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Guy Hermet

Nazioni e nazionalismi in Europa

Introduzione
Solo pochi anni fa, quando lidentit dei francesi e dei popoli vicini sembrava prossima a
inscriversi in quella di unEuropa politicamente unita, il nazionalismo, e con esso il sentimento
nazionale, il patriottismo, sembravano passati di moda. Ma da quando il nazionalismo
improvvisamente si incarnato nella lotta feroce dei clan bosniaci, di colpo cambiato tutto.
Non che il nazionalismo fosse sparito dalle democrazie occidentali che ostentavano di averlo
superato: esisteva ancora. Ma da quando avevamo preso a fingere di essere europei, e soprattutto
da quando lincendio aveva cominciato a divampare nellEuropa centrale o nel Caucaso, nessuno
aveva pi chiamato quel fenomeno col suo vero nome. Si pensava che gli slavi del sud e gli altri
caucasici ubbidissero solo a pulsioni tribali. La faccenda era chiusa; non lontano da noi rinasceva
il tribalismo. Era solo laltro nome del nazionalismo, ma quella vicinanza stessa testimoniava la
nostra fedelt a valori universali che stranamente continuavamo a inscrivere nellEuropa delle
nazioni - quella occidentale - non potendo accettare un vero federalismo.
Due equivoci: il primo consisteva nello spostamento in senso riduttivo nella definizione del
nazionalismo. Il nazionalismo in questa classica definizione esprime innanzitutto le rivendicazioni
di popoli che si sentono simili e aspirano a riunirsi sotto lautorit di governanti che ritengono
simili a s. Definizione che risale alla seconda met del Settecento.
Sorge per cos la difficolt di definire ci che da considerarsi negativo. Il sentimento nazionale si
sarebbe dovuto concepire ancora come il supporto indispensabile del governo rappresentativo e
poi di quello democratico. Poich il potere moderno si fonda sulla volont collettiva, deve
assegnare a quella volont un contesto territoriale che pu essere solo nazionale. Tale spazio dovr
concretizzarsi con il concorso di fattori inevitabilmente legati al conflitto con i paesi vicini.
Lambivalenza morale del processo induce a relegarlo nella categoria negativa del nazionalismo
quando rimane incompiuto e ad aureolarlo invece della virt del sentimento nazionale e
patriottico quando, una volta raggiunto il suo scopo, tende a diventare meno turbolento.
Dal 1990 o dal 1991, lambizione di essere governati insieme da persone simili a s non pi una
tendenza ambigua ma tipica della storia europea, bens la causa inaccettabile di una violenza
istintiva che trasforma ex concittadini in fratelli nemici. Essa diventa lo spauracchio ultimo di
unEuropa ben regolata.
Nellaltro equivoco attuale si manifesta il trauma profondo delle identit collettive nel cuore stesso
dellEuropa occidentale e dellAmerica settentrionale. Nel 1953, il sociologo americano David
Riesman ha elaborato un concetto destinato a un vivo successo: quello di etnicit o ethnicity. Ha
generato cos unideologia alternativa al nazionalismo - quella del multiculturalismo plurietnico - e
infine, intorno al 1980, approdata in Europa. Il multiculturalismo tollerante e promuove una
nuova forma di identit civica fondata su alcuni valori di portata universale; ma poi un nome delle
pari dignit di ogni gruppo, ne esalta i tratti specifici che intende perpetuare nelle differenze
culturali e addirittura etniche. A quel punto il multiculturalismo perde il suo volto di tolleranza
universalistica per assumere quello di azione pi o meno volontariamente tesa alla
frammentazione antagonistica di unit nazionali gi costituite. Contemporaneamente si discosta
dalla concezione civica e individualistica del sentimento nazionale per avvicinarsi alla versione
etnoculturale e comunitaria riscontrabile oggi in tutta la sua crudezza nellEuropa centrale o
orientale, nellIrlanda del nord e nelle province basche. I moti di natura etnica si ripetono senza che
nessuno abbia pi il coraggio di chiamarli cos.
Questo libro ha il solo scopo di rivisitare il presente tentando di ritrovare il senso e i diversi
sviluppi dellidea di nazione, e con essi le molteplici forme delle identit nazionali o del
nazionalismo.
1. Antichit del fenomeno: a quando risalgono i nazionalismi europei?
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2. Chiarimento dei meccanismi sociali, culturali ed economici e dei fini politici che hanno
presieduto alla configurazione internazionale delle forme di quello che ormai nessuno esita a
chiamare fatto nazionale.
3. Analisi della messa in discussione, dalla met dellOttocento, della legittimit delle aspirazioni
delle piccole nazionalit a disporre di uno stato autonomo in nome delle loro specificit
linguistiche, etniche o religiose e non pi di unideologia particolare.
4. Punto decisivo che interessa non pi le origini dei contrasti fra diversi nazionalismi dellEuropa
orientale e le incerte identit collettive di quella occidentale, ma la loro stessa sostanza.
Lobiettivo quello di riprendere in esame le ricette delle societ che sono o sono state refrattarie al
nazionalismo corrente nelle due versioni, quella politica e quella culturale. Simili prospettive
presentano elementi che possono arricchire il dibattito e il nostro modo di sentire.

Capitolo I - Le tre Europe


Le prime identit collettive degli europei risalgono allepoca, remotissima e tuttora presente, della
divisione fra le tre Europe: occidentale, orientale e centrale. le tre Europe hanno alimentato senza
sosta tre immaginari distinti e hanno fatto da matrice alle identit nazionali. Quattro fattori basilari
hanno presieduto alla loro nascita: 1) la frammentazione dellEuropa latina conseguente alla
caduta dellimpero romano; 2) lulteriore separazione fra le due cristianit, ortodossa e cattolica; 3)
la dominazione turca estesasi sui Balcani a partire dal XV secolo; 4) la separazione socioeconomica
seguita allimposizione ai contadini dellEuropa orientale si una nuova servit della gleba
particolarmente rigorosa nel momento stesso (fra il XV e il XVIII secolo) in cui gli omologhi
occidentali cominciavano a emanciparsi dalla soggezione feudale.
1. A oriente limpero, a occidente il feudalesimo
Agli albori del frazionamento dellEuropa si situa la dissoluzione dellimpero romano. Due
universi sempre pi distanti per storia, cultura, economia e organizzazione sociale e politica si
vanno configurando.
Frattura linguistica, con il latino e il suo alfabeto a occidente, a oriente il greco con un altro
alfabeto. Frattura economica poich limpero bizantino resta il centro si una prospera civilt
materiale, mentre la parte occidentale dellantico impero di Roma sprofonda nella notte dellalto
medioevo. Ma si tratta soprattuto si una frattura politica, da una parte, per alcuni secoli, il ritorno a
uno stato semibarbaro, dallaltra lautorit imperiale intatta.
2. Lo scisma religioso
La seconda frattura, religiosa, nata dagli scismi reciproci fra il cristianesimo ortodosso orientale e
quello romano occidentale si tradurr in un arretramento dello spazio bizantino e ortodosso. I
contorni di ognuno dei due spazi restano confusi e lo saranno sempre di pi, perch unEuropa
centrale ancora senza nome si insedia nella zona residua compresa tra la frontiera dei due imperi
del IV secolo e quella delle due religioni cristiane divenute antagoniste nellXI. Pur essendo
cattolica e aspirando a essere occidentale, la zona si trover costantemente soggetta alle condizioni
di fatto determinate dalla vicinanza dellEuropa orientale. Le tracce a lungo termine di queste
prime frontiere sono visibili nella differenziazione etnica, culturale, sociale e naturalmente politica
e identitaria dei diversi ambiti europei. In particolare sul piano etnico e culturale, limpero
dOriente stato in grado di resistere allassalto dei popoli germanici mentre in seguito ha dovuto
tollerare linsediamento degli slavi, rimanendo comunque profondamente greco; limpero di Roma
ha dovuto aprirsi ai barbari germani. Se lOccidente europeo risorto a partire dal secolo XI, lo ha
fatto grazie ai piccoli centri di potere isolati che sono riusciti a circoscrivere il loro spazio
geografico, politico e umano rendendolo progressivamente omogeneo. Il mondo bizantino invece
morto intatto e unitario sotto il profilo culturale.
Si delinea limpatto politico delle prime divisioni dellEuropa. Confermato nel 532 da Giustiniano,
lordine imperiale antepone allo jus sacrum (il diritto della chiesa) lo jus publicum dello stato.

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questo il contesto nel quale il basileus della seconda Roma (Costantinopoli) diventa una divinit
regnante, papa e monarca insieme, padrone delle cose e degli uomini.
3. Il conservatorismo ottomano e russo
Lordine imperiale bizantino sopravviver a se stesso nellimpero dei turchi ottomani e in quello
degli zar. Il sovrano ottomano appare allo stesso tempo come il monarca e il custode della legge
divina; lubbidienza che gli dovuta acquista cos un carattere religioso.
Proliferare antagonistico delle identit collettive nellEuropa sudorientale = odi fra i paesi
musulmani in balia di piccoli capi infedeli, o fra varie comunit cristiane soggette a cristiani diversi
o a responsabili ottomani. Conflitto tra lambiente urbano dominato dai musulmani e le campagne
rimaste cristiane.
Nello spazio russo lorma bizantina si impressa pi profondamente. Sorge una monarchia
militare. Intorno al 1840 Ivan III si attribuisce il titolo di zar, Cesare, per legittimare la propria
supremazia e fondare la terza Roma. Logica orientale di concentrazione del potere e di
soffocamento di ogni velleit di indipendenza della societ. Il potere russo, al culmine,
caratterizzato dalla simbiosi tra religione e politica. Fino allOttocento conoscer solo due realt:
quella dellapparato politico o religioso dellautocrazia e quella delle migliaia di comunit
contadine tutte simili e tutte immobili.
La coscienza russa si configurata precocemente, fra lXI e il XIV secolo, riaffermando la fede
religiosa e la specificit etnica dei russi rispetto ai musulmani orientali e ai cristiani occidentali, con
lattaccamento alla terra stessa. Cos i russi si sono sentiti tali prima che altri popoli avessero
qualche nozione della loro identit. Solo pi tardi hanno cominciato a elaborare una concezione
pi politica della loro comune appartenenza.
4. Il percorso delleuropa occidentale
Completamente diverso stato litinerario dellEuropa occidentale. A partire dal IX secolo,
caratterizzato da una divaricazione crescente fra lautorit spirituale e quella temporale. Sebbene
per molti versi pi omogenea dellimpero centrale, lEuropa occidentale appare come una specie di
Cina mancata che avrebbe potuto unirsi in un impero e invece si divisa in molteplici spazi di
sovranit. La frammentazione politica dellEuropa occidentale ha offerto al nascere della libert e
dellimmaginazione sociale o economica opportunit impensabili nei vasti blocchi imperiali. La
feudalit occidentale rappresenta un sistema di potere frammentato che permette di non
rinunciare allindipendenza materiale e politica. Il feudalesimo occidentale fonda un sistema
individualistico di valori grazie al codice donore cavalleresco, che valorizza non solo la
raffinatezza dei costumi, ma lavventura e il successo personale.
certo che lantica componente civica dei sentimento nazionale nellEuropa occidentale deve
molto a questa origine medievale e che quelle basi storiche sono mancate nellEuropa orientale e
centrale.
5. Il secondo servaggio orientale
Fra il XV e il XVIII secolo, il servaggio, almeno nelle manifestazioni pi dure, sparisce da quasi
tutto lOccidente europeo mentre si diffonde ad est con intensit senza pari. Il consolidamento
della divisione dellEuropa diventa comprensibile alla luce della crisi che scuote leconomia di tutti
i paesi nel secoli XIV e XV, si intensifica nel XVI e provoca a est la reazione signorile del secondo
servaggio, a ovest la fuga nellassolutismo.
questo il percorso fondante delle tre Europe, segnato dallavanzata e dal successivo arretramento
dellOccidente, dal tardivo assoggettamento del centro e dellest europeo alla servit della gleba e
infine dalla repressione dei primi, deboli segni di indipendenza della societ nella porzione
orientale. Da questa sfasatura avranno origine il progresso industriale della prima e la stagnazione
rurale delle altre due e due percorsi politici divergenti, con lo sviluppo dei regimi rappresentativi e
successivamente della cittadinanza democratica da un lato, e dallaltro dei regimi burocratico-
militari che saranno soppiantati solo dallavvento finale del comunismo.

