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Storia della letteratura italiana (Dall’800 al 900)

Epoca 8. Restaurazione e risorgimento (1815-1861)


8.3 Alessandro Manzoni
8.3.1 La vita
Il padre Pietro, gentiluomo e ricco proprietario terriero, autoritario e con scarsi interessi culturali,
aveva sposato in seconde nozze Giulia, figlia di Cesare Beccaria. Nacque Alessandro, nel 1785.
Era un matrimonio di convenienza. Molti furono i contrasti tra i due e portarono alla separazione
legale. La donna andò a vivere prima in Inghilterra e poi a Parigi, insieme al conte Carlo Imbonati.
Lontano dalla madre, Manzoni, entrò prima nel collegio di Lugano e poi in quello di Milano.
Visse nella casa paterna, insofferente verso gli atteggiamenti chiusi e oppressivi del padre,
ravvisando nella madre lontana un modello di libertà. Nella Milano Napoleonica, capitale della
cultura italiana, compì i suoi primi esperimenti letterari, sentendosi vicino agli ideali della
rivoluzione. Per sottrarlo alla vita libera di Milano il padre lo inviò a Venezia, presso il cugino, la
cui morte lo portò a tornare a Milano. Alla morte di Carlo Imbonati, che aveva lasciato Giulia
Beccaria sua erede universale, Manzoni raggiunse la madre a Parigi.
A Parigi scrisse il Carme in morte di Carlo Imbonati e, tramite la madre, intrecciò stretti rapporti
con alcuni esponenti liberali. In essi, Manzoni trovava sostegno nella sua insoddisfazione per le
prospettive illuministiche e per gli svolgimenti e sbocchi della rivoluzione francese.
Si ponevano così le premesse per una vera e propria conversione religiosa e letteraria.
Fondamentale a questo proposito fu il matrimonio con la sedicenne svizzera Enrichetta Blondel, da
cui ebbe 10 figli. Si creò una vita famigliare a tre, insieme alla madre. Vari eventi segnarono il
definitivo approdo della famiglia Manzoni alla fede cattolica; un episodio drammatico si verificò
durante la festa di matrimonio di Napoleone con Maria Luigia D’Austria, quando perse Enrichetta
tra la folla e ebbe una crisi d’angoscia. Si convertirono al cattolicesimo. Religione e vita famigliare
costituirono un porto sicuro per superare il suo stato d’angoscia.
Di fronte alla situazione politica del suo tempo, Manzoni manteneva un atteggiamento, allo stesso
tempo, di partecipazione e distacco. Dopo le prime esperienza letterarie compose gli Inni Sacri,
1815. A queste esperienze seguì una febbrile attività letteraria che portò a una serie di
pubblicazioni: Il Conte di Carmagnola, Osservazioni sulla morale Cattolica, L’Adelchi, La
Pentecoste, Marzo 1821, Il Cinque Maggio e avviò il suo grande romanzo storico che apparve nella
prima edizione nel 1827.
Intanto la famiglia Manzoni fece un ultimo soggiorno a Parigi perché la messa a punto del romanzo
portò Manzoni a porsi dei problemi linguistici che lo portano a recarsi personalmente a Firenze.
L’inquieta problematicità della sua riflessione lo portò ad abbandonare la poesia e la letteratura,
volgendosi alla critica del genere stesso del romanzo in cui si era a lungo impegnato.
Il tranquillo scorrere della sua esistenza, venne definitivamente turbato da gravi lutti che
peggiorarono in lui lo stato di angoscia e depressione. Morì Enrichetta e la sua primogenita Giulia.
Si risposò con Teresa Borri che lo portò a vivere un periodo di rinnovata vitalità creativa e gli
consentì di concludere il rifacimento linguistico de I Promessi Sposi.
Alla morte della madre, di altri figli e di alcuni amici, pubblicò le Opere Varie.
Vittorio Emanuele II gli assegnò un vitalizio annuo e lo nominò senatore. Nel 1868, in qualità di
presidente della commissione per l’unificazione della lingua, presentò una relazione che fu alla base
della politica linguistica e scolastica italiana della seconda metà dell’800.
