Sei sulla pagina 1di 23

STATI, NAZIONI E NAZIONALISMI IN EUROPA

CAP.1: Il Nazionalismo e l’Europa. Definizioni e teorie


Perché interessarsi al nazionalismo?: si è detto spesso che per l’Europa l’800 è il secolo dei
nazionalismi. È in quel periodo infatti che l’ideologia nazionalista fa da primo veicolo
dell’entrata graduale delle masse in politica e che le lotte per l’indipendenza nazionale
segnano profondamente l’evoluzione del sistema europeo. Gli ideali nazionalisti vengono
considerati come parte integrante di una fase di sviluppo politico che vede il riscatto di nazioni
storiche che vanno a dar vita ad un proprio stato. Saranno poi le 2 guerre mondiali, nel XX
secolo, ad affermare sempre di più la presenza e il ruolo del nazionalismo adesso non più con il
solo ruolo di riscatto e conquista dell’indipendenza nazionale, ma anche aggressività,
prevaricazione e imperialismo (dunque assume anche un’idea negativa di nazionalismo). Gli
esiti della II° g. m. hanno contribuito a diffondere l’idea che il nazionalismo fosse, nel mondo
sviluppato, una patologia ormai in declino, superata e meno intensa di quella di classe: la
frattura territoriale sarebbe stata soppiantata dalla più universale frattura tra datori di lavoro e
prestatori d’opera. Questa tesi fu rafforzata dal fatto che i processi in atto di integrazione
sovrastatale e sovranazionale (Cee, etc..), sembravano destinati a indebolire ogni forma di
particolarismo etnico. Ma ciò non risulta essere vero in quanto i nazionalismi erano sempre ben
presenti in Europa e attivi e dunque tale discussione si riaccese fino agli anni ’90,periodo
contraddistinto dagli eventi est-europei con la fine del blocco sovietico e l’avvento di 27 nuovi
stati al posto dei 9 nell’area sovietica. Questa scarsa considerazione per le questioni nazionali e
statali trovava una conferma nella convinzione di molti autori che il nazionalismo, per quanto in
crescita all’est, fosse in declino all’ovest. Ma ciò non risulta essere vero: per stare all’ultimo
decennio, l’affermazione della Lega Nord in Italia ad es. è uno dei tanti segni più recenti che il
problema dei rapporti tra centri e periferie e fra gruppi etno-nazionali non solo non sono
“superati” nelle democrazie occidentali, ma tendono a ripresentarsi periodicamente. Anche per
il prof. Grilli è prematuro affermare che i nazionalismi in Occidente siano in declino e risulta
anche sbagliata la tesi secondo la quale lo sviluppo economico e la globalizzazione, la
modernizzazione, i processi d’integrazione sovrastatale mettono fine ai fenomeni nazionalisti,
semmai sembrano assumere una nuova rilevanza. Ciò si può spiegare tramite due ipotesi:

1) Declinata l’identità di classe per la sempre più forte omogeneizzazione sociale delle
società occidentali, l’ancoraggio ai vecchi sentimenti di identità etnica e nazionale
rappresenta gli odierni sentimenti nazionali e nazionalismi nella società post-moderna;
ciò spiegherebbe anche la formazione di così tanti stati dopo il crollo dell’URSS;

2) Il processo di unificazione europea e la lunga stagione democratica che ha


caratterizzato la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale nel secondo
dopoguerra, hanno contribuito almeno in alcune aree, a una mutazione del nazionalismo
etnico vecchia maniera in un regionalismo fondato su criteri di organizzazione degli
interessi su base territoriale, perdendo quell’alto grado di identificazione e
quell’intensità del senso di appartenenza che sono proprie della dimensione etnica del
nazionalismo e che si fondano sulla consapevolezza di comuni tratti biologici e socio-
culturali: le identità su base locale tendono a sostituirsi a quelle fondate sulla
comunanza del sangue, con un risultato che non è la fine del nazionalismo, ma la sua
trasformazione;
I nazionalismi si presentano sulla scena politica ad intermittenza; sono caratterizzati dunque da
periodi di assenza e inattività che fanno pensare a una loro scomparsa. Bisogna spiegare
dunque le cause che provocano le loro periodiche esplosioni. Bisogna subito dire che i
nazionalismi si differenziano da Paese a Paese a causa del diverso grado di maturazione della
democrazia, ma anche alle profonde difformità nei processi di formazione della sovranità
nazionale e della statualità. I fenomeni nazionalisti sono il frutto di una particolare interazione
fra il processo di state-building e quello di nation-building.
ALCUNE DEFINIZIONI: innanzitutto bisogna chiarire che per nazionalismo non intendiamo il
processo di formazione delle nazioni, le nazioni stesse o l’identità nazionale, ma il suo
significato è duplice: il nazionalismo, è insieme un’ideologia e un movimento politico che fanno
della nazione il soggetto principale dell’azione politica e la base di ogni appartenenza e identità
politica. Distinzione tra idea di nazione e nazionalismo: la prima configura una frattura sociale
determinata dall’esistenza di comunità diversificate, ciascuna con elementi culturali, miti e una
storia propri; il secondo ne costituisce l’espressione politica che nasce dalla consapevolezza
circa la natura non compiuta della prima o circa le minacce alla sua integrità e sopravvivenza.
Le ideologie nazionalistiche sono contraddistinte da 2 circostanze: 1) esse non sono quasi mai il
frutto di un’elaborazione intellettuale complessa: il nazionalismo non ha mai prodotto i propri
grandi pensatori: nessun Hobbes, Tocqueville, etc.. I suoi contenuti sono costituiti da pochi ed
elementari richiami che possono combinarsi con qualsiasi altra ideologia come fascismo,
comunismo, etc..
2)il nazionalismo pur mantenendo certi principi base, cambia qualitativamente a seconda delle
fasce sociali nelle quali si manifesta e che da esso sono mobilitate. Studiosi hanno individuato
3 livelli di diffusione e dunque 3 fasi di crescita del nazionalismo: a) livello meramente
intellettuale: ristretta cerchia di intellettuali che concentra i propri studi sulla storia, la lingua,
la letteratura, le tradizioni, i miti di un popolo, preparando la nascita di un’identità nazionale e
ponendo le basi culturali per una successiva rivendicazione. In questo caso il nazionalismo è
poco più di una suggestione culturale con limitato impatto sulla politica; b) livello di un elite
politica: si perseguono scopi e programmi nazionalistici. Nasce una comportamento
nazionalista militante. L’impatto politico è subito percepito; c) livello di ideologia di massa: è il
salto di qualità del nazionalismo compiuto tra il XIX e il XX secolo. Da nazionalismo romantico
diventa totale del XX sec. Si fa più estremo e dogmatico.
Il fatto che il nazionalismo scaturisca dalla constatazione di un torto da sanare, di un’ingiustizia
storica, ne spiega la natura politica mobilitazionale. Mentre il patriottismo e l’identità nazionale
manifestano sentimenti che possono essere anche passivi, il nazionalismo coniuga sempre
sentimento e azione. L’Europa degli ultimi 2 secoli è stata periodicamente afflitta da esplosioni
nazionalistiche più o meno violente.

IL NAZIONALISMO COME ESPRESSIONE DELLA MODERNITA’: fra gli eventi che più
vengono causalmente collegati con la nascita delle identità nazionali e dei nazionalismi vi son
la nascita dello stato moderno, la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale. Questi eventi
sono le condizioni necessarie, anche se non sufficienti, del nazionalismo. Lo Stato moderno,
attua una nuova organizzazione del potere, centralizzata, fondata sul controllo della forza in un
determinato territorio e contribuirà ad alimentare lo sviluppo delle identità nazionali in Europa.
Da queste identità nazionali, nasceranno i nazionalismi, diversi in ogni Paese. La riv. dell’89
porterà delle idee ad imporsi nello scenario europeo. Innanzitutto l’idea dello stato-nazione:
nuova concezione dello stato con il ripudio dei metodi amministrativi tradizionali e il
completamento dello stato unitario attraverso una nuova amministrazione centralizzata
secondo lo spirito giacobino. La riv. sottolineò l’importanza della massa, che con le guerre
napoleoniche assunse un ruolo importante nella costruzione della nazione. Queste idee,
esportate in tutta Europa dalle guerra napoleoniche, mettono radici un po’ ovunque e
alimentano le rivoluzioni nazionali e patriottiche del XIX sec. La politica acquista “pathos
religioso”; la nazione diviene la patria e questa diventa a sua volta la “nuova divinità del
mondo moderno”. La seconda idea importante è che con la riv. francese si diffonde
rapidamente a tutto il continente europeo l’idea di sovranità popolare che impone il popolo
come soggetto politico collettivo in grado di appropriarsi del proprio destino. Questa idea
imprime dei cambiamenti nell’essenza stessa dello Stato che vedrà trasformate le sue fonti di
legittimazione: la legittimità aristo-monarchica, il diritto divino dei re, lasciano il posto a nuove
fonti di legittimazione di fedeltà e lealtà verso la patria e la nazione e si afferma il principio di
coesione nazionale.
Secondo Gellner però la svolta epocale la si ebbe con i processi di industrializzazione e
modernizzazione che hanno profondamente trasformato le società favorendo lo sviluppo di
nazioni e nazionalismi. La nuova società industriale proietta infatti il contesto economico in una
dimensione nazionale e statale, amplia i mercati e gli scambi e fà si che lo Stato possa
condizionare l’attività economica( garante delle regole e guida le operazioni economiche). Il
rapporto tra nazione industrializzazione fu duplice perché non solo l’industrializzazione favorì il
nazionalismo, ma anche il nazionalismo favorì deliberatamente l’industrializzazione perché vide
in esso un mezzo per rafforzarsi, imporsi e attraverso la costruzione dello Stato,
l’autosufficienza economica e potenziamento della forza militare dello Stato stesso. Tuttavia in
un 2° momento lo sviluppo industriale troppo forte non aiuterà lo sviluppo del nazionalismo,
anzì lo penalizzerà: lo sviluppo capitalistico, l’ampliamento dei mercati e i crescenti
condizionamenti dell’economia internazionale imporranno una dimensione dei rapporti
economici che mostrerà in modo sempre più esplicito l’inadeguatezza sia degli stati, come
“gusci” protettivi della competizione economica, sia delle ideologie nazionaliste.

