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IP52 P45 l Valdesi : primitiv

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I VALDESI
PRIMITIVI, MEDIANI e CONTEMPORANEI
PER

GIO. PERRONE
D. C. D. G.

Prefetto degli studfl nel Collegio Romano

TORINO
TIP. DELL' ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES
1871.
PROPRIETÀ DELL EDITORE

UN 10N
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INTRODUZIONE

Il semplice titolo di Valdesi primitivi, me


diani e contemporanei può bastare a dare
un'idea generale di questo lavoro, che com
prende tutto ciò che vi ha di più importante
"** a sapersi intorno ai Valdesi nelle diverse e-
^ poche della loro storia dalla origine fino al
r presente.
Due sono le principali quistioni che spesso
» s'intrecciano insieme intorno ai Valdesi pri-
j— mitivi. La prima riguarda la loro origine,
— se essi vengano da Valdo, come dice il lor
nome, nella seconda metà del secolo XII,
4 o se sono assai più antichi, come essi van-
^- lavano, ed osano talvolta vantare ancora;
F altra quistione riguarda le loro dottrine
IV

primitive, se fossero più o meno in accordo


colle dottrine cattoliche, ovvero più o meno
identiche con quelle dottrine, che furon poi
professate dai protestanti, i quali preten
dono che sino ab antico i Valdesi tenessero
le pure dottrine evangeliche della riforma
contro le supposte superstizioni della Chiesa
Romana.
Similmente nella seconda epoca, che di
ciamo dei Valdesi mediani, due sono le pre
cipue quistioni. La prima è dottrinale e ri
guarda le loro successive deviazioni dalla
dottrina cattolica, e le variazioni della loro
dottrina primitiva per l'influenza d'altre sette,
specialmente de' Boemi e de' Protestanti, e
massime de' Calvinisti. L' altra quistione è
storica, e riguarda le tante esagerate perse
cuzioni, che si dicono sofferte dai Valdesi
per solo motivo di religione.
Finalmente nella terza epoca che diciamo
dei Valdesi contemporanei, la prima qui
stione è similmente dottrinale o letteraria
intorno al valore e alla dottrina de' loro
scritti, che in questa ultima epoca si sono
moltiplicati d'assai; l'altra è più pratica in
torno al loro proselitismo in Italia.
Di qui la partizione naturale di questa
trattazione nella quale ho raccolto quanto
v'ha di più interessante intorno ai Valdesi
primitivi, mediani e contemporanei, sembran
domi che un tal lavoro fosse assai oppor
tuno per l'Italia, sì perchè trattasi di una
setta, che da tanto tempo ha avuto sede in
un angolo dell'Italia, e sì perchè ora folle
mente pretende di stendersi per tutta la pe
nisola. Eppure sopra un tale argomento più
che in Italia si sono fatte recentemente degli
studi profondi in Inghilterra ed in Germa
nia. Ho dunque creduto bene far conoscere
questi lavori in Italia, e di unire insieme
gli studi fatti da me e da altri scrittori, se
condo che apparirà dalle citazioni.
Specialmente in riguardo alle origini ed
alle dottrine de' Valdesi primitivi citerò gli
studi critici degli antichi lor manoscritti fatti
dall' Herzog, dal ragguaglio datone dallo Ste
venson negli Annali di Ginevra, e molto più
in riguardo de' Valdesi non solo primitivi
ma anche mediani addurrò la recentissima
opera scritta in inglese dal D. Pio Melia, che
ne ha illustrate egregiamente 1' origine , le
persecuzioni e le dottrine con mólti docu
menti in gran parte dati a luce per la prima
volta da lui. Ora trattandosi di documenti,
VI
pubblicati che siano, essi sono già come un
pubblico tesoro comune, ne rimane però
sempre la gloria principalmente a chi fu il
primo a produrli.
Ma se i documenti già pubblicati quanto
ai Valdesi primitivi e mediani poco più la
sciano da aggiungere v' è ancora non poco
da dire quanto ai contemporanei, come ap
parirà dalla terza parte di questo libro, la
quale è altresì di vantaggio più pratico ,
e quella che dà maggiore interesse ed u-
nità a tutto il lavoro. Giacché lo stesso stu
dio intorno ai Valdesi primitivi e mediani
non è per me un semplice studio di storia
e di critica, come fu fatto da altri autori an
cor protestanti, ma è uno studio diretto a
far conoscere appieno che cosa sia vera
mente questa setta de' Valdesi contempora
nei, che ora vorrebbero evangelizzare l'Italia.
Non è dunque una sterile curiosità di cri
tica, ma si è lo zelo che mi spinse a stu
diare per ogni verso la setta Valdese. Fiso
lo sguardo nel presente, e per farlo appieno
conoscere da chi potesse restarne misera
mente illuso, risalgo fino alla prima origine
della setta, e dimostro che neppure ha quel
pregio di antichità ch'essa vanta, ma che il

-.
VII
suo oscuro autore è I' ignobile Valdo con
una turba di ignoranti ed illusi, i quali per
altro per non breve tempo conservarono as
sai delle dottrine cattoliche, che poi succes
sivamente abbandonarono; e così fo vergo
gnare i presenti non solo per la loro ignobile
origine, ma pel diviare che han fatto dalle
dottrine dei loro stessi maggiori. Di più nella
seconda parte metto sotto degli occhi le suc
cessive lor variazioni di dottrina accostan
dosi ad altri settarii, specialmente Boemi e
Calvinisti; e fo vedere che le vantate per
secuzioni da loro sofferte per preteso motivo
di religione, non furono quasi mai altro che
giusta pena di ribellioni e di delitti; e final
mente venendo ai Valdesi de' nostri tempi
li fo pur vergognare della loro letteratura
contemporanea e del loro proselitismo.
In una parola per mezzo di documenti e
di ragioni tolgo alla setta quel!' aureola di
antichità, e di antica ortodossia, come di
cono , protestante di che si vorrebbero o-
norar i Valdesi primitivi; tolgo ai Valdesi
mediani quell'aureola che pretendono di co
stanza ed immutabilità nella loro dottrina,
e quella corona o palma di martiri di che
si vantano per le pretese persecuzioni reli
Vili

giose, e finalmente tolgo ai Valdesi contem


poranei quell'aureola dottorale di che si sono
scioccamente circondati facendosi co' loro
scritti e colla loro predicazione maestri del
puro vangelo in Italia. Così benché il qua
dro sia vasto, e comprenda insieme i Val
desi primitivi, mediani e contemporanei, pure
tutto ha uno scopo, e un interesse presente.
Il vedere diffusi per l' Italia , ed entrati
persino in Roma per la breccia di Porta Pia
questi evangelici settarii, mentre mi ha ca
gionato dolore nell'animo, mi ha anche spro
nato a prendere la penna per combattere
con queir arme che posso nella mia grave
età i nemici della Chiesa Romana, e di morire
se così piacerà al Signore colle armi in mano.
Non già che io tema per T Italia e per Roma
dal costoro proselitismo, né che creda ardua
impresa il combatterli. Per confutarli basta
conoscerli, ed a farli appunto conoscere io
dirigo coli' aiuto e colla benedizione di Dio
tutto questo lavoro.
PARTE PRIMA

I VALDESI FIRIIMIITIVI
-\
PARTE PRIMA.
I VALDESI PRIMITIVI

CAPO I.
Della vana pretensione di dare alla setta Valdese
una origine più antica di Pietro Valdo.

La più gran parte degli storici Valdesi al fine di


nobilitare questa loro ignobile setta vorrebbe asse
gnarle una origine direi favolosa col farla discen
dere dagli Apostoli stessi, od almeno dai primi
secoli del Cristianesimo. Né ciò si è preteso dai
soli scrittori o storici de' passati secoli, ma ben
anco da recenti scrittori malgrado la così chiara
luce, e la severa critica dell'età nostra. Qualora
non fosse nota l'ignoranza della quale hanno co
stantemente fino a giorni nostri dato pruova gli
scrittori di cotesta comunione, appena potrebbe
esser credibile la pretensione, che tuttora mettono
in campo cotali uomini intorno a così fatto argo
mento. Ed affinché niun pensi, che noi vogliamo
affibbiare una falsa taccia, ci piace preméttere una
breve notizia di scrittori Valdesi anche
• • recenti i quali
ur-ìiON
[ ÌKL0,C0!CAL V S
4
tuttora non si peritano di voler pure assegnare
alla lor setta un' origine che in veruna guisa alla
medesima compete e insieme brevemente confron
tandoli, torremo di mezzo quel prestigio col quale
vorrebbero questi settarii, ed i fautori loro abba
gliare i men cauti, e troppo creduli alle costoro
affermazioni, le quali altro non sono, che o parti
di pretta ignoranza, o d'insigne mala fede.
Fino ai più recenti scrittori si volle da taluni
ripetere la origine dei Valdesi non già da Pietro
Valdo nel secolo XII, ma da un tal Leone sino
dal secolo IV. Omai però è vieta e da non dover
sene più occupare la favoletta, che ebbe corso nei
passati secoli intorno a questo Leone, uomo imma
ginario, che a tempo di s. Silvestro Papa si sup
pose separato dalla comunione di lui, a cagione
della donazione fattagli dall'imperator Costantino.
Imperocché scandolezzato costui, come si diceva,
di tal donazione e larghezza di Costantino, e del
l'accettazione fattane da s. Silvestro che veniva così
investito di una gran parte dell'impero, si ritirò
dalla comunione di lui , e si fe' capo di quanti
ad esso aderirono nel medesimo divisamente. Ora
è fuori di ogni contestazione essere al tutto apo
crifa la supposta donazione e per conseguente la
fazione che dal favoloso Leone trasse l'origine.
Se non che altri scrittori Valdesi, ben più d'in
nanzi dell'epoca di Papa Silvestro, pretesero che
avesse principio la cristanità che in seguito trasse
il nome valdese. Vollero seriamente, che ella de
rivasse proprio diffilato dalla età stessa degli A-
postoli, e che pura ed illibata siasi conservata per
5
tutti i secoli susseguenti infino a noi. Secondo
costoro , debbe ripetersi 1' origine valdese niente
meno che dal grande Apostolo delle genti s. Paolo,
il quale nel viaggio che intraprese da Roma per
la evangelizzazione della Spagna, si suppone che
passasse per le Alpi Cozie, e quivi predicasse a
quegli alpigiani il Vangelo , che da quel tempo ,
secondo essi, si conservò in tutta la sua purezza,
e si tramandò alle seguenti generazioni per tra
dizione costante e non mai interrotta , immune
dalle tante corruzioni della Chiesa Romana fino ai
nostri di. Tal è tuttavia nei popolani delle valli,
la comune persuasione senza alcun fondamento,,
fomentata dalla consorteria dei loro Barbi ossia
pastori.
Nel resto gli storici più recenti decamparono da
così fatta pretensione, alcuni però di loro preten
dono di riconoscere i primordii della setta dal
l'inglese Claudio Vescovo di Torino sul finire del
secolo nono. Non fondansi essi su documenti sto
rici, ma unicamente su vane conghietture per essere
egli stato un iconoclasta o nemico delle sacre im
magini. Così il Léger e più altri dopo di lui; ed
ultimamente il Peyran ministro valdese nella ri
sposta da esso data all'imperatore Napoleone I che
nel richiedeva. Ma questa opinione altresì è ora
pressoché antiquata. Non ci voleva meno che il Bert
per adottarla, uomo, come a suo luogo vedremo, di
niuna critica. Né di ciò pago costui, volendo pur
assegnare alla sua setta una origine antichissima,
si arrabatta per ogni verso affin d'appiccarla, qua-
lor fosse possibile, se non agli Apostoli, almeno
6
agli uomini apostolici. Ma il poveruomo si rav
volge in un andirivieni continuo senza trovare
l'uscita, e senza nulla conchiudere (1).
L'apostata De-Sanctis in un romanzetto intorno ai
Valdesi ne fissò l'epoca ai tempi di Decio verso la
metà del secolo IH, e fa loro da corriere condu
cendoli da Roma agli Appennini, dagli Appennini
alle Alpi recandosi seco le loro Bibbie (2). Se non
che al grave professore di teologia Evangelica
Geymonat non arrise quella opinione, come ei la
chiama di tradizione lusinghiera (3). Non avverte
però il sagace» professore, forse perché egli stesso
l'ignorava, che non è questa una scoperta, o ri
trovato del De-Sanctis, avendolo in ciò già prece
duto il Muston , il quale pure ha preteso , che i
Valdesi abbiano avuto i loro inizii dalla perse
cuzione di Decio e Valeriano (A).
Il Geymonat poi vaneggia egli pure a sua posta
nel voler rintracciare la prima origine dei suoi
Valdesi. Convien però dire, che non vi è riuscito
più felicemente di quei che in tale arringo l'hanno

(1) Così nell'op. I Valdesi, ossia i cristiani cattolici se


condala Chiesa primitiva. Torino, 1849, cap. i, pag. 14segg.
(2) Nell'opuscolo: 1 Valdesi, pag. 1, Firenze, 1860.
(3) Gli Evangelici Valdesi, sunto storico per Paolo Gey
monat. Firenze, 1861, part. I, cap. i, pag. 1 segg.
(4) Alessio Muston : L' Israele delle Alpi , ovvero storia
completa dei Valdesi del Piemonte e delle loro colonie.
Parigi, 1831. Quesf opera in quattro volumi svolge larga
mente la storia dei Valdesi, ed è corredata di un catalogo
bibliografico ragionato del quale si è profittato da molti nel
tessere la storia de' Valdesi. È scritta in lingua francese.
7
preceduto, perché anch'egli per vaghezza di una
sognata antichità, come tutti gli altri , è uscito
dal vero campo storico per abbandonarsi a vaghe
ed incerte conghietture , delle quali non vi ha
fondamento alcuno.
Né si appose parimenti al vero il Basnagio, il
quale volendo confutare il Bossuet che nell'opera
delle Variazioni al libro XI negò esser nata prima
del secolo XII, la setta valdese, si accinse a farla
indietreggiare di tre secoli, cioè come abbiam già
accennato, fino a Claudio vescovo di Torino nel
secolo IX. Il Bergier impugnò cotal ritrovato, e
con ogni fatta argomenti dimostrò la insussistenza
delle pruove sulle quali il Basnagio si era appog
giato (1). Laonde a malgrado di tutte le ipotesi
messe finora in campo dai patroni della setta val
dese per attribuirle una favolosa antichità, egli è
ora di critica eertezza storica, che il vero ed unico
fondatore di questa setta altro non è, che Pietro
Valdo ricco negoziante di Lione, uomo di niuna
levatura ed ignorante. Come poi da ignoranza e
da falso fanatismo ella cominciò, così per l'igno
ranza ed ostinatezza si mantenne questa setta o-
scura sino ai dì nostri, e tuttor si mantiene.
Prima di por fine al presente capo, mi piace
avvalorare il fin qui detto intorno agli autori val
desi ed ai fautori loro che pretesero assegnare una
sognata antichità alla ignobile lor setta, colle pa
role di un critico protestante. E questi è lo Shmidt
favorevole ed amico de' valdesi. Or bene scrivendo

(1) Diction. de Théol. all'art. Vaudoit.


8
egli al Muston si esprime in questi termini: « Io
credo che la chiesa valdese per renderla gloriosa
non abbia mestieri di far procedere da un'epoca
favolosa il suo periodo storico, risalendo fino agli
apostoli. Ma sembra meritevole di riferirlo, co
munque non ripeta la sua origine, che da un sem
plice laico di Lione, la cui pietà, moderazione e
coraggio possono servir d'esempio. » Gli storici
ecclesiastici dell' Allemagna, Geseler e Neander da
lungo tempo rinunciarono alla opinione della
discendenza apostolica de' Valdesi. E ciò basti per
ora di aver accennato, dovendosi trattar di pro
posito della vera origine de' Valdesi, ove tutte le
sognate origini resteranno al tutto confutate.

CAPO II.

Della vera origine de' Valdesi da Pietro Valdo


attestata dagli antichi scrittori.

Rimosse pertanto tutte le ipotesi false ed arbi


trarie colle quali si è voluto dare alla setta Val
dese una origine mitica rimane l'unica vera, quale
ce la somministra la storia.
Fra l'anno 1160 e l'anno 1170 Pietro Valdo
ricco mercante di Lione colpito per la morte im
provvisa di un suo amico, -deliberò di vendere e
distribuire ai poveri ogni suo avere, e di menar
vita povera ad imitazione degli Apostoli, e quindi
si assunse la missione di predicare. Tutti gli scrit
tori cotemporanei o sincroni convengono all'unisono
9
in riferir questo fatto. Per non dilungarci di so
verchio, ci staremo paghi di recare alcuni brani
de' più antichi ed autorevoli scrittori raccolti ed
illustrati dal Melia nella prima parte della sua
opera (1), e da altri eruditi scrittori.
Sia il primo certo Riccardo monaco di Cluny, il
quale fiori dall'anno 1136, secondo Martino Po-
lano Valeterrano e Vossio sin dopo il 1216, giac
ché egli scrisse non solo la vita di Alessandro III,
ma quella altresì d' Innocenzo [III che mori nel
1216. Egli adunque nella vita di Alessandro III
così ci riferisce l'origine dei Valdesi: « Circa l'anno
del Signore 1170 (2) surse la setta od eresia di
quelli che si chiamano Valdesi o poveri di Lione.
L'autore o fondatore di essi fu un cittadino di
Lione chiamato Valdese (3), dal quale i suoi se-

(1) The origin, persecutions and doctrines of the Walden-


ses from documents many novo the first time, collected and
edited by Plus Melia D. D. London, 1870.
(2) Vi ha qualche discrepanza presso gli scrittori circa
Tanno nel quale ebbe principio la setta Valdese. Taluni le
danno per principio l'an. 1160; altri, come il Riccardo, Tanno
1170; ed alcuni la protraggono fino al 1180. Ma possono
facilmente accordarsi distinguendo i diversi fatti, che ri
guardano lo stesso Valdo. Qualor si scrive che la setta co
minciasse nel 1160, si stabilisce Tanno in cui Valdo di ricco
si fece povero col vendere le sue facoltà per distribuirle ai
poveri. Quando poi si assegna il 1170, si allude al tempo
in cui Valdo cominciò a predicare e far setta ; Tanno in
fine 1179 o 1180 è quello in cui nel concilio Lateranese III,
sotto il Pontefice Alessandro in, ripudiò questa setta.
(3) In diversa maniera viene dagli antichi denominato
questo Pietro , cioè or Valdensio , or Valdesio , or Wal-
des, or Waudes. Egli fu cittadino di Lione, tuttoché da un
/ Valdesi. 2
10
guaci ricevettero lo stesso nome. Essendo esso assai
ricco, abbandonata ogni cosa, risolvette vivere in
povertà ed Evangelica perfezione come fecero gli
apostoli , e facendosi scrivere gli Evangeli e gli
altri libri della Bibbia in lingua volgare, non che
talune autorità di santi cui chiamò Somme, col
leggerli spesso per se medesimo senza ben capirli,
gonfio in sua sentenza per esser poco letterato, sì
assunse ed usurpò l'uffìzio degli Apostoli predicando
il Vangelo nelle contrade e nelle piazze ; si fece
complici di sua presunzione molti uomini e donne,
i quali egli mandò a predicare come suoi apostoli.
Essendo essi rozzi ed illetterati , traversando le
ville, ed entrando nelle case disseminavano ovun
que molti errori. Chiamati a render conto dall'ar
civescovo di Lione Giovanni Bales-Mayus , venne
lor proibito di così fare. Ma essi non vollero ub
bidire, togliendo a pretesto di lor follia, che non
dovevano ubbidire agli uomini ma a Dio, il quale
comandò agli Apostoli di predicare il Vangelo ad
ogni creatura, coll'arrogare a se stessi ciò che era
stato detto agli Apostoli, dei quali con finta ap

piccolo villaggio presso Lione sul Rodano sortisse i suoi na


tali. Egli fissò il suo domicilio in Lione vicino alla chiesa
di san Nizier in una contrada, che dopo la sua espulsione
venne chiamata Rue inaudite (Via maledetta). Sino al se
colo xiv, in cui venne denominata Rue Vaudrant, come può
vedersi presso Guido Allard Bibliothèque du Daufiné. Il
nome di Pietro comparisce la prima volta in un manoscritto
di Strasbourg nel secolo XV. Non si sa precisamente l'anno in
cui egli nacque, e quello in cui morì. Si sa solo che dopo
aver errato qua e là morì in Boemia oscuro e negletto.
11
parenza di povertà, e di santità professavano di
esser seguaci e successori, spregiando il clero e i
sacerdoti. Così per la presuntuosa usurpazione del
l'ufficio del predicare , essi divennero da prima
disubbidienti, poscia contumaci, e quindi perciò
scomunicali, furono esigliati dal paese. Per ultimo
citati al concilio, che si tenne in Roma al Lute
rano, essi furono giudicati contumaci e scismatici
essendosi dispersi per le provincie e nei confini
della Lombardia, frammischiandosi con altri ere
tici s'imbevettero dei loro errori, e vennero ag
giudicati eretici (1).
Né da questo discorda punto Stefano Borbone
di Bellavilla , che fiorì soli settant' anni dopo il
principio della setta Valdese, ed attesta, com'egli
attinse le sue notizie da un sacerdote, che fu con
temporaneo dello stesso Valdo. Ora egli riferisce
che essendo Valdo poco istruito, si servi di due
sacerdoti, cioè di Bernardo Ydros, e di Stefano di
Amsa, affinché l'uno voltasse dal latino in volgare
gli Evangeli , e 1' altro sotto la dettatura del me
desimo li scrivesse. Lo stesso fece rispetto ad altri
molti libri della Bibbia, ed autorità di santi che
chiamansi Sentenze. Fornito di questa lettura s'in
vogliò di far professione di povertà e si arrogò
l'ufficio di apostolo; fece raccolta d'uomini e di
donne, e mandolli tuttoché rozzissimi ed ignoranti

(1) Presso il Muratori , Rerum italicarum scriptorcs ,


tom. ni, pag. 447 segg. dove, dopo levito di Alessandro HI, ed
Innocenzo IH, immediatamente leggesi : Hucusque chronicon
Ricardi monachi Cluniacensis protenditur et terminator.
12
a predicare per le piazze e per le vie di varii vi
coli e castella. Proibito di così fare dalla legittima
autorità ecclesiastica, ricusò di ubbidire, e venne
quindi condannato in un coi suoi, specialmente
nel concilio lateranense III. Tal è in compendio
il racconto, che ci lasciò il Bellavilla (1).
Prima ancor del Bellavilla ci lasciò un docu
mento irrefragabile intorno all'origine de' Valdesi,
il ven. Moneta, le cui opere , dai Mss. del Vati
cano, di Bologna e di Napoli, furono pubblicate
dal P. Ant. Ricchini in Roma nel 1743 , sotto il
titolo : Venerab. patris Monelae Cremonensis, Ord.
Praed. adversus Catharos et Waldenses libri quin-
que. Egli professò filosofia in Bologna Pan. 1218.
Quindi di poco fu egli posteriore all' origine dei
Valdesi. Or egli così scrive : « Avendo provato,
che la comunità de' Cattari non è la Chiesa di Dio,
proviamo che la comunità dei Poveri di Lione non
è la Chiesa di Dio. Ciò apparisce da ciò che è
detto nella seconda lettera di s. Pietro Apostolo
(cap. I. v. 1-10), che introdurranno sette di per
dizione , e condanneranno le autorità. Seconda
mente la stessa cosa è provata se si abbia riguardo
alla loro recente origine , perché egli è chiaro ,
che essi hanno il loro cominciamento da Valdesio,
cittadino di Lione , il quale cominciò per questa
via non sono più di 80 anni fa, più o meno. Per
conseguenza essi non sono i successori della Chiesa
(1) Così nell' opera: Sui doni dello Spirito Santo.
Intorno a quest'opera sono a consultarsi Quetif ed Ecard,
Scriptores ord. praed.; voi. I, Lutetiae Paris. 1709, tee. xin,
pag. 174 segg.

--\
13
primitiva , e quindi non sono la Chiesa di Dio.
Che se dicessero che la lor vita fu prima di Val-
desio, lo provino con qualche testimonianza, ciò
che non possono fare. Se voi veniste da Valdesio,
diteci d' onde egli sia venuto ? Se ci dicono che
vennero da Dio e dagli Apostoli e dal Vangelo,
il fatto sta contro di loro, perché Dio perdona i
peccati per mezzo de' suoi ministri: Quelli, ai quali
voi perdonerete i loro peccati , saranno ad essi
perdonati. Perciò se Dio perdonò i peccati de' Val
desi, glieli perdonò pel suo ministro (1). »
Con questi si accordano quanti di quella età
scrissero dei Valdesi, come l'abbate Bernardo della
Fontana Calda, il quale fiorì circa la fine del se
colo xii. Trovasi la costui opera Adversus Valden-
sium sectam nella Biblioteca Veterum Palrum ,
voi. xxv, pag. 1563, Lugd. 1677, distesa in dodici
capitoli . Egli riferisce e confuta gli errori , pei
quali i Valdesi furono condannati da Bernardo ar
civescovo di Narbona , dietro ad una discussione
che ebbe luogo sotto la presidenza di Raimondo
di Deventria, sacerdote assai rispettabile. Avendo
egli inteso gli allegati dalle due parti, diede la
sentenza finale in iscritto, col pronunziare i Val
desi essere eretici nei capi, de' quali essi furono
accusati: « Auditis igilur partium allegationibus,
praefatus judex per scriptum de/ìnitivam dedit
sententiam, et haerelicos essie in capitulis in qui-
bus accusati fuerunt pronunciava sententiam (2).

(1) Lib v, cap. i. § 14, pag. 402 segg.


(2) Loc. cìt.
u
Lo stesso si ha da Rainero Sacco, nativo di Pia
cenza. Egli fu da prima per sette anni capo e ve
scovo degli eretici, e cagionò molti mali alla fede
cattolica nella provincia dell'Emilia ; ma dopo la
sua conversione, entrato nell'Ordine di s. Dome
nico, egli difese , pel restante de' suoi giorni, la
dottrina cattolica contro i falsi principii degli e-
retici sotto ogni rispetto, e scrisse, oltre ad altre
opere, un libro intorno a questo argomento (1).
Ci resta inoltre l'opera di Pietro di Polichdorf,
autore del secolo xiv, compresa in tre manoscritti,
de' quali il principale è intitolato : Petri de Polich
dorf sacrile Theologiae professoris contro haeresim
Valdensium Tractatus. Si accorda questo scrittore
coi precedenti nel fissare l'origine de' Valdesi , e
confuta espressamente la favola, già da essi messa
in campo, di s. Silvestro (2).
Dopo gli allegati scrittori, non credo necessario
il discorrere a lungo dei varii altri, che all'uni
sono confermano il fin qui detto ; come di Claudio
Seyssel arcivescovo di Torino, di Enea Silvio Pic-
colomini, poi Papa sotto il nome di Pio II, di Sa
muele Casini, o de' Casinis, dei quali si abusa il

(1) Quest'opera fu per la prima volta pubblicata dal Gre-


tzero in Ingelstad nel 1614, in 4°. Quindi fu riprodotta nella
Bibliotheca patrum ; tom. xxv, pag. 282 segg. sotto il ti
tolo: Reinerii, ora. praed. contro, Valdenses haereticos liber.
(2) Invano il Léger nella citata Histoire si arrabatta per
piegare in favore della sua pretesa antichità de' Valdesi
il Piolichdorf. Egli ne corrompe i testi, li mozza per ogni
guisa, come fa di altri autori. Ma del Léger tratteremo a
suo luogo.
15
Léger , mentre essi affermano tutto 1' opposto di
quello che ad essi attribuisce questo autore infe
dele, come appieno si fa manifesto dai loro scritti
nel loro contesto, e non già dai brani mozzati ed
alterati che loro si appongono (1).
Da queste autorità fuori di ogni eccezione ,
perchè di scrittori o contemporanei , o prossimi
all'origine de' Valdesi, e dei quali alcuno fu mem
bro della setta come Rainero Secco , si fa mani
festo, che dopo la metà del secolo xn, cioè tra il
1160 ed il 1170, ebbe principio e nascimento la
setta valdese. Con tutti i loro conati non mai av
verrà , che oltre a questa data i maestri attuali
della setta possano provare la loro origine. Ma po-
sciaché gli avversarii non cessano dal pretendere
ulteriore antichità, tuttoché non abbiano mai otte
nuto il còmpito propostosi, non sarà inutile riba
dire il chiodo con altri documenti, che confermano
a meraviglia il fin qui detto della origine dei Val
desi in Francia, e insieme illustrano un altro punto
di molto interesse per noi, cioè la trasmigrazione
de' Valdesi primitivi in Piemonte e le loro prime
vicende nelle* Valli. C'importa assai di dimostrare
che i Valdesi trapiantarono di Francia nelle valli
del Piemonte la loro setta dopo Valdo, e che è al
tutto falso, che essi vi ritrovassero altri fratelli di più
antica origine, e che pigliassero il nome di Valdesi
non già dal loro autore, ma dalle Valli dense, dove
questi abitavano, come sognano, ab immemorabili.

(1) Possono questi riscontrarsi presso il Melia nell'opera


cit. The origin ec. Part the first, sect. v-ix.
16
CAPO III.
Della stessa origine dimostrata con altri autore
voli documenti irrefragabili , che risguardano
specialmente i Valdesi in Piemonte.

Cominciamo questo capo dal citare due scrittori


del secolo xvn, dei quali si abusano il Morland (1),
ed il Léger (2) affine di appoggiare la loro pre
tensione a più alta antichità di quella per noi
assegnata. Son questi il priore Rorengo dei Conti
di Luserna, una delle valli Valdesi, l'altro è Teo
doro Belvedere.
Recherò a verbo quanto scrisse il Rorengo in
torno ai Valdesi, e si vedrà con quale impronti
tudine venga allegato da essi in favore della van
tata antichità : « Questi delle valli , scrive egli ,
si vogliono , e. si onorano di essere delli discen
denti di Valdo... » Ora il Bottero riferisce, che del
1159 cominciò Valdo a formarsi una nuova dot
trina in Lione, e che in poco tempo sia stato cac
ciato da Lione, e ritiratosi con i suoi nelle valli
e Alpi del Delfinato e Provenza, altri in Picardia.
Gualterio dice, che ciò fosse nel 1160, e che sia
stato condannato nel Concilio Lateranese sotto papa
(1) Sir James Morland : Histoire of the evangelica! chur-
ches of the Walleys of Piemont ; London 1658. Quest'au
tore fu Anglicano ; e venne incaricato di una missione in
Piemonte affln di soccorrere i Valdesi con le collette fatte
per essi in Inghilterra, e di perorare la loro causa presso
i Principi di Savoia.
(2) Histoire gènèrale ; di questo libro del Léger avremo
molto a parlare.
17
Alessandro.... Ora vi è, chi vuole che di questi
scacciati da Lione , chiamati Valdesi o poveri di
Lione, se ne fossero, sino in quei tempi, ritirati
nelle valli di Angrogna. Ma credo che solamente
si sieno trattenuti nei monti del Delfinato ; poi
ché non si trova , che abbiano testimonio di al
cun processo , né di gastigo : ma che molti anni
dopo , avendo assai popolato , si sieno sparsi in
molte parti del mondo... e così non si può avere
certezza del principio del suo ingresso.
Il sapere precisamente il tempo , che fu in
trodotta la setta dei Valdesi in questi popoli , e
che cosa abbiano creduto, non è tanto facile. Al
cuni sono stati di parere che fossero Albigesi con
futati fino al tempo di s. Domenico... Altri li sti
marono seguaci di Giovanni Huss e di Girolamo
di Praga... Però la comune opinione è che siano
seguaci di Valdo , chiamati Valdesi , o Poveri di
Lione, i quali scacciati dalla Francia, si ritirarono
parte in alcuni angoli della Provenza, ed altri fra
queste Alpi tra la Francia e il Piemonte. Ebbero que
sti in particolare il vivere in comune, e segretissimi
nella dottrina. Anzi, per non palesare allora i loro
errori, ciascuno era esortato di andare pubblica
mente alli divini ufficii cattolici Ora, senza
partire dalle prove, con vostri propri scrittori, con
sta che falsa sia l'opinione, cioè aver i vostri an
tenati professata la confessione dei 33 articoli dalli
Apostoli sino ai nostri ultimi tempi (1) Che

(1) Di questa nuova professione di fede dei Valdesi me


diani parleremo nella 2* parte.
18
sebbene da quel tempo sin ora vi sieno state sette
o chiese, come voi dite, opponenti ossia ribelli
dalla Chiesa cattolica, tuttavia, non si trova espres
samente, che sia stata in essere la confessione
di 33 articoli, che dato avete alla luce.... Tutti
questi successi ho rappresentato per far vedere evi
dentemente non esser vero che la vostra confes
sione di fede nuova sia stata professata dagli Apo
stoli sino a' nostri secoli, perché si sarebbero già
ritrovate altre discipline, altre ordinanze, altri ar
ticoli senza fare questi nuovi nel 1564... Voler far
passare un'antidata da mille e centinaia d'anni...,
è malizia da esser corretta con severità. Vera è
la Chiesa che comunica col Pontefice romano ,
dice s. Agostino ; la cui successione fino ad Ales
sandro III , staremo aspettando che mi alleghiate
essere men provata, che quella dagli apostoli sino
alli vostri Barba Martini, per le croniche e sinodi
delle valli , delle quali staremo attendendo con
gran desiderio che voi facciate vedere i cataloghi,
mentre sino ad ora non abbiamo da voi potuto ri
cavare una prova autentica della continuata vostra
bella nobiltà valdese (1).
Per il che ben si scorge con quanta verità
alleghisi dai sopracitati scrittori 1' autorità del

(l) Così il Rorengo nell'opera : Breve narrazione dell'In


troduzione degli Eretici nelle valli del Piemonte. To
rino, 1632, pag. 57-60. Ciò che ripete e conferma nelle Me
morie storiche delVintroduzione delle Eresie nelle valli di
Luserna, ecc. Torino, 1649. E di nuovo nell'Esame intorno
alla nuova confessione di fede delle Chiese riformate di
Piemonte; Torino, 1658.
19
Rorengo per puntellare la pretesa antichità dei
Valdesi, mentre da esso sono schiacciati.
Lo stesso è a dire dell'altro scrittore, col quale
parimenti cercano i medesimi di mantellarsi, cioè
di Teodoro Belvedere nella relazione che esso fece
alla congregazione di Propaganda fide. Ed ecco co
m'egli si esprime : « Più verso il settentrione al
medesimo aspetto occidentale è la valle di Angro-
gna, la quale sempre o in un tempo o in un al
tro ha avuto eretici o Albigesi, o Valdesi secondo
che si raccoglie dalle croniche dei Padri Domeni
cani, memorando esservi stati a predicare il s. Vin
cenzo Ferreri.... Le sfortunate valli di Luserna ,
Angrogna, s. Martino e Perosa... sempre sono state
soggette a varii flagelli di ereticali locuste o d'in
fidi bruchi , rubigini e cavallette. Onde narra il
molto illustre e molto reverendo signor priore di
Luserna , nella sua narrazione della introduzione
degli eretici nelle valli di Piemonte essere stato
parere di alcuni, che i primi eretici in queste valli
introdotti sieno stati Albigesi, i quali uscivano dalle
fauci di Cerbero l'anno 1160 in circa... » E perché
il medesimo signor priore conchiude parere a lui
verisimile , che gli eretici che ora in dette valli
dimorano sieno discendenti da Valdo, mi sia le
cito, con due parole, esplicare il tempo, che que
sti principiarono ; l'autore, e come vennero nelle
valli, e come abbiano mutato setta col pigliare la
riforma Calviniana. Questi, secondo Guido, ebbero
principio circa l'anno del Signore 1170, da Valdo
mercante di Lione, il quale cominciò a sollevarsi
e fare scisma contro la Chiesa romana , eccitato
20
dalla eresia de' Cattari, che a quei tempi si pro
mulgava (1).
Il medesimo autore in un' altr' opera scritta in
latino col titolo: Juris contra Damascum, conferma
quanto qui sopra abbiam riferito dicendo : « I
Valdesi son quelli, che essendo seguaci di Pietro
Valdone di Lione in Francia, vennero da princi
pio chiamati i poveri di Lione. Dacché a Valdo di
Lione, loro padre e fondatore, essendo un astuto
e ricco mercante, venne il desiderio di fondare e
raunare una nuova setta ad istigazione di Satana ;
onde appagare il suo intento risolvette di rinno
vare l'antica Chiesa degli Apostoli, nella quale o-
gni cosa era in comune, principalmente le facoltà.
E così egli pose in comune le sue ricchezze ; e
di ben molti poveri , che stavano in penuria an
darono da lui. — Per tal guisa cominciò la setta
dei poveri di Lione... È poi manifesto che in se
guito i Valdesi corrosero le viscere della madre,
mentre blaterarono cotanto a guisa di Cerbero con
tro la Chiesa Romana, tentando di estrarne le vi
scere in un coll'anima, come già fece Nerone contro
la sua madre Agrippina. Che poi la Chiesa Ro
mana sia loro stata la vera madre amantissima, egli
è al tutto manifesto ; imperocché da lei rinato
Valdo e dal latte di lei nutrito nella evangelica
dottrina in un co' suoi primi seguaci, ed alimen
tato , l'anno del Signore 1170, impugnò l'iniqua
spada contro la propria nutrice (2). » Che vi ha
(1) Relazione alla Emin. Congregazione di Propaganda
fide. Torino, 1636, pag. 37 e pag. 242 segg.
(2) Pag. 26, 29-30.
21
egli in questo brano, che anche solo accenni alla
pretesa antichità , mentre per contro al tutto la
diniega ?
Or venendo ai manoscritti, nella reale Biblioteca
di Torino si conserva un manoscritto in foglio ,
numerato 169, che pare di data di poco posteriore
alla pubblicazione della Storia generale del Léger.
Il titolo del manoscritto è : Histoire véritable des
Vaudois. Ecco in compendio quanto vi si legge
dell'origine de' Valdesi : Pietro Valdese di ricco
mercante cangiò il suo modo di vivere, e professò
povertà in seguito alla morte improvvisa di uno
de' suoi compagni nell'anno 1160, sotto Luigi VII
re di Francia, ed Alessandro III. Che Pietro Valdo
sia stato il fondatore della setta de' Valdesi è at
testato eziandio da Giovanni Dubravius, vescovo di
Olmutz , nel suo decimoquinto libro della storia
Boemica, ov'egli dice : « L'autore della setta è Pie
tro Valdese, Gallo di nazione, di patria Lionese,
uomo idiota, ignorante, ed illetterato, indegno di
essere annumerato tra' serii eretici (1). Nel tempo
in cui sedette Alessandro III, fu tenuto un Conci
lio in Francia nell'anno 1176, sotto la presidenza
di Guilberto, vescovo di Lione, il quale , coll'ap-
provazione di un gran numero di vescovi , con
dannò Pietro Valdese come falso profeta ipocrita,
e nemico di Dio. »
Tralasciando quanto si riferisce da autori con
temporanei di un' altra condanna del medesimo
(1) Auctor eius (sectae) Petrus cognomine Waldensis,
natione Gallus, civitate Lugdunensi , vir idiota, indoctus,
dliteratus, nec dignus inter sevios haereticos numerari.
22
Valdo, fatta da un altro arcivescovo di Lione, chia
mato Bolisman, o Belismano, che lo esigliò in un
co' suoi seguaci dalla diocesi (1) ; proseguiamo a
riferire quanto leggesi nel sovracitato Ms. a Pare
che la prima venuta dei Valdesi in Piemonte sia
stata ai tempi di Filippo Augusto, re di Francia.
Essi , dopo di essersi ritirati nelle montagne del
Delfinato, moltiplicaronsi tanto, che affìn di pro
curarsi il necessario alla vita, a poco a poco va
licarono le montagne del Piemonte , e discesero
nelle valli di s. Martino e di Luserna, nei comuni
di Angrogna, Villar e Bohbio. Questo avvenne al
lorché Tommaso I, conte di Savoia e principe di
Piemonte , era tuttor minore sotto la tutela del
marchese di Monferrato, quando i Savoini aderi
vano al papa Alessandro III, e stavano contro l'im-
perator Federico, soprannominato Barbarossa. Tom
maso giunto alla maggiorità, obbligato a prender
parte alle guerre del suo tempo, non potè atten
dere a ciò che avveniva nelle montagne e valli del
Piemonte , dove i conti di Luserna esercitavano
tuttora un gran potere. Avvenne perciò che i Val
desi avessero tempo di stabilirvisi, e moltiplicarsi
colle loro famiglie, e che non fossero molestati in
quel tempo dai cattolici abitatori di quei luoghi.
Il fatto è che al principio i Valdesi, ritenendo tra
se soli le opinioni religiose , e tenendo i segreti
loro convegni ora in alcuni luoghi appartati delle
montagne, ora nelle grotte, or nelle lor basse ed
(1) Questo Bolismano resse la Diocesi di Lione dall'anno
1182 all' anno 1295. Vedi di questa condanna il Semeria
nella Storia della Chiesa Metropolitana di Torino, 1840.
23
oscure capanne, non diedero all'esterno verun se
gno delle loro discordanze per niuna guisa dalle
dottrine cattoliche. Inoltre essi apparivano di buona
morale e di vita temperata, ed amanti di fatica.
Al tempo stesso essi frequentavano le chiese cat
toliche , e portasi l'occasione , si approssimavano
ai sacramenti coi cattolici. Ed affine di non dar
verun sospetto, che essi fossero sotto la guida spi
rituale dei loro proprii capi religiosi, davan loro
il nome non sospetto di Barba , che nel dialetto
piemontese significa zio, e solea darsi ai più vec
chi altresì come segno di rispetto ; per tal modo
coprivano l'onore che rendevano ai loro ministri,
sotto il pretesto di venerazione per la parentela ,
o per la loro avanzata età (1). »
Ma infine Giacomo, vescovo di Torino, scoperta
la malvagità dei Valdesi, e l'eretica erba cresciuta
nel suo cattolico campo, scrisse all'imperatore Ot
tone affin di ottenere il suo imperiale aiuto, onde
sterminare i Valdesi dalla sua diocesi , come già
aveva fatto il vescovo di Lione. Ciò avvenne nel
l'anno 1209 a 1210. Giacomo ottenne quanto a-
vea chiesto, e fu pienamente autorizzato ad im
piegar per tale intento eziandio l'assistenza impe
riale. Se non che immediatamente dopo, sorta una
rottura tra l'imperatore ed il papa Innocenzo III,
pare che il vescovo di Torino fosse incapace ad
impiegare i mezzi a lui promessi , e per conse
guenza i Valdesi rimasero tranquilli (2). Sotto lo

(1) Pag. 42.


(2) Pag. 48-50. ,
stesso Innocenzo HI i Valdesi con altri eretici fu
rono condannati nel Concilio di Laterano.
Giova a queste notizie aggiungere altri partico-
colari tratti delle Miscellanee patrie, che trovansi
nella Biblioteca reale di Torino, nel volume cxxn.
L'autore del Ms. è il signor Veggezzi , esatto ed
accurato scrittore.
In esso leggesi, che « il più antico pubblico do
cumento, in cui i Valdesi sono menzionati, come
venuti nel distretto di Pinerolo, è contenuto nel
libro degli statuti di quella città dell'anno 1220.
Ivi è imposta una multa di dieci soldi per qual
sivoglia persona , la quale desse ricetto ed allog
gio ad alcuni di cotesti innovatori (1). Questo li
bro degli statuti fu pubblicato a Torino nell'anno
1602, sotto il titolo seguente : Staluta et ordina-
menta facta per illustrissimum Dominimi comitem
et sapientes Pinerolii currente millesimo ducente-
simo vigesimo. Vi è inoltre ordinato, che se qual
che uomo o donna nel distretto di Pinerolo alber
gherà uomo o donna Valdese , pagherà la multa
di dieci soldi per ogni volta che egli od ella scien
temente avrà dato l'albergo « Item statutum est,
quod si quis, vel si quae hospitaretur aliquem vel
aliquam Valdensem vel Valdensiam se sciente , in
posse Pinarolii , dabit bannum solidorum decem
quotiescumque hospitabitur. »
Dal detto documento si fa manifesto , che nel
l'anno 1220, i Valdesi non erano tuttora residenti e
(1) Giusta il parere degli antiquari, dieci soldi della mo
neta di quei tempi equivaleano alla somma di circa 280 fran
chi nostrali.
25
ristabiliti nel distretto di Pinerolo, e che essi re
carono con se stessi il nome di Valdesi, col quale
essi erano chiamati prima di entrar quivi. Ella è
questa una prova contro quegli scrittori parziali,
che essendo pur forzati dalla storica evidenza ad
ammettere, che Pietro Valdo è l'autore della setta,
che da lui tolse il nome , ciò non ostante senza
veruna prova affermano, e si sforzano di farsi cre
dere , che i seguaci di Pietro venendo nel Pie
monte si congiunsero coi Valdesi, i quali si sup
pone, che da tempo immemorabile colà esistessero;
veri storici romanzieri (1).
Il medesimo manoscritto prosiegue di questa
guisa : « Dal detto anno 1220 dei Valdesi non si
fa più menzione in verun modo nei documenti pie
montesi sino all'anno 1334, nel quale il principe
Guglielmo di Acaia diede un ordine a Belangero
di Rorengo e ad Uretto suo nipote , che erano i
padroni della Torre , e ad altri feudatari delle
valli di Pellice e Chiusone. L'ordine imponeva loro
di porre un termine ai predicatori di cotali .nuove
dottrine già anatemizzate nell'anno 1332 dal papa
Giovanni XXII, perché i detti predicatori non vo
gliono cessare né desistere dalla loro predicazione.

(1) TaK sono il Morland : Histoire ofthe evangelica! church


"William Iones : History of the Waldenses, London. 1812 ;
p. 343. W. H. Gilly M. A. Narrative ecc. London 1827 ;
p. 18. Alexis Muston D. D. The Israel of the Alps. Gla-
scow, 1852, Tradotto dal Francese, e più altri. Tanto è in
essi il desiderio di pur provare una sognata antichità dei
Valdesi. Se non che la saggia critica rigetta questi vani
conati.
/ Valdui. 3
26
Dopo quest'ordine vi è un lungo silenzio intorno
ai Valdesi nelle carte dello Stato per circa un se
colo e mezzo. Quindi si trova un rescritto dato
dalla duchessa Jolante in data dei 23 gennaio 1476,
ed un ordine del duca Carlo I, in data dell' anno
1484 , all'intento di reprimere i Valdesi che non
volessero desistere dallo spargere i nuovi loro prin-
cipii. E fu necessario , che il principe mandasse
un gran numero di soldati per assoggettarli. A quel
tempo i Valdesi sarebbero stati assolutamente di
spersi, se il clemente sovrano, avuto riguardo alla
loro umiliazione, e alle loro preghiere di perdono,
non si fosse mosso a compassione. Egli si con
tentò di imporre unicamente una tassa pel rifaci
mento delle spese della guerra. Da quest'anno 1484
negli annali del Piemonte non si trova alcun atto
pubblico che abbia relazione ai Valdesi sino al
l'anno 1535.
Da queste memorie ed autentici documenti ol
tre la prima origine de' Valdesi si fa altresì ma
nifesto , com'essi cacciati di Francia venissero di
soppiatto a rintanarsi nelle gole dell'Alpi , e colla
scaltrezza e dissimulazione si ricoprissero per non
farsi conoscere quali in realtà erano maliziosi e-
retici , e come coll' arte medesima si mantennero
e si moltiplicarono colà ove prima non vi erano
che soli cattolici (1).

(1) Vedi Pio Meldi cap; cit. The orìgin etc. Soci XIII,
del quale abbiamo tratti i passi più rilevanti voltati nella
nostra lingua;
27
CAPITOLO IV.

La medesima origine de' Valdesi si conferma dalla


confessione di autori protestanti e dai documenti
degli stessi Valdesi.

Allorché la verità viene attestata da autori non


sospetti, ed interessati piuttosto a contraddirla, qua-
lor avessero potuto almeno con qualche apparenza,
la loro testimonianza acquista forza maggiore. Or
questo è appunto quanto avviene nel caso nostro.
Imperocché ognun sa quale interesse piglino i pro
testanti per la causa dei Valdesi, coi quali si sono
uniti. Se pertanto noi addurremo non poche delle
costoro confessioni , metteremo il sigillo alle no
stre prove.
Ora tralasciando quanto si legge nella Enciclo
pedia metodico-storica (1), nella Enciclopedia in
glese (2) , nel Gabinetto enciclopedico (3) , nella
Enciclopedia popolare (4) ; quanto ne scrissero lo
Schmidt, l'autore della Storia dei Cattari, e Gie-
seler di Gottinga citato dal Muston nella introdu
zione del suo Israele delle Alpi, i quali tutti si ac
cordano nel fissar l'epoca della origine valdese da

(1) Encyclopédie Méthodique - Histoire, tom. v, pag. 431


Paris, 1791.
(2) English Encyclop. by Knigt, Biography ; vol.v. p. 479:
London, 1857.
(3) 'The Gabinet Encyclopedia - History voi. H, p. 247
London, 1834.
(4) Popular Encyclopedia, voi. vi, p. 861 ; London, and
Glascow, 1862.
28
Pietro Valdo (1); tralasciando, dico, tutti questi,
il Perin fra le tante falsità inserite nella sua Sto
ria de' Valdesi, pubblicata in Ginevra nel 1619,
affin di piacere ai suoi calvinisti, ammette non di
meno, che « Valdo cominciò ad insegnare ai po
poli , i quali dal suo nome furono chiamati Val
desi l'anno del Signore 1160 (2) ; Alessandro Ross
nella sua Pausebeja , nel catalogo del secolo xn ,
scrive : « I Valdesi, così chiamati da Valdo di Lione,
il quale, avendo distribuito le sue ricchezze, pro
fessò povertà (3). » Il celebre Mosemio poi nella
sua Storia ecclesiastica , parlando della origine e
storia dei Valdesi , dice apertamente che « La
setta dei Valdesi è così chiamata dal nome del suo
autore Pietro, soprannominato Valdense o Valde-
sio , di Veaux o Valdo nel marchesato di Lione ,
che si servì di un prete per tradurre il Vangelo
nella sua lingua volgare , 1' anno 1160 , e che
nel 1180 egli intraprese come un dottore ad in
segnare pubblicamente la dottrina del cristiane-
simo nel modo in cui egli la intendeva (4). » A
questo tratto vi appose una nota dicendo : « I Val
desi, secondo gli storici vennero da Lione, e pre
sero il loro nome da Pietro Valdo lor fondatore. »
Da ultimo Augusto Neander, nella sua Storia ge
nerale della religione cristiana e della Chiesa, scritta

(1) Ved. Melia, loc. cit.


(2) Perrin, Histoire des Vaudois ; Genève, 1619 p. i, e. ix.
(3) n«uT£^!ìa; Lond., all'an. 1163, pag. 219.
(4) Moséhim, Histoire Ecclésiastique, tradotta in francese
sulla seconda ediz. inglese Yerdon, 1776 ; tom. in, part. il,
chap. v. § xi, Origine et Histoire des Vaudois.

A
29
in tedesco, e tradotta in inglese da Giuseppe Torry
in Londra nel 1852, così scrive : , « S'ingannerebbe
a partito chi pensasse di far derivare questa setta
(dei Valdesi) da una superficiale connessione collo
spirito riformatore provenuto dal tempo di Claudio
di Torino Tutti i racconti, che risalgono alla
origine della setta si accordano in questo, che co
minciò essa da un ricco mercante di Lione , di
nome Pietro Valdo (1). »
Si aggiunga, che i più antichi Mss. valdesi, che
si conservano nella Biblioteca di Cambridge, confer
mano a maraviglia quanto qui sopra si è riferito.
Ecco quello che in essi si legge : « Ora questa
santa Chiesa eziandio al tempo degli apostoli crebbe
a molte migliaia, ed in santità per tutta l'ampiezza
della terra , e rimase per lungo tempo nella fre
schezza di santa religione. I reggitori della Chiesa
perseverarono in povertà ed umiltà ; come si ha
dagli antichi storici, intorno a trecent'anni, cioè
insino al tempo dell' imperator Costantino Cesare.
Ma regnando Costantino lebbroso vi fu un reggitore
della Chiesa, di nome Silvestro Romano. Egli vi
veva sul monte Soratte vicino a Roma, come noi
leggiamo per cagione della persecuzione , e me
nava vita povera col suo proprio popolo. Quando
Costantino ricevette in sogno una risposta , come
vien riferito , egli ne andò a Silvestro e fu bat
tezzato da lui in nome di Gesù Cristo, e così guari
dalla lebbra (2). Allora Costantino vedendo , che
(1) Voi. vnt, pag. 352 della cit. versione.
(2) Convien qui osservare, come già altrove abbiamo ac
cennato, che dalla critica questi due fatti son rigettati come
30
in nome di Gesù Cristo era stato guarito da sì mi
serabile malore , pensò di onorarlo , e lasciò ad
esso la corona e la dignità dell'impero , e Silve
stro l'accettò (1). Se non che il suo compagno,
come vien riferito, partissi da lui, e non accon
senti a tali cose, e si scelse la via della povertà (2).
In seguito Costantino con una moltitudine di ro
mani passò nelle regioni oltre mare, e vi edificò
Costantinopoli, com'è denominata la città dal suo
nome. Da quel tempo l'eresiarca (cioè Silvestro)
si alzò in onore e dignità, ed i mali si molti
plicarono soprala terra. Noi non crediamo tuttavia,
che la Chiesa di Dio nella sua totalità si dipar
tisse dal sentiero della verità. Ma una parte venne
meno, e la maggior parte, come comunemente suol
accadere, precipitò nel male. Ma la parte che ri
mase persistette per lungo tempo nella verità, che
essi avevano ricevuta. Così a poco a poco mancò
la santità della Chiesa. Però circa otto cento anni
dopo Costantino (3), sorse uno, il cui nome pro
prio fu Pietro, come abbiamo inteso , e fu dal

apocrifi , perchè contrari all' autorità di Eusebio scrittore


contemporaneo a Costantino , e da altri scrittori di quei
tempi.
(1) Questo racconto è non solo falso, ma ancora assurdo
come dai critici è stato dimostrato. Fu esso inventato sul
principio dell'ottavo secolo.
(2) Ora è notorio che questo supposto uomo di nome
Leone non è mai esistito.
(3) Costantino il grande mori l'anno del Signore nostro 337,
al quale se si aggiungono altri 800 anni, si avrà l"an. 1137
che coincide prossimamente colla nascita o giovinezza di
Pietro Valdo, conforme agli autori di sopra citati.

"\
31
paese chiamato Vaudin. Questi era ricco, savio ed
assai buono , come ci riferiscono i nostri prede
cessori. Adunque sia dall'averla letta per se stesso,
sia per averla intesa da altri; egli ascoltò la pa
rola del Vangelo, e vendute le possessioni che a-
veva , e distribuitele ai poveri , colse il sentiero
della povertà, e predicò, e radunò discepoli. En
trò quindi nella città di Roma (1) e disputò alla
presenza dell'eresiarca (del Papa) intorno alla fede
ed alla religione. Eravi quivi in quel tempo il car
dinale di Puglia, suo amico, il quale lodò il modo
suo di vivere, e le sue parole e lo amò. Se non
che infine egli (Pietro Valdo) ricevette la risposta
alla Corte, che la Chiesa romana non poteva sop
portare i suoi discorsi, e che essa non voleva ab
bandonare il sentiero , pel quale si era avviata.
E così, essendo data la sentenza, egli fu cacciato
dalla Sinagoga. Ciò non di meno egli stesso pre
dicando in città fece molti discepoli, e percor
rendo le provincie italiane tirò moltitudine di po
polo, cosi che in differenti luoghi molti aderirono
alla loro conversazione , cioè di lui e de' suoi
successori. Essi d' assai moltiplicarono, perché il
popolo gli udiva volentieri, giacché la parola di
verità era nella loro bocca, ed insegnavano il sen
tiero della salute. Così andarono moltiplicando ag
giungendosi loro come discepoli, talvolta ottocento,
(1) Di questa venuta di Pietro Valdo in Roma, e dell'in
contro col Cardinale amico , e della disputa personale ivi
avuta, non si trova alcun documento contemporaneo. Sol
tanto alcuni Valdesi vennero a Roma affin di attenere la
Sanzione del Papa nell'anno 1179.
32
talvolta anche mille , talvolta sol pochissimi. Dio
operò maraviglie per essi, come noi abbiamo sen
tito da molti, che dicono sinceramente la verità.
Ma queste fruttuose opere durarono per lo spazio
di duecent'anni, come veniamo assicurati dai più
antichi. Alla perfine destatasi l'invidia di Satanasso
e la malignità dei tristi, una non piccola persecu
zione sorse tra i servi di Dio ; ed essi furono cac
ciati dall'uno all'altro paese, e la crudeltà contro
di noi continua fino al presente (1). »
Lasciando da parte i favolosi racconti della pre
tesa donazione di Costantino, di Leone, che si ap
partò da Silvestro, della predicazione di Valdo in
Roma, ed altre simili scempiaggini, da questo an
tichissimo documento risulta aperta l'origine val
dese nel xii secolo dell'era cristiana. Testimonio
irrefragabile egli è questo lasciatoci dai primi Val
desi , e che chiude la bocca a quanti vorrebbero
far risalire l'origine della setta prima di Valdo.
Questo documento o è stato ignorato , o malizio
samente occultato dal Morland e dal Léger, storici
del partito.
Ma quel che reca l'ultima sconfitta ai favoleg
giatori di un'antichità superiore alla comparsa di
Valdo, per la setta, che da esso ha tolto il nome,
è lo studio profondo che intorno all'origine di tal
setta han fatto dotti protestanti in questi ultimi
anni. Tali sono gli Anglicani Mailand, Todd e
Gilly. Fra questi il Mailand fu il primo a recare

(1) Voi. A fogl. 36-38 presso il Molia poc'anzi allegato,


secl. xiv, p. 48 segg.
33
in mezzo i documenti, che rovesciano da capo a
fondo la pretensione dei Valdesi nell'opera pubbli
cata in Londra l'anno 1832, sotto il titolo : Fatti
e documenti illustrativi della storia , dottrina e
riti degli antichi Albigesi e Valdesi. Gli altri due
parimente rifiutarono l'antichità delle origini val
desi , sostenuta dal Léger. Confutaronlo poi con
tale un apparecchio di prove , che lo stesso Fa-
ber, stato per molto tempo il rappresentante della
opinione valdese , dovette ricredersi rinunciando
all'assunto. Ciò fece il Todd in una dissertazione,
che diede alla luce in Dublino nel 1840 : Intorno
alle profezie concernenti l'antichità, e ad un cata
logo ragionato dei manoscritti Valdesi della Biblio
teca del Collegio della Trinità in Dublino , ed il
Gilly nella edizione che fece l'anno 1851, dell'E
vangelio Valdese di s. Giovanni.
Nel resto , questi non furono che i precursori
di più profonde ricerche che erano riserbate alla
dotta e laboriosa Allemagna. Il dottor Herzog, pro
fessore nella Università di Halla, pubblicò nel 1846
una dissertazione intitolata ; De Valdensium ori
gine et pristino statu, la quale fu poco stante se
guita da un articolo dello stesso autore nella Ri
vista di teologia e filosofia cristiana, l'arino 1850,
col titolo : Osservazioni sulla origine, e sulla dot
trina primitiva dei Valdesi.
Ma poiché trattasi di lavori critici della più grande
importanza, qui bastici l'averli accennati, dovendo
questi poco appresso formar la base delle ulteriori
ricerche intorno alle dottrine dei primitivi Val
desi , che è il secondo punto di controversia dei
84
protestanti in questa prima parte. Ora c'importa
di conchiudere la controversia intorno alla anti
chità di loro origine da essi esagerata colle false
date che assegnano ai più antichi loro documenti
dottrinali.

CAPO V.

La stessa origine si conferma dalla vera data dei


documenti pei quali i Valdesi pretendono provare
un' antichità anteriore a Pietro Valdo.

Sebbene dal fin qui esposto intorno alla vera


origine della setta Valdese risulti con ogni evi
denza essere favolosa la pretesa loro antichità;
come nondimeno essi vantano documenti anteriori
al Valdo, prima di por fine a questa prima con
troversia, ci convien discutere intorno la vera data
di questi documenti medesimi, affin di tor loro di
mano quest'ultimo appiglio. Imperocché qualor vo
lessimo prestar fede al Léger, al Morland, al Peyran,
al Bert , al Muston ed altrettali recenti scrittori
del partito, dovremmo a cagione dell'antichità di
tali documenti assegnare alla setta un'antichità su
periore al tempo di Valdo. Se non che ogni loro
conato affin di asseguire l'intento propostosi, alla
luce della moderna critica s'infrange e va in di
leguo.
Sei sono i documenti coi quali essi pretendono
d'appoggiare la loro pretensione di dimostrare la
setta loro anteriore a Valdo, il quale, come ab
biano veduto, si diede a formar gente tra il 1160
35
ed il 1170. Questi documenti che si vogliono an
teriori a quel tempo sono i seguenti: 1° La Nobla
Leycon che si vuole scritta nel 1100. 2° Il Cate
chismo , che parimenti si vuole scritto nel 1100.
3° L' Anticristo nel 1120. 4° Il Purgatorio nel 1126.
5° L'invocazione dei santi del 1120. 6° Specialmente
la prima Professione di fede, che si vuole scritta
dai Valdesi nel 1120 (1).
Se non che il Léger nel fissare tali date ante
riori a Valdo pei riferiti manoscritti Valdesi s'in
gannò a partito, e volle imporre ai suoi leggitori.
Di fatto per cominciare dalla Nobla Leycon, che
si pretende scritta nel 1100, e fu riprodotta per
intiero, non senza mende dal Raynouvard, si prova
dall'Herzog ad evidenza, che essa appartiene agli
ultimi anni del secolo xiv. Nuove ricerche però ed
assai più accurate hanno fatto conoscere, che tanto
la Nobla Leycon , quanto gli altri documenti qui
sopra annoverati sono in realtà di una data ancor
posteriore. Il professore J. II. Todd nei Manoscritti
Valdesi pubblicati in Dublino nel 1865 e H. Brad-
shaw nell'opera : Ricuperamenlo dei lungamente
perduti manoscritti Valdesi (nella Società antiqua
ria, maggio 1862 in Cambridge) ne hanno fatta una
coscienziosa recensione.
Dai costoro studii risulta 1° che il Trattato della
Invocazione dei santi cita il Milleloquium , che non
è di sant'Agostino, ma bensì di fra Bartolomeo da
Urbino; e fu scritto circa la metà del secolo xiv (2).