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6. Lenigma dellEuropa centrale
LEuropa centrale ha voluto essere occidentale senza possedere i veri attributi delloccidentalit.
Difficolt di individuare quellidentit soprattutto mentale rispetto a quella dellOccidente e, in
particolare, dellOriente europeo. Paesi quali Ungheria, attuale Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia,
Croazia e Slovacchia sono stati attratti dallOccidente pur sapendo che loggetto del desiderio
restava distante e illusorio. Sul piano della cultura intellettuale, dei valori e della religione,
lEuropa centrale si presenta realmente come un Occidente sequestrato. Nel campo economico e
sociale, invece, caratterizzata soprattutto dalla grandissima affinit con lEuropa orientale.
Inoltre, dal punto di vista politico lEuropa centrale, dalla fine dellOttocento alla II Guerra
Mondiale, ha dovuto sottostare a governi autoritarie oligarchici che a volte prendevano laspetto di
vere e proprie dittature.
Il concetto di Europa centrale appare insomma sfuggente e arbitrario. Fino allepoca comunista,
nelle societ dellEuropa orientale il peso delle citt e dellimmaginario occidentale rimasto
minore di quello delle campagne e dellidentit tradizionale ortodossa. NellEuropa centrale,
invece, esso tendeva a prevalere facendo apparire la mentalit populista del mondo contadino
come un ostacolo alla sua europeit.

Capitolo II - Dalle nazioni medievali alle patrie protestanti


1. Identit senza territorio
La volont di affermare un destino politico comune era molto diffusa. I regni del medioevo, come
del resto limmaginario politico medievale, ignoravano il concetto di frontiera che successivamente
ha circoscritto la sostanza degli stati moderni e costituito la posta dei nazionalismi posteriori al
1800. Le nazioni medievali vanno dunque guardate da un punto di vista politico, ma non in tutti i
casi, e pi antropologico.
Limmaginario nazionale: da parte delle popolazioni rurali, lecito ipotizzare, identit collettive
confuse ma di grande ampiezza. Tra il popolino era spesso forte lascendente della persona
sacralizzata del monarca. Un altro elemento autorizza a supporre linnescarsi di un antico
meccanismo di identificazione collettiva: il risentimento condiviso da una popolazione nei
confronti di unaltra che improvvisamente appare nemica a seguito di un violento trauma storico.
Questo solo un elemento nellintricata massa dei fattori dei proto-nazionalismi, tuttavia lodio
per il vicino p stato la circostanza abituale della rivelazione dei popoli a se stessi. Lodio ha ispirato
per la prima volta lidea di un territorio etno-culturalmente proprio.
NellEuropa occidentale, lespressione iniziale del risentimento che introduce il germe dei
nazionalismi si osserva in quattro circostanze principali: 1) la prima prende corpo allincerta
frontiera che divide lo spazio musulmano da quello cristiano (penisola iberica); 2) auto-
identificazione di altre nazioni medievali che si sono proclamate baluardi della cristianit; 3)
ribellioni popolari che dal 500 vengono iscritte nellidea di unappartenenza e di unidentit
politica comuni; 4) la riforma protestante, da cui usciranno delle chiese nazionali che costituiranno
il collante delle prime identit statali in senso relativamente moderno.
2. Larchetipo spagnolo
La penisola iberica, spaccata fra il secolo VIII e il XV dalla cicatrice territoriale che divideva i suoi
due popoli, il cristiano e il musulmano, illustra lemergere della visione di un destino comune in
una popolazione eterogenea, e ci ancora prima che nel resto dellEuropa occidentale si
delineassero le nazioni medievali del Tre e Quattrocento.
Loccupazione musulmana ha avuto un impatto demografico limitato; la sua influenza sulla
cultura e sui costumi si rivelata non gi superficiale, ma poco differenziata. Lieve o profonda,
lorma arabo-musulmana visibile in tutta la penisola non ha per diminuito lantagonismo e il
risentimento dei cristiani. Per molti spagnoli stato proprio il rifiuto di una dominazione straniera
lesiva della loro identit ad alimentare la volont di resistenza e la speranza attiva della
liberazione. Ci che conta non la cronologia di questa crociata, ma la concomitante evoluzione
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sociale, mentale e politica degli spagnoli. A un tratto la Spagna cessa di apparire agli abitanti
cristiani come unentit vaga, dimenticata e lacerata, e si trasforma nel loro intimo in un paese
indiviso, illegittimamente sottratto a se stesso dagli infedeli. la visione degli spagnoli simbolica e
politica ben pi che territoriale, etnica o culturale.
Paragonata con il modello feudale gerarchizzato che prevale in altre parti dellEuropa, la societ
medievale spagnola appare quasi ugualitaria. Quella lotta prolungata infatti ha portato a una
democratizzazione del mestiere delle armi e dellaccesso allaristocrazia. Fino al Cinquecento,
grande mobilit e livellamento senza paragone nel resto dellEuropa occidentale; leccezionale
rimescolamento di popolazioni ha comportato una presa di coscienza del fatto che luniverso di
ognuno si estendeva a un paese immenso.
Sovranit desacralizzata; monarchia tendenzialmente federativa, legittimata, pi che dalla volont
divina, dalle aspettative di un popolo che, dopo il trionfo finale sui musulmani, era assetato di
rivalse etniche. Secolarizzazione del potere spagnolo; nessuna distanza sacrale separava gli
spagnoli dallistituto monarchico perch gi nel Quattrocento la loro identit politica era tanto
forte da rendere superflua la giustificazione divina.
3. Le nazioni medievali
La Spagna, mentre precorreva i tempi, era prossima al tramonto. Le alte nazione europee quali
Germania, Grecia, Italia e Francia, invece, corrispondevano piuttosto a delle realt nelle coscienze
pi o meno quanto lo , per noi, lEuropa unita. Luso del termine nazione per molto tempo ha
indicato solo lorigine di un gruppo straniero percepito come ununit a s stante dalla
popolazione presso la quale si era insediato.
La designazione di se stessi si aggiunta allidea di semplice alterit solo in un secondo tempo,
quando delle societ hanno confusamente sentito di condividere la stessa sorte. Anche in questo
caso, tuttavia, tale consapevolezza aveva poco a che vedere con lidea moderna di nazione e ancor
meno con il nazionalismo. La natura assai poco popolare dellequilibrio politico dellepoca porta a
negare che nelle societ dellancien rgime possa esistere qualunque sentimento di appartenenza
collettiva di tipo anche vagamente nazionale. In tali societ, la base del potere costituita non gi
dalla ricerca di un consenso allargato, ma dallinvalicabile distanza sociale della disuguaglianza
assoluta. Quel sistema di egemonia ostacolava qualunque sviluppo di una coscienza comune
allinterno dello stesso insieme politico. Laffermazione di una coscienza collettiva per sempre
pi verificabile gi dal Cinquecento.
4. Dalle sollevazioni contadine alle rivolte civiche
Dal secolo XIV in poi interviene anche una trasformazione nella natura delle rivolta popolari, che
passano da una logica apocalittica e anarchica a una logica diversa, civica, tesa alla costruzione di
unautorit fondata sul consenso popolare. Lenta mutazione nelle sollevazioni popolari che
abbraccia, a seconda dei paesi, il periodo tra il XIV e il XIX secolo.
5. Le religioni nazionali protestanti
Politicamente, la svolta decisiva si situa nel 1530, quando molti principi tedeschi aderiscono alla
Confessione di Augusta, dopo che Lutero si schierato dalla loro parte contro i cittadini tedeschi
ribelli. Cos, nei paesi dellEuropa occidentale si afferma in pochi anni il principio cuius regio, eius
religio. Allimprovviso la riforma ha permesso a coloro che stavano costruendo lo stato moderno di
realizzare un sogno per molto tempo inaccessibile: affrancarsi dalla subordinazione spirituale a
Roma grazie alla creazione di una chiesa indipendente dal pontefice e soggetta a loro. Il
rinnovamento dottrinale e culturale operato dalle confessioni protestanti ufficiali permette di
rafforzare lascendente della religione sulla popolazione; si pubblicano libri in lingua nazionale,
non pi solo in latino, e leffetto il consolidamento di una cultura circoscritta ai confini di uno
stato particolare. Lalfabetizzazione e la scolarizzazione di massa si affiancano alla
nazionalizzazione culturale e la rendono accessibile a tutti. Negli stati protestanti il potere, la
chiesa e il popolo condividono la stessa fede e la stessa identit comune. Tale simbiosi eviter loro
le lacerazioni provocate, nei paesi cattolici, dalla rivalit conflittuale fra la chiesa e lo stato per il

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controllo della popolazione. il motivo per cui il sentimento nazionale prender corpo
innanzitutto nelle societ protestanti.