IL NAZIONALISMO COME ESPRESSIONE DELLA FRATTURA TERRITORIALE: si può dire che


il rapporto centro-periferie costituisce un’ulteriore chiave di lettura in tema di spiegazione della
nascita del nazionalismo, che viene qui inteso come una delle conseguenze del processo di
state-building. La crescita dello stato infatti implica l’estensione di un potere centrale a spese
di altri tipi di poteri. Inevitabilmente si creano delle periferie le quali molte volte possono
essere molto refrattarie nell’essere assimilate dal centro e se queste resistenze si cristallizzano
possono dar vita, se col tempo si combinano con l’idea di nazione, sacche di rivendicazione
nazionalistica. La nozione di centro e periferia sottolinea i livelli di distanza e di differenza fra
territori e gruppi sociali all’interno di una determinata area geografica. Secondo Rokkan
esistono 2 livelli di distanza tra centro e periferia: 1) all’interno di uno Stato: problemi di
conflitto e integrazione, di sforzi del potere centrale di mobilitare le risorse delle periferie e di
episodi di resistenza da parte di queste; 2) a livello internazionale; dunque con la nascita dello
Stato moderno risulta essere vitale politicamente il territorio: area abitata da popolazioni che
ne rivendicano la proprietà esclusiva attraverso strategie di difesa o di intimidazione verso i
tentativi di invasione dall’esterno. Secondo Rokkan gli elementi chiave di un territorio sono: a)
uno spazio geograficamente delimitato in un determinato periodo e non necessariamente fisso
per sempre; b) uno o più individui interagenti tra loro che occupano lo spazio, proclamando il
loro diritto esclusivo allo sfruttamento delle risorse; c) una serie di strategie di delimitazione e
demarcazione contro gli estranei;
la nozione di centro e periferia può essere letta sotto 2 punti di vista: 1) distanza e differenza
spiegabili con riferimento a precise condizioni oggettive; 2) distanza e differenza dovuta a
condizioni psicologiche e ad atteggiamenti mentali. Si può affermare con certezza che esistono
almeno 4 dimensioni che concorrono a creare centri e periferie e le loro relazioni reciproche:

1) Dimensione di natura geografica: la dislocazione del territorio lontano dai centri di


produzione e dalle grandi linee di comunicazione che spiega la presenza della periferia
e la presenza stessa di un suo rapporto di dipendenza dal centro;

2) Dimensione di natura economica: la lontananza o la vicinanza dalle risorse economiche


e dai centri di scambio fa sì ch un territorio sia distinto come centro o periferia;

3) Dimensione di tipo culturale: specificità etniche, linguistiche e religiose possono


spiegare i livelli di integrazione- isolamento, le identità culturali e il grado di resistenza
che le periferie oppongono agli sforzi di integrazione da parte di uno o più centri;
4) Dimensione politico –organizzativa:promuove il ruolo delle istituzioni politiche degli
apparati amministrativi e militari nell’ottenere un’integrazione o un isolamento.
Secondo Deutsch ci sarebbe una 5° dimensione: di carattere storico. Le relazioni centro-
periferia acquistano forma nel passaggio attraverso 4 fasi storiche: basso e alto medioevo,
sviluppo di un’economia mondiale e consolidamento degli stati moderni europei. Le 4 o 5
dimensioni ci aiutano nell’individuazione dei centri e delle periferie nella realtà. I centri possono
essere di varia natura, a seconda delle arene interessate che possono essere economiche,
culturali e militari-amministrativi. Se le arene sono tutte concentrare in un medesimo territorio
avremo un centro monocefalo, altrimenti nel caso di una loro distribuzione, avremo un centro
policefalo. I centri sebbene controllano i territori, dipendono da essi in molti sensi: per le
forniture alimentari, manodopera, difesa militare. Invece le periferie sono aree dipendenti da
un centro e da esso controllate. La loro perifericità dipende da fattori nell’ambito dei quali i
caratteri chiave sono la distanza, la differenza e la dipendenza. Le periferie infatti si trovano
sempre ad una certa distanza dai centri e sono differenti dai centri (economicamente,
culturalmente e politicamente) e questa differenza alimenta un senso di identità separata.
Infine le periferie sono dipendenti dal centro almeno sotto qualche profilo. Il concetto di
periferia che a noi interessa è principalmente quello che mette in evidenza uno stretto legame
fra specificità ento-linguistica e territorio, perché è soprattutto da tale legame che si
sviluppano quelle identità che più facilmente portano al conflitto su base nazionalista. Certo poi
anche una periferia solo economica può dar vita ad un tale esito. Sicuramente quelle periferie
più refrattarie a lasciarsi assimilare e suscettibili col tempo di sviluppare sentimenti e
comportamenti nazionalisti sono quelle che esprimono specificità di natura nazionale,
linguistica, culturale, religiosa e poi forse anche economica. Queste resistenze possono avere
tanto più successo quanto più sono intense le suddette identità, quanto più la popolazione è
radicata e concentrata sul territorio della periferia. Inoltre queste resistenza si fanno tanto più
forti e vivaci, quanto più si fa strada l’idea che l’integrazione nella struttura statale metta
seriamente in gioco la sopravvivenza della periferia stessa. Dunque sarà di rilevante
importanza anche la questione dell’insicurezza. Maggiori sono la stabilità della società e il
senso di sicurezza dei suoi membri e minori sono le possibilità che le emozioni collettive si
riversino in una nazionalismo aggressivo e viceversa.

CENTRI E PERIFERIE IN EUROPA: rifacendosi a tutti questi fattori, Rokkan riferendosi all’
Europa attua diverse classificazioni:
1): che tiene conto di periferie esposte all’influenza di un solo centro (Scozia, Galles, Irlanda,
etc..) e periferie esposte a più centri ( di solito 2) che spesso se ne contendono la sovranità (Val
d’Aosta, Alto Adige, etc..)
2) tiene conto di periferie che potrebbero essere definite come “centri mancati” (la Scozia, la
Catalogna) e periferie che sono sempre rimaste ai margini dei centri del potere politico ed
economico.
Le periferie soggette ad un solo centro sono “enclaves” interne a qualche potente entità
statale (Irlanda, Scozia, Galles, Sardegna). Esiste poi un gruppo di regioni europee che viene
inserito tra le periferie interfaccia a ovest (contigue ed esterne) del vecchio impero. Qui sono
incluse tutte le contrapposizioni etno-linguistica ai confini orientali della Francia, le regioni a
nord contese da valloni e fiamminghi, quelle al centro contese tra francofoni e germanofoni,
etc.. poi esistono periferie interfaccia interne al vecchio impero che includono invece tutte le
variazioni linguistiche e dialettali che si fronteggiano, a cominciare da quella fra etnia di lingua
tedesca ed etnia di lingua italiana in Alto Adige. Per finire abbiamo periferie a est del Vecchio
Impero: i paesi baltici (fra russi e baltici, specie estoni e lettoni), la parte occidentale della
Polonia (fra tedeschi e polacchi), l’Istria (tra croati e italiani), etc.. Cosa ha permesso a certe
periferie di resistere con più successo di altre ai tentativi di annullamento da parte dei centri??
Secondo Rokkan diversi fattori:

- Il ruolo delle migrazioni: intense e continue sia in uscita che in entrata, sembrano
contribuire in senso negativo sul mantenimento di uno standard linguistico interno;

- Il ruolo dei caratteri di nomadismo/stanzialità: il primo sembra favorie rispetto alla


seconda la conservazione di usi e costumi (i Rom);

- Il ruolo positivo o negativo della Chiesa o delle chiese, sia nella formazione di uno stato
indipendente che nella conservazione di uno standard linguistico interno;

- La decisione-processo di trasformare un dialetto o un vernacolo in uno standard scritto:


più è tardiva questa decisione e più si avranno meno possibilità nella conservazione
della lingua;

- Più sono grandi le differenze fra centro e periferia riguardo al possesso delle risorse
(economiche e culturali) e più diventa probabile che la periferia perda le sue specificità
culturali e venga assorbita dal centro;

- Le condizioni geo-politiche che favoriscono le differenze;

- Le diverse politiche di integrazione dei centri a cui le periferie sono andate soggette;

- Il ruolo delle vicissitudini storiche di ciascuno di questi territori: passaggio di sovranità


(es. Alsazia e Lorena).
Queste tipologie offrono una chiave di lettura per la spiegazione degli scoppi nazionalisti. Il
declino della lingua e delle identità nazionali, i successi ottenuti con il conseguimento della
sovranità nazionale possono attenuare il richiamo nazionalistico.

CAP. 2: LO STATO EUROPEO IN PROSPETTIVA COMPARATA


ORIGINI E CARATTERI DELLO STATO: per Stato si intende ogni forma di organizzazione del
potere nell’ambito di un territorio circoscritto. Lo stato a cui facciamo riferimento è quello
moderno perché si può affermare che il nazionalismo si sviluppa all’interno dello Stato
moderno e da esso trae origine. Lo Stato è una specifica forma di organizzazione del potere
politico che si radica in un preciso ambito territoriale che gode di un corpo di regole, una serie
di ruoli, un insieme di risorse, con i quali si perseguono determinati fini e interessi. Per Max
Weber lo Stato moderno si differenzia da ogni altra forma di organizzazione attraverso il
monopolio dell’uso legittimo della forza. Lo Stato nel suo senso più moderno sorge in quei
territori dell’Europa occidentale dove si era sviluppato il feudalesimo. Il feudo perde il suo
carattere personale per divenire una cosa, un possedimento: il principe regna sul territorio, non
più sulle persone; il potere assume una forma permanente. Il primo vero Stato sorse in Francia
e verso il XIV sec. erano già evidenti i caratteri fondamentali dello stato moderno ad
amministrazione centralizzata. Accanto al monopolio della forza si impongono altri due principi:
il principio di legittimazione del potere e il principio di risoluzione pacifica dei conflitti. Con il
primo si abbassano i costi della conservazione del potere. per Weber ci sono altri due caratteri
che contraddistinguono lo stato moderno: la sovranità e il territorio. La sovranità è
strettamente legata all’esercizio del potere e quindi all’uso della forza. Implica il controllo su un
determinato territorio, su una popolazione, e su risorse. Il territorio è l’oggetto principale della
sovranità e assume una rilevanza tutta particolare con lo Stato moderno in quanto qui questi
sono delimitati, fissi, rigidi: esistono confini ben delineati. C’è dunque un forte legame fra Stato
e territorio! I confini e la de limitatezza del territorio aiutano a rafforzare i vincoli linguistici e di
solidarietà che sono alla base della genesi delle nazioni. Quindi i confini, le frontiere incidono
notevolmente sulla vita delle popolazioni a seconda se queste siano al di là o al di qua di esse.
Centralizzazione e amministrazione costituiscono ulteriori caratteri che contraddistinguono lo
Stato moderno. Con la centralizzazione del potere fa si che si riducano i poteri diversi e
alternativi allo Stato e che ci sia una guida di esso nella vita politica e sociale. Ma questa guida,
la sovranità, il controllo e la difesa dello stato sono resi possibili dalla crescita delle burocrazie
e dalla formazione dell’amministrazione, che assicurano l’espansione interna del potere. la
burocrazia costituisce lo strumento indispensabile (in senso weberiano) per la sopravvivenza
degli stati. Consentono allo stato di ampliare ed esercitare la sovranità e soprattutto
contribuiscono a formare l’immagine dello Stato nella aree periferiche, più difficili alla sua
penetrazione. Un altro carattere costituente dello Stato moderno è la differenziazione che
include: a) la distinzione nello stato tra la morale e la politica. Lo Stato si occuperà della politica
e non più della religione; b) separazione fra stato e società civile. Lo Stato moderno inoltre
induce l’evoluzione della cittadinanza. lo sviluppo dello Stato è anche il momento culminante di
un’effervescente trasformazione che coinvolge società, cultura, economia, istruzione, costumi,
comunicazioni, attraverso la creazione di una vera e propria “mentalità” che fa da corollario ai
mutamenti politico-istituzionali.

ASPETTI DI ANALISI COMPARATA: l’avvento dello Stato moderno è un processo di riduzione


della complessità, portando l’Europa del primo ‘900 ad avere 20-30 entità politiche, rispetto
alle circa 500 del Medio Evo. Ma la vera proliferazione statale si ha nel corso del ‘900: da 55
che erano nel 1900, ne arrivano ad essere 192 nel 2000. Ciò che interessa a noi non è una
trasformazione politica dello Stato, ma la trasformazione che vede la nascita in Europa dello
Stato nazionale, nella quale si consolida la relazione fra Stato e nazione. Lo Stato nazionale
prevede l’affermarsi dell’idea di nazione. Prima di ciò l’unica lealtà richiesta ai sudditi, la sola
identità dello stato, era quella verso la dinastia e la corona. Con la nascita dell’idea di nazione,
lo stato si afferma sempre più come un’entità distinta rispetto alla dinastia regnante. I cittadini
sono tenuti ad identificarsi con la storia, le tradizioni, la cultura, la lingua, l’etnia, il territorio, i
confini dello Stato. La variabile dipendente non è più la dinastia, ma lo stato acquista
autonomia, continuità, durevolezza, assai superiori a quelle delle dinastie regnanti. Quali
furono però le cause che portarono alla vittoria dello Stato sulle altre forme di reggimento
politico??? Tilly e Rokkan mettono in evidenza queste variabili:

1) Un 1° gruppo di condizioni è costituito dalla preesistente frammentazione politica e


dalla debolezza delle varie strutture corporate: ciò rese più facile l’imporsi di un’autorità
su tutte le altre. La genesi statale fu favorita dal numero eccessivo di contendenti e
dalla loro debolezza, incoraggiando coalizioni territorialmente concentrate e
ostacolando il maturare di altre soluzioni istituzionali.
Ma perché gli stati nazionali tendono a svilupparsi con più forza e precocemente alla periferia
del vecchio Impero, piuttosto che nelle aree del centro? Rokkan fornisce queste spiegazioni: 1)
il vecchio Impero era costituito da una molteplicità di centri urbani posti sulle rotte commerciali
e da una alta densità di monasteri, cattedrali e principati ecclesiastici che indicavano il peso
politico della Chiesa cattolica. 2) tale densità rendeva impossibile la formazione di un processo
di unificazione al centro. 3)questo processo invece era più facile da ottenere alla periferia
dell’Impero, nelle zone meno frammentate a ovest e a nord, come in Francia, Inghilterra,
Spagna, etc..
2) Un 2° gruppo di condizioni è costituito dalla crescente efficacia e specializzazione delle
nuove strutture statali rispetto alle altre forme di organizzazione politica.