Morì quasi 90enne a Milano in seguito a una caduta all’uscita dalla chiesa di S. Fedele. G. Verdi
compose per lui Messa da requiem.
8.3.2 Formazione e primi tentativi poetici
Manzoni acquisì una buona cultura classica, che lo portò ad avvicinarsi alla cultura illuminista.
Gli avvenimenti rivoluzionari gli fecero assumere poi atteggiamenti “giacobini”, basati sul culto
della libertà e della virtù. Di ispirazione giacobina è il poemetto in 4 canti e terzine Il Trionfo della
Libertà, 1801, scritto per celebrare la ricostituzione della Repubblica Cisalpina.
Le reali condizioni dell’Italia Napoleonica accentuarono la delusione politica di Manzoni che si
allontanò ben presto da queste visioni giacobine e si chiuse in uno sdegnoso culto della virtù.
Sintesi essenziale di questa fase è il carme in endecasillabi sciolti in morte di Carlo Imbonati, scritto
e pubblicato a Parigi. Al fine di consolare la madre Giulia dal recente lutto, il poeta presenta una
visione in cui appare il defunto in un dialogo morare con lui.
Il contatto con gli idéologues parigini portò presto il Manzoni a distaccarsi da questo culto solitario
della virtù. Un grande fervore culturale accompagna Manzoni verso la sua conversione religiosa.
Con Fauriel, Manzoni intavola una discussione sul genere dell’Idillio, molto diffuso nella letteratura
tedesca, convincendosi però dei limiti di quel genere di poesia. La conversione religiosa doveva
portarlo ad un tipo di poesia come quella degli Inni Sacri, radicalmente lontana da questi tentativi
giovanili che egli rifiutò ed escluse da tutte le edizioni delle sue opere.
8.3.3 L’inquieta religiosità di Manzoni
La conversione di Manzoni fu il punto di arrivo di una ricerca che significò l’abbandono di un’idea
di giustizia aristocratica e la riscoperta dell’istituzione della chiesa. Manzoni non si limita a
contemplare questo conflitto tra esigenza morale e realtà, ma si sforza di rappresentare e illuminare
le forme, tanto che giunge a comprendere che tale rapporto può realizzarsi solo nel regno di Dio. La
religione di Manzoni si pone anche come difesa della sua stessa personalità: egli in alcuni scritti
come ne I Promessi Sposi, decide di annullare la sua figura di scrittore. In un ricco epistolario,
Manzoni svolge una vera riflessione su tutta la propria esistenza.
8.3.4 Gli Inni Sacri
Nell’ardore della conversione Manzoni progetta una serie di Inni Sacri, 12, dedicati alle festività
fondamentali della liturgia cattolica. Di fatto, ne vengono composti solo 5. Le feste cattoliche
appaiono come le forme di un presente che si ripete, come il rinnovarsi, nell’esperienza del popolo
cristiano, di eventi sacri che hanno impresso un segno originario ed eterno sulla mutevolezza della
storia. Manzoni ambisce a rifare in chiave moderna il linguaggio della poesia biblica che appare
però artificiale e fittizio. I 5 Inni Sacri composti sono:
- Resurrezione (1812), sicuramente il più riuscito. Ha un ritmo incalzante e si erge su un sistema di
immagini che affermano la gioia della resurrezione di Cristo;
- Il nome di Maria (1812-1813), in strofe saffiche, è scandito in un tono che ricorda i modi delle
laude mariane;
- Natale (1813), inizia in modo vigoroso, ma si svolge in un tono più convenzionale, esaltando la
dolcezza del presepio e sottolineando regalità e umiltà del Cristo bambino;
- La Passione (1814-1815), più opaco tra gli inni, composto durante la caduta di Napoleone,
- La Pentecoste (1817), ultimo inno composto e portato a termine.