Capitolo III - La nazionalizzazione della societ


Nei paesi protestanti hanno avuto origine tutti i tratti distintivi degli stati-nazione tranne uno. Pur
caratterizzati per tempo dalladesione degli abitanti a un insieme unificato da unidentit comune
e inscritto entro frontiere precise, non si sono mai esplicitamente richiamati allidea di nazione.
Quindi la svolta verso il nazionalismo moderno si colloca dopo la riforma protestante e cincide con
gli ultimi anni del Settecento, profondamente scossi da due rivoluzioni quasi simultanee, luna
industriale e laltra politica. Le due rivoluzioni procedono di pari passo ma, sebbene contigue, non
sono esattamente simultanee.
1. Dalle societ agrarie alleconomia nazionale
La rivoluzione industriale ha indotto un mutamento di fondo nella logica del funzionamento delle
societ occidentali non solo nel campo delleconomia, ma anche in quello della cultura e dei
rapporti fra i diversi gruppi sociali. Quello che i nuovi imprenditori vogliono un lavoratore
diverso, qualificato, capace di iniziativa individuale, in grado di parlare, oltre il dialetto, una
lingua, e possibilmente di leggere e scrivere. Proprio questi elementi illustrano il modo in cui in
Europa, a un momento dato, un universo sociale vacilla prima ancora che cominci la rivoluzione
propriamente industriale. Per consolidarsi, le societ industriali dovevano appoggiarsi a unaltra
rivoluzione, di tipo culturale. Anche se il processo di passaggio dalle societ agrarie alle societ
industriali influisce indirettamente sullemergere sei nazionalismi moderni, non si esaurisce in
questo.
Il concetto di economia nazionale viene definito ad opera delleconomista Friedrich List intorno al
1820. Egli parla di economia nazionale ed economia popolare, facendo di entrambe i soli strumenti
atti a compiere lo sviluppo economico della nazione.
2. Il dibattito sullistruzione popolare
Lo sviluppo dellindustria dunque ha accelerato losmosi culturale allinterno dei diversi paesi, ma
non ne stato la causa determinante: in misura ancora maggiore, il processo dipeso dalla volont
politica. Volont fondata su un processo preesistente di diffusione graduale della scrittura fra le
masse. Le nuove tecniche di comunicazione hanno fatto sorgere unopinione pubblica su scala
nazionale, permettendo al sentimento nazionale quale lo intendiamo oggi di manifestarsi. Sono
tecniche risalenti al Quattrocento, momento in cui in Europa esplode il fenomeno della stampa.
La prima spinta verso leducazione di massa sorge in risposta ai bisogni del proselitismo
protestante; poco dopo lesempio seguito, con analoga finalit religiosa, dalle scuole parrocchiali
cattoliche. Listruzione popolare si diffusa abbastanza per tempo in certi ambienti cittadini, ma
non per ragioni politiche, bens soprattutto per motivi legati alle lotte fra due confessioni rivali a
cui premeva di catechizzare i fedeli.
Gli stati e le lite laiche, da parte loro, non hanno incoraggiato listruzione dei poveri; anzi, lhanno
piuttosto osteggiata. Fino alla rivoluzione del 1789, Rousseau resta quasi il solo a esprimere la
visione, protestante, di una scuola che promuova la coscienza nazionale.
La tesi della determinazione economica del sentimento nazionale moderno viene smentita. vero
che alcune societ hanno scelto vie tali da ridurre la distanza culturale fra le lite e il popolo, ma lo
hanno fatto sotto la guida dello stato, spinte da motivi politici che non avevano molto a che vedere
con le esigenze dellindustrializzazione o con una intenzione economica. Questultima ha
contribuito semmai a far sorgere fra i poveri non una coscienza nazionale, ma una coscienza di
classe.
3. La stampa, madre delle lingue nazionali
Il nazionalismo moderno un semplice antidoto volto a compensare la lacerazione sociale e la
rudimentale alfabetizzazione seguite allindustrializzazione. La cultura nazionale diventata

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abbastanza omogenea da spezzare le antiche solidariet locali a vantaggio di unidentit estesasi
fino a comprendere uno stato sovrano o un popolo deciso a rivendicarlo. Il nazionalismo al suo
apice, quale si esprime durane le due guerre mondiali, definisce i suoi caratteri sotto leffetto
diretto o indiretto di tre iniziative politiche quasi simultanee: 1) il riconoscimento della
cittadinanza effettiva, grazie al suffragio universale; 2) lo sviluppo di un sistema di scuole
pubbliche; 3) il servizio militare obbligatorio. Il punto di partenza la formazione di una lingua
comune alla popolazione dei grandi stati.
Come hanno fatto quelle lingua a diventare nazionali senza essere familiari ai pi? C da valutare
il peso della centralizzazione monarchica laddove esistita, e quello dei fondatori intellettuali di
una sintassi e di un vocabolario assurti in seguito a norma letteraria. Parallelamente, gli stati gi
consolidati adottano tempestivamente quei linguaggi scritti in via di codificazione come strumenti
di comunicazione ufficiale. Lestrema diversit dei dialetti europei si dovunque ridotta, lasciando
in ogni paese una lingua dominante. La preferenza accordata a quelle poche lingue leffetto di un
movimento suscitato dalle esigenze commerciali, finanziarie e tecniche della stampa in quanto
industria. I tipografi, per maggiore comodit, hanno fissato di loro iniziativa regole di scrittura
standardizzare, hanno sostenuto gli autori che seguivano lo stesso criterio, insomma hanno
abituato forzatamente la clientela a un oggetto letterario che allinizio, probabilmente, lasciava
perplessi molti lettori, ma che presto entrato nel costume.
E infine il nuovo linguaggio scritto a fornire il supporto iniziale alle coscienze nazionali a venire.
Tre di questi supporti sono: il sentimento di naturale appartenenza a uno spazio delimitato da altri
spazi limitrofi e distinti, lidea che il destino di quel territorio sia governarsi con autorit sovrana e
infine la tendenza pi affettiva a pensarsi come membri di una comunit indubbiamente pi larga
di quella costituita a suo tempo dai vicini, ma altrettanto solidale e quasi carnale. Quel sentimento
di comunanza destinato a unire in spirito migliaia di persone che non si incontrano mai,
sostenuto dal prestigio di una lingua superiore alle altre ma praticamente ignorata dai pi. perch
quella lingua, soprattutto stampata, svolge per le masse di analfabeti che parlano il dialetto una
funzione eminentemente simbolica.
La lingua stampata, divenuta anche parlata, apparsa inizialmente come unantitesi a
predominanza sociale, si era trasformata in unantitesi a predominanza nazionale. Era nato il
concetto culturale, sociale e antropologico di nazione; di l a poco ne sarebbe stato definito il
concetto politico.

Capitolo IV - Morte dei re, nascita della nazione


La nazione e il nazionalismo possono essere considerati nelle tre diverse prospettive dellanalisi
della societ, della politica e della riflessione filosofica. Fin dalla met del Settecento cominciava a
delinearsi il tessuto sociologico della nazione moderna. Bisognava per ancora dotare quella
nazione potenziale della dimensione politica destinata a diventare di l a poco centrale e rafforzarla
con la ragione legittimante della filosofia.
Riconoscere che lidea moderna di nazione e il suo derivato nazionalistico procedono da una
dinamica politica coeva alla rivoluzione francese significa associarli alla genesi del nouveau rgime.
Il nazionalismo stato il compagno di giovent della spinta democratica e luno e laltra erano nati
dal principio della sovranit nazionale.
1. LInghilterra e la Francia nel Settecento
Lepoca pre-rivoluzionaria paradossale; da una parte gli ultimi sprazzi di assolutismo regio,
dallaltra lo stato monarchico si modernizza profondamente. Levoluzione dello stato monarchico
interessa tutta lEuropa. Il patriottismo di stato che la monarchia francese, come le altre, si sforzava
di inculcare nei sudditi non trovava, per, un terreno favorevole. Il patriottismo esisteva, ma al di
fuori dello stato monarchico o addirittura contro di esso.
In Francia la frattura antagonistica fra lite porter a un processo di affermazione propriamente
nazionale perch riferito, almeno nel linguaggio politico, a tutto il popolo. La futura classe

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dirigente rivoluzionaria si rendeva conto di essere un gruppo troppo esiguo per incarnare da solo
una legittimit suscettibile di soppiantare quella del re. Per acquisirla, doveva auto-convincersi e
convincere tutti di rappresentare nientaltro che la parte attiva di tutto il popolo, di coincidere con
esso: in una parola, di essere la Nazione con liniziale maiuscola.
2. Linvenzione della nazione sovrana
Il bisogno incalzante di una nuova legittimazione dellautorit rendeva il concetto politico di
nazione necessario, in diversa misura, in tutta lEuropa.
Tuttavia linvenzione francese del principio di legittimit tuttora vigente, quello della nazione
sovrana, non lascia alternative: o seguire il modello francese, o rifiutarlo esplicitamente; scompare
di fatto lalternativa al destino politico necessariamente nazionale.
La nuova definizione politica della nazione coincide con il popolo, il terzo stato. La nazione il
sovrano che spossessa il re, detiene una legittimit riferita solo a chi si riconosce in essa.
Il senso politico del termine nazione acquista il suo pieno rilievo. Circoscrive un popolo che
tutto in quanto simbolo e niente nei fatti, a cui si contesta il diritto di usare direttamente la propria
sovranit, il cui dovere consiste nel designare dei mandatari senza mandato imperativo che lo
rappresentano secondo il loro intendimenti nel rispettarne lautorit. La nazione un corpo
politico imbrigliato in partenza. Questesigenza di assoluta abnegazione personale appare come il
tratto dominante del modello ideale della democrazia a venire, fondato su una cultura civica
orientata innanzitutto verso il bene pubblico. La dottrina della democrazia nazionale traspare gi
nellultimo articolo della Dichiarazione dei diritti delluomo, l dove si stabilisce che il diritto di
propriet, quantunque inviolabile e sacro, pu essere ignorato quando la necessit pubblica lo
esiga.
Lelemento fondante di una politica di democratizzazione, cio la trasformazione dei sudditi in
cittadini, tende a produrre una presa di coscienza di tipo populistico che, per certi aspetti, risulta
piuttosto difficile da distinguere dal patriottismo di marca nazionalista e persino sciovinista perch
se il paese in qualche modo mio, allora si pu facilmente considerarlo preferibile rispetto a
quelli stranieri.
Interdipendenza fra i movimenti primi del nazionalismo politico e quelli della dottrina della
sovranit della nazione.
3. Il battesimo del fuoco del nazionalcivismo
Ma bisognava continuare a inculcare nel popolo un senso di ubbidienza completamente riveduto e
corretto, un nazionalcivismo definito come sistema di valori unificato sul metro dei bisogni dello
stato e non pi delle comunit vicine, garante di un tipo di comportamento standardizzato. Tutti i
grandi stati europei aspireranno a regnare non pi su dei sudditi sottomessi, ma su degli abitanti
desiderosi e orgogliosi di servirli, su dei cittadini. Il nazionalcivismo diventa cos il tallone aureo
della cittadinanza e della nazionalit indivise fino allindomani della II Guerra Mondiale.
Quasi dappertutto la scuola, la coscrizione obbligatoria e ledificazione nazionalista attraverso la
guerra o le epopee coloniali garantiscono la diffusione di una forma rinnovata di sudditanza allo
stato-nazione. La guerra anzi va messa al primo posto. Il bellicismo non mira intenzionalmente a
galvanizzare lardore nazionale del popolo, ma si rivela subito un espediente miracoloso. La
guerra funzionale: oltre a offrire un diversivo alle difficolt interne, rappresenta il mezzo
migliore per legare al regime cittadini neofiti. Non c niente di meglio della guerra per fondare la
coscienza politica nazionale. per giunta, ai miti assedi del secolo dei Lumi, succedono battaglie
cruente; i progressi tecnici e tattici realizzati nellarte militare vanno di pari passo col suo regredire
verso la barbarie. Leffetto tuttavia formidabile. Nel giro di pochi anni, intere popolazioni si
identificano con le glorie e addirittura con le sconfitte dello stato che le sacrifica: gli subordinano
un patriottismo fino ad allora incerto per convertirsi al nazionalismo politico e a una storia
nazionale riscritta.