3) La sostanziale invulnerabilità dei territori europei, costituì per la genesi statale, una
condizione favorevole, dimostrata dal fatto che almeno due terzi dell’Europa era libera
da pressioni esterne, il che rese più facile che territori non immensi potessero sorgere e
consolidarsi anche al di fuori dell’ombra protettiva di un grande potere imperiale.

4) La presenza di una capitale forte e indiscussa si rivelò una condizione fondamentale per
l’aggregazione e l’unificazione.
5) Circostanza importante fu anche l’esistenza di una regione più forte in grado di
assumersi il compito della centralizzazione: la Prussia in Germ., il Piemonte in It., la
Castiglia in Sp.
Queste condizioni ci aiutano a capire il perché l’opzione statale ha vinto sulle altre, ma ci
dicono poco sulle differenze: perché alcuni stati hanno avuto maggiore successo e sono
sopravvissuti fino ad oggi, mentre altri no? A cosa si devono le differenze tra gli Stati quanto a
tempi di formazione, varianti di percorso e fisionomia? Tilly propone alcuni fattori per spiegare
a questi interrogativi e soprattutto spiegano il perché alcune entità statali sopravvivono e altre
no:
1) La disponibilità e l’uso di risorse;
2) La maggiore o minore difendibilità del territorio dagli attacchi esterni;
3) Il ruolo svolto dai grandi statisti come Cromwell, Cavour, etc..
4) La forza militare garantì l’eliminazione di nemici e concorrenti interni, favorì il
consolidamento territoriale, la centralizzazione, l’acquisizione e il consolidamento del
monopolio della forza;
5) Competenza ed efficienza amministrativa;

6) Omogeneità dei sudditi: se c’è tutto è più facile e costa meno. Molte volte il cercare di
dar vita ad una omogeneizzazione portò l’insorgere di resistenze e lo sviluppo di
nazionalismi.
7) Formazione di alleanze fra il potere centrale e il principali settori dell’élite terriera;
8) Le forme di resistenza che i vari poteri locali misero in atto contro lo sviluppo statale,
cercando di ostacolarlo in ogni modo;
Si può dire che i punti 6 e 8 rappresentano terreno di nascita dei nazionalismi. Un insieme di
quesiti riguarda anche le varianti di percorso che la formazione statale ha seguito. Le varianti
di percorso nella formazione degli Stati sono notevoli e implicano sia diversi tempi e sequenze
del processo (alcuni nel XIX, altri nel XX sec.), sia anche diverse modalità di genesi. Una
distinzione fra le diverse modalità di state-building è quella proposta da Rokkan e Urwin, con
una classificazione a 4 voci:

- Lo stato unitario: costruito attorno a un centro, tiene saldamente il potere e guida


l’intero processo perseguendo con successo le politiche di standardizzazione
amministrativa: caso della Francia;

- Lo stato di unione: l’incorporazione dei territori avviene attraverso unione dinastica


personale, trattati, matrimoni, eredità: caso di Spagna e G.B;

- Il federalismo meccanico: creato dall’alto, con strutture territorialmente differenziate,


accettate e anche introdotte da un centro, che rimane poi istituzionalmente e
politicamente più forte delle altre parti: Ital. Ger.;

- Il federalismo organico: è il risultato di un’azione dal basso che implica l’associazione


volontaria di diverse entità territoriali che conservano ampia autonomia (Svizzera);
Alle 4 classi qui elencate potremo aggiungerne una quinta: lo stato si forma anche in seguito a
processi disgregativi di polities precedenti. Infine distinguiamo 3 tipi ideali di formazione
statale, conseguenza di 3 diversi processi: a) unificazione ed espansionismo ad opera di un
centro; b) aggregazione volontaria; c) disgregazione di una precedente entità politica; con il
primo caso si intende il risultato delle politiche espansionistiche di un’unità politica più forte,
dinamica, che estende la propria sovranità su territori ed unità politiche contigue più deboli. Il
secondo caso meno frequente è quello dell’Italia e della Germania. Il terzo percorso prevede la
nascita di stati dal disgregamento di unità politiche più grandi come altri Stati o Imperi: è il
caso dell’URSS.

LE 2 TRADIZIONI STATALI DELL’EUROPA: Malgrado tutte queste differenze, una volta che dalla
parte nord-occidentale il sistema statale si diffonde e si consolida nelle altre parti d’Europa, i
diversi stati presentano numerose omogeneità: alla fine predomina un’idea di Stato
caratterizzata dalla concezione di una sovranità forte e indivisibile, con un tipo di
organizzazione del potere su base territoriale, concentrato e unica vera fonte di ogni autorità.
Si può affermare con certezza che non fu la rivoluzione francese a “inventare” lo stato
nazionale moderno. Essa ne ha segnato solamente il momento culminante di sviluppo. Le radici
dello stato nazionale stanno nell’assolutismo, cioè in quei principi di centralizzazione, gerarchia
e statalismo che vengono opposti alla realtà frammentata e corporativa della società tardo
feudale. Un tentativo di classificare le relazioni fra stato e nazione è quello di distinguere fra
stati nazione e nazioni stato. I primi si caratterizzano per la loro omogeneità culturale interna: i
confini della nazione coincidono sostanzialmente con le frontiere dello stato, le minoranze
relativamente piccole e politicamente “poco intense”. Le nazioni stato sono invece entità
multiculturali o multinazionali, dove però le nazioni non ambiscono a formare propri stati-
nazione, e nelle quali accanto alle singole identità locali, convivono un’identificazione e una
lealtà comuni verso lo stato, a prescindere dal gruppo di appartenenza. Nessun gruppo
rilevante mette in dubbio lo Stato e tutti credono nei simboli che lo rappresentano. All’interno
dei 2 gruppi le variazioni sotto il profilo della struttura statale possono essere ampie: ci
possono essere stati-nazione con una struttura unitaria (Francia), con forme di autonomia
speciali (Alto Adige, le regioni a statuto speciale). Anche tra le nazioni-stato possiamo trovare
forme più forti di federalismo (Svi) o meno forti (SP.). Ultimamente politicamente ci si sta
spingendo verso il federalismo, soluzione più applicabile sia per lo Stato stesso che per i vari
localismi e regionalismi. Prima ciò che spingeva al centralismo erano le guerre.

LA SOLUZIONE FEDERALE: assetti federativi risalgono al Sacro Romano Impero e agli Imperi più
recenti. Si può dire che la formazione di patti federativi ebbe più spesso origini difensive: es. la
lega fra le città dell’Antica Grecia. Oltre alla difesa esistono altre ragioni che danno vita ad
assetti federativi: ottenere vantaggi economici; il moltiplicarsi di legami culturali, religiosi o
etnici; la contiguità geografica; un allargamento dell’elite; un bisogno di maggiore efficienza;
tutte le definizioni di federalismo fanno riferimento all’esistenza di un patto di convivenza a
base della comunità politica. L’esistenza di un patto implica la presenza di attori che si
considerano uguali e che si uniscono liberamente e volontariamente, vincolandosi a un insieme
comune, pur conservando le proprie integrità, un grado di autonomia e una quantità rilevante
di sovranità interna. DEFINIZIONE SECONDO RIKER DI FEDERALISMO: è un’organizzazione
politica nella quale le attività di governo sono divise tra governi regionali e un governo
centrale, in modo tale che ciascun governo abbia settori di competenza sui quali possa
assumere decisioni definitive. Ne deriva che una costituzione è federale se: a) uno stesso
territorio e una stessa popolazione sono soggetti ad almeno due livelli di governo; b) ogni
livello dispone di almeno un’area di competenza e di azione nella quale gode di autonomia; c)
tale sfera di autonomia è garantita a livello costituzionale;
Per attuare una buona distinzione dei federalismi non solo bisognerà dividerli tra centralizzati e
decentralizzati, ma bisogna tener conto anche di questi criteri di differenziazione:

- In base al percorso che ha portato alla formazione degli stati federati e alle modalità con
cui si è arrivati a stringere il patto federale ( per aggregazione volontaria di più entità
politiche autonome, per trasformazione di uno stato unitario( per evitare la
disintegrazione dello Stato lo si decentralizza ), per imposizione militare (imponendo
militarmente almeno un’unione federale di entità statale);
- In base al fatto se alle sottounità federate sono attribuite le medesime funzioni (feder.
Simmetrico: USA, Germania, Svizzera, etc..) o funzioni differenziate (feder. Asimmetrico:
Spagna, Belgio);

- In base al quantum di rappresentatività delle sottounità federate nella camera


territoriale (le entità federate possono essere tutte rappresentate in modo paritario a
prescindere dalla quantità di popolazione inclusa, oppure in maniera diversa in base alla
popolazione che hanno);

- In base all’influenza esercitata sulle istituzioni federali dal sistema partitico (secondo
Riker l’azione dei partiti può contribuire in grande misura ad armonizzare o a rendere
discordanti le politiche degli attori governativi centrale e periferico. Si possono avere
due estremi: uno dove si ha lo stesso partito che controlla sia i governi federali che
quello centrale: in questo caso si ha una organicità politica e diminuiscono i rischi di
conflitto fra i diversi livelli di governo. Oppure possiamo avere un partito che governa il
centro e un altro che governa gli stati federati: in questo caso le politiche saranno
sicuramente tutt’altro che armoniche: es. Germania degli anni ’90);

STATO E FRATTURA ETNO-TERRITORIALE: Lo Stato è contraddistinto da una concezione del