8.3.5 Prove di poesia civile
Manzoni tentò di elaborare una poesia civile, ispirata ai valori di una religione combattiva,
espressione delle aspirazioni all’indipendenza dello straniero. Egli scrisse due odi civili rimaste
incompiute e inedite, a cui si aggiunge una dal ritmo intenso e vigoroso: Marzo 1821 scritta nel
clima di speranze suscitato dall’ipotesi che il reggente Carlo Alberto potesse dichiarare guerra agli
austriaci. Manzoni distrusse tale poesia per timore di persecuzioni politiche e la riscrisse anni dopo
a memoria.
8.3.6 La scrittura tragica e il conte di Carmagnola
L’interesse di Manzoni per la tragedia si legò all’interesse per il Romanticismo e per i generi
drammatici. Egli elaborò una sua idea di tragedia storica di ampio respiro, con l’obiettivo di
suscitare nel pubblico una coscienza critica, capace di distinguere tra bene e male e di proiettare le
vicende tragiche su un piano umano universale. I primi documenti di questa riflessione sulla
tragedia sono dati da alcuni frammenti elaborati e confluiti nella prefazione de Il Conte di
Carmagnola. In questi frammenti Manzoni sostiene, in opposizione alla tragedia classica incentrata
sui desideri, che la nuova tragedia classica deve mettere in luce i patimenti e i dolori degli eroi
tragici, mostrando i limiti della loro condizione terrena. La coscienza dello spettatore va guidata
così verso le due virtù cristiane: rassegnazione e speranza. L’autore cominciò a scrivere la nuova
tragedia nel 1816, ma la lasciò sospesa per procedere con altri lavori. La complessità del lavoro è
testimoniata da tre stesure autografe precedenti alla prima edizione, apparsa a Milano. Una
rappresentazione teatrale dell’opera si ebbe a Firenze. I 5 atti mettono in scena la vicenda del
condottiero del ‘400 Francesco Bussone, Conte di Carmagnola, accusato di tradimento e
condannato a morte dal governo della Repubblica di Venezia (nella battaglia di Maclodio del 1427
si sfidò con i suoi ex colleghi del ducato di Milano e vinse con la Repubblica di Venezia che
condannò a morte gli esponenti del ducato di Milano. Bussone però li liberò e fu condannato per
alto tradimento). Manzoni accetta la tesi della sua innocenza facendo di lui un modello di eroe
virtuoso, condotto alla rovina dai giochi dei politici veneziani. Piuttosto schematico è lo svolgersi
del conflitto tra l’eroe virtuoso e leale e i tortuosi intrighi di potere. Il linguaggio è pieno di formule
e schemi classicisti. Il punto più alto di tutta la tragedia è costituito dal coro della Battaglia di
Maclodio, inserito come un “cantuccio” che il poeta riserva a se stesso: vuole introdurre un punto di
vista opposto a quello dell’eroe e dei personaggi. La battaglia appare come una strage irrazionale fra
gli italiani che dovrebbero intendersi come fratelli, mentre lo straniero si prepara a conquistare
l’Italia approfittando delle sue divisioni interne. La voce del coro contrappone l’universalità del
messaggio cristiano, la fratellanza in Dio di tutti gli uomini.
8.3.7 L’Adelchi
In uno dei soggiorni a Parigi, Manzoni progettò una nuova tragedia dedicata al problema del
rapporto e dello scontro fra popoli e razze diverse sul suolo d’Italia. A Milano elaborò l’Adelchi
(1819/20), incentrato sulla caduta del dominio longobardo in Italia, in seguito alla discesa dei
Franchi di Carlo Magno. Un’importante lettera a Fauriel ci rivela la profonda insoddisfazione di
Manzoni per quei particolari di invenzione che rendevano tale tragedia distante dai dati storici.
Della tragedia si possiedono tre edizioni. Rispetto a quelle del Conte di Carmagnola, la struttura
dell’Adelchi è più aperta e decentrata. Ai dati storici si contrappongono elementi morali.
La scena si incentra su Franchi e Longobardi.