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4. La banalizzazione del nazionalcivismo: dalla caserma alla scuola
Durante il periodo di pace intercorso tra il 1815 e il 1914, alle masse sar riservato lo stesso
trattamento nelle caserme. I comuni coscritti spesso sotto le armi si avvicinano alla lingua di
riferimento, imparando anche a leggere. Emolto importante imporre un inquadramento mentale
completo e per loro del tutto inedito, centrato sulla relazione che possono e devono avere con lo
stato. Il riferimento quello della lingua nazionale standardizzata; lo scopo innalzare il suo uso a
segno primordiale e obbligato di appartenenza alla nazione e di civismo autentico. Politica del
terrorismo linguistico e dellegemonia grammaticale.
La scuola diventa il luogo dove di inculca il concetto di libert auto-limitata che il nuovo regime
esige. Listruzione pubblica diventa strumento culturale dellintegrazione politica. Passer,
tuttavia, del tempo prima che la realt corrisponda alle alte finalit della promozione linguistica;
lalfabetizzazione resta di fatto superficiale fino verso il 1900.
Con modalit differenti, tutta lEuropa si impegna nellopera di persuasione nazionale. E
dovunque lopera di persuasione elementare si rivolge prima di tutto ai ceti popolari a cui la
nuova identit dello stato meno familiare. Ma a ogni livello, elementare o esclusivo, il progetto
restava identico: consisteva nel mettere la lingua e la cultura al servizio di uno stato nazionale
esistente o a venire e, sotto le apparenze delluniversalit, a confinarle in uno spazio territoriale e
politico preciso.

Capitolo V - Le due nazioni moderne: Herder e Renan


Al tempo della rivoluzione francese lidea di nazione si rinnova completamente. Il problema che si
poneva a molte societ europee verso il 1800 consisteva non tanto nel riformulare le basi
istituzionali di uno stato gi costituito, ma nel costruire quello stato dalle fondamenta.
Si costituisce una teoria della nazione in risposta allattesa pressante di societ la cui coscienza
nazionale da qualche tempo si andava sviluppando fuori dal rapporto con lo stato, anzi contro di
esso. Queste societ si erano unificate spontaneamente per reagire allalienazione politica nella
comunione di una lingua e di una cultura condivise.
Herder e dopo di lui Fichte si faranno interpreti di questo nuovo concetto di nazione formata da
esseri viventi, e non pi viventi sotto leggi comuni. Non pi lo stato a incarnare la nazione o a
dover rifondare la societ. Proprio questultima, anzi, la sola depositaria della legittimit
suprema e pu scegliere o no di dotarsi di uno stato a suo piacimento. Per loro urgente affermare
la maest sovrana della nazione-societ. Nazionalismo determinato dai legami del sangue e dalla
lingua materna.
Ernest Renan opporr a questo il modello di una nazione elettiva nata dallunione volontaria dei
suoi membri.
Due interpretazione dunque: una, mutuata da Herder, verticale, affonda le sue radici nelletnia e
nella cultura, predispone in partenza lindividuo a far parte di una comunit nazionale precisa.
Laltra, orizzontale, fa riferimento alla visione di Renan e delimita soprattutto lo spazio di uno
stato rispetto ad altri stati distinti.
Da allora questa dicotomia ha anche prodotto una sorta di geografia mentale della nazione buona
e di quella cattiva (Francia=Renan; Germania=Herder).
1. La nazione etnoculturale di Herder
Fingendo di liberare met dellEuropa, Napoleone raccoglie i frutti della rivoluzione in nome della
nazione, ma nel far ci semina un principio di nazionalit che si ritorcer contro il suo disegno
imperiale e in seguito determiner lavvenire politico del mondo. Dal 1770, per, gli scrittori in
Germania insorgono contro le pretese egemoniche della filosofia illuministica e preferiscono
esaltare la specificit nazionale. La dottrina nazionale che sorge in quel contesto in gran parte
opera del linguista Johann Gottfried Herder. La sua una visione permeata di nazionalismo etno-
linguistico e culturale. Per Herder, lo stato naturale delluomo lo stato di societ; lo Stato pi
naturale anche un popolo dotato di un carattere nazionale. Herder difende insomma il primato

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dellordine sociale su quello politico. Lo stato chiamato direttamente in causa: la legittimit non
pi quella dello stato-nazione dei francesi, ma quella di nazioni-comunit sorde alle sottigliezze
della teoria politica.
La cultura delle diverse nazioni non altro che un insieme di codici linguistici, simboli, modelli di
rapporti sociali, istituzioni, tecniche, modi di adattamento agli influssi del contesto spazio-
temporale, che li individuano in quanto raggruppamenti umani stabili. Egli si pone in unottica di
una cultura costantemente evolutiva e aperta. In questottica contesta laspirazione europea
alluniversalit e nega validit al pregiudizio razzista.
Lo spirito del popolo il solo valore assoluto, senza che i suoi eccessi possano invalidarlo.
In conclusione, Herder appare contraddittorio, confuso e ambivalente. Ad accenti diversi, meno
bellicosi, ricorre per idealizzare i meriti del suo popolo, la sua incomparabile originalit. In realt si
tratta solo di unabile legittimazione delle sue ambizioni politiche.
2. colpa dei tedeschi
La visione etnoculturale della nazionalit ha alimentato la xenofobia di paesi i quali si sentivano
umiliati dal prestigio e dalla potenza di altri stati-nazione. Per giunta la prospettiva a coltivare
unidentit chiusa in se stessa non ha interessato solo i settori conservatori, espansionisti e
guerrafondai, ma si estesa allinsieme della popolazione e alla totalit dello spettro ideologico.
Tutta la seconda met dellOttocento insomma segnata da una filosofia o una sociologia
dualistica, che sottolinea il contrasto fra una comunit considerata naturale e benefica e una societ
moderna che appare disumanizzata.
Rispetto al pensiero di Herder e Fichte, il programma di Hitler rappresenta una deviazione
estrema; tuttavia, pur snaturandolo, se ne ispira in pi punti e, precedendo di molto gli orrori del
nazionalsocialismo, gi nel 1870-1871 i fatti hanno rivelato laggressivit potenziale del
nazionalismo etnoculturale (guerra franco-prussiana; annessione dellAlsazia e della Lorena).
3. La nazione elettiva di Renan
Proprio quegli avvenimenti inducono Ernest Renan a contestare il ricongiungimento tra la
Germania e lAlsazia-Lorena, giustificato dalla comunanza di lingua e di origine, in nome di un
diverso principio di nazionalit.
Renan razzista, atteggiamento diffuso ai suoi tempi ma raramente esternato con tanta sicumera
pseudo-scientifica. Ecco chi lispiratore della dottrina democratica della nazione. Renan ,
peraltro, un grande ammiratore della Germania per la forza che giustamente le riconosce. Tuttavia
lannessione dellAlsazia-Lorena provoca un sussulto di patriottismo che lo induce a rivedere le
sue posizioni morali, filosofiche e politiche. Si arrende al principio delle nazionalit fondato in un
modo o nellaltro sulla legittimit popolare. Da allora cerca argomenti da opporre alla concezione
tedesca della nazione. Deve abbandonare le concezioni etniche di cui vede chiaramente i rischi.
Niente nazione naturale, dunque. Mette da parte le preoccupazioni idealistiche e si ingegna a
rendere innocuo ci che, nel nazionalismo, rappresenta una minaccia per la pace in Europa.
in questa prospettiva che sviluppa la sua visione della nazione elettiva, legittimata non
dallespressione diretta e troppo istantanea della sovranit popolare, ma dallidea di un consenso
pi diffuso e profondo, storicamente determinato, permanente, unificante e non pluralista.
Una nazione unimmagine mentale costruita pensando al passato e per il passato. La sua
esistenza un plebiscito quotidiano. La metafora plebiscitaria si propone di chiudere un capitolo
dellallargamento del principio delle nazionalit in un momento in cui i grandi paesi europei sono
tutti giunti a costituirsi in stato-nazione.

