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Sacco e Vanzetti

a sessantanni dalla morte


ATTI DEL CONVEGNO DI STUDI
VILLAFALLETTO - 4-5 SETTEMBRE 1987
Sacco e Vanzetti
a sessant’anni dalla morte
ATTI DEL CONVEGNO DI STUDI
VILLAFALLETTO - 4-5 SETTEMBRE 1987

ESTRATTO DA N O T IZ IA R IO
D E L L ’ISTITU TO STO RICO D ELLA RESISTENZA
IN CUNEO E PRO V INCIA
N. 33 - G IU G N O 1988 - I SEM ESTRE
Cuneo, 5-9-1987

Cari amici di Bartolomeo e miei,


L ’impossibilità a partecipare a questo importante e sentito con­
vegno di studi promosso in memoria del 60° anniversario della morte
di Bartolomeo e Sacco mi rattrista molto.
Vi assicuro però che sono presente fra voi e a voi vicinissima con
tutto il mio cuore, la mia mente ed i miei sentimenti.
Vi seguirò da casa pensandovi intensamente e come sempre rievo­
cando tutto il passato, il triste passato.
Un grazie a tutti dal profondo del cuore.

Vincenzina Vanzetti

in
Intervento di saluto di Fernanda Sacco,
nipote di Nicola (Ferdinando) Sacco

Innanzitutto porgo il mio saluto ai convenuti, agli organizzatori.


Il mio non vuole essere un discorso convenevole, ma solo un pic­
colo contributo d’amore che offro alla memoria di mio zio Nicola Fer­
dinando Sacco.
Ancora una volta ci siamo riuniti, per commemorare il 60° anni­
versario della morte dei due emigranti, Sacco e Vanzetti. Il primo pu­
gliese, l’altro piemontese, due emigranti uniti dal comune senso di
giustizia, dall’amore per la libertà, dalla lotta contro le ingiustizie.
Emigranti furono molti altri, di ogni parte d’Italia, perché lo Stato
non seppe dare lavoro ai suoi figli e purtroppo questo fenomeno si
ripete ancora oggi; tanti giovani, tanti padri chiedono il lavoro. I no­
stri due emigranti lasciarono gli affetti più cari per ricercare una vita
migliore. Solo conoscendo le loro condizioni di vita in quel contesto
sociale si possono esaltare oggi i loro valori umani, la loro fede, il loro
sacrificio ed è qui che mi ricollego a quanto ha già detto la professo-
ressa Regnatela. Circa 8.000.000 di italiani emigrarono in America, la
metà provenienti dal sud: fu un’emigrazione di gente povera e nella
maggioranza dei casi di gente analfabeta, spinta a lasciare le regioni
natie dalla disoccupazione e dalla fame, senza nessuna assistenza da
parte dello Stato. Questo fiume umano si riversò soprattutto negli
Stati Uniti, confluendo nell’esercito proletario di un sistema indu-

v
striale in fase di intenso sviluppo monopolistico. Purtroppo nella no­
stra Puglia esistevano cause storiche ben precise che spingevano al­
l’emigrazione, ed a tutte quelle cause, spiegate dalla precedente rela­
zione, io aggiungo un mancato dissodamento del terreno ed anche
quando ci fu la famosa legge del demanio, nel maggio del 1924, mancò
la ripartizione del demanio ai nullatenenti, il possesso di un breve
pezzo di terra, che era sempre di infima qualità, non cambiarono asso­
lutamente le condizioni socio-economiche della classe dei contadini.
Altre cause rendevano impossibile la vita: la nocività delle nume­
rose zone malariche, la mancanza e l’impossibilità finanziaria, da parte
del lavoratore, di costruire case coloniche, l’inesistenza di qualsiasi mi­
sura igienica, mancava tutto, dallo spazio all’acqua; infatti intere fami­
glie abitavano in una sola stanza, assieme ai pochi animali che alle­
vavano. L ’acqua potabile veniva sostituita con l’acqua piovana, alle
fogne erano sostituite grandi botti che circolavano nei paesi solo di
notte. La scolarità era assai ridotta, mentre alta era la mortalità per
malaria, la densità demografica non era proporzionata alle risorse della
terra, risorse scarse di coltura e di rendimento. Gli operai erano co­
stretti a vivere come schiavi di fronte ai proprietari ignoranti e avidi.
Fu per questo che i semi di idee sovversive portate dall’estero in
Italia trovarono un terreno fecondo, in mezzo al ribollire di quelle
popolazioni ignoranti, sofferenti e rinchiuse entro i confini di una
patria ingrata. L ’emigrazione diventò uno di quei pochi mezzi efficaci
che potevano servire, se non a togliere, almeno ad allontanare i peri­
coli della pressione delle nostre plebi agricole e fu presentata quindi
come una via naturale e spontanea di soluzione della questione meri­
dionale, in quanto destinata ad eliminare o ridurre la sovrappopola­
zione e quindi a favorire insieme alla distensione sociale il migliora­
mento dei rapporti contrattuali tra proprietario e contadino. L ’au­
mento del livello dei salari ed indirettamente l’aumento dell’impegno
dei ceti possidenti per lo sviluppo dell’agricoltura. Ecco le condizioni
miserevoli di vita della nostra Capitanata. I nostri emigranti sogna­
vano di raggiungere l’America, paese ricco si diceva, progressista, ma
trovarono di peggio: la disoccupazione, l’ingiustizia, l’arroganza, la
persecuzione, proprio perché stranieri e bastò poco per trasformare i

vi
due nostri innocenti in assassini; furono condannati, lo sappiamo, solo
per un reato di pensiero e pagarono con la loro vita l’amore per la
libertà, per voler cercare il miglioramento della classe operaia. Si legge
sempre « Il crimine commesso peserà sulla coscienza d’America », è
vero! Anche se ha cercato di accontentarci, di accontentare le fami­
glie soprattutto, con la riabilitazione. Avremo desiderato la revisione
del processo, per gridare a tutto il mondo, senza alcuna ombra di
dubbio, la loro innocenza, per gridare a tutti che i due anarchici ita­
liani morirono lottanto per la giustizia, per la libertà.

VII
Come una postfazione

— In margine a questo mio lavoro, presentato in un Convegno


indetto nel ricordo di due tra le più emblematiche vittime della vio­
lenza e della sopraffazione perpetrate dai potenti, e che per tale mo­
tivo vuole quindi essere anche occasione di tenero saluto per la mi­
riade di tutte le vittime, sia quelle del manganello, della sedia elet­
trica, del nodo scorsoio e sia quelle, oscure e misconosciute, del quo­
tidiano tozzo di pane, dell’aspra fatica, dell’incontrovertibile lonta­
nanza, degli affetti martoriati, della dignità calpestata;
— in margine a questo mio lavoro, che non ambisce — ed a cui
niente interessa — costituire « resoconto » o « spaccato » storico, ma
che tende piuttosto rammentare, al di là della retorica, le tristi conse­
guenze cui conducono la fame, quella vera, la violenza dell’emargina­
zione, sociale e, dunque, politica, l’inesorabile repressione delle idee,
dei desideri e della medesima integrità intimo-individuale;
— in margine a questo mio lavoro, che pur collocandosi entro gli
stilemi classici dell’indagine-analisi estetica, lì dove per connotazione
estetica s’intende il passivo soggiacere ai criteri oggettivi, raziocinanti,
ed ambigui, della narrazione (la quale può essere avvincente, parte­
cipe e dinamica quanto si vuole, ma che rimane pur sempre narra­
zione), si preserva e dispensa però dal situarsene del tutto;

1
— in margine a questo mio lavoro, volutamente esulante la pa­
zienza, l’abnegazione, la minuzia topo-bibliotecaria-documentaria del
fino e premuroso ricercatore, la professorale bramosia dell’inedito,
l’impettita ambizione del mai prima detto, la pedantesca e periziale
ricerca della primizia, l’accattivante occhietto tronfio alla citazione po­
steriore;
— in margine a questo mio lavoro, al quale addirittura non preme
tanto rappresentare una testimonianza della risoluzione nolitiva, della
coscienza dissepolta, ed in atto, e dell’organizzazione antagonista da
contrapporre al giogo dei potenti, quanto preme invece attestare l’im­
mane sofferenza, l’umiliazione e l’ira della miseria e di conseguenza la
lacerante decisione dell’emigrazione, dell’ignoto, del buio, degli affetti
mozzati, dell’agghiacciante solitudine;
— in margine a questo mio lavoro, scritto cercando di immagi­
nare, per quanto l’immaginazione possa permettere/concretare tali
intenti (affatto umanistici o sentimentali, ma soltanto frutto dello
sdegno e della collera), la realtà contingente, quotidiana di esseri sra­
dicati e perduti nell’immensità di un continente/mondo remoto e sco­
nosciuto, sovente reclusi a qualsiasi memoria, dilaniati da una Grande
Storia cinicamente indifferente a quelle piccole, modeste, personali sto­
rie — fatte magari di minuscoli, dimenticati gesti, intenti e sogni —
di cui essi sono i pazienti portatori;
— in margine a questo mio lavoro, ispirato da uomini che in
esso non vedono, non aspirano vedere, non vogliono vedere apologe­
tiche agiografie, « pezzi » di storia, personalistici vezzi od operativi-
stici compendi, ma che per suo tramite ribadiscono la loro condanna
verso l’oppressione, l’arroganza, la dispersione che ovunque si per­
petra nei confronti di chi urla il proprio NO! a quanti sulla terrori­
stica prevaricazione e sopraffazione fondano il proprio immarcescibile
dominio;
— in margine a questo mio lavoro, voglio apporre un’altra volta
il mio nome, quello che firma un « fiore » — mio strettamente intimo
personale — dedicato ad una « solitaria tomba », laggiù in Australia.

2
A FLOWER FOR A LONELY TOMB

1924, Duilio.
1924 and your family,
your wife, your six children
and the big hunger, Duilio.
1924 and the hope
yes! over there in Australia.
In Australia! Duilio; the sweet, tender hope.
sea sea sea sea
sea sea sea sea sea sea
sea sea sea sea sea
A great sea like your poverty, your rage, your desperation.
A great sea away from your wife, your six children, your
birthplace.
1924 and Australia, Duilio
and the work
and the hope
and the solitude

and the death, Duilio


over there pitifully alone.
Over there in Australia I fling now my verses
for you, Duilio,
I breathe my « Hallo, old man! »
for you, Duilio... my unlucky grandfather.

Moreno Marchi

3
Studi e documenti

Sacco e Vanzetti a sessanta anni dalla morte

« Eccezionale e banale, la storia di Sacco e Vanzetti è immensa,


nessun libro la esaurirà e questo meno di tutti gli altri; invece di emet­
tere giudizi categorici sull’innocenza o la colpevolezza degli accusati,
questo libro vuole piuttosto suggerire nuovi campi di ricerca ». Con
queste parole Ronald Creagh conclude l’ampio lavoro pubblicato qual­
che anno fa in Francia l. Altri studiosi e altri militanti hanno accolto
questo invito per darsi appuntamento nel sessantesimo anniversario
dell’esecuzione a Villafalletto, paese natale di Bartolomeo. Il risultato
sono questi atti che dimostrano, tra l’altro, come sia possibile ricor­
dare dei fatti importanti e degli uomini valorosi senza cadere nelle
spire fatali dell’agiografia e della retorica. Al convegno del 4-5 settem­
bre 1987 non si respirava quell’aria convenzionale e sussiegosa tipica
di commemorazioni e di discorsi ufficiali, dove si proclamano le lodi
dei personaggi rievocati, si utilizzano a fini di consenso politico, magari
elettorale, questo o quell’altro evento e si seppelliscono i problemi
scomodi che sono spesso legati a tante glorie militari e politiche, re­
centi e lontane.
Il lavoro svolto a Villafalletto è stato, fortunatamente, ben di­
verso. Invece di mummificare la combattiva vita dei due militanti anar-

1 ronald creagli, Sacco et Vanzetti, Paris, La Découverte, 1984.

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chicì in una sorta di condizione di vittime predestinate e assoluta-
mente passive e impotenti, si è scelta la via dell’analisi della loro realtà
individuale e collettiva, realtà di miseria e di lotta, di controllo e di
insubordinazione, di assillanti bisogni elementari e di grandi idealità
emancipatone. In questo modo non solo è emerso con evidenza lo
spessore politico e individuale dei due protagonisti del processo, ma
si è fatta luce sia sulla problematica delle loro zone di provenienza
(Cuneense e Capitanata), sia sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti.
Particolarmente convincente il quadro offerto da Luigi Bernardi
che ha collegato le critiche condizioni di vita dei contadini della pia­
nura cuneense della fine Ottocento alla frammentazione, anzi alla pol­
verizzazione della proprietà della terra. Le ricorrenti epidemie, che
sconvolgono la già precaria sussistenza delle famiglie rurali, aggravano
le piaghe sanitarie del diffuso cretinismo e spingono molti a cercare
nell’accattonaggio una residua forma di sopravvivenza. Al lato opposto
la crisi delle plebi nelle campagne foggiane, presentata da Virginia
Regnatela, trova la causa principale in un concentramento delle pro­
prietà terriere in pochi grandi latifondi. Il basso salario dello stermi­
nato esercito di braccianti in continua concorrenza tra loro lascia ap­
pena la possibilità di sfamare i numerosi figli e sottoporre i poten­
ziali lavoratori ad un’umiliante selezione in base alla muscolatura, da
parte dei datori di lavoro. Nell’esposizione appassionata della studiosa
pugliese si possono apprezzare i ripetuti tentativi dei braccianti di
migliorare il livello di vita attraverso l’organizzazione di solidarietà
di classe delle leghe contadine. D ’altra parte una fetta ridotta di con­
tadini in condizioni appena più sopportabili cerca nella viticultura
la via d’uscita da una secolare miseria. Entrambi i tentativi saranno
frustrati: le lotte bracciantili, dopo alcune rilevanti vittorie sul ter­
reno salariale e dell’orario di lavoro, vengono sconfitte dall’intervento
repressivo statale; la produzione di vino, cresciuta in seguito alla ca­
duta del livello produttivo in Francia, conosce acute depressioni per
le nuove limitazioni all’esportazione e infine per l’arrivo della temu­
tissima filossera. Il 1908, dopo un’ennesima crisi vinicola, sarà l’anno
di partenza per il diciassettenne Nicola Sacco, mentre dal Piemonte
sbarca nel Nuovo Continente anche il ventenne Bartolomeo Vanzetti.

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« L ’America divenne allora quello che non era stata l’Italia: luogo
di congiunzione tra proletari del Sud e quelli del Nord » annota oppor-
tunam ente Virginia Regnatela.
Ma il grado di politicizzazione delle due zone economicamente de­
presse è ben diverso: prevalenza culturale e associazionistica dei cleri­
cali pragmatisti nel Cuneense e incidenza di agitazioni e organizzazioni
rivoluzionarie nella Capitanata. Secondo un discutibile metro si po­
trebbe parlare di un Sud, almeno in questa zona, denso di fermenti
sovversivi e perciò piu « sviluppato » e di un Nord ad egemonia cat­
tolica o socialista moderata e quindi più « arretrato ». Sono noti però
i tranelli di una classificazione schematica che rovesci sul terreno ideo­
logico e politico la poco convincente classificazione di stadi dello svi­
luppo economico e sociale. Inoltre non andrebbero dimenticati certi
tratti comuni, emersi dalle relazioni di Luigi Bernardi e di Virginia
Regnatela, come ad esempio la presenza, per quanto differenziata, di
vivaci motivi antimilitaristi sia nella propaganda socialista nel Cuneen­
se, che nelle agitazioni e negli scioperi di Cerignola contro la guerra
di Libia. Ad ogni modo va rilevato che il fermento suscitato in Puglia
dai primi internazionalisti, come Cafiero, non trova un equivalente, sul
piano storico, nelle « tranquille » regioni del sud-ovest piemontese.
Cento chilometri più a nord del Cuneense, la realtà è profonda­
mente diversa. Presentando le lotte e le posizioni politiche dei tessi­
tori del Biellese, Roberto Prato ha offerto validissimi elementi di cono­
scenza e di interpretazione. Pur rifiutando l’etichetta di « storico » e
pur riconoscendo un grande debito intellettuale verso i lavori scienti­
fici di Franco Ramella, nella sua relazione egli ha permesso di indivi­
duare chiaramente alcuni nodi centrali del dibattito storiografico sul
movimento operaio e sull’emigrazione: i motivi economici e delle par­
tenze, i legami comunitari e di movimento, le trasformazioni politiche
nel nuovo ambiente, la partecipazione alle lotte proletarie nel paese
di arrivo. Il caso di Biella è solo apparentemente lontano dall’analisi
del caso Sacco e Vanzetti; ad un esame più attento si ricavano infatti
dati fondamentali per capire il processo di radicalizzazione di consi­
derevoli aliquote di emigranti italiani. Il socialismo degli operai biel-
lesi, ma evidentemente non solo il loro, è una miscela di componenti

7
gradualiste — che troveranno sbocco a livello ufficiale nelle istitu­
zioni — e di caratteri classisti, molto simili a quelli dell’anarchismo
comunista e organizzatore alla Malatesta, tipici di una comunità prole­
taria con forte senso di autonomia dalla società borghese. La socialità
politica e la coscienza di classe attraversano l’Atlantico insieme ai
nuclei familiari biellesi, che si stabiliscono soprattutto nella cittadella
tessile di Paterson e favoriranno la maturazione, in senso anarchico,
del grosso degli emigranti, almeno in questa zona.
L ’impatto con la realtà degli Stati Uniti brucia ogni possibile spe­
ranza in uno sviluppo, in senso socialista, delle istituzioni. Lo Stato
americano — afferma Prato — nasce già con una matrice democratica,
funzionale allo sviluppo capitalista e si contrappone nettamente, su un
piano di modernità e di efficienza, alle rivendicazioni di classe del mo­
vimento operaio. Il proletariato di recente immigrazione, come quello
italiano, sarebbe quindi condannato a negare quello Stato che non
offre margini per una presenza politica di tipo socialista europeo. La
chiusura della via alla democrazia rappresentativa rafforza la coesione
di classe e comunitaria in una cornice antistituzionale.
La tesi di Prato è senz’altro affascinante, perché permette di spie­
gare un fenomeno di grandi dimensioni, che ha lasciato spesso un
vuoto interpretativo. Al tempo stesso, però, pare logico rilevare una
qualche forzatura nel ragionamento per l’assenza di considerazioni sul
dibattito teorico fra marxismo e anarchismo, già presente in terra biel-
lese. La famosa polemica fra conquista e distruzione del potere statale
aveva diviso socialisti politici e anarchici antipolitici a tutti i livelli,
già ai tempi della Prima Internazionale. Bisognerebbe allora sostenere
che tale frattura non fosse avvenuta nei termini teorici ed organizzativi
noti e che gli operai continuavano a mantenere una sostanziale unità
politica nell’ambito di un’unità di classe. In più, ciò sarebbe avvenuto
al di fuori delle scelte elettorali dei socialisti e delle logiche conse­
guenze di una scelta parlamentarista.
Altri elementi di notevole portata nel contributo di Prato, pur­
troppo non sviluppati nel pur proficuo dibattito, riguardavano l’identi­
ficazione dello sviluppo industriale quale causa dell’emigrazione biel-
lese. Fu l’introduzione rapida dei telai meccanici — e non una crisi

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agricola o commerciale, come nel caso pugliese — a spingere la mano
d’opera disoccupata a varcare l’oceano e a riprodurre a Vaterson un
pezzo di comunità biellese. Questa omogeneità etnica e di classe —
ha ancora rilevato lo storico « dilettante » — costituì, in un primo
momento, un punto di forza, ma alla lunga la separatezza da altre co­
munità etniche operaie finì per portare alla sconfitta gli scioperanti.
Inoltre, le organizzazioni operaie avevano sottovalutato le capacità di
mobilità del capitale: per stroncare la resistenza, si minacciava il tra­
sferimento della lavorazione della seta in zone politicamente piu tran­
quille 2.
Anche per Cosimo Scarinzi, animatore della rivista « Collegamenti
- Wobbly », il movimento degli operai italiani all’interno dell’Indu­
striai workers of thè tuorld, pur rappresentando un’avanguardia di
lotta, avrebbe scontato i limiti dell’analisi del sindacalismo rivoluzio­
nario sul ruolo dello Stato democratico. Secondo Scarinzi, l’industria­
lismo dett’IWW risentiva, al di là delle apparenze di elasticità, del
modello concettuale e strutturale del movimento operaio europeo, fon­
dato sulla lenta costruzione di un’organizzazione stabile e consolidata,
modello che, di fronte alla capacità di trasformazione del dinamico
capitale statunitense, era destinato a perdere lo scontro complessivo 3.
Accanto a queste considerazioni di ampio respiro politico e sto­
rico, si collocano i lodevoli sforzi di Moreno Marchi per una presen­
tazione sintetica delle vicende personali e di movimento degli anar­
chici italiani in Australia e di Giorgio Manga, che inserisce l’espe­
rienza sindacalista di Sacco e Vanzetti nel contesto produttivo e poli­
tico degli USA, prima e dopo l’entrata in guerra. Dai brani riportati
dal giovane storico laziale, risulta una certa differenza di personalità
tra l’abile — e relativamente fortunato — calzolaio pugliese e il pre­
cario — e spesso disoccupato — lavoratore piemontese. Il primo tut­

2 II lavoro di Roberto Prato è già apparso in « Collegamenti per l’organizzazione


diretta di classe », n. 20, inverno 1987, pp. 15-21.
3 Interessante è il confronto di queste affermazioni con un recente lavoro sul tema.
Vedi bruno carxosio, Gli emigranti italiani e l’Industrial Workers of thè World, in
Fondazione Giacomo Brodolini, Gli italiani fuori d’Italia, Milano, Franco Angeli, 1983,
pp. 359-95. Un lavoro pionieristico era quello svolto dal prof. Gino Cerrito, scomparso
nel 1982. Si veda almeno Stài’emigrazione anarchica italiana negli Stati Uniti d ’America,
in « Volontà », a. XXII, n. 4, luglio-agosto 1969.

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tavia non esita a perdere il proprio posto, rifiutandosi di sottoscrivere
un contributo economico per l’esercito americano, mentre il secondo
verrà licenziato per avere animato uno sciopero vittorioso in una fab­
brica di cordami. Lo spirito d’azione e di solidarietà unisce i due, an­
che se solo Vanzetti — ricorda Manga — esprimerà in modo orga­
nico, durante la lunga detenzione, il suo pensiero sui valori e i limiti
del sindacalismo. Di sorprendente attualità è un’anticipazione del 1923
sui pericoli di degenerazione burocratica del sindacato. L ’esito sarebbe
« un esercito di mestieranti che costituisce una nuova classe parassi­
tarla, un’élite privilegiata di lavoratori che diventa infine nemica della
classe operaia e che, attraverso i contratti di lavoro e i regolamenti,
favorisce e facilita spesso i calcoli dei capitalisti ».
Il vigore di questa denuncia, unito a considerazioni più generali
sulle possibilità di liberazione sociale e sui valori essenziali che danno
senso e dignità alla vita, faranno di Bartolomeo Vanzetti un proletario
che da poco ha imparato i rudimenti essenziali della lingua inglese, un
personaggio pieno di fascino non solo tra i suoi fratelli di classe, ma
nella stessa intellettualità liberale statunitense. Lo ricorda molto pre­
cisamente il lavoro di Annamaria Pedretti-Varagnolo, estratto dalla
sua tesi di laurea di qualche anno fa, che attribuisce all’ambiente colto
e progressista degli USA una sorta di transfert psicologico collettivo
verso il caso Sacco e Vanzetti. Secondo la linguista veneta, le coscienze
turbate dei liberáis americani si mobilitarono in favore dei due con­
dannati, con un moto di simpatia verso la loro visione ideale del
mondo, che si contrapponeva a quella ipocrita della borghesia arric­
chita e senza scrupoli. In tal modo manifestarono sia la delusione nei
confronti della politica di Roosvelt, che l’indignazione per i metodi
persecutori e inumani della polizia e della magistratura. Le animate
vicende del caso ispirarono opere artistiche nel campo teatrale e mu­
sicale, e soprattutto in quello letterario. Com’è noto, le manifestazioni
per salvare dalla sedia elettrica i due anarchici investirono decine di
nazioni, sia democratiche che dittatoriali. Nella stessa Italia fascista,
dove ogni attività anarchica, socialista e comunista era clandestina
dalla fine del 1926, ci furono episodi di protesta contro l’esecuzione
della sentenza di morte — come ha ricordato Italino Rossi — anche

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a nome di altri militanti anarchici. Al confino o in carcere, si testi­
monia con semplici azioni simboliche la propria solidarietà di antifa­
scisti, vinti ma non piegati né immemori. I ricordi del senatore comu­
nista Umberto Terracini e del militante anarchico Umberto Pomma-
sini forniscono, al riguardo, due esempi eloquenti. Nel frattempo, il
regime dà mostra di un formale interessamento e reprime solo blan­
damente una protesta pubblica contro l’Ambasciata statunitense. In
realtà, secondo recenti documenti, Mussolini è favorevole all’esecu­
zione dei due militanti che procurarono solo dei fastidi internazionali
e gli evocano un movimento — quello anarchico — che ritiene di
essere riuscito a stroncare, se non a cancellare del tutto. L ’anarchismo
— e l’ex massimalista socialista lo sapeva molto bene — affondando
solide radici nella storia operaia e popolare italiana, ha rappresentato
la diffusa volontà, dà parte di strati sfruttati, di rompere definitiva­
mente con l’ordine capitalistico e statale. Lo spirito sovversivo e liber­
tario è inoltre presente anche tra i repubblicani e i comunisti. Per que­
sti motivi Mussolini aveva potenziato l’apparato poliziesco ereditato
dallo Stato liberale, dandogli nuovi stanziamenti che gli permettessero
una capillarità e un’efficienza nella schedatura sistematica degli oppo­
sitori vecchi e nuovi. Paradossalmente è tale controllo di polizia —
per quanto deformato e spesso approssimativo — che permette, ai
giorni nostri, di ricostruire, sia pure sommariamente, una fisionomia
dell’anarchismo italiano anche nelle zone periferiche. Le schede con­
servate negli archivi sono state il materiale di partenza per la ricerca
che l’infaticabile Antonio Lombardo, il principale promotore del con­
vegno di Villafalletto, è riuscito a svolgere su alcune figure di anar­
chici del Cuneense, nel periodo dal 1893 al 1914. Ne è emerso un
quadro complesso, con un intreccio fra socialisti intransigenti e anar­
chici, che va oltre il congresso genovese della scissione; con una base
sociale di lavoratori in proprio (artigiani, muratori, piccoli commer­
cianti, contadini) e con una partecipazione considerevole alle agita­
zioni lavorative del periodo (filatrici, setaiuole, ...).
Agli inizi del nuovo secolo il giovanissimo Vanzetti viene già no­
tato come sindacalista con posizioni critiche verso il socialismo parla­

li
meritare, mentre sono attivi anche vari individualisti. Nel capoluogo
inoltre nel 1910 si concretizza un circolo rivoluzionario anarchico, da
cui partiranno iniziative antielettorali e polemiche, contro i dirigenti
socialisti locali. È significativo il caso di Giuseppe Platano, figlio di
ignoti, che risulta disertore dall’esercito, emigrato nella cittadella tes­
sile e sovversiva di Paterson e infine aderente alla banda di « espro-
priatori » capeggiata da Jides Bonnot. Verrà ucciso dallo stesso Bon-
not durante un dissidio politico-organizzativo, nel 1911.
Questo sguardo all’indietro di Lombardo ha permesso di intuire la
validità di un approfondimento della ricerca, anche se le difficoltà di
reperire ulteriori fonti, scritte e orali, non saranno di poco conto.
L ’utilità di un tale lavoro è stata ribadita dall’intervento di un pro­
fugo politico cileno, che ha trattato il tema degli stranieri politici nel­
l’Italia di oggi. In qualche modo la comunicazione di Urbano Burgos,
del Comitato lavoratori libertari cileni, ha permesso di riflettere sul
fatto che le discriminazioni subite per almeno un secolo dagli emigrati
italiani all’estero non hanno prodotto nel nostro paese una sensibilità
e un’apertura verso il problema degli immigrati. La differenza che esi­
steva fra gli esuli ricchi e potenti e quelli poveri e scomodi — ad
esempio nell’emigrazione antifascista italiana in Francia — si sta ri­
producendo nel nostro stato democratico, che deve fare i conti con
l ’ingresso di oltre un milione di persone di colore, che sfuggono alla
fame, alla guerra e alle repressioni delle loro regioni d’origine. Il
razzismo e l’incertezza giuridica caratterizzano i rapporti con le isti­
tuzioni italiane, al di là delle facili dichiarazioni di circostanza. Le
normali difficoltà economiche e culturali sono così aggravate dal peri­
colo costante del foglio di via, compilato a completa discrezione delle
questure. La situazione era d’altronde analoga per i milioni di italiani
che vivevano nella civile e democratica America del Nord, che cre­
sceva e si sviluppava sfruttando una mano d ’opera che, al medesimo
tempo, emarginava e disprezzava, o — all’occorrenza — reprimeva
duramente.
Una revisione critica delle prevenzioni della società statunitense
è stata alla base di un recente proclama del governatore del Massa­
chusetts, Michael Dukakis, che ha proclamato il 23 agosto 1977 il

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« Sacco and Vanzetti day ». La discussa dichiarazione di questo ormai
notissimo esponente del partito democratico riconosceva che l’atmo­
sfera del processo fu « permeata di pregiudizi contro gli stranieri e di
ostilità contro le tendenze eterodosse » e che la condanna avvenne in
un ambiente permeato di « isterismo a sfondo politico ».
Il professor Luigi Botta 4 ha avviato il dibattito sulla « riabilita­
zione » di Sacco e Vanzetti, riflettendo sul significato politico e umano
di una simile iniziativa, da parte del governatore, a cinquant’anni dal­
l’esecuzione del calzolaio di Torremaggiore e del pescivendolo di Vii-
lafalletto. Non di riabilitazione giuridica si è trattato, in quanto tale
atto spetta alla magistratura e solo dopo una revisione del processo.
Ma di una dimostrazione di buona volontà, che — ha dichiarato Mar­
cello Garino, socialista cuneense e uno dei promotori del locale Comi­
tato per la riabilitazione — rispondeva pienamente ad una richiesta
in tal senso, proveniente dal comitato americano. Naturalmente si trat­
tava di un’azione che si svolgeva in una logica di politica istituzionale
e che terminava quindi con la cancellazione « di ogni stigma e di ogni
onta », non solo nei riguardi dei due giustiziati, ma anche in quelli
del nome dello stato del Massachusetts.
Tale inevitabile ambivalenza aveva suscitato, dieci anni fa, dure
reazioni da parte del movimento anarchico in Italia. « La mossa delle
autorità americane è abile, ma troppo scopertamente ipocrita. In realtà
l’America razzista, capitalista e imperialista con tale iniziativa ha ten­
tato di riabilitare se stessa da uno dei tanti suoi infami delitti contro
l’umanità », « V i è una precisa continuità storica tra lo Stato che as­
sassinò Sacco e Vanzetti e quello che oggi vorrebbe riabilitarli »,
« Noi sappiamo che i potenti riconoscono i loro “ errori” solo quando
ciò sia funzionale alla loro strategia » hanno scritto i giornali anar­
chici dell’epoca 5.
Indubbiamente lo scontro tra il sistema statale e Vanarchismo con­
tinua, perché si tratta di due modi irriducibili di affrontare i problemi
sociali. È però altrettanto vero che al convegno non era in discussione

4 È autore di Sacco e Vanzetti: giustiziata la libertà, Cavallermaggiore, ed. Gribau-


do, 1978.
5 Le citazioni sono tratte da « L ’Internazionale » del 10 agosto 1977 e le ultime due
da « A - rivista anarchica » dell’agosto-settembre 1977.

13
l’identità politica di nessun movimento, tanto meno di quello anar­
chico. In questo senso il dibattito finale a proposito di riabilitazione
ha giustamente evitato le secche puramente ideologiche, per soffer­
marsi sulle diverse ragioni dei possibilisti e degli intrasigenti. Per i
primi si trattava di valorizzare al massimo l’effetto propagandistico
del proclama di Dukakis, per far conoscere la verità sul caso e per
favorire una mobilitazione dell’opinione pubblica, soprattutto a Villa-
falletto e dintorni. Per i secondi, andava evitata ogni speculazione,
lontana o vicina6, della memoria dei due compagni assassinati dallo
Stato per le proprie ferme convinzioni ideali e per la propria attività
militante.
Nella sede del convegno ciò è emerso con chiarezza, dando modo
agli intervenuti di riflettere con un’adeguata informazione sulle que­
stioni affrontate. Resta nella memoria di molti la tensione che accom­
pagnò le celebrazioni ufficiali del 1977, preparate allora in modo tra­
dizionale e cerimonioso e contestate con vigore e puntigliosità dagli
anarchici torinesi. Dieci anni fa fu pure posta, senza autorizzazione,
una lapide libertaria nella piazza centrale di Villafalletto, per denun­
ciare a tutti il fatto che Nick e Bari furono « assassinati dallo Stato
perché anarchici ». La lapide è sempre esposta e rende implicitamente
atto che il comune di Villafalletto ha rispettato il diritto degli anar­
chici di ricordare i propri compagni caduti. Questo atteggiamento
costruttivo e sensibile si è riscontrato nel settembre scorso da parte
di altre entità, persino religiose, che hanno compreso, al di là dei pre­
giudizi autoritari, quanto di valido umanamente e socialmente esista
nel messaggio di liberazione sostenuto, ieri e oggi, dagli anarchici, con
tutta sincerità e senza secondi fini di carrierismo o di vantaggi venali.
Il convegno — e ora questi Atti — hanno potuto realizzarsi per
la collaborazione dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, che
sento di ringraziare a nome di tutti i partecipanti giunti da varie loca­
lità italiane, sia del Nord che del Sud. Hanno mandato messaggi di
adesione dagli Stati Uniti, tramite il professor Garino, Joe Moro, l’ul­
timo segretario del Comitato di difesa per Sacco e Vanzetti, lo storico
Bob D ’Attiglio che conduce da anni una ?neticolosa e appassionata

6 Vedi «Um anità N o v a» d elT ll settembre 1977.

14
ricerca sul tema e Max Sartin - Raffaele Schiavina, il noto militante
italo-americano redattore dell’« Adunata dei Refrattari » e che pur­
troppo morirà poche settimane dopo il convegno1. Tra i numerosi
saluti ricordiamo quelli dell’Unione sindacale italiana, del foglio liber­
tario « L ’Internazionale » e, in altro contesto, quelli di Democrazia
proletaria e dei comuni di Torremaggiore e di Villafalletto.
Durante il convegno è stato apprezzato l’intervento di Fernanda
Sacco, nipote di Nicola, con la quale ha fraternamente polemizzato
Peppino Tota, l’anziano anarchico di Canosa. Si è anche appresa la
positiva notizia che gli originali del Fondo Vanzetti resteranno nel­
l’archivio dell’Istituto della Resistenza di Cuneo e che le copie saranno
mandate alla Boston Public Library che già conserva l’enorme mole di
materiale lasciato da Aldino Felicani78.
Se ogni convegno -ha dei limiti, in questo è mancata una discus­
sione sulle tesi semi-colpevoliste di un nuovo libro di Russel9 e una
analisi dei motivi politici, tra i quali quelli dei comunisti, della straor­
dinaria diffusione mondiale della protesta contro la giustizia americana.
La ricorrenza del sessantesimo anniversario dell’esecuzione è stata
anche l’occasione per un numero monografico della nuova rivista fran­
cese « Itinéraire » 10, per la ristampa di un volumetto 11 che contiene
l’autobiografa di Vanzetti e le ultime struggenti lettere dall’antica­
mera della sedia elettrica.
Riprendiamo la conclusione dall’ultima lettera comune ai compa­
gni: « Noi non vogliamo morire inutilmente. Fate che la nostra morte
annunzi un mondo senza classi dominanti che soffocano le aspirazioni
di libertà ».
Claudio Venza

7 Si veda la ristampa R. schiavina , Sacco e Vanzetti. Cause e fini di un delitto dì


Stato, Roma, Samonà e Savelli, s.d.
8 In occasione dell’acquisizione di tale fondo è stato pubblicato il volume Sacco-
Vanzetti. Uevelopments and Reconsiderations - 1979, Boston, Trustees of The Public
Library, 1982.
9 Si veda Francis r u s s e l l , Sacco e Vanzetti. The case resolved, Harper and Row,
1987. Una risposta alle affermazioni di Russell si trova in Willia m young, david Kai­
s e r , Post mortem, new evidence in thè case of Sacco e Vanzetti, Boston, University of
Massachusetts, 1987.
10 Si veda «Itin éraire », a. I (1987), n. 2 (1 bis, avenue Emilie, 77500 Chelles).
11 Bartolomeo vanzetti, Una vita proletaria, Casalvelino Scalo, Galzerano, 1987.

15
«Tutti devoti alle patrie istituzioni» 1
La campagna cuneese tra l’Ottocento e il Novecento
Luigi Bernardi

La storia della campagna cuneese fra Otto e Novecento è fatta in­


nanzitutto di miseria, di una miseria contadina che ha radici profonde,
secolari, e mi sia quindi consentito iniziare con un’affermazione di Al­
bert Mathiez che, illustrando le terribili condizioni di vita dei conta­
dini francesi sul finire del secolo decimo ottavo pure li definiva « me­
no disgraziati [...] di quanto non lo siano i loro fratelli, i contadini
italiani » 2. E proprio in questa miseria noi troviamo la ragione delle
sommosse che sul finire degli anni sessanta del secolo scorso scuotono
questa provincia contadina. Protesta disperata contro la tassa sul maci­
nato, punteggiata di fuochi di rivolta che non sanno trovare uno sboc­
co politico. Per i suoi caratteri e per le forme del suo esaurirsi la pro­
testa contadina si rivela in questo angolo del Piemonte come l’ultima
« jacquerie » e quante analogie potremmo cogliere fra il comporta­
mento dei contadini cuneesi e quello di Jacques Bonhomme nell’età
della Rivoluzione. Come la Vandea era stata infatti chiamata a contri­
buire alle guerre della Convenzione, alle plebi rurali si faceva ora pa­
gare il processo di unificazione nazionale.

1 L ’espressione è tratta dal discorso di insediamento alla Presidenza del Consiglio


provinciale di Cuneo di Giovanni Giolitti - 14 agosto 1905. In A. A. mola , Storia del­
l’Amministrazione Provinciale di Cuneo dall’Unità al fascismo 1859-1925, Torino, aeda,
1971, p. 251.
2 A. mathiez , G. lefebvre , La Rivoluzione Francese, Torino, Einaudi, 1950, p. 28.

17
Ebbene, i moti del Monregalese, della vai Vermenagna, della vai
Varaita, di cui puntualmente riferisce la « Sentinella delle Alpi » 3
sono indicatori sociali formidabili e smentiscono le facili generalizza­
zioni sulla fedeltà e sulla devozione della provincia ai primi governi
unitari.
Considerando la portata politica di queste sommosse e la realtà
produttiva della provincia, uno storico dei nostri giorni, il professor
A. A. Mola, osservava come la mediazione politica e l’iniziativa parla­
mentare avessero trovato in tale frangente il proprio limite nel timore
che la tassa sul macinato potesse essere sostituita da nuove imposte di
tipo fondiario, lesive degli interessi dei proprietari4. Ed è forse pro­
prio questo il momento in cui si può cogliere, oltre alle ovvie linee di
demarcazione fra i bisogni dei contadini e gli interessi di un notabi­
lato di proprietari, un elemento peculiare in una provincia in cui la
frammentazione della terra ha portato a livelli estremamente elevati
il numero dei piccoli e piccolissimi proprietari5.
Questi ultimi infatti, già gravati di imposte sulla proprietà e sui
consumi non vedono comunque una via di uscita dalla loro situazione
e, proprio per questa impossibilità di riconoscersi in una specifica fisio­
nomia, finiranno col collocarsi politicamente a rimorchio della grande
proprietà 6.
Non intendiamo ora, comunque, ripercorrere itinerari di ricerca
ben noti, che hanno avuto in questi anni il merito di illustrare il pro­
cesso economico compreso fra la fine degli anni sessanta e i primi anni
ottanta, processo economico in cui ritroviamo la crisi agraria del 1870-
71, l’estendersi ancora della coltura del grano verso la collina e la mon­
tagna, il crollo del prezzo dei cereali che fa sì che il grano venga offerto
nel 1881 ad un terzo del prezzo del 1869 7.

3 A. a. mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., pp. 118-19. Per


le rivolte contadine del 1885-88, v. castronovo, Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977,
p. 103, 103 n.
4 A. A. mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., p. 120.
5 v. castronovo, Il Piemonte cit., pp. 17-21.
6 Ibid., p. 100.
7 A. A. mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., p. 144.

18
Intendiamo invece considerare le condizioni di vita ed esistenziali
in senso lato dei montanari e dei contadini cuneesi quali risultano da
un’indagine condotta dalla Giunta per l’inchiesta agraria, presieduta
da Stefano Jacini, per mezzo di un « Interrogatorio sulle condizioni
morali » indirizzato ai pretori del Regno 8.
Ventuno sono i mandamenti del circondario di Cuneo e diciannove
sono le risposte dei giudici a cui si sommano due questionari debita­
mente compilati da sindaci. A questo punto diviene ovviamente ne­
cessario chiarire la ragione che ci ha portati a scegliere il circondario
di Cuneo sui quattro in cui dalla sua costituzione nel 1859, la pro­
vincia era stata divisa. La scelta ha valore esemplare e non solo perché
in questa realtà si ritrovano il dolore e le confuse speranze delle genti
contadine da cui nasce Bartolomeo Vanzetti, simbolo oggi di una ri­
cerca semplice e consapevole destinata a divenire testimonianza, ma
soprattutto perché nei ventun mandamenti ritroviamo le « comunità
di eguali » 9 di cui parla Valerio Castronovo riferendosi alla monta­
gna piemontese, i fondavalle con la loro estrema frammentazione fon­
diaria e ancora parte di quella pianura in cui ai poderi di pochi ettari
si affiancano più cospicue proprietà terriere, alcune ancora di origine
feudale 10.
L ’« interrogatorio », il questionario diremmo noi oggi, era fatto di
18 domande, riguardanti i costumi famigliari e sociali, la pratica reli­
giosa e le superstizioni, l’accattonaggio ed ogni altro fenomeno di de­
vianza sociale. Buona parte del documento riguardava poi i rapporti
contadino-proprietario, la mobilità sulla terra, la situazione debitoria
e l’eventuale aspirazione, temuta crediamo, a minori privazioni. La
Giunta per l’inchiesta agraria vuole poi una valutazione generale delle
condizioni di vita contadine che abbia come termine di riferimento i
primi anni sessanta del secolo. E in questa richiesta traspare lo spirito
nuovo che aveva animato la proposta di un’inchiesta agraria che non

8 acs , Fondo Inchiesta Jacini, busta 23. In copia fotostatica presso l’Archivio Isti­
tuto storico della Resistenza in Cuneo e provincia (aisrcp ).
9 v. castronovo, L ’economia italiana dal periodo giolittiano alla crisi del 1929, To­
rino, Giappichelli, 1971, p. 4.
10 v. castronovo, Il Piemonte cit., p 21 n.

19
mirasse alla definizione soltanto della realtà agricola in termini produt­
tivi e di cui era stato alfiere in Parlamento Agostino Bertani11.
Naturalmente non possiamo considerare le note pretorili come ve­
rità assolute, e ancor più in considerazione del fatto che le statistiche,
pur richieste, o non ci sono o sono limitate al numero delle nascite
illegittime. Eppure, al di là di questi limiti e pur considerando la mo­
desta cultura e la naturale (oltre che legale) sottomissione all’esecutivo
di questi ministri di bassa giustizia 1213, possiamo, con sufficiente appros­
simazione, tracciare un credibile ritratto del mondo contadino agli inizi
degli anni ottanta.
Solidi appaiono in tutto il circondario i vincoli familiari anche se,
i vecchi inabili costretti all’accattonaggio possono indurci a volte a
dubitare delle ventun concordi affermazioni e totale è la partecipazione
dei contadini alle cerimonie religiose. Presenti, come in ogni società
arcaica, legata alla terra ed alle stagioni, sono poi le superstizioni (de­
lizia di taluni pretori, figli della cultura positivista e non esenti da ten­
tazioni anticlericali n).
Ma non appena si abbandonano questi tratti comuni, ovvi per lo
studioso di società contadine, non appena ci si avventura nella com­
plessità dei rapporti economici, emergono chiare linee di distinzione
fra il monte e la collina, fra il fondovalle e la pianura.
Mentre il contadino di montagna, piccolo proprietario, rispetta in
genere i beni del vicino dedicandosi al furto di legna nei boschi comu­
nali e al pascolo abusivo I4, il lavoratore stagionale o il bovaro di pia­
nura non si mostrano affatto rispettosi dei beni altrui e provocano l’in­

11 r . Romanelli, L ’Italia liberale 1861-1900, Milano, Il Mulino, 1979, p. 225.


12 Per un inquadramento generale del problema rimandiamo a G. neppi modona,
Sciopero, potere politico e magistratura 1870-1922, Bari, Laterza, 1969. Sulla sottomis­
sione dei pretori all’esecutivo troviamo una netta affermazione nel discorso di G. Giolitti
agli elettori di Caraglio del 1897: « Dei pretori [il governo] dispone liberamente, senza
alcuna garanzia ». G. giolitti, Discorsi extraparlamentari, Torino, Einaudi, 1952, p. 195.
13 Acs, Fondo Inchiesta Jacini, busta 23. Risposte dei pretori di Boves « [...] bigot­
tismo sfrenato e ignoranza grande», Cuneo, S. Damiano Macra « [...] il montanaro al
dovere del cittadino antepone la pratica del culto » e Caraglio.
14 Ibid. Risposte dei pretori di Borgo S. Dalmazzo, Limone P., Peveragno, S. Da­
miano Macra, Prazzo. A Tenda, riferisce il pretore, i furti di legna « sembrano tollerati
e incoraggiati dal Comune stesso ».

20
cognazione dei proprietari, di cui il giudice è fedele relatore ed inter­
prete 15.
Sempre in virtù del diverso assetto della proprietà, il montanaro
non si trova indebitato nei confronti di un inesistente padrone della
terra (semmai con qualche locale usuraio) e il piccolo proprietario di
fondovalle, il cui podere rappresenta una sufficiente garanzia fideius­
soria, si indebita nelle annate cattive o per improvvise necessità, doti
e funerali, con i locali istituti di credito 16, il mezzadro (o terzadro) e
il bovaro si trovano a subire dal proprietario, detentore abituale di
crediti, anche le vessazioni dell’usuraio 17.
Per le medesime ragioni di ordine fondiario e di conduzione agra­
ria, quasi inesistente risulta la mobilità sulla terra in montagna, assai
limitata nei fondovalle e via via maggiore man mano che si raggiun­
gono le più estese proprietà di pianura. Lasciare un fondo per un altro
non è certo cosa facile e spesso, più che le ragioni di indole famigliare,
legate al numero delle braccia valide, sono proprio i debiti a scacciare
il mezzadro dalla terra.
Diverse appaiono poi le forme di devianza dai modelli sociali co­
stituiti, e se la rissa che accompagna l’ubriachezza è male comune delle
campagne, le nascite illegittime sono più frequenti là dove maggiore è
il numero delle giovani che seguono la via dell’emigrazione stagiona­
le 18; l’accattonaggio, in parte per motivi d’ordine climatico, è di gran
lunga più esteso nei mandamenti di pianura e la prostituzione, in realtà
modesta, pare prerogativa delle lavoratrici stagionali e di donne dedite
al lavoro nelle filande 19.
Difficile risulta poi il confronto con i primi anni sessanta, per mo­
tivi di diverso ordine, in buona parte riconducibili alla condizione stes­
sa del giudice, a cui la valutazione è richiesta. Alcuni, presumibilmente

15 Ibid. Risposte dei sindaci di Busca e Tarantasca e dei pretori di Chiusa Pesio,
Cuneo « [...] dove le proprietà sono meno divise », Villafalletto e Fossano.
16 Ibid. Risposta del pretore di Dronero.
17 Ibid. Risposte dei sindaci di Busca e Tarantasca e dei pretori di Caraglio, Cen-
tallo, Villafalletto e Prazzo. L ’anomalia relativa a quest’ultima sede è data probabilmente
dalla presenza di proprietari di pascoli.
18 Ibid. Risposta pretore di Demonte.
19 Ibid. Risposta pretore di Boves.

21
sinceri ma timorosi, parlano semplicemente di condizioni cattive, elu­
dendo di fatto la domanda e quanti affermano essere migliore lo stato
del contadino giustificano in genere tale asserzione in considerazione di
maggiori consumi. Giustificazione tra l’altro piuttosto debole, a volte
enigmatica, se poco più avanti, parlando di questi « consumatori » si
ricorda come a volte non abbiano denaro sufficiente per l’acquisto del
sale 20.
Un ultimo elemento di generale rilievo è comunque fornito dal­
l’unanime lamento per l’insopportabile pressione fiscale, governativa e
comunale, e tanto evidente risulta l’aggravarsi della situazione che i
più audaci giungono a proporre la riduzione del prezzo del sale e addi­
rittura l’abolizione delle imposte sui generi di prima necessità21.
Molte altre considerazioni potrebbero seguire l’analisi dei questio­
nari, ci sia consentito soltanto accennare allo stato di degradazione
morale in cui la fame di terra induce gli abitanti dei borghi alpini, cito
testualmente, « all’usurpazione di ciò che spetterebbe ai loro figli e
fratelli cretini, che si fan languire » 22 e (ci perdoni la buonanima del
capitano Perrucchetti) all’inutilità ai fini di una crescita culturale e
sociale del servizio militare prestato nelle compagnie alpine da cui i
montanari ritornano senza aver nulla capito 23.
E, se qualcuno ancora vorrà maggiori ragguagli sulle condizioni
delle abitazioni, sui pozzi prossimi alle concimaie, sull’impossibilità di
acquistare qualche manufatto, ebbene, ricorra all’interpellanza presen­
tata dallo stesso Jacini al Senato nel 1885 e avrà dal I e II tomo del
volume V ili (Studio sulla V II circoscrizione) una sintesi superba24.
Vi è poi un dato essenziale, a cui ci siamo finora riferiti soltanto
per un fugace accenno ai guasti sociali che poteva provocare, e che
funge in particolare dagli anni ottanta da cartina al tornasole per misu­
rare miseria e disperazione, quello dell’emigrazione. Per chi infatti non

20 Ibid., in specie per le risposte dei pretori di Demonte e S. Damiano Macra.


21 Ibid. Risposta sindaco di Tarantasca.
22 Ibid. Risposta pretore di Demonte.
23 Ibid.
24 L ’interpellanza diretta al « Presidente del Consiglio dei Ministri sugli intendi­
menti del Governo circa alle conseguenze politiche che emergono dalla Inchiesta agra­
ria » venne illustrata dallo Jacini il 27 aprile 1885 al Senato del Regno.

22
era stato segnato dal gozzo e non era affetto da cretinismo congenito
(e sulle condizioni sanitarie della popolazione del circondario e della
provincia di Cuneo sul finire del secolo scorso sarebbe necessario uno
specifico studio che sappia accostare i dati dell’inchiesta agraria alle
risultanze dell’operato dei consigli di leva e ai registri delle congrega­
zioni di carità), la via della migrazione, stagionale, temporanea e defi­
nitiva rappresentava spesso una necessità e, quasi sempre, l’unica alter­
nativa. E questo nonostante la crescita modesta della popolazione, con
un incremento naturale inferiore, a quello medio piemontese, già infe­
riore alla media italiana 25.
Antica, senza dubbio, era nelle vallate alpine la consuetudine di
una stagionale migrazione, in misura prevalente verso la Francia, mi­
grazione necessaria ad un’economia di mera sussistenza, ma gli ultimi
venti anni del secolo XIX e il primo decennio del nuovo secolo, rap­
presentano per la provincia di Cuneo l’età della fuga generalizzata.
Poche cifre sono sufficienti per una prima definizione del fenomeno:
141.590 emigrati (di cui 28.435 oltreoceano) nel primo decennio con­
siderato, 108.910 (26.930 oltreoceano) nel secondo, 97.807 (49.689
oltreoceano) nel terzo, per una popolazione che nel 1880 contava
618.232 anime, con un saldo migratorio negativo nel ventennio 1880-
1900 dell’8,6 per cento e nei dieci anni successivi dell’8,2 per cento.
Se pensiamo che i valori negativi comparabili del Piemonte e dell’Ita­
lia sono rispettivamente per gli ultimi vent’anni del secolo del 4,8 e
4,5, avremo già compreso che buona parte della storia dei contadini
cuneesi fra Otto e Novecento è storia di emigrazione, in buona parte
ancora da scrivere 26.
Abbiamo tuttavia, a questo riguardo, opere esemplari, relative ad
aree omogenee, come ad esempio una valle 27. E qui, in terre in cui
oggi si tende a mitizzare il passato, le libere terre d ’Occitania, l’inda­
gine mette a nudo una realtà impietosa. Dove il ricercatore ha potuto

25 Camera di commercio industria e agricoltura ( ccia ) di Cuneo, Cuneo 1862-1962,


Un secolo di vita economica, Cuneo, 1962, pp. 60 sgg.
26 Ibid.
27 o. bonello , Territorio e popolazione: la valle Maira tra Otto e Novecento, in
« Notiziario » isr c p , n. 30, dicembre 1986.

