calderone senza nome in
cui sono stati buttati coreano, cinese, filippino, e cos via. li
carattere di un tale vocabolario pu diventare ancora pi evidente
se paragonato ad altri termini in uso nel periodo della guerra del
Vietnam, come Charlie e V.C., o ad altri, meno recenti, come
Crucchi, Huns, Japs (per i giapponesi) e Mangiarane (per
i francesi), ciascuno applicato a una specifica nazionalit, e che
quindi, nonostante l'odio, riconosce all' avversario il suo appartenere
a una societ di nazioni 10.
li fatto che il nazionalismo pensa in termini di destini storici,
mentre il razzismo sogna di contaminazioni eterne, trasmesse
dall' alba dei tempi attraverso una sequenza senza fine di copulazio-
ni ripugnanti: fuori dalla storia. I negri saranno, per il loro sangue,
7n ragionamento il seguente: 1. lo sar morto prima di averli capiti. 2. n mio
potere tale che loro hanno dovuto imparare la mia lingua. 3. Questo significa
per che la mia privacy stata violata. Chiamarli musi gialli una piccola ven-
detta.
8The Break-up ofBritain, pp. 337 e 347.
9Notate che non esiste un contrario di occhi a mandorla. Occhi tondi?
Dritti? Ovali?
IONon solo, in realt, in un' era precedente. Eppure aleggia un certo odore di
robivecchi in queste parole di Debray: Non posso concepire nessuna speranza
per un'Europa tranne che sotto l'egemonia di una Francia rivoluzionaria, alzan-
do con decisione la bandiera dell'indipendenza. A volte mi chiedo se tutta la
mitologia anti-crucchi e il nostro secolare antagonismo con la Germania non
saranno un giorno indispensabili per salvare la rivoluzione, o persino la nostra
tradizione nazional-democratica. Marxism and the National Question. p. 41.
151
J
! ,
sempre e solo negri; gli ebrei, figli di Abramo, sempre e solo ebrei, a
prescindere dal loro passaporto o dalla lingua che leggono o scrivo-
no. (Cos, per i nazisti, l'ebreo tedesco era sempre un impostore
lI
).
I sogni del razzismo hanno origine in ideologie di classe, pi
che in quelle di nazione; soprattutto nei proclami di divinit da parte
dei governanti, per il loro sangue blu o bianco e di genealogia
tra le aristocrazie
12
. Non sorprende che il padre putativo del moder-
no razzismo sia non un nazionalista piccolo-borghese, bens Joseph
Arthur, conte di Gobineau
13
. N che, nel complesso, razzismo e anti-
semitismo si manifestino non tra i diversi confini nazionali, ma
all'interno di essi. In altre parole, non sono giustificazioni per guerre
tra stati, ma per la repressione interna e il dominio autoritario
14
.
Fuori dall'Europa, nell'800, l dove si svilupp maggiormente,
il razzismo fu sempre associato al dominio europeo, e per due motivi
principali. TI primo, e il pi importante, fu la nascita degli ufficial-na-
zionalismi e dei processi di russificazione coloniale. Come gi
sottolineato, l'ufficial-nazionalismo rappresenta in genere la risposta
di monarchie e gruppi aristocratici minacciati (le classi sociali pi
alte) al nazionalismo popolare di lingua volgare. TI razzismo coloniale
era un elemento fondamentale di quel concetto di impero che cer-
cava di saldare la legittimit dinastica e la comunit nazionale. Ci riu-
sc generalizzando un principio di superiorit innata ed ereditata, su
cui la propria esistenza era (anche se in modo non esattamente soli-
Il Il vero significato dell'apparire del sionismo e della nascita d'Israele che il
primo segna il reimmaginare un' antica comunit religiosa come una nazione
tra le nazioni, mentre la seconda veicola una trasformazione alchemica da erra-
bondo credente a patriota locale.
12Da parte dell'aristocrazia terriera vennero concetti quali un'innata su-
periorit della classe dirigente e una certa sensitivit agli status, tratti importanti
fino al ventesimo secolo. Nutriti da nuove fonti, questi concetti poterono poi
essere volgarizzati e proposti ai tedeschi come dottrine di superiorit razziale.
BARRINGTON MOORE,]r., Social Origins ofDictatorship and Democracy, p. 436.
13Le date della vita di Gobineau sono perfette. Nasce nel 1816, due anni dopo
la restaurazione dei Borboni al trono francese. La sua carriera diplomatica, 1848-
1877, fiorisce sotto il Secondo Impero di Luigi Napoleone e il regime reazionario
monarchico di Marie Edm Patrice Maurice, conte di MacMahon, gi proconso-
le imperialista ad Algeri. Il suo Essai sur l'ingalit des races humaines viene
pubblicato nel 1854 (c' forse bisogno di dire che fu in risposta alle insurrezioni
popolari volgar-nazionaliste del 1848?).
14Il razzismo sudafricano, negli anni di Vorster e Botha, non ha mai impedito
relazioni amichevoli (sempre piuttosto discrete, comunque) con importanti
uomini politici neri di alcuni stati indipendenti africani. Anche se in Russia gli
ebrei subivano discriminazioni, questo non imped a Breznev e a Kissinger di
avere rapporti lavorativi rispettabili.
152
1
do) basata, sulla vastit dei domini oltremare, suggerendo nascosta-
mente (o anche pi apertamente) l'idea che se, a esempio, i lord
inglesi erano superiori agli altri inglesi, questi ultimi erano comunque
superiori ai nativi soggiogati. Si tentati addirittura di affermare che
l'esistenza degli ultimi imperi coloniali sia anche servita a sostenere i
bastioni dell' aristocrazia europea, rappresentando su un piano globa-
le e moderno antiche concezioni del potere e del privilegio.
Lo pot fare, e qui arriviamo alla seconda ragione, perch
l'impero coloniale, con il suo apparato burocratico in rapida espan-
sione e la sua politica russificante, permetteva di giocare ai nobili
a un gran numero di medi e piccoli borghesi in trasferta, cio ovun-
que nell'impero tranne che in patria. In qualsiasi colonia si pu tro-
vare questo tragico e divertente tableau vivant: il gentiluomo bor-
ghese che parla di poesia su uno sfondo di residenze spaziose e giar-
dini pieni di mimosa e bougainvillea, e una variopinta compagnia di
maggiordomi, cameriere, giardinieri, cuochi, domestiche, tate,
lavandaie, e, soprattutto, cavalli
15
. Anche chi non riusciva a condur-
re questo stile di vita, come ad esempio i giovani scapoli, veniva
comunque considerato come un nobile francese alla vigilia di una
jacquerie
16
:
In Moulmein, nella bassa Birmania [questa oscura cittadina meri-
ta una spiegazione per i lettori del vecchio continente], io ero
odiato da un vasto numero di persone; l'unica volta in vita mia
che sono stato cos importante per giustificare una cosa simile.
Ero uno degli ufficiali di polizia della citt.
Questa descrizione in uno stile che potremmo definire gotico
tropicale, era resa possibile dall'immenso potere che il capitalismo
aveva dato alle metropoli; un potere talmente grande da poter rima-
nere dietro le quinte. Niente illustra cos' capitalismo in diligenza
feudal-aristocratica quanto l'importanza delle milizie coloniali,
notoriamente distinte da quelle della madrepatria, a volte persino in
termini formali e istituzionali
17
. In Europa c'era dunque il primo
esercito, reclutato con la coscrizione di massa di cittadini nazio-
15per una splendida collezione di fotografie di questi tableaux vivants nelle
Indie Olandesi (e per un testo elegantemente ironico), vedi E. Breton de Nijs,
Tempo Doeloe.
16GEORGE ORWELL, Shooting an Elephant, in The Orwell Reader, p. 3. Le
parole tra parentesi sono ovviamente mie.
17Lo Knil (Koninklijk Nederlandsch-Indisch Leger) era decisamente distinto
dallo Kl (Koninklijk Leger) in Olanda. Alla Legione straniera fu quasi da subito
proibito per legge di operare nella Francia continentale.
153
11'1
'I
,;!
nali; concepito ideologicamente come il difensore della patria; con
l'uniforme di un pratico e funzionale kaki; dotato delle armi miglio-
ri; in tempo di pace isolato in caserme e in guerra disposto in trincee
o schierato dietro pesanti cannoni. Fuori dall'Europa c'era il
secondo esercito, reclutato (a parte gli ufficiali) tra minoranze
religiose o etniche locali su base mercenaria; concepito
ideologicamente come una forza di polizia interna; in alta uniforme
sia nelle stanze da letto sia nelle sale da ballo; armato con spade o
armi ormai obsolete. Se lo staff militare prussiano, senza dubbio il
pi ammirato in Europa, metteva 1'accento sull' anonima solidariet
di un corpo di professionisti, sulla balistica, sulle ferrovie, sul livello
dell'ingegneria e della pianificazione strategica, 1'esercito coloniale
teneva in considerazione soprattutto la gloria, i gradi, l'eroismo per-
sonale, il gioco del polo e un' arcaica cortesia tra i suoi ufficiali (e
poteva permetterselo proprio perch il primo esercito e la marina
vigilavano dietro le quinte). Questa mentalit sopravvisse per lungo
tempo. Nel Tonchino del 1894, Lyautey scrisse
18
:
Quel dommage de n'tre pas venu ici dix ans plus tt! Quelles
carrires y fonder et y mener. Il n'y a pas ici un de ces petits
lieutenants, chefs de poste et de reconnaissance, qui ne dvelop-
pe en six mois plus d'initiative, de volont, d'endurance, de per-
sonnalit, qu'un officier de France en toute sa carrire* .
Nel Tonchino del 1951, Jean de Lattre de Tassigny, che amava gli
ufficiali che combinavano il coraggio con lo stile, prese in immedia-
ta simpatia 1'ardito cavalleggero (il colonnello de Castries) con la sua
cappa e la sua sciarpa Spahi di colore rosso intenso, il suo magnifico
frustino e la sua combinazione di stile alla mano e aspetto ducale,
che lo resero irresistibile per le donne nell'Indocina degli anni '50
come lo era stato per le parigine degli anni '3019.
18Lettres du Tonkin et de Madagascar (1894-1899), p. 84. Lettera del 22
dicembre 1894, da Hanoi. Corsivo mio.
*[ Che peccato non essere venuto qui dieci anni prima! Quali carriere
intraprendervi e percorrere. Non c' uno di questi tenentini, a capo di avamposti
e postazioni che non sviluppi in sei mesi pi iniziativa, pi volont, pi tenacia,
pi personalit di quanto faccia un ufficiale di Francia in tutta la sua carriera.
Nota del curatore]
B. FALL, Hell is a Verv Small Place: The Siege ofDien Bien Phu, p.
56. facile immaginarsi lo spirito -di Clausewitz rabbrividire. (Spahi, derivato
come Sepoi dall'ottomano Sipahi, significa cavaliere irregolare mercenario del
'secondo esercito' in Algeria). vero che la Francia di Lyautey e di de Lattre era
una Francia repubblicana. Comunque, la Grande Muette era stata sin dall'inizio
della terza repubblica un asilo per gli aristocratici sempre pi esclusi da tutte le
154
Un altro interessante indizio della derivazione aristocratica, o pseu-
do-aristocratica, del razzismo coloniale la tipica solidariet tra
bianchi, che legava dominatori coloniali di diverse nazioni a
prescindere dai loro conflitti e dalle loro rivalit interne. Questa soli-
dariet, con il suo curioso carattere transnazionale, ci riporta imme-
diatamente alla memoria la solidariet di classe delle aristocrazie eu-
ropee dell'800, nata tra padiglioni di caccia, bagni termali e saloni da
ballo; oppure ci ricorda il senso di fratellanza tra ufficiali e gentil-
uomini che trova un'espressione moderna, da XX secolo, nella con-
venzione di Ginevra che garantisce agli ufficiali nemici catturati un
trattamento privilegiato, diverso da quello dei partigiani o dei civili.
L'argomento finora adombrato pu anche essere visto dal lato
delle popolazioni coloniali, in quanto, a prescindere dalle afferma-
zioni di alcuni ideologi, incredibile quanto poco quella curiosa
entit conosciuta come razzismo inverso si sia manifestata nei
movimenti anticoloniali. In questa materia abbastanza facile venire
ingannati dalla lingua. Basti pensare, ad esempio, alla parola giava-
nese londo, usata per indicare non solo gli olandesi, dal cui nome
peraltro deriva, ma i bianchi in generale. La derivazione stessa,
d'altra parte, mostra che per i contadini giavanesi, che difficilmente
incontravano bianchi non olandesi, i due significati coincidevano.
Similmente, nei territori coloniali francesi, les blancs indicava quei
dominatori il cui essere francesi era in distinguibile dall' essere
bianchi. In nessuno dei due casi, che io sappia, le parole londo o
blanc hanno mai perso il loro valore originale, n hanno mai
assunto significati secondari denigratori 20.
altre importanti istituzioni della vita pubblica. Nel 1898, pi di un quarto di tutti
i generali di brigata e di divisione era di estrazione aristocratica. Inoltre questa
quantit di ufficiali di origini nobili sar fondamentale per l'imperialismo france-
se dell'800 e del '900. Il rigido controllo imposto sull'esercito in mtropole non
si estese mai completamente alla France d'outremer. L'estensione dell'impero
francese nell'800 fu in parte il risultato dell'incontrollata iniziativa da parte dei
comandanti militari coloniali. Come l'Africa occidentale francese fu quasi intera-
mente creata dal generale Faidherbe, cos il Congo francese dovette la sua espan-
sione soprattutto a scorrerie dei militari nell'entroterra. Ufficiali furono anche
responsabili dei faits accompUs che portarono alla creazione di un protettorato
francese su Tahiti nel 1842 e, in misura minore, all'occupazione del Tonchino in
Indocina verso la fine dell'800 ... Nel 1897 Gallini abol la monarchia in Mada-
gascar e deport la regina, e tutto senza consultare il governo francese che poi
accett il fait accompli ... . JOI-IN S. AMBLER, The French Army in Politics, 1945-
1962, pp. 10-11 e 22.
2Non ho mai sentito che in indonesiano o giavanese esistessero termini gerga-
li per indicare ,<olandesi o bianchi. Pensate alla ricchezza dell'inglese: nigger,
wop (italiano), kike (ebreo), gook (muso giallo), slant (occhi a mandorla), fuzzy-
155
.....0IIIIIIII
come a esempio Francia, Svizzera o Stati uniti, ma che, essendo
caratterizzate da bassa produttivit, miserabili condizioni di vita e
tecnologia obsoleta, vengono comunemente considerate
arretrate. (Da qui il malinconico sogno di Chou En-lai di raggiun-
gere l'Inghilterra capitalista entro il 2000).
Come abbiamo gi fatto notare, Hobsbawm aveva ragione
quando notava che la rivoluzione francese non era stata condotta
n attuata da un vero e proprio partito o movimento nel senso
moderno della parola, n da uomini intenti a realizzare un program-
ma sistematico. Ma, grazie allo sviluppo della stampa, l'esperienza
francese non fu solo inestirpabile dalla memoria dell'uomo, fu
anche istruttiva. Da quasi un secolo di teorizzazioni e sperimenta-
zioni pratiche derivarono i bolscevichi, che attuarono la prima rivo-
luzione pianificata riuscita (anche se il successo si deve in parte
alle precedenti vittorie di Hindenburg a Tannenberg e sui laghi
Masuri) e che cercarono di sviluppare un programma sistematico
(anche se in pratica l'improwisazione era all'ordine del giorno). Tra
l'altro sembra ormai chiaro che, senza questi piani e programmi
sarebbe stata praticamente impossibile una rivoluzione in uno stato
che stava a stento entrando nell' epoca del capitalismo industriale. li
modello rivoluzionario bolscevico stato decisivo per tutte le rivo-
luzioni del '900 perch ha reso possibile immaginarle anche in so-
ciet ancora pi arretrate della Russia (e ha offerto la possibilit di
tagliare i ponti della storia con il passato). L'abile operato di Mao
Tse-tung conferm l'utilit del modello al di fuori dell'Europa. Si
potrebbe quasi intravedere una sorta di culmine di questo processo
modulare nel caso della Cambogia, dove, nel 1962, meno del 2,5%
della forza lavoro (composta da 2 milioni e mezzo di lavoratori adul-
ti) era effettivamente classe operaia, e i capitalisti erano lo 0,5 %
2

Similmente, dalla fine del '700, il nazionalismo aveva subito un
processo di modularizzazione e di adattamento, a seconda dei diver-
si periodi, regimi politici, economie e strutture sociali. li risultato fu
che la comunit immaginata si diffuse in ogni possibile societ
contemporanea. Se la moderna Cambogia pu essere utile per illu-
strare un' acquisizione estremamente modulare del concetto di
2Secondo i calcoli di Edwin Wells, sulla base della tavola 9 di Cambodge,
Ministre du PIan et Institut National de la Statistique et des Recherches Econo-
miques, Rsultats finals du Recensement Gnral de la Population 1962. Wells
divide la popolazione lavoratrice come segue: ufficiali governativi e nuovi piccoli
borghesi, 8%; piccola borghesia tradizionale (mercanti, ecc.), 7.5%; proletariato
agricolo, 1.8%; contadini, 78.3 %. I capitalisti che possedevano delle vere impre-
se manifatturiere erano meno di 1300.