(1) Cosi il Léger, e quei che in seguito l'hanno copiato.


(2) Il Léger gli assegna il principio del sec. xn.
36
2° Il Catechismo contiene citazioni della Bibbia come
divisa in capi, mentre è comunemente ammesso,
che la divisione in capi fu introdotta più di due
secoli dopo la data assegnata a quel catechismo
dal Léger. 3° Nel volume A di quei manoscritti è
fatta menzione del dottor Evangelico, titolo dato
all'inglese Giovanni Wicleffo, il quale visse nel se
colo xv. E nella stessa vi è altresì fatta menzione
di Pietro de Vaudia , il quale apparve , come ivi
si dice, circa ottocento anni dopo il gran Costan
tino, e di più vi si accennano varii fatti accaduti
duecent'anni dopo Pietro Valdo. 4U II sesto verso
della Nobla Leycon pubblicato dal Morland e dal
Léger come se dicesse : Ben ha mtt e untati com
pii entierament, ha una cancellatura ed uno spazio
vuoto nel Ms. del volume B tra è e cent; ma per
mezzo di una magnifica lente il Bradshaw ed altri
vi scopersero il numero 4 che è in gran parte can
cellato. E però rimesso questo numero nel suo pro
prio posto , il lettore troverà così : Ben ha mil &
4 cent ans compii entierament. In questo caso il
forte appoggio della prodigiosa Valdese antichità
va in dileguo. 5° Qualora la detta lezione rima
nesse tuttora incerta ; tuttavia il famoso verso della
Nobla Leycon, non darebbe alcun fondamento per
fissare l'esistenza della setta Valdese prima del
tempo del vero suo fondatore. Di questo deve darsi
lode al Rev. Th. Sims, che nella sua appendice al
Peyran (Londra 1826, pag. 142), discorrendo della
supposta lezione 1100, e non 1400 fosse la vera
lezione del manoscritto, una tal data non potrebbe
esser presa come la data reale del manoscritto.
37
« Questa data, dice egli, di 1100 segna il tempo in
cui le parole : Ora sen al derier temps furono pro
ferite. E ciò si fa manifesto, se si consideri assieme
l'intiera sentenza : Ben ha mil e cent ans compii
intierament que fu scrita loro ora sen al derier lemps.
Il senso pertanto è che mille e cent'anni, sono in
tieramente decorsi dal tempo in cui questa sen
tenza fu scritta. Ora sen al derier temps; colle
quali parole manifestamente si allude a quel che
scrisse s. Giovanni nella sua prima lettera al capo I :
Novissima hora est. Ora s. Giovanni scrisse questa
epistola da vecchio, circa settant'anni almeno dopo
la nascita del divin Salvatore. Per conseguenza,
se a questi 1100 anni se ne aggiungano altri set
tanta, si avrà la data reale del manoscritto di 1170,
e quindi anche in tal caso esso non sarebbe an
teriore al tempo di Pietro Valdo. »
Nel resto questo sia come un di più, nella falsa
supposizione eziandio del Léger e del Morland. Il
vero è che il numero 1100 non è la vera lezione
del manoscritto, che invece dee leggersi 1400; né
ora rimane dubbio alcuno, che questo componi- ,
mento spetti al decimoquinto secolo. Il che per
ultimo ad evidenza si conferma dall'ultima facciata
del Ms. voi. V. in cui hanno le prime quattordici
linee di un' altra copia della Nobla Leycon ed il
quarto verso è distesamente scritto così: Ben ha
mil e CCCC anz compii entierament. « Quindi non vi
può esser dubbio, dice Bradshaw (1. e. pag. 31), che
le copie di Ginevra e di Dublino sono amendue
posteriori alle nostre due di Cambridge e comunque
possiamo spiegare l'omissione del mil 400 (CCCC)
38
in esse ; egli è almeno chiaro doversi preferire le
due anteriori copie, che stanno contro le due poste
riori. E questo par più che sufficiente a soddis
fare il più valente patrocinatore dell'antichità del
poema (1). »
Quel che abbiam detto intorno alla Nobla Leycon
con egual ragione, ed anzi più ancora debbe dirsi
degli altri summenzionati scritti Valdesi, cioè del
Catechismo e del libro de\V Anticristo, non che del
trattato del Purgatorio, i quali tutti son posteriori
alla Nobla Leycon, e però niuno di essi è anteriore
al secolo XV. Egli è pertanto ora un fatto acquistato
alla critica ed alla Storia per irrepugnabile argo
mento , che i Valdesi debbono decampare dalle
stolte lor pretensioni di una sognata antichità, che
non hanno avuta, né possono avere, prima dell'ap
parita di Pietro Valdo unico autore della lor setta.
Stabilita per tal guisa la vera origine della setta
fuor di ogni contestazione, anche secondo i più
antichi documenti Valdesi, gli è ornai tempo che
facciam passaggio alla discussione dell'antica dot
trina Valdese , che contiensi in questi documenti
medesimi. Ciò che formerà l'argomento dei Capi
seguenti in questa prima parte del nostro lavoro,
che riguarda i Valdesi primitivi.

(1) Così il Melia nell'op. cit. secl. xv.


39
CAPO VI.

Degli studi fatti da critici protestanti, specialmente


dall' Herzog, intorno agli antichi documenti Val
desi, per determinare la vera origine della setta
e le loro dottrine primitive.

Oltre la pretensione storica ad una antichità an


teriore a Valdo, i Valdesi degli ultimi secoli fino
all'età presente hanno avuta un'altra pretensione
dottrinale : pretendono cioè di non aver già preso
dai Novatori del sec. XVI le dottrine protestanti,
che ora insieme con essi professano, ma di averle
sempre tenute nei secoli prima della Riforma, e
gli stessi Riformatori si fanno un pregio di anti
chità col dire che la pura dottrina evangelica, da
loro abbracciata nel sec. XVI, si era conservata
intatta dai loro precursori e fratelli, specialmente
Valdesi, anche nei sècoli della corruzione generale
della Chiesa. Il più valido appoggio per questa
doppia pretensione erano gli antichi manoscritti
Valdesi: giacché se veramente quei manoscritti ri
salivano fino al principio del secolo XII, contenendo
essi non poche dottrine, professate poi dai prote
stanti, ne venivano queste due necessarie conse
guenze ; che dunque i così detti Valdesi sono stati
anteriori a VaWo e che nei secoli anteriori alla
Riforma essi già professavano quelle dottrine adot
tate poi dai Novatori.
Ora dimostrato una volta con critica evidenza
che tutti que' manoscritti sono posteriori a Valdo,
che anzi i più sono posteriori al tempo della Ri
40
forma protestante, con questa sola rettificazione
delle date, si rettificano le opinioni intorno ai Val
desi; e si dimostra, come abbiamo già fatto, che
essi non hanno alcuna ragione ad origine più an
tica di Valdo, e di più, che quelle dottrine pro
testanti che s'incontrano in quei manoscritti, sono
dottrine dei Valdesi posteriori, unitisi prima spe
cialmente ai Vicleffisti, e poi ai Calvinisti, e non
sono già le dottrine dei Valdesi primitivi. Che anzi
trovandosi ancora nei più antichi lor manoscritti
molte dottrine cattoliche, contrarie alla Riforma e
alle presenti dottrine Valdesi, si fa manifesto che
essi coll'andar del tempo, come succede a tutti gli
eretici, hanno variato nella dottrina, e che è vano
quel loro miserabile vanto di ortodossia protestante,
come dicesi, di puro sangue, quasi che i primi
tivi Valdesi avessero sempre professate le dottrine
protestanti contro la Chiesa Romana.
Di qui si vede che lo studio delle date di quei
manoscritti, non è stato uno sterile studio di critica
letteraria, ma uno studio fecondo di conseguenze
per accertare l'origine e le dottrine primitive della
setta Valdese. Così questo studio è riuscito a nuovo
onore per la Chiesa Cattolica, mettendo in chiaro
che i Valdesi, lungi dal venire, come taluni dicevano,
da tempi apostolici, son nati con Valdo, e che essi
stessi nei loro antichi documenti recano molte te
stimonianze in favore delle antiche dottrine catto
liche, negate poi dai Novatori dei secoli XV e XVI.
E ciò che è da notare si è che questo studio
torna ad onore della Chiesa e a scorno de' Valdesi
e dei protestanti, si è fatto specialmente per opera
41
dei protestanti medesimi, benché essi intendessero
ad altro fine.
Già abbiamo accennato nei due capi antecedenti
i molteplici lavori critici fatti da protestanti inglesi
e tedeschi , e specialmente lodammo l' opera del
l' Herzog che si è segnalato nelle ricerche storiche
e specialmente critiche dei manoscritti per accertare
l'origine e la dottrina dei primitivi Valdesi. Tre e-
poche ben distinte, secondo l' Herzog, caratterizzano
la storia dei manoscritti Valdesi ; l'epoca anteriore
all'influenza dell'eresia Ussita; poi quella in cui
la sua letteratura è tutta impregnata del tipo re
ligioso dei fratelli Boemi ; e finalmente l'epoca della
Riforma, quando il protestantesimo entrò a modi
ficare le dottrine dei discendenti di Valdo. L'Herzog
consacra più di sessanta pagine dell' opera citata
a fare la classificazione, o come suol dirsi un ca
talogo ragionato dei manoscritti Valdesi: lavoro
importantissimo , come base e fondamento delle ri
cerche intorno all'antichità e alle dottrine de' Valdesi
primitivi : ma pel nostro scopo è assai più impor
tante di dare piuttosto il risultato di questi studi,
facendo conoscere il contenuto dottrinale dei ma
noscritti più antichi. Anche il sig. Enrico Steven
son in una serie di eccellenti articoli negli Annali
cattolici di Ginevra (1) dando una copiosissima ri
vista dei lavori dell'Herzog, si è astenuto dalle mi
nute disquisizioni critiche, e si è contentato di dare
un semplice ragguaglio storico dei lavori fatti, come

(1) Les Vaudois du moyen àge d'après M. 'Herzog. An-


nales catholiques de Genève. Sépie v, vi e vii.
/ Valdesi. i
42
accennammo di sopra, quasi contemporaneamente
dal Dieckoff e specialmente dall' Herzog, che ancor
noi qui riferiamo prima di raccogliere dai mede
simi manoscritti le primitive dottrine Valdesi. Pia
cerà ai nostri lettori di vedere cosi sommariamente
il progresso di questi studii critici: e ciò servirà
di conferma di quel che abbiamo detto nei capi
antecedenti intorno alla supporta antichità dei Val
desi, e servirà insieme d'introduzione a ciò che
dobbiam dire nei capi seguenti intorno alle loro
antiche dottrine: giacché queste due quistioni sì
importanti dipendono in gran parte dalla critica
fatta in questi ultimi tempi degli antichi documenti
della setta Valdese.
Lasciando dunque da parte quel che abbiam
detto di sopra degli studii fatti in Inghilterra, in
Irlanda, a Cambridge e a Dublino, ecco quel che
ci dice lo Stevenson degli studi del Dieckoff e spe
cialmente dell'Herzog. Le prime ricerche critiche
del Dr Herzog diedero occasione ad un' opera del
suo dotto compatriota il Dieckoff, licenziato e pri-
vat-docent di Teologia nella Università di Got
tinga (I). Egli rimprovera vivamente ai suoi pre
decessori di essersi occupati quasi esclusivamente
nel determinare qual fosse la data più antica da
potersi assegnare ai Mss. Valdesi, mentre che il
punto più importante, secondo lui, era di conoscere
(1) Nell'op. Die Waldenses in Mittellalter zwei historische
Untersuchungen von W. Dieckoff lic. und Privat-docent der
Theologie in Gottigen, ossia: I Valdesi dell'età media-Due
disquisizioni storiche di Dieckoff lic. e docente-privato di
teologia a Gottinga.

\
43
qual fosse la data più recente possibile ad assegnarsi.
Checché ne sia di questo suo modo di opinare, egli
rese notevoli servizi allo studio della letteratura
Valdese. Il suo merito principale è quello di aver
fatto una delle più curiose scoperte, e di aver così
gittata una luce immensa su d'una parte conside
revole degli scritti Valdesi. Egli pervenne a dimo
strare, che la Confessione di fede dell'anno 1430 dei
fratelli Boemi Ussiti o Taboriti ha servito di ori
ginale ad un gran numero di manoscritti pubblicati
dal Perrin e dal Léger, cioè il catechismo, e diversi
trattati sul Purgatorio, l'invocazione de' Santi, ed
il digiuno.
Questa scoperta suggerì naturalmente al suo au
tore l'idea, che altri Mss. potessero altresì prove
nire dalla medesima sorgente, e l'indusse a sup
porre, che la stessa Nobla Lei/con avesse avuta la
sua origine dai Taboriti.
Da siffatta indagine risulta un fatto della più
grande importanza, ed è che quasi tutti gli scritti
favorevoli all'alta antichità della setta , ed all'or
todossia protestante de'suoi dogmi appartengono ad
un'epoca relativamente recente, giacché gli uni sono
posteriori all'anno 1430; vale a dire alla Confes
sione di fede dei fratelli Boemi, gli altri, si dimo
strano posteriori persino all'anno 1532; ossia alle
negoziazioni religiose, che il Valdese Morel tenne
coi riformatori Ecolampadio, e Bucero ed il sinodo
di Angrogna, che si tenne il 17 settembre 1532.
Anche l'Herzog avea già dimostrato che la Con
fessione di fede alla quale si era attribuita sì grande
antichità, facendola rimontare al 1120, un mezzo
*
u
secolo prima di Valdo, non era altro nelle sue parti
essenziali, che un estratto letterale della Relazione
data nel 1530 al riformatore Ecolampadio dal ce
lebre G. Morel intorno allo stato della setta Valdese,
di cui egli era uno de' principali rappresentanti.
Presto altresì si convinse che molti altri docu
menti così venerabili agli occhi de' protestanti per
la loro supposta antichità, erano assai più recenti
di quel che si fosse mai pensato. Tuttavia il dot
tor Herzog non conveniva col Dieckoff che tutti i
manoscritti fossero così recenti, com'egli preten
deva procurando sistematicamente di assegnare pei
manoscritti la data più recente possibile. Egli si
avvide, che doveansi distinguere due epoche diverse
nella setta Valdese, quella che precede la così detta
riforma, e quella che la seguì, o meglio ancora,
che debbonsi distinguere tre epoche, come abbiam
detto di sopra, quella che precede gli Ussiti Ta-
boriti, quella che precede la riforma, e quella che
la seguì. Egli venne a queste conclusioni anche
prima di aver potuto esaminare tutti i più celebri
manoscritti Valdesi.
Incoraggiato l'Herzog dai fecondi risultati ai quali
l'avean condotto le sue laboriose ricerche, da lui
pubblicate nella sua Dissertazione intorno all'ori
gine e condizioni primitive dei Valdesi, con quella
felice tenacità , che distingue i dotti della Ger
mania, si risolvette a proseguire la sua opera sino
alla fine. Si conosceva da lungo tempo l'esistenza
in Ginevra di buon numero di manoscritti Valdesi,
ma non fu che verso 1' anno 1840 , che si seppe
nell' Europa continentale , che nella Biblioteca di
45
Dublino se ne possedevano eziandio altri della me
desima categoria. Le citazioni del Monastier nella
sua Storia della chiesa Valdese pubblicata nel 1848,
quella del dottor Gilly nell'opera già citata, e par
ticolarmente il Catalogo ragionato del Todd fecero
conoscere all'Herzog l'importanza di questi nuovi
documenti, e l'impegnarono ad intraprendere una
spedizione scientifica a Ginevra, ed a Dublino.
Fortunatamente per lui, egli potè cominciare il
gran lavoro, che premeditava, e di cui era ben lon
tano dal dissimulare le difficoltà, dall'esame di uno
de' più recenti manoscritti. Il codice di Zurigo del
Nuovo Testamento Valdese, che trovò a Strasburgo
nella casa di uno de' suoi dotti amici, il professor
Reuss. Egli confrontò minutamente dal principio
al fine il testo di s. Giovanni, quale il recava que
sto manoscritto con quello del medesimo Vangelo
pubblicato dal dottor Gilly a Londra nel 1848 se
condo il Ms. di Dublino. Copiò inoltre una parte
degli altri Evangeli, e delle Epistole, cercando al
tempo stesso di rendersi conto coll'aiuto della Vol
gata delle espressioni delle quali il senso gli pa
reva oscuro.
Iniziato per tal modo alla lingua de' manoscritti
Valdesi, si recò in Ginevra colla intenzione d'in
traprendere uno studio serio di quei che conteneva
la Biblioteca di questa città, convinto che gli estratti
che se n'erano fatti, e che da lungo tempo erano
conosciuti dal pubblico, dovevano essere insufficienti
e scorretti. E di fatto egli si avvide ben presto, che
tutto era a rifare ; che le compilazioni precedenti
erano al sommo difettose sotto il doppio rispetto
46
della forma e del contenuto. Il suo lavoro fu per
conseguenza specialmente un lavoro di revisione.
Collazionò coi manoscritti ginevrini le copie che
egli se ne avea fatto fare ; come pure il testo dei
documenti, che Hahn avea aggiunti sotto il titolo
di Supplementi alla sua Storia de' Valdesi. La sua
attenzione si portò particolarmente sopra i mano
scritti rimasti fin allora sconosciuti al pubblico.
Trascrisse in gran parte di propria mano il trat
tato del Purgatorio, lasciando la cura ai copisti di
fare il resto, che egli confrontò in seguito coll'o-
riginale. Di più egli fece copiosi estratti di altri
scritti il cui contenuto gli pareva di qualche im
portanza.
Da Ginevra l'Herzog prese la via di Dublino pas
sando per Grenoble , la cui Biblioteca conteneva
uri Ms. Valdese del Nuovo Testamento, che gli pre
meva di conoscere. Il celebre professore trovò nella
Biblioteca di Dublino, oltre gli esemplari identici
con quelli di Ginevra, dei quali egli non ebbe che
a notare le varianti, altri originali di opere della
più grande importanza, che mancavano alla colle
zione ginevrina, e che non erano mai stati pub
blicati. Vi scoprì di più il testo manoscritto di al
tri scritti Valdesi, conosciuti fin qui dal pubblico
per le copie sfigurate , o frammentarie , che egli
corresse e completò col testo originale. Quanto a
più altri trattati senza gran valore, che gli offerse
altresì la stessa Biblioteca, si contentò di prenderne
conoscenza.
Il manoscritto Dublinese del Nuovo Testamento
Valdese fu eziandio 1' oggetto del suo esame. Ma
«
47
dopo di aver trascritto di suo proprio pugno i di-
eianove primi capi di s. Matteo , si avvide , che
questo lavoro, accompagnato con quello della re
visione, prolungherebbe di troppo il suo soggiorno
in Irlanda , dove aveva altri Mss. a studiare. Gli
venne poi l' idea di dirigersi al dottor Gilly di
Norham di cui avea fatta la conoscenza per mezzo
del cav. Bunsen ambasciatore prussiano in Londra,
pregandolo di fargli pervenire a Dublino una co
pia di questo Nuovo Testamento, che il dottor
Gilly possedeva già da parecchi anni ; e promet
tendogli di confrontarlo attentamente con 1' origi
nale sotto condizione tuttavia di poterlo recar seco
ad Halla. Il Gilly vi acconsentì , e così 1' Herzog
potè trascriverlo più tardi per intiero di sua mano
nell'inverno del 1851 e del 1852. Collazionò pure
parte in Dublino, e parte in Halla il manoscritto
copiato di Dublino con quello di Zurigo , che il
professor Reuss avea messo a sua disposizione. Il
risultato di questi confronti, e le sue osservazioni
sul manoscritto del Nuovo Testamento Valdese di
Grenoble si trovano in una dissertazione del Reuss
su le Traduzioni Valdesi della Bibbia, inserita nella
Rivista di Teologia e di filosofia cristiana nel 1851
il mese di giugno, nel 1852 il mese di dicembre,
e nel 1853 il mese di febbraio.
Tuttoché versato nella cognizione di alcune lin
gue romanze, e specialmente della provenzale, co
gnizione che facilita assai più del latino l'accesso
alla intelligenza del dialetto Valdese, ancorché a-
iutato dalla Volgata per l'interpretazione del Nuovo
Testamento, il dottor Herzog dovette incontrare
qualche difficoltà nella traduzione dei manoscritti,
che dovevano servire di compimento ai suoi studii
precedenti. Il dialetto Valdese, non è, secondo ogni
probabilità, che una ramificazione modificata della
lingua provenzale, una delle più belle creazioni
della lingua rustica dei Romani, che già si par
lava nel Sud della Francia, nel Nord dell'Italia oc
cidentale, e al Nord-Est della Spagna (1). Egli è
lungi dall'essere stata , come lo sono da qualche
anno le altre lingue romanze , 1' oggetto di uno
studio speciale. È a dolersi che il professor Diez
della Università di Bonna non abbia potuto per
mancanza di mezzi consecrare nella sua ammira
bile Grammatica delle lingue romanze un più lungo
special dialetto Valdese, che avrebbe chiarite molte
difficoltà.
Per l'esattezza delle sue ricerche e per la per
severanza messa in esaminare l'un per uno i ma
noscritti delle Biblioteche di Ginevra, di Grenoble,
di Lione, di Parigi, di Cambridge e di Dublino ,
l'Herzog pervenne a ristabilire i testi nella loro
interezza. Gli estratti corretti, che ne dà alla fine,
e nel corpo della sua opera sono stati di grande
aiuto a quanti poscia si occuparono nello studio
delle lingue romanze.
Ma ciò che è più importante per noi , tali e-
stratti servono a conoscere esattamente quali fos-

(1) Ved. Diez, Grammatik der romanicher sprochen I


pag. 77, e per le analogie sorprendenti del dialetto Valdese
col provenzale Raynouvard, Choicc des po'ésies originales des
Troubadours ; voi i, pag. 13-15, e voi, 77 p. 60.
49
sero le primitive dottrine Valdesi intorno alle quali
l'Herzog, benché con ispirito protestante ha fatto
uno studio che rende grandi servigi alla Chiesa
Cattolica. È dunque tempo, che diamo in compen
dio i frutti degli studi deli' Ilerzog raccolti come
abbiam detto con tutt'altro spirito dallo Stevenson
negli Annali Cattolici di Ginevra ; e noi li com-
pendieremo anche più riducendo il tutto a Ire capi,
discorrendo prima in generale della predicazione
di Valdo, e dei suoi primitivi seguaci, e poi in
particolare delle loro dottrine morali, e delle dog-
maliche.

CAPO VII.
Della predicazione di Valdo
e de' suoi primitivi discepoli in generale.

Fin dal capo secondo abbiam parlato della pri


mitiva predicazione di Valdo, riportando le testi
monianze di antichi autori; ma il nostro scopo era
allora soltanto di mostrare qua] fosse 1' antichità
della setta Valdese, e come la sua vera origine fosse
da Valdo ; ora invece nostro scopo si è di mostrare
lo spirito e la dottrina della setta Valdese nella
prima sua epoca.
Convien dunque ricordare che il punto di par
tenza della setta Valdese fu lo studio della Bibbia,
cosa per sé lodevolissima quando si faccia col de
bito spirito di sommessione alla Chiesa, ma occa
sione d'illusioni, d'errori e di eresie, se si faccia
senza quello spirito di sommessione , come è av
venuto a tanti autori di sette, ed allo stesso Valdo.
50
In questo senso tutti gli eretici furono in qualche
modo, almeno praticamente, precursori del fonda
mentale principio protestante.
Vuoisi però notare, che da principio Valdo e i
suoi discepoli ricorrendo alla Bibbia come a prima
sorgente della verità cristiana, non lasciarono però
di tenersi anche alle interpretazioni ed insegna
menti dei Padri, ed in generale dei Dottori della
Chiesa. L'eresia Valdese professava così nelle «uè
origini o cominciamenti due principii dei quali
l'uno rivelava una tendenza nuova, mentre l'altro
era tuttora eminentemente cattolico. Nel pensiero
del suo capo questi due principii non formavano
tra sé veruna specie di antagonismo. Egli , come
si disse, si diresse a due dotti sacerdoti della Chiesa
Romana al tutto irreprensibili in fatto di ortodossia,
affin di conoscere per loro mezzo il contenuto del
Vangelo; furono essi eziandio quei che l'inizia
rono con numerosi estratti tradotti in lingua vol
gare, alle opere de' Padri e dei Dottori. La via
che egli seguì dovea nondimeno , sebbene a sua
insaputa, trascinarlo o presto o tardi in funesti er
rori dommatici. Ed infatti invece d'interrogare in
nanzi tutto l'insegnamento della Chiesa, la tradi
zione cattolica di tutti i secoli, e di approfondarsi
in seguito nelle Scritture, esso si pose allo studio
del Vangelo senza preliminari di alcuna sorta, e
conchiudendo dalla infallibilità della divina parola
a quella della sua propria ragione, non pensò alla
tradizione che per metterle in armonia col suo
senso privato. I suoi aderenti adottarono lo slesso
sistema, che li tirò al precipizio.
51
Lo stesso è loro avvenuto rispetto agli scritti
dei Padri, dei quali si erano procurati lunghi e-
stratti senza intenderli. Imperocché sebbene il Van
gelo somministrasse a Valdo un'alta idea della po
vertà del Signor Nostro, del pericolo delle ricchezze,
e della beatitudine celeste riservata ai poveri vo-
lontarii, pur tuttavia le gravi ed incessanti esor
tazioni dei Dottori della Chiesa a dispregiare i beni
caduchi di questo mondo , furono quelle che più
di ogni altro impegnarono il capo della setta Val
dese a far consistere in una vita austera, e spoglia
di ogni cosa il fondamento stesso della vita cri
stiana.
E qui vuoisi fare qualche osservazione sulla strana
idea, che Valdo si era formato della perfezione cri
stiana. Una conformità letterale alla povertà che
Cristo padrone di tutte le ricchezze della terra, le
disprezzò tutte e ne segnalò i grandi pericoli, tal
era secondo essi la condizione sine qua non della
vita spirituale, e della eredità celeste. Pieno di
questo pensiero, Valdo gettò -ai piedi dei poveri i
tesori considerevoli che egli aveva accumulati, forse
come Zaccheo, per vie illegali, e non conservò per
sé, che lo stretto necessario per vivere e per co
prirsi. Esigette dai suoi aderenti lo stesso sacri
fizio, ed il nome di Pauri di Lione si attaccò per
lungo tempo ai partigiani della sua setta novella. Si
chiamavano essi stessi, come lo provano i più an
tichi documenti Valdesi li paures,lo paure polle di
Dio, e la loro chiesa si nominò la Glesia de li
paures. Nel modo superstizioso, scrive il Charvaz ,
con cui intendevano imitare gli Apostoli in tutto,
52
o per meglio dire, dai piedi sino al capo, essi por
tavano secondo gli uni una specie di calzari ta
gliati al di sopra per modo da lasciare i piedi nudi;
secondo altri, una specie di zoccoli segnati di una
croce, o d'altro segno in forma di fibbia, pensando
che tale fosse stato il calzare degli Apostoli, seb
bene la Scrittura nulla ci dica a questo proposito.
Gli scritti , che appartengono al periodo Ante-
Ussita insistono costantemente sulla necessità di
spogliarsi per amor di Gesù Cristo di tutti i beni
terreni, e sui pericoli eterni ai quali si espongono
i ricchi. Nella Glosa Pater una delle numerose in
terpretazioni Valdesi dell'orazione domenicale noi
leggiamo queste parole: «Guai a voi ricchi, che
trovate la vostra consolazione quaggiù.... Beati i
poveri di spirito, poiché il regno de' cieli è di voi. »
Il regno de' cieli non è promesso che ai veri re
ligiosi, a quelli che seguono il Signore nella fame
e nella nudità. Il Giardino di consolazione chiama
la povertà , una virtù sublime causa autissima ,
ed il Commentario del Cantico de' Cantici le dà
il nome di gloriosa povertà. Copiose citazioni di
sant'Agostino, di s. Girolamo, di s. Gregorio, e di
san Bernardo si adducono a corroborare i precetti
evangelici.
Da cosi fatte promesse dovea naturalmente con
seguitare qual corollario , quanto da essi venne
ben presto intrapreso. Imperocché la predicazione
per questi nuovi settarii non fu che una inferenza
spontanea dei loro diritti esclusivi alla successione
degli Apostoli. Agli occhi loro i preti della Chiesa
Romana non potevano più -pretendere a questo ti
53
tolo. Affin di continuare la catena apostolica, due
cose si richiedevano, una santità perfetta, ed una
profonda cognizione delle Scritture. Ora, essi erano
santi, e niuno possedeva al par di loro le verità
bibliche, e ciò pressoché esclusivamente, giacché
secondo essi, il piccol numero di preti, che non
avevano piegate le ginocchia al Vitello d'oro ed a
Baal riempieva solo la prima condizione. Erano
santi, ma al tempo stesso ignoranti delle Scritture.
Il popolo avea bisogno di essere istruito e santi
ficato tutto assieme. La Chiesa decaduta dalla sua
prima grandezza avea perduto, pensavano essi nella
loro umiltà, tutti i suoi diritti alla civilizzazione
del mondo. Valdo e i suoi partigiani si credettero
chiamati da Dio a rinnovellare il santo ministero.
Essi soli aggiungevano alla fede veramente aposto
lica la splendida testimonianza dell'esempio. Si mi
sero pertanto ad arringare la folla nelle vie e nelle
pubbliche piazze. Discepoli zelanti non tardarono
punto a seguirli. Uomini , donne , gente di ogni
mestiere, senza coltura, senza qualsivoglia previa
istruzione si strinsero dietro il nuovo apostolo, che
loro insegnò il Vangelo ; spinti dal loro zelo per
corsero i villaggi d'improvviso, in una confusione
strana ; penetrarono nelle case , si precipitarono
nelle chiese predicando uomini e donne , ed im
pegnando chiunque avesse a cuore la gloria di Dio
a far lo stesso (1).

(1) Ciò vien riferito da uno scrittore cattolico del medio


Evo, Stefano di Borbone, la cui autorità non potrebbe esser
sospetta. D'altronde chi non riconosce in questa confusione
u
Si' appoggiavano poi questi fanatici in così fare
non meno sulla Scrittura, che sull'autorità de' Pa
dri, e sopra esempi dell'antichità. S. Giacomo disse
espressamente che ogni grazia, ed ogni dono per
fetto vengon dall'alto (1). Gesù riprese s. Giovanni
per aver voluto impedire ad un uomo , che non
apparteneva ai discepoli, di scacciare un demonio
in suo nome (2). L'apostolo s. Paolo scrisse ai Fi-
lippesi: « Purché Cristo sia annunciato in qualsi
voglia modo, io ne godo, e ne godrò sempre (3). »
Tutti adunque, uomini e donne sono chiamati alla
predicazione, dacché hanno per iscopo la gloria
del Signore. Erano essi veramente solo secolari ;
ma s. Gregorio avea dichiarato in termini formali,
che chiunque avesse dentro di sé la voce dell'a
more dovea far intendere al prossimo la voce della
esortazione. E d'altronde i beati Fortunato ed E-
quizio, dei quali parla il medesimo santo nei suoi
dialogi erano stati semplici laici ; e nei tempi più
vicini Raimondo sopranominato Paolo, aveva fatto
stupire la Chiesa coi suoi molti miracoli.
Tali erano i singolari argomenti sui quali si fa
cevano forti i primi Valdesi per provare alla Chiesa
col Vangelo e colla storia, che ella aveva torto di
opporsi alla loro divina vocazione.
Un'altra cosa merita speciale attenzione. Il ce
libato, la verginità formavano nella età mediana

della setta Valdese nella sua origine, il tipo caratteristico


•di qualsivoglia rivoluzione?
(1) Iac. e. i, 17.
(2) Marc, ix, 37-39.
(3) Philip, in, 15-18.
55
l'elemento indispensabile della perfezione evange
lica. 1 primi partigiani della setta Valdese ammi
sero pienamente questo principio, e l'applicarono
praticamonte a quelli che si dedicavano alla pre
dicazione. I loro scritti lo provano ad evidenza ,
secondo la Nobla Leycon V esortazione alla vergi
nità caratterizza il Nuovo Testamento, e lo distin
gue dall'antico (I). L'autore di questo poema va
più innanzi ancora, e considera la virtù della ca
stità nel senso cattolico, come vera condizione es
senziale della imitazione del Signor Nostro Gesù
Cristo. « Niuna opera buona , dice il libro della
virtù, ha merito senza la castità di pensieri, né la
castità di pensieri senza quella del corpo. 0 miei
dilettissimi siate belli di corpo, e belli di cuore,
così si esprime l'Apostolo; La vergine non pensa
che alle cose di Dio, ed a ciò, che ella deve fare
per piacergli per essere santa di corpo, e santa di
pensieri. » Nel Giardino di consolazione noi tro
viamo queste parole : « La castità è un dolce fruito ,
la gioia dell'anima, la santità del corpo; ella è
sorella degli angeli, sorella di Gesù e di Maria sua
madre. » A confronto di questa dottrina eminen
temente cattolica, sono citati s. Agostino e s. Ber
nardo. Valdo stesso secondo una tradizione catto
lica diede due sue figliuole al chiostro (2).
La povertà e la verginità adunque furono le due
virtù fondamentali che esigettero dai loro predi-
(1) V. 242 ; La ley velha mandi lo venire que frute non
ha portò, la novella conselha guardar castità.
(2) Chronicon Anonymi Canonici Lundunensis ; ved. Ra-
cueil des documents asc. voi. mi, pag. 680.
56
catori i primi Valdesi. Somiglianti in questo al
l'apostolo s. Pietro quei che già erano ammogliati,
secondo riferisce la storia dell'Ivonet rinunziavano
alle loro mogli.
Le donne non furono per lungo tempo tollerate
dalla setta nella lor qualità di predicanti. Fu loro
imposto il comando, come la moralità pubblica il
reclamava, di tenersi in silenzio , e di instituirsi
in ordine religioso.
Dandosi alla predicazione i Valdesi si mettevano
necessariamente in opposizione diretta con la ge
rarchia cattolica. Quindi è che 1' arcivescovo di
Lione lor consigliava saggiamente nel 1170 di non
più predicare. Immaginatevi! intimare ai veri suc
cessori degli Apostoli l'ordine di abdicare ai loro
diritti ! Era questo un agire da Fariseo e da ne
mico di Cristo. 1 Valdesi risposero schiettamente
all'arcivescovo, che bisognava ubbidire a Dio piut
tosto che agli uomini. Non ostante quest' aperta
ribellione al loro prelato, essi presentaronsi nove
anni più tardi al pontefice Alessandro III ed al con
cilio Laterano, chiedendo con istanza, che si san
zionasse il loro strano apostolato. La risposta, che
n'ebbero si concepisce da sé, fu negativa. Ciò non
di meno essi continuarono ad esercitar le funzioni
che si erano arrqgale , ciò che costrinse il papa
Lucio IH a pronunziare contro di essi nel 1184 la
scomunica (I), la quale venne rinnovata più lardi da
Innocenzo HI nel 1215 nel IV Concilio Lateranese.

(1) Non son però nominati espressamente i Valdesi in


questo decreto.
r>7
Dopo queste generali notizie intorno alla pre
dicazione dei primitivi Valdesi , è tempo che di
scorriamo in particolare delle dottrine che predi
cavano, e che mostriamo come prima della influenza
avuta degli Ussiti , ed assai più dei Riformatori ,
essi conservassero assai dell'elemento cattolico nelle
loro dottrine.

CAPO Vili.

Delle primitive dottrine Valdesi


specialmente morali.

Benché le dottrine morali e dogmatiche s'intrec


cino insieme e non si possano separare , tuttavia
per maggior ordine e chiarezza esporremo prima
quali fossero le antiche dottrine dei Valdesi nelle
materie della morale Cristiana, e poi nelle materie
più strettamente dogmatiche.
Che cosa dunque insegnarono i primitivi Val
desi intorno a quelle cose tanto invise ai Valdesi
posteriori, la penitenza, le opere penitenziali , le
penitenze sacramentali, la povertà, la verginità e
intorno alle dottrine, che risguardano questi punti
della morale cristiana?
Valdo e i suoi primi discepoli diedero principio
alla lor predicazione nelle città, nei villaggi, nelle
vie e sulle piazze pubbliche, nelle chiese e nelle
loro riunioni segrete coll'intimare a tutti la peni
tenza : Fate penitenza , essi gridavano, perchè il
regno de' cieli è vicino. — Il giorno del Signore,
il giorno del gran giudizio è vicino: tremate'pec
1 Valdesi. 5
58
catori e preparatevi. Or qui convien notare, che
l'epoca in cui comparve Valdo era quella in cui
si aspettava con tremore la fine del mondo. Dalla
nascita del cristianesimo ogni secolo era stato com
preso più o meno dal medesimo spavento ; ma al
medio evo i mostruosi parti della libertà religiosa
e certe profezie lugubri, che per fermo non erano
fatti per rassicurare gli spiriti legittimavano un poco
i timori specialmente delle anime buone. Una si
nistra predizione particolarmente gettava allora
l'Europa nella costernazione. Ella annunciava, che
nel 1185 nel mese di settembre (la data era pre
cisa) tutta la terra sarebbe in preda a tutti gli or
rori della peste e della fame. Aggiungeva di più,
che una spaventevole distruzione minacciava l'u
niverso. Nel 1198 correva il rumore per le popo
lazioni allarmate che 1' Anticristo si era mostrato
alle porte di Babilonia. Gioachino di Flora con
fermava lo spavento universale con queste parole :
Omne tempus a 1200 ultra aestimo periculosum.
Non è improbabile che 1' aspettazione generale
di una spaventevole catastrofe influisse per qual
che cosa nella vocazione alla quale si credettero
chiamali Valdo e i suoi aderenti. Essa spiega al
tresì l' immenso successo che ottennero presso la
folla costernata le prime lor predicazioni.
La Nobla Leycon non è la sola in richiamare alle
anime, che dovessero tenersi pronte per la pros
sima venuta del Figliuolo di Dio. Il sermone : Tre-
mor del Segnor, il commentario del Cantico de' Can
tici, ed il trattato De las tribulacions contengono
lunghe e solenni esortazioni alla penitenza.
59
Alla predicazione sulla fine del mondo, che non
arrivava mai, successero quelle della incostanza e
caducità delle cose umane. Gran numero di scritti,
che risalgono ai primi tempi della setta Valdese
son pieni di considerazioni intorno a questo sog
getto: 0 polvere, grida fra gli altri l'autore De li
parlar de li philosophe, (traducendo nel suo dia
letto le parole sublimi, di un religioso del decimo
secolo) perchè l'insuperbisci tu? Il tuo concepimento,
non è egli peccato? Miseria la tua nascita, la tua
vita dolore, ed angustia la tua morte? Perchè im
pingui la tua carne e V adorni di cose preziose, ella
cui divoreranno ben presto i vermi del sepolcro (1).
— Il poema della Nobla Leycon, quello della Barca,
il Tremor del Segnar son tutti colmi di queste idee.
A tali riflessioni si aggiungono spesso delle de
scrizioni dell'inscrutabile giudizio di Dio, nel quale
sarà fatta retribuzione a ciascuno secondo le opere:
— Allora, dice la Nobla Leycon, si vedrà il Figlio
della Vergine discendere dal cielo sulle nuvole. E
così di seguito negli scritti di que' tempi.
1 Valdesi non si contentarono di esortare i fe
deli alla penitenza, ma inculcavano le dottrine che
vi si riferiscono. Essi condannarono soprattutto la
superbia , la disubbidienza e l' incredulità come
prime cagioni dei traviamenti dell'uomo e della

(1) 0 polver , perque te ensuperbisces , lo concebament


del qual es colpa, lo naysser miseria, lo vivre pena, lo mo
rir angustia ì Perque engrasas la tua carn do cosas pre-
ciosas e la kornas, la qual li verm son a devorar d'aquì a
poc jorn al sepolchro ?
60
eterna sua dannazione. Il tratto distintivo dell'uo
mo riprovato da Dio, dice l'autore del Giardino
detta consolazione, adoperando le parole di s. Gre
gorio, — è la superbia , è la disubbidienza , che
fece scacciare Adamo dal Paradiso, e lo escluse
dal regno di Dio. — Furono inoltre ben lontani,
come poi fecero i Valdesi posteriori unitisi ai Cal
vinisti , dall' ammettere 1' orribile dottrina della
predestinazione e riprovazione assoluta. Essi am
mettevano apertamente , che il primo uomo nel
separarsi da Dio avea agito spontaneamente con
piena coscienza ed intiera della sua disubbidienza.
Il Creatore gli avea dato il libero arbitrio, cioè una
libertà assoluta di azione; poteva egli scegliere tra
il bene e il male (\). L'uomo pel peccato origi
nale non aveva punto perduto il dono del libero
arbitrio, e dipendeva da lui coll' aiuto di Dio, me
diante la fede e le buone opere il sottrarsi dalla
eterna dannazione.
Tuttoché non poco disposti, come più tardi fe
cero i calvinisti a credere che l'inferno fosse pena
dovuta ad ogni menoma prevaricazione, i seguaci
di Valdo non rigettavano tuttavia la distinzione tra
i peccati mortali ed i peccati veniali, ciò che pro
vasi da un passo del loro poema Lo Payre eternai
(Il Padre eterno) composto in lode della Santis
sima Trinità.
I Valdesi, lo torniamo a ripetere, insistevano in
particolar modo intorno alla necessità della peni
tenza. Essa era secondo loro una delle dottrine

(1) Così nella Nobla Leyeon ; v. 17.


61
fondamentali del Nuovo Testamento. Per I essa l'uomo
poteva appropriarsi la grazia di Dio. L'autore del
Giardino la chiama la guarigione dell' anima , la
speranza della salute. — L'uomo salva l'anima per
mezzo della penitenza, dicesi in altro libro, come
il pellicano libera f suoi pulcini dalla morte, ab
beverandoli del suo proprio sangue. — Alzati per
la penitenza fino a Cristo , grida in un sermone
sulla rigenerazione spirituale un predicatore Val
dese, egli è verso di lui , che noi dobbiamo vo
lare per le vigilie, la preghiera, le limosine e le
buone opere (1). In un altro sermone delle sante
donne che si procacciarono dei profumi preziosi
per imbalsamare il corpo del Salvatore si trovano
queste parole : — La prima (Maria Maddalena) com
però della mirra ; la mirra è la cognizione ed il
dolore del peccato. La seconda (Maria madre di
Giacomo) si è procurata dell'aloè, più amaro an
cor della mirra; l'aloè è la confessione che rigetta
dal cuore la corruzione (la puntura) nascosta nel
peccato e lo purifica. La terza (Maria Salome) si
munì di balsamo , il più amaro di tutti : il bal
samo rappresenta la soddisfazione per le buone
opere (La satisfacion de Cobra en laqual es grant
lavor). Queste tre virtù, la contrizione, la confes
sione e la soddisfazione somiglianti ai tre preziosi
profumi, formano l'unguento spirituale della peni
tenza (un unguent espirytal, locai es apela penetenza).
(1) Vola en aut per penetenza al par del solelh , la es
lesus Christ al cel deven volar per vigilias e per
oracions e per almonas e per bonas obras, Serm. v, Valdes
sul testo: Sia renovela per l'espirit. Ms. Ginevra, n. 206.
62
Senza la contrizione e la compunzione (compon-
cion) non vi ha penitenza possibile, dicevano colla
Chiesa i partigiani di Valdo, e senza la confessione
vocale, la contrizione non ha valore. — Non vi è
speranza di guarigione, dichiara il libro Des Vertues
fin tanto che il ferro rimane 'immerso nella piaga,
niuna guarigione dal peccato, finché non è estratto
dal cuore per la confessione. — Ma sarà egli al sa
cerdote, che si debba far la confessione delle pro
prie colpe ? A Dio, dicevano i Valdesi e dopò Dio
al suo ministro. Ciò che è in piena conformità
colla dottrina della Chiesa. I loro pastori dovevano
esigere dai fedeli una confessione minuta , e loro
imporre delle penitenze severe, la preghiera, l'e
lemosina ed il digiuno. — Per tal modo, dice il
poema della Nobla Leycon, l'anima trova la sa
lute (1). — La setta Valdese non concedeva tutta
via ai suoi ministri il potere dell'assoluzione. Essa
l'avea formalmente ricusata ai sacerdoti della Chiesa
Romana a tutti i Papi dopo s. Silvestro, a tutti i
cardinali, a tutti i vescovi. Egli è ciò che dichiara
lo stesso poeta nel modo il più solenne con tutta
la gravità di un Dottore infallibile (2). Stefano di

(1) Per aquestas cosas troba l'anima salvamente


(2) Nella Leycon v. 405-413 l'autore, ricusando a tutti i
Papi dopo s. Silvestro il potere accordato da G. C. agli A-
postoli di legare e di sciogliere, concede nondimeno a tutti
i Papi de' tre primi secoli prima di s. Silvestro, il diritto di
assolvere e di condannare. Perchè adunque quei che lo se
guirono ne furon privati ? Perchè con s. Silvestro per la
supposta donazione, che questo Papa ricevette da Costan
tino, la corruzione si era infiltrata nella Chiesa , e 1' avea
63
Borbone avea adunque ragione di dire , parlando
dei Valdesi : — Si veritatem suae credentiae fatean-
tur, ponunt solum Deum a peccatis absolvere. — A
che serviva dunque la confessione del penitente ?
A dirigerlo coi buoni consigli che lor davano (1).
« Allor che tu ti presenti al confessore, scrive
l'autor della Barca, tiengli questo linguaggio : Io
peccatore mi presento davanti a Dio, ed a voi, affin
chè voi mi facciate parte de' vostri consigli, e mi
ispiriate una sincera penitenza... Confessa in se
guito tutti i tuoi peccati, senz'aspettare di essere
interrogato. Comincia da prima dai sette peccati
capitali , poi racconta quelli dei cinque sensi , e
quelli dei dieci comandamenti. Di' in seguito se hai
tenuto cattivi discorsi, mormorato, maledetto, be
stemmiato. Quando tu hai fatta così la confessione
sincera e particolarizzata di tutte le circostanze ,
fatti animo, e prometti di non più ricadere , ma
di seguire fedelmente i buoni consigli (le boti coli
seli), che ti saranno dati, e di fare una vera pe
nitenza , se non vuoi incorrere 1' eterna danna
zione (2). » Dal qual documento si fa manifesto, che

trasformata nella Babilonia dell'Apocalisse. Era questa, come


si sa, una strana conghiettura della setta Valdese, e che gli
storici protestanti anche gravi si compiaciono di ripetere.
Ma perchè allora i Valdesi non facevano altresì dipendere,
come il valore dell'assoluzione, così, il valore degli altri sa
cramenti dalla santità dei preti ! Ella é questa, come ognun
vede, una formale contraddizione dei Valdesi con se stessi.
(1) Lib. Sententiar. frag. 290 Ille cui fit confessio pec-
catorum, solumrnódo dat consilium.
(2) V. 308-325.
64
ritenevasi dai primi' Valdesi la forinola della con
fessione al tutto cattolica, e per conseguente, quanto
sia stato alterato il primo insegnamento dai Val
desi di oggidì, fino a non trovarsi più traccia presso
di loro di confessione e di penitenza.
Quanto si è detto intorno a questo punto di mo
rale dottrina cattolica professata dai primitivi Val
desi deve dirsi altresì di ben molti altri. Di fatto
essi tenevano coi cattolici la necessità delle buone
opere oltre alla fede per ottener la salute. — La
nostra fede è morta, dice l'autor del Giardino, al
legando le parole di s. Bernardo, il Cristo è morto
altresì in noi ; se l'amore si raffredda, la fede e-
ziandio muore, come il corpo spogliato dell'anima,
che costituisce la vita. — S. Giacomo, ei scrive nel
libro del Novel confort, dichiara in termini formali,
espliciti, che 1' uomo non potrebbe essere giusti
ficato per la sola fede, la fede senza le opere è
vuota, è morta. — Così parimenti leggesi nel Com
mentario Valdese del Cantico dei Cantici : — Vi
sono due cose per mezzo delle quali la santa Chiesa
s'innalza fino a Cristo, la fede e l'opera, e 1' una
non ha verun valore senza l'altra — La fé e l'o-
bra, e Vuna non vai senza V altra, la fede e le buone
opere sono le due guancie della sposa diletta. —
L'autore insiste con forza e ripetutamente sulla
iustificacions de las obras.
Tralasciando quanto alla necessità della carità
verso il prossimo insegnavano i Valdesi , le due
virtù principali nel punto di veduta della setta nel
primo periodo di sua esistenza erano, secondo che
abbiam detto di sopra, la povertà e la castità. Af-

\
65
finché poi la povertà fosse meritoria agli occhi di
Dio , due condizioni erano richieste : ella doveva
esser sincera, spontanea, ed al tempo stesso labo
riosa. Ciò che provavano per una parte coll'esem-
pio di Anania colpito di morte per aver ritenuta
una parte dei suoi beni , e per l'altra coll'esem-
pio di s. Paolo che rinunziò a tutto per amor di
Dio, ma travagliava al tempo stesso colle sue pro
prie mani, per non essere di peso ai suoi fratelli
nella fede.
La castità dal canto suo esigeva, che si astenes
sero eziandio da ogni specie di famigliarità colle
persone di altro sesso (familiarità de las femnas).
L'autore del Giardino è severissimo in questa parte.
Egli si arma di molti testi tratti dai Padri , e di
alcune parole mordaci di un Certo filosofo Secondo,
per provare ai suoi lettori, che le donne sono tutte
quante una sorgente di perdizione per l'uomo. Non
perciò è a conchiudersi, come alcuni fanno, che
i Valdesi rigettassero il sacramento del matrimo
nio. La Nobla Leycon raccomanda espressamente
la fedeltà nel matrimonio, che egli chiama nobile
contratto. La Epistola Fedele insegna, che il ma
trimonio è il quarto sacramento della Chiesa , e
l'autore del sermone De las noizas (1) si alza con
forza contro gli eretici, che avevano dichiarato con
trariamente alla fede, l'unione coniugale cosa il
lecita (2).

(1) Ms. di Dublino, a. 3.


(2) Gli aderenti di Valdo professavano nondimeno una
dottrina anticattolica col ricusare alla umana debolezza il di-
66
Sebbene considerasse il matrimonio come ono
revole, la setta Valdese, secondoché abbiamo già
veduto, faceva non di meno, come la Chiesa, una
parte assai più bella alla verginità. Ella costituiva
con la povertà, come si è detto più sopra, il ca
rattere distintivo del cristiano perfetto dei veray
religios. Queste due virtù introducevano 1' anima
nel santuario della vita contemplativa. — La con-
templacion, dice l'autore del Giardino, è l'eleva
zione a Dio dell'anima, che ha rinunziato a tutti
i beni del mondo. — Quanto è dolce, è detto nel li
bro delle Vertues, il dimorar giorno e notte nella
casa della contemplazione ! Al di fuori tutto è pe
ricolo, imperocché al di fuori son le tempeste, e
il turbamento che danno la morte.
Ma per giungere al più alto punto di santità pos
sibile alla creatura umana , non bastava ancora
l'esser casto e povero; bisognava inoltre castigare
la carne con molte e dure penitenze (Motas asprez-
zas), e pel digiuno. L'orazione (Oracion, Auracion)
necessaria a tutti i gradi della vita spirituale, l'era
altresì , e prima di ogni altra cosa a tutti quei ,

ritto di ricorrere al settimo Sacramento pel motivo di sfug


gire i pericoli segnalati da s. Paolo (i Cor. vii, 2, 5, 9).
Ciò si può almeno inferire in tutta giustizia da molti tratti
dei loro scritti, che l'estrema dilicatezza del soggetto non ci
permette di allegare testualmente. Alcune parole del Pseu
do-Ranieri, che passiamo egualmente sotto silenzio vengono
ad appoggiare la nostra opinione. Esse ci mostrano, che i
Cattolici del medio Evo accusarono eziandio la setta di ve
dere un peccato mortale in ciò che la legge di grazia con
cede al cristiano come freno alle sue passioni.
67
che aspirano alla perfezione. Era sulle ali della
preghiera, che il cristiano casto , povero , e dato
alle buone opere poteva penetrare a traverso i cori dei
Serafini e dei Cherubini fino al tribunale del Giu
dice Supremo. — E qui si osservi, come la pre
ghiera , per esser gradita a Dio, doveva essere
accompagnata dalle buone opere. Tal era la dot
trina che insegnavano gli antichi Valdesi. E ciò è
quel che dichiara positivamente l'autore del Giar
dino : — Le nostre preghiere, dice egli con s. Ci
priano, non s'innalzano verso Dio, se non in quanto
le nostre opere hanno di merito agli occhi suoi.
Il popolo di Dio formava , secondo gli antichi
Valdesi, tre classi distinte. Quelli che abbracciavano
la vita contemplativa, e vivevano conseguentemente
come il Salvatore e gli Apostoli nella povertà as
soluta e nella castità, occupavano il primo grado
nella Chiesa di Gesù Cristo. Erano questi i perfetti
(perfeit). Il regno di Dio diveniva la lor porzione.
Dopo questi veniva la nobile coorte (guarnicion)
dei cristiani vergini, che senz'aver rinunziato in
tieramente a tutti i beni terreni, si contentavano
non ostante dello stretto necessario , distribuendo
il resto ai poveri, la loro eredità era la nuova terra
promessa a quelli, che G. C. chiamava i Beati.
Nella terza categoria si trovavano collocati gli sposi
virtuosi, che praticavano le buone opere, ed alle
vavano i loro figliuoli nel timor di Dio. Ad essi
sarebbero indirizzate nel gran giorno del giudizio
finale le consolanti parole del Salvatore : Venite a
me voi benedetti dal Padre mio. — Questa triplice
classificazione corrisponde esattamente ai tre or
68
dini dei monaci, degli ecclesiastici e degli ammo
gliati, dei quali parla Gioachino l'abate di Flora.
Tutti i cristiani avean diritto alle diverse promesse,
ma la più gloriosa parte era riservata a quelli, che
preferivano alla dolcezza della vita coniugale la
castità perfetta e la povertà.
In un Trattato Valdese della biblioteca di Parigi
i religiosi sono dipinti come formanti la più no
bile porzione del popolo di Dio, e superiore pel
loro voto di castità a quei che predicavano questa
virtù senza averne fatto voto solenne. Che debbe
dopo ciò pensarsi dei De-Sanctis , dei Perez e di
tanti altri votifragi, che col rendersi Valdesi han
calpestato i loro voti togliendo moglie ?
Tal è la genuina esposizione della dottrina dei
Valdesi primitivi, specialmente circa la penitenza,
le sue opere, la sua necessità ; circa la professione
della castità e verginità, e circa altri punti di fede
e di pratica che dagli attuali Valdesi di accordo
coi protestanti si rigettano ora del tutto.
Ma prima di passare all' esame delle loro dot
trine più strettamente dogmatiche, conchiudiamo
questo capo intorno alle loro dottrine morali con
una giustissima osservazione dello Stevenson. Sa
rebbe da prendere meraviglia della tendenza asce
tica , che distingue in generale la primitiva dot
trina dei Valdesi, se in ciò stesso non si vedesse
uno dei tratti caratteristici delle eresie nei loro
inizii. Spogliate per una conseguenza inevitabile
del loro principio fondamentale, di quell'ammira
bile spirito di discrezione e discernimento proprio
della Chiesa Cattolica, le sette eretiche tanto nella
^ 69
morale, quanto nel dogma, vanno sempre piegando
verso gli estremi. In sé, secondo che crede Mgr.
Charvaz, sulle prime il mercante di Lione non pen
sava ad altro che a fondare un ordine religioso di
poveri volontari, come fece nello stesso secolo l'u
mile poveretto di Assisi. Ma le tendenze ascetiche
che nella Chiesa crearono il grande Ordine dei
poveri di Cristo, fuor della Chiesa generarono la
setta dei poveri di Lione.

CAPO IX.

Delle primitive dottrine Valdesi


specialmente dogmatiche.