23
scavare in profondità, negli archivi laici e religiosi, comunali e prefet­
tizi, parrocchiali e diocesani, emergono quadri di disperata emigrazione
in cui la sussistenza viene affidata all’accattonaggio professionale (i
mendicanti cercano il caldo della Francia meridionale) o agli incerti
proventi del suono ambulante della viola28. Se riflettiamo poi un
istante sulle relazioni, evidenti nelle ricerche locali, fra emigrazione e
occasionali epidemie, a cui si alternano vere e proprie pestilenze come
quella del 1884, le tinte del quadro di cui si diceva, si fanno ancora
più fosche 29.
Se vogliamo poi cercare di capire la vita dell’emigrante in genere,
la sua cultura, il rapporto con i nuovi compagni di lavoro, il suo ruolo
nella fabbrica, nel cantiere e nella miniera e, in molti casi, il reinseri­
mento nel tessuto sociale d ’origine, dobbiamo attingere proprio a que­
sti lavori di carattere locale, perché diversamente ogni generalizzazione
risulterà fuorviante. E questo per quella straordinaria varietà di situa­
zioni che emerge ad esempio dalle ponderose raccolte di testimonianze
ordinate e pubblicate da Nuto Revelli30. Nell’esperienza dell’emigra­
zione coesistono infatti il desiderio di un rapido mutar di stato per
mezzo di quel denaro che, sia pure a prezzo di disumane fatiche, si
vede a portata di mano, volontà di soddisfare bisogni primari e di soc­
correre la famiglia d’origine e, come diranno altri relatori, uno spirito
nuovo, di conquista di una nuova dignità che sollecita uno spirito di
rivolta. E non vengono proprio dall’esperienza dell’emigrazione quei
ribelli che gli schedari di polizia definiscono anarchici?
Sin dall’inizio del nostro discorso, riferendoci alla tassa sul maci­
nato e ai gravami fiscali d’ordine fondiario, avevamo introdotto il tema

28 Ibid., p. 179.
29 Ibid., p. 80. Condizioni analoghe troviamo peraltro nei comuni di pianura in
cui, spesso, nei pozzi prossimi alle concimaie si producono le condizioni per l’infezione.
Nel comune di Villafalletto, ad esempio, su di una popolazione di poco più di quattro­
mila abitanti 35 sono i morti e 82 i casi accertati di contagio neU’epidemia colerica del-
l’estate-autunno del 1886. In quella occasione, nella relazione del sindaco al Consiglio
sanitario provinciale si osservava che « il morbo asiatico fa maggior strage nel povero
che per lo più è mal nutrito e sempre con cibi difficilmente digeribili ed in ispecie in
quella stagione in cui per la natura dei lavori che compie dovrebbe avere miglior nutri­
zione ». Archivio Comune di Villafalletto, Ordinati 1887, volume unico.
30 N. rev elli , Il mondo dei vinti, Torino, Einaudi, 1977.

24
della distinzione o meglio ancora della separazione fra masse contadine
e notabilato politico, espressione prevalente del ceto dei proprietari.
Tra l’altro, anche al più semplice fra i lettori è sufficiente una rapida
elencazione dei nomi, dei predicati nobiliari e dei titoli professionali
di coloro che reggono l’amministrazione provinciale e quelle comunali,
per comprendere i limiti della partecipazione rurale alla vita ammini­
strativa31. E questo, naturalmente, non soltanto fino all’ottantadue,
fin quando cioè il suffragio è limitato a chi, compiuti i 25 anni, paga
almeno un’imposta diretta annua di 40 lire, ma anche negli anni suc­
cessivi, quando l’imposta che abilita al voto è ridotta a 19 lire, l’età a
21 anni e il diritto al voto è esteso comunque a chi abbia superato i
primi due anni di scuola elementare.
E questo anche perché, almeno fino alla fine del secolo, nelle cam­
pagne si avvertiranno ben poco i benefici dell’istruzione elementare
promossa dalla riforma Coppino nel 1877. Se volessimo fare poi un
esempio concreto, oltre a riferirci ai dati prodotti dal Mola per quanto
attiene le elezioni provinciali, già di per sé significativi, potremmo veri­
ficare come in un comune agricolo di pianura, come Villafalletto per
esempio, nel 1887 gli elettori della lista politica fossero 402 e quelli
della lista amministrativa 274, su di una popolazione di 4296 abitanti:
rispettivamente il 9,3 per cento e il 6,3 per cento 32. E questo, si badi
bene, per quanto riguarda il diritto di prendere parte alle elezioni,
perché l’astensionismo imposto ai fedeli dall’autorità religiosa, per
quanto riguarda le elezioni politiche, di fatto vanifica il peso elettorale
delle campagne.
Se poi riflettiamo su di un aspetto non secondario dell’amministra-
zione locale e cioè su quella riaffermazione del principio di autorità
che si esprime con la nomina regia dei sindaci, per i comuni al di sotto
dei 10.000 abitanti (e si tratta per la provincia di Cuneo della quasi
totalità), e questo fino al 1896, ben comprendiamo la distanza che in­
tercorre fra il piccolo proprietario, incolto, divenuto elettore e il luogo

31 a . A . m o l a , Storia dell'Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., Appendice I,


pp. 547-49 e Appendice IV, pp. 577-87. L ’affermazione ha trovato peraltro ulteriore con­
ferma nella sistematica disamina delle deliberazioni consiliari dei comuni di Dronero e
Saluzzo per gli ultimi vent’anni del secolo decimo nono.
32 Archivio Comune di Villafalletto, deliberazioni consiliari 1887.

25
delle decisioni amministrative. E, naturalmente, nemmeno il trasferi­
mento ai consigli comunali della prerogativa di eleggere il sindaco ha,
nei primi anni, effetti dirompenti. A questo riguardo, a titolo di esem­
pio potremmo riferirci proprio alla realtà del comune che oggi ci ospi­
ta, per ricordare come alla carica di primo sindaco elettivo venga chia­
mato il conte Falletti di Villafalletto, antico feudatario del borgo 33.
Naturalmente non possiamo a questo punto non aprire una breve
parentesi per chiarire i limiti che comunque determinano l’azione am­
ministrativa dei comuni in genere e di quelli della provincia di Cuneo
in particolare. Se è vero che questi hanno una propria capacità impo­
sitiva, che, colpendo in misura prevalente i consumi già si presenta
come vessatoria, i limiti delle risorse a disposizione e i carichi imposti
da leggi dello stato sono tali da rendere ardua una politica di opere
pubbliche essenziali. Per questa provincia tra l’altro, non a caso dive­
nuta un’area debole nel complesso fenomeno economico in cui si deter­
mina il decollo industriale piemontese, gli studi del Castronovo hanno
ben evidenziato la modestia delle spese comunali per opere pubbliche
che ammontano in provincia di Torino a 18 lire per abitante, in quella
di Novara a 4,5 e a sole 3 lire in provincia di Cuneo, e questo già nei
primi anni novanta 34*.
Ci si potrebbe attendere, a questo punto, dopo aver ricordato come
l’esercizio delle attività di governo sia prerogativa di « lor signori »,
un’ampia dissertazione sul nascere, in opposizione alla politica dei no­
tabili, di organizzazioni sociali e poi politiche di stampo socialista.
Ebbene, il socialismo cuneese di cui noi conosciamo le modeste origini
urbane, vive, come già ricordava il Castronovo nei suoi studi sul Pie­
monte, « barricato » nei centri urbani e in città industriali come Savi-
gliano e Mondovì A Tale affermazione trova tra l’altro conferma, oltre
che in una vasta tesi di laurea avente per oggetto proprio il socialismo
cuneese 36, seguito nelle sue manifestazioni pubbliche e nei suoi organi

33 In applicazione della legge 29 luglio 1896, il 24 settembre dello stesso anno viene
eletto sindaco Carlo Falletti di Villaf alletto. Archivio Comune di Villafalletto, delibera­
zioni consiliari 1896.
34 v. castronovo, II Piemonte cit., p. 149.
33 Ibid., p. 272.
36 l . costamagna, A. ravera, Il socialismo nel Cuneese 1892-1922, tesi di laurea,

26
di stampa, nell’analisi condotta su socialismo e socialisti nelle campa­
gne piemontesi dal professor Sergio Soave, attento conoscitore della
realtà cuneese 37. Nel cogliere infatti nei suoi tratti essenziali il di­
battito di fine secolo sul rapporto fra socialismo e piccola società con­
tadina, egli colloca tale questione in un ambito geografico che coin­
cide con l’Alessandrino e l’Astigiano e nulla troviamo di analogo nel
Cuneese, dove pure la piccola proprietà rappresenta la chiave di volta
di un complesso sistema economico e sociale. E questo è ancora vero
con il nuovo secolo, se consideriamo che nel 1901, e sono dati del
censimento, mentre in Italia i conduttori di terreni propri sono il 24,9
per cento, in provincia di Cuneo diventano il 57,6 per cento 38.
D ’altra parte, negli anni cruciali di fine secolo, lo stesso socialismo
presente nei centri urbani della provincia è, secondo un giudizio sinora
non confutato, quasi privo di storia 39. Cosa questa che ovviamente
non esclude la partecipazione alle elezioni amministrative del 1895 e
le relative affermazioni di Ferri nelle politiche del 1897 a Cuneo, Bor­
go San Dalmazzo e Dronero, dell’avvocato Colombano a Fossano e di
Gallizio a Mondovl e Ceva. Affermazioni che, tra l’altro, la « Senti­
nella delle Alpi » mette in discussione, sostenendo essere questi voti,
in buona misura il frutto di dissapori e avversioni personali, voti di
protesta in sostanza diremmo noi oggi40. E ancora, il prevalere del­
l’elemento intellettuale nel numero dei candidati e la stessa presenza
di Ferri, evidenziano la distanza che intercorre fra elettori socialisti e
possibili parlamentari41.
Naturalmente il secolo XX porterà nuova forza al partito socialista
che, pur riaffermando ad ogni livello la propria distinzione dall’« opera
insana degli anarchici », come l’aveva definita nel marzo del 1894, a

Università di Torino, facoltà di Magistero, a.a. 1971-72, relatore G. Quazza, in «N o ti­


ziario » is r c p , n. 4, ottobre 1973.
37 s. soave , Socialismo e socialisti nelle campagne dal ’90 alla grande guerra, in
Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, voi. II,
Bari, De Donato, 1979.
38 Censimento 1901, in ccia di Cuneo, Cuneo 1862-1962 cit., pp. 145 sgg.
39 l . costamagna , A. ravera , Il socialismo nel Cuneese 1892-1922 cit., p. 100.
40 « Sentinella delle Alpi », Cuneo, 23-24 marzo 1897.
41 l . costamagna , A. ravera , Il socialismo nel Cuneese 1892-1922 cit., p. 553.

27
Bra, Camillo Prampolini42, svolgerà una significativa azione di propa­
ganda antimonarchica e antimilitarista. Vi saranno allora la mobilita­
zione contro la visita dello zar a Racconigi nel 1909 e le manifesta­
zioni contro la guerra nell’ottobre del 1911 nonché comizi e confe­
renze antimilitariste a tutto il 1913 e attività antimilitarista ancora nel
1914 43.
Ma questo attivismo, almeno fino al 1911, non avrà grande riso­
nanza nelle campagne dove la presenza socialista non trova quella legit­
timazione sociale, necessaria al fine di divenire movimento di massa.
Se la storia del socialismo nelle campagne cuneesi può quindi, per
sommi capi essere ricondotta a termini di marginalità, forse proprio
per il non aver saputo risolvere, nell’acceso dibattito di fine secolo,
dibattito in cui intervengono personaggi come Turati ed Einaudi4445, il
problema posto dalla piccola proprietà rurale, assai più complesso ri­
sulta il ruolo della gerarchia ecclesiastica nel trasformare la protesta
e la chiusura nei confronti dello stato eversore della proprietà eccle­
siastica in organizzazione sociale, economica ed in ultimo esplicita­
mente politica.
D ’altra parte, il clero cuneese, e quello delle diocesi di Cuneo e
Saluzzo in particolare, pur nulla concedendo sul piano teorico e dot­
trinale al secolarismo liberale, dimostra, sul lungo periodo, una note­
vole dose di pragmatismo. A questo proposito vorrei ricordare come
proprio di fronte alla vendita dei beni appartenenti all’asse ecclesia­
stico, i pievani cuneesi non si limitino a minacciare i dovuti anatemi,
ma si facciano da un lato essi stessi acquirenti di piccoli lotti di terra
e dall’altra concedano a fedeli disposti ad un atto di sottomissione e
ad un acquisto, in coscienza, sotto condizione, la facoltà di partecipare
alle pubbliche aste 4\ Il fenomeno, quantitativamente modesto perché

42 « Sentinella delle Alpi », Cuneo, 12 marzo 1894.


43 L. costamagna, A. ravera, Il socialismo nel Cuneese 1892-1922 cit., pp. 257,
262.
44 s. soave, Socialismo e socialisti nelle campagne dal ’90 alla grande guerra cit.,
p. 147.
45 c. osenda, La vendita dei beni ecclesiastici nel circondario di Cuneo 1867-1894,
Università di Torino, facoltà di Magistero, a.a. 1972-73, relatore C. Pischedda, pp. 155-
68. Gli atti di sottomissione reperiti dall’Osenda sono 118, fra questi quello del sacerdote
don G . Battista Olivero del 18 ottobre 1870.

28
saranno i grandi proprietari e gli appartenenti all’amministrazione pub­
blica e alle arti liberali, con poco scrupolo religioso, insieme a parecchi
israeliti a farsi in primo luogo acquirenti di questi beni46, apre comun­
que uno spiraglio a future trattative e riserve mentali.
Sono poi gli anni successivi alla morte di Pio IX a segnare un ri­
sveglio cattolico che, se non può essere paragonato a quello bergama­
sco o trevigiano (costantemente portati ad esempio), tuttavia rivela
un’indubbia vitalità. Basti pensare all’attivismo del primo comitato
diocesano saluzzese, sorto nel 1880, sostenuto dall’aristocratico vesco­
vo Alfonso di Monale, capace di coinvolgere i parroci delle maggiori
vicarie ed anche laici che già ricoprono funzioni amministrative 47.
Gli anni ottanta rappresentano dunque nel Cuneese il periodo di
preparazione di un’azione assai più incisiva, destinata a dispiegarsi
dopo la promulgazione della Rerum novarum.
Abbiamo parlato poc’anzi di pragmatismo ed è proprio partendo
dai bisogni reali dei piccoli proprietari, dei mezzadri e dei fittavoli che
si muove, come altrove, la gerarchia cuneese promuovendo iniziative
nel settore del credito, le casse rurali innanzitutto, della mutua assicu­
razione per danni al bestiame e incendi, in quello della cooperazione 48.
Iniziative che si muovono soprattutto dal 1895 in poi, in località
sparse in tutta la provincia. E potremmo citare a questo proposito la
Cassa rurale cattolica di Alba del 1896, il Piccolo credito di Cuneo
del 1900, la Società di assicurazione di Lisio del 1903, la Latteria
sociale di Valgrana del 1904. In questa realtà l’Albese rappresenta
l’esempio da seguire (il modello presentato dalla stampa cattolica è
Ve zza che nel 1905 vanta un’Unione del coraggio cattolico, la Cantina
sociale, l’Unione agricola, la Cassa rurale, la Cooperativa di consumo

46 Ibid., pp. 171-74.


47 A. A. mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., pp. 162-63.
Animatore del comitato era, tra gli altri, il barone Giuseppe Manuel di San Giovanni,
membro della Deputazione di Storia Patria e consigliere comunale in Dronero nei primi
anni 1870.
48 Per un inquadramento generale del problema si veda I. bovo, A. rabbia , e . ra-
viola , Il movimento cattolico nel Cuneese dal 1870 al 1929, Università di Torino, fa­
coltà di Magistero, a.a. 1971-72, relatore G. Quazza.

29
e il Circolo ricreativo)49, ma i primi anni del secolo segnano un inten­
sificarsi dell’attivismo sociale cattolico anche nel Fossanese che aveva
conosciuto la durissima guida pastorale di monsignor Emiliano Mana­
corda, « vescovo ancien régime » 50 e nella diocesi di Mondo vi.
Il fiorire di attività creditizie nei borghi agricoli consentiva, oltre
che di tutelare gli agricoltori dagli usurai a vario titolo, l’emancipa­
zione di un nuovo ceto dirigente cattolico già subordinato al blocco
egemone liberale (fatti questi di cui era già consapevole nel 1880 mon­
signor Formica, vescovo di Cuneo)51.
In tono minore poi, già nell’età del « non expedit » il clero aveva
consentito e guidato l’assalto alle amministrazioni comunali, provo­
cando ad esempio nel luglio del 1895 il risentimento della « Sentinella
delle Alpi » contro « i curati [che] sono passati cascina per cascina a
far propaganda » 52.
L ’attenzione per il fenomeno elettorale, anche politico, risulta poi
molto evidente nei mesi precedenti le elezioni politiche del 1897, quan­
do un giornale cattolico come « Il Dovere » ripete puntualmente che
« ad eleggere il deputato i cattolici non ci vanno » 53 ma spiega in
modo didascalico come ci si iscriva nelle liste elettorali. Il che, non ha
bisogno di commento.
Negli anni successivi, e ben oltre il 1905 e la crisi dell’Opera dei
congressi, pur ampliandosi il dibattito sul ruolo dei cattolici nella so­
cietà civile, la promozione di attività economiche (in cui fu ad esem­
pio attivissimo fra il 1908 e il 1910 il teologo Cavallotti nel Saluz-
zese)54 continuerà, sempre congiunta al controllo di una crescente e
definita forza elettorale.

49 Altro centro esemplare in provincia di attivismo sociale è Busca che nel 1899
conterà un Circolo cattolico, un’Unione agricola, una Casa per le opere cattoliche, la
Cassa rurale, la Sezione giovani e l’Oratorio festivo, i. bovo, a. rabbia , e . raviola, Il
movimento cattolico nel Cuneese dal 1870 al 1929 cit., pp. 457 sgg.
50 A. A. mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo cit., p. 234.
51 Ibid., p. 163 n.
52 « Sentinella delle Alpi », Cuneo, 14 luglio 1895.
53 « Il Dovere », Cuneo, 6 marzo 1897.
54 i. bovo, A. rabbia , e . raviola, Il movimento cattolico nel Cuneese dal 1870 al
1929 cit., p. 478.

30
E in questo contesto, poco potrà la campagna socialista contro la
spedizione militare in Tripolitania, a cui la gerarchia cattolica è favo­
revole e di cui si faranno in particolare assertori proprio i vescovi di
Saluzzo e di Mondovì55. Questo conflitto, tra l’altro, offrirà il destro
alla stampa cattolica provinciale di porsi in posizione conflittuale col
possibile concorrente socialista, rivolgendoglisi con quella animosità
che fino a quel momento era stata indirizzata ad anticlericali e mas­
soni 56.
Più difficile risulta invece l’analisi del ruolo svolto dai curati in
occasione delle prime elezioni a suffragio universale maschile, il 26
ottobre del 1913, perché, nell’assecondare le direttive conseguenti il
patto Gentiioni, i piccoli giochi di provincia, in cui i contadini sa­
ranno docili pedine finiranno coll’incrociarsi con progetti di maggior
respiro, che impongono, di collegio in collegio tanto il voto quanto
l’astensione 5758.
Mi chiederà ora qualche ascoltatore pur paziente se, fra le altre
cose non ho dimenticato qualcosa di troppo importante per essere ta­
ciuto: « E la cultura liberale della provincia di Cuneo, della campa­
gna cuneese? ».
Ebbene, noi crediamo che la cultura liberale abbia abitato le cam­
pagne soltanto in estate, nella villeggiatura dei proprietari, e crediamo
che possa per il resto fare il paio con la « tradizione » liberale per cui
l’epigrafe migliore è stata scritta da Nuto Revelli, nell’introduzione a
Il mondo dei vinti, là dove afferma: « Altroché ritrovare nel Cuneese
l’antica tradizione liberale! È già tanto se i testimoni spoliticizzati ri­
cordano i nomi di Giolitti, Soleri, Galimberti, Curreno, Calissano.
Ricordano i nomi dei galoppini locali, e mi parlano delle scodelle di
trippa, delle solite deleghe rilasciate in bianco » 38.

55 Ibid., pp. 266-69.


56 Gli attacchi alla massoneria peraltro continueranno anche più tardi ed esemplare
al riguardo appare un articolo apparso su « Lo Stendardo » di Cuneo del 4 ottobre 1913
dal titolo Perché i cattolici non voteranno Soleri e Cassin. Un articolo del successivo
16 ottobre rammenterà ai lettori come, tra l’altro, Cassin sia ebreo.
57 Esemplare al riguardo la presa di posizione de « Lo Stendardo » a favore di Tan­
credi Galimberti a Cuneo. « Lo Stendardo », Cuneo, 25 ottobre 1913.
58 n. rev elli , Il mondo dei vinti cit., voi. I, p. C V II.

31
Anarchici e anarchismo cuneese 1892-1914
Antonio Lombardo

« M a ricordati sem pre, D ante, nel gioco della


felicità non prendere tutto per te solo ».
Nicola Sacco

Il socialismo nasce anarchico

I progressi dell’Internazionale, dopo le notizie sulle barricate della


Comune di Parigi, tenevano in apprensione l’Amministrazione provin­
ciale di Cuneo. Il nome di Carlo Marx si affiancava a quello di Bakunin
e Proudhon b Le diatribe ideologiche tra i primi due pensatori e mili­
tanti, che porteranno alla spaccatura dell’Associazione internazionale
dei lavoratori, lo stesso Congresso di Genova del 1892 che deciderà
d’ufficio la creazione di un Partito dei lavoratori italiani — che nel
1893 si chiamerà Partito socialista dei lavoratori italiani e poi defini­
tivamente nel 1895 Partito socialista italiano — non riguardano an­
cora né la base proletaria 12, né i distinguo delle leggi repressive. Quelle

1 aldo Alessandro mola , Storia dell’Amministrazione Provinciale di Cuneo dal­


l’Unità al fascismo 1859-1925, Torino, aeda, 1971, p. 124; Allocuzione dell’avvocato
commendatore Bernardino Muffone, sindaco di Cortemilia, pronunciata addì 13 settem­
bre 1874 in occasione del pranzo dato dalla società operaia al compiersi del 225 anno
della sua fondazione, stampato in Torino 1874, a p. 3: « Alla malora adunque la teoria
dei Max (sic!), dei Bachounine (ri/sic!) e dei Proudhon loro precursore ».
2 Anarchici e Anarchia, Atti del Convegno promosso dalla Fondazione Einaudi, To­
rino 5-6-7 dicembre 1969, Torino, Fond. Einaudi, 1971, pp. 218-19; enzo santarelli ,
Il socialismo anarchico in Italia, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 7: « L ’istanza anarchica
originaria si venne intrecciando col movimento socialistico o poté variamente usufruire
del dibattito sulla revisione del marxismo o fu alimentata dal sindacalismo rivoluziona­
rio o dai movimenti radicali di riforma del costume e della società civile ».

33
2
leggi che l’onorevole Crispi presentò come « antianarchiche » nel lu­
glio 1894 in realtà (e come poteva essere diversamente?) andavano a
colpire le libertà politiche sia di un pacifico Circolo del passatempo
dei socialisti cuneesi, sia di un militante socialista-anarchico quale era
Giuseppe Armandi di Carrù 3. Quest’uomo riempirà molte pagine della
corrispondenza tra il prefetto di Cuneo ed il ministero degli Interni di
Roma.
In una lettera del 1898 il prefetto dava una lunga e minuziosa de­
scrizione della vita dell’Armandi4.
Nel luglio 1893, questi è a Ceva, su invito di un altro anarchico
cuneese, Carlo Francia 5, che gestiva un’osteria e l’Armandi « esponeva
pubblicamente le sue teorie socialiste anarchiche a varie persone colà
convenute »; cosa dicesse lo possiamo capire dal processo che l’anno
dopo lo vedrà, a Mondovì, accusato di « lesa maestà contro il Re e il
Parlamento ». Dopo Ceva, tenne a Lesegno « le sue conferenze contro
i ricchi e il Parlamento ».
In seguito, Giuseppe Armandi, diede un senso organizzativo alla
sua propaganda: a fine 1893 ed inizio 1894, aprendo sezioni del Par­
tito socialista dei lavoratori italiani a Carrù, Piozzo e a Clavesana. Sarà
segnalata la sua presenza « come sobillatore ed agitatore » in vari scio­
peri della zona 6.
Le leggi del 19 luglio 1894 contro i siciliani fasci dei lavoratori e
contro i lavoratori della Lunigiana, trovavano Armandi Giuseppe con­
dannato a tre anni di confino a Cuneo ed è a questo punto che la defi­

3 Fu Pietro, nato a Carrù nel 1863, risulta residente in Francia dove poi morirà, mu­
ratore, schedato dal 1893 al 1942. Alcune notizie biografiche date dal comune di Carrù
con lettera del 13 aprile 1987.
Le notizie biografiche relative agli schedati come anarchici sono tratte da una ri­
cerca in corso presso l’Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia, che qui
ringrazio (d’ora in poi ricerca is r c ). Tale ricerca è condotta sui fascicoli personali con­
servati all’Archivio centrale dello Stato, nel fondo Casellario politico centrale.
4 Lettera prot. 498 del 14 luglio 1898, ricerca isr c .
5 Francia Carlo Francesco di Pietro, nato a Ceva nel 1859, risulta residente in Fran­
cia, cameriere, schedato dal 1906 al 1938, ma già nella lettera del 1898 il prefetto di Cu­
neo lo definisce anarchico. Ricerca isr c .
6 Nello sciopero delle filatrici a Benevagienna il 22 ottobre 1893; nello sciopero
delle setaiuole a Carrù il 13 dicembre 1893; nello sciopero del cotonificio di Clavesana
il 21 maggio 1894. Documentazione per prefetto, anno 1898, ricerca isr c .

34
nizione di « anarchico » datagli dal prefetto cuneese viene suffragata
dalla ricerca storica 1. Un’ultima considerazione: la questura di Torino
in una lettera del 9 maggio 1894 alla prefettura di Cuneo dichiara che
« và a dubitarsi che i principii politici delPArmandi fossero quasi co­
muni con le follie criminose degli anarchici » 78 ed il prefetto sotto­
scrive affermando che « nei suoi doveri verso la famiglia si è sempre
comportato discretamente bene »; a dimostrazione di quanto si può
essere contro il re, i ricchi e il Parlamento proprio perché profonda­
mente umani.

Movimenti geografici dell’anarchismo cuneese:


da dove viene e dove va?

L ’Armandi non fu l’unico anarchico che contribuì ad estendere il


socialismo in provincia se l’onorevole Camillo Prampolini, in occasione
della prima riunione socialista a Bra il 12 marzo 1894, tenne un in­
tero comizio, il suo primo in provincia, sulla differenza tra socialismo
ed anarchia, « due termini che, allora, nella credenza popolare, veni­
vano considerati sinonimi » 9. Il pericolo, per l’onorevole Prampolini,
era motivato dalla presenza, tra i fondatori della sezione di Bra, di An­
tonio Possolo, « che proveniva dalle file anarchiche » 10.
Come l’anarchismo sia stato conosciuto nel Cuneese si spiega con
la fitta emigrazione e corrispondenza con la Francia, dove era già pre­

7 lucia costamagna, adriano ravera, Il socialismo nel cuneese 1892-1922, tesi


di laurea, Università di Torino, facoltà di Magistero, a.a. 1971-1972, p. 86; nunzio del ­
l ’erba , Giornali e gruppi anarchici in Italia 1892-1900, Milano, Franco Angeli, 1983,
p. 66.
8 Insieme al materiale prefettura di Cuneo, presso ricerca isr c .
9 emma vignola, Le origini del fascismo nel braidese, tesi di laurea, Università di
Torino, facoltà di Magistero, a.a. 1967-1968, p. 59.
10 emma vignola, Le origini cit., p. 60: « Iniziò la sua attività politica militando
nelle file anarchiche»; agostino ped u ssia , Per una storia della città di Bra 1880-1921,
tesi di laurea, Università di Torino, facoltà di Magistero, a.a. 1985-1986, p. 458, nota:
« In origine di idee anarchiche, emigrò in Belgio e in Francia, da dove pure venne cac­
ciato a causa delle sue idee ».

35
sente un organizzato sindacalismo rivoluzionario 11 ed era vivace una
nutrita pubblicistica anarchica 12. La presenza maggiore era a Nizza e
Marsiglia, dove maggiormente la polizia francese segnalava anarchici
di lingua italiana 13. Inoltre si spiega con l’emigrazione interna, a To­
rino, dove altrettanto l’anarchismo ed il sindacalismo rivoluzionario
hanno il loro peso 14. Se le pubblicazioni torinesi non erano sufficienti,
c’era chi dai suoi viaggi in Francia portava stampa anarchica che di­
verrà talvolta bottino della polizia, nelle retate contro le prime orga­
nizzazioni operaie 13. Ma gli anarchici cuneesi non vanno solo fino a
Torino, a Marsiglia o a Nizza, alcuni ne vengono espulsi, come Vin­
cenzo Bellonotto di Benevagienna e Lorenzo Mantilleri di Piozzo 16,
nel giugno 1894 insieme con altri anarchici stranieri, dopo che a Pa­
rigi erano scoppiate alcune bombe ai ministeri17. La diaspora, che dal
1894 consegue a causa della continua repressione europea, esporrà il
proprio anarchismo in modo più netto, dignitoso, rivoluzionario.

11 Pierre Monatte, del comitato della Confédération générale du travail francese,


intervenne al Congresso anarchico di Amsterdam, il 1907, ricordando la fondazione del
sindacato, nel 1895, già su posizioni di autonomia politica: « La CGT supera di gran
lunga sia per forza numerica, sia per influenza, il Partito Socialista; ed aspira a rappre­
sentare da sola la classe operaia », Maurizio antonioli, Dibattito sul sindacalismo, Fi­
renze, ed. C.P., 1978, p. 117. Sul superamento dello sciovinismo francese contro i lavo­
ratori italiani (massacro d’Aigues Mortes), sul dibattito che ne seguì ed i contributi del­
l ’emigrazione italiana alla costruzione dell’organizzazione operaia in Francia, vedi robert
paris , Le mouvement ouvrier français et Vimmigration italienne 1893-1914, in Gli ita­
liani fuori d’Italia, Atti del Convegno, a cura della Fondazione Brodolini, Milano 18-
19-20 marzo 1982, Milano, Franco Angeli, 1983, pp. 635-78.
12 Leonardo bettin i , Bibliografia dell’anarchismo, Firenze, ed. C.P., 1976, vol. I,
tomo II, p. 89: cita le pubblicazioni in lingua italiana in Francia. Vedi gli anni dal 1880
al 1900.
13 gaetano manfredoni, Anarchistes italiens en France, in « La Rue », rivista tri­
mestrale di cultura anarchica edita a Parigi, rue P. Albert n. 24, n. 31, 1982, p. 68.
14 Leonardo bettin i , Bibliografia cit., vol. I, tomo I, pp. 53, 57 e 95. paolo spria -
no, Storia di Torino operaia e socialista, Torino, Einaudi, 1972, pp. 111-12, 150-51, 172.
15 Anarchici e Anarchia, Atti cit., pp. 222-33.
16 Bellonotto Vincenzo fu Francesco, nato a Benevagienna nel 1851, falegname, non
risulta residente in Francia, la sua schedatura va dal 1894 al 1924; Mantilleri Lorenzo di
Giuseppe, nato a Piozzo nel 1867, marmista, risulta residente in Francia e schedato dal
1894 al 1938. Materiali presso ricerca isr c . nunzio d ell ’erba , Giornali cit., p. 62, lo
riporta come Bellonolti.
17 « Una al Ministero di Grazia e Giustizia ed una al Ministero della Guerra. Non
è ancora chiaro se sia opera realmente di anarchici oppure sia stata eseguita dalla stessa
questura », nunzio d ell ’erba , Giornali cit., p. 55.

36
Troviamo l’albese Carlo R o ssi18 nel 1902 a Londra con Errico Ma-
latesta dove firma con altri 20 una circolare-annuncio ai compagni ita­
liani 19. Il buschese Francesco Nassò 20 fondò il primo giornale anar­
chico di lingua italiana in Brasile, il « 1° Maggio », stampato lo stesso
giorno del 1892 a San Paulo. Il giornale sottolineava le differenze che
opponevano gli anarchici ai socialisti autoritari e condannava la linea
del Partito operaio che aveva abbracciato la lotta parlamentare: « I
legalitari tutti hanno tradito l’appuntamento col 1° Maggio, che per gli
anarchici era e resta un giorno di lotta e di rivendicazioni economiche
e sociali » 21. La sua militanza continuò senza sosta su questa linea fino
alla morte, nel marzo 1900, durante una epidemia sviluppatasi a Tiete,
nello stato di San Paulo, dove si era stabilito 22. Il fascismo lo sche­
derà fino al 1939.
La Francia del 1894 segnalava altri due anarchici cuneesi: Del
Piano Antonio di Bernezzo 23 e Ghio Tommaso di Caraglio 24, le cui
vite non si incontreranno mai, ma risulteranno egualmente travagliate.

18 Carlo Rossi fu Secondo, nato ad Alba nel 1871, risulta residente a Londra, falegna­
me, verrà schedato dal 1895 al 1941.
19 Con altri firma un comunicato per informarli che dopo il periodico « Lo sciopero
generale/La grève generale », la cui pubblicazione è terminata, uscirà il quindicinale
« La Rivoluzione Sociale ». Il comunicato, datato Londra, settembre 1902, è riprodotto
integralmente in l . bettini , Bibliografia cit., voi. I, tomo II, pp. 155-56 e 315. I Gior­
nali, a cura della colonia londinese degli internazionalisti, uscivano in edizione bilingue
per la diffusione in Europa.
20 Francesco Nassò di Giuseppe, nato a Busca nel 1866, meccanico, schedato dal
1894, residente in Sudamerica.
21 L. bettin i , Bibliografia cit., voi. I, tomo II, pp. 49-50.
22 l . bettin i , Bibliografia cit., voi. I, tomo II, p. 51. Collabora al settimanale anar­
chico « Gli schiavi bianchi », edito a San Paulo. Nel n. 4 del giugno 1892 è pubblicata
una sua marcata lettera al direttore delle poste dello stato di San Paulo, denunciando il
sabotaggio postale del recapito e della corrispondenza del giornale.
23 Del Piano Antonio Andrea fu Giuseppe, nato a Bernezzo nel 1872, ivi residente,
contadino, ricerca isr c . « Dai 15 ai 22 anni ogni inverno emigrava in Francia a lavorare.
Nel 1894 si stabilì a Nizza ove militò nel movimento anarchico. La sua morte avviene
all’ospedale psichiatrico di Racconigi il 12 agosto 1930 »: neva cerrina , Fierezza e
amore di libertà, in « I l Caragliese », aprile 1987. Resterà schedato dal 1903 al 1931.
24 Ghio Tommaso fu Giuseppe, nato a Caraglio nel 1854, ivi risulta residente, cap­
pellaio, schedato dal 1912 al 1942, ricerca isr c . È a Parigi nel 1891, poi in Inghilterra
e in Spagna, qui a S. Sebastiano è arrestato e passa 4 mesi nel carcere di Barcellona.
Appena rimpatriato in Italia è arrestato ad Alessandria, viene tradotto a Cuneo da dove
si allontanerà. In neva cerrina, cià citata.

37
Nel Movimento operaio: lo scontro per Vautonomia

Dopo il 1900, sia il riformismo di Treves e Turati, sia l’intransi-


genza di Costa e Ferri non riuscivano a rappresentare tutte le diver­
genze, il fermento, le contraddizioni che ancora convivevano nel socia­
lismo, né tanto meno vi riuscivano nel travaglio delle prime organizza­
zioni dei lavoratori. Nella provincia « tra le più arretrate nel movi­
mento proletario d’Italia », il cui socialismo « è più freddo delle nevi
delle sue Alpi » 25, fu aperta la Camera del lavoro di Cuneo, nel 1902,
in una situazione di grave decadenza economica, soprattutto per l’indu­
stria serica, e conseguentemente in un periodo di scioperi ed agitazioni
di lavoratori e lavoratrici di quel settore. Il primo segretario, l’ex fer­
roviere Saverio Defner, di tendenza sindacalista 26, dichiara che il com­
pito dell’organizzazione di classe è « ricordare alla borghesia i propri
diritti e cercare nelle proprie forze i mezzi per realizzarli » 27: nei con­
fronti del partito le organizzazioni dei lavoratori « non è assolutamente
necessario ed utile che assumano carattere politico » 28. Non c’è quindi
da stupirsi se l’avanzata organizzativa riformista del partito espulse
Defner dalle sue file e lo rimosse dalla Camera del lavoro: essa rispose
duramente all’Esecutivo che difendeva il suo segretario, e nella com­

25 Invitato a tenere una conferenza a Cuneo nel 1906, l’on. socialista Enrico Ferri
rifiuta esprimendo tali giudizi. In adriana ellena , Il movimento socialista nel cuneese,
Cuneo, ed. Lotte Nuove, 1965, pp. 65, 126 in nota.
26 Ricordiamo la frase di Pierre Monatte al Congresso anarchico di Amsterdam (vedi
nota 11): « L a CGT aspira a rappresentare da sola la classe operaia», ed è lo stesso
organo socialista cuneese « Lotte Nuove » del 12 agosto 1905 che informa: « Il sinda­
calismo vuole distruggere lo stato, perché lo stato sarebbe la rocca, la difesa delle classi
dirigenti. Distruggere lo stato per i sindacalisti vuol dire instaurare il regno del proleta­
riato ».
Sul rapporto anarchismo-sindacalismo vedasi anche: armando borghi, Mezzo secolo
di anarchia, Catania, ed. Anarchismo, 1978 e alceo riosa , Il Sindacalismo rivoluzionario
in Italia, Bari, ed. De Donato, 1976.
27 a. ellena , Il movimento cit., p. 65.
28 A. ellena , Il movimento cit., p. 65. Vedi anche gastone Manacorda, Il Movi­
mento Operaio Italiano, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 339, sulla posizione dell’ope­
raista Casati, presente al congresso operaio di Genova del 1892, riguardo al puro partito
di classe, senza definizioni politiche. Ricordiamo inoltre che l’origine professionale di
Defner appartiene ad una categoria, i ferrovieri, storicamente su posizioni sindacaliste
rivoluzionarie: alla fondazione dello s f i (Sindacato ferrovieri italiani) segretario fu l’anar­
chico Augusto Castrucci, dal 1907 al 1922.

38
petizione elettorale tra socialisti e liberali, per il controllo della Società
operaia di mutuo soccorso di Cuneo, 20 socialisti preferirono astenersi,
subito definiti dai riformisti « sedicenti compagni » 29. Sono gli anni in
cui non l’anarchismo si distaccava dal socialismo, come scrivono gli
storici, ma il socialismo si esprimeva sempre più legalitario, elettorale,
nazionalista: « l’aspetto socio-ideologico del socialismo in provincia,
rispondente per altro alla linea nazionale del partito che sconfessava
più o meno apertamente la matrice anarchica, si delineava con chia­
rezza negli articoli dei quotidiani socialisti, i quali si impegnavano ad
educare le masse fino a smorzare e man mano distruggere i possibili
germi dell’anarchismo » 30. L ’organo socialista « Lotte Nuove » che
diverrà l’organo provinciale del partito, il 25 febbraio 1905, a tre anni
dalla sua nascita, diceva: « La fratellanza con gli anarchici non esiste.
La fratellanza è invece tra anarchici e conservatori », ed ancora, il 2
giugno 1906, « il fanatismo religioso ed il fanatismo anarchico tutti e
due egualmente perniciosi ». È il tempo che Bartolomeo Vanzetti emi­
grò a Cavour e cominciava a conoscere una situazione di vita e lavoro
che definì « miserabile » 31. È il tempo in cui la polizia iniziò a sche­
dare gli anarchici: Carlo Bisagni di Mondovì32 e Luigi Ravarini di Sa-
luzzo 33, Calandri Giovanni anch’egli di Mondovì34.
A d A lb a, il prim o sciopero operaio registrò invece una un ità ope­

29 A. ellena , II movimento cit., pp. 82, 87-88.


30 L. costamagna, A. ravera, Il socialismo, tesi di laurea cit., p. 25.
31 Bartolomeo VANZETTI, Il caso Sacco e Vanzetti, Roma, Editori Riuniti, 1962,
p. 39, lettera del 10 giugno 1903.
32 Bisagni Carlo Girolamo di Luigi, nato a Mondovì nel 1877, risulta residente in
Nordamerica, meccanico, schedato dal 1901 al 1938.
33 Luigi Ravarini fu Francesco, nato a Saluzzo nel 1881 e ivi residente, tipografo,
schedato dal 1902 al 1942. Dal « Bollettino delle Ricerche », organo di ricerca della po­
lizia fascista, suppl. n. 64 del 20 marzo 1931: « Statura alta, capelli castani, naso retti­
lineo, anarchico, da fermare ». Ricerca isr c .
34 Calandri Giovanni fu Spirito, nato a Mondovì nel 1883, residente in Francia, lat-
toniere, schedato dal 1903 al 1939. Ricerca isr c . Con Bisagni, Consensi, Michele Can­
dela, Gabbi Piero e Siccardi Pietro, forma quella presenza anarchica monregalese, unita
e dispersa, costante, sempre presente durante il fascismo e dopo, che sarà oggetto di
una ulteriore, più approfondita ricerca sul contributo anarchico all’antifascismo e alla
Resistenza.

39
rativa tra anarchici e socialisti della locale sezione 33 che nel maggio
1906 aveva organizzato ben tre dibattiti con il noto militante anar­
chico, l’avvocato Pietro G o ri36. In settembre le filatrici della De Fer-
nex iniziarono lo sciopero per la riduzione delPorario di lavoro da 11
a 10 ore e per l’aumento di 10 centesimi. È il primo sciopero della
storia di Alba. La « Gazzetta d ’Alba » del 15 settembre 1906 diede
un ampio resoconto delle trattative e delle modalità dell’agitazione.
La sezione socialista indi per il 24 del mese lo sciopero generale:
« aperti i negozi molte filatrici vi entrano per chiedere ai padroni il
permesso ai loro operai di astenersi dal lavoro ». È « il nuovo metodo
di concepire la solidarietà » 37; « alle ore 10 sotto la solita tettoia » di
piazza Pertinace parlarono, oltre ai socialisti, « gli anarchici Careglio,
di Corneliano, e Mosca » 38. Dopo il comizio « si formò un lunghissimo
corteo in mezzo al quale spiccava la bandiera rosso-nera » che la « Gaz­
zetta d ’Alba » del 29 settembre 1906 affibiò al partito socialista. Lo
sciopero si concluse in modo salomonico. Le lavoratrici che venivano
da fuori Alba a lavorare alla De Fernex ottennero i 10 centesimi di
aumento, mantenendo invariato l’orario di lavoro di 11 ore; mentre35678

35 Di linea intransigente. Il suo giornale « Il Socialismo è il sole dell’avvenire », che


in modo alterno esce dal 1902 al 1921, sul numero del 31 gennaio 1903 dice: « Il Par­
tito Socialista debbasi sempre discendere in lotta con tattica intransigente » e nel numero
dell’8 luglio 1905: « Noi sosteniamo la rivoluzione cui si è accinto il proletariato italiano
e a questo scopo organizziamo le masse operaie, educhiamo in esse il senso della libertà.
Le incitiamo a riconoscere le loro forze e a fidarsi solo in esse, e a non avere limiti nelle
loro aspirazioni ». Nel 1921 la sezione si spaccherà per l’adesione di suoi membri al Par­
tito comunista d’Italia, sorto a Livorno.
36 « Gazzetta d ’Alba » del 26 maggio 1906 e del 2 giugno 1906. Sulla figura di que­
sto militante anarchico internazionale, per lo più conosciuto quale autore della bella e
triste canzone anarchica Addio Lugano Bella, vedasi Giu sep pe rose (a cura), Pietro
Gori - Scritti scelti, 2 volumi, Cesena, ed. Antistato, 1968.
37 « Gazzetta d ’Alba », 29 settembre 1906.
38 « Gazzetta d’Alba », 29 settembre 1906. Del Careglio non si sà nulla, e non ri­
sulta schedato.
Mosca Daglio fu Giobatta, nato a Barbaresco nel 1881 (la lettera del comune di Al­
ba, dove risultava residente, precisa: « e Cagnasso Maria, nato a Treiso-Barbaresco, l’8
marzo 1881, vedovo di Bongioanni M odesta»), verniciatore, schedato dal 1905, morì a
Racconigi il 16 agosto 1928, ma il fascismo lo schederà fino al 1936. Ricerca isr c . Mo­
sca e il socialista Dall’Orto di Alba con un’operaia della De Fernex verranno poi arre­
stati sulla strada per Magliano Alfieri e processati per la loro attività durante lo scio­
pero.

40
le lavoratrici residenti ad Alba ottennero le 10 ore di lavoro, restando
invariato il salario precedente. Sotto lo stesso tetto, la convivenza di
socialisti ed anarchici non poteva continuare idilliaca, né i rapporti tra
i compagni di base, che avevano condiviso la scelta di classe e la lotta,
potevano spezzarsi in modo indolore. La rottura diventò un fatto poli­
tico. Nel 1908 il sindacato, la Confederazione generale del lavoro, e
il Partito socialista italiano, firmarono a Modena il patto d’azione co­
mune: fu la vittoria ufficiale del riformismo. Gli anarchici presenti
nella sezione socialista di Cuneo ritennero di continuare coi propri
mezzi. I « fedeli lettori » del periodico anarchico di Milano « La Pro­
testa Umana » 39 scrissero al giornale milanese una lettera aperta di
denuncia della situazione interna alla sezione e proposero la fonda­
zione di un circolo rivoluzionario40, «p e r chiarimenti ed iscrizioni:
ai compagni Dutto Bartolomeo e Mondino Pietro » 41.
Il Circolo si costituì. Il 1° maggio del 1910 tenterà la pubblica­
zione di un giornale « Germinai », che non uscirà per il boicottaggio
della tipografia socialista di Cuneo 42; un mese dopo le vie centrali

39 A. ellena , Il movimento cit., p. 228; « La Protesta Umana » edita a Milano dal


1906 al 1909 pubblica articoli di Leda Rafanelli e Monanni sull’individualismo, del nova­
rese Tommaso Concordia sull’antimilitarismo e l ’educazione popolare, articoli di Nicolò
Converti, di Luigi Fabbri, di Pietro Bruzzi sull’anarcosindacalismo, in l . bettin i , Biblio­
grafia cit., voi. I, tomo I, pp. 198-99.
40 « I nostri capi riformisti sono in decadenza. Essi cominciano ad essere indispet­
titi dei propri scolari che non li seguono più, giacché essi sogliono farsi belli nel solco
elettorale: finite le battaglie ritornano a vita privata senza occuparsi del movimento ope­
raio. Così la sezione socialista di Cuneo và perdendo ogni vivacità, si dice persino che
i capi paghino per i soci morosi per non veder la sezione liquidarsi in pochi giorni. Nelle
assemblee gli operai non sono che ombre nel locale e quando parlano i capi a nessuno
è permesso far proposte o altro. Ora si vuol fondare un circolo rivoluzionario onde poter
avere un locale a nostra disposizione per discutere dei nostri ideali ed interessi locali.
Per schiarimenti ed iscrizioni: ai compagni Dutto Bartolomeo e Mondino Pietro. Si rac­
comanda ai compagni di leggere “ La Protesta Umana” e di diffonderla tra gli amici ». È
firmata D.B. (è quindi pensabile Dutto Bartolomeo), pubblicata sul foglio anarchico mi­
lanese l’I luglio 1908, il foglio clericale di Cuneo « Lo Stendardo » riporta la lettera il
28 luglio e l ’organo socialista cuneese « La scintilla » la commenta IT agosto 1908.
41 Dutto Bartolomeo fu Michele, nato a Cuneo nel 1866, ivi residente, muratore, sche­
dato dal 1910 al 1942; Mondino Pietro, proprietario di quell’unica bicicletta di forma
antica che si trova nel Museo Civico di Cuneo, è nato a Castelletto Stura nel 1882, noleg­
giatore di biciclette, residente a Cuneo, lavorava alle basse dello Stura, fu confinato poli­
tico durante il fascismo, schedato dal 1910 al 1942.
42 A. ellena , Il movimento cit., p. 267, nota.

41
della città saranno tappezzate di manifesti rossi invitanti all’astensio­
nismo elettorale 43.

L ’individualismo
Luigi Fabbri, che aveva sempre sostenuto la presenza anarchica
seppure critica dentro il movimento operaio, allarmato da questa nuo­
va moda che andava prendendo spazio nell’anarchismo, pubblicò un
lungo saggio dal titolo L ’individualismo stirneriano nel movimento
anarchico sulla rivista romana « Il Pensiero », il 25 ottobre 1903 44.
Per gli individualisti risposero i fratelli Attilio e Ludovico Corbella,
prima su « Il Pensiero » del 16 febbraio 1904 e poi su « Il Grido
della Folla » di Genova4S. C ’è da dire due cose importanti sull’indivi­
dualismo dell’Attilio (di Ludovico, finora, non si ha nessun riferimento
né biografico, né politico): era giovanissimo, lo stesso Oberdan Gigli,
suo amico 46 nonché direttore del giornale genovese, individualista, in­
tervenne nel dibattito tra il Corbella e Fabbri per togliere quel velo
di amoralismo che l’indirizzo di Corbella faceva affiorare. Inoltre è
pure vero che questo tipo di individualismo ha poi visto gli esasperati
dell’« azione per l’azione » aderire all’interventismo prima e al fasci­
smo poi, ma il nostro Attilio Corbella rimarrà per 37 anni schedato
come antifascista, a prova che, quell’anarchismo individualista dei di­
ciassette anni, è certamente maturato.

I requisitovi
« Il termine requisizione divenne a poco a poco un termine tecnico
per indicare le rapine di denaro compiute per il bene della causa, di
cui di regola erano vittime quei simboli del potere impersonale del

43 A. ellena , Il movimento cit., pp 266-67.


44 pier carlo m asin i , Storia degli anarchici italiani all’epoca degli attentati, Mi­
lano, ed. Rizzoli, 1981, pp. 204-5.
45 p. c. m a sin i , Storia cit., note pp. 204-5. Attilio Corbella di Domenico, nato a
Cuneo, residente a Genova, ragioniere, risulta schedato dal 1904 al 1941. Ricerca isr c .
46 Anarchismo. Il mio anarchismo (agli amici Corbella). L ’articolo di Oberdan Gigli
è citato in P. c. m asin i , Storia cit., nota a p. 206.

42
denaro che sono appunto le banche » 47. L ’idea era condivisa da Giu­
seppe Platano, l’orfanello di Gaiola, uno dei componenti della famosa
banda Bonnot, « il giovane biondo, dai capelli crespi, il volto tondo,
dagli occhi blu », « mite anarchico misantropo » 48, « piccolo militante
biondo, che sognava una vita libera, chissà dove, in Argentina » 49.
Una breve biografia di Giuseppe 50 dice che aveva conosciuto l’anar­
chismo nell’emigrazione, a Paterson, in America. Tornato a casa, sep­
pure soggetto alla leva, nel 1901, scavalcò le Alpi e andò a Lione. Ri­
sultava disertore, intelligenza e coraggio non gli mancavano. Non si sà
come abbia conosciuto Jules Bonnot, ma ne condivise il senso pratico
della vita, un’infanzia travagliata, l’hobby per la meccanica e la con­
vinzione che una parte degli espropri dovesse servire per finanziare i
compagni di Parigi. _
Per anni la banda Bonnot mise in scacco la polizia francese e solo
— come in odierne situazioni — contraddizioni interne al gruppo ne
permisero la scomparsa. Giuseppe non vide la fine del gruppo: in uno
di quei viaggi a Parigi, il 28 novembre del 1911, si ritrovò una pallot­
tola in corpo. Erano soli, lui e Jules Bonnot, con i soldi per i compa­
gni. Victor Serge, allora a Parigi, tentò una ricerca interna: « Di bocca
in bocca corse voce che un individualista lionese, Bonnot, che viag­
giava con lui, lo avesse finito dopo che l’italiano si era ferito da sé
maneggiando una rivoltella»51. Il 21 dicembre 1911 il giornale cu­
néese « Sentinella delle Alpi » 52 pubblicò, col titolo Un anarchico
nostro conterraneo, un lungo necrologio, di cui ci sentiamo di condivi­
dere una frase: « L ’anarchico di Peveragno non era un delinquente

47 eric j. hobsbawn , I Banditi - Il banditismo sociale nell’età moderna, Torino, Ei­


naudi, 1971, p. 105. Per altro l’autore dimostra che la requisizione non è creazione, né
monopolio degli anarchici.
48 Bernard thomas, La Banda Bonnot, Milano, ed. Squilibri, 1978, pp. 18, 20.
49 victor serge , Memorie di un rivoluzionario, Milano, ed. Feltrinelli, 1983, p. 47.
50 Giuseppe Platano nasce il 30 novembre 1883 a Peveragno da ignoti, cfr. Arturo
o reggia, Da Cuneo alla Parigi della Banda Bonnot-Platanò, in « L ’Almanacco dell’Ar­
ciere », Cuneo, 1981, pp. 131-46.
51 La ricerca interna proposta da Serge si scontra con gli illegalisti che lo minac­
ciano. Victor Serge, anarchico, organizzativo, rivoluzionario nella Russia del 1917, redi­
geva a Parigi il giornale « L ’Anarchie ». v. serge , Memorie cit., p. 47.
52 arturo oreggia, Da Cuneo cit., p. 144.