territorio diversa da quelle polities che l’hanno preceduto: uno spazio chiuso, delimitato. Gli
Stati hanno in gran parte sostituito le spinte all’espansionismo esterno delle polities di tipo
imperiale con quelle al rafforzamento interno, perseguito attraverso il consolidamento del
territorio e delle sue frontiere, la costruzione di burocrazie civili e militari, l’omogeneizzazione
culturale della popolazione l’istituzione di un unico corpo di leggi. Il sistema degli stati comincia
a formarsi nel corso dei secoli XV e XVI ed è in costante evoluzione fino ai giorni nostri,
alternando fasi di congelamento del sistema a fasi di grandi cambiamenti, quale quelle
verificatasi in Europa nell’ultimo decennio del XX sec. si può affermare che il pluralismo
europeo degli Stati ha potuto sopravvivere negli ultimi 4 secoli non solo grazie alla maggiore
efficienza della sua organizzazione interna, ma anche grazie al fatto che ogni tentativo
imperiale ed egemonico compiuto dallo Stato momentaneamente più forte del continente
(Spagna, Russia, Germania, Francia) è stato sempre contrastato e annullato dalle potenti
coalizioni di stati che si sono di volta in volta formate. Come spiegare le diversità fra gli Stati??
Attraverso il singolo percorso storico: precisamente quanto più l’unificazione dello stato
costituisce un atto volontaristico e consapevole di una serie di unità territoriali e
amministrative, tanto è più probabile che tali entità tentino di salvaguardare la propria
autonomia e capacità decisionale in certi ambiti e che quindi che vadano a formare un assetto
federale; al contrario quanto più l’unificazione dello Stato costituisce il frutto di un’imposizione
militare da parte di una di queste unità amministrative sulle altre, magari con forme di
resistenza prolungate nel tempo, tanto più è probabile che il processo produca istituzioni
sostanzialmente centralizzate. Queste diverse condizioni spiegano l’esistenza in Europa di 2
grandi tradizioni statali: centralizzata assolutistica –giacobina ( es. FR.) e quella confederale-
federale (es. SVI).
La formazione dello Stato moderno non ha affatto congelato il rapporto tra politica e territorio,
che rimane dinamico sia all’interno degli Stati (si pensi agli sviluppi relativi all’articolazione
territoriale italiana e il dibattito relativo dall’unità in poi) sia nelle loro relazioni reciproche ( i
confini sono cambiati nel corso dei secoli) in un combinarsi di spinte interne e internazionali
che appaiono più o meno favorevoli a modifiche degli assetti statali. Le rivendicazioni
nazionaliste nascono per sollecitare o per ostacolare queste modifiche. In ogni caso lo Stato si
impone in Europa come un modello di successo che sbaraglia tutte le altre forme di gestione
del potere: basti pensare ai sempre maggiori ruoli che ha assunto nella società nel corso dei
secoli. Tuttavia neanche lo sviluppo funzionale degli stati sembra aver attenuato i nazionalismi.
Crescita funzionale dello stato e conflitti su base nazionalista sono fenomeni concomitanti e
che vanno di pari passo nel corso del ‘900. Da tempo ormai ha acquistato credito la tesi dello
“stato sfidato”: in poche parole gli stati sono oggi costretti a sostenere 2 tipi di sfide sotto la
forma di spinte aggregative e di spinte disgregative. Le prime attaccano lo Stato perché lo
considerano una struttura sempre più anacronistica, incapace di sostenere l’impatto
dell’economia globale e spingono verso il trasferimento delle sue funzioni e competenze a
livelli superiori di governo (Unione Europea ad es.). le seconde spinte invece costituiscono un
elemento distruttivo dal basso e dall’interno, attraverso la crescita di poteri e specificità locali
che rivendicano il diritto di sfuggire all’omologazione universale di una società uniformata e
standardizzata. Secondo Rosenau però lo stato continua ancora oggi ad essere la forma più
desiderabile di organizzazione politica su larga scala. Basti pensare che la disgregazione di
URSS, Jugoslavia e Cecoslovacchia ha dato vita a nuove entità statali e non a entità post-statali
del tutto nuove.

CAP.3: I NAZIONALISMI TRA STATO E NAZIONE


L’IRROMPERE DELLE NAZIONI: uno dei caratteri dello Stato, acquisito più tardi rispetto alla sua
origine, è il suo incontro con la nazione. Stato e nazione sono concetti spesso utilizzati come
sinonimi, ma in realtà definiscono processi diversi: lo stato è costituito da un insieme di
strutture coordinate fra loro che operano in un determinato territorio, mentre la nazione è una
comunità percepita come tale dai suoi membri. Lo Stato moderno sorge con la fine del
Feudalesimo, mentre l’idea di nazione scaturisce dalla riv. francese. Lo Stato ha una
dimensione strutturale e organizzativa, essendo composto da varie parti (governo, burocrazia,
esercito) coordinate tra loro e in stretta connessione con il territorio; le nazioni invece hanno
una dimensione naturale, una dimensione culturale (lingua, tradizioni, storia, simbolo, etc.) e
una dimensione politica. Entrambi condividono la connessione con il territorio. Il matrimonio tra
Stato e nazione è di convenienza: la nazione si serve dello Stato per rafforzarsi, proclamare la
loro autonomia e autodeterminazione rispetto alle altre nazioni, mentre gli stati si servono del
sentimento e identità nazionali per consolidare la legittimità interna. Si è detto che nascita
dello Stato moderno, rivoluzione francese e rivoluzione industriale costituiscono i presupposti
storici, le condizioni necessarie per lo sviluppo dei nazionalismi. Ma quali sono le ulteriori
condizioni che spiegano gli sviluppi nazionalistici nelle varie parti d’Europa? A cosa si devono le
differenze in termini di intensità, di qualità e di timing e di esiti dei vari nazionalismi europei??
Agli inizi del XIX sec. c’erano in Europa solo 7 stati nazione con propri lingua, cultura ed elite in
vaia misura dominanti: Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Danimarca e Svezia.
Sebbene alla fine del XX sec. la fisionomia geopolitica dell’Europa mutò profondamente, e il
numero dei stati crebbe, si può dire che abbiamo gli stessi problemi della fase iniziale, in
quanto altrettante nazioni erano prive di stato. Si può affermare dunque che: i processi di
costruzione delle nazioni e degli stati sono in evoluzione e le nuove formazioni statali e identità
nazionali rigenerano continuamente nuove tensioni nazionalistiche. Si può affermare con
certezza che il nazionalismo scaturisce dall’intreccio dei processi di nation-building e state-
building. Con il primo nascono le nazioni, ovvero la coscienza nazionale, la convinzione di
appartenere a una stessa comunità. Sorge dunque una standardizzazione culturale che può
avvenire tramite la storia, la cultura in generale, le tradizioni, la lingua (ruolo importante), la
religione, i miti ei simboli. Nessuna di tali dimensioni presa singolarmente, sembra realmente
indispensabile per dar vita a una nazione. In primis non si deve pensare che la lingua o le
differenze etniche siano gli unici veri catalizzatori delle nazioni. Il fatto della lingua può essere
anche sorpassato: es. il caso della Bosnia. Si può dire che il ruolo della lingua nella formazione
delle nazioni diviene insostituibile quando si afferma il principio che una nazione deve
possedere una propria lingua. In questo caso la lingua assume veramente il ruolo di un
elemento unificante e di eguaglianza. Si affermerò dunque un unico standard linguistico. Se nel
‘700 negli stati tedeschi protestanti dominavano 3 lingue, un secolo dopo il tedesco diventerà
predominante ovunque. Tuttavia bisogna affermare che una nazione per formarsi non basterà
l’esistenza e il rafforzamento di caratteri oggettivi comuni: lingua, cultura, religione, territorio,
comunicazioni, etc.., ma accanto alla cultura standard dovrà svilupparsi una coscienza
nazionale di massa (la dimensione volontaristica). Dunque dovranno esserci due dimensioni
della nazione: oggettiva (cultura standard) e soggettiva (percezione soggettiva di far parte di
una medesima comunità. Cosa aiuterà a far sorgere la dimensione soggettiva? La storia delle
singole nazioni. È in essa che sono individuabili quelle sequenze di eventi che spiegano il
passaggio da una nazione inconsapevole a una consapevole. La condivisione di un cammino
storico genera solidarietà, forgia il comportamento degli individui, crea ideali e obbiettivi da
perseguire insieme, permette di disegnare un destino comune. Con il passaggio dal mondo
medievale alla fase degli stati si ha un ribaltamento delle lealtà e identità tradizionali. Se prima
gli individui si sentivano innanzitutto cristiani, successivamente il senso di appartenenza alla
nazione prende il sopravvento su tutto e ci si sente francesi, italiani, spagnoli e poi semmai
cristiani.

TEMPI DI PRESENTAZIONE E MANCATA COINCIDENZA DEI PROCESSI DI FORMAZIONE DELLO


STATO E DELLA NAZIONE:l’interrogativo da porsi ora è questo: se e quanto la sequenza e i
tempi di presentazione dei processi di state-building e nation-building possano
contraddistinguere la presenza o l’assenza dei nazionalismi in un determinato territorio. Per
Hobsbawm questo problema non esiste in quanto la direzione causale è questa: stato
nazionalismi nazioni. Dunque mette al primo posto lo Stato. La questione invece è più
problematica per Gellner, il quale pensa che certamente gli stati sono sorti senza l’aiuto della
nazione, ma alcune nazioni sono certamente emerse senza la benedizione di propri stati. Si può
affermare con certezza, nonostante queste teorie, che certamente gli stati moderni sono sorti
prima dei nazionalismi in quanto i primi sono frutto della decadenza del feudalesimo, mentre i
secondi sorti dalla rivoluzione francese. Nella storia europea possiamo sommariamente
selezionare 2 diversi tragitti predominanti:
- Prima si forma lo Stato, il quale poi si sforza, con esiti differenziati, di costruire un’unica
nazione omogenea;
- Prima si forma la nazione e solo più tardi questa tenta di erigere lo Stato;
comunque sia in ambedue i percorsi, lo strumento per raggiungere la fase successiva è sempre
il nazionalismo: gli stati mettono in atto politiche nazionaliste per costruire una nazione
omogenea e leale, mentre le nazioni si mobilitano con il nazionalismo per ottenere
l’autodeterminazione e un proprio stato autonomo.

DALLO STATO ALLA NAZIONE: IL NAZIONALISMO DEGLI STATI: dunque a partire dalla
decadenza del Feudalesimo nascono nell’Europa occidentale le prime grandi esperienza statali.
In questa traiettoria sono gli stati a dar vita alle nazioni. Dunque una volta nati, a partire dalla
fine del ‘700, gli Stati scoprono l’urgenza di formare o rafforzare un’identità nazionale per
irrobustire la legittimità interna, a sua volta per rafforzare lo stato stesso. Tali obbiettivi sono
perseguiti in maniere differenti: assimilazioni, deportazioni, colonizzazioni, pulizie etniche,
genocidi e con esiti diversi. A caratterizzare questo percorso sta il fatto che il processo di
formazione statale non riceve la spinta determinante dalle azioni di una nazione preesistente,
ma da altre circostanze, quali ambizioni dinastiche, guerre interne, sviluppo di strutture
amministrative, alleanze militari sorte per fronteggiare nemici comuni. L’incontro dello Stato
con la nazione produrrà 3 esiti diversi: 1) stati-nazione; 2) assenza di coincidenza tra stato e
nazione; 3) stati il cui sforzo di costruire una nazione fallisce; il 2° scenario prevede a sua volta
3 possibili varianti: a) lo stato include altre nazionalità, oltre a quella maggioritaria che
mantiene un netto predominio; b) lo stato include varie nazionalità, ma conserva una sua
stabilità grazie a forme di compromesso; c) lo stato possiede confini che non includono l’intero
gruppo nazionale che lo ha costituito: il processo di state-building dunque è incompleto e una
cospicua parte della nazione è rimasta fuori dei confini. Queste differenze di esito possono a
loro volta essere messe in relazione con le origini e i percorsi diversi che portano alla
costruzione dello Stato: in particolare lo stato può nascere: a) da politiche militari,
amministrative e di assimilazione- integrazione che caratterizzano l’espansionismo di un centro
che ingloba le periferie (es. Francia); b) dall’aggregazione di più centri di potere e sovranità
territoriali; c) dalla disgregazione imperiale;

DALLA NAZIONE ALLO STATO: IL NAZIONALISMO DELLE NAZIONI: i casi che rientrano in questo
2° tipo di sequenza variano in base ai tempi che distanziano la formazione dello stato da quella
(precedente) della nazione. Bisogna attuare un bipartizione tra: 1) nazioni storiche: con
tradizioni che risalgono a un passato spesso anche remoto, che talvolta ha come riferimento
esperienze istituzionali proto statali; 2) nazioni di più recente costituzione e alla ricerca di un
proprio passato comune; in entrambi i casi le nazioni sono frutto della storia e sorgono senza il
supporto di uno Stato. Come si è visto per gli Stati nella formazione delle nazioni, anche per
queste può variare il grado di successo ottenuto nella formazione di una propria entità statale:
successo pieno della nazione che riesce a coincidere con lo Stato; successo parziale, che non
vede realizzata tale coincidenza (lo stato include più nazionalità o solo una parte della nazione
principale); il caso della nazione che fallisce l’obbiettivo di costruire uno stato autonomo e che
sono ancora parte di stati più grandi;