158
rivoluzione, il Vietnam ci aiuta per il concetto di nazionalismo,
tramite un breve excursus sul nome di questa nazione.
Alla sua incoronazione del 1802, Gia-long desiderava chiama-
re il proprio regno Nam Viet, e invi messi per ottenere l'assenso
di Pechino. li sovrano manci, invece, insistette affinch il nome
fosse Viet Nam. La spiegazione di tale inversione la seguente:
Viet Nam (o, in cinese, Yiieh-nan) significa, pi o meno, a sud
di Viet (Yiieh)>>, un regno conquistato dagli Han 17 secoli prima, e
considerato corrispondente alle odierne province cinesi di Kwang-
tung e Kwangsi e alla valle del Fiume Rosso. li Nam Viet di Gia-
long significava al contrario Viet/Yiieh del sud, in pratica una
rivendicazione dell'antico regno. Come disse Alexander Woodside,
difficilmente potremmo affermare che il nome Vietnam, in quanto
emanazione diretta di Pechino, fu apprezzato un secolo fa dai
governanti vietnamiti come lo adesso. Poich era un appellativo
piuttosto artificiale, fu usato raramente sia dai cinesi che dai vietna-
miti. I cinesi ricorsero al termine spregiativo T'ang 'Annam' (. .. ); dal
canto suo, nel 1838-39 la corte vietnamita, coni un altro nome pri-
vato per il proprio regno, e non si cur d'informare i cinesi. li nuo-
vo nome, Dai Nam, il 'Grande Sud' o 'Sud Imperiale', apparve con
regolarit su documenti di corte e sui registri storici ufficiali, ma non
riuscito a soprawivere fino ai giorni nostri3. Questo nuovo nome
interessante sotto due aspetti. In primo luogo, non contiene alcun
elemento Viet-namita. In secondo luogo, il riferimento territoriale
(<<Sud) ha valore solo se messo in relazione al Regno di Mezz0
4

li fatto che i vietnamiti difendano oggi con tanto orgoglio un
Viet Nam inventato sdegnosamente da un sovrano manci dell'800,
ci fa pensare all' affermazione di Renan secondo cui le nazioni avreb-
bero oubli bien des choses, ma anche, paradossalmente, al potere
d'immaginazione del nazionalismo.
Guardando il Vietnam degli anni '30, o la Cambogia degli anni
'60, si possono trovare, mutatis mutandis, numerose somiglianze: un
grandissimo numero di contadini analfabeti sfruttati, una minuscola
classe operaia, una borghesia frammentata e una classe colta debole
3Vietnam and the Chinese Model, pp. 120-21
4Il che non poi cos sorprendente. Il burocrate vietnamita sembra cinese; il
contadino vietnamita sembra un asiatico del Sud-est. Il burocrate doveva scrivere
in cinese, indossare una tunica alla cinese, vivere in una casa alla cinese, viaggiare
in una portantina alla cinese e seguire perfino le tipiche idiosincrasie cinesi di
consumo ostentatorio, quali avere una vasca di pesci rossi nel proprio giardino
del Sud-est asiatico. Ibidem, p. 199.
159
e divisa
5
. Nessun lucido analista moderno avrebbe potuto prevede-
re, sulla base di queste condizioni oggettive, nessuna delle due rivo-
luzioni che sarebbero presto seguite, o il loro effimero trionfo. (In
effetti, molto di quello che stato detto pu valere anche per il caso
della Cina del 1910). Quello che in sostanza le rese possibili fu l'aver
preparato la rivoluzione e immaginato la nazione6.
La politica del regime di PoI Pot solo in parte pu essere attri-
buita alla cultura tradizionale khmer o alla crudelt, paranoia o mega-
lomania dei suoi leader. Gli khmer hanno certo fatto la loro parte di
despoti megalomani; alcuni di essi furono responsabili per Angkor.
Pi importanti sono i modelli che le rivoluzioni hanno, possono,
dovrebbero o non dovrebbero aver tratto da Francia, Russia, Cina e
Vietnam, e da tutti i libri scritti in francese sull'argoment0
7
.
Lo stesso pu dirsi per il nazionalismo. li nazionalismo con-
temporaneo il risultato di due secoli di mutamenti storici. Per tut-
te le ragioni che ho cercato di descrivere fin qui, quest' eredit
bifronte come Giano; questo perch tra gli eredi non ci sono solo
San Martin o Garibaldi, ma anche Uvarov e Macaulay. Come abbia-
mo visto, l'ufficial-nazionalismo stato sin dall'inizio una politica
voluta di auto-conservazione, strettamente legata agli interessi degli
imperi dinastici. Ma una volta su piazza, poteva essere facilmente
5Secondo il censimento del 1937, il 93 -95 % della popolazione vietnamita
viveva ancora in aree rurali. Non pi del 10% della popolazione era in grado di
scrivere in una qualsiasi lingua. Non pi di 20.000 persone avevano completato
una scuola primaria superiore tra il 1920 e il 1938. E quella che i marxisti viet-
namiti chiamavano la borghesia indigena (costituita perlopi, secondo Marr,
da proprietari terrieri che non risiedevano nelle loro terre, pi alcuni imprendito-
ri e qualche ufficiale superiore) contava circa 10.500 famiglie, circa lo 0,5% della
popolazione. Vietnamese Tradition, 25-26, 34 e 37. Confronta questi dati con
quelli della nota 2.
6E, come per i bolscevichi, catastrofi fortuite: per la Cina, la massiccia inva-
sione del Giappone nel 1937; per il Vietnam, la distruzione della Linea Maginot
e la breve occupazione da parte dei giapponesi; per la Cambogia, lo sconfina-
mento della guerra tra USA e Vietnam nelle sue terre orientali dopo il marzo
1970. In ognuno di questi casi il potere dell' ancien rgime esistente, fosse Kuo-
mintang, coloniale francese, o feudale-monarchico, fu fatalmente minato da forze
estranee.
7Si potrebbe suggerire: s alla leve en masse e al Terrore, no al termidoro
e al bonapartismo, per la Francia; s al comunismo di guerra, alla collettivizza-
zione e ai Processi di Mosca, no alla Nep e alla de-stalinizzazione, per l'Unione
sovietica; s alla guerriglia comunista dei contadini, al Grande balzo in avanti e
alla Rivoluzione culturale, no al Plenum di Lushan, per la Cina; s alla Rivo-
luzione d'agosto e alla formale liquidazione del Partito comunista indocinese nel
1945, no alle dannose concessioni ai partiti comunisti precedenti, come
esemplificato negli Accordi di Ginevra, per il Vietnam.
160
copiato - come prima lo erano state le riforme militari della Prussia
del primo '800 -, e da sistemi politici e sociali altrettanto eterogenei.
L'aspetto pi persistente di questo stile di nazionalismo era, ed an-
cora, il suo essere ufficiale, cio creato direttamente dallo stato per
servirne gli interessi.
Il modello dell'ufficial-nazionalismo diventa rilevante so-
prattutto quando i rivoluzionari prendono il controllo dello stato e
sono per la prima volta in condizione di usarne il potere per i propri
fini. E questa rilevanza maggiore se si pensa che anche i rivo-
luzionari pi radicali, in un certo senso, ereditano lo stato dal
regime decaduto. Alcune di queste eredit possono essere simboli-
che, ma non per questo meno importanti. Nonostante l'opposizione
di Trockij, la capitale dell'Urss fu spostata a Mosca, la vecchia citt
degli zar, e per pi di 65 anni i leader del Pcus hanno guidato il loro
paese dal Cremlino, l'antica cittadella del potere zarista. Nello stesso
modo, la capitale della Repubblica popolare cinese la stessa della
dinastia manci, e i leader del Pcc si riuniscono nella Citt proibita
dei Figli del Cielo. In effetti, sono ben poche le leadership socialiste
che non abbiano scelto di occupare i comodi posti dei regimi prece-
denti. Meno evidente il fatto che i rivoluzionari vittoriosi ereditano
anche il complesso burocratico del vecchio stato: a volte funzionari
e informatori, ma comunque sempre schedari, dossier, archivi, leggi,
registri finanziari, censimenti, mappe, trattati, corrispondenza, ap-
punti, e cos via. Come il complicato impianto elettrico di una qual-
siasi grande casa che il vecchio proprietario ha lasciato, lo stato
aspetta che il nuovo inquilino accenda l'interruttore per rico-
minciare a illuminare come prima.
Non dovrebbe sorprendere molto, tra l'altro, se spesso alcune
leadership rivoluzionarie si sono adagiate, consapevolmente o
meno, nel ruolo di signori del castello. Non ci riferiamo semplice-
mente all'identificazione di Djugasvili con Ivan Groznii, n
all'espressa ammirazione di Mao per il tiranno Ch'in Shih Huang-ti
o al riciclaggio da parte di Josip Broz delle sfarzose cerimonie rurita-
n. L'ufficial-nazionalismo fa presa sui modelli di leadership post-
rivoluzionari in un modo molto pi sottile. Intendo dire che per
queste leadership fu piuttosto facile adottare il presunto nationalno-
st degli antichi sovrani e lo stato dinastico. Con una sorprendente
mossa retroattiva, sovrani che non sapevano nulla di Cina,
Yugoslavia, Vietnam o Cambogia, divennero patrioti (talvol-
8Vedi la straordinaria trattazione, non sempre polemica, in MlLOVAN DJILAS,
Tito: the Story Irom Inside, capitolo 41, specie pp. 133 e seguenti.
161
I
I.
lO. CENSIMENTO, MAPPA, MUSEO
Nella prima edizione di Comunit Immaginate) ho scritto che spes-
so nelle politiche di 'costruzione nazionale' di nuovi stati si vedono
sia un entusiasmo nazionalista genuino e popolare, sia un sistemati-
co, persino machiavellico, instillare ideologia nazionalista attraverso
i mass media, il sistema scolastico, i regolamenti amministrativi e
cos via1. La mia miope convinzione era che l'ufficial-nazionalismo
delle colonizzate Asia e Africa fosse stato modellato direttamente su
quello degli stati dinastici dell'Europa dell'800. Ulteriori riflessioni
mi hanno persuaso che questo punto di vista era in realt avventato
e superficiale, e che la sua immediata genealogia andava rintracciata
nell'idea dello stato coloniale. A prima vista, questa conclusione pu
sorprendere, visto che gli stati coloniali erano tipicamente, e spesso
violentemente, anti-nazionalisti. Ma se si volge lo sguardo oltre le
ideologie e le politiche coloniali e verso il contesto in cui, specie dal-
la met dell'800, queste espressioni vennero utilizzate, la discenden-
za risulta decisamente pi lampante.
Poche cose contribuirono a rendere questo concetto pi evi-
dente di tre istituzioni che, pur inventate prima della met dell'800,
mutarono le loro forme e funzioni proprio quando le terre co-
lonizzate entrarono nell' era della riproduzione meccanica. Queste
tre istituzioni erano il censimento, la carta geografica e il museo:
insieme plasmarono profondamente il modo in cui lo stato coloniale
vedeva i suoi domini (la natura degli esseri umani che governava, la
geografia dei propri territori e la legittimit della sua genealogia).
Per esplorare la natura di questo legame, in questo capitolo restrin-
ger la mia attenzione all'Asia sud-orientale, dato che le mie conclu-
sioni sono provvisorie e le mie pretese di seria specializzazione si
limitano a questa regione. li Sudest asiatico offre, tra l'altro, partico-
lari vantaggi a chi interessato all'analisi storica comparativa: com-
prende territori colonizzati da quasi tutte le potenze imperialiste
bianche (Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Stati
uniti), come anche il non colonizzato Siamo I lettori con maggiori
conoscenze di altre zone dell' Asia e dell' Africa saranno in grado di
giudicare se le mie teorie sono sostenibili in un pi ampio orizzonte
storico e geografico.
lVedi supra, p. 119.
165
....
IL CENSIMENTO
In due bei recenti articoli, il sociologo Charles Hirschman ha iniziato
a studiare la mentalit dei coloniali britannici addetti ai censimenti
nella penisola malese e negli insediamenti degli Stretti, e dei loro suc-
cessori che lavorarono per lo stato indipendente della Malesia
2
. La
descrizione data da Hirschman delle diverse categorie di identit,
che si si sono susseguite nei numerosi censimenti dal tardo '800 fino
ai giorni nostri, mostra una serie di cambiamenti straordinariamente
rapidi e apparentemente arbitrari, in cui le categorie sono conti-
nuamente agglomerate, disaggregate, ricombinate, mischiate e riordi-
nate (ma le categorie di identit politicamente pi potenti sono sem-
pre le prime ad apparire sulla lista). Da questi censimenti, Hirsch-
man trae due conclusioni fondamentali. La prima che, con il pro-
trarsi del periodo coloniale, le categorie censitarie acquisirono un ca-
rattere sempre pi visibilmente ed esclusivamente razziale'. La stessa
identit religiosa perse gradualmente il suo valore di classificazione
primaria nei censimenti. Gli ind scomparvero dopo il primo
censimento del 1871 (dove erano affiancati da kling e bengale-
si). I parsi resistettero fino al censimento del 1901, dove compar-
vero per l'ultima volta (accanto a bengalesi, birmani, e tamil),
sotto la voce Tamil e Altri Nativi dell'India. La sua seconda con-
clusione che, nel complesso, dopo l'indipendenza le ampie cate-
gorie razziali furono mantenute e perfino concentrate, ma ridefinite e
riclassificate in nativi della Malesia, cinesi, indiani e altri.
!vIa le anomalie continuarono fino ai nostri anni '80. Proprio nel cen-
simento del 1980, i sikh sono presenti come sub-categoria pseudo-
etnica (accanto a malesi e telegu, pakistani e nativi del Ban-
gladesh, tamil dello Sri Lanka e altre popolazioni dello Sri
Lanka ), sotto la definizione generale indiani.
Le splendide descrizioni di Hirschman incoraggiano per il
lettore ad andare oltre l'aspetto puramente analitico. Prendete, ad
2Clli\J\LLS HIPSClll'vL\N, The Meaning and Measurement of Etbnicity in
Malaysia: An Analysis of Census Classifications, Journal 01 Asian Studics, 46:3
(agosto 1987), pp. 552-82; e The Making of Race in Colonial Malaya: Political
Economy and Racial Ideology, Sociological Forum, 1:2 (primavera 1986), pp.
330-62.
'Per tutta l'epoca coloniale, fu enumerata un'incredibile variet di europei.
Ma mentre nel 1881 erano suddivisi nelle tre definizioni di residenti, di pas-
saggio, e prigionieri, nel 1911 erano tutti uniti come membri di una razza
(bianca)>>. probabile che, fino alla fine, gli addetti al censo si siano trovati in
dubbio su dm'e elencare coloro indicati come ebrei.
166
esempio, il censimento dello stato federato malese del 1911, che
elenca sotto Popolazioni di Razza Malese le seguenti voci:
malesi, giavanesi, sakai, banjaresi, boyanesi, mende-
ling (!), krinchi (1), jambi, achinesi, bugi e altri Di
questi gruppi, tutti tranne la maggior parte dei malesi e dei
sakai sono originari delle isole di Sumatra, Giava, Borneo meri-
dionale e Celebes, parti, cio, della vasta colonia delle Indie Orien-
tali olandesi. Ma queste origini non furono tenute in gran conto dai
responsabili del censimento che, nel definire i malesi, rivolsero la
loro attenzione solo all'interno dei propri confini coloniali. (Logica-
mente, al di l del mare, i censimenti olandesi davano un' altra
immagine dei malesi, come etnia minore, sullo stesso piano di
achinesi, giavanesi e cos via). J ambi e krinchi sono parole
che si riferiscono a luoghi, pi che a qualcosa di anche vagamente
etnolinguistico. estremamente improbabile che, nel 1911, una pur
minima frazione di questi individui si sia riconosciuta in simili eti-
chette. Queste identit, immaginate dalla (confusa) mente classifi-
catoria dello stato coloniale, erano ancora in attesa di una reifi-
cazione, che la penetrazione amministrativa imperiale avrebbe pre-
sto reso possibile. Si noti, tra l'altro, la passione che i responsabili
dei censimenti mostrano per la completezza e la chiarezza, da cui
derivano sia la loro intolleranza nei confronti di identificazioni mul-
tiple, politicamente travestite, indistinte o mutevoli, sia la curiosa
sub-categoria, presente in ogni gruppo razziale, degli altri, da non
confondere assolutamente con altri altri. La grande finzione dei
censimenti che tutti vi siano presenti, e che ognuno abbia uno e
un solo posto estremamente chiaro. Niente frazioni.