43
comune ». Due anni dopo, il ministero federale di Berna comunicò al
nostro ministero degli Interni che un cuneese, di origini occitane, Pon­
za Giovanni53, « è detenuto nelle carceri di Ginevra per un furto con
tentativo di scasso, avendo con sé speciali ferri del mestiere » 54. Per
la polizia non era un nome nuovo, l’ambasciata italiana a Parigi lo
aveva già segnalato in una lettera del 16 marzo 1911, raccontandone
a suo modo la biografia: quel giornalista anarchico « si sarebbe imbar­
cato per Buenos Aires e stretto amicizie con gli anarchici italiani, spa­
gnoli, russi. Poi andò in Brasile, dove pare sia stato espulso per le sue
idee. Ritornò in Argentina, dove rimase fino al novembre 1910, quan­
do partì per Barcellona » 55, continuò il collegamento con gli anarchici
a Marsiglia, a Bordeaux, ed infine a Parigi. « Sprovvisto di mezzi », era
abbastanza conosciuto da essere soccorso dai compagni. L ’ambasciata
di Parigi finisce il suo rapporto con un giudizio: « istruito, intelli­
gente, conosce bene il francese, l’inglese e un po’ di tedesco ». Dichia­
rato renitente alla leva, le ultime notizie su di lui si fermano al 1914,
ed a questa data si fermano le ricerche poliziesche 5657: è logico pensare,
quindi, che « renitente alla leva » sia stato dichiarato pure allo scop­
pio della prima guerra mondiale.

Contro la guerra e la pace sociale

Marzo 1912; l’anno prima, l ’Asino italiano37, come lo definisce


Bartolomeo Vanzetti, aveva proclamato la guerra ai turchi per conqui­
starsi la Libia. I richiamati del 73° fanteria, di stanza ad Alba, che

53 Ponza Giovanni Antonio di Luigi, nato ad Acceglio, valle Maira, nel 1891, risulta
residente in Francia, giornalista, schedato dal 1911 al 1939. Ricerca isr c .
54 Lettera del 16 marzo 1911 dell’Ambasciata italiana a Parigi. Ricerca isr c .
55 Dalla lettera cit. dell’Ambasciata italiana a Parigi. Materiali di ricerca is r c .
56 II Consolato italiano a Londra, nel novembre 1914, lo segnala nel quartiere italo-
francese di quella città. Le ricerche proseguono fino al 1938. Ancora nel 1933 il « Bollet­
tino delle Ricerche » ed il « Registro delle Frontiere » entrambi organi di ricerca a cura
del ministero degli Interni fascista, lo segnalavano quale anarchico con l’ordine di arre­
starlo. Ricerca isr c .
57 Bartolomeo vanzetti, Autobiografia e lettere inedite a cura di Alberto gedda,
Firenze, ed. Vallecchi, 1977, p. 48, lettera del 12 marzo 1916, così Bartolomeo definisce
il re d’Italia.

44
stavano vedendo un film di guerra, quando udirono le note della mar­
cia reale, si misero a fischiare. Nelle loro caserme erano stati trovati
manifestini antimilitaristi58.
Due anni dopo, l’eco dell’insurrezione marchigiano-romagnola con­
tro la guerra e la monarchia59, detta « settimana rossa », giunse a Cu­
neo. Era il 9 giugno 1914, si temeva che l’agitazione dei ferrovieri,
anche in città a Cuneo, prendesse una forma politica: a fine maggio al
circolo Fratellanza aveva parlato un anarchico genovese e pochi giorni
dopo la polizia aveva disperso una manifestazione di lavoratori60. Ma
la Camera del lavoro non indisse alcuno sciopero di solidarietà, mentre
ad Ancona, con la popolazione insorta, per una settimana, continua­
rono a scioperare solo i ferrovieri — con dure conseguenze per loro
— e l’Unione sindacale italiana61. A Cuneo, l’i l giugno, al teatro
Toselli, il Comitato anarchico, la Sezione socialista ed il Fascio giova­
nile socialista tennero una manifestazione di solidarietà quando ormai
il Partito socialista, a livello nazionale, e la cg il avevano telegrafato
la cessazione dello sciopero: parlarono i socialisti Serafino Arnaud e
Antonio Riba, « in sostanza ci si preoccupò piuttosto di placare gli
animi » 62. La guerra ne placherà molti. Troppi.

58 « Sentinella delle Alpi », 11 marzo 1912; cfr. l . costamagna, a. ravera, II socia­


lismo, tesi laurea cit., p. 371.
59 « E dappertutto si vedono agire in bella concordia repubblicani, socialisti, sinda­
calisti ed anarchici. La monarchia è condannata ». Dal « Manifesto degli anarchici al po­
polo », Ancona 17 giugno 1914, in gino cerrito , Dall’insurrezionalismo alla settimana
rossa, Firenze, ed. C.P., 1977, p. 237. Il 7 giugno del 1914 era indetta dalle locali forze
politiche progressiste, le stesse succitate nell’appello, una manifestazione contro la guerra
e per la libertà del soldato insubordinato Augusto Masetti. A Villa Rossa, luogo della
manifestazione, la polizia sparò, la gente si rivoltò e organizzò la resistenza.
60 A. ellena , Il movimento cit., p. 334 e nota seguente.
61 « Lo sciopero ferroviario durò fino al 14 giugno per garantirsi contro eventuali
licenziamenti. La settimana rossa era finita. La reazione si abbatté sui ferrovieri », in
armando borghi, Mezzo secolo cit. p. 151. Il Borghi era segretario dell’Unione sinda­
cale italiana, a dirigenza sindacalista e anarchica, nata nel 1911 dal rifiuto del patto co­
mune cgil-p s i . Fu il secondo sindacato italiano, antimilitarista, antifascista, durò fino al
1925. Ricostituitosi nel dopoguerra, vive tuttora, mantenendo la sede dell’Esecutivo ad
Ancona.
62 A. ellena , Il movimento cit., p. 335. « Il 9 giugno [1914, ndr] il Partito Socia­
lista sancì lo sciopero », a firma Lazzari e Morgari. Il giorno dopo il Sindacato ferrovieri
ricevè il seguente telegramma: « Segretario Confederazione Generale del Lavoro Rigola
dirama circolare a tutte Camere del Lavoro confederali per cessazione entro mezzanotte
dello sciopero », in armando borghi, Mezzo secolo cit., pp. 147-48.

45
« D o v ’è l ’elevazione m orale che la guerra avreb­
be dato al m ondo? D o v ’è il progresso spirituale
che avremmo raggiunto in seguito alla guerra?
D o v ’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose
che noi possediam o p er le nostre necessità? D o­
v ’è il rispetto per la vita um ana? D ove sono il
rispetto e l ’ammirazione per la dignità e la bon­
tà della natura um ana? [ ...] Sono tanto convin­
to di essere nel giusto che se voi aveste il p o­
tere di ammazzarmi due volte e per due volte io
potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esat­
tamente ciò che ho fatto finora ».

Bartolomeo Vanzetti63

63 Le frasi di Sacco e di Vanzetti sono tratte da luigi botta, Sacco e Vanzetti: giu­
stiziata la verità, Cavallermaggiore, ed. Gribaudo, 1978, p. 245 (N. Sacco) e p. 107 (B.
Vanzetti).

46
La Capitanata ai tempi di Ferdinando Sacco
V irgin ia R e g n ate la

La Capitanata dagli ultimi anni dell’800 ai primi del ’900

Al momento della costituzione del Regno d ’Italia, la Capitanata


versava in una condizione socio-economica disastrosa. L ’unità aveva
qui trovato una forma economica feudale, la proprietà rappresentava
un vero vestito d ’Arlecchino nel quale erano presenti le più svariate
forme di possesso con conseguenti svariate forme di diritti e obblighi.
C’erano terreni allodiali, patrimoniali dei Comuni e burgensatici,
feudali dei baroni e della Chiesa, demaniali dei Comuni detti univer­
sali e demaniali regi. Sciogliere tutti questi nodi e stabilire una buona
volta quale carattere dovessero assumere tutte queste forme di pro­
prietà significava colpire e annullare vecchissimi usi, tradizioni mille­
narie, urtare la suscettibilità di gente abituata da secoli a godere diritti.
D ’altra parte la borghesia non era matura per una riforma vera­
mente radicale: quando cominciò il Risorgimento, le idee di una bor­
ghesia liberale provenivano da regioni culturalmente molto diverse e
non dalla Capitanata. Così la legge del 26 febbraio 1865, che scio­
glieva i vincoli della pastorizia, non risolse i problemi socio-economici
della Capitanata, ma rappresentò solo l’inizio di una nuova tappa della
lunga lotta tra proprietari e lavoratori \ Le terre del demanio liberate

1 m ichele magno, La Capitanata dalla pastorizia al capitalismo, Roma, ed. Centro


Ricerche Studi, 1975, pp. 35 sgg.

47
dal vincolo del pascolo non furono distribuite a chi non aveva niente,
furono messe in vendita come quelle che lo stato potè attribuirsi abo­
lendo i diritti del baronato e della Chiesa.
Chi comprò? Chi aveva soldi, cioè la borghesia sia locale, sia di
altre regioni. In questo modo non si ebbe la lottizzazione delle terre
e l’agricoltura stentò più che mai a decollare. Il frazionamento dei ter­
reni, che avvenne in parte dopo, fu tardivo e lento e non per volontà
del potere, ma per necessità di cose.
Del resto non sarebbe stato nemmeno utile dividere quella terra
tra chi non ne aveva: la piccola proprietà in un paese così problema­
tico, anche dal punto di vista geologico e metereologico, senza infra­
strutture, non avrebbe potuto sopravvivere. Mancava tutto: strade,
acqua, case, mancavano capitali, mancava lo sviluppo di un equilibrato
credito agrario, mancava la tradizione di un’agricoltura diretta, manca­
vano macchine sufficienti ed efficaci. Quella benedetta « terra salda » 2
che per tanti secoli era stata ingrassata dal fimo degli animali, prima
costava una tremenda fatica a chi voleva dissodarla, poi per alcuni anni
rendeva abbondantemente ma dopo un po’ ritornava sterile. Ce lo spie­
ga Antonio Lo Re:

Si continuava a coltivarla con strum enti inadeguati, affondando al m assim o


fino a 12 cm .; occorreva introdurre nuovi tipi di aratro, che riuscissero ad affon­
dare fino a 35-40 cm. ed i risultati sarebbero stati m olto diversi perché, oltre
a raggiungere strati non ancora sfruttati, si sarebbero raggiunte quelle benedette
falde acquifere 3.

Queste cose non poteva farle un piccolo proprietario. Così la più


diffusa forma di proprietà in Capitanata rimase il latifondo con la so­
lita caratteristica sociale di due classi ben definite: i pochi proprietari,
ricchi, detentori del potere e i moltissimi padroni solo delle proprie
braccia.

2 Così la definisce in tutto il suo libro d. lamura , 'Terra salda, Foggia, ed. Organiz­
zazione Leone, 1958.
3 Antonio lo re , Capitanata triste, Cerignola, ed. Scienza e Diletto, 1903, p. 52.

48
I contratti di fittanza e il proletariato agricolo

Furono diversi, con diverse conseguenze, specie nella viticoltura


che iniziava ora ad essere immessa4. Il contratto più in uso fu quello
a miglioria, o colonia miglioritaria; un patto iniquo per il quale, dopo
29 anni, al proprietario ritornava la terra con tutte le migliorie appor­
tate, più il rimborso delle spese iniziali maggiorate degli interessi, più,
dal quarto anno in poi, un estaglio in denaro. C’erano poi anche con­
tratti a breve tempo, di cinque o sei anni, e questi furono dannosis­
simi per la terra, poiché l’affittuario sapendo di dover andare via in
breve tempo, non apportava nessuna miglioria e sfruttava lo strato
superficiale del terreno, lasciandolo poi completamente sterile. Un
altro contratto era quello di enfiteusi, anzi un’enfiteusi particolare che
in realtà risultava una- vendita con il pagamento dilazionato a dieci
anni. Questo, in uso particolarmente nel territorio di San Severo, si
mostrò molto proficuo; infatti dal suo uso venne fuori, proveniente
dalla classe dei lavoratori dei campi, quella schiera di piccoli proprie­
tari che riuscirono a sopravvivere e a far decollare la viticoltura della
zona.
L ’altro contratto, quello a miglioria, fu usato particolarmente a
Cerignola, dove si affermò maggiormente la produzione cerealicola.
Queste diversità furono anche diversità di sviluppo e diversità di
eventi sociali e politici delle due zone. La categoria sociale dei brac­
cianti rappresentava il vero e proprio esercito dell’agricoltura. Nulla-
tenenti, in un paese e in un’epoca in cui la programmazione delle na­
scite sarebbe stata roba da fantascienza, eternamente affamati, pronti
ad arrivare come cavallette là dove si delineasse la benché minima
speranza d’ingaggio, pronti a strapparsi l ’un l’altro anche una sola ora
di lavoro, fin troppo pochi nei momenti cruciali della mietitura e della
vendemmia, costretti all’inerzia e alla fame per mesi e mesi quando i
lavori della campagna ristagnavano, specie nel latifondo dove il pa­
drone non sentiva il bisogno di miglioria. Si accalcavano nei centri

4 M. MAGNO, La Capitanata cit., p. 158; A. fraccacreta, Scritti meridionali, Napoli,


ed. c e sp , 1906, p. 99.

49
maggiori in attesa d ’ingaggio 5; qualche massaro apriva loro la bocca,
palpava i muscoli, così capiva se valevano un mulo. Nel Foggiano, per
le condizioni metereologiche, gran fortuna era se poteva lavorare 250
giorni all’anno e la paga era, per il maschio, da lire 1,30 a lire 2,00 al
giorno e lire 0,70 per la femmina; si arrivava così ad una cifra tra le
lire 300 e lire 500 annue per il maschio e meno di lire 200 per la
femmina. Intanto per l’afhtto di un vano a pianterreno occorrevano
lire 120 o anche lire 200 l’anno6: un antro affumicato, senz’acqua
né luce.
Ultima categoria sociale, i terrazzani. Nomadi, raccoglitori, filosofi
naturalisti, vivevano di tutto ciò che poteva venirgli spontaneamente
sottomano.
La piccola proprietà invece cercava di farsi strada particolarmente
nel campo della viticoltura, dovendo però superare infinite difficoltà,
prima fra tutte la mancanza di capitali e l’insufficienza del credito.
Vere banche agricole stavano forse nascendo; per il momento però
l ’agricoltore pugliese doveva servirsi delle banche non specializzate
che gli fissavano un tasso d’interesse molto superiore a quelli con­
cessi al Nord. Quanto alle modestissime industrie di Capitanata, per
capire quanto poco esse potessero incidere sull’economia del paese e
quindi quanto potessero contare nella lotta politica, basterà ricordare
che nel 1903 occupavano solo 4827 operai7.

Socialisti e anarchici

Gli anarchici e i socialisti trapiantarono qui idee nate altrove. Pe­


raltro attecchirono immediatamente, ma poi furono destinate a seguire
vicende diverse da quelle che si svolsero al Nord, come diverso era

5 M. magno, La Capitanata cit., p. 73.


6 a. fraccacreta, Scritti cit., p. 107.
7 « In provincia di Foggia le fabbriche erano rappresentate da 125 mulini che im­
piegavano 435 lavoranti; il resto delle maestranze era diviso tra alcuni stabilimenti eno­
logici, frantoi d ’olio, fabbriche di pasta alimentare, di botti, di laterizi, di sapone e di
candele. La provincia di Foggia aveva una delle più basse percentuali nazionali di occu­
pati nelle industrie: 16 su mille abitanti (in confronto ai 21 di Bari e 17 di Lecce). Non
parliamo poi di un paragone con una città del Nord: Milano aveva 113 operai su mille
abitanti e Como 131 ». A. fraccacreta, Scritti cit., pp. 52-53.

50
il tessuto sociale a cui si riferivano. Come sappiamo il 28 settembre
1864 veniva fondata a Londra l’Associazione internazionale dei lavo­
ratori, la Prima Internazionale.
Questo fatto non poteva non avere risonanza anche in Italia, so­
prattutto per opera del pugliese Cafiero che era in contatto con Marx
ed Engels 8; ed è al Sud, a Napoli che nel 1869 nasce la prima sezione
italiana aderente all’Internazionale. Da quel momento anche il movi­
mento anarchico pugliese diventò in breve ampio e nutrito, con mili­
tanti quali Covelli, Paladino, Cafiero, occupati ad organizzare l’attività
anarchica in tutta l’Italia. Fino al 1877 i principali elementi del movi­
mento anarchico italiano erano in fondo tre ragazzi: Cafiero, appunto,
Costa e Malatesta, rispettivamente di 26, 21 e 18 anni.
Dopo il tentativo insurrezionale del 1877 9 nel Matese, avvenne
in Costa il ripensamento ideologico che lo portò, nel 1879, a scrivere
la lettera aperta agli amici di Romagna per spiegare il suo allontana­
mento dal movimento anarchico e l’abbraccio alla strategia parlamen­
tare socialista. Il disorientamento che ne seguì si aggiunse alla repres­
sione indiscriminata e all’esilio di Cafiero e Malatesta, nonostante tutti
risultassero assolti nel processo. Per sfuggire alle persecuzioni gli inter­
nazionalisti dovettero darsi alla latitanza; circoli e federazioni spari­
rono per ricostituirsi solo dopo il 1883. In Puglia il compito di rico­
struzione fu dovuto all’opera di Antonio Murgo un insegnante di Man­
fredonia. Le notizie storiche del movimento anarchico pugliese però
si fermano q u i10 coi nomi di Corrado Pailadino, di Cagnano Varano,
Michele Angiolillo e Roberto D ’Angiò di Foggia. La mancanza di no­
tizie si può spiegare col fatto che in quegli anni il movimento era co­
stretto ad agire sotto un massiccio controllo poliziesco. I prefetti rice­
vevano continuamente segnalazioni di rivolte che poi non avvenivano
neppure. Sapete tutti poi che nei vari carteggi prefettizi i sovversivi
erano indifferentemente denominati anarchici, socialisti o repubblicani;

8 luigi guttagliere , Gli anarchici in Puglia dal 1872 al 1892, Poggibonsi (si), ed.
Lalli, 1986, pp. 11 sgg.
9 Giu sep pe galzerano (a cura), La Banda del Matese, Casavelino Scalo ( sa ), ed.
Galzerano, 1977.
10 L. GUTTAGLIERE, Gli anarchici cit., p. 57.

51
cosa che, mentre concorre a rendere difficili le ricerche sul movimento
anarchico, d’altra parte denota la grande ignoranza dei funzionari regi
e la loro pochissima conoscenza della situazione reale. Altro partico­
lare da notare è che i continui incitamenti alla rivolta in Puglia, sia da
parte degli anarchici, sia di socialisti o repubblicani, si rivolgono sem­
pre alle plebi rurali per l’occupazione di demani comunali e contro le
amministrazioni comunali che sono responsabili delle quotazioni della
terra. Era un primo modo di affrontare il tema della riforma agraria.
Una soluzione la davano i notabili stessi: erano loro che organizzavano
le prime società di mutuo soccorso, dove meglio si potevano aggregare
e controllare i contadini dando nello stesso tempo il miraggio di una
soluzione pacifica del problema.
Intanto con il Congresso di Genova del 1892 nasceva il Partito
socialista. Le proposte di organizzazione assumevano caratteri ben
diversi. A Bari la Federazione socialista nacque il 26 febbraio dell’anno
seguente ed il 19 settembre del 1896 a San Severo si tenne il primo
congresso Dauno del Partito socialista. Se per il vertice del partito si­
gnificava maggiore garanzia di entrare al Parlamento, alla base signifi­
cava per la Capitanata la formazione delle prime quattro società ope­
raie. Il partito socialista risentiva della esclusione al voto degli analfa­
beti e di chi non poteva pagare lire 40 per iscriversi alle liste eletto­
rali; inoltre non era immune dal conflitto interno tra rivoluzionari e
riformisti. La corrente riformista fu fortemente osteggiata in una Pu­
glia dove i problemi fisici della miseria e dell’arretratezza erano acu­
tizzati 11. Le leghe dei contadini di Puglia rimasero sempre contrarie
alla politica dei dirigenti del partito socialista, nei lunghi anni durante
i quali questi aderirono alla corrente riformista; verso costoro le masse
dei braccianti restarono diffidenti e furono persino refrattarie all’ade­
sione alla Federterra, che giudicavano incapace, come il p s i e la c g il ,
di comprendere i bisogni delle masse bracciantili del Mezzogiorno. Nel
1909 a Cerignola ad opera del bracciante diciassettenne Giuseppe Di
Vittorio e di alcuni suoi compagni si ebbe la costituzione del nuovo
Circolo giovanile, destinato a segnalarsi in polemica aperta coi diri­

11 m . magno, Galantuomini e proletari in Puglia, Foggia, ed. Bastogi, 1984, p. 77.

52
genti e gli organi del partito prendendo parte così alla propaganda
contro lo sfruttamento padronale, la disoccupazione, contro la libertà
degli agrari di reclutare manodopera da altri paesi, contro il clerica­
lismo e l’intervento militare. Quel circolo giovanile fece sentire poi la
sua protesta in occasione dell’uccisione in Spagna di Francisco Ferrer
e per la venuta dello zar in Italia e per l’impresa di Libia. Era il 14
luglio 1911, alla manifestazione di Cerignola aderirono anche la Ca­
mera del lavoro di Milano, i sindacalisti rivoluzionari di Parma, la Fe­
derazione giovanile socialista di Roma. In seguito, quando giunse la
notizia della dichiarazione di guerra alla Turchia, tutta la popolazione
di Cerignola manifestò il suo rifiuto con uno sciopero cui aderirono
non meno di ventimila persone 12.
Intanto contro l’attività dei socialisti e degli anarchici nascevano
le associazioni agrarie dei proprietari e dei grandi affittuari per otte­
nere maggiori misure protettive ed in particolare per mantenere il
dazio sul grano importato dall’estero. Si erano già accorti che le so­
cietà di mutuo soccorso non erano servite al loro scopo. Le contrad­
dizioni sociali in Puglia erano troppo stridenti: su 66 associazioni
agrarie in Italia nel 1908, 33, il 50 per cento, erano in Puglia 13.
Fra il 1900 ed il 1915 c’è un lungo elenco di scontri a fuoco, 24
per la precisione, tra forze dell’ordine e lavoratori, da Foggia a Ta­
ranto, da Cerignola a Lecce. Se a queste azioni armate si aggiungono
gli scioperi e gli arbitrati, dove non vi fu uso di armi, si vede che il
fermento fu continuo 14. Dal 1900 al 1903 si contano una trentina di
casi: i contadini andavano ad eseguire lavori dove non erano richiesti
e a fine giornata chiedevano il compenso. Lo sciopero del 15 maggio
1900 a Foggia riuscì a far accettare le tariffe di paga proposte dalla
Lega. Era la prima vittoria, significava un punto di riferimento impor­
tante per le altre trattative. La seconda vittoria si avrà tra due anni,
a Cerignola il 28 maggio 1902 e per la prima volta si fissarono gli
orari di lavoro. Giolitti, allora ministro di polizia, telegrafò al prefetto

12 m . magno, Galantuomini cit., pp. 80 sgg.


13 Ibid.
M Ib id , p. 107.

53
di Foggia 15: « Duoimi vedere che prefettura è retta da funzionario
inetto. Mi telegrafi immediatamente esecuzione ordine che le ho dato
(presenza forze armate e stato d’assedio) ». E dopo i disordini avve­
nuti a Stornara il 1° giugno 1902, altro telegramma al povero prefetto:
« Vedo che Ella non ha energia necessaria per reggere provincia. La
avverto che se altri fatti simili avvengono sua carriera finirà in modo
poco decoroso ». Mentre nell’Italia settentrionale, come in molti paesi
d’Europa, il diritto di sciopero si affermava sempre più ampiamente,
da noi, al Sud, veniva invece ampiamente negato. Mentre il Tribunale
di Biella, nel 1907, dichiarava di non poter applicare l’art. 166 del
codice Zanardelli sulle violenze degli scioperanti contro i crumiri, in
quanto non potevano essere considerate reato poiché difesa di un di­
ritto, ben diverso fu il verdetto del Tribunale di Lucerà sui fatti del
2 novembre 1907 a Torremaggiore.
Quel giorno lo sciopero si concluse tragicamente 16. La causa ini­
ziale fu la richiesta al sindaco, da parte della Lega dei contadini, di
convocare i propri rappresentanti e quelli degli agrari per trattare al­
cuni argomenti d’interesse comune. La proposta fu accettata e le trat­
tative avviate, ma gli agrari, forti della presenza del viceprefetto e del
capitano della compagnia dei carabinieri di San Severo, non vollero in
alcun modo aderire alle richieste dei lavoratori. Questi allora procla­
marono lo sciopero e si distribuirono ai crocicchi delle strade, per im­
pedire l ’arrivo dei crumiri. Bastò che alcuni contadini cercassero di
fermare un carretto, che evidentemente portava crumiri sul luogo del
lavoro, perché la forza pubblica immediatamente prendesse a sparare
sulla folla, colpendo mortalmente una donna, morta il giorno dopo
all’ospedale di San Severo. Gli arrestati furono 44 ed il Tribunale di
Lucerà ne condannò 34 per violenza, resistenza e attentato alla libertà
del lavoro.
Ben più cruento fu lo sciopero dell’8 settembre 1909 a Candela.
Anche qui i contadini richiesero di poter trattare con gli agrari. In
risposta costoro presero a far affluire crumiri, nonostante la resistenza
dei contadini che si erano organizzati. Il brigadiere Enrico Centanni,

15 Ibid., p. 124.
16 Ibid., pp. 152-53.

54
che riceverà più tardi un encomio solenne quale degno figlio di Bava
Beccaris, diede l’ordine di sparare all’impazzata. Il bilancio fu di otto
morti e parecchi feriti.

Conclusioni

Qui la lotta di classe era veramente impari. A questa situazione si


aggiungevano le condizioni metereologiche sfavorevoli e una politica
economica internazionale che incideva negativamente, con alti e bassi,
in quell’attività che si stava dimostrando la più risolutiva per l’econo­
mia pugliese: la viticoltura. Infatti, quando nel 1875 la filossera di­
strusse gran parte dei vigneti francesi, si ebbe un forte incremento
della viticoltura in Puglia e specie in Capitanata, particolarmente nelle
zone di San Ferdinando e di San Severo; ma quando nel 1888 ci fu
la rottura del trattato di commercio con la Francia, la vite pugliese ri­
cevette un grave colpo. Nei tre anni seguenti si cercarono altri mercati,
in Austria, in Ungheria, che poco dopo abolivano anch’essi nei loro
trattati la clausola per i vini. Nel 1907 e nel 1908 si ebbe invece una
crisi grave per sovrapproduzione, mentre due anni dopo il prezzo del
vino tornava a salire perché il raccolto era stato pessimo.
A Torremaggiore, nella Capitanata, la famiglia Sacco, come molte
altre di origine contadina, stava emergendo proprio sulla base di que­
sta nuova economia, con il commercio del vino. Come molte altre,
vedeva due suoi figli, Sabino e Ferdinando, che poi prese il nome di
Nicola, nell’elenco, lungo, lunghissimo, degli emigranti pugliesi verso
l’America. Era il 1908, lo stesso anno di Vanzetti. L ’America divenne
allora quello che non era stata l’Italia: luogo di congiunzione tra pro­
letari del Sud e quelli del Nord.

55
Emigrazione anarchica italiana in Australia
Moreno Marchi

Scacciati senza colpa


gli anarchici van via
e partono cantando
con la speranza in cuor.

Sfidando la melensa retorica, sempre in agguato in simili circo­


stanze, è mio desiderio far preludere il mio intervento da un saluto a
Joe ed Ellen Hart, Bob James e l’intera Libertarian workers for a
self-managed society di Melbourne che, quale suo esponente, in que­
sto convegno io rappresento. Un gesto di cordiale augurio va inoltre
alla reduce « pattuglia storica » degli anarchici italiani emigrati in Au­
stralia: Giovanni Farello, Raffaele Turco e Bruno Vannini. In modo
particolare è a Bruno Vannini, figura e tramandatore dell’anarchismo
australiano di matrice italiana (il quale durante l’ultimo conflitto mon­
diale prestò servizio proprio in queste zone, dislocato tra il colle di
Tenda ed il colle della Maddalena, prima di essere catturato e tradotto
nei campi di concentramento tedeschi), che va un mio affettuoso ri­
cordo e ringraziamento.

L ’espandersi e l’evolversi dell’idea e del movimento anarchico in


Australia non ha mai raggiunto quella dimensione, sia quantitativa
che qualitativa, tipica invece di quei paesi abituali prede della coloniz­
zazione-migrazione europea, come l’America Latina, gli Stati Uniti, il
Messico e, con minore consistenza, il Canada.
Tra le varie e probabili cause di un simile mancato radicamento e
sviluppo, primeggia quella che vede l’Australia relativamente colpita
con meno esacerbata violenza, dalle problematiche razziali emigratorie

57
— popolazione indigena a parte — e con conseguente più blanda ten­
sione etnica; frutto anche dell’assenza di grandi lotte di predominio
espansionistico infunanti, si vedano le vicende statunitensi, tra le me­
desime potenze coloniali. L ’emigrazione in Australia ha inoltre sempre
interessato gli strati generalmente più poveri ed emarginati delle popo­
lazioni, per le quali il nuovissimo continente potenzialmente offriva più
possibilistiche e rassicuranti prospettive occupazionali che non gli or­
mai « vecchi » e saturi poli tradizionali. A cominciare proprio dal Nord
America, ove già era in corso, dopo l’era pionieristica, una connota­
zione sociale, politica, etica ed economica ricalcante, tra innovativi e
reazionari anacronismi, gli originari modelli europei.
Date quindi le condizioni di una apparente migliore, o perlomeno
non troppo traumatica, vivibilità socio-materiale, una apparente armo­
nia etnica ed anche, e soprattutto, una scarsa preparazione culturale
intellettuale e quindi critico-analitica, della semitotalità dell’emigra­
zione (in cui altissima era la percentuale dell’analfabetismo), l’anar­
chia in Australia ha sempre stazionato su posizioni in prevalenza mar­
ginali e di limitata incidenza sociale.
Volendo assumere una data di riferimento tramite la quale con­
trassegnare la « nascita » dell’idea anarchica in Austrialia, questa si
può far risalire al 1° maggio 1886, con la fondazione, a Melbourne, del
Melbourne anarchist club, sorto come diretta emanazione dell’Austra­
lian secular association. Figura di grande rilievo fu David A. Andrade,
seguace delle teorie di Prudhom e Tucker, il quale dopo aver auspi­
cato di

congiungere le cooperazioni di tutti quelli che si sono resi conto dell’innato male
delle proprie istituzioni governative e che desiderano la loro rapida distruzione a
generale beneficio dell’umanità

conclude il suo Manifesto di fondazione del club con l’appello a

patrocinare la formazione di associazioni volontarie simili al Club Anarchico di


Melbourne lungo Victoria e le sue vicine colonie e, con il loro comune accordo,
finalmente uniti assieme dare vita all’Associazione Australiana degli Anarchici1.

1 Traduzione italiana di m . marchi in « Tracce », Piombino, primavera-estate 1986.

58
Le adesioni al Melbourne anarchist club furono numerose e pro­
vennero in prevalenza dagli strati della disoccupazione, dell’emigra­
zione, dell’emarginazione, dagli ex galeotti, dagli addetti ai lavori più
precari, malsani e meno pagati e da associazioni perseguenti formule
di autogestione come l’Australian labor party. A questi si unirono inol­
tre personaggi di grande rilievo del dissenso antagonista australiano,
come Jack Andrews e « Chummy » Fleming; che esprimeranno la linea
più politicizzata, in senso anarco-comunista, del club.
Scarse, casuali o marginali furono nel frattempo le presenze in Au­
stralia, in periodi diversi e comunque brevi, di note figure della tradi­
zione libertaria: Marie Danhard, moglie di Max Stirner, Francisco Fer-
rer, in visita alle figlie residenti in Victoria, e Louise Michel, inviata
dal tribunale francese « versagliese » nelle galere della Nuova Cale-
donia.
Terminato il periodo cosiddetto eroico, è con i primi anni del nuo­
vo secolo, e principalmente con la comparsa, nel 1907, dellTndustrial
workers of thè world, che andò conformandosi in Australia una reale
e lucida presa di coscienza da parte delle masse lavoratrici sfruttate.
Ed è appunto in questo periodo che comincia ad evidenziarsi la pre­
senza dell’emigrazione italiana. Emigrazione che in seguito, negli anni
venti, con l’avvento al potere in Italia del fascismo, aumentò conside­
revolmente sino a raggiungere un discreto contingente negli anni im­
mediatamente precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Ciò nonostante si trattava pur sempre di un fenomeno abbastanza
ristretto, entro il quale il contesto dichiaratamente anarchico era mino­
ritario. Nel periodo infatti che va all’incirca dal 1920 al 1940 il nu­
mero degli attivisti anarchici italiani può essere con approssimazione
stimato su qualche decina di elementi, più un superiore seguito di sim­
patizzanti, dislocata in prevalenza a Sydney, Melbourne e nel Queens-
land.
In questa esigua pattuglia — esigua soprattutto se rapportata alla
vastità del territorio — vi furono però alcune individualità operanti
munite di solida preparazione, intraprendente determinazione ed attivo
entusiasmo, che riuscirono, tra miriadi di difficoltà ed incomprensioni,
a conferire al gruppo una non irrilevante struttura organizzativa e stra­

59
tegica. Senza dubbio sarà proprio questo il periodo più interessante e
fecondo di tutta la vicenda dell’anarchia italiana in Australia.
Nel 1926 venne fondata a Sydney, ad opera principalmente di
Francesco Carmagnola ed Isidoro Bertazzon tra le figure più rappre­
sentative dell’intera storia anarchica australiana, la Lega antifascista.
Un’associazione attorno alla quale si raccolse il primo compatto nucleo
operativo degli emigrati libertari italiani. Scriveva in quel periodo Car­
magnola:

N oi dobbiam o ricordare i nostri martiri non solo con discorsi e fiori ma con
le pistole, non come schiavi m a come uom ini. N on dobbiam o celebrare ma vendi­
care. U n popolo che non com batte la violenza con la violenza, che si piega sulle
ginocchia e condonante tollera infam i im posizioni da parte dei mercenari, non è
degno di questo n o m e 2.

La Lega antifascista svolse un intenso lavoro di diffusione e pro­


paganda delle idee anarchiche; numerose furono le conferenze, i dibat­
titi, manifesti e volantini inerenti i problemi più scottanti ed attuali,
sia locali che italiani, di controinformazione ed accusa. Venne inoltre
istituito un centro di ricevimento di gran parte della pubblicistica liber­
taria stampata in varie parti del mondo, con particolare riferimento,
oltre all’Italia, alla Francia, la Svizzera e gli Stati Uniti. Pubblicistica
che veniva poi gratuitamente distribuita e fatta circolare tra gli emi­
grati.
Carmagnola e Bertazzon diedero vita anche ad un giornale, « Il
Risveglio » (sembra nel titolo volutamente omonimo al giornale sviz­
zero di Bertoni), in cui era espressa l’elaborazione teorica della lega.
La vita de « Il Risveglio » fu però piuttosto breve; venne infatti proi­
bito dalle autorità australiane il 23 agosto 1927, dopo soli sei mesi di
attività. Il pretesto addotto fu quello di una mancata « registrazione »
del giornale, mentre il vero motivo va invece riscontrato nella continua
pressione esercitata dal Consolato generale italiano infastidito dagli ar­
ticoli di accusa contro il regime fascista e soprattutto, anche se meno
direttamente, dal terzo numero, successivo all’esecuzione di Sacco e

2 In Italiano, anarchico, antifascista, su « Nuovo Paese » (New Country), Sydney,


aprile 1986.

60
Vanzetti, che si apriva appunto con il titolo Lunga vita all’Anarchia;
degli anarchici saranno vendicati.
Da Sydney la coppia Carmagnola Bertazzon si trasferisce successi­
vamente a Melbourne dove, assieme ad altri compagni, fonda nel di­
cembre 1927, al 251 di Spring Street, il Club Matteotti, che, così
come la Lega antifascista, raccoglierà molti emigrati italiani, senza set­
tarie distinzioni di tendenze ed orientamenti. Il successo del Club Mat­
teotti è infatti immediato (tanto da doversi presto trasferire in una
ben più ampia ed accogliente sede); molteplici saranno le adesioni,
attivi e continui gli incontri, le discussioni ed i dibattiti. Molto fornita
risulterà inoltre la biblioteca, ricca di libri, opuscoli, giornali, riviste
e raccolta dati, al punto da divenire tra i maggiori e più accreditati
centri di informazione e documentazione libertaria in Australia.
Con data 23 agosto 1927-1928, Isidoro Bertazzon curerà per il
Club Matteotti il numero de « Il Calvario » in commemorazione di
Sacco e Vanzetti: « Per secoli e secoli il nome dei due Martiri risplen­
derà ed alimenterà la fiamma della riscossa nei lavoratori di tutto il
mondo. Per millenni durerà l’onta ed il disprezzo verso i plutocrati
assassini della Repubblica del dollaro », ammonisce il sottotitolo. Raf­
faele Schiavina traccerà un’incisiva biografia delle due vittime accom­
pagnata da un’antiretorica apologia del loro pensiero; mentre proprio
in riferimento al Club Matteotti si legge:

Da tutte le parti dell’Australasia ci arrivano lettere di solidarietà e molte do­


mande di nuovi soci, e, siamo certi, che se il regolamento non fosse così severo,
tutti gli Italiani di questa città sarebbero con noi sebbene i fascisti si sforzino di
scrivere sulle gazzette il contrario. I membri di questo Club sono tutto il fior fiore
della gioventù d’Italia che, chi per colpa del fascismo, o per trovare più pane e
libertà, hanno dovuto lasciare i più cari affetti per emigrare così lontano in una
terra che non avrebbero mai desiderato di conoscere 3.

Nel gennaio 1929 esce a Melbourne, ancora per opera dei soliti
Carmagnola e Bertazzon, « La Riscossa », un giornale di estrema im­
portanza, che presto divenne centro di analisi e raccordo per l’intera
emigrazione italiana. Il successo fu immediato e di larghe proporzioni,

3 « Il Calvario », Melbourne, 23 agosto 1927-1928.

61
soprattutto nel Queensland, ove numerosi erano gli italiani impegnati
nel taglio della canna da zucchero, e per alcuni numeri il giornale riu­
scì a raggiungere una tiratura di addirittura tremila copie; un lodevole
traguardo, vista l’esiguità del movimento e le enormi difficoltà contin­
genti.
« La Riscossa » uscì sino al 1936, nonostante le saltuarie sospen­
sioni e le innumerevoli peripezie, a causa delle quali dovette assumere
in alcune circostanze un diverso titolo di testata, come « Sempre Avan­
ti », o l’aggiunta del sottotitolo Quindicinale degli antifascisti delVAu-
stralasia. Ma anch’esso dovette infine cessare le pubblicazioni, sia per
le abituali, croniche difficoltà finanziarie, sia per alcuni punti di disac­
cordo teorico accentuatisi nel frattempo tra Carmagnola e Bertazzon
e sia, e particolarmente, per i numerosi, continui ostacoli legali e buro­
cratici frapposti dalle autorità australiane; sovente sotto pressante isti­
gazione del Consolato generale italiano. Non essendo ancora scoppiata
la guerra, i rapporti tra i due governi erano improntati nel segno della
cordialità e di una fattiva collaborazione repressiva.

In questa caccia senza tregua ad elementi di sinistra e comunisti, l’Investiga-


tion Branch stava dormendo (dimostrava cioè la propria incapacità). Fu Antonio
Grossardi, il Console Generale del Governo Italiano di Mussolini in Australia,
che si servì nel miglior modo possibile della Branch nella battaglia del Consolato
contro gli italiani antifascisti in Australia4.

In seguito inoltre alle sopraccitate divergenze d’impostazione cri­


tico-metodologiche con Carmagnola, Bertazzon già nel novembre del
medesimo anno di nascita de « La Riscossa », aveva dato vita, in con­
temporanea, ad un’altra sua pubblicazione, « L ’Avanguardia Liberta­
ria », che conobbe anche un discreto successo, quantunque pur’essa,
ed all’incirca per i soliti motivi, fosse costretta, due esatti anni dopo,
ad uscire di scena.
Il Club Matteotti operò attivamente e con straordinaria incisività
per sei anni, sino al 15 dicembre 1933, data in cui venne ufficialmente
chiuso. Esso segnò l’espressione più elevata di aggregazione, organiz­
zazione ed operatività mai raggiunto dalla comunità italiana politica-

4 F. cain , Origìns of politicai surveillance in Australia, Sydney.

62
mente impegnata. Le cause della chiusura del club furono in definitiva
le medesime condizionanti (come finora abbiamo visto) qualsiasi strut­
tura attiva di dissenso ed antagonismo dell’epoca: l’ostracismo delle
autorità federali e di polizia australiane, spudoratamente influenzate da
quelle locali italiane, l’estrema scarsità di mezzi finanziari, la disper­
sione quantitativa relativa alla vastità del territorio ed anche, sebbene
di una rilevanza secondaria, la diversità di vedute tra gli esponenti
delle varie componenti sociali ed ideologiche agenti al suo interno.
Negli anni successivi l’attività degli anarchici italiani cominciò ad
affievolirsi, divenendo meno costante, decisa e determinata. La loro
medesima, già penalizzante, esiguità numerica aveva inoltre subito una
ulteriore frammentazione causa la, non prevista, scarsità di lavoro con­
seguente alla grande depressione economica mondiale; per cui i pochi
attivisti finirono spesso* con il trovarsi geograficamente assai distanti
gli uni dagli altri. Lo stesso nucleo operativo si smembrò per seguire
le opportunità di quel poco lavoro che veniva loro offerto e che di
solito li relegava all’interno, nelle campagne; in modo particolare nel
Queensland, per il taglio della canna. Proprio nelle piantagioni di
canna da zucchero Carmagnola avrà l’occasione di proseguire la sua
lotta, indirizzata sia contro il fascismo e sia contro certo razzismo con
gradualità affiorante nei confronti degli immigrati. Parte inoltre da una
sua iniziativa il grande sciopero generale indetto dai tagliatori nel 1934
per ottenere che la canna venisse bruciata prima di essere tagliata, in
modo da arginare i numerosi decessi dovuti al « morbo di Weils »,
una grave malattia infettiva. Tale sistema preventivo è ancora in vigore
a tutt’oggi.
Va ricordata anche la grande manifestazione di protesta, inscenata
da diverse migliaia di persone, contro la violenta aggressione subita
da un antifascista da parte dei marinai della nave da guerra italiana
Montecuccoli in qunto erroneamente scambiato per Carmagnola.
Mai comunque gli anarchici italiani emigrati in Australia interrup­
pero i rapporti con l’Italia. Bertazzon, Franceschini e Panizzon, soprat­
tutto, rimasero sempre in stretto ed attivo contatto con personaggi
come Armando Borghi, Camillo Berneri, Pio Turroni, Luigi Bertoni
ed altri ancora.

63
Questo dunque, dagli anni venti allo scoppio della seconda guerra
mondiale, fu il periodo più importante della storia dell’emigrazione
anarchica italiana in Australia; periodo nel quale essa ebbe modo, no­
nostante la scarsità di uomini e di mezzi, di far sentire la propria pre­
senza e di lasciare ancor vive e profonde tracce.
Oltre ai ripetutamente ricordati Francesco Carmagnola ed Isidoro
Bertazzon, tra le figure più note ed impegnate di questa prima e fe­
conda fase, vi furono Valentino Ciotti, Francesco Fantin, Boris e Gori
Franceschini, Giuseppe Giurietto, Giuseppe Lisana, Gaetano Panizzon
e, in riferimento alla Lega antifascista ed a « Il Risveglio » di Sydney,
Giacomo Pastega con il cugino Angelo Cunial.

La situazione fu diversa nel dopoguerra. Molti emigrati rientrarono


in Italia, altri si ritirarono dall’impegno politico attivo ed altri ancora
finirono per disperdersi in modo definitivo in seguito ai lontani, for­
zati trasferimenti di lavoro. Tra i grandi propulsori inoltre, Isidoro
Bertazzon era tragicamente morto nel 1940, a quarantanove anni, tra­
volto assieme alla sua compagna da un treno ad un passaggio a livello.
Un’analoga tragica fine aveva fatto Francesco Fantin, ucciso da un fa­
scista il 16 novembre del 1942 (dopo essere scampato ad altre due
aggressioni subite il 19 agosto ed il 7 novembre del medesimo anno),
nel campo d’internamento 14-A a Loveday nel sud dell’Australia, ove
le autorità australiane avevano rinchiuso assieme gli italiani sia fascisti
che antifascisti. Il 19 agosto successivo Giovanni Cassotti, il fascista
uccisore di Fantin, fu processato per omicidio involontario e condan­
nato a due anni di lavori forzati; accusa e condanna si commentano
da sole.
È interessante al proposito notare come da parte del Governo Fe­
derale australiano venisse data disposizione di internare in appositi
campi di prigionia tutti quegli italiani civili (da non confondersi con
i militari, prigionieri di guerra, concentrati altrove) ritenuti « perico­
losi » per le loro idee. Soprattutto erano presi di mira i convinti asser­
tori fascisti ed i correlativi loro oppositori, anarchici e comunisti; che
appunto con estrema ingenuità o calcolata astuzia..., vennero imprigio­
nati assieme. Immaginabili quindi le inevitabili, frequenti risse, dege-

64
nerate in episodi come quello dell’uccisione di Fantin, legittimata poi
(nei disegni di una volontà che soprassedeva a monte una simile situa­
zione) dall’apparente incomprensibile rilascio di A. Degli Esposti, suo
amico e compagno, effettuato al solo scopo di evitare incontrollabili
ripercussioni interne al campo ed anche fastidiose, compromettenti
indagini sulla dinamica dell’accaduto.
Nei primi anni dopo la guerra giunse in Australia, soprattutto a
Melbourne, una nuova generazione di emigrati italiani, in prevalenza
tra i venticinque ed i quaranta anni, e quasi tutti recanti la diretta,
dolorosa esperienza della guerra e della prigionia. Facevano parte della
schiera anche alcuni anarchici, tra questi Bruno Vannini, attivista liber­
tario, reduce dai campi di concentramento tedeschi.
A Melbourne si formò dunque, per merito in particolare di Boris
Franceschini, già esponente del primo periodo e figura fondamentale
di questo successivo, un nuovo nucleo anarchico che nella fase mi­
gliore, databile tra il 1947 ed il 1960, riuscì a raccogliere, tra i reduci
dell’ondata precedente ed i nuovi arrivati, una trentina circa di ele­
menti.
L ’attività del gruppo era volta in prevalenza ad un incontro gene­
rale, fissato di mese in mese, durante il quale discutere, aggiornarsi e
raccogliere del denaro. Appuntamento mensile, questo che, sebbene
molto ridotto nel numero degli intervenuti, ha ancora luogo a tut-
t’oggi. Una volta all’anno veniva inoltre organizzato un grande picnic
anarchico con i medesimi, allargati presupposti; il quale però non si
verifica più dal 1965.1 fondi raccolti nel corso di questi incontri, men­
sili ed annuali, erano in maggior parte inviati a supporto di alcune
pubblicazioni anarchiche italiane, come « Umanità Nova », « Volon­
tà », « L ’Aurora », « Il Seme Anarchico » eccetera, ed estere, come
« Freedom » di Londra o « L ’Adunata dei Refrattari » di New York.
Le rimanenze venivano rimesse, l’incaricato era Vannini, a Pio Tur-
roni che le utilizzava in aiuto e sostegno ad alcune iniziative (tipo
quella a favore delle Vittime politiche), conferenze, solidarietà ed al­
tro; comprese le spese di corrispondenza ed invio pacchi in Australia;
spese non indifferenti, data l’ingente distanza. E puntuali dall’Italia
giungevano infatti libri, riviste, opuscoli, giornali, manifesti e mate­

65
3
riale anàrchico vario che veniva poi distribuito e fatto circolare per
l’intera comunità emigrata.
Verso la fine del 1952 ci fu un tentativo organizzativo più inci­
sivo. Venne deciso di prendere in affitto un locale in uno dei quartieri
di Melbourne ove più numerosi erano gli italiani, con lo scopo di co­
stituirvi una grande libreria-biblioteca anarchica. Ma il valido progetto,
già giunto a buon punto, finì poi nel niente. Sopravvennero infatti
incomprensioni di gestione, conduzione, archiviazione e quindi di at­
tiva presenza, quantunque prevista a regolare rotazione, che dati in­
vece i soliti problemi di distanza, impegni di lavoro, di famiglia e via
di seguito, fecero decadere il tutto.

Il curioso fu che proprio quelli che prim a di trovare il locale sem bravano i
più entusiasti ed asserivano che alla libreria-biblioteca si sarebbero dedicati anima
e corpo... furono i prim i poi a fare marcia indietro. N on è la prim a volta, pur­
troppo, che anche tra anarchici succedono queste cose per niente p ia ce v o li5.

mi scrive con amarezza Vannini.


Ancora deboli tentativi organizzativi. Dopo pochi mesi, nei primi
del 1953, fu acquistato un buon ciclostile per riprodurre in svariate
copie articoli di interesse e brani rilevanti tratti dalla stampa e lette­
ratura anarchica, da distribuire poi presso le abitazioni ed i locali di
ritrovo degli italiani. Anche questa esperienza ebbe però breve durata.
I motivi furono in definitiva i medesimi di tutte le altre iniziative
abortite. Questo ciclostile, dopo anni di inutilizzo, venne infine in­
viato, tramite un emigrato rientrante definitivamente in Italia, a Tur-
roni, che lo diede in seguito in dotazione ad un giovane gruppo mila­
nese.
Dal 1960 in poi la situazione è andata mano a mano peggiorando.
Una decina di attivisti anarchici ha fatto ritorno in Italia, tra questi
particolari personalità come Alvaro Mazzucchelli di Carrara, Egisto
Paolucci di Cesena, Gaetano Turco e Francesco Aprico di Cosenza.
Altri sono nel frattempo deceduti; soltanto nello scorso anno, in feb­
braio Francesco Carmagnola, a ottantasei anni, in aprile Boris France-
schini ed in agosto il fratello Gori, rispettivamente a settantaquattro

5 Lettera a M. Marchi del 6 dicembre 1986.

66
e settantadue anni. Altri si sono poi allontanati o ritirati, spesso a
causa dell’età. E, anche se sembra paradossale, in un paese grande
come l’Australia, ove massiccia è stata in questo secolo l’emigrazione
italiana, la sua componente anarchica sembra essersi ormai ridotta a
poche e disorganizzate unità, prive inoltre di collegamento. Tra queste
fungono da emblema Giovanni Farello, Raffaele Turco e Bruno Van­
nini, in età che vanno dai sessantasei agli ottantadue anni, rappresen­
tanti e continuatori dell’idea e della memoria libertaria italiana in Au­
stralia.
Siam o tutti e tre dei lavoratori. N essuno di noi è un intellettuale. Farello e
Turco sono a livello di scuola elem entare, io, il meno peggio, a livello di scuola
m edia inferiore. T ra i ciechi l ’orbo è re.
Come vedi la situazione adesso per gli anarchici italiani in A ustrialia è scon­
solante. N elle altre città australiane non risulta che ve ne siano. Credo che M el­
bourne sia l ’unica città in cui' abbia operato un gruppo di anarchici italiani. Forse
a Sydney, ci potrà essere qualcuno isolato 67.