ATTO I: si apre con il ritorno, alla reggia di Pavia, di Ermenegarda, figlia del re Desiderio e sorella
di Adelchi, dopo esser stata ripudiata da Carlo Magno. Nei suoi riguardi Desiderio ha propositi di
vendetta a cui si oppone invece Adelchi.
ATTO II: si svolge in Val di Susa, nel campo dei Franchi, che tentano di progettare il superamento
delle Alpi.
ATTO III: si assiste all’assalto improvviso dei Franchi al campo longobardo mentre Desiderio si
ritira a Pavia e Adelchi a Verona.
ATTO IV: inizia con il delirio e l’avvicinarsi della morte per Ermenegarda nel monastero di Brescia.
Segue poi, sulle mura di Pavia, il tradimento che apre ai Franchi la città.
ATTO V: si svolge nel palazzo di Verona, dove Adelchi tenta un’ultima resistenza e poi nel campo
franco di fronte alla città, dove Carlo Magno e Desiderio hanno un duro colloquio. L’opera si
conclude con la notizia della caduta di Verona e l’ultimo incontro fra Adelchi (prigioniero morente)
con il nemico Carlo e con il padre Desiderio.
L’unico momento in cui sono presenti valori religiosi è nel racconto del diacono Martino che narra
il suo viaggio in una fresca e incontaminata natura montana, guidato da Dio. Il dramma di
Ermenegarda e di Adelchi sta nel loro rifiuto dei rapporti di potere. Ermenegarda è fissata nella sua
condizione di vittima, sposa ripudiata che troverà pace solo con la morte cristiana.
Adelchi appare invece un eroe tragico più tradizionale, la cui virtù si esalta in imprese prive di
risvolti segreti. Egli non può essere mai fino in fondo l’eroe che vorrebbe essere perché costretto ad
adattarsi alle decisioni del padre. Per Adelchi la morte è il ritrovamento dell’essenza più profonda
dell’uomo. Il personaggio si pone come figura di Cristo, tradito, umiliato e abbandonato.
8.3.8 Saggistica religiosa e storica
Manzoni sentiva sempre più insistente l’esigenza di illuminare fino in fondo il senso delle sue scelte
umane e artistiche. Questa esigenza originò una serie di riflessioni in prosa. A questo tema sono
dedicate le Osservazioni sulla morale cattolica scritte sotto suggerimento del suo padre spirituale.
L’opera si presenta come una risposta alle accuse rivolte dal Sismondi alla chiesa cattolica, indicata
come responsabile della corruzione e della decadenza italiana. Manzoni accetta la critica, ma
precisa che questa non mette in nessun modo in questione i meriti storici della Chiesa e la validità
del suo insegnamento e dei suoi dogmi. Nel suo argomentare ricorre una sottile ironia nel demolire
con gentilezza, le posizioni degli avversari. Per chiarire lo sfondo storico dell’Adelchi viene scritta
un’altra opera dal titolo Il discorso sopra alcuni punti della storia longobarda in Italia.
8.3.9 La riflessione sulle forme letterarie
Tra la composizione delle tragedie e l’inizio del lavoro sul romanzo, Manzoni riflette sui generi e
sulle forme letterarie in numerose lettere private. In una lettera scritta in francese a Parigi e poi
corretta, pubblicata e tradotta, Manzoni elabora un vero e proprio manifesto di poetica, una tragedia
moderna che debba fondarsi sulla storia. Guardando al grande modello di Shakespeare, la poesia
tragica deve indagare i sentimenti con cui gli uomini vivono gli avvenimenti, ma per farlo deve
puntare alla piena oggettività. Subito dopo la conclusione della prima stesura del romanzo, Manzoni
fornì una sintesi chiara delle idee romantiche in una lettera privata, pubblicata poi senza il suo
consenso, in cui egli distingue nel Romanticismo una parte negativa di rivolta contro mitologia e
imitazione e una positiva riassumibile nel principio secondo cui la poesia e la letteratura debbano
perseguire il vero. 