Capitolo VI - La febbre delle nazionalit


Fra il 1814 e il 1914 si riscontrano tre successivi momenti critici. Il primo quello che stato
dominato fin verso il 1830 dallintervento della religione nella negazione o nellaffermazione del
diritto dei popoli - cristiani - a disporre di se stessi. La seconda grande crisi caratterizzata dal
trionfo del principio delle grandi nazionalit. Infine c stata la terza ondata dei micronazionalismi
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che continuano a suscitare una riprovazione venata di malafede in quanti ancora riconoscevano
qualche portata pratica al desiderio di libert.
1. Il catalogo delle nazioni
Dopo il 1970 al popolo riconosciuta la dignit suprema, simbolica o reale a seconda dei casi,
mentre la nazione assume i suoi due volti, quello politico o quello culturale, relativamente
discordi.
Anthony Smith enumera, in una generalizzazione astratta, cinque specie o componenti del
nazionalismo: 1) il processo di formazione e di mantenimento degli stati-nazione; 2) la coscienza di
appartenere a una nazione; 3) le espressioni simboliche della nazione e del suo ruolo; 4) le
ideologie o dottrine nazionaliste; 5) i movimenti sociali e politici miranti a compiere la volont
attribuita alla nazione. Smith tradizionalmente oppone il nazionalismo civico-territoriale al suo
antagonista etnico-genealogico.
Andreas Kappeler isola senza dogmi preconcetti tre modalit del nazionalismo: 1) la prima,
manifestatasi nellOttocento, potrebbe ancora ricomparire in comunit nazionali prive di sovranit
o politicamente disperse; 2) la seconda di queste modalit si osserva in comunit le quali soffrono
non tanto di una frustrazione politica, ma di un deficit di unit culturale o sociale; 3) la terza nei
gruppi etnici o nelle minoranze che si sentono vessati allinterno di un insieme pi vasto. Partendo
da queste situazioni distinte, enumera tre frustrazioni nazionali o pre-nazionaliste che tendono ad
associarvisi: 1) la carenza di sovranit politica; 2) il timore di perdere lintegrit linguistica e
culturale; 3) il desiderio di dotarsi di una struttura sociale propria.
John Plamenatz opera una distinzione tra la famiglia delle vecchie nazioni che si sono costruite da
sole e quella dei nazionalismi orientali. Si tratta di imitare il dispositivo occidentale per meglio
liberarsene.
Miroslav Hroch elabora il calendario di applicazione del meccanismo di affermazione delle nazioni
nate tardi. In una prima fase di gestazione la coscienza nazionale si traduce in un semplice
desiderio di riconoscimenti artistici, letterari o folclorici. Il riconquistato orgoglio di s mobilita
una borghesia che a un tratto ostenta orgogli per la propria lingua distintiva. Il nazionalismo
prende allora un tono politico; a quel punto il processo fondante si chiude e subentra la
rivendicazione nazionale.
2. Religioni a confronto: dalla Santa alleanza ala Polonia martire
Dopo il congresso di Vienna, i sovrani ricorrono a una ragione divina gi anacronistica non solo
per sacralizzare lautorit monarchica, ma anche per trovare un antidoto alla febbre del
nazionalismo che cova. questo il collante che pi di altri sembra adatto a tenere insieme
popolazioni composite, per fortuna accomunate dalla religione.
Si richiama cos, con la Santa alleanza del 1815, lidea della nazione cristiana, al cui interno per
sono associate tre confessioni: lortodossa per la Russia, la cattolica per lAustria e la protestante
per la Prussia. Quel che conta il risultato a cui si mira.
Questa strategia di potere si volger contro i suoi stessi promotori. A lungo termine finir col
favorire il sorgere delle nazionalit che lacereranno i Balcani. La religione ortodossa diventer
nazionalista e popolare; per di pi il fervore religioso, oltre a sconvolgere lantico ordinamento
delle regioni balcaniche, armer luna contro laltra le religioni cristiane.
La seconda forza di origine religiosa entra chiaramente in gioco solo dopo il 1750. nei paesi
balcanici lelemento attivo il clero, non luniversit. Questo meccanismo, nel quale le chiese
ortodosse forniscono gli apparati e le competenze che servono a creare le basi culturali
dellulteriore espansione dei micronazionalismi situati nel campo delle rivalit austro-russo-turche,
di importanza fondamentale.
Si impongono allattenzione tre episodi che illustrano altre metamorfosi della Santa alleanza contro
le nazionalit. Il primo la lotta per lindipendenza sostenuta dalla Grecia. Lintervento militare e
successivamente lappoggio diplomatico della Russi, della Francia e della Gran Bretagna
permettono ai greci di separarsi dallimpero ottomano nel 1829. Lindipendenza del Belgio
conferma ulteriormente lo spostamento sei cattolici verso il principio di nazionalit. Malgrado
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lesito disastroso, lepisodio polacco il pi nobile. Divenuta nel 1815 regno autonomo sotto
lautorit dello zar, la Polonia insorge nellautunno del 1830. Migliaia di profughi polacchi e
cattolici affluiscono verso stati europei altrettanto cattolici. Qui saranno fatti segno di
manifestazioni di solidariet religiosa categorica. Il risveglio della libert ad opera della fede.
3. Il principio delle grandi nazionalit davanti alla primavera dei popoli
Lopinione pubblica dellEuropa occidentale si mobilita dal 1830 al 1870 per lattesa unit politica
della Germania e dellItalia, che tuttavia pone un dilemma insolubile al giovane cattolicesimo delle
nazionalit e ai governi che devono farsene carico. Da un lato lunificazione completa dellItalia
comporta la scomparsa dei possessi territoriali del papa, gli stati pontifici; dallaltro, dopo la
formazione del nuovo impero germanico un problema quasi altrettanto grave nasce dalla
coabitazione delle due comunit confessionali (cattolici e protestanti). Ecco perch il nazional-
cattolicesimo si fa da parte per ricomparire dopo parecchio tempo sotto una forma diversa.
Che la componente religiosa non sia pi intervenuta se non come ostacolo o elemento mancante
spiega in gran parte perch lItalia e la Germania si siano costituite in stati-nazione seguendo un
percorso verso il ripudio della logica sociale della nazionalit, a tutto vantaggio di una logica di
stato. Lunificazione politica della nazione germanica lopera consapevole dello stato prussiano e
non il prodotto della comune volont popolare.
Lunificazione dellItalia si rivela diversa negli elementi, ma simile nel processo, determinato dal
ruolo decisivo del regno di Sardegna. Sebbene meno premeditato e pi movimentato di quello
tedesco, il processo unitario italiano si inscrive nella stessa traiettoria: quella di una nazione e di un
nazionalismo orchestrati da stati che si sono limitati a sfruttare lidentit nazionale delle rispettive
societ per meglio riaffermare il primato della dimensione politica su quella etnica e culturale.
4. Il purgatorio dei micronazionalismi
Lunificazione tedesca e quella italiana chiudono la fase della formazione dei grandi stati-nazione
europei e segnano, intorno al 1870, una svolta nel nazionalismo.
Le piccole nazioni erano, gi da un po, politicamente indesiderabili sia agli occhi dei governanti,
sia a quelli dei nazionalisti tanto liberali che rivoluzionari. Ma queste sono gi scosse da
movimenti nazionalisti affermati e questi micronazionalismi irridono ai valori del nazional-
liberalismo innalzando la solidariet etnica e il linguaggio ad attributi primordiali e addirittura
imprescindibili dalla nazionalit. Questi sobillatori sono evidentemente condannati dagli stati-
nazione colpiti nei loro principi e nelle loro ragioni politiche. Perci i micronazionalismi nati dopo
il 1870 dovranno subire un lungo purgatorio che dura fino al 1914. Alcuni riusciranno a dare
origine a stati accolti di malagrazia, mentre altri avanzeranno ancora per molto lungo vie oscure.
I micronazionalismi vittoriosi anteriori al 1914 si situano principalmente nellantica area ottomana.
il caso della Serbia, della Romania e, pi tardi, della Bulgaria. LIrlanda non otterr lautonomia
interna fino al 1914. Pi incoraggiante il caso della Norvegia che ottiene pacificamente
lindipendenza nel 1905. Niente di simile in Spagna, dove intorno al 1890 londata nazionalista
dilaga nelle province basche e in Catalogna, e tuttavia il passo politico decisivo non ancora stato
compiuto.
Indubbiamente il principio della nazione elettiva apparso verso il 1830 gi in crisi; il
disorientamento politico provocato dalla rivoluzione russa del 1917 indurr gli artefici del trattato
di Versailles a sferrare il colpo decisivo.

Capitolo VII - Il 1917: il nazionalismo di fronte alla rivoluzione


La guerra del 1914-1918 appare come il coronamento di ununione patriottica che fonde concezioni
della nazione fino a quel momento antitetiche e segna il trionfi del nazionalismo di stato nella sua
pienezza. Ma il paradosso che nello stesso tempo essa viene rapidamente a coincidere con il
crepuscolo di quel fervore in cui la destra e la sinistra si erano riunite nel culto incondizionato di
tutte le patrie.

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Il 1917 segna lo spartiacque tra le due epoche. A un tratto, nei dirigenti delle potenze in lotta il
terrore del contagio comunista mette a tacere ogni altra paura. Da quel momento cercheranno di
trovare un antidoto a quel pericolo immane e imprevisto, ma non sapranno fare altro che puntare
sui micronazionalismi soffocati da decenni per utilizzarli come argini alla minaccia rivoluzionaria
l dove essa appare pi incombente - nellEuropa centrale e orientale. Cos le grandi nazioni
caricano la polveriera delle piccole nazionalit la cui esplosione era con ci stesso gi innescata.
Cos contribuiscono anche alla nascita di una nuova variet di nazionalismo attivo: quel tardivo
nazionalismo contemporaneo che di etnico ha solo il nome, perch ubbidisce innanzitutto a puri
calcoli di opportunit da parte di coloro che operano per innescarlo.
1. LEuropa bellicosa
Fra le potenze chiamate a confrontarsi nel 1914, una sola resta immune al contagio del
nazionalismo di stato: lAustria. Il crepuscolare impero viennese ha raggiunto la perfezione dei
regimi in declino.
Per il resto la maggior parte della popolazione austriaca di lingua tedesca si sente piuttosto
nazional-tedesca. Quanto ai sudditi del regno dUngheria, si considerano semplicemente
ungheresi, e allo stesso modo i boemi si sento dei cechi sudditi degli Asburgo, gli abitanti della
Polonia si sentono polacchi e cos via. Eppure nellestate del 1914 la mobilitazione generale si
svolge ovunque senza incidenti, senza che le nazionalit distinte dellimpero abbiano veramente
ancora gustato il frutto del nazionalismo.
2. La Grande guerra sciovinista
Nel resto dellEuropa, lo scoppio del conflitto suscita entusiasmo; questo almeno quello che si
dice. Ogni popolo si sente aggredito e pertanto convinto della giustezza della sua causa.
La guerra del 1914-1918 si presenta subito come una lotta per la libert dei popoli e la democrazia
contro lautoritarismo, sia da parte francese, inglese o belga che nel campo avverso. La cosa
importante non questa metamorfosi del patriottismo, ma la generale flessione di una sinistra
europea che aderisce alla causa nazionale anche nel suo orientamento pi guerrafondaio. Di pari
passo si verifica una riconversione degli ambienti intellettuali: il tono si avvicina spesso a quello di
MaX Weber, il quale in Germania si rallegra della riconciliazione fra le lite, i ceti e i partiti nata
dalla guerra grande e meravigliosa.
Per giunta la stampa alleata cerca di far credere ai lettori che la guerra non fa vittime se non nel
campo nemico. Solo in seguito non si potr non mostrare i cadaveri della propria parte lasciati sui
campi di battaglia.
I socialdemocratici restano i soli a caldeggiare una pace senza conquista, sia pure difendendo
anche loro la tesi della guerra difensiva. Ma il grosso della popolazione li ascolta appena e
preferisce plaudire alla guerra sottomarina a oltranza. La grande delusione arriva solo nel 1917. i
popoli cominciano a capire che le atrocit degli uni valgono quelle degli altri. Milioni di
combattenti sono gi caduti in offensive e controffensive senza scopo n effetto. Reggimenti
francesi si ammutinano, le donne nelle fabbriche di armi si mettono in sciopero. In Inghilterra i
volontari si sottraggono al servizio militare, tanto che viene introdotta la coscrizione obbligatoria.
In Germania, sono le privazioni dei civili ad avere ragione dellunit nazionale. LAustria cerca
invano di concludere una pace, mentre gli italiani sono stremati e i russi si decidono a entrare nella
rivoluzione per uscire dal conflitto.
3. La riabilitazione delle micronazionalit
La crisi rivoluzionaria in Russia giunge inaspettata.
Carlo IV vede i pericoli della rivoluzione eppure, almeno nei primi tempi, non sar la rivoluzione
proletaria a gettare lo scompiglio nei suoi molti possedimenti. Si assiste al propagarsi di un
entusiasmo nazionalista che tende a smembrare limpero.
Queste prese di posizione autonomistiche rimangono moderate: non mettono in discussione la
sopravvivenza dellimpero, a condizione che si compia un rimaneggiamento sulla base del
principio di adesione volontaria delle componenti nazionali e qualche ridefinizione interna di

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confini. Quattro fattori purtroppo insidiano questa compostezza: 1) il fallimento dei tentativi di
ristrutturazione di Carlo IV; 2) la mancanza di tempo; 3) il tumulto che coinvolge popolazioni
diverse dallaustriaca e dallungherese; 4) lazione dei leader nazionalisti esiliati.
LAustria e soprattutto la Germania danno lesempio di unirresponsabilit politica che, cercando
di conseguire vantaggi a breve termine, comprometter per decenni lequilibrio del continente. Le
potenze cosiddette centrali intendevano indebolire la capacit militare della Russia imperiale. In
questa prospettiva, nel 1916, nelle regioni conquistate, gli austro-tedeschi restaurano un regno di
Polonia. Questa politica subisce una battuta darresto durante i primi mesi della rivoluzione
russa, ma ad onta della reticenza austriaca, i tedeschi sono troppo tentati di accelerare il crollo
della Russia per resistere. Intervengono in Finlandia in difesa dell'indipendenza subito insediata
dalla guerra civile, riconoscono lindipendenza della repubblica democratica ucraina, permettono
ai paesi baltici occupati di compiere sotto la loro protezione una secessione di fatto. La Germania
favorisce la formazione di una federazione transcaucasica comprendente lArmenia, lAzerbaigian
e la Georgia.
Questi precedenti pongono gli alleati di fronte a un dilemma: sfruttare o no come la Germania
londata delle micronazionalit? Ci saranno lunghe esitazioni, ma alla fine attueranno la stessa
politica. il processo diventa irreversibile senza essere premeditato.
La Gran Bretagna, il 14 agosto 1918, si decide a dichiarare la Cecoslovacchia nazione alleata.
Dimostrano cos che per gli alleati delle potenze vittoriose lindipendenza nazionale a portata di
mano. Fra questi si schierano dunque Serbia, Romania, Cecoslovacchia, Polonia, Montenegro e
anche la Grecia.
4. Il nazionalismo arrivista
Cos, dopo la fioritura rivoluzionaria del nazionalismo europeo associata, sul finire del Settecento,
al trionfo dellidea di sovranit popolare, dopo la sua successiva trasformazione in patriottismo di
stato intorno al 1850 nel contesto del consolidamento delle grandi nazionalit, gli anni fra il 1917 e
il 1919 diventano, quasi per sbaglio, il teatro della sua terza svolta. Stavolta la logica che riabilita il
diritto delle piccole nazionalit a costituirsi in spazi di sovranit appare accessoria e improvvisata,
ad onta del suo potenziale distruttivo. La parcellizzazione delle frontiere un semplice artificio
costruito ingigantendo puri risentimenti politici o travestendo un malcontento di natura
amministrativa e linguistica. Lo smembramento del cuore dellEuropa si spiega solo con
motivazioni politiche o personali di ordine relativamente subalterno. Le grandi nazioni credono di
operare con questo mezzo una diversione capace di deviare lincendio rivoluzionario che divampa
in Russia. Infine, nellimposizione dei trattati di pace i vincitori gestiscono senza discernimento le
conseguenze di questa strategia.