Veniamo ora a parlare delle primitive dottrine


Valdesi intorno a certi punti dogmatici controversi
tra cattolici e protestanti, come sono il Purgato
rio, l'invocazione dei santi , l'autorità del clero ,
il Papato , i sette sacramenti , e specialmente la
Confessione (benché ne abbiam già parlato) e l'Eu
carestia. Qui pure vediamo che i primitivi Valdesi
in mezzo alle loro deviazioni dalla verità, tuttavia
conservarono nella massima parte delle loro dot
trine l'elemento cattolico, che basta a confondere
i Valdesi posteriori e tutti i protestanti. Non vogliam
con ciò dire, che in alcuni punti non comincias
sero ben presto i Valdesi a dipartirsi dalla catto
lica verità.
Cominciamo da quei capi di dottrina in cui più
si scostarono, anche prima della riforma dall'in
70
segnamento della Chiesa. La dottrina del Purga
torio nel senso in cui l'intende la Chiesa pare che
non fosse ammessa dai Valdesi anche antichi ; dissi
nel senso in cui l'intende la Chiesa, perché i co
storo scritti, il Temor del Segnor, L' Evangeli de la
Semenza , ed il trattato de la Penitenzia paiono
unanimi a far consistere il Purgatorio in una som
missione volontaria alle prove di questa vita. Di
qui si conosce, che se per un lato i più antichi
autori cattolici del medio evo, come l'Alano dell'I
sola, Bernardo del Fontecaldo, Pietro Monaco ed
il vero Ranieri (1) possano aver ragione allorché
affermano che i Valdesi primitivi non rigettassero
assolutamente il Purgatorio, per l'altro lato s'ebbe
pur ragione 1' Yvonet allorché attribuisce ai me
desimi eretici la massima non esse Purgatorium ,
mentre sembra che essi restringessero la penitenza
espiatoria a questa vita. Ma quando arrivassero a
tener tale errore non è si facile a potersi deter
minare.
Veniamo ora ad un altro punto in cui i Val
desi, cadder presto in errore. Che pensava la setta
Valdese nella sua origine sulla invocazione dei
santi ? Qui pure convien concederlo, ella non ebbe
bisogno di aspettar la riforma per essere eretica.
Non già che essa ricusasse, come il pretende Yvonet,

(1) Dissi il vero Ranieri, perchè ad esso appartiene l'o


pera genuina intitolata : Summa de Catharis et Leonistis
seu pauperibus de Lugduno, riprodotta dal Martene e da
Ursini Durand nel Thesaurus novus anedoctorum ; tom. IV.
Lutet. Paris. 1717, pag. 1719. seqq. Quella che trovasi nella
Bibliotheca max. patrum, tom. xxv. fol. 202 è interpolata.
71
alla Chiesa trionfante la facoltà d'intendere le pre
ghiere dei Cristiani di quaggiù ; ella non aveva
ancora risoluto questo problema, che era riservato
solamente ai lumi profondi dei Novatori del se
colo XVI di troncare in un modo infallibile , ma
non ammetteva che la Chiesa trionfante potesse
intercedere presso Dio in favore di sua sorella
militante. I santi assistevano dall' alto alle lotte
spirituali dei fedeli ed alle loro sofferenze, vedevano
gli sforzi incessanti che faceva il principe delle
tenebre per trarre le anime con lui nell'abisso e-
terno; intendevano i loro gemiti e perfino i loro
sospiri, ma nulla vi potevano fare ! Senza dubbio
collo sguardo interrogavano il Figliuolo di Dio
supplicandolo di soccorrere quelli che combatte
vano per 1' amore del suo nome ; ma il figlio di
Dio restava impassibile. Sarebbe stato indecoroso
all'Onnipotente l'accordare la menoma grazia agli
abitanti del cielo, fosse anche stato la sua propria
madre! Che strana dottrina! Che bella parte di
beatitudine fatta agli eletti ! I documenti Valdesi
non tengono per certo questo formale linguaggio ;
ma chiediam noi, si possono dedurre altre conclu
sioni dalla loro credenza ? 1 santi intendono senza
dubbio le preghiere dei loro fratelli della terra,
ma che non possono intercedere presso Dio in loro
favore , non è ella una strana inconseguenza ? I
Valdesi pregavano, come pur fanno i protestanti,
e intercedevano gli uni per gli altri ; il Signore
li ascoltava e spesso ancora esaudiva i suoi amici
in terra , e poi lo stesso Signore non ascoltava i
suoi intimi amici, quelli che avevano versato il loro
72
sangue per lui, si erano lasciati per lui abbruc
iare, flagellare fino alla morte e crocifiggere ?
La setta Valdese professava non di meno grande
venerazione pei santi , e specialmente per Maria.
La madre di Dio è chiamata nel poema della No-
bla Leycon la Vergena gloriosa , Nostra Dona. Il
libro della Tribolacione contiene queste parole :
« Vano è il timore di quello che teme di rinun
ziare alla comunione di suo padre e di sua ma
dre, e che non ha paura di perdere quella di Dio
e della Vergine Maria. » E nella Glosa Pater si
dice : Dopo Dio noi dobbiamo alla Beata Vergine
Maria (Beata Vergena) i più grandi onori tra tutte
le creature , perocché è la madre di Cristo — la
madre di Dio beata! — Ella, che secondo i Val
desi vede soffrire i suoi figli, e fratelli del suo di
letto figliuolo, e non può ottenere da lui la me
noma grazia per essi ! Ed altrove : « Quelli che
parteciperanno delle nozze celesti sono Cristo e la
Vergine (la Vergine dopo Cristo) e poi tot lo con-
vent de Vost celestial e la compagnia de la Glesia. »
Maria porta altresì il glorioso titolo che le dà la
Chiesa di Regina del cielo (Regina del Gel) 1 Val
desi le indirizzavano la salutazione angelica: Ave
Maria; ma d'accordo al loro principio, omettevano
la preghiera finale colla quale la Chiesa implora
la sua intercessione.
Un altro punto in cui, com'è naturale , i Val
desi caddero ben presto in errore fu l'autorità di
insegnare data dal divin Redentore ai legittimi Pa
stori. Trattandosi di laici che si arrogavano 1' a-
postolato, si può facilmente supporre, che fin da
73
principio non avessero l'idea cattolica intorno al
l' Ordine e alla giurisdizione pel reggimento , ed
ammaestramento de' fedeli. Tuttavia anche in que
sto punto cominciaron piuttosto dal declamare
contro la corruzione morale del clero, anziché dal-
l'opporsi alla loro autorità , ed al loro insegna
mento. Non avendo ancora fatta la grande scoperta,
che la Chiesa insegnante era caduta in errore, ac
cettavano le verità insegnate per dodici secoli, ma
volevano insegnare ancor essi, e condannavano i
privilegi esclusivi e la corruzione del clero. In
esso condannavano in primo luogo l'orgoglio ,
perché si oppose a quei che si credevano gli e-
redi degli Apostoli di predicare il Vangelo alle po
polazioni. Il sommo Pontefice, i cardinali, gli ar
civescovi, i vescovi ed anche i preti, in una parola
tutta la gerarchia cattolica, pronunziando un veto
alla divina missione dei poveri di Lione, secondo
essi, aveva fatto né più né meno di quel che a-
vesse fatto la sinagoga inverso Cristo e i suoi di
scepoli. Rivendicando il clero a se solo il diritto
di annunziare pubblicamente il Vangelo, mostrava
di mancare di umiltà. Di fatto, dicevano essi, qual
è la prima condizione richiesta per autorizzare la
predicazione? l'imposizione delle mani? Ah no,
ella è questa una pretta formalità della quale il
cristianesimo poteva in fondo farne di meno. Ciò,
che fa d'uopo innanzi tutto è una vita esemplare,
una santità perfetta. Questa prima condizione Valdo
coi suoi discepoli credevano di essere i soli ad
adempirla.
/ Valdeti. 6
74
Dunque essi soli e non già i preti avevano il
diritto di ammaestrare la moltitudine. Opporsi ai
loro sforzi, impedirli di far risuonare il Vangelo
nelle chiese , nelle strade , sulle piazze pubbliche
intimar loro l'ordine di non più penetrare nelle
case de' particolari per annunziare la buona no
vella, era un far la guerra a Cristo, e rinnovare
le odiose persecuzioni dei Farisei. Non ci tratter
remo qui a dire i buoni consigli, che gli Autori
Valdesi e precipuamente il Vergier de consolacion
danno a nome della setta, e con tutta umiltà ai
prelati della Chiesa. Quasi che la Chiesa per l'or
gano di tutti i suoi dottori, ed a nome del Van
gelo non avessero in ogni tempo raccomandato ai
pastori, incaricati della cura delle anime l'umiltà
la più profonda, e una condotta esemplare e con
forme alla morale cristiana. Eppure la Chiesa ha
sempre raccomandato queste cose ai suoi mini
stri , come condizioni senza le quali le loro pre
dicazioni e i loro insegnamenti non sarebbero
fruttuosi nel cuor de' fedeli : che anzi ella ha sem
pre minacciato di castighi i più rigorosi qualsivo
glia prete infedele ai doveri , che gl' impone la
sua vocazione. Non importa pei Valdesi, come se
la Chiesa e i Papi non avessero giammai parlato,
o come se tollerassero eziandio con una colpevole
indulgenza le prevaricazioni del clero.
Nel resto Valdo e i suoi seguaci si mostrarono
sempre nemici del papato ? No per fermo. Essi ri
conobbero da principio nel sommo Pontefice il suc
cessore di Pietro, il legittimo erede del primato
conferito al principe degli apostoli da Gesù Cri
75
sto (1). Di più è certo, che essi recaronsi anche a
Roma affine di ottenere dal Papa la sanzione del nuovo
lor ministero , e sottomettere alla sua approva
zione la versione che si eran procurata di più li
bri delle sacre scritture. Ma appena Innocenzo IH
significò loro, che la predicazione laica era con
traria alle leggi della Chiesa, tutte lo loro vedute
mutarono. È questa la storia di Lutero e di altri
eresiarchi ; riconoscere nella Chiesa di Roma il di
ritto di decidere in materie religiose, sotto la con
dizione però , che essa non rifiuti e condanni le
loro novità. Tal rifiuto , che punse il loro amor
proprio, spinse allo scisma i poveri di Lione come
il frate di Wittemberga. E lo stesso Valdo e la sua
setta si credettero chiamati a dare al sommo Pon
tefice ed a tutta la Chiesa o gerarchia cattolica le
zioni di umiltà.
Secondo essi il pontefice collo scomunicar Valdo
e i suoi seguaci mostrò che egli non sapeva più
distinguere l'errore dalla verità, e che egli non era
più infallibile. Qualora non avesse condannata
la loro condotta, avrebbe potuto pretendere il ti
tolo di Vicario di Gesù Cristo. La Gerarchia cat
tolica per non essersi opposta alla sentenza del
sommo Pontefice , perdeva essa pure necessaria
mente i suoi diritti alla successione apostolica, e
la Chiesa tutta intiera , governata dai suoi capi
(]) Cosi afferma positivamente l'autore anonimo del Tra-
ctatus de haeresi pauperum de Lugduno presso il Martene
Thesaurus, tom. v, pag. 1778. Con queste formali parole :
Adhuc recognoscentes primatum apud ipsum ( Jnnocen-
tium III) residere apostolicae potestatis.
s
76
spirituali, che- rinnovavano rispetto ai nuovi inviati
di Cristo le persecuzioni della sinagoga contro il
Divin Maestro, dava al mondo una prova inconte
stabile della vergognosa sua decadenza.
Più tardi però si avvidero questi settarii di Lione
che la Chiesa non era decaduta da poco. La sua
infedeltà era di vecchia data. Ella risaliva alla prima
metà del quarto secolo, quando l'indegno succes
sore di s. Pietro Silvestro I s'indusse ad accettare
una ricca donazione dalle mani del gran Costan
tino, e per tal guisa gettò le prime basi del ver
gognoso potere temporale della sede romana. Gli
aderenti di Valdo, interpreti infallibili delle anti
che profezie insegnavano, che quel re potente, sfac
ciato e furbo del quale parla Daniele (Vili. 24)
e che doveva un giorno cagionar la ruina del po
polo di Dio era proprio papa Silvestro (1). Que
sto papa, che la Chiesa annovera tra i santi, fu
secondo i Valdesi l'Anticristo, o almeno uno dei
più iniqui suoi precursori !
Ma quello che è più da ammirarsi si è che seb
bene scomunicati dal sommo Pontefice, i Valdesi
primitivi si astennero dalle declamazioni ingiuriose,
quali sfoghi di cuori esacerbati. In veruno degli
antichi documenti della setta non s'incontrano quei
grossolani epiteti, che contaminano in ogni pagina
gli scritti della Riforma. La profezia di Daniele ap
plicata a s. Silvestro non si trova che presso Mo-
(1) Docebant Waldenses, scrive Ranieri, quod Ecclesia
Christi permansa usque ad beatum Sylvestrum, et in eo de-
fecit quousque ipsi eam restaurarunt. È inutile il ripetere
esser favolosa la donazione di Costantino.
77
neta ; e il piccolo trattato colmo d'invettive contro
il papa , che si trova registrato tra i manoscritti
Valdesi nella biblioteca di Ginevra è in latino e
per conseguente non può essere attribuito con ogni
certezza ad uno dei primitivi partigiani della setta
di Valdo. I Valdesi si contentarono da prima d'in
segnare unicamente e senza ingiurie, che il papato
e la Chiesa romana erano decaduti dal momento
in cui il sommo Pontefice condannò apertamente
le loro dottrine (1).
I Valdesi, convien pur inculcarlo, trattandosi di
cosa importante, anche opponendosi alla gerarchia
romana , si credevano non di meno di esser tut
tavia membri della Chiesa. I Cattolici stessi non
davan loro il nome di eretici, ciò che si rileva a-
perto dalla Somma del celebre Alano dell'Isola di
retta contro gli Eretici, i Valdesi, gli Ebrei e i
Pagani. E di fatto quei che rientravano nel seno
della Chiesa, dovevano , dietro una decisione del
concilio di Tarragona (1242) abbiurare i loro er
rori, cominciando con queste parole : Non sum
Valdensis, nec haereticus (2). I novatori di Lione
non vedevano in fondo, che una sola differenza
tra se stessi e la maggiorità de' Cattolici, ed è che
essi eran fedeli (fidel catholic), mentre gli altri e-
ran cattivi (mal catholic), come si esprime l'autore
(1) Il verso 409 della Nobla Leycon: Tuit li papa que
furon de Silvestre entro en aqueste non contradice alla no
stra asserzione. Le parole de saint Silvestre , non si tro
vano nei manoscritti di Dublino, e sono evidentemente una
interpolazione di un' epoca posteriore.
(2) Halan. II, 735.
78
del Commentario del Cantico de' Cantici (II - 6),
distinzione puramente morale, e che non riguardava
di niuna guisa il dogma. Essi soli, al loro modo
di pensare, erano giusti, e soli sapevano guardarsi
puri dalla corruzione del secolo.
Ciò non di meno, nel tempo stesso, che si di
cevano buoni cattolici, i Valdesi già manifestavano
forti tendenze alla eresia. Oltre al professar certe
dottrine non pienamente ortodosse, cercavano e-
ziandio di contrapporre alle istituzioni della Chiesa
certe loro particolarità : e ciò ci conduce a par
lare della interna organizzazione della setta. Dopo
di avere scomunicato il sommo Pontefice per ispi
rito di rappresaglia, e non solamente il sommo
Pontefice di allora, ma tutti i papi passati e futuri,
senz'appigliarsi al partito di crearne uno a proprio
modo, determinarono di non ammettere nella loro
gerarchia verun capo supremo della Chiesa fuori
di Gesù Cristo. Gesù Cristo solo, dicevan essi, è il
supremo vescovo, el sobeyran vesco dei fedeli.
Secondo gli scrittori cattolici del medio evo, i Val
desi ammettevano un triplice grado nella loro scala
gerarchica: il vescovo, il prete e il diacono. Ciò
concorda esattamente con ciò che trovasi riferito
nei Commentario del Cantico de' cantici dove si parla
in primo luogo de'Devant pausa, o prevosti, chia
mati altrove Vesco. Dopo i vescovi venivano i Pre
dicatori, chiamati Preyvi, o Vith dalla voce greca
presbyterus : dopo i Preyvi o anziani si trovano
classificati i Diachi o diaconi. Per un'altra parte
la setta distingueva i Predicador di primo e di se
condo ordine, ciò che esprimevasi coi termini di
79
Maior, Magnus Minister et minor, come si trova
nel Liber sententiarum: fol. 377. I predicatori Val
desi funzionavano sempre in due , il pili giovane
accompagnava il più anziano. La funzione princi
pale del prete era la confessione. Egli pronunziava
sul penitente inginocchiato davanti a lui l'assolu
zione secondo la formola che si trova nel Ms. di
Strasburgo: « Che il Signore, il quale perdonò a Za-
cheo e Maria Maddalena ed a Paolo, e che liberò
Pietro dalle catene, ti faccia la grazia di rimetterti
i tuoi peccati. Il Signor ti benedica e ti guardi. »
Formola puramente deprecatoria, conforme al prin
cipio Valdese, che Dio solo, qualunque fosse il po
tere accordato da G. C. a s. Pietro ed agli Apo
stoli di legare o di sciogliere , di ritenere o di
rimettere, può perdonare i peccati. Il peccatore era
poi sottomesso ad una penitenza. Il confessore a-
vea bensì il diritto di punire il colpevole, ma non
di assolverlo ! Essi rappresentavano Dio solamente
nella giustizia ma non nella sua misericordia !
Strana incoerenza! La penitenza consisteva spesso,
secondo il Liber sententiarum (p. 335), in ripetere
l'orazione domenicale da 80 in 100 volte 1' una
dopo l'altra, o secondo i manoscritti di Cambridge
(III. 25) più spesso che si potesse. L' Ave Maria
era aggiunta qualche volta al Pater noster, come
lo provano i medesimi manoscritti (1). Oltre la pre-

(1) L'autore del i'ormolario De ordinatione presbyterorum


ha dunque avuto torto in dire parlando de' Valdesi : Item
septies in die orant, et non orant aliud nisi Pater noster,
non addendo Ave Maria. Se non che questi settari non
80
ghiera, il confessore imponeva al penitente il di
giuno e l'astinenza sì vivamente raccomandata al
resto de' fedeli dall'autore del libro delle Vertues
(Ms. di Ginevra n. 206) ed in altri scritti Valdesi.
Questo è ciò che riconoscevano eziandio gli scrittori
cattolici di que' tempi : — In jejunando nobiscum
estis, — diceva Eberardo agli aderenti di Valdo.
E qui facciamo osservare di passaggio che i Val-
desi secondo che si legge nel Ms. straburgese del
1404, digiunavano il lunedi, il mercoledì, il ve
nerdì ed il sabbato di ciascuna settimana, e si con
tentavano ancora in un di questi giorni di pane
e di acqua. I Cattolici ingannati dall'apparenza dei
confessori Valdesi li prendevano talora per veri
preti, e questi si guardavano bene dal farsi cono
scere ; e per ingannare i loro penitenti assistevano
con essi al sacrificio della Messa.
Ma i Valdesi astenevansi dai sacramenti della
Chiesa ? Numerose testimonianze e positive ci ap
palesano che vi partecipavano soventi volte , sia
per convinzione, sia per isfuggire alla vigilanza
dell' autorità ecclesiastica.- Se crediamo a Moneta
(V. I - 16) i settari francesi (oltramontani) rico
noscevano nella Chiesa un Sacerdozio, ammettevano
i sette sacramenti, credendo che il prete cattolico
aveva il potere di consecrare il corpo del Salva
tore: credunt nos conficere. Aggiungevano che essi

recitavano, come l'abbiam fatto osservare precedentemente,


che la salutazione Angelica, e forse altresì le parole di ri
conoscenza indirizzate alla Madre di Dio da santa Elisabetta,
tralasciando l'aggiunta appostavi dalla Chiesa.
81
eran disposti a ricevere dalla Chiesa la santa Eu
carestia, come gli altri sacramenti se lor si voles
sero amministrare. E vi partecipavano di fatto ,
secondo che ce ne assicurano altri scrittori catto
lici, che non potevano vedere in tal fare, se non
se un atto d'ipocrisia.
Or qui è a notarsi di passaggio, come i Valdesi
primitivi , così molti de' mediani furon rei di si
mile ipocrisia: — Ex eadem simula tione , scrive
l' Yvonet (fol. 1778), frequentant nobìscum ecclesias,
intersunl divinis, offerunt ad altare, percipiunt sa
cramenta, confitentur sacerdotibus, jejunant jejunia
Ecclesiae et festa colimi, et benedictiones sacerdotum
inclinato capite suscipiunt. — I testi sono troppo
numerosi, né fa mestieri riferirli. Ci contenteremo
di aggiungere che G. Morel nella sua relazione ad
Ecolampadio, come pure i fratelli Boemi si lamen
tavano amaramente,, che i Valdesi assistessero alla
Messa e prendessero parte a' sacramenti. La co
storo condotta ci richiama alla mente quella di un
gran numero di protestanti francesi, i quali dopo
la revoca dell'editto di Nantes, per isfuggire all'e-
siglio ed alla confisca de' loro beni, facevano este
riormente professione di appartenere alla Chiesa
che abborrivano nel fondo de' loro cuori.
Nel resto, egli è ben vero, che gli scrittori cat
tolici di quella età potevano essersi ingannati nel-
1' accusare d' ipocrisia i Valdesi dei loro tempi;
giacché taluni tratti dalla setta spettanti a quell'e
poca farebbero credere, che essa ammettesse allora
veramente i sacramenti della Chiesa. Neil' Epistola
fideli, il matrimonio, come l'abbiamo veduto, vi è
82
nominato come il quarto sacramento (1). Nel trat
tato De vitiis et virtutibus, i sacramenti sono tutti
enumerati, e nella Cantica o Commentario dei
cantici spesso si parla dei sacramenti de la Glesia
evidentemente nel senso cattolico. I Valdesi, non vi
ha dubbio, credevano pure alla necessità del Bat
tesimo pei loro bambini, ai quali essi lo facevano
amministrare dai preti della Chiesa , e non ri
battezzavano quei che passavano nelle loro file,
checché ne dica Stefano di Borbone. Essi ricono
scevano che Gesù Cristo aveva istituito questo
primo sacramento per iscancellare il peccato ori
ginale, e purificar l'anima dalle sue macchie ; gra
zia d' altronde di cui il peccato poteva di nuovo
distruggere gli effetti salutari, come si esprime chia
ramente la Glosa Pater (Ms. di Ginevra n. 206).
I discepoli di Valdo professavano intorno alla
santissima Eucarestia una credenza perfettamente
ortodossa ? Yvonet e Stefano di Borbone sono i
soli autori che rispondano negativamente a tale
questione. Tutti gli altri accordansi nel dire, che
la setta faceva dipendere il potere della consecra-
zione dalla santità del prete, e lo stendeva a tutti
i fedeli: ma che quanto all'effetto della consecra-
zione ammetteva la dottrina cattolica. La loro sen
tenza è pienamente confermata da un antico scritto
valdese cioè dal Glosa Pater , che appartiene al
periodo Ante-Ussita , e si stende a lungo intorno
alla Cena. L'autore combatte l'eresia di quelli che
(1) E qui è da notarsi, che anche lo scrittore cattolico Ly-
dus Tudensis (lib. n, e. 1), pone in quarto luogo il sacra
mento del matrimonio.
83
non ammettevano il cangiamento del pane e del
vino nel corpo e sangue di Gesù Cristo. Egli è
ben vero che non adopera il termine di tran
sustanziazione, ma ha una cura particolare di so
stituire quella di trasformazione. Ciò che in fondo
nulla muta nella dottrina ; solo ricorda l'uso delle
sottigliezze della classe scolastica, specialmente di
Pietro Lombardo, detto altramente il Maestro delle
sentenze, di cui gli antichi Valdesi pare facessero
gran conto, e tenessero in gran venerazione.
La Glosa Pater distingue nella quarta petizione
dell' orazione domenicale « Dacci oggi il nostro
pane quotidiano, » quattro specie di pane, il pan
de natura , de doctrina , de grada e de gloria. Il
terzo pane, vi si dice, è il pane di grazia (cioè il
corpo e il sangue di Gesù Cristo), che è ricevuto
ogni giorno all'altare sotto forma di pane e di vino.
Egli è di questo pane , che parla il Signore nel
Vangelo allorché egli diceva : « Il pane che io do
a voi è la mia carne, che io do per la vita del
mondo. » E s. Paolo dice: « Il Calice di bene
dizione , che noi benediciamo , non è egli la co
munione del sangue di Cristo ? Il pane che noi
rompiamo non è egli la comunione del corpo di
Cristo? » Il Signor Gesù Cristo è verayment (ve
ramente) ricevuto in questo sacramento vero Dio e
vero Uomo, e vero Figliuolo di Dio Padre, e vero
figliuolo della Vergine Maria (1). « Il fedele, pro-

(1) Lo Signor Y. X. es recepu verayment en aquest sa-


grarnent, veray home, e veray filh de Dio lo Payre e ve-
ray filh de la Vergena Maria.
u
siegue il medesimo autore, deve prepararsi a ri
cevere questo sacramento con un esame di coscienza
esaminacion de consciencia : per non comunicarsi
indegnamente, è necessario che purifichi l'anima
sua con una contrizione sincera, con la confessione
e la soddisfazione. A questo pane santissimo (aquest
santesimo pari), ciascuno deve partecipare con fede.
Ogni fedele deve credere, che il pane si cangia nel
corpo, ed il vino nel sangue di Gesù Cristo, im
mediatamente dopo che il prete ha pronunziato su
queste due sostanze le parole comandate dal Si
gnore. Non si deve cercar di render conto di que
sto mistero. A noi basta il sapere che Gesù Cristo
è verace ed onnipotente (1). Convien che tu ti acco
sti a questo sacramento con una fede viva, se tu
non vuoi assomigliarti a quegli Ebrei increduli ,
che mormoravano, dicendo : « Come può egli darci
la sua carne a mangiare ? »
Nulla poteva dirsi né di più chiaro, né di più
preciso intorno alla real presenza di Gesù Cristo
nella santa Eucaristia di quello che abbiam rife
rito dall' Autore Valdese. La è questa un' aperta
condanna dei Valdesi di oggidì, i quali contro la
fede de' padri loro piegarono l'orecchio ai Calvi
nisti, e ne adottarono le dottrine al tutto contrarie
a quelle dei loro maggiori.

(1) Car el deo creyrse verayment que poys que lo prey-


veyre (prete) ha dit sobre lo pan e sobre lo vin las pa-
rolas de Y. X. ayzo (così) vierzament (subito) dal pan es
fait lo corp de Y. X., e dal vin est fait lo sang de lui. Ma
non conventa renare razon en cai maniera puisa esser ayzo.
Mabasta a noi aquela solucion, car Y. X. veray es tot poderos.
85
E qui basti a noi T aver quasi a verbo esposti
gl'insegnamenti dei primi seguaci di Valdo dai
quali ad evidenza risulta, come gli antichi settari
appena appena dissentissero dalle credenze catto-
toliche, e toltine pochi punti di minor rilievo, nel
resto tenessero fermo alla fede fino allor profes
sata. I documenti da noi recati dietro la scorta
del protestante Herzog e la esposizione che ne
ha fatta in una serie di articoli il sig. E. Steven
son negli Annali cattolici .di Ginevra, e da noi
quasi a verbo riferiti, non lasciano verun dubbio
intorno alla nostra affermazione. E però qui pos
siamo metter fine a questa prima parte del nostro
lavoro, che tratta dei Valdesi primitivi.
PARTE SECONDA

I "V-A-LIDESI 3VHEIDIA.3Sri
PARTE SECONDA.
I VALDESI MEDIANI

CAPO I.

Della storia e delle dottrine dei Valdesi mediani


in generale.

Dopo ciò che abbiam detto nella prima parte


intorno alla vera origine, ed alle dottrine Cattoliche
dei Valdesi primitivi è manifesto quanto fosse
falso quel panegirico protestante dei Valdesi pri
mitivi, che si pubblicò in un articolo d' uno dei
grandi fogli di Londra il Daily Telegraph ai 30 a-
prile 1868.
« Per seicento anni almeno, diceva il critico pa
negirista, i Valdesi han serbato il puro e primitivo
Cristianesimo degli Apostoli... Nessuno sa, quando
o come la fede fosse dapprima predicata a questi
montanari Ireneo vescovo di Lione nel secondo
secolo li trovò già formati in una chiesa
Questi bravi alpigiani han serbata la tradizione del
Vangelo così pura e inviolata come la neve sulle
lor Alpi Essi han sempre mantenuta una forma
I Valdesi. 1
90
Evangelica di Cristianesimo fin dal principio ri
gettando il culto delle immagini, 1' invocazione
de' santi , la confessione auricolare , il celibato ,
il primato ed infallibilità papale, e il dogma del
Purgatorio, prendendo la Scrittura come regola
della vita, e non ammettendo altro che due sa
cramenti, il battesimo e la cena del Signore. »
Fortunatamente queste parole di tale romantico
panegirico diedero un impulso al Dr Melia a quelle
critiche ricerche, le quali cominciate da Inglesi
e proseguite da Tedeschi, come vedemmo, hanno
così avuto da un Italiano 1' ultimo compimento.
Il panegirico del Daily Telegraph dopo di aver
tanto encomiato i Valdesi primitivi , facea pari
mente l' apoteosi della fede e dei martini dei
Valdesi medesimi, e diceva : « Giammai uomini
han sofferto cotanto per la lor fede (1). » Ma il
Dr Melia con autentici documenti ha tolto loro
questo vanto , come vedremo in questa seconda
parte nella quale esporremo le vicende dottrinali
e storiche dei Valdesi mediani.
Cominciamo dalle dottrine : e perché si abbia
insieme tutto il filo della storia, ci conviene dap
prima riassumere qualche cosa intorno ai Valdesi
primitivi.
La setta Valdese nei suoi inizii, come nella parte
precedente si è notato, non comparve sulla scena
del mondo come una fazione dalla Chiesa separata.
Ella si presentò soltanto come una eletta di pie
persone professanti una perfezione Evangelica ad

(1) Never dil men suffer more for their beloof.


91
imitazione degli Apostoli. Valdo e i suoi disce
poli spogliati di tutto, in un abito umile e negletto,
calzati nella maggior parte di sandali aperti al di so
pra, traevano il vitto dalla stessa loro predicazione.
Uomini e donne andavano vagando di luogo in
luogo, di paese in paese, di città in città decla
mando massimamente contro le richezze del Clero,
e trascinavano non pochi, colti da quell'apparenza
alla loro sequela.
Questa loro singolare condotta mentre eccitava
l'ammirazione negli uni, ingenerava sospetti negli
altri. Tanto più che nella loro rozzezza si lasciavano
sfuggire errori madornali nella interpretazione della
sacra Scrittura senza forse avvedersene. Fu loro
fatto divieto dai prelati Ecclesiastici di attribuire
a sé la facoltà di predicare senza averne avuta
legittima missione, specialmente rispetto alle donne,
alle quali l'Apostolo ingiunse il silenzio nelle cose
del sacro ministero. Ma questi ostinatisi nel voler
pure ad ogni patto proseguire nella loro intra
presa, misero in non cale un così fatto divieto.
Cominciava ad ingrossarsi questa fazione, ed
eccitava rumore non piccolo. Quindi è che il
Pontefice Lucio IH, il cui pontificato durò dal
l'anno 1181 al 1185 dietro le prese informazioni
li condannò quali eretici « per cagione di al
cuni dommi, e di osservanze superstiziose (I). »
Perseverando pur tuttavia questi discepoli di Valdo
nel loro cammino, Idelfonso re di Aragona, con
forme alla sentenza proferitane dal Papa Lucio III

(1) Chron. ad an. 1212.


92
li annoverò nel 1190 sotto il nome ài insalbat-
tati o poveri di Lione Iva gli eretici (1). Bernardo
arcivescovo di Narbona dopo un severo esame li con
dannò parimenti come eretici. Tenuta una lunga
conferenza si cercò di ridurli amichevolmente
sul retto sentiero. Si scelse dall' una e dall' al
tra parte un arbitro di tal conferenza un santo
prete di nome Bernardo di Deventria, uomo il
lustre per nascita, ma più illustre per la san
tità della sua vita. La disputa fu lunga , si pro
dussero da ciascuna parte i testi della Scrittura
sui quali ognuno pretendeva di appoggiarsi. I Val
desi vennero condannati, e dichiarati eretici in
tutti i capi d'accusa.
Nell'anno 1212 vennero a Roma dove non si
fe' altro che rigettare la loro fallacia. Tre anni
dopo Innocenzo III nel gran Concilio di Laterano
l'anno 1215 senza espressamente nominarli con
dannò i Valdesi colle seguenti parole : « Posciaché
taluni sotto apparenza di pietà si arrogano
l'autorità di predicare tutti quelli che avendone
divieto, o non essendo mandati, senz'aver ricevuta
l'autorità dall'apostolica sede, o dal vescovo del
luogo, pubblicamente, od in privato presumono
di arrogarsi l'uffizio della predicazione, sieno in-
nodati col vincolo della scomunica, e qualora
quanto prima non desistano, siano con altra ac
concia pena colpiti (2). »

(1) Presso il Mariana Pref. in Lue.


(2) Apu d Labb. tom. xi, par. i, in, De haereticis col. 1400.
93
Non avendo voluto i Valdesi ubbidire a questa
ingiunzione, si costituirono in vera setta ereticale
separati dalla cattolica comunione. Di qui pertanto
comincia tutta la serie dei loro atti, delle loro
variazioni e delle diverse fasi che hanno percorse
fino ai giorni nostri (1). Or questo è quanto for
merà l'argomento de' primi capi di questa seconda
parte, nella quale noi percorreremo passo passo
le costoro vicende appoggiando il tutto a saldi ed
irrepugnabili documenti.
E primieramente riporteremo tre generali osser
vazioni del Melia colle quali egli comincia la terza
parte della sua opera (2).
1. Fu abbaglio di alcuni scrittori l'accusare gli
antichi Valdesi di errori, che essi, come corpo
ebbero anzi in abbominio, a cagion di esempio,
ch'essi ammettessero due principii al modo de' Ma
nichei, che negassero il battesimo e gli altri sa
cramenti, che rigettassero il simbolo degli apo
stoli ecc. Non vi ha traccia di simiglianti errori
negli antichi manoscritti Valdesi ; e se talvolta ne
sono stati accagionati, la ragione o motivo del
l'abbaglio forse fu questa, o che alcuni dei seguaci
di Valdo avessero prima tenuti somiglianti errori
professati allora da certe sette ; ovvero che talvolta
si è da alcuni confusa la setta Valdese con quella dei
Catari, degli Apostolici, o degli Albigesi. Comunque

(1) Ved. Bossuet, Hist. des Variai, liv. x(. Hist. des Vau-
dois, § lxxi, seqq.
(2) The origin, persecutions and doctrines of the Wal-
denses : part the third pag. 87.
94
sia, ripetiamo che i Valdesi, come setta peculiare
non furono mai colpevoli di quegli abbominevoli
errori.
2. Al principio (come abbiam veduto) essi non
si discostarono dalle dottrine cattoliche, tolta la
loro ostinazione di predicare, e di esporre pub
blicamente le sacre Scritture a dispetto della pro
ibizione loro fatta dal vescovo e dalla Chiesa stessa.
I Valdesi, scrive il Neander, lavoravano con gran
zelo, e certamente senza verun pensiero da prin
cipio di separar se stessi dalla Chiesa ; ma sem
plicemente tendevano ad una società spirituale
simile a molte altre nel servizio della Chiesa (1).
E ciò si fa manifesto a chiunque consideri il fatto
della legazione dei loro capi, che vennero a Roma
nel 1179, allorché celebravasi il terzo concilio di Lu
terano sotto Alessandro III, affin di ottenere da
esso l'approvazione della lor società e dei loro libri.
Questo punto di storia vien confermato dal
francescano inglese Walter Mopes il quale in quel
tempo trovavasi in Roma ed ebbe una conversa
zione con due dell' ambasciata Valdese, com' egli
riferisce, nell'opera De Nugis curialium, che esiste
tra i manoscritti della biblioteca Bodleiana di
Onforit voi. n. 851. Ecco le parole di questo au
tore contemporaneo : « Noi vedemmo dei Valdesi
nel concilio Romano tenuto dal Papa Alessandro III.
Essi erano semplici ed illeterati, e furono così
chiamati dal nome del loro fondatore Valdo, che
fu un cittadino di Lione sul Rodano. Essi presen-

(1) Storia della religione cristiana e della Chiesa, voi. vili.


95
tavano al Papa un libro scritto in antica lingua
provenzale , nel quale vi erano testi e commenti
sui salmi, e molti libri del vecchio e nuovo Te
stamento ecc. »
Egli è ben vero che essi furono rimandati indietro
senza ottener quel che chiedevano, e venne lor
proibito di esporre le Scritture, e di predicare
pubblicamente nei loro proprii paesi, pur non
furono condannati in quel tempo come colpevoli
di alcuni errori in dottrina. Quindi allorché Gio
vanni di Bellismanibus arcivescovo di Lione, circa
l'anno 1182, o 1183 proibì loro eziandio tanto il
predicare, quanto l'esporre le Scritture, e trovatili
disubbidienti li cacciò dalla sua diocesi, non fece
veruna menzione del tener essi alcuna dottrina
diversa dall' insegnamento della Chiesa. Furono
unicamente espulsi, perché essendo laici ed illet
terati e per conseguenza spesso adoperando espres
sioni erronee, presumevano contro il divieto dei
loro superiori di predicare ed esercitare un uffizio,
che fu affidato soltanto agli Apostoli ed ai loro
successori. È ciò tanto vero, che due de' primi
seguaci della setta Valdese, l'uno chiamato Durando
da Huesca. il quale fu altresì ministro de' Valdesi
nella scuola di Milano, l'altro poi Bernardo primo
con un gran numero di loro compagni Valdesi
avendo fatto conoscere il loro desiderio di essere
riuniti alla Chiesa, furono tosto esauditi da Inno
cenzo III e quindi ricevettero da esso lettere e
diplomi coi quali venivano autorizzati a fondare
un ordine religioso. Le lettere indirizzate a Du
rando furono in data del 15 dicembre del 1208,
96 .
e quelle dirette a Bernardo furono sotto la data
dei 10 giugno 1210. Le due società vennero po
scia nel 1256 incorporate agli eremiti di s. Ago
stino^).
3. Coll'andar del tempo i Valdesi professarono
molte dottrine contrarie all' insegnamento della
Chiesa : ma corre gran differenza tra i Valdesi
antichi e i nuovi, specialmente dopo Lutero e
Calvino in punti sostanziali di dottrina ; sicché se
i Valdesi del secolo XIII e XIV sorgendo dai loro
sepolcri avesser visto i Valdesi del secolo XVII e
XVIII gli avrebbero detti affatto degeneri dall'an
tica lor religione.
Difatto, come acconciamente osservò l'autore di
una storia manoscritta nella reale Biblioteca di
Torino : « I Valdesi divennero Luterani alla com
parsa di Lutero, e poco dopo di Luterani si fecero
Calvinisti. Giovanni Léger che si assunse il compito
di storiografo delle valli del Piemonte, presunse
di far rivivere in questi giorni il nome dei Valdesi,
la cui eresia si era andata spegnendo da circa
due secoli fa (2). » Lo stesso autore fa intorno a
ciò il seguente racconto : <c La prima assemblea
Valdese radunatasi nelle valli fu tenuta in Angro-
gna ai 12 settembre 1532. In essa fu proposta una
specie di unione religiosa tra i Valdesi ed i Lu
terani. I due Barbi Giorgio Morel, e Pietro Masson
si opposero fortemente a questa proposta per la

(1) Helyot, Histoire des ordres rnonastiques; Guimp. 1839,


voi. i, p. 283, seqq.
(2) Véritab. Histoire etc. p. 2.
97
ragione principalmente, che gli antichi Luterani
erano in maggior numero di quelli de' Valdesi.
Ricevute non di meno nuove lettere dalla Germania,
una specie di unione si fece tra le due sette a
dispetto- dei due Barbi. Questa unione venne rin
novata in un'assemblea tenuta nella valle di San
Martino ai 15 di agosto 1533. »
Ciò non ostante pei raggiri di Calvino, che tanto
personalmente, quanto per mezzo dei suoi parti
giani , e precipuamente di Guglielmo Farei , più
volte s'indirizzò ai Valdesi, questi pochi anni dopo
ritiratisi dai Luterani, nel 1536 divennero Calvi
nisti. Non totalmente però, almen da principio ;
imperocché essendo obbligali dal senato di Torino
a dichiarare la loro fede, essi fecero una confes
sione né in accordo con quella di Lutero, che essi
già avevano abbandonata, né in accordo con quella
di Calvino, che essi non professarono di seguire
intieramente. La professione di lor fede presentata
al senato fu un misto delle due sette. Essi dichia
rarono : 1° Che la religione dei loro antenati e
loro propria era quella la quale Dio ha rivelata
nel vecchio e nel nuovo Testamento. 2" Che essa
era sommariamente contenuta nei dodici articoli
del Credo.- 3° Che essi ammettevano i sacramenti,
ma non già il numero settenario. 4° Che essi ri
cevevano i quattro primi Concilii generali di Nicea,
di Efeso, di Costantinopoli e di Calcedonia, non-
che il simbolo di Atanasio, e i comandamenti di
nostro Signore, come furono scritti nei libri dell'E
sodo e del Deuteronomio. 5° Che essi riconoscevano i
Principi della terra. 6" Che tuttavia non conside
98
ravano di esser tenuti all'ubbidienza della Chiesa
Romana ed alla osservanza dei suoi decreti (1).
Marco Aurelio Rorengo conferma come gli stessi
Valdesi cangiarono credenza scrivendo loro : « Voi
fate correre la vostra confessione di fede con la
moda dei vestiti or lunghi or corti ; prendeste
finora la regola dei primi concilii e dottori della
Chiesa. Ora li levate surrogando la confessione
di Fiandra, Olanda ecc. affinché con tali regole
non si conosca, e si possa disputare qual sia la
vostra fede. Osservate che s. Agostino teneva per
vero marco della Chiesa la successione dei Pon
tefici e sacerdoti. E voi volete che la confessione
nuova abbia durata dagli Apostoli, da s. Pietro a
Rarba Martini. Come produrrete successori nella
cattedra e nella dottrina (2) ? »
Da quanto abbiam fin qui riferito, si fa mani
festo quanto abbiano i Valdesi cangiate» di dottrina
in materia religiosa in diverse epoche, specialmente
dopo Lutero e Calvino. Ma egli è tempo ormai di
discendere dalle generalità ai particolari, racco
gliendo in poche pagine ciò che intorno a questo
argomento dell' egregia opera del Melia è conte
nuto in presso a 40 pagine.

(1) Vcritable histoire; p. 294.


(2) Esame intorno alla nuova confessione di fede ecc.
e. ir, Torino 1638, pag. 33.
99

CAPO II.

Delle prime deviazioni dei Valdesi dalla dot


trina Cattolica in particolare fino all' eresia
dei Boemi.

Non istaremo qui a ripetere quello che abbiam


riferito nella prima parte delle dottrine Cattoliche
dei Valdesi intorno ai sette sacramenti, e special
mente la Penitenza e l'Eucaristia, ed altri punti
di dottrina : parliamo solo delle successive devia
zioni de' Valdesi dalla dottrina Cattolica, comin
ciando dalle più antiche, e venendo giù di mano
in mano alle variazioni dottrinali della setta Val
dese per l'influenza specialmente prima dei Boemi,
e quindi dei protestanti.
Or quanto alle prime deviazioni dalla dottrina
Cattolica per procedere con sicurezza fa mestieri
di ricorrere ai manoscritti già citati e ad antichi
scrittori; che secondo 1' ordine cronologico sono
Bernardo abbate della Fontana calda, il ven. Mo
neta, Banerio Sacco, Pietro di Pilichdorff, Enea Silvio
poscia Pio II e Seyssel arcivescovo di Torino, non che
Rerum Bohemicarum Scriptores. Dietro tali guide,
ecco un quadro sinottico degli errori Valdesi, con
trarli alla dottrina Cattolica, e conformi alla dot-
Irina dei Novatori.
1. Bispetto alla defezione della Chiesa, i Valdesi,
scrive il Moneta , dicono che la Chiesa di Dio
100
mancasse fin dai tempi del Papa Silvestro, e che
venne ristorata per essi, e che il primo ristoratore
' fu Valdesio (1).
« Voi allegate le parole del Signor nostro
(Matth. XX, 16): — Molti sono i chiamati, ma
pochi gli eletti ; — dove voi dite , che i molti
chiamati sono i Cattolici, e che i pochi eletti sono
i vostri complici. » Così il Pilichdorff cap. XXIX (2).
Quella parte di Chiesa, che rimase fedele (al tempo
di Costantino) perseverò per lungo tempo nelle
ricevute verità, se non che a poco a poco la santità
della Chiesa, venne meno. E cosi noi crediamo
che dal tempo nel quale la Chiesa fu fondata sino
alla fine del mondo, essa non mancherà mai per
modo, che qualche santo non rimanga sulla terra,
o in qualche parte della terra. « 0 dilettissimo,
considera, che la luna sebbene perda la sua pie
nezza, pur ella è sempre sostanzialmente la me
desima luna. E se essa è oscurata per qualche
tenebrosità, e non apparisce agli occhi degli uo
mini, ella non di meno continua ad esser la luna
nella sua sostanza, come noi crediamo, altrimenti
Dio ogni mese creerebbe una luna. E la luna spesso
è una figura della Chiesa (3). »

(1) Isti haeretici dicunt Ecclesiam Dei tempore beati


Sylvestri defecisse. In temporibus autem istis restitutam
esse asserunt per ipsos , quorum, primus fuit Valdesius.
Moneta lib. v, cap. ih.
(2) Sed objicis textum (Matth. xx, 16.) « Multi sunt vo-
cati,pauci vero electi, » ubi per vocatos et multos intelligis
catholicos, et per paucos electos intelligis complices tuos.
(3) Manoscritto di Cambridge voi. A, fol. 237, 239, 240,
Valden.
101
2. Riguardo alla preghiera, i Valdesi insegna
vano non doversi recitare altro , che 1' orazione
domenicale, come l'attesta il PilichdorfT con queste
parole : « I Valdesi dicono che niun'altra preghiera
debb' esser recitata fuorché il Pater noster, e che
tutte le altre preghiere le quali son dette o lette
nella Messa, non sono d'istituzione divina, ma dagli
uomini, eccettuate soltanto le parole della consa
crazione e del Pater noster (1). »
3. Quanto alla sufficienza della sacra Scrittura,
ecco quel che si legge in un Ms. Valdese : « Di
remo brevemente che la legge del vero Dio e vero
uomo è da sé sufficiente per la salute del genere
umano, e che ella è legge di perfetta salute : a
cui nulla si dee aggiungere e nulla togliere, e che
non v'ha alcuna cosa buona che non sia sufficien
temente compresa in quella legge (2). » Quindi
Ranieri Sacco dice, che i Valdesi Omnes consuetu-
dines Ecclesiae approbatas quas in Evangelio non
legunt, contemnunt.
4. Quindi, come attesta il 'PilichdorfT : « Essi
riprovano le benedizioni delle vesti sacerdotali,
dell'acqua , del sale , delle ceneri , delle candele,
delle palme, dei cibi, ed anche le consecrazioni
dei vescovi e sacerdoti, delle chiese, degli altari,

(1) Dicunt Valdenses nihil aliud orandum esse quam


Pater noster, et quod omnia alia, quae dicuntur et sequuntur
in Missa, non sint institutionis divinae, sed humanae, solis
verbis consecrationis, et Pater noster exceptis. Pilichdorff
cap. xxix.
(2) Valdens, manoscritto, Cambridge, voi. P.
102
de' cimiteri, delle acque battesimali, del crisma ecc.
dicendo che quelle cose così benedette e conse-
crate non ricevono punto di santificazione per tali
parole benché in sé sante e buone (1). i>
5. Essi predicano apertamente dice l'arcive
scovo Seyssel, che non si dee ubbidire ai sacerdoti
e neppure al sommo Pontefice ; poiché essendo mal
vagi e non imitando la vita degli Apostoli, non
hanno più da Dio alcuna autorità, e che non possono
in alcun modo rimettere i peccati (2).
6. La predicazione della parola di Dio è libera
per diritto di ciascuno. Dimmi Valdenses liberarti
cuique praedicationem verbi Dei patere (3).
7. Ciò che è più : tutti i cristiani senza distin
zione che vivono secondo i precetti degli apostoli
hanno autorità di udire le confessioni. Cosi il
Seyssel (4).
8. Lo stesso Seyssel dice che un altro errore
dei Valdesi si è di condannare ogni giuramento
come peccato mortale ; e più chiaramente si e-
sprime il Pilichdorff (5), di ogni giuramento an
che vero e giudiziale.
9. Un altro errore dei Valdesi si è, dice an-

(1) Pilichdorff cap. xxix.


(2) Seyssel fol. vii.
(3) Aeneas Sylv.
(4) Dicunt Valdenses confessionum audiendarum aucto-
ritatem christianis passim omnibus, qui secundum aposto-
lorum praecepta ambulant esse concessami.
(5) Item dicunt Valdenses quod omne iuramentum ,
quantum cumque iudicialiter et veridico factum , sit pec-
catum et reprobatum.

■,
103
cora 1' arcivescovo Seyssel , l'insegnare che ogni
bugia sia peccato mortale (1).
10. Il purgatorio pei Valdesi è un sogno. Ecco
confessi si esprimono : « Non vi ha alcuna e-
spressa menzione di tal luogo (cioè del Purgatorio)
in verun tratto della legge, nò gli apostoli ci la
sciarono alcuna espressa istruzione intorno ad esso,
né la Chiesa primitiva in consonanza al Vangelo
ci lasciò verun ordine o comando intorno al me
desimo. Solo dopo l'anno di Nostro Signore cin
quecento e cinquanta sette , papa Pelagio diede
ordine, che la commemorazione pei defunti fosse
fatta nella Messa ; ne conseguita di qui, che non vi
ha obbligo di credere come articolo di fede, che
dopo questa vita siavi un tal luogo del Purga
torio (2). »
Nell'articolo del Purgatorio i Barbi dei Valdesi
sen vanno assai fuor di via, perchè essi dicono che
dopo la dipartenza da questa vita, le anime sono
immediatamente portate o al godimento eterno, o
gittate nei tormenti eterni, e che il Purgatorio è
una finzione inventata dall'avarizia del clero
Cosi l'attesta l'arcivescovo Seyssel (3).
(1) Alius error quo Valdenses asserunt ornne menda-
cium esse peccatum mortale.
(2) Lo Purgatori soima, cioè, il sogno del purgatorio. E
nella Nobla leycon leggesi : Ma l'ascriptura di, e noi crei/re
lo deven, que tuit li home del montper dui cliamin tienten ;
li bon pren en gloria, li fellon en torment.
Cioè, « la Scrittura dice, e noi lo dobbiam credere, che
tutti gli uomini del mondo avvenire andran per due vie ,
il buono andrà per la gloria, il cattivo ai tormenti. »
(3) In hoc articulo (de purgatorio ) Valdenses Barba?
104
11. Quanto alle indulgenze i Valdesi condan
nano parimenti le indulgenze dei prelati della Chiesa
scrive il Pilichdorff (1), ed il Seyssel soggiunge :
« Essi affermano che le indulgenze sono una in
venzione dei cattivi preti, affine di ottenere danari
dagl'ignoranti (2). »
12. Circa1 l'obbligo del digiuno, e l'osservanza
dei giorni santi, tranne la domenica , attesta il
Seyssel « che un altro errore dei Valdesi si è del
condannar le astinenze (3); » di Enea Silvio parimenti
afferma, che essi tenevano « che niun giorno debba
essere santificato all' infuori della domenica (4). »
13. Essi rigettano la invocazione dei santi:
« L'invocazione dei santi, che (i cattolici) pub
blicano come se fosse un articolo di fede, dicendo
chei santi esistenti in cielo debbono esser pregati da
noi che viviamo Non ci pare cosa da doversi
credere (5). » I Valdesi tengono che la beata Ver
oberrant maxime Aiunt, enim defunctorum animus ad
aeterna vel gaudìa vel supplicia confeslim recipi : ecclesia-
sticosque viros cupiditate excaecatos Purgatorium conferisse.
(1) Item reprobant Valdenses indulgentias praelatorum
Ecclesìae.
(2) lpsi affirmant Indulgentias esse inventas a pseudo-
sacerdMibus ad extorquendas ab imperitis pecunias. Apud
Seyssel.
(3) Alius error Valdensium , quo improbant ieiunia.
Seyssel lxxiii.
(4) Nulla die ab opere cessandum, nisi Dominica. Aeneas
Sylvius, Hist. Bohem.
(5) Ara es a dire de li sanct la qual publican come per
article de fé, disent que li sanct existent en la patria celestial
son d/esser prega da nos vivent et anso non es vist esser
da creyre. Tratt. Valdese.
105
gine Maria, ed i santi del cielo non devono es
sere invocati da noi perchè non possono pregare
per noi.... Essi non recitano V Ave Maria (1). Essi
dicono, che i mortali non sono in bisogno di loro
intercessione ; Cristo solo essendo più che suffi
ciente a fare ogni cosa per noi tutti ; e che i santi
assorti nelle delizie di lor felicità, non conoscono
ciò che passa nel mondo (2).
14. Qualsivoglia onore dato nella Chiesa alle
sante immagini e pitture ed alla reliquie dei santi
dev'essere abolito secondo i Valdesi. « L'Anticri
sto, dice un loro trattato, rende il popolo idolatra
fraudolentemente inducendo a servire agl'idoli di
tutto il mondo sotto il nome di santi e di reli
quie » facendo che il culto di latria, dovuto unica
mente a Dio, sia deferito agli uomini e alle donne,
santi e sante dipartiti da questo mondo (3). Essi
dicono che le immagini e le pitture devono essere
abolite. Dicono che i cristiani sono idolatri a ca
gione delle immagini e della croce (4).

(1) Tenent B. Virginem~3t sanctos in patria non esse


invocandos a nobis, quia non possunt orare pro nobis... Non
dicunt Ave Maria. Pilichdorff.
(2) Dicunt sanctorum suffragiis mortales non indigere ,
Christo omnibus ad omnia abunde sufficiente Et sanctos
ea, quaa in saeculo fiunt ignorare, tanta felicitatis illius
amoenitate capti. Seyssel.
(3) Lo Antichrist fa idolater lo poble , servir fraudo-
lentement a los idolos de tot le mond sot li sant et a las
reliquias. Trat. Vaici, dell'Antichrist.
(4) Imagines et picturas dicunt esse abolendas. ("Raineri
Sacco). Dicunt christianos esse idololatros propter imagines
et signum crucis. Pilichdorff (loc. cit.)
/ Vaiteli. 8
106
15. Rispetto alle due dottrine relative all'au
torità dei magistrati ed al precetto, non ammaz
zare , ci assicura Enea Silvio, che i Valdesi ten
gono, che un magistrato, qualor sia cattolico e
reo di peccato grave , non possiede veruna auto
rità , e che non debba essere ubbidito (1) — E
l'arcivescovo Seyssel riferisce che — essi affer
mano generalmente che ogni omicidio è peccato
mortale (2). Ciò non ostante, non pare che queste
due dottrine possano essere classificate tra le loro
immutabili opinioni religiose. Poiché essi in qual
che circostanza han ritrattato quel primo capo di
dottrina, prima della metà del secolo xvi, allor
ché professarono — di riconoscere i principi della
terra — e relativamente all'altro, lo stesso Arci
vescovo Seyssel osserva che — i Valdesi di que
sto tempo , non lo tengono assolutamente , ma
vi fanno qualche eccezione , per es. quando un
uomo è giustificato secondo le leggi della giusti
zia per pubblica vendetta.
A questo lungo catalogo di errori tien dietro un
altro più breve di altri errori adottati dalla setta
Valdese per l' influenza de' Boemi prima della ri
forma di Lutero e di Calvino. Questi errori sono
estratti specialmente dalla valdese confessione di fede
mandata a Ladislao re d' Ungheria, nel 1508 (3).

(1) Qui mortalis culpae reus est, eum neque saeculari


neque ecclesiastica dignitate pollere, neque parendum ei.
(Aeneas Sylvius 1. cit.)
(2) Omne homicidium peccatum mortale esse affiirmant.
(Seyssel cap. cit.)
(3) Rerum bohem. antiqui scriptores.Freher Hanoviae 1602.
107
Egli è cosa notoria che Giovanni Wicleffo sorse
nel decimoquarto secolo a dommatizzare in Inghil
terra, e che nel secolo susseguente Giovanni Huss
comparve in Boemia qual novatore a disseminare
i suoi errori. Ora amendue questi nuovi maestri
seguirono i Valdesi in quasi tutte le costoro dot
trine annoverate nel catalogo precedente, e per
tal rispetto Wicleffo ed Hus possono esser chia
mati discepoli dei Valdesi, sebbene essi aggiun
gessero molti altri articoli lor proprii, discordanti
dalla dottrina della Chiesa universale , seguiti poi
ancor dai Valdesi. Così è naturalmente avvenuto che
i Valdesi sotto qualche rispetto furono i maestri
de'Boemi, sotto altri rispetti essi seguirono poscia
le novità dei loro discepoli.
Per convincercene basteracci tener dietro agli
insegnamenti di quelli che possiamo chiamare Boemi-
Valdesi.
1 . Quanto alla confessione auriculare « I Boe
mi-Valdesi, scrive Enea Silvio, stabilirono che la
confessione auriculare è inutile, e che basta con
fessare i nostri peccati a Dio (1). »
2. La dottrina dei Boemi-Valdesi circa la Chiesa
di Dio si toglie dalla definizione, che essi danno
della Chiesa medesima. Essi insegnano che — la
santa Chiesa cattolica, quale essi credono, è l'u
niversità degli eletti dal principio alla fine del
mondo (2). Bispetto poi al ministero — Essi cre-

(1) Auricularem. confessione*», nugacem esse; sufficere


sua quemque Beo confiteri peccata. Aen. Syl. Bohem. hist.
(2) Rerum Bohem. Script, pag. 240.
108
dono che la santa Chiesa cattolica è la congrega
zione di tutti i ministri e fedeli ubbidienti alla di
vina volontà, e per l'ubbidienza uniti sotto la stessa
soggezione dal principio sino alla consumazione
di tutti i tempi (1). — Questa è in sostanza la
definizione stampata dal Mortland nel catechismo
in forma di dialogo tra il Barba ed il fanciullo :
— La Chiesa di Dio , vi si dice, compresa nella
sua sostanza, è l'universalità degli eletti di Dio ;
ma relativamente al suo ministero, la Chiesa di
Dio comprende i ministri col popolo loro soggetto,
e partecipante nello stesso ministero per fede, spe
ranza e carità.
3. Intorno alla comunione i Boemi-Valdesi
tengono, che — è necessario il ricevere la santa
Eucaristia sotto le due specie del pane e del vino (2).
4. Circa la transustanziazione, essi niegano al
tutto doversi ammettere questa parola rispetto al
mistero della Eucaristia (3).

(1) Hod.
(2) Rerum Bohemic. script, p. 250.
(3) Ibid. loc. cit. pag. 264.

-^oo-

i
109

CAPO III.

Delle ulteriori deviazioni dei Valdesi dalle loro


primitive dottrine prima e dopo della riforma
protestante.

Volendo noi continuare la storia delle vicende


dottrinali dei Valdesi medesimi, la verremo attin
gendo dalle fonti che riguardano specialmente i
Valdesi delle valli prima e dopo la riforma.
Leggiamo, che nel 1440 essendosi introdotti nelle
valli altri eretici, che fecero comunanza coi Val
desi, cagionarono non lieve perturbazione; e pi
gliato ardire, cominciarono ad inveire contro i pa-
rochi cattolici, come quelli che a loro dire erano
ignoranti, e tenevano le anime e i corpi in per
dizione. Due di essi ne maltrattarono, uccisero il
curato di Angrogna che ne ributtava i sofismi ;
batterono quel di Fenile, assalirono quel di Cam-
piglione oltre a più altri. Di qui è, che non vo
lendo l'arcivescovo di Torino, che rimanessero im
puniti cotali misfatti, nel 1446 inviò alle valli fra
Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di
soldati, del quale un cronista di quei tempi lasciò
scritto : — Et si non fuissent milites, qui eum cu-
stodiebant, una cum multìs aliis catholìcis non re-
diisset vivus.
Con sua sorpresa il Buronzio, rendutosi colà, trovò
quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti ri
110
caduti dopo la loro abiura. Tenne esso colloquio
in Luserna con quanti che da lui invitati voles
sero seco disputare. Con trecento e più Valdesi ci
venne il vecchio Barba riputato il più abile, Clau
dio Piastre, che né convinse, né restò convinto.
Costui predicava altre eresie contro l'incarnazione
del figliuolo di Dio, e la presenza reale, e teneva
adunanze fin di cinquecento eretici, i qua'.i o re
spingevano, o assalivano, o beffavano gl'inquisitori.
Non volendo però il Buronzio usare altre armi ,
che le ecclesiastiche, né potendo procedere singo
larmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle,
il qual interdetto durò dal 48 al 53. Quando tor-
novvi il Buronzio , e convertitone alcuni , questi
supplicavano perdono da Nicolò V, che infatti die'
ordine ai vescovi di Torino e di Nizza onde ri
conciliassero tutti quelli, che abiurassero. Furono
questi più di tre mila , e il vescovo li accolse e
regalò ; ma impose, che quelli che ricadessero per
derebbero i loro beni. Ciò non impedì che molti
e presto non ritornassero al vomito (1).
Già prima di questo tempo pel troppo moltipli
carsi, non potendo più vivere nelle valli, non po
chi dei Valdesi emigrarono, e si stabilirono come
colonie nelle Calabrie e nella Puglia d'onde se non
con grandi stenti dopo lungo tempo assai furono sni
dati e al tutto espulsi, come in seguito racconte
remo. Vennero pure espulsi dal marchesato di Sa-
luzzo dove si erano sbandati, nel 1499, per opera
della vedova Margherita di Foix , coadiuvata dal

(1) Vedi Cantù, Gli Eretici d'Italia; tom. ni, p. 536. seqq.
111
vescovo di quella città. Fra questi vicendevoli fatti
or di rigore, or di persuasione e di predicazione
si mantenne mai sempre nei più l'ostinazione del
resistere a qualsivoglia mezzo per ricondurli alla
Chiesa cattolica da essi abbandonata.
Nel 1517 Claudio Seyssel arcivescovo di Torino,
avendoli conosciuti nella visita pastorale e ado^
peratosi a ricercar fin nella radice gli errori nei
quali erano avviluppati, affin di richiamarli alla
sana dottrina, ci attesta altro non essere che un'ab
bietta genia e bestiale. Giudicò quindi, che non
occorreva con essi alcuna disputa formale. Nel dar
conto però delle costoro dottrine, affermò che la
principale consisteva nel far dipendere l'autorità
del ministero' ecclesiastico dal merito delle persone,
errore già antico (1) ; e però non poter conse-
crare od assolvere chi non osserva la legge di Cri
sto, né per conseguenza doversi ubbidire al Papa,
ed ai prelati, perché si sono distolti dalla via de
gli apostoli, e Roma esser la meretrice dell'apo
calisse.
Intorno alla Eucaristia, il Seyssel fa dire ad un

(1) Abbiamo da Alano dell'Isola De fide cattolica contro,


haereticos sui temporis praesertim Albigenses et Valdenses,
che i Valdesi tenevano che il merito personale , e non già
l'ordine sacro conferisca l'autorità di consecrare, di legare
e di sciogliere ; e che per conseguente si dovessero piutto
sto confessare i peccati ad un buon laico anziché ad un
sacerdote malvivente. Vedasi quanto scrive il Cantù nella
nota 21 , sul discorso xxxvn, dell' opera citata : Gli eretici
in Italia, dove contra il Perrin dimostra la verità delle ac
cuse di Alano dell'Isola
112
Valdese : « Come mai il vescovo e il prete che
è in ira a Dio potrebbe propiziarlo agli altri ? Co
lui che è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe
averne le chiavi ? Se la preghiera e le azioni di
lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cri
sto alla parola di esso potrebbe trasformarsi sotto
le specie del pane e del vino , e lasciarsi man
giare da uomo, che egli ha intieramente reietto? (1).»
Riferisce il Bossuet da un processo fatto nel
1495 nelle costoro valli un interrogatorio di un
tal Quoti di Pragelato, nel quale richiesto che in
segnassero i Barbi sul Sacramento dell'altare, ri
spose com'essi predicano ed insegnano ; che quando
un cappellano, che abbia gli ordini proferisce le
parole della consecrazione sull'altare, esso consa
cra il corpo di Cristo , ed il pane si cangia nel
vero corpo (2) — che egli riceveva tutti gli anni
a Pasqua il corpo di Cristo ; e i Barbi dicevano ,
che per ben riceverlo bisogna esser confessato, e
meglio dai Barbi che dai cappellani, cioè dai preti,
perché questi scapestravansi a vita libera, mentre
quelli la menavano giusta e santa. Lo stesso è a
dirsi della confessione , la quale essi facevano ai
Barbi per la stessa ragione , perché essi come con
ducenti vita buona e cristiana hanno facoltà di
assolvere. Confessavansi in ginocchio, e per ogni
confessione davano una moneta, ricevevano le pe

li) Claudii Seysselii Archiep. Taurinensis adversus erro-


res, et sectam Valdensium disputationes. Paris. 1526 ,
pag. 5S. seqq.
(2) Hist. des Variai. Lib. xt, § 8.
113
nitenze , le quali per lo più consistevano in un
Pater, un Credo, ma non mai YAve Maria; proi
bito era loro il giurare, e non dovevano invocare
i santi, né pregar pei morti (1).
' Così si mantennero i rozzi Valdesi sino all'ap
parita del protestantesimo in una stretta cerchia
di dottrina e di pratica tra il cattolicismo , e le
adatte lor foggie di opinioni più o meno diver
genti dal cattolico insegnamento. Mutarono poi fac
cia dacché il protestantesimo venne introdotto per
opera di Lutero , di Zwinglio e di Calvino. Col-
l'odio che professavano alla cattolica Chiesa e la
tendenza a viemaggiormente allontanarsi dalla dot
trina di lei, fu loro agevole l'avvicinarsi alle no
vità predicate dalla così detta riforma, e ciò tanto
più, in quanto in gran parte i novellamente ve
nuti addottarono presso che tutti gli articoli , nei
quali i Valdesi dissentivano dalla dottrina della
Chiesa circa il culto e la invocazione dei santi e
delle reliquie , circa la invalidità della consecra-
zione di sacerdoti malvagi, circa la confessione ed
altri cotali articoli. L'affinità era grande , e però
non avevano bisogno, che di un leggiero impulso
per conformarsi alle dottrine dei protestanti.
Invitati dai medesimi a tenere una conferenza in
torno alle dottrine controverse, i Valdesi dalle lor
valli, come già per noi sopra si è accennato ,
deputarono Pietro Musson , Giorgio Morel e Mar
tino Gonin loro Barbi, i quali si recarono da prima
a Basilea, ove trattarono con Ecoìampadio, quindi

(1) Vedi Cantù loc. cit. pag. 350.