Questo modo d'immaginare proprio dello stato coloniale ha
origini ben pi antiche dei censimenti attorno al 1870, cos che, per
comprendere appieno la profonda novit dei censimenti del tardo
'800, utile volgersi agli inizi della penetrazione europea nel Sudest
asiatico. Sono particolarmente interessanti due esempi presi dagli
arcipelaghi delle Filippine e dell'Indonesia. In una sua recente ope-
ra, William Henry Scott ha cercato di ricostruire meticolosamente le
strutture di classe delle Filippine pre-ispaniche, sulle base dei primi
documenti spagnoli
4
. Come storico, Scott perfettamente consape-
vole del fatto che le Filippine devono il proprio nome a Filippo II di
Spagna, e che, per sua fortuna o meno, 1'arcpelago sarebbe potu-
to cadere in mano inglese od olandese, venir diviso politicamente o
"'X
T
ILLlMvl I-h:NRY Su l'rl, Cracks in the Parchmcnt Curtain, capitolo 7, Filipi-
no Class Structure in the Sixteenth Century.
167

l!
essere aggregato ad altre colonie5. Sarebbe facile attribuire la sua
curiosa scelta dell' argomento alla sua lunga residenza nelle Filippine
e alla profonda simpatia che prova per un nazionalismo filippino
che, da ormai pi di un secolo, insegue le tracce di un eden aborige-
no. Ci sono per buone possibilit che i fattori che pi hanno influi-
to sulla formazione della sua immaginazione siano state le fonti su
cui si dovuto basare. Infatti, in qualsiasi isola sbarcassero, i vari
religiosi e conquistadores vedevano solo principales, hidalgos, pe-
cheros ed esclavos (prncipi, nobili, allevatori e schiavi), categorie
quasi feudali adattate dalle classificazioni sociali della Spagna tardo-
medievale. I documenti che hanno lasciato, mostrano che i vari
hidalgos erano per lo pi ignari della loro reciproca esistenza nel
grande, diviso e scarsamente popolato arcipelago, e, quando ne era-
no a conoscenza, si consideravano tra loro non come hidalgos, ma
come nemici o schiavi potenziali. Ma il potere delle carte cos
grande che questo fatto resta marginale nell'immaginazione di
Scott, ed difficile per lui rendersi conto che la struttura di classe
precoloniale in realt un censimento immaginario creato dai galeo-
ni spagnoli. Ovunque andassero, incontravano hidalgos ed esclavos
che potevano essere aggregati come tali, cio strutturalmente, da
un incipiente stato coloniale.
Nel caso dell'Indonesia abbiamo, grazie alle ricerche di Mason
Hoadley, un rapporto dettagliato di un importante caso giudiziario
deciso nel porto costiero di Cirebon, vicino Giava, alla fine del
'600
6
Per fortuna, i documenti olandesi (Voc) e locali sono ancora
rintracciabili. Se fossero sopravvissuti solo i documenti cirebonesi,
avremmo conosciuto il presunto assassino come un alto ufficiale
della corte di Cirebon e solo con il suo titolo di Ki Aria Marta Nin-
grat, non con il suo nome proprio. I registri della Voc, invece, lo
identificano rabbiosamente come un chinees (l'informazione singola
5Nella prima met del '600, gli insediamenti spagnoli sull'arcipelago subirono
ripetuti attacchi da parte della Vereenigde Oost-Indische Companie (Voc), la pi
grande corporazione transnazionale dell' epoca. I coloni cattolici dovettero la
loro sopravvivenza all'ultra-eretico Protettore, che seppe tenere al guinzaglio le
mire di Amsterdam per la maggior parte del suo regno. Se il Voc fosse stato vit-
torioso, Manila, e non Batavia (Giacarta), sarebbe potuta diventare il centro
dell'impero olandese nel Sud-est asiatic;o. Nel 1762, Londra strapp Manila
alla Spagna, e la tenne per quasi due anni. E divertente notare che Madrid la riot-
tenne solo offrendo in cambio la Florida e altri possedimenti spagnoli ad est
del Mississippi. Se le negoziazioni fossero state diverse, l'arcipelago avrebbe
potuto essere legato politicamente alla Malesia e a Singapore nell'800.
6MASON C. HOADLEY, State vs. Ki Aria Marta Ningrat (1696) and Tian
Siangko (1720-21)>> (manoscritto mai pubblicato, 1982).
168
pi importante che ci possono offrire). chiaro quindi che la corte
cirebonese identifica le persone con la carica e lo status, mentre la
Compagnia si concentra sulla razza. Non c' alcun motivo per cui
il presunto omicida, la cui alta carica testimonia per lui e per i suoi
antenati una lunga integrazione nella societ cirebonese a prescindere
dalle loro origini, dovesse vedersi come un chinees. Come si arri-
vati dunque a questa classificazione? Dall' alto di quali tolde si pot
immaginare chinees? Senza dubbio dai crudeli csseri dei mercantili
che senza tregua navigavano da porto a porto tra il golfo di Mergui e
la foce dello Yangtze-kiang. Dimentichi del fatto che le popolazioni
del Regno di Mezzo erano eterogenee, che le loro lingue erano
reciprocamente incomprensibili, che la loro diaspora nel Sudest asia-
tico aveva avuto particolari origini geografiche e sociali, gli impiegati
della compagnia immaginarono, con il loro sguardo trans-oceanico,
una serie infinita di chinezen, come i conquistadores avevano visto
una serie infinita di hzdalgos; e sulla base di questo censimento imma-
ginario, cominciarono ad insistere affinch tutti quelli che erano sotto
il loro controllo, indicati come chinezen, si vestissero, abitassero, si
sposassero, venissero seppelliti e lasciassero in eredit beni corrispon-
denti ai dati del censimento. Colpisce il fatto che gli iberici, molto
meno avventurosi e votati al commercio, abbiano immaginato una ca-
tegoria piuttosto diversa, che definirono sangley. Sangley in realt la
versione spagnola della parola hokkien sen gli, cio mercante
7

facile immaginare i viaggiatori spagnoli mentre ai mercanti attirati a
Manila dalla possibilit di scambi con i galeoni chiedevano: Voi chi
siete?; e si sentivano rispondere: Noi siamo mercanti8. Non navi-
gando nei sette mari dell' Asia, per due secoli gli iberici rimasero in
una confortevole e provinciale nebbia di conoscenze. Solo molto len-
tamente sangley divenne cinese, fino a scomparire nel primo '800
sostituito dalla parola, di origine Voc, chino.
La vera innovazione dei censimenti degli anni intorno al 1870,
fu, dunque, non la costruzione di classificazioni etnico-razziali, ma
piuttosto la loro sistematica quantijicazione. I dominatori precolo-
niali malesi e giavanesi avevano tentato di contare le popolazioni
sotto il loro controllo, ma solo attraverso i registri fiscali e le varie
imposte. I loro scopi erano concreti e specifici, cio sapere con esat-
7Vedi, ad esempio, EDGAR WICKBERG, The ehinese in Philippine Lz/e, 1850-
1898, capitoli 1 e 2.
SII commercio dei galeoni, per cui Manila fu, per pi di due secoli, l'entrep6t,
scambiava porcellane e sete cinesi con l'argento messicano.
169
tezza a chi poter imporre tributi e coscrizione militare: questi go-
vernanti erano interessati solo alle riserve finanziarie e alla forza dei
propri eserciti. Sotto questo aspetto, l'operato dei primi regimi
europei nella regione non differ di molto da quello dei loro prede-
cessori. Dal 1850, per, le autorit coloniali fecero uso di metodi
amministrativi sempre pi sofisticati per contare le popolazioni,
compresi donne e bambini (che gli antichi dominatori avevano sem-
pre ignorato), seguendo un labirinto di procedure che non avevano
immediati scopi finanziari o militari. Un tempo, chi era sottoposto a
tasse e coscrizione era ben conscio della sua numerabilit: su que-
sto argomento, dominatore e dominato si capivano molto bene,
anche se in modo antagonista. Nel 1870, per, una donna cocin-
cinese, esentasse e inarruolabile, poteva vivere, felicemente o
infelicemente, negli insediamenti degli Stretti, senza minimamente
sospettare che cos era stata registrata dall' alto. Qui appare la pe-
culiarit di questo nuovo tipo di censimento che si dedica accurata-
mente a contare gli oggetti della propria febbrile immaginazione.
Vista 1'esclusiva natura del sistema di classificazione, e la logica della
classificazione stessa, un cocin-cinese andava concepito solo
come un numero in una serie di cocin-cinesi, all'interno, ovvia-
mente, del territorio dello stato. Mentre lo stato coloniale ampliava
le proprie dimensioni e funzioni, la nuova topografia demografica si
radic profondamente nell' ambito sociale e istituzionale. Guidata
dalle sue mappe immaginarie, organizz i nuovi apparati burocratici
dell'educazione, delle leggi, della sanit, della polizia e dell'immi-
grazione, apparati costruiti su princpi di gerarchie etnico-razziali,
interpretate in termini di serie parallele. Il Husso delle popolazioni
suddite attraverso le maglie di tribunali differenziati, differenziate
scuole, cliniche, stazioni di polizia e differenziati uffici d'immigra-
zione, cre percorsi abitudinari che, col tempo, diedero una vita
sociale reale alle fantasie dello stato.
Va da s che lo stato non veleggi sempre in acque tranquille,
e spesso s'incagli in realt scomode. Di gran lunga la pi im-
portante tra esse fu l'affiliazione religiosa, che era servita da base per
le antiche e stabilissime comunit immaginate, per niente allineate
con l'autoritaria grglia tassonomica dello stato laico. Nelle diverse
colonie del Sudest asiatico, a vari livelli, i governanti furono costretti
a fare confuse concessioni, specie all'Islam e al buddismo. In
particolare, continuarono a fiorire templi, scuole e tribunali religio-
si, il cui accesso era determinato dalla scelta individuale, non dal
censimento. Raramente lo stato pot far pi che cercare di regolare,
limitare, registrare, standardizzare queste istituzioni e subordinarle
170
gerarchicamente alle proprie
9
. Fu proprio per la loro condizione di
anomalia topografica che templi, moschee, scuole e tribunali reli-
giosi, furono concepiti come una sorta di zona franca, e, in seguito,
come fortezze da cui i movimenti anticoloniali, religiosi prima, nazio-
nalisti poi, poterono condurre la loro guerra. Allo stesso tempo, vi
erano frequenti tentativi di indurre forzatamente una migliore corri-
spondenza tra categorie del censimento e comunit religiose, etniciz-
zando politicamente e giuridicamente queste ultime. Negli stati fede-
rati della Malesia coloniale, ques' opera fu relativamente facile. Colo-
ro che il regime inseriva tra i malesi, venivano spinti verso le corti
dei <<loro sultani, amministrate per lo pi secondo i dettami della
legge islamica
lO
. Islamico divenne quindi solo un altro nome per
malese. (Solo dopo l'indipendenza del 1957 , alcuni gruppi politici
tentarono d'invertire questa logica trasformando malese in un
altro nome per islamico). N elle vaste ed eterogenee Indie olandesi,
dove alla fine del periodo coloniale un vasto schieramento di orga-
nizzazioni missionarie rivali aveva operato numerose conversioni in
aree disperse e lontane tra loro, una simile campagna incontr osta-
coli ben pi imponenti. Nonostante ci, anche qui gli anni '20 e'30
videro la nascita di un cristianesimo etnico (la chiesa Batak, la
chiesa Karo e, in seguito, la chiesa Dayak), derivante dalla tendenza
dello stato ad affidare a diversi gruppi missionari differenti zone di
int1uenza, a seconda della topografia che risultava dai censimenti.
Batavia non ebbe lo stesso successo con l'Islam. Non os proibire i
pellegrinaggi alla Mecca, anche se cerc di limitare il numero dei pel-
legrini, controll i loro viaggi e li spi da un avamposto a Jiddah isti-
tuito proprio a questo scopo. Nessuna di queste misure bast a pre-
venire l'intensificarsi dei contatti tra i musulmani delle Indie e il
vasto mondo esterno dell'Islam, e, in particolare, con le nuove cor-
renti di pensiero provenienti dal CairolI.
LA MAPPA
Nel frattempo, il Cairo e la Mecca cominciavano a esser visti in
modo strano, non pi come luoghi della geografia sacra musulmana,
ma anche come punti su fogli di carta che con altri punti indicavano
Parigi, Mosca, Manila e Caracas; e la relazione tra i vari punti
9Vedi sopra, capitolo 7 (p. 125) per i tentativi del colonialismo francese di
separare il buddismo in Cambogia dai suoi antichi legami con il Siamo
]()Vedi \)?ILLlJ\M Rml', The Origins ofMalay Nationalism, pp. 72-4.
11Vedi HA1ZRY J BENj)A, The Crescent and the Rising SUll, capitoli 1 e 2.
171
J
I
I,
indifferentemente sacri e profani era determinata da nient'altro che
dalla distanza in linea d'aria calcolata matematicamente. La mappa
disegnata con la proiezione di Mercatore, introdotta dai colonizza-
tori europei, stava cominciando, tramite la stampa, a plasmare
l'immaginario dell'Asia sud-orientale.
In una sua recente e brillante dissertazione, lo storico thailan-
dese Thongchai Winichakul ha descritto i complicati processi che
portarono alla nascita dei confini del Siam tra il 1850 e il 1910
12
. La
sua testimonianza interessante proprio perch il Siam non fu colo-
nizzato, anche se i suoi confini furono determinati con princpi
coloniali. Nel caso thailandese, inoltre, facile rilevare l'emergere di
una nuova mentalit statale all'interno di una struttura
tradizionale di potere politico.
Fino all' ascesa al trono, nel 1851, dell'intelligente Rama IV,
esistevano in Siam solo due tipi di mappe, ed entrambe erano dise-
gnate a mano; qui l'epoca della riproduzione meccanica non era
ancora cominciata. Una delle mappe poteva essere chiamata un
cosmografo, una rappresentazione formale e simbolica dei Tre
Mondi della cosmologia tradizionale buddista. li cosmografo non si
presentava orizzontalmente, come le nostre mappe; era piuttosto
una serie di paradisi ultraterreni e inferni sotterranei incastrati nel
mondo visibile lungo un invisibile asse verticale. Era inutile per
viaggiare, se non in cerca di meriti e salvezza. li secondo tipo, pret-
tamente profano, consisteva in diagrammi da utilizzare per le cam-
pagne militari e la navigazione costiera. Organizzata rozzamente in
quadranti, forniva fondamentalmente informazioni su tempi di mar-
cia e navigazione, grazie a note scritte, necessarie perch i cartografi
non avevano alcuna nozione tecnica di scala. Rivolta a misurare il
solo spazio terrestre e profano, questo tipo di mappa era gene-
ralmente disegnata con una bizzarra prospettiva obliqua, o con
diverse prospettive, come se l'occhio del disegnatore, abituato dalla
vita quotidiana a vedere il paesaggio orizzontalmente ad altezza
d'uomo, fosse comunque influenzato, a livello subliminale, dalla
verticalit del cosmografo. Thongchai sottolinea che tali mappe,
sempre locali, non erano mai situate in uno stabile complesso geo-
grafico pi ampio, e che era del tutto estranea la convenzionale pro-
spettiva aerea delle mappe moderne.
Entrambe le mappe non recavano indicazioni di confini. I loro
12THONGCHAI WINICHAKUL, Siam Mapped: A History 01 the Geo-Body olSiam
(tesi di dottorato in filosofia, University of Sydney, 1988).
172
disegnatori avrebbero trovato incomprensibile l'elegante afferma-
zione di Richard Muir
13
:
Posti sull'interfaccia tra territori di stati adiacenti, i confini nazio-
nali hanno un'importanza particolare nello stabilire i limiti della
sovranit e nel definire la forma fisica delle varie regioni politiche.
( ... ) I confini ( ... ) si trovano dove l'interfaccia verticale tra diversi
stati sovrani interseca la superficie terrestre. (. .. ) In quanto inter-
faccia verticale, i confini non hanno estensione orizzontale.
Esistevano pietre di confine e analoghi segnali, che in effetti si
moltiplicarono lungo i limiti occidentali del regno con l'aumentare
della pressione britannica dalla bassa Birmania, ma queste pietre
erano collocate con discontinuit, lungo passi di montagna o guadi
d'importanza strategica, spesso a grande distanza dalle pietre corri-
spondenti poste dagli avversari. Venivano interpretate oriz-
zontalmente, ad altezza d'uomo, come segnali dell' estensione del
potere reale; non dall'aria. Solo nella seconda met dell'800 i lea-
der thai cominciarono a vedere i confini come parti di una mappa
continua non corrispondente a qualcosa di visibile sul suolo, ma
come demarcazione di un' esclusiva sovranit incastrata tra altre
sovranit. Nel 1874 fece la sua apparizione il primo manuale geo-
grafico, del missionario americano J.W Van Dyke, un primo pro-
dotto del capitalismo-a-stampa che cominciava ormai a insinuarsi
anche nel Siamo Nel 1882, Rama V fond una speciale scuola di
cartografia a Bangkok. Nel 1892, il principe Damrong Rajanuphab,
nell'inaugurare un moderno sistema scolastico per il paese, rese la
geografia una materia obbligatoria gi dalla scuola secondaria.