La stessa bandiera anarchica da sempre portata dagli emigrati ita­


liani per le strade di Melbourne nel corso dell’imponente sfilata del
Primo maggio, da due anni non compare più.
Lo scorso anno comunque in occasione dei grandi festeggiamenti
indetti per il primo Centenario anarchico australiano (una riuscitissima
ed ampia manifestazione che ha visto la partecipazione di militanti
giunti da ogni parte del mondo) il movimento anarchico italiano di
Melbourne, sebbene appunto estremamente ridotto, ha testimoniato la
propria presenza sia tramite contributi finanziari, sia organizzando e
gestendo un incontro preparatorio e sia con la diretta ed attiva parte­
cipazione alle celebrazioni.
Parafrasando quindi quanto scrive ad augurio Bob James proprio
in merito al primo centenario dell’anarchia in Australia:

Q uesto non è m otivo di credere che 1’« ufficiale » e 1’« ufficiosa » rete anar­
chica non possano più ancora collim are nel futuro a comune beneficio del Secondo
Centenario anarchico austrialia.no1.

6 Ibid.
7 b . ja m e s , Anarchism in Australia; a brief history, in « Libertarian Workers Bul-
letin », Melbourne, maggio 1985.

67
Al suo auspicio ci uniamo con la speranza, scevra da ogni insulso
astrattismo di matrice idealistico-metafisica, che in quella futura circo­
stanza la memoria storica di questi uomini, anarchici italiani costretti
dalla miseria, dall’oppressione e dalla violenza ad una dolorosa emigra­
zione, ancora possa essere viva e presente a emblema di un perenne,
risoluto noi ai bottegai del pane e della libertà8.

Da « Libertarian Workers Bulletin », Melbourne, luglio 1987.

68
Note storico-considerative sul sindacalismo
conosciuto da Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco
in America negli anni 1908-1923
Giorgio Manga

« Non vi è da disperare nell’avvenire del genere umano finché esso


potrà produrre uomini di tale tempra ». Così scriveva nel giugno 1926
il vecchio Errico Malatesta nella rivista, da lui fondata — ultima « fa­
tica » prima che sopraggiungesse la morte — , « Pensiero e Volontà »,
in merito alla triste e disgraziata sorte che toccherà a due emigrati
anarchici italiani: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Queste note
storico-considerative, anche se un po’ carenti per certi aspetti, hanno
come fine il mettere in luce, in un contesto generale, quelle parti meno
conosciute della vita di Sacco e Vanzetti; vita che, vissuta nella mag­
gior parte in America, coincide in pieno con la loro militanza politica.
Due militanti anarchici, ma soprattutto due lavoratori, emigrati
verso la « terra della speranza » per avere un posto di lavoro, come
avvenne per migliaia di altri poveri emigrati che, come loro, avevano
visto erroneamente l’America come via della salvezza. Queste note sto­
rico-considerative hanno quindi soprattutto come fine l’individuare ed
evidenziare uno degli aspetti poco conosciuti della militanza politica
di Sacco e Vanzetti. È necessario a questo proposito far notare che sia
nel voler approfondire i temi relativi ad un’altra terra — l’America
appunto — , sia nel conoscere nuove abitudini, sia nel voler andare a
fondo nella scoperta dei mali che affliggevano altre genti, sia attra­
verso l’esperienza delle svariate attività di lavoro, Sacco e Vanzetti,

69
per conseguenza di cose ed avvenimenti, faranno inevitabilmente cono­
scenza dei principii del sindacalismo rivoluzionario \ D ’altra parte però
Sacco e Vanzetti svilupperanno fin dal primo momento, con contributi
scritti — articoli e lettere — attraverso la stampa anarchica italiana in
America, una critica positiva verso i principii del sindacalismo rivolu­
zionario. Ciò non toglie però che, pur restando anarchici, essi ne ab­
biano fatto uso nei casi di necessità. Lo dimostra anche il fatto, come
vedremo, che pur non essendo iscritti a nessuna delle organizzazioni
sindacali rivoluzionarie americane, a quel tempo molto attive, essi
siano riusciti ad organizzare degli scioperi e delle manifestazioni di
protesta a livello sindacale, con dei risultati di successo. Senza alcun
dubbio, i maggiori problemi che i due militanti anarchici si trovavano
di fronte, durante la loro esistenza in America e nella loro attività
politica, erano dipesi da quell’ideologia statunitense che ergeva a mito
la patria libera ed il corporativismo liberale (due fattori che ancora
oggi determinano la struttura portante della società americana). Due
realtà conseguenzialmente legate alle condizioni sociali e soprattutto
economiche, certamente non abbienti, della classe operaia e degli strati

1 Per sindacalismo rivoluzionario si intende quello elaborato e diffuso dalle varie


organizzazioni sindacali americane quali: l’Industrial workers of thè world (rww), com­
posta dai « wobblies », come vennero chiamati familiarmente gli aderenti, e creata dalla
confluenza di tre tendenze presenti nella sinistra americana di quel tempo: il Socialist
labor party di Daniel De Leon (di tendenza marxista-leninista), il Socialist party of Ame­
rica (di tendenza conservatrice, con delle profonde ambiguità ed una non-chiarezza ri­
guardo alle forme di lotta. Questa non-chiarezza lo portò poi, successivamente, alla rot­
tura con l’iww, organizzazione fautrice dell’azione diretta e non mediata), ed infine la
corrente dei sindacalisti rivoluzionari guidata da Mother Jones. L ’iww, attualmente
ancora esistente in America, fu propugnatrice della lotta di classe tra padroni e operai,
differentemente dall’American federation of labor ( a fl ) la quale sostenne invece la poli­
tica dei sindacati di mestiere su posizioni di « collaborazionismo sindacale », di profes­
sionalità e di difesa degli interessi solo dei propri iscritti. Un tentativo di superamento
di questa concezione di sindacalismo di mestiere fu fatto nel 1869 con la fondazione del
Knights of labor (Cavalieri del lavoro), organizzazione operaia ostile al sistema salariale
e con una profonda ispirazione religiosa. Essa proponeva l’idea della solidarietà tra lavo­
ratori, bianchi e negri, uomini e donne, specializzati e non, ed ebbe un’importante fun­
zione nelle lotte operaie che scoppiarono in quel tempo in America. Oltre a queste orga­
nizzazioni, vi fu un’altra tendenza presente nel movimento operaio americano: quella
anarchica. Difatti, nonostante una serie di sconfitte sul piano sindacale, gli anarchici indi­
carono ai lavoratori la necessità dell’organizzazione in squadre per attuare l’azione di­
retta nella resistenza contro gli attacchi dei capitalisti e dei loro rappresentanti in campo
politico.

70
più emarginati del proletariato americano; come ad esempio emigrati,
negri, donne...2.

La situazione sociale ed economica in America all’arrivo di Bartolomeo


Vanzetti e Nicola Sacco

Bartolomeo Vanzetti giunse in America nel giugno 1908. Nello


stesso anno, insieme al fratello Sabino, giunse Nicola Sacco stimolato
dall’esperienza di un amico del padre residente in Massachusetts. Ma,
se poco tempo dopo, Sabino rientrò in Italia Nicola rimase. « Il mio
primo approccio con questa nuova realtà si rivelò difficile », in parti­
colare per Vanzetti. Quest’ultimo infatti « si sentì comunque straniero
alla vita di quel paese, più che mai solo, non in grado di farsi compren-

2 Contemporaneamente alle lotte economiche e sociali del proletariato americano


per un cambiamento radicale della società e per l’intenzione di vivere una vita migliore
di fronte al dilagarsi di un’enorme povertà a livello economico-sociale, nacque e si dif­
fuse, attraverso la stampa e propagandisti pagati dalle stesse associazioni padronali, un
isterismo anti-rosso ed uno sciovinismo razziale, con il timore che ormai la rivoluzione
fosse dietro l’angolo. Con lo slogan « Le nostre istituzioni sono in pericolo! Proteggi la
Bandiera! », fin dalle prime lotte del proletariato americano, si inondò praticamente nel­
l’intera società statunitense un isterismo patriottico ed una fomentazione di sentimenti
anti-radicali, cercando di giustificare, per la « salvezza della nazione », agli occhi del
pubblico, la particolare brutalità con cui venivano represse ribellioni e manifestazioni
sindacali. Si susseguirono così campagne repressive feroci contro il movimento operaio,
incursioni e perquisizioni contro le sedi sindacali, arresti in massa, allarmi per presunti
complotti, montature, terzo grado e deportazioni, tutto in nome della patria libera e del
corporativismo, tutto in nome di una « democrazia istituzionale » e di una « libertà inso­
stituibile ». Di tutto ciò sia Nicola Sacco che Bartolomeo Vanzetti ne furono pienamente
a conoscenza; in particolare Bartolomeo nella sua autobiografia Storia di una vita prole­
taria afferma: « Arrivato qui provai tutte le sofferenze, le disillusioni e gli affanni inevi­
tabili per chi sbarca ventenne, ignaro della vita e un po’ sognatore a questo lido. Qui
vidi tutte le brutture della vita: tutte le ingiustizie, le corruzioni, il traviamento in cui
brancica tragicamente l’umanità. Ad onta di tutto riuscii a fortificarmi fisicamente e in­
tellettualmente. La meditazione di questo gran libro — aggiunge Vanzetti — (ovvero il
Libro della Vita che è il Libro dei Libri) determinò le mie azioni e i miei principii:
sprezzai “ l’ognun per sé e Dio per tutti” , mi schierai dalla parte dei deboli, dei poveri,
degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati; ammirai l’eroismo, la forza e il sacrificio
per il trionfo della giustizia: compresi che in nome di Dio, della Legge, della Patria, della
Libertà, delle più pure astrazioni della mente, dei più alti ideali umani si perpetrarono
e si continueranno a perpetrare i più feroci delitti, sino al giorno che acquistata la luce
non sarà più possibile ai pochi di far commettere il male, in nome del bene, ai più ».
Dunque « l ’osservazione e l’analisi dell’ambiente naturale (ricordate il volumetto sugli uc­
celli scritto a Villafalletto?) accompagnata a quella relativa alla realtà sociale ed econo-

71
dere, né tantomeno di comprendere l’altrui espressione » 3. A diffe­
renza di Sacco, Vanzetti si trovò dunque subito solo e « questa solitu­
dine lo portò immediatamente alla sua famiglia, alla sua Villafalletto,
a tutte quelle cose che aveva lasciato alle spalle » 4.
Necessita, a questo punto, dare uno sguardo al « nuovo mondo »,
a quella che fu considerata appunto la « terra della speranza », « a
quella nuova realtà che Bartolomeo e Nicola, e come loro altre migliaia

mica, portarono Bartolomeo [la stessa cosa farà anche Nicola, ndr] ad aderire ai circoli
anarchici dove era conosciuto con il soprannome “ Il Picconiere” . Sono questi gli anni
fondamentali del movimento operaio americano in evoluzione ». Bartolomeo vanzetti,
Autobiografia e lettere inedite, Alberto gedda (a cura), Firenze, Vallecchi, 1977, pp.
37-38.
Il comunismo anarchico, o anarco-comunismo rappresenta, a tutti gli effetti, una
delle tendenze dell’anarchismo. Diversi teorici e militanti anarchici hanno elaborato, dal
punto di vista teorico-pratico, i principii base di questa tendenza. Dal punto di vista
storico, « nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori si predicava il “ collettivismo” .
Si intendeva con questo — afferma Petr Kropotkin nelle sue Memorie di un rivoluzio­
nario — il possesso sociale degli strumenti di produzione, lasciando però ad ogni singolo
gruppo di decidere se il consumo dei prodotti dovesse avvenire secondo sistemi indivi­
dualisti o comunisti... Quando la Federazione del Giura al congresso [internazionalista,
ndr] del 1880 — aggiunge ancora Kropotkin — dichiarò audacemente di essere a favore
del comunismo anarchico, cioè del comunismo libero, l’anarchia seppe conquistarsi larga
simpatia in Francia ». p. kropotkin , Memorie di un rivoluzionario, Milano, Universale
Economica Feltrinelli, 1976, p. 327.
James Guillaume, uno dei più noti aderenti alla Federazione del Giura, scrisse in­
fatti in un opuscolo del 1876 dal titolo L ’Organizzazione Sociale che « la questione della
spartizione (dei beni) diventa del tutto secondaria non appena sia stata risolta quella
della proprietà, e quando non esisteranno più capitalisti che operano un prelevamento
sul lavoro di massa. Ciò nondimeno noi pensiamo che il principio al quale bisogna cer­
care di avvicinarsi per quanto possibile è il seguente: da ciascuno secondo le sue forze,
a ciascuno secondo i suoi bisogni ». Da questo principio nasce così il comunismo anar­
chico basato sulla non ingerenza e sulla non coercizione; ovvero sulla libertà e sulla pos­
sibilità. « Dunque — afferma invece Alexander Berkman (anarchico americano vissuto
nel tempo di Sacco e Vanzetti) nel suo Now and After. The ABC of Communist Anar-
chism, scritto tra il 1926 ed il 1929 — il significato dell’anarco comunismo è il seguente:
abolizione del governo, dell’autorità coercitiva e di tutte le sue manifestazioni, e pro­
prietà comune; il che significa libera ed eguale partecipazione alla fatica e al benessere
generale [...]. Eguale partecipazione al benessere della comunità. Infatti sappiamo —
aggiunge Berkman — che il lavoro è un’attività sociale [...]. Se dunque il lavoro è un’at­
tività sociale, ne consegue razionalmente che i suoi frutti, la ricchezza che esso produce,
debbano anch’essi avere un carattere sociale, debbano appartenere alla collettività. Nes­
suno, perciò, ha il diritto di reclamare il possesso esclusivo delle ricchezze sociali. Tutti,
indistintamente, devono goderne in pari misura ». Alexander berkman , Che cos’è l’anar-
co comunismo, Milano, ed. La Salamandra, 1977, pp. 209-24.
3 luigi botta , Sacco e Vanzetti: giustiziata la verità, Cavallermaggiore, ed. Gri-
baudo, 1978, p. 16.
4 L. BOTTA, Sacco cit., p. 16.

72
r

di emigranti, si trovarono di fronte una volta giunti in America » 5. La


situazione sociale ed economica americana, al loro arrivo, non era cer­
tamente delle più rosee; alcuni dati relativi possono aiutarci a com­
prenderla senza troppe difficoltà. « Sulla scia del boom ferroviario del­
la seconda metà del XIX secolo, con il suo ruolo propulsivo nella for­
mazione del capitale e nella concentrazione produttiva, e della forma­
zione di un mercato di prodotti industriali nazionale e urbano, soprat­
tutto a partire dagli anni ’80, il settore industriale (americano) aveva
subito una profonda trasformazione. Alla fine della guerra civile le in­
dustrie più importanti erano quelle legate alla trasformazione dei pro­
dotti agricoli » 6, « mentre i lavoratori salariati passarono, dalla fine
della guerra all’inizio del 900, da un milione e mezzo a cinque milio­
ni » 7; alla fine del secolo, invece, le industrie metallurgiche presero il
sopravvento. Nello stésso tempo, cioè tra il 1900 e il 1910, nacquero
nuove industrie, infatti l’enfasi posta sui beni capitali e sui beni di
consumo durevoli aumentò in questo periodo ad un ritmo superiore
a qualsiasi altro prodotto. D ’altra parte verso la fine del XIX secolo
« le innovazioni produttive avevano riguardato essenzialmente l ’inte­
grazione verticale e la centralizzazione, la sistemazione e la standardiz­
zazione dei prodotti, la razionalizzazione dell’apparato produttivo. Fe­
nomeni questi che scandirono la crescita ed il consolidamento delle
grandi corporations » 8. Con l’inizio del XX secolo, « le innovazioni
tecnologiche, soprattutto in seguito all’applicazione della energia elet­
trica e del motore a scoppio, (determinarono) le trasformazioni orga­
nizzative e la diversificazione dei prodotti dell’industria » 9.
Alla nascita del XX secolo si ebbe « dunque da un lato la crescita
di importanza di certi settori, e in particolare delle grandi industrie di
base, e la nascita di nuovi, dall’altro la organizzazione e razionaliz­
zazione della produzione. Tutto questo accompagnato dalla espansione

5 L. BOTTA, Sacco cit., p. 18.


6 PIERO carpionano, Immigrazione e degradazione: mercato del lavoro e ideologie
della classe operaia americana durante la Progressive Era, in La formazione dell’operaio
massa negli USA 1898-1922, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 190.
7 l . botta, Sacco cit., p. 18.
8 p. carpionano, Immigrazione cit., p. 191.
« Ibid.

73
orizzontale dell’apparato industriale nel suo complesso. La crescita
della produzione corrisponde alla crescita del numero e delle dimen­
sioni delle unità produttive così come l’aumento della produttività del
lavoro. A questo sviluppo estensivo dell’industria non potè che corri­
spondere quello della forza-lavoro industriale, che anzi diventò l’ele­
mento determinante di tutto il processo » 10. Difatti, per quanto ri­
guarda la forza-lavoro, fra il 1900 ed il 1920 si assiste ad un incre­
mento: da 5 milioni a 12 milioni circa, a cui si deve aggiungere un
altro milione per l’industria edilizia. Certamente « non meno impor­
tante fu la modificazione della struttura della domanda di lavoro che
la ristrutturazione indusse, allargando il campo di utilizzo di mano
d ’opera semi- e non-specializzata. Tra il 1890 ed il 1910 si assistè ad
un aumento considerevole della mano d’opera immessa nel lavoro diret­
tamente produttivo: la percentuale degli occupati sul totale della popo­
lazione salì dal 49,2 al 53,3 per cento » 11. Ma quel che più conta è il
fatto che questa mano d ’opera semi- e non-specializzata fu di prove­
nienza estera, fu « insomma, ancora una volta, il serbatoio dell’immi­
grazione a fornire ingenti quantità di forza-lavoro largamente dequa­
lificata e a basso prezzo ». Naturalmente « la frammentazione della
classe operaia in un aggregato di segmenti etnici giocati l’uno contro
l’altro fu, infatti, forse il tratto più caratteristico della strategia padro­
nale americana » 12 durante i primi anni del Novecento. Tra quella
forza-lavoro, largamente dequalificata e a basso prezzo, fornita dal mo­
vimento operaio di immigrazione, vi fu anche quella di Nicola e Bar­
tolomeo. Non si potè quindi parlare di « classe operaia ma di classi
operaie chiuse nelle rispettive comunità etniche, profondamente diffe­
renziate quanto a reddito, uso e costumi, data appunto la diversa ori­
gine degli immigrati » 13. Con la ristrutturazione industriale, la classe
padronale giunse però ad iniziative di segno repressivo ed antioperaio
che, all’inizio, dal settore metallurgico (settore trainante del movimen-

10 p. carpignano, Immigrazione cit., p. 191.


11 Ferdinando fa sce , Gli Industriai Workers of tbe World: la classe operaia ame­
ricana tra spontaneità e organizzazione, in Le lotte sociali itegli Stati Uniti alla fine del
diciannovesimo secolo, Firenze, ed. La Nuova Italia, s.d., p. 172.
12 f . fasce , Gli Industriai cit., p. 172.
» Ibid.

74
to di ristrutturazione) si estenderà a tutti gli altri settori14. La migra­
zione transoceanica non fu dunque solo un generico movimento di
popolazione, ma uno spostamento di forza-lavoro; le caratteristiche
sociologiche ed economiche degli immigrati lo confermano. « La possi­
bilità di trovare lavoro nell’industria fecero degli Stati Uniti il polo
di attrazione di forza-lavoro » a basso prezzo, ma l’emigrazione non
fu « solo una necessità economica, fu anche scelta politica, ricerca di
una soluzione alternativa là dove i rapporti di potere furono sfavore­
voli. L ’immigrato negli Stati Uniti fu allora più di un semplice vendi­
tore di lavoro in cerca di un mercato più favorevole, fu un proletario
europeo in cerca di un terreno di lotta operaia », contrariamente a
quanto poteva apparire come « al di fuori di un rapporto di classe e
quindi sostanzialmente incapace di lotta e di organizzazione » 15.
Ma l’intento dell’Immigration commission — che dedicò ben 40
volumi al fenomeno — non fu solo quello di descrivere dettagliata-
mente per nazionalità la composizione della forza-lavoro industriale.
Suo obiettivo fu quello di documentare la necessità di limitare o rego­
lare questa immigrazione. L ’accento fu quindi sugli effetti negativi che
essa avrebbe avuto sulle condizioni della classe operaia americana, dal­
l’abbassamento del tenore di vita dei lavoratori alla crescita della disoc­
cupazione e della miseria, dalla congestione dei ghetti urbani alla de­
qualificazione tecnologica delle mansioni operaie, fino alla difficoltà di
sindacalizzazione dei nuovi arrivati. L ’immigrazione insomma — se­
condo l’Immigration commission — avrebbe causato un progressivo
peggioramento delle condizioni della classe operaia, e poteva essere
fermato solo attraverso misure di restrizione del flusso migratorio
transoceanico. Ma come era possibile condannare in blocco il fenome­
no della immigrazione in una « nazione di immigrati » quale erano gli
Stati Uniti? I6. Forse si voleva salvaguardare ancora una volta il mito

14 In una nota del Dipartimento del lavoro americano del 1910 si legge: « La ten­
denza principale [...] è aumentare grandemente la proporzione della forza di produzione
formata dai lavoratori semispecializzati, cui le macchine consegnano parte delle operazioni
ritenute un tempo monopolio esclusivo del mestiere ». f . fa sce , Gli Industriai cit.,
p. 173.
15 p. carpignano, Immigrazione cit., p. 193.
“ Ibid., p. 195.

75
della patria libera e del corporativismo liberale? Il fatto è che dal
« momento stesso in cui l’immigrante appoggiava il piede sul suolo
americano costituiva per lui un duro risveglio alla realtà. Improvvisa­
mente il mito della ricchezza spariva e l’emigrante veniva a trovarsi di
fronte all’amara realtà di carestia e sovrappopolazione che affliggeva
le grandi città. I sogni e le speranze che aveva portato con sé venivano
a scontrarsi con elementi dei quali egli stesso poteva subito rendersi
conto (così, come d ’altra parte, si resero subito conto Nicola e Barto­
lomeo), e cioè l’enorme afflusso di altri emigranti, le crisi economiche
e le relative situazioni di panico, l’avversione xenofoba dei “ nativi” .
Per la mentalità del XX° secolo, l’origine della miseria discendeva in
linea diretta dai mali sociali ed economici (come la esigenza di ridistri­
buire la ricchezza e le crisi) che erano al di fuori della sfera di controllo
dei poveri » 17. Inoltre si può dire che « accanto ai poveri emigranti
[... ] vi erano anche tanti americani che lavoravano lunghe ore per un
salario da schiavo e dunque vivevano a malapena al livello di sussi­
stenza essendo oltretutto i primi a soffrire, attraverso la disoccupa­
zione, delle depressioni economiche. Altri americani ancora non erano
mai riusciti a collocarsi come forza-lavoro fissa nel sistema industriale
e quindi costituivano una massa disoccupata [...]. E gli slums delle
grandi città si riempivano di nuovi immigrati, americani disoccupati e
vagabondi [...]. Vi era dunque una combinazione di fattori che contri­
buivano a bloccare la strada che doveva condurre al benessere, mentre
i ricchi si arricchivano ancora di più » 18. D ’altra parte è interessante
soffermarsi particolarmente ad analizzare la situazione degli immigrati
italiani in America all’arrivo di Nicola e Vanzetti. Difatti « la loro cul­
tura e maniera di vivere tipiche di una società preindustriale e la loro
povertà li rendevano completamente estranei alla nuova società e ciò
creò immediatamente un vuoto culturale tra loro e i vecchi americani.

17 john cushner , Il rovescio della medaglia - la miseria americana nelle illustra­


zioni e nelle caricature dal 1900 al 1923, in L ’Albero solitario - Arte e politica USA
1870-1970, Vicenza, ed. Guaraldi, 1973, pp. 35, 51. Per quanto riguarda invece il set­
tore più povero della società americana, quello negro, cfr. The Negro and thè American
Labor Movement, Garden City-New York, Julius Jacobson-Anchor Books, Doubleday &
Company Incorporation, 1968.
18 Ibid., pp. 55-56.

76
Di conseguenza quando cominciò ad arrivare la massiccia immigrazione
italiana in America il clima era ostile ed il pregiudizio contro gli ita­
liani prese piede anche fra gli immigrati di più vecchia data » 19. Si può
rintracciare, a questo proposito, « le origini del razzismo contro gli
italiani nei bambini lasciati a se stessi per le strade, nelle misere con­
dizioni di vita della comunità. Il padrone era di solito anch’egli un
immigrato che viveva organizzando il lavoro dei suoi compatrioti, ot­
tenendo in cambio dei suoi servizi un certo ammontare di denaro. I
casi di sfruttamento dei nuovi immigrati erano molto diffusi, poiché
l’assenza di enti governativi per aiutare gli immigrati a trovare lavoro
rese il sistema del padrone il modo più comune per trovare un’occu­
pazione ».
Ma un altro « aspetto^ peculiare dell’immigrazione italiana è la sua
temporanietà. Poiché gli emigrati italiani negli Stati Uniti pensavano
ad una permanenza di breve periodo, ciò li differenziava ulteriormente
dagli altri gruppi etnici. Però al contempo le loro origini contadine
contribuivano a creare un bisogno di stabilità, inducendoli a stabilirsi
in un quartiere o in una strada abitata da gente dello stesso villaggio »,
della loro stessa comunità, « e se possibile a non spostarsi. L ’espan­
sione del quartiere italiano provocava di solito reazioni poco amiche­
voli da parte dei gruppi etnici che vi risiedevano da maggior tempo»20.
Inoltre nel voler individuare i tratti caratteristici dell’emigrante ita­
liano, si può senza alcun dubbio affermare che « coloro che emigrarono
[assieme a Sacco e Vanzetti, ndr] non erano quelli al fondo della scala
sociale, la maggior parte di questi erano troppo poveri e privi di istru­
zione persino per acquistare il biglietto transatlantico, ma si trattava
per lo più di un proletariato contadino spesso proprietario di piccoli
appezzamenti di terra. Ad emigrare furono quindi i più energici e in­
telligenti, spinti dal timore dei mutamenti sociali ed economici che la
nascente industrializzazione in Italia avrebbe apportato mettendo così
in pericolo la loro posizione » 21. In America, questo proletariato con-

]9 MARIO tir a ba ssi , Un decennio di storiografia statunitense sull’immigrazione ita­


liana, in «M ovimento operaio e socialista», a. IV, n. 1-2, gennaio-giugno 1981.
20 Ibid., p. 149.
21 Ibid., p. 151.

77
tadino dovette però, per cause di forza maggiore, inserirsi all’interno
del movimento operaio partecipando, in prima persona, alle sue lotte
sociali, soprattutto dal punto di vista economico, ed avendo alla base
di queste lotte la solidarietà. « L ’immigrazione dunque, non fu in aper­
ta concorrenza con l’operaio americano qualificato. Al contrario andò
a coprire i livelli inferiori della scala occupazionale » 22. Di fronte a
questa drammatica realtà economica e sociale americana, Nicola Sacco
e Bartolomeo Vanzetti ne furono molto impressionati. Una particolare
impressione ne ebbe Vanzetti, il quale nella sua autobiografìa tra l’al­
tro scrisse: « Volli un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca,
una educazione per ogni cuore, la luce per ogni intelletto. Ritenni il
diritto alla libertà di coscienza inalienabile, come quello della vita. So
per esperienza che diritti e privilegi colla forza si acquistarono e si
mantennero e che sarà così finché l’umanità non avrà migliorato se
stessa » 23.
Attraverso una profonda riflessione e attraverso la lettura delle
opere di Pietro Kropotkin, di Gori, di Merlino, di Malatesta, di E.
Reclus, di B. Leone, di A. Labriola, e con la lettura del Capitale di
K. Marx, del T'estamento politico di C. Pisacane, dei Doveri dell’uomo
di G. Mazzini, «e molte altre opere di indole sociale» — come scrive
Vanzetti stesso — sia Nicola che Bartolomeo aderirono all’ideale anar­
chico. Vanzetti, nella sua autobiografia difatti aggiunse: « Sono e sarò
sempre, sino al supremo istante (se non mi accorgerò di essere in er­
rore) comunista anarchico, perché credo che il comunismo sia la più
umana forma di contratto sociale, perché so che solo con la libertà,
l ’uomo si eleva, si nobilita e si completa » 24. Fu dunque nell’osservare
la realtà americana di quel tempo (dove la povertà e la miseria, la
disoccupazione e il razzismo, la ghettizzazione e l ’enorme sfruttamento
dell’uomo sull’uomo, la ricchezza e la sopraffazione nei confronti della
giusta uguaglianza sociale erano all’ordine del giorno) che Nicola Sacco
e Bartolomeo Vanzetti aderirono, nella loro piena convinzione e con

22 p . carpignano, Immigrazione cit., p. 204.


23 bartolomeo vanzetti, Autobiografia e lettere inedite, Alberto gedda (a cura),
Firenze, Vallecchi, 1977, pp. 39-40 e nota 2.
24 Ibid., p. 40.

78
tutte le loro forze, all’ideale comunista anarchico 2ù Un ideale del re­
sto « molto radicato fra i lavoratori italiani immigrati, alcuni dei quali
— come L. Galleani, E. Malatesta, A. Felicani — ne divennero figure
storiche e culturali fondamentali » 2526.

La partecipazione alle lotte dei lavoratori emigrati in America

Quando Bartolomeo Vanzetti giunse a New York, dalla sua Villa-


falletto, aveva vent’anni, mentre Nicola Sacco ne aveva soltanto dicias­
sette quando sbarcò a Boston. Nella sua autobiografia, Vanzetti così
descrisse il suo arrivo alla stazione d’immigrazione: « Lì vidi che i
passeggeri di terza classe erano trattati dai funzionari come tanti ani­
mali. Non una parola gentile, non un incoraggiamento per alleggerire
il fardello di lacrime che gravava su ogni nuovo arrivato in terra ame­
ricana [...]. Fino a ieri ero tra persone che mi capivano. La mattina
dopo mi pareva — scrive ancora Vanzetti — di essermi svegliato in
una terra dove per chi già ci vive, la mia lingua non significava molto
di più (per quel tanto che è questione di significato) del compassione­
vole rumore di un animale sordo. Dove andare? Cosa fare? Questa
era la terra promessa » 27. In questa « terra promessa » il diciasset­
tenne Nicola Sacco « nel giro di pochi anni era diventato un esperto
calzolaio, altamente specializzato e assai apprezzato », e, nonostante
la intensa attività militante, « era sempre al lavoro » 28. Infatti il pa­
drone sotto cui lavorava lo considerava « il più lesto dei 3.000 taglia­
tori che sono passati dalle porte della mia fabbrica ». Sacco lavorava
a Stoughton, vicino a Boston, ed aveva un salario che possiamo defi­
nire relativamente buono: « vivendo una vita frugale e riusciva tutta­
via a mantenere moglie e figlio e a mandare regolarmente le rimesse

25 ibid.
26 ib id , p. 39.
27 r . o. boyer , H. M. morais , Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, Bari,
De Donato, 1974, p. 326. Vedere inoltre b . vanzetti, Autobiograpa cit., pp. 30-31, e B.
vanzetti, Il caso Sacco e Vanzetti, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 24-25.
28 lu is adamic, Dynamite - Storia della violenza di classe in America, Milano, Col­
lettivo Editoriale Librirossi, 1977, p. 234.

79
in Italia, a Torremaggiore » 29. Per Vanzetti invece « i primi anni tra­
scorsi a New York, erano stati una lunga sequela di disoccupazione e
di “ stenti del nuovo immigrato” » 30. Ma Elisabeth Gurley Flynn, mi­
litante molto attiva degli iww e abile organizzatrice di scioperi fino al
1918, descrive molto bene la situazione in cui si trovò Bartolomeo
Vanzetti appena giunto in America: « Dapprima lavorò come operaio
negli stabilimenti della American Steel and Wire Company » a Pitts­
burgh, un inferno di fatica e di sudore. In seguito, lavorò come mano­
vale nei cantieri edili poi come pasticcere nel ristorante Moquin di
New York. « Sperimentò personalmente — afferma la Gurley Flynn
— la sorte del lavoratore straniero in America, le affollate pensioni
per scapoli, il lavoro sfibrante, la perdita della propria identità di uo­
mo; gli operai nelle fabbriche, come in prigione, erano contraddistinti
da un numero. Ai lavoratori immigrati venivano affibbiati gli sprez­
zanti epiteti di “ Hunky e Dago” » 31.
Attraverso le diverse e varie « esperienze » lavorative (se cosi si
può chiamarle), sia Sacco che Vanzetti vennero ben presto a conoscen­
za sia dei principi che della pratica del sindacalismo rivoluzionario; la
loro presenza ai comizi indetti da oratori e militanti sindacali (come
Ettor e Giovannitti), così come la loro presenza nei volantinaggi e nei
picchettaggi davanti alle fabbriche assieme agli altri lavoratori immi­
grati, divenne ormai parte integrante della loro attività militante. Sac­
co e Vanzetti appartenevano ormai « a quella schiera di lavoratori —
di cui avevano fatto parte Albert Parsons e poi “ Big Bill” Haywood
— che avevano rischiato la loro vita dedicando la loro mente e se
stessi allo sforzo di scoprire e agire sulla base della verità » 32. È evi­
dente che allora « la situazione economica degli operai, comunque, era
diversificata in base all’appartenenza ai vari gruppi etnici: se il ma­
schio adulto americano e il figlio di americani guadagnava circa 11
dollari la settimana, e i tedeschi, gli scozzesi, gli irlandesi raggiunge­

29 L. adamic , Dynamite cit., p. 234.


30 Ibid.
31 elizabeth gurley flynn , La ribelle, Milano, ed. La Salamandra, voi. 2°, 1976,
p. 299.
32 boyer , morais , Storia cit., p. 328.

80
vano e superavano quella cifra, per i russi e i polacchi si scendeva a 8
dollari o poco più e per gli italiani del nord, i siriani, gli armeni, a
cifre di poco superiori ai 7 dollari; fino agli italiani del sud, che erano
in assoluto i peggio pagati: 6 dollari e 84 centesimi la settimana. La
differenziazione era attribuibile alle diverse mansioni lavoratrici: agli
immigrati dell’Europa sud-orientale, infatti erano riservate le man­
sioni non specializzate; agli “ old-immigrants” e a coloro come i “ fran­
co-belgi” , che avevano già acquisito un mestiere in Europa, andavano
le mansioni qualificate molto meglio pagate; mentre i ruoli di sorve­
glianza erano appannaggio esclusivo di irlandesi, inglesi, canadesi ».
Inoltre, dobbiamo mettere « in rilievo senza mezzi termini la miseria
e il carattere insalubre delle condizioni abitative della grande maggio­
ranza degli abitanti, soprattutto dei “ new immigrants” » 33, degli Stati
Uniti.
Nel 1912 avvenne lo sciopero a Lawrence, e successivamente fu­
rono accusati Ettor e Giovannitti di aver istigato gli operai di Law­
rence a scioperare. Nicola Sacco, che non dimenticò mai « coloro che
erano stati meno fortunati di lui », nonostante che « passasse molte
ore in giardino e lavorasse l’intera giornata per sei giorni la settimana
in una fabbrica di scarpe a Milford, trovò il tempo per aiutare gli scio­
peranti della sua zona e per contribuire alla difesa di dirigenti sinda­
cali, come il caso di Ettor e Giovannitti falsamente accusati durante
lo sciopero di Lawrence nel 1912 » 3435.Anche « Vanzetti, che era allora
sui venticinque anni, intraprese una energica campagna per l’azione
economica: anche lui aveva sentito parlare dello sciopero di Lawrence,
di Ettor e Giovannitti » 33. Pur restando coerenti ai princìpi del comu­
niSmo anarchico, Sacco e Vanzetti sapevano bene « che quello che,
nella classe operaia, tende a esprimere una coscienza autonoma, un de­
siderio di emancipazione, uno sforzo di organizzazione, un progetto di
società libera e fraterna, si ritrova nel sindacalismo rivoluzionario, e
che questi ha, come ragione d’esistenza, il solo mantenimento, sviluppo

33 p. ortoleva, Una voce dal coro: Angelo Rocco e lo sciopero di Lawrence del
1912, in «M ovimento operaio e socialista», a. IV, n. 1-2, gennaio-giugno 1981.
34 boyer , morais , Storia cit., p. 329.
35 l . adamic , Dynamite cit., p. 235.

81
e la conduzione a buon fine di questa volontà » 36. Ma non per questo
poteva essere giustificabile l’esistenza e l’azione di organizzazioni che
■si richiamavano al sindacalismo rivoluzionario. Nicola e Bartolomeo
inoltre, sapevano bene che quelle « grosse braccia, venute da tutte le
regioni d’Europa, e che formavano il proletariato degli Stati Uniti
(minatori, taglialegna, marinai, manovali, ecc...) », erano gli artefici in­
discussi di « lotte titaniche, perché rimanevano fedeli alle loro convin­
zioni internazionaliste. Essi erano l’Internazionale e dunque il nazio­
nalismo americano, vale a dire lo Stato e la volontà di potenza, la di­
fesa delle gerarchie del denaro e del potere, non poteva tollerarli. Con
i loro militanti detenuti, condannati, talvolta massacrati, i loro giornali
vietati, i loro locali chiusi, le polizie ufficiali e private continuamente
sulle loro tracce, sembravano scomparire, almeno in superficie » 37, ma
non in profondità. Bartolomeo « fu un uomo che guardò sempre avanti
Ì suoi orizzonti e le sue conoscenze si allargarono sempre fino all’ul­
timo giorno della sua vita. Lavorando nelle cave di pietra del Connec­
ticut, come manovale a Youngstown, nelle acciaierie di Pittsburg, in
lavori ferroviari nel Massachusetts, continuò a leggere perché era asse­
tato di sapere, di desiderio di liberazione » 38. Difatti, Vanzetti nella
sua autobiografia scrisse: « Imparai che la coscienza di classe non era
una frase inventata dai propagandisti, ma era una vera forza e vitale
e coloro che ne capivano il significato non erano più bestie da soma,
ma esseri umani » 3940. Queste parole fanno comprendere senza alcun
dubbio la realtà contro la quale lottavano instancabilmente non solo
i due anarchici italiani, ma l’intero movimento operaio americano. Il
1914 vide il mondo entrare in guerra con il primo conflitto mondiale,
l’America fu « travagliata da una grande crisi » e da « una disoccupa­
zione terribile » — come scrisse Bartolomeo alla zia di Cuneo il 15
dicembre 1914 40 — che salì al 6,5 per cento durante l’anno, ma la

36 louis mercier vega, Azione Diretta e Autogestione Operaia, Milano, ed. Anti­
stato, 1979, p. 82.
37 Ibid., pp. 82-83.
38 boyer, morais , Storia cit., p. 327.
39 Ib id , p. 328.
40 B. vanzetti, Autobiografa c it, p. 45.

82
guerra e i raids repressivi, sotto l’accusa di sabotaggio e antipatriot­
tismo, chiusero quegli spazi che i wobblies (così venivano chiamati i
militanti dell’Industrial workers of thè world - iww) e tutto il proleta­
riato americano si erano conquistati con le lotte.
« Quando Vanzetti giunse a Plymouth nel 1914 gli italiani e i por­
toghesi che lavoravano negli stabilimenti di cordami vivevano in con­
dizioni peggiori degli operai di Lawrence prima dello sciopero I.W.W.
del 1912. Mogli e mariti lavoravano fianco a fianco nelle fabbriche, o
si incrociavano andando e venendo dai turni giornalieri e notturni. Le
donne erano pagate sei dollari alla settimana e gli uomini fino a un
massimo di nove » 41. Bartolomeo, frequentando una scuola di inglese,
trovò lavoro come operaio in una fabbrica di cordami, la Cardage
Works Co., ma già sapeva, allora, che lo studio era permesso solo ai
coraggiosi, e cercare di esprimere la verità era quanto mai pericoloso.
Così nel gennaio 1916, soprattutto attraverso l’organizzazione « di
Vanzetti scesero in sciopero 4.000 operai [della Cordage W.C., ndr]
addetti alla lavorazione delle corde e degli spaghi, paralizzando l’indu­
stria. Era il primo sciopero che il Trust del cordame si trovava ad af­
frontare, e per di più proprio nel pieno della stagione: stavano arri­
vando infatti gli ordini di leganti per la prossima mietitura estiva ».
In realtà « fu una lotta duramente combattura. Ma grazie alla guida
di Vanzetti, né la polizia, né agenti speciali, né la minaccia di sfrattare
le famiglie degli operai dalle case della compagnia riuscirono a tron­
care lo sciopero: Bartolomeo lavorò giorno e notte tenendo comizi,
raccogliendo fondi per lo sciopero, facendo i suoi turni ai picchetti » 42,
distribuendo volantini. L ’attività fu instancabile, ma « lo sciopero fu
vittorioso: i 4.000 operai tornarono al lavoro con un salario aumen­
tato, ad eccezione di Vanzetti i cui servizi “ non erano più richiesti” .
Ormai segnato sulla lista nera, si mise a fare il pescivendolo conti­
nuando ad organizzare gli operai del cordame » 43. Questo avvenimen­
to lo ricorda nel suo libro ha ribelle, Elisabeth Gurley Flynn, affer­
mando che Vanzetti « non volle che gli operai ne facessero una que­

41 L. adamic , Dynamite cit., p. 235.


42 Ibid.
« Ibid.

83
stione. “ Sono scapolo” , disse, “ un uomo solo, me la caverò” » 44. A
Plymouth, con le sue semplici maniere, Bartolomeo diventò popolare,
amato e conosciuto da tutti gli operai che lavoravano nelle fabbriche
di corde, « dove il moderno pellegrino proveniente dal sud dell’Euro­
pa sorvegliava i filatoi del Cordage Trust trasformando la fibra d ’agave
della penisola dello Yucatan in corde e spaghi » 45.
Nicola Sacco invece « fu arrestato nel 1916 per aver partecipato ad
una manifestazione di solidarietà con gli scioperanti della Mesabi Iron
Range del Minnesota. Prima di quella vicenda aveva aiutato gli scio­
peranti della Draper Company di Hopedale, un centro vicino a Mil-
ford » 46, la città dove abitava; per aver dato questo aiuto Nicola fu
costretto a pagare un’ammenda. A differenza di Bartolomeo « Sacco
(fu) un uomo d ’azione, che non pensa(va) molto a trascorrere le sue
ore sui libri di studio, bensì cerca(va) di essere attivo, di intervenire
verso i compagni in situazioni peggiori delle sue, usufruendo di quel
poco di inglese che riuscì ad apprendere » 47. Durante la guerra quando
ancora Nicola non era sulla via dell’esilio volontario per Monterey, in
Messico, con il compagno Bartolomeo per fare obiezione di coscienza,
« ogni operaio di fabbrica (fu) costretto dal governo ad acquistare un
“ liberty-bond” . Sacco non ne volle sapere e si giustificò: “ Non credo
alla guerra e non permetto ad alcuno di dirmi come devo spendere i
miei salari” . Rifiutando l’acquisto (fu) anche obbligato ad abbandonare
il suo sicuro posto di lavoro. Una coerenza, la sua, (che fu indiscutibil­
mente) senza limite » 48.
Nel 1918, dopo il rientro negli Stati Uniti dal Messico, Nicola or­
ganizzò « un lungo sciopero dei calzolai che aveva costretto diversi
fabbricanti di scarpe, dei dintorni di Boston, a concedere aumenti sala­
riali » 49: anche questo sciopero, del resto come gli altri, fu quindi vit­
torioso. D ’altra parte possiamo dire che Sacco e Vanzetti come furono

44 e . GURLEY FLYNN, La ribelle cit., p. 299.


45 L. adamic , Dynamite cit., pp. 234-235.
46 boyer , morais , Storia cit., p. 329.
47 l . botta, Sacco cit., p. 44.
48 Ibid., pp. 44-45.
49 l . adamic , Dynamite cit., p. 234.

•84
« attivi durante gli scioperi, così lo furono nella difesa degli immi­
grati, quando arresti ed espulsioni divennero parte, con le irruzioni
ordinate dai giudici Palmer - Flynn - Hoover all’inizio del 1920, di
una guerra santa. Essere (infatti) uno straniero voleva dire essere in
pericolo man mano che l’isterismo arrivava a considerare irruzioni ed
arresti come la salvezza per l ’America (intera). Come una volta agli
abolizionisti, ora si dava la caccia agli immigrati come alle pernici sulle
montagne. Sacco e Vanzetti [comprendendo l’ascesa di una particolare
situazione e il clima fortemente repressivo in atto, ndr] raccolsero
fondi per pagare gli avvocati, fecero stampare volantini, organizzarono
riunioni di protesta. Essi stessi figuravano sulle liste segrete del dipar­
timento di Giustizia e proprio quando, facendo fronte alle responsabi­
lità che i tempi avevano fatto ricadere su di loro, si sforzarono di agire
come uomini, furono spesso pedinati da spie federali prezzolate » 50.
II 5 maggio 1920 Sacco e Vanzetti « furono arrestati mentre distri­
buivano volantini per (una) manifestazione di protesta che doveva te­
nersi a Brockton il 9 maggio » organizzata da loro stessi per i fatti av­
venuti il 3 maggio, « quando il corpo sfracellato di Andrea Salsedo, un
tipografo italiano amico di Vanzetti, fu trovato sotto la finestra del 14°
piano dell’ufficio del dipartimento di giustizia di New York » 51. In un
primo momento furono accusati di attività « pericolose », ma ben pre­
sto si trovarono accusati di una rapina avvenuta il 13 aprile 1920 a
South Braintree Massachusetts, durante la quale una guardia ed un
ufficiale pagatore della fabbrica Slater & Morrill Shoe Company erano
stati uccisi. Un’assurda e falsa accusa che portò tragicamente Sacco e
Vanzetti sulla sedia elettrica.

Il sindacalismo conosciuto in rapporto alla collaborazione alla stampa


anarchica italiana in America
Abbiamo già detto che, appena giunti in America, sia Nicola che
Bartolomeo entrarono a far parte, come onesti lavoratori, di quel gran­
de e complesso « movimento » degli immigrati che, a sua volta, fu

50 boyer , morais , Storia cit., pp. 329-30.


51 Ibid., p. 330.

85
parte integrante del movimento operaio americano. Nello stesso tempo
però iniziarono a fare particolare conoscenza delle diverse tendenze
del movimento anarchico presenti in quel tempo negli Stati Uniti.
« Uno degli esponenti più suggestivi dell’emigrazione anarchica italo-
americana, colui che più di ogni altro influì sulla formazione ideologica
e sull’azione pratica — afferma lo storico Gino Cerrito — della gene­
razione che visse gli anni della prima guerra mondiale, fu Luigi Gal-
leani. La sua propaganda ebbe l’effetto di esaltare e, anzi, di elettriz­
zare e riuscì, a volte, a farsi comprendere dallo stesso movimento ope­
raio americano, nel corso di agitazioni promosse e guidate per miglio­
ramenti salariali e normativi, fin dal 1902 a Paterson, a Barre, a Lynn
e in altri centri industriali » 5253. Inoltre « Luigi Galleani era di orienta­
mento comunista anarchico kropotkiniano, ma antiorganizzatore, per­
ché temeva l’effetto autoritario e cristallizzatore dei programmi e dei
piani. Ciò nonostante non respinse mai accordi temporanei con gli orga­
nizzatori e nutrì sempre un profondo e sincero rispetto per Errico Ma-
latesta e per gli effetti positivi dell’azione di questi in una situazione
come quella italiana » 33. Sacco e Vanzetti, essendo comunisti anarchici
e pur avendo simpatie per Malatesta, aderirono ugualmente a quella
tendenza galleanista antiorganizzatrice del movimento anarchico ita­
liano in America, poiché era l’unica appunto ad avere una certa rile­
vanza aH’interno del movimento operaio americano. Nel 1913 Nicola
Sacco — il cui vero nome però era Ferdinando — entrò a far parte,
con incarichi di organizzazione, del gruppo anarchico Circolo di studi
sociali di Milford, la città in cui abitava con la famiglia. Nello stesso
anno iniziò a collaborare con articoli e corrispondenze al giornale
« Cronaca Sovversiva », fondato da Luigi Galleani, « che uscì dal 6
giugno 1903 al 1919 quasi senza interruzioni, prima a Barre Vermont

52 Gino cerrito , Sull’emigrazione anarchica italiana negli Stati Uniti d ’America.


Parte della relazione presentata al Simposium di studi sulPemigrazione italiana negli
Stati Uniti d ’America organizzato dall’Istituto di studi americani della facoltà di Magi­
stero dell’Università di Firenze nei giorni 27-29 maggio 1969; ora in « Volontà » rivista
trimestrale anarchica, a. XXII, n. 4, luglio-agosto 1969, p. 273.
53 G. cerrito , Sull’emigrazione cit., p. 274.

86
e poi a Lynn nel Massachusetts; e dal gennaio al settembre 1920 in
Italia, a Torino » 54.
Tra il 1910 ed il 1913 Bartolomeo Vanzetti entrò invece a far
parte del Circolo di studi sociali di Plymouth e si dedicò all’attività
ideologica tenendo comizi in diverse città vicine sui temi libertari e
sindacali; nello stesso periodo iniziò la collaborazione al giornale «C ro­
naca Sovversiva » con degli articoli e corrispondenze che trattavano dei
temi dell’anarchismo e del sindacalismo, firmandosi con lo pseudonimo
Il Picconiere.
Intensa fu la collaborazione che Sacco e Vanzetti diedero al gior­
nale, poiché essi si sentirono attratti per affinità a quel gruppo editore.
Particolarmente interessante risulta la collaborazione che Vanzetti die­
de al giornale in merito al tema, anche allora molto discusso e dibat­
tuto, sul rapporto tra anarchismo e sindacalismo. Non potendo « defi­
nire Cronaca Sovversiva come un foglio di lotta, perché nel giornale la
maggior parte dello spazio veniva riservata alla propaganda ideologica
ed ogni singolo episodio di lotta operaia diveniva spunto per elabora­
zioni teoriche » 55, si può tuttavia affermare che, attraverso contributi
di carattere ideologico, come appunto quelli dati da Sacco e Vanzetti,
il giornale fu una palestra di dibattito sui temi essenzialmente attuali.
Uno dei temi molto dibattuti fu, appunto, quello sul sindacalismo.
Un corrispondente della « Cronaca Sovversiva » così descrive la situa­
zione a Paterson nel 1903, alcuni anni prima dell’arrivo in America di
Sacco e Vanzetti: « Per quanto riguarda il movimento operaio nella
capitale dell’anarchismo, debbo a malincuore dirvi che siamo lontani
dalle lotte ardenti dell’anno scorso; per quanto riguarda l’agitazione
siamo sotto di zero; di scioperi non ne abbiamo più visti; la propa­
ganda è quasi finita: non è incoscienza operaia, bensì mancanza di
energia tra gli agitatori e compagni. Anche le Unioni sono tornate al­

54 renato cappelli , Cronaca Sovversiva. Ebdomadario anarchico di propaganda ri­


voluzionaria, Barre, Vermont - Lynn, Massachusetts, tesi di laurea, Università di Fi­
renze, facoltà di Magistero, a.a. 1969-70; ora in « Volontà », a. XXIV, n. 6, novembre-
dicembre 1971, p. 449.
55 augusta molinari, Luigi Galleani un anarchico italiano negli Stati Uniti, in Le
lotte sociali negli Stati Uniti cit., p. 268.

87
l’invariabile monotonia, al salario, alla disciplina per l’indifferenza dei
56
• \
piu » .
Anche Luigi Galleani, nell’ottobre dello stesso anno, sulle pagine
del giornale scrisse: « Il movimento rivoluzionario americano è pres­
soché nullo. Le rare conferenze di Emma Goldman o di Abe Isaak, le
dottrinarie elucubrazioni della Free Society e di qualche altro organo,
più o meno maltusiano, non possono rispondere all’esigenza imperiosa
di un movimento in cui la temerarietà della violenza capitalistica, for­
temente organizzata e disperatamente decisa, assale di tutta la sua furia
le organizzazioni operaie anche le più ortodosse, aizzando contro le
aspirazioni dell’anima civile del secolo le diffidenze conservatrici della
massa incolta, la medievale arroganza dei suoi monopoli, la religione
assurda dei suoi privilegi di classe e del turpe dollaro onnipotente » i7.
In una situazione simile a quella descritta da Galleani, Vanzetti
scriverà più tardi della « necessità di una concreta unione degli operai
come premessa indispensabile per la loro emancipazione »; mettendo
però « in guardia dalla facile illusione che un sindacato, o comunque
un’organizzazione, possano di per sé stessi realizzarla; tanto meno se
essa subisce suggestione o coazione di partiti o di capi. Anche perché
le istituzioni in genere — e tra esse lo stesso sindacato che sorge da
una società divisa in classi antagonistiche — per la loro stessa natura
tendono a perpetuare stati di fatto oltre le necessità contingenti a fron­
teggiare le quali esse erano sorte; diventando perciò, a loro volta,
ostacolo alla dinamica del divenire sociale » 56758. Ma, d’altra parte, le
organizzazioni operaie esistono e non vanno trascurate — aggiungerà
inoltre Vanzetti — e quando l’operaio imparerà che l’emancipazione
dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi allora quel giorno
il proletariato marcerà davvero verso la rivoluzione, verso la propria

56 G. di nardo, Battaglie del lavoro per la vita, per l’idea. Stati Uniti, in « Cronaca
Sovversiva», Barre, Vermont, U.S.A., 6 giugno 1903, a. I, n. 1; ora in r . c a ppelli ,
Cronaca cit., p. 191.
57 luigi galleani, Note di propaganda. John Turner, in «Cronaca Sovversiva»,
31 ottobre 1903, a. I, n. 22; ora in L. galleani, Figure e Figuri, Newark, N .J., Biblio­
teca dell’« Adunata dei Refrattari », 1930, pp. 29, 31, ed in r . cappelli , Cronaca cit.,
pp. 191-93.
58 michela bicchieri , Prefazione all’opuscolo di B. vanzetti, Lettere sul Sinda­
calismo, Cesena (Forlì), ed. Antistato, 1957, p. 12.