114
a Strasburgo, ove si abboccarono con Bucero, ed
infine a Berna, dove se la intesero con Benedetto
Haller , ed altrctali capi della nascente eresia. A
questi i deputati Barbi esposero , com' essi prati
cassero la confessione auriculare, come i loro mi
nistri vivessero in celibato, ed alcune vergini fa
cessero voto di perpetua castità. Pietro Gilles loro
istorico riferisce, che quei maestri li ammonirono
di tre cose : 1° di alcuni punti dottrinali, nei quali
volevano che si riformassero ; 2° di meglio disci
plinare le assemblee ; 3° di non permettere più
che i membri delle loro chiese assistessero alla
Messa , né aderissero in verun modo alle super
stizioni papali, ed ai sacerdoti cattolici (1).
Nel resto più la setta avanzava cogli anni, più
si allontanava dalla primitiva sua rozzezza, e an
dava adottando nuovi errori in opposizione alla
Chiesa cattolica, dalla quale riteneva pure alcun
ché di fisionomia. Allorché cominciò a penetrar
nelle valli la fama ed il nome del protestantesimo,
che si dilatava in Germania ed in Francia, ebbero
a trasecolare per la gioia, per non trovarsi omai
più come setta solitaria, e senz'appoggio. Quindi
pei sopranominati Barbi , o ministri che vogliam
dire, si trattò di una unione, ed anzi di una fu
sione dei Barbetti coi Luterani da prima, e poscia
coi Calvinisti. Quest'ultima, per opera del celebre
Farei, ebbe infine consistenza. Costui gl'indusse a
pubblicare la loro professione di fede , ed a di
chiararsi, o a divenire Calvinisti, coi quali già a-

(1) Pietro Gilles, Jiist. Ecclés. des églises Vaadoises.


vevano non pochi articoli in comune. Tali erano
l'abolizione dei suffragi pei defunti , dei digiuni,
delle indulgenze , e più altri ; ma oltre a questi
punti li persuase a far getto inoltre del sacrifi
zio della Messa, e di tutti i sacramenti, ad ecce
zione del battesimo e della cena ; ed a credere alla
predestinazione assoluta , ed alla salvezza per la
fede , e che Cristo è il solo mediatore tra Dio e
gli uomini ad esclusione dei mediatori secondarli,
cioè della B. Vergine e dei santi.
In seguito di ciò si tenne dai Valdesi un'assem
blea per sei giorni in Angrognaa mezzo settembre
del 1532 , nella quale si convenne nella unifica
zione delle due sette, i cui punti erano :
1. Che servire a Dio non si può se non in
ispirito e verità.
2. Che quei che furono o saranno salvati sono
eletti da Dio prima della creazione.
3. Che riconoscere il libero arbitrio è negare la
predestinazione e la grazia di Dio.
A. Che si può giurare, purché chi lo fa non
pigli il nome di Dio in vano.
5. Che la confessione1 auriculare ripugna alla
scrittura, bensì è lodevole la confessione reciproca
e la riprensione secreta.
6. Non vi ha giorno preciso al digiuno cri
stiano.
7. La Bibbia non proibisce di lavorare la do
menica.
8. Nel pregare non occorre articolare le pa
role, né inginocchiarsi, né battersi il petto.
9. Gli apostoli e i padri della Chiesa usarono
116
la imposizione delle mani, ma come atto esterno
ed arbitrario.
10. I voti di celibato sono anticristiani.
11; I ministri della parola di Dio non devono
andar vagando e mutare dimora, se pure noi ri
chieda il ben della Chiesa.
12. Per provvedere alla famiglia, essi possono
godere rendite, oltre i frutti dell'apostolica comu
nione.
13. I soli segni sacramentali sono il Battesimo
e l'Eucaristia.
Non tutti i Barbi si acconciarono a questa pro
fessione di fede, posciachè i Barbi Daniele di Va
lenza e Giovanni di Malines si ritirarono dal sinodo,
e passarono in Boemia. Fu questo il primo scisma
fra i Valdesi. Addussero essi, per ragione del così
fare , che coll' accettare tali conclusioni si degra
dava la memoria di quelli che fin allora avevano
condotta la loro Chiesa.
Da quanto si è detto si fa manifesto, che i Val
desi ognor più si allontanarono dall'avita loro dot
trina. Ond'è che nel 1842 il pastore Paolo Appia
gemeva delle novità introdotte presso i suoi fedeli,
e così scriveva : « Chi voglia ben conoscere la
Chiesa Valdese, bisogna che la, osservi avanti la
riforma , quando non era ancor deformata dalle
professioni calvinistiche. Non fu un bel giorno per
essa, quello in cui il genio colossale, ma dialet
tico di Calvino le impresse il suo suggello vigo
roso sì, ma duro. Amo meglio i nostri Barbi, che
nelle caverne, o a cielo aperto recitavano i passi
della Bibbia. Deh perché gl'Israeliti delle valli non
H7
preferirono rimaner nella loro oscurità, quali eran
prima di quel profluvio di controversie, cioè uo
mini della Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione,
povertà di spirito, come quelli cui apparteneva il
regno de' cieli ? (1) »
Degenerati pertanto i Valdesi dalla primitiva
loro istituzione , e fusi coi protestanti , non for
mano più una setta a parte , e debbono conside
rarsi come una delle tante modificazioni del pro
testantesimo. Essi non hanno più un simbolo a sé,
e seguono le fasi inerenti alle masse di quell'ac
cozzamento informe , che viene sotto la generale
denominazione di Evangelici , come di fatto ora
essi medesimi si appellano. Quindi come il prote
stantesimo dalla parte negativa in fuori , non ha
più credenza fissa, ma va ondeggiando in un per
petuo andirivieni , e di giorno in giorno più ac
costandosi al razionalismo, ultimo termine del suo
lungo cammino , così il Valdismo è alla foce an
ch'esso dell'immenso oceano, che sta per ingoiarlo.
Non è già che in apparenza non professino al
cunché di dommatismo positivo , come si ha dai
catechismi, e da ben molte produzioni giornaliere
nelle quali si danno il tuono di società religiosa
peculiare e da ogni altra distinta ; ma in realtà
ella è così vaga la costoro credenza, che non ha
consistenza alcuna. Un cristianesimo nominale è
tutto il loro fondo, ed allorché si stringono dap
presso per aver da essi una determinata formola
di fede, si trovano in tale imbarazzo da non po-

(1) Presso il Cantù loc. cit.


118
terla fissare. Allorché eglino han nominata la Bib
bia, non hanno più ove posare il piede, e fermarsi.
Non è pertanto il Valdismo nello stretto senso del
suo significato, se non se un monumento areheo-
logico , che si mostra agl'investigatori delle anti
chità nei pubblici musei, qual monumento di ciò
che era un tempo. Basta però quest'apparenza di
religione positiva, che nella setta si conserva per
abbagliare chi non si arresta , che alla superficie
delle cose.
Con questo si dà ogni opera al proselitismo ed
a penetrare nelle masse, tra le quali ognor si tro
vano animi disposti a lasciarsi sedurre, e così li
berarsi dal giogo loro troppo pesante della fede
e della morale. Divenuti quest'infelici preda della
costoro scaltrezza, qualora non ritraggano pronta
mente il piede dal precipizio, nel quale han dato
il primo passo , terminano col cadere nell'abisso
della infedeltà, che è la negazione di ogni verità
rivelata. Un rapido sguardo a ciò che è divenuto
il protestantesimo in Germania, in Francia, nel
l'Inghilterra, e tutto altrove ne è una prova senza
replica. Né altra è la condizione dei Valdesi o pro
testanti in Italia ; la medesima condizione è co
mune a tutti.
In vano ora il protestantismo , cosi detto orto
dosso, va dibattendosi, affine di conservare qualche
reliquia di religione positiva contro il devorante
protestantesimo liberale, che tutto assorbe ed in
goia. Il numero dei protestanti ortodossi va sce
mando di più in più, e non andrà guari, che sarà
tutto assorbito dal suo seducente rivale. Lo stesso

-*
119
pietismo invano si ostina a far fronte agli assalti
che di continuo gli si danno dal protestantesimo
liberale. Sarà dunque diversa la condizione dei
Valdesi ? No per fermo, ma dovranno anch' essi ,
o il vogliano o no, andar soggetti alla medesima
legge ed allo stesso svolgimento.
Il perchè stimo inutile dopo il fin qui discorso
l'andar dietro in particolare a ciascun capo di dot
trina or controverso ; quindi lasciata da parte la
dottrinale polemica, non mi rimane che di ribat
tere le falsità storiche e le calunnie del Léger e
de' suoi copisti l'Allix , il Jones , il Peyran , il
Monastier , il Bert e compagni , che non fecero
in fondo che copiare e adottar quanto ite scrisse
il Léger, il quale non solo non è esatto, ne' suoi
racconti, ma altera inoltre la verità dei fatti, affin
di rendere odiosi i cattolici, dai quali egli fu scon
fitto, e costretto a rifugiarsi in Olanda, ove scrisse
la sua storia romantica.
Da questa discussione critica trarremo anche il
vantaggio di porre in chiara luce quanto si attiene
al carattere dei Valdesi mai sempre irrequieti nelle
lor valli , sediziosi e turbolenti , onde si dovette
ricorrere alla repressione affin di tenerli in dovere
ed usar rigore per contenerli nei loro limiti, essi
colla loro condotta provocarono quelle misure, che
si dovettero prendere per attutarne i conati, come
si vedrà da ciò che siamo per dirne nei seguenti
capi, pigliando a guida il Melia che ne scrisse con
ogni accuratezza.
120

CAPO IV.

Del carattere calunnioso di Giovanni Léger prin


cipale autore delle falsità storiche intorno alle
supposte persecuzioni de' Valdesi per motivo di
religione.

Pubblicò il Léger in Leida l'anno 1669 la sua


Storia generale delle Chiese evangeliche delle valli
del Piemonte o Valdesi (1). Venne questa storia
riguardata da tutti i settarii non solo come veri
tiera, ma inoltre come la più compiuta, che u-
scisse giammai da penna protestante. Appena essa
fu pubblicata , alzò un rumore straordinario , e
venne accolta dai suoi come capolavoro da con
quidere i cattolici. Se non che a poco a poco
venne a cessare il concepito entusiasmo , e diè
luogo a giuste critiche, le quali o scemarono, o tol
sero al tutto il valore della medesima. E poscia-
ché ad essa si riferisce quanto su tal materia si
è poscia scritto dai Valdesi e dai loro fautori, ra
gion vuole che se ne dia qui una giusta idea.
Cominciando dal carattere personale di quest'uo
mo, riferiremo quanto uno scrittore contempora
neo Gurshermon , autore assai rispettabile per la

(1) Histoire générale des èglises évangéliques des vallées


du Piémont, ou Vaudoises divisée en deux livres. Leyde
1669 ; voi. I, in-fol.
121
sua accuratezza^ ci riferisce nella sua storia (1) in
questi termini : « Il ministro Léger (Giovanni), il
nipote di quel (Antonio) condannato a morte , e
profugo a Ginevra, è un uomo di spirito malizioso
e tumultuante , pieno di maltalento e di rancore.
Egli per mezzo de' suoi agenti segreti in Ginevra,
Svizzera, Francia, Olanda, Inghilterra, Germania,
e nelle provincie nordiche divulgò la notizia, che
sua Altezza reale, il principe del Piemonte, si sfor
zava di distruggere la loro Gerusalemme (così essi
chiamano le valli di Luserna, Angrogna ecc.). Egli
esagerò l' origine di quei poveri ed abbietti di
scendenti dai Valdesi o Poveri di Lione e si
provò di trarre dalla sua parte tutte le nuove re
ligioni della riforma. Egli inventò racconti di cru
deltà così inaudite e straordinarie , che neppur
dai barbari sarebbero state commesse, afferman
do, che ciò è sì vero, come il Vangelo , che esse
sono state praticate nelle lor valli dai soldati di
Sua Altezza Reale con tale eccesso, che per or
dine del marchese di Pianezza furono tagliate tante
teste , che il sangue degli uccisi colava per le
strade della Torre.... Mentre il vero è, che durante
la guerra, due sole persone furono giustiziate, per
sentenza del senatore Parrachino. Questa tromba
di sedizione pubblicò inoltre , che nuovi generi
di tormenti furono allora inventati ; che i piccoli
bambini furono divorati, ed i cervelli degli uccisi

(1) Histoire gènéalogique de la Royale Maison de Sa


voie iustifiée par titres, mamiscripts, anciens monuments
et autres preuves autentiques. Lyon, pag. 1013 e 1014.
/ Valdeii. 9
122
mangiati ; che la persecuzione di Diocleziano con
tro i cristiani fu più mite di quella praticata con
tro gli abitanti delle valli. E sebbene l'autore di
tutte queste calunnie abbia una cattiva riputazione
tra il suo stesso popolo, pure esse suscitarono una
così gagliarda impressione sugli spiriti degli stra
nieri, che si eccitò una grande simpatia verso gli
abitatori delle valli, e si destò una forte indigna
zione contro il sovrano del Piemonte. Furono fatte
collette in lor favore , e dalla sola Inghilterra si
mandò più di un milione di franchi. Di questi il
ministro Léger e i suoi agenti ne ricevettero la
principal parte. Di qui nacque una dissenzione
contro di esso in mezzo a loro. Di qui ne seguì
che Cromwel mandò Morland al sovrano del Pie
monte. »
Intorno allo stesso Giovanni Léger, l'autore del
Ms. Storia veritiera (1), così parla: Giovanni Lé
ger ha riempiuto il suo grosso volume di calun
nie, falsità e favole scaltritamente inventate. Non
vi ha dubbio, che il zio di lui, Antonio, fu con
dannato a morte pel suo delitto di ribellione, come
si dice nella sentenza, che io ho letto. Mentre il
Governatore generale di Sua Altezza Reale era il
supremo magistrato delle valli, e i conti rappre
sentavano pure il sovrano, Antonio Léger di pro
pria autorità si fece il padrone e supremo reggi
tore di tutta la popolazione , e tenne le valli in
uno stato di aperta ribellione contro gli ordini di
Amedeo I e della reggente Maria Cristina nell'anno

(1) Manoscritto citato, Histoire vèritable pag. 762.


123
1637. Con lutto ciò Giovanni Léger alla pag. 70
del suo volume assicura i suoi lettori impudente
mente, che il suo zio Antonio fu condannato a
morte dopo di essere stato fedele al suo principe
nel tempo della rivoluzione.
« La reggente Maria Cristina ai 16 di aprile 1642
diede ordine , che quando qualche abitante delle
valli volesse farsi cattolico , i tesorieri regii ed i
ricevitori delle tasse pagassero alle comuni Val
desi quella intiera somma, che il convertito soleva
pagare ad esse. »
Le precise parole di tal ordine son le seguenti :
« Affinché questa conversione resti nei suoi ter
mini di pura e mera grazia, di modo che nessuno
ne senta pregiudizio, ordiniamo che i tesorieri e
ricevitori presenti ed avvenire, e a chi sarà espe
diente di accettare e rimettere agli esattori della
comunità , come se le pagassero in contanti , le
somme a che ascenderanno^ gl' imposti e carichi
suddetti di cadauno di essi (convertiti) (1). »
Ora chi il credebbe ? Giovanni Léger ha pub
blicata la falsità , che Cristina obbligò i Valdesi ,
i quali persistessero nella eresia a pagare al suo
tesoro tutte le imposte , delle quali i nuovi con
vertiti al cattolicismo fossero esonerati. Questa fal
sità venne pur pubblicata prima di lui da Morland
(p. 274) in conformità alle ingannevoli istruzioni
date dallo stesso Léger, o dal suo zio Antonio con
queste parole : — Il mistero di tutto ciò è che
tai pesi che furon tolti dalle spalle dei rivoltosi
(1) Op. cit. pag. 815.
\u
si mettano sulle spalle di quelli , che perseveras
sero nella vera religione (Valdese) affin di distrug
gerli.
E questo non è , che un saggio delle falsità e
menzogne, delle quali ribocca l'opera del Léger, il
quale non ha difficoltà di travolgere gli scritti di
Reinero Sacco, di Pilichdorff , di Seyssel , di Ro-
rengo, di Belvedere e di quant'altri impugnarono
i Valdesi, facendo lor dire a rovescio appunto di
quanto da essi vien riferito.
Se non che a meglio conoscere il carattere di
quest'autore giova il qui riportare un documento
che mette in rilievo la costui malizia. Tra le mi
scellanee patrie della Biblioteca reale in Torino tro
vasi un vecchio foglio stampato nel 1662, in cui
leggesi: « I delegati di Sua Altezza Reale nelle
cause criminali delle valli di Luserna, San Mar
tino e Perosa contro Giovanni Léger ministro, nato
nella valle di San Martino, dichiarano, che la terza
citazione è già stata mandata al ministro Giovanni
Léger di comparire affin di far le proprie difese
intorno alle accuse dei molti atroci delitti, non già
concernenti materie religiose, ma di lesa Maestà,
che gli furono imputati. Specialmente di molti o-
micidii commessi per suo ordine, e di suo con
sentimento, compreso l'omicidio della sua serva ,
affin di celare di averne avuto un figlio , e così
non perdere it suo ministero ; e per aver arruolato,
e con danaro usurpato dai comuni pagato i bri
ganti , autori di misfatti sia contro i rappresen
tanti del Re ecc., ecc., che com'egli non si pre
sentò sotto il salvacondotto offertogli per far le
125
sue difese, il processo è stato istituito, ed è stato
giudicato reo di lesa Maestà pei delitti commessi
da lui dal principio dell'anno milleseicento cin
quanta sei e di poi ; delitti che non si riferiscono
a materie di religione, ed essendo colpevole, egli
meritò di essere condannato, come difatti ora egli
è condannato all'esilio in perpetuo ed alla confi
sca dei beni, e s'egli cadesse nelle mani della giu
stizia, ad essere impiccato pubblicamente , finché
l'anima sia separata dal corpo ; allora il suo corpo
dovrà esser lasciato pendente per un piede per
ventiquatr'ore, dopo di che viene ordinato, che il
suo capo sia separato dal busto ed esposto sulla
piazza di San Giovanni nella valle di Luserna so
pra una infame colonna. » La sentenza fu con
fermata dal Senato colle seguenti parole : « Per
pubblico decreto di questo Senato , da essere in
ciso in tavole di pietra , noi decretiamo , che la
sentenza or recitata e giustamente pronunziata con
tro l'abbominevole Giovanni Léger reo di lesa Mae
stà umana in primo grado sia messa in esecu
zione » l'anno seicento e sessanta due (1).
Dal che si pare qual sia il vero carattere e l'in
dole di questo scrittore, e quanta fede meriti, e se
si abbia a prestar fede ad un uomo di tal fatta,
allorché scrive a carico dei cattolici. Acciecato dal-

(1) Sententiam mox recitatam et in nefandum Ioan-


nem Legerwm tamquam lesae maiestatis hominem in primo
capite reum, iuste prolatam, executioni demandandam esse
publico senatus consulto lapideis tabulis consigliando de-
cemimus. Anno 1662.
(Pressò il Melia op. cit. Part the second sult).
126
l'odio professato contro i medesimi , si appalesa
qual'è falsario nella storia cui imprese a fabbri
care affin di eccitare l'animo de' suoi leggitori, e
precipuamente dei protestanti, già di per sé dispo
stissimi ad ingoiarsi quanto contro i cattolici vien
riferito. Del che recheremo prove di fatto nei capi
seguenti, dopo di aver riportato alcun che intorno
alla vera storia della condotta dei Valdesi nel
Piemonte.

CAPO V.
Delle varie ribellioni e d'altri delitti dei Valdesi
in Piemonte vere cagioni delle supposte perse
cuzioni religiose.

Egli è vezzo degli scrittori Valdesi l'esagerare i


mali da loro sofferti nelle valli del Piemonte per
la professione di lor religione, e quindi farsi te
nere in conto di Martiri. Ma oltre che i cattolici
di quei paesi aveano ben ragione di non voler
consentire , che cotesti stranieri eretici venissero
dal Delfinato ad infettar coi loro errori quelle valli
nelle quali furtivamente vennero ad appiattarsi e
far proselitismo, è al tutto falso, che per solo mo
tivo di religione essi venissero perseguitati. La vera
ragione per cui spesso furono repressi fu l'indole
loro inquieta e proclive alle ribellioni, ogni qual
volta lor ne venisse il destro ; posciaché furono
essi mai sempre inquieti e mal sofferenti di freno
e però dovettero esser repressi nelle loro avven
tatezze.

x
127
Prova di ciò è il documento che ci sommini
stra lo stesso Morland, cioè la lettera d'Innocenzo
Vili, colla quale il Pontefice autorizza l'arcidia
cono di Cremona Alberto de Capitaneis a proce
dere contro gli eretici , e ad invocare eziandio ,
qualor fosse d'uopo l'assistenza del braccio seco
lare. « Gli eretici , dice il Pontefice, sonosi sfor
zati di attirare i fedeli ai loro errori , hanno di
sprezzate le censure della Chiesa, hanno abbattuta
e derubata la casa della inquisizione, ucciso il di
lei servo, e mossa la guerra contro il loro signore
temporale , ed hanno commesso gran quantità di
simili abbominazioni (1). » Non deve pertanto far
maraviglia , se i Valdesi, essendo così colpevoli
fossero puniti con esemplare rigore.
Ecco pure quel che si legge nel Ms. di Vegezzi
fondato sugli annali del Piemonte. « Avendo nel
l'anno 1535 Francesco I, re di Francia, occupati
colle armi gli stati del Piemonte , i Valdesi in que
sta occasione spingendosi oltre i limiti loro pre
scritti, armata mano invasero i luoghi circonvicini,
saccheggiando i castelli e ferendo i vassalli di quei
feudi. Nel tempo stesso Francesco I adopera ogni
mezzo per distruggere gli Ugonotti nel suo regno :
e così mandò un ordine, che il Parlamento di To

(1) Alios Christifideles in eosdem errores pertrahere ,


censuras vilipendere, domum habitationis eiusdem fidei in-
quisitoris subvertere et quae in ea erant bona dissipare ,
et derubare, eiusdem inquisitoris famulum interficere, cer-
tamen hostili modo inire, illorum dominis temporalibus re
sistere Infinita quoque alia detestabilia ac abhorrenda
facinora perpetrare veriti non fuerint. Morland p. 199.
128
rino ancora perseguitasse i Valdesi. In questa oc
casione più di uno fu abbruciato , a tenore delle
barbare leggi che allora correvano, nella pubblica
piazza. Dopo la morte del re Francesco, e la pace
di Cambrai (il 3 aprile del 1559) Emmanuele Fi
liberto ritornò nei proprii Stati. Egli mirò a pur
gare i suoi dominii dagli eretici, ed a cacciare i
Valdesi dai luoghi da essi occupati fuori dei con
fini loro permessi ; forse avrebbe potuto al tutto
espellerli dalle loro valli qualora non fossero stati
rafforzati da un corpo di settari francesi. Tutto
ché per allora fossero lasciati senza molestia , i
Valdesi dopo breve tempo si ribellarono, e guidati
dal loro eretico ministro ed aiutati da quattro
mila armati francesi combatterono contro i castelli
di Filiberto. Dopo molte battaglie furono sconfitti
dal conte della Trinità. Ed anche in questa occa
sione ebbero luogo molte esecuzioni.»
Similmente nell'autore della Storia verace, alla
pag. 614, leggesi quanto segue : « Verso il 1575
i Valdesi trasgredirono un'altra volta le leggi del
loro sovrano. Il parroco della Torre, chiamato
Braide, fu da essi ucciso nella propria casa. Eglino
già per lo innanzi gli avevano negato il necessa
rio alla vita, affin di costringerlo ad andarsene ,
ciò che egli fedele al suo dovere ricusato aveva
di fare (1). » Il parroco di Dubiana, il quale pel suo
buon esempio e zelo procurava di tenere i suoi
cattolici fermi nella lor fede, fu altresì ucciso da
essi mentre esercitava il suo ministero in una po

ti) Véritable histoire pag. 614.

\
129
vera casa. Gli stessi Valdesi congiurarono ad
uccidere altri preti zelanti, che attendevano alla spi
rituale coltura dei cattolici. Un laico di nome Vin
cenzo Buriasco , fervente cattolico, che praticava
coi preti, li informò della congiura per tempo, e
così essi si posero in salvo. 1 settari trovando il
loro progetto sventato da lui se ne vendicarono
con uccidere in vece dei preti il povero Buriasco.
Gli eretici, essendo riuscito vano il loro disegno
di uccidere Andrea Tofioni notaio, che aveva dato
l'alloggio ai soldati del duca, dopo la partenza dei
soldati, gli entrarono in casa, la saccheggiarono,
ed uccisero le donne che vi trovarono. Com' era
allora tempo di guerra non fu inflitta veruna pu
nizione per gli omicidii, e per conseguenza essi
presero baldanza ogni di più nei loro misfatti.
Spogliarono gli altari, abbruciarono su di essi il
santissimo Sacramento , e le immagini dei santi ,
e (tranne Luserna) impedirono la celebrazione dei
santi misteri per le valli , nelle quali essi erano
semplicemente tollerati (1).
Tutte queste cattive azioni , ed altri più gravi
delitti, che troppo lungo sarebbe il noverare per
singolo, furono commessi dai Valdesi per lo spa
zio dei trent'anni, sino al 1600, senza la dovuta
punizione, a cagione delle continue guerre di quel
tempo. Non possiamo con ogni certezza affermare
che nel detto periodo per le perfidie ed incessante
violenza dei ministri eretici , e dei loro Valdesi ,
che già eran divenuti Calvinisti, parecchie centi-

(1) lv. pag. 615.


130
naia di persone perirono nelle valli di morte vio
lenta (1).
Dopo ciò non deve recar maraviglia se fu pub
blicato un ordine del duca che obbligava i prote
stanti di ritirarsi nel termine di cinque giorni en
tro i limiti di già loro assegnati, o di abiurare i
loro errori nel caso che essi scegliessero d'abitare
fuori dei loro confini in mezzo ai cattolici (2). —
Come l'ordine non fu eseguito per verun conto ,
ed i ministri calvinisti continuarono le loro per
secuzioni contro i preti cattolici, che furono loro
mandati, il duca allora spiccò un altr' ordine non
ingiusto, ma ben più rigoroso e più perentorio (3).
Morto Vittorio I, di una malattia violenta , la
principessa Maria Cristina moglie di lui ebbe la
reggenza dello Stato. Ella pubblicò un nuovo de
creto ai 19 ottobre 1637, contro i sempre disub
bidienti Valdesi prescrivendo loro di ritirarsi per
entro ai prefissi limiti nelle lor valli, secondo i
decreti già pubblicati. L'ordine dovea essere ese
guito tra lo spazio di tre giorni sotto le comminate
pene. Il 2 novembre seguente 1' ordine fu rin
novato. Ciò non ostante il popolo delle valli con
tinuò a persistere nella sua disubbidienza, anzi
impugnò P armi contro la principessa. Antonio
Léger , zio di Giovanni Léger , il falso storico
delle valli, era il loro capitano (4).
Egli è a notare che fin dai primi tempi vi e-
(1) Pag. 617.
(2) Pag. 618.
(3) Pag. 619.
(4) Pag. 755.
131
rano chiese cattoliche nelle valli, e Giovanni Lé-
ger stesso il confessa in alcune parti della sua
storia , sebbene in altri luoghi lo nieghi secondo
il suo vezzo di contradire a se stesso. Nel tempo
nostro ancora (nell' ultima parte del decimo set
timo secolo) si possono vedere le miserabili ruine
di tali antichi edilìzi , che erano stati consecrati
a Nostro Signore sotto il nome dei santi titolari,
come potenti intercessori presso Dio, e l'unico me
diatore Gesù Cristo. Egli è altresì a notarsi che i
settari i li demolirono per la massima parte dopo
l'anno 1558, poiché fino a tal tempo le dette chiese
ancora esistevano. E quest'atto di empietà fu ese
guito coll' aiuto di armi forestiere in tempo di
guerra, quando i parochi , i priori, i religiosi ed
il clero furono scacciati. Di più non dev'essere
dimenticato, che i Valdesi stessi alfin confessandolo
affin d'ottener perdono per aver distrutte le chiese,
s' impegnarono col lor sovrano di rifabbricarle a
proprie spese (1).
Che poi in verità i Valdesi si rendessero più
volte colpevoli di molti e gravi delitti, l'abbiamo
dalla stessa lor confessione, di cui un autorevole
ed irrepugnabile documento è la seguente lettera
diretta al loro sovrano e sottoscritta da ventiquat
tro deputati. Ecco la lettera ed il rescritto :
« Serenissimo signore e Principe nostro,
« Li suoi poveri ed umilissimi sudditi delle valli
» della Perosa, Luserna, Angrogna , Roccapiatta,
s San Bartolomeo e Pra-Rustrino vengono con o-
(1) Pag. 797.
13<2
» gni riverenza ad umiliarsi ai piedi di V. A. Se-
» renissima tutti a chiederle perdono col laccio
j> al collo, supplicandola di voler usare della so-
» lita benignità e clemenza sua verso noi, e non
» risguardare ai gran falli e mancamenti nostri
» in non aver osservata quella fedeltà , che gli
» dovevamo , come umilissimi sudditi e servitori
» suoi ecc., ecc. »
Nel rescritto si trovavano poi le seguenti e-
spressioni :
« Si per aver volte le armi contro Sua Altezza,
» quanto per aver commessi molti danni , molte
» ruine, incendii sì in particolare, quanto in ge-
» nerale , e tanto contro Sua Altezza , quanto ai
» suoi signori ministri e altri particolari dello
» Stato ecc., ecc. Il novembre 1594. »
Adunque gli stessi Valdesi allorché battuti e re
pressi dalle armi del loro sovrano dovettero sot
tomettersi ed implorarne la clemenza, confessarono
le lor ribellioni e promisero fedeltà. Quanto poi poco
sinceri fossero i sentimenti di fedeltà, quivi espressi,
il fecero ben presto conoscere allorché si credet
tero abbastanza in forze da sollevarsi un'altra volta,
ciò che formerà V argoménto del seguente capo,
in cui vedremo com'essi si ribellassero contro la
data fede, e come furono gagliardamente battuti.
Frattanto si osservi che i rigori, coi quali i Val
desi furono trattati, non furon già rivolti contro
la loro credenza , ma sì bene contro le loro con
tinue ribellioni, colle quali cercavano di scuotere
da sé il giogo della soggezione dovuta al legittimo
loro sovrano.
133

CAPO VI.

Dei fatti connessi in particolare colla supposta


persecuzione religiosa dei Valdesi nel 1665.

Tralasciando ben molti fatti meno importanti ,


qui mi restringerò al celebre avvenimento del
1665, come quello su cui i Valdesi menano tanto
scalpore. Di fatto anche in quell' insulso alma
nacco, che ogni anno pubblicano i Valdesi in Fi
renze intitolato : L'Amico di casa (titolo copiato
da un almanacco francese), l'anno 1869 si è dato
luogo ad un articolo : I Valdesi nel 1655, nel quale
si travisano i fatti a loro modo, cioè senza critica,
al solo intento di rendere odiosi i cattolici, i quali
altro non fecero , che reprimere la perfida ribel
lione dai Valdesi tentata dopo breve spazio dalla
giurata fedeltà, della quale poc'anzi abbiam tenuto
discorso.
Già abbiam detto di sopra come il Léger ed il
Morland abbiano travisata tutta questa istoria, met
tendo tutto il torto dalla parte dei cattolici , e
tutta la ragione dalla parte dei Valdesi. E pure
chi il crederebbe? I Valdesi furono i ribelli che
provocarono la dovuta repressione pei loro delitti.
Rispetto alle ribellioni contro il principe, ed agli
assassinamenti commessi in diverse riprese dai

s
134
Valdesi specialmente contro i sacerdoti cattolici ,
basta quel che abbiamo veduto nel capo prece
dente, quel che concerne in particolare le pretese
crudeltà e sevizie dei cattolici contro i Valdesi
precipuamente nel 1655 formerà l'argomento del
seguente capo.
Intanto per avere un'idea generale dei fatti di
questa supposta persecuzione religiosa, io col Me-
lia comincerò dal riferire un brano della storia
del celebre Lingard, il quale parlando degli avve
nimenti di questo tempo sotto l'usurpatore Crom-
wel , così si esprime : « Il duca di Savoia aveva
con iterate concessioni confermato a quei paesani
il libero esercizio del loro culto, a patto, che si
contenessero entro gli antichi confini (1) ; ma si
menarono querele, che parecchi fra gli abitanti di
Angrogna avevano abusato dei loro privilegi per
formar congresso , e stabilire il loro culto nei
paesi della pianura. La Corte di Torino , stanca
dalle pugnanti rimostranze delle contrarie parti ,
rimise la decisione di quella disputa al giurecon
sulto Andrea Gastaldi, il quale dopo aver lunga
mente e pazientemente ascoltate le parli, profferì
definitivo giudizio, che Luserna e alcuni altri luo
ghi giacevano fuori degli originali confini, e che
gli usurpatori dovessero ritornarsene sotto pena di
confisca e di morte. Al tempo stesso però fu lor
concessa la facoltà di vendere a loro profitto le
terre, che avevano ridotto a coltura, quantunque

(1) Questi erauo i quattro distretti di Angrogua, Villar,


Bobbio e Rorato, ovvero Rorà.

-\
135
per legge queste terre fossero divenute proprietà
del principe (1).
I Valdesi eransi una razza di montanari audaci
e caparbi sol per metà inciviliti, le passioni dei
quali prontamente s'infiammavano, e le cui riso
luzioni erano altrettanto violente , quanto subita
nee. Da prima si sottoposero a malincuore al giu-
dicamento di Gastaldi , ed inviavano deputati a
Torino per richiamarsene ; pochi dì appresso fu
annunciato un solenne digiuno , e i due ministri
scomunicarono ognuno che vendesse le sue terre
nel conteso territorio ; e i nativi delle valli sotto
la signoria di Francia si congiunsero a quei delle
valli sottoposte al duca di Savoia, e gli uni e gli
altri si strinsero con giuramento di uno scambie
vole soccorso per la comune difesa , e spedirono
messi a chiedere aiuto e consiglio dalla chiesa di
Ginevra, e dei cantoni protestanti della Svizzera.
Coteste novelle spaventarono il marchese Pianozza,
primo ministro del duca, il quale, a comprimere
la nascente lega , mosse da Torino con forza ar
mata, oppugnò la Torre, in cui i sollevati ave
vano posto un presidio di seicento uomini, e fatta
proferta di perdono a tutti che si rendessero, or
dinò alle sue truppe di andare alle stanze di Bob
bio , Villaro e della parte inferiore di Angrogna.
Era stato precedentemente promesso che eglino
sarebbero quietamente ricevuti : ma gli abitanti
di que' luoghi si erano già riparati alle montagne

(1) Il decreto di Gastaldi è in Morland nella cit. Storia


delle Chiese Evangeliche nelle valli del Piemonte pag. 305.
136
colle loro masserizie e provvisioni, e i soldati non
trovarono altro che le nude mura. Non tardarono
a insorgere contese tra le due parti ; un atto di
offesa era ricambiato con altro somigliante , e il
desiderio di vendetta provocò una guerra stermi
natrice. Ma i soldati ebbero in generale vantaggio,
e i paesani si videro strétti a fuggire sulle cime
dei più alti monti, e cercare ricetto nelle valli
del Delfinato tra un popolo di consimili abitudini
e religione.
Racconti di questi fatti, ma racconti pieni zeppi
d'esagerazioni ed inverisimili furono indirizzati ai
diversi stati protestanti dai ministri di Ginevra.
Rappresentarono costoro il duca di Savoia come
un principe bacchettone, ed intollerante ; i Valdesi
come una razza d' uomini innocenti , la cui sola
colpa dimorasse nel loro affetto verso la credenza
riformata. Supplicarono i principi protestanti per
ché assumessero la difesa de' loro perseguitati fra
telli, e implorarono contribuzioni di danaro per
sottrarre dal morir di fame que' pochi, che erano
campati dalla crudeltà del ferro.
In Inghilterra la causa loro fu presa ad avvo
care e per mezzo della stampa, e da' pulpiti ; si
osservò solenne digiuno, e gli affetti dei popolani
furono infiammati al maggior segno. I ministri in
corpo andarono a Cromwel per raccomandare i
Valdesi al suo patrocinio ; gli eserciti di Scozia e
e d'Irlanda presentarono memoriali in cui si pro
testavano pronti a spargere il sangue loro per
causa cotanto sacra ; e tutti gli ordini del popolo
dai più elevati ai più infimi si affrettarono di con
137
tribuire danari in soccorso dei protestanti piemon
tesi. Fu notato che tra quelli , i quali facevano
opera di accendere i pregiudizi del popolo, niuno
era più industrioso dei due ambasciatori di Spa
gna , e di Stouppe , ministro della Chiesa pro
testante francese in Londra. L' uno e 1' altro
.s'erano da lungo tempo studiati d'impedire la
conchiusione sull'accordo colla Francia; ed ora entra
vano in isperanza di riuscir nell'intento, perché la
Savoia era confederata alla Francia ; e perché le
crudeltà maggiori dicevansi commesse da truppe
distaccate dall'esercito francese.
Uno dei primi pensieri di Cromwel si fu il fare
per mezzo di Stouppe una promessa di soccorso
ai Valdesi, ed un'offerta di trapiantarli in Irlanda
e stabilirli sulle terre dei cattolici irlandesi : la
prima delle quali fu accettata con dimostrazione
di gratitudine ; l'altra rispettosamente declinata.
Poscia fecesi a sollecitare il re di Francia, perché
si congiungesse seco ad interporsi tra il duca di
Savoia e i suoi sudditi delle valli, e n'ebbe di ri
sposta, che Luigi aveva già intramesso i suoi buoni
uffizii , e aveva ragione di aspettarne un favore
vole successo. Da ultimo mandò Morland in qualità
di ambasciatore a Torino, dove fu onorevolmente
ricevuto e trattato a spese del duca. Ma al suo
memoriale in pro de' Valdesi fu risposto che l'i-
stromento, nel quale egli fondava la loro difesa
era informe e mancava di autorità ; ed allorquando
offerse la mediazione di Cromwel gli fu scritto,
che i particolari della pacificazione erano stati in
tieramente riferiti a Servian ambasciatore di Francia.
"I VaUeiì. 10
138
Alla fine il Morland fu tolto da ogni perplessità,
per un ordine che egli ebbe di annunziare, che
il duca, a richiesta del re di Francia, aveva ac
cordata un'amnistia ai Valdesi, e raffermò i loro
antichi privilegi ; che questo indulto era stato ri
cevuto con gratitudine da' sollevati, e che i nativi
delle valli, protestanti e cattolici, si erano radu
nati insieme, ed abbracciatisi l'un l'altro con la
grime avevano giurato di vivere in perpetua scam
bievole amicizia (1).
Fin qui il Lingard, il quale a pie' di pagina ,
a proposito degl'Irlandesi papisti, che dicevansi ar
ruolati dal principe Tommaso di Savoia , che
combatteva col Pianezza, ed ai quali naturalmente
si attribuivano le maggiori atrocità commesse in
questa guerra, fa osservare che non erano già Ir
landesi, ma erano bensì Inglesi condotti dal conte
di Bristol : Ecco il documento di Thurloe (Slate
papers, in, '50). — Il reggimento, che diceasi
esser là, era il reggimento del conte di Bristol,
piccolo e debole composto in più parte d' In
glesi. Io non odo que' lamenti di loro, che voi
mi mettete innanzi.
Frattanto da tutto ciò che precede si ha che
il torto di quella guerra accanita debba attri
buirsi ai Valdesi, i quali sempre agitati ed in
quieti contro le giurate promesse di volersi
condurre di qui innanzi tranquillamente per i-
stigazione principalmente di Antonio e di Gio-

(1) Lingard, Storia d'Inghilterra; voi. XI, cap. in, p, 296.


Beqq. versione del Gregori. Roma 1835.
139
vanni Léger si ribellarono contro la legittima au
torità. Di qui è che scoppiò una guerra micidiale
tra gl'insorti e le armate mandate a reprimerli dal
principe di Piemonte. Si combattè con accani
mento dall'una e dall'altra parte. Se non che i
Valdesi ebbero sempre la peggio nei fatti d'armi,
che si succedettero per lungo tratto.
Vinti finalmente i Valdesi e costretti a cedere,
le cose alfine si composero. Frattanto Giovanni
Léger, principale istigatore della insurrezione , si
sottrasse colla fuga alla morte contro lui decre
tata. Si rifugiò, come sopra si disse , in Olanda ,
dove esercitò l'uffizio di pastore, o ministro nella
Chiesa vallona di Leida. Pieno di furore e di mal
talento, ivi scrisse il suo volume della Storia dei
Valdesi , nel cui libro hi , cap. ix ti presenta un
quadro orribile delle crudeltà e sevizie esercitate
dai cattolici contro i vinti Valdesi, e mette sott'oc-
chio dei lettori in tanti rami od incisioni indecenti,
quanto secondo lui si fece sofferire dalle sue
vittime.
Per buona sorte però dai pubblici registri si
convince di falsità il settario storico in ogni sua
parte ; ancorché egli nel luogo citato affin di ot
tener fede prometta che : « I particolari della strage
sono stati confermati colla testimonianza di oltre
150 persone d'irriprovevole onestà e credibilità ,
le quali han fatte le loro deposizioni all'uffizio dei
due notai Bianchi e Mondoni. »
A quel tratto nel Ms. allegato dalla Storia Ve
race contemporanea al Léger rispondesi: « Noi
possiamo perdonare a Giovanni Léger il non averci
fatto conoscere i nomi di queste 150 rispettabili
persone, ché avrebbero di troppo ingrossato il suo
volume. Non di meno noi abbiamo almeno diritto
di sapere se queste testimonianze furon date al
l'uffizio di persone autorevoli. Disgraziatamente
pel Léger non si ha neppur questo, giacché il
notaio Bianchi fu la sua mano destra in ogni cat
tiva impresa, e reo di molti misfatti, e però con
dannato a morte per pubblica sentenza il 23 mag
gio 1655. Mondone poi non fu notaio nel 1655 ,
allorché si dice, che fossero fatte le supposte de
posizioni . Mondone ottenne l' uffizio di notaio
quattr'anni più tardi, nel 1659 e di più nel 1663
1664 dichiarò che egli non avea ricevuto deposi
zioni di veruna sorte. 11 fatto di questi due notai
del Léger è bastante per sé stesso a provare in
generale che gli eccidii particolarizzati da lui non
sono autentici (1). »
Giacché Léger asserisce, che egli diede l'origi
nale delle deposizioni segnate dai notari Bianchi,
e Mondone a Samuele Morland , commissario di
Cromwel in Italia, e che egli (Léger) pubblicò le
deposizioni medesime tradotte da una copia ita
liana che teneva presso di sé (2). Il sagace lettore

(1) Histoire vèrìtable des Vaudois, manoscritto p. 182-184.


(2) Hist. par. II, pag. 116-117. J'en ay retnis V origi
nai des notaires Bianchi et Mondonis entre les rnains de
monsieur Morland commissaire extraordinaire de rnon Lord
Protecteur de la Grande Brétagne, comme il le confesse au
6. chapìtre du second livre de son Histoire, me contentant
d'en avoir conservè la fidèle copie. Voici donc le contenu
des susdites dépositions fidèlment traduit de VJtalien.

\
141
comprenderà, che il racconto di questi fatti pub
blicati dal Morland più di vent'anni innanzi alla
pubblicazione del Léger, è realmente la narrazione
fittizia di Léger stesso, e che il manoscritto delle
deposizioni deposto da sir Samuele Morland nella
Biblioteca di Cambridge, altro non è che 1' origi
nale di questa finta narrazione data da Léger a
Morland. Ma è tempo di venire all'esame dei rac
conti particolari della cotanto magnificata strage
e di ridurla alla storica verità. Or poiché è questo
un argomento di sommo rilievo ne tratterò a parte
nel capo seguente prendendo a guida l'allegato
Pio Melia, il quale di recente consultò con incre
dibile pazienza ed accuratezza i documenti con
temporanei di questo fatto da me riscontrati nel
volume dello stesso Léger, e pubblicò quel che si
contiene nel più volte citato manoscritto della Bi
blioteca reale di Torino, intorno alla vera storia
de' Valdesi secondo i giuridici documenti.

CAPO VII.

Dei singoli fatti della supposta strage de' Valdesi


nel 1655 raccontati dal Léger, e smentiti da giu
ridici documenti.

I. Sara Rostagnol \ien descritta dal Léger come


tormentata con esserlesi con un taglio aperto il
ventre , perché ella ricusò d'invocare la Vergine
Maria, in ultimo fu uccisa da un soldato (1).
<1) Lib. II. pag. 177.
142
Ora ecco il racconto legale : « Rosa Rostagnol
fu pugnalata due volte e ferita gravemente nel
capo mentr'ella somministrava armi ai ribelli. Non
le fu recata altra offesa. Ed ella morì di poi in
un luogo chiamato la Maddalena delle Vigne, co
m'è deposto da sei persone della stessa sua reli
gione. David Allieto , David Graimer , Giovanni
Chiarer, Giuseppe Crespin, Daniele Pavarin, Gia
como Borger il 16 febbr., nel 18 e 19 marzo 1674
all'uffizio di Bandino notaio di conosciuta rispetta
bilità e stimato eziandio dai Valdesi (1). »
II. « MartaCostantino, vedova di Giacomo Barrel,
ebbe il ventre lacerato e aperto e tagliate le mam
melle, che i soldati del duca fecero cuocere e ne
fecero stufato, e lo mangiarono (2). »
Ebbene ecco quanto si ha dai processi auten
tici e legali : « Maria Costantina vedova di Barrel
morì prima dell'anno 1655, com'è provato all'uf
fizio di Bandino da sei testimoni della sua reli
gione, e sono Davide Allieto, David Graimer, Gio
vanni Russe!, Giovanni Allier, Antonio Prasciut ,
Daniele Massen il 1 6 febbr. e il 3, 6, 28 marzo 1 674. »
III. « Giacomo Michelino di Bobbio, gentiluomo,
pugnalato nei piedi, mani ed orecchie, tagliategli
le parti vergognose, poi messagli una candela ar
dente contro la piaga , affinché bruciando la su
perficie della piaga, la crosta che vi formava im
pedisse la grande effusione di sangue , e che in
questo stato potesse languire più lungo tempo prima

(1) V. Manoscritto citato pag. 1055.


(2) Ibid. pag. 117. Seg.
143
di morire. Dopo ciò gli strapparono le unghie con
delle tanaglie, per obbligarlo a rinunziare alla sua
religione, ma veggendo che egli stavasi sempre
fermo, l'attaccarono per un piede con una lunga
fune al mulo del marchese di Luserna, e lo strasci
narono in questa posizione pur le contrade, fintanto
che fosse quasi morto ; allora gli strinsero la testa
con una corda sì strettamente, che gli si fecero
uscire gli occhi ed il cervello dalla testa, e poi lo
gettarono nel fiume, affinchè l'uno e l'altro ele
mento potessero un giorno render testimonianza di
questa morte. » Fin qui il Léger (1).
Or ecco il fatto genuino tratto dai processi. « Gia
como Michelino di Bobbio valletto, e non già gen
tiluomo nato in Frassinier, fu semplicemente ferito
in un combattimento del 1655, ed allora trasportato
al Delfinato. Egli sette anni dopo fu veduto in buona
salute nella valle di Luserna, com'è confermato al
l'uffizio di Bandino il 26 dicembre 1673, da Giovanni
Michelini Valdese di Bobbio, che ha sua abitazione a
Villar, ed inoltre da Giovanni Martinet di Bobbio,
cattolico, inoltre all'uffizio di Simondetti notaio, il
10 marzo dello stesso anno (2). t> Dopo di ciò fi
datevi delle.spudorate menzogne del Léger. Ma ti
riamo innanzi.
IV. «Un vecchio, prosiegue il Léger, fu precipitato
da un'altissima roccia. Egli era dell' età di 85
anni (2). »
Se non che non recando il Léger -'&'■ verun testi-

(1) Pag. 118.


(2) Op. cit. pag. 117.
144
monio del fatto fuor di se stesso, già più volte colto
in flagrante bugia, non occorre, che uno si trat
tenga in ismentirlo , basta negarlo ricisamente
come sua invenzione (1).
V. te Isaia Grand di Angrogna, scrive il Léger, di
91 anno ebbe spaccata la testa per mezzo, e poi
tagliato a pezzi come la carne di macello. Lo stesso
trattamento fu fatto soffrire alla moglie di Daniele
Armand della Torre, i loro piedi e mani appesi
per mostra agli alberi , come pur le loro teste, le
loro interiora, e gli altri lambelli dei loro corpi dis
seminati lungo la strada (2). »
Ecco la genuinità di questi due racconti. « Niun
uomo chiamato Isaia Grand esistette in Angrogna
di questo tempo. Ciò è provato dalla deposizione
di Giovenale Iacomo e di Giovanni Istalliot, e di
Antonio Presciut di Angrogna, fatte al 1° di febbraio
ed ai 16 di marzo 1674, all'uffizio di Bandino, e
di Michele Gonin di s. Giovanni ai 28 marzo 1674
all'uffizio di Simondetti (3).
La vedova poi di Daniele Armand fu semplice
mente uccisa con una stoccata in un luogo chia
mato Gogno, nell'atto che ella recava arme ai ri
belli che combattevano contro i soldati del duca. »
Mosè Yaimor, Antonio Simond, Giacomo Ghabriel ,
e Pietro Niccollet della Torre attestarono questo
fatto all'uffizio di Bandino il 1° febbr., ed il 5 e
6 di marzo ; lo stesso fu fatto da David Dalmazzo

(1) Manoscritto, pag. 1086.


(2) Leger, ivi.
(3) Manoscritto cit. pag. 1087.
145
di Villar all' uffizio di Simondetti il 10 marzo
1670 (1).
V. « Due donne, ripiglia il Léger, in un luogo
chiamato la Sarsena furono sospese il 20 agosto
dal capitano Paolo di Pencalier, il quale loro spaccò
il ventre , e fattene uscir le viscere , le lasciò in
questo stato stese sulle nevi in presenza del signor
Pietro Grast pastore, allora prigioniero ancor pien
di vita (2). »
Dal legai processo si ha che vi sono depo
sizioni di cinque testimonii tutti Valdesi, fatte al
l'uffizio di Bandino, datate il 5 e 20 febbraio, ed
il 5 e 6 marzo del 1674, che attestano, che niuna
donna fu uccisa a quel tempo in Sarsena, e che
il capitano Paolo di Pencalier non fu veduto nel
luogo menzionato durante tutto l'anno 1655. Vi è
quindi una deposizione nello stesso uffizio del 6
marzo 1673, nella quale dicesi, che certa donna
cadde in un precipizio presso Sarsena, e che ella
non fu offesa da alcuno (3). Questo è il fatto su
cui Léger fabbricò tutto il suo finto racconto.
VI. « Maria Raymond, soggiunge il Léger, la ve
dova di Giacomo Coin fu trovata in una caverna,
le cui ossa furono trovate in un lato , e la sua
carne frastagliata in un altro (4). »
Ebbene risulta dai processi autentici che Maria
(1) Nel Manoscritto si danno sempre i nomi dei testimoni,
ma il Melia li omette nelle seguenti deposizioni sì per bre
vità e sì per non annoiare i lettori.
(2) Loc. cit. pag. 128.
(3) Manoscritto citato pag. 1087.
(4) Loc. cit. pag. 121.
146
Raymond era morta da più anni prima del 1655.
Di che si hanno cinque testimonii , tre Valdesi e
due cattolici all'uffizio Bandino ai 7 gennaio, e 6
e 25 marzo del 1674, e qui opportunamente os
serva l'autore del Ms. spesse volte citato : « Egli
è così , che questo scrittore scellerato abusa im
pudentemente della credulità dei popoli protestanti,
che crede pigliar piacere a questa sorta di favole
esecrabili, prendendoli quasi per bestie e per a-
nime nere, che amano di nudrirsi del veleno della
maldicenza (1). »
VII. Léger in seguito riferisce che Maddalena
vedova di Pietro Pilon del Villar, decrepita e cieca
fu altresì trovata tutta frastagliata in pezzi, ma la
carne e le ossa tutt'assieme in una caverna vicina
al luogo chiamato il Castello , senza pigliarsi la
pena di separar la carne dalle ossa, come alla pre
cedente (2).
Intorno a questa Maddalena, dicono i processi,
vedova di Pietro Pilon, è stato legalmente provato
da sette testimonii, tutti Valdesi alla presenza di
due notai Simondetti , e Bandino , che niuna tal
vedova , né tal marito furon mai in verun tempo
al Villar. Le deposizioni portan la data del 20 di
cembre 1678 e 23 febbr., e 2 , 5 e 9 marzo del
1674 (3).
Vili, a Anna, scrive il Léger, figlia di Giacomo
Charbonier, fu violata, e quindi vergognosamente

(1) Manoscritto p. 1088.


(2) Loc. cit.
(3) Manoscritto p. 1088.
147
impalata ed alzata , e portata dai soldati per le
contrade principali a guisa di croce o stendardo,
affin d'inspirar terrore ai passeggieri (1). »
Or ecco la verità dell'avvenimento : « La figlia
di Charbonier, naturalmente storpia e stupida, fu
semplicemente trovata morta in un luogo chiamato
la Grand Ruà, senza veruna ferita o segno di ol
traggio sul suo corpo. Cosi si ha nella deposizione
di cinque testimonii Valdesi all'uffizio di Bandino
sotto la data dei 2, 5, 6 e 9 marzo 1674 (2) ; »
equi l'autore del manoscritto rimprovera il Léger
per le sue vergognose e scandalose calunnie.
IX. « Parecchi fanciulli, prosiegue il Léger, tor
mentati e lacerati mentre ancor vivevano, e pre
cipitati dalla sommità di una rocca (3). »
Ma la verità è : « che è provato da cinque testi
monii Valdesi e da due Cattolici, i quali fecero
la loro deposizione il 6 e 9 di marzo del 1673,
ed ai 7 febbraio del 1674, che di questi fanciulli
figli di Giovanni Andrea Michelino della Torre, che
supponevansi per tal modo essere stati uccisi, uno
mori l'anno 1656, e gli altri due uno maschio e
l'altro femmina erano tuttora viventi nel 1674.
Lo stesso è confermato di altri fanciulli (4). »
X. « Giacomo Prin, e Giovanni Gonnet, soggiunge
il Léger, furono crudelmente tormentati in diffe
renti maniere, e così uccisi (5). »
(1) Così il Léger p. 130.
(2) Mas. cit. p. 1189.
(3) Loc. cit.
(4) Mss. pag. 1092.
(5) Loc. cit. p. 128.
148
Or questo pure è al tutto falso. Ecco la verità :
Prin e Gonnet furono fatti prigionieri di guerra,
e morirono di morte naturale nelle prigioni di
Luserna, senz'aver sofferto alcun tormento. La
prova ce la somministra l'uffizio di Simondetti, e
di Bandino, che reca il nome di tre Valdesi sotto
il giorno 26 febbraio e dei 6 marzo 1674. Lo
stesso vien confermato dal Marchese di Angrogna,
il quale provide gli stessi di caritatevole assistenza
nella prigione (1).
XI. « Giovanni Pellanchon giovane di 25 anni,
scrive il Léger, sfuggi dalle ugne del leone , fu
ripreso e condotto a Luserna, dove fu attaccato
con una cordicella alla coda del mulo del Mar
chese di Luserna, e poscia indecentemente e cru
delmente tormentato (2). »
Or bene, ecco quel che risulta dai processi uf
ficiali. Intorno a Giovanni Pellanchon all' ufficio
di Simondetti vi sono le deposizioni del Prior
Vallerò, e di David Dalmazzo Valdese, il quale è
stato presente al fatto, ed afferma, che egli è vero,
«he un soldato insolente in realtà avea legato il po
vero Pellanchon alla coda di un mulo con 1' in
tenzione che fosse così strascinato a Luserna; ma
Matolles comandante della milizia del Duca, a-
vendo ordinato che Pellanchon fosse immediata
mente sciolto , pura il soldato colla prigione (3).

(1) Mss. p. 1093.


(2) Ivi pag. cit. Tralascio la indecente descrizione che
ivi di il Léger
(3) Mss. pag. loc. cit.

'-.
149
XII. Racconta inoltre il Léger, che Maddalena
Fontana di soli dieci anni di età fu uccisa, mentre
soldati brutali tentavano di violarla (1).
Egli è però stato legalmente provato perla testimo
nianza di due Valdesi li 2 e 1 6 marzo 1 674, che Madda-
lenaFontanaera tuttavia vivanel detto anno 1674 (2).
XIII. « Una madre, scrive Léger, fuggendo dai
persecutori col suo bambolo sul suo capo, lasciò
il bambino sulla neve. Morcier Tolosano l'osservò.
I soldati del Duca tagliarono in quattro pezzi il
povero bambino (3). »
Per deposizione di due Valdesi dei 20 febbraio
1674 fu provato che i soldati portarono quel bam
bino nel vicino villaggio, e che fu nutrito, ad a-
vuto in cura per molti anni, finché mori di ma
lattia naturale nella valle di s. Martino (4).
XIV. « Un'altra fanciulla pur di dieci anni colta
dai soldati fu impalata sopra una picca ed arro
stita, fu da essi mangiata ; » così il Léger (5).
La realtà del fatuo è la seguente: Tre Valdesi
di Bobbio giuridicamente affermarono il 26 dicem
bre del 1673 ed il 20 febbraio e 10 marzo del
1674 che la detta fanciulla essendo pazza, nascose
se stessa in una folta fratta, alla quale i soldati
inconsapevoli di ciò misero fuoco, e così ella fu
abbruciata accidentalmente (6).

(1) Léger loc. cit. p. 124. seg.


(2) Mss. loc. cit.
(3) Léger pag. 132.
(4) Mss. cit. loc. cit.
(5) Loc. cit.
(6) Mss. p. 1094.
150
XV. « Giovanni Michelino, il padre dell'ultimo
ministro di Angrogna con le due mani legate sulle
parti virili, fu cosi crudelmente tormentato uni
tamente a due compaesani della stessa maniera. »
Così il Léger (1).
Ora ecco il fatto sincero : Giovanni Michelino,
padre dell'ultimo ministro non soffrì verun cattivo
trattamento. Egli fu fatto prigioniero di guerra
in un combattimento e morì di naturale malattia
nelle carceri di Torino; sopra i due compaesani
niuno vi fu che li abbia conosciuti o udito di
loro cosa alcuna. Queste sono le legali deposizioni
di cinque Valdesi all'uffizio di due notai nel 30
dicembre 1673, e 6, 9 e 10 marzo 1674, oltre a
cinque deposizioni fatte dai Cattolici di Bobbio e
della Torre (2).
XVI. Giovanni Rustagnol vecchio di 81 anno
martoriato col taglio del naso e delle orecchie, e
di tutte le estremità del suo corpo, come riferi
sce il Léger (3).
Ora Giovanni Rustagnol, che non era vecchio, come
scrisse il Léger, morì semplicemente per un colpo
durante il combattimento vicino alle Alpi di Cro-
.senna, come fu legalmente provato per quattro
Valdesi, e due Cattolici, il 26 dicembre del 1673
ed il 10 marzo 1674.
XVII. « Molte persone, prosegue il Léger, come
Salvaiat, Luigi Torno, Bartolomeo Durand furono

(1) Loc. cit.


(2) Mss. p. 1094.
(3) Loc. cit.
151
orribilmente uccisi, riempiendo loro di polvere le
orecchie e la bocca, alla quale dato fuoco si fecero
saltar le cervella dalla testa squarciata con questo
nuovo genere di mine (1). »
Tutto questo è falso; imperocché Daniele Salva-
iat fu ucciso da una palla di cannone durante la
guerra in un luogo chiamato la Rocca di Pracelas;
Luigi Torno fu altresì colpito di un colpo di can
none, e di un colpo di spada ricevuto in un at
tacco in un luogo chiamato Casas de Roras ; la
stessa fu la sorte di Bartolomeo Durand a Baumes.
Niuno morì per aver ricevuto alcuna delle inven
tale ingiurie. Tre Valdesi delle vigne presso Roras
ciò attestarono giuridicamente il 26 febbraio ed
il 18 e 19 Marzo 1674 (2).
XIX. Daniele Revel, e Paolo Reynaud furono uc
cisi come i precedenti, secondo che ce ne assicura
il Léger (3).
Or bene, Daniele Revel morì molto prima del
l'anno 1655. Daniele Paradiso e Giacomo Bergier
provano questo fatto in una legale deposizione
dello stesso anno 1674. Come pure quattro Val
desi legalmente provarono all'uffizio dei più volte
menzionati Notai, il 6 dicembre 1673, ed il 9 e
20 febbraio 1674 che Paolo Raynaud fu trovato
morto dopo una conflagrazione probabilmente sof
focato dal fumo. Il suo corpo fu trovato senza
veruna lesione nelle orecchie e nella bocca, ed

(1) Loc. cit. p. 126.