Capitolo VIII - Il caricamento della polveriera


La ridefinizione delle frontiere dellEuropa centrale mirava nellimmediato a proteggerla dal
contagio della rivoluzione russa orientandola verso la valvola del nazionalismo. Lobiettivo non
stato raggiunto. Per i paesi dellEuropa centrale o orientale immuni alle manifestazioni dirette
della fiammata rivoluzionaria, si apre un periodo di instabilit e di autoritarismo perch dominati
dallesasperazione dei particolarismi, fattisi pi aggressivi che mai.
1. Le nuove prigioni delle nazioni
Osserva Eric Hobsbawm: la maggior parte dei nuovi stati edificati sulle rovine dei vecchi imperi
risultavano altrettanto multinazionali delle vecchie prigioni delle nazioni che avevano
sostituito. Per giunta essi si rivelavano pi repressivi e meno rispettosi dei diritti delle diverse
componenti al loro interno.
Il progetto di democratizzazione sostenuto dagli alleati al termine della prima guerra mondiale
fallisce per ragioni legate in gran parte a ridistribuzioni territoriali ed etniche le quali, pretendendo
di far coincidere nazionalit e stati, hanno aggravato le frustrazioni nazionaliste. La pratica
democratica non pu instaurarsi se manca un presupposto: la coscienza che un popola ha della
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propria esistenza in quanto comunit omogenea sul piano dei valori, della lingua o di una
parentela fisica anche immaginaria.
2. La politica comunista delle nazionalit
Dopo il 1945 i governi rapidamente passati sotto il controllo dellUnione Sovietica mettono fine alla
breve storia di questi satelliti della Germania, ma non sanano le ferite che ne avevano determinato
la nascita, anzi le riaprono per tre diversi motivi. Innanzitutto perch anche i nuovi governanti
fanno appello a un patriottismo esacerbato per rafforzare lascendente dellideologia marxista-
leninista o per mascherarne le debolezze. Il secondo motivo ha attinenza con la dottrina giuridica
del comunismo, che dissocia la cittadinanza globale dei paesi posti sotto una costituzione federale
dalla nazionalit particolare delle diverse repubbliche federate. La terza causa di tale inasprimento
infine deriva indirettamente da quella stessa dottrina: il potere centrale compensa la mancanza di
autonomia politica reale dei membri delle diverse federazioni con la concessione di privilegi
culturali, amministrativi ed economici che consolidano la struttura materiale di stati potenziali,
capaci, alloccorrenza, di reagire contro la tutela schiacciante dellapparato totalitario prendendo la
via del separatismo.
Solo con la grande guerra patriottica del 1941-1945, questa manipolazione del nazionalismo
raggiunge il suo pieno sviluppo. Le democrazie popolari seguono la stessa linea, alloccorrenza
anche per arginare la Russia e sottolineare lo spirito dindipendenza dei comunisti locali (Albania;
Romania).
Reazione contro la dottrina comunista.
Questa politica si rivelata gravida di effetti perversi. Talvolta stata brutalmente repressiva o
addirittura omicida. Daltra parte quella politica ha assunto un volto diverso al momento di
consolidare in una prospettiva pre-nazionale delle identit locali rimaste nel vago o di rafforzare
particolarismi nazionali appena abbozzati. Nel Caucaso e nelle repubbliche asiatiche ha sostenuto
lo sforzo di standardizzazione di lingue frammentate in pi dialetti, lespansione di una cultura
letteraria, di una lingua a stampa, ecc. Le culture nazionali hanno cos acquistato il prestigio e il
supporto di cui mancavano.
La dominazione comunista, invece di relegare tra gli anacronismi le tensioni separatiste generate
dai trattati posteriori al 1918, ha ridato loro nuova lena.
3. Lesplosione
Niente, nellanno successivo al crollo del muro di Berlino, autorizzava a prevedere la violenta
esplosione dei nazionalismi separatisti. Persino in Jugoslavia altri indizi autorizzavano un
pronostico ottimistico. Il quadro era ancora pi rassicurante in Cecoslovacchia. Quanto allUnione
Sovietica, aveva il volto e la saggezza di Michail Gorbaciov. In apparenza la via tracciata era quella
della democratizzazione; pi che in un risveglio dei particolarismi, lostacolo principale sembrava
consistere nelle difficolt della riforma economica.
Lesplosione iniziale avviene nellUnione Sovietica. Alla fine del febbraio 1988, nella citt di
Sumgait, in Azerbaigian, un pogrom anti-armeno provoca decine di vittime. Gorbaciov non prende
nessun provvedimento e non ha una parola di commiserazione. Lazione ha avviato la spirale dei
processi di secessione nel Caucaso. Di l a due anni le manovre di Gorbaciov contribuiscono a dare
un tono altamente conflittuale alla conquista dellindipendenza dei paesi baltici.
Nel caso della Jugoslavia i detonatori ammontano a quattro e ricorrono tutti o in parte, in primo
piano o latenti, in ogni processo di disgregazione degli stati ex comunisti.
Il primo prende spunto dalla controffensiva di una nazionalit dominante ma contestata che
approfitta delle circostanze per tentare di riconquistare legemonia provocando una reazione
separatista da parte delle altre.
Il secondo si inscrive nella strategia di riconversione patriottica e xenofoba delllite comunista che
punta un questo espediente populista per non essere messa in disparte.
In terzo luogo interviene la manovra classica degli intellettuali che colgono al volo lopportunit di
diventare primi in un campo ancora da creare.

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Un ultimo fattore rende lesplosione irreversibile. Esso trae forza dallabisso che si spalanca con la
rapida e deliberata degenerazione in criminalit delle guerre civili appena scoppiate, da cui
derivano rotture insanabili fra gruppi umani che fino a quel momento convivevano pacificamente.
Ad ogni modo, concomitanti o isolati, questi fattori dellirrompere dei nazionalismi il cui innesco
allinizio restava contingente provocano una serie convulsa di dichiarazioni di indipendenza.
Il risultato di tanti sconvolgimenti difficile da valutare. A prima vista essi non risolvono quasi
mai il problema dei gruppi linguistici e religiosi smembrati fra pi paesi: anzi dal 1918 il tasso di
disseminazione continua ad aumentare.
Non si possono mettere sullo stesso piano tutti i giovani stati post-comunisti. Alcuni - i paesi
baltici, la Croazia, la Slovenia, lArmenia e in misura minore la Georgia - corrispondono a identit
comuni difficilmente contestabili e cementate dalle sofferenze patite dal 1918 in poi. Altri non
convincono o si fondano, come in certe regioni del Caucaso, su un particolarismo islamico che ha
una logica diversa da quella del nazionalismo. Pi in generale anche se inizialmente lattuale
espressione delle micronazionalit dellEuropa centrale e orientale ha fatto appello allidea
democratica della sovranit popolare, nella pratica ha smentito quasi subito questa relazione. Il
mutamento tuttavia dipende dal processo di formazione che ha relegato in secondo piano lopera
di democratizzazione delle societ interessate o lha completamente soffocata.

Capitolo IX - Dalle patrie ideologiche al separatismo a domicilio


La macabra apoteosi dei paesi ex comunisti avrebbe potuto chiudere la parabola del nazionalismo
europeo se, dopo il 1918, esso non si fosse riacceso nei paesi occidentali sotto forme diverse. Se da
un lato il nazionalismo di stato ha dovuto subire fino agli anni Sessanta la concorrenza di nuove
patrie ideologiche che, inizialmente nemiche delle patrie territoriali, hanno finito col diventarne
alleate, dallaltro i paesi dellEuropa occidentale hanno assistito allespandersi, al loro interno, di
correnti separatiste che nulla avevano di balcanico.
1. Dallinternazionalismo allantifascismo
Allindomani della Grande guerra, il sentimento nazionale assume toni generosi. Sorge un
movimento per la riconciliazione franco-tedesca. Nel settembre 1931, la visita ufficiale di Laval e
Briand a Berlino, la prima dalla fine della guerra, una conferma della distensione.
Interviene anche la chiesa cattolica: nel 1926, il papa Pio XI condanna lidolatria della nazione; nel
1931 e nel 1937, con due encicliche, condanna la frenesia nazionalista dei nuovi regimi totalitari
dItalia e di Germania. Purtroppo le speranze di riconciliazione europea sono sfumate troppo in
fretta. Torna allordine del giorno un risentimento nazionalista ancora pi virulento dei
patriottismi nazionali della Grande guerra.
Nazionalismo e totalitarismo si confondono. I teorici del nazismo preferiscono parlare non di
nazione ma di popolo. Tutto, nel loro frasario, cessa di essere nazionale e diventa popolare.
Lesaltazione del popolo serve a screditare il vecchio nazionalismo di stato e, insieme, lo stesso
stato liberale. Il progetto nazista mira ad abbattere lo stato di diritto classico.
Allindomani della guerra del 1914-1918 i futuri intellettuali internazionalisti, alcuni orientati a
sinistra, altri a destra, non erano ancora n marxisti n fascisti. Si limitavano a voltare le spalle a
ci che era ormai lEuropa: un puzzle di stati che, in mancanza di meglio, si aggrappavano alle loro
identit meschine. Molti scrittori e artisti per volevano qualcosa di diverso: una redenzione del
mondo, annunciata per alcuni dalla rivoluzione sociale avviatasi in Russia, per altri da ci che la
rivoluzione razzista si avviava a diventare.
Frattura insanabile fra le due internazionali, quella del comunismo e quella del totalitarismo di
destra. Nelluno come nellaltro caso, la sudditanza ideologica prevale sulla sudditanza nazionale
nel senso di liberale, territoriale e statuale che aveva avuto corso fino a quel momento. La rottura
diventa totale nel 1928, quando lInternazionale comunista lancia la consegna della lotta di classe
come una sorta di dichiarazione di belligeranza transnazionale.