88
libertà. Difatti « la classe lavoratrice e la classe padronale non hanno
nulla in comune — si legge nella costituzione dell’Industrial Workers
of thè World (I.W.W.) — . Non ci si può essere pace finché fame e
bisogno esistono tra milioni di lavoratori e i pochi — scrive Vanzetti
nella sua autobiografia — che formano la classe padronale hanno il
meglio di tutto. Missione storica della classe lavoratrice è [quindi,
ndr] abolire il capitalismo » 59; e per abolire il capitalismo è necessario
che la classe lavoratrice prenda coscienza di se stessa, dello sfrutta­
mento che essa subisce da parte della classe padronale. Inutile dunque
si presenta l’azione che un sindacato, o organizzazione simile, porta
verso la classe lavoratrice, poiché le rivendicazioni da esso sostenute
(come ad esempio l’aumento del salario, le leggi per la protezione del
lavoro delle donne e dei fanciulli, l’indennità per la disoccupazione,
l’assicurazione contro le malattie...) « costituiscono un ostacolo sulla
via della liberazione integrale, tanto più che i miglioramenti e i van­
taggi ottenuti vengono poi scontati dall’operaio con l’aumento delle
tasse, del prezzo sui generi alimentari e di tutto il costo della vita » 60.
Per Vanzetti, come per Nicola Sacco, si presentava quindi necessario
che gli anarchici entrassero nelle organizzazioni operaie senza « accet­
tare nessuna carica, anzi combattere l’autoritarismo con la critica co­
stante, mostrare ai compagni di lavoro l’inganno che si cela dietro la
linea di condotta ufficiale» di certe organizzazioni sindacali61. Era
inoltre necessario proporre una linea, basata sull’azione diretta, che
portasse alla vittoria delle lotte proletarie, facendo « uso di altri mezzi
ben più efficaci di quelli finora adoperati, (per) guadagnarsi la stima
e la fiducia degli (operai) organizzati » 62. Solo se ciò avverrà, afferma
Vanzetti, allora gli anarchici avranno realizzato qualcosa di positivo,
ed il movimento operaio americano avrà trovato la capacità di posare
i propri artigli sulla schiena del capitalismo e delle organizzazioni sta­
tali, artigli « che pungeranno ogni qualvolta questi proporranno azioni
contrarie al vero interesse del protetariato » 63.

59 b . vanzetti, Autobiografia cit., p. 39.


60 r . cappelli , Cronaca cit., p. 198.
61 Ibid.
“ Ibid.
63 Ibid.

89
D ’altra parte, bisogna tenere presente che se Vanzetti scrisse alcuni
articoli per la « Cronaca Sovversiva », riflettendo sul rapporto anar­
chismo-sindacalismo, « le idee che espose sono quelle stesse che ave­
vano improntato tutta la sua azione nei dodici anni precedenti il suo
arresto; azione tanto efficace da provocare bombile macchinazione giu­
diziaria a carico di lui e di Sacco, altro elemento dei più attivi e intel­
ligenti delle lotte operaie, allo stesso modo che la grande influenza eser­
citata su vasto raggio dai gruppi di “ Cronaca Sovversiva” (cioè della
stessa tendenza di Vanzetti) si era attirata il furore della classe padro­
nale e del potere costituito » 64. Si può inoltre affermare che le idee
espresse da Vanzetti riguardo il sindacalismo, i sindacati, il movimento
operaio in rapporto con l’anarchismo, aderivano in egual misura con
quelle espresse nello stesso periodo non solo da Luigi Galleani e dai
gruppi di « Cronaca Sovversiva », ma anche da altri militanti anarchici
come Emma Goldman, Alexander Berkman, Errico Malatesta, Luigi
Fabbri.

Le sei lettere-articoli sul sindacalismo di Bartolomeo Vanzetti


contributo al dibattito e al chiarimento

Oltre alla collaborazione a «Cronaca Sovversiva», Vanzetti scrisse


articoli anche per « L ’Adunata dei Refrattari », uno dei periodici che
ebbero vita più lunga e più vasta diffusione « negli Stati Uniti d ’Ame­
rica per impulso di personalità del movimento anarchico italiano » 6ù
Fondato da « un gruppo di immigrati italiani già legati a Galleani e a
Cronaca Sovversiva, fu l’unico autentico depositario dei principii della
tradizione anarchica, polemizzando con tutti i gruppi favorevoli all’or­
ganizzazione sia con quelli italo-americani, sia con l’Unione Anarchica
Italiana » 66. Particolarmente interessante è il dibattito che si sviluppò
anche su « L ’Adunata dei Refrattari » in merito al rapporto anarchi-

64 M. bicchieri , Prefazione cit., pp. 11-12.


65 A. molinari, I giornali delle comunità anarchiche italo-americane, in « Movi­
mento Operaio e Socialista », a. IV, n. 1-2, gennaio-giugno 1981.
66 A. MOLINARI, Luigi Galleani cit., p. 127.

90
smo-sindacalismo, e più specificatamente, tra movimento operaio e
organizzazione sindacale.
L ’organizzazione sindacale non è « una necessità rivoluzionaria »
come sostengono Malatesta ed altri — affermano gli anarchici de
« L ’Adunata » — ma piuttosto un’associazione di classe che tende al
miglioramento delle condizioni morali e materiali dei suoi « gregari »
in regime capitalistico. Essa, aggiungevano, è semmai « portatrice di
conservatorismo » in quanto « pone la sua missione precipua nel ricer­
care il punto di conciliazione tra capitale e lavoro, tra il dividendo ed
il salario » 67. A questo dibattito intervenne anche Vanzetti — con un
articolo dal titolo Sindacali e Sindacalismo — che in quel momento si
trovava in carcere in attesa della sentenza definitiva. « Tutte le unioni
operaie — affermava Vanzetti nell’articolo — degenerano creando un
esercito di mestieranti che costituisce una nuova classe parassitarla,
un’élite privilegiata di lavoratori che diventa infine nemica della classe
operaia e che, attraverso i contratti di lavoro e i regolamenti, favorisce
e facilita spesso i calcoli dei capitalisti. Nelle mani di questa nuova
classe, di questa élite — sosteneva Vanzetti — l’associazione operaia
diventa uno strumento di dominio in più sulle spalle dei lavoratori
stessi, che sono considerati esclusivamente “ merce di lavoro” » 68. Ma
il fatto è che « i lavoratori — aggiungevano inoltre gli anarchici de
« L ’Adunata » — dovrebbero riuscire perciò a fare a meno delle orga­
nizzazioni [sindacali, ndr], porsi al di sopra e al di fuori di esse, dimo­
strando di aver ben compreso il dovere che loro spetta. Il problema
non si risolve nel passaggio di essi da un’organizzazione [sindacale,
ndr] ad un’altra supposta migliore, in quanto il male sta nell’organiz­
zazione in se stessa che sempre, pur partendo con le migliori intenzioni,
diventa naturalmente autoritaria e antirivoluzionaria » 69. Da febbraio
67 nino, I gran d i prob lem i, in «Adunata dei Refrattari» dell’l l luglio 1925; ora
in G. licheri, L ’A d u n a ta dei R e fratta ri nel ventennio tra le d u e gu erre: 1922-1939, cap.
2°, tesi di laurea discussa presso l’Università di Firenze, a.a. 1967-1968, in « Volontà »,
n. 5-6, 1971.
68 il picconiere (bartolomeo vanzetti), Sin d acati e sind acalism o, in « Adunata
dei Refrattari » del 12 maggio 1923. Si veda inoltre grag, L 'A m erican F ed eration of
L ab o r, in «Adunata dei Refrattari», 17 dicembre 1927; ora in G. licheri, L ’A d u n ata
cit., p. 390.
69 rotura, I l prob lem a m inerario, in « A.d.R. » del 30 dicembre 1922; ora in G.
licheri, L ’A d u n a ta cit., p. 390.

91
a dicembre 1923 « L ’Adunata dei Refrattari » pubblicò sei lettere di
Vanzetti sotto forma di articoli, lettere, che lo stesso scrisse in carcere;
nonché « frutto di tanta meditazione prezioso apporto alla causa da
lui abbracciata, oltreché specchio del suo nobile cuore e della sua viva
intelligenza. Il fenomeno involutivo si presentava già abbastanza chiaro
nel 1923, e Vanzetti ce ne dà ampio squarcio. Del resto — afferma
Michela Bicchieri nella prefazione alle lettere — il sorgere stesso del
sindacalismo come esigenza di un ritorno ai metodi rivoluzionari, di­
mostra che lo slittamento dalle primitive posizioni era stato avvertito
anche all’interno di quei gruppi che già avevano aderito alla Prima
Internazionale. Il che non significa che il mezzo per ovviare ad esso
fosse risultato valido » 70. Nella prima lettera dopo aver fatto distin­
zione tra « sindacato » e « sindacalismo » Vanzetti affermava: « Il
buon senso ci assicura che i sindacati esistevano nelle spente, ignorate
e semi ignorate società del passato remoto. Perché essi sono il prodotto
spontaneo ed inevitabile degli antagonismi di classe, e d’individui; an­
tagonismi propri di ogni irrazionale società umana la quale non sa, o
non vuole, armonizzare il benessere e l’interesse dell’individuo con
quello della collettività; ed in cui ciascuno e tutti cercano il proprio
benessere non nella solidarietà e nell’uguaglianza, ma nel potere e
nello sfruttamento. I diversi sindacati sono dunque un prodotto di
questa tabe costituzionale per cui la presente [civiltà, ndr] galoppa
verso la fossa. Si può quindi affermare — aggiungeva Vanzetti — che
il sindacato proletario è sempre esistito sotto diverse forme ed aspet­
ti [...]. E questo non significa affatto che il sindacato abbia in sé le
virtù di risolvere i problemi che assillano i suoi membri; tutt’altro » 71.
Dopo aver scritto sul sindacalismo soreliano, Vanzetti concludeva ci­
tando del rapporto tra autonomia e sindacalismo e della rivoluzione
russa. Nella seconda lettera Vanzetti ritornava sull’argomento: « Il
sindacalismo variò e varia di luogo in luogo e di tempo in tempo, a
seconda degli uomini che lo incarnano e la natura dell’ora storica. Pur
tuttavia il sindacalismo, secondo me — aggiungeva Vanzetti — , non

70 m . bicchieri , Prefazione cit., p. 13.


71 B. vanzetti, Lettere sul sindacalismo cit., p. 25. La lettera venne pubblicata sul-
1’« Adunata » del 24 febbraio 1923.

92
r

può essere che anarchismo o socialismo autoritario. Ove i membri del


sindacato mirano e lottano per la vera libertà, per l’abolizione di ogni
autorità, là il sindacalismo è anarchismo; ma dove i membri del sinda­
cato mirano alla dittatura proletaria, o ad uno stato centralizzato, là il
sindacato è socialismo statale » /2.
Per Vanzetti dunque, in ultima analisi, non poteva esistere un sin­
dacalismo apolitico, poiché « qualunque cosa il sindacalismo sia, esso
deve avere come dottina economica un fine politico [...] ed un inte­
grale mutamento economico-sociale comporta e richiede un integrale
mutamento politico » 727374. Ma egli subito dopo aggiungeva ad ulteriore
chiarimento che « la parola politica non significa unicamente l’arte
d’ingannare e frodare il popolo; politica significa anche amministra­
zione, relazione » /4. Richiamandosi poi al comunismo anarchico affer­
mava: « Noi miriamo ad una forma di società in cui sia garantita la
libertà degli individui, dèi gruppi, dei comuni e delle confederazioni.
In una più equa e razionale società la politica potrebbe ridursi ad una
semplice computazione, o a parecchie computazioni. La necessità delle
rappresentanze scomparirebbe. Questa — aggiungeva ancora — è la
parte politica dell’anarchismo, per garantire e proteggere quella econo­
mica. La terra al contadino, la miniera ai minatori, le navi ai marinai,
i treni ai ferrovieri e la fabbrica all’operaio » 75. Dopo aver riportato
ampi brani di un articolo dell’anarchico americano Fred Graham sul
Congresso di Berlino del 1921 (congresso che decretò la nascita del­
l’Internazionale anarchica), pubblicato sui numeri 11 e 12 dell’« Adu­
nata », così scriveva Bartolomeo nella sua terza lettera: « La parteci­
pazione al sindacalismo mina il carattere degli anarchici; ove il sinda­
calista si sviluppa e assorbe l’elemento anarchico, l’anarchismo rimpic­
ciolisce e degenera invece di sviluppare incessantemente secondo la
sua natura di dottrina universale » 76. Inoltre, egli aggiungeva, per un

72 b . vanzetti, Lettere cit., p. 30. Venne pubblicata sull’« Adunata » del 24 marzo
1923.
73 Ibid., pp. 30-31.
74 Ibid., p. 31.
73 Ibid.
76 Ibid., pp. 38-39. Venne pubblicata nell’« Adunata » del 7 luglio 1923.

93
sindacalista anarchico « il sindacalismo può benissimo essere solo un
mezzo per arrivare all’anarchia e quindi può non avere un fine pro­
prio, ma per la maggioranza di sindacalisti, composta di confessi e
non confessi autoritari che di anarchia non ne vogliono sapere affatto,
per costoro, dico, il sindacalismo ha un fine proprio: basta a se stes­
so » 77. A questo punto, nella quarta lettera, Vanzetti citava come
esempio alcune organizzazioni sindacali e la loro sorte: « La Prima
Internazionale, il cui contenuto era molto superiore a quello delle altre
organizzazioni [operaie, ndr] sorte dopo, degenerò ben presto, alimen­
tando la vittoriosa menzogna socialdemocratica. Anche l’American Fe­
deration of Labor (A.F.L.) ai suoi primordi fu più o meno rivoluzio­
naria del sindacalismo odierno, o più precisamente dei suoi sindacati.
A cosa è ridotta ora lo sappiamo tutti! Perfino l’Unione Sindacale Ita­
liana (U.S.I.) era afflitta da lotte intestine, da conflitti d’idee e di prin-
cipii degli uomini che la rappresentavano. E, senza gli straordinari e
repentini eventi della vita nazionale italiana che frantumarono il movi­
mento proletario italiano, molto probabilmente noi avremmo dovuto
assistere ad una svolta a destra di quell’organizzazione » 78. Nel conclu­
dere la quarta lettera Vanzetti affermava: « Se è vero infine che le isti­
tuzioni rivoluzionarie del proletariato [cioè le organizzazioni sinda­
cali, ndr] degenerano o furono soppresse: a noi rivoluzionari spetta
il compito di studiare le cause, i fattori e gli elementi di questo feno­
meno sociale, di penetrarne l’intima natura, e di fronteggiarlo come
richiede la nostra causa e il suo fine supremo » 79.
Nella quinta lettera Vanzetti, continuando l’argomento dal punto
di vista storico e sociologico, scriveva che « la Prima Internazionale
fu, ai suoi primordi, rivoluzionaria nel vero senso della parola, cioè
anticollaborazionista, politica-economica-socialista e insurrezionalista.
Poi essa venne inquinata dal marxismo. In ultimo venne il Sindacali­
smo, creatura di anarchici e di socialisti insoddisfatti e irrequieti, a
racimolare nei suoi ranghi il sottoproletariato. E fece fortuna anch’es-

77 B. vanzetti, Lettere cit., p. 39.


78 Ibid., p. 42. Venne pubblicata nell’« Adunata » del 17 novembre 1923.
79 Ibid., p. 45.

94
so! » 80. Però — aggiungeva — « solo il Sindacalismo, dopo l’esperi­
mento russo e la voltata a destra di qualche sindacato, ha camminato
verso l’anarchismo; ma più per opera di anarchici che dei suoi uomini.
Ma questo libertarismo mi sembra fittizio e incoerente ». Ricalcando
il cammino della critica al sindacalismo, Bartolomeo aggiungeva an­
cora: « Se per sindacalismo si intende una dottrina socialista: è sem­
plicemente corporativismo operaio, tanto più e meglio in quanto che
nessuno chiede ai membri del sindacato di credere di divenire i con­
trollori dei loro prodotti, se vogliono essere registrati. Ma il nostro
dovere — concludeva nella lettera — è quello di sbarazzare di ogni
ostacolo la via della Rivoluzione anarchica » 81. Con la sesta ed ultima
lettera, ampliando l’argomento con una breve analisi su come giungere
ad un sistema sociale basato sull’anarchia e riportando alcune parti di
un articolo pubblicato nel 1920 su « Cronaca Sovversiva » 82, Vanzetti
conclude (si fa per dire) questa sua dissertazione sul rapporto anar­
chismo-sindacalismo. Infatti, si può notare che alla fine della sesta let­
tera la discussione sull’argomento « non è giunta a termine ».
Probabilmente Vanzetti ne fu distolto dalle complicazioni del pro­
cesso che si andava svolgendo a suo carico; ad ogni modo è ben facile
individuare, anche al punto in cui rimane, la posizione dell’anarchico
di fronte al problema sindacale 83.
Quelle lettere sul sindacalismo sono comunque, senza dubbio, un
importante e, nello stesso tempo, un interessante contributo che, attra­
verso la sua esperienza di lavoratore e di militante anarchico, Barto­
lomeo Vanzetti diede al chiarimento sul problema del sindacalismo,
problema ancor oggi come allora molto discusso.

80 B. vanzetti, Lettere cit., p. 48. Venne pubblicata nell’« Adunata » del 24 novem­
bre 1923.
81 Ibid., pp. 50-31.
82 La sesta lettera venne pubblicata nell’« Adunata » dell’l dicembre 1923, mentre
l ’articolo riprodotto, in parte, nelle lettere aveva per titolo Accidenti agli scioperi di
old man , e fu pubblicato su « Cronaca Sovversiva », a. I, n. 3, nuova serie del 1920,
Torino.
83 m . bicchieri , Prefazione cit., p. 18.

95
Alcune considerazioni conclusive

Concludendo, si può affermare dunque che Sacco e Vanzetti conob­


bero molto bene i principii del sindacalismo, anche se non li misero
in pratica perché sensibilmente critici verso il sindacalismo stesso, pur
restando dalla parte degli sfruttati e degli oppressi. Lavorarono instan­
cabilmente, fino al loro arresto, all’interno del movimento operaio
americano afiinché ogni lavoratore, ogni sfruttato, potesse conoscere la
strada che conduce verso l’emancipazione umana, verso la giustizia,
verso la libertà, insomma verso l’anarchia. Sacco e Vanzetti erano anar­
chici perché volevano abbracciare tutti gli uomini del mondo, perché
volevano sostituire l ’amore all’odio, alla violenza. Come anarchici, pro­
posero sempre contemporaneamente a ciò che ritenevano giusto di­
struggere, l’alternativa del costruire e ricreare per la felicità di tutti
gli uomini. Per questo furono condannati a morte, una morte ingiusta
ed incomprensibile.

96
Industriai Workers of thè World
Unionismo e sindacalismo d’azione diretta
Cosimo Scarinzi

Da parte anarchica c’è la tendenza a vedere negli iww semplice-


mente la forma statunitense del sindacalismo d’azione diretta. Ricordo
in merito un opuscolo di Giantino \ dirigente dell’Unione sindacale
italiana che, confrontando i principii ispiratori dell’unionismo indu­
striale u s a e del sindacalismo rivoluzionario europeo, ne deduceva
una sostanziale omogeneità. Nei fatti questa lettura è fondata su al­
cuni elementi. Il sindacalismo europeo e l’unionismo industriale statu­
nitense sono portati organizzativi del medesimo ciclo internazionale
di lotte operaie, tra la fine dell’800 e la prima guerra mondiale 12. È
altresì innegabile che l’emigrazione economica e politica dall’Europa
verso gli u s a e la fitta rete di rapporti formali ed informali che ne
consegue abbiano determinato reciproche e significative influenze so­
prattutto per quel che riguarda gli iww della costa orientale 3. Basta
pensare alle posizioni di vasti settori dell’u si a favore del sindacalismo
d ’industria o alla storia dei dirigenti della sinistra amburghese — il

1 alibrando giovannetti, Opuscolo sul sindacalismo rivoluzionario, a cura de « Il


Proletario », Chicago, 1925.
2 Su questo aspetto credo facciano testo le ricerche di Maurizio antonioli pubbli­
cate su vari numeri della rivista « Autogestione » dal 1978 edita a Milano, C.P. 17127.
Il n. 4 dà un panorama internazionale di espansione degli iww: oltre agli u sa , Cile,
Canada, Australia.
3 Seguente relazione del prof. Roberto Prato in questi atti del convegno.

97
4
più noto Laufemberg — . Tuttavia c’è nell’iww uno specifico che non
può essere sottovalutato.
L ’interesse posto nell’organizzazione d’industria non è una sem­
plice questione di tecnica sindacale, di adeguamento dell’organizza­
zione operaia a quella capitalistica, la sua logica di fondo non è ridu­
cibile al sindacalismo rivoluzionario europeo 4. Come prova al contra­
rio ricordiamo la critica che al Congresso anarchico di Amsterdam del
1907 Errico Malatesta rivolge a Monatte quando, per ricordargli l’in­
sufficienza rivoluzionaria del sindacalismo, anche il più duro, gli fa ri­
levare che il Sindacato del libro di Parigi — anarchico — avesse lot­
tato per impedire alle donne l’accesso al lavoro in tipografia, facendo
così del sindacalismo efficace, ma non certo sovversivo 5. Dal dibattito
emerge, in effetti, come nella francese cgt l’azione diretta e l’organiz­
zazione di mestiere convivano tranquillamente.

IWW e sindacalismo d’industria


In genere gli storici del movimento operaio americano6 pongono
l ’accento, parlando degli rww, sul loro modo di anticipazione, rispetto
all’AFL, di proposte organizzative capaci di aggregare gli operai non
qualificati che, in gran parte, erano anche immigrati. In questo schema
gli iww sarebbero una sorta di anticipazione della dinamica di massa
che negli anni trenta porta alla costituzione del ciò. L ’interesse per
la storia orale, negli anni settanta, ha portato ad occuparsi dell’icono­
grafia, dei canti, della cultura iww, come fatti culturali, come espres­
sione dell’etnie specifiche e, nel contempo, dell’identità del lavoratore
migrante.

4 Korsch, Pannekoek, Monatte, Pelloutier, cgt, Delesalle, Sinistra comunista tede­


sca, u si, Borghi, Meschi...
5 Maurizio antonioli, Dibattito sul sindacalismo - Atti del Congresso Internazio­
nale di Amsterdam, Firenze, 1978; gli stessi dubbi, seppure con prospettive non organiz­
zative, nel libro di Bartolomeo vanzetti, Lettere sul Sindacalismo, Cesena, ed. Anti­
stato, 1957.
6 In italiano: d. guerin , Il movimento operaio USA, Roma, Ed. Riuniti, 1975;
r . o. boyer , h . m . morais , Storia del movimento operaio negli Stati Uniti 1861-1955,
Bari, De Donato, 1974; R. m usto , Gli IWW ed il movimento operaio americano, ed.
Theleme, 1975.

98
Quest’approccio se ha arricchito molto la nostra conoscenza e ha
dato dell’iww una percezione più viva, rischia, in mancanza di una ri­
flessione più profonda, di portare l’immagine di un puro e semplice
folklorismo. Una prima avvertenza consiste nel cogliere le differenze
radicali fra lotte di inizio Novecento e le lotte degli anni trenta.
Se su scala nazionale le seconde sono forse più poderose e certo
più paganti dal punto di vista salariale e normativo, nondimeno —
come rileva Korsch in una sua famosa lettera all’amico Partos 7 — que­
ste lotte si inseriscono in un rilancio dell’iniziativa statale e capitalista
ormai pienamente capace di sussumere politicamente l’iniziativa ope­
raia. Ma gli iww si pongono come questione centrale il peso del qua­
dro internazionale, se è vero che essi sono un’organizzazione sovver­
siva — quindi non solo di vertenze sindacali — ne consegue che pos­
sano essere tali solo in un contesto che permette di immaginare una
rivoluzione proletaria pura.
Quindi gli iww sono sindacalismo d’industria ed organizzazione
etnica, ma anche progetto di rottura radicale dell’ordine che affron­
tano.
La constatazione che l’integrazione di massa degli emigrati e degli
operai non qualificati, attraverso sia la repressione sia la contrattazione
all’ordine capitalistico, strappi loro il terreno di lotta specifico non ci
esime dal considerare questo loro carattere. Se è importante vedere
come il sindacalismo d’industria degli anni trenta sia debitore verso
gli iww di ricche esperienze, nondimeno gli i w non si risolvono in
questo dato.

IWW e problema della rivoluzione

Il contributo originale e, se vogliamo, il limite dell’esperienza i w


è proprio nel progetto che sviluppano. Gli i w marxianamente indi­
viduano nella costituzione materiale del proletariato d ’industria la fon­
dazione del loro progetto.

7 II dirigente comunista tedesco scrive la lettera il 19 luglio 1939, dagli Stati Uniti.
Riprodotta sul n. 2 della rivista « Marxiana », ottobre 1976, Bari.

99
La grande industria, distruggendo i mestieri, le particolarità, le
stratificazioni del lavoro operaio, sembra rendere fisicamente visibile
quel proletariato, senza determinazioni particolari, che immediata­
mente può porre il comuniSmo come rovesciamento dell’ordine sociale
e produttivo capitalistico. Quindi le lotte contro il sindacalismo di
mestiere, il ruolo assegnato ai neri, alle donne, agli immigrati, non
sono solo pratica di lotta e scelta etico-politica, ma vengono percepiti
come capacità di affrontare al suo livello la branca centrale del capi­
tale internazionale.
Ed è qui che si gioca la loro sconfitta sul terreno della lotta poli­
tica e della produzione.
Il primo è stato forse più indagato da grilli parlanti che ci erudi­
scono sulla impoliticità degli iww; costoro dimenticano quello che il
proletariato d’occidente ha dovuto apprendere nelle crisi rivoluziona­
rie del 1919-1921, cioè che nelle metropoli capitalistiche il proleta­
riato è solo contro tutte le classi privilegiate e che non gli è data al­
cuna mediazione politica se non come classe subalterna.
Il secondo è, forse, più importante. La Ford, ma non solo la Ford,
dimostrano che l’operaio-massa non è « geneticamente » separato dal­
l’integrazione capitalistica. Nuovi e potenti strumenti vengono messi
in atto per forgiare la classe per il capitale: dagli aumenti salariali al
Welfare, dall’americanizzazione ad un uso mafioso delle etnie.
Gli strumenti di lotte e quelli di integrazione si rivelano ancora
una volta interscambiabili.
Più che di errori, dunque, si deve parlare di storia di una parte di
tutto il movimento operaio radicale al di qua e al di là dell’oceano.

IWW e noi

Ecco dunque che, non a caso, individui che hanno partecipato a


lotte di massa di operai immigrati e non qualificati, a organismi di
lotta nati in fabbrica, ad esperienze immediate e radicali nei luoghi
di vita quotidiana (scuola, quartieri, terre...) trovano una forte simi-
glianza di sensibilità e di difficoltà. Per un lato cogliamo la capacità

100
proletaria di rovesciare contro il padronato le strutture stesse dell’or­
ganizzazione produttiva, e proviamo la capacità di usare la propria
comunità come entroterra forte per la lotta e la maturazione politica;
dall’altro siamo coscienti che non ci possiamo identificare in nessuna
forma o fase dei movimenti. Si tratta di una lezione severa che sovente
ci premia nel nostro bisogno di certezze.
Dobbiamo non negarci l’identificazione passionale con una comu­
nità proletaria che lontana da noi nel tempo ha posto innanzi ciò che
sostanzia il nostro essere individuale e sociale contro un presente ed
un orizzonte che, assunti in questo limite, sono solo miseria.

101
Una trama di classe tra Biellese e New Jersey
Brevi note sugli operai immigrati
nella lotta di Paterson del 1913
Roberto Prato

Credo necessario premettere che non sono uno storico professio­


nista, ma semplicemente un compagno di movimento, passato attra­
verso le lotte operaie biellesi nei decenni sessanta e settanta.
Il mio primo interesse per le « radici », nel corso di quei vent’anni,
è stato destato innanzitutto dalla suggestione delle fonti orali, della
memoria di classe operaia, ancora diffusa nell’ambiente operaio biel­
lese.
Oggi siamo appena agli inizi di una trattazione sistematica della
storia dell’emigrazione biellese nel mondo. Per quanto riguarda l ’emi­
grazione negli Stati Uniti, sono appena comparsi i primi contributi del
compagno biellese Franco Ramella, docente all’Università di Trieste,
relativi a muratori e scalpellini biellesi emigrati. Nello specifico settore
degli operai tessili biellesi nel New Jersey, è di prossima pubblica­
zione un nuovo saggio di Ramella, frutto di ripetute ricerche negli
Stati Uniti.
È alla sua cortesia che devo elementi decisivi di informazione e di
riflessione presenti in queste brevi note. Lo voglio qui pubblicamente
ringraziare sottolineando che il debito è grande.

Qual è l’interesse vero nel tentare di ricostruire una memoria della


presenza operaia tessile biellese nel New Jersey, a Paterson, West Ho-
boken, Haledon?

103
Vi è qui un problema preliminare: liberarsi della « biellesità »,
cioè dell’ideologia dell’eredità, del primato e dell’anticipazione, l’ere­
dità della « sequenza esemplare »: a Biella si è storicamente formata
la prima industria e — quindi — la prima classe operaia, si sono veri­
ficati i primi scioperi e si sono sviluppate le prime forme di organiz­
zazione operaia, sindacale e politica, si è giunti al primo contratto col­
lettivo di lavoro, eccetera.
Bisogna invece cogliere criticamente, fino in fondo, la possibilità
che la vicenda biellese, sulle due sponde dell’Atlantico, offre di ve­
dere in atto, con chiarezza, polarità e momenti forti ed esemplari dello
scontro di classe. In particolare: da una parte la dinamica del capitale,
la sua capacità di trasformarsi incessantemente e di sussumere, in mo­
do sempre più reale, la forza lavoro dentro il processo produttivo di
plus-valore. La macchina sta qui al centro di questo processo; dall’al­
tra, la capacità di resistenza della classe operaia, le sue dinamiche di
crescita, di organizzazione autonoma, con il complesso problema del
rapporto « lotta-coscienza-organizzazione », e spontaneità-organizza­
zione.
Si cercherà dunque, molto schematicamente, di mostrare:
a) la radice dell’emigrazione dentro un forte sviluppo del capi­
tale industriale;
b) la radice della forte politicizzazione degli operai tessili biel-
lesi in America, nelle esperienze di lotta e di organizzazione vissute
nella terra d ’origine.
L ’emigrazione stanziale biellese negli Stati Uniti, a partire dagli
anni ottanta dell’800, nasce — a differenza di ondate precedenti, dal
biellese e dall’Italia in generale — non da assenza di sviluppo, ma
dalla crescita industriale.
Dall’unità d ’Italia in poi, la diffusione del telaio meccanico nel Biel­
lese diviene impetuosa e sistematica. Ecco in estrema sintesi l’impres­
sionante progressione del telaio meccanico:
1878: 250-300 telai meccanici;
1882: 1000 telai meccanici;
1886: 1800 telai meccanici (su 3600);

104
1890: oltre 2000 telai meccanici (su 2470) nei soli lanifìci a ciclo
completo.
Vi è qui un duplice processo nel rapporto uomo-macchina: l’intro­
duzione su larga scala del telaio meccanico, rendendo inutile il vecchio
telaio familiare di legno, costringe i superstiti tessitori a mano, che
lavoravano in casa, ad andare in fabbrica; contemporaneamente, dalla
fabbrica vengono espulsi centinaia di operai resi superflui dalle buone
macchine. Si apre qui il cammino dell’emigrazione.
La nuova fabbrica, le nuove macchine sconvolgono un antico tes­
suto sociale; intere figure professionali della manifattura a carattere
familiare, tessitori e filatori a mano, perdono la loro relativa indipen­
denza sociale e professionale. Nella nuova fabbrica le paghe sono molto
basse. Per averne un’idea compariamo salario e prezzo del frumento,
troviamo che, negli anni sessanta, un operaio tessile — con tre per­
sone a carico — doveva lavorare 111 giorni per acquistare il fru­
mento indispensabile alla famiglia: se su un guadagno medio annuo
di 390 lire si detraggono lire 145 annue solo per il pane, non si vede
come l’operaio potesse provvedere a tutto il resto, se non fosse stato
per la diffusissima proprietà di un piccolo pezzo di terra coltivabile,
di un castagneto, di un orto, di una vacca, che — nell’insieme — aiu­
tavano la famiglia operaia a sopravvivere. Si calcola che circa l’80 per
cento degli operai delle vallate si trovasse in queste condizioni (in
Valsessere sino al 90 per cento).
Anche la casa era quasi sempre di proprietà.
Insomma l’operaio biellese dell’800 campa perché è ancora, in so­
stanza, un operaio-contadino.
L ’orario di lavoro nelle fabbriche è durissimo: dalle 12 alle 14
ore al giorno, la disciplina in fabbrica strettissima e fatta rispettare
con un pesante sistema di multe.
Dentro e contro questo impetuoso processo di estensione e di
approfondimento dell’organizzazione capitalistica nel Biellese, la for­
mazione di movimenti di lotta — favorita anche dalla forte concentra­
zione di salariati industriali su un territorio limitato e fitto di stabi-
menti — è precoce: dopo i primi isolati scioperi di singole fabbriche
nel 1845 e nel 1854, partono le prime lotte di più fabbriche contem­

105
poraneamente, nella Vallemosso del 1863, contro il duro regolamento
di fabbrica e il sistema delle multe. Connessa a queste prime lotte è
la formazione delle prime organizzazioni operaie autonome-, non più
Società di mutuo soccorso sotto tutela padronale, già operanti fin dal
1848, ma associazioni operaie a direzione operaia nettamente classista,
come la Società dei tessitori di Crocemosso, la più antica ed impor­
tante, sorta appunto nel 1863. A partire dal 1860 si sono sviluppati
anche i « circoli vinicoli », a centinaia — 890 nel 1878 — , sedi di
un diffusissimo associazionismo spontaneo: lettura di giornali, confe­
renze politico-culturali, nonché strumenti di miglioramento qualitativo
e di « umanizzazione » del consumo del vino, come riconoscerà il gio­
vane Einaudi nel suo fondamentale Le lotte del lavoro.
A partire dal 1864 e fino alla fine del secolo, si svolge un ininter­
rotto, lunghissimo ciclo di lotte. Ecco, molto in sintesi, le principali:
1864, sette mesi di sciopero contro i regolamenti di fabbrica ed il
sistema delle multe; è una vittoria operaia. Si firma il primo contratto
collettivo di lavoro ed entra in vigore il nuovo « regolamento Man­
cini ».
1870-73-76: scioperi sul cottimo di tessitura.
1877: tre mesi e mezzo di sciopero per l’aumento del salario. Il
pretore di Mosso S. Maria annuncia la famosa equazione « tessitore =
canaglia» e 70 operai sono condannati al domicilio coatto. Si apre la
prospettiva dell’emigrazione.
1882: scioperi per l’aumento del salario.
1883: tre mesi di scioperi per il salario.
1888-89-90-94: scioperi minori.
1897: sette mesi di sciopero per ottenere la giornata lavorativa di
10 ore. Sconfitta operaia ed emigrazione.
1901 : due mesi di sciopero contro l’introduzione del doppio telaio.
Sconfitta operaia, seguita da massicci licenziamenti e liste di proscri­
zione nelle fabbriche. Si emigra. Va ricordato che la frequenza e soprat­
tutto la lunghezza delle lotte sono materialmente rese possibili da
quelle fonti di sostentamento parallelo a cui si è già accennato prima,
costituite dal piccolo pezzo di terra coltivato — specialmente a mais

106
e patate — , dall’orto, dalla vigna, dal castagneto, dalla vacca e dai pic­
coli animali da cortile.
Parallelamente all’estendersi delle lotte, cresce l’organizzazione
operaia, con fortissima sincronia.
In rapida sintesi:
1863: nasce la già citata Società dei tessitori di Crocemosso.
1872: l’Internazionale è — quasi certamente — presente a Biella
con una sezione, sorta per impulso del biellese Vitale Regis, già volon­
tario garibaldino, poi combattente della Comune di Parigi, membro
del Consiglio generale dell’Internazionale a Londra, legato alla posi­
zione di Marx ed Engels. Il Regis dà notizia della sezione biellese in
un rapporto ad Engels dell’l marzo 1872, anche se poi il socialista
Rigola ne negherà l’esistenza.
1877: sorgono le prime leghe di Resistenza a sostegno degli scio­
peri.
1880: nasce il movimento cooperativo biellese.
1881: fondazione del settimanale « La Sveglia » ad opera di un
gruppo di operai ed intellettuali democratico-mazziniani.
1882: fondazione — a livello nazionale e biellese — del Partito
operaio italiano, cui aderiscono le numerose società operaie di mutuo
soccorso, liberandosi della tutela padronale.
Anni ottanta: diffusione di circoli anarchici a Biella e nei paesi vi­
cini. Mongrando, Chiavazza, Sagliano Micca, dove è larga la circola­
zione dell’idea anarchica tra gli operai del cappellificio Barbisio. Pon­
derano, con frequenti conferenze di Andrea Costa e Pietro Gori, tra il
1884 ed il 1893. La corrente anarchica più diffusa è quella ispirata ad
Errico Malatesta, anche se non mancano seguaci del vercellese Luigi
Galleani di tendenza comunista antiorganizzatrice.
1890: prima celebrazione biellese del Primo maggio.
1892: nasce anche a Biella — attraverso una scissione tra anar­
chici e socialisti, detta « scissione del Gallo Antico », dal nome del­
l’albergo in cui si tenne il I Congresso socialista biellese — e si dif­
fonde in modo rapido e larghissimo il Partito socialista italiano. Con­
temporaneamente è attiva a Mongrando la cosidetta Scuola d’Anarchia
di Alberto Guabello.

107
1895: venuta a Biella del socialista emiliano Dino Rondani, che
nello stesso anno fonda con Rinaldo Rigola — passato dall’anarchia al
socialismo — il settimanale socialista « Corriere Biellese ». Sempre nel
1895, al II Congresso socialista biellese si manifesta una chiara preva­
lenza operaia e marxista che si libera dei democratici-mazziniani, assor­
bendo nel frattempo molti elementi di provenienza anarchica ed ope­
raista. C’è contemporaneamente una crisi della presenza anarchica or­
ganizzata, con l’arresto del Guabello, di altri undici anarchici biellesi,
nonché del Galleani.
Il classismo, l’autonomismo, l ’autoorganizzazione, eredità storiche
del movimento anarchico, sono, per cosi dire, fortemente incorporate
nel comportamento operaio e nelle organizzazioni di base (leghe, se­
zioni socialiste, società dei tessitori...).
1901: nel febbraio nasce la Camera del lavoro di Biella, cui subito
aderisce la Società dei tessitori di Crocemosso, divenuta nel 1897 la
potente Lega di Resistenza tra tessitori e tessitrici della Vallestrona e
del Ponzone. Entro l’anno la Camera del lavoro di Biella ha 5000
iscritti, di cui 2000 tessili.
È dello stesso 1901, significativamente, il primo esplicito contra­
sto tra il movimento operaio di base, le leghe tessili, e la dirigenza
riformista della neonata Camera del lavoro, in occasione della grave
sconfitta operaia dopo lo sciopero di due mesi contro il doppio telaio.
Il socialismo ufficiale è già gradualista e riformista — anche se for­
temente radicato sul piano organizzativo nel proletariato — , ma il
comportamento di massa è radicalmente eversivo, fortemente autono­
mo. Le istituzioni politiche ed in parte la società civile si caratteriz­
zano, nel Biellese, per una vastissima, capillare diffusione del sociali­
smo ufficiale, ma la fabbrica e la comunità operaia che — specie nelle
vallate — la circonda, restano profondamente segnate da una forte
identità classista. Qui socialismo ed anarchismo si presentano larga­
mente fusi, nei fatti, dentro la radicalità della classe che in circa qua­
rantanni di lotta — dall’inizio degli anni sessanta dell’800 ai primi
del ’900 — ha costruito attraverso il conflitto una propria autonoma
identità, uno spessore, una trama di comportamenti, riflessi, tradizioni,
solidarietà, memorie.

108
È con questa storia di lotte, di organizzazione, di dibattito politico
e culturale che gli operai tessili biellesi arrivano in America, nel New
Jersey, a Paterson, West Hoboken, Haledon, città vicinissime tra loro,
sedi dell’industria serica degli Stati Uniti.
Sono, come già si è detto, operai costretti ad emigrare a causa della
massiccia introduzione del telaio meccanico; espulsi dalla produzione
in quanto la forza lavoro maschile viene largamente sostituita da quella
femminile, meno pagata; per sfuggire alle persecuzioni poliziesche in
seguito ai lunghi scioperi dei decenni settanta, ottanta, novanta, specie
dopo le dure repressioni e le sconfitte del 1877, del 1896, del 1897 e
del 1901.
Alla fine dell’800, Paterson conta circa 100.000 abitanti e 300 fab­
briche della seta. Gli addetti all’industria sono oltre 25.000, di cui ben
10.000 italiani. Tra questi si contano circa 3000 biellesi. Gli altri ope­
rai tessili italiani vengono in maggioranza dal Comasco e dal Pratese.
Altre forti componenti di operai immigrati sono costituite da polac­
chi, tedeschi, ungheresi, russi, ebrei dell’Europa orientale, armeni. I
primi arrivi dall’Italia possono situarsi attorno all’inizio degli anni ot­
tanta. Poi l’immigrazione aumenta a partire dagli anni novanta. Si
tratta di una emigrazione stanziale, quasi sempre definitiva: gli operai
biellesi, e italiani in genere, arrivano con le famiglie ed è quasi sempre
Vintero nucleo familiare che lavora dentro i setifici. Infatti, solo grazie
ad un cumulo di due, tre, quattro salari gli operai riescono a raggiun­
gere un decente livello di vita. È questo, come vedremo, un elemento
fondamentale, proprio perché materiale e concretamente locale, del
processo di radicalizzazione del comportamento operaio, che porterà
gli immigrati biellesi alla testa degli scioperi americani della seta negli
anni dieci — oltre, ovviamente, nel modellare le forme storiche della
soggettività, all’esperienza di lotte, di organizzazione, di cultura poli­
tica che i tessili biellesi avevano alle spalle — .
Paterson, insieme a West Hoboken e Haledon, è certo, dal punto
di vista della combattività operaia, un luogo straordinario. È già cono­
sciuta come la « Lione d ’America » — ma anche la città dei « leoni
d’America » — , « La Mecca dell’Anarchia ». A cavallo tra l’800 ed il
’900 vi sono stati attivi Errico Malatesta, Saverio Merlino, Pietro Go-

109
ri, Luigi Galleani, Camillo Prampolini, Andrea Costa. Il « New York
Times » del 18 dicembre 1898 scrive che su 10.000 italiani a Pater-
son, 2500 si dichiarano anarchici.
A Paterson circola il giornale « La Questione Sociale », ispirato da
Malatesta e collegato all’anarchica Società per il diritto all’esistenza
che si riunisce al Bertoldi’s Hotel. A questa società appartiene Gae­
tano Bresci, cui va ricollegato l’anarchico biellese Luigi Granotti, detto
Granajot ed anche II biondino, cappellaio della citata fabbrica Barbisio
di Sagliano Micca, emigrato a Paterson nel 1896, dove fa il tessitore
di seta, tornato in Italia nel 1900. Diffuse e precise testimonianze orali
biellesi indicano come colui che avrebbe ospitato il Bresci, a Sagliano
appunto, prima del regicidio, e che lo avrebbe poi accompagnato a
Monza, per subentrargli in caso di fallimento. Poi riparato all’estero
e tornato nel biellese in tarda età.
Altro anarchico attivo a Paterson è Pietro Calcagno, già garzone
panettiere di Strona Biellese, amico di Amilcare Cipriani e di Mala­
testa, emigrato nel 1896 per sfuggire alle persecuzioni poliziesche.
Sempre a Paterson circola il giornale socialista « Il Proletario »,
fondato a Pittsburg nel 1896 da Dino Rondani, deputato biellese, di
origine emiliana, dal 1900, che abbiamo già visto tra i fondatori del
« Corriere Biellese ». « Il Proletario » — poi diretto dal 1900 al 1904
da G. M. Serrati — è edito dal socialista biellese Eligio Strobino, sin­
dacalista, membro della Federazione socialista italiana ( f s i ) fondata
nel 1902 a New York, segretario dell’Università Popolare, poi mem­
bro dell’iww, attivo negli scioperi di Lawrence e di Paterson.
Ritroviamo ancora Rondani, nel 1900, ad organizzare 20 sezioni
— « branches » — italiane del Socialist labour party di Daniel De
Leon.
Sempre a Paterson, è regolarmente venduto nell’edicola dei biel­
lesi fratelli Fontanella, il « Corriere Biellese » che diviene, agli inizi
del ’900, un fondamentale organo di collegamento sistematico tra ope­
rai militanti di Biella e biellesi d ’America.
La presenza biellese a Paterson è, infine, ben visibile a chi anche
semplicemente scorra repertori di cognomi italiani presenti nel New
Jersey in quegli anni tra i due secoli: Torello, Fontanella, Cimma,

110
Cesa, Garbacelo, Bocchio, Quazza, Viola, Prina, Orcuto, Gronda, Ai-
mone, Falcetto, Valle, Sola, Strobino, Canova, Cravello, Bedotto, Bot­
to... Troviamo, e ripetutamente, questi nomi tra i sottoscrittori di
collette fatte in America per aiutare gli scioperi biellesi, nomi regolar­
mente pubblicati da il « Corriere Biellese ». Il nome più celebre negli
anni della lotta di classe biellese sulle due sponde dell’Atlantico è
quello di Giovanni Sella Bleu, tessitore di Vallemosso, nato nel 1843,
già inquisito per uno sciopero nel 1873, poi per i grandi scioperi del
1877, emigrato forse dopo il 1889 a Paterson, lavora nei telai della
seta, apre nel 1897 la sottoscrizione di Paterson, riportata dal « Cor­
riere Biellese », per solidarietà con la grande lotta di quell’anno per
la giornata lavorativa di 10 ore. Lotta durata sette mesi e terminata
con la sconfitta operaia. « Il presidente del comitato segreto dell’an­
tica Società dei tessitori, durante le agitazioni della Valle di Mosso di
vent’anni prima, mandava 5 lire e si firmava Sella Bleu, ribelle » scrive
Franco Ramella avviandosi a concludere il suo esemplare Terra e telai.
Altra figura notissima nel movimento è, in questi stessi anni, quella
del tessitore di Chiavazza (oggi rione alla periferia di Biella) Pietro
Botto, emigrato in America nel 1892, la cui casa ad Haledon diviene
un fondamentale punto di riferimento, di riunione e di organizzazione
delle lotte del primo ’900. Conosciuta come « Botto House » è il quar-
tier generale degli iww nello sciopero di Paterson del 1913 (ed è oggi
sede dell’American Labor Museum, dichiarata monumento storico del­
lo Stato del New Jersey).
Stretti, come si vede, rimangono sotto ogni profilo, i legami con la
terra di origine; e qui ci preme sottolineare il legame militante di
classe.
Alcuni rapidi esempi in proposito:
— i numerosi epistolari di rilievo politico, fin dagli anni ottanta.
Si vedano ad esempio le lettere del tessitore Pietro Torello Conta, da
West Hoboken nel 1886, sullo sciopero americano per le 8 ore e l’au­
mento del 25 per cento del salario; le lettere di Luigi Fontanella, da
Paterson nel 1897, in cui si parla del « comitato di soccorso » di Pa­
terson e West Hoboken e della somma di lire 119 « per il soccorso
della Valle Strona »;

111
— la sistematica creazione, appunto, di comitati di soccorso per
le lotte biellesi, come nel 1896 per la valle Strona, e nel 1897-98 per
la Valsessera;
— le congratulazioni del Socialist labour party — con le sue 20
branches — nel 1900 per l ’elezione di Rondani nel collegio elettorale
di Cossato Biellese;
— la sistematica raccolta di fondi per il « Corriere Biellese » e
per la colonia alpina socialista « Fra Dolcino ».
È importante a questo punto, per capire il clima di radicalizzazione
politica in cui maturano le lotte del 1912 e del 1913 a Paterson, ri­
prendere, per il New Jersey, quanto dicevamo a proposito del Biellese
relativamente alla « fusione » nel movimento di massa tra componente
anarchica e componente socialista. Quello stesso impasto, quella fu­
sione, dentro la forte identità dell’autonomia di classe, che aveva gio­
cato un ruolo decisivo nel movimento operaio biellese, anche « dentro
e contro » le articolazioni dell’istituzione socialista ufficiale, di dot­
trina formalmente marxista e di pratica riformista, li ritroviamo qui,
nel New Jersey, ma con un segno specularmente rovesciato: il cor­
rente nome di socialista — che di fatto, storicamente, riassume nel
Biellese tra l’800 e il ’900 tutta la carica eversiva del proletariato —
si muta qui, in terra americana, nel corrente nome di anarchico. Ele­
menti di tradizione politica proletaria locale; l’intenso lavoro di edu­
cazione politica dei Malatesta, Gori, dei Merlino, Galleani — ma con
una nettissima prevalenza della linea del comuniSmo anarchico orga­
nizzativo, secondo le proposte malatestiane, rispetto ad altre tenden­
ze, come quella antiorganizzatrice del Galleani — hanno lasciato un
segno: conferenze, dibattiti, giornali, società culturali sono stati un
attivissimo veicolo di circolazione delle dottrine anarchiche.
Il socialismo, invece, è stato ben presente, ma attraverso le sue
figure più ufficiali, come il Rondani, e si è volto, con la Federazione
socialista italiana, ad un rapporto privilegiato con le esistenti organiz­
zazioni partitiche americane, e ricordiamo a proposito le branches del
Socialist labour party. Nella larga popolarità del nome di anarchico
il movimento di massa compendia la qualità fortemente classista, auto­

112
noma, autodiretta della propria identità e del proprio comportamento
conflittuale.
Certamente la larghissima assunzione di una pubblica identità anar­
chica piuttosto che socialista rinvia al problema del diverso rapporto
economia-società-stato negli u s a e nell’Italia del primo ’900. E non
solo di allora.
Il peculiare processo storico di formazione della società americana,
nata senza Vancien regime nel proprio codice genetico, aveva dato vita
ad uno stato più nettamente democratico, nel senso repubblicano-bor­
ghese, ma proprio per questo più diretta espressione e forma più fun­
zionale del comando capitalistico della società, senza mediazioni, senza
la relativa « autonomia » della forma-Stato rispetto al capitale. In que­
sta situazione, che possiamo definire « pura », risulta poco praticabile,
e quindi poi poco credibile agli occhi del proletariato, la formazione di
istituzioni socialiste nella società civile: non c’è spazio. Così, davanti
alla potente autonomia del capitale, che ingloba direttamente lo stato
e direttamente governa la società, si costituisce l’autonomia di massa
della classe, come movimento. Questo è il senso della proclamazione di
massa per l’anarchia. È appena il caso di ricordare che la diversa genesi
della forma-Stato in Italia ed in Europa ne fonda una maggiore, rela­
tiva, autonomia rispetto al capitale, la quale consente una complessa
funzione di mediazione tra il capitale stesso e la società. Questo stato-
mediazione è la sponda su cui gioca l ’istituzione socialista europea.
Anarchia è insomma in America, a Paterson, il nome della irridu­
cibilità classista degli operai, come socialismo lo è, negli stessi anni, a
Biella. La qualità sociale e politica dei movimenti a Biella e a Pater­
son, la loro costituzione materiale appaiono in sostanza largamente
omologabili: sovente si tratta degli stessi operai in lotta prima nei lani­
fici biellesi e poi, pochi anni dopo, nei setifici del New Jersey. Un pas­
saggio molto significativo di questa prevalenza movimentista, operai­
sta, classista, è la scelta che i delegati di base al II Congresso della
Federazione socialista italiana, nel 1906, fanno a favore dell’Unioni­
smo industriale, il che, in quel momento ed in quel luogo, equivale ad
una adesione di fatto agli iww, contro il sindacalismo di mestiere delle
« craft unions » e delle « trade unions » degli « skilled », a favore

113
della prospettiva radicale dello « one big union » degli « unskilled ».
La scelta è tanto più significativa se si pensa che essa passa sopra al
problema che il « socialismo ufficiale » italo-americano della f s i po­
neva in quel congresso: se aderire come f s i al Socialist labour party
o ai Socialist party americani. La decisione di aderire agli i w è uffi­
cializzata cinque anni dopo nel 1911, al congresso di Utica della f s i .
« Il Proletario », il vecchio giornale socialista del 1896, dei biellesi
Rondani e Strobino, diviene ora organo degli iww, e la sua sede è
trasportata da Boston a Chicago, quartier generale dei « wobblies ».
Siamo ormai alla vigilia dei grandi scioperi tessili di Lawrence
(Massachusetts) nel 1912 (23.000 scioperanti), e di Paterson (New
Jersey) nel 1913 (25.000 scioperanti).
I fatti di Paterson sono noti: il 25 febbraio 1913 venticinquemila
operai della seta, la totalità della maestranza, entrano in sciopero con­
tro l’introduzione, nel New Jersey, del « multiple-loom-system », cioè
contro il sistema dei tre, quattro telai, fino a quel momento limitato
alla Pennsylvania. In sostanza a Paterson ci si trovava di fronte allo
stesso problema del Biellese nel 1901: l’introduzione del doppio te­
laio, con la dura lotta dei due mesi e la sconfitta finale dei lavoratori.
I quattro telai sono una minaccia fortissima all’occupazione. Si è
detto come soprattutto tra gli italiani — quasi la metà della forza
lavoro e fra loro i biellesi, 1/3 circa, quasi 1/8 dell’intera forza lavoro
della seta — l’intero nucleo familiare fosse impiegato in fabbrica, con
una presenza addirittura maggioritaria, conseguentemente, di donne e
di bambini nella produzione (56 per cento della forza lavoro). La di­
soccupazione minacciava così di trasformarsi in vera e propria tragedia
per gli italiani: solo il cumulo di più salari consentiva loro di vivere
decentemente.
Questo spiega, come condizione peculiare e materiale, la compat­
tezza dello sciopero e la posizione di naturale avanguardia radicale
assunta dagli italiani e fra essi i biellesi. Va ricordato infine che donne
e bambini saranno l’avanguardia più decisa della lotta. Un dato in
proposito è clamoroso; tratto dai giornali americani dell’epoca — e
naturalmente dal « Corriere Biellese » — : all’ottava settimana di scio­
pero, a fine aprile, su 16 donne arrestate 13 sono biellesi e 3 polacche,

114
su 29 uomini arrestati 22 sono biellesi e degli altri 7 non si hanno
dati.
La « Botto House » di Haledon diviene il quarder generale degli
iww che dirigono la lotta: durante tutto il lunghissimo sciopero, 5
mesi, vi si tennero giganteschi comizi, vi funzionava una mensa e la
moglie di Pietro Botto, Maria Boggio, la domenica serviva fino a cento
pasti in giardino.
La fortissima partecipazione italiana, e biellese, alla « leadership
wobbly » ha anche un’altra importante motivazione: nell’America del
primo ’900 gli italiani, con polacchi, russi ed ebrei dell’Europa orien­
tale, cioè il Sud-Est dell’Europa, subivano più di altri (tedeschi, irlan­
desi, scandinavi, il Nord-Ovest dell’Europa) un pesante isolamento
etnico, che il sindacalismo di mestiere non rompeva, ma perpetuava.
Solo il radicale « one-big -unionism » degli « unskilled » wobblies
spezzava, di fatto oltre che di principio, le saparatezze etniche. La
presenza tra i più noti e capaci organizzatori wobblies di italiani come
Arturo Giovannitti e Carlo Tresca è, in proposito, significativa.
Dopo cinque mesi di lotta durissima, il 28 luglio gli operai tor­
nano al lavoro. Lo sciopero è fallito. Sulla lunga distanza pesò certo
la divisione professionale, cui corrispondeva una divisione etnica, della
classe operaia tra tessitori di seta a trama grossa e tintori da una parte,
immigrati — e dunque non ancora organizzati e stimolati alla lotta —
e i tessitori di seta fine « americani e conservatori » che avevano ap­
partenuto per trent’anni a singole « craft-unions », come disse la gran­
de organizzatrice wobbly Elizabeth Gurley Flynn, che fu un’appassio­
nata animatrice della lotta, in un discorso del 31 gennaio 1914 a New
York. Questi ultimi il 18 luglio notificarono al comitato di sciopero il
proprio ritiro dal comitato stesso ed il proposito di accordarsi col pa­
dronato, fabbrica per fabbrica, rompendo la solidarietà del movimen­
to: « Precipitarono la situazione trasformandola praticamente in una
rotta » disse la Flynn in quel comizio.
Ma c’era dietro un dato di fondo: gli industriali erano chiaramente
pronti a chiudere nel New Jersey e a spostarsi dove il lavoro si com­
prava a minor prezzo (come nel più arretrato South Carolina).
La lotta dei cinque mesi era dunque finita con la sconfitta e que­

115
sta lasciava aperti almeno due problemi: uno, per così dire, vecchio,
il peso ancora forte di vecchie divisioni di mestiere, qui rafforzate dal
dato etnico, dentro la composizione sociale di un movimento — quello
diretto dagli iww — che intenzionalmente tentava di superare proprio
quelle stesse divisioni, assumendo come dato oggettivamente progres­
sivo nel capitale stesso che distruggeva i vecchi mestieri operai, il cre­
scente peso specifico della massa « unskilled », naturalmente favore­
vole al « big-one unionism », ed un problema relativamente nuovo,
cui il movimento wobbly non appariva preparato, cioè la crescente
mobilità del capitale, la sua più forte capacità di giocare il « vecchio
mestiere » — l’operaio americano della seta fine — e la prospettiva
di dislocarsi altrove, di trovarsi altri salariati, dentro una nuova orga­
nizzazione del processo produttivo. Un’organizzazione in cui, come
scrive Renato Musto nella sua introduzione ad una antologia sugli
i w , « l ’introduzione delle macchine e l’organizzazione scientifica del­
la produzione avrebbero sì eliminato le contraddizioni allora presenti,
e di cui gli I.W.W. erano ben coscienti, tra il moderno proletariato
di fabbrica e gli operai dotati ancora di abilità e capacità artigianali,
ma, al contempo, avrebbero prodotto nuove e più articolate strutture
gerarchiche che gli I.W.W. non potevano prevedere ».
A questo punto il discorso esce dai limiti di queste note e prose­
guirlo richiederebbe ben altre ed articolate tematizzazioni. Ci premeva,
qui, cominciare soprattutto qualche traccia della memoria di classe;

* Forniamo alcune indicazioni bibliografiche sulla classe operaia biellese e sul movi­
mento operaio americano:
L. einaudi, Le lotte del lavoro, Torino, ed. Piero Gobetti, 1924; A. d. coda, Contri­
buto alla storia della maestranza laniera nel biellese, tesi di laurea, Torino, Ist. scienze eco­
nomiche e commerciali, 1927; R. rigola, Rinaldo Rigola e il movimento operaio nel Biel­
lese. Autobiografia, Bari, Laterza, 1930; p. secchia , Capitalismo e classe operaia nel
centro laniero d'Italia, Roma, Ed. Riuniti, 1960; Linee di storia del movimento socia­
lista biellese 1892-1962, Biella, Fed. p s i , 1962; p. ferraris , Sviluppo industriale e lotta
di classe nel biellese, Torino, Musolini, 1972; F. ramella , Terra e telai, Torino, Einau­
di, 1984; A. s. besso n e , Uomini, tempi ed ambienti operai che hanno preparato Oreste
Fontanella, tip. Unione Biellese, 1985; Sapere la strada. Percorsi e mestieri dei biellesi
nel mondo, Banca Sella, Electa, 1986; L ’altra storia. Sindacato e lotte nel biellese 1901-
1986, ed. Ediesse, 1987.