I CONFINI DELLO STATO COINCIDONO CON QUELLI DELLA NAZIONE: a questo caso rientrano
Italia e Germania. Qui i processi di formazione della nazione iniziano a svilupparsi molto tempo
prima di quelli che portano all’unificazione politica e amministrativa. Le culture e lingue italiana
e tedesca iniziano a svilupparsi in aree specifiche 4-5 secoli prima della costituzione dei relativi
stati, contribuendo a sviluppare una “nazione culturale” sempre più cosciente e politicamente
rilevante. La formazione statale italiana viene attuata dal nord economicamente sviluppato e
progredisce soprattutto grazie a un combinato di azione diplomatica e operazioni militari contro
l’Impero Austro-ungarico e gli stati pre-unitari, ma dopo l’unificazione dovrà fare i conti con
l’ostilità delle regioni povere del sud e l’opposizione della Chiesa alla formazione di uno stato
italiano unito e sviluppato. Qui non si costituiscono formazioni partitiche su base territoriale
dopo l’indipendenza, grazie alla presenza dell’opposizione della Chiesa. Tutte le diffidenze
contro lo Stato liberale si sono incanalate nell’opposizione della Chiesa. La situazione in
Germania invece era molto diversa: contraddistinta dalla presenza del Sacro romano Impero.
Le cose cominciarono a cambiare quando nel 1806 finisce ufficialmente questo Impero, il
Congresso di Vienna pose al suo posto una confederazione di 39 polities sovrane e molto
diverse tra loro e man mano che la Prussia cominciò ad aumentare la sua dimensione statale.
Nei territori tedeschi non c’era tanto un problema di indipendenza, quanto più di unità, anche
se la domanda di quest’ultima finì per collegarsi alla domanda di libertà. Nazionalismo e
liberalismo cominciarono ad andare di pari passo in Germania. Popolazioni tedesche fuori dalla
Confederazione erano in Svizzera, in Alsazia, nel Regno D’Ungheria e nei territori baltici. L’unità
oltre che da un’identità nazionale in crescita, fu sollecitata da un desiderio di semplificazione
che abbattesse finalmente la proliferazione di pesi, misure, valute, controlli doganali che
apparivano sempre più anacronistici. L’unificazione poi si concretizzò con l’arrivo di Bismarck,
aiutata dal fatto che nel frattempo si era ottenuta in Germania una standardizzazione culturale
e l’affermazione della lingua tedesca. Perché però Stati nati contemporaneamente hanno
adottato modelli istituzionali diversi? Rokkan richiama l’attenzione sulle differenze nel processo
di unificazione e in particolare sul diverso tipo di rapporti che si instaura fra il centro
aggregatore e le altre regioni che accettano di unirsi al nuovo Stato. Innanzitutto in Germania
vi era una situazione di equilibrio maggiore, con una regione più forte militarmente (la Prussia)
e le altre regioni meno forti militarmente, ma più urbanizzate e sviluppate industrialmente e
perciò si ha avuto più naturalmente uno sbocco federale. In Italia invece i rapporti sono più
squilibrati a favore del centro aggregatore (più forte sia militarmente che economicamente e
più urbanizzato), il quale sa che per promuovere l’unione deve prima sconfiggere militarmente
gli stati pre-unitari presenti che si oppongono all’unione e governati da elites politiche del tutto
inutilizzabili in un progetto d’unione federale. Ciò porterà a un assetto unitario centralizzato.
Le conseguenze di queste differenze sono molte: la presenza di un nord economicamente e
culturalmente progredito in Italia, ha comportato la resistenza del sud e delle regioni più
povere, che dopo un’iniziale accoglienza favorevole, hanno cominciato a guardare i funzionari
statali come usurpatori. L’efficienza centralizzatrice dei prefetti e funzionari “piemontesi” ebbe
la meglio, anche se la differenza tra nord e sud si fece sempre più forte, scarsa
omogeneizzazione nel sud, carenza di senso dello stato, difficoltà nel processo di
nazionalizzazione. Si ebbero problemi poi con la Chiesa, per del tempo opposta alla creazione
dello stato liberale. Anche lo stato tedesco dové affrontare delle difficoltà con la Chiesa, ma
non come l’Italia, la quale aveva strappato dei territori alla Chiesa. A questo caso possono
rientrare anche la Grecia e l’Islanda: per quanto riguarda la Grecia il tempo che passa dalla
prime rivendicazioni nazionaliste e una prima entità statale passa un tempo relativamente
breve. Esse infatti si manifestano a partire dal 1821 e nel 1830 con il Protocollo di Londra si
instaura un primo Stato greco indipendente. Bisogna dire però che il processo state-building
greco è un processo a tappe che viene quasi concluso solamente nel 1945, anche se rimane
aperta tutt’ora la questione di Cipro, che ancora oggi, in parte è fonte di tensioni etno-
nazionali. Invece l’Islanda matura gradualmente una propria identità nazionale anche grazie a
una serie di fattori specifici: a) fattore geopolitico: la lontananza dal continente, le difficoltà
delle comunicazioni, la scarsità dei vantaggi e la condizione di periferia fanno dell’Islanda una
regione poco appetibile alla conquista straniera e favoriscono l’autonomia e l’indipendenza; b)
fattore linguistico: fin dal Medioevo si afferma una lingua standard e proprio ciò ha fatto si che
questa comunità isolana fosse immune a ogni tentativo esterno di sottomissione culturale; c)
fattore economico: territorio scarsamente attraente per le grandi potenze; d) fattore storico:
per il suo passato l’Islanda può essere definita una nazione “storica”, con proprie strutture di
rappresentanza, un codice di leggi e una società civile indipendente; f) forte caratterizzazione
nazionale della classe dirigente e amministrativa. Anche sotto la corona danese o norvegese le
élites locali erano sempre islandesi. A questo caso rientrano anche nazioni (o Stati) dell’Europa
Orientale, anche se i loro processi furono molto più controversi, in quanto l’imposizione di
standard linguistici e culturali deve fare i conti con i molti ostacoli che si frappongono alla
nascita di aree etnicamente e culturalmente omogenee. Infatti il maggiore intreccio etnico, la
più accentuata debolezza delle varie nazioni e l’arretratezza economica e amministrativa delle
regioni sotto il dominio ottomano, rendono più difficile ai vari ceppi etnolinguistica arrivare a
predominare nel territorio e assai più impervio il cammino verso la formazione di strutture
statali. Malgrado questo scenario di maggiore debolezza, alcune nazioni storiche riescono a
emergere: Polonia, Ungheria, Boemia, Romania e in parte Croazia.

LA MANCATA COINCIDENZA DELLA NAZIONE CON LO STATO: l’assenza di coincidenza fra stato
e nazione è molto comune sia nelle esperienze statali frutto di mobilitazioni nazionali, sia in
quelle sviluppatesi prima che ogni mobilitazione nazionale avesse luogo. L’assenza del risultato
“uno stato, una nazione” è il frutto del fallimento o della non messa in atto di queste politiche:
di assimilazione e integrazione che incrementano gli atteggiamenti di lealtà, oppure da
politiche di secessione e amputazione territoriale o nei casi estremi di pulizia etnica. Se ciò
non avviene avremo questi 3 scenari: 1) la nazione che è stata il motore della mobilitazione
che ha prodotto lo stato ottiene l’assegnazione di confini che includono altre nazionalità che
non hanno partecipato al movimento nazionale, ma che lo hanno subito quando non addirittura
osteggiato (caso della Jugoslavia, Cecoslovacchia, Romania); 2) la mobilitazione che porta alla
nascita dello stato è condotta da più nazioni e lo Stato che si forma è multinazionale, cioè
include più nazionalità senza che vi sia da parte di una di esse un reale predominio politico:
nessuna nazione ha potuto o voluto predominare e il successo è misurabile solo in base alla
capacità di convivenza nel lungo periodo delle componenti nazionali che hanno dato vita allo
stato  Belgio, Svizzera; c) la mobilitazione nazionale ottiene un successo parziale e il nuovo
stato include solo una parte della nazione protagonista del processo di state-building (caso
dello stato incompiuto  Albania, Irlanda, Ungheria). Tuttavia si può affermare che il maggior
intreccio etnico è la causa prima dell’assenza di omogeneità nazionale di alcuni stati sorti
seguendo questo percorso: è la causa prima di mancata coincidenza tra Stato e nazione. I
processi mobilitazione nazionalista che condizionano lo state-building nell’Europa centro –
orientale attraversano 3 fasi distinte: 1) il nazionalismo romantico liberale del XIX secolo che
porta alla costruzione di alcune prime entità statali, per lo più a spese dei grandi imperi; 2) il
riassetto degli stati in seguito alla Prima Guerra Mondiale e alla rivoluzione bolscevica con la
nascita di nuovi stati come la Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e soprattutto con l’aggravarsi
del problema delle minoranze. Due in particolare furono gli elementi che contribuirono alla
drammatizzazione del problema delle minoranze per 2 motivi: il primo si ebbe con i trattati di
pace nei quali si utilizzarono criteri del tutto estranei alla logica dell’omogeneità etnica,
attribuendo pezzi di territorio sulla base dell’importanza strategica, della presenza o no di vie
di comunicazione, o per una presunta appartenenza storica. Il risultato fu che si ebbero degli
stati arlecchino. Il 2° fattore che contribuì a drammatizzare la questione fu che all’istituzione
dei nuovi stati seguì la crescita di un nazionalismo di stato proteso all’esaltazione delle sue
componenti maggioritarie interne e ostile verso le altre: fu quasi una scelta inevitabile quella
dei regimi dell’Europa centro – orientale di accentuare i toni nazionalistici al fine di costruire o
rafforzare la lealtà al nuovo stato. Fu utilizzato anche il metodo della pulizia etnica in molti
stati. Il metodo del predominio fu presente e utilizzato anche dopo la seconda g. m.; 3)la
rifondazione del sistema degli Stati in seguito al crollo del comunismo dopo l’89 e delle
repubbliche federali multinazionali sovietica, jugoslava e cecoslovacca. Anche per l’Europa
orientale il risveglio dei nazionalismi significava una rivoluzione culturale che passava
attraverso il rafforzamento delle lingue nazionali.
Sempre all’interno dei casi di assenza di coincidenza fra stato e nazione, troviamo il sottotipo
che vede uno Stato comprendere più nazionalità su base paritaria: né predominio di una
nazione sulle altre, né omogeneità nazionale interna. A questo caso appartengono il Belgio e la
Svizzera. Per quanto riguarda il Belgio, esso diviene uno Stato indipendente, unitario e
centralizzato sul modello francese nel 1830, con predominio francofono, senza che la
suddivisione fra fiamminghi e valloni costituisca inizialmente un ostacolo. In seguito la
politicizzazione della divisione linguistica e le conseguenti rivendicazioni nazionaliste
avvennero per 3 fattori: a) la libertà linguistica, affermata anche dalla prima costituzione dello
Stato, finì per favorire un’identità regionale e soprattutto la crescita di aspettative da parte dei
fiamminghi; b) l’industrializzazione rese sempre più evidenti i costi per i fiamminghi della
disparità linguistica e del diverso trattamento riservato alle 2 lingue; c) il suffragio universale, a
partire dal 1893, rese coscienti i fiamminghi della loro rilevanza demografica. Il nazionalismo
fiammingo non costituì un’opposizione politica significativa fino a dopo la Seconda Guerra
Mondiale.
Infine la mancata coincidenza tra Stato e nazione si realizza in quegli stati che finiscono per
contenere solo una parte della nazione artefice dello Stato: Albania, Irlanda e Ungheria. Per
quanto riguarda l’Albania, esso è contraddistinto da una forte arretratezza economica, sia per
una struttura di tipo tribale e clanico, la cui unità di base fondamentale è costituita da un
nucleo familiare molto ampio sul modello patriarcale. In queste condizioni alle quali va
aggiunta l’assenza di una piccola e media borghesia, il processo di nation-building appare a
uno stadio assai più arretrato rispetto a quello di altri popoli balcanici. Anche la lingua è
ancora ben lontana dal costituire un elemento unificante: ci sono diversi dialetti e diversi
alfabeti utilizzati. Inizialmente le rivolte contro gli ottomani erano dovute a motivi di
insoddisfazione (tasse, privilegi negati, etc..), mentre solo più tardi queste rivolte cominciarono
ad assumente un carattere nazionalista per 3 motivi: 1) anche in Albania comincia a soffiare
quel vento che già da tempo spira nelle regioni vicine e che punta alla formazione di stati
indipendenti contro l’oppressione imperiale; 2) crescente consapevolezza degli albanesi
dell’evidente indebolimento dell’Impero, non più in grado di impedire quella che ormai appare
come una disgregazione inevitabile; 3) l’Impero ottomano è soggetto a un’intensa ondata
interna di nazionalismo; con le rivolte del 1910-11 non ottengono grandi risultati da un punto di
vista militare, ma certamente approfondiscono il solco con le autorità centrali e aumentano
l’unità interna. Tuttavia sono il ritardo e la debolezza del nazionalismo albanese rispetto agli
altri nazionalismi balcanici a decretare la nascita di uno stato albanese incompiuto, che lascia
fuori un’ampia porzione di popolazione. Gli albanesi dunque attuano un processo di state-
building concluso solo a metà: oltre mezzo milione di albanesi restavano fuori dai confini e
l’assegnazione del Kosovo alla Serbia dava inizio a un altro grande contenzioso del XX. Per
quanto riguarda l’Irlanda, essa appartiene al caso della mancata coincidenza tra Stato e
nazione in quanto contiene solo una parte della nazione artefice dello Stato, per il fatto
dell’Irlanda del Nord. Uno dei caratteri più interessanti e singolari del nation-building irlandese
è il fatto che la nascita del movimento nazionalista va di pari passo con il declino della lingua
nazionale. Il gaelico comincia ad indebolirsi con l’arrivo dell’occupazione inglese. Quando la
Lega gaelica lanciò una campagna in favore della lingua (fine ‘800) era già tardi, la lingua era
morente e non poteva più affermarsi come un elemento di identità. Dopo il 1922, il simbolismo
identitario irlandese è stato alimentato dall’idea della nazione divisa e dell’incompiutezza
dell’indipendenza.