(2) Mss. p. 10G6.
(3) Loc. cit.
152
unicamente alla barba e camicia alquanto bru
ciate (1).
XX. « Giovanni Ronco maestro di scuola, scrive il
Léger, ebbe le unghie schiantate con tanaglie, le
mani e i piedi e le orecchie traforale in molte
parti ; e chiesto , di tanto in tanto ad invocar la
Vergine Maria , e di recarsi alla Messa , ad ogni
suo rifiuto, un pezzo di carne, gli veniva tagliuz
zato con un temperino (2). »
Tutte queste crudeli particolarità di tormenti sono
inventate dal Léger secondo il solito, per rendere
odiosa ai protestanti l' invocazione de' Santi e la
Messa, e per inserire falsi motivi di religione nelle
inventate crudeltà. Il fatto genuino è che Ronco
fu fatto prigioniero di guerra, con ordine di es
sere trasferito a Luserna. Ma egli l'esisteva ai sol
dati a tutto suo potere, ond'è che venne da un di
essi ucciso con un colpo di pistola. Questo è stato
giuridicamente affermato dal Priore Michelangelo
Gallina, e dai signori Benettino e Vocero uomini
tutti onorati, e rispettati dagli stessi Valdesi di
Luserna (3).
XXI. « Paolo Garnier di Roras, così il Léger, ebbe
gli occhi schiantati dal capo, e le parti vergognose
estratte, e messegli in bocca; allora egli fu scor
ticato vivo, tagliato a pezzi, fu sospeso a quattro
finestre della miglior casa di Luserna (4). »

(1) Mss. loc. cit.


(2) Léger loc. cit.
(3) Mss. pag. 1077.
(4) Loc. cit.
153
Ebbene è legalmente provato, per la deposizione
di otto testimoni ai 25, 26, 28 febbraio, e 16,
18, 19. e 28 marzo del 1674- colla unanimità, che
Paolo Garnier fu ucciso da una bomba, mentr'e-
gli era nell'assalto della città di Luserna coi suoi
compagni, e che, poiché i briganti furono cacciati,
Giuseppe Bianco cattolico attese alla sepoltura del
suo corpo (1).
XXII. Di Daniele Cardone di Roccapiatta, racconta
lo stesso storiografo Léger , che sorpreso sotto il
tempio di Chabes ebbe tosto reciso il capo, e le
cervella estratte da questi cannibali, che le man
giarono, e gli strapparono il cuore e se lo divo
rarono (2).
Ora l'unica cosa vera intorno a Daniele Cardone
di Roccapiatta è, che i soldati del Duca lo colpi
rono a morte mentre egli stava combattendo coi
ribelli contro di essi presso il tempio di Rocca-
piatta. Egli non ebbe altra ingiuria , e fu sepolto
dai suoi dopo la battaglia. E ciò consta da legale
processo sulla testimonianza di cinque dei suoi
compatriotti il 9 e 28 febbraio , e 6, 18 e 28 marzo
1674 (3).
XXIII. « Margherita Revel, chiamata la Cartara,
fu abbruciata dai soldati del Duca alle Vigne ,
ciò che pur fecero rispetto a Maria Praviglielmo ;
la moglie di Matteo Giordano è citata qual testi
mone oculare del fatto. » Così Leger (4).
(!) Mss. loc' cit.
(2) Léger p. 128.
(3) Mss. p. 1098.
(4) Loc. cit.
/ Valdesi. H
154
Ebbene, ecco il fatto com' è Margherita Revel
fu bruciata non dai soldati , ma accidentalmente ,
non alle Vigne, ma nel luogo chiamato di Ronchi,
vicino alla tenuta di Antonio Prasciut dov' ella
si era nascosta senza che si sapesse da alcuno".
Maria Praviglielmo morì di morte naturale nel luogo
detto Rocca Corderà. La moglie di Matteo Gior
dano citata come testimone di veduta, era morta
e sepolta molto tempo innanzi all'anno 1655. Ciò
è attestato da tre Valdesi nelle loro deposizioni a-
vanti a due Notai il 30 dicembre 1673 e 28 feb
braio e 28 maggio 1674 (1).
XXIV. « La vedova di Giovanni Hugon inferma da
tre anni fu portata alla Torre sopra di un carro
ferita con acuta alabarda, lapidata e gittata nel
fiume di Angrogna. » Così il Léger (2).
Ecco la verità. Quattro Valdesi il 6 e 10 di marzo
del 1674 fecero la loro deposizione su questo fatto,
ed è che la vedova di Giovanni Hugon, la quale
non era ammalata, fu uccisa con due pugnalate dai
soldati mentr'ella aiutava i ribelli in una fazione
sul luogo chiamato La Gran Ruà (3).
XXV. P. Gilles dellaTorre ferito di un gran colpo,
ebbe il suo naso tagliato, e la faccia scarnata, e
lasciato così morire, come ha il Léger (4).
Or bene qui conviene osservare, che essendosi
il Léger contentato di mettere la lettera iniziale P

(1) Mas. p. 1099.


(2) Ivi.
(3) Mss p. 1099.
(4) Loc. cit.
155
senza determinare se abbia voluto significare Pie
tro o Paolo , non si sa precisamente di chi scri
vesse, comunque sia, la falsità dell' asserzione in
ogni caso è provata da testimonianza legale di tre
Valdesi della Torre, e di altri, come apparisce dai
registri dei 9, 24, e 28 febbraio, e dei 6 e 10
marzo 1674. Niun chiamato Paolo Gilles era co
nosciuto alla Torre, e che vi erano conosciuti due
Gilles di nome Pietro, l'uno de' quali morì prima
del 1655, e l'altro mori alcuni anni dopo la detta
data (1).
XXVI. « A Gracilliano, luogo situato al fondo della
Valle di Luserna molti poveri Valdesi furono vio
lentemente gettati in un forno già fatto riscaldare
per cuocere il pane. Essi furono così fatti arro
stir vivi. Alcuni cattolici ne furono testimoni. » Cosi
il Léger (2).
Tutto questo racconto intorno alla fornace di
Gracilliano tanto nella sua sostanza quanto nelle
sue circostanze, non è altro, che una solenne fal
sità di un uomo di spudorata sfrontatezza, com'è
provato all'uffizio di due Notai, per la deposizione
di undici persone dello stesso luogo (3).
E per non essere soverchiamente lunghi e no
iosi in raccontar per singolo quanto bugiardamente
riferisce il Léger intorno alle morti crudeli fatte
soffrire ai Valdesi, ci staremo contenti di racco
gliere come in compendio quanto questo roman-

(1) Mss. p. 1100.


(2) Op. cit. p. 129, seg.
(3) Mss. p. 1100.
156
ziere riferisce nella sua storia veramente roman
tica (1). Servano di prova i fatti seguenti.
Gio. Battista André mori prima dell'anno 1655,
come si ha dalla deposizione di febbraio e marzo
del 1674 del quale riferisce il Léger che fu tagliato
in pezzi nel 1655.
Michele Belià di cui il Léger afferma che ebbe
arrostito il capo dai soldati nel 1655 era an
cor vivo nel 1656, come si ha da autentica depo
sizione del 1674 da cinque Valdesi.
Daniele Pellione, secondo il Léger fu condotto
ignominiosamente in Angrogna dai cattolici. Egli per
verità fu così condotto, non già dai soldati cattolici,
ma bensì dai suoi stessi Valdesi per far acquisto
dei suoi danari (2).
Intorno a Michele Perisa, del quale il Léger scrive
che fu decapitato a Cavour lo stesso anno 1655 è
provato, che vi furono due individui di questo nome,
l'uno de' quali mori prima del detto anno, e l'al
tro era tuttavia vivo nel 1674.
Di Giovanni Donna, afferma il Léger, che fu ab
bruciato vivo. Sette testimoni deposero legalmente,
che vi furono tre dello stesso nome. Il primo fe
rito in una battaglia a S. Giovanni morì della fe
rita in Angrogna. 11 secondo mori nel 1661 pu-

(1) Di questi racconti così leggesi nel mss. legale alla


pag. 1104: Je ne laisse pas de conserver les pièces origi-
nales, qui justifient incontestablement la faussetè des mas-
sacres particuliers, qu" il dècrit si au long dans ces rolles.
Elles justifieront ceux à qui prendrait envie de s*en éclaircir.
(2) Deposizione di 10 testimoni nel cit. mss. in Febb. e
Marzo del 1674.
157
gnalato due volte nel ventre da un altro Valdese,
ed il terzo morì nel 1663 sul monte di Rubbiano.
Si è detto che la moglie di Paolo Chevet fu de
capitata nell'anno 1655, ed è provato che ella mori
alcuni anni prima di tal tempo ; come si ha per
testimonianza di quattro testimoni.
Giuseppe Claret, mentre coi briganti tentava di
pigliar Luserna per assalto , morì di un colpo
di cannone senz'aver sofferto altra ingiuria, com'è
confermato da otto testimoni ; eppure vien riferito
dal Léger come, se avesse il ventre squarciato per
trargli il grasso prima della sua morte.
Di Maria Paulo altresì si è detto, che sia stata
uccisa lo stesso anno 1655, e Matteo Thurinci viene
descritto come orribilmente tormentato, ed il suo
corpo gettato ai cani ; eppure per la deposizione di
tre testimoni è provato, che tanto 1' una quanto
l'altro eran già morti prima del detto anno.

CAPO Vili.

Altri documenti ed osservazioni sui fatti del 1655


in confutazione del Léger.

A conclusione e conferma di questa particola


reggiata confutazione del Léger riusciranno oppor
tuni altri autentici documenti, ed alcune generali
osservazioni : Giova dunque conchiudere questo in
grato racconto per cui il Léger menò tanto scalpore
facendo osservare , che la ragione principale per
158
cui i Valdesi furono puniti, non fu già la religione
da essi professata, ma bensì la loro ribellione con
tro gli ordini e le leggi del loro Sovrano. Ciò è
provato non solo dai molteplici fatti qui sopra ri
feriti, e talvolta ammessi e confessati dai Valdesi
stessi, come si è veduto, ma viene altresì confer
mato dalle memorie scritte da certi diplomatici di
quel tempo.
Di fatto per allegarne almeno qualcuno , il si
gnor Servien , ambasciatore del re di Francia in
Torino, scrisse al governatore e console di Traielo
in data di Torino agli 11 aprile del 1655 nel se
guente tenore : « Io vi scrivo queste linee, affin
ché conosciate, che Sua Altezza Reale, essendo di
sgustata di alcuni abitanti delle Valli di Luserna,
non solamente per la loro opposizione ai suoi or
dini, ma di più per farne altri direttamente con-
trarii ai suoi con un attentato pieno d'insolenza,
ha risoluto di sottometterli all'ubbidienza, che le
è dovuta (1). » Parimenti De Lionne ambasciatore
francese in Roma scrisse a Bordeaux all'ambasciatore
francese in Inghilterra. « Roma 3 luglio 1655 —
Io spero , che il pretesto preso dal Protettore
(Cromwel) per differire di firmare il vostro Trat
tato sopra gli affari delle Valli di Savoia, sarà pron
tamente per cessare, dacché il signor Serviano am
basciatore del Re a Torino mi ha scritto, che egli
sperava di accomodare tutto in un breve tempo,
secondo gli ordini che ha" ricevuto dalla Corte.

(1) Vedi Le carie e memorie di Gio. Tharloe ; voi. ni,


pag. 463. Londra 1742
159
Dappoiché non è una guerra per la lor religione,
ma una mera ribellione contro il Principe. i> An
che il conte Brienne disse altrettanto in una sua
lettera scritta a Bordeaux all'ambasciatore francese
in Inghilterra in data dei 16 luglio 1655. « Quanto
all'affare di Savoia... Voi potete assicurare il Pro
tettore, che noi abbiamo fatto tutto ciò, che egli
potesse da noi desiderare. Ma noi possiamo solo
fare istanza, e non già comandare al principe di
Savoia. Egli è certo, che i suoi sudditi (Valdesi)
hanno veramente d'assai dimenticato il loro dovere. »
Egli è dunque contro la storica evidenza de' fatti
il dire, che i Valdesi furono perseguitati per le loro
opinioni religiose.
Discorrendo poi in particolare del famoso anno
1655, per un de' lati noi dobbiamo ammettere,
che molti Valdesi furono uccisi durante i combat
timenti nei luoghi i quali furono attaccati o di
fesi dai soldati del Sovrano, per l'altro è ugualmente
certo, secondo le deposizioni riferite qui sopra, che
il catalogo degli uccisi , tedioso per la sua lun
ghezza, ed abbominevole per l'indecenza, e cru
deli particolarità , non è altro , che un sogno
malizioso di una immaginazione esaltata di un ingan
natore. Lo stesso Samuele Morland in una lettera
a Thurloe segretario di Cromwel ha le seguenti
spiccate espressioni intorno al presente soggetto :
« Quanto alla storia... io non ho trascurato di a-
doperare la mia maggior diligenza fin dal primo
momento che me ne faceste parola. La maggior
difficoltà io la trovo nell'accertare i fatti nel prin
cipio di questi disordini, e nel tempo della guerra.
160
Imperocché io trovo dopo diligenti ricerche , che
molti scritti e libri pubblicati intorno a questo sog
getto eziandio di alcuni ministri delle valli , sono
storpiati in molti particolari ed in molte cose non
conformi alla verità (1). » Espressione notevole da
non essere dimenticata.
Per ultimo nel detto anno 1655 il numero dei
Valdesi nelle valli del Piemonte era in circa di
16,000. Come è altresì confessato dal Léger, e gli
uccisi di ferro e di fuoco , ed ancora nella fuga
non eccedettero tutto assieme il numero di 200 ,
come risulta dal pubblico rapporto fatto di quel
tempo dal Governo di Sardegna in italiano, in fran
cese, ed in latino, che fu stampato eziandio nella
storia di Morland (2). Numero troppo grande, qua-
lor sì abbia riguardo alla preziosità della vita u-
mana, ma assai piccolo per verità, se si confronti
colla storia ordinaria delle fallite rivoluzioni e colle
molte migliaia di esseri umani sacrificati in simili
occasioni, senza parlare di altri luoghi, e di altri
tempi, specialmente in Inghilterra e nella Irlanda
nello stesso infelice secolo decimo settimo.
E qui ci piace a conferma di queste osservazioni
del Melia intorno alla storia del Léger, di riferire
due lunghi brani di un autore non sospetto, qual
è il Botta, che nel libro Vili della sua Stona d'I
talia così scrisse rispetto agli avvenimenti del 1655.
« Delle narrate stragi Léger per più colpa» fe' ri
trarre i disegni, e nel suo libro stampare. Queste

(1) State Papers, voi. ni. p. 419. Genève, 15 Juin. 1656.


(2) Pag. 398.
161
ciance ci narraj dico ciance ; non che molte or
rende cose non siano state commesse dai soldati
ducali, che veramente furono, ma che siano state
fatte e per disegno, non che per rabbia, e contro
le donne, i vecchi ed i fanciulli, massime a quel
crudel modo , e per ordine del marchese di Pia
nezza, è narrazione bugiardissima. Trovò luogo an
che nel Pianezza l'umanità : infieri egli certamente
contro i combattenti, ma a modo di guerriero, non
d'assassino o di boia, e gl' imbelli e i disarmati
per comandamento espresso risparmiò. Il vii sol
dato incrudelì come contro persone, ch'ei credeva
di fede perversa; ma anche fra i soldati trovaronsi
uomini in cui la pietà poteva, e da loro stessi donne
e fanciulli furono condotti a salvamento. La salute
degl'imbelli e dei quieti aveva Pianezza ordinata,
né fu tutta vana la sua intenzione. Bugiardo è Lé-
ger nel narrare di aver veduto e cavalcato giu-
mari, bestie che a questo mondo non furono mai.
Conobbero la pietosa opera del comandante supremo
delle armi piemontesi gli abitanti del Villar, e di
Bobbio, sì quelli che rimasti vi erano, come que
gli altri , che già ritiratisi nella Valle di Queiras
vi ritornarono; ai quali perché in tanta desola
zione non perissero fece distribuire pane di mu
nizione ; lo conobbero i bambini abbandonati o
per istanchezza, o per l'asprezza dei sentieri dai
fuggitivi parenti sulle nevi, che altissime erano ca
dute a' quei giorni , i quali intirizziti e mezzo
morti dal freddo ( alcuni già si trovarono morti)
furono ricolti, e con amorevole cura ristorati, ed
in Piemonte mandati, ed a pietose nutrici racco
162
mandati. La conobbero le donne , che venute in
mano di violenti soldati, furono anco con ricom
pensa del proprio danaro, dal Pianezza riscattate
ed in libertà rimesse, o quelle che il vollero, in
Piemonte mandate per trovar condizione, secondo
l'uso delle donne di quei paesi, nei domestici ser-
vizii di qualche onesta famiglia. Restino dunque
nella memoria degli uomini i pietosi fatti, né gli
orrendi si tacciano; ma con verità si raccontino,
non con bugie; imperciocché pure assai e pur troppo
di male si fa per eccitare orrore e pietà, fa me
stiere scriver tragedie da poeta , annestando fin
zioni e verità (1). i>
Quindi prosiegue il medesimo storico. « Né io
vane tragedie rappresenterei raccontando che Lé-
ger , quando si calò nelle valli della Perosa e di
S. Martino fece ai loro abitatori della religione cat
tolica ugual male, che i soldati del Duca avevano
fatto ai seguaci della sua religione. Al Perior spe
cialmente consegnò alle fiamme la casa del Pre
vosto e dei Missionari, i Padri Cappuccini crudel
mente tormentò, la Chiesa rubò, i vasi inservienti
ai voti sacri , le ostie stesse con brutti vilipendi!
sporcò, i cattolici tutti con cercati strazii a morte
mandò. L' intiero esterminio loro voleva ; né fu
indarno il suo crudele proposito ; perciocché dei
cattolici, che in quelle due valli abitavano niun vivo
restò, salvo quelli, che per il campare da tanto fu
rore , si erano fuggendo in Francia ricoverati , e
che poi cessata la tempesta, nelle bruciate case mi-

(1) Pag. 14. seg.


163
seri tornarono (1). Né San Secondo 1' efferato Iayer
risparmiò. Datolo a sacco e ferro, e fuoco, trucidò
barbaramente i padri missionarii, e donne e fan
ciulli, solo perché cattolici erano. Arse la Chiesa
di S. Secondo, arse quella di Mirandol, arse tutti
i casali all'intorno di quest'ultima terra. Non so
lamente, come abbiamo scritto, bruciò Lucernetta,
ma ogni cosa all'intorno mandò a ferro ed a fuoco,
a nessun cattolico, che gli venisse alle mani, la
vita donando. Nella crudele guerra né ai suoi con
sanguinei più guardavasi, né ad innocenza né a
comunità di patria, ma ogni cosa si mandava in
distintamente a ruina ed a sangue: Cattolici ed a-
cattolici furono crudeli ugualmente , né gli uni
hanno diritto di accusar gli altri, né gli altri gli
uni di maggior crudeltà (2). »
Fin qui il Botta, il quale niuno accuserà di par
ziale verso i cattolici.
(1) Di tutto questo e di altre scene di orrore per parte
dei Valdesi contro i Cattolici tacciono affatto il Léger, l'A
mico di casa tanto insulso quanto ignorante , non che gli
altri scrittori , unicamente intenti ad esagerare anche con
falsità e calunnie le crudeltà dei Cattolici. Se non che que
sto è il vezzo degl'increduli e degli eretici.
(2) Ivi, pag. 116. Seg. ediz. cit.

C^bD
164

CAPO IX.

Delle vicende de' Valdesi in Piemonte dopo il 1655


fino alla loro emancipazione.

Dopo la solenne sconfitta e punizione toccata ai


Valdesi per la lor ribellione, pareva, che essi sa-
rebbersi tenuti quieti. Tanto più che fu loro conce
duta la pace ad istanza del Protettor d'Inghilterra,
il celebre Cromwel, il quale mandava lamentanze
a Carlo Emmanuele per le atrocità , che si dice
vano commesse contro i Valdesi. Se non che con
fortezza rispondeva Carlo sentirgli di strano il qua
lificar di barbarie castighi paterni inflitti a sudditi
ribelli, che nessun sovrano avrebbe potuto tolle
rare; pur egli esser disposto a perdonare per de
ferenza al serenissimo Protettore. Ma 1' impulso
più gagliardo per indurre Carlo Emanuele ad ac
cordare il desiato perdono ai ribelli Valdesi fu dato
dalla Francia a Torino il 30 luglio 1655. Fu per
tanto ristabilita la pace con perdono generale e
•colle condizioni di prima, e le terre, che i Valdesi
possedevano fuori dei confini loro assegnati eran
loro compensate con altre fra il Pellice ed il Chi-
sone. Ciò non di meno i Valdesi sempre inquieti
ben presto fecer ritorno ai tumulti ed alle ostilità.
E di vero ben molti di loro ricusarono il per
dono ritiratisi nella Svizzera, d'onde attizzavano le
165
ire non ispente, e sommovevano per principio di
vendetta la patria a ripigliare le armi. Più di ogni
altro in ciò si distinse il Léger , il quale , come
già si disse, condannato in contumacia alla morte,
e rifuggitosi in Leida, ove fu pastore, non mai si
ristette dal tener viva la fiaccola della insurrezione
tra i suoi Valdesi. Si agitava coi principi prote
stanti, ed accumulava calunnie, armi e danari con
soscrizioni. Affin di muovere più efficacemente le
potenze protestanti a venire in soccorso ai suoi
correligiosi, scrisse la celebre sua storia de' Val
desi e la corredò di turpi immagini, eranvi rappre
sentati al vivo i supposti supplizii fatti soffrire ai
suoi dai cattolici, con quali menzogne però e con
qual mala fede l'ha esposto il Melia, come abbiam
veduto, con documenti irrefragabili. Non cessò egli
mai dall'attizzare il fuoco finché morì ostinato in
Leida, reo del sangue d' innumerevoli vittime da
lui sedotte.
Eccitati infatti da tanti stimoli non tardarono
mólto i Barbetti a ripigliar le ostilità contro il pro
prio sovrano, non ostante le promesse di fedeltà
giurate ai loro vincitori. Imperocché non erano an
cor trascorsi appena otto o nove anni dopo la pace
conchiusa, che i Valdesi nel 1663 con nuove in
surrezioni ed uccisioni di cattolici misero in iscon-
volgimento tutto il paese. Ne recherò a saggio la
descrizione che ne fece il contemporaneo podestà
di Bubbiana o Bibiano, luogo non molto distante
da Luserna. Ecco le parole di lui. « Faccio fede
ed attesto io sottoscritto Lorenzo Bernardi podestà
di Bubbiano aver il giorno e festa di s. Lorenzo
166
ora scorso proceduto alla visita e ricognizione de'
cadaveri uccisi dai ribelli religionari , venuti la
mattina di esso giorno nel presente luogo. E primo
il nobile M. Matteo Barbero, uomo di condizione,
carico di otto figliuoli, d'età d'anni cinquantacin
que; Maria Bonauda d' età di anni ottanta circa ,
donna povera, e miserabile mendica; Adriano ed
Anna figliuoli del fu Marcellino Sobrero di anni,
quanto ad Adriano quattordici, quanto ad Anna di
tredici, lavoratori di campagna ; Catterina e Maria
figliuoli di Giovanni e Domenica Porta; Catterina
di anni 16 e Maria di 20 miserabili e di ornate
qualità; Antonio Basso servo di Girolamo Cocho
di anni quindici circa, miserabile ; Catterina e Gio
vannea giugali de' borghi, in età di anni circa
20 caduno, lavoratori di campagna ; Gabrielli Alvo
d'anni 40, carico di due figliuoli piccoli, lavora
tore di campagna; Andrea Chiaberto d'anni 25 la
voratore di campagna; Giovanna Bertotta d'anni
settanta circa, mendica ; Giacomo Antonio figliuolo
di Bartolomeo Barone d'anni quattordici lavoratore
di campagna ; Maddalena figliuola di Bernardo Ri-
cha, e moglie di Giovanni Pietro Sobrero gravida
a punto di partorire d'anni 20 di campagna; Gio
vanni Francesco Smariglio , chierico della Motta ,
il quale faceva dozzina in questo luogo per lo stu
dio, di anni circa 15 di onorala condizione; Mad
dalena di anni 60, e Lorenzo suo figliuolo di anni
15 circa, persone povere e lavoranti. » Tal è la li
sta degli uomini innocui e pacifici cattolici uccisi
dai Valdesi lasciataci legalmente dal predetto po
destà.
167
E ciò in quanto alle persone; rispetto poi alle
chiese e case dei particolari ecco la descrizione ,
che il medesimo podestà legalmente ne fece. « E
quanto alle chiese saccheggiate, egli riferisce, che
essendo entrati i ribelli Valdesi nel convento. e
chiesa de' RR. Padri Missionari del predetto luogo
hanno rotte le porte, esportata la Pisside e Calice;
messa a pezzi l'immagine della Madonna, e tutte
le paramenta, cioè pianete, mantili, ed altro, come
dalle informazioni da noi prese risulta. Più, nella
chiesa dei disciplinanti del presente luogo , rotte
sedie e diverse altre cose , esportate le vesti di
essi, ed i paramenti de' sacerdoti, e dell'altare ,
come anche il calice , e diverse altre cose , come
da dette informazioni appare.
« Più la casa del signor Pietro Moreno venne sac
cheggiata, come si ha dalle informazioni trasmesse
all'eccellentissimo marchese di Pianezza. Inoltre la
casa del signor capitano Tommaso Barbero, la casa
di Andrea Bonino ; la casa di madonna Simonda
Moresca vedova; la casa di M. Andrea Bosco, la
casa di Bartolomeo Castelli ; la casa di Francesco
Falco ; la casa di Francesco Bonino ; la casa di
Matteo Borgo ; la casa di Marcellino Paolo; la casa
di Matteo Barbero, avendo rotte le porte, e con
dotti via i cavalli, bestiami bovini, aperti i cofani
ed esportata moltissima biancheria, danari ed ef
fetti, come parimenti risulta dalle suddette infor
mazioni ; ed a noi infrascritto podestà dopo di a-
verli ributtati dalla mia porta , quali con colpi
di masse mettemmo a basso, hanno rotte le porte
di una mia cascina poco discosta dal presente luogo,
168
e ne hanno preso un cavallo del prezzo di doppie
sei , come mi costa da informazione ricevuta dal
detto signor Pietro Morello notaro e compodestà
del presente luogo. — In Bubbiana li 13 gennaio
1664 (1). »
Or bene, questo non. è, che un saggio di quanto
nelle Valli in questo tempo i Valdesi contro i cat
tolici adoperassero di crudeltà e di avarie in ogni
genere. Ma quel che più sorprende è la ipocrita
ed al tempo slesso spudorata costoro finzione di
farsi passare quali vittime innocenti presso le na
zioni protestanti, per indi trarne copiose somme,
ed appoggio contro la legittima autorità, alla quale
contro ogni ragione si ribellavano. Di fatto dopo
la sconfitta dai Barbetti o Valdesi sofferta nel 1655
si fecero collette in varie parti in loro favore. Più
di un milione di lire, come già altrove si disse,
furono loro somministrate dall'Inghilterra; sessan
taquattro mila fiorini dall'Olanda; di più Cromwel
assegnò dodici mila lire sterline l'anno a soccorso
della chiesa de' Valdesi, ai quali offri asilo e terre
in Irlanda (2).
Adunque non ostante la pace accordata ai Val
desi, questi eccitati dai fuorusciti, non che dal loro
maltalento, punto non tardarono a ripigliare il loro

(1) Vedi Cantù Gli eretici in Italia, voi. ni, discorso li,
pag. 371. seg.
(2) Egli è in vero sorprendente, che questo regicida e ti
ranno, il quale riempiè l'Irlanda di sangue Cattolico, mo
strasse poi tanta tenerezza pei Valdesi perseguitati a suo
dire per motivo di religione. Ma tant'è, l'uomo è spesso un
problema insolubile.
169
vezzo d'insubordinazione e di tumultuose agitazioni.
Posciaché ben presto si replicarono in parecchi
luoghi delle Valli le insurrezioni , ed in peculiar
modo nel 1663, nel quale i Valdesi vi fecero molte
uccisioni di cattolici; e quindi, com'era naturale
ad avvenire, in Torino si moltiplicarono i processi
e le condanne. Così passarono le cose , allorché
nel 1 664 per interposto delle potenze cattoliche si
ricompóse la pace , e Carlo Emmanuele concedè
perdono, « malgrado le qualità e le circostanze
delle offese, i danni sofferti dai fedeli sudditi, da
noi e dalla giustizia, e l'essere ritornati a delitti
sempre maggiori. »
Quand' ecco che non pochi Ugonotti a cagione
della revoca dell'editto di Nantes fatta nel 1685 da
Luigi XIV, si ritirarono nelle Valli affin di sot
trarsi dalle perquisizioni del Re. Allora fu , che
Luigi messosi nella difficile impresa di sloggiarli
da quel focolaio, com' ei lo chiamava, di eresie ,
eccitò Vittorio Amedeo II ad unirsi con lui per
isterminare da quei recessi quel pugno di contu
maci, di comune accordo. La cosa parve di assai
difficile riuscimento al giovine Sovrano, attesa la
lunga sperienza fattane da' suoi maggiori. Ciò non
di meno, per non contradirgli intimò, che fra due
mesi tutti i protestanti del marchesato di Saluzzo
si rendessero cattolici sotto pena di morte e con
fisca. Per tale editto , di quanti erano sparsi nei
comuni di Paesana, Brondello, e Cirassolo non uno
ne rimase. Fra le Valli stesse privilegiate ne in
terdisse il culto non solo in pubblico, ma financo
nelle case private. Si ordinò che fossero demoliti
; Valdeti. 48
170
i tempii, ed espulsi i Barbi; che i bambini si al
levassero cattolici , sotto pena di cinque anni di
galera ai padri, e sferzate alle madri ; di più, che
gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro beni,
che altrimenti sarebbero compri dal fisco.
Alla esecuzione di un cosifatto decreto bisognò
un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in per
sona, forse come taluni pensano, per farlo men
sanguinario. Lavois ministro della guerra di Lu
igi XIV unì ai Savoiardi quattrocento soldati. Que
sto esercito contro montanari inermi fu comandato
dal francese Gatinat, e dal savoiardo Gabriel. Gli
uomini presi e legati mandavansi a Torino, resta
vano fanciulli, vecchi e donne.
Gli Svizzeri veggendo un tale stato de' Valdesi,
mossi a pietà di loro , dopo di aver dal Sovrano
del Piemonte ottenuta la facoltà della emigrazione
de' Valdesi sulle lor terre, li invitarono a preva
lersene pel loro bene. « Voi potete ancora, dice-
van loro, uscir da un paese sì caro e sì funesto;
potete condur con voi le vostre famiglie, conser
vare la vostra religione, evitare nuovo sangue : in
nome del cielo , non ostinatevi ad inutile resi
stenza. » Nondimeno in un' assemblea di Rocca-
piatta 1' aprile del 1686 decisero quest' infelici di
resistere fino alla morte. Dopo di aver fatte le op
portune provisioni per vivere , si rifuggirono fra
le Alpi meno accessibili, ed i più robusti si ac
cinsero a respingere risolutamente le truppe.
Per verità i luoghi ne' quali i Valdesi si erano
appiattati erano pressoché inaccessibili, e tali che
sol facendo rotolare giù per le balze alcuni ma
171
•cigni schiacciavano numerosi soldati, e sbaraglia
vano qualsivoglia cavalleria. Se non che le truppe
francesi e piemontesi combinate con sagacità e pe
rizia dei lor comandanti , non si esponevano ad
inutili disfatte, ma ridussero alla fame quel pugno
di combattenti per modo, che fu loro forza di ce
dere, non ostante le forti loro posizioni di Balzilla,
di Serra il crudele ed altre. Quanti venivano colti,
tanti venivano uccisi, o mandati alle carceri o alle
galere. Veggendo la cosa disperata, allora final
mente s'indussero i Valligiani a ricoverarsi nella
Svizzera.
Pareva il tutto finito, ma non fu così ; atteso che
malcontenti della nuova dimora, non pochi di essi
agognavano a far ritorno al patrio suolo al quale
erano attaccati per affezione secolare. Quindi è ,
che una colonna di novecento sollecitata e condotta
dal vecchio Gianevello, s'imbarcò sul lago di Gi
nevra per la Moriana, valicarono il Moncenisio, e
sceser dalla valle della Dora in Pragelato, e della
Balsilla, respinsero dieci mila Francesi, e dieci mila
Piemontesi. Ma il generale Catinat molti ne colse
ed appiccò. Dei rimasti sul suolo Elvetico a poco
a poco ed alla spicciolata ritornarono ai proprii
lari , e così si ricompose questo asilo de' Val
desi (1).
Dopo questi avvenimenti gli affari dei Valdesi
presero un nuovo corso. Imperocché il Duca di
Savoia, rottala coi Francesi, si unì coll' Austria, la
quale essendo di que' tempi amica d'Inghilterra,

(1) Vedi Cantù op. cit. lib hi, p. 366.


172
affin di farle cosa grata, egli ripristinò negli an
tichi diritti i Valdesi, e rilasciò quei che teneva pri
gionieri in Torino.
Da questo tempo per sentimento di gratitudine
i Valdesi ricambiarono il Duca col fortemente aiu
tarlo nella guerra colla Francia , servendo di an
tiguardia al principe Eugenio di Savoia, ed unitisi
in reggimenti gravemente danneggiarono il Delfi-
nato, e le truppe di Luigi XIV. Si ricompose però
dopo non molto tempo Vittorio Amedeo con Lu
igi XIV. Si fece la pace ricuperando Pinerolo, e la
valle di Perosa da sessanta sei anni obbedienti
alla Francia. In questa cessione Luigi XIV impose
per patto di espellere i Valdesi. Questi non vol
lero più esporsi a nuove sconfitte; quindi è che in
numero di due mila e cinquecento uscirono allora
dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera , nella
Prussia, nell'Assia , nella contea d'Isemberg , nel'
Baden-Darlech. Da Eberardo Ludovico duca di Wur-
temberg con diploma del 1699 ottennero terre fra
Maalbroun e Knistingen, dove eressero casali, che
rinnovando i nomi alpini denominarono Villar, Pi-
nassa, Luserna, Mentonilles.
Da ultimo i Valdesi rimasti nelle Valli più non
aspirarono a sommosse ed a ribellione, ma se la
passarono generalmente quieti e tranquilli atten
dendo alla coltivazione delle loro terre, al commer
cio, ed alla propria istruzione. Da questo tempo,
specialmente sotto l' impero francese godettero di
una libertà piena fino all' epoca così detta della
Ristorazione, che avvenne nel 1814. Ritornata la
Casa di Savoia al governo dei proprii Stati , re
173
strinse alquanto quella piena libertà di cui i Val
desi fruivano sotto l' impero, ma non talmente ,
che di molto ancor non ne godessero, specialmente
pei buoni uffizii e per la interposizione delle grandi
potenze e dell' Inghilterra in particolare , che fu
mai sempre la lor protettrice. Poterono da que
st'epoca adergere tempii, aprire scuole, esercitare
tutti gl'impieghi civili. Non mancava loro, che la
formale, piena e legale emancipazione , e questa
non si fece molto aspettare. Imperocché fattosi il
marchese Roberto Tapparelli d' Azeglio precipuo
promotore presso Carlo Alberto della emancipa
zione de' Valdesi colle firme di più centinaia di
cittadini; fu questa loro accordata nell'anno 1848
unitamente a quella degli Ebrei.
E qui comincia il terzo periodo della setta Val
dese , che diciamo dei Valdesi contemporanei dei
quali parleremo nella terza parte. Se non che a
compimento del soggetto che abbiamo tra mani ,
crediamo opportuno di aggiungervi quanto si at
tiene ad una colonia dei medesimi stabilitasi nella
Calabria fin dai più remoti tempi.

CAPO X.
Delle vicende de' Valdesi in Calabria.

Nel parlare delle vicende dottrinali e storiche


dei Valdesi mediani, abbiam tenuto discorso quasi
sempre, com'è naturale, de' Valdesi delle valli di
Piemonte, ma prima di conchiudere questa seconda
parte dobbiamo almeno fare un cenno della storia
174
de' Valdesi di Calabria, che è come un'appendice
alla storia generale de' Valdesi mediani. Avremo
occasione di dirne qualche cosa per incidente nella
terza parte a proposito di un libro recente del De-
Boni intorno alle persecuzioni sofferte dai Calabro-
Valdesi dalla Inquisizione; ma questo argomento
meriterebbe uno studio speciale. Le persecuzioni
più fiere dei Calabro-Valdesi si riportano all' età
di s. Pio V. E ciò stesso ci dà ragione di credere
che, se si studiassero gli atti di quel santo Pon
tefice, si verrebbe facilmente ad una conclusione
non dissimile da quella che abbiamo veduta intorno
alla supposta persecuzione e tanta orrenda strage
del 1655 descritta con tante minute particolarità
e con tanta sembianza di vero nel Léger , e poi
trovata evidentemente sì menzognera e calunniosa.
Senza andar ora a consultare la vita di s. Pio V,
citeremo solo quel poco, che per incidente ne dice
ilp. Ribadeneira scrittore contemporaneo nella vita
di s. Francesco Borgia al capo iv del libro III ove
parlando appunto dei Calabro-Valdesi , così parla
delle commissioni date da s. Pio V al padre san
Francesco Borgia, allora Generale della Compagnia
di Gesù. « Sua Santità intese che in alcuni luoghi
remoti del regno di Napoli erano degli eretici, re
liquie de' Valdesi o Poveri di Lione, che per la
loro ignoranza perseveravano ne' loro errori. Vi
mando il p. Cristoforo Rodriguez della nostra Com
pagnia, con piena potestà , acciocché con la sua
esemplare vita e solida dottrina li riducesse al
grembo della nostra Madre la Santa Chiesa Cattolica.
Il padre favorito dalla divina grazia seppe trattare
175
con quella gente ingannata ed ammaestrarla e spia
nare le difficoltà di maniera, che si ridusse all'ub
bidienza della santa Chiesa e prese allegramente
la penitenza che Sua Santità per mezzo del Padre
le volle dare. » Fin qui il Ribadeneira.
Ma non essendo nostra intenzione di entrar nel
l'esame di questo episodio della storia generale dei
Valdesi mediani, ci contenteremo di riportare quel
che scrive il Cantù dei Calabro-Valdesi.
Ecco come scrive il Cantù nel volume II degli
eretici d'Italia, Discorso XXXII, pag. 529.
« I Valdesi anche in Roma si erano diffusi, dove
Gregorio IX li perseguitò e molti ne pose a Monte
Cassino; e nel processo del 1387, quelli del Pie
monte annunziavano il loro Pontefice stare nella
Puglia donde eran mandati a loro i maestri. In
fatti nella provincia della Calabria Citeriore ove
l'Apennino declina al Tirreno ai piedi della cresta
del Bitonto nel circondario di Paola e mandamento
di Celraro sta in poggio il paesello di Guardia di
1500 abitanti agricoli, che parlano e vestono di
versamente dai circonvicini. Spesso si confonde da
gli storici con Guardia Lombarda , comune del
Principato Ulteriore ; che può aver avuto anch'esso
quell'aggettivo perché popolata di Piemontesi che
consideravansi Lombardi. ,
« Narrano gli scrittori Valdesi, e nominatamente
il Giles che, verso il 1315 un gentiluomo cala
brese (probabilmente Ugo del Balzo siniscalco del
re Roberto) imbattutosi in un'osteria di Torino con
alquanti Valdesi, e udito come le loro valli riboc
cassero di popolazione , offrì di dar loro alcune
176
terre di Calabria; ed avendo essi mandato ad esa
minare, e trovandovi letizia di cielo, di pascoli ,
di frutti , di vigneti , di ulivi, vi stabilirono una
colonia, a patto di pagar un tributo, e del resto
regolarsi a comune senza render conto a chiches-
sia, e sopratutto poter seguitare i loro riti. Di ciò
si fece istrumento autentico , confermato poi da
Ferdinando d'Aragona. Alla città di Montalto ag
giunsero un borgo, che fu detto degli Ultramon
tani : e dopo cinquantanni cresciuti di numero ne
eressero un altro lontano un miglio, detto Sansisto,
dove fu una delle chiese riformate più celebri; e
via via i borghi di Viccarizzo , Rose , Argentina ,
S. Vincenzo, poi la Guardia sulle terre dei mar
chesi Spinelli di Fuscaldo.
« A queste terre ricoverarono poi molti Valdesi di
Provenza perseguitati quando la Corte Pontificia
risiedeva ad Avignone, e fabbricarono Montelione,
Faito, la Cella, la Motta, verso il 1500. Altri pas
sarono ad abitare nella città di Volturara. Colà
vissero quieti, tollerati e tolleranti, fino ad andar
alla Messa, e far battezzare i loro figliuoli da preti
cattolici; usando pochissime forme esterne di culto,
non urtavano le popolazioni vicine, e grati ai si
gnori dei luoghi, perchè quieti e pagavano; ogni
due anni ricevevano la visita di un reggitore e di
un coadiutore delle valli alpine, che venivano di
stinti d'abito, e fingendosi fabbri, mercanti, me
dici , facendosi conoscere da un particolar modo
di bussare alla porta. Privi di leljere né disputa
vano sulle loro credenze, né cercavano di divul
garle. Se non che i loro fratelli delle Alpi subai
177
pine, quando si riformarono a foggia di protestanti,
spedirono in Calabria alcuni — per rimettervi ogni
cosa in buono stato, — e forse allora solo vennero
indotti a ritirarsi dalle assemblee cattoliche cui
prima si accomunavano , e mandarono a Ginevra
Marco Usegli, chiedendo dottori. Infatto venne Luigi
Pasquale di Cuneo già soldato di Savoia, che fece
proseliti anche nelle vicine terre della Basilicata,
Faito, le Celle, la Castelluccia. 11 cardinale Ales
sandrino era come capo della Inquisizione a Roma,
e dopo fatto Papa inviò predicatori, e nominatamente
Gio. Antonio Anania di Taverna cappellano di casa
Spinelli, che primo gli avea indicato quel pericolo,
e Cristoforo Rodrigo Gesuita, con ampia podestà;
ma le minaccie rimasero senza frutto, non volendo
essi né violare i riti antichi, né staccarsi da luo
ghi sì belli. Pertanto si ebbe ricorso al braccio
secolare, e il Duca d'Alcalà viceré spedì Annibale
Moles giudice di Vicaria e molti soldati che secon
dando i missionari e il marchese Spinelli , co
stringevano andare alla Messa, i disubbidienti col
pendo nei beni e nelle persone.
t Spinti alla disperazione, essi impugnarono le
armi, e ricoveratisi nelle foreste dell' Apennino, prima
alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatte
rono ; alfine disfatti si ricoverarono in Calabria
alla Guardia che avea postura favorevole, mura e
due corsi d'acqua. Il marchese, nelle cui terre si
trovava la Guardia, mandò colà cinquanta uomini,
fingendo fossero delinquenti che voleva relegare in
quella fortezza ; i quali penetrati, trassero fuori le
armi, s'impadronirono dei posti, e sopraggiunti al
178
tri armati incatenarono tutti gli avversarli. Allora
furono sottoposti a fieri giudizii ; e i renitenti a
supplizi studiatamente atroci. Serrati in una casa
tutti, veniva il boia, e pigliatone uno, gli bendava
gli occhi, poi lo menava in una spianata poco di
stante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli
segava la gola, e lo lasciava così : di poi con quella
benda e quel coltello insanguinati , ritornava a
prenderne un secondo, e farne altrettanto. Ce lo
narra un contemporaneo , che fa perirne a tal
uopo fino al numero di ottantotto.
« I vecchi vanno a morire allegri, i giovani vanno
più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua
le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno
di mano in mano per la strada che fa iì pro
caccio fino ai confini della Calabria , se il Papa
ed il signor Viceré non comanderà al 'signor
marchese (di Bucianico) che levi mano. Tuttavia
fa dar della corda agli altri , e fa un numero
per poter poi fare del resto. Si è dato ordine
far venire oggi cento donne delle più vecchie,
e quelle far tormentare, e poi far giustiziare an
cor loro per poter farne la misura perfetta. Ve
ne sono sette, che non vogliono vedere il Croci
fisso, né si vogliono confessare, le quali si ab-
brucceranno vive. In undici giorni si è fatta e-
secuzione di duemila anime, e ne sono prigioni
mille seicento condannati; ed è seguita la giu
stizia di cento e più ammazzati in campagna, tro
vati con l'arme circa quaranta, e gli altri tutti in
disperazione a quattro e a cinque ; bruciata l'una
e l'altra terra, e fatte togliere molte possessioni,
179
altri furono messi a remare sulle galere spa-
gnuole.
« Luigi Pasquale suddetto, studiato a Losanna, si
era sciolto dal legame matrimoniale per andar nel
regno di Napoli ad evangelizzare , e con Stefano
Negrini suo amico fu preso, e con ogni guisa di
strapazzi spedito a Roma; malgrado i patimenti
rimase saldo, e rallegravasi di soffrir per Cristo ,
e di sentire avvicinarsi l'ora di offerirsi in sacri
fizio al Salvatore ; e l'8 settembre 1560 fu stran
golato alla presenza del Papa e dei Cardinali. Avea
pubblicato un Nuovo Testamento in italiano e va
rie lettere melle ac dulcedine evangelica refertis-
simae ac unctionem spirantes , dice il martirologio
protestante.
« Il racconto è evidentemente esagerato dallo spi
rito di partito, e appoggia su relazioni nulla più
attendibili che quelle di cui ogni giorno c'ingan
nano le gazzette; fatto è, che allora furono spente
le colonie del Principato Ultrappennino, cioè Mon-
talto, Volturara , Sansisto. Per interposizione del
vescovo di Bovino si fece grazia agli abitanti di
Castelluni , Faito , Celle e Monteleone. Parecchi
giunsero a tornar nelle Valli alpine, e nella Sviz
zera ; altri abiurarono il loro culto, e furono rac
colti in Guardia, che era rimasta disabitata, dove
fin ad oggi le donne conservano alcuna traccia del
vestire alpino, sottana di panno rosso, maniche di
velluto e panno nero, i capelli intrecciati con na
stro rosso o nero, quale usavasi fin testé nella vai
d'Angrogna ; e il loro dialetto tiene del piemon
tese, come la loro fisionomia e l'operosità. »
180
Fin qui il Cantù, il quale nelle note relative reca
i documenti analoghi , e le fonti dalle quali egli
li ritrasse. Ma di questo argomento per ora siane
detto abbastanza, dovendosi ritornare su tal ma
teria nella Terza parte, allorché terremo discorso
del De-Boni, il quale a lungo si estese in tale ar
gomento.
Laonde qui mettiam fine a questa seconda parte,
che ebbe per oggetto i Valdesi mediani.
PARTE TERZA.

I VALDESI CONTEMPORANEI
PARTE TERZA.
I VALDESI CONTEMPORANEI

CAPO I.
Della storia dei Valdesi contemporanei dopo 1' e-
mancipazione e in particolare del loro proseli
tismo.

Avendo già discorso abbastanza nelle due prime


parti dei Valdesi primitivi e mediani, veniamo in
questa terza a parlare dei contemporanei, che ci
presentano un argomento più pratico ed interes
sante specialmente in riguardo al loro proselitismo.
Questi Valdesi o Evangelici contemporanei si son
data da per sé la missione che non possono avere
dall'alto, di evangelizzare l'Italia, e si promettono
di diradare le tenebre dei poveri cattolici colla
luce delle loro dottrine secondo il puro Vangelo,
e di riformare i costumi colla pretesa lor probità
evangelica. Or qui esamineremo specialmente la
superlativa dottrina che questi signori evangelici
hanno spiegata ne' loro scritti , e faremo anche
qualche cenno di quella superlativa probità, di cui
nella loro umiltà cotanto si vantano. Per fermo ,
184
se questi nuovi apostoli senza missione non hanno
altri carismi, che quelli della loro dottrina , riu
sciranno ben poco nel loro pseudo-apostolato ; e
però senza esser profeti , considerando i Valdesi
contemporanei, potremo conchiudere il nostro la
voro predicendo ancor l'avvenire dei Valdesi futuri
in Italia. Questa è l'idea e il concetto generale di
questa terza parte che riguarda i Valdesi contem
poranei.
Prendiamo le mosse da alcuni cenni storici in
torno ai Valdesi di questa ultima epoca, che pos-
siam dire contemporanea ed è la loro età dell'oro,
cominciando dalla loro completa libertà, o come
essi dicono emancipazione.
Nel 1848 ai 17 febbraio fu segnato da Carlo Al
berto il decreto di piena emancipazione dei Val
desi, col quale essi furono ammessi a godere di
tutti i diritti civili e politici, a frequentare le scuole
liberamente, ed ottenere i gradi accademici, tolta
ogni restrinzione. L'editto fu promulgato ai 18 feb
braio, ed ai 24 e 25 si fecero perciò grandi feste
a Torre, e poi in tutti i paesi principali delle val
late. Al ritorno di ciascun anno si ripete in que
sta o in quella valle la festa in commemorazione
del febbraio 1848. Le valli avevano inviato a To
rino, per solennizzare questo giorno insieme alle
altre provincie piemontesi, un eletto drappello di
guardie nazionali , che portavano scritto nel pro
prio vessillo : A Carlo Alberto i Valdesi riconoscenti.
Questa emancipazione debbesi principalmente alla
sollecitudine ed all'impegno del marchese Roberto
Tapparelli d'Azeglio , al quale per un tal merito
185
Amedeo Bert dedicò 1' opera, che porta in fronte
per titolo: I Valdesi, pubblicata in Torino nel 1849.
PerPimpegno del sopranominato marchese fu com
pilata una petizione sottoscritta da 38 professori ,
65 sacerdoti, 81 avvocati, 50 medici, 14 notai e
da parecchi altri di diversi ordini di cittadini colla
quale si chiese al Re 1' emancipazione civile dei
Valdesi. Il Re che a questo riguardo addimandava
il parere all'episcopato Sardo per confessione del
Muston e del Bert trovollo assenziente ; e fra i
primi fu monsignor Charvaz con una sua lettera
dei 26 novembre 1847.
Dietro l'atto della emancipazione i Valdesi spie
garono un'attività sorprendente, ed a guisa di una
piena, che rompendo gli argini dai quali era con
tenuta allaga la sottoposta pianura , i Valdesi s1
sparsero per tutto a propagare il loro nuovo Van
gelo colla perversione de' cattolici. Si edificarono
in varii luoghi le abitazioni pei ministri ed isti
tutori. Nel 1852 .si die' compimento ad un nuovo
Tempio , e si apri al culto pubblico Valdese in
Torre. Nel 1853 i Valdesi festeggiarono l'apertura
di un tempio in Torino. Aiutati nel loro proseli
tismo dalle società bibliche, dalla defezione di al
cuni depravati sacerdoti cattolici, e dalle speciali
condizioni politiche, allargavasi nel Piemonte e nel
resto d'Italia, e precipuamente in Milano, in Fi
renze ed in Napoli; e riuscirono anche ad erigere
templi in Genova, a Pinerolo, in Savoia e Nizza,
e tutto altrove. Nel 1854 i vescovi ricorsero al Re
ed al suo Governo affinché venisse posto un freno
al proselitismo Valdese , e non si permettesse la
l Valdesi. 13
186
fondazione dei templi se non nei luoghi preceden
temente accordati ; ma tutto indarno. Che anzi i
Valdesi furono sempre più favoriti dagli agenti del
Go.verno nel loro proselitismo.
Vero è che questo incendio devastatore si fermò
ben presto, e i nuovi apostoli in parecchie città d'I
talia da loro invase furono espulsi, e costretti ad
abbandonarle , qualor si tolgano i grandi centri ,
come Torino, Milano, Firenze, Napoli , e qualche
altra città di qualche conto, appena è rimasto ve
stigio del fatto proselitismo. Dopo qualche tempo,
tutto cominciò a languire.
In prova di che rechiamo qual documento ir
refragabile quanto leggesi nell'opuscolo sotto il ti
tolo, volto in nostra favella : Relazione della Tavola
al Sinodo raccolto alla Torre il 17 maggio 1864,
impresso in Pinerolo nell'anno stesso. In esso si
confessa, che vi ha « indebolimento, e scemamento
di pietà. Non vi ha dubbio, che le dissenzioni, le
divisioni, le lotte non sono per sé mezzi atti a ri
svegliare e nutrire la vita religiosa. Tuttavia noi
pensiamo, che vi ha per una chiesa qualche cosa
di più deplorabile , che il movimento stesso al
quanto disordinato e le lotte; ed è l'apatia e l'in
differenza intorno ad ogni questione religiosa. »
Quindi si prossiegue col raccontare 1' opposizione
ai decreti del Sinodo precedente , e la trascura
tezza delle liste elettorali in Torino , e si fa un
fosco quadro delle dissenzioni interne. Nel rendi
conto del Sinodo celebrato alla Torre nel 1865 dal
15 al 17 di maggio, e pubblicato in Pinerolo nel
seguente anno 1865 sotto il titolo di Gestione della
187
Tavola , si riferisce , che la maggior parte delle
parochie è dimorata stazionaria e senza vita; ed
alla pag. 14 si dice approvato l'abbandono di tre
posti, di Rossignano , Paola, e Porto-Ferraio. —
E l'ingrata Barletta al tutto abbandonata. Ha sotto
degli occhi i sinodi del 1867 e del 1868 nei quali
nulla vi ha, che si riferisca al mio argomento, e
però li passo sotto silenzio.
Venendo alla popolazione dei Valdesi nelle Valli
prima di parlare dei contemporanei, per fare un
cenno ancor de' tempi passati mi convien dire che
il costoro numero variò giusta le diverse condizioni
dei tempi. Alcune volte i così detti riformati delle
nazioni confinanti respinti dai proprii Stati racco-
glievansi nelle valli del Piemonte, ed accrescevano
il drappello de' correligionarii ; alcune volte poi
costretti ad allontanarsene eglino stessi dalle na
tie contrade, diradavano le proprie file, ed errando
di rifugio in rifugio più deserto e montano, ren-
devansi scarsi di numero, e d'incerta dimora. Non
potendosi dare per queste ragioni un numero e-
satto de' Valdesi, se ne dà un rapporto approssi
mativo in due prospetti di due epoche diverse che
ci vennero in mano.
E prima sia il prospetto della popolazione Val
dese nell'anno 1686 che è il seguente:

Comuni. lndhidni.
Sangiovanni 1415
Angrogna 2237
Torre 1369
Villar 1115
188
Comuni. Individui.
Bobbio • . 907
Rorà 205
Sangermano 451
Ramolla 513
Pinasca 251
Villar 89
Porta ...... 215
Perosa e Pomaretto . . . 389
Prali . • 648
Faetta 547
Roscaretto 692
Traversa : 211
Bovile 102
Maniglia 273
Massello 547
Salza. ....... 198
Rodorello 279
Sanmartino 137
Prarostino 542
Roccapiatta 212
13542
Il secondo prospetto appartiene al 1805 ed è il
seguente :
Comuni. Individui.
Bobbio 1570
Villar 1230
Torre 1700
Rorà 500
189

Comuni. Individui.
Angrogna 1750
Prarostino 1400
Inverso-Porta 400
Sangiovanni 1500
Pinerolo 400
Sangermano 700
Ra molla 900
Inverso-Pinasea .... 400
Roscaretto 750
Val-Basilla ....... 3100
10300

Or qui convien notare, che in questo sunto sta


tistico sotto il nome di questo o quel Comune si
comprendono alcune altre frazioni di essi pel qual
motivo qua e là il numero sembra alquanto ele
vato ; per esempio sotto il nome di Val-Basilla com-
prendonsi Villasecca, Faito, Richareto, Maniglia ,
Musello, Radetto e Pralò.
Ma per riguardo ai contemporanei è interessante
il prospetto sinottico della popolazione Valdese po
sta nei singoli comuni a confronto della cattolica
pubblicato nell'anno 1853 ed è il seguente:

Comuni. Individui cattolici. ludivid. valdesi


Pinerolo . . 14418 . . . . 78
Luserna . . 1106 . . . . 301
Angrogna . . . 589 . . . . 4160
Lucernetto . . 590 . . . . 12
190

Comuni. Individ. cattolici. Individ. valdesi

Rorà . . . 58- .... 725


Sangiovanni . 186 . 1901
Perosa .... 1790 . 48
Inverso-Pinasca . 164- . 701
Pinasca . . . 2990 58
Pomaretto . . . 105 . 732
Perroro 440 41
Chialrano . il . 78
Bovile .... 94 . 178
Faetto . . . 234 617
Maniglia . . 43 266
Massollo . . 28 709
Prali . . . 14 887
Roscaretto . . 129 639
Rodoreto . . 96 299
Salza . . . 210 222
Sanmartino 134 36
Traversa . . HO 95
Sansecondo 1790 241
Inverso Porta . 216 414
Ramolla . . 128 1457
Prarostino . . 101 1396
Roccapiatta 14 273
Sangermano . 159 280
Torre . . . 867 2883
Bobbio . . . 73 . 1577
Villar Bobbio . 321 . 2148

27238 23452
191
Da questo quadro comparativo, tolto da auten
tico registro, è agevole inferirne in quale propor
zione trovinsi nelle Valli i cattolici e i protestanti
ossia Valdesi. Cioè prescindendo eziandio dalla città
di Pinerolo che fa traboccare di gran lunga la bi
lancia del numero de' cattolici sopra i Valdesi in
quella provincia, come si è potuto vedere da o-
gnuno nelle cifre da noi presentate, si ha che al
trove di ben poco i Valdesi superano in numero
i cattolici. Dopo ciò chi non ammira l'impronti
tudine del Parandier, il quale nel suo Compendio
della storia de' Valdesi non si peritò di scrivere,
essere il numero dei Valdesi di circa 22 mila, e
quel de' cattolici di soli cinque mila? Costui mo
strasi imperito nella sua storia patria, mentre vo
lendo pur dare il numero dei cattolici e de' suoi
Valdesi nelle Valli , piglia un così grave abbaglio
nel censimento degli uni e degli altri.
Imperocché dà alla popolazione dei cattolici nelle
Valli sol cinque mila, quando doveva darne 12820,
anche prescindendo dai 14418 di Pinerolo, ed at
tribuire sol 22 mila ai Valdesi mentre doveva darne
23 mila quattrocento cinquanta due. Tanta è la im
perizia di cotesto storico Valdese, se pur non vo
gliasi attribuire a malizia il costui racconto. E di
ciò basti.
Ma ritornando a bomba, è incredibile il movi
mento e l'attività colla quale i Valdesi abusando
della emancipazione loro conceduta, si diedero a
promuovere il loro proselitismo in tutta la peni
sola. La cosa giunse a segno, che gli stessi loro
fautori, e promovitori anglicani imposero un freno
192
alla costoro agitazione e fanatismo. Del che diamo
in prova gli estratti di una lettera spedita a Sua
Maestà per impedire l'erezione di un tempio Val
dese in Pinerolo li 24 marzo del 1854 nella quale
così si scrive : « Potrei estendermi nello additare
le tristissime conseguenze di tale concessione ,
quando si propagassero negli Stati di S. M., come
minacciano di propagarsi, se non si metta un ar
gine salutare, non solo pel bene della religione,
ma molto più per quello dello Stato, e degl'inte
ressi civili e morali dei sudditi. Potrei parlare delle
arti odiose adoperate a corrompere la fede , e a
comperare le conversioni de' dissoluti e degli atei,
se questi fatti non fossero conosciuti abbastanza,
e non avessero ricevuto la solenne condanna dal
ministro forse più liberale, che abbia l'Inghilterra,
quando per non compromettere il decoro della co
rona col farla partecipe degli altrui raggiri e di
sonesti turbamenti rifiutava i soccorsi alla famosa
società. »
A questa lettera aggiungiamo un altro documento
che vieppiù appalesa la costoro agitazione , ed è
un brano di lettera diretta al sottoprefetto della
provincia intorno alle cose Valdesi, del seguente
tenore: « Ill.mo signor Sotto-Prefetto. Pinerolo,
27 maggio 1866. — Qui nella Curia nostra non
giunse né dai parochi né dai cattolici, che sieno,
sentore alcuno di male umore, e di meditate som
mosse.
« Spero che tutto procederà come al solito con
reciproco accordo. E davvero i parochi ed il re
stante clero anche di quelle Valli è penetrato sì
193
dell'adempimento dei proprii doveri ; ma nell' i-
stante medesimo della persuasione, che meglio si
compiano colla carila, in cui s'imperna la catto
lica religione , e nel cui senso dev'essere intesa.
« E infatti in molte e molte circostanze, ed ella
avrà a quest' ora potuto convincersi a prova , fu
l' opera conciliatrice de' parochi , che ottenne si
cedessero anche onesti diritti pel bene della pace.
Questi la Curia nostra e monsignor vescovo segna
tamente non ha mai cessato d' inculcare al suo
clero , né si pente di averlo fatto, e proseguirà ,
stia sicuro, con tutto l'impegno nell'opera sua.
« L'avviso che V. S. 111. ma ne porge, di cui le
professo viva riconoscenza, farà, che si raddoppiino
in questi giorni le cure a raggiungere l' intento
desiderato. Cattivi mestatori non mancano, e la vi
gile autorità saprà scoprirli ove sono veramente.
Ma sopratutto (e a quest'uopo sarà usato ogni modo
più acconcio) si mantenga la carità, la pace, l'u
nione, che derivano, più che altri mezzi, dalla sa
piente educazione del popolo.
« Rinnovando i miei ringraziamenti principal
mente in nome di monsignor vescovo, e promet
tendole di nuovo dal canto nostro ogni maggiore
sollecitudine, ho l'onore di protestarmi. »
Che poi non ostante i presi provvedimenti non
si acquietassero i Valdesi ognor agitantisi pel loro
ardente proselitismo, ne è una prova convincentis-
sima un' altra lettera diretta al Sottoprefetto due
anni dopo la precedente, ed è la seguente in data
dei 22 dicembre 1868 concepita in questi termini.
* Ill.mo signor Sottoprefetto. — Le acchiudo
194
uno squarcio di lettera ricevuta ieri sera dall'ot
timo Priore di Torre-Pellice (1). — Fa d'uopo di
tanta fatica e di tanta moderazione di animo per
contenere le nostre popolazioni di culto misto ! E
in effetto anche a dì nostri su tale argomento di
sastrosissimo abbiamo avuta la soddisfazione ve
ramente singolare di non muovere incontro a di
sordini di sorte alcuna. Ora comprometteci uno
sciagurato, che da troppi anni va disturbando la
tranquillità di città e di popolosi paesi. Non è
nuovo neppure per Pinerolo. Presentemente s'in
sinua nelle nostre valli. Non è, mi sembra tolle
ranza , ma prevaricazione aperta quella che egli
sulla faccia de' facinorosi e di preposti all'ordine
pubblico va esercitando. E si può tollerare , che
un prevaricatore simile, che lancia le più indecenti
calunnie di mezzo al popolo ed alla tenera gio
ventù, venga a compromettere ad un tal punto la
pace e la tranquillità di una popolazione serbata
con tanti sforzi? E se cominciasse il sangue? E
il sangue versato per cause religiose non si arre
sta così presto. Mi si scrive che l'Ambrogio invitò
il suo uditorio per la domenica, o festa seguente
in chiesa ove presenterebbesi. Ricorro a V.S.R.ma
affine di prevenire s' è possibile avvenimenti più
dolorosi. Son certo, che lo farà con quel senno,
e quella prudenza, che tanto la contradistinguono,

(1) Lettera scritta al prefetto della provincia intorno alla


minaccia, che era pur troppo verace. di una gran solleva
zione in tutte le valli , di riscontro a quella accaduta in
Barletta.
195
delle quali abbiamo avute singolari prove ripetu
tamente. Perdoni alla vivacità delle parole in un
argomento , che mi sta a cuore , e creda alla
stima verace ed all' ossequio con che mi ripro
testo ecc. (1). »
Da questi autentici documenti è facile il rilevare
l'agitazione di questi infelici settarii nel promuo
vere a tutto potere, e propagare la falsa loro cre
denza. Prevalgonsi con ogni sollecitudine e saga-
cilà dei movimenti politici per introdursi colle
nuove loro dottrine protestanti, e nominatamente
calvinistiche già cadute di moda nei proprii paesi,
e vorrebbero ora piantarle nei paesi cattolici, an
che fuori d'Italia.
In prova di che mi si offre il rendiconto del
costoro sinodo della Chiesa evangelica Valdese te
nuto alla Torre-Coppieres sulla metà di marzo 1865
e pubblicato a Pinerolo nel seguente 4866. Ivi
fra i decreti che contengonsi nel numero XXV tro
vasi , che dopo di aver inteso col più vivo inte
resse le relazioni (rapporti) del Pastore Bridel Su
V opera di Dio nella Spagna, e specialmente i sa
luti inviati dalla Chiesa di una città importante
del paese, il Sinodo incarica il suo uffizio (Bureau)

(1) L'Ambrogio sciagnratissimo apostata aveva messo a


romore il popoloso paese Torre-Pellice con discorsi di pro
vocazione insolente contro i Cattolici; ed in ispecial guisa
contro i sacerdoti, che abitano in quel convitto , promet
tendo, che sarebbesi recato forse il giorno di Natale a pre
dicare nel tempio cattolico. Il prefetto per mezzo della Que
stura, temendo le conseguenze denunciate , lo fece imme
diatamente partire.
196
di far pervenire a cotesta chiesa l'espressione della
simpatia e dell'affezione fraterna della chiesa Val
dese (pag. 8).
Pare però che i conati de' Valdesi o protestanti
nella Spagna sieno, almen per allora, andati fal
liti. Ora dietro le nuove rivoluzioni colà accadute,
ed il nuovo ordinamento di cose, è ai Valdesi pro
pizio il tempo per il loro proselitismo.
Ma ritornando all' Italia , essi han concepite le
più lusinghiere e folli speranze di tutta invaderla.
Ecco come si esprime il già allegato Parendier nella
conclusione del suo Compendio storico della setta
Valdese. « L'Italia, scrive egli, ci aspetta, e chiede
alla nostra Chiesa un rimedio capace di guarire i
mali dei quali il gesuitismo Y ha colpita. Non in
ganniamo né il nostro Dio, né i nostri fratelli, né
l'Italia. » Così questo stolto fanatico. Se non che
termina con un funesto presagio che turba la ri
dente sua immaginazione scrivendo : t Avvenimenti
speciali vengono ad intorbidar l'opera della evan
gelizzazione, che si proseguiva da ben presso, quat-
Ir'anni nella nostra capitale ed altrove. Chi non
vede, che noi abbiam più che mai bisogno di strin
gerci, di unirci e di aiutarci ? »
Viene a confermar questo lugubre presentimento
dello storico Valdese il rendiconto già ricordato
del Sinodo del 1864, dove trattandosi della gestione
della Tavola si riferisce , che la maggiorità delle
parochie è dimorata stazionaria e senza vita.
Vero è , che i Valdesi hanno in questi ultimi
tempi presa la rivincita colla occupazione di Roma
per parte delle truppe italiane. Fin qui era loro
in
chiuso l'adito in questa metropoli del cattolicismo.
Ma ora, che lor si è aperta la porta accorsero in
tutta fretta a pigliarne possesso e stabilirvisi in
buona compagnia. Ed affinché ben si comprenda
il mio pensiero, recherò un brano di un eccellente
periodico, che in questi termini si esprime: «Ab
biamo (in Roma) case di prostituzione, e di giuoco
in ogni angolo della città ; abbiamo templi e bi
blioteche evangeliche stabilite a più punti dei più
frequentati , per esempio le Stimmate e presso a
san Carlo al Corso ; abbiamo loggie massoniche e
di liberi pensatori insediatisi nel cuor della città.
Abbiamo rapine, ferimenti, assassinii ferocissimi,
teatri immorali e osceni , rappresentanze infami ;
offese al pubblico pudore con libri, con immagini
e con caricature empie e scellerate ; abbiamo canti
irreligiosi e immorali , che ti offendono le orec
chie nelle più tarde ore della notte ; abbiamo sozze
e luride rappresentazioni, delitti nefandi in pieno
giorno nelle pubbliche vie , sotto gli occhi degli
stupidi agenti del Governo , che osservano senza
rabbrividire e senza commoversi le stesse abbo-
minazioni che fecero piovere dal cielo il fuoco
sulla esecranda Pentacoli (1). »
Da questo fosco quadro raccogliamo in qual
buona compagnia gli Evangelici Valdesi sien ve
nuti ad insediarsi in Roma, cioè con ogni fatta di
increduli , colla setta massonica, colle pubbliche
prostitute, con ogni genìa di scellerati, e ciò af
fine di disseminarvi il nuovo loro vangelo. Baste-

(1) II Viviti Salvai. 7 febb. 1871, p. 325.