116
una lunga trama è stata tessuta tra il Biellese e Paterson, tra Croce­
mosso e West Hoboken. Alcuni fili speriamo di averli ritrovati, po­
tranno ancora servirci.

r . o. boyer , h . m . morais , Storia del movimento operaio negli Stati Uniti 1861-
1955, Bari, De Donato, 1974; J. brecher , Sciopero!, voli. I e II, Milano, La Salaman­
dra, 1976; rudolph j. vecoli, The ltalian Immigrants in thè United States Labor Mo-
vement from 1880 to 1929, in G li Italiani fuori d ’Italia. Gli emigranti italiani nei movi­
menti operai dei paesi d ’adozione 1880-1940, b . bezzi (a cura), Fondazione Brodolini,
Milano, F. Angeli, 1983; B. cartosio , Gli emigranti italiani e l’IWW, in Gli italiani
fuori d ’Italia cit.

117
Un atto di antifascismo:
la mobilitazione prò Sacco e Vanzetti nell’Italia del 1927 *

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero arrestati quando in


Italia era vivo il movimento operaio dei consigli, quando sembrava
automatico il passaggio dalle occupazioni dei luoghi di lavoro alPautor-
ganizzazione proletaria, quando il movimento socialista vedeva i limiti
del suo parlamentarismo ed il capitale industriale e lo stato monar­
chico avevano bisogno del fascismo e non più di Turati e dei rifor­
misti.
Era in Italia Luigi Galleani, animatore di quella « Cronaca Sov­
versiva » su cui scrivevano Nicola e Bartolomeo. Espulso nel 1919
dagli u s a in seguito al tristemente noto Immigration Act del 16 otto­
bre 1918 contro tutti gli stranieri anarchici, era a Torino a ristampare
ancora nel 1920 « Cronaca Sovversiva - ebdomadario anarchico di pro­
paganda rivoluzionaria ». Con lui era direttore, l’ancor vivo oggi, Raf­
faele Schiavina, il « Max Sartin ». Nonostante mantenesse tutti quei
contatti che aveva costruito in America, fu il quotidiano « Umanità
Nova », dell’Unione anarchica italiana a dare il 22 agosto 1920 la
prima notizia ai compagni1, Un grido d’allarme dall’America in prima
pagina.

* Lavoro collettivo svolto da individualità e gruppi del Movimento anarchico ita­


liano.
1 Dalla collezione « Umanità Nova 1920-1921 » presso il Centro studi libertari
« Giuseppe Pinelli » di Milano. Viene pubblicato in prima pagina il telegramma di Al­
dino Felicani: « Due vecchi e provati compagni Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

119
La notizia poi rimbalza in altri giornali anarchici pubblicati in quel
periodo: « Il Vespro Siciliano » di Paolo Schicchi da Palermo; « Gli
scamiciati » di Giovanni Zunino da Genova Pegli; « Il Germinai »
dell’omonimo gruppo di Trieste; la rivista « Spartaco » a Roma come
il quindicinale « Pensiero e Volontà » di Errico Malatesta; « Fede »
settimanale di Luigi Damiani e « Il Libero Accordo » di Temistocle
Monticelli sempre a Roma con « Il Conferenziere Libertario » di Et­
tore Sottovia 2.
« Umanità Nova » riprende la notizia il 27 agosto, con una rela­
zione di Aldino Felicani e poi ancora il 14 novembre. L ’appello lan­
ciato dalla prima notizia « agli anarchici, ai compagni socialisti, al pro­
letariato italiano » viene preso sul serio in un periodo in cui non man­
cavano continui appelli di mobilitazione per arresti, repressioni, pro­
cessi a lavoratori, militanti, sindacalisti in tutto il territorio nazionale.
« Umanità Nova » il 12 ottobre 1921 dava notizia di comizi pro Sacco
e Vanzetti a Livorno, Oneglia, Savona, Sampierdarena, Orbetello, Spo­
leto, Fermo, Ancona3. Il 16 ottobre dedicava l ’intero numero al caso
Sacco e Vanzetti e l’elenco dei comizi comprendeva: Firenze, Bologna,
Piacenza, Padova, Verona, Faenza, Rimini, Carrara, Viareggio, Civita­
vecchia, Velletri e Cagliari. Il successivo 17 ottobre si teneva una
grande manifestazione unitaria a Roma; per gli anarchici parlavano Er­
rico Malatesta e Giovanni Forbicini. E non fu l’unica manifestazione
unitaria di anarchici, socialisti e comunisti. A Napoli il 13 ottobre ve
ne era stata una in piazza Principe Umberto, per i comunisti aveva par­
lato Carlo Ciardiello e per gli anarchici il calabrese Bruno Misefari. La
polizia aveva censurato gran parte del manifesto pubblico di convoca­
zione, non riuscì invece a censurare il volantino che riproduceva inte­
gralmente il testo del manifesto 4.

arrestati sotto pretesto reato comune di cui sono innocenti corrono rischio sedia elet­
trica. Urge intervento proletariato italiano. Seguono particolari ».
2 Conservati presso l’Archivio « Famiglia Berneri » di Pistoia. Aurelio Chessa cura­
tore dell’Archivio ci ha permesso la lettura degli originali.
3 Le date e le citazioni delle mobilitazioni annunciate da « Umanità Nova » sono
riportate da una ricerca storica di Giorgio Manga, collaboratore del settimanale « Uma­
nità Nova » oggi organo della Federazione anarchica italiana.
4 Copia del manifesto e del volantino sono stati inviati al convegno dall’anarchico
Marco Rossi di Livorno.

120
Il 28 ottobre « Umanità Nova » pubblicava l’adesione di alcuni
soldati alle manifestazioni di protesta. Errico Malatesta, vivissimo a
69 anni, era presente l’8 gennaio 1922 a Roma per una nuova mani­
festazione di protesta per la condanna di Sacco e Vanzetti. Lo stesso
giorno « Umanità Nova » annunciava i comizi di Civitavecchia ed An­
cona.
Dopo il 1922 il movimento anarchico come tutte le organizzazioni
del movimento operaio risentiva dell’avanzata del fascismo e della di­
spersione dei compagni e di quanti continuavano la battaglia all’estero.
Chi rimaneva in Italia comunque non si dava per vinto; Bartolomeo e
Nicola mantenevano la corrispondenza coi compagni in Italia. Il 12
giugno 1926, Malatesta scriveva ad un anarchico fuoriuscito a Parigi:

Ci hanno sequestrato il n. 9 della rivista Pensiero e V olontà fra l ’altro perché


si parlava di Sacco e V anzetti. Ci hanno pure sequestrato le schede che avevamo
fatto stam pare per raccogliere in tutta Italia le firme a favore di Sacco e V anzetti
e m andarle all’am basciata americana perché trasm ettesse al suo governo la prova
che in Italia si è indignati dell’infam ia che stanno com m etten d o5.

Malatesta nella stessa lettera informa il suo interlocutore che la


polizia gli sequestrò anche una lettera scrittagli da Vanzetti lo stesso
giorno in cui fu respinto l’appello, con la motivazione che essa « ecci­
tava gli animi e quindi era pericolosa per l’ordine pubblico » 6.
In una lettera alla sorella Luigina, il 26 luglio 1926, Bartolomeo
riferisce che Gigi Damiani, responsabile di « Umanità Nova » propo­
neva all’« Unità », organo del partito comunista, e questi accettava,
di raccogliere quante più firme fosse possibile da inviare all’ambasciata
americana a Roma perché intervenisse presso il suo governo7. Dopo
la chiusura di « Umanità Nova » si era dunque tentato di distribuire
le schede tra le pagine de « l’Unità ».
Il 9 luglio « l’Unità » dava il resoconto di una riunione operaia

5 rosaria Bertolucci, Errico Malatesta: lettere edite e inedite 1873-1932, Car­


rara, ed. Centro Studi Sociale, 1984, p. 215.
6 Ivi, in fondo.
7 cesare pillon , vincenzina vanzetti, Sacco e Vanzetti, Roma, Editori Riuniti,
1971, p. 145.

121
tenuta a Trieste il 27 giugno; tra le mozioni approvate ve ne era una
su Sacco e Vanzetti, era un appello alla solidarietà internazionale 8.
In quel periodo Pietro Nenni, fuoriuscito a Parigi, era testimone
delle grandi manifestazioni che lì si svolgevano pubblicamente, men­
tre — ricorda in una intervista — « in Italia i sentimenti di indigna­
zione, che pure ci furono, non poterono manifestarsi che in forma clan­
destina » 9.
La dittatura fascista, seppure ufficialmente dichiarasse che Sacco e
Vanzetti andavano salvati in quanto italiani ed in nome di un antiame­
ricanismo retorico e quindi non vero 10, nella pratica reprimeva le
espressioni pubbliche di solidarietà e requisiva ogni corrispondenza
sull’argomento. Nel libro Saccovanzetti di Salvatore Ciccone è ripro­
dotto il testo di una registrazione, effettuata a cura dell’ambasciata
u s a in Italia, di un colloquio tra Benito Mussolini, il suo segretario
ed il ministro del Lavoro dell’epoca. Il duce è stanco di sentir par­
lare di « quei due bastardi comunisti » e si rassicura che l’esecuzione
sia imminente così da poter dire che non c’è più nulla da fare. Quello
stesso giorno di agosto 1927 riceveva la delegazione da Villafalletto.
Durante il colloquio il ministro del Lavoro gli comunica che:

Stamane [2 2 agosto 1927, n d r], all’ora di pranzo, quando gli operai hanno
lasciato le fabbriche c ’è stata una m anifestazione davanti a ll’A m basciata ameri­
cana. H anno gettato sassi, hanno rotto alcune finestre ed hanno dato fuoco all’au­
tom obile dell’incaricato di affari francese. L a polizia ha disperso i dim ostranti ed
arrestato 25 [ ...] . L a polizia viene a trovarsi in una posizione m olto im barazzante,
perché la difesa di Sacco e V anzetti ha acquistato il carattere d ’un fatto di dignità
e di orgoglio nazionale. Ecco perché ho dato ordine di rilasciare tutti gli arre­
stati [ ...] . A lle due mi sono incontrato con l ’A m basciatore americano, le è molto
devoto, e ha dichiarato che non bisogna preoccuparsi p er gli incidenti.

8 Umberto tom masini, L ’anarchico triestino, Milano, ed. Antistato, 1984, p. 34.
9 Carla stampa , Documenti terribili: Sacco e Vanzetti, Milano, Mondadori, 1974,
pp. 80-82.
10 Materiali che sostengono la tesi mussoliniana ne abbiamo trovati due: luigi ru -
sticu cci , Tragedia e supplizio di Sacco e Vanzetti, Napoli, 1928, introduzione di Ar­
naldo Mussolini; tebi biondi, Materiali per una storia dell’innocenza di Bartolomeo Van­
zetti e di Nicola Sacco, Roma, Agenzia Giornalistica Romana, agosto 1977: che comun­
que è ricca di documentazione-stampa.

122
Mussolini a questo punto conferma al suo ministro la sua amicizia
con l’ambasciatore u, confermando così quale realtà stava dietro a quel
« carattere di orgoglio nazionale ».

All’annuncio dell’esecuzione

All’annuncio dell’esecuzione, anche in Italia si reagisce quindi. Lo


si fa come si può, ma certo le manifestazioni non furono espressioni
di orgoglio nazionalista. Umberto Tommasini, confinato a Ustica, testi­
monia: « rimanemmo nei cameroni e nelle baracche » ed usando la
sua lingua di Trieste ci informa che i confinati avevano comperato da
mangiare il giorno prima e così poterono resistere senza uscire dalle
case per l’intera giornata n. Peppino De Vito, ex vicesindaco socialista
di Torremaggiore, anch’egli confinato ad Ustica, conferma la testimo­
nianza di Tommasini. Il giornalista pugliese Severino Cariucci porterà
questa ed altre testimonianze alla manifestazione di Torremaggiore in
occasione della dichiarazione americana di riabilitazione, il 25 settem­
bre 1977 B. Fra le altre, ricordiamo quella al cippo ad Arnaldo Musso­
lini, fratello di Benito, fatto saltare la notte del 23 agosto a Torremag­
giore.
Ancora in Puglia, numerosi cittadini di Ceglie Messiapico ( b r ), al­
l’annuncio dell’avvenuta esecuzione di Sacco e Vanzetti, protestarono
pubblicamente in modo spontaneo 1234.
Alla citata manifestazione di Torremaggiore del 25 settembre 1977,
presenta una relazione anche Umberto Terracini quale esponente del
Comitato nazionale di riabilitazione proposto da Pietro Nenni. Terra-

11 salvatore ciccone, Saccovanzetti, Bari, 1982, pp. 97-100.


12 Umberto tom m asini, L ’anarchico cit., p. 256.
13 La testimonianza di Peppino De Vito e le seguenti riportate nella relazione, sono
state raccolte dal giornalista Severino Cariucci e presentate il 25 settembre 1977 a Tor­
remaggiore, paese natale di Nicola Sacco, durante la manifestazione per la riabilitazione.
Era presente Umberto Terracini a nome del Comitato nazionale di riabilitazione.
14 m ichele magno, Galantuomini e proletari in Puglia, Tratturo Castiglioni (fg ),
1984. L ’autore, ex senatore comunista, abita a Manfredonia ed è stato contattato perso­
nalmente dalla prof. Virginia Regnatela, relatrice al convegno.

123
cini dà quest’ultima testimonianza sulle manifestazioni dei prigionieri
politici avvenute all’annuncio dell’esecuzione:

Appresi nel carcere di S. Vittore a Milano [...] la notizia dell’avvenuta esecu­


zione di Sacco e Vanzetti, durante l’ora d’aria, dagli ultimi arrivati in carcere, e
tacitamente tutti i detenuti antifascisti decisero di rientrare nelle loro celle, con­
cordando l ’unica risposta da dare in caso di interrogatorio. « Rinuncio alla mia ora
d’aria perché ieri sono stato colpito da un grave lutto » I5.

Anche a distanza di molti mesi dalla uccisione dei nostri, il fasci­


smo non smise di perseguire chi voleva ricordarli. Così il 14 giugno
1929 la Legione Territoriale dei carabinieri di Bologna inviava una
segnalazione ai comandi periferici in cui si indicavano i dischi contrari
all’ordine nazionale, fra i quali Canzone di Caserio, La morte di Ca­
serio e i dischi lesivi della « dignità e del prestigio dell’autorità e della
moralità » 16 e tra questi L ’assassinio di Matteotti e In morte di Sacco
e Vanzetti. In tutto i dischi segnalati erano 34 e visti i tempi, consi­
derata la scarsità della produzione discografica, non erano pochi.

Conclusione

Certo le reazioni in Italia a quanto era avvenuto a Boston il 23


agosto 1927, furono minime se confrontate con quanto avveniva in
altre parti del mondo. Da Buenos Aires a Colonia, da Bruxelles a Mon­
tevideo, da Sidney a Mosca, da Stoccolma a Londra, a Parigi, a Bom­
bay, a Berlino.
In Italia, nel 1927, l’antifascismo era in ginocchio, era entrata da
poco in vigore la nuova legge di Pubblica Sicurezza che comportava,
fra l’altro, lo scioglimento di tutti i partiti e le associazioni contrarie
al regime e la istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello

15 Dalla relazione di U. Terracini alla manifestazione del 25 settembre 1977 a Tor­


remaggiore. La documentazione ci è stata offerta in lettura dal compagno Piero Sardella
di Termoli (cb ).
16 Dal concerto in memoria di Gianfranco Faina, tenuto a Torino il 30 giugno 1981
a cura del Soccorso anarchico « Crocenera ». La registrazione in due cassette dal titolo
L ’uovo di Durruti è presso la ed. Espressione, C.P. 13, Nichelino (to ).

124
Stato. Gli oppositori noti, che non erano riusciti o non avevano voluto
rifugiarsi all’estero, erano o in carcere o al confino, per cui quel poco
che si poteva fare per opporsi al regime era demandato a quei militanti
che non erano ancora noti alle autorità e comunque potevano agire solo
clandestinamente. Questa situazione si attagliava perfettamente anche
agli anarchici, compagni di fede di Sacco e Vanzetti, del Movimento
anarchico italiano che veniva neutralizzato in ogni tentativo teso ad
una, seppur minima, riorganizzazione. Così avveniva ad esempio nel­
l’ottobre 1926, quando un documento di alcuni anarchici che propo­
neva la formazione di gruppi o nuclei ed il loro coordinamento per la
diffusione di materiale propagandistico, giungeva nelle mani della Pre­
fettura di Torino che ne informava tempestivamente il ministero del­
l’Interno 17.
Per cui, ritornando a Sacco e Vanzetti, a quei militanti che aves­
sero voluto sentirsi uniti ai compagni che in tutto il mondo si mobi­
litavano, non sarebbe rimasto che scrivere ai giornali italiani che si
pubblicavano fuori d ’Italia per rammaricarsi che:

se il proletariato d ’Italia non ha potuto far sentire la sua voce di protesta si è


perché ad esso si sono tolti tutti i segni e gli attributi quali si addicono ai popoli
civili e liberi [e che] se il pensiero e l ’opinione non possono esprim ersi attraverso
la libera stam pa, gli animi liberi, non asserviti al carro del vincitore, concentrano
tutta la loro indignazione verso la buia tragedia [la condanna a morte di Sacco e
V anzetti, ndr] e uniscono la loro voce di protesta 18.

» acs , M I, D G PS, AA.GG.RR., anno 1927, b. 164, fase. K I.


ig Documento apparso su « Il Risveglio » di Ginevra, suppl. al n. 725 del 20 agosto
1927. Reperito da Italino Rossi, della redazione di «Um anità N o v a», Querceta ( l u ).

125
Il caso Sacco e Vanzetti
un banco di prova per un’intera società
Anna Maria Pedretti

Partendo dall’analisi strutturale dell’opera di un singolo autore,


Maxwell Anderson \ la ricerca si è necessariamente allargata alle dina­
miche socio-culturali dell’epoca, enucleando gli elementi essenziali che
contribuirono a trasformare uno dei tanti casi di repressione politica
in quello che si può definire uno dei più travagliati eventi del secolo.
Dapprima la pubblicità intorno al caso fu suscitata dall’instanca­
bile impegno di numerosi giornalisti che portarono avanti il loro la­
voro con il fervore di una vera missione sociale. Essi fecero conoscere

1 Maxwell Anderson (Atlantic City 1888-New York 1959) fu uno dei drammatur­
ghi di maggiore successo a Broadway tra gli anni trenta e quaranta. La sua produzione
teatrale fu molto ampia e variata: drammi storici, commedie d ’ambiente, tragedie mo­
derne, drammi in versi. Fu l’unico autore di una certa statura artistica a trattare per
ben due volte una materia drammatica relativa al caso Sacco e Vanzetti, pervaso da un
punto di vista di pessimismo filosofico: nel 1927 con Gods of thè Lightning, una specie
di teatro inchiesta, che anticipa i moduli del cosidetto teatro agit-prop di sinistra del
decennio successivo; è una ricostruzione romanzata dell’arresto, processo, condanna di
Sacco e Vanzetti, tratteggiata in modo verista ed espressionista ad un tempo; nel 1935
con Winterset, tragedia in versi, di struttura shakespeariana, che attraverso moduli an­
cor più espressamente espressionisti, rappresenta il corollario filosofico sul caso, imma­
ginando che, dieci anni dopo il suo tragico epilogo, un ipotetico figlio di Vanzetti si
assuma il compito di vendicare l’ingiustizia subita dal padre andando alla ricerca del
vero colpevole. L ’opera contenutisticamente e tematicamente molto ambiziosa, si risolve
in un poco convincente dibattito filosofico sui concetti di « giustizia tradita », « inutilità
della vendetta », « ineluttabilità ed ironia del destino ». Teatralmente parlando invece
essa offre diversi spunti interessanti e di buon effetto artistico. Ne fu ricavata anche nel
1939 una versione cinematografica, che successivamente uscì anche in Italia con il titolo
Sotto i ponti di New York.

127
il caso attraverso articoli, editoriali, numeri speciali, pamphlets, man­
tenendo sempre viva Vattenzione del mondo attorno al caso. Paralle­
lamente tramite una rete capillare di conoscenze personali, pubbliche
relazioni ed accesso ai centri dell’informazione, essi riuscirono a coin­
volgere i maggiori esponenti dt\Y élite culturale. La società americana
si trovò di fronte ad un fenomeno simile a quello avvenuto nei primi
anni del secolo con il movimento dei « muckrakers », il quale rivestì
un’enorme importanza per aver denunciato le prevaricazioni e gli abusi
dei monopolii economici e politici — i cosidetti trusts — . E non a
caso tra i simpatizzanti e sostenitori dei comitati di difesa prò Sacco e
Vanzetti troviamo anche due fra i più in vista dei « vecchi muckra­
kers »: Ida Tarbell e Upton Sinclair.
Persone di quel genere rappresentavano la continuità ideale di una
tradizione di progressismo e di liberalismo profondamente radicata
nello spirito democratico americano; e che è tuttora considerata il fiore
all’occhiello degli intellettuali americani2. I muckrakers contribuirono
a creare pertanto un mito intellettuale che i loro successori eredita­
rono, ma che non furono in grado di riaffermare, come vedremo.
Gli artisti e gli intellettuali della cosidetta generazione perduta
degli anni venti, invece di impegnarsi in un attacco aperto contro i
sistemi del potere capitalistico, come avevano fatto i loro predeces­
sori, avevano ripiegato verso l’autoanalisi o al massimo verso la de­
nuncia degli squallidi ideali della classe media, e questo atteggiamento
derivò soprattutto dalla profonda crisi morale che dilagò nell’imme­
diato dopoguerra 3. Ciò contribuì ad uno slittamento di tipo struttu-

2 D. f e l ix , Sacco e Vanzetti and the Intellectuals, Bloomington, Indiana, Univer­


sity Press, 1965, p. 175. Citando Lionel Trilling: « Negli Stati Uniti il liberalismo non
è solamente la dominante, ma addirittura l’unica tradizione intellettuale ».
3 M. Goldstein , The Politicai Stage, N.Y., Oxford, University Press, 1974, p. 4:
« Dietro a questi avvenimenti stava la perdita della tranquillità a causa della guerra ed
il crescente rispetto per le teorie psicanalitiche. L ’ascendente esercitato dalle idee del
filosofo sociale Karl Marx sarebbe venuto in seguito, ma non prima del decennio succes­
sivo, quando la crisi economica divenne così dilagante che le istanze sociali prevalsero
necessariamente sulle istanze personali all’interno della gerarchia dei valori in cui si
rispecchiavano i drammaturghi. In quel periodo invece, sebbene le istanze sociali non
fossero del tutto trascurate, i problemi dell’individuo nei rapporti con la famiglia o con
la propria coscienza venivano considerati come la massima fonte di spunti teatrali. Ma se
le commedie degli anni 20 sul tema della psicologia individuale non ipotizzavano né

128
rale e favorì la crescita dell’isolamento e dell’alienazione: il caso Sacco
e Vanzetti, scoppiato come un bubbone che rivelava tutto un mondo
di realtà sconosciute ed ignorate dall’americano medio — l’ambiente
degli immigrati e dei cosidetti radicáis i sovversivi — , colse gli intel­
lettuali americani impreparati.
Di conseguenza, malgrado gli sforzi veramente coraggiosi, essi si
trovarono confinati in eterna posizione difensiva, se non addirittura
a dover affrontare contrasti e divergenze tra di loro stessi. Tuttavia
un passo importante venne ugualmente compiuto rispetto alla genera­
zione precedente, poiché per tutta la durata del caso Sacco e Vanzetti
molti giornalisti ed intellettuali non si limitarono ad intervenire solo
attraverso le pagine stampate, ma si impegnarono concretamente nel­
l’azione diretta.
Un nuovo mito intellettuale si andava delineando, ma era un mito
al negativo — il mito del martirio — generato dall’autoidentificazione
con la realtà degli oppressi. Sacco e Vanzetti non divennero importanti
agli occhi della pubblica opinione in quanto anarchici, ma in quanto
vittime di un ingranaggio di oppressione che agiva indisturbato ed il
loro destino rappresentava pertanto una sfida per gli uomini della sini­
stra in tutti i suoi schieramenti4. Gli intellettuali in crisi trovarono
un referente ideale nella personalità di Vanzetti che incarnava perfet­
tamente le loro aspettative spirituali5.

profetizzavano rivolte di massa, erano tuttavia sorprendenti per il loro incoraggiamento


verso la liberazione dello spirito dai tabù convenzionali ».
Queste considerazioni sul teatro degli anni venti si possono applicare anche al rima­
nente panorama letterario.
4 f . j. hoffman , The Twenties, N.Y., The Free Press, 1966, p. 405.
5 d. Fe l ix , Sacco cit., p. 11. Vedi anche g. rabkin , Brama and Committment, Bloo­
mington, Indiana, University Press, 1964, pp. 23-24: « Lo zelo riformista che nei primi
anni del secolo aveva esercitato una grande ed efficace forza politica e morale, non so­
pravvisse dopo la Grande Guerra. Gli attacchi dei muckrakers contro gli scandali del­
l ’alta finanza e della Standard Oil, gli sforzi sommati per combattere la corruzione nel
governo, come nel mondo degli affari, scomparvero dietro una facciata di cinismo scatu­
rito da una travolgente ondata di adesione in massa al conservatorismo. Un unico evento
negli anni ’20 scosse il velo dell’apatia, dimostrando che le forze del liberalismo pote­
vano riprendere vita se risvegliate da una causa: l’arresto e la successiva esecuzione di
Sacco e Vanzetti fecero convogliare in una grande protesta collettiva liberali, anarchici,
comunisti, proletari, intellettuali. E malgrado i tentativi marxisti di trarre la morale del
martirio politico, quelle forze disperate, riunite insieme dal caso, si dispersero immedia­
tamente subito dopo il tragico epilogo: e non vi sarebbe più stata convergenza fino

129
5
Vanzetti era indubbiamente un uomo fuori del comune: attraverso
l’analisi delle sue lettere risalta il fatto che egli possedeva una conce­
zione drammatica di se stesso e che era profondamente conscio del suo
ruolo umano e sociale. Inoltre possedeva un certo talento letterario ed
un discreto livello di acculturazione — accettabile dallo standard ame­
ricano — rispetto alla media degli immigrati di quel periodo. Tutti
questi elementi affascinarono gli intellettuali che lo conobbero sia di
persona che attraverso i suoi scritti, le sue lettere, i suoi discorsi in
tribunale e soprattutto attraverso il suo pamphlet autobiografico Una
vita proletaria che ebbe una diffusione immensa6. Bartolomeo Van­
zetti, comunque, non era un personaggio acriticamente unidimensio­
nale e denunciò fino alla fine il meccanismo che portava ad eroicizzare
la sua sconfitta: egli era essenzialmente un comunista anarchico, pro­
fondamente convinto ed estremamente fiero delle sue scelte politiche
ed esistenziali, che egli affermava con il fervore di una missione reli­
giosa, ma non poteva assolutamente accettare l’idea della sua morte
con umiltà e con la rassegnazione di un santo o di un martire; infatti
non nascose mai il suo odio verso l ’ingiustizia di cui era vittima né il
suo desiderio di essere vendicato 7. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi

all’era del Fronte Popolare. Gli intellettuali ripresero il loro atteggiamento apolitico;
la ripresa delle loro energie politiche doveva attendere il catalizzatore della Grande
Depressione ».
6 Bartolomeo vanzetti, Il Caso Sacco e Vanzetti (lettere ai familiari), Roma, Ed.
Riuniti, 1972.
7 Ed è proprio in questa veste che i compagni anarchici amano ricordarlo: « E s s i
(Sacco e Vanzetti) non furono martiri, essi tentarono per sei lunghi anni, ogni espe­
diente legale per restare in vita. Anche le loro menti e i loro corpi lottarono contro
le circostanze che li avevano coinvolti. Entrambi furono sull’orlo della pazzia in almeno
tre o quattro occasioni, poi si riebbero sempre completamente ed alla fine affrontarono
coraggiosamente la loro morte. L ’insistenza sull’idea di “ congiura” o di “ martirio” è un
marchio caratteristico della propaganda politica comunista, una tecnica sfruttata anche
nei casi Mooney, Scottsborough, Rosenberg. I crimini dei comunisti sono molti, ma il
loro crimine contro Sacco e Vanzetti e contro tutti gli idealisti degli anni ’20 e ’30 che
avevano una chiara coscienza politica, è stato quello di distruggerli sistematicamente
e cinicamente sfruttando i loro stessi principii ed ideali [...]. Il crimine definitivo contro
Sacco e Vanzetti è il crimine del progressista impaurito, del liberale che ha ceduto le
armi. Il totale rigetto di tutte le idee radicali è l’atteggiamento più comune, il ritiro
nel privato è molto usuale, rifugiarsi in una scelta da bieco reazionario è frequente [...].
Sacco e Vanzetti non furono martiri, bensì vittime dell’ingranaggio del quale anche
Thayer e Katzmann erano parimenti vittime, ma la differenza era che essi, Sacco e Van­
zetti, non erano innamorati della macchina che li stava divorando ». w. jackson , Tragedy
in Dedham, Anarchy 32, voi. 3, n. 10, London, Freedom Press, october 1963, pp. 316-18.

130
personali, venne costruito attorno a lui questo mito del martirio come
transfert per le coscienze turbate dell’epoca. Ecco perché gli intellet­
tuali americani progressisti sposarono unanimamente la causa, facen­
dovi confluire anche i seguenti elementi: simpatia verso la ribellione
idealistica contro una società farisaica personificata dalla borghesia del
Massachusetts; delusione profonda per le linee politiche portate avanti
sia da Th. Roosevelt prima che da W. Wilson dopo; disgusto ed indi­
gnazione di fronte alla dura repressione poliziesca attuata in quegli
anni da A. Mitchell Palmer.
Il caso Sacco e Vanzetti offrì loro la opportunità concreta di rea­
gire contro uno stato di malessere ed ingiustizia troppo a lungo sop­
portato; ma la protesta stessa divenne un’espressione di sfiducia ed
alienazione che mostrava il peso del disagio, della disperazione e del­
l’angoscia creata dalla guerra, dagli standards puritani che avevano
dato il via al proibizionismo, e dalla presa di coscienza che tutto ciò
contribuiva ad una carestia etica, estetica e spirituale.
Lewis Mumford e H. L. Mencken lo sintetizzano bene nella se­
guente frase: « Noi ci confrontiamo non con un accidentale esempio
di flagrante ingiustizia, ma con una condizione permanente » 8.

Vediamo ora nei dettagli come si è sviluppata ed articolata la par­


tecipazione degli intellettuali nel caso Sacco e Vanzetti. Il primo passo
in questa direzione fu determinato dalla presenza di Alfred Moore,
principale avvocato della difesa. Moore era un legale dell’iww, il quale
costituì il primo grande trait d’union con l’ambiente sindacale e pro­
gressista. Moore, grazie alla collaborazione dell’amica Mary Heaton
Vorse — scrittrice di sinistra che pubblicava anche editoriali in riviste
a tiratura nazionale — riuscì ad ottenere un primo timido appoggio
da parte dell’American civil liberties union. Uno dei massimi espo­
nenti di questa organizzazione era Roger N. Baldwin, un profondo
conoscitore del cosidetto anarchismo filosofico di matrice godwiniana,
che in seguito instaurò un cordialissimo rapporto di amicizia con Van-

8 II commento di Mumford è riportato in « The Lantern » (a Monthly counter


current pubblication), voi. II, n. 3, Boston, august 1929, p. 6, ed è parafrasato da un’al­
tra dichiarazione di Mencken nello stesso numero della rivista.

131
zetti; vi erano poi Mrs. Elizabeth Glendower, vedova di un intimo
amico del giudice della Corte Suprema Luis Brandeis, Felix Frankfur­
ter, professore alla facoltà di legge di Harvard, che sarebbe divenuto
in seguito la voce più influente ed autorevole in materia legale relativa
al caso.
Moore, tramite amici comuni, riuscì ad entrare in contatto con Sin­
clair Lewis, Eugene O ’Neill e Walter Lippman, che allora era editore
del « New York Evening World ».
Fra i diretti collaboratori di Moore vi erano anche giovani ed in­
traprendenti giornalisti quali Eugene Lyons, John N. Beffel che era
un corrispondente di « New Republic », ed Art Shields. La campagna
sociale in favore dei due anarchici sfociò successivamente nella costi­
tuzione del Comitato di difesa Sacco e Vanzetti e nella Lega per un
nuovo processo. La vera e propria adesione di massa avvenne attorno
al 1925 9.
In quell’anno il Partito comunista americano sposò la causa ed
attraverso l’International labor defense si diede da fare per raccogliere
maggiori fondi e creare contatti stabili con l’opinione pubblica euro­
pea. Grazie ad esso vennero sensibilizzate personalità quali John Gals-
worthy, H. G. Wells, Romain Rolland, Henri Barbusse, Thomas
Mann, Fritz Kreisler, Albert Einstein, Paul Loebe. Il Comitato di di­
fesa Sacco e Vanzetti riuscì abilmente ad evitare il controllo comunista
ed a non venir strumentalizzato per altri scopi politici. Il Partito co­
munista americano creò poi una propria emanazione nella primavera
del 1927: Comitato di emergenza per Sacco e Vanzetti.
Nel dicembre del 1926 entrò nel Comitato di difesa John Dos Pas-
sos, che pubblicò due sue interviste a Sacco e a Vanzetti nel « Bollet­
tino Ufficiale del Comitato » — edito da Gardner Jackson — e nei

9 II primo pamphlet importante edito dal comitato di difesa fu The Story of thè
Sacco - Vanzetti Case, lncluding an Analysis of thè Trial, scritto nel dicembre 1920; ne
furono stampate oltre 75.000 copie entro il gennaio 1924. Altri esempi minori furono:
Victory is in Sight, 1923, e meno ottimisticamente The Fighi Continues, 1923. Nello
stesso anno il comitato pubblicò The Story of a Proletarian Life di Bartolomeo Vanzetti,
tradotto in inglese da Eugene Lyons, con una prefazione di Upton Sinclair. Ma il docu­
mento di maggiore importanza pubblicato dal comitato fu il « Bollettino Ufficiale »,
edito da Gardner Jackson, che contò ben 19 numeri, dal dicembre 1925 al settembre
1930.

132
primi mesi del 1927 diede un più consistente contributo giornalistico
con il pamphlet Facing thè Chair. Nello stesso periodo, anche una
parte della stampa conservatrice, sotto la spinta degli intellettuali pro­
gressisti, si pronunciò a favore della revisione del processo; citiamo le
testate più in vista, vale a dire: « The Boston Herald », « The New
York Evening World », « The Baltimore Sun », « The Washington
News », « The New Republic », « The Atlantic Monthly ». Quando
nonostante tutto fu pronunciata la sentenza definitiva il 9 di aprile
1927, il fermento nel mondo intellettuale raggiunse il suo apice. Ci
furono testimonianze per Sacco e Vanzetti alle feste mondane, furono
scritti fiumi di articoli, lettere all’editore, furon organizzate raccolte di
firme e petizioni, dimostrazioni alle università. Vennero indetti comizi,
assemblee, manifestazioni di protesta nelle strade. Durante gli ultimi
giorni dell’agonia di Sacco e Vanzetti un buon numero di intellettuali
accorsero a Boston per confrontarsi con il nemico faccia a faccia.
La voce degli anarchici venne sommersa dalla marea generale. Nel
comitato di difesa, oltre a Dos Passos, erano entrati a far parte anche:
Ruth Hale, suffragetta, moglie di Heywood Brown, Jeannette Marks,
professoressa di letteratura al Mount Holyoke College, la poetessa
Lola Ridge, il commediografo John Howard Lawson, Power Hapgood
che sarebbe divenuto in seguito un esponente del ciò, Michael E.
Musmanno, futuro giudice della Corte Suprema di Pennsylvania, Ro­
bert Morss Lovett, professore di letteratura all’Università di Chicago,
Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Granville Hicks, Michael
Gold. Un altro nutrito gruppo di intellettuali fondò un nuovo comi­
tato: il Citizen national committee for Sacco e Vanzetti e vi aderirono
John Dewey, Katherine Anne Porter, Arthur M. Schlesinger, Van
Wyck Brooks.
Il caso Sacco e Vanzetti, oltre che cronaca giornalistica e materia
legale e politica, divenne anche un soggetto letterario di primo piano,
fonte di ispirazione per romanzi, drammi, poesie, di cui troviamo trac­
cia fino al secondo dopoguerra. Per quanto riguarda la letteratura più
strettamente giornalistica, hanno svolto un eccellente lavoro Michael
Gold, che scriveva sul « Daily Worker » e Malcom Cowley su « New
Republic ». Anche il « Bollettino Ufficiale del Comitato di Difesa »

133
contiene del materiale letterario ben al di sopra del livello comune.
Fra i pamphlets occupa il primo posto Facing thè Chair di J. Dos Pas-
sos che è in larga parte un resoconto narrativo delle procedure legali,
delle personalità dei due imputati, dello sfondo sociale dell’epoca;
molto interessante è il capitoletto Psicologia delle false accuse in cui
Dos Passos fa un’acuta analisi dei procedimenti nascosti e dei condi­
zionamenti profondi nella psicologia di massa che tendono a trasfor­
mare l’opposizione politica in crimine.
Il pamphlet di Eugene Lyons Vita e morte di Sacco e Vanzetti
mette in luce gli uomini e la società che li circonda con la vividezza
ed il vigore di una « biografia sociale ».
Jeannette Marks in Thirteen Days fa un resoconto dettagliato de­
gli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti.
Il caso fu fonte di ispirazione di molti poeti, soprattutto per quelli
che avevano una malinconica e pessimistica visione della vita. Molte
poesie furono scritte in tono di invettiva contro coloro i quali erano
ritenuti responsabili della condanna dei due anarchici. Un altro gruppo
abbastanza numeroso di poesie si spostava su una tematica di astra­
zione, sviluppando il tema della giustizia tradita. Altri ancora compo­
sero versi celebrativi in cui Sacco e Vanzetti erano visti come simboli
di una verità universale ed alcuni si spinsero fino a paragonarli a Cri­
sto. Tra oltre un centinaio di componimenti poetici ancora rintraccia­
bili in varie raccolte, una dozzina sono degni di nota per il loro effet­
tivo valore artistico e sono: Justice Denied in Massachusetts, Fear,
F ido Sonnets in Memory di Edna St. Vincent Millay; Two in thè
Death House e Three Men Die di Lola Ridge; The Condemned di
Witter Bynner; Noi Sacco and Vanzetti di Countee Cullen; Flames di
E. Merrill Roots; For St. Bartholomew’s Day di Malcom Cowley;
Prayer in Massachusetts di Arthur Davison Ficke; Gentlemen of Mas­
sachusetts di James Rorty; For thè Honor of Massachusetts di Brent
Dow Allinson 10.
Per quanto riguarda la produzione teatrale il primo posto spetta,

10 Le poesie di Bynner, Cullen e Ficke sono riportate in « The Lantern », pp. 14


e 22; le altre si trovano in joughin -morgan, The Legacy of Sacco and Vanzetti, N.Y.,
Harcourt Brace and C., 1948, pp. 378-92.

134
senza dubbio, a Maxwell Anderson che trattò il tema ampiamente,
anche se da prospettive diverse, in God of the Lightning e Winter-
set. In Rain from Heaven scritto da S. N. Behrman nel 1934, il caso
appare obliquamente, come evento simbolico ed educante nella forma­
zione della protagonista femminile. In The Male Animai del 1939,
autori Thurber e Nugent, il caso è presentato come elemento cataliz­
zatore nel conflitto tra liberalismo e reazione.
Più che nel campo della poesia e del dramma, il massimo uso let­
terario del caso Sacco e Vanzetti si realizza nel campo della narrativa.
In alcuni romanzi il materiale relativo a Sacco e Vanzetti fa parte del-
l’ambientazione storica di fondo, in altri invece è parte integrante nello
sviluppo dell’azione.
Eccone qui di seguito la lista cronologica:
1927 - C. E. S. Wood, God’s in His Heaven - All’s Wrong with
the World, in Heavenly Discourse.
1928 - Upton Sinclair, Boston; H. G. Wells, Mr. Blettsworthy on
Ram pole Island.
1934 - Bernard De Voto, We accept with pleasure.
1936 - J. Dos Passos, The Big Money.
1938 - Nathan Asch, Ray Day.
1943 - Ruth McKenney, Jake Home.
1946 - James T. Farrell, Bernard Clare.
Il romanzo di Asch è il resoconto di alcune ore nella vita di un
cittadino di New York il 22 agosto 1927. L ’autore analizza l’impatto
personale del protagonista con una grande catastrofe sociale: la morte
di Sacco e Vanzetti11.
Wells tratta il tema simbolicamente in un breve passaggio del ro­

11 Moses Asch, fratello di Nathan, fu editore del disco Ballate di Sacco e Vanzetti,
Folkways F.H. 5485, testi e musiche di Woody Guthrie. Nella premessa all’allegato
opuscolo della Oak Pubblications, N.Y., 1960, Moses Asch dice: « H o commissionato
a Woody Guthrie il grande compositore americano di ballate, di andare a Boston per
curare un documento in musica sul famoso caso Sacco e Vanzetti. Al suo ritorno da
Boston, nel 1947, Woody incise su disco queste canzoni per me [...]. Il mio punto di
vista personale sul caso Sacco e Vanzetti fu influenzato soprattutto dal libro di mio fra­
tello Nathan Pay Day e dal romanzo di Upton Sinclair Boston. In seguito, anche la serie
di dipinti di Ben Shahn sul tema Sacco e Vanzetti contribuì ad approfondire in me la
comprensione ».

135
manzo esprimendo però tutta la sua partecipazione umana, dimostrata
anche nel suo impegno giornalistico.
Nel romanzo di Farrell il caso rappresenta l’evento principale ne­
gli ultimi stadi dell’educazione del personaggio. Un capitolo abbastanza
lungo descrive la « veglia della morte » inscenata in Madison Square,
a New York, la notte dell’esecuzione.
Wood ci dà l’unico esempio umoristico riguardante il caso: in una
ricostruzione satirica del processo, presieduto da Dio in cielo, gli im­
putati vengono assolti e gli accusatori condannati.
Il romanzo di De Voto è la storia di cinque uomini che si trovano
coinvolti nel caso a diversi livelli. L ’intento dell’autore è quello di ana­
lizzare l’impatto del caso nell’ambiente stratificato della borghesia bo­
stoniana.
Circa un quarto del romanzo di Ruth McKenney, che descrive la
vita di un agitatore sindacale comunista, illustra l’attività del prota­
gonista nell’ambito del comitato di difesa Sacco e Vanzetti.
L ’opera di Sinclair, un lungo romanzo storico, in cui molti perso­
naggi ed altri elementi narrativi trovano un effettivo riscontro nella
realtà dei fatti, è la storia di due generi di bostoniani: da una parte
si trova la complessa gerarchia della cosidetta aristocrazia del New
England, dall’altra la classe operaia di Plymouth. Queste « due na­
zioni » vengono a confronto o conflittualmente oppure attraverso una
non facile solidarietà comune con il caso Sacco e Vanzetti.
L ’influenza del caso su Dos Passos e l’uso che egli ne fece nel suo
capolavoro USA è materia di grande importanza nella storia della let­
teratura americana. Quando Dos Passos si impegnò nella campagna pro
Sacco e Vanzetti era proprio al culmine della sua creatività artistica,
che coincise inoltre con il maturare di un profondo interesse per la
realtà dei conflitti sociali. Dopo aver dato il suo contributo a livello
giornalistico, come è già stato accennato, egli espresse i suoi sentimenti
anche in alcune poesie poi in una lettera aperta indirizzata a L. Lowell,
infine nelle obiezioni al magistrato in seguito al suo arresto per aver
fatto picchettaggio davanti al braccio della morte.
In The Big Money — che fa parte della trilogia USA — il caso
è trattato alquanto brevemente ma è situato in posizione cruciale. Tro-

136
viamo una prima allusione in Newsreel X LV I ed un altro riferimento
in The Camera Eye 49. Poco dopo, in un capitolo relativo a « Mary
Franch », il caso entra a far parte del tema narrativo principale e ne
fa seguito Newsreel LXVI. Ancora un elemento riferibile a Sacco e
Vanzetti è inserito in The Camera Eye 90, in cui l’argomento essen­
ziale è il concetto di divisione dell’America in due nazioni, quella dei
ricchi e quella dei poveri.

137
«Giustizia crocefissa»*, resuscitata 50 anni dopo?
Luigi Botta

Il proclama del governatore del Massachusetts 1 giunge nel mo­


mento in cui, a cinquant’anni dall’esecuzione della pena capitale contro
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, l’opinione pubblica mondiale si
attende una limpida presa di posizione americana nei confronti della
vicenda che, nel primo quarto del secolo, in un chiaro clima di terro­
rismo psicologico autorizzato, aveva accomunato delinquenza comune,
militanza politica e sindacale, proletariato ed immigrazione.