8.3.10 Il Cinque Maggio
Caso unico nell'attività letteraria di Manzoni, Il Cinque Maggio fu composto di getto alla notizia
della morte di Napoleone avvenuta a Sant'Elena il 5 maggio 1821. Già dopo pochi mesi l'ode veniva
presentata alla censura e ciò non ne permise la pubblicazione. Circolarono però copie manoscritte in
Italia e fuori. Per quanto riguarda la struttura, il succedersi di settenari ha un respiro sinfonico più
sonoro e superbo. Ricco di fratture e pause, il discorso si avvolge in un complesso lessico. Il fascino
del personaggio che aveva sconvolto l'Europa qui riemerge sotto il potente segno della morte. Ma è
proprio la sconfitta a riscattare questo eroismo individualistico: lo scrittore immagina un approdo
dello sconfitto nella pace della religione, che lo libera dalla disperazione.
8.3.11 La Pentecoste e gli Inni Sacri incompiuti
Nel segno del popolo di Dio tende l'ultimo degli Inni Sacri: la Pentecoste. La redazione finale pone
l'accento sulla conciliazione e sulla solidarietà che lo Spirito annuncia all'umanità. Il carattere
democratico della comunità ecclesiale si riconosce nella coscienza del riscatto a tutti garantito da
Dio e nell'annullamento di ogni conflitto. Segue Il Natale del 1833 (incompiuto) fu scritto per
l'anniversario della morte di Enrichetta e fa emergere angosciosi frammenti di dolore e di fede.
Altro frammento pervenuto è quello di Ognissanti, che tocca il tema della santità solitaria, priva di
comunicazione col mondo.
8.3.12 Genesi e storia del romanzo
3 sono state le edizioni de I Promessi Sposi:
- 1823: Fermo e Lucia, lingua composita con toni longobardi e toscani
- 1827: I Promessi Sposi, lingua fiorentina
- 1840: aggiunta della storia della colonna infame.
La ricerca di un pubblico nazionale non poteva trovare una realizzazione risolutiva nella scrittura
tragica, né in quella lirica. Per questo l'autore si accostò al romanzo storico. La prima redazione del
romanzo fu conclusa nel 23 in un manoscritto diviso in 4 tomi. Una volta terminata la prima
redazione, Manzoni ne intraprese subito una vasta riscrittura e rielaborazione. Questo lavoro mutò
radicalmente i connotati del romanzo. Durante il lavoro che aveva portato dalla prima redazione
all'ultima, Manzoni aveva tentato una toscanizzazione della lingua, spinto dal proposito di
comunicare con un pubblico di orizzonte nazionale. Egli così progettò una revisione del romanzo e
per far ciò si recò a Firenze per immergersi nel fiorentino parlato dalla borghesia. Però varie
disgrazie familiari lo allontanarono dal romanzo, su cui tornò a lavorare soltanto 10 anni dopo.
8.3.13 Il romanzo e la storia
Il romanzo manzoniano è ambientato nella campagna lombarda, tra l'Adda e il lago di Como, e a
Milano nel periodo in cui quella zona fu sconvolta dalla guerra dei Trent'anni. La scelta
dell'ambientazione lombarda è legata a una volontà di radicare la rappresentazione in un mondo ben
noto all'autore. Il primo strumento di distanziamento è l'espediente del manoscritto ritrovato:
l'autore finge di aver trovato un manoscritto del secolo XVII che narra la storia milanese e inizia il
romanzo fingendo di trascriverne le parti iniziali con il linguaggio seicentesco; dopo poche pagine
però inizia a raccontare la storia del manoscritto per conto proprio e con proprio linguaggio. Di
fronte a dati storici, l'autore si preoccupa di richiamarsi a documenti e testimonianze del tempo che
rivelano il suo continuo bisogno di verità storica. 
8.3.14 Il Fermo e Lucia
La prima redazione del lavoro può apparirci assai diversa da quello che poi sarà I Promessi Sposi.