Intorno al 1900 fu pubblicato Phumisat Sayam (Geografia del Siam)
di WG. ]ohnson, modello di tutte le successive carte geografiche
stampate del paese
14
. Thongchai fa notare che la convergenza vetto-
riale tra il capitalismo-a-stampa e la nuova concezione della realt
spaziale offerta da queste mappe ebbe un impatto immediato sul
vocabolario della politica thai. Tra il 1900 e il 1915, le tradizionali
parole krung e muang quasi scomparvero, poich esse im-
maginavano il territorio in termini di capitali sacre e centri popolati
visibili e discontinui 15: alloro posto si sostitu prathet, il paese,
13 RrCHARD MUIR, Modern Political Geography, p. 119.
14THONGCHAI, Siam Mapped, pp. 105-10,286.
l5per una completa trattazione sull'antico concetto di potere a Giava (che,
con minime differenze, corrisponde a quello dell' Antico Siam), vedi il mio Lan-
guage and Power, capitolo 1.
173
,i
:il
'l'
11
li secondo aspetto fu la mappa-come-Iogo", Le sue origini furono
relativamente innocenti; la pratica, tipica degli stati imperiali, di
colorare le colonie sulla mappa con colori specifici per i diversi
imperi. Nelle carte disegnate a Londra, le colonie britanniche erano
in genere rosso chiaro, quelle francesi viola-blu, quelle olandesi gial-
lo-marroni e cos via. Colorata in tal modo, ogni colonia sembrava
un singolo pezzo di un gigantesco puzzle. Quando questo effetto
puzzle divenne normale, ogni pezzo pot essere isolato dal suo
contesto geografico. Nella sua forma finale tutte le annotazioni
informative furono rimosse: linee di latitudine e longitudine, nomi
di luoghi, segni dei fiumi, dei mari e delle montagne, paesi vicini.
Solo segni, non pi parte del mondo. Sotto questa forma la map-
pa entr in una serie riproducibile all'infinito, su manifesti, sigilli
ufficiali, carte intestate, copertine di libri e giornali, tovaglie e pareti
di alberghi**. Subito riconoscibile, visibile ovunque, la mappa-logo
si radic nell'immaginario popolare, divenendo presto un potente
simbolo per il nascente nazionalismo anti-coloniale
22
.
L'Indonesia contemporanea ci offre un bello, doloroso esem-
pio di questo processo. Nel 1828 si ebbe il primo insediamento
olandese sull'isola della Nuova Guinea. Anche se l'installazione fu
abbandonata nel 1836, la corona olandese proclam la propria
sovranit su quella parte dell' isola posta a ovest dei 141 gradi di lon-
gitudine (una linea invisibile che non corrispondeva ad alcun segno
sul suolo, ma che rientrava nei sempre pi rari spazi vuoti di Con-
*[Logo un termine pubblicitario entrato nell'uso corrente dell'editoria e del-
la grafica. Secondo lo Zingarelli, un accorciativo di logotipo: forma grafica
progettata o realizzata per una parola o una sigla allo scopo di renderla il simbolo
fisso in cui il cliente o l'utente identificano l'immagine commerciale di un'azien-
da o di un prodotto. Nota del curatore]
**[Cos un italiano riconosce immediatamente l'Italia dalla silhouette (dal
logo) dello Stivale, totalmente avulso e isolato dal suo contesto mediterraneo ed
europeo. Nello stesso modo, a un francese parla la figura stilizzata dell'Esagono,
quella stessa che non direbbe niente a un indonesiano. Nota del curatore]
22Negli scritti di Nick Joaquin, eminente letterato e ardente patriota, si pu
vedere con quanta forza il simbolo agisca perfino sull'intelligenza pi sofisticata.
A proposito del generale Antonio Luna, tragico eroe della lotta anti-americana
del 1898-99, Joaquin scrive che si dedic a svolgere quello che per tre secoli era
stato il ruolo istintivo dei creoli: la difesa del territorio delle Filippine dal disgre-
gatore straniero. A Question 0/ Heroes, p. 164 (corsivo mio). Altrove fa osserva-
re, incredibilmente, che gli alleati filippini (della Spagna), convertiti e mercena-
ri, inviati contro i ribelli filippini, potranno anche aver mantenuto l'arcipelago
spagnolo e cristiano, ma hanno anche contribuito a tenerlo assieme, e che
combattevano (a prescindere dai progetti degli spagnoli) per tenere uniti i filip-
pini. Ibid., p. 58.
176
rad"), con 1'eccezione di alcune zone costiere riconosciute sotto la
sovranit del sultano del Tidore. Solo nel 1901 L'Aia s'impossess
del sultanato, e incorpor la Nuova Guinea occidentale alle Indie
olandesi, appena in tempo per la loro logoizzazione. Gran parte
della regione rimase negli spazi vuoti di Conrad fino a dopo la
seconda guerra mondiale; la manciata di olandesi che ci viveva era
composta per lo pi da missionari, ispettori minerari, e guardiani di
speciali campi di prigionia per i nazionalisti indonesiani radicali. Le
paludi a nord di Merauke, all' estremo limite sudorientale della
Nuova Guinea olandese, furono scelte come luogo ideale per questi
bagni penali: la regione era considerata irraggiungibile dal resto del-
la colonia e i popoli primitivi che l'abitavano in contaminati dal pen-
siero nazionalista
23
.
L'internamento, e spesso la sepoltura, dei martiri nazionalisti
in queste zone, diedero alla Nuova Guinea occidentale un posto
centrale nel folklore della lotta anticoloniale, e la resero un luogo
sacro nell'immaginario nazionale: Indonesia libera, da Sabang
(all' estremit nordoccidentale di Sumatra) a Merauke (dove altri-
menti?). Non fece alcuna differenza il fatto che, a parte alcune
centinaia di internati, nessun nazionalista vide la Nuova Guinea con
i propri occhi fino agli anni '60. Le mappe-Iogo olandesi, per, cor-
sero a tutta velocit attraverso la colonia, mostrando una Nuova
Guinea occidentale con niente a est, e irrobustendo inconsciamente
i sempre pi forti legami immaginati. Quando, con il concludersi
delle aspre guerre anticoloniali degli anni '45-'49, gli olandesi furo-
no costretti a cedere la sovranit dell' arcipelago agli Stati uniti
d'Indonesia, si cerc, per ragioni che esulano dal nostro tema, di se-
parare la Nuova Guinea occidentale per l'ennesima volta, mante-
*[In Cuore di tenebra (1899), il protagonista Marlow dice: Da ragazzino avevo
una passione per le carte geografiche. Fissavo per ore il Sudamerica, l'Africa o
l'Australia e mi perdevo in tutte le glorie dell'esplorazione. A quei tempi c'erano
ancora molti spazi vuoti sulla terra, e quando ne vedevo uno che sulla carta pare-
va particolarmente invitante (ma lo parevano tutti) ci mettevo sopra un dito e
dicevo: 'Quando sar grande andr in questo qui' ( ... ) In alcuni ci sono stato e ... ,
bene, non parliamone. Ma ce n'era ancora uno - il pi grande, il pi vuoto, per
cos dire - di cui avevo una gran voglia. Certo, a questo punto, non era pi uno
spazio vuoto. Dal tempo della mia adolescenza era stato riempito con fiumi, laghi
e nomi. Aveva smesso di essere uno spazio bianco di delizioso mistero - una chiaz-
za bianca su cui sognarci sopra per un ragazzo. Era divenuto un luogo di tene-
bra. JOSEPH CONl\AD, Heart 0/ Darkness and Other Tales, Oxford, Oxford Uni-
versity Press, 1990, p. 142. Nota del curatore]
23Vedi ROBIN OSBORNE, Indonesia's Secret War, The Guerrilla Struggle in Irian
]aya, pp. 8-9.
177
nendo temporaneamente il regime coloniale, e di prepararla a
un'esistenza indipendente. Quest'impresa fu abbandonata solo nel
1963, a causa della forte pressione diplomatica americana e dei raid
militari indonesiani. Solo allora il presidente Sukarno pot visitare
per la prima volta, all' et di 62 anni, una regione per cui aveva tanto
lottato per quattro decenni. Le successive, difficili relazioni tra le
popolazioni della Nuova Guinea occidentale e gli emissari dello sta-
to indonesiano indipendente possono essere attribuite al fatto che
gli indonesiani, pi o meno sinceramente, vedono quelle po-
polazioni come fratelli e sorelle, mentre le popolazioni stesse, per
lo pi, vedono le cose piuttosto diversamente
24
.
Queste diHerenze sono dovute molto a censimento e mappa.
La lontananza e il territorio accidentato della N uova Guinea hanno
dato vita, nel corso dei millenni, a una straordinaria frammentazione
linguistica. Quando gli olandesi lasciarono la regione nel 1963,
stimarono che, su una popolazione di 700.000 anime, esistevano pi
di 200 lingue tra loro incomprensibili
25
. Molti dei pi remoti gruppi
tribali non erano nemmeno a conoscenza della reciproca esisten-
za. Soprattutto dopo il 1950, per, missionari e ufficiali olandesi
fecero seri tentativi di unificarli tramite i censimenti, il potenzia-
mento della rete di comunicazioni, l'apertura di nuove scuole, e la
costituzione di strutture governative sovra-tribali. Questi tentativi
furono intrapresi da uno stato coloniale che, come abbiamo gi
notato, era unico per aver governato le Indie non attraveso una lin-
gua europea, bens una sorta di malese amministrativo26. Quindi,
la Nuova Guinea occidentale fu cresciuta con la stessa lingua con
cui era stata gi allevata l'Indonesia (e che, a tempo debito, divenne
la lingua nazionale). L'ironia che il bahasa Indonesia divenne poi la
lingua franca di un fiorente nazionalismo comune alla Nuova Gui-
nea occidentale e alla Papuasia occidentale
n
.
~ D a l 1963 si sono ripetuti nella Nuova Guinea Occidentale (ora chiamata
Irian J aya, Grande Irian) numerosi fatti di sangue, in parte a causa della mili-
tarizzazione dello stato indonesiano dal 1965, in parte a causa delle intermittenti
attivit di guerriglia effettiva della cosiddetta Opm (Organizzazione per la Pa-
puasia libera) . Tali brutalit impallidiscono per al confronto con la ferocia di
Giakarta nell'est Timor, gi terra portoghese, dove, nei primi tre anni seguenti
all'invasione del 1976, mor circa un terzo dei 600.000 abitanti a causa di guerra,
carestia, malattie e ri-insediamento. Non credo sia un errore suggerire che
questa differenza tra Irian J aya e Timor derivi in parte dall' assenza dell' est Timor
nei logo delle Indie orientali olandesi e, fino al 1976, dell'Indonesia.
250SBOHNE, Indonesia's Serre! War, p. 2.
26Vedi supra, p. 110.
2'La migliore prova sta nel fatto che il nome dell'organizzazione nazionalista
178
Quello che per un, specie dopo il 1963, i giovani e litigiosi na-
zionalisti della Papuasia occidentale, fu la mappa. Anche se lo stato
indonesiano aveva pi volte cambiato il nome della regione da West
Nieuw Guinea a, prima, Irian Barat (Irian occidentale) e, poi, a
Irian J aya, identificava la sua realt locale dall' antico atlante in pro-
spettiva aerea dell' era coloniale. Qualche raro antropologo, missio-
nario e funzionario locale, avrebbe potuto sapere o pensare qualco-
sa degli asmat, dei baudi e degli ndani. Lo stato stesso, per, e attra-
verso di esso la popolazione indonesiana, vedeva solo fantomatici
irianesi (orang irian), cos chiamati proprio in base alle mappe:
poich fantasmi, venivano immaginati quasi come logo: aspetto
negroide, perizoma, e cos via. Con un processo che ci ricorda
come l'Indonesia fu immaginata all'interno delle strutture razziste
delle Indie orientali olandesi del primo '800, cominci a emergere
l'embrione di una comunit nazionale irianese, definita dal meri-
diano 141 e dalle provincie confinanti delle Molucche settentrionali
e meridionali. Quando Arnold Ap, suo portavoce pi eminente e
pi seducente, fu ucciso dallo stato nel 1984, era curatore di un
museo statale dedicato alla cultura (provinciale) irianese.
IL MUSEO
Non affatto casuale il legame tra le attivit di Ap e il suo omicidio.
Perch i musei e la stessa immaginazione museale sono profonda-
mente politici. Che il suo museo fosse istituito dalla distante Gia-
carta, mostra quanto il nuovo stato-nazione dell'Indonesia abbia
imparato dal suo pi immediato antenato, le coloniali Indie orientali
olandesi. L'odierna proliferazione di musei in tutto il Sudest asiatico
suggerisce che in atto un processo generale di trasmissione di ere-
dit politica. Non si capisce questo processo se non si considera la
nuova archeologia coloniale ottocentesca, che rese possibili questi
musei. Fino al primo '800, i dominatori coloniali nel Sudest asiatico
dimostrarono scarsissimo interesse per i monumenti antichi delle
popolazioni che avevano sottomesso. Thomas Stamford Raffles,
sinistro emissario della Calcutta di William Jones, fu il primo fun-
zionario coloniale di una certa importanza che non solo collezion
una grande quantit di objets d
J
art locali, ma ne studi sistematica-
mente anche la storia
28
. In seguito, con ritmo sempre pi rapido, le
di guerriglia anti-indonesiana, Organisai Papua Merdeka (Opm), composto da
parole indonesiane.
2
s
NeI1811, la Compagnia delle Indie orientali inglese s'impadron con la for-
za di tutti i possedimenti olandesi nelle Indie (Napoleone aveva assorbito 1'01an-
179
una certa gerarchia. In alcuni casi, come nelle Indie olandesi fino
agli anni '30, fu mantenuta la convinzione che in realt i costruttori
non fossero della stessa razza dei nativi (erano davvero immi-
granti indiani)33. In altri casi, come in Birmania, a essere immaginata
era una decadenza secolare, per cui i nativi contemporanei non era-
no pi in grado di ripetere le realizzazioni dei loro supposti antena-
ti. Visti in questa luce, i monumenti ricostruiti, contrapposti alla
povert rurale circostante, dicevano ai nativi: la nostra stessa presen-
za mostra che voi siete sempre stati, o siete da tempo divenuti, inca-
paci di grandezza o di auto-governo.
La terza ragione ci porta pi in profondit e pi vicino alla
mappa. Trattando la mappa storica, avevamo visto come i regimi
coloniali avessero cominciato a fondarsi tanto sull' antichit quanto
sulla conquista, in origine per pura, machiavellica, autolegittimazio-
ne. Con il passare del tempo, per, si fece pi sommesso il discorso
apertamente brutale sul diritto di conquista e sempre pi ci si sforz
di creare legittimit alternative. Sempre pi europei stavano nascen-
do nel Sudest asiatico, ed erano tentati di farne la propria patria.
L'archeologia monumentale, sempre pi legata al turismo, permette-
va allo stato di apparire come il guardiano di una Tradizione genera-
lizzata, ma al tempo stesso locale. Gli antichi luoghi sacri andavano
incorporati nelle mappe della colonia, e del loro antico prestigio
(che, se scomparso, come spesso accadeva, lo stato avrebbe cercato
di far rivivere) si fregiarono i cartografi. Questa situazione para-
dossale ben illustrata dal fatto che, intorno ai monumenti restaura-
ti, si trovavano spesso prati ben tenuti, e sempre cartelli esplicativi,
completi di date, piantati qua e l. E nessuno poteva entrarci, se non
i turisti itineranti (nessun rito religioso o pellegrinaggio, se possibi-
le). Resi praticamente dei musei, erano stati messi al sicuro come in-
segne di uno stato coloniale laico.
Come gi notato, per, una delle caratteristiche pi tipiche
degli strumenti di questo stato profano era l'infinita riproducibilit,
resa possibile tecnicamente da stampa e fotografia, ma sul piano
politico e culturale dall'incredulit dei dominatori nella reale sacra-
lit di questi luoghi. Si pu rilevare ovunque una sorta di progres-
sione: (1) imponenti relazioni archeologiche tecnicamente sofistica-
te, con dozzine di fotografie, testimonianti il processo di restauro di
33Influenzati in parte da questo modo di pensare, intellettuali, archeologi e
militari thailandesi conservatori attribuiscono ancor oggi Angkor ai misteriosi
khom, che scomparirono senza lasciar traccia e certo non hanno alcun rapporto
con i tanto disprezzati cambogiani di oggigiorno.