198
rebbe questo a darci una giusta idea di ciò che
sono in realtà questi settarii, ed a quel grado di
perversità agognino di trarre la Città Santa, la Me
tropoli del caltolicismo. Ma non profitteranno ne'
loro malvagi disegni, come non vi profittarono nei
tempi andati quanti settarii ne fecero la prova ,
cioè Guatici, Manichei, Donatisti, Novaziani, Pela-
giani ed altre simili sconcezze , che dopo breve
tempo tutte, sì, tutte si dileguarono senza lasciar
traccia di sé. Cosi quanto prima si dilegueranno
eziandio i Valdesi, appena mancherà loro l'appog
gio. Ché Roma non è fatta per gli eretici.
Ma per tornare generalmente all'Italia, dal 1848,
epoca della loro completa libertà , i seguaci di
Valdo o meglio di Calvino, sotto la denominazione
vaga di Evangelici, si spinsero per tutta la peni
sola, e specialmente nelle grandi città ove ader
sero templi del loro culto, instituirono scuole, e
collegi, e vi organarono un largo proselitismo per
la lor setta. Né di ciò ancor paghi intrapresero
parecchi di loro una specie di apostolato fin dal
1856 rendendosi in America , e nella repubblica
dell'Uraguay, ove fondarono una colonia delta del
Rosario. Oltre all'insulso Amico di Casa, fondarono
vari giornali da diffondersi in ogni parte d'Italia,
alcuni francesi, come UEco delle Valli (1) , altri
italiani come la Buona Novella, che si pubblica in
Torino. L'Eco della Verità in Firenze ecc.
Siccome poi i Valdesi servono di strumento al
•Governo italiano per iscattolicizzare , ed anzi seri

al) L'eco des Vallées. Pignerol.


199
stianeggiare l'Italia, qualor ciò fosse possibile, di
qui è che essi hanno per sé il favore delle Camere ,
e dei governanti. Mentre per l'un de' lati i catto
lici vengono ogni dì caricati di nuovi balzelli ,
mentre il clero è dispogliato de' suoi possedimenti,
mentre sono abolite le collegiate, e ristretti i ca
pitoli delle cattedrali, mentre sono le corporazioni
religiose soppresse, venduti i loro beni, dispersi
gl'individui, mentre son cacciate le monache dai
loro asili , private inoltre per fin della loro dote
di famiglia, mentre, dico, così si pratica coi cat
tolici, per l'altro lato i Barbetti o Valdesi conser
vano intatta la loro così detta Tavola, e gli ebrei
le loro possessioni, e l'intiero loro avere; ed al
lorché nelle Camere di Firenze si alzò una voce,
perché almeno i Valdesi e gli ebrei si raggua
gliassero ai cattolici, uno schiamazzo e un para-
piglio si fe' udire d'indignazione tale, che fu forza
al proponente di ritirare la sua inchiesta (1). Tale
fu l'esito delle cose Valdesi prese a cuore da quanti
sono increduli e settarii in Italia.

(1) Ecco quanto scrivesi intorno alla proposta fatta alle


Camere di Firenze circa al ragguagliare i Valdesi e gli e-
brei ai cattolici : « Il deputato Zaradelli avendo proposto
alle Camere, che la spogliazione de' beni fosse estesa alla
Sinagoga degli ebrei e alla Tavola de'Valdesi , gagliardis
sime opposizioni e tra queste quella del presidente Rattazzi
mandarono a vuoto l'articolo addizionale. Ne poteva avve
nire diversamente , poiché il Deputato Audreotti avea già
stabilita la necessità della risoluzione di tutti i culti con
tro il culto cattolico ». Presso il Divin Salvai. 10 agosto 1867.
200

CAPO II.

Della letteratura Valdese in generale,


ed in particolare degli scritti storici del Bert.

Sotto questo titolo comprendiamo i lavori lette-


radi dei Valdesi pubblicati specialmente in que
st'ultimo periodo, che comincia poco prima o poco
dopo della loro emancipazione unitamente a quella
degli ebrei, come si disse, il 18 febbraio dell'anno
1848. Prima di quest'epoca i Valdesi non ebbero
che pochi ed insignificanti lavori, qualor si ne ec
cettui quello del Léger, del quale già se n'è di
scorso nella seconda parte.
In seguito però uscirono in luce molti scritti ed
opuscoli , e si diffusero per l' Italia dall' un capo
all'altro. Questi possono richiamarsi a tre classi ,
cioè agli storici, ai catechetici o dottrinali, ai po
lemici od apologetici. Di questi pertanto noi ter
reni conto richiamandoli a sindacato e discussione
critica. Se non che moltiplicatisi a guisa di locu
ste, troppo sarebbe il volerli ad uno ad uno di
saminare ; quindi ci appiglieremo ai principali ,
trascurando gli altri, ovvero leggermente percor
rendoli, onde si veda di quanta levatura sieno gli
scrittori Valdesi, i quali si diedero il còmpito d'il
luminare l' Italia colle sciocche loro produzioni.
Daremo pertanto principio dagli storici ; ne esa
mineremo gli autori e la loro portata.

^
201
Non pochi sono gli storici che sul primo scor
cio del presente secolo, poco prima e poco dopo
la emancipazione accordata da Carlo Alberto ai
Valdesi si accinsero a pubblicare l'origine e gli av
venimenti della setta. I più celebri di questi scrit
tori, i quali facessero uscire a luce le loro stori
che produzioni intorno ai Valdesi sono il Beattie,
ed il Monastier. Il primo di essi pubblicò l'opera
alla quale pose per titolo : Le valli Valdesi pitto
resche , ossia le Vallate protestanti del Piemonte.
Quest' opera fu tradotta dall' originale inglese in
francese dal Banclas e stampata con grande ma
gnificenza in Parigi l'anno 1838. Il Barttet, ed il
Breckenddon l' adornarono di 73 incisioni in ac
ciaio. Fu dai critici osservato che alla magnifi
cenza della edizione non corrisponde l'esattezza
delle cose narrate. L'altro, cioè il Monastier diede
alla luce due volumi in francese a Tolosa nel 1847
la Storia della Chiesa Valdese dalla sua origine, e
dei Valdesi del Piemonte fino ai nostri giorni.
Dopo la emancipazione si son resi celebri il Bert
di cui or ora di proposito ragioneremo, non che
il Muston coll' opera la quale intitolò : V Israele
delle Alpi, ovvero storia completa dei Valdesi del
Piemonte e delle loro colonie, Parigi 1851. Quest'o
pera di quattro volumi svolge largamente la sto
ria dei Valdesi, ed è corredata di un catologo ra
gionato del quale si è profittato da molti nel tessere
la storia di quanto ai medesimi appartiene.
Venendo ora al campione, ossia al primo degli
storici moderni della setta, Amedeo Bert oriundo
della Torre-Pellice nelle valli Valdesi, egli pubblicò
I Valdeti. • »* .
202
in Torino nel 1849 un libro in ottavo di 498 fac
ciate, ed intitolò il suo lavoro : I Valdesi, ossicino
i Cristiani cattolici secondo la Chiesa primitiva a-
bitanti nelle così dette valli di Piemonte. Cenni sto
rici per Amedeo Bert ministro del culto Valdese e
cappellano delle legazioni protestanti a Torino.
Prima d' entrare nell'analisi di quest'opera , sti
miamo opportuno, anche per far conoscere chi sia
cotesto storico della setta, premettere alcuni brevi
cenni intorno al medesimo, specialmente rispetto
alle accuse e difese delle quali egli fa l'oggetto nel
luglio del 1861, cioè 12 anni incirca da che egli
mise a luce il suo libro. A tal fine ci potremo ser
vire anche di autorevoli relazioni mandate a Roma
sullo stato presente della setta, delle quali pare ci
serviremo altre volte in questa terza parte.
Allorché aprivasi in Torino il tempio Valdese ,
la Tavola (specie di magistrato supremo della setta)
dovè nominare a ministro il Beri, come quegli che
già ne disimpegnava secretamente l'uffizio verso i
pochi Valdesi colà dimoranti, ed era per giunta
cappellano delle legazioni protestanti. Siccome poi
si temeva di uno spirito alquanto eccentrico , si
ebbe cura di porgli destramente a fianco un uomo
devotissimo alla Tavola, affinché sopravegliasse agli
interessi della Chiesa Valdese, e questi fu appunto
l'estensore della Buona Novella, il signor Maille.
Costui traforatosi nel concistoro riusci anzi a
dominarlo ; non lasciava passare occasione senza
dare sulla voce al Bert , e senza porre un qual
che incaglio alle operazioni del ministro. L'oppo
sizione crebbe sì forte , che nei due ultimi anni
203
il Maille riusci ad esautorare in parie il suo av
versario , tenendo esso medesimo private assem
blee a cui assistevano alquanti Valdesi, ed ammi
nistrando il Battesimo, ai bambini di coloro, che
gliene facessero domanda.
Si sperava che il Bert annoiato da tali vessa
zioni, si sarebbe per avventura dimesso ; ma forte
delle sue aderenze, o come si disse, delle sue con
vinzioni tirava innanzi, come se nulla fosse, se si
eccettuino le ire, e le quistioni che si destavano
sempre acerbissime in seno al concistoro. Egli a-
veva dunque il torto di non andarsene per com
piacere il Maille ; e costui dal canto suo, non es
sendo stato accusato pubblicamente il Bert presso
la Tavola, attendeva con ansietà una qualche oc
casione di cui giovarsi affin di riuscire più poli
tamente nell' intento suo , e questa per isventura
del Bert non si fece aspettare assai.
Moriva in Torino sul principio dell'anno 1861 o
sullo scorcio del 1860 un tal Modena professando
pubblicamente di non volere appartenere a veruna
religione. Ma la moglie sua da buona Valdese si
recò dal Bert disciolta in lagrime , ed esso non
potendo altro , si studiò confortarla con una let
tera, che venne tosto pubblicata nel Diritto. Parve
al Maille e ad altri di vedere in essa l'indifferen
tismo, e ciò bastò, perché si ordisse tosto un piano
affine di poter battere in breccia lo scrittore ed il
ministro.
Di fatto radunatosi il Sinodo Valdese a S. Gio
vanni sul finire di maggio, ed essendosi anzitutto
accordati parecchi ministri intorno al da farsi, si
204
elesse a presidente dell'assemblea il signor Maille.
Da quest'istante il Bert si accorse , che qualche
tempesta stava per iscagliarsegli sul capo, ma tenne
forte, e fece le viste di non temerla.
Frattanto il moderatore della Tavola, il signor
Malan annunziava nella seconda seduta , che già
aveva deposto sul tavolo della presidenza il conto
morale intorno alla condotta de' ministri. Come si
fu giunto alla chiesa di Torino , il signor Maille
pur facendo professione di non voler per nulla ac
cusare il Bert, deponeva anch'esso sul tavolo un
numero del Diritto , e dava pubblica lettura di
un articolo sottoscritto dal pastore della chiesa
torinese.
Chiunque assisteva a quella seduta potè di leg
gieri avvedersi, che vi era un piano di attacco as
sai- ben ordinato, poiché sorsero tosto parecchi
oratori con lunghi discorsi ad accusare il Bert di
scostarsi dalla chiesa Valdese. Che è mai, rispon
deva esso con massima concitazione dell' anima.
Che è mai questa Chiesa Valdese? Non è che una
verità , e questa è nel Vangelo , che ciascuno può
spiegare a se stesso. Non vi è quindi chi abbia il
diritto di accusarmi.
Ma 1' articolo incriminato non era che il prin
cipio della lotta ; imperocché da varie parti del
l'assemblea si levarono voci a segnalare che le
cose di Torino erano sventuratamente male avviate ;
esser quindi necessaria una inchiesta perché dicea
un oratore (il Lanterel), quando io fossi solo, solo
mi renderei accusatore della eterodossia del signor
Bert. Siccome poi un altro oratore (il Geymonat,
205
professore di teologia valdese in Firenze) aveva sos
tenuto , che il corpo de' Pastori può giudicare
della eterodossia, e non gl'individui che lo com
pongono, l'inchiesta venne ordinata, e la commis
sione riusci composta dei più caldi suoi accusatori
i signori Pilatt, Lanteret e Geymonat.
Nel vedersi così soprafatto, e sdegnoso, che nep
pur uno de' suoi colleghi sorgesse a difenderlo
il Bert abbandonò bruscamente l'aula sinodale per
non più ritornarvi in tutto il corso delle seguenti
sedute : ma non andò guari, che dovè convincersi
che la inchiesta, non era soltanto una minaccia
E di vero dopo cinquanta giorni il corpo dei pa
stori erasi straordinariamente radunato a Torre
per udirne la relazione, la quale diede poi occa
sione ad uno scritto , che lo stesso Bert presen
tava all'uffizio della B. giudicatura di Torino li
19 luglio 1861.
In esso protesta contro le incriminazioni a lui
fatte per la lettera scritta alla vedova come ete
rodossa. Lascia però nella medesima trapelare i
suoi sentimenti di fede liberale , e come egli si
esprime contro zelanti ministri, che « Oltre ragione
sono tali fiate dimentichi di essere il cristiane
simo e protestantismo religione di fede libera , di
lume e di progresso e di amore , sublime trinità
di credenza e di atti le quali in esso deve formar
sempre una unità e non mai divisa. »
Non è a dire, che di questa protesta non si fece
più parola. Si ebbe anzi cura che verun cattolico
ne avesse sentore. Tuttavia dopo le accuse e le di
mostrazioni di tenerezza di cui il Bert fu oggetto,
206
credevasi che si sarebbe dimesso. Ne fece egli le
viste ritirandosi alcuni giorni a Torre ; ma lasciò
a Torino chi raccogliesse firme per comprovare
che la popolazione Valdese, non solo il desiderava,
ma nulla aveva a ridire sulle sue dottrine. Lo stra
tagemma riuscì a maraviglia ; la maggioranza dei
suoi correligionari torinesi definì che il Bertnon
era assolutamente queir uomo , che il volevano i
ministri suoi cotteghi, che era anzi un eccellente
e dottissimo pastore; eòkegli per accondiscendere
a tanto affetto e sì vivo desWeT^ritorno al su0 tem"
pio, e non pensò più per allora,miU*PPagare ^eon
Pilatt, che con tutta l'anima desideroSl^110 posto.
Dopo queste premesse, che ci porgonc^11 ldea
delle interne fazioni Valdesi , e del carattaSf
Bert, possiamo addentrarci nell'esame critico c^e
l'opera per lui scritta intorno alla setta.
Comincieremo dal dare un' idea generale deP
l'opera per noi sopra enunciata. Essa appalesa un
mediocrissimo scrittore, che cammina terra terra
senza giammai alzarsi dal volgare. Fa ogni sforzo
per mettere in bella vista il suo Valdismo , che
infine di presente non altro è, che il pretto cal
vinismo dai Valdesi adottato, come altrove si disse,
fin dal 1526. Fa prova di un' ignoranza supina
e di mala fede in ciò che scrive , non attinge ai
fonti ai quali si riferisce; e quindi gli errori ma
dornali de' quali ribocca questo suo libro. Ter
mina colla fanatica e grottesca lusinga della con
versione di tutta Italia alle fanfaluche Valdesi.
Del merito letterario non è a farne motto, come
parto di uno scrittore di niun gusto.
207
Facendo ora passaggio dalle generalità ai par
ticolari, nella prolissa prefazione, premessa una
apologia della tolleranza universale religiosa, e dato
un cenno delle popolazioni Valdesi nelle tre valli
di Luserna, di Perosa e di s. Martino, confessa
essere almeno incerta l'origine dei Valdesi, non dei
tempi apostolici, come vorrebbero taluni, né della
età di s. Silvestro e di Claudio di Torino , come
pur vorrebbero ad ogni costo altri fanatici scrit
tori della setta. Tal è in iscorcio il contenuto di
questa prefazione. In essa comincia a dare un sag
gio della sua critica coll' allegare alla pag. 9 in
nota, il Gesuita Baronio all'anno 436 di G. C. in
torno all'adozione fatta dalla Chiesa dei riti pagani.
Ora il Baronio non fu mai gesuita, e quella cita
zione è falsa.
Ma veniamo al corpo dell'opera. Comincia egli
a dar saggio del suo sapere col voler pur ripetere
l'origine de' Valdesi prima di Valdo ; per tale in
tento egli si avvolge e rabatta per ogni verso , e
si mostra scrittore grossolano , senza critica , ed
appassionato. E tutto ciò fin dal capo I nel quale
esposta falsamente ed a capriccio tanto la dottrina
Cattolica, quanto la Valdese, ne conchiude la pu
rezza dottrinale della setta Valdese sceverata, come
esso pretende, da tutte le innovazioni fatte fin dal
terzo secolo nella professione del cristianesimo.
Fissata questa base nei seguenti capi il Bert è
tutto inteso nell'instituire un confronto tra la dot
trina Cattolica e la Valdese vuoi in teorica, vuoi
in pratica. Ognuno facilmente di per se stesso in
dovinerà, che secondo costui le dottrine Valdesi ,
208
o meglio le calvinistiche sono tutt'oro, e le cat
toliche tutto fango ; i Valdesi tutti angeli , i Cat
tolici tulti demonii ; i documenti storici de' Valdesi
tutto purezza di verità, quei dei Cattolici tutto fal
sità. Se non che senza documenti afferma ciò che
è al tutto falso delle supposte confessioni di fede
Valdesi fin dal secolo xi. Con queste scempiaggini
pon termine al capo II. Nel III poi dopo di aver
esposta la semplicità dei montagnini ossia alpi
giani sotto la condotta dei loro Barbi, esce fuori
colla falsità delle riordinazioni nell'alta Italia fatta
da Nicolò II, perché non autorizzata dal Papa. Ciò
che è onninamente falso, né evvi alcun documento
con cui si provi.
Dello stesso tenore sono il capo IVedi seguenti
nei quali il Bert a sua posta magnifica la dilata
zione dei suoi Valdesi per tutta Europa. Se non
che ben presto gli si dileguano per via, né più li
trova che nelle Valli e nelle Calabrie, dalle quali,
come per l'innanzi abbiam riferito, vennero poscia
nel secolo xvi snidati e divelti fino a non lasciar ivi
più traccia di sé. A tutto questo egli annette la lunga
storia delle persecuzioni e delle sofferenze della
setta, e le simulazioni colpevoli de' Valdesi affin di
sottrarsi dalle ricerche de' cattolici. Si guarda però
bene dal far motto dell' indole rivoltosa e ribelle alla
legittima autorità, e dei continui sollevamenti pei
quali in una lotta disuguale ebbero sempre que
sti sediziosi la peggio, finché dopo varie fasi venne
lor data la emancipazione in un cogli Ebrei.
A compiere questo suo capolavoro il Bert reca
in mezzo l'impegno dei protestanti di ogni colore
209
« generazione in sostenere e difendere i Valdesi,
e precipuamente degli Anglicani, i quali oltre ai
sussidii materiali, che loro fornirono, supplicarono
la Regina Vittoria , affin di ottenere maggior li
bertà pei Valdesi in Italia. Né mancano, come era
da aspettarsi da questo fanatico autore furiose in
vettive e tiratere contro monsignor Charvaz già ve
scovo di Pinerolov storico verace della setta, e
contro i Gesuiti. Compensa poi questi veniabili
sfoghi con calde apologie e panegirici delle Società
segrete, dei liberali ed in particolare del Gioberti.
Dopo di che viene ad un'ampollosa conclusione
nella quale, sebbene paia che riconosca un qual
che bene provenuto dalla Chiesa Romana , pure
spira furore contro la Santa Sede. Aggiunge che
il cattolicismo romano comprende ora da circa 126
milioni, mentre dovea dire 210 milioni, come si
ha da certissimi documenti ; ma egli non tenne
conto di questo piccolo divario, di 85 milioni, come
di una frazione insignificante. Tralascio le calun
nie e gli spropositi madornali di questo autore
plebeo intorno al cattolicismo ; ommetto le gravi
sentenze ossia gli strambotti che con pallio e so
praciglio filosofico va spacciando ; lascio i sogni
di questo fanatico intorno alla riforma della Chiesa
cattolica per l'opera de' Valdesi, le quali sono al
trettante utopie di un cervello stravolto e balzano.
La nota poi che appone alla pagina 372 intorno
ai Gesuiti (segno dell'odio suo) non può essere pei
medesimi più gloriosa (1). Nel resto la finale è
(1) Eccola a verbo : « E veramente niuno ignora il ge
suitismo essere la più vera espressione del papato ; quel
210
un vero capolavoro di mancanza di buon senso,
né noi di essa ci occuperemo.
Fa seguire il Beri al suo lavoro un' appendice
degna di tutta l'alta sua sapienza, ossia ignoranza
crassa, della quale è ben fornito. Tra gli altri far
falloni colse anche questo, di citare il discorso di
Lorenzo vescovo di Milano, affine di eliminare la
confessione. Ora egli con ciò mostra ad evidenza,
che non solo non lo ha punto letto in fonte, ma ne
pur tampoco conosciuto. Di fatto, egli si riferisce
agli Analecta Mabillonii senza addurne il passo.
Trovasi però nel voi. II e non già alla pag. 56, come
ha il Bert, ma bensì alla pag. 18, ed il passo da lui
citato trovasi alla pag. 25 ove si parla di tutt' ai-

potere che mira a dominare le coscienze ed i Governi. Fin


tantoché il Cattolicismo sarà assoluto e papale, logicamente
dovrà essere Gesuitico. Papato e gesuitismo non possono
disgiungersi. Sonosi conosciuti cardinali, che per alcuni mo
tivi particolari , portavano odio grandissimo ai gesuiti , i
quali poi, giunti al pontificato, s' avvidero non potere me
nomamente fare senza di essi, e fra questi il cardinale della
Genza, poscia papa Leone XII, e secondo alcuni anche Gre
gorio XVI e Pio IX prima di esser papi , e nei primordii
del loro pontificato. Né il gesuitismo in realtà potrà mai
venir soppresso, finché l'assolutismo spirituale continuerà ad
essere l'essenza e la base del governo dei romani pontefici :
ma perchè non sanno quanto le reti gesuitiche abbiano po
tuto estendersi fuori dei Lojolani conventi dal confessor di
villaggio al prelato, dalla donnicciuola al principe. Fu l'in
quisizione, un tempo, ristrumento più forte di cui fece uso
il papato per resistere al torrente de'dissenzienti, e istru-
mento atroce fu quello , indegno affatto di un potere che
doveva essere esclusivamente spirituale. A Domenico di
Guzman sucedette Ignazio di Lojola, e fu il principe della
211
tro che di confessione. Di qui si rileva di qual
portata sia la erudizione del Bert, ed in qual conto
debban tenersi le altre non poche alterazioni e
falsificazioni che leggonsi nella nota A. Lo stesso
dicasi di quanto contiensi nella nota C nella quale
intende il Bert di provare la opposizione della dot
trina romana colla Bibbia; non è a dirsi dell'ar
bitraria ed avventata allegazione dei testi biblici
affin di provare una cosifatta contraddizione im
maginaria; lavoro degno di un fanciullo; si alle
gano i testi scritturali a dritto e a rovescio al fine
di dare una qualche apparenza all'intento propo
stosi. Nella nota E reca egli una supposta profes
sione di fede Valdese del 1120, mentre è notorio

dominazione intellettuale , che surrogò quello della forza


brutale. Ora se sono le pretese del papato sempre le me
desime, e se non può desso esistere, qual finora fu, e mira
ad essere, senza il massimo possibile sulle coscienze', non
si potrebbe mai supporre , che disarmato , come il papato
fu delle esecrande armi dell'inquisizione dall'erumpente ci
viltà, di leggieri poi rinunciar volesse all'aiuto moltiforme,
e tuttavia efficacissimo del gesuitismo. Quanto i gesuiti ed
i gesuitizzanti cesseranno di esistere, il vecchio cattolicismo
romano non sarà più ; ma leggi solo a ciò non bastereb
bero, dovrebbe a quella fiancheggiare 1' opinione pubblica,
secondo il detto Oraziano : Quid leges sine moribus ? Ed
allora al dissiparsi delle tenebre del puro Cattolicismo ro
mano più fulgente apparirebbe la luce della religione san
tissima di Cristo, del vero cristiano cattolicismo di cui non
fu finora il papato che un simbolo più o meno corrotto a
massimo prò del più eminente assolutismo gerarchico. »
Fin qui il Bert affibbiatasi la giornea di filosofo pro
fondo !
212
anche ai più mediocri conoscitori della loro sto
ria, che i Valdesi non ebbero veruna formola di
fede determinata se non se dopo la loro fusione cogli
Ugonotti. E di vero questa supposta professione è al
tutto calvinistica. Laonde qui viemmeglio appari
sce o la mala fede o la supina ignoranza del Bert.
Tralascio per brevità gli altri documenti del me
desimo, come quelli che poco o nulla c'interessano.
Chiudo questa esposizione coll' osservare quanto
nell'assieme sia frivola , alterata, ed anzi menzo
gnera quest' opera , la quale ci porge una giusta
idea della pochezza del medesimo autore , tutto
ché sia un astro tra i suoi.

CAPO III.

Del Desanctis.

Figura tra i moderni Valdesi non solo tra i po


lemici, ma eziandio tra gli storici della setta il
Desanctis mancato ai vivi nel dicembre del 1869.
A vero dire poche sono le sue produzioni stori-
riche; non di meno dal saggio che ce ne lasciò
possiamo formarci un qualche concetto del suo va
lore. Io mi starò contento a saggio del costui me
rito letterario di esaminare 1' opuscolo che egli
pubblicò in Firenze nel 1860 intitolato: 1 Valdesi.
Ora egli in questo capo d' opera di sette facciate
in tutto , intese darci la storia della origine dei
Valdesi , la quale egli ripete dai tempi di Decio
213
verso la metà del secolo terzo. Secondo lui, senza
produrre verun documento di quanto afferma, molte
famiglie veracemente religiose fuggirono da Roma,
e dalle altre città d'Italia, e si ritirarono nelle fo
reste e nelle più cupe valli degli Appennini. Se
non che, neppur qui trovandosi sicuri nella per
secuzione di Diocleziano, si rifuggirono nelle gole
dei monti che son vicini alle Alpi, non portando
seco che le loro Bibbie.
Quando Costantino, prosiegue egli, diede la pace
alla Chiesa , e la condusse fino al trono de' Ce
sari, questa buona popolazione non volle più ri
tornare nelle società, abituati a vivere nella sem
plicità del Vangelo temevano di perdere la purità
della lor fede , e preferirono restare nelle loro
vallate.
Fermiamoci alquanto su questo breve tratto del
romanzetto, prima di andare innanzi, e chiediamo
al Desanctis quali e dove siano i documenti sui
quali fonda il suo racconto ? Non altro che su
quello della propria fantasia. Non vi ha traccia in
tutta l'antichità ecclesiastica di così fatta emigra
zione al tutto immaginaria. Mi par di ravvisare in
questo romanzesco racconto i Rabbini i quali fin
sero al di là del fiume Sabbatico i regni fioren-
tissimi degli Ebrei.
Ma ripigliamo il tratto storico del nostro va
lente scrittore , il quale di tal forma prosiegue.
« Quando l'empio Foca imperatore diede al vescovo
di Roma Bonifacio III il primato su tutta quanta
la Chiesa , e lo dichiarò Papa per antonomasia ,
cioè padre di tutti i fedeli, ed aggiunse severis
214
sirae pene contro coloro , che per tale non lo a-
vessero riconosciuto , allora incominciò la perse
cuzione per questi fedeli discepoli di Gesù Cristo.
I Valdesi (prima di Valdo), che leggevano la Bib
bia credevano di vedere nell'innalzamento del ve
scovo di Roma quell'apostasia predetta da s. Paolo
(II. Tess. Ili, 9) e quella manifestazione dell'uomo
del peccato, del figliuolo della perdizione, di quel
l'avversario, che s'innalza sopra chiunque è chia
mato Dio , talché siede nel tempio di Dio come
Dio; perciò non vollero mai sottomettersi al ve
scovo di Roma. » Fin qui l'erudito Desanctis.
Or bene, tralasciando le già fatte osservazioni,
che qui pure quadrano a cappello, come potevano
questi supposti settarii offendersi di un titolo, che
prima assai di Foca era stato dato al vescovo di
Roma (1) , ed anzi era titolo comune ai vescovi
di quei tempi (2). Lo stesso dicasi della dichia
razione di Papa per antonomasia di padre di tutti
i fedeli, e delle severissime pene dello stesso Foca
comminate a tutti coloro che per tale non lo avessero
riconosciuto; son questi tanti strambotti, o sogni

(1) Lo stesso Tertulliano nel libro de Pudicitia al capo


xv dà il titolo di Papa al Vescovo di Roma, cioè al Sommo
Pontefice.
(2) Può leggersi intorno a ciò il Raynaudo opp. Tom. x,
Lione 1665 nell'op. Corona aurea super mithram rom. Pon-
tificis alla lettera P, dove osserva essersi dato il titolo di
Papa promiscuamente ai vescovi fino all'anno 900. Lo stesso
-già aveva notato il card. Baronio nelle note al Martirologio
Romano ai 10 di gennaio.
215
del nostro ignorante scrittore (1). Neghiamo poi
ricisamente quanto il medesimo afferma intorno
alle persecuzioni quindi mosse contro i Valdesi ,
che non esistevano, perché non vollero acconciarsi
a tali ingiunzioni , come quelli che nel Pontefice
ravvisavano l'uomo del peccato ; per nulla dire di
altre scempiaggini degne solo de' grossieri scrit
tori de' quali fece parte questo infelice apostata.
Tralascio tutto il rimanente di questo scipito li
bercolo, vero romanzetto inventato a capriccio, ed
al tutto contrario alla storia della setta. Di qui
possiamo formarci una qualche idea di cotest'uomo
levato a cielo dalla setta Valdese qual prodigio di
dottrina e d'ingegno, mentre in verità non è che
un misero razzolatore mediocrissimo.
Egli è poi falso che Pio II nella sua storia Boe-
mica abbia scritto de' Valdesi, ma bensì ne scrisse
Enea Silvio, cioè prima di esser Pontefice; epperò
quella scappata colla quale il Desanctis rappre
senta. « Esser indegni i vezzi coi quali colui che
si chiama il Padre di tutti i cristiani, il Vicario
di Gesù Cristo tratta coloro che amano meglio cre
dere alla Bibbia che a lui » è fuor di proposito.
Né è da omettersi , che egli di non poco altera,
o meglio, commenta a sua posta le parole del Silvio,
facendogli dire ciò che egli punto non disse, come

(1) E noto dalla Storia, come al Concilio Ecumenico Cal-


cedonese fu dato a s. Leone il grande il titolo di Ponte
fice universale, che se s. Gegorio M. ricusò questo titolo,
il fece solo per rintuzzare la vanità di Giovanni digiunatore
vescovo di Costantinopoli, che se lo arrogava.
Ne Foca in questo ha verun merito.
216
ognun può verificare , facendo il raffronto delle
costui parole con quelle dello storico Silvio. Nel
resto è da osservarsi, che i Valdesi al tempo de'
Boemi già avevano di non poco alterata la dot
trina loro primitiva da quasi più non ravvisarsi
per dessa. Ma il nostro critico scrittore non era
da tanto fino ad elevarsi a tale avvertenza.
Dopo tali prove della ignoranza di questo dot
tore della setta Valdese, stimo superfluo il tratte
nermi di altre produzioni del medesimo , e spe
cialmente del suo Trattato intorno alla confessione,
nel quale sfoggia erudizione tratta dal protestante
Dalleo, e già confutato da Natale Alessandro. Son
tanti gli errori madornali da lui colti che è una
maraviglia. Se non che è stato bene spennacchiato
da valorosi controversisti ; e non vi voleva meno
che l'impegno di setta per moltiplicare le edizioni
di una così fatta meschina produzione. Lo stesso
è a dire di non pochi altri libercoli nei quali non
vi ha stile , né originalità di veruna sorta , ma
cammina sempre terra terra spigolando qua e colà
viete scritture per così procacciarsi di che mante
ner sé e la propria famiglia, com'egli stesso con
fessò a chi nel richiedeva.
Ma egli è omai tempo di por fine a questo capo
con aggiugnere alcune notizie intorno alla costui
biografia genuina ben diversa da quella, che ci
vorrebbero far credere i suoi correligionari. Nel
l'Eco della Verità giornale Evangelico degli 8 gen
naio 1870, nel quale si dà al pubblico la dolorosa
notizia della perdita di sì grand'uomo, vi ha uno
sfogo così dolente per la repentina morte di lui,

-\
217
che lo diresti uno sfogo di disperazione. Ecco come
si esprime il giornale. « I lettori dell'ultimo nu
mero del nostro giornale, non si aspettavano, ne
siam certi, la dolorosa notizia, che dobbiam dar
loro in questo, quella cioè della morte del nostro
amato e rispettato direttore , il dottor Luigi De-
sanctis , mancato ai vivi in modo molto inaspet
tato.
« È questa una perdita grandissima non sola
mente per la famiglia, ed i suoi amici più intimi,
ma per tutte le chiese evangeliche d' Italia , di
qualsiasi denominazione, e specialmente per quel
l'opera della Evangelizzazione alla quale egli pos
sentemente giovava colla parola , e cogli scritti.
Non temiamo di esagerare dicendo , che da un
capo all'altro della penisola, dovunque si trova un
nucleo di cristiani evangelici , la sua morte sve
glierà profondi rincrescimenti, e sarà considerata
da tutti, come una grave comune sventura. »
Ma come morì questo grand'uomo impareggia
bile? La sua morte è stata una copia fedele della
morte dell'eresiarca Lutero; e così doveva essere,
posciaché essendo stato in piccolo una fedel copia
di lui nella vita, non si poteva aspettare che una
somiglianza altresì nella morte. Amendue furono
religiosi, ed amendue apostati dalla propria reli
gione ; amendue ammogliati , cioè refrattarii dei
loro voti di castità coll' accoppiarsi ad una con
cubina; amendue induriti nell'apostasia, e scape
strati nel disseminar false dottrine in opposizione
alla cattolica nella quale furono nutriti ed alle
vati ; amendue sacerdoti, era ben giusto che fos-
I Vaiteli. 15
218
sero amendue simili nella morte. Di fatto il frate
di Wittemberga morì d'improvviso in Islebia suo
paese nativo dopo aver mangiato e bevuto alle
gramente; il Desanctis d'improvviso mori in Fi
renze per una provvidenziale coincidenza nel giorno
appunto suo natalizio, che fu il 31 dicembre 1869
in uno stato più allegro del solito. Ed affinchè
niuno sospetti essersi da me di troppo caricato il
quadro di questa morte funesta, ci piace riferirla
colle parole stesse dell'allegato articolo.
« Mettendo, ivi dicesi, il venerdì mattina l'ul
tima mano all'eco di quella settimana.... Manife
stò il desiderio di riprendere la predicazione re
golare ; si combinò assieme un corso di conferenze
polemiche da farsi durante il Concilio, ed egli si
riserbava di fare il giovedì a sera la storia della
Chiesa Romana. Alle cinque pranzò col solito ap
petito , ed ai suoi apparve più del solito affettuo
samente scherzoso. Sentendosi quindi un po' stanco,
ed affannato, si mise a letto verso le 7; per qual
che tempo riposò tranquillamente, ma tutto ad un
tratto fu ripreso dal solito malore. Vomitò abbon
dantemente , e probabilmente allora gli si ruppe
una qualche vena od arteria; perciò cominciò a
rigettar sangue. Quando si accorse di questo brutto
sintomo, rivolse alla sua eccellente consorte le se
guenti parole , le sole che ebbe il tempo di pro
nunziare. Il tempo è venuto di separarci. Alcuni
de' suoi studenti , chiamati in fretta per soccor
rerlo in ciò che stimavasi uno svenimento pro
lungato, non arrivarono che per vederlo spirare,
con una pace ed una tranquillità invidiabile ! ! ! »
219
Noi qui non ci occuperemo in fare il commento
di questo racconto, ma ci staremo contenti di ri
flettere, che onde non dissomigliasse il costui tra
gico fine da quello dell'eresiarca Lutero, le stesse
circostanze accompagnarono l'infelice transito del
l'uno e dell'altro. Lutero pure allegro più del so
lito fece nella sera stessa in cui spirò un lauto
pranzo, appunto come dicesi del Desanctis, il quale
apparve più del solito affettuosamente scherzoso ;
Lutero d'improvviso fu colto da quel mal repen
tino che il tolse di vita, il Desanctis inaspettata
mente, o come dicesi , ad un tratto fu colto dal
suo malore micidiale; Lutero si proponeva di dar
l'ultimo crollo al papato, e scrisse sul muro colla
matita : Pestis eram vivens ; moriens ero mors tua
Papa; — ed il Desanctis si proponeva di metter giù
ilConcilio Vaticano. Vi ha però tra l'uno e l'altro una
notabile differenza; che Lutero sebben tristo aveva
ingegno e dottrina di cui si abusò, laddove il De
sanctis era d'ingegno mediocrissimo e di ben poca
dottrina fornito, come si appalesa anche nelle sue
meschine produzioni; eppure è celebrato da' suoi
come un portento, perché tra i grossolani Valdesi
era uno de' migliori arnesi.
Nel resto, checché ne scrivano i suoi panegi
risti Valdesi, finché il Desanctis dimorò nella sua
religione, non che in Roma, giammai fu conside
rato. Figlio di un calzolaio di un rione de' monti
serviva di barbiere ai Crociferi, e così fu preso a
proteggere dal fu padre Togni superiore dell' Or
dine, che scorgendo in lui certa vivacità lo ac
colse fra i chierici, lo fece studiare, e lo promosse
220
a tutto potere. Compiuto il suo corso di teologia
in Viterbo sotto il celebre Achilli, dal quale fu im
bevuto di dottrine eterodosse, alla sua volta diventò
anch'esso professore nella sua religione. Se non
che sfuggendogli a quando a quando nelle sue le
zioni una qualche espressione non al tutto orto
dossa, da Roma fu inviato a Genova sotto l'aspetto
di servire ai collerici , ma anco a Genova diede
lezioni ai suoi, e qui pure diede egli poco buon
saggio di sé ; tuttavia la sua eterodossia non es
sendo ancora scoperta, tolto dall'insegnamento fu
posto curato alla chiesa della Maddalena in Roma.
Per alcun tempo non diede mal sentore di sé;
anzi adoperavasi con fervore nel sacro ministero.
Ma a poco a poco andava dando segni di rilassa
mento, e di condotta equivoca, non che di senti
menti non pienamente ortodossi. Ne fu avvertito
il P. Togni da persona autorevole, che lo disse a
me medesimo ; ed il Togni significò di essersi già
avveduto di qualche cosa; pur non di meno, come
si stava in que' tempi di agitazione per esser non
poco tumultuosi, cioè nel 46 e nel 47 rispose, che
già aveva formato il proposito di torlo dall'uffizio
di Curato, ma che per allora credeva un tal passo
pericoloso anzi che no; quindi aveva fermato di
ciò eseguire allorché corressero tempi meno pro
cellosi.
Se non che egli non arrivò in tempo, perchè il
Desanctis, il quale già da quattro mesi aveva oc
cultamente (a quanto se ne dice) fatta abbiurazione
della fede cattolica nella casa di un ministro ete
rodosso, e pur seguitava a farla da paroco, e de
221
luse il suo superior generale. Quand'ecco che sul
declinare del 1847 si presentò dal Cardinal Vicario
di Roma per chiedergli licenza di allontanarsi per
poco tempo da Roma affin di visitare la Santa Casa
di Loreto. Il Cardinale accordogli la facoltà d'as
sentarsi per breve tempo dalla parochia, ed egli
partissi poi alla volta di Ancona, ove giunto, get
tata la maschera, scrisse una lettera impertinen-
tissima al suo benefattore il P. Togni, che l'avea
tratto dal fango , e colla quale si appalesò quel
che era, cioè anima vile ed ingrata.
Tal è in iscorcio la genuina biografia del De-
sanctis fino all'aperta sua apostasia; tale il suo in
fingimento e la sua raffinata ipocrisia ; di un uomo
cioè senza onore, senza pudore e senza coscienza.
Quegli che celebrava ogni giorno la santa Messa
senza credervi, che amministrava i sacramenti sa
crilegamente , che ingannava i suoi superiori in
terni ed esterni, non che il popolo fedele commesso
sventuratamente alla cura di questo lupo. Ecco
l'esemplare di santità degno di far parte della setta
Valdese, della quale divenne uno de' principali mi
nistri, e pel quale si fa da lungo tempo una col
letta per mezzo de' loro fogli, affin di erigergli un
monumento degno di sì grande eroe. Ben si avea
ragione Tertulliano allorché fin da' tempi suoi scri
veva, che non si profitta mai tanto quanto nell'ac
campamento degli eretici. Costui, che tra i catto
lici sarebbe stato nella classe Obscurorum virorum,
tra i Valdesi ha acquistata una celebrità di uomo
sommo, mentre in realtà non fu che un meschino
apostata. L'elenco de' costui opuscoli ed opusco
222
letti si ha sui cartoni dell'Amico di Casa, da esso
in gran parte per lungo tempo compilato. Ma di
questo infelice sia detto abbastanza.

CAPO IV.
Del Geymonat.

Un altro eroe della setta Valdese, venuto in I-


talia a predicarvi il nuovo Vangelo, è certo Paolo
Geymonat, che si spaccia professore di teologia e-
vangelica in Firenze. Egli diede alla luce parecchi
opuscoli sia per la esposizione e difesa della propria
setta, sia per impugnare la verità cattolica. Noi qui
ci terremo contenti di trattenerci nella prima classe
di queste produzioni per dare un saggio della costui
levatura, ed in seguito più innanzi esamineremo
quanto egli scrisse di catechetica ad istruzione pe
culiarmente de' suoi aderenti.
Il primo lavoro che ci si offre intorno alla prima
classe porta in fronte : Gli Evangelici Valdesi ,
sunto storico, pubblicato in Firenze nel 1861, com
preso in 215 pagine. Nel fare un' esatta analisi
di questo capolavoro , daremo principio dalla pre
fazione nella quale l'autore fa un panegirico sper
ticato del Valdismo, qual preferisce di lunga mano
non solo alla cattolica Chiesa , ma eziandio alle
diverse comunioni protestanti, delle quali non di
meno esso si fa seguace ed ammiratore. Ma quel
che è più strano, pretende i Valdesi non così de
nominarsi da Valdo, ma bensì dalle Valli. E pure
è noto che essi così chiamavansi prima che da
223
Lione e dalla Provenza scendessero nei nascondi
gli delle Valli, già abitate esclusivamente dai soli
cattolici, tra i quali quasi furtivamente s'infiltra
rono. Tralascio le sciocche distinzioni a lui fami
gliari tra papismo e cristianesimo, ed anzi tra pa
pismo e cattolicismo, che per esso è un ideale. Loda
a cielo il buon senso del giornale giudaico La
Nazione di Firenze ; e ciò per far prova di buon
senso; lo stesso è a dire delle lodi date ai Val
desi dei quali esalta la fedeltà, non ostante le tante
e pressoché continue ribellioni contro i proprii so
vrani legittimi , delle quali a suo luogo abbiamo
recate prove incontrastabili. In una parola tutta
questa diceria altro non è, che un tessuto o fila
tessa di falsità ; e di alterazioni della vera storia
Valdese. Il suo amore pel liberalismo e pei liberali
si fa palese con un trasporto, che sa di entusiasmo;
e ne ha ben ragione, attesa la stretta relazione ,
che stringe gli uni cogli altri.
Ma per far viemmeglio rilevare il costui valore
ci basterà il tener dietro al tessuto di questo la
voro impareggiabile. Fin dal capo I si apre la via
al romanzo storico del transito di s. Paolo per le
Alpi Cozzie nel recarsi che egli faceva nella Spa
gna, alla quale l'Apostolo forse non mai recossi ,
impeditone dalla sua prigionia. Se non che accor
tosi del mal fermo terreno su cui poggiavasi, non
che quello battuto dal Desanctis nel voler far pro
venire dai fuggitivi cristiani sotto Decio l'origine
Valdese, egli si appiglia di preferenza alla turba
dei più sudici eretici del medio evo per nobilitare
l'origine Valdese o Vallese, come adesso piacque
224
chiamarla. Nel rimanente in tutto questo capo, egli
mostrasi senza critica , e sprovvisto di cognizioni
storiche al suo uopo necessarie ; al qual difetto
cercò di sopperire con arrischiate conghietture, che
non reggono di alcuna guisa; ed è questa la ra
gione per cui dissi che il suo sunto storico può
denominarsi romanzo storico.
Come cominciò, così prosiegue il Geymonat nel
suo romantico racconto intorno a s. Domenico ed
alla Inquisizione contro gli Albigesi ed altri set-
tarii, che in un fascio raccoglie coi Valdesi. Con
tento di raccontare le zuffe , le persecuzioni sof
ferte dagli eretici, senza darsi carico delle ribellioni
loro e della loro ferocia, ne espone le varie fasi
per tutto il capo II. Qui pria d'innoltrarsi nel ca
po III facciamo osservare, come costui si piaccia
di denominare Evangelici quanti eretici cadono sotto
la sua penna dagli inizii del medio evo fino a que
sti ultimi tempi. Eppure è a tutti noto , che una
cosifatta denominazione è recentissima, adottata in
questi ultimi tempi tanto dai Luterani quanto dai
Calvinisti, e sanzionata dal Re di Prussia nella fu
sione solenne che ei fece di ambe le sette.
Il capo III non contiene, che una lunga e stuc
chevole ripetizione di quanto riferisce il menzo
gnero ed esagerato Léger nella sua così detta Storia
Valdese, della quale abbiam discorso a suo luogo.
Quindi non vi ha ragione per cui dobbiamo intrat
tenerci in tali racconti.
Giunge col capo IV al termine della prima parte,
in esso colla narrazione prolissa delle varie even
tualità or avverse ed ora propizie della setta, al
225
fine perviene alla piena emancipazione de' Valdesi
della quale già si è da noi tenuto discorso. Per
venuto a quest'epoca, in cui i Valdesi si diffusero
come un traboccante torrente su tutta l'Italia col
favore spiccato dei governanti, pone fine il nostro
autore alla prima parte del suo lavoro per così far
passaggio alla parte seconda, che è esclusivamente
polemica.
Non è a credere come questo professore di teo
logia Valdese sfoggi in erudizione, trovando Evan
gelici fin dal iv secolo in Vigilanzio, ed in seguito
nel famoso Claudio già vescovo di Torino nel ìx
secolo. Secondo costui Pasquale I è stato l'eretico,
Claudio per converso è stato il cattolico, sebbene
questo innovatore detestato dalla sua greggia per
le sue sortite furiose d'iconoclasta. Ma per togliere
un saggio della moderazione del nostro arruffato
professore ci piace trascrivere qui a verbo l'ultimo
periodo col quale egli mette fine a questo primo
capo. « Ma ormai, scrive, due principii uno all'al
tro ripugnanti irreconciliabilmente si urtavano nel
seno del cattolicismo : la religione evangelica sem
pre fondata sulla parola divina contenuta nella Sa
cra Scrittura, e la parola romana diretta da quel
l'uomo, che siede nel tempio di Dio come Dio, che
pretende di stare nella Chiesa come il Santo Pa
dre, come il Vicario di Cristo, come l'organo in
fallibile dello Spirito Santo. » Fin qui questo furioso
ignorante.
Stassene poi questo meschinello tanto indietro
nella polemica, quanto può esserlo un rozzo Val
dese. Infatti nel seguente capo richiama in vita
226
quella interpretazione dell'Apocalisse, che omai è
stata abbandonata dagli stessi protestanti, cioè che
l'Anticristo predetto da s. Giovanni, e la Babilonia
altrinon siano che il Pontefice, e la Chiesa Romana.
Basta questo per formarci il concetto di cotesto in
signe professore di teologia evangelica. Crederei
d'invilirmi nel confutare tali scempiaggini, che non
son più del nostro tempo. Come pure non terrò
dietro agli strambotti sciorinati in quei tratti di
catechismo nei quali non si ammettono per mem
bri della vera Chiesa, che i soli eletti o predesti
nati onde la Chiesa si rende invisibile. Tralascio
pure tutti i tratti da lui recati da un vecchio ca
techismo Valdese. Egli buonamente, anche dopo le
critiche ricerche, ed i profondi studii, non già di
cattolici, ma di autori protestanti da lui ignorati,
assegna tuttora alla Nobile Lezione, e ad altri
antichi scritti della setta un' epoca anteriore a
Valdo. Ma non è da farsene maraviglia , trattan
dosi di uno scrittore di grossa pasta, ed al tutto
sfornito di critica.
Non insisto tampoco sulla sposizione dottrinale
della setta, che ci presenta il nostro autore; poi
ché è noto che questa è stata varia secondo le di
verse epoche, come a suo luogo si è dimostrato.
Che poi i Valdesi primitivi fossero di costumi sem
plici, la natura stessa delle cose ce lo spiega. Po
chi di numero, e racchiusi in uno stretto cerchio
segregati dal restante del mondo tra monti alpe
stri , e vivendo più di tradizione che d'istruzioni
dottrinali, fu loro facile conservare una certa sem
plicità, finché fattisi eccentrici adottarono le dot
227
trine prima de' Boemi, e poscia dei Calvinisti can
giarono di fede e di costumi , e fattisi riottosi e
turbolenti attirarono sopra di sé orribili sventure
delle quali rimasero vittime.
Quindi è agevole il concordare quanto de' primi
tempi scrissero gli autori cattolici , e quello che
avvenne nei tempi posteriori.
Nel terzo ed ultimo capo non contiensi che una
stucchevole esposizione della credenza Valdese nel
secolo xvi e seguenti. In essa figura la professione
di fede fabbricata ai 12 settembre del 1532 tutta
foggiata sulla dottrina calvinistica dai ministri Val
desi adottata, e nel cui articolo IV si professa che
« Chiunque stabilisce il libero arbitrio dell'uomo
nega intieramente la predestinazione e la grazia
di Dio. » Per tal guisa 1' uomo viene dichiarato
macchina mossa unicamente da una forza estrin
seca. Egli è poi superlativamente lepido l'udire da
costui, che questa regola di fede quasi per nulla
differisce dalla foggiata nell'anno 1120, cioè allor
quando i Valdesi non esistevano ancora !
Dopo aver fatta seguire una specie di commen
tario intorno alla riferita confessione nella quale
sproposita alla scapestrata , arreca un' altra pro
fessione di fede più forbita nel 1655, la quale è
durata fino a questi tempi. Svolge in seguito par-
titamente le dottrine contrarie alla romana. Esse
riguardano la regola di fede, lo stato dell'uomo, l'as
segnamento della divina grazia , il sacrifizio di
Cristo, il merito della giustificazione, ed il mezzo
di partecipare alla medesima, la fede, le opere,
i santi, la relazione del fedele col Padre; la Chiesa,
,
228
i sacramenti, i ministerii, le relazioni coll'autorià
civile.
Non terremo dietro a tale svolgimento dottri
nale tutto impregnato di odio contro la Chiesa Ro
mana, e d'invettive degne solo di un settario fa
natico e grossolano, che sbuffa rabbia e furore ad
ogni tratto. Tanto più , che cotali forme di con
troversia, tutto che si affacessero, se così si vuole,
ne' secoli or or decorsi , più non armonizzano ,
colla età nostra. 11 che ognun che il voglia può
agevolmente di per sé conoscere percorrendo gli
scritti di controversia che or escono dalle penne
di Germania e di Francia, non che d'Inghilterra,
qualor se ne tolgano alcune rare eccezioni di chi
non è pur giunto all'altezza dell'attuale polemica.
Ma i Valdesi che di tanto sono arretrati , non la
conoscono ancora.
Tralasciate pertanto queste meschine bassezze ,
facciam notare, come il nostro professore chiuda
il suo lavoro con gravità Catoniana, e dopo tanti
strambotti da lui proferiti così grossolanamente ,
affibbiatasi la giornea va sentenziando intorno al
passato, al presente ed all'avvenire del suo puro
Vangelo. Già ne scorge l'organamento, il progresso,
la diffusione per tutta Italia, non che la spedi
zione di tutti gli evangelizzatori, che recan la luce
fra le dense tenebre nelle quali il bel paese tro
vasi tutto avvolto. Per Vangelo però egli intende
una cotale latitudine di credere e di opinare li
berale come a ciascuno più attalenta, e che egli
stesso non potrebbe ben definire. Si tratta di una
religione pieghevole al sentir particolare di eia
229
scuno senza verun dommatico restringimento. Il
tutto poi sta in balia di ciascun credente, sebbene
per una parte almeno dei credenti medesimi si
conservi il nome di Chiesa , non già Valdese ma
appieno vaga ed indeterminata.
Ecco le parole colle quali il Geymonat pon fine
al suo bisticcio: « D'altronde siccome è una co
stituzione eminentemente liberale , essa è adattata
alle chiese che sono concorse a farla, e non per
altre; per decisione del sinodo stesso dell 855 gli
evangelisti debbono restringersi ad esporre il Van
gelo. Le chiese formate di cattolici convertiti (cioè
di apostati) per la nostra predicazione, non hanno
da chiamarsi Valdesi, né sono organizzate da noi;
si costitueranno da sé secondo le loro vedute ed i
loro bisogni. Accettano intanto il ministerio di quelli,
che hanno loro annunziata ed annunziano la di
vina parola. » Fin qui il nostro messere, dalle cui
parole è difficile il cavare un qualche costrutto.
Ad ogni modo, qui mettiam fine a questo capo ,
dovendo ritornare fra breve all'impareggiabile pro
fessore di teologia evangelica.

CAPO V.
Di Filippo De-Boni.