Questa prima stesura del romanzo si basa su blocchi narrativi compatti, quasi autonomi che invece
ne I Promessi Sposi appariranno più omogenei e meglio collegati fra loro. Si divide in 4 tomi: il
primo dedicato agli ostacoli frapposti alle nozze di Fermo e Lucia e alla loro fuga dal villaggio; il
secondo narra le vicende di Lucia, accolta nel monastero di Monza da Gertrude e poi fatta rapire,
con la complicità della monaca, da Don Rodrigo e dell'Innominato; il terzo tomo verte sulla
liberazione di Lucia e la sua collocazione in casa di Don Ferrante, oltre che sulle vicissitudini di
Renzo; il quarto è dedicato alla guerra e alla peste e si conclude con il ritorno di Renzo, il
ritrovamento di Lucia e lo scioglimento della vicenda. Il moralismo di Manzoni è molto più
esplicito qui che ne I Promessi Sposi: qui la separazione tra bene e male è molto più radicale, non
ammette sfumature. Da una parte ci sono gli umili e i religiosi che li sostengono, dall'altra i potenti
e coloro che cedono al loro volere. Non solo i personaggi negativi, ma anche quelli positivi sono
sottoposti a quest'analisi morale.
8.3.15 I promessi sposi
La più generale struttura narrativa de I Promessi Sposi si ricollega a uno schema romanzesco
tradizionale, quello di due giovani innamorati la cui felicità è ostacolata da forze nemiche, ma che
poi, dopo varie peripezie, riescono a ritrovarsi e a sposarsi. Questo schema tuttavia viene privato di
tutti i tradizionali risvolti erotici, avventurosi e fantastici e viene integrato in un orizzonte di saldi
valori morali e religiosi. La conclusione positiva però, non porta i due protagonisti a un recupero del
loro mondo originario, ma conduce al loro trasferimento in un altro paese: in questo modo Manzoni
evita di concludere la storia in una prospettiva ideale. La scrittura manzoniana nega ogni
interpretazione idilliaca, vuole essere una ricostruzione tra le forze che ostacolano la normale
esistenza dei due giovani promessi sposi e quelle che invece vengono in loro soccorso. Di
eccezionale concretezza sono anche i personaggi minori, quali: Agnese, Perpetua, I Bravi, Il conte
zio (tutte presenze attraverso le quali il romanzo svela la sua densità sociale). Il più generale
movimento narrativo si sostiene sui rapporti e sulle tensioni che si creano tra otto personaggi, 4
appartenenti al mondo laico (Renzo, Lucia, Rodrigo e l'Innominato) e 4 appartenenti al mondo
religioso (Don Abbondio, Fra Cristoforo, il cardinale Federigo Borromeo e Gertrude). 
- Renzo e Lucia rappresentano la forza positiva dell'operosità e della religiosità popolare. 
- Don Rodrigo incarna la figura del tradizionale libertino.
- L'Innominato, invece, è una figura suprema e tragica del male e della violenza, anche se cambierà
improvvisamente posizione: la sua compassione per Lucia e la conversione lo trasformano in
aiutante delle forze del bene.
- Don Abbondio, il più umile, soggiace per paura e per viltà alle minacce di Don Rodrigo. Egli
preferisce sempre non intervenire.
- Fra Cristoforo, al contrario, è il principale aiutante dei due promessi sposi. Risolve l'azione
sciogliendo il voto di Lucia e benedicendo l'unione dei due sposi.
- Monaca di Monza, da ospite e aiutante di Lucia si rivela aiutante dei suoi rapitori.
- Cardinale Federigo Borromeo rappresenta il volto positivo dell'altra gerarchia ecclesiastica, ha la
funzione di sostenere l'Innominato nella sua conversione e di mettere al sicuro Lucia.
Nel Fermo e Lucia si ha una tensione narrativa meno ampia, emerge un distacco totale tra i due
promessi sposi: Lucia pare sempre chiusa in sé, mentre Renzo è esposto continuamente a spazi
aperti. Il romanzo raggiunge, a metà del racconto, il suo punto più negativo. C'è l'allontanamento di
Padre Cristoforo, la fuga di Renzo, il rapimento di Lucia; è proprio qui che si ha la conversione
dell'innominato e l'ingresso in scena del cardinale, dando avvio ad una svolta positiva. La peste
assume una funzione riequilibratrice: è infatti questa a permettere il ritorno di Renzo e l'incontro
con Lucia nel lazzaretto. 