182
particolari rovine. (2) Libri illustrati per il grande pubblico, com-
prendenti cartine di tutti i siti ricostruiti all)interno della colonia
(meglio ancora se, come nel caso delle Indie olandesi, i santuari
indo-buddisti potevano essere giustapposti alle moschee musulma-
ne restaurate)34. Grazie al capitalismo-a-stampa, i sudditi dello stato
avevano a disposizione, anche se ad alti costi, una sorta di censimen-
to illustrato del patrimonio dello stato. (3) Una generale logoizza-
zione, resa possibile dai processi di laicizzazione gi indicati. I fran-
cobolli, con le loro serie caratteristiche (uccelli tropicali, frutti, fau-
na, perch non i monumenti?) ne sono ottimi esempi, ma cartoline e
libri scolastici seguono la stessa logica. Il passo breve per arrivare
al mercato: hotel Pagan, pollo fritto alla Borobudur e cos via.
Questo tipo di archeologia, maturato nell'epoca della
riproduzione meccanica, fu cos profondamente politico che in
pratica tutti, compreso il personale coloniale (che, negli anni '30 era,
nella maggior parte del Sudest asiatico, per il 90% indigeno), ne
erano inconsapevoli. Tutto era ormai normale e giornaliero: era pro-
prio l'infinita riproducibilit quotidiana delle sue insegne a rivelare
il vero potere dello stato.
Non sorprende poi troppo che questa forma di musealizzazione
politica sia stata ereditata dagli stati indipendenti che esibivano forti
continuit con i propri predecessori coloniali. Per esempio, il 9
novembre 1968, nel contesto delle celebrazioni per il quindicesimo
anniversario dell'indipendenza cambogiana, Norodom Sihanouk fece
costruire una grande riproduzione in legno e cartapesta del tempio
Bayon di Angkor, e la mise in mostra nello stadio di Phnom Penh
35
. Il
modello era incredibilmente grossolano e approssimativo, ma serv al
suo scopo (il riconoscimento istantaneo tramite un logo dell' era colo-
niale. Ah, il nostro Bayon!, con per cancellato ogni ricordo dei
restauratori francesi). Angkor Wat, restaurata dai francesi, divenne,
ancora sotto forma di puzzle, come gi detto nel capitolo 9, il sim-
bolo centrale delle successive bandiere dei lealisti di Sihanouk, dei
militaristi di Lon NoI e del regime giacobino di PoI Poto
34Ne un buon esempio Ancient Indonesian Art dell'accademico olandese
A.J. Bernet Kempers autodefinitosi ex direttore dell' archeologia in Indonesia
[sic]. Alle pp. 24-25 ci sono mappe che mostrano la posizione degli antichi siti.
La prima particolarmente interessante, in quanto la sua forma rettangolare
(delimitata a est dal 141esimo meridiano) include l'isola Mindanao delle Filippi-
ne, il nord Borneo, la Malesia peninsulare e Singapore. N un sito viene indicato
su queste terre [esterne alle colonie olandesi, n. d. c.], n un nome, tranne un sin-
golo, inesplicabile Kedah. Il passaggio dall'indo-buddismo all'Islam avviene
dopo tavola 340.
35Vedi Kambuja, 45 (15 dicembre 1968), per alcune fotografie curiose.
183
I
Colpisce per maggiormente 1'evidenza di un' eredit a livello pi
popolare. Un esempio interessante la serie - commissionata dal
ministero indonesiano dell'istruzione negli anni '50 - di quadri su
episodi della storia nazionale. I dipinti dovevano essere prodotti in
serie e distribuiti in tutto il sistema delle scuole elementari; i bambi-
ni indonesiani dovevano avere sui muri delle loro classi (ovunque)
rappresentazioni visive del passato del proprio paese. La maggior
parte degli sfondi fu dipinta nel prevedibile stile sentimental-natu-
ralista, tipico dell'arte commerciale del primo '900, e le figure uma-
ne vennero riprese o dai diorami dei musei coloniali o dalle rappre-
sentazioni teatrali popolari pseudostoriche wayang orang. Il pi
interessante della serie, comunque, mostrava ai bambini una rappre-
sentazione del Borobudur. In realt questo colossale monumento,
con le sue 504 immagini di Buddha, 1460 pannelli dipinti e 1212 di
roccia decorativa, un fantastico esempio dell'antica scultura giava-
nese. li noto artista cui questo quadro era stato commissionato deci-
se per d'interpretare con istruttiva perversit tale meraviglia
nell' apogeo del nono secolo d.C .. Il Borobudur dipinto intera-
mente di bianco, senza traccia alcuna di scultura. Circondato da pra-
ti ben tenuti e sentieri alberati, senza alcun uomo in vista
36
Si
potrebbe pensare che questo vuoto rifletta il disagio di un pittore
musulmano contemporaneo di fronte a un' antica realt buddista. lo
sospetto per che in questo caso ci troviamo di fronte a un' eredit
diretta e decisa dell' archeologia coloniale: il Borobudur come sim-
bolo dello stato e come emblema chiaro e facilmente riconoscibile.
Un Borobudur tanto pi potente come segno d'identit nazionale in
quanto tutti lo collocano in una serie infinita di identici Borobudur.
Legati tra loro, quindi, il censimento, la mappa e il museo chiarisco-
no il modo in cui il tardo stato coloniale pensava ai propri possedi-
menti. La trama di questo pensiero era una griglia classificatoria
totalizzante, che poteva essere applicata con infinita flessibilit su
qualsiasi cosa cadesse sotto il controllo, reale o presunto, dello stato:
persone, regioni, religioni, lingue, prodotti, monumenti e cos via.
L'effetto di questa griglia fu di dare a ogni cosa un'identit precisa:
questo, non quello; qui, non l. Era delimitata, determinata, e quin-
di, in teoria, numerabile. (I comici contenitori classificatorii e sotto-
classificatorii, che il censimento definiva Altri, conciliavano tutte
le anomalie della vita reale in uno splendido trompe t oeil bu-
36Questo discorso si basa soprattutto su materiale analizzato pi in profondit
in Language and Power, capitolo 5.
184
l
rocratico). Il tessuto era ci che si potrebbe definire serializzazio-
ne: l'assunto che il mondo sia fatto di plurali replicabili. li particola-
re era visto come rappresentante provvisorio di una serie, e andava
trattato come tale. Ecco perch lo stato coloniale ha immaginato
una serie di cinesi prima di ogni cinese, e una serie di nazionalisti
prima di ogni nazionalista.
Per definire questo modo di pensare nessuno ha trovato una
metafora migliore del grande romanziere indonesiano Pramoedya
Toer, che ha intitolato l'ultimo volume ?ella sua tetralogia sul perio-
do coloniale Rumah Kaca, La Serra. E un'immagine, forte quanto
il Panopticon di Bentham, di totale sorvegliabilit. In effetti, lo stato
coloniale non mirava semplicemente a creare un panorama umano
di totale trasparenza; la condizione di questa trasparenza era che
chiunque, o qualunque cosa, avesse un numero di serie
37
. Questo
modo d'immaginare non nacque dal nulla. Fu il prodotto delle nuo-
ve tecnologie di navigazione, astronomia, orologeria, sorveglianza,
fotografia e stampa, per non parlare del profondo influsso del capi-
talismo.
Mappa e censimento plasmarono quindi le grammatiche che
avrebbero reso possibile, a tempo debito, Birmania e birmano,
Indonesia e indonesiano. Ma il concretizzarsi di queste possibi-
lit - oggi sempre pi vivo, ben dopo la scomparsa dello stato colo-
niale - deve molto alla particolare immagine che lo stato coloniale
ebbe della storia e del potere. Nel Sudest asiatico l'archeologia era
qualcosa d'impensabile prima del colonialismo; fu adottata nel non
colonizzato Siam solo pi tardi, e comunque sul modello coloniale.
L'archeologia cre la categoria monumenti antichi, suddivisi nelle
classi geografico-demografiche Indie olandesi e Birmania
inglese. Concepita all'interno di queste classi laiche, ogni rovina
pot essere sorvegliata e riprodotta all'infinito. Poich il servizio
archeologico dello stato coloniale rese possibile riunire queste serie
sotto forma di carte o fotografie, lo stato stesso cominci a vedere la
serie, lungo la storia, come un album dei suoi antenati. Il punto
chiave non era lo specifico Borobudur, n lo specifico Pagan, per
nUna conseguenza esemplare di questo tipo di immaginazione da serra,
una conseguenza di cui l'ex prigioniero politico Pramoedya ben consapevole,
la carta d'identit classificatoria che tutti gli indonesiani adulti sono costretti ad
avere su di s a ogni momento. Questo documento isomorfo al censimento -
rappresenta una sorta di censimento politico, con particolari perforazioni per chi
era inserito nelle sotto-categorie sovversivi e traditori. Va notato che questo
modo di schedare fu perfezionato solo dopo il raggiungimento dell'Indipendenza
nazionale.
185
cui lo stato non nutriva reale interesse e con cui aveva solo rapporti
archeologici. Le serie replicabili, invece, creavano una sorta di
profondit storica che fu facilmente ereditata dal successore
postcoloniale dello stato. Il risultato logico fu il lo go (che fosse
Pagan o Filippine, poco importava), che, con il suo vuoto, la
sua mancanza di contesto, la facilit con cui viene ricordato e la sua
infinit riproducibilit, condusse censimento c mappa, trama e tes-
suto, a un unico, incancellabile abbraccio.
186
Il. RICORDARE E DIMENTICARE
SPAZIO NUOVO, SPAZIO AN'TICO
New York, Nueva Leon, Nouvelle Orlans, Nova Lisboa, Nieuw
Amsterdam. Gi nel '500 gli europei avevano la strana abitudine di
chiamare luoghi remoti, prima nelle Americhe e in Africa, pi tardi
in Asia, Australia e Oceania, con nuove versioni di vecchi to-
ponimi della loro terra d'origine. Mantennero la tradizione anche
quando quei luoghi passarono sotto il controllo di altri imperi, cos
che Nouvelle Orlans divenne semplicemente New Orleans, e
Nieuw Zeeland, New Zealand.
Non che, in generale, il definire <<nuovi luoghi politici o reli-
giosi fosse di per s una novit. Nel Sudest asiatico, ad esempio,
facile trovare citt, non certo di recente fondazione, il cui nome
includa anche qualche richiamo alla novit: Chiangmai (Nuova
Citt), Kota Bahru (Nuovo Villaggio), Pekanbaru (Nuovo Mercato);
ma in questi nomi, nuovo ha il significato di successore, (o
erede) di qualcosa che ormai scomparso. Vecchio e nuovo
sono allineati diacronicamente, e il nuovo sembra sempre invocare
un' ambigua benedizione dai morti. Quel che colpisce della topono-
mastica americana del '600-'700, che vecchio e nuovo veniva-
no accostati simultaneamente, in un tempo vuoto e omogeneo. Viz-
caya accanto a Nueva Vizcaya, Nuova Londra accanto a Londra:
espressioni di competizione fraterna piuttosto che di eredit.
Questa nuova realt simultanea pu nascere nella storia solo
quando significativi gruppi di individui sono in una posizione tale
da pensare di vivere vite parallele a quelle di altri significativi gruppi
di individui (se non incontrandosi, procedendo lungo la stessa
traiettoria). Tra il 1500 e il 1800 l'accumularsi delle innovazioni tec-
nologiche nella costruzione di navi, nella navigazione, l'orologeria e
la cartografia, mediate dalla stampa, rese possibile questo modello
di pensiero
1
. Divenne possibile abitare sugli altopiani del Per, nella
pampa argentina o nei porti del New England, e sentirsi comun-
lL'accumulazione raggiunse il suo zenit con la ricerca internazionale (cio
europea) dell'esatta misura della longitudine, raccontata in modo assai divertente
in LANDES, Revolution in Time, capitolo 9. Nel 1776, mentre le tredici colonie
dichiaravano la loro indipendenza, il Gentleman's Magazine pubblicava questo
breve necrologio per John Harrison: Era il meccanico pi ingegnoso, e ricevette
(da Westminster) la ricompensa di 20.000 sterline per la sua scoperta della longi-
tudine [sic].
187
Quanto agli arabi, la maggior parte delle loro migrazioni non ebbe
origine dall'Hadramaut [regione della penisola araba meridionale
tra golfo di Aden e golfo di Oman, n. d. c.], area che non poteva
essere considerata una vera madrepatria all'epoca degli imperi
ottomano e Moghul. Personalit intraprendenti possono aver trova-
to il modo di fondare principati locali, come quel mercante che
instaur il regno di Pontianak nel Borneo occidentale del 1772: spo-
s una locale, perse presto il suo carattere arabo, se non la sua
fede nell'Islam, e fin per sottomettersi ai nascenti imperi olandese e
inglese nel Sudest asiatico, piuttosto che a qualche potenza del
Medio oriente. Nel 1831, Sayyid Sa'id, signore di Muscat, stabil
una potente base sulla costa africana orientale, s'insedi sull'isola di
Zanzibar e ne fece il centro di una fiorente economia basata sulla
coltura dei chiodi di garofano. Ma gli inglesi usarono le armi per
spingerlo a tagliare i legami con Muscat
8
. In sostanza, pur avendo
viaggiato per mare in gran numero negli stessi secoli degli europei
occidentali, n arabi, n cinesi riuscirono a stabilire comunit creole
coerenti, ricche e consapevoli, subordinate a un forte potere
metropolitano. il mondo quindi non vide mai la nascita di Nuova
Basras o Nuova Wuhans.
L'ambiguit delle Americhe, e i motivi di tale situazione,
descritti sopra, aiutano a capire perch il nazionalismo sia nato pri-
ma nel nuovo mondo, e non nel vecchi0
9
. Spiegano anche due
aspetti specifici delle guerre rivoluzionarie che imperversarono nel
nuovo mondo tra il 1776 e il 1825. Da un lato, nessun rivoluzionario
creolo ha mai sognato di mantenere intatto l'impero, semplicemente
dando vita a una ridistribuzione del pctere interno, invertendo cio
il precedente rapporto di sottomissione tra Europa e America lO. In
altre parole, miravano non ad avere una N uova Londra che sotto-
mettesse, sostituisse o distruggesse la vecchia Londra, bens a sal va-
guardare la loro continua esistenza parallela. (Per capire quanto sia
nuova questa forma di pensiero basti pensare alla storia degli antichi
~ e d i MARSII:\LL G. H()!)C;SCl;\l, Thc \'enturc 0/ Isbn, voI. 3, pp. 233-5.
~ un segno stupefacente di quanto sia profondo l'eurocentrismo, che cos
tanti studiosi europei persistano - contro ogni evidenza - a considerare ilnazio-
nalismo come un'invenzione europea.
1l!Notate per l'ironico caso del Brasile. Nel 1808, re Joao VI si rec a Rio de
Janeiro per sfuggire alle armate di Napoleone. Anche se \XTellington aveva caccia-
to i francesi dal Portogallo gi nel 1811 , il monarca emigrato, per paura dei 1l1cwi-
menti repubblicani in patria, rest in Sud America fino al 1822, cosicch tra il
1808 e il 1822 Rio fu il centro di un impero mondiale che si estendeva sull'An-
gola, il Mozambico, Macao e l'Est Timor. Ma quest'impero era governato da un
europeo, non da un americano.
190
imperi in declino, in cui era sempre presente un desiderio di sosti-
tuire il vecchio centro). Dall'altro lato, anche se queste guerre die-
dero luogo a grandi sofferenze e furono segnate dalla barbarie, le
perdite furono relativamente basse. N nel nord, n nel Sud Ameri-
ca i creoli dovettero mai temere di essere sterminati o ridotti in
schiavit, come invece accadde per molti altri popoli che in-
crociarono la strada dell'imperialismo europeo. Erano, dopo tutto,
bianchi, cristiani, di lingua spagnola o inglese; erano anche in-
dispensabili intermediari degli imperi occidentali, la garanzia che il
loro benessere economico sarebbe rimasto sotto il controllo euro-
peo. Erano, insomma, l'unico significativo gruppo extra-europeo,
sottomesso all'Europa, che allo stesso tempo non doveva temere
disperatamente l'Europa. Le guerre rivoluzionarie, per quanto
aspre, erano comunque rassicuranti, erano guerre tra consangui-
nei 11. Questo legame familiare, assicur che, dopo un certo periodo
di odio reciproco, venissero ristretti gli antichi legami culturali,
spesso politici, ed economici tra la madrepatria di un tempo e le
nuove nazioni.