* Per il titolo prendiamo a prestito quel « Justice crucified » che fu un cavallo di


battaglia del comitato di difesa di Sacco e Vanzetti — utilizzato in ogni circostanza —
e che concluse l’omelia funebre, letta dalla scrittrice Mary Donovan e redatta da Gard-
ner Jackson, del 27 agosto 1927.
1 Questo il testo integrale del proclama del governatore del Massachusetts, Michael
Dukakis, tradotto in lingua italiana:
« Stato del Massachusetts - S.E. il governatore Michael Dukakis proclama:
stante che mezzo secolo fa, il prossimo venturo mese, Nicola Sacco e Bartolomeo
Vanzetti furono giustiziati dallo stato del Massachusetts dopo essere stati accusati, pro­
cessati e dichiarati colpevoli dell’assassinio di Alessandro Berardelli e di Frederick A.
Parmenter;
stante che N. Sacco e B. Vanzetti, immigrati italiani vissero, lavorarono in Massa­
chusetts, apertamente ammisero di credere nella dottrina dell’anarchismo;
stante che l’atmosfera del loro processo ed appello a giudizio fu permeata di pregiu­
dizi contro stranieri e di ostilità contro tendenze politiche eterodosse;
stante che la condotta di molti funzionari implicati nel caso sollevò seri dubbi sulla
loro volontà ed abilità di condurre l’accusa ed il processo di Sacco e Vanzetti con giu­
stizia ed imparzialità;

139
La massima autorità del Massachusetts, facendo proprie le istanze
che le vengono da una base sensibile e democratica — non solo nord
americana — , scavalcando forse quelle prassi giuridiche e burocratiche
che la legislazione degli Stati Uniti richiede, ha cercato, con il proprio
proclama, di riconoscere un errore commesso mezzo secolo prima for­
malizzando, per il 23 agosto del 1977, il « Sacco and Vanzetti day ».
Senza dubbio tale atto ha il significato, quasi per tutti, di una « li­
berazione » 2.

stante che il campo limitato della revisione d ’appello allora in atto non dava adito
a nuovo processo in base all’effetto pregiudiziale di tutta l’istruttoria;
stante che come risultato diretto del loro caso, questo stato di cose fu più tardi ret­
tificato con l’adozione del capitolo 341 degli atti 1739 che permise alla corte d ’appello
del Massachusetts di ordinare a nuovo processo non solo perché il verdetto fu contrario
alla legge, ma anche perché contrario alla evidenza, contraddetto da nuove evidenze, o
per qualsiasi altra ragione che la giustizia possa richiedere;
stante che oggi il popolo del Massachusetts è fiero della forza e della vitalità delle
sue istituzioni governative, in particolare del suo sistema legale;
stante che riconosce che tutte le istituzioni umane sono imperfette, che la possibi­
lità di ingiustizia è sempre presente e che riconoscere l’errore insieme alla risoluzione
di correggerlo, sono i segni della forza di una libera società;
stante che il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti dovrebbero far ricordare ai
popoli civili il costante bisogno di munirsi contro la nostra suscettibilità al pregiudizio,
della nostra intolleranza per le idee eterodosse e del nostro insuccesso nel difendere i
diritti di persone considerate straniere in mezzo a noi;
stante che elementare decenza e compassione, come altresì il rispetto per le verità
ed un durevole impegno per i più alti ideali della nostra nazione, richiedono che la sorte
di N. Sacco e B. Vanzetti sia meditata;
stante che martedì 23 agosto 1977 ricorre il 50° anniversario dell’esecuzione, per or­
dine dello stato del Massachusetts, di N. Sacco e B. Vanzetti;
quindi e per tali ragioni io, Michael Dukakis, governatore dello stato del Massa­
chusetts, in virtù dell’autorità di supremo magistrato in me conferita dalla costituzione
del Massachusetts e di tutte le altre autorità a me attribuite, proclamo martedì 23 ago­
sto 1977 “ giorno commemorativo di N. Sacco e B. Vanzetti” e dichiaro inoltre che ogni
stigma ed onta venga per sempre cancellata dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Van­
zetti, dai nomi delle loro famiglie e discendenti e quindi, dal nome dello stato del Mas­
sachusetts; ed io invito il popolo del Massachusetts a sostare nei suoi impegni quoti­
diani ed a riflettere su questi tragici eventi e da essi trarre il coraggio di impedire alle
forze della intolleranza, della paura e dell’odio di unirsi ancora per sopraffare la razio­
nalità, la saggezza e l’imparzialità a cui il nostro sistema legale aspira ».
2 Si ricorda, a tale scopo, che le azioni a favore della riabilitazione di Sacco e Van­
zetti venivano promosse da un comitato internazionale (o più propriamente americano)
nel quale agivano ancora alcuni personaggi che avevano vissuto in prima persona la vi­
cenda, da un secondo comitato internazionale (con caratteristiche tutte italiane) alla cui
presidenza era il socialista Pietro Nenni ed alla vicepresidenza il comunista Umberto Ter-

140
La vicenda 3 dei due anarchici italiani assassinati soltanto perché
anarchici — quindi controcorrente nell’ottica del potere — perché
appartenenti ai ceti più modesti della popolazione — quindi soltanto
da sfruttare nella meccanica di un capitalismo in via di avanzata for­
mazione — perché immigrati — pertanto doppiamente da « usare »
senza lo scrupolo di far del male a dei propri fratelli — attendeva
una risoluzione.
A richiederla erano i componenti di quel comitato di riabilitazione
che aveva raccolto consensi in ogni paese del mondo, erano le rappre­
sentanze democratiche della popolazione ed erano gli stessi compo­
nenti i partiti costituzionali, accomunati tutti da un sincero sentimento
di rivalsa verso l’errore di quell’ormai lontano 1927 e, soltanto per
alcuni, dalla speranza di poter siglare finalmente, con un ragionevole
fine, una vicenda che poteva creare proselitismo, o comunque agevo­
lare la nascita di nuove simpatie partitiche 4.
Il governatore Michael Dukakis, indubbiamente, si rivolge a tutte
queste categorie di persone. L ’intenzione di giustizia che detta il testo
del proclama, pur nell’articolazione della stesura già tradotta in ita­
liano, non offre concrete possibilità al mondo anarchico di riconoscersi
nel documento, e tanto meno agli anarchici — che avrebbero dovuto
essere i primi interessati ad una tale dichiarazione, anche se forma-

racini, e da un terzo comitato, definito per comodità « provinciale », al quale aderivano,


spontaneamente e senza etichette, uomini di cultura legati alla provincia cuneese ma di
ampia provenienza.
3 La bibliografia sul caso, ricca ed articolata (a seconda delle tendenze), raramente
approfondisce con sistematicità le vicende del 1927, aggiornandole nel prosieguo con le
battaglie per la riabilitazione e gli atti compiuti in ogni parte del mondo. Vedasi, comun­
que, quella essenziale: F. r u s s e l , La tragedia di Sacco e Vametti, Milano, Mursia, 1966;
L. botta, Sacco e Vametti - giustiziata la verità, Cavallermaggiore, ed. Gribaudo, 1978;
Comitato centrale di Difesa (a cura), Una mostruosità giudiziaria, 1924; c. pillon , v.
vanzetti, Il caso Sacco e V'ametti, Roma, Editori Riuniti, 1962; r . schiavina , Sacco
e Vanzetti: cause e fini di un delitto di Stato, Roma, Savelli, 1971; A. s e l l e r s , a. brown,
Il caso Sacco e Vanzetti, Milano, Casini, 1967; c. stampa (a cura), Milano, Mondadori,
1974; e . lyons , Vita e morte di Sacco e Vanzetti, La Fiaccola, 1968; m . denman Frank­
furter , g. jackson , The Letters of Sacco and Vanzetti, The Viking Press, 1928.
4 In più d’una circostanza la vicenda dei due anarchici — ma soprattutto l ’imma­
gine che la loro memoria offrì nei decenni successivi — venne presa a prestito da poli­
ticanti con pochi scrupoli al fine di attirarsi simpatie tra la gioventù, motivandosi con­
temporaneamente per le scelte democratiche ed aperte dagli stessi messe in atto.

141
le — , di avvalersi del presente atto di buona volontà per riscattare
colpe che, a loro giudizio, non sono mai esistite 5.
I mezzi di informazione, ripetutamente, avevano sollecitato gli uo­
mini al potere ad assumere delle iniziative affinché una soluzione —
il più possibile definitiva — fosse assunta da chi di dovere, stimolando
e sensibilizzando pertanto l’opinione pubblica sulla necessità di rista­
bilire, tanto nei confronti del Massachusetts quanto di Nicola Sacco e
Bartolomeo Vanzetti, un rapporto di rinnovata ed ufficiale stima e se­
renità di giudizio. Vale a dire che, al fine di ridare credibilità ad una
giustizia che tale non era stata, l’innocenza dei due emigrati italiani
doveva essere riconosciuta — obbligatoriamente — proprio dai nipoti
di coloro che li avevano condannati alla sedia elettrica. Dovevano cioè
essere gli stessi statunitensi ad offrirsi pentiti, dichiarando pubblica­
mente il loro errore.
In questo clima, surriscaldato dalle numerose e comprensibili prese
di posizione del comitato di riabilitazione, stava per affrontarsi il cin­
quantenario dell’uccisione del calzolaio di Torremaggiore e del pesci­
vendolo di Villafalletto. Le azioni condotte a termine precedentemente
avevano portato, in pratica, a ben modesti risultati. Il discorso sull’in­
nocenza di Sacco e Vanzetti, di norma, si apriva e si chiudeva tra co­
loro — molti, ma comunque insufficienti a cambiare lo stato di fatto —
che già erano convinti assertori dell’estraneità dei due italiani ai fatti
di sangue di cui erano stati accusati. Le petizioni, le raccolte di firme,
gli ordini del giorno, pur svolgendo un ruolo determinante, erano forse
serviti, in talune circostanze, ad estremizzare maggiormente i punti di
vista, allontanando ancor più gli agnostici e delineando uno sfacciato
disinteresse da parte di coloro che offrivano palesemente il fianco alla
reazione, rifiutandosi di esaminare con concretezza gli elementi del caso.
La situazione, alla vigilia del 23 agosto 1977, non offriva certa­
mente prospettive di rapida e positiva soluzione. In precedenza più

5 Essi, in occasione della manifestazione nazionale del 4 settembre 1977 a Villafal-


letto, affermano: « Siamo contrari alla riabilitazione perché non pensiamo che uno stato
possa riabilitare dei compagni dopo averli assassinati, mentre continua ad assassinare
altri compagni », cfr. l . botta, Sacco cit., p. 205. Nella stessa circostanza murano abusi­
vamente una loro lapide: « Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti assassinati dallo stato
perché anarchici. Il vostro sacrificio rafforza la nostra volontà di lotta. Gli Anarchici ».

142
volte le massime autorità statunitensi erano state invitate ad occuparsi
in modo circostanziato del caso di cinquant’anni prima. Gli inviti erano
ripetutamente caduti nell’oblio, anche perché, nonostante la buona vo­
lontà dei diversi governatori del Massachusetts, la reazione e l’opposi­
zione imponevano forzati silenzi che, in pratica, laddove era scono­
sciuta la situazione interna allo stato, significavano la piena approva­
zione al comportamento del 1927 6.
Lo spazio riservato ai dissidenti, negli u s a , si limitava a pacifiche
manifestazioni, considerate quasi sempre frutto di minoranze strumen­
talizzate, mentre sovente, altrove, lo spazio riservato ai comitati, spon­
tanei od organizzati, era quello concesso benevolmente dal potere. La
battaglia per la riabilitazione, è vero, era aperta ed era da tutti seria­
mente combattuta con la convinzione di poter raggiungere un obiet­
tivo concreto, ma è anche vero che i tempi, nella previsione, erano
considerati estremamente lunghi.
Per questi motivi il proclama del governatore del Massachusetts
giunge come una vera e propria « liberazione ». Il caso Sacco e Van-
zetti, si dice quasi ovunque, è finalmente risolto. I due anarchici sono
riconosciuti innocenti, non responsabili dei reati che li portarono alla
sedia elettrica e, nello stesso tempo, la nazione americana ha saldato
un proprio debito con la giustizia.
Lo specifico commento del documento, poi, passa momentanea­
mente in second’ordine. Una prima sommaria lettura offre la certezza
di un sincero riconoscere, da parte del governatore Michael Dukakis,
le colpe commesse dal tribunale di Dedham, allontanando ogni dubbio
sulla partecipazione criminosa di Sacco e Vanzetti ai fatti del 1920,
sul ruolo avuto nell’intera vicenda dagli anarchici e dai sindacalisti,
sulla bassa stima verso gli immigrati — soprattutto italiani — e sulla
condizione di scarsa considerazione dei « diversi » o dei non allineati.
Si parla quindi, marcatamente — anche perché è ciò che i più de­
siderano — , di riabilitazione. Che pone fine, seppure in modo del tutto

6 Valgano, per tutte, la petizione inviata da Vincenzina Vanzetti e Sabino Sacco,


nel 1975, ad Henry Ford, presidente degli Stati Uniti, quella trasmessa nel 1962 da
Mario Favro (presidente del comitato locale) a Robert Kennedy, ministro u sa , o quella
inviata, dallo stesso comitato, nel medesimo anno, a Jaqueline Kennedy, moglie di John
Fitzgerald Kennedy, assunto alla « Casa Bianca » da neppure due anni.

143
inatteso, a migliaia di battaglie, a polemiche a non finire, a disserta­
zioni più o meno felici, più o meno credibili, all’incertezza sull’efficacia
ed onestà della giustizia. Soltanto gli anarchici, senza prestare il fianco
ad alcuna strumentalizzazione di potere, rifiutano questa comune e ge­
neralizzata immagine di riabilitazione. Accettano il proclama come atto
di buona volontà, come momento di ripensamento di un individuo
colto — nello specifico caso il governatore del Massachusetts — fon­
damentalmente corretto e desideroso di giustizia, ma rifiutano in modo
categorico le troppo facili commemorazioni che, dopo tanto oblio e
disinteresse, coinvolgono Boston in primo luogo, gli u s a , subito dopo,
e le altre sensibili comunità mondiali, compresa quella italiana.
Il dubbio, se di riabilitazione si tratti, rimane.
In effetti il proclama di un governatore americano non fa parte
della quotidianità della sua gestione del potere, soprattutto quando va
a rivedere criticamente momenti infelici del passato del proprio Stato,
ribaltando argomentazioni che la storia ufficiale aveva ormai da tempo,
anche se con difficoltà e contestazioni, codificato.
È nelle facoltà di Michael Dukakis l’assumere una tale posizione?
Egli stesso, nel dichiarare il « Sacco and Vanzetti day », si fa forte
« dell’autorità di supremo magistrato » che gli viene « conferita dalla
costituzione del Massachusetts e di tutte le altre autorità » che gli sono
attribuite; contestato in ciò da una parte del senato ed in particolare
dal repubblicano David Locke.
Quest’ultimo afferma che « una simile proclamazione non è mai
stata fatta prima nel nostro Stato perché non è contemplata né dalle
nostre leggi né dalla nostra costituzione ». Quindi, stando alle parole
del dissidente, dovrebbe essere priva di fondamento. Lo stesso sena­
tore repubblicano accusa poi Michael Dukakis di innescare, con il pro­
clama, un processo di scarsa credibilità verso la giustizia. Scrive: « Il
governatore, dichiarando che Sacco e Vanzetti non furono giudicati
con un processo giusto, getta un’ombra su tutto il nostro sistema giu­
diziario. Questo è un precedente pericoloso per il futuro, perché ogni
processo criminale oggi può sperare di essere rivisto domani, e quindi
svolgersi in un clima sbagliato poiché la difesa potrà sempre sostenere
che il processo è stato ingiusto ». E conclude: « Se il governatore aves­

144
se avuto delle prove della loro innocenza avrebbe dovuto esibirle, ma
non lo ha fatto » 7.
La massima autorità del Massachusetts, però, prima di assumere
tale non certo facile decisione, esamina lo studio ordinato al proprio
legale, Daniel Taylor, nel quale si riconosce che « ci sono motivi so­
stanziali che impongono di credere che il procedimento legale a carico
di Sacco e Vanzetti fu permeato di iniquità. I due furono giudicati e
condannati in un’atmosfera di isterismo a sfondo politico » 8.
Non sappiamo se il legale di Dukakis, prima di emettere il proprio
responso — che crediamo dettato da circostanziate ragioni — , abbia
esaminato gli atti del processo, oppure si sia basato su quelle argomen­
tazioni da sempre sostenute dagli innocentisti. È probabile, comunque,
che l’incarico ufficiale gli abbia permesso di visionare documentazioni
sicuramente riservate. Di conseguenza dobbiamo credere che le sue
conclusioni, ribadendo i concetti che la storia di Sacco e Vanzetti, non
quella ufficiale, ma quella ufficiosa, aveva già sentenziato, sanciscano
inequivocabilmente un dato di fatto ormai soltanto da pochi conte­
stato: l’innocenza dei due anarchici italiani.
Che il governatore del Massachusetts, poi, forte di questo giudizio
legale, abbia ritenuto opportuno scavalcare un’ipotesi di revisione del
processo od un preventivo dibattimento nell’ambito del senato statale,
proclamando egli stesso l’errore giudiziario commesso cinquant’anni
prima, è un fatto che lascia un fondo di perplessità. E pur vero che lo
stesso Dukakis fu vicegovernatore nella precedente legislatura, quando
la massima autorità del Massachusetts era un’italo-americana di origine
piemontese, la signora Grasso, che già si era battuta per la riabilita­
zione del calzolaio e del pescivendolo, trovandosi però decisamente
ostacolata proprio dal senato dello Stato americano ed impossibilitata
a portare a conclusione la propria volontà di revisione9.
Questi fatti, Dukakis, li conosceva. È proprio, forse, per evitare di
vedersi ulteriormente ostacolato — o comunque impossibilitato a ter­
minare l’iter del dibattimento prima del cinquantennio — che assume

7 Cfr. l . botta, Sacco cit., p. 199.


8 Ibid., pp. 196-97.
9 È l’anno 1975.

145
personalmente l’iniziativa del proclama facendosi carico — nel bene e
nel male — delle conseguenze cui lo stesso poteva condurre.
Il principio della giustizia avrebbe richiesto una revisione del pro­
cesso. Anche alla luce del fatto che, soltanto pochi mesi dopo, cioè nel
dicembre 1977 — e la notizia non è certamente riservata — , un fitto e
•sconosciuto carteggio di oltre 1500 pagine, quello della « commissione
Lowell », conservato sino ad allora nell’archivio dell’università di Har­
vard, deve essere aperto. Certamente, in esso, qualche documento chia­
rificatore — o indicante almeno un indirizzo di massima sul compor­
tamento tenuto dai giudici nel corso del processo — dovrebbe pur es­
serci.
Soprattutto perché la « commissione », nel 1927, fu ufficialmente
chiamata a rispondere a tre precisi interrogativi: « Il processo fu con­
dotto in modo imparziale »; « Era la prova scoperta in seguito tale
che nella sua opinione un nuovo processo doveva essere concesso »;
•« Era la commissione, oppure no, convinta al di là di ogni ragionevole
dubbio che Sacco e Vanzetti erano colpevoli di omicidio ».
Le conclusioni del presidente Lowell — che era dichiaratamente
contrario ad ogni forma di opposizione allo stato borghese, in modo
particolare, quindi, al movimento anarchico, ed ostile agli immigrati,
soprattutto italiani — erano praticamente scontate: nonostante credi­
bili testimonianze scagionassero la militanza politica dai fatti di sangue
di cui Sacco e Vanzetti erano stati ritenuti responsabili, Lowell era
dell’avviso che entrambi gli emigrati italiani fossero comunque da con­
dannarsi.
Il plico contiene però alcuni elementi chiarificatori, sintomatici del
modo con cui questa commissione, che avrebbe dovuto valutare e su-
pervisionare lo svolgimento del processo, aveva lavorato. Decisioni
affrettate, testimonianze non ascoltate — o volutamente non registra­
te — , date scambiate e giudizi emersi in numerose circostanze — uffi­
ciali ed ufficiose — certamente non obiettivi10.
Le 1500 pagine della Harvard University, seppure nella difficoltà
della ricostruzione fedele sul filo della memoria — prendendo comun-

10 Sul plico della Harvard University, aperto il 9 dicembre 1977, ancor oggi le no­
tizie sono frammentarie ed incomplete. Cfr. in proposito L. botta, Sacco cit., pp. 260 sgg.

146
que lo spunto dal nuovo materiale a disposizione — , avrebbero po­
tuto fornire validi argomenti per una revisione del processo. Revisione
che, diversamente, non avrebbe potuto che confermare, seppure con
il ragionevole dubbio dell’intrigo avvenuto a suo tempo, il giudizio già
emerso nell’istanza del processo di Dedham.
Infatti gli atti, quelli raccolti nell’archivio del tribunale, sono gli
stessi che avevano mandato sulla sedia elettrica Nicola Sacco e Barto­
lomeo Vanzetti, e non possono, indubbiamente, fornire versioni di­
verse da quelle già sentenziate. Pregiudizi a parte, le testimonanze
— quelle vere — erano state falsate, le trascrizioni stravolte secondo
il comodo, le prove verbalizzate frutto di meditate e diaboliche inven­
zioni ed ogni altra documentazione tutta tesa a fornire nuovi elementi
all’accusa. Una revisione del processo, sui documenti d’archivio, non
può certamente aiutare; seppure a distanza di oltre cinquant’anni, la
sorte postuma dei due anarchici italiani.
Di fronte a tale situazione, seppure un nuovo e corretto giudizio
del tribunale avrebbe potuto essere auspicato, è pressoché impossibile,
in un rinnovato dibattimento, riuscire a ribaltare le sorti di quell’ori­
ginale e falsato processo. Anche perché i testimoni a favore del calzo­
laio e del pescivendolo, quelli che allora non erano stati ascoltati, non
potrebbero più deporre perché ormai deceduti, e gli elementi concreti,
i corpi del reato — tanto per intenderci le rivoltelle, i proiettili ed
ogni altro oggetto legato al dibattimento ed ai fatti criminosi — di­
spersi vergognosamente, come le cronache documentano, tra la più am­
pia parentela dei giurati, quasi come souvenirs.
La scelta del governatore Michael Dukakis, seppure rischiosa in
quanto pone, negli agnostici e negli indifferenti, nuovi dubbi circa lo
svolgimento dei fatti d’inizio secolo, alimenta ulteriormente il clima
di tensione ponendo lo stesso governatore sotto accusa perché non
autorizzato, dalla legislazione statunitense, ad assumersi la responsabi­
lità di scagionare dei condannati a morte dalla colpevolezza, trasfor­
mando la sentenza del tribunale contro il tribunale stesso, tacciandolo
cioè di aver agito in termini scorretti.
Nel proclama il ribaltamento del giudizio è particolarmente chiaro.
In esso si legge, infatti, che l’atmosfera del processo a Sacco e Vanzetti

147
« fu permeata di pregiudizi contro stranieri e di ostilità contro ten­
denze politiche eterodosse », che la condotta di molti funzionari impli­
cati nel caso — e qui il riferimento è certamente rivolto al presidente
del tribunale, al governatore del Massachusetts di quell’epoca ed allo
stesso Lowell, presidente della commissione d’inchiesta — « sollevò
seri dubbi sulla loro volontà ed abilità di condurre l’accusa ed il pro­
cesso di Sacco e Vanzetti con giustizia ed imparzialità », aggiungendo,
come se tutto ciò non fosse sufficiente, « che il verdetto fu contrario
alla legge » ed anche « contrario alla evidenza, contraddetto da nuove
evidenze ».
Dukakis, nell’affermare che il popolo del Massachusetts « è fiero
della forza e della vitalità delle sue istituzioni governative, in partico­
lare del suo sistema legale », ammette e riconosce « che tutte le istitu­
zioni umane sono imperfette, che la possibilità di ingiustizia è sempre
presente e che il riconoscere l’errore, insieme alla risoluzione di cor­
reggerlo, sono i segni della forza di una libera società ». Pertanto, dopo
l ’invito a « ricordare ai popoli civili il costante bisogno di munirsi con­
tro la nostra suscettibilità al pregiudizio » ed a meditare sull’« elemen­
tare decenza e compassione, come altresì il rispetto per la verità »,
dichiara « che ogni stigma ed onta venga per sempre cancellata dai
nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, dai nomi delle loro fami­
glie e discendenti », e, naturalmente, « dal nome dello Stato del Mas­
sachusetts ».
In pratica l’aspetto più consistente ed evidente del proclama è du­
plice: il presidente Michael Dukakis, nell’accusare di ingiustizie il tri­
bunale che condannò i due anarchici italiani, esclude la partecipazione
degli stessi ai fatti criminosi del 1920 e li trasforma in martiri di fede
politica. Nello stesso tempo cancella dalla memoria del suo Stato —
negando l’evidenza di una correttezza della giustizia di allora, ma con­
temporaneamente esaltando quella sua contemporanea — il dubbio
circa l ’imparziale comportamento del tribunale di Dedham.
Non parla dell’innocenza di Sacco e Vanzetti. Il termine riabilita­
zione, poi, non è neppure accennato. È evidente come Michael Duka­
kis voglia evitare i due riferimenti. Ciò, insieme al continuo richiamo
al corretto sistema legale in vigore nel Massachusetts, gli serve, nel

148
concreto, per pararsi i colpi dalla reazione dei conservatori, sicura­
mente indignati dalla pubblicazione del documento e dalla proclama­
zione del « memorial day ».
Ma di vera riabilitazione si tratta?
La circostanza in cui il proclama viene reso noto, cioè il cinquan­
tenario dell’uccisione dei due italiani, può far supporre che il gover­
natore Michael Dukakis, con il suo documento, intendesse a tutti gli
effetti agire nella direzione di una riabilitazione alla memoria. Anche
se il concetto reale di riabilitazione non compare in alcun passo del
proclama. È però supponibile che in tal senso non potesse concreta­
mente intervenire in quanto una vera e propria riabilitazione — dato
per scontato che la costituzione americana offra l’opportunità al gover­
natore del Massachusetts, in quanto massima autorità dello Stato, di
poter agire in tale settore della giustizia — presuppone almeno il rie­
same di tutti i documenti del caso e la pubblica affermazione degli
errori che, all’origine, erano stati commessi. Fatto che, nonostante la
fondata convinzione di Michael Dukakis di agire nel verso della giu­
stizia, non si è verificato.
Il peso che grava sul sistema legale del Massachusetts, così scarsa­
mente credibile a causa della mancanza di coraggio nell’« impedire alle
forze dell’intolleranza, della paura e dell’odio di unirsi [...] per so­
praffare la razionalità, la saggezza e l’imparzialità » (tanto per dirla
con le parole dello stesso Dukakis), deve essere decisamente cancel­
lato. Non può rimanere il dubbio su un errore volutamente commesso,
destinato ad amplificarsi con il trascorrere degli anni, condizionando
così anche i più eccellenti comportamenti contemporanei. Al fine di
salvaguardare l’intero sistema legale, se errore c’era stato, bisognava
pubblicamente dichiararlo. Ed è ciò che Dukakis, a seguito di propria
maturata convinzione e su consiglio del proprio legale, ha fatto. Coin­
volgendo inoltre l ’intero Stato con la proclamazione di un « memorial
day ».
Non sappiamo però sino a che punto il concetto di riabilitazione,
così come inteso nel diritto europeo — che in questo senso vanta una
tradizione nella specificità e nella complessità delle argomentazioni ad­
dotte — , possa intendersi applicato con il documento del 1977 del

149
governatore del Massachusetts. Nel vecchio continente, infatti, l’isti­
tuto della riabilitazione non deve costituire una concessione degli or­
gani politici, ma un atto del potere giudiziario da compiersi entro i
limiti e con le forme previste dalla legge. Ad usufruirne è il condan­
nato che, dopo aver scontato la propria pena — colpevole od inno­
cente esso in realtà sia — , per la buona condotta successiva ottiene il
diritto di partecipare alla vita pubblica, con ogni capacità giuridica
che aveva prima della condanna. È, in fondo, riconoscere il ravvedi­
mento del condannato e premiarne il riadattamento alla società, estin­
guendo le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna,
salvo che la legge disponga altrimenti.
Nel nostro Paese la competenza a concedere la riabilitazione spetta
alla Corte d ’appello del distretto in cui fu pronunciata la condanna o
l’ultima condanna. Circa la riabilitazione di diritto, cioè il ripristino
automatico di ogni diritto dopo alcuni anni di buona condotta, il com­
portamento si diversifica da Stato a Stato. In Francia essa è concessa,
mentre in Italia, ad esempio, il codice penale non la prevede. Per con­
tro la riabilitazione giudiziaria è regolata con larghezza di vedute, al
fine di far concorrere questo istituto alla profonda opera risanatrice
che esso si propone, armonizzando la repressione con la prevenzione
dei reati.
Non risulta che la Corte d ’appello provveda alla riabilitazione alla
memoria, anche perché, alla luce della legislazione, verrebbe meno il
concetto del ripristino di tutti i diritti del condannato.
Scoprire l ’applicazione della regolamentazione dell’istituto della
riabilitazione, così come concepita nel vecchio continente, nel proclama
del governatore del Massachusetts, è effettivamente cosa ardua. Man­
cano la maggior parte degli elementi che permettono l’attivarsi di
questo principio di legge e, soprattutto, viene meno il concetto del
ripristino dei diritti perché la condanna, essendo stata capitale, ha di
fatto troncato questa possibilità. La stesura stessa, poi, non facendo
riferimenti ad alcun principio riabilitativo, ma limitandosi invece a
dichiarare « che ogni stigma ed onta venga per sempre cancellata dai
nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, dai nomi delle loro fami-

150
glie e discendenti », pone il problema se possa trattarsi o meno di
riabilitazione.
Ed ancora se tale istituto possa essere applicato quando venga rico­
nosciuto l’errore giudiziario, oppure se il procedimento da seguirsi al
fine di ripristinare — anche alla memoria — i diritti del condannato,
non sia un altro, e più precisamente quello di rivedere formalmente il
processo raggiungendo una nuova sentenza, che nello specifico do­
vrebbe essere assolutoria.
Il dubbio rimane. Pur dando per scontato che l’immagine di Sacco
e Vanzetti, militanti anarchici ed impegnati sindacalmente in un mo­
mento difficile degli Stati Uniti, non abbisogna di alcuna ufficialità per
riottenere — o continuare ad avere — quella credibilità che la fiducia
del mondo intero aveva già loro accordato ai tempi della vicenda e
che successivamente era venuta consolidandosi ed accrescendo attra­
verso l’operato dei numerosi comitati, il proclama del governatore del
Massachusetts offre un alto esempio di democrazia e di senso della
giustizia, attualizzando il problema di mezzo secolo prima e rinvigo­
rendo — se ciò risultasse necessario — il concetto dell’innocenza dei
due emigrati italiani.
Voci autorevoli hanno decretato che il proclama, quale atto di
buona volontà, è un primo passo verso l’ufficiale riconoscimento del­
l’estraneità di Sacco e Vanzetti ai fatti criminosi del 1920. Pietro
Nenni, il presidente del comitato internazionale, ha fatto presente che
esso « ha assunto il valore di una riabilitazione anche in mancanza
della revisione del processo » n, mentre Umberto Terracini, vicepre­
sidente dello stesso comitato, ha accennato alla necessità di riprendere
la battaglia — anche dopo la pubblicazione dello stesso — « per darle
coronamento pieno di giustizia » 12.
Quella di Michael Dukakis potrebbe essere, quindi, una « riabili­
tazione morale », un atto il cui contenuto è da considerarsi più for­
male che sostanziale.
L ’odissea processuale di Sacco e Vanzetti, durata sei lunghi anni,
resse soltanto perché la condanna — già prestabilita — doveva col­

11 Cfr. l . botta, Sacco cit., p. 3.


12 Presso l’archivio dello scrivente.

151
pire due dissidenti al potere, due anarchici (quale processo ad un co­
mune indiziato sarebbe mai durato tanto!); il proclama del governa­
tore del Massachusetts bada soltanto a quest’aspetto: salvaguardare
la libertà di pensiero, con l’obiettivo di far convivere in un territorio
retto da leggi, senza preconcetti di sorta, anche coloro che, per que­
stioni ideologiche, possono apparire dei « diversi ».
Il processo farsa degli anni venti interessa soltanto in quanto mo­
mento storico. Già i giornali italiani, all’indomani dell’esecuzione, ac­
cettando passivamente quelle decisioni del tribunale che erano ormai
date per scontate — anche se si sperava in qualche ravvedimento della
Corte — , evidenziavano l’aspetto più deteriore del processo, quello
della macchinazione a scopi politici.
Il cattolico « L ’Italia » faceva rilevare, per esempio, che « i due
sono stati ritenuti colpevoli soltanto perché anarchici e non perché la
loro colpa apparisse inconfutabilmente dimostrata » 13, mentre l’indi­
pendente « Gazzetta del Popolo » scriveva che « nessuno al mondo
ha creduto che Sacco e Vanzetti sarebbero stati sacrificati ad una ne­
cessità legale che noi europei, francamente, non comprendiamo » 14.
Lo stesso Taft, allora presidente della suprema Corte di giustizia
di Washington, dichiarava che « l’Amministrazione delle leggi penali
in tutti gli Stati della Confederazione, tranne uno o tutto al più due
Stati, è una vergogna per la civiltà moderna » 15.
Le stesse reazioni della nostra stampa quotidiana accusavano aper­
tamente, sotto il punto di vista del grado di civiltà, gli Stati Uniti e la
sua giustizia. Ancora la « Gazzetta del Popolo »: « Non è troppo da
orgogliosi dire che oggi, come non mai, ci sentiamo migliori e supe­
riori di codesto grande popolo che si è affacciato al mondo con degli
atteggiamenti da dominatore » 16. Quindi « Il Messaggero »: « Il po­
polo italiano non crede di offendere il nobile e forte popolo degli Stati
Uniti nella sua legittima suscettibilità, se vede oggi una macchia diffi­
cilmente cancellabile nell’organismo giudiziario dello Stato del Massa-

13 Una somma di errori, in « L ’Italia », 24 agosto 1927.


14 Mentalità americana, in « Gazzetta del Popolo », 24 agosto 1927.
15 Unanime deplorazione della stampa inglese, in « Il Messaggero », 24 agosto 1927.
16 Mentalità americana cit.

152
chusetts » 17. E nuovamente « L ’Italia »: « Non è stato estraneo alla
ferrea decisione dei giudici americani un eccessivo orgoglio nazionale,
che in questi ultimi tempi ha assunto forme palesi che rivelano lo svi­
luppo crescente di un nazionalismo che potrebbe diventare pericoloso.
Ricchezza e potenza, sono spesso, come insegna anche la storia più re­
cente, cattive consigliere » I8.
La dimostrazione di ciò sta nel fatto che ancor oggi, a distanza di
sessantanni dalPavvenimento, il caso del calzolaio di Torremaggiore
e del pescivendolo di Villafalletto fa discutere. Forse perché si desi­
dera evitare che altre analoghe circostanze abbiano a verificarsi, quasi
parafrasando un commento che la « Gazzetta del Popolo » pubblicava
nel proprio editoriale il giorno successivo alla duplice scarica elettrica:
« Crediamo che gli Stati Uniti dovranno ripensare al gesto del gover­
natore Fuller » 19.
Bartolomeo Vanzetti, dal carcere, nel lungo periodo trascorso tra la
sentenza e l’esecuzione, pensava, al presente, quasi analogamente ai
commenti successivi, al proprio ruolo nell’intera vicenda: « Io avrei
passato la vita parlando agli angoli delle strade a persone che mi scher­
nivano — scriveva — . Sarei morto sconosciuto, un fallimento. Ma ora
non siamo dei falliti. Questa è la nostra carriera e il nostro trionfo.
Mai avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la
giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini. Questo momento su­
premo è il nostro, quest’agonia è la nostra vittoria ».
Il caso Sacco e Vanzetti, nel riflesso che possiede su altre analoghe
circostanze, anche odierne, deve far meditare. A questo scopo concorre
anche il proclama di Michael Dukakis, seppure non risponda al dettato
specifico di un atto riabilitativo.

17 Constatazioni, in « Il Messaggero », 24 agosto 1927.


18 Una somma di errori cit.
19 Mentalità americana cit.

153
«Riabilitate la mia reputazione»
Marcello Garino *

Spero mi permetterete di ringraziare l’amico, professor Botta per


la dotta illustrazione, anche dal punto di vista giuridico, di ciò che ha
potuto o può significare la riabilitazione. Io ho avuto la fortuna di leg­
gerla in anteprima, il che mi permette di impostare la conversazione
di oggi su altre basi e non ripetere molte delle considerazioni che
Botta ha fatto e che condivido. Prima però di iniziare, debbo comu­
nicare tre messaggi che giungono dagli Stati Uniti a questo congresso
ed a voi tutti. Il primo viene da Max Sartin, 93 anni, direttore de
« L ’Adunata dei Refrattari », il giornale anarchico in lingua italiana
di Boston. Ovviamente alla sua età non ha potuto partecipare a questo
congresso, ma invia a voi il più caloroso messaggio di auguri e di buon
lavoro. Il secondo commovente messaggio giunge da Joe Moro, è il
nome americano di Giuseppe Moro, che fu l’ultimo segretario del Co­
mitato di difesa di Sacco e Vanzetti a Boston. Anche lui 93 anni, im­
possibilitato a partecipare, anche lui prega di salutare tutti gli anar­
chici presenti. Il terzo caloroso messaggio giunge da Bob D ’Attilio,
mio amico personale, ma amico personale di molti di noi. Bob non è
uno storico di professione, è un uomo che però ha speso la sua vita
ad occuparsi del caso Sacco e Vanzetti. Ricordo che in America lo

* Quella che pubblichiamo è la trascrizione dalla registrazione dell’intervento fatto


« a braccio » nella tavola rotonda conclusiva del convegno.

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hanno definito il Sherlock Holmes del caso Sacco e Vanzetti. È l’uomo
che ha dato e continua a dare un grande contributo alla ricerca storica.
Credo che i suoi studi sul caso non possano essere elusi da nessuno.
Anche lui vi saluta, avrebbe voluto venire con suo padre in un viag­
gio che lo conduce qui in Italia tutti gli anni. Suo padre però sta male.
Gli dispiace molto, ma assolutamente non può; spera che alcuni atti
di questo convegno vengano pubblicati anche solo in ciclostile ed in­
viati in America al suo indirizzo.
Un’ultima comunicazione: mentre si svolge questo convegno, si
sta preparando in America, a Boston, per il 14 settembre, un convegno
di studi. Anche su questo non so dire di più perché la comunicazione
con l’America si è interrotta; so solo che questo convegno si tiene al
Boston College, un’istituzione culturale pubblica importante.
Credo di essere stato invitato qui per la parte che ho avuto negli
ultimi avvenimenti concernenti la riabilitazione. Ne parlerò in prima
persona, ciò, forse, mi permetterà di essere più diretto e di fornire la
mia testimonianza senza neppure voler dare l’impressione di trattare
o narrare alcuni avvenimenti dal punto di vista dello storico.
Riabilitazione: chi come me o milioni di altre persone in questo
mondo considera Sacco e Vanzetti innocenti, chi ha avuto la possibi­
lità di conoscere il caso attraverso il resoconto processuale, o uno stu­
dio storico anche solo superficiale, non ha ovviamente bisogno che
un’autorità qualsiasi riabiliti i due anarchici. Perché allora io mi feci
promotore nel 1975 in Consiglio provinciale di un documento che fa­
cesse in modo che l’Amministrazione provinciale aderisse al comitato
di riabilitazione che si era creato a Roma?
Perché ritenevo e ritengo che molte altre persone, che non cono­
scevano i termini del problema, più sensibili a ciò che dallo Stato de­
riva, dal potere pubblico deriva, potessero prendere coscienza o quanto
meno approfondire attraverso il fatto che un’autorità pubblica e quindi
non una parte politica, desse un giudizio negativo sulla sentenza di
condanna. Per questo motivo io presentai una interpellanza in Consi­
glio provinciale, che — e poi ne parleremo perché mi pare utile anche
per la provincia di Cuneo conoscere come andò la cosa — ebbe un
risultato abbastanza notevole. C’era un’altra esigenza fondamentale:

156
io non mi sono mai avvicinato al caso Sacco e Vanzetti con un’ottica
solo politica, o peggio partitica. Lo dico perché chi lo ha fatto ha com­
messo solo errori, e gli anarchici sanno a chi mi riferisco. Io ho cer­
cato di avvicinarmi al caso guardando dal punto di vista politico e
storico, ma anche umano. Questo perché non posso dimenticare che
Sacco e Vanzetti erano uomini innanzitutto. Uomini che poi ebbero
degli ideali politici per i quali si batterono; e non potevo dimenticare
le ultime parole di Vanzetti, che non scrisse, ma che disse al suo avvo­
cato Gardner Jackson nell’ultimo colloquio il giorno in cui doveva es­
sere ucciso. Jackson dichiarò immediatamente dopo quest’ultimo col­
loquio, ovviamente molto triste, con Vanzetti, che Bartolomeo gli disse
le testuali parole « Riabilitate la mia reputazione ». C’era quindi que­
sta esigenza: un uomo, dopo aver combattuto una battaglia, per anni,
dentro il carcere, sentiva la necessità di una riabilitazione della sua
reputazione; erano parole sue.
Così come valeva, almeno per me, la battaglia che la sorella Vin-
cenzina per 50 anni aveva condotto. Chi ha vissuto l’esperienza di
quegli anni, anche qui a Villafalletto, sa che fu una battaglia solitaria.
Ha fatto bene prima Antonio Lombardo a citare Favro e Vallauri, ma
è indubbio che l’ambiente piemontese in genere, ed anche l’ambiente
di Villafalletto, non dette un sostegno a questa causa. Semmai ci fu
sempre un velo di distacco fra la famiglia Vanzetti ed il resto della
popolazione, il che nel civile Piemonte non significa ostracismo, nel
modo più assoluto; Vincenzina fu perfino candidata alle elezioni co­
munali in una lista qui a Villafalletto: il che dimostra che nulla si
aveva contro di lei o la sua famiglia. Ma è la verità, e lo sa Caterina
Caldera, qui presente, che non ci fu entusiasmo per una battaglia di
questo genere, fu cosa di molto pochi. Ritenevo quindi che anche sotto
questo aspetto occorresse un documento pubblico che sancisse la fine
di quello che qualcuno poteva considerare ostilità. C ’era di più: il
Comitato di difesa Sacco e Vanzetti non cessò di esistere con l’esecu­
zione di Sacco e Vanzetti. Continuò nel tempo per ragioni politiche ed
umane e non, credo, per convinzione, perché conosco la posizione anar­
chica, trasparente e legittima, di non accettare nulla dal potere. In
questo caso però compresero che esisteva una fascia di popolazione

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americana che poteva essere in qualche modo condotta a simpatizzare
con la loro azione da un documento pubblico ed infatti si batterono
anche loro per la revisione del processo e per una non meglio specifi­
cata riabilitazione.
C’era anche una larga parte di opinione pubblica, direi conserva­
trice, se il termine mi è concesso, la quale vedeva così un po’ filantro­
picamente la questione e voleva questa riabilitazione, anche qui pro­
cesso-riabilitazione, soprattutto perché basava la sua azione non tanto
su ideali politici, ma su ideali di giustizia molto vaga. Si voleva che
attraverso un documento ufficiale si dicesse che vi era stato un errore,
che le cose non si potessero ripetere.
Queste furono le motivazioni che mi spinsero allora. Andammo in
Consiglio provinciale e lì, lo devo dire con franchezza, trovai persone
che subito si schierarono a favore, altre che mi dissero di sì pur non
essendo molto convinte (il caso non era molto conosciuto). Trovai
l ’opposizione dei liberali, l’onorevole Costa, ex sottosegretario agli
Interni, oggi sottosegretario ai Lavori pubblici, sostenne che occorreva
chiedere la revisione del processo e non la riabilitazione, perché la
riabilitazione poteva soltanto essere data dalla revisione del processo.
Mi accorsi che la posizione di Costa pareva condivisa abbastanza da
altri in questa provincia, da chi non aveva trattato troppo il caso. Il
documento passò con 19 voti favorevoli su 21. Botta cita queste cose
nel suo libro che, per altro, non ho visto esposto e ciò mi stupisce,
perché è un libro che fornisce più dettagli sugli avvenimenti di qual­
siasi altro pubblicato al mondo. Veramente Botta ha fatto un lavoro
stupendo, anche se in qualche parte un po’ partigiano, è vero Botta?
Il cuore qualche volta prende la mano!
Secondo problema che riguarda la riabilitazione: il documento
Dukakis. Voi sapete che la storia di questo documento in Italia è un
piccolo intreccio da 007. Botta l’ha in parte raccontato. Il fatto fu
questo: Dukakis fece vedere questo proclama in anteprima a Spencer
Sacco. Spencer venne in Italia, andò a casa di Caterina Caldera e di
Vincenzina Vanzetti, a chiedere se la famiglia Vanzetti, con questo
proclama, si sarebbe ritenuta soddisfatta. Era chiaro il problema del
politico: non voleva emanare un documento che poteva essere rifiu-

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tato il giorno dopo dalle famiglie interessate. Spencer aveva l’ordine di
mantenere assolutamente segreto questo documento e di farlo vedere
a Vincenzina e non ad altri. Io ricevetti la telefonata di Vincenzina
(o di Caterina non ricordo più) quella sera e mi precipitai a Cuneo.
Di nascosto, Caterina, mandato Spencer al ristorante, aveva copiato a
macchina il testo inglese. Lo tradussi immediatamente e dovetti dare
in pochi minuti un consiglio su una questione piuttosto grave, cioè
quella di sapere se effettivamente questo proclama poteva essere di
una qualche soddisfazione alla famiglia. Decidemmo in tre che valeva
la pena di dire che andava bene, nel senso che la famiglia non avrebbe
opposto resistenza ad un proclama di questo genere.
Spencer non sapeva nulla, rimase all’oscuro, credeva di riportarsi
indietro il testo e che questo non fosse conosciuto da nessuno. La
verità non era così. Ce lo tenemmo per un mese fino al giorno in cui
lo proclamammo da Cuneo e non dal Massachusetts. Lo proclamammo
con un anticipo di tre ore: telefonai all’amico Botta che aveva fatto
la campagna sulla « Gazzetta del Popolo » e Botta per primo al mondo
seppe che il governatore del Massachusetts, Dukakis, poche ore dopo
avrebbe fatto questa dichiarazione.
Io ero convinto di quanto Nenni disse: è vero, non si trattava di
riabilitazione, ma poteva equivalere ad una riabilitazione. Inoltre Du­
kakis faceva due importanti dichiarazioni dal punto di vista storico:
ammetteva che vi erano stati gravi pregiudizi contro gli stranieri in
quel momento ed esplicitamente ammetteva che vi erano state ostilità
verso tendenze eterodosse; questa era la dizione che egli usava per
definire chi voleva cambiare lo Stato. Ammetteva, seppure in termini
più ampi, ma che si riferivano al caso Sacco e Vanzetti, che quando
esiste un errore c’è la possibilità di correggerlo, che anzi questo dà
salute allo Stato. Ammetteva l’errore, anche se tutto il documento era
piuttosto diplomatico, studiato per non suscitare troppe reazioni. E
poi da ultimo, la cancellazione di « ogni stigma ed onta » dal nome
di Sacco e Vanzetti e dalle loro famiglie, che era un po’ quello che
Vanzetti aveva chiesto l’ultimo giorno e che era ciò che la famiglia
voleva ed ha voluto per anni. Non è certo quello di cui ha bisogno un
anarchico, ripeto uno studioso, un uomo che si è battuto per far rico­

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noscere la verità, ma per alcuni settori, compresa la famiglia, ciò valeva.
C ’era un ultimo problema che io mi posi e credo ognuno di noi si
sia posto: perché Dukakis lo fece? Aveva qualcosa da guadagnare Mi­
chael Dukakis? Nel modo più assoluto no! e lo possiamo dire oggi.
Dukakis dopo quell’intervento ebbe una serie di contrasti con i conser­
vatori americani che non sono solo repubblicani. Le differenze tra de­
mocratici e repubblicani non passano sempre tra progressisti e conser­
vatori: basta pensare al caso del governatore dell’Alabama, Wallace
che era un grande razzista e militava nel partito democratico. Le dif­
ferenze politiche negli u s a non sono sempre quelle europee.
L ’altro grande problema è che ci si rese conto dopo alcuni anni
che la revisione del processo era praticamente impossibile; non fos-
s ’altro perché le prove, e già si sapeva, erano andate disperse (a volte
regalate come souvenirs, a componenti della giuria); in secondo luogo
perché i testimoni erano quasi tutti morti. Non tutti perché poi avem­
mo modo di incontrarne uno in America. Per tutto questo parve —
e qui il compagno anarchico mi contesterà — che una dichiarazione
di questo genere avesse un suo valore agli occhi dell’opinione pubblica
e di chi comunque si era battuto per 50 anni.
Ce ne accorgemmo quando nel 1979 fummo invitati alla Boston
Public Library in tre persone: Vincenzina Vanzetti, Caterina Caldera
ed io. Era un’occasione particolare. Aldino Felicani, il segretario del
Comitato di difesa Sacco e Vanzetti dal primo giorno, editore e pro­
prietario di una tipografia, era morto nel 1957. Aveva raccolto tutto.
Felicani era uno che non buttava via niente ed in questo suo edificio,
che io ebbi la fortuna di vedere, aveva conservato in due stanze chiuse,
di cui solo lui aveva la chiave, tutta una serie di materiali del comitato
di difesa. Per anni queste stanze erano state chiuse, soltanto negli ul­
timi anni prima della morte Felicani aveva concesso a Norman De
Giovanni, uno studioso, di incominciare con lui a catalogare il mate­
riale. Felicani aveva raccolto tutto, racconta De Giovanni, e bisognava
fare una cernita, perché esistevano per esempio tutte le ricevute dei
25 cents, 1/4 di dollaro, che ogni compagno anarchico, socialista, la­
voratore inviava. Ovviamente questo poteva essere utile a chi aveva
vissuto quel tempo, ma non lo era dal punto di vista storico. Molto di

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questo materiale, presente Felicani, fu distrutto, ma tutto ciò che era
importante rimaneva in quelle stanze. In quell’anno, 1979, Anteo e
Arthur Felicani, i figli di Aldino, decisero di donare alla Boston Pu­
blic Library, grande istituzione culturale di Boston, tutta la collezione
perché fosse messa a disposizione di tutto il mondo; rifiutando anche
notevoli guadagni che avrebbero potuto ottenere dalla vendita. Fu
proprio in occasione della donazione che la Boston Public Library
organizzò un convegno storico sul caso Sacco e Vanzetti, insieme con
la celebrazione di questa figura, Felicani, e la presentazione della col­
lezione. Devo dire, tra parentesi, che questa collezione non è stata
ancora catalogata, attende ancora adesso di essere messa a disposizione
dei ricercatori. È un lavoro immane, credo che occorreranno anche
borse di studio particolari perché tutto questo lavoro venga fatto. Ma
comunque è patrimonio pubblico. Ora, ci accorgemmo subito in que­
sto grande convegno che la dichiarazione di Dukakis aveva dato nuova
forza agli studi sul caso, aveva dato nuova forza a chi comunque si
batteva adesso, non più per il caso Sacco e Vanzetti, ma per altre lotte
di avanguardia. Noi vedemmo in quella situazione che qualcosa di
nuovo era avvenuto, anche perché, a distanza di 50 anni dal 1927,
gli archivi dei documenti F B I erano finalmente venuti alla luce, erano
stati aperti e quindi non vi era più segreto di Stato su molti dei docu­
menti.
Avemmo per esempio la commozione di vedere quel piccolo mani­
festino, foglio di carta, su cui Bartolomeo aveva scritto il testo del
comizio che si apprestava a tenere in favore dei lavoratori, proprio il
giorno in cui fu arrestato: il famoso foglietto che gli fu trovato in
tasca. Ci accorgemmo che c’era una nuova vitalità negli studi e ci
accorgemmo che qualche cosa era cambiata. Ne cito una per dirne tante
e potrei parlarne per un’ora. Voi sapete che lo scultore Borglum, ame­
ricano, famoso per aver scolpito le teste dei presidenti u s a nella mon­
tagna, aveva scolpito uno stupendo bassorilievo di Sacco e Vanzetti.
L ’opera era stata offerta al sindaco di Boston il quale l’aveva rifiutata.
Ebbene in questa occasione fu dato alla Boston Public Library ed ora
vi campeggia all’entrata.
Un atteggiamento quindi diverso, non dico da parte dell’autorità