8.3.16 La posizione del narratore: tra realtà e ideologia
La narrazione dei Promessi Sposi si svolge secondo il modo del narratore onnisciente: la voce che
narra distingue nettamente se stessa dai due personaggi. Gli eventi vengono affidati alla
provvidenza divina. In tal modo, la voce dello scrittore chiama in causa il pubblico con un'ironia
che si rivolge verso la condotta dei personaggi. Quest'ironia mette in guardia da ogni
sopravvalutazione dei rapporti tra autore, lettore, personaggi e trova le sue radici nel fondo
illuministico della cultura, senza creare una frattura tra mondo soggettivo e mondo oggettivo. La
partecipazione soggettiva dell'autore, inoltre, finisce per dare un'immagine ideale del mondo degli
umili. Egli lo vede tutto regolato da valori positivi di operosità, moralità e religiosità. Per Manzoni
la ribellione alle gerarchie sociali è sempre un errore e una colpa, mentre la Provvidenza dev'essere
sempre accettata con spirito di rassegnazione. Manzoni ha idee ben precise sullo sviluppo
economico: ritiene che un sano benessere sia possibile solo se si lascia il campo aperto all'iniziativa.
Renzo infatti è un poverello soltanto in confronto ai signori, ai colti, ma nella realtà contadina del
suo villaggio egli appare come un buon massaio benestante.
8.3.17 I caratteri dei personaggi
L’analisi di Manzoni scende a fondo nei caratteri morali e nella psicologia dei personaggi, i quali
acquistano uno spessore psicologico inconsueto nella nostra tradizione letteraria. Essenziale è la sua
attenzione ai caratteri fisici, ai gesti, all'abbigliamento, elementi dunque capaci di svelare la propria
individualità. Nel mondo degli umili prevale spesso una dimensione corale. 
- Renzo è il personaggio più dinamico del romanzo, ricco di curiosità e di spirito d'adattamento. I
lettori sono sollecitati a vedere in lui la più autentica immagine del cristiano onesto, che sa trovare
sempre una via giusta anche tra errori e incidenti.
- Lucia appare, al contrario, un'immagine stilizzata dalla femminilità cristiana: donna angelo, segno
di bene e salvezza.
- Don Abbondio, figura comica che richiama su di sé riprovazione e simpatia: egli è tutto preso
dall'impegno di salvare la propria quiete anche a prezzo di mancare ai suoi doveri verso i più deboli.
- I personaggi malvagi appaiono insidiati da un senso di colpa che, nel caso dell'innominato, porta
addirittura alla conversione; mentre, in quello di Don Rodrigo corrode dall'interno il personaggio,
conducendolo ad esitazioni continue. Gertrude è travagliata da un groviglio di paure e desideri
soffocati.
- Il cardinale Federigo Borromeo rappresenta in modo anche troppo esemplare che vuol dire essere
un ecclesiastico e aristocratico; è segno di come la chiesa possa farsi portatrice di una giustizia
quotidiana. 
- Fra Cristoforo rappresenta la figura più autentica del religioso, che sfugge a ogni compromesso.
Non ha nessuna preoccupazione per il proprio nome e per la propria felicità, vive solo per gli altri. 
8.3.18 La lingua del romanzo e la questione linguistica
La frattura tra lingua parlata e lingua scritta incuriosì Manzoni fin dai primi anni del suo lavoro.
Ogni tentativo di impegnarsi in generi letterari rivolti a un pubblico più vasto si scontrava con la
difficoltà di trovare un linguaggio adeguato. Nel primo abbozzo del Fermo e Lucia, Manzoni si
affidò a un italiano comune che lo lasciava piuttosto insoddisfatto. Negli anni successivi, svolse
varie ricerche linguistiche e individuò, come sola forma praticabile, quella toscano-fiorentina, la
quale gli appariva la più ricca di elementi universali: si tratta quindi di un lombardo toscanizzato.