TEMPO NUOVO, TEMPO ANTICO
Se per i creoli del nuovo mondo la strana toponomastica sopra
discussa rappresenta in modo figurato la loro crescente capacit
d'immaginarsi come comunit parallele e paragonabili a quelle euro-
pee, eventi straordinari nell'ultimo quarto del '700 diedero a
quest'innovazione, all'improvviso, un significato totalmente nuovo.
il primo di questi eventi fu la Dichiarazione d'Indipendenza (delle
Tredici Colonie) del 1776 e, negli anni seguenti, l'eftcace difesa
militare di questa dichiarazione. L'Indipendenza - e il fatto che fos-
se un'indipendenza repuhblicana - fu qualcosa di assolutamente
senza precedenti, e allo stesso tempo, una volta in atto, di assoluta-
mente ragionevole. Cos, quando la storia permise ai rivoluzionari
venezuelani di stilare una costituzione per la Prima repubblica vene-
zuclana, non videro niente di servile nel prendere a prestito, parola
per parola, la costituzione degli Stati uniti d'America
12
, poich quel-
lo che era stato scritto a Filadelfia non sembrava a occhi venezuelani
qualcosa di particolarmente nordamericano, bens un documento di
Il Questo permise senza dubbio al Libertador di affermare a un certo punto
che una rivolta dei neri, degli schiavi cio, sarebbe stata mille volte peggio di
un'invasione spagnola. (Vedi supra, p. 64). Unajacquerie degli schiavi, se vitto-
riosa, avrebbe potuto significare 1'eliminazione fisica dei creoli.
12Vedi MAseR, Bolivar, p. 13l.
191
I
j
verit e valore universale. Poco dopo, nel 1789, l'esplosione del
nuovo mondo n'echeggi nel vecchio con lo scoppio improvviso del-
la rivoluzione francese
13
.
difficile oggi ricreare nell'immaginazione una condizione di
vita in cui la nazione era sentita come qualcosa d'incredibilmente
nuovo. Eppure cos fu in quell'epoca. La Dichiarazione d'Indipen-
denza del 1776 non faceva alcun riferimento a Cristoforo Colombo,
a Roanoke" o ai Padri Pellegrini, n si cerc in alcun modo di giusti-
ficare l'indipendenza in termini storici, nel senso di affermare
l'antichit degli americani. In effetti, meraviglia, la nazione america-
na non vi era neanche menzionata. Si diffuse rapidamente un
profondo sentimento di taglio netto col passato (una violenta
esplosione nel continuum della storia?). Niente esemplifica meglio
quest'intuizione quanto la scelta, fatta dalla Convenzione Nazionale
francese il 5 ottobre 1793, di stracciare il millenario calendario cri-
stiano e d'inaugurare una nuova era con l'Anno Primo, a comin-
ciare dall'abolizione dell'Ancien rgime e dalla proclamazione della
Repubblica, il 22 settembre 1792
14
. (Nessuna rivoluzione successiva
ha pi avuto un cos forte senso d'innovazione, probabilmente per-
ch la rivoluzione francese poi sempre stata vista come archetipo
di quelle che l'hanno seguita).
Da questo senso di novit deriva anche nuestra santa revolu-
cion, lo splendido neologismo coniato da J os Maria Morelos y
Pavon (che proclam nel 1813 la repubblica del Messico), non mol-
to prima di essere fucilato dagli spagnoli
15
. Ha la stessa origine
anche il decreto del 1821 di San Martin, per cui in futuro gli abori-
geni non dovranno essere chiamati indiani o nativi; sono figli e citta-
dini del Per e saranno quindi conosciuti come peruviani16. Que-
13La rivoluzione francese riecheggi a sua volta nel Nuovo Mondo nello scop-
pio dell'insurrezione guidata da Toussaint L'Ouverture nel 1791, che port nel
1806 alla creazione, da parte degli ex-schiavi di Haiti, della seconda repubblica
indipendente dell'emisfero occidentale.
*[Roanoke un'isola atlantica nel sud della Virginia in cui Sir Walter Raleigh
tent d'insediare una colonia nel 1587. Nel 1590 una spedizione raggiunse l'isola, ma
i coloni erano scomparsi e a tutt'oggi irrisolto il mistero del loro destino. N. d. c.]
14
11 giovane Wordsworth fu in Francia tra il 1791 e il 1792, e in seguito, in
The Prelude, scrisse questi versi famosi:
Bliss was it in that dawn to be alive,
But to be young was very heaven!
(<<Che felicit era essere vivi in quell'alba/ Ma essere giovani era un vero
paradiso). Corsivo mio.
15LYNCH, TheSpanish-American Revolutions, pp. 314-14.
16Come gi citato nel capitolo 4.
192
l
st' affermazione fa per gli indiani e/o nativi la stessa cosa che la
Convenzione di Parigi aveva fatto per il calendario: abolisce le anti-
che definizioni offensive e inaugura una nuova epoca. Peruviani e
Anno Primo segnano quindi retoricamente uno strappo profon-
do con la realt preesistente.
La situazione sarebbe per presto cambiata, per gli stessi moti-
vi che avevano generato questo strappo. Nell'ultimo quarto del
'700, la sola Inghilterra produceva tra i 150.000 e i 200.000 orologi
all' anno, molti dei quali per 1'esportazione. L'intera produzione
annua europea si avvicinava in quel periodo a 500.000 pezzi
17
. I
giornali periodici erano ormai un' oggetto familiare della civilt
urbana. Lo stesso dicasi per il romanzo, con la sua spettacolare ca-
pacit di rappresentare azioni simultanee in un tempo vuoto e omo-
geneo
18
. L'orologio cosmico, che aveva reso possibile i gemellaggi
transoceanici, sembrava comportare una visione intramondana e
seriale della casualit sociale; e questa visione del mondo affondava
sempre pi le sue radici nell'immaginazione occidentale. Non sor-
prende quindi che vent'anni dopo la proclamazione dell'Anno Pri-
mo, fossero create le prime cattedre universitarie di Storia (nel 1810
all'Universit di Berlino e nel 1812 alla Sorbona napoleonica). Nella
prima met dell'800, la Storia era ormai formalmente riconosciuta
come una disciplina, con tutta la sua ampia gamma di riviste spe-
cializzate
19
. Molto presto l'Anno Primo torn a essere il 1792, e le
esplosioni rivoluzionarie del 1776 e del 1789 furono incastrate nella
sequenza storica, come precedenti e come modelli
20

Per i movimenti nazionalisti di quella che possiamo definire la
seconda generazione, quelli cio che si svilupparono tra il 1815 e
nLANDEs, Revolution in Time, pp. 230-31,442-43.
~ V e d i supra, capitolo 2.
19Vedi HAYDEN WHITE, Metahistory: The Historical Imagination in Nine-
teenth-Century Europe, pp. 135-43, per una sofisticata discussione su questa
trasformazione.
2Si trattava per di un 1792 d. C. [o, in inglese, A. D. per Anno Dominz] ben
particolare. Prima dei moti rivoluzionari il termine Anno Domini era attorniato
ancora, anche se fragilmente negli ambienti pi illuminati, da un'aura teologica
emanante dal suo latino medievale. Riportava sempre alla mente l'irrompere
dell'eternit nel tempo terreno che aveva avuto luogo a Betlemme. Dopo la rottu-
ra, ridotto monograficamente ad A.D., si un al volgare (inglese) B.C Before
Christ, che racchiudeva una continua storia cosmica (alla quale la nuova scienza
della geologia stava dando importanti contributi). Possiamo capire quanto
profondo fosse l'abisso che stava per spalancarsi tra Anno Domini e A.D./B.C
dal fatto che n i buddisti, n il mondo islamico abbiano mai immaginato alcuna
epoca definita come prima del Gotama Buddha o prima dell'Egira. Entram-
bi si trovano a disagio con gli alieni monogrammi A.C, B.C
193
il 1850, e anche per le generazioni che ereditarono gli stati nazionali
indipendenti delle Americhe, fu dunque impossibile recapture/The
first fine careless rapture , dei loro predecessori rivoluzionari. Per
motivi diversi e con diverse conseguenze, i due gruppi cominciaro-
no a concepire il nazionalismo genealogicamente, come espressione
di una tradizione storica di continuit seriale.
In Europa, i nuovi nazionalismi cominciarono quasi subito a
immaginarsi come risvegliati dal sonno, un topos ignoto alle
Americhe. Gi nel 1803, (abbiamo visto nel capitolo 5) il giovane
nazionalista greco Adamantios Koraes diceva a un'interessata platea
parigina: Per la prima volta, la nazione (greca) si trova di fronte
1'odioso spettacolo della propria ignoranza e trema nel misurare con
gli occhi la distanza che la separa dalla gloria della patria dei suoi
antenati. Ecco perfettamente definita la transizione tra i tempi
nuovi e gli antichi. Per la prima volta echeggia ancora gli entusia-
smi del 1776 e del 1789, ma gli occhi di Koraes sono rivolti non in
avanti verso il futuro di San Martin, ma al passato, verso antiche
glorie. Non ci sarebbe voluto molto a far scolorire questa curiosa
ambiguit, a sostituirla con un risveglio modulare, continuo da
un sonno di stile moderno e misurato nel tempo: un ritorno ga-
rantito all' essenza aborigena
21
.
Molti elementi contribuirono alla popolarit di questo model-
lo. Baster menzionarne due. Innanzitutto, il modello fece proprio il
senso di parallelismo da cui era nato il nazionalismo americano e
che il successo della rivoluzione americana aveva notevolmente
rinforzato in Europa. Sembrava spiegare perch i movimenti nazio-
nalisti fossero esplosi nel Vecchio mondo civilizzato, in cos evidente
ritardo rispetto al barbaro Nuovo Mond0
22
. Visto come un risveglio
tardivo, anche se stimolato da lontano, esso fece spazio a un'immen-
sa antichit prima del sonno epocale. In secondo luogo, il model-
lo forn un legame metaforico cruciale tra i nuovi nazionalismi e le
lingue europee. Come abbiamo gi osservato, i principali stati
*[ricatturare/ la prima, bella noncurante estasi dove la rima recapture/raptu-
re allusiva: oltre che estasi, rapture significa anche, in termini biblici, l'avven-
to di Cristo alla fine del mondo, qui l'avvento rivoluzionario. Nota del curatore]
21Nel 1951, l'intelligente socialista indonesiano Lintong Mulia Sitorus poteva
ancora scrivere: Fino alla fine dell'800, i popoli di colore dormivano ancora un
sonno profondo, mentre i bianchi lavoravano indaffarati in ogni campo. Sedja-
rah Pergerakan Kebangsaan Indonesia (Storia del movimento nazionalista indone-
siano), p. 5.
22Si potrebbe dire che, per occhi europei, queste rivoluzioni furono i primi
eventi politici di una reale importanza accaduti al di l dell' Atlantico.
194
dell'800 erano per lo pi societ poliglotte, i cui confini raramente
corrispondevano a comunit linguistiche. Molti dei loro membri pi
colti avevano ereditato dal periodo medievale l'abitudine di pensare
a certe lingue (se non pi il latino, allora il francese, l'inglese, lo spa-
gnolo o il tedesco) come alla lingua della civilt. I ricchi borghesi
olandesi del '700 erano orgogliosi di parlare solo francese nelle pro-
prie case; il tedesco era la lingua della cultura tanto nell'impero zari-
sta occidentale quanto nella ceca Boemia. Fino al tardo '700 nes-
suno pens a queste lingue come appartenenti ad alcun gruppo
territorialmente definito. Presto per, per ragioni che abbiamo de-
scritto nel capitolo 3, le lingue volgari non culturalizzate comin-
ciarono a svolgere lo stesso ruolo svolto in precedenza dall'Oceano
Atlantico: separare cio le comunit nazionali sottomesse dagli
antichi regni dinastici; e poich l'avanguardia dei movimenti nazio-
nalisti europei era costituita dalle classi colte, spesso non abituate a
usare questi volgari, quest' anomalia richiese una spiegazione. Nulla
sembr meglio del sonno: ai borghesi e ai letterati che comincia-
vano a considerarsi cechi, ungheresi o finlandesi, permetteva
d'immaginare i propri studi di lingua, musica e folklore cechi,
magiari o finlandesi, come la riscoperta di qualcosa che nel pro-
fondo era noto da sempre. (Inoltre, quando si comincia a pensare
alla nazionalit in termini di continuit, poche cose sembrano stori-
camente radicate come le lingue, cui impossibile assegnare una
data di origine
23
).
Nelle Americhe il problema fu posto diversamente. Da una par-
te, verso il 1830, le loro indipendenze nazionali erano gi state
internazionalmente riconosciute quasi ovunque. Erano quindi dive-
nute un' eredit, e, come tale, tenute a entrare in una serie genealogica.
Per non vi erano disponibili gli strumenti che si andavano svilup-
pando in Europa. In primo luogo la lingua, che non era mai stata un
tema importante per i movimenti nazionalisti americani. Come abbia-
mo visto, fu precisamente il condividere una lingua comune (e una
religione e una cultura comune) con la madrepatria, che rese possibile
immaginare in primo luogo il concetto di nazione. A dire il vero, agli
inizi, si possono rilevare interessanti casi di pensiero europeo. Ad
esempio, il dizionario del 1828 di Noah Webster (un appartenente,
cio, alla seconda generazione), American Dictionary of the English
23Eppure, la profondit storica non infinita. A un certo punto l'inglese sva-
nisce tra il francese normanno e l'anglo-sassone; il francese tra il latino e il tede-
sco dei franchi; e cos via. Vedremo pi avanti come si ottenne un'ulteriore
profondit di campo.
195
parlava allegramente di estinguere gli indios, molti suoi nipotini
politici furono ossessionati dal ricordarli, anzi dal parlare per
loro, forse proprio perch gli indios erano stati da essi cos spesso
estinti.
IL FRATRICIDIO RASSICURANTE
Colpisce come, nelle affermazioni da seconda generazione di Mi-
chelet, l'attenzione sia sempre rivolta a esumare persone ed eventi che
rischiano di essere dimenticatF9. Egli non sente alcun bisogno di
riflettere su questo dimenticare. Ma quando, nel 1882, pi di un se-
colo dopo la Dichiarazione d'Indipendenza di Filadelphia, e otto anni
dopo la morte di Michelet stesso, Renan pubblic il suo Qu
J
est-ce
quJune nation?, affront proprio il bisogno di dimenticare. Riconside-
riamo, ad esempio, l'affermazione riportata nel primo capitolo:
Or, l'essence d'une nation est gue tous les individus aient beau-
coup de choses en commun et aussi gue tous aient oubli bien
des choses ... Tout citoyen francais dait avair aubli la Saint-
Barthlemy, les massacres du Midi au XlIIe sicle
30
.
A prima vista queste due frasi possono sembrare chiarissime
31
. Ma
qualche istante di riflessione rivela quanto siano in effetti bizzarre.
Si noti, ad esempio, che Renan non sentiva alcun bisogno di spiega-
re ai suoi lettori cosa significassero la notte di San Bartolomeo o
i massacri del Midi nel '200. D'altra parte chi, se non i francesi,
avrebbe capito all'istante che la notte di San Bartolomeo si ri-
feriva al feroce pogrom anti-ugonotto lanciato dall'erede Valois Car-
lo IX e dalla madre fiorentina il 24 agosto 1572, o che i massacri
del Midi allude allo sterminio degli albigesi - nella vasta fascia tra i
Pirenei e le Alpi meridionali, - istigato da Innocenzo III, un papa
29Senza dubbio perch, per gran parte della sua vita, dovette soffrire sotto
surrogati di monarchie o legittimit restaurate. La sua fedelt al 1789 e alla Fran-
cia dimostrata dal rifiuto di giurare lealt a Luigi Napoleone. Bruscamente
rimosso dalla sua carica di Archivista nazionale, Michelet visse alle soglie della
povert fino alla sua morte nel 1874; abbastanza a lungo per, per assistere alla
caduta dell'impostore e alla restaurazione delle istituzioni repubblicane.
30Ora, l'essenza di una nazione che tutti abbiano molte cose in comune e
che tutti abbiano molte cose dimenticato ... Ogni cittadino francese deve aver
dimenticato la notte di San Bartolomeo, i massacri nel Midi del '200. Renan era
nato nel 1823, un quarto di secolo dopo Michelet, e pass la maggior parte della
sua giovinezza sotto il cinico regime dei persecutori di Michelet.
31Come purtroppo ho creduto io fino al 1983.
198
l
ancora pi criminale dei suoi cirminali predecessori? N Renan tro-
va alcunch di bizzarro nel dare per scontate memorie, nella
mente dei suoi lettori, di eventi accaduti 300 o 600 anni prima. Col-
pisce anche la sintassi perentoria della frase doit avoir oubli (non
doit oublier) , costretti ad avere ormai dimenticato, che suggerisce,
nei toni minacciosi dei codici delle imposte e delle leggi di coscrizio-
ne militari, che l' aver ormai dimenticato le antiche tragedie un
vitale dovere civico contemporaneo. In realt, i lettori di Renan era-
no invitati ad aver ormai dimenticato quello che le sue parole
davano per scontato che essi ricordassero!