LA MANCATA FORMAZIONE DELLO STATO: LE NAZIONI SENZA STATO: le regioni-nazione sono


aree territoriali con rilevanza regionale all’interno di uno stato, con una popolazione
culturalmente e linguisticamente omogenea e riaste prive di uno stato autonomo o al di fuori
della loro patria d’elezione. Bisogna subito attuare una distinzione: regioni-nazione che hanno
aspirato a fondare un proprio stato e regioni-nazione che hanno solo lottato per sottrarsi a una
sovranità statale eterogenea e mal tollerata. Nel primo caso abbiamo le “nazioni senza stato”,
nel secondo rientrano quelle regioni-nazione interfaccia e di confine che non hanno mai
avanzato pretese di formazione statale, ma che hanno alimentato movimenti nazionalisti
contro lo Stato che le comprende (Alto Adige, Istria, etc..). In uno studio comparato non si può
ignorare due cose: 1) che cosa ha impedito, rispetto ad altri nazionalismi che hanno avuto
successo, la formazione di uno stato proprio?; 2) a cosa si devono le differenze negli assetti
politico-istituzionali che alla fine si determinano? Iniziamo subito col dire che lo status di
periferia non può essere una condizione sufficiente dell’insuccesso dello state-building, visto
che molte altre periferie in Europa sono diventate stati sovrani (Norvegia, Irlanda, Portogallo,
etc..).neanche l’assenza di organizzazioni proto statali di queste nazioni, dunque neanche il
non essere delle nazioni storiche può essere una variabile per spiegare l’insuccesso dello state-
building. Ci sono altre variabili: l’intensità della mobilitazione politica in favore
dell’indipendenza non può essere sottovalutata. Questa mobilitazione contribuisce a formare
quelle élite politiche che si candidano alla leadership del futuro stato. Anche il venir meno di
un carattere distintivo come quello linguistico può costituirne una causa. Anche la
dimensione della frattura religiosa può essere una variabile importante. Inoltre l’identità
nazionale può essere indebolita sia da condizioni socio-economiche che da fenomeni di
emigrazione-immigrazione. Bisogna inoltre sottolineare l’importanza di un altro fattore
interno: la presenza all’interno di una stessa unità sub statale di più nazionalismi
contrapposti. La presenza di nazionalismi contrapposti, guidati da leader non estremisti,
potrà portare a un compromesso, pagando qualche prezzo pur di evitare una guerra civile, che
farà emergere la causa indipendentista e si darà vita al processo. Un altro fattore è la
collocazione geopolitica. Un ultimo fattore è l’internazionalizzazione del conflitto che si
rivela spesso come un fattore decisivo, per esempio mediante la presenza di uno stato
straniero che si assume il compito di tutelare gli interessi della regione-nazione. Rokkan e
Urwin attuano uno schema per misurare il successo delle regioni-nazione. Questo schema
utilizza come criteri distintivi la capacità di sopravvivenza della lingua e il grado di
autonomia/sovranità che il gruppo è riuscito a conservare e/o conquistare. Emergerà una
tipologia a 4 voci: nel primo quadrante in alto a sinistra vi sono le periferie vittoriose: regioni
che hanno conquistato la sovranità e conservato la propria specificità linguistica e culturale
attraverso l’imporsi di uno standard endoglossico (Norvegia, Finlandia, Bulgaria, Romania,
etc..). Il quadrante opposto, in basso a destra, contiene regioni che non hanno conquistato
l’indipendenza e la sovranità statale e che non sono neppure riuscite a conservare la specificità
linguistica. Il secondo quadrante, in alto a destra, comprende le regioni che non hanno
conquistato la piena sovranità, ma che hanno tuttavia mantenuto proprie specificità
linguistiche. Il terzo quadrante, in basso a sinistra, include le regioni che hanno conquistato la
piena sovranità, senza però riuscire a mantenere uno standard endoglossico: l’Irlanda ne è il
caso più eloquente.

FATTORI INTERNAZIONALI E FATTORI INTERNI: esistono 2 traiettorie dalle quali può scaturire il
Nazionalismo: 1) STATO  NAZIONALISMI  NAZIONI; 2) NAZIONI  NAZIONALISMI  STATI; In
quali contesti e a quali condizioni il nazionalismo ha minori probabilità di svilupparsi? La tesi
centrale di questo capitolo è questa: mentre il tipo di sequenza ci aiuta a spiegare i vari tipi di
nazionalismo, è il grado di vicinanza fra i processi di formazione della nazione e dello stato, poi,
che ci fa capire meglio i diversi gradi di intensità dei nazionalismi. In particolare, quando la
formazione dello stato e quella della nazione sono vicine o addirittura contemporanee, il
fenomeno del nazionalismo ha più più probabilità di essere episodico, breve, senza grandi
possibilità di attecchire e svilupparsi in modo drammatico (i Paesi Scandinavi). Quando invece il
divario temporale fra i due processi è maggiore, accrescono le probabilità che esso alimenti ed
esasperi le aspirazioni e le frustrazioni nazionalistiche, contribuendo allo sviluppo di movimenti
che pongono tali questioni in primo piano e modellando su tali basi la mobilitazione politica.
Tuttavia bisogna sottolineare anche il caso dello “stato incompiuto”: in particolare si può dire
che a parità di tutte le altre condizioni, quanto più lo state-building procede a tappe, lasciando
ogni volta terre irridente da liberare, tanto è più probabile che il fenomeno nazionalista continui
ad avere nuova alimentazione (es. Irlanda e Grecia). Inoltre il nazionalismo deve tener conto
della variabile internazionale, in quanto in molteplici occasioni le potenze regionali hanno
impedito od ostacolato la nascita di nuove entità statali. Di solito le condizioni internazionali più
favorevoli alla nascita degli stati sono quelle che si verificano nei momenti di transizione da un
equilibrio di potenza a un altro. Nel ‘900 si è verificato ciò, con la conseguente trasformazione
nell’assetto statale europeo, in almeno 3 occasioni: alla fine delle 2 guerre mondiali e in
seguito al crollo del blocco comunista. Quando il contesto internazionale si disinteressa a
mutamenti statali è perché in quella zona non ci sono interessi strategici e interessi in generale
(es. Paesi Scandinavi). Altre volte i nazionalismi per avere successo, devono anche costruirsi,
con l’aiuto di un’intensa attività diplomatica, un ambiente internazionale favorevole (es.
Cavour). Sugli esiti poi infine contribuiscono anche altri 2 fattori: 1) l’influenza degli altri
cleavages che possono sovrapporsi alla contrapposizione etnica e territoriale, aggravandola ed
esasperandola, oppure possono intersecarla, attenuandola o rendendola addirittura ininfluente;
2) i processi di democratizzazione che si diffondono in Europa a partire dagli inizi del XX secolo
e che interferiscono in vari modi con lo sviluppo e la fisionomia dei nazionalismi.

CAP.4: NAZIONALISMO E DEMOCRAZIA


STATO, NAZIONE E DEMOCRAZIA: lo sviluppo dei nazionalismi e la fisionomia che questi
assumono appaiono condizionati anche dalla democrazia, processo che nasce intorno alla fine
del XVIII sec. il processo di democracy-building comprende a sua volta una serie di processi che
sono inscindibili tra loro: a) politiche di estensione dei diritti elettorali fino al conseguimento del
suffragio universale maschile e femminile; b) la costruzione di istituzioni rappresentative in
grado di esprimere e condizionare i governi; c)la formazione e la stabilizzazione delle
alternative partitiche all’interno dei vari scenari nazionali. La democrazia è tale solo con il
conseguimento di una piena ed efficace integrazione di tutte le componenti sociali nella politica
e nei processi decisionali. Ma qual è l’impatto della democrazia di massa sui conflitti
nazionalisti?? Le relazioni e i condizionamenti reciproci fra costituzione dello stato, costruzione
della nazione e democratizzazione sono molto diverse e non sempre simmetriche. Si può
affermare che la democrazia non ha alcun ruolo nella formazione dello stato moderno, dal
momento che quest’ultimo si sviluppa storicamente in un contesto predemocratico. Al contrario
lo sviluppo della democrazia è stato condizionato dalla modalità di costruzione dello Stato:
quanto più questa è stata contraddistinta da un alto grado di violenza e conflitti, tanto maggiori
sono state le difficoltà nello sviluppo di istituzioni rappresentative. Possiamo dire che
nazione/nazionalismo e democrazia si sviluppano contemporaneamente. I diritti della nazione
sono rivendicati anche in nome della democrazia e questa a sua volta si fa interprete, diviene
strumento e comunque non può ignorare il principio dell’autodeterminazione dei popoli e delle
nazioni. Nazione e democrazia finiscono per rappresentare 2 facce della stessa medaglia.
Inoltre la democrazia porta in sé istanze che rappresentano lo stesso nazionalismo. Tuttavia il
rapporto tra democrazia e nazionalismo è ambiguo in quanto se da un parte si incontrano per
ciò che perseguono dall’altra possono anche ritrovarsi opposti. Fin quando si tiene viva un’idea
di nazione relativamente inclusiva, nazionalismi e democrazia si ritrovano. Quando poi il
criterio esclusivo viene presentato con la versione del criterio etnico, allora si pongono le basi
del conflitto tra i principi democratici, ancora tesi all’inclusività, e un nazionalismo che non
integra ma esclude ed emargina, anche nel godimento di molti diritti civili. Più concretamente
la relazione si fa conflittuale in 2 diversi momenti: - quando le domande nazionaliste investono
la dimensione dell’integrità e della sovranità territoriale degli stati democratici, minacciando la
sopravvivenza del “guscio” all’interno del quale è nata la democrazia; - quando i nazionalismi
rivendicano il riconoscimento di diritti collettivi, ignorando quelli individuali sui quali invece si
sviluppa l’intera tradizione democratica occidentale. Si può affermare con certezza che tanto
più lo stato si consolida e consegue con successo la nazionalizzazione prima dell’avvento della
democrazia di massa, tanto è meno probabile la formazione di contrapposizioni nazionali ed
etniche. Al contrario, quanto più lo stato fallisce o rinuncia o mostra esitazioni nel
conseguimento della nazionalizzazione interna prima dell’avvento della democrazia di massa,
tanto è più probabile che quest’ultima finisca per alimentare contrapposizioni, movimenti e
partiti politici su base nazionalista.