161
6
politica, ma dell’autorità di una delle maggiori istituzioni culturali di
Boston.
Ci accorgemmo che illustri professori presenti alla riunione pren­
devano spunto da tutto questo per avviare nuovi studi. Cito i nomi
perché se qualcuno è interessato potrebbe prendere contatto: Wil­
liam Salomone della Rochester University, Daniel Aaron della Har­
vard University, Nunzio Pernicone di origine italiana, dell’University
of Illinois, Paul Avrick della City University of New York. Trovam­
mo naturalmente anziani militanti anarchici, i quali con grande festa
si precipitarono a salutare Vincenzina. Vi furono incontri fra persone
che da anni non si vedevano, gente che veniva anche da duemila chi­
lometri. Trovammo socialisti, democratici, antifascisti. Non possiamo
dimenticare che Felicani era oltrettutto l’editore di Salvemini, con
« Controcorrente », giornale antifascista di Boston. Trovammo molti
giovani studiosi ed avemmo contatti che ci illuminarono sull’uomo
Vanzetti. Quando ci recammo a Plymouth e vedemmo il posto ove
egli organizzava gli scioperi alla Cordage Company, per una pura com­
binazione, trovammo una signora che ci disse: « Siete interessati al
caso Sacco e Vanzetti? », presentammo Vincenzina e lei disse: « Bene,
là abita mio padre Guidobono, testimone al processo, ultranovantenne,
che sarebbe felicissimo di incontrarla ». Ci andammo. Fu per noi tutti
un momento di grande commozione. Guidobono ci disse ancora una
volta senza esserne richiesto: « Lo dissi ai giudici che quel giorno
Vanzetti era con me, che non poteva essere a South Braintree. Mi dis­
sero semplicemente “ Tu sei italiano e quindi siete d’accordo” e non
presero in considerazione la mia parola ». Aveva 93 anni, ripetè la
frase più volte. Ma scoprimmo qualcosa anche su Vanzetti uomo e
anarchico. La moglie ci raccontò, per almeno due ore, come Vanzetti
l’avesse particolarmente seguita nei compiti di inglese. Da notare che
Vanzetti non conosceva l’inglese quando era partito ed ebbe padro­
nanza dell’inglese solo durante il carcere, ma aveva seguito corsi serali
e proprio perché, come nella migliore tradizione anarchica, non ci si
batte solo per l ’Idea, ma si tenta di vivere quotidianamente per l’idea
che si ha, costruendo una piccola comune, un piccolo gruppo, Van­
zetti, che non aveva famiglia, aveva trovato alcune persone cui dedi-

162
care il suo tempo libero. E a lei insegnava l’inglese ; lui che per la ve­
rità l’inglese lo sapeva assai poco; ma insegnava l’inglese e le faceva
i compiti, mi disse, perché lei non era ancora capace di scrivere.
Lei ricordava bene questo giovane che lavorava tutto il giorno e
che poi la sera organizzava scioperi, anarchico convinto, militante, e
sapeva donare agli altri in questo modo.
Ecco, rivengo al proclama di Dukakis. Dicevo che c’erano pregiu­
dizi verso gli stranieri e la cosa non è di poco conto, se si tiene a
mente che gli Stati Uniti sono la nazione che ha vissuto un fenomeno
particolare che noi in Europa conosciamo in minima parte, cioè una
stratificazione successiva data da ondate di migrazione, quasi sempre
ondate contemporanee da uno o due paesi. I primi irlandesi, comun­
que anglosassoni, poi ondate. L ’ultima ondata che arriva è sempre
quella che è peggio vista, questo su un piano generale. L ’immigra­
zione italiana era l’ultima venuta: migrazione di gente al 75 per cento
analfabeta, lo scrive Vanzetti, con costumi, tradizione e cultura total­
mente diversi dal paese in cui andava ad abitare. Ebbene questa mi­
grazione era vista non solo con sospetto, ma con odio: nacque allora
il termine dispregiativo verso gli italiani (a chi non conosce l’inglese
dirà niente, ma è un’offesa terribile per un italiano che viva in Ame­
rica) di « dago », questo era il termine con cui si chiamavano gli spor­
chi italiani. C’era quindi odio; erano sottopagati; facevano i lavori più
umili ed erano quindi l’ultima stratificazione, la più bassa. Vi era odio
verso l’ultimo straniero quasi che gli altri arrivati dieci anni prima
fossero migliori. La verità è che negli Stati Uniti questo fenomeno è
proseguito. L ’ultima immigrazione, quella asiatica, dei Boat People
oppure dei Chicanos clandestini dal Messico, è quella che oggi forma
quest’ultimo strato. Alla luce di quanto detto, il riconoscimento di
Dukakis acquista rilevanza. Dicevo che in Europa avviene questo ma
in termini meno consistenti; mi risulta che ci sia in Francia particolar­
mente a Parigi. Amici francesi mi dicono che questo si sta verificando
persino tra i Magrebini, che sono coloro che vennero per primi in
Francia, e gli ultimi asiatici che sono immigrati in alcuni quartieri di
Parigi, particolarmente in quello di Barbes. È un fenomeno che gli
storici dovrebbero studiare e che ha conseguenze enormi soprattutto

163
negli Stati Uniti. Da notare poi che non per nulla l’élite venne chia­
mata casta dagli storici: la casta dominante in Massachusetts viene
chiamata Wasp Brahmins. Wasp dalle iniziali White anglo saxon pro­
testane cioè gli americani bianchi di origine anglosassone che vengono
chiamati brahmini proprio per ricordare la casta indiana.
Quindi il proclama di Dukakis è, dal punto di vista storico, estre­
mamente importante. Il secondo problema: Dukakis parla chiara­
mente dei due anarchici italiani. Ora su questi due anarchici bisogna
un po’ fermarsi e risponderò in questo alla domanda di Antonio Lom­
bardo.
Come sempre accade quando un fenomeno varca le frontiere di
uno stato e diventa un evento mondiale, si producono film, c’è teatro,
c’è musica attorno ad esso, si trasformano le persone o la persona o
l ’avvenimento in mito ed ogni volta che il mito esiste, si perdono i
confini della realtà ed ognuno se lo vede un po’ come crede. Una delle
più grosse manipolazioni avvenute è proprio quella del buon Sacco
calzolaio e mite e del povero pescivendolo. Ora se c’è qualcosa che
fa a pugni con la verità è proprio questo. Intanto perché Sacco non
era affatto un semplice calzolaio, ma un operaio specializzato; secondo
perché Vanzetti era pescivendolo solo in attesa, con Felicani, di pub­
blicare una nuova rivista anarchica e quindi di darsi a ben altro. E qui
nasce un grosso problema, perché Sacco e Vanzetti, viste le ultime
ricerche in merito, erano molto più anarchici di quanto non appaia al
processo e di quanto non appaia all’opinione pubblica mondiale.
Ci sono due cose da dire. La prima che al processo, per ragioni
diverse, l’accusa e la difesa non posero mai troppo l’accento sulla par­
tecipazione anarchica di Sacco e Vanzetti. L ’accusa non poteva farlo
perché altrimenti dava ragione al difensore che affermava trattarsi di
un processo politico. La difesa disse sì che erano anarchici, ma non al
principio però, perché Sacco e Vanzetti non l’ammisero all’inizio, per
altre ragioni. Non si poteva forzare troppo la mano, perché occorre
rendersi conto che in quel momento negli Stati Uniti scoppiavano
bombe dappertutto ed alcune di queste bombe erano anarchiche. Esi­
stevano gruppi anarchici che rifiutavano la violenza, ma bombe ne
scoppiavano. A Chicago una bomba scoppiò uccidendo i tre anarchici

164
che la stavano piazzando. Era anarchica la bomba a Wall Street. Esi­
stevano gruppi di anarchici che credevano nell’azione individuale. In
quel momento affermare, non solo di essere anarchici, ma che si parte­
cipava attivamente all’azione anarchica poteva significare mettere in
pericolo la vita propria e di molti compagni, poteva significare un
danno per la causa; e questo mi pare, alla luce delle ultime ricerche,
un fatto assodato. La verità è però che Sacco e Vanzetti anarchici lo
erano. La vera chiave per comprendere la loro vita in America — è
storia americana più di quanto non sia italiana, lo diceva Lombardo
ieri ed è mia personale convinzione — è quella di andare a vedere la
storia del movimento anarchico del quale Vanzetti e Sacco furono pro­
tagonisti. Nel 1913 appare per la prima volta il nome di Ferdinando
Sacco, non ancora Nicola, nella rivista « Cronache Sovversive » ed ap­
pare in una piccola rubrica Piccola posta in cui si dà atto che Sacco è
uno dei ferventi animatori di raccolte di fondi per prigionieri politici
anarchici, che partecipa ai teatri, perché c’era teatro, c’era cultura
anarchica e si rappresentavano opere come I o Maggio oppure La vi­
gilia. Nel 1914 sempre su « Cronache Sovversive », diretta da Luigi
Galleani, appaiono i due nomi insieme, non collegati, ma tutti e due
sono nella stessa rubrica come sottoscrittori: 1 dollaro, 1/2 dollaro,
25 cents, per l’azione anarchica. Questo dimostra che essi partecipa­
vano attivamente fin da quest’epoca, al gruppo di « Cronache Sovver­
sive ».
Lo stesso fatto della fuga in Messico, alla luce degli ultimi studi
fatti, in Italia questa volta, assume una dimensione totalmente diversa.
Ho sentito prima dire da un compagno che Sacco era un antimilitarista
e certamente lo era. Ma per un anarchico una cosa è l’antimilitarismo
contro una guerra di potere e di oppressione ed un’altra cosa è l’azione
insurrezionale o rivoluzionaria. Tant’è vero che in un libro pubblicato
recentemente a Cesena, nel 1953, il cui titolo è Trentennio di attività
anarchica dal 1914 al 1945 si dice testualmente che molti anarchici
negli Stati Uniti non fuggirono in Messico per evitare la coscrizione
obbligatoria (che poi obbligatoria non era perché al massimo poteva
riguardare Vanzetti che aveva chiesto il first paper, primo passo per
accedere alla cittadinanza americana, Sacco invece non avendola chiesta

165
non era tenuto neanche a registrarsi e Vanzetti sarebbe stato regi­
strato senz’obbligo di precettazione). La verità è che molti anarchici
andarono in Messico per una semplice ragione di tipo organizzativo.
Nel 1917 c’era stata la rivoluzione sovietica, si supponeva e si credeva
in America che la rivoluzione non avrebbe tardato, sarebbe avvenuta
in Europa ed allora bisognava essere liberi di partire per esserne pro­
tagonisti. Restando negli Stati Uniti e registrandosi, questo non sa­
rebbe stato possibile perché in quel momento gli Stati Uniti avrebbero
chiuso le frontiere. Questa notizia è di fonte anarchica, scritta da anar­
chici che vissero questo periodo negli Stati Uniti. È presumibile, che
Sacco e Vanzetti che si riincontrarono in Messico, avessero le stesse
ragioni per andarvi e non già per la necessità di non registrarsi: anche
se questa può essere una ragione sopravvenuta.
Ho accennato ad alcuni fatti che possono essere di aiuto ad un
dibattito sulla riabilitazione. Per me la vera riabilitazione rimane quella
della storia, storia che per altro si deve ancora scrivere, promuovendo
l ’analisi del movimento anarchico negli Stati Uniti, di cui certamente
Sacco e Vanzetti furono parte attiva.

166
La canzone di Sacco e Vanzetti
Una ricerca e una riproposta
del « Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri »
A n to n io A d ria n o

Al ventinove agosto, a Boston in America,


Sacco e Vanzetti e sulla sedia elettrica
e con un colpo, o di elettricità
e all’altro mondo li vollero mandar.
Circa le undici e mezza, gran giudici alla corte
entraron tutti quanti nella cella della morte,
Sacco e Vanzetti stanno a chiamar,
dite che avete da raccontar.
Sacco e Vanzetti tranquilli e sereni
noi siamo innocenti, aprite le galere
e lor risposero, per voi non c’è più pietà,
voi alla morte dovrete andar.
Poi entra nella cella il bravo confessore,
domanda a tutti e due la santa religione,
Sacco e Vanzetti, con grande espression,
noi moriremo senza religion.
E tutto il mondo intiero clama alla sua innocenza
ma il presidente Fuller non ebbe più clemenza,
siano pure o di qualunque nazion
li uccideremo con giusta ragion.
Addio moglie e figli, a te sorella cara,
per noi Pè tutti e due han pronta già la bara,
addio amici con cuore e fé,
viva l’Italia e il nostro re.

Il Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri ( c n ) ha voluto essere


partecipe al Convegno di studi sul 60° anniversario del caso Sacco e
Vanzetti, interpretando la canzone qui riportata.
Questa canzone è stata trasmessa al Gruppo nel 1972 dal conta­
dino Ernesto Binello, classe 1895, di Priocca d’Alba, e fa parte del
repertorio concertistico di detto gruppo. Si tratta di una « cronaca »
da cantastorie delle ultime ore di vita di Sacco e Vanzetti e in origine
era quasi sicuramente cantata su una tipica melodia detta Aria di Ca­
serio, quella cioè utilizzata per la famosa canzone Le ultime ore e la
decapitazione di Sante Caserio. I cantastorie erano un tempo i giornali
del popolo. Essi cantavano sulle piazze delle città, durante i mercati e
le fiere, le notizie più importanti del momento, drammatizzandole con
la voce, la musica e la gestualità, sì da suscitare emozioni e ricordi
duraturi.
L ’adozione della canzone di Sacco e Vanzetti da parte dei conta­
dini ne ha modificato negli anni la melodia sino ad avvicinarla allo
stile esecutivo del coro d ’osteria. È probabile anzi che nei diversi paesi
in cui Sacco e Vanzetti è stata cantata, abbia acquisito varianti melo­
diche autoctone. Il canto d’osteria esaltava la socialità e la coralità
degli uomini legati alla terra. Era un cantare polivocale, liberatorio e
tonante, quasi in forma di dialogo, con gli esecutori che incrociavano
le voci guardandosi negli occhi, il collo e il torace gonfi per lo sforzo
del respiro, le teste e le mani che si muovevano in gesti secchi per scan­
dire i ritmi e i suoni di melodrammatiche storie di sangue e d’amore.
Diamo ora la voce ad alcuni contadini interpellati durante le no­
stre ricerche sul campo.
Ernesto Binello, contadino di Piocca d ’Alba, così parla:

E ra una canzone proibita e quando la cantavamo ti potevano arrivare sulle


grinfie i carabinieri e allora bisognava sm ettere. L a cantavam o a Castagnito in
q u ell’osteria che fa angolo e lì ci sono due strade, quella che viene da Borbore

168
e quella che viene da San G iuseppe e per poterla cantare mettevam o due persone
di guardia, in m odo che le controllassero ambedue per vedere se arrivavano i cara­
binieri. Io a C astagnito c’ero andato dopo la guerra del 1915-18 e il nostro tem po
all’osteria lo passavam o a cantare. Si usciva per andare a casa ma gli amici mi
circondavano e mi dicevano sempre — Ernesto, Ernesto, attacca Sacco e Vanzetti...
attacca Ernesto — . N oi di canzoni ne sapevam o tante ma quella la cantavam o poi
sem pre... sempre.

Questa testimonianza collima con quella di Teresio Cane, classe


1912, contadino di Magliano Alfieri: « C’era una banda che cantava
la canzone di Sacco e Vanzetti nell’osteria di Borbore di Vezza d ’Alba.
Ma mentre cantavano facevano sempre stare due persone di guardia
sulla porta per avvertire nel caso arrivassero i carabinieri ».
Frammenti della canzone in questione li cantava ogni tanto mio
padre, Giacomo Adriano, classe 1910, contadino di Magliano Alfieri.
Fu lui a rendermi nota per primo la sua esistenza. L ’aveva sentita can­
tare e ricantare nell’osteria di Andrea Cane a San Antonio di Magliano
Alfieri dal coro di Giovanni Cogno (Giuvanìn Chiogniu), Mario Pelle-
rino (Mariu du Spavrùn) e Matteo Canavero (Maté ’d Tuna).
Da queste testimonianze si può capire che la canzone di Sacco e
Vanzetti fu per oltre due decenni un pezzo forte di alcune osterie del-
l’Albese.
Un’altra interessante testimonianza in proposito viene da Antonio
Cagna, classe 1903, contadino di Magliano Alfieri:

Io qu an d’ero giovane facevo il carrettiere, sarà stato il 1928 o il 1929, facevo


il carrettiere e portavo il vino caricato su grossi carrettoni tirati da cavalli, da
M agliano a Torino. Si partiva da M agliano a mezzogiorno e si arrivava a Poirino
alle nove di sera dove si faceva una tappa. Si m angiava, si faceva qualche ora di
pau sa per riposare i cavalli e poi si ripartiva alla volta di Torino verso l ’una, in
piena notte, si camminava a p iedi per pilotare m eglio i cavalli stracarichi e si
cercava sem pre di procedere in com pagnia con qualche altro carrettiere. F atto sta
che una volta mi accompagno con Pinotto di Vezza e allora per far passare il
tem po abbiam o incominciato a cantare, e ne abbiam cantata una e poi ne abbiam
cantata u n ’altra... e poi abbiam cantato Sacco e V anzetti. M a guarda caso, proprio
quella sera ci sono capitati addosso i carabinieri che erano in perlustrazione...;
allora c’era un p o ’ di fascio, e ci toccava m arciare... N oi cantiamo questa canzone
e sem brava che lo avessimo fatto apposta, quelli ci arrivano addosso e ci ferm ano i
carrettoni e ci dicono « M a non sapete che è proibita questa canzone qui? » . «C o sa

169
volete, sarà proibita m a noi non ne sappiam o niente, noi cantavam o per darci
una voce e farci com pagnia ».

Il testo della canzone Sacco e Vanzetti, nella lezione a noi tra­


smessa merita un breve commento filologico.
L ’errata data, 29 agosto, si può spiegare con il sovrapporsi, con
il passare del tempo, di date di incipit di altre famose canzoni del
repertorio d’osteria. Qui possiamo solo accennare alle prime battute
della notissima canzone della bambina né cittadina né paesana, iniziata
all’amore dai ragazzi-soldati:
Il ventinove giugno
quando matura il grano
è nata una fiéta
con una rosa in mano...
In alcune varianti di questo canto appare poi l’incongruo 29 lu­
glio, presumibilmente preso a prestito da una canzone di cantastorie
narrante l’uccisione di re Umberto avvenuta appunto il 29 luglio del
1900. Quindi queste precedenti date possono aver funto, come spesso
avviene nella trasmissione del canto popolare, da intercambiabili mo­
duli mnemonici. Desta infine molta sorpresa quel finale incredibile
«V iv a [...] il nostro r e » , che nei foglietti volanti dei cantastorie
doveva essere sicuramente « abbasso il re ». Anche qui si può pen­
sare ad un lapsus di sovrapposizione di frammenti di altre composi­
zioni: gli inni al re in quei tempi sicuramente non mancavano. Ma si
può anche pensare ad una sorta di bigottismo monarchico proprio di
molti contadini del tempo; ma anche, forse, ad un astuto ripiego dei
cantori d’osteria per poter cantare la canzone di Sacco e Vanzetti,
nonostante fosse proibito farlo.
Tutto ciò, comunque, non toglie nulla al fatto che questa canzone,
cantata dapprima dai cantastorie sulle piazze, durante i mercati o le
feste con ingenua drammatizzazione e poi dai contadini delle osterie,
contribuì a creare attorno alla drammatica vicenda dei due anarchici
italiani, sentimenti di commossa e solidale partecipazione.
Io sentii parlare per la prima volta di Sacco e Vanzetti nella mia
fanciullezza durante le veglie invernali che si tenevano allora nelle

170
stalle. Poteva essere il 1955. Una sera, non so come e perché, il di­
scorso cadde su di loro. Delle molte parole che si dissero quella sera
ricordo bene solo queste, dette con forza ad un certo punto dalla mia
nonna paterna, Pasqualina Castello, classe 1882: « I governanti li
hanno fatti ammazzare [...], li hanno fatti ammazzare». In quegli
anni cinquanta la gente delle campagne non ricordava in genere molto
bene la vicenda. Ma da quelle parole traspariva chiaramente una sorta
di terrore rattenuto per il modo in cui due emigranti, uno dei quali
conterraneo, erano stati afferrati dai tentacoli oscuri e machiavellici
del potere.

171
Dal saluzzese una canzone di quegli anni
T a v io C osío

Sacco e Vanzetti

Tutto è finito, la morte è ormai decisa


già il giorno e l’ora della pena è stabilito,
a nulla valsero preghiere e pianti
dal mondo intero per i due emigranti.
Eran d’Italia Vanzetti il piemontese,
pugliese Sacco con figli e la consorte;
vollero andare in quel gran paese
per lavorare, ma ne ebbero la morte.
Sacco e Vanzetti due liberi pensatori,
pieni di vita e del lavoro amanti,
d’idee avanzate, dai lavoratori
di tutto il mondo lor furono rimpianti.
Qual gran delitto li fece imprigionare
e condannare col massimo rigore?
Un dubbio solo, tal da ingannare
la stessa legge e dei giudici il valore.
Per ben sett’anni quei freddi Americani
li han tenuti tra incerta morte e vita,
perché sul fallo degli Italiani
la lor dubbiezza rimase indefinita.

173
Il povero Sacco scrivendo alla consorte
diceva: « Oh cara! Ricordati la mia sorte.
Addio per sempre diletta cara,
muoio innocente sotto un’accusa amara.
Prima di andare su quell’orribil sedia
fa che i bambini baciare ancor io possa.
La mia condanna a loro non dire,
che per mia morte non debbano soffrire.
Voi bimbi cari che ognor rammenterete
lo strazio immenso del vostro papà amato
frenate il pianto, ché un dì avrete
da giudicare chi mal ha giudicato ».
Così tu pure sorella di Vanzetti
che inutilmente facesti cotanti passi
i tuoi gran pianti a stridor dei denti
trovaron cuori più duri assai dei sassi.
Sii calma e pensa che il nostro Papà ancora
inutilmente pregò quelle alme dure.
Ma non temere, che verrà l’ora
che pagheranno le orribili torture.
Eran d ’Italia Vanzetti piemontese,
pugliese Sacco coi figli e la consorte,
vollero andare in quel gran paese
per lavorare, ma n’ebbero la morte.

La canzone in questione non ricordo se sia stata scritta nel 1927


o nel 1928, ma certamente dopo l ’esecuzione dei due anarchici. Dai
miei genitori fu acquistata nel mercato settimanale del giovedì a Vil-
lafalletto, e fu inchiodata sopra la porta della cucina dove, ricordo
bene, rimase affissa alcuni anni prima di andar distrutta dall’umidità.
La canzone aveva la melodia della notissima Prendi il secchiello e vat­
tene alla fontana. In famiglia dove da Pà a Mamma ai più piccoli —
10 nati — eravamo tutti ben intonati, la canzone la sapevamo a me­
moria e la cantavamo commossi a voce spiegata nella libertà verde
dei campi. Ma nei paesi era proibita, anzi il giorno in cui comparve

174
a Villafalletto, mi diceva mia madre, gli agenti comunali o i carabi­
nieri allontanarono i cantastorie dalla piazza della fiera, non si sà se
per motivi politici o per risparmiare nuovo dolore alla famiglia di
Vanzetti.
La canzone, per quanto la ricordo io dopo sessantanni, ha con­
servato per la maggior parte la sua dizione originale. Penso che manchi
qualche strofa. La melodia della canzone è la stessa della nota canzone:
Prendi lo zaino, poi gettalo giù per terra
Prendi il fucile, poi gettalo giù per terra,
Vogliam la pace, vogliam la pace
Vogliam la pace, e non mai più la guerra.

175
Profughi ed emigrati tra razzismo e legge
Comitato lavoratori libertari cileni in esilio « Pedro Nolasco Arratia »

Stranieri oggi in Europa e in Italia

Se studiare e recuperare la memoria del passato ha un senso anche


per i non addetti ai lavori, sta nella possibilità che la conoscenza del
passato offre di comprendere meglio quello che siamo oggi ed aiutarci
ad agire per trasformare la società. Il nostro punto di contatto con
Sacco e Vanzetti è che anche noi siamo lavoratori stranieri, anche se
le cause che ci hanno portato a vivere fuori del Cile sono più chiara­
mente politiche.
È appunto degli stranieri in Italia, delle loro condizioni di emargi­
nazione, esclusione e persecuzione che parleremo. È bene però preci­
sare di quali stranieri: quelli del Terzo mondo e dell’Est europeo. La
situazione degli stranieri « comunitari » o degli u s a è sicuramente
molto diversa, anzi gli stranieri ricchi e potenti, in Italia, non hanno
problemi, come nel resto del mondo. I grandi dirigenti della dc cilena
o delle classi dirigenti dei paesi africani, che vengono a studiare in
Italia non hanno difficoltà a trovare casa, un aiuto ed a trovare rispetto
e garanzia nelle questure. Le cose sono diverse per i poveri, per i non
garantiti, per chi cerca di fuggire alla fame del proprio paese o per chi
è perseguitato o vittima del razzismo.
C ’è già una prima considerazione a proposito: noi siamo ricono­
sciuti esuli politici, ma se oggi viene in Italia un cileno perseguitato

177
■ dal regime di Pinochet non otterrà asilo politico, perché l’Italia rico­
nosce come profughi solo quelli dell’Est europeo. L ’Italia insieme al
Paraguay, alla Turchia, al Brasile, al Principato di Monaco e pochis­
simi altri paesi, limita il riconoscimento dello statuto di fuoriusciti solo
a chi viene da aree geografiche rette da regimi comunisti; le altre dit­
tature del Sud America, dell’Africa o dell’Asia, appaiono più tollera­
bili, più affidabili h
Tutto ciò in barba alla Convenzione di Ginevra del 1967 e all’art.
10 della Costituzione italiana che dice: « Lo straniero, al quale sia
impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche
garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto ad asilo nel territorio
della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge ». Qui si
vede che di limitazioni geografiche i costituenti non ne avevano poste
e soprattutto non avevano distinto tra dittature rosse o nere.
Se noi che veniamo dall’Est europeo e siamo sfuggiti ad una ditta­
tura voluta dagli Stati Uniti, ora siamo riconosciuti come profughi dal
Parlamento italiano, è perché esso è stato pressato da una grande mo­
bilitazione della sinistra, nel 1974, che riuscì ad introdurre una deroga
temporanea al principio di limitazione geografica. Non è inutile sotto-
lineare quanto sia importante la solidarietà internazionalista e la mobi­
litazione su questi temi.
Per restare in argomento c’è il problema dei polacchi oggi sui gior­
nali. Vengono dall’Est e da questo punto di vista sono a posto con la
legge, ma l’Italia non ci tiene molto ad avere profughi politici, nean­
che anticomunisti, a meno che non siano illustri, e possono servire per
la propaganda politica. In questo caso gli si può dare la cittadinanza
italiana ed eleggerli al Parlamento europeo, ma se si tratta di gente
comune, l’Italia riconosce il diritto di asilo politico, ma con una riserva
che viola nettamente la Costituzione: profughi sì, ma solo « in tran­
sito ». Vuol dire che se va bene in Italia si finisce in un campo pro-1

1 Cfr. «L a Repubblica», 8 agosto 1987. Solo il 4 per cento dei richiedenti ottiene lo
statuto di rifugiati politici. Dati del 1987. Sullo stesso giornale una tabella espone che
nel 1986 su 100 richieste di asilo, non dall’Est europeo, a nessuno è stato concesso lo
statuto di rifugiato politico. Nella stessa tabella altro destino è riservato a rumeni, bul­
gari, polacchi, cecoslovacchi, jugoslavi, ungheresi.

178
fughi fatiscente e degradato, in attesa che qualche paese più generoso
ti prenda in carico 2.
È quanto stava per avvenire anche a noi cileni nel 1975; ci misero
per una settimana in albergo e poi volevano rinchiuderci nel campo
profughi di Latina, quello balzato al disonore nelle cronache di oggi.
Noi ci rifiutammo e sottolineo ancora che ci fu un grande movimento
in Italia che ci sosteneva e ci permise di vivere senza restrizioni. Que­
sto ci sembra invece non avvenga per i polacchi. Pensiamo ci sia una
grave e ottusa chiusura di tutta la sinistra e delle forze democratiche
sul problema. Le sinistre e direi anche quella libertaria finiscono per
restare accecate di fronte alla reale consistenza del problema da pre­
giudizi di ordine ideologico, che sono il corrispettivo dell’ipocrisia del
potere: questo non riconosce i profughi che fuggono dal fascismo;
quella non si occupa, se non tirata per i capelli, di profughi che non
condividono l’ideologia ufficiale della sinistra. I polacchi secondo que­
sti stereotipi sono tutti « cattolici » e perciò vanno frequentati poco
o nulla. Crediamo sia da rifiutarsi questa logica tribale che divide il
mondo in buoni o cattivi a seconda delle idee, piuttosto che a seconda
della prassi e delle situazioni. Se non si dividono i diritti umani, civili,
politici di tutti, si finisce per difendere solo se stessi e i propri interessi
di clan, politico, culturale, sociale, religioso...
Del resto la recente protesta dei tartari in Russia, dimostra ancora
una volta, non solo quali imperdonabili delitti siano stati compiuti
in nome della « sinistra », ma quanto anche la sinistra più aperta e
critica sia disinformata ed imbarazzata di fronte ai problemi etnici ed
a quelli delle minoranze in genere.

Bisogno di internazionalismo
Occorre un grande sforzo collettivo di tutte le forze che vogliono
cambiare questa società, abbattere lo sfruttamento, l’oppressione e

2 Su 7042 profughi nel 1987, ne hanno stradati 2117. Vedi « La Repubblica» cit.
« Qui a Latina sorge uno dei due campi, l ’altro sta a Capua, un vero e proprio lager,
dove a stento si crede che possano vivere 2000 persone, ammassate dentro a stanzette
fatiscenti, accampati alla meglio, fra calcinacci ». Il centro poteva accogliere ufficial­
mente 8900 profughi. Il 4 agosto 1987 un intero padiglione è stato dichiarato inagibile.

179
l ’intolleranza, per ripensare, anzi meglio pensare per la prima volta,
senza impoverirci dentro i vecchi schemi catechistici dell’ideologia più
accreditata. Prendete pure i classici del pensiero e della prassi, da
quello democratico a quello libertario: sul compito di pensare e collo­
care i nostri problemi di Terzo mondo in una prospettiva di libera­
zione dallo sfruttamento del Nord, il compito di fornire e formare una
cultura della tolleranza e della diversità etnico-culturale come ricchezza
delle collettività, il compito di riconoscere come patrimonio da con­
servare e accrescere gelosamente la libertà come diversità, ebbene è
un compito che ci sta davanti, da svolgere e non alle spalle. Non cre­
diamo si tratti solo di ritardi, ma di prospettive diverse, impensabili,
qui in Europa ancora 20 o 30 anni fa, che sono state aperte impetuo­
samente ed in modo inarrestabile, dall’irrompere sulla scena mondiale
dei paesi del Terzo mondo. Perché un internazionalismo efficace si
affermi, occorre che la sinistra si liberi dalla sua prospettiva etnocen­
trica ed industrialistica che la caratterizza dai tempi della rivoluzione
industriale. Perché Pinternazionalismo ritorni ad essere una dimensione
centrale nella politica occorre che diventi chiaro in Italia ed in Europa
ed in tutti i paesi industrializzati che i loro modelli di sviluppo, di cre­
scita economica e politica, di progresso, non sono necessariamente gli
unici né i migliori, né destinati ad essere percorsi inevitabilmente anche
dai paesi in via di sviluppo. Lo sviluppo industriale, o meglio del Nord
del mondo, i suoi livelli di vita e la qualità della vita sono garantiti
oggi, e più di ieri, solo dallo sfruttamento delle risorse dei paesi non
industrializzati. Il vostro interesse è la nostra fame, la nostra miseria;
la vostra libertà è la nostra schiavitù e colonizzazione; la vostra demo­
crazia si regge sulle dittature che ci opprimono. Il contrasto tra il
Nord ed il Sud del mondo rappresenta la nuova forma centrale assunta
dalla lotta di classe in questo secolo, lo caratterizza. Crediamo che
quando si parla tanto di crisi della politica, di riflusso, di disaffezione
dei giovani alle lotte, di rinuncia della classe operaia, in realtà si vuole
nascondere il rifiuto, da parte anche della sinistra europea ed italiana
di affrontare i problemi là dove hanno origine.
Non ci si deve illudere: lo sviluppo dei paesi del Terzo mondo ha
un prezzo che deve essere pagato dai paesi sviluppati in termini di

180
'

perdita di molti privilegi, di ricchezza e di potere arrogante. È a questi


privilegi che probabilmente neppure la classe operaia dei paesi indu­
strializzati oggi sa e vuole rinunciare. Ecco perché si resta indifferenti
alla sorte dei polacchi, dei tartari o dei lituani o degli afghani o dei
misquitos o dei mapuche, e di tutte le altre ed infinite minoranze in
movimento per rivendicare la loro libertà ed identità. Ecco perché si
dimenticano con tanta facilità, guerre e lotte di liberazione, come
quella degli eritrei ad esempio, perché il loro affrancamento significa
iniziare a mettere in discussione i privilegi e le ricchezze lì accumu­
late. Ecco, quindi, perché si sta sviluppando con grande virulenza,
anche in paesi tradizionalmente immuni, il razzismo, accanto ad una
forte ripresa dell’intolleranza e della repressione violenta contro ogni
forma di diversità, di dissenso, di minoranza sociale, politica, cultu­
rale, sessuale, fisica, ...
C’è un aspetto ben più importante che riguarda gli emigrati dal
Terzo mondo. C ’è un esodo di proporzioni enormi che dall’Africa,
dall’Asia, dall’America Latina preme alle frontiere del mondo indu­
strializzato e dell’Occidente in particolare. Non che non ci siano forti
pressioni anche nei confronti dell’uRSS, anche perché esso è uno stato
multietnico, ma certo lì la capacità di respingere la marea montante
del Terzo mondo è più decisa, anche per le strutture dittatoriali dello
Stato. È una migrazione di milioni e milioni di uomini alla ricerca di
condizioni minime di vita nei paesi del consumismo e dello spreco.
Una studentessa di un paese asiatico, ad un giornalista che le chie­
deva cosa era venuta a fare in Italia, rispose che alla mensa universi­
taria i buoni pasto costavano 500 lire.
I meccanismi con cui il mondo industrializzato sfrutta e deruba i
paesi del sottosviluppo dovrebbero essere noti a tutti. Basterà ricor­
dare il problema dei debiti del Terzo mondo per capire che questi
paesi non sono per niente in via di sviluppo, ma anzi continuano ad
arretrare 3. Oggi gran parte dei paesi sottosviluppati lavorano e sven­

3 II debito complessivo dei paesi del Terzo mondo ammonta a 860 milioni di dol­
lari (dati 1986) dei quali 380 sono dell’America Latina (vedi « La Repubblica », 21 set­
tembre 1987). Le stesse banche commerciali internazionali e le banche centrali dei vari
paesi fanno parte di un sistema di credito internazionale controllato dal Fondo moneta­
rio. Il Fondo non interviene nei problemi di solvenza dei vari clienti. « E1 Amigo del

181
dono le loro materie prime solo per pagare gli interessi enormi sui
debiti immensi che hanno contratto coi paesi ricchi. Ciò garantisce
alle multinazionali una grande capacità di controllo della vita econo­
mica e politica dei paesi indebitati, attraverso strumenti infernali come
il Fondo monetario internazionale. Appena un paese debitore accenna
a non obbedire agli ordini politici degli u s a , il Fondo sospende i cre­
diti compromettendo o bloccando qualsiasi programma non solo di
sviluppo, ma di semplice sopravvivenza 4. È un po’ quello che è avve­
nuto in Cile nel 1973, anche se non era il Fondo ad operare ma le
altre centrali del potere economico USA.
Pensiamo che in Italia ci sia un pregiudizio molto diffuso e che va
denunciato: « Il colonialismo è certo condannabile, perché disumano,
ma ha comunque portato ai popoli del Terzo mondo molti elementi di
civiltà ». Questo è falso! Il colonialismo oltre all’annientamento, fisico,
psichico, culturale, ha portato anche una maggiore miseria. I popoli
africani, asiatici, latino-americani, stavano molto meglio prima dell’ar­
rivo dei coloni. Ed oggi se queste nazioni non sono più in grado di
mantenere i loro figli o di offrire loro condizioni di vita umane, non è
perché non sono capaci di mantenersi o di sviluppare un’economia o
perché non sono capaci di servirsi delle tecniche moderne, ma perché
prima di sfamare se stesse devono fornire il superfluo alle popolazioni
dei paesi industrializzati.
Solo quando i paesi del Terzo mondo si rifiuteranno di pagare i
debiti contratti sotto il ricatto dell’imperialismo, solo quando sapranno
scrollarsi di dosso le multinazionali, solo allora saranno veramente li­
beri e potranno realmente svilupparsi secondo le proprie esigenze,
quelle più profonde che affondano le radici nella cultura di un popolo.

Pueblo », a cura dei cileni in esilio, n. 0, Carrara, 1986, che cita « Le Monde »: « Un
colossale dissanguamento forzoso delle popolazioni già consunte ».
4 All’Assemblea annuale del Fondo monetario internazionale, tenuta a fine settem­
bre 1987 a Washington, il ministro del Tesoro degli u sa , Baker, « ha insistito sull’ob-
bligo delle nazioni povere di ripagare tutto e di privatizzare l’economia per espandersi ».
« La Stampa », 29 settembre 1987.

182
Il paradiso delle eccedenze alimentari
Noi qui abbiamo le cosidette eccedenze alimentari5; qui è ve­
nuta a finire la ricchezza depredata nei paesi del Sud del mondo. Noi
qui si consuma il 90 per cento delle risorse energetiche mondiali,
mentre i 4 /5 dell’umanità sottostà a condizioni di miseria. Non sap­
piamo quanto e come sia stata valutata la notizia, tra i compagni, tra
la sinistra, che la multinazionale Ferruzzi-Gardini vuole ottenere in
Europa il permesso di produrre la cosidetta benzina verde, cioè tra­
sformare le enormi riserve di grano e cereali in deposito alla Comu­
nità europea in benzina per i motori. Dobbiamo dare a questo il suo
nome; questo è il nuovo fascismo che opera però in modo viscido,
pervadendo la vita quotidiana di tutti, sottomettendo le coscienze ai
suoi valori di dominio: supermercati, banche, tecnologie sempre più
specialistiche, capitale finanziario, monopoli, libertà imprenditoriale
come diritto del più forte, primato della produttività, logica dell’im­
presa, perfino il tempo libero, diventano, sono, strumenti di cui si
serve per trasformare la nostra vita a sua immagine e somiglianza. Gli
orrori più spaventosi ci passano innanzi senza più che si trovi la sen­
sibilità di reagire. Del resto pensiamo all’inerzia in cui in Italia si as­
siste alla guerra Irak-Iran mantenendo un regolare commercio militare­
industriale, dalle armi al potenziale atomico verso quei paesi in guerra.
Le cronache di questi giorni hanno rivelato quale giro imponente
di interessi sia dietro a questa ondata migratoria di milioni di lavora­
tori alle nostre-vostre frontiere, quali forme occulte di sfruttamento,
quali costi umani spaventosi debbano pagare questi lavoratori immi­
grati. Non facciamo l’elenco dei giornali, dei fatti, anche chi è meno
attento può leggerli di sfuggita. Vorremmo solo ribadire che il razzi­
smo è un mostro sempre in agguato, anche presso quei popoli e quelle
culture che si ritengono esenti. In Italia questa è una convinzione
molto diffusa: « Qui il razzismo non c’è ». Non solo c’è, ma è anche
molto diffuso, forse in modo più sottile e meno esplicito che in u s a

5 « Si calcola che nei magazzini mondiali quest’anno saranno stoccate 500 milioni di
tonnellate di cereali prodotti in eccesso. Pari a 10 miliardi di sacchi di cereali da 50 chi­
logrammi, cioè un’“ eccedenza” di 1 quintale a testa per ognuno dei 5 miliardi di abitanti
terrestri »: « Umanità Nova », 4 ottobre 1987.

183
o in Sudafrica, ma c’è. Avete mai visto nella pubblicità tv l’uso che
si fa dei neri? Basta pensare come in certe città vengono considerati
e come vengono trattati i meridionali o gli zingari (che pure hanno
cittadinanza italiana). Finché si penserà ad uno straniero, ma anche
un handicappato, un diverso, un disadattato..., come ad uno che vale
meno e quindi ha meno diritti di chi, come noi, è garantito, siamo in
situazione di razzismo e di oppressione. Nessun popolo, quali che siano
le sue tradizioni culturali, è al sicuro, perché alla base del razzismo,
come alla base dell’emarginazione dei vecchi, dei malati, degli svantag­
giati, non sta la cattiva volontà del singolo, ma l’attuale modello di
organizzazione della società e dello sviluppo, basati sulla sopraffazione
del più debole.

La legge sugli stranieri, 943. Strumento di controllo


Un buon esempio di come le migliori intenzioni (e spesso non ci
sono neppure queste) vengano travolte dalla forza di un sistema poli­
tico ed economico è la recente legge emanata in Italia per regolariz­
zare la situazione di quel milione circa di lavoratori stranieri e clande­
stini. È la legge 943, diventata applicativa il 27 gennaio 1987 e pro­
rogata poi fino alla fine di settembre. La legge chiedeva a tutti gli stra­
nieri entrati clandestinamente in Italia di presentarsi all’ufficio stra­
nieri con un documento di riconoscimento, passaporto o atto notorio
del comune di domicilio, per ottenere il permesso di soggiorno e per
venire iscritti alle liste di collocamento.
Apparentemente una legge semplice, umana e senza controindica­
zioni. Sta di fatto che più dell’80 per cento degli stranieri clandestini
in Italia hanno preferito restare clandestini6. Per molti motivi. Il
permesso di soggiorno non esclude la possibilità di ricevere un foglio
di via obbligatorio, che viene dato a discrezione di qualsiasi questura
senza possibilità pratica di opposizione, per i motivi più banali (l’es­

6 Un dato significativo: Roma. « Oggi a Roma si contano 110.000 clandestini. Solo


mille hanno fatto domanda di permesso regolare. Dopo la “ sanatoria” , su 18.000 persone
ormai in regola secondo la legge, solo 7000 hanno ritirato il permesso di soggiorno »:
conferenza stampa del Comitato per l’attuazione della legge 943 su « Volontariato inter­
nazionale », n. 14, 31 agosto 1987, p. 8.

184
sere trovato in compagnia di « cattivi soggetti », perché sospettato di
essere « socialmente pericoloso », o perché chiede l’elemosina...)- Il
permesso di soggiorno non garantisce il lavoro, anzi ne riduce la pos­
sibilità. Un padrone è disposto a far lavorare in nero un clandestino,
ma è restìo ad assumerlo se in regola col permesso e quindi gode di
diritti sindacali e che può ricorrere ad un tribunale se non riceve la
paga contrattuale. Uno straniero può iscriversi alle liste di colloca­
mento, ma gli è proibito di lavorare in proprio. Voi conoscete la quan­
tità enorme di venditori ambulanti, raccoglitori di carta e ferro: es­
sendo lavoratori in proprio sono fuori legge.
Lo stesso discorso vale per la casa: un padrone di casa può accet­
tare come inquilini da spremere, anche in una sola stanza, più stra­
nieri senza diritti, ma non accetterà mai uno straniero che può far
ricorso alla legge. In realtà i lavoratori stranieri che hanno rifiutato
di regolarizzare la loro posizione, hanno capito molto bene la sostanza
di questa legge. Fatta per difendere i garantiti, i paesi del Nord del
mondo, contro questa invasione di affamati del Sud del mondo. Non
si sapeva quanti stranieri erano presenti in Italia, erano quindi diffi­
cilmente controllabili, specie nelle grandi città; offrire loro la prospet­
tiva di un permesso di soggiorno per un anno serviva a farli affiorare,
a mettere in cantiere una vastissima operazione di schedatura, che le
forze dell’ordine non erano e non sono in grado di compiere da sole,
soprattuto fin quando il loro operato rimane sotto gli occhi dell’opi­
nione pubblica democratica. Si è perciò offerta agli stranieri la possi­
bilità di autodenunciarsi: è chiaro che la maggior parte non ha poi
voluto collaborare.
Quelli che si sono presentati lo hanno fatto o perché maggior­
mente garantiti nel lavoro, nella casa, nei rapporti con la popolazione
o perché impossibilitati a mimetizzarsi. Nei centri piccoli ad esempio
lo straniero che non sia di passaggio è noto ai carabinieri.
Anche di fronte a questa legge la sinistra, le forze democratiche
sono rimaste assenti, inerti. Non parliamo qui dei sindacati che hanno
offerto la loro collaborazione alla polizia per il funzionamento della
trappola; parliamo invece di tutti quelli che lottano contro tutte le
trappole e che denunciano i falsi umanitarismi. I pregiudizi contro gli

185
stranieri sono presenti anche in questa area: i lavoratori stranieri ap­
paiono difficilmente difendibili, perché potrebbero portare via posti di
lavoro, e poi lo straniero rappresenta sempre l’ignoto, la diversità, ed
in quanto tale è creatore di ansie e paure. L ’incontro alla pari tra cul­
ture diverse è sempre molto difficile e spesso traumatico, per chi è
abituato a credersi il centro del mondo.
Crediamo che il problema sia molto serio e che nei prossimi anni
si assisterà ad una recrudescenza di intolleranza, razzismo e persecu­
zione delle diversità.

Un esempio in Italia: ]uan Soto Paillacar


Se la sinistra, se i democratici, se i compagni non avranno la forza
ed il coraggio di guardare con razionalità a questo nodo, non sarà im­
probabile anche tra noi il riproporsi di un caso come quello di Sacco
e Vanzetti. D ’altronde anche un insospettabile organismo internazio­
nale come Amnesty international ha più volte denunciato l’Italia per
la violazione di fondamentali diritti umani e civili.
Per esempio c’è un cileno, un indio Mapuche, che scampato al re­
gime sanguinario di Pinochet, si è rifugiato in Italia e qui è stato con­
dannato a 16 anni di carcere in quei processi per terrorismo in base
alla legislazione speciale. La condanna gli è stata inflitta senza ombra
di una prova: in 8 anni di carcere già fatti si è perfino arrivati a farlo
interrogare nel carcere di Marino del Tronto da agenti dei servizi se­
greti cileni7. È stato sottoposto alle forme più dure di repressione ed
ha dovuto attendere mesi per una semplice operazione al ginocchio ro­
vinato in un incidente di lavoro in Italia. Del caso Juan Soto Paillacar,
anche di questo caso, la sinistra se n’è occupata poco, forse perché pro­
fugo, cileno, indio lavoratore, o forse perché anarchico?
In questo periodo di rivendicazione dei diritti umani, anche per
un fascista implicato nella strage di Bologna, sarebbe probabilmente il
caso di rivendicare anche il caso di Juan.

7 II 5 novembre 1986 ha ricevuto in carcere la visita di due addetti dell’ambasciata


cilena in Italia; è stato costretto a farsi fotografare da loro: « Umanità Nova », 21 di­
cembre 1986.

186
Elenco della Rassegna stampa

« Braoggi », periodico d ’informazione del Partito C om unista Italiano, sezione di


Bra (c n ), marzo 1987.
« Brasette », settim anale laico di Bra (c n ), 17 aprile e 24 agosto 1987.
« L ’A gitatore », periodico anarchico di G attin ara (v e), aprile 1987.
« Um anità N ova » , organo settim anale della Federazione Anarchica Italiana, L i­
vorno, 24 maggio, 5 luglio, 20 settem bre e 4 ottobre 1987.
« Senzapatria », periodico antim ilitarista e antiautoritario, Calolziocorte ( b g ),
maggio-giugno 1987.
« Il Tanaro », settim anale d ’informazione di A lba, Bra, Langhe e Roero, edito ad
A lba (c n ), 1 m aggio, 28 agosto, 4 settem bre e 18 dicembre 1987.
« Paesi Tuoi », quindicinale comunista di Carrù, Farigliano e Dogliani. Farigliano
(c n ), 7 maggio e 4 settem bre 1987.
« L ’Internazionale » , mensile anarchico, Ancona, numero di maggio e luglio 1987.
« Seme Anarchico » , mensile anarchico, Brescia, numero di giugno e luglio 1987.
« G azzetta d ’A lba » , settim anale cattolico, A lba (c n ), 17 giugno 1987.
« A. Rivista Anarchica », mensile anarchico, M ilano, numero di giugno-luglio, set­
tembre e ottobre 1987.
« Sicilia Libertaria » , mensile anarchico, Ragusa, giugno e luglio 1987.
« Il Portavoce » , periodico del G ruppo Amico — volontariato — di A sti, numero
di giugno e di ottobre 1987.
« L ’A stragalo », rivista di ricerca culturale, Cuneo, luglio 1987.
« Anarchia » , periodico anarchico del quartiere Ticinese di M ilano, numero di
giugno-luglio 1987.

187
« R adio Libertaria » , F.M . 89, T rieste, trasm esso il 3-9-1987, ore 21.
« L a Pagina » , quindicinale dem ocratico, Saluzzo (c n ), 22 luglio 1987.
« L ’Eco del Chisone » , settim anale cattolico della V al Chisone, Pinerolo (t o ), 23
luglio 1987.
« La Stam pa » , quotidiano nazionale, Torino, 20 agosto e 6 settem bre 1987.
« L a G u id a », giornale cattolico di Cuneo, 28 agosto 1987.
« P o le m ic a » , información - critica - pensam iento libertario, Barcelona, Catalunya,
julio-septem bre 1987.
« K ara » , periodico anarchico turco, Instanbul, 10 agosto 1987.
« Stam pa Sera », edizione serale de « L a Stam pa » di Torino, 31 agosto e 5 set­
tembre 1987.
« Il M anifesto », quotidiano comunista a diffusione nazionale, Rom a, 3 settem ­
bre 1987.
« L ’Eco della Riviera » , giornale locale di Im peria, 3 settem bre 1987.
« Il Saviglianese » , periodico cattolico di Savigliano (c n ), 3 settem bre 1987.
« Provincia G randa » , settim anale cattolico di M ondovì (c n ), 4 settem bre 1987.
« Corriere di Saluzzo » , settim anale cattolico di Saluzzo (c n ), 4 settem bre 1987.
« Il M attino », giornale nazionale, N apoli, 4 settem bre 1987.
« Problemen », mensile di cultura anarchica, in jiddish, T el A viv (Israel), numero
di agosto 1987.
« L a M asca », settim anale democratico di Cuneo, 9 settem bre 1987.
« Le M onde Libertaire », organo della Fédération Anarchiste Française, Parigi, 17
settem bre 1987.
« A .A .M . - Terra N uova » , mensile naturalista italiano, Scarperia (f i ), numero di
settem bre-ottobre 1987.
« Lotta di Classe » , organo dell’Unione Sindacale Italian a, aderente all’A ssocia­
zione Internazionale dei Lavoratori, Ancona, ottobre 1987.
« Im pegno Sindacale », mensile del sindacato C .I.S .L . di Pinerolo (t o ), ottobre
1987.
« A ut », periodico anarchico del saluzzese, di Pinerolo, Cavallerm aggiore (c n ),
ottobre 1987.
« R ai, giornale radio 2 » , edizione regionale del Piem onte, ore 14,30 del 5 set­
tem bre 1987.
« Niem an R eports », quadrim estrale by Niem an Foundation at H arvard U niver­
sity, Cam bridge, P.O . Box 4951, M anchester, U .S.A ., inverno 1987.
In occasione del Convegno, l ’editore G iuseppe Galzerano, 84040 Casalvelino Sca­
lo (s a ), Italia, ha pubblicato il libro di B a r t o l o m e o v a n z e t t i , Una vita pro­
letaria, agosto 1987.

188
Indice

St u d i e d o c u m e n t i

Intervento di saluto di Fernanda Sacco, nipote di Nicola (Ferdi­


nando) Sacco .....................................................................pag. v
Come una postfazione................................................................» 1
Claudio Venza, Sacco e Vanzetti a sessanta anni datta morte . » 5
— Luigi Bernardi, « Tutti devoti alle patrie istituzioni ». La
campagna cuneese tra l’Ottocento e ilNovecento . . . » 17
— Antonio Lombardo, Anarchici e anarchismo cuneese 1892-
1 9 1 4 .............................................................................. » 33
— Virginia Regnatela, La Capitanata ai tempi di Ferdinando
S a c c o ..............................................................................» 47
— Moreno Marchi, Emigrazione anarchicaitaliana inAustralia » 37
— Giorgio Manga, Note storico-considerative sul sindacalismo
conosciuto da Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco in Ame­
rica negli anni 1908-1923 .........................................................» 69
— Cosimo Scarinzi, Industriai Workers of thè World. Unioni­
smo e sindacalismo d’azione diretta...................................» 97
— Roberto Prato, Una trama di classe tra Biellese e New Jer­
sey. Brevi note sugli operai immigrati nella lotta di Pater-
son del 1 9 1 3 .......................................................................» 103
— Movimento anarchico italiano, Un atto di antifascismo: la
mobilitazione prò Sacco e Vanzetti nellTtalia del1927 . » 119
— Anna Maria Pedretti, Il caso Sacco e Vanzetti banco di pro­
va per un’intera s o c i e t à ................................................. » 127

189
— Luigi Botta, « Giustizia crocefissa », resuscitata 50 anni
d o p o ? ................................................................................... pag.
— Marcello Garino, « Riabilitate la mia reputazione » . . »
— Antonio Adriano, La canzone di Sacco e Vanzetti. Una ri­
cerca e una riproposta del « Gruppo Spontaneo di Magliano
Alfieri » ......................................................................................»
— Tavio Cosio, Dal saluzzese una canzone di quegli anni . »
— Comitato lavoratori libertari cileni in esilio « Pedro Nola­
sco Arratia», Profughied emigrati tra razzismo e legge . »

Elenco della Rassegnastam p a...........................................................»

190
L ’Artistica Savigliano
1988