Come spiegare questo paradosso? Potremmo cominciare
osservando che il sostantivo singolare francese la Saint-
Barthlemy [la feste dei santi in francese sono declinate al femmi-
nile: la san Giovanni, la san Pietro, ecc., n. d. c.] unisce uccisori e
uccisi, quindi quei cattolici e quei protestanti che ebbero una parte
locale nella ben pi vasta guerra santa che infuri sull'Europa set-
tentrionale nel '500, e che certo non pensavano a s come a france-
si. Cos, la locuzione i massacri del Midi del '200 confonde vitti-
me e assassini senza nome dietro la pura francesit del Mi di. Non
c' alcun bisogno di ricordare ai lettori che la maggior parte degli
albigesi uccisi parlava provenzale o catalano, o che i loro carnefici
provenivano da varie parti dell'Europa occidentale. L'effetto di que-
st' allegoria di mostrare episodi dei grandi conflitti religiosi
dell'Europa medievale e moderna come rassicuranti guerre fra-
tricide tra (chi altri?) fratelli francesi. Poich possiamo credere che,
lasciata a s stessa, la stragrande maggioranza dei contemporanei
francesi di Renan non avrebbe mai sentito parlare della notte di
San Bartolomeo o dei massacri del Midi, possiamo riconoscere
una sistematica campagna storiografica, promossa dallo stato
soprattutto attraverso il sistema scolastico, per ricordare a ogni
giovane francese una serie di antichi massacri che vengono oggi visti
come ritratti di famiglia. Avere l'obbligo di aver ormai dimenti-
cato tragedie che devono essere incessantemente ricordate, si
rivela lo strumento caratteristico della successiva costruzione delle
genealogie nazionali. ( interessante il fatto che Renan non afferma
che i francesi debbano aver ormai dimenticato la Comune di
Parigi. Nel 1882 il suo ricordo era ancora reale e tutt'altro che miti-
co, e troppo doloroso per essere interpretato sotto il segno del fra-
tricidio rassicurante).
Come logico, in tutto ci non ci fu, e non c', nulla d'esclusi-
vamente francese. Un'imponente industria pedagogica lavora senza
sosta per obbligare i giovani americani a ricordare/dimenticare le
199
lunghi promontori dalla cima fittamente boscosa. Queequeg era
George Washington cannibalescamente sviluppato.
Fu compito di Mark Twain creare nel 1881, molto dopo la guerra
civile e il proclama di emancipazione di Lincoln, la prima immagi-
ne indelebile di bianchi e neri come fratelli americani: Huck e
Jim, amichevolmente alla deriva sul grande Mississippi
34
. li roman-
zo situato per in un ricordato/dimenticato anteguerra [civile] in
cui il nero ancora uno schiavo.
Queste impressionanti immagini di fraternit, che emergono
naturalmente in una societ lacerata dai pi violenti antagonismi
razziali, di classe e regionali, mostrano come il nazionalismo
nell' epoca di Michelet e Renan rappresentasse una nuova forma di
coscienza - una coscienza che si faceva luce quando non era pi
possibile sperimentare la nazione come un ch di nuovo, all' apice
della rottura.
LA BIOGRAFIA DELLE NAZIONI
Per propria natura, tutti i profondi mutamenti della coscienza por-
tano con s amnesie caratteristiche. Da quest' oblio, in specifiche cir-
costanze storiche, sgorgano narrazioni. Dopo aver sperimentato i
cambiamenti fisiologici ed emotivi prodotti dalla pubert, impos-
sibile ricordare la coscienza del bambino che siamo stati. Quante
migliaia di giorni passati tra infanzia e giovinezza scompaiono dalla
memoria immediata! Come strano avere bisogno dell'aiuto di
qualcun altro per capire che quel bambino nudo nella fotografia
ingiallita, disteso felicemente su una coperta o dentro un lettino, sei
tu. La fotografia, splendida figlia dell' epoca della riproduzione mec-
canica, solo la pi evidente di una lunga e moderna serie di prove
documentarie (certificati di nascita, diari, pagelle, lettere, cartelle
cliniche, e cos via) che registra una certa continuit apparente e
insieme sottolinea la sua scomparsa dalla memoria. Da questo
straniamento deriva un senso della persona, un' identit (s, tu e quel
bambino siete identici) che, proprio perch non pu essere ricor-
data, va raccontata. In contrasto con la dimostrazione biologica
che ogni singola cellula del corpo umano sostituita ogni sette anni,
le autobiografie e le biografie invadono ogni anno il mercato della
carta stampata.
34Va notato che la pubblicazione Di Huckleberry Finn aveva preceduto di soli
pochi mesi l'evocazione di Renan de la notte di San Bartolomeo.
202
1
Queste narrazioni, come i romanzi e i giornali di cui abbiamo di-
scusso nel capitolo 2, si collocano in un tempo vuoto e omogeneo.
La loro struttura quindi storica, e il loro ambito sociologico. Ecco
perch molte autobiografie cominciano con notizie riguardanti geni-
tori e nonni, su cui 1'autore pu aver avuto solo testimonianze circo-
stanziali e testuali, e spiega anche perch i biografi sono cos osses-
sionati dal registrare le date di due eventi biologici che il loro ogget-
to non pu ricordare: il giorno della nascita e quello della morte.
Niente dimostra meglio la modernit di questo tipo di narrazioni
che le parole di apertura del Vangelo secondo Matteo, dove l'evan-
gelista sciorina un' austera lista di trenta uomini, generati in succes-
sione l'uno dall' altro, dal Patriarca Abramo a Ges Cristo. (Solo
una donna viene menzionata, non perch si tratti di una genitrice,
ma perch una moabita non -ebrea). Non viene fornita nessuna
data per nessun progenitore di Ges, per non parlare poi di in-
formazioni sociologiche, culturali, fisiologiche o politiche. Questo
stile letterario (che riflette tra l'altro il divenire memoria della rottu-
ra-di-Bethlemme) era assolutamente ragionevole per Matteo, che
non concepiva Cristo come una personalit storica, ma solo come
il vero Figlio di Dio.
Come per le persone moderne, cos per le nazioni. La consa-
pevolezza di essere inseriti in un tempo laico e seriale con tutte le
sue implicazioni di continuit, anche quella di dimenticare l'espe-
rienza della continuit - conseguenza prodotta dalle rotture del tar-
do '700 - rende necessaria una narrazione d' identit. ormai
definito il compito del magistrato micheletiano. Tra le narrazioni
degli uomini e quelle delle nazioni vi per una fondamentale diffe-
renza d'uso. Nella storia laica della persona c' un inizio e una fi-
ne. La persona emerge dai cromosomi dei genitori e da particolari
condizioni sociali in un preciso, breve contesto storico in cui essa ha
una sua parte fino alla morte. Dopo di che, non resta che la penom-
bra di una fama o un'influenza perduranti. (Provate a immaginare
come sarebbe strano concludere una Vita di Hitler, osservando
che il 30 aprile 1945 sprofondato direttamente all'inferno). Le
nazioni, invece, non hanno mai un giorno di nascita preciso, e le
loro morti, se si producono, non awengono mai per cause natu-
rali
35
. Poich non vi un vero e proprio Padre Primigenio, la bio-
grafia delle nazioni non pu essere scritta evangelicamente, come
una lunga serie di genitori. L'unica alternativa modellarla risalen-
35
11 neologismo genocidio stato recentemente coniato proprio per indica-
re tali apocalissi.
203
nit economica e una seria forza competitiva in un mondo che si
stava industrializzando.
Ma, secondo gli studiosi revisionisti, in un' economia mondiale
altamente interconnessa sono spesso i piccoli stati, omogenei etnica-
mente e culturalmente, a ottenere i migliori risultati. In Europa in-
dicano Olanda, Finlandia, Norvegia, Austria rispetto a Francia, Italia
e Regno unito. In Asia si possono contrapporre Corea del Sud, Thai-
landia, Singapore a India, Indonesia, e Pakistan. L'argomento sem-
plice in fondo. che in simili paesi piccoli e omogenei il senso della
solidariet nazionale forte e rende pi facile ai leader politici chie-
dere sacrifici senza coercizione, sviluppare relazioni industriali pi
smussate e scovarsi nicchie specializzate nella divisione internaziona-
le del lavoro. Viceversa, giganti con gravi problemi interni, come Sta-
ti uniti o India, affrontano enormi difficolt politiche nel riconvertire
e rinnovare l'economia nazionale.
La terza illusione che le corporazioni transnazionali abbiano
reso obsoleto il nazionalismo: dopo tutto, dice la gente, vediamo che
la GeneraI electric abbandona l'America dagli alti salari per situare le
sue fabbriche in Venezuela e Zambia, dove il lavoro a buon mercato
e dove assume venezuelani e zambiani come manager locali. Questo
punto di vista trascura il fatto ovvio che i controllori effettivi della
GeneraI electric sono quasi tutti cittadini americani, vivono e sono
attivi politicamente negli Usa e si contrappongono alle transnaziona-
li giapponesi, tedesche o francesi. La loro indifferenza allo stato dei
lavoratori americani non proprio nuova, e per essa pi facile farla
franca proprio grazie alla grande taglia degli Stati uniti.
Il quarto pregiudizio che ci sia un'imperscrutabile connessione
tra capitalismo e pace, cos che il libero mercato sia istintivamente
contrapposto, non solo all' economia pianificata, ma anche alla guerra.
Quest'idea si sgonfia subito di fronte all'evidenza storica. Nell'800
nessun paese ha combattuto pi guerre dell'Inghilterra libero merca-
to. Nella seconda met del '900 nessun paese ha combattuto pi
guerre dell'America che vorrebbe-essere-libero-mercato; e ambedue
le guerre mondiali sono state istigate dai giganti capitalisti.
Tutte e quattro queste illusioni sono profondamente conserva-
trici e, nella misura in cui i leader di grandi paesi vi credono davvero,
sono pericolose perch hanno l'effetto cumulativo d'incoraggiare
costoro a immaginarsi di stare dalla parte del progresso e della pace,
mentre i loro avversari starebbero dalla parte del meschino nazio-
nalismo, campanilismo e, spesso, terrorismo. Sono cos incoraggia-
ti a sguinzagliare la loro preponderante potenza militare per far pre-
valere i propri desideri. Un esempio la sanguinosa integrazione
indonesiana della vecchia colonia portoghese di Timor est che, tra il
'75 e 1'80, ha significato la morte di un terzo della popolazione locale.
208
l
Oggi, di fronte alla sempre pi coraggiosa resistenza a quest' integra-
zione, il regime di J akarta si attrezza per una maggiore repressione
contro disgregazionisti, separatisti, ed elementi anti-
indonesiani. Chiunque in grado di capire che la violenza sparireb-
be di botto nel minuto secondo in cui J akarta accettasse di abbando-
nare Timor est e lasciasse solo il suo infelice ed eroico popolo.
IMMAGINARI MODERNI
Ma cosa spiega il trascinante potere del nazionalismo e del pi giova-
ne, e molto meno rispettabile, rapporto di etnicit? E come sono col-
legati i due? Non resistono a un serio esame le due spiegazioni cor-
renti. Una che nazionalismo ed etnicit sono effetti dello scontento
economico e della povert. vero che molti movimenti nazionalisti
ed etnici si sono edificati con questo scontento o lo hanno sfruttato.
Ma lo stesso scontento ha suscitato un ampio spettro di altri movi-
menti sociali, spesso in competizione col nazionalismo: socialisti,
comunisti, religiosi e cos via. Anche se questi antagonisti del nazio-
nalismo sembrano oggi, per diverse ragioni, aver perso, almeno per
ora, il loro potere ideologico. Quindi nazionalismo ed etnicit hanno
forti probabilit di prendere il loro posto: lo vediamo in Europa
orientale, dove i fedelissimi dello stalinismo si stanno riciclando in
nazionalisti sfegatati. L'altra spiegazione, propagandata dai leader
politici dei movimenti nazionalisti ed etnici che essi rappresentano
la memoria storica e la comunit tradizionale. Invece questi movi-
menti sono frutto di immaginari propriamente moderni e nessuno di
loro pu risalire pi indietro della fine del '700. La verit che pro-
prio la modernit d oggi un tale potere al nazionalismo e all' etnicit.
I due fattori pi significativi che hanno generato nazionalismo
ed etnicit sono strettamente connessi al sorgere del capitalismo:
sommariamente, comunicazioni di massa e migrazioni di massa. Fino
all'800, la stragrande maggioranza delle persone negli stati pi avan-
zati non sapeva n scrivere n leggere e viveva e moriva vicino a dove
erano vissuti e morti i suoi avi. Ma il capitalismo, specialmente quel-
lo industriale, ha cambiato tutto questo, prima in Europa e in Ameri-
ca, poi, con velocit crescente, nel resto del mondo.
Il capitalismo, collegato alla tecnologia della stampa, aveva gi
creato ai suoi albori un'impressionante produzione di libri nelle lin-
gue volgari. Nell'800 apparve il giornale di massa, consumato non
solo dalle classi medie lettrici di libri, ma dalle crescenti classi lavora-
trici che, a differenza dei loro predecessori rurali, dovevano alfabe-
tizzarsi per funzionare in modo efficace nelle fabbriche e nei nuovi
contesti urbani. Coscienti delle necessit di manodopera qualificata
da parte del capitalismo e da parte delle proprie macchine di guerra
209
ii
il
industrializzate e basate sulla coscrizione obbligatoria, i governi
cominciarono a sviluppare moderni sistemi scolastici con manuali,
curricoli ed esami standardizzati nelle lingue nazionali dominanti.
Insieme al diffondersi delle dottrine politiche di repubblicanismo,
liberalismo e democrazia popolare, il capitalismo-a-stampa cre un
pubblico di massa che cominci a immaginarsi, attraverso i media,
un nuovo tipo di comunit: la nazione. Nel '900, con lo sviluppo di
radio e televisione, questi impulsi sono stati enormemente rinforzati
e si diffondono ancor di pi perch i loro messaggi sono accessibili a
persone che non hanno pi bisogno di essere alfabetizzate nella lin-
gua nazionale dominante - e per di pi sono messaggi di un'imme-
diatezza colloquiale, auditiva e visiva, con cui lo stampato non pu
competere.
MIGRAZIONI DI MASSA E MERCATO DEL LAVORO
Anche la migrazione di massa ha acquisito un nuovo carattere nei
tempi moderni perch stata causata meno dai disastri e dalla guer-
ra, che dallo sviluppo capitalista di trasporti sempre pi rapidi a lun-
ga distanza. Tra il '600, il '700 e 1'800, milioni di europei minima-
mente liberi e di africani schiavizzati, attraversarono l'Atlantico verso
l'America. Nell'800, si produsse uno straordinario flusso di non-
europei da continente a continente. Cinesi in California, sud-est asia-
tico e Australia. Indiani in Sudamerica, Africa, Oceania e Sudest
asiatico. E poi armeni, libanesi, arabi e tanti altri. Ai nostri giorni il
ritmo pi veloce e pu ancora accelerare, grazie a treno, aereo,
autobus: coreani in Canada, filippini in Italia, thailandesi in Giappo-
ne, turchi in Germania, caraibici in Inghilterra, algerini in Francia, a
decine se non a centinaia di migliaia. Certo, molti sono spinti dalla
repressione poliziesca in patria, ma la maggior parte tirata pro-
prio da quella forza - il mercato - che George Bush immagina come
una forza di pace e di ordine, ma che tutta la storia moderna mostra
essere l'istituzione pi sovversiva che noi conosciamo.
I corpi umani, trascinati nel vortice del mercato, non sono sem-
plicemente un' altra forma di merce. Come seguono la scia di grano e
oro, gomma e tessili, petrolchimica e chip di silicio, cos portano con
s memorie e abitudini, credenze e usi culinari, musiche e desideri
sessuali. E queste caratteristiche che, nei paesi d'origine, sono porta-
te con leggerezza e quasi inconsciamente, acquistano un risalto dra-
sticamente diverso nelle diaspore della vita moderna. Non un caso
se storicamente il nazionalismo ha avuto il suo esordio storico nelle
Americhe tra i discendenti di scozzesi e castigliani che condivideva-
no lingua e religione con scozzesi e spagnoli d'Europa, ma quasi mai
avevano visto Scozia e Castiglia. Le madripatrie pensavano a essi con
210
l
sprezzo come coloniali o creoli - poich erano europei non-
europei - e quest'identit sfrattata, imposta, fin col fondersi a un
attaccamento per la propria casa non-europea, sino a creare la possi-
bilit di divenire messi cani, venezuelani e americani. Ma questa
gente era straordinariamente fortunata rispetto ai successori. Per
quanto sviliti fossero agli occhi dell'impero metropolitano, erano
pur tuttavia bianchi, parlavano lingue europee e credevano in reli-
gioni europee. Non potevano essere trattati con la piena brutalit
inflitta a indiani, africani e asiatici. Per di pi seguivano il mercato
fuori dalla madrepatria, non dentro di essa. Nelle Americhe divenne-
ro rapidamente padroni delle popolazioni indigene. (Dopo l'indipen-
denza dalle madripatrie, incoraggiarono nuove immani immigrazioni
dall'Europa non-britannica e non-spagnola per consolidare questo
dominio e per promuovere l'accumulazione in un contesto di grande
scarsit di forza lavoro). In seguito, solo in Australia, Nuova Zelan-
da, Canada e Sud Africa pot essere seguito il loro esempio. In tutte
le successive migrazioni di mercato, la gente si mossa dalle periferie
verso i centri, non ha avuto altra scelta se non quella di essere subor-
dinata e mai stata vista neanche come un europeo svilito.