REGIME POLITICO E NAZIONALISMO: QUALE RELAZIONE?: Dando per certo il dato che i
nazionalismi sono presenti in qualsiasi tipo di regime politico, democratico e non, e assumendo
dunque il tipo di regime come la variabile indipendente, la relazione con il nazionalismo può
esser vista da 2 diverse prospettive: 1) se e in che misura esiste un ruolo di influenza del
regime nei confronti dello sviluppo di una frattura territoriale; 2) se, assunta l’esistenza di una
frattura territoriale, esiste un qualche ruolo del regime politico nella perpetuazione del conflitto
o nella risoluzione del conflitto. Come rispondere alla prima domanda: si può pensare che un
assetto democratico alimenta le aspirazioni e la visibilità di micro nazionalismi alla ricerca di
legittimità. Non sempre la liberalizzazione e la democratizzazione sono le strade più giuste per
evitare conflitti nazionalisti. Anzi talvolta esse creano più problemi. Ma ugualmente si potrebbe
pensare che la democrazia, proprio perché consente la libera espressione delle idee e del
dissenso, sia l’unico regime in grado di prevenire la formazione dei nazionalismi o di offrire
soluzioni pacifiche ai conflitti che li alimentano. Ugualmente la chiusura di un regime politico
potrebbe dar vita a queste due possibilità: soffocamento dei nazionalismi o una loro eruzione.
Per quanto riguarda la 2° prospettiva emerge un’ulteriore domanda: è possibile alla luce della
storia dell’ultimo secolo, stabilire quale regime politico si sia dimostrato più capace di dare una
soluzione a tali conflitti? Sicuramente a questa domanda si potrà rispondere dicendo che è il
regime democratico quello più adatto per dare una soluzione a tali conflitti. I nazionalismi,
come abbiamo già detto, sono presenti in regimi sia democratiche non, e ciò fa capire che non
dipendano tanto dalla fisionomia del regime politico, ma dagli eventi interni e internazionali
che hanno determinato la formazione dello Stato. Ecco alcuni esempi di state-building
all’origine di alcuni dei più noti conflitti nazionalisti:
- La formazione dello Stato belga nel 1830;
- L’esclusione del Kosovo dal nuovo stato albanese nel 1912;
- L’assegnazione del Sud Tirolo all’Italia alla fine della Prima Guerra Mondiale;
- La proclamazione della Repubblica irlandese priva delle contee del nord-est, rimaste alla
G.B;
Alle origini dei conflitti, dunque, stanno decisioni e scelte politiche interne e soprattutto
internazionali prese da singoli stati e dalla comunità internazionale. Dunque l’eventuale cambio
di regime non fa certo venir meno le ragioni profonde di questi conflitti. Più in dettaglio il
rapporto regime-nazionalismo può essere visto secondo 3 diverse configurazioni. La prima è
quella di stati a democrazia consolidata che vedono sorgere (o risorgere) al loro interno un
contrasto etno-nazionale (es. l’Italia della prima repubblica con la questione altoatesina,
riesplosa nel corso degli anni ’60); la seconda configurazione è quella di stati nei quali esiste
una discontinuità di regime, un alternarsi di fasi di democrazia con fasi di autoritarismo o
totalitarismo. Questa 2° configurazione è importante perché confrontiamo le politiche in
relazione allo stesso problema attuate da diversi tipi di regime politico nello stesso stato e da
regimi politici analoghi in stati diversi. La tendenza dei regimi non democratici sarà di
neutralizzare il conflitto scaturito dalla frattura territoriale e di avviare una politica di
nazionalizzazione a vantaggio del gruppo nazionale dominante. Mentre i regimi democratici
tenderanno a raggiungere dei compromessi e dare qualche forma di autonomia o concessione.
Con il passaggio da un regime non democratico a uno democratico sembra che la democrazia
vivacizzi il conflitto o che addirittura lo incoraggi. In realtà, è solo che la questione entra
ufficialmente nell’agenda politica, mentre prima ne era esclusa o veniva trattata segretamente,
con politiche repressive. Infine è proprio l’immagine di persecuzione che le minoranze si
portano dietro a obbligare i nuovi attori politici a prenderne in considerazione le rivendicazioni,
anche per sottolineare la discontinuità col precedente regime; la terza configurazione è quella
della discontinuità statale: stati nuovi formatisi dallo sfaldamento di un’entità statale
multinazionale, nei quali si presenta il problema della ridefinizione dei rapporti con le
componenti etno-linguistiche interne (es. Estonia, Lituania, nuova Jugoslavia, etc..);

REGIME E SOLUZIONE DEI CONFLITTI NAZIONALISTI: Si può affermare che la sovranità delle
periferie marginali è stata il prodotto di alleanze dinastiche, di accordi diplomatici e degli esiti
delle guerre. A partire dalla fine del XVIII secolo la diplomazia si è sempre più avvalsa di
referendum e plebisciti, come strumenti per sancire l’appartenenza di una certe regione a
questo o quello stato o per decidere i confini di determinati territori. Questo strumento era
stato introdotto durante la rivoluzione francese. In generale i referendum avrebbero dovuto
suggellare il diritto delle popolazioni all’autodeterminazione, ma la loro utilizzazione subì in
molti casi manipolazioni o servì semplicemente alla legittimazione di regimi totalitari: Hitler
legittimò con un plebiscito l’annessione dell’Austria nel 1938. Nella seconda metà del ‘900, il
solo strumento del plebiscito, alla luce anche delle vicende precedenti, appariva sempre più
inadeguato in quanto suscettibile di manipolazioni e a sua volta generatore di nuovi problemi.
Iniziò a farsi strada l’idea che la soluzione dei conflitti interetnici all’interno degli stati dovesse
prevedere anche soluzioni di tipo istituzionale, vale a dire di compromessi che contemplassero
in ogni loro parte garanzie per tutte le componenti etno-linguistiche presenti sul territorio al
fine di evitare il sorgere di nuovi conflitti al posto dei vecchi che si cercava di risolvere. Nel
Giura svizzero, il principio dell’autodeterminazione e della consultazione dei cittadini interessati
non viene mai abbandonato. Più complicato il contenzioso in Belgio. Furono 4 le tappe
fondamentali che hanno portato all’adozione della costituzione federale. La prima, con le
riforme del 1970, stabilisce l’esistenza di 2 comunità culturali e di 3 regioni economiche
(Fiandra, Vallonia e area di Bruxelles). Inoltre furono adottati alcuni provvedimenti di natura
consociativa (parità linguistica nel governo, creazione di gruppi linguistici nelle 2 camere del
Parlamento, maggioranze qualificate per leggi riguardanti questioni regionali e culturali). La
seconda tappa si compie con le riforme del 1980, che creano la comunità germanofona e
attribuiscono alle regioni poteri legislativi ed esecutivi. La legge speciale del 12 gennaio 1989
chiude poi la terza tappa, istituendo la terza regione nell’area di Bruxelles, anch’essa con un
suo legislativo e un esecutivo, ampliando i poteri. Con le riforme del 1993-94 si stabilisce
definitivamente la natura federale dello stato belga. Bisogna sottolineare 3 particolarità del
caso belga:
- Le contrapposizioni nazionaliste interne si formano una volta costituito lo stato, a
seguito della graduale presa di coscienza della componente fiamminga e poi, per
reazione, dei valloni;
- Nelle 2 aree territoriali contrapposte non si sviluppano insediamenti del gruppo etnico
antagonista: i valloni e i fiamminghi “sono padroni assoluti in casa propria” e ciò rende
più semplice il compromesso;

- L’unica vera “area problematica” è la regione di Bruxelles, geograficamente fiamminga,


ma linguisticamente a maggioranza francofona ed è su di essa che in buona parte verte
la trattativa;
- La lunga fase di contrapposizione è sempre sostanzialmente pacifica;
- Le riforme dello stato sono graduali e si diluiscono lungo un trentennio attraverso
interventi che si sovrappongono ai precedenti, senza brusche interruzioni, né
arretramenti traumatici.
Per quanto riguarda la questione altoatesina, in Italia riesplode negli anni ’60, ma subito dopo
la guerra nel ’45 ci fu la fondazione del Sudtiroler Volkspartei che si pone come principale
obbiettivo l’ottenimento dell’autodecisione per la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige.
Il conflitto attraversa 4 fasi: 1) formulazione delle prime rivendicazioni e che conduce
all’accordo fra De Gasperi Gruber. Tale accordo sancisce concessioni sull’uso della lingua,
inoltre stabilisce uno statuto di autonomia e un patto di collaborazione tra Italia e Austria 2) si
apre con la metà degli anni ’50 con la crisi sempre più manifesta del Patto del 1946: i tedeschi
dell’Alto Adige non si sentono più garantiti dall’autonomia regionale. si richiede un’autonomia a
livello provinciale e iniziano i primi attentati. Questa fase assume un nuovo interesse
internazionale con l’intervento austriaco sempre presente con la richiesta di dibattiti alle
Nazioni Unite; 3) si accelera il dialogo fra i due governi nella ricerca di una soluzione di
compromesso che si concretizzerà nel cosiddetto “Pacchetto” che entrerà in vigore nel 1972,
con la creazione delle 2 province autonome. 4) anni 80-90: si procede nell’attuazione dei
dispositivi del Pacchetto. Il 20 giugno 1992 gli ambasciatori di Italia e Austria presso le Nazioni
Unite, alla presenza del Segretario generale dell’Onu, dichiararono conclusa la vertenza
altoatesina.
Il caso dell’Irlanda: cosa ha reso questo caso così refrattario a ogni forma di compromesso?
Cosa differenzia questo scenario dagli altri appena visti? Il caso irlandese costituisce un unicum
in Europa occidentale, in quanto combina insieme alcuni dei tipici fattori aggravanti del
Nazionalismo:
- È la continuazione di uno dei più antichi conflitti nazionalisti e secessionisti degli ultimi 2
secoli nell’Europa occidentale, una contrapposizione di volta in volta alimentata dagli
eventi sanguinosi della guerra civile;
- Il caso dell’Irlanda del Nord è l’unico in Europa occidentale in cui si affrontano due
nazionalismi politicamente e militarmente contrapposti e nel quale sono in gioco la
sicurezza e la paura di estinzione di 2 gruppi etno-linguistici.
- In Irlanda del Nord la frattura etnica si sovrappone e coincide con quella religiosa e per
molto tempo anche con quella socio-economica, avendo costituito la popolazione
cattolica gli strati più bassi della società locale;
- La dislocazione dei gruppi etnici contrapposti, la frammentazione della comunità
cattolica e la collocazione geopolitica della regione rendono impossibile una separazione
territoriale netta e di comune accordo;

- Almeno fino ad un certo periodo, il peso della variabile internazionale non sembra
operare in modo forte in favore di una soluzione del conflitto;
Inoltre è importante dire che il conflitto è più difficilmente sanabile quando il territorio dove
risiede la minoranza ha visto formarsi col tempo insediamenti di gruppi appartenenti alla
maggioranza etno-linguistica dello stato o comunque ad altro gruppo antagonista. In questo
caso subentra la paura di diventare col tempo minoranza o addirittura di vedersi estromettere
da quella che tradizionalmente è considerata la propria terra. Ogni atto del governo centrale
verrà visto con sospetto. Caratteri, dimensioni e obbiettivi della mobilitazione nazionalista sono
fortemente influenzati da questa condizione: quanto più il movimento nazionalista è “padrone
in casa propria” e non si sente minacciato, tanto più sarà disponibile a forme di aggiustamento
che salvaguardino l’autonomia della sua regione; quanto più invece si sente minacciato dalla
presenza di altri gruppi in grado di insidiare la sua posizione di predominio nella regione, tanto
più le sue rivendicazioni e le sue politiche tenderanno a essere condizionate dall’intransigenza
e dal sospetto. Per quanto riguarda la variabile internazionale, vanno fatte due considerazioni:
innanzitutto data la posizione della G.B nel sistema degli stati e date anche le sue antiche
tradizioni parlamentari, la sua credibilità democratica non è mai stata messa seriamente in
dubbio dalla comunità internazionale a causa delle vicende dell’Irlanda del Nord. L’entrata della
G.B. nella Comunità Europea dà al conflitto nordirlandese una visibilità maggiore che in passato
e accresce le pressioni sul governo britannico perché trovi una soluzione. Una premessa alla
fine del disinteresse internazionale per la questione nordirlandese è il conseguimento
dell’indipendenza da parte della Repubblica d’Irlanda. Infatti la percezione dell’incompiutezza
dello state-building e l’attrazione che la nuova repubblica indipendente esercita sulla
popolazione cattolica delle contee del nord proiettano il conflitto nordirlandese in una
dimensione interstatale e internazionale mai avuta in precedenza. Il successo poi conseguito
dalla più recente attività di sensibilizzazione internazionale avviata dai nazionalisti
nordirlandesi, soprattutto dal leader del SDLP John Hume, sia nei confronti degli Usa che dei
Paesi della Comunità Europea, è importante da ricordare. Questi fattori aggravanti, uniti alla
lunga scia di violenze e di sangue, hanno reso il processo di pacificazione in Irlanda del Nord
lungo, faticoso e tutt’altro che lineare.