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2. Dallantifascismo al patriottismo nazionaldemocratico
Questa svolta presenta un inconveniente: la delocalizzazione delle patrie urta altri intellettuali la
cui sensibilit si colloca ugualmente a sinistra e che vorrebbero conciliare le simpatie per
linternazionalismo con quei legami nazionali che esitano a rompere e con una fede democratica
ancora liberale e pluralista. La firma, nel maggio 1935, del patto franco-sovietico conferma che ora
la svolta viene da Mosca. In quel documento non si parla pi di guerra classe contro classe. La
parola dordine quella di unalleanza contro il nemico ideologico primordiale: il nazismo. In
questa prospettiva i borghesi di ogni paese con i loro partiti vengono accettati come alleati con cui
lottare fianco a fianco. nata linternazionale dellantifascismo.
Linnesto dellantifascismo rinnova il patriottismo allinterno di una vasta area di leader
dopinione o di compagni di strada del comunismo.
Dal 1936 al 1939 la guerra di Spagna segna il culmine di questa unione fra la patria degli antichi e
linternazionale dei moderni. Per due generazioni, essa si trasforma in quello che, per le
generazioni pi giovani, saranno le guerre del Vietnam e poi dellAmerica centrale: uno dei grandi
miti del nostro tempo, forse il pi suggestivo fra quelli che hanno animato lideale politico.
Nessuno ha potuto contemplarla con occhi indifferenti, poich essa appariva come il fattore
cruciale di una nuova forma di impegno regolata dal mito manicheo dello scontro fra il Bene e il
Male.
Il nazional-internazionalismo antifascista e democratico si espande a macchia dolio, mentre il suo
opposto si disgrega. Durante il conflitto, i settori di destra e i transfughi della sinistra si vedranno
costretti a rinnegare il nazionalismo xenofobo per rifugiarsi sotto il manto dellinternazionale della
collaborazione. Linternazionalismo antifascista di segno progressista si arricchisce cos di un
contenuto democratico di fondo che lo scioglie dal legame con la rivoluzione sociale. Da un lato
rinasce il classico risentimento contro un nemico sempre dipinto come esecrabile; dallaltro, in quel
contesto si riaccende anche il senso nazionale nellaccezione pi alta: quella di un sentimento
condiviso da un corpo politico cementato dal principio della sovranit popolare.
3. I separatismi a domicilio
Dopo il 1945 lo spirito nazionaldemocratico trionfa con la vittoria sul totalitarismo nazista e poi
con la lotta contro laltro totalitarismo, quello comunista. Leffimera tregua ricopre due diverse
realt. In primo luogo i micronazionalismi frenati dallespandersi delle grandi nazioni
caratterizzano compiutamente certi paesi dellEuropa occidentale. Inoltre il caso irlandese ne la
variante pi originale, pi durevole e anche la pi sfuggente rispetto alle interpretazioni correnti
del micronazionalismo.
Il caso irlandese smentisce le interpretazioni correnti dellemergere dei micronazionalismi europei,
nei quali qualcuno aveva voluto vedere un fenomeno tardivo, uscito dal limbo a met
dellOttocento. La frustrazione nazionale dellIrlanda invece si rivela molto pi antica. Inoltre,
nella prima fase non esasperata dal meccanismo culturale in cui si voluto vedere lelemento
scatenante comune alle identit micronazionali. Tre diversi fermenti ne determinano lattivazione.
Il primo, a lunghissimo termine, fondato sul plurisecolare risentimento suscitato dallegemonia
inglese, continua a ispirare il senso di identit o di differenza del popolo. Gli altri due fenomeni
della rivendicazione nazionale irlandese intervengono a pi breve termine e scandiscono il suo
trasformarsi in un preciso oggetto di rivendicazione politica. Da un lato c la minaccia di
annientamento demografico seguita alla carestia della met dellOttocento. Dallaltro bisogna
considerare il valore di monito assunto da due precedenti: lo smembramento dellAustria-
Ungheria ad opera degli alleati dopo il 1918 e la lotta per i diritti civili dei negri americani dopo il
1960.
I separatismi a domicilio, ritenuti trascurabili dai paesi dellEuropa occidentale, si osservano in
Spagna e in Belgio. Come spiegare il contrasto fra la moderazione catalana e lesasperato
particolarismo basco? In entrambi i casi lespressione dellidentit procede dalla mancata
formazione di uno stato spagnolo unitario nel corso dellOttocento. Le lite politiche ed
economiche catalane hanno aderito al movimento autonomista influenzandolo largamente in senso

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moderato, mentre fra i baschi lattivismo separatista ha trovato seguito in settori che nulla avevano
da perdere da una radicalizzazione del movimento.
Con minore profondit storica, il conflitto che in Belgio oppone fiamminghi e valloni parte di un
processo per certi aspetti simile ai micronazionalismi spagnoli. Anche qui la mobilitazione del
particolarismo linguistico e culturale ha favorito il sorgere delle rivendicazioni fiamminghe.
NellEuropa occidentale i separatismi di qualche consistenza si configurano come reazione contro
le metamorfosi economiche dello stato-nazione liberale o come frutto di un rancore plurisecolare,
mentre dipendono solo superficialmente dalle sindromi etno-culturali inasprite
dallirresponsabilit politica delle grandi potenze, cos come si possono osservare nellEuropa
centrale e orientale.

Capitolo X - Le risposte dei refrattari


A proposito delle risposte dei refrattari ai nazionalismi passati e presenti, sorge un problema
relativo al loro oggetto. Al di l del termine, di che si parla? Sicuramente del nazionalismo in
quanto pulsione xenofoba spontanea o indotta, ma anche del sentimento nazionale, che definisce il
legame affettivo con unentit non sempre politica, e non il rifiuto di ci che viene da fuori. Si parla
della sudditanza o dellappartenenza a uno stato o a un paese; entrambe offrono unalternativa
tanto al nazionalismo che allo stesso sentimento nazionale, anche se di solito luna e laltra ne sono
elementi costitutivi. Tutte concorrono alla formazione dellostracismo nazionalista, ma alcune -
lappartenenza, il pacifico sentimento nazionale - rappresentano nello stesso tempo il contrario del
nazionalismo, sono soluzioni positive per una diversa messa in opera della cittadinanza della
partecipazione politica.
Lo stato, cos come si sviluppato in Europa a partire dal Trecento, ha sempre coinciso persino nel
linguaggio corrente con la sfera dinfluenza territoriale; lo scettro si associa al segno di confine. La
nazione ideale si ridotta alla realt di una popolazione contenuta entro un territorio statale
esistente o da creare. Con questa nazione-stato, politica e geografica al tempo stesso, gli stessi
espatriati si sono identificati e continuano a identificarsi. Pertanto la dissociazione fra il territorio
statale e lidentit del cittadino rappresenta la posta principale nella prospettiva di un
raffreddamento del nazionalismo.
1. Il crepuscolo viennese
Epilogo di un impero composito che d libero corso allimmaginazione politica nella ricerca della
formula che potrebbe salvarlo dalla lacerazione delle diverse nazionalit. Alla vigilia della prima
guerra mondiale, i progetti concepiti a tal fine sono di gran lunga pi coerenti delle attuali
congetture sul multiculturalismo post-nazionale.
Anche prima che si attuino le riforme, la sorte delle nazionalit soggette alle autorit viennesi
appare comunque invidiabile rispetto alla situazione delle minoranze in Russia, in Prussia e anche
in Francia. LAustria-Ungheria continua per ad essere una monarchia bicefala. Lintolleranza
dellUngheria nei confronti dei gruppi nazionali posti sotto la sua giurisdizione contrasta con il
liberalismo di cui lAustria d prova nei confronti dei suoi. Parallelamente, nel campo austriaco, il
riconoscimento legale dei diritti linguistici delle nazionalit non risolve tutti i problemi n soddisfa
tutte le aspirazioni. Tali divisioni inducono le nazionalit che possono vantare certi antecedenti
storici a schierarsi contro le altre. Inoltre quasi dappertutto pi nazionalit sono mescolate e in
posizione di antagonismo. La contropartita di tali difficolt sta nel fatto che esse stimolano la
ricerca di nuove formule si coesistenza politica.
Nei primi anni del Novecento, Karl Renner (socialdemocratico) formula una proposta di
autonomia personale consistente nelloperare una divisione: da una parte, gi affari economici e
la politica generale, da trattarsi su base territoriale; dallaltra le questioni nazionali, linguistiche o
religiose, la cui gestione andrebbe effettuata al di fuori di ogni riferimento a un territorio o a una
circoscrizione amministrativa. Il governo centrale svolgerebbe il ruolo assegnato a quello che
alcuni chiamano oggi stato di servizio, unentit giustificata unicamente dalla sua utilit pratica.

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Nello stesso tempo, gli individui si iscriverebbero liberamente su registri nazionali assimilati a
persone morali incaricate di questioni culturali ed educative con piena competenza legislativa e di
bilancio.
Si realizza in questo schema la dissociazione fra stato e territorio, mentre lappartenenza nazionale
si stacca da entrambi per esprimersi in una scelta individuale che non comporta alcuna adesione a
un apparato di sovranit e che inscrive la sudditanza politica allo stato di servizio entro i limiti
delle sue finalit, aliene da ogni impegno sul terreno del nazionalismo.
2. La formula elvetica
La coscienza elvetica fa riferimento a un modo di identificazione politica estraneo alle categorie
correnti della sudditanza nazionale. Nonostante ci la loro fierezza e la loro identit collettiva sono
innegabili, purch non le si guardi alla luce delle nazionalit banali.
Nelle circostanze ufficiali, gli svizzeri si riconoscono lun laltro come confederati, ossia legati da
un accordo volontario, e tuttavia distinti. Il concetto nazionale resta volutamente vago. Cos quello
elvetico pu essere interpretato come un impegno non gi di con-cittadinanza sotto tutela, ma di
co-cittadinanza libertaria. Il linguaggio stesso dei politici e della stampa fa riferimento al
Sovrano con liniziale maiuscola, attribuendo al popolo a cui tocca tale onore la maest un tempo
riconosciuta ai monarchi assoluti. La nazionalit svizzera procura solo un sovrappi di garanzie
per lesercizio della cittadinanza, non pretende di incarnare unessenza e contiene a malapena una
identit sostanziale.
Alla mentalit svizzera estraneo il concetto di minoranza culturale o etnica e altrettanto estranea
le lidea di centralit da cui animato il sentimento nazionale. Guardata con disprezzo dai
sudditi delle grandi nazioni la cui identit stata programmata ad alto livello, la risultante della
traiettoria elvetica resta quanto meno fonte di riflessione. Il senso primordiale di appartenenza di
ogni svizzero rientra nella sfera dellindeterminato o dellintimo.
Questo dispositivo a geometria variabile favorisce i particolarismi, i quali a loro volta ostacolano la
pi allarmante chiusura del nazionalismo e si conciliano con lo spirito di universalit che
caratterizza la parte pi illuminata della popolazione. In questo gli svizzeri restano vicini pi di
tutti gli altri a quello che stato il cosmopolitismo dellEuropa illuministica.
3. La Spagna: uno stato senza territorio?
La Spagna un altro esempio, recentissimo, di riformulazione della logica nazionale o, per meglio
dire, dal 1977 illustra il passaggio da una concezione unificatrice della nazione spagnola a una
concezione diversa, multinazionale.
Lera franchista aveva comportato la perdita degli statuti autonomistici ottenuti in epoca
repubblicana e si era risolta in una politica di rivalsa del nazionalismo castigliano sui nazionalismi
periferici, quello basco e quello catalano, e in particolare nellimposizione dello spagnolo al posto
degli idiomi regionali.
Dal tentativo di riparazione, nasce la Spagna delle autonomie. Nascono cos, fra il 1977 e il 1985,
diciannove comunit autonome che finiscono col coprire tutto il territorio spagnolo. Ad eccezione
delle tre comunit (la Catalogna, le province basche e la Galizia) che hanno rivendicato
lautonomia, per le altre sedici si trattato di un regionalismo indotto, un trascinamento
artificiale, destinato a diluire in una certa misura i grandi regionalismi, basco e catalano, che
facevano paura alla nuova Spagna. Si cos delineata una gerarchia della Spagna delle comunit
autonome. Al sommo le tre perseguite con grande determinazione, a un livello intermedio le otto
comunit dotate, per ragioni diverse, di un certo spessore, in basso le altre undici trascinate da una
dinamica alla quale hanno aderito sotto la spinta delle circostanze.
Tuttavia il tratto saliente della democrazia spagnola sta nel fatto che limprovvisa apparizione di
nuovi contesti politici arbitrari abbia provocato la nascita di sentimenti di sudditanza o di
appartenenza e addirittura lemergere di una nuova percezione delle idee di popolo, nazione e
nazionalit. La nazione intesa sia come nazionalit di stato, sia in riferimento alle diverse
nazionalit o popolazioni che fanno parte di quello stato.