La dimensione e la velocit di queste moderne migrazioni gui-
date dal mercato ha reso difficilissime tutte le forme tradizionali di
assimilazione graduale ai nuovi contesti. Di fronte allo smarrimento
di ambienti alieni c'era da aspettarsi che gli immigrati si sarebbero
rivolti l'un l'altro per un reciproco aiuto economico e morale: e cos
si sono raggruppati in ghetti piccoli o grandi, a Detroit, Berlino,
Huddersfield, Sao Paulo o Marsiglia. Pi seriamente, il capitalismo li
ha paradossalmente lasciati in mano e in potere delle loro patrie
d'origine. Da un lato potevano, in teoria, facilmente tornare in patria
con gli stessi treni, aerei, autobus che li avevano evacuati dalle pro-
prie case. Telex, telefono e posta li hanno incoraggiati a restare in
contatto in un modo inimmaginabile nei secoli precedenti. Cos, mol-
ti di loro hanno sognato una migrazione circolare, un' andata e ritor-
no, pi che cercare di accasarsi in una nuova patria permanente,
anche se alla fine era a questa che si trovavano incollati. Ma non era-
no solo memorie locali e familiari quelle che portavano con s. Il
capitalismo ha avuto un suo modo per aiutarli a immaginarsi un'iden-
tit pi mediata. Ricordate la famosa fotografia di un Gastarbeiter del
Peloponneso, seduto abbacchiato nella sua stanzetta in un' anonima
citt industriale tedesca - Stoccarda forse? La stanzetta spoglia,
tranne che per un poster del Partenone prodotto dalla Lufthansa,
con una scritta, in tedesco, che invita chi guarda ad andare in vacanza
in Grecia. Evidentemente il Partenone della Lufthansa non una
memoria reale per il malinconico lavoratore. Lui l'ha messo sulla
parete come segno della Grecia e, nella sua miseria di Stoccarda,
211
di un' etnicit che solo Stoccarda lo ha incoraggiato a immaginare.
Dal lato opposto, la comparsa, nelle comunit residenti, di
migliaia di immigrati, non manc e non mancher di produrre
un'etnicizzazione simmetrica. In Francia, il movimento neofascista di
Le Pen trova la sua base pi forte tra due gruppi che una volta erano
visibilmente antagonisti tra loro: i lavoratori, un tempo fedelnilitanti
del Partito comunista francese, ma i cui quartieri diroccati sono esat-
tamente quelli in cui i poveri immigranti sono spinti ad ammucchiar-
si; e gli ex pied-noirs (i coloniali bianchi) che lasciarono l'Algeria
nel 1962 e che, nonostante i loro avi maltesi, italiani, spagnoli, levanti-
ni, si sentono pi che mai francesi; i neonazisti e gli skinhead dietro
alle recenti violenze nella Germania unita, il Fronte nazionale nel
Regno unito, gli estremisti di Potere Bianco negli Stati uniti - che
propagandano se stessi etnicamente come i veri tedeschi, inglesi o
americani - sono in parte risposte ai flussi di lavoro creati su scala di
massa dal capitalismo mondiale contemporaneo.
LA MARCIA DEGLI ESERCITI
Per c' un altro modo in cui il mercato d il suo contributo al nuo-
vo disordine mondiale e interagisce spesso con gli aspetti or ora
menzionati. Agli inizi dell'industrialismo, le industrie belliche negli
stati occidentali avanzati operavano per lo pi fuori mercato. Aveva-
no di solito un solo grande cliente, lo stato; producevano merci
secondo le specifiche del cliente, caricavano prezzi amministrati ed
erano, a causa delle rivalit imperiali, circondate da un muro di
segretezza. Ma, intorno al 1880, alcuni di questi giganti degli arma-
menti, per esempio Armstrong in Gran Bretagna e Krupp in Germa-
nia, infransero la morsa monopolistica dello stato e iniziarono a
costruire un neonato mercato mondiale delle armi. I clienti di questo
libero mercato erano normalmente stati periferici, deboli, agrari,
incapaci di dotarsi degli impianti chimici e metalmeccanici ad alta
tecnologia necessari per fabbricarsi da soli armi moderne su scala di
massa. Cos le armi inglesi e americane fluirono verso gli stati suda-
mericani appena divenuti indipendenti e le armi tedesche soprattuto
verso l'Europa orientale e l'impero ottomano. Questo processo sub
un'accelerazione improvvisa dopo la prima guerra mondiale, fonda-
mentalmente per due ragioni. La prima era il collasso degli imperi
asburgico, ottomano, dei Romanov e degli Hohenzollern e la succes-
siva proliferazione, dalle loro rovine, di una moltitudine di nuovi sta-
ti-nazione deboli, rurali e dunque totalmente incapaci di autoarmar-
si., La seconda ragione stava nella nuova velocit con ct;ti i sistemi
d'arma diventavano obsoleti man mano che s'accelerava il ritmo del-
le invenzioni: nello spazio di una generazione, aereoplani, sottomari-
212
1
ni, carri armati e gas tossici avevano fatto tutti la loro apparizione. Le
grandi industrie belliche si dettero cos al business di vendere al
nucleo duro della propria clientela macchinari di guerra pi avanzati
e pi costosi possibile, ma anche di vendere serie di prodotti obsoleti
e pi economici sul mercato mondiale.
La logica soggiacente a questi sviluppi accrebbe la sua forza
dopo la seconda guerra mondiale, quando l'innovazione tecnologica
sub un'ulteriore accelerazione. Ma due nuove condizioni aggravaro-
no in modo sostanziale la situazione. Da un lato, come esito della cri-
si petrolifera del 1973, il mondo comprende, per la prima volta, stati
agrari, deboli ma immensamente ricchi, come Arabia saudita, Iran e
Iraq, con un potere d'acquisto tale che possono comprare armi di
prima classe. Dall' altro lato, l'inizio della guerra fredda lanci le
due superpotenze in una lotta globale, combattuta il pi sovente
attraverso delegati periferici proprio perch le due potenze erano
atterrite all'idea di una guerra nucleare tra di loro. Come elemento
costante della politica statale, svilupparono programmi di assistenza
militare su vasta scala e per lo pi fuori dal mercato internazionale,
dato che i conti dei loro beneficiari erano spesso pagati dalle stesse
superpotenze. Da qui le massiccie corse agli armamenti negli anni
'60, '70 e '80 nel Medio oriente, nell' Asia del sud e del sudest, in
America latina e persino in Africa. La natura della contesa tra super-
potenze spinse ambo le parti a vendere o regalare armi assai sofistica-
te a clienti-consumatori che non erano governi di stati-azioni, ma
guerriglie, ribelli, terroristi e controterroristi in qualunque regione in
cui fosse egemonica la superpotenza rivale. Ricordiamo le operazioni
americane contro Cuba, Angola e Afghanistan, sotto influenza sovie-
tica, e le operazioni sovietiche contro Sud Africa e America latina,
sotto influenza americana. In molti di questi casi, l'appoggio militare
delle superpotenze era fornito a gruppi che, in maggiore o minore
grado, definivano se stessi in termini nazionalisti, etnici o razziali.
(Queste tentazioni furono particolarmente forti in Asia e Africa: l gli
imperialismi dell'800 e del primo '900 avevano prodotto un' integra-
zione - imposta dalle grate d'acciaio del colonialismo - di
un'immensa variet di pi antichi regimi, gruppi etno-linguistici e
comunit religiose
3
. Perci gli stati-successori, nati dopo la seconda
guerra mondiale, erano particolarmente vulnerabili alla manipolazio-
ne esterna di sentimenti etnici).
L'esempio delle due superpotenze fu seguito a ruota dalle
po,tenze intermedie: piccoli paesi industriali come Francia e Gran
3ll grande storico dell' Africa Roland Oliver descrive la spartizione del continente
nell'ultimo quarto dell'800 come uno spietato atto di amalgamazione politica, dove
qualcosa dell'ordine delle diecimila unit fu ridotto a una semplice quarantina.
213
Bretagna; stati appena industrializzati, ma che godevano di relazioni
speciali con le superpotenze, come Israele o Iran. Almeno alcuni di
questi paesi hanno cercato di nuclearizzarsi, malgrado gli sforzi
dell' attuale club atomico per mantenere la sua esclusivit d'iscrizio-
ne. Infine, un buon numero di stati del Terzo mondo, si sono rivelati
assai pronti a dirottare armi ricevute o comprate dalle grandi poten-
ze per regalarle a gruppi amici di opposizione in stati vicini con cui
avevano conti da regolare (per esempio, l'appoggio militare della
T anzania agli oppositori di Arnin Dada in U ganda o le armi fornite
dall'India alla prima ribellione bengalese contro il vecchio Pakistan).
Fino a un certo punto plausibile sostenere che la fine della
guerra fredda e l'implosione dell'Unione sovietica riduca in qualche
misura il flusso di armi nel mondo. Ma il contributo di Mosca a que-
sto flusso sempre stato di gran lunga minore di quello di Washing-
ton da sola, per non parlare di tutto l'Occidente. Nello stesso tempo,
mezzo secolo di guerra fredda ha creato enormi complessi militar-
industriali in Occidente, che resisteranno con tutta la loro potenza ai
tentativi di ridurre il loro peso, e per cui il mercato mondiale degli
armamenti - con i suoi formidabili nuovi clienti dell'Europa dell' est
- continua a costituire un'irresistibile calamita. La stessa produzione
di armi rapidamente straripata fuori dai paesi produttori tradizio-
nali - in Brasile, Argentina, Israele, India, Cina, e persino in posti
come Thailandia e Indonesia. Pu anche succedere che l'attenuarsi
del timore mondiale di un grande olocausto atomico alimenti ulte-
riormente il mercato convenzionale, visto che la spinta a vendere
meno inibita da grandi considerazioni strategiche e/o morali.
Dagli inizi del nazionalismo, la cui cultura era basata sull'idea
di sovranit popolare, era accettato a priori che uno dei garanti cen-
trali della realt di questa sovranit fosse un esercito nazionale. Ma
anche in forti sistemi industriali, come Germania, Francia e Giappo-
ne, questi eserciti nazionali hanno presto avuto un ruolo centrale nel-
la politica interna. Nei deboli stati periferici, i militari, in gran parte
armati e addestrati da stranieri, erano ancora pi propensi a volgersi
agli affari interni, come mostra l'esperienza ottocentesca dell'Ameri-
ca latina. Oggi il mondo pieno di eserciti nazionali che non hanno
mai combattuto un nemico esterno ma continuano a tormentare i
propri concittadini.
Tra le molte ragioni di questa introversione vanno enumerati,
soprattutto nella periferia ex-coloniale, lo stesso processo di decolo-
nizzazione e le tentazioni che suscitava l'assenza generale di poteri
interni controbilancianti in nazioni povere, deboli e ancora pesante-
mente rurali. In primo luogo, quando i poteri imperiali iniziarono a
creare eserciti locali nelle colonie, li addestrarono a scopo di control-
lo interno. Per esempio, i fucilieri birmani erano destinati a essere
214
.l
schierati solo nella Birmania britannica e contro la resistenza interna
birmana al dominio britannico. In secondo luogo, per ovvie ragioni
politiche, reclutarono su base pesantemente etnica, privilegiando di
solito minoranze deboli e/o cristiane: le razze guerriere in India, gli
ambonesi nelle Indie olandesi, i karens in Birmania, i berberi in Alge-
ria, gli ibo in Nigeria, e cos via. Quindi il trasferimento di sovranit
cre spesso un antagonismo fondamentale e pericoloso tra una mino-
ranza etnica che controllava la pi potente organizzazione interna
(1' esercito) e maggioranze o molteplicit che reclamavano il potere sta-
tale sulla base di elezioni popolari e governo rappresentativo. Anche
dove non ci sono stati subito colpi di stato, i militari erano troppo
importanti per i nuovi governi nazionali per non tentare di prendere il
controllo del reclutamento del corpo ufficiali. N elle migliori condizio-
ni, cio dove i militari aderivano a qualche genuina concezione della
rappresentanza nazionale, le maggioranze etniche minacciavano le
ancora potenti minoranze all'interno dell' esercito con l'erosione, a lun-
go termine, della loro influenza e forse della loro capacit di aiutare
membri della propria etnia in tempi di difficolt. In altri casi, come in
America latina, il reclutamento del corpo ufficiali era pesantemente
fondato su criteri etnico-razziali, che di solito escludevano gli indios e
favorivano creoli e meticci delle classi medie e medio-superiori. Non
stupisce che, nella periferia, gli eserciti siano stati sistematicamente
usati per mantenere al potere strutture che, nonostante la retorica
nazionalista, sono state profondamente etnicizzate. Ancor meno stupi-
sce che lo scontento - e la ribellione - contro tali status quo definisca
se stesso in termini etnici, quasi -etnici, razziali.
Ecco quindi, malgrado la guerra fredda sia finita, le pericolose
convergenze, che gi erano emerse nel secolo scorso, mostrare segni
di nuovo sviluppo: proliferazione del mercato delle armi, mitizzazio-
ne dei militari come simboli e garanti sine qua non della sovranit
nazionale, ed etnicizzazione del corpo ufficiali.
NAZIONALISMO IN TELESELEZIONE
Sono qui al lavoro profonde forze economiche, sociali, culturali, su
cui le leadership politiche, anche negli avanzati stati democratici,
hanno un controllo solo marginale. Per sentire queste forze non
necessario uscire dall'Europa. In linea d'aria, Belfast a meno di 500
chilometri da Londra, ma per 25 anni stata un campo di battaglia,
nonostante i britannici abbiano usato contro l'Ira tra i pi sofisticati
metodi di antiguerriglia urbana, e nonostante l'azione repressiva di
leader aggressivi come Margaret Thatcher. L'Ira sopravvive non solo
a causa del fascino nazionalista che esercita localmente, o a causa dei
suoi metodi spietati, ma perch si conquistata un sostegno politico
215
finanziario negli Stati uniti e nella stessa Inghilterra e ha ottenuto
armi sul mercato internazionale, addestramento e supporto informa-
tivo dalla Libia e dal Vicino oriente. Belgrado a meno di 1.000 chi-
lometri da Berlino, capitale del pi potente stato europeo e perno
della Comunit europea. Ma Berlino, la Cee, gli Usa sembrano impo-
tenti di fronte alla guerra civile che sta distruggendo la vecchia J ugo-
slavia. Belgrado il quartier generale di un sedicente esercito nazio-
nale che era ed sproporzionatamente serbo e che ora usato per
scopi serbi pi che jugoslavi. D'altro canto, i politici croati sono stati
attivissimi sul mercato mondiale delle armi e hanno ricevuto risorse
sostanziali dalle comunit croate emigrate in giro per il mondo.
Queste istanze mostrano che il nazionalismo non affatto
obsoleto. Al contrario, negli ultimi 150 anni, le vaste migrazioni pro-
dotte dal mercato, dalle guerre e dall'oppressione hanno profonda-
mente incrinato quel che una volta sembrava una coincidenza natu-
rale tra sentimento nazionale e risiedere per tutta la vita nella terra
madre, o terra padre. In questo processo sono state generate etnicit
che seguono i nazionalismi nell'ordine storico, ma che oggi sono col-
legate ai nazionalismi in modi complessi e spesso esplosivi. Ecco per-
ch alcuni dei pi duri nazionalisti irlandesi dell'Ira vivono le loro
vite di irlandesi negli Stati uniti. Lo stesso succede per molti ucraini
residenti a Toronto, tami! a Melbourne, giamaicani a Londra, croati
a Sidney, ebrei a New York, vietnamiti a Los Angeles e turchi a Ber-
lino. Pu ben essere che ci troviamo di fronte a un nuovo tipo di
nazionalista: il nazionalista in teleselezione"' si potrebbe chiamarlo.
Bench tecnicamente cittadino dello stato in cui vive comodamente,
ma a cui lo lega uno scarso attaccamento, egli davvero tentato di
giocare alle identit politiche partecipando (con la propaganda, il
denaro, le armi, in ogni modo tranne che con il voto) ai conflitti della
sua Heimat immaginata, ora distante solo uno squillo di telefono. Ma
questa partecipazione senza cittadinanza inevitabilmente irrespon-
sabile: il nostro eroe non dovr rispondere della politica a lunga
distanza che egli intraprende, n dovr pagarne il prezzo. E sar faci-
le preda dei manipolatori politici all' opera nella sua patria sognata.
*[L'espressione inglese long-distance natznalist, e il termine long-distance indica
le chiamate in teleselezione. Nota del curatore]
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......Ii..
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