Sebbene il De-Boni non sia né di origine , né


di professione Valdese, ha egli non di meno non
leggier merito verso i medesimi per l'opera da lui
data a luce sotto il titolo: V Inquisizione e i Ca
labresi Valdesi. In essa racchiude egli quanto spetta
230
alla introduzione, dilatazione, ed estinzione dei Val
desi nelle Calabrie. Fu quest'opera pubblicata in
Milano nel 1864 nella Biblioteca Nuova del Duello.
Ella è degna del suo autore , e del soggetto cui
prende a svolgere.
Come nostro intento non è il tener dietro a quanto
si attiene alla inquisizione, tema oramai esaurito ,
ci restringeremo a quanto concerne il carattere per
sonale del nostro autore, ed a quanto spetta alla
storia Valdese delle Calabrie, di cui abbiamo già
detto qualche cosa sul finire della seconda parte.
Ora nella prefazione alla pag. 10 fa egli aperta
professione di anti-cristianesimo, e di piena incre
dulità. « Bisogna scegliere, scrive egli, tra la Chiesa
e la patria, tra il dogma della servitù e la teoria
della libertà, tra il sistema della originale caduta
e quello del progresso, tra la fede dell'assurdo e
i dettami della ragione, tra i capricci del mira
colo e le immutabili leggi che reggono l'universo,
tra il dogma del sepolcro e quel della vita. » E
poco dopo, anche più aperto soggiunge : « Se la
umanità ha vita propria , che si disviluppa nello
spazio e nel tempo formando e determinando quella
infinita corrente, che si dice progresso, noi par
lando di religione , non possiamo parlare che di
ragione. Quella non è costituita che da più larghi
e sicuri risultati di questa. » E dopo una tiratera
contro la Chiesa, conchiude questa sua prefazione
colle seguenti parole: « Anche il dogma è pro
gressivo come tutte le altre cose ; progressiva è la
religione, altro legittimo sacerdozio non evvi che
nei cultori della filosofia, e della scienza , né al
231
tra rivelazione che quella dell' umanità colletiva ,
perenne rivelatrice a se stessa. »
Dopo ciò potremo pigliare un qualche saggio
della costui perizia circa le cose Valdesi. Egli prende
le mosse da una romantica storia de' Valdesi, sup
ponendoli già vigenti fin dal 1100 (pag. 12), al
lorché non si era pur anco udito il nome di Valdo,
e suppone Roma stessa colma di novatori, vale a
dire di protestanti in ogni ceto, tra i quali no
vera lo stesso Cardinale Polo vescovo di Viterbo (pa
gina 14). Fatta quindi una lunga digressione in
torno allo spagnuolo Giovanni Valdes principale
disseminatore in Napoli delle riforme protestanti-
che, non che nel resto d'Italia, passa a discorrere
delle vicende della setta, che a poco a poco andò
dileguandosi senza lasciare omai più veruna trac
cia di sé.
Non così de' Calabro-Valdesi, i quali furono una
colonia de' Valdesi primitivi delle valli del Pie
monte, almeno nella massima parte. Posciaché il
nostro autore fa un miscuglio di parecchi settarii
frase collegati, o meglio, trasfusi in un sol corpo.
« I principii di quelle colonie, scrive il De-Boni a
pag. 65, risalgono certamente alle persecuzioni re
ligiose de' secoli decimoterzo e decimoquarto, se
non prima. Eretici di diverso nome, e di origini
diverse, sebbene talvolta non formino che una cosa
sola, Catari, Provenzali, seguaci del Libero Spirito,
Patarini, Valdesi, stanno a quel tempo sopra ogni
punto della italiana penisola. Se manifestano al
cuna provenienza straniera , orientale in specie
{cioè manichei), quasi tutti gli altri derivano dalle
232
mentane popolazioni abitatrici le valli dell' Alpi
occidentali. » Dopo ciò fa una sposizione ideale
della dottrina Valdese, tutta a ritroso della storica
e genuina, qual noi abbiamo esposta nelle due
prime parti del nostro lavoro, poggiati sovra irre
pugnabili documenti, tratti dai Valdesi stessi. Laonde
ci è forza conchiudere, che il De-Boni ha di suo
capriccio, o come dicesi, a priori stesa questa sua
romantica storia. La sua immaginazione vivace ha
sopperito alla verità , che o non esiste al tutto ,
ovvero è alterata alla scapestrata.
Diffondesi quindi in raccontare, come gli alpi
giani Valdesi siensi traforati nella Calabria Cite
riore per invito avutone da un certo nobile lom
bardo di nome Del Poggio , signore di Fuscaldo.
Vennero essi da Angrogna e vi si stabilirono da
principio in poco numero ; ma poscia attesa la fe
condità del suolo, sebbene allora abbandonato, si
moltiplicarono per le susseguenti emigrazioni sino
a formare una non dispregievole colonia ; e ciò
fin dall'anno 1268, o in quel torno. Quivi ebbero
diverse stazioni, finché si fermarono nel paese detto
Guardia. Questo paese per le susseguenti immi
grazioni dalle valli si accrebbe tanto, che furono
astretti questi nuovi coloni a costruirsi nuovi paesi
per risiedervi. Tali furono Argentina , la Rocca ,
Vaccarizzo e san Vincenzo.
Varie furono le vicende ora prospere ed ora av
verse alle quali sostettero questi nuovi coloni, che
troppo lungo saria il voler per singolo recitare ;
e ciò tanto più, in quanto non si affanno al no
stro scopo. Solo notiamo, che in seguito per nuove
233
vicende nei loro nativi paesi alle quali andarono
soggetti i Valdesi, non pochi di essi cercarono ri
fugio nelle Puglie , ove fondarono Montigliene ,
Montauto, Faito e la Motta, adottando i nomi dai
quali emigrarono. Altri poi sopravenuti si stabi
lirono nella valle Volturana , ossia del Volturno.
In tutti questi paesi trassero vita quieta e labo
riosa ; e benché si astenessero dalle chiese catto
liche seguendo i loro riti e tradizioni lor proprie,
pur non furono molestati perché non conosciuti.
E di vero per non ingerir sospetti di sé , questi
nuovi venuti, oltre al pagar regolarmente le loro
decime , facevano eziandio battezzare i loro figli
dai parochi cattolici, ed assistevano non rade volte
alla Messa.
Questo stato di cose non durò a lungo, poscia-
ché cominciarono a viemmeglio scoprirsi le cre
denze e le pratiche dei Calabri-Valdesi nutrite da
alcuni Barbi, che regolarmente ogni due anni dalle
valli alpine venivano a visitare e confermare i loro
addetti. L' Inquisizione lor tenne d' occhio. Certo
Pascale o Pasquale uomo ardente in un con alcuni
compagni volle far prova di coraggio in mezzo alla
trepidazione dei suoi correligionarii Valdesi, che
vedevano il turbine che già romoreggiava sul loro
capo. Ma egli intrepido proseguiva la sua mis
sione, allorché fu colto ed inviato a Roma sotto
buona scorta. Ivi dietro processo , trovato colpe
vole e pertinace, venne condannato all'ultimo sup
plizio. Lo stesso è avvenuto ad alcuni altri suoi
compagni.
Frattanto dopo varie vicende vennero i Calabro-
/ Yaldeti. «
234
Valdesi, rimasti ostinati nelle loro credenze, espulsi
dai due loro principali ridotti ; cioè' da san Sisto
e dalla Guardia. Questi due paesi furono presso
ché distrutti, ed i Valdesi dissipati ed espulsi per
modo, che più non lasciarono traccie di sé fin dal
l'anno 1561, e poco dopo nella Calabria e nel re
gno Napolitano. Troppo a lungo ci porterebbe il
voler discendere ai particolari, che vengono rife
riti dal De-Boni in questo suo piuttosto romanzo-
storico, anziché sincero racconto degli avvenimenti
di que' tempi. Nel tracciare questa storia mette
costantemente il torto dal lato dei cattolici, e non
ha che parole di lode sotto ogni rispetto, pei Val
desi. Non risparmia apologie , e non omette pa
negirici in favore de' suoi protetti, come per con
verso non ha che sensi di biasimo, di accuse, di
amari rimproveri rispetto ai cattolici. Né è mara
viglia trattandosi di un incredulo deista, lo scopo
del quale è di rendere odiosa la cattolica reli
gione che ha in uggia, come quella che altamente
riprova e condanna la sua miscredenza.
/ Dall'indole di questo scrittore si può avere un
saggio dello spirito che lo informa ; affermazioni
gratuite, racconti esagerati, fatti alterati riempiono
le pagine di quest'opuscolo ostile quant'altro mai
alla Chiesa cattolica. Non è però un' apologia di
questa ignobil setta Valdese , ma unicamente un
nuovo attacco al cristianesimo, al quale è somma
mente avverso il nostro autore, il quale, come ab-
biam veduto, fa professione aperta d'incredulità ,
e di deismo. Dal che impariamo quali sieno gli
alleati e difensori di cotesti nuovi pretesi evange
235
liei , che ora agognano ad invadere l' Italia per
farla Barbetta, ovvero protestante, qualor fosse pos
sibile. Se non che questa è una vera utopia , la
quale non mai potrà aver luogo, malgrado tutta la
protezione prodigata a questi grossolani settarii
del Governo subalpino. Il De-Boni finì sua vita
senz'aver veduto il frutto de' suoi conati, come i
tanti altri simili cospiratori noi vedranno.
Ma di questo screditato autore sia detto abba
stanza. Noi frattanto proseguendo il nostro corso,
piglieremo ad esame altri opuscoli di minor conto
pubblicati in questi ultimi tempi, i quali forni
ranno l'argomento de' capi seguenti. Daremo prin
cipio dagli scritti polemici. Avvertiamo però che
a tenore dei medesimi ci fermeremo su ciascuno
di essi secondo la maggiore o minore importanza,
che essi presentano.

CAPO VI.
Di alcuni trattatela polemici dei Valdesi
risguardanti le cose Valdesi.

Abbiam premesso questo titolo al capo presente,


perché esso ha per oggetto non solo gli opuscoli
de' Valdesi , ma eziandio gli opuscoli avversi ai
Valdesi, emanati non già dai cattolici, ma da al
tri scrittori, i quali in Italia sorsero collo stesso
nome di Evangelici, o di liberi cristiani.
Il primo che ci si affaccia è l'opuscolo pubbli
cato in Pisa nel 1864 da certo P. De-Michelis sotto
il titolo: Intorno air'opera di un Valdese in Italia.
236
A ben intendere il contenuto di questo libercolo
è a premettersi , che da parecchi anni sorse in
Italia quasi emola della Valdese un' altra setta sotto
il titolo, come ora è di uso, d'Evangelici, ovvero
di Cristiani liberi. Il Geymonat piccato di questo
ardire , si tolse il còmpito d' impugnarla con un
libretto da lui intitolato: Intorno aW'opera di Dio
in Italia per il professore Paolo Geymonat, mini
stro della Chiesa Evangelica italiana in Firenze.
Fu allora che certo De-Michelis arse di nobil ira,
e gli oppose il sovraccennato opuscolo. Da esso
noi ricaveremo preziose confessioni intorno alla
setta Valdese , perché non sospette , come prove
nienti da nemici acerrimi de' cattolici.
In quest'opuscolo pertanto fin dalla introduzione
si vanno smascherando i Valdesi, qua] merce stra
niera traforatasi in Italia, quai menzogneri, quali
stipendiati dalle sette protestanti per corrompere
la fede degl' Italiani, e così va dicendo, come me
glio si svolge nel corpo dell'opuscolo stesso , di
viso in due parti cui già ci accingiamo ad ana
lizzare.
Dopo di avere nel primo paragrafo della parte
prima quasi asceticamente discorso intorno alle
Chiese libere contro l' impugnatore di esse Paolo
Geymonat, e confortato non meno colla Sacra Scrit
tura , che coli' autorità e sentenze tratte ( chi il
crederebbe?) da Confucio e da Maometto il suo as
sunto, passa al paragrafo secondo. In esso si dif
fonde il De-Michelis in respingere energicamente
l'accusa del suo avversario intorno al numero de
gli addetti alla Chiesa libera d'Italia, e ciò fa col
237
ritorcere l'argomento rispetto al non maggior nu
mero delle congregazioni Valdesi per modo , che
superino quelle della Chiesa libera. Scorrendo a
tal fine le città di Torino , di Pisa , di San Pier
d'Arena, di Milano, di Brescia, ma principalmente
di Genova. « Ove pastori si mangiavano in ricchi
appartamenti grosse somme di danaro senza om
bra di frutto. » Fa toccar con mano la meschi
nità e le pappolate de' Valdesi. Lo stesso avviene
nel resto d'Italia , aggiungendosi, che questi me
desimi Valdesi « offrono di sé il più misero spet
tacolo, confessando al mondo, che perfino la pietà
nelle parochie loro era morta. » Per tal guisa
queste due eretiche fazioni vanno scoprendo al pub
blico le proprie miserie col poco o niun frutto
della loro agitazione e col tanto arrabbattarsi col
meschinissimo numero dei proprii spregevoli ade
renti.
Or qui non posso tralasciare il tratto seguente,
che leggesi a pag. 13 nel quale in questa forma
il De-Michelis rimprovera ai Valdesi il poco o niun
frutto della loro evangelizzazione. « E voi, o Valdesi,
eosa avete fatto ? Lo so : un magnifico tempio con
annessi e connessi, il tutto coII'oro-scopo scozzese,
inglese, ed americano ; ma quanti italiani avevate
voi intorno al vostro Pastore, che godeva di un
lauto stipendio ? In Àsti gl' Italiani hanno fatto
nulla.... E voi o Valdesi cosa avete fatto? Siete
fuggiti per sotterrare quel talento, che per gl'Italiani
poteva recar frutto. In Alessandria... Voi Valdesi
eosa avete fatto ? Siete fuggiti innanzi alla ricolta.
In Pisa... Voi Valdesi che avete fatto? 0 Valdesi,
238
Valdesi. » E così di seguito colesti miserabili si
vanno scoprendo i loro fallimenti in modo da far
pietà.
Per ciò poi che si attiene alla seconda parte di
questo meschino opuscolo divisa in tre paragrafi,
non vi è nulla che meriti l'altenzion nostra. Con
sistono questi nei reciproci rimproveri, che si vanno
dando intorno al loro insegnamento, intorno alle
loro adunanze, intorno al ministero loro con un
ridicolo misticismo, e coll'allegazione di testi bi
blici tolti a dritto ed a rovescio alla scapestrata
senza nulla conchiudere. Quindi crediam che ba
sti al nostro scopo quanto abbiam riferito , spe
cialmente rispetto alle ingenue confessioni delle
rispettive loro miserie. E questi miserabili han da
aversi in conto d'illuminatori d'Italia, e maestri
d'Israele ?
Passando pertanto ad altro opuscolo, ci convien
dire alcunché dei Brevi cenni sui Valdesi, Torino
1863 di pagine 29. Egli è questo il parto di un
mediocrissimo ingegno, e di un fanatico tutto preso
della pretesa purezza Valdese. Nulla ha di nuovo;
non fa che ripetere le solite strofe de' suoi cor-
religionarii, senza aggiugnervi cosa alcuna di ri
lievo. Non vi ha altro a notarsi in questo scritto
volgare, che la fanatica pretensione dell' essere i
Valdesi i soli che abbiano in ogni tempo profes
sato il vero cristianesimo, e la ferma fiducia che
l'Italia fra breve sarà tutta Valdese. Giova a sag
gio di quanto affermiamo recare a verbo le parole
di questo fanatico ed ignorante scrittore: « Non
si sono essi (i Valdesi), scrive egli, sviati mai dal
239
puro e sublime cristianesimo, e nell' Orbe sono i
soli , i quali non avendo traviato mai , possono
giustamente venire celebrati come una Chiesa a-
postolica purissima; per cui senza interruzione e
rottura , si trasmise e si conservò fino a noi la
fiaccola sacra della verità (pag. 25). » Può fingersi .
maggiore ignoranza e più crassa di quella che in
questo scritto apparisce ? Ma di questo scioccarello
vero Valdese, basti.
Ma ecco, che di rincontro all'analizzato opusco-
letto , viene a proposito un altro opuscolo volto
dall'inglese, e pubblicato in Genova nel 1859 col
titolo : La Chiesa evangelica in Italia, di facciate
56. Questa Chiesa così detta Evangelica in Italia,
non è certo a confondersi colla chiesa Valdese.
Anzi è per così dire l'antagonista della setta Val
dese. E sebbene tutte queste ridicole fazioni chia
mate sette dai loro autori e promotori si accordino
all'unissono contro la Chiesa cattolica coll'oltrag-
giarla a tutto loro potere, pure sono tra di sé di
scordi e disgiunte nel loro essere. La Valdese è in
qualche modo organata con una classe di pastori
o ministri aventi sotto di sé i loro addetti e di
pendenti, laddove la evangelica è al tutto scevra
di clero, e di condottieri. Vi ha una divisione ri-
cisa tra l'una e 1' altra fazione. È divisa quest'o
peretta in otto capitoli, nel primo de' quali si dà
una nozione di ciò che intendesi per Chiesa ita
liana, e nei tre seguenti trattasi della libertà re
ligiosa, del modo di procedere nella sua pratica,
e si dichiara aperto non voler punto sapere della
classe de' preti, e di ogni altro che si arroghi un

y
qualche potere. Nel quinto, non solo s'intacca la
Chiesa cattolica sotto il nome di romanismo -, ma
eziandio s'impugna la setta Valdese ; ciò che pur
si prosiegue nel capo seguente; nel capitolo set
timo si discorre intorno alle scuole evangeliche in
Italia, e dei varii comitati evangelici in parecchie
città d'Italia. Per ultimo si conchiude rispetto alla
missione italiana; ed alla proposta di formare un
nuovo comitato, e dei modi di agire. Al surrife
rito tien dietro un' appendice intorno al papismo
ed alla rivoluzione.
Data per tal guisa l'idea generale di questa pro
duzione; noi tralasciando il resto, ci tratterremo
di preferenza alle cose che toccano più da vicino
i Valdesi. Nel capo V si comincia dal fare avver
tire lo scarso numero de' Valdesi, che in Nizza si adu
nano nel loro tempio. L'autore testimone oculare af
ferma , che non più di ventidue persone si adu
nano al servizio religioso in Domenica, delle quali
cinque erano viaggiatori inglesi, ed otto o dieci
Valdesi e non più che otto o dieci italiani ,
ossia della setta italiana. In Genova ed in Torino
è parimente assai scarso il numero de' Valdesi ,
minore di quello degl'italiani. Nelle piccole città
il numero de' Valdesi è o nullo, o insignificante.
Prosiegue a scrivere il medesimo autore* come
i Valdesi, non ostante la scarsa lor messe di pro
seliti, pur concepirono la fiducia di propagare per
tutta Italia la lor setta sino a renderla intieramente
Valdese. A questo fine fecero essi un appello al
l'Inghilterra, alla Scozia, alla Svizzera, all'Olanda,
ed agli Stati Uniti di America per ottenere sussi
241
dii pecuniarii. Si proposero di ergere grandi e co
modi luoghi per eseguirvi il culto con iscuole e
spedali a Torino , a Genova , a Pinerolo , ed in
Nizza ; e preparare evangelisti in varie parti della
Sardegna. Negli ultimi dieci anni tutto questo fu
fatto. Circa dodici mila lire sterline sono state spese
in Torino, e da 2,000 a 6,000 sterline sono state
erogate, o sono in corso di esserlo in ciascuno de
gli altri luoghi.
Quindi prosiegue a riferire le varie fasi delle
due sette Valdese ed italiana, senza essersi potute
giammai tra sé congiungere, lavorando ognora cia
scuna in procacciare proseliti per sé. Per un oc
chio filosofico, e molto più per un occhio cristiano,
non è questo uno spettacolo da muovere a pietà?
E questo potrà denominarsi opera di Dio? Mise
rabili ! Ma proseguiamo ad analizzare il nostro au
tore. Passa egli poscia nel capo VI a dimostrare,
non essere i Valdesi italiani , ma sibbene di ori
gine francesi, e per più secoli appena conosciuti
in Italia. Afferma inoltre, che non mai i Valdesi
perverranno ad evangelizzare l'Italia col trarla a
sé. Tutto il resto non contiene alcunché d' inte
ressante, trattandosi unicamente delle scambievoli
relazioni e divergenze tra il partito Valdese ed il
partito italiano , e dei mezzi della loro propaga
zione. Nella conclusione si finisce con dire : Abo
lite la gerarchia cattolica e tutto sarà salvo ; come
se tale abolizione fosse un giuoco da fanciullo. Né
più occorre d'intrattenerci intorno al presente o-
puscolo.
D'altro genere è il lavoro riprodotto in Torino
242
nel 1858 inscritto: Compendio di controversie tra
la parola di Dìo e la Teologia romana. Esso è più
compatto, comprendendo coll'indice pag. 239, ed
è una versione dal francese, scritta dal Delincourt.
Affin di porgere alla conoscenza del lettore l'idea
di quest'opera dai Valdesi cotanto pregiata, sebbene
non fatta per essi, ma per gli Ugonotti, porremo
sott' occhio come in quadro sinottico il contenuto
della medesima, non che il metodo costantemente
in essa seguito.
Or per quanto spetta al contenuto, esso abbraccia
universalmente i punti dottrinali controversi tra
l'insegnamento cattolico , e 1' insegnamento della
così detta chiesa riformata, ossia del calvinismo.
Rispetto poi al metodo, esso è del pari costante
mente uniforme, e consiste in una perpetua anti
tesi o raffronto tra le parole o testi biblici e la
dottrina cattolica, qual si espone precipuamente
nelle controversie del Bellarmino. Non è a dire ,
come quest'autore neh' affastellare le citazioni bi
bliche le tolga nel suo privato senso, e con ma
nifesta violenza faccia dire alla Scrittura quello che
essa non dice, e talvolta a ritroso di quello, che
nella medesima contiensi. A saggio, dico a saggio
poiché troppo sarebbe il voler percorrere i sin
goli articoli ; ne recherò uno soltanto accompa
gnandolo di analisi, onde ognuno possa di per sé-
conoscere di quanta levatura sia l'autore, sebbene
dal traduttore si magnificili questo lavoro , come
un non plus ultra in cosifatta materia, e dai cat
tolici o celato o distrutto pel danno o scapito che
loro ne sarebbe provenuto dalla sua diffusione.
243
Ci fermiamo pertanto nel primo articolo, che è
del seguente tenore: « La Teologia Romana inse
gna esser falso , che Dio abbia ordinato agli Apo
stoli di scrivere : ma che essi hanno scritto solo per
occasione (Bellarmino, De Verbo Dei lib. iv, cap.
3, § 9 e cap. 4, §§ 8, 9, 10, 11) ».
Ascoltiamo la parola di Dio. 1. « Alcuna pro
fezia della Scrittura non è di particolare interpre
tazione; perciocché la profezia non fu già recata
per volontà umana , ma i santi uomini di Dio
hanno parlato, essendo sospinti dallo Spirito Santo
(2 di Pietro i, 20, 21). »
L'apostolo s. Pietro asserendo la s. Scrittura non
essere stata recata per volontà umana, smentisce
il Bellarmino, che asserisce il contrario : e dicendo
che i santi uomini hanno parlato essendo sospinti,
o come traduce il Martini ispirati dallo Spirita
Santo, è in contraddizione aperta coi dottori ro
mani, che vogliono gli Apostoli avere scritto non
per ordine divino, ma condotti dalla circostanza.
2. « Tutta la Scrittura è divinamente ispirata
(2, Tim. in, 16). »
È falso dunque, che gli Evangelisti e gli Apostoli scri
vessero di proprio impulso, e spinti dalle circostanze.
3. « Lo Spirito del Signore ha parlato per me
e la sua parola è stata sopra la mia lingua
(2, Samuel xxm, 2, ovvero secondo la volgata
2 dei Re xxiv, 2). t>
Quello che in questo luogo è detto, di David è
detto in molti altri luoghi degli altri scrittori de'
libri santi. Ecco alcuni passi che dimostrano l'or
dine espresso che ebbero da Dio di scrivere.
244
4. « Il Signore disse a Mosè : Scrivi queste cose
per ricordanza nel libro (Esod. xvi, 14). »
5. « Il Signore disse a Mosè... Ora dunque scri
vetevi questo cantico , ed insegnatelo ai figliuoli
d'Israel, mettendolo loro in bocca : Acciocché que
sto cantico mi sia per testimonio contro ai figliuoli
d'Israel (Deut. xxxi, 19). »
6. « Ed il Signore mi disse , prenditi un gran
ruotolo , e scrivi sopra esso con stile d' uomo
-(Isaia vili, 1). »
7. « Ora vieni , scrivi questo davanti a loro
sopra una tavola , e descrivilo in un libro , ac
ciocché resti nel tempo avvenire in perpetuo
(Isaia xxx, 8). »
8. « Il Signore mi rispose, e disse: Scrivi la
visione , e distendila chiaramente sopra delle ta
vole , acciocché si possa leggere speditamente
(Habac. n, 2). »
9. « Scrivi dunque le cose, che tu hai vedute,
e quelle che sono , e quelle che saranno da ora
innanzi (Apoc. i, 9). »
Per abbreviare sopra una cosa così chiara, basti
osservare, che nel solo libro dell'Apocalisse è ri
petuto per ben sette volte l'ordine di scrivere.
E qui termina l'articolo 1, nel quale facendo uso
delle concordanze il nostro autore ha raccozzati
tutti i testi nei quali occorre il verbo scrivere. Ora
ci convien far l'analisi del medesimo articolo. Move
più a riso che a pietà tutto questo sfodero di te
sti, senza che pur uno, non dirò, provi, ma che
tampoco tocchi l'assunto dal nostro protestante pro
postosi. Proviamoci a dimostrarlo.
245
L'assunto è di dimostrare contro il Bellarmino,
esser falso , che Dio abbia ordinato agli Apostoli
di scrivere, ma che essi hanno scritto solo per oc
casione. Or bene per confutare il Bellarmino, si
sarebbe dovuto recare un qualche testo col quale
si provasse l'ordine dato da Dio , ossia dal divin
Salvatore, perché gli Apostoli scrivessero. Ma un
testo cosifatto non si trova in verun luogo; dun
que s'ebbe ragione il Bellarmino nell'affermare che
Dio non ha dato verun ordine agli Apostoli di scri
vere. Di più, si sarebbe dovuto recare almeno un
testo equivalente o tacito od implicito ; ma né pur
questo si è potuto rinvenire dal nostro egregio au
tore, perchè neanco un tal testo esiste. E si noti
che trattandosi di libri del Nuovo Testamento, si
sarebbe dovuto a prova dell'assunto apportare un
qualche brano, che riguardasse appunto il Nuovo
testamento ; ma per infortunio ne pur tanto si è
potuto fare.
I passi, che recansi dal Calvinista tutti parlano
de' libri dell'Antico Testamento, e niuno fa al pro
posito ; ripassiamoli brevemente.
II primo è tolto da s. Pietro al luogo citato.
« Alcuna profezia della Scrittura, ecc. » Ma chi
non vede queste parole riferirsi ai libri del Vec
chio Testamento, e che però nulla provano rispetto
agli scrittori del Testamento Nuovo ? Tanto è stu
pido cotesto autore, che di ciò non si avvide!
Il secondo è « Tutta la Scrittura è divinamente
ispirata (2, Tim. m, 16). » Or questo passo ha per
solo oggetto le scritture, del patto antico ; poscia-
ché, una buona parte almeno del Tastamento Nuova
246
non era ancora stata scritta allorché l'Apostolo di
resse questa sua Epistola a Timoteo, e di più, parla
l'Apostolo di quelle scritture medesime delle quali
-allo stesso Timoteo scrisse, che egli conosceva fin
dall'infanzia, le quali per fermo non erano quelle
del Nuovo Testamento, poiché esse non erano per
anco scritte. Arrogi che nelle dette parole non si
dice quali fossero quelle Scritture, né di quai li
bri si componessero.
Gli altri sei testi spettano tutti al Testamento an
tico, tolti dal secondo libro dei Re, dal Pentateuco,
da Isaia, da Abacuc, e di più nulla han che fare
coll'argomento di che si tratta, giacché non vi si
tratta di tutta la Scrittura, né se ne può dedurre
per nulla, che sia falso che Dio non abbia ordinato
agli Apostoli di scrivere, come disse il Bellarmino.
Rimane l'ultimo testo, che si reca dall'Apoca
lisse, ove leggesi: « Scrivi dunque le cose , che
tu hai vedute , e quelle che saranno da ora in
nanzi. » Ma queste parole non riguardano che la
sola Apocalisse, e precisamente le visioni delle quali
fu degnato s. Giovanni, le quali gli vien ordinato
di comunicare ai vescovi delle sette Chiese; quindi
non toccano per nulla quanto scrisse il Bellarmino,
cioè che il divin Salvatore non ordinasse agli Apo
stoli di scrivere, come è verissimo; né il contrario
si prova con tutto l'affastellamento dei testi arre
cati con tanto apparato dal nostro autore , come
abbiam visto.
Tanto è meschino questo gigante di cui si fece
tanto scalpore dai protestanti-Valdesi. Ebbene dello
«tesso tenore son tutti gli altri articoli del Com
247
pendio di controversie, come ognuno che il voglia,
potrà di per se stesso convincersene col farne l'a
nalisi. A noi basta questo saggio per non allun
garci senza ragione. Tutto questo libercolo non è
che una miserabile rapsodia, che non merita di te
nerne conto.
Fra gli altri opuscoli di qualche consistenza pub
blicati dai Valdesi, vi ha l'Addio al Papa di Gio.
Giacomo Maurette già curato di Sella (Arrège), e
del quale si è fatta la terza edizione torinese nel
1860 in nostra favella. Nella prefazione al lettore
si dà quest'opuscolo come un trionfo del protestan
tesimo sul cattolicismo. Se ne loda il dettato, e se
ne fanno i più pomposi elogi. Tutto bene; ma gli
editori si sono dimenticati di aggiungere ciò che
era più importante ; o meglio , hanno maliziosa
mente taciuto quanto a questo lavoro toglie tutto
il suo valore, e tutto il credito. L'omissione è ma
liziosa e discopre e mette a nudo tutta la mala
fede di questi miserabili. E quale è mai questa ma
liziosa omissione ? È la formale ritrattazione offi
ciale fattane dal medesimo autore. Egli nell'ama
rezza del suo cuore, e tocco dal più profondo dolore
disdice e ritratta quanto aveva scritto in questo
suo opuscolo di 104 facciate. « Lo detesta siccome
falso, e quale aberramento in lui prodotto da una
bassa passione. » In esso dichiara, che in buona fede
credeva alla unione de' protestanti; ma che appena
entrato a farne parte, si avvide delle profonde dis-
senzioni e divisioni che regnano presso di essi. Per
il che tocco dalla divina grazia ritornò al grembo
della sua madre, la Chiesa cattolica, col chieder
248
perdono dello scandalo per lui dato, protestando
di volere in essa Chiesa vivere e morire (1). Dopo
ciò non è egli un' impudenza inqualificabile il ri
produrre l'opuscolo Maurette senza lare un cenno
di questa sua formale e pubblica ritrattazione? Non
è egli questa una prova senza replica della costoro
malizia, o mala fede?
Ma egli è vano il cercar buona fede presso co
loro , che peccano per malizia, né ad altro ago
gnano che trarre altri in inganno per aver com
pagni nella lor ribellione contro la Chiesa di Gesù
Cristo. Ci asterremo dalla confutazione di quest'o
puscolo, perché cosa inutile dopo che con formale
ritrattazione fu dal suo stesso autore ripudiato.

CAPO VII.
Di altri minori trattatelli pubblicati dai Valdesi.

Dopo l'analisi per noi fatta dei trattatelli di qual


che consistenza in questi ultimi anni pubblicati in
Italia dai Valdesi per difendere o propagare la pro
pria setta, ci rimane a percorrere brevemente quello
sciame di trattatelli che a guisa di locuste infes
tarono la cattolica Italia. Noi non ci lusinghiamo
di tutti percorrerli, perché sebbene ne abbiam fatta
copiosa raccolta, siam ben lontani dal presumere
di tutti conoscerli. Questo però non nuoce al no
stro assunto, sia perché son tutti dello stesso va
lore, cioè nulli, come parti d'uomini rozzi ed igno-
(1) Nel' Univers, e negli altri giornali cattolici di Francia.
249
ranti , sia perché nella massima loro parte sono
negletti, e già omai al tutto periti. Dal saggio che
ne daremo qualsivoglia uomo assennato potrà di
per se stesso formarsi un giusto concetto di tutti
gli altri foggiati sul medesimo stampo.
I. Percorrendoli pertanto alla rinfusa come ci
verranno alle mani, il primo di cotai trattatelli ,
che ci si offerì è quello, che ha per titolo: Con
fessione di un paolotto, di pag. 16. Non è altro che
una maligna scempiaggine fatta a carico della ca
ritatevole società di s. Vincenzo de Paoli, fondata
dal celebre Ozanam, affine di provvedere alla in
digenza di povere famiglie vergognose. È quest'o-
puscoletto senza stile, senza garbo, al tutto plebeo,
e plebeo della infima classe. Non valendo i Val
desi a far opera di carità, cercano almeno d'im
pedire che altri le facciano, mettendo in derisione
quelli che se ne occupano.
II. La Messa da poveri, ovvero una' freccia nel
cuore del papismo. Firenze, 1864, di circa 24 pa
gine. Anche questo libricciatolo altro non è che
un romanzo grossolano, plebeo, falsario. Vi s'in
segna la pretta dottrina calvinistica col negarsi la
efficacia del Battesimo , e la real presenza nella
Eucaristia. S'inculca la inutilità delle buone opere
per salvarsi, e per racchiudere il tutto in poco,
non è quest' opuscoletto se non se una misera rap
sodia delle solite nenie e fanfaluche degli eretici
ed increduli moderni privo di spirito e di sale ,
cioè insipido.
HI. La parola di passo. Trattato per militari,
Firenze, 1861, di pagine 31. Questo pure è un ro-
/ Valddi. il
250
manzetto protestante inteso a persuadere l'eresia,
che la sola fede giustifica senza le buone opere.
Non vi si fa altro, che rabberciare le volgari fan
faluche circa la niuna necessità del bene operare
pel conseguimento della eterna salute. Il resto non
è che di ornamento per ben condurre il romanzo,
ed invogliare i militari ad intraprendere questa
via assai comoda per salvarsi.
IV. La Vergine Maria della Bibbia, e la Vergine
Maria della Chiesa Romana. Firenze 1865, di pa
gine 15. Egli è questo un arido sunto dei passi
nei quali si fa nei Vangeli menzione della Vergine
beatissima. Scarnato però di ogni pia riflessione,
e solo intento a deprimere l'alto concetto che ogni
cristiano dovrebbe a giusta ragione formarsi di
Colei cui Dio scelse a Madre del Figliuolo suo
vero Dio e vero uomo, e per conseguenza alla più
eccelsa dignità , che possa concepirsi in semplice
creatura. Ma è noto come gli eretici soffrano di
certa Mariofobia , per cui sono come per istinto
avversi alla gran Madre di Dio.
V. Affine al precedente pel medesimo soggetto
è 1' altro opuscolo Valdese , che porta in fronte :
Il ritratto di Maria nel cielo, delineato dietro i dati
attinti nella sacra Scrittura , di pag. 22 , Torino
1857. Può dirsi questo trattatello cugino germano
del precedente per la empietà ed irriverenza verso
la gran Madre di Dio alla quale, giova ripeterlo,
par proprio che i Valdesi moderni, come tutti gli
altri eretici abbiano un' avversione istintiva. Non
è questo lavoro che un romanzo indegno, e capo
d'opera di malizia protestantica. Senza grazia di
251
stile è produzione tutta propria essa pure di un
Valdese grossolano.
VI. Come potrò io sapere, che i miei peccati mi
sieno perdonati, e che sono salvato? Senza data di
luogo e di tempo, forse perché trattasi di un'opera
di gran mole, cioè di pagine 7 compreso il fron
tispizio. Non contiensi in essa che la esposizione
del domma favorito degli eretici moderni, dell'ot
tener la eterna salute per mezzo della sola fede
senza le opere. Tema, come ognun vede, al tutto
nuovo e pellegrino pei protestanti.
VII. Le sentenze di Gesù. Nizza 1855. Anche que
sta è un' opera assai voluminosa , vale a dire di
pagine 12 tutto compreso. In esso non vi s'inculca,
che la giustificazione ed il conseguimento della e-
terna salute per la sola fede. Tema nuovo ! È forse
questo il domma più gradito per la nuova riforma
ed al quale sopra ogni altro tengonsi forti tutte le
generazioni di eretici degli ultimi tempi.
Vili. L'uomo quale esso è e quale può essere. Fi
renze 1866 di pagine 14. Anche in quest' opusco-
letto s'inculca il domma comodo ed assai gradito
dei calvinisti della sola fede giustificante senza le
opere. Anche qui giova pur ripeterlo, è questo un
tema nuovo. Che meschinità ! Come non vergognarsi
dall'inculcare un così rovinoso principio, ora omai
abbandonato dai moderni protestanti, ed impugnato
con tanta gagliardìa da quanti contansi razionali
sti? E pure questi retrogradi non si saziano di
riprodurlo fino alla nausea, dimentichi eziandio del
buon senso. Ma tiriamo innanzi.
IX. Perchè vi proibisce il vostro parroco di leg
252
gere la Bibbia! Torino 1861, opera anche questa
di gran mole, cioè di 12 pagine. Egli è questo un
insulso libricciattolo, che poggia sul falso. 11 par
roco non proibisce ai suoi parrochiani se non la
infedele ed alterata versione del Diodati. La ver
sione cattolica del Martini è anzi dal pontefice
Pio VI appositamente raccomandata ai fedeli indi
stintamente. Le molteplici edizioni in ogni formato
fattesene in Italia ne sono una prova irrepugna
bile. Laonde tutto l'opuscoletto poggia sul falso.
X. Gesù e Gesuita di N. Roussel. Firenze, 1865,
di pagine 16. Sono per verità i Gesuiti una spina
troppo pungente negli occhi di tutti gli eretici, e
di tutti gl'increduli ! Non è questo opuscoletto, che
un lurido ammasso di viete calunnie e falsità de
crepite come Cucco ; ma sempre rinnovellate pel fa
stidio che provano tutti i mal pensanti al solo nome
di Gesuita. A questo proposito non posso tralasciare
la sensata osservazione del Visconte de Bonald, ed
è, che forse non tutti i buoni sono amici de' Ge
suiti, o perché non li trattano o perché non li
conoscono; ma quel che è certo si è .che tutti i
malvagi ed increduli sono loro nemici.
XI. Gourt résumé du célèbre Traite sur le Bien
nali de la mori de Jesus Christ pour les chrétiens
par Aonio Paleario publié en italien en 1545, Ve-
rey, 1855. Anche questo non è , che una esposi
zione della dottrina Luterano-Calvinistica della sola
fede giustificante. Basti osservare con quanta istanza
i protestanti di tutti i colori insistano su questo
comodo articolo.
XII. La Bibbia ed il peccatore. È un foglio vo
253
lante di quattro pagine. Anche l'autore di questo
scrittarello è tutto inteso con un accozzamento di
testi biblici a persuadere l'accarezzato articolo della
sola fede giustificante. Si sbraccia questo grande
autore a provare che la sola fede vale per la sal
vazione. E però metteremo anche questo fogliarello
a far buona compagnia agli altri suoi fratelli in
torno a questo gradito argomento.
XIII. Alcune verità della Scrittura di pagine 16,
versione dall' inglese. Non contiene quest'opusco-
letto, come il foglio precedente, se non se una ca
tena di testi biblici intorno a Dio , alla Incarna
zione e Redenzione, ed alla Chiesa. Rispetto a questo
ultimo punto è minutissimo in affastellare testi so
pra testi , e solo si dimenticò del testo classico
Mat. xvi, 16: Tu sei Pietro, e su questa pietra io
edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non
prevarranno contro di lei. E ciò forse perché non
era opportuno allo scopo dell'autore ; or questa è
la ragione per cui noi glielo abbiamo ricordato.
XIV. Il motto popolare : non si deve cambiar di
religione, ma conservare la religione del padre, e
la risposta di Gesù Cristo. Firenze, 1863, di pagine
14. Ella è cosa in vero sorprendente, che ora la
setta microscopica de' Valdesi applichi ai cattolici
una massima la quale fin qui costituì la tessera
dei protestanti, i quali affin d'impedire la diser
zione dei loro addetti, onde non passassero al campo
cattolico, ossia all'unica vera Chiesa, avean sem
pre sulle labbra, che non è da uomo onesto il mu
tar di religione, ora con un volta faccia repen
tino pretenderebbero tutto l'opposto. Qualora un
254
cattolico si facesse valdese o protestante sarebbe
cosa onesta, ma se un Valdese divenisse cattolico,
allora essi fan rivivere la massima opposta , che
cioè non è da uomo onesto il mutar di religione.
Ecco due pesi e due misure. Lo scrittore di que-
st'opuscoletto è tutto inteso in persuadere ai cat
tolici , che non è poi gran male , ed anzi è un
bene per un cattolico il rendersi barbetto o pro
testante. Ma il fa con sì mal garbo, che muove a
pietà. Nel resto vi corre una differenza sostanziale
tra chi abbandona il cattolicismo per rendersi Val
dese o protestante, e di chi da protestante o bar
betto si fa cattolico. E di vero il cattolico, che si
rende barbetto abbandona quella religione o quella
Chiesa, che in retta linea da Cristo e dagli Apo
stoli vien fino a noi per far passaggio ad una setta
particolare la quale in dato tempo si staccò dalla
religione o Chiesa divinamente instituita per se
guire un novatore che si sviò per formare una setta
a parte, come han fattogli eretici di tutti i tempi.
Per 4' opposto chi di protestante o barbetto viene
alla Chiesa cattolica fa ritorno alla Chiesa la quale
cort orribile delitto i suoi maggiori hanno abban
donata. Laonde la differenza che corre tra il pro
testante che si fa cattolico, o del cattolico che si
fa protestante è immensa ; l'uno passa dalla notte
al giorno, e l'altro per converso passa dal giorno
alla notte, dalla luce alle tenebre... Così è, non
convien lusingarsi.
XV. Che cosa sia l'uomo ecc. È una raccolta a-
scetica di buone massime. 1 pensieri in generale
nulla hanno in sé di riprovevole; ma son questi
255
costantemente foggiati sul tipo protestante della
sola fede giustificante, senza mai far motto di con
trizione, di necessità di opere buone pel conse
guimento della eterna salute. Ella è questa una
raccolta da pietista.
XVI. Sul culto e sul ministero nello spirito. Let
tere cinque senza data dal luogo ove sia stato stam
pato. È questo un libretto di 48 pagine, senza nome
dell'autore, tranne le lettere iniziali W. T. pub
blicato nel 1860. Pare lavoro di un Quaquero. Sono
in esse a notarsi le seguenti parole, che leggonsi
alla pag. 35 dalle quali possiam formarci un' idea
di taluni predicatori nelle costoro assemblee: « Qual
che volta, dicesi, sono rimasto dolentissimo nel sen
tire certi spropositi, e certi imbrogli perfino nella
stessa preghiera fra le tre persone nella Deità (sic).
Un fratello ha cominciato col supplicare il padre,
ed ha continuato a parlare, come se fosse lui (sic),
che morì e resuscitò, oppure, pregando Gesù, l'ha
ringraziato di aver mandato nel mondo il suo U-
nigenito figliuolo. Si può ben domandare. È.pos
sibile che questo fratello sia stato condotto dallo
Spirito Santo a preghiere come queste ? Certo è,
che tutti quelli, che conducono il «culto de' santi
(cioè de' fedeli), debbono avere il giudizio sano
e retto per evitare tali confusioni e spropo
siti. »
A tutti questi opuscoli ne aggiungeremo alcuni
altri i quali recheranno luce intorno allo stato at
tuale de' Valdesi, ed alle loro interne dissensioni,
e sono i seguenti.
XVII. In lingua francese. Della nomina libera

s
256
dei pastori in seno alle Chiese Valdesi (1) di un
anonimo. Torino 1863. È diviso quest'opuscolo in
tre capi compresi in pagine 40. In esso cercasi di
dimostrare, che tra i Valdesi debbano esservi chiesa
e non una chiesa ; che la elezione dei pastori spetta
a ciascuna chiesa particolare, e che queste chiese
debbono essere indipendenti. Altrimenti s' istitui
rebbe un episcopato, ciò che si oppone all'indole
ed alla natura della professione Valdese.
XVIII. Un altro opuscolo iscritto parimenti in lin
gua francese è di T. T. Parendier pubblicato in Pi-
nerolo nel 1854 sotto il titolo: Breve compendio
della storia de' Valdesi ad uso delle famiglie e delle
scuole (2). Noi ci contenteremo di rilevare alcuni
errori madornali, che in quest'operetta si conten
gono. E prima , secondo questo autore, la popo
lazione protestante o valdese delle tre valli , cioè
di Perosa, di San Martino, e di Luserna, le quali
comprendono tutti i paesi Valdesi , è di 22 mila
circa; e quella dei cattolici è di soli 6 mila; ciò
che rispetto ai cattolici è falso, come a suo luogo
dimostrammo. Si appalesa questo autore in più capi
senza critica, come allorché pretende esservi stati
Valdesi prima . di Valdo , ed assegna alla Noble
Leycon l'anno 1200, non che ad altre simili produ
zioni, tutte assai più recenti come abbiamo a suo
luogo dimostrato. Così pure è favoloso nel riferire

(1) De la libre nomination des pasteurs, au sein des é-


glises Vaudoises.
(2) Court abrégé de l'histoirc des Vaudois d l'usage des
familles et des ècoles.
257
l'esistenza di una confessione di fede Valdese nel
4200. Tralascio quanto lo stesso vuol dare ad in
tendere delle stragi esagerate de' Valdesi fatte in
diverse epoche. Ci piace conchiudere col riferire
il vivo desiderio, di questo fanatico di far Valdese
o protestante tutta l'Italia.
Ecco le parole sue voltate in nostra favella. « Come
popolo e come Chiesa noi abbiamo a lavorare alla
più bella pagina ed alla più difficile della nostra
storia. Noi dobbiam conservare , e far fruttificare
il prezioso tesoro di fede, di speranza e di carità
che i padri nostri ci hanno legati o trasmessi al
prezzo del loro sangue Il mondo cristiano ci
osserva, e ci anima colla condizione che la nostra
condotta metta in evidenza il vero del Vangelo, e
l'eccellenza della follìa di Cristo.
« L'Italia ci aspetta , e chiede alla Chiesa no
stra un rimedio capace di guarire i mali dei quali
il gesuitismo l'ha colpita. Non inganniamo mai né
il nostro Dio, né i nostri fratelli, né l'Italia.
« Atteniamoci invariabilmente alla divisa dei no
stri antenati, e della Bibbia. La luce risplende nelle
tenebre, e noi ne speriamo un luogo glorioso nella
storia della Chiesa cristiana, ed in quella della nostra
bella ed infelice Italia.
« Avvenimenti sgraziati vengono a turbare l'o
pera della evangelizzazione da circa ormai quattro
anni nella nostra capitale ed altrove. Chi non vede,
che noi abbiam più che mai bisogno di collegarci
di unirci, di aiutarci, ecc. ? »
Fin qui questo campione della setta ; e con esso
poniam fine ai cenni analitici di questi trattateli!
258
spettanti ai Valdesi, venuteci alle mani. So che ve
ne sono parecchi altri che io non potei avere, ma
certamente tutti dello stesso valore. Frattanto que
sti brevi cenni bastano a far conoscere di quanta
levatura possono essere gli altri, che resterebbero
a registrare e ad esaminare, come quelli che son
formati sullo stesso tipo , cioè d' ignoranza e di
mala fede, per formarne un giusto giudizio, ezian
dio, come suol dirsi a priori. Restano a disami
narsi i costoro catechismi, come abbiam di sopra
accennato, ciò che farò nel seguente capo.

CAPO Vili.
Dei Catechismi Valdesi e della loro liturgia.

Parecchi sono i catechismi in uso presso i Val


desi, altri adottati da Ginevra, ed altri dalla Francia,
cioè dagli Ugonotti ; altri finalmente in questi ul
timi tempi furono razzolati dai Valdesi stessi. Per
corriamo brevemente gli uni e gli altri per toglierne
un qualche saggio.
Daremo principio dal catechismo pubblicato in
Losanna nel 1836, ed ha per titolo: Compendio
della storia santa e del catechismo (1).
Nel percorrere il Compendio della storia santa ,
si osserva, che trattandosi del Divin Salvatore, e
dei suoi Apostoli, non vi ha un motto intorno al
fatto più solenne, qual è la fondazion della Chiesa.

(1) Abrégé de l'histoire sainte, et du catéchisme , pa. I. B.


Oeterwuld pasteur de l'église de Neufchatel. A Losanna 1836.
259
Forse per non dover dire, che ella è stata da Cri
sto fondata sopra s. Pietro. La stessa omissione si
trova nel catechismo alla sezione xiv in cui si parla
della Chiesa. Si escludono inoltre dalla Chiesa i
pubblici peccatori , negandosi essere i medesimi
veri membri della Chiesa di G. C, e vi s'insinua
essere la Chiesa invisibile. Nella sezione poi xxxn
si riduce l'Eucaristia ad una nuda figura del corpo
e del sangue di Gesù Cristo, escludendone la realtà.
Fin qui non si fa che professare il rigido calvi
nismo ; ma 1' incoerenza in questo catechismo si
manifesta in ciò, che si vuole accusare la Chiesa
cattolica per aver sottratto 1' uso del calice nella
comunione, durata, come ivi dicesi, per molti se
coli nella Chiesa, mentre per l'altra si nega la real
presenza professata in tutta la Chiesa per tutti i
secoli. Tralascio gli altri strambotti di questo ca
techismo adottato da una parte di Valdesi , che
fanno professione aperta di calvinismo.
Un altro catechismo adottato e testé ripubbli
cato da parecchi Valdesi è quello di Giacomo Sau-
rin ministro della Chiesa francese all'Haia e pub
blicato in Amsterdam e Lipsia nel 1778 intitolato:
Catechismo per l'istruzione della gioventù (1). An
che in questo catechismo si prendono di mira i
cattolici nella venerazione delle immagini, come una
idolatria (sezione vili); intorno alla Chiesa, poi egli
ce la dà come una società composta di soli giusti;
e nella domanda —• Che intendete voi di dire in un
articolo del simbolo degli Apostoli : Io credo la

(1) Catéchisme pour Vinstruction des Jeunes gens.


260
Chiesa e la comunione de' santi ? Rispondesi : « Io
voglio dire, che vi saran sempre sulla terra degli
uomini che saranno uniti pei legami della verità
e della virtù i> con che viene a significarsi , che
i cristiani non già per la professione della mede
sima fede , né per la partecipazione ai medesimi
Sacramenti, ma per la interna disposizione appar
tengono alla Chiesa, ed anzi la costituiscono. Ed
alla domanda seguente — Perché dite voi, che cre
dete in questa Chiesa e comunione de' santi , e
non che la vedete ? — Si risponde : « Egli è
perché ella non è sempre V'oggetto della nostra vi
sta. i> E così di seguito per tutta la sezione seconda
della terza parte. Nel resto tutto il catechismo non
è che di un pretto e puro calvinismo.
Ma egli è omai tempo, che veniamo alla disa
mina dei catechismi più recenti, e scritti in nostra
lingua per opera de' Valdesi in questi ultimi anni;
cioè dopo di aver conseguita la piena loro eman
cipazione.
Il primo che ci si presenta per data anteriore
è quello del Geymonat , intitolato : Dottrina cri
stiana ad uso di catechismo per gli evangelici. To
rino, 1855. Opera degna del professore di teologia,
del quale già abbiamo apprezzato il valore in una
sua opera più innanzi analizzata, ed al quale ha
stretti i panni addosso l'egregio capuccino, il pa
dre Cherubino da Seravozza con due sensati opu
scoli pubblicati in Firenze. Di questi l'uno ha per
titolo : / Papi e gli Evangelici antichi e moderni;
l'altro col quale più direttamente investe il Gey
monat e lo sconfigge, è inscritto : La setta Valdese
261
e la Chiesa cattolica col quale si risponde alla Di
fesa della dottrina evangelica fattane dal professore
di teologia Valdese in Firenze.
Ma venendo al Geymonat, il catechismo qui so
pra enunciato, non è che una meschina rapsodia
di altri catechismi calvinisti, dei quali egli racco
glie il sugo. Lasciando le pappolate della prefa
zione , veniam tosto al catechismo , sul quale ci
staremo paghi di fare alcuni appunti. E prima sono
le inesattezze.
Trovo alla pag. 19 ove si riferisce la catastrofe
dell'universale Diluvio che oltre a Noè, ed alla sua
famiglia furono salvate nell'Arca sette paia di ogni
sorta di animali puri,. ossia mondi, come ha il
sacro testo ; degli animali immondi dei quali si
conservò una coppia, ne pure un motto. Così alla
pag. 25 si parla dell'albero della conoscenza, quando
dovevasi dire della scienza; imperocché la scienza
è un abito, la conoscenza denota l'atto. Tanto più
che la Scrittura servesi dei nomi di Scienza del
bene e del male. Un professore di teologia avrebbe
dovuto avvertirlo. Alla pag. 45 si domanda — Quale
autorità potrà esservi nelle Chiese del Signore? —
Ora il Signore non ha mai parlato di Chiese, ma
costantemente di Chiesa , perché di Chiese del
Signore non avvene che una sola, ed è proprio
quella , che egli medesimo ha fondata sopra
s. Pietro.
Se non che queste ed altre simili inesattezze,
che si sarebbero dovute sfuggire da un professore
di teologia, sono di poco rilievo, qualor si raffron
tino cogli strafalcioni de' quali il Geymonat ha
262
riempiuta quella sua Dottrina Cristiana. Percor
riamoli brevemente :
1° Sia quel che trovasi alla pag. 26 ove si ac
cusa la Chiesa Romana, perché ella tolse una parte
del secondo comandamento (mentre avrebbe dovuto
dire del primo) , cioè di non adorare falsi Dei e
le loro immagini o effigie ; perché secondo il Gey
monat, la Chiesa col suo culto lo trasgredisce. Ma
quelle parole delle immagini di falsi Dei non han
che fare colla venerazione delle immagini della
B. Vergine e de' Santi, come fino alla evidenza si
dimostra dalla teologia cattolica. Pur tuttavia egli
ribadisce questo chiodo alla pag. 39. Ciò che è un
voler illudere sé e gli altri.
2° Alla pag. 31 si definisce la profezia La di
chiarazione di un fatto anteriore al suo compimento.
Or ella è questa una definizione non solo imper
fetta, ma falsa; poiché secondo essa tutte le pre
dizioni degli astronomi sarebbero altrettante pro
fezie. Lo stesso dicasi delle predizioni dei politici
e simili. Tale definizione non contiene tutto e il
solo definito; sì perché non vi si fa menzione della
predizione degli atti liberi , cioè che dipendono
dalla libera deliberazione di uno o più individui,
e sì perché essa non esclude la previsione od il
predicimento di una cosa , che si potrebbe cono
scere nelle sue cause seconde. Come mai un pro
fessore di teologia non ha veduto quello, che si
conosce da uno scolaretto ? Ma convien che ci ri
cordiamo , che trattasi di un professore Valdese.
3° Alla pag. 42 trattandosi dell'abuso, che si
potrebbe fare della legge ceremoniale, si risponde :
263
« Se ne farebbe abuso serbando di una casta sa
cerdotale, innalzando altari, facendo sacrifizii, at
tribuendo particolare ed esagerata importanza a
templi, a luoghi sacri, stabilendo feste obbligato
rie, forme assolute di culto. » Con che l'egregio
catechista mostra di parlare di ciò che ignora. E
primo dov' è cotesta casta ? Forse che i preti si
generano gli uni dagli altri, come nella legge an
tica, per appartenere ad una casta ? In quanto ai
templi, non si arrabbattono gli evangelici per in
nalzare ovunque il possano col soccorso ezian
dio delle nazioni straniere? Le feste nella Chiesa
cattolica sono state istituite per onorare la memo
ria di qualche segnalato beneficio da Dio impar
tito alla sua Chiesa ed a tutto il genere umano,
come sono la Natività del Signor Nostro , la Ri
surrezione, la Pentecoste, l'Ascensione, e così va
dasi discorrendo, non che dei grandi eroi del cri
stianesimo, che l' hanno propagato , stabilito , ed
illustrato col loro sangue , colle loro dottrine , e
colla loro virtù.
4° Pag. 44. Alla domanda: « Non ha Cristo sta
bilito un Apostolo principe, suo rappresentante e
vicario , per dar vigore alla sua legge ?» Si ri
sponde negativamente, e ciò contro le esplicite pa
role del divin Salvatore tanto presso s. Matteo al
capo XVI quanto presso s. Giovanni al capo XXI.
Or questi dovran dirsi i seguaci del Vangelo, men
tre ne negano le apertissime testimonianze in esso
contenute? Ritorna il nostro catechista a ribadir
questo chiodo alla pag. 83 dove afferma, che san
Pietro stesso a Cristo solo riconosce il titolo di
264
Sommo Pastore. Ebbene a chi legge il testo dallo
stesso addotto I. Petr. n, 25 e v, 24, tosto si fa
manifesta la falsità di quanto questo sedicente pro
fessore afferma.
5° Pag. 55. Si domanda : « Come definireste la
religione cristiana ?» Si risponde : « La religione
della grazia di Dio in Gesù Cristo nostro reden
tore. » Come ognun vede, è questa una definizione
che compete alla Chiesa invisibile, e che di più
si adatta a tutte le sette, ciascuna delle quali se
la può appropriare, cominciando dai Gnostici fino
ai Mormoni.
6° Pag. 61 . Si chiede : « Non è la fede un prin
cipio contrario alla ragione ? i> Rispondesi : « Con
traria sarebbe la fede, qualora l'intendessimo come
la Chiesa romana , che la fa consistere di prefe
renza nella ignoranza, e nella docilità verso uo
mini, ecc. » Vedi l'orgoglio superlativo di questo
professore, seguace di uno sciame d'ignoranti pari
suoi. L'affibbiare la taccia d'ignoranza ad un nu
mero inesprimibile d'uomini dottissimi sotto ogni
rispetto, passa veramente lutti i segni.
7° Pag. 80. Proponesi la questione : « Qual è
la Chiesa cattolica? » e si risolve in questi ter
mini : « È quella appunto , che è composta delle
varie chiese particolari, o almeno de' veri cristiani
che sono nelle medesime disseminati in Gesù Cri
sto. » Per modo, che Ariani, Nestoriani, Eutichiani,
Pelagiani, Protestanti, Sociniani, Barbetti, Quac
queri, ecc. ecc. , costituiscono la Chiesa cattolica
fondata da G. C. Può fingersi stravaganza peggiore
di questa ?
265
Basti questo saggio degli enormi strafalcioni dis
seminati in questa dottrina; ché troppo più ne re
sterebbero a notare. Frattanto di qua ognuno, che
abbia senno conchiuda quanta ignoranza domini
in questa ignorantissima setta Valdese, mentre tanta
ne mostra, chi si professa maestro in Israele e mae
stro in teologia.
Oltre al catechismo del Geymonat due altri as
sai più brevi pervennero alle mie mani , pubbli
cati amendue in Torino nell'anno stesso 1860. Di
verso però è lo scopo di amendue, mentre nell'uno
si presentano i motivi principali per cui dai cri
stiani evangelici, cioè dagli eretici Valdesi, si pro
testa contro le dottrine e le pratiche della Chiesa
romana, ed è polemico; l'altro ha per titolo : Ca
techismo della Chiesa evangelica Valdese ad uso dei
catecumeni di detta chiesa, ed è didascalico.
Mi spaccierò con poche osservazioni dell'uno e
dell' altro , non meritando speciale esame , come
quelli che non contengono che le dottrine volgari
della setta.
Cominciamo dal primo , che porta in fronte il
titolo di Catechismo protestante , ossia esposto dei
principali motivi per cui dai cristiani evangelici si
protesta, ecc. Si apre l'arringo in questo catechi
smo colla seguente domanda : Che significa la pa
rola protestante*! Alla quale segue la risposta: « Uno
che protesta contro le false dottrine e pratiche dell'a
postata Chiesa di Roma. » Quindi si progredisce:
« La Chiesa di Roma è essa la Chiesa cattolica ?
No, si risponde, perché essa ha aggiunte dottrine
corrotte , come articoli di fede , all' antico Credo
; Valiteli. is
266
Niceno ; perché cattolico significa universale , ed
ella è solamente una Chiesa particolare, come si
gnifica la parola : Roma o Romana. » Lasciamo
l'equivoco di Roma o romana, per cui si può si
gnificare la Chiesa particolare o la diocesi di Roma,
e l'unione di tutte le Chiese del mondo che sono
in comunicazione colla Chiesa romana, come real
mente < si toglie nel linguaggio comune. Ma che
dire di quel giudizio ex cathedra in bocca di un
protestante intorno all'aggiunta delle dottrine cor
rotte che nella Chiesa professansi, delle quali i pro
stanti costituisconsi giudici supremi ?
In seguito di ciò, sotto il titolo di Regola di fede,
ti schicchera venti ragioni per protestare contro
la Chiesa romana. Ragioni tutte tolte dalle diver
genze vigenti tra l'insegnamento cattolico, e l'in*
segnamento protestante. Or queste non in altro
consistono fuorché negli errori della setta, i quali
da tutti i controversisti già più volle furono con
futati : ché nulla di nuovo sanno produrre questi
grossolani Valdesi. Quindi a noi basta l'averle ac
cennate queste venti ragioni senza consumare inu
tilmente il tempo intorno alle medesime.
Di diverso genere è l'altro opuscolo pubblicato
in Torino nel medesimo anno, che ha per titolo:
Catechismo della Chiesa evangelica come più innanzi
si è riferito. Non è questo catechismo che una fi
latessa, o tessuto delle dottrine calvinistiche circa
la Chiesa degli eletti ed invisibile ; circa la sola
fede giustificante per le promesse ; circa la inuti
lità delle buone opere pel conseguimento della sa
lute ; circa la imputazione esterna della giustizia di
267
Gesù Cristo, ed altrettali articoli intorno al mini
stero de' loro pastori laici, ed all'assoluta neces
sità del leggere la Bibbia. Ossia altro non contiene,
che la esposizione della più cruda dottrina prote
stante e calvinistica, come si è detto.
Affine poi di dare una qualche apparenza di ve
rità alle cose esposte, ad ogni capo di dottrina si
aggiungono per giustificarla testi relativi tratti dalla
Bibbia , e come ben si suppone, intesi a proprio
modo , adattandoli al preconcetto insegnamento.
Tal è il tessuto di questo libercoletto, né più né
meno. Laonde noi nonv' insisteremo sopra, per non
fare sciupo inutile del tempo.
Dopo ciò, non più rimane, che dare un cenno
tìitorno alla costoro liturgia.
I Valdesi per lungo tratto di tempo , com' essi
medesimi il confessano, non ebbero liturgia pro
pria, ma si servivano promiscuamente or dell'una
or dell'altra nei loro diversi ceti delle diverse chiese,
com' essi le appellano, riformate della Svizzera. E
questo fino a che per decreto di un loro sinodo
si stabili, che per avere una certa conformità nel
servizio divino se ne raffazzonasse una da servire
a comune uso specialmente pei Valdesi delle valli.
Di fatto venne questa compilata nel 1842 ed è stata
estesa in lingua francese (da questi che vantansi
essere italiani); sotto quésto titolo : La liturgia Val
dese, o il modo di celebrare il servizio divino, come
ella è stabilita nella Chiesa Evangelica delle valli
del Piemonte per ordine del Sinodo. Losanna 1842.
Questa così detta liturgia non consiste, che in
una raccolta di preghiere da recitarsi tanto in pub-'
268
blico quanto in privato nei diversi tempi, e ricor
renze di solennità e giorni festivi. Lo stesso dicasi
della ricorrenza dei digiuni, dei sermoni, dell'am
ministrazione de' sacramenti , cioè del Battesimo
e della Cena, del Matrimonio , non che della in
stallazione e consecrazioneal santo ministero. Come
pure rispetto all'assistenza degl'infermi, ed in ispe-
cial modo dei moribondi, e della sepoltura. A que
ste si aggiungono le preghiere da recitarsi non
solo nelle domeniche, ma eziandio nei giorni fe
riali, tanto per la mattina, quanto per la sera.
In tutto questo apparato nulla si dice di parti
colare per ciò che concerne la Chiesa romana.
Laonde basterà questa succinta esposizione di tal
liturgia , senza doverci ulteriormente intrattenere
intorno alla medesima.