IL CASO RUSSO: (OVVERO QUANDO IL FEDERALISMO NON COSTITUISCE UN RIMEDIO):


Possiamo affermare con certezza che il federalismo costituisce sempre una soluzione ottimale
dei conflitti nazionalisti? È sempre vero che il decentramento dei poteri dello Stato rafforza il
processo di democratizzazione? Riker ci ha messo in guardai dal considerare il federalismo uno
strumento di libertà e di democrazia. Il federalismo deve essere considerato come una
soluzione, ma non è detto che matematicamente porti a una soluzione del conflitto. Il fatto che
il federalismo porti all’autonomia dei poteri locali non significa che esso automaticamente
alimenti anche libertà e democrazia. In Russia infatti l’assetto federale ereditato dal regime
comunista, si rivela alla fine un ostacolo allo sviluppo di una polity democratica. Questa infatti
nasce debole e incapace di imporre una seria riforma politico-istituzionale alle periferie. Le
entità sub statali rimaste fedeli alla Russia interpretano la democrazia come l’arena politica
ideale nella quale negoziare ulteriori margini di autonomia e indipendenza. In questo sono
facilitate da varie circostanze: 1) il precedente sfaldamento dell’URSS e della conquista
dell’indipendenza da parte delle 15 repubbliche sovietiche mette le entità sub statali della
Russia in una posizione di forza e di ricatto verso un potere centrale indebolito e tutto teso a
evitare a ogni costo emorragie; 2) il crollo del Comunismo crea un ricambio delle élites del
tutto asimmetrico: mentre al centro del sistema per quanto limitato, investe pur sempre quasi i
2/3 dell’élite, in periferia la vecchia élite va a occupare oltre la metà delle cariche politiche, col
risultato di un cambiamento politico complessivamente assai più limitato e di una scarsa
propensione a collaborare alle riforme che il centro cerca di promuovere. Nel caso russo
questo ricambio asimmetrico delle élites accentua le differenze nella democratizzazione fra le
varie entità substatali, accresce il divario fra centro e periferie e amplifica le differenze etno-
linguistiche, anche allo scopo di legittimare e giustificare le riserve sulle riforme politiche ed
economiche; 3) Il logoramento e la paralisi delle istituzioni centrali provocate dal conflitto fra la
presidenza e il governo da una parte e il parlamento dall’altra tra l’ottobre 1991 e l’ottobre
1993. I trattati federali del 1992 attribuirono a 21 repubbliche etniche un considerevole
controllo sulle loro risorse naturali, nonché diritti di secessione, di cittadinanza e di sovranità.
Ciononostante alla democratizzazione russa è mancato il requisito genetico di ogni stato
federale, e cioè un patto di adesione volontaria alla federazione di tutte le componenti
federate. Se infatti si vanno a leggere i dati relativi all’elezione della nuova costituzione, s può
affermare che sebbene sia stata approvata dal 58,4% dei votanti nella Federazione, questa fu
respinta dalla maggioranza degli elettori in 16 regioni e in 8 repubbliche e in 11 regioni e in 6
repubbliche non poté essere ratificata in quanto la partecipazione al voto fu al di sotto del 50%
degli aventi diritto. Gli eventi russi, così come anche quelli jugoslavi, ci suggeriscono che
quanto più sono presenti strutture decentrate ereditate dal regime non democratico, tanto più
si rende necessario un processo di democratizzazione parallelo in tutte le entità federate, al
quale si accompagni simultaneamente un negoziato che riveda e reimposti le relazioni fra le
unità interne allo Stato. La democratizzazione del solo vertice federale, senza una
concomitante democratizzazione delle unità federate, rischia di tradursi in un insuccesso o in
una stagnazione del processo di democratizzazione.

IN CHE MODO IL NAZIONALISMO CONDIZIONA IL REGIME?: Ora bisogna capire quanto il


nazionalismo influenzi il regime. Dagli esempi e dalle argomentazioni esposte emerge una
relazione regime-nazionalismo assai problematica. Anzitutto si è rilevato che le ragioni alla
base dei conflitti nazionalisti risalgono ai processi di costruzione statale e costituiscono
pertanto un’eredità storica che la democrazia è costretta a fronteggiare. La democrazia
costituisce, sia pure a certe condizioni, il regime meglio attrezzato per offrire soluzioni ai
conflitti nazionalisti rispetto ad altre forme di regime politico che spesso hanno dimostrato di
esasperare, anziché attenuare, tali conflitti. Quanto incide il nazionalismo sul regime e in
particolare sulla democrazia? Molti casi storici mostrano come l’esistenza di una forte
rivendicazione di indipendenza nazionale all’interno di uno stato, o comunque qualunque seria
sfida all’integrità dello stato, renda più difficile il processo di democratizzazione e il
funzionamento di qualsiasi democrazia stabile. Secondo alcuni studi la maggior parte degli stati
liberi sono monoetnici. La democrazia in altre parole, ha più difficoltà ad affermarsi nelle
società etnicamente divise. Si può dire che sia ha democrazia consolidata quando la
democrazia è diventata l’unica alternativa politica corrente. In termini più empirici s ha
consolidamento una volta che si sia realizzata la “costruzione di rapporti stabili fra le istituzioni
di governo che sono state da poco create, le strutture intermedie che si precisano nelle loro
fisionomie e la stessa società civile”. Non c’è dubbio che la canalizzazione dei nazionalismi
interni in partiti costituisce un primo passo essenziale verso l’integrazione delle comunità locali
nello Stato e nel regime: solo attraverso la strutturazione della partecipazione e la
socializzazione dei membri delle comunità si può arrivare a promuovere l’accettazione della
democrazia e quindi il suo consolidamento. Tuttavia il consolidamento può compiersi solo
quando i principali segmenti etnici, linguistici e regionalisti accettano non solo la democrazia
come regime, ma anche la configurazione dello stato nel suo complesso. Queste rende
evidente che, perché si abbia consolidamento, occorre che siano preliminarmente risolti tutti i
principali conflitti relativi a problemi di statualità (es. di ciò = Spagna, Bulgaria). L’entrata dei
partiti nazionalisti nell’arena politica dello stato può avere anche effetti negativi e arrivare
persino a impedire il consolidamento se essi mantengono una posizione di non accettazione e
di ostilità verso il sistema statale, pur accettando il regime democratico (es. di ciò = URSS e
Jugoslavia). In questo caso i partiti nazionalisti, rendono più difficile il consolidamento della
democrazia. Questi rischi appaiono tanto più reali e concreti, quanto più questi partiti sono forti
elettoralmente e in termini di risorse. Una tale prospettiva si aggraverebbe poi ulteriormente
una volta che lo sviluppo di un partito nazionalista spingesse altre comunità etno-linguistiche
ad adottare strategie simili e a dare vita ad altre formazioni nazionaliste fra loro concorrenti e
contrapposte. In sostanza la nascita di un partito nazionalista ostile all’assetto statale esistente
potrebbe avviare una spirale di azioni e reazioni in grado non solo di impedire il
consolidamento, ma di mettere seriamente in pericolo la stessa integrità statale e la
sopravvivenza del regime democratico. Il consolidamento spagnolo è stato anche il frutto del
successo nell’integrazione dei partiti nazionalisti nel sistema. Quali sono allora le condizioni in
grado di favorire un esito anziché un altro? 2 condizioni principali sembrano aver giocato un
ruolo importante in tutti questi eventi: 1) il già menzionato principio “no state, no democracy”,
secondo il quale non vi può essere democrazia consolidata senza una preventiva soluzione
negoziata e consensuale dei problemi di statualità (in Spagna si era consapevoli che la nuova
democrazia avrebbe avuto bisogno del sostegno delle comunità etniche e che quindi era
necessario coinvolgerle fin dall’inizio nel processo di constitution-building, nell’URSS no  si
sono visti gli esiti!). 2) questo peccato originale ha posto le basi anche della seconda
condizione, relativa alle sequenza elettorali: la decisione di svolgere le prime elezioni
democratiche pluripartitiche e competitive a livello di singole repubbliche prima che in tutta
l’unione ha prodotto (in Urss come in Jugoslavia) una forte spinta verso la definitiva
disintegrazione dello stato federale. Le elezioni pluripartitiche e competitive nell’URSS si
tennero per la prima volta nel 1990 a livello di repubblica, col risultato di privilegiare le
tematiche nazionaliste e indipendentiste e di scoraggiare la formazione di un unico sistema
partitico su base elettorale e federale. Si è così inferto un colpo ulteriore alla già precaria unità
dello stato. Il rilancio nazionalista ha peggiorato le relazioni interetniche all’interno delle
repubbliche ed esacerbato i rapporti di queste con il centro. Si conferma dunque che la
presenza di una società divisa all’interno dei confini di uno stato rende più difficile la
democratizzazione: quanto più uno stato è composto di una pluralità di nazioni, lingue, religioni
e culture, tanto più sarà difficile costruire delle basi di accordo democratico, anche perché
aumentano le possibilità che le questioni di statualità vengano trattate con comportamenti da
parte delle elite di governo incompatibili con la democrazia. Ma quali sono le strategie
alternative per i regimi democratici? Quali di queste aiutano a conseguire quell’obbiettivo? Si
và dall’attuazione di politiche statali di nazionalizzazione (dirette a formare l’omogeneizzazione
dall’alto) alla presa d’atto delle differenze interne attraverso il riconoscimento anche
istituzionalizzato di forme di autonomia (fino al federalismo vero proprio) e alla secessione
negoziata.

CONCLUSIONE: Ricapitolando 3 punti sono importanti: 1) la frattura centro-periferia ha origine


nei processi di formazione dello stato e pesa considerevolmente sui processi che portano alla
costruzione di regimi democratici. L’esistenza preliminare e precedente di un conflitto
nazionalista all’interno di uno stato costituisce sempre una condizione negativa verso la
democratizzazione, nel senso che la rende più difficile: non si sviluppa la democrazia se non c’è
almeno un accordo sulla statualità; 2) se da un lato l’avvento della politica di massa favorisce
una radicalizzazione delle contrapposizioni etno-nazionali e territoriali, dall’altro lato i caratteri
stessi della democrazia ( pluralismo politico e partitico, competizione politica, elezioni corrette
e ricorrenti, diritti delle minoranze) configurano un approccio verso i conflitti nazionalisti
potenzialmente favorevole a una loro soluzione. Mentre i regimi non democratici tendono a
consolidare il potere di un gruppo maggioritario a spese delle minoranze, preferendo di solito
l’azione repressiva col risultato di ridurre solo provvisoriamente al silenzio i conflitti e di fatto
ponendo le basi per una loro esasperazione futura, le democrazie, specie se spinte da altre
condizioni favorevoli (es. pressioni internazionali), conseguono i migliori risultati nella riduzione
di questo tipo di conflitti; 3) il conflitto nazionalista è quello più difficile da governare anche per
una democrazia. Le rivendicazioni e le domande che esso comporta solo difficilmente possono
essere soddisfatte sulla base di concessioni economiche e presuppongono invece concessioni
in materia di uso di lingua, di autonomia e autodecisione, di statuti speciali in una quantità di
materie: si tratta di aree decisionali che possono suscitare reazioni a catena di gruppi contrari,
col rischio di aggravare più che risolvere il contenzioso.