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Bisogna dissolvere la propria individualit di cittadini nella nazionalit puntigliosa del luogo in
cui si vive. Nel far ci, i nazionalismi spagnoli si sono ridotti fino a dimensioni talvolta minime e
cos facendo sono diventati troppo piccoli per alimentare una vera aggressivit esterna.
La via austriaca era interessante. Quella spagnola probabilmente lo meno, perch sembra favorire
la formazione di stati-nazione in miniatura, per giunta votati a una perenne frustrazione a causa
della vocazione rientrata alla sovranit.

Conclusioni
Quale che sia la sua sorte a venire, il nuovo assetto della Spagna non fornisce molta materia di
riflessione nella prospettiva di unidentit europea tutta da creare nei contenuti politici.
Occorre perci trovare altre piste per decifrare un presene segnato da due spinte di segno opposto:
nellEuropa occidentale, lapparente crollo delle sudditanze nazionali classiche associato a una
sorta di elogio delleterogeneit; nella parte orientale, un ritorno delle passioni nazionaliste.
1. LOccidente o lelogio alleterogeneit
Lerosione della sovranit degli stati una realt legata al carattere sempre pi globale degli
equilibri economici, sociali, politici, ideologici o religiosi. Inoltre, per resistere insieme a simili
pressioni, gli stati hanno acconsentito spontaneamente a cedere parti cospicue di sovranit, in
particolare nel contesto dellUnione Europea. Da ultimo, mentre la conclusione del conflitto fra
Oriente e Occidente sembrava annunciare la fine degli scontri ideologici transnazionali,
lirrompere sulla scena dei grandi movimenti religiosi fondamentalisti e poi di altre correnti
integraliste che presiedono al risorgere dei nazionalismi di tipo etnico, ha fatto s che avvenisse
esattamente il contrario. Il fondamento della democrazia nei diversi paesi - la democrazia-
nazionale - ne uscito indebolito. Il senso comune vede nel nazionalismo il principio ispiratore di
tutte le guerre e di tutti i genocidi moderni; alloccorrenza affibbia la qualifica di etnico a quello dei
paesi non occidentali. Quando allattaccamento nazionale, catalogato come una patologia sociale
che, sebbene pi benigna, relega chi ne soffre fra le persone sorpassate. Da parte sua, il
nazionalcivismo disgiunto dallaggressivit non pi di moda. Inoltre il sentimento nazionale,
dovunque si manifesti, visto in Europa occidentale come un deplorevole inconveniente
manipolato da governi discutibili o addirittura criminali.
Questa sensibilit postnazionale ubbidisce a una tendenza a ripudiare il dovere collettivo della
morale positiva, a vantaggio di una scelta etica contingente inscritta nella ricerca della felicit
individuale o dellimpegno personale. Di qui, oggi, lattenzione quasi esclusiva che esercitano le
cause liberamente scelte: cause umanitarie, ecologiche, oppure di difesa e illustrazione di qualche
gruppo particolare, ribattezzato minoranza.
Voltando le spalle alle sudditanze durevolmente inscritte in un territorio o in uno status politico,
questa regola di vita tende a privilegiare le appartenenze elettive effimere. Tuttavia questo civismo
si moda si risolve non pi in unesaltazione ella solidariet, bens in un elogio delleterogeneit.
Il prodotto pi noto di questo neocivismo dellelogio delleterogeneit la dottrina del
multiculturalismo, attualmente criticata negli Stati Uniti ma ripresa in Europa. La semplice
tolleranza non basta pi, anzi prende il volto del disprezzo, poich, secondo i canoni del
multiculturalismo, solo il riconoscimento assoluto delle differenze, dellequivalenza di tutto con
tutto dellassenza di qualsivoglia normalit dovrebbe regolare le relazioni fra individui.
Colta nella sua coerenza globale, questa consacrazione delleterogeneit arriva a dissociare dei
contesti di esistenza - stato, mercato, societ, reti di solidariet - che non si sovrappongono pi.
Inoltre sancisce la definitiva chiusura su se stesse delle minoranze etniche, religiose e anche
regionali gi costituite, e in avvenire di tutte le altre appena delineate o ancora da inventare. In
queste condizioni, lapertura della collettivit nazionale assume laspetto di un artificio imposto.
Esiste lalternativa offerta dal collante dellidentit europea, che potrebbe fondarsi sui valori
comuni alEuropa occidentale e anche centrale. Peccato che sia stato fatto molto poco per sfruttare
questo patrimonio condiviso. Lapparato dellintegrazione europea rimasto prevalentemente
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giuridico, tanto che invece di unire gli europei, li divide. perch si sviluppi nel continente
unidentit politica collettiva, forse bisogna che prima vi si consolidi uno spazio pubblico di
dibattito tale da rendere gli europei consapevoli dei loro interessi comuni e di un interesse generale
superiore a quello delle parti.
2. La caricatura dellEst
Nelle attuali analisi della realt nazionale europea unaltra ombra la rappresentazione
caricaturale che lOccidente d delle passioni nazionaliste dei paesi un tempo comunisti.
Se per un verso si parla di trib dai costumi inaccettabili, per laltro si vorrebbero integrare questi
transfughi della dittatura totalitaria nella grande famiglia europea, ma solo a condizione che si
liberino, per lappunto, delle loro deplorevoli tendenze tribali. Questo porta a gerarchizzarli in
modo arbitrario in funzione di categorie precostruite fin dalla met dellOttocento. Questa visione
tende a perpetuare negli europei dellEst unillusione di un ingresso nella famiglia delle vecchie
democrazie europee che restituirebbe loro, come per un dono del cielo, il patto di sudditanza
politica.
Poich la sfida lanciata ai paesi dellEuropa centrale e orientale si inscrive in primissimo luogo
nellurgenza di ricostruire una collettivit politica capace di supportare lesercizio della
democrazia, evidente che essa non pu essere vinta con scappatoie o finte dettate dalla messa
allindice dellattaccamento nazionale. Il risorgere di un simile attaccamento, almeno relativo,
condiziona la formazione del corpo politico in senso classico, in quanto raggruppamento
volontario di cittadini disposti a vivere sotto lo stesso governo in virt di un contratto tacito che lo
renda legittimo.
3. Le prescrizioni impossibili
Del resto quel fattore di identificazione nazionale continua a prevalere a ovest, sia per reazione
contro gli anatemi che gli vengono scagliati contro, sia per un effetto perverso dei sentimenti
confusi di chi li proferisce. Quello che stato un tempo lo spirito patriottardo continua a snaturare
gli eventi sportivi a buon diritto detti internazionali. I giochi olimpici prendono il posto delle
guerre. Per giunta sui margini continua a fare la sua parte la vanagloria militare. Cos gli europei
esaltano il coraggio dei loro soldati quando mandano i Caschi blu in Croazia e in Bosnia. Il fatto
che i responsabili politici conoscono queste aspettative patriottiche, se non nazionalistiche, e
tentano di sfruttarle, in particolare per giustificare gli stanziamenti in favore della Difesa.
Pi degno di nota sembra il pregiudizio di superiorit o di irriducibilit nazionale che perdura
inalterato. Colpisce lo spostarsi di formazioni politiche fino ad allora moderate verso posizioni di
affermazione nazionale. Significativa anche la reazione ambigua contro le tesi multiculturaliste
che oggi approda in Europa.
Per lEuropa occidentale, il solo antidoto a questa ricaduta nel grembo della nazione potrebbe
essere fornito dallideale dellunificazione, se non si sapesse che ad esso manca stranamente ogni
appoggio volontaristico. Perci lo studioso di scenari futuri deve interrogarsi sullazione, possibile
e improbabile al tempo stesso, atta a procurargli una forza bastante a contrastare quella del
nazionalismo ritrovato. Gli strumenti di tale azione sono noti, sono stati usati in tutta lEuropa,
dove le feste e gli inni nazionali sono simboli di identificazione politica creati in funzione di una
tecnica di comunicazione senza misteri. Lemozione si costruisce. Ma il ricorso a questi mezzi
presuppone che unautorit centrale ritenga di usarli. LEuropa non dispone di uno stato che si
trovi nella necessit di farlo, mentre i dirigenti politici restato tropo confinati nei codici specifici dei
rispettivi paesi.
Fare congetture sulla sorte delle nazionalit dellEuropa centrale e orientale ancora pi rischioso.
Si pu solo dire che per le societ che la compongono il principale ostacolo forse rappresentato
non tanto dalla tentazione della nazione etnica, ma dalle pretese della nazione giacobina, pavesata
di valori universali ma tutta tesa a sottomettere a un governo centrale delle popolazioni che
rimangono estranee.

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Il problema, che li trascende, che la democrazia, specialmente agli inizi, pu sperare di
consolidarsi solo se i cittadini che essa tenta di convincere della propria legittimit credono di
riconoscersi nei dirigenti politici.
Il legame nazionale ha fornito e continua a fornire il contesto indispensabile alla costituzione di
sistemi di governo fondati sul consenso esplicito dei governati, ossia di democrazie. Pertanto, ha
una diversa portata nellOccidente e nellEst europeo. A Ovest, nelle vecchie democrazie,
rappresenta ormai una sopravvivenza quasi parassitaria poich non contribuisce pi al progresso
della cittadinanza, anzi ne ostacola la proiezione europea. La situazione delle giovani democrazie
dellEuropa orientale resta invece tributaria del collante nazionale per un tempo imprecisato. Esse
non possono ancora fare a meno della simbiosi fra limpegno civico a bassa intensit e il ben pi
pregnante senso di comunione nazionale che ha presieduto in passato al radicarsi della fede
democratica nellEuropa occidentale. Il senso democratico non un prerequisito del consolidarsi
dei regimi di libert, bens un risultato. Si diventa democratici praticando la democrazia. Le
democrazie nascenti hanno bisogno per molto tempo di democratici nazionalisti. Solo in un
secondo tempo esse possono avviarsi verso un contratto politico pi evoluto: un contratto in cui lo
stato-nazione ceda il posto a nazioni-stato dove lapparato di governo non sia pi sentito in modo
viscerale.

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