CAPO IX.
Dell'Amico di casa Valdese.

11 capo lavoro della letteratura Valdese è un Al


manacco. Questa è la loro produzione più celebre
in Italia. Sarebbe adunque incompleto l'esame che
abbiam fatto della costoro letteratura, se non par
lassimo di questo loro Almanacco. L'Amico di casa
che è il mezzo forse più universale del loro pro
selitismo , tentando di entrare come amico nelle
case cattoliche e di propinare dì per dì il loro ve
leno inserendo nel loro Almanacco ogni sorta di
articoletti contro la dottrina, il culto, le pratiche
e i santi della Chiesa cattolica. Per mala ventura
2'69
di questo Amico di casa, è stato esso ben presto
smascherato, e appunto col titolo di Amico di casa
smascherato si pubblica ogni anno in un almanacco
Cattolico una confutazione dell'almanacco Valdese;
la quale confutazione per altro si fa eziandio da
parecchi eccellenti cattolici scrittori con felice suc
cesso. Sebbene non tengan dietro ai singoli arti
coli, come si pratica in quello di cui parliamo.
Or poiché mi trovo avere alle mani la collezione
dell'Amico di casa e dell' Amico di casa smasche
rato, per esilarare non poco i lettori, darò qui un
saggio degli errori , e degli strafalcioni del falso
amico Valdese che è si vergognosamente smasche
rato dall'almanacco cattolico.
E prima d' innoltrarci nei penetrali di questo
portentoso lavoro facciamo osservare, come cote
sti rozzi compilatori non hanno tampoco il merito
di aver essi inventato il titolo di questo loro Alma
nacco. L'hanno copiato da un almanacco francese,
e se lo son fatto suo, dandosi il merito di averlo
essi per la prima volta trovato.
Dopo il titolo vien l'indirizzo Ai lettori, il quale
è costantemente il medesimo, mutate poche frasi
di niun rilievo, poiché scarsi sono cotesti compi
latori d'idee. Tre sono gli elementi dei quali si
compone questa lor prefazioncella ; cioè l'esultanza
pel nuovo almanacco che viene a luce ; una ipo
crita protesta per la verità ; e per ultimo una in
vettiva contro i preti, col qual nome comprendesi
tutta la gerarchia ecclesiastica. Qui cominciano e
qui finiscono in sostanza con perfetta monotonia
tutte e singole le lor prefazioni.
270
Se non che nell'ultimo Almanacco del 1871 vi
ha qualche varietà per aver dovuto compiangere
la morte dell' apostata Desanctis principale esten
sore degl'insulsi articoli di cotesto almanacco, come
essi medesimi l'affermano. Per la qual confessione
veniamo a viemmeglio apprezzare il valore e la mali
zia di questo infelice apostata, tanto audace quanto
ignorante. Ma dei preliminari sia detto abbastanza.
Addentrandoci ora nell'esame dell'opera stessa,
premetteremo alcune osservazioni generali, e po
scia daremo un saggio di alcuni articoli onde fare
apprezzare il valore e la profonda scienza critica
degli estensori di questo capolavoro Valdese.
E per primo lasciando anco da un lato la gret
tezza dello stile e gli errori di lingua che in que
sta produzione campeggiano , noteremo come
cotesti estensori percorrendo il campo dell' agio
logia e della storia ecclesiastica si arrestano ovun
que lor paia di trovare un qualche appiglio per
iscreditare il culto, e la pratica vigente nella cat
tolica Chiesa. E posciaché essi ne pur sono da tanto
di per sé a trovare in che ridire , ricorrono ad
autori protestanti de' tempi andati per raccogliere
quanto in essi trovano a poter carpire e mettere
in derisione quanto ad essi non attalenta. Si ap
pigliano a quante leggende trovano nell'oscuro pe
riodo del medio evo a preferenza, per farne sog
getto di derisione e di beffe. Se non che in tale
discussione ed esame essendo stati prevenuti dai
dotti cattolici , non è mai che di questi facciali
menzione per attribuire a sé la gloriosa scoperta
di qualche spurio documento.
274
Ma questo è poco; il peggio è che dove non tro
vano il modo di carpire le storie sincere, le sfi
gurano coi loro sciocchi commenti con sì mal garbo,
che muovono a pietà. Non vi ha verun articolo in
cui non piglino granchi a secco, e grossolani come
essi sono, scambiano il vero col falso, ed il falso
col vero per guisa da formarne un tutto senza capo e
senza coda. Egli è un vero divertimento il per
correre le costoro scempiaggini che con tanta se
rietà , e gravità catoniana ti sciorinano quai ri
trovati di nuovo conio.
Arroge che a tutto questo fanno seguire per con
clusione una grave sentenza tolta per lo più da
qualche testo biblico, più di una volta tolto a ri
troso del vero senso genuino, ovvero con qualche
sentenza che nulla ha che fare colle premesse. Tal
è l'andamento costante di questo insulso lavoro del
quale menano sì grande scalpore.
Se non che a compimento vi aggiungono i com
pilatori di molti racconti o finti , o alterati per
raggiungere il loro scopo di rendere odiosa la
Chiesa cattolica contro la quale si struggono di
odio inveterato e secolare.
Tale è l' idea genuina di questa peregrina pro
duzione, intesa ad abbattere, qualor fosse possibile,
nella nostra bella penisola il vero cristianesimo.
Inviliamo i cattolici lettori a farne la prova col
raffronto degli articoli singoli di questo insulso al
manacco coll' Amico di casa smascherato, al quale
i Valdesi non han mai potuto replicare. Veggendo
essi di non potere a ciò cimentarsi , se ne pas
sano con un frizzo ingegnoso facendo le mostre
2^2
di non addarsene, e seguono imperterriti il loro
cammino , non ostante la vergogna che loro ne
torna. Direni noi che questi uomini sieno di buona
fede, e non sieno anzi volontarii ingannatori ? Oh
la probità Valdese !
Ma è tempo omai che dal generale scendiamo ai
particolari e proviamo col fatto la verità di quanto
si è fin qui detto. E posciaché troppo lungo sa
rebbe il percorrere per singolo la serie di dician
nove anni dacché questa inetta produzione venne
alla luce, ci ristringeremo per darne un saggio agli
ultimi due anni. Da questo breve periodo si po
trà da ognuno che il voglia , formare un retto
giudizio di tutti gli anni preteriti , essendo indi
stintamente quanti finora uscirono a luce questi
almanacchi dello stesso pregio e valore. Faremo
scelta di alcuni soltanto di cosifatti articoli per non
esser di tedio soverchio ai leggitori.
Cominciamo dall'articolo, V Epifania che contiensi
nell'Almanacco Valdese del 1870. La censura che
si fa ai cattolici è 1' ammettere che essi fanno
Magi quai re, ed in numero di tre; ma ben si
fiaccò loro dall' Amico smascheralo Y ardire della
censura colla sana critica svolgendo 1' origine d
tal tradizione, e del conto che se ne deve tenere
Quello però che è superlativamente ridicolo in co
testo loro articolo è il pretendere che i nomi di
Gaspare e Melchior sian nomi tedeschi ; lascio le
altre scempiaggini degne tutte di questi dotti Val
desi ben rilevate dall'almanacco cattolico.
Della stessa sagacità e tenore son gli altri ar
ticoli che vengono appresso, come quello di sant'I
273
gnazio martire nel quale V Amico dopo di aver a
suo capriccio negato contro la testimonianza espli
cita degli atti genuini del martirio l'esistenza delle
reliquie del santo, da erudito com'è, sciorina, che
secondo i cattolici un corpo del santo era adorato
in Antiochia, un altro a Roma, ed un terzo fu re
galato da Innocenzo II a s. Bernardo ; che di più
conosconsi dello stesso santo sei teste , mentre è
noto che le reliquie del s. Martire, come si ha da
gli Atti furono trasportate in Antiochia, e riposte
fuori della porta Dufnitica, e poscia nella invasione
di detta città pei Saraceni, furono riportate in Roma
e collocate nella chiesa di s. Clemente, ove tuttora
si conservano. Le sei teste poi van di conserva
colla testa dell' estensore di questo articolo nella
supposizione che l' abbia. Dico nella supposizione
che l'abbia, cioè la formale, la quale mostra aperto
di non avere.
Potrei seguitare a dilungo nel noverare ad una
ad una le scempiaggini delle quali è colmo e ri
bocca questo sciocco almanacco, ma oltreché riu
scirebbe stucchevole perché da capo a fondo , è
tutto dello stesso calibro, cioè zeppo d'ignoranza
grossolana e di malizia , non farei che una rac
colta Ài scipitezze; quindi passo all'almanacco del
corrente anno 1871 , il quale è fratello germano
del precedente, come degli altri tutti.
Tralasciando i primi articoli nei quali si parla
alla scapestrata della statistica delle diverse chiese,
(cioè dell'unica vera e delle spurie) non che del
Concilio, mi terrò pago qui pure di dare un sag
gio intorno a due articoli, cioè a quello della In
274
venzione della Croce che cade in maggio, ed a quello
di s. Teresa che si celebra in ottobre.
L' Amico pertanto, non ostante l'autorità irrefra
gabile di gravissimi autori contemporanei Eusebio,
Sozomeno, Sulpicio Severo, s. Cirillo Gerosolimitano
ed altri, che ne attestano l'Invenzione della santa
Croce fatta per Elena madre del gran Costantino,
con tutte le più minute circostanze, V Amico pre
tende nulla meno, che le tre croci scavate sul Cal
vario fosser croci de1 briganti. Questo veramente
passa ogni segno. Una croce di briganti avrà dun
que operato il prodigio della guarigione repentina
operata al contatto della medesima, come la rife
riscono gli stessi autori? Che dire dei monumenti
innalzati in memoria della stessa invenzione ? Che
delle reliquie della medesima croce sparse per tutto
il mondo ? Ecco qual è la sana critica di cotesti
Valdesi almanacchisti.
Veniamo a s. Teresa. Qui ancora gli svarioni so
lenni di cotesti ignoranti Valdesi ci si offrono ad
ogni piè sospinto. E da prima salta agli occhi quel
confondere che essi fanno il Ribera scrittore clas
sico della vita di questa Santa col Ribadeneira coe
taneo della medesima e della quale ei punto mai
non parlò. Trattano di un amante della santa, che
non mai esistette. Riferiscono che fin dal 1615 si
veneravano Le reliquie di s. Teresa dai Carmeli
tani di Roma, e dagli spagnuoli, mentre è notorio
che la santa non venne canonizzata se non nel 1621
da Gregorio XV, ed il suo sepolcro non fu aperto
che nel 1730 , e ciò via dicendo. Tralascio ben
più altre fanfaluche delle quali ribocca questo
275
articolo per non abusarmi della pazienza del
lettore.
Or questi articoli così di volo toccati ponno a-
versi in saggio del rimanente ; posciaché tutta la
serie di questi almanacchi è dello stesso tenore.
Senza lingua, senza critica, senza buon senso; colmi
di grossolanità volgari e che ti dipingono la roz
zezza de' loro compilatori, non che la loro igno
ranza e mala fede. Tralascio dall' osservare che più
di una volta ripetonsi gli stessi articoli , ma di
guisa che l'uno si trova in contraddizione coll'allro.
Affinché poi possano spacciare queste luride lor
produzioni, le mettono al pubblico quattro mesi
prima del nuovo anno, divulgandoli fin dal mese
di settembre in anticipazione. Vanno inoltre buc
cinando i costoro compilatori lo spaccio del loro
almanacco fino a doverne duplicare 1' edizione t
mentre è notorio che li spandono pei casolari di
campagna a chi li vuole e a chi non li vuole, pei
vagoni delle ferrovie e così di seguito. Ed oltrac
ciò rilevasi esser falso questo prodigioso spaccio ,
mentre essi medesimi confessano averne tuttora de
positi, ed in Roma sui banchetti si trovano tut
tora vendibili nel mese di maggio gli almanacchi
dell'anno decorso, e del presente.
E ciò basti per dare un' idea di questa rozza
setta , la quale se cotanto ignorante si appalesa
in questo lor capolavoro, qual è l'Amico di casa,
ognun può agevolmente inferirne a quale altezza
di sapere si trovino questi alpigiani scesi ad am
maestrare l'Italia 'sul massimo degli affari, qual è
quello della religione a salvamento delle anime.
276

CAPO X.
Della pretesa probità de' Valdesi.

Una delle arti adoperate dai Valdesi per dare


credito alla propria fazione è quella di magnifi
care la probità, l'onestà, ed ogni altra virtù della
lor setta. Quanto di vero siavi in tal pretensione
lo esamineremo nel decorso di questo capo. Trat-
tanto faremo osservare, che tale fu costantemente
il vezzo degli antichi e dei moderni eretici o sci
smatici, i quali separaronsi a diverse epoche dalla
Chiesa madre, cioè dalla Chiesa cattolica. Cosi a
mo' d' esempio adoperarono tra gli antichi i No-
vaziani, i Donatisti, e gli stessi sozzissimi Manichei;
e tra i moderni si segnalarono per questa parte
i Novatori del xvi secolo , i quali per ciò stesso
tolsero la denominazione di Evangelici o di Ri
formati.
Niuna meraviglia pertanto, se anco i Valdesi a-
spirino alla medesima purezza e santità di costumi.
Ma ben presto si sono avveduti i popoli, che queste
non eran quelle pecore che s'infingevano con un'ap
parente modestia e regolarità, ma erano in realtà
veri lupi coperti colla pelle di agnelli.
Le prove di quest' affermazione son molte. Ne
accenneremo alcune alla rinfusa come verranno
alla penna. La prima, che è senza replica, e con-
chiudentissima è il favore, che a questi apostoli di
nuovo conio prestano tutti i settari massonici, che
277
li fomentano, che li blandiscono, e loro son pro
dighi di soccorsi e di difesa. Ben lungi dal mover
loro guerra, come fanno ai cattolici, anzi li pro
teggono, li difendono in pubblico ed in privato,
e perfin nelle Camere. Se insorge una contesta
zione tra i cattolici , e questi così detti Valdesi ,
non è mai che il torto si dia ad essi, ma costan
temente si rovescia sopra i cattolici. Abbiam già
veduto come siasi strepitato in pubblica Camera
alla proposta di un Deputato del ragguagliare i
Valdesi ai cattolici intorno ai beni ed entrate della
Tavola , e loro amministrazione ; e ciò non una
volta sola. Ai settari debbono unirsi gl' increduli
di ogni colore, i quali tutti all' unisono favoreg
giano questi evangelici a tutto loro potere. Chè al
tro dunque possono essere costoro, se non se lupi
in veste di agnelli, dai seUarii di ogni colore ben
conosciuti ?
Una seconda prova ce la somministra il carat
tere di tutti gli apostati dal cattolicismo, che pro
fessano questo nuovo Vangelo. Non è mai che al
cuno passi dalla Chiesa cattolica a qualche setta
per farsi migliore, ciò che fu già osservato e pro
vato rispetto ai protestanti in generale, ma costan
temente per vivere più liberamente, ed anzi licen
ziosamente. E di vero lasciando i secolari, i quali
per lo più si fanno evangelici o protestanti in vi
sta di qualche temporale vantaggio, quanti preti e
quanti frati lasciano la propria credenza e la lor
professione per abbracciare o professare quella di
qualche setta , tutti , sì tutti senza eccezione eia
fanno in vista di sacrileghe nozze. Tali furono e
278
sono i Desanctis , i Perez , i Gavazzi, i Pantaleo,
ed ogni altro di tal fatta, i quali riescono lo scan
dalo de' paesi tra i quali si trovano. Questi poi
sono i più attivi in far proselitismo. Questi i mae
stri della vantata probità.
Una terza prova ce ne porge l'abolizione della
confessione non solo, ma di ogni altra pratica di
mortificazione e di penitenza , di spirito di ora
zione e di pietà , le quali cose sono pei Barbetti
nomi barbari dei quali non conoscono tampoco il
significato. Non appena taluni sciagurati passano
a far parte di cotesti evangelici Valdesi, perdono
di un tratto ogni traccia di spirito per darsi a vi
vere liberamente alla mondana, dimentichi perfino
di ogni dovere cristiano. Si appagano di una co-
tal foggia di probità e di onestà naturale, la quale
è, almeno esteriormente, comune agli increduli ed
ai razionalisti, senza darsi veruna sollecitudine di
esser davvero religiosi e cristiani. Che se nel giorno
del Signore (che così essi amano denominar la do
menica per non confondersi coi cattolici) sogliono
radunarsi in una sala, che chiamano Tempio, per
esercitarvi il culto ; questo non è che un gettare
un po' di polvere su gli occhi di chi non vede
oltre la superficie. Nel resto dopo l'alternante re
cita, o meglio, monotona cantilena di alcuni salmi
in lingua volgare; dopo aver ascoltato o proferito
un soporifero sermone , qualor non sia una vio
lenta diatriba contro gli odiati papisti, e di aver
presa la loro cena consistente in un pezzo di pane,
ed in una libazione di vino, si chiudono le porte
del tempio ermeticamente , per più non riaprirsi
279
che nella domenica seguente. Qui comincia equi
finisce tutto il culto protestante, che né scende al
cuore, né santifica lo spirito, né avviva la mente.
Quindi si potrà avere una certa probità naturale,
e non altro, ma quanto alla vera santità cristiana,
egli è troppo manifesto , che non si accorda con
tali pratiche e con tal culto, che questi lupi in ve
ste d'agnello vorrebbero introdurre nell' ovile di
Cristo.
Un' altra prova la togliamo dai mezzi del loro
proselitismo, che sono una continua mentita a quella
probità che tanto vantano a parole. Tali sono il
detrarre al clero, coli' accusarlo di ambizione, di
interesse, di venalità ; il calunniare la morale con
dotta, il deprimerlo in faccia al popolo , sotto la
comune denominazione di preti come la più vile
ciurmaglia, comprendendo sotto questo nome tutto
il ceto ecclesiastico, cioè chierici , sacerdoti , ve
scovi, cardinali e Papa. Altro non han costoro sulle
livide loro labbra, e sotto le loro penne , che il
nome di prete per ischerno. Se però qualche scia
gurato prete o religioso passa tra le loro file, al
lora , sì allora soltanto, questa vii feccia per una
maravigliosa metamorfosi in un batter d'occhio di
venta uomo sommo, dotto ed impareggiabile. Vec
chio vezzo già notato da Tertulliano fin dagl'inizii
del terzo secolo dell'era cristiana (1). Eppure fin
ché gli ecclesiastici di ogni grado rimangonsi fe-

(1) De praescript. haeres. : cap. xli, dove tra le altre cose


scrive : « Nusquam facilius proficitur, quam in castris re-
bellium, ubi ipsum esse Ulte promereri est.
280
deli a Dio ed al sacro loro ministero, alla Chiesa,
ai loro doveri son ciurma vile da non tenersene
conto; addivenuti Barbetti, in un batter di ciglio
sono come per incanto mutati in tanti mostri di
sapienza e di probità.
Un'altra prova della costoro pretesa probità tolta
parimente dai mezzi del loro proselitismo si ha nel
commercio obbrobrioso delle coscienze. Imperoc
ché ella è cosa notoria e da loro medesimi con
fessata, che essi spendono ogni anno ingenti somme
per trarre alla setta quanti più possono fra i tanti
miserabili, oziosi , malcontenti , ossia dell' ultima
feccia delle città e dei contadi. A tal fine si mandano
loro dall' Inghilterra, e dalle altre società bibliche
che ne dipendono non solo Bibbie falsate , non
solo un nugolo di trattatela per dispensarli ai loro
addetti (1); ma inoltre quantità di danaro con cui

(1) A questo proposito leggesi neh" egregio periodico II


Divin Salvatore 2 marzo 1871 quanto segue : « Nel pome
riggio del 24 scorso usciva dal monastero il paroco di
s. Paolo fuori le mura. Vedesi innanzi un crocchio di sol
dati, contadini e monelli con dei libretti in mano, e posto
subito in sospetto di ciò che era in realtà, si fece loro presso,
e domandò onde avessero quei libretti : E quella signora,
n'ebbe tosto in risposta ; ma il rivolgersi del curato e lo
sparire della donna indicata fu un punto solo. Allora il
buon curato diessi con belle ed acconce parole a persua
dere quei buoni uomini, che gli consegnassero que libracci,
i quali eran cattivi dannosi alle anime loro. Non ebbe a
durar fatica, che subito gli venner consegnati, meno qual
cuno, che meglio accorto li aveva già gittati e fatti a p.ez-
xetti. Entra con essi nella Basilica, e scorgendo là dentro
la gentildonna, le va pacatamente appresso e la raggiunge

%
281
possano allettare quei famelici , che pospongono
l'anima al corpo. Né solo ciò fanno per allettare
questi abietti infelici, ma inoltre per tenerseli av
vinti, sicché loro non isfuggano di mano. Quindi
si suol dispensare a ciascuno di essi una lira al
giorno per campare, ovvero una mezza lira, ed a
non pochi forniscono inoltre il vestito , e quanto
possa loro occorrere. Ella è questa cosa notoria ,
e da niuno negata.
Altre prove potremmo addurre della pretesi pro
bità di cotesti nuovi apostoli; ma le addotte sem
bra che bastino. Se dunque, il favore dei settari
massoni e degl' increduli è indizio di evangelica
probità ; se ne possono esser degni maestri gli a-
postati violatori dei voti ; se l'abolizione dei mezzi
più opportuni a mantener viva la pietà cristiana;
se il calunniare e il denigrare sistematicamente
tutto il clero cattolico; se il traffico delle coscienze,
e un turpe proselitismo colle allettative del danaro
sonante, se queste ed altrettali cose che accompa
gnano il proselitismo de' nuovi ministri evange
lici di ogni setta, e nominatamente dei Valdesi,
specialmente in questo ultimo scorcio di tempo

all'altare della Confessione. Quivi manifestandole con tutta


urbanità e dolcezza il suo dispiacere per averla veduta en
tro l'ambito della sua parochia distribuire quei pessimi li
bri : No, sono buoni, s'udì sclamare contro dalla Maestressa
Evangelica. Allora il Curato senz' altra risposta, prese uno
de' libri, lo appressò ad una lampada e lo abbruciò; mala
donna null'altro aspettando, diessi a fuggire sì precipitosa
mente, che parea che qualcuno le fosse sopra a percuoterla. »
E questo in Roma ! ! !
1 Vaiteli. »9
282
Iranno a battezzarsi col nome di onestà e probità,
per fermo non vi ha genia della più scelta pro
bità fornita quanto i Valdesi o Barbetti d' Italia.
Quanto poi qui abbiam detto della probità Val
dese deve intendersi precipuamente dei Barbi o
pastori, che costituiscono la parte attiva della setta;
posciaché per quanto si attiene al popolo in ge
nerale, ed agl'individui , non è a negarsi che di
non pochi vi furono e vi sono probi ed onesti fra
i Valdesi. Sarebbe un far torto non lieve a tanti
che si trovano avvolti, e tuttora il sono nella gran
massa, i quali per abitudine e per nascita profes
sarono e professano la falsa religione della setta
colpevole. Ben inteso che ciò è solo a dirsi de'
vecchi Barbetti nati e nutriti nel Valdismo, e non
già di quegl' infelici, i quali usciti dalla cattolica
Chiesa scelsero di far parte di questa falsa cre
denza o per seduzione o per malizia; ché di que
sti non vi ha che scusar li possa della più igno
miniosa perfidia. Rispetto ai primi convien lasciarli
al giudizio di Dio scrutatore de' cuori, come si fa
degli addetti a qualsivoglia altra setta protestante.
Egli è alieno dalla giustizia e bontà di Dio il con
dannare chi incolpevolmente trovasi fuori dell'u
nica vera Chiesa.
Ma guai a quelli, che dall'arca della salute si
gettano in aperto mare, essi faranno naufragio nella
fede e ne' costumi ; e non giungeranno al porto !
Guai a quelle stolte pecorelle, che lasciando i pa
scoli salutari della Chiesa di Gesù Cristo van dietro
a questi nuovi apostoli, che non sono né pastori,
né agnelli dell'ovile, ma lupi famelici di stragi e
283
ne fan scempio ! Quindi è che i veri pastori delle
anime, quali sono i vescovi, in questi ultimi anni
anche in Italia, dove prima non si conosceva altra
fede , che la cattolica , hanno levata la voce , ed
han messo in guardia i fedeli contro questi lupi
in veste di agnello , i quali sotto gli speciosi ti
toli di puro Vangelo, di Riforma, di probità ten
tano di sedurre gl'incauti.
A saggio di tante belle pastorali di vescovi ci
teremo un tratto di una recentissima pastorale che
si affa al nostro argomento pubblicata per la Qua
resima di quest'anno 1871 da Monsignor France
sco Gandolfi vescovo di Corneto e di Civitavecchia;
e noi colle sue parole termineremo questo capo.
« Esortiamo tutti i nostri Diocesani a stare in
guardia, ad invigilare attentamente su certi emis-
sarii protestanti, mandati dalle Società Bibliche, o
dalle altre diverse società sedicenti evangeliche nella
nostra Italia per agitare e conturbare la fede san
tissima che professiamo. Questi uomini avventu
rieri, sconosciuti, prezzolati, privi di vera scienza,
di probità, chiamati dal dottore Cahill in una let
tera che scriveva a lord Carlisle : rivoluzionari, ca
lunniatori, banda di cospiratori stranieri, di per
turbatori della pubblica pace , hanno imparato a
memoria due o tre testi della Sacra Scrittura
interpretati a loro modo per farli risuonare agli
orecchi degl'incauti, e rendere così sospette le loro
credenze e svegliare in fondo del cuore dubbi con
tro la religione. I circoli, ed ì caffè sono i rostri
di questi bravi predicatori. Si presentano a ven
dere e anche a regalare le Bibbie o tronche o
284
adulterate, e per ispirare fiducia, e facilmente se
durre e propagare gli errori , prendono le forme
ed il linguaggio di uomini pii, di carità, d'affetto,
di compassione per la salute delle anime vostre.
Egli è appunto da questa fina ipocrisia, da questa
affettazione di dolcezza e di carità che dovete
mettervi in guardia. Attenti, dice il Divin Reden
tore, attenti da questi falsi profeti, che vengono a
voi d'innanzi colla veste di pecorella innocente ,
ma che al di dentro sono veri lupi rapaci. Atten
dite a falsis prophetis , qui veniunt ad vos in ve-
stimentis ovium , intrinseci^ autem sunt lupi ra-
paces. »

CAPO XI.

Dell'avvenire de' Valdesi in Italia.

Gli è questo un problema di non difficile solu


zione dopo tutto ciò che abbiam detto nelle tre
parti del nostro lavoro dei Valdesi primitivi, me
diani e contemporanei. Non essendo 1' Italia un
suolo propizio alla eresia, questa non potrà giam
mai allignare per modo , che metta profonde ra
dici, e vi si appigli ; sarà mai sempre una pianta
esotica. Qualora le manchi la protezione ed il so
stegno del Governo, e l'alimento della pecunia stra
niera, essa andrà a poco a poco ad inaridire, senza
che le si usi violenza; e ciò per più ragioni de
dotte dall'indole stessa degl'Italiani, e della setta
Valdese. Percorriamole brevemente perché ognuno
con facilità ne rimanga convinto.
285
Tolgo la prima ragione dall' indole e dal buon
senso degl' Italiani , i quali se mai per isventura
deviassero dalla vera fede, sarebbero piuttosto in
chinevoli alla incredulità assoluta, che ad errori
parziali , e ciò logicamente , dappoiché abbando
nata una volta la dottrina della Chiesa cattolica,
non vi ha più ragione alcuna di professare un'er
rore piuttosto che un'altro. Questi errori, o dot
trine che vogliam dirle, sebben tra sé diverse, se
ne stanno tutte nella medesima linea ; ed è al tutto
indifferente l'appigliarsi ad una dottrina od errore
anziché ad un' altra. Né giova il dire, che ognuno
si forma il proprio convincimento, poiché questa
eosì detta convinzione , altro alla perfine non è ,
che una persuasione subbiettiva e mutabile senza
verun fondamento solido a cui si appoggi. Sic
come poi questa subbiettiva persuasione è varia,
quante son le sette, che si professano, o meglio,
quanti sono gl' individui , che a proprio modo se
la foggiano, si risolve in una mera opinione, che
cangia ad ogni mutar di vento, secondo che la
sperienza lo prova giornalmente. Di qui è che l'I
taliano se cessa sventuratamente di esser cattolico,
si decide piuttosto per un vago razionalismo senza
verità dommatiche, e senza fede di alcuna sorte,
ed è o cattolico, o incredulo, e però difficilmente
sarà tratto alla setta Valdese.
La seconda ragione la tolgo dall'avversione tra
dizionale, che gl'Italiani han mai sempre profes
sata contro questa dispregiata setta , ristretta tra
rozzi alpigiani sconosciuti a tutto il mondo, non
alimentati che dalla ignoranza e caparbietà seco
286
lare. Non la curaron giammai, né si brigarono del
suo credere e sentire, e solo allora si scossero, allor
ché si avvidero, che questo pugno di settarii cercò
di stanziarsi nelle Calabrie, dalle quali appena co
nosciuti ben presto vennero espulsi , e furon re
pressi allorché agognarono di oltrepassare i con
fini loro assegnati tra le valli loro primitive, come
altrove dicemmo. Nel resto sempre gli ebbero in
uggia quali ignoranti ed ostinati, e da non tenerne
conto in materia di religione. In conseguenza di
un cosifatto concetto, non sarà mai che gl'Italiani
possano far lega con cotesti oscuri settari, e molto
meno professarne le dottrine.
La terza ragione la somministrano agi' Italiani
cotesti alpigiani sempre mai incostanti nel loro
credere. Risulta di fatto dalle cose sovraesposte ,
che i Valdesi per lungo tratto di tempo non eb
bero alcun simbolo fisso e determinato di fede, e
che solo nel secolo xvi inoltrato si acconciarono
alla simbolica calvinistica. Ora come potrebbero
gl'Italiani aderire ad una setta, che non ha sim
bolo proprio, e solo professa un simbolo straniero?
ora specialmente che questo stesso simbolo sen va
in dileguo per le innumerevoli divisioni tra quei,
che tuttora esteriormente, ossia apparentemente il
tengono, fino a rigettare qualsivoglia professione
di fede positiva? Quest'ondeggiamento nel credere,,
ed anzi diciam più vero, questo nullismo non i-
sfugge punto alla sagacità degl'italiani. Quindi que
sta foggia di operare ingenera necessariamente in
essi un' alienazione naturale di questi ignobili Bar-
betti , i quali avvedutisi di un tale sconcio , ha»
287
rinunziato al titolo di Valdesi per sostituirvi quello
di Evangelici, cioè di pretti protestanti, ma pro
testanti razionalisti.
La quarta ragione ce la porge l'ignobile origine
di questa meschina fazione , la quale ebbe l' im
pulse, o le prime mosse da un ignorante merca-
catante al tutto ignaro delle cose che spettano a
fede, come abbiam veduto nella prima parte. Que
sti eccitato da un cieco fanatismo si diè a racco
gliere uomini e donne della più vii feccia della
società per formarne altrettanti apostoli della stessa
farina , che si tolsero il còmpito di ricondurre il
cristianesimo ad una malintesa perfezione colla ri
nunzia totale di ogni possedimento ; e quel che è
più a questa medesima nudità assoluta pretende
vano d'indurre principalmente l'universo ceto ec
clesiastico, dal Papa fino all'ultimo chierico. E
posciaché questi ricusò di acconciarsi a cosifatto
spogliamento , cotesti esagerati predicatori di po
vertà , si divisero dalla Chiesa per formar setta.
Qualor questa fosse stata la vera ragione del loro
scisma, e non piuttosto il loro orgoglio, e la pro
pria ostinazione, avrian potuto professar l'ambita
lor povertà col far parte rispetto agli uomini, del
poverissimo Ordine Francescano sorto a quel tempo,
e le donne di quello delle Clarisse professanti la po
vertà medesima. Non si legge però che verun di
que' primi si facesse frate, od alcuna di quelle si
facesse monaca. Che se dopo alquanto tempo pa
recchi di quei che tratti in errore aderirono a que
sta foggia di vivere, avvedutisi del precipizio aper
tosi sotto de' loro piedi si divisero da quei fanatici
288
per professare una ben intesa povertà religiosa ,
come da non pochi si effettuò, ciò conferma viem
meglio, che non già il vero spirito di povertà, mi
sibbene lo spirito di superbia era quello che in
formava cotali fanatici. Dal che ne conseguita a
stregua di logica , che gl'Italiani non potrebbero
giammai farsi illudere da cotesti discepoli di Valdo,
come quelli, che troppo ben conoscono da quale
spirito originassero cotesti settari, i quali vorreb
bero trarli al loro partito, tuttoché, come vedemmo,
abbiano tralignato cotanto dai loro maggiori fino
ad agognare a soverchie ricchezze con un'avidità
che salta agli occhi di chiunque tenga lor dietro.
Aggiungiamo a conferma del nostro assunto una
quinta ragione per gl'Italiani i quali saranno co
stantemente alieni dalla professione Valdese, ed è
quella, che si desume dalla ingente differenza che
corre tra la estetica del culto cattolico e la fred
dezza ed anzi il gelo del culto protestante. L'im
maginativa dei popoli del mezzodì, epperò degl'I
taliani, è viva, gaia, ridente ed ama un culto che
appaghi questa sua naturale disposizione. Or que
sto pieno appagamento lo trova nel culto cattolico,
che spiega nelle sue solennità un non so che di
armonioso e dignitoso, che solleva al cielo la sua
mente ed il suo cuore. Nel culto de' Valdesi per
l'opposto nulla parla al senso , e molto meno al
cuore. Partecipa della freddezza del marmo, e del
silenzio del sepolcro ; in una parola, il culto cat
tolico è tutto vita, mentre il culto Valdese o pro
testante tutto è morte. Come potrebbe pertanto l'I
taliano acconciarsi al cupo ed agghiacciato culto
289
di cotesti grossieri vallegiani, egli che è tutto vi
vacità e brio ? Ah no ; questo è contro sua natura.
E di fatto, so che di ben molti per questa ragione
stessa hanno desertate le file de' Valdesi alle quali
si erano incautamente lasciati trarre dall'apparente
costoro probità.
E posciaché siamo su questo argomento , non
debbo intralasciare un' altra ragione, che si con
nette colla precedente, la quale distoglie gl'italiani
dal passare al culto Valdese , ed è la maestà dei
templi cattolici dei quali la penisola ribocca, gli
uni più belli e più maestosi degli altri , raffron
tata colla grettezza delle sale destinate al culto tra
gli evangelici. Le ho chiamate sale anziché templi,
giacché ad eccezione forse di uno o due eretti
col danaro de' paesi protestanti , sono tali , non
porgendo di per sé, veruna idea di Tempio o di
Chiesa. Lo stesso è a dire della maestà delle ce
rimonie, dell'armonia dei suoi concenti, della ga-
ietà de' suoi apparati, e della eloquenza di ogni
parte del culto cattolico, mentre tutto tace nel culto
Valdese.
Ben so che per vendicarsi di questo rimprovero,
essi in un cogl' increduli sogliono tacciar queste
pratiche religiose di spettacoli teatrali ; ma a torto
marcio, giacché tali pratiche procedono dalla fede
e dalla pietà, che le informano e ne son l'espres
sione esterna. Se ad un uomo si toglie 1' anima,
egli cessa di esser uomo per pigliar la forma di
un muto cadavere. Ora è tutto l'uomo, che hassi
a considerare, e non la sola invoglia esterna. Dopo
di che, ritornando a bomba, non sarà mai vero,
290
che il popolo d' Italia possa volgersi ad un culto
cotanto opposto alla sua indole ed alla sua natura,
qual è quella degli alpigiani Valdesi rotolatisi nelle
amene regioni, delizie della natura.
E questo ci porta naturalmente ad un'altra se
rie di considerazioni, o ragioni per confortare il
nostro assunto; la prima che si offre alla mente
è, che il Valdismo è merce straniera, pianta eso
tica non connaturale al suolo d' Italia. Invano si
adoprano i Valdesi a tutto loro potere in voler dare
ad intendere, che essi sono Italiani, e d' Italiana
provenienza. Se tali fossero in verità-, e non già
fuorusciti dal Lionese e dal Delfinato , avrebbero
avuta la loro origine e culla nelle valli; ciò che è
dimostrato al tutto falso, mentre i soli cattolici vi
risiedevano (1). I Valdesi cacciati dal luogo di loro
origine, sì ritirarono alla spicciolata nelle valli, e
frammischiatisi tra i cattolici, cominciarono di sop
piatto, e furtivamente per non discoprirsi , quali
essi erano , a professare le loro dottrine. E tutto
ché avessero chiuso in cuore 1' odio profondo al
papato ed al clero cattolico, pure all'esterno dis
simulavano questa loro disposizione , finché cre
sciuti in numero, e fattisi audaci a poco a poco
cominciarono a palesarsi per quei serpenti che di
fatto erano. Ognor più inquieti, turbolenti ed agi-
tantisi di ogni maniera, agognarono ad allargare

(1) Ella è cosa notoria , che i soli Cattolici abitavan le


valli prima che gli Albigesi, e poscia i Valdesi venissero a
penetrarvi o meglio, ad intrudersi, come di sopra si é rac
contato.
291
i loro confini ed a rendersi padroni di tutte le
valli subalpine alla esclusione dei cattolici primi
legittimi possessori delle medesime. Se non che re
pressi a più riprese dovettero alla perfine accon
ciarsi a rimanersene tranquilli. Ciò presupposto,
sarà mai vero che colesti stranieri di origine e di
religione abbiano ad approfondare le loro radici
sul suolo d'Italia, invaderne la credenza, ed assi
milarla a sé ? Non sarà mai vero; sarebbe questa
una utopia il sol pensarlo ; per quanto si dime
nino, e per forte e gagliardo che possa essere il
patrocinio di un governo, che li protegge.
Un' altra ragione da considerare è il pieno e
completo difetto di scienza in cotesti settarii. Non
vi fu mai forse in tanta varietà di sette, che fin
dai primordii del cristianesimo si provarono ad as
salir la Chiesa cattolica fino al presente, una che
sia stata, e sia tuttora così rozza ed ignorante come
la Valdese. Qualor si percorrano per singolo le
sette tutte antiche e moderne, vi si troveranno uo
mini d'ingegno e di sapere più o meno forniti, i
quali di queste doti si abusarono, e che in certe
epoche hanno alzato grido di sé. Ma per rispetto
ai Barbetti , non se ne troverà traccia , non dirò
solo nei cominciamenti di loro esistenza , ma né
anco in seguito per più secoli ; cioè dal secolo xn
fino al presente xix. In tutto questo lungo tratto
di tempo, non ebbero veruno scrittore, non dirò
di qualche fama, ma nemmeno di mediocre leva
tura in materia religiosa. Ché dei Geymonat, dei
Desanctis, e di altri loro simili, a suo luogo già
ragionammo. Non hanno che volgari storici delle
292
cose loro, e per lo più senza gusto e senza critica
oltre alcuni razzolatori e meschini compendiatori ,
e questo eziandio negli ultimi tempi, dacché i Val
desi si riunirono cogli Ugonotti. In niun ramo di
umano sapere han lasciata traccia di sé. Invano
cercheresti presso tal setta, chi siasi segnalato nella
parte legale, medica, filosofica, filologica, storia
naturale; e molto meno nelle scienze astratte di
metafisica, di estetica, e così va dicendo. L'igno
ranza parche abbia steso il suo denso velo su tutta
la setta per seppellirla tra le più folte tenebre sue.
Ebbene, chi mai avrebbe sol sospirato che tal ge
nerazione d'uomini si desse il còmpito di illumi
nare l'Italia in materia di religione, come se fino
al presente se ne fosse ignobilmente giaciuta senza
avvedersene nelle fitte tenebre di una abbietta su
perstizione, e nella professione di errori secolari?
Non poteva per fermo un cosifatto divisamento ca
dere se non se in cervelli balzani ed impazzati.
Il solo progetto è un oltraggio ed un insulto in
sopportabile che si fa all'Italia.
Si aggiunga quell'altra ragione che più sopra di
volo appena abbiam toccato, e che merita ulteriore
«volgimento, cioè l'incertezza e mutabilità conti
nua di questa setta Valdese , la quale cangiò di
credenza e di rito a tenore delle diverse circo
stanze nelle quali pel decorso de' secoli si trovò.
Né cattolica né eretica nei suoi inizii ; poscia non
più cattolica, ma solo eretica nei suoi progressi,
eretica in seguito non più Valdese, né più calvi
nistica, ma evangelica, ossia razionalistica venduta
alla politica ed agli increduli.
293
Tali sono le varie fasi percorse da questo
pugno di grossolani alpigiani dalla loro origine
fino ai giorni nostri. Della prima fase già se
n'è detto abbastanza nella prima parte ; della se
conda fase, ossia dei progressi del Valdismo nella
via dell' errore per 1' influenza specialmente dei
Boemi, e poi della terza, cioè del transito del Val
dismo in istretto senso al calvinismo , ossia alla
fusione di amendue le sette con atto formale e so
lenne, se n'è pur trattato per lo innanzi. Rimane
ad aggiungere qualche cosa rispetto alla quarta fase,,
che è quella dell'evangelismo, o meglio, del ra
zionalismo.
Ora è ricevuto presso i Valdesi il chiamarsi E-
vangelici; se non che, questa denominazione è troppo
elastica, è un abito che si adatta ad ogni dosso.
I Luterani di Prussia, e in generale della Germa
nia, si denominano Evangelici per eccellenza ; E-
vangelici si chiamano altresì i Calvinisti di Francia;
Evangelica la fusione dei Luterani e Calvinisti fatta
per opera di Guglielmo re di Prussia, e poscia a-
dottata dai diversi Stati della Germania (1). Or si
vorrebbe sapere con qualche precisione in qual
senso i Valdesi abbiano anch'essi adottata questa
denominazione di Evangelici. È fuor di dubbio ,
che non te lo saprebbero dire, perché sono un po'
di tutto, e nulla di ciascuno.
Singoiar posizione ella è questa in vero di non
poter definire se stessi, né dire qual fede precisa-

(1) Ved. Wegscheider nella rimarchevole prefazione alle


sue Istituzioni, ove ne porge tutta la storia.
294
mente professino questi, che con tanta affettazione
si spacciano per Evangelici d'Italia! La verità è che
si è da essi adottata la denominazione vaga di Evan
gelici nel senso appunto di tutte le sette menzio
nate ammodernate, le quali se la sono appropriata
per significare una credenza indeterminata di cri
stianesimo, ossia di un pretto razionalismo ornai
comune a tutti cotesti seltarii. Tal è l'ultimo gra
dino della scala a cui sono scesi i pretesi Valdesi
evangelici; cioè a non aver alcuna fede. L'insta
bilità forma il carattere di questa setta ignobile.
Qualor Pietro Valdes ritornasse a vivere ricono
scerebbe più in questi degeneri disertori i suoi
seguaci ?
Dopo tali premesse, ci è facile il prevedere e pre-
nunziare l'avvenire de' Valdesi in Italia, ed è che
il loro proselitismo sarà di breve durata , e rac
chiuso fra angusti limiti. La ragione di una tal
previsione è che scoperta dagl'Italiani la costoro
ignobilità, gli avranno in quell' uggia e 'disprezzo
che meritano, e ne faranno segno ai loro motteggi
ed ai loro sarcasmi. Quei pochi sedotti dal lucci
core delle monete loro dispensate qual prezzo della
lor vile apostasia, mancato questo alimento, si ri
tireranno dalla costoro comunanza , specialmente
ove vengano segnati a dito e derisi dall'universale.
Che se poi venga a mancar loro il piedestallo, os
sia l'appoggio del Governo, ciò che non mancherà
ad avvenire, si troveranno nell'avvilimento e nella
natia abiettezza ed anzi nel pieno abbandono. La
terribile arma del ridicolo gl' inseguirà in ogni
luogo, senza potersene schermire e riparare.
295
Al più, quei che o per relazioni domestiche , o
per materiale interesse o per impegno rimarranno
saldi nella setta saranno come impietriti senza vita
e senza moto, e sen giaceranno nella loro sterile
immobilità. Si formeranno nelle gran città in tante
microscopiche assemblee isolate dal comune con
sorzio degli altri cittadini, condannati alla inazione
ed all'assopimento come le marmotte nelle loro Alpi
primitive. Per quanto pur volessero agitarsi e
dibattersi non muteranno condizione caduti nella
opinione universale. Tale e non altra è la sorte,
tale l'avvenire di questi infelici, del quale fin dal
presente già vi hanno un presentimento, tuttoché
mettano in opera ogni argomento per riuscire nel
loro proselitismo, e non ostante la prolezione del
Governo, ed il presidio delle mene settarie, degli
increduli , dei framassoni loro naturali alleati e
sostegni. Invano moltiplicano i loro giornali, i loro
almanacchi, le loro diatribe ; la loro sterilità sta
zionaria fin d'ora gli ha colpiti, e però per quanto
facciano , e si arrovellino, non solo non si rial
zeranno, ma si renderà sempre peggiore la con
dizione loro in Italia, posciachè, per servirmi dei
versi del Monti in altro proposito,
Il giardino di natura
No, pei barbari non è.
296

CONCLUSIONE.

Raccogliendo quanto fin qui abbiam discorso in


torno alla setta Valdese, ne risulta essere nata nel
fitto medio evo da un ignobile principio , nutrita
dalla ignoranza e perseverata fino ai dì nostri con
una indomabile ostinazione. Un fanatico merca
tante le diede origine, e la fomentò ed accrebbe
col rimessiticcio della più oscura ed abbietta ple
baglia illusa, la quale egli convertì in apostolato
vagabondo, promiscuo d'uomini e di donne, sotto
l'aspetto di una male intesa povertà. Trovò egli
facilmente proseliti non solo colla distribuzione
delle sue ricchezze, ma eziandio perla persuasione,
che a quella età nel volgo specialmente prevaleva
dell'imminente fine del mondo.
Non era certamente nella intenzione di costui di
costituire una setta, né di separarsi dalla Chiesa;
il ricorso fatto più di una volta a Roma affin di
ottenere dall' Apostolica Sede 1' approvazione del
suo apostolato e della sua foggia di vivere n'è una
prova senza replica. Tutti i documenti contempo
ranei e le prove storiche l'attestano luminosamente.
Se non che, rigettato giustamente dai Romani Pon
tefici questo bizzaro apostolato , e cacciati questi
fanatici per la ostinazione loro della Chiesa di Lio
ne, anzi che arrendersi alle ingiunzioni loro fatte
di cessare da quella nuova foggia di predicazione,
vi si ostinarono vieppiù, accagionando un cosifatto
297
divieto d'invidia dal lato degli ecclesiastici malvi
venti. Da questo tempo, sebbene apertamente non
la rompessero colla Chiesa, cominciarono però a
staccarsene a poco a poco quasi senz' avvedersene.
Frequentavano per un de' lati le Chiese e parte
cipavano ai Sacramenti ; per 1' altro formavano
congreghe nascoste e di soppiatto sotto la dire
zione di guide particolari, da essi chiamati Barbi ,
che nell' idioma provenzale , o piemontese si
gnifica zio.
Cacciati dalla Provenza dove si erano raccolti
questi illusi fanatici, alla spicciolata ricoverarono
nel Delfinato, e più particolarmente nelle valli del
Piemonte. Qui non davano sentore di sé, almeno
nel principio, eran confusi coi cattolici in pubblico;
ma frattanto tenevano segreti convegni coi loro
Barbi, e si confermavano nella loro pertinacia ed
ostinazione né eretici formali , né cattolici. Col
tempo si accrebbero coi nuovi venuti, che soprag
giungevano, e si traforavano nelle valli. Eran già
troppi in numero, quando si scoprirono per quel
che erano essi realmente. Ma la cosa era già troppo
avanzata per porvi rimedio. Siccome poi vivevano
tranquilli, non si diede loro molto fastidio.
Frattanto senz' alcuna formola di fede determi
nata vivevano di tradizione sotto la condotta dei
loro Barbi ; poi vennero adottando gli errori dei
Boemi, cioè dei discepoli di Hus, e di Gironimo
di Praga, e vieppiù si dilungarono dalla dottrina
cattolica. Stettero così per alcun tempo stazionarii,
finché all'apparita del protestantesimo , da prima
s' imbevettero degli errori Luterani , e infine si
; Valdesi. 20
298
acconciarono alla simbolica Calvinistica. Da questo
tempo appena si distinsero dagli Ugonotti in ma
teria dottrinale, ed una ed identica fu la profes
sione di fede degli uni e degli altri. Fu allora ,
che stesero una formola di fede, la quale venne
in seguito ritoccata e raffazzonata a diverse riprese.
Se non che in un colla professione calvinistica,
e colla fusione cogli Ugonotti s'imbevettero ezian
dio dello spirito riottoso dei medesimi, e comin
ciarono ad agitarsi per iscuotere il giogo de' so
vrani di Savoia. Più volte ricorsero alle armi, ma
avendo sempre la peggio, per ultimo si acquieta
rono, e nella impossibilità di favorevole successo,
si tennero tranquilli. Dopo varie vicende ottennero
alla perfine la piena loro emancipazione sotto il
regno di Carlo Alberto.
Pareva, che contenti e paghi della ottenuta loro
libertà, dovessero rimanersene tranquilli, ma tut-
t'altro avvenne. Imperocché salirono tant' alto in
presunzione, che agognarono a nulla meno , che
a far Valdese o Barbetta l'Italia tutta col ridurla
al calvinismo aiutati in ciò dai protestanti di ogni
colore con vistose somme loro assegnate, a guisa
di rovinosa fiumana si diffusero per tutta l'Italia
a far proselitismo.
Da prima non al tutto conosciuti riuscirono a
guadagnare alla setta alcuni incauti miserabili della
più vii feccia del volgo e rotta ad ogni vizio, ma
ben presto si ristette il loro avanzamento. Ché co
nosciuti per quei miserabili che sono ed ignoranti
fanatici, furono ondunque cacciati, se se ne ec
cettuino le grandi città nelle quali più abbondano
299
gli oziosi tratti dall' oro che vi spargono. Fecero
preda di alcuni viziosi preti o frati anelanti a ma
trimonio, e pel costoro mezzo s'insediarono in al
cune cappelle o tempii, se vogliansi così chiamare,
per praticarvi nelle domeniche il loro culto. Ed
anche questi van perdendo ogni dì più di credito.
Mi piace di avvalorare il fin qui detto colle pa
role di un giornale non sospetto, qua! è il Times,
il quale nel suo numero dei 27 ottobre del 1868,
così fin d'allora scriveva : « A Torino, e in quasi
tutta l' Italia si è fatto sperimento di cappelle
evangeliche, di scuole, e di associazioni, ma tutte
sotto miserabilmente fallite alla prova. Ogni mag
gior libertà è stata concessa a qualunque italiano
di rendersi protestante, o evangelico, qualora l'a
vesse voluto : tuttavolta si può. far questione , se
una sola onesta conversione siasi effettuata negli ul
timi dieci o vent' anni. Niente per fermo vi è da
guadagnare sia coll'aprir cappelle evangeliche, sia
col disseminare quelle che chiamansi Bibbie pro
testanti, così in Italia come in Ispagna. »
E pur chi il crederebbe? Questi nuovi evange
lici ebbero l'impudenza di traforarsi anche in Roma
per la breccia fattavi dal Cadorna alle mura di
porta Pia. Protetti dal governo d'Italia, tosto fu
loro data una cappella alla via Paola. Or bene
« Giorni sono, scrive un periodico Romano, il Di
rettore della medesima cappella non si peritò di
predicare in una piazzetta posta in vicinanza della
via del Banco di Santo Spirito, vomitando ingiu
rie e bestemmie su quanto v' ha di più sacro su
questa terra. Però il miserabile dovè accorgersi ,
300
che Roma non è terreno adatto al protestantesimo.
Ché il predicatore venne accolto a gran fischi dalla
gente ivi radunatasi, la quale avrebbe proceduto
a mezzi più sensibili , se lo sciagurato , vista la
inala parata , non si fosse raccomandato alle sue
valenti gambe (1). »
Che cotesti eretici Valdesi faccian comunella co-
gl'increduli e liberi pensatori affin di estirpare
qualor fosse possibile da Roma il cattolicismo, l'ab
biamo da un documento pubblico ed officiale nel
dispaccio del cardinale Antonelli del 24 gennaio
1871 ai Nunzii nel quale si legge come segue :
« Si è stabilita (in Roma) una società di Liberi pen
satori, che tiene sedute pubbliche annunziate pre
cedentemente da affissi stampati, che rende conto
delle sue discussioni per mezzo dei giornali, e che
pubblicherà quanto prima un periodico destinato
a combattere le idee superstiziose di questa reli
gione, che si attribuisce il nome di cattolica. Quanto
a me, io credo che ogni uomo onesto, non dico
ogni cattolico, che si contentasse di gettar gli oc
chi sopra tutto ciò , che qui si propaga in mate
ria di fede, e di disciplina ecclesiastica, sulle osce
nità, che si spargono fra il popolo, sugli artifizii
coi quali si cerca di rovesciare il principio reli
gioso colla distribuzione di libri protestanti , e di
Bibbie, si convincerebbe facilmente, che in nessun
paese di Europa, e sotto nessun Governo si tol
lererebbero impunemente assalti così atroci contro
la religione dello stato , e perfino della minorità

(1) Bivin Salvai. 9 febbr. 1871.


301
del paese, e ingiurie così sanguinose fatte ai suoi mi
nistri, come quelli, che si permettono in Roma (1). »
Vani per fermo riusciranno i costoro conati, e
mutate le condizioni politiche, saranno i Valdesi
ricacciati nelle lor valli. Frattanto sono essi ora
protetti da tutti i settari , perché lor servono di
veicolo per eliminare, per quanto è in essi, dal
l'Italia non solo il cattolicismo, ma la religione cri
stiana per sostituirvi un vago deismo o raziona
lismo, cioè una compiuta incredulità.
Questi séttarii Valdesi nella mira, o disegno de'
lor patrocinatori non han ragione di fine, ma sol
di mezzo , onde così possano torre ed eliminare
dall' Italia ogni religione positiva. Ma senza verun
dubbio non perverranno giammai al conseguimento
de' lor perversi divisamenti. Fanno essi i conti
senza Dio, e Dio li confonderà.
Intanto il dovere incombe ad ogni cristiano, cioè
ad ogni cattolico , di opporsi a tutt'uomo alle a-
stute costoro mene. Questo è il motivo , che mi
diede l' impulso a scrivere quest' opera , affin di
svelare al pubblico la costoro malizia, onde nes
sun si lasci abbagliare e trarre nelle costoro reti.
Tal è lo scopo unico del presente lavoro ; mettere
i buoni italiani in guardia contro i costoro ma
liziosi agguati e tortuose mene, contro la costoro
ipocrisia, coprendosi essi collo specioso nome di
Evangelici, mentre hanno in mira di distruggere
il Vangelo. Non negherò, come più di una volta
ho dichiarato, che taluni, e specialmente il volgo

(1) Presso la Civiltà Cattolica del 1° febb. 1871 , p. 609, seg.


302
spettante a questa setta sieno alieni da un cosi-
fatto divisamento ; ma è altresì certo che gli agi
tatori più fanatici, a questo reo fine tendono , e
vi cooperano a tutto loro potere, e con ogni mezzo
di cui possono disporre.
Ad ogni modo a noi basterà l'aver loro tolta la
maschera dal viso, e messa al nudo la costoro me
schinità e malizia affine di render cauti e circo
spetti gl'italiani, onde non si lascino cogliere nelle
reti, e negli agguati che loro si apprestano da questi
uccellatori di anime.
Voglia il Signore spandere la sua benedizione
su questo lavoro da noi intrapreso a sua maggior
gloria ed al bene della sua Chiesa Cattolica ,
Apostolica, Romana.

Con permissione ecclesiastica.


INDICE

Introduzione pag. m

PARTE PRIMA.
I VALDESI PRIMITIVI.
CAPO I. Della vana pretensione di dare alla setta Valdese
una origine più antica di Pietro Valdo » 3
CAPO II. Della vera origine de' Valdesi da Pietro Valdo at
testata dagli antichi scrittori » 8
CAPO III. Della stessa origine dimostrata con altri autore
voli documenti irrefragabili, che risguardano specialmente
i Valdesi in Piemonte » 16
CAPO IV. La medesima origine dei Valdesi si conferma
dalla confessione di autori protestanti e dai documenti
degli stessi Valdesi » 27
CAPO V. La stessa origine si conferma dalla vera data dei
documenti pei quali i Valdesi pretendono provare un an
tichità anteriore a Pietro Valdo » 34
CAPO VI. Degli studi fatti da critici protestanti, special
mente da Herzog, intorno agli antichi documenti Valdesi,
per determinare la vera origine della setta e delle sue
dottrine primitive » 39
CAPO VII. Della predicazione di Valdo e de' suoi primitivi
discepoli in generale » 49
CAPO VIII. Delle primitive dottrine Valdesi specialmente
morali » 57
CAPO IX. Delle primitive dottrine Valdesi specialmente do
gmatiche » 69

PARTE SECONDA.
I VALDESI MEDIANI.
CAPO I. Della storia e delle dottrine dei Valdesi Mediani
in generale » 89
CAPO II. Delle prime deviazioni dei Valdesi dalla dottrina
cattolica in particolare fino all'eresia dei Boemi . . » 99
CAPO III. Delle ulteriori deviazioni dei Valdesi dalle loro
primitive dottrine prima e dopo della riforma protestante » 109
304
CAPO IV. Del carattere calunnioso di Giovanni Léger prin
cipale autore delle falsità storiche intorno alle supposte
persecuzioni de' Valdesi per motivo di religione . . pag. 120
CAPO V. Delle varie ribellioni e d'altri delitti dei Valdesi
in Piemonte vere cagioni delle supposte persecuzioni re
ligiose » 126
CAPO VI. Dei fatti connessi in particolare colla supposta
persecuzione religiosa dei Valdesi nel 1665 .... » 133
CAPO VII. Dei singoli fatti della supposta strage dei Val
desi nel 1655 raccontati dal Léger, e smentiti da giuridici
documenti » 141
CAPO VIII. Altri documenti ed osservazioni sui fatti del 1655
in confutazione del Léger » 157
CAPO IX. Delle vicende dei Valdesi in Piemonte dopo il
1655 fino alla loro emancipazione » 164

PARTE TERZA.
I VALDESI CONTEMPORANEI.
CAPO I. Della storia dei Valdesi contemporanei dopo l'eman
cipazione e in particolare del loro proselitismo ...» 183
CAPO II. Della letteratura Valdese in generale, ed in par- ,
ticolare degli scritti storici del Bert » 200
CAPO III. Del Desanètis » 212
CAPO IV. Del Geymonat » 222
CAPO V. Di Filippo De-Boni » 220
CAPO VI. Di alcuni trattatelli polemici dei Valdesi risguar-
danti le cose Valdesi » .235
CAPO VII. Di altri minori trattatelli pubblicati dai Valdesi » 248
CAPO Vili. Dei Catechismi Valdesi e della loro liturgia » 258
CAPO IX. DellAmico di Casa Valdese » 268
CAPO X. Della pretesa probità de' Valdesi » 276
CAPO XI. Dell'avvenire de' Valdesi in Italia .... » 284
Conclusione » 29°

ERRATA CORRIGE

Pag. 68 Un. 10 predicavano . praticavano


» 106 » 19 giustificato ; • giu^tj^iato

Gli altri di minor conio lì corteggerà fermato lettore.

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