Con l’edizione dei promessi sposi del ’40 Manzoni pensò di raggiungere un modello linguistico
veramente universale, radicato nel fiorentino. La caratterizzazione dei personaggi trova uno
strumento essenziale nel dialogo.
8.3.19 Gli scritti di teoria e di educazione linguistica
Il percorso che porta all’edizione definitiva de I Promessi Sposi è accompagnato da varie riflessioni
e progetti sulla questione linguistica. Della scelta fiorentina adottata per il suo romanzo, Manzoni
volle fare un modello nazionale. Dopo l’Unità d’Italia, il suo prestigio e la sua autorità gli valsero la
nomina a presidente della Commissione per l’Unificazione della Lingua. Le teorie manzoniane si
imposero a livello politico come progetto e norma scolastica, con l’obiettivo di una definitiva
unificazione linguistica del nuovo Stato Italiano.
8.3.20 Addio al romanzo
Manzoni tendeva ormai a una crisi della sua stessa letteratura; nella sua ottica cattolica egli si
opponeva a tutte le esaltazioni romantiche del genio, della creatività, dell’individuo, della libertà
morale dell’arte. Queste posizioni così radicali allontanano Manzoni da ogni nuovo progetto
letterario: in pratica diede addio alla letteratura impegnandosi in studi filosofici e storici.
8.3.21 Altri scritto storico-politici
Uno scritto storico è la Storia della colonna infame, apparsa in appendice all’edizione in dispese dei
promessi sposi, iniziata nel ’40. Scrivendo la storia di una colonna eretta a Milano nel 1630 in
memoria del supplizio subito dagli “untori”, accusati dalla superstizione popolare di aver
malignamente propagato la peste. L’autore non intende solo offrire dati storici più precisi in
aggiunta a quelli riportati nel romanzo, ma mira a svolgere una risentita polemica morale contro le
colpe dei giudici che avevano favorito tale superstizione.
8.3.22 Grandezza e limiti dell’opera manzoniana
La ricerca dell’autore di verità e unità trova nella fede cattolica la sintesi mediatrice di forze
contrastanti. La grandezza dell’opera manzoniana sta nel modo in cui il richiamo alla verità divina
porta a una contestazione inesauribile di tutte le forme della realtà, la quale non presenta quasi mai
un’immagine pacificata del mondo storico, ma porta alla luce i modi in cui gli uomini tradiscono e
contraddicono il messaggio della fratellanza e della giustizia cristiana.

8.5 Letteratura e politica nel risorgimento


8.5.1 Letteratura e politica
Gran parte delle energie intellettuali italiane sono state impegnate durante il Risorgimento, in
ambito politico. A partire dagli anni ’30 dell’800, il legame fra letteratura e politica si afferma in
modo integrale. Dopo il ’30 si svilupperà una lunga e travagliata battaglia politica risorgimentale.
La letteratura finisce per confrontarsi e mettersi in rapporto con questi schieramenti: predomina una
produzione di tipo medio che utilizza genere e forme tradizionali. Già De Santis individuò tra gli
scrittori di questo periodo due grandi scuole, la Democratica e la Cattolico-liberale. Gli
orientamenti democratici e repubblicani si sviluppano inizialmente sull’asse Genova-Livorno,
mentre nella cultura piemontese occupano un ruolo centrale gli orientamenti cattolico-liberati; nel
Veneto si formano invece personaggi isolati come Tommaseo.
8.5.2 La cultura democratica e repubblicana
Il fallimento dei moti del 1831 mostrò chiaramente i gravi limiti della lotta alle società segrete. Si
avvertì, da più parti, che era necessario impegnarsi in una più vasta lotta all’indipendenza. In una
prima fase l’iniziativa fu assunta grazie al vigoroso Giuseppe Mazzini, con la fondazione della
giovane Italia. Negli atteggiamenti romantici degli scrittori democratici si può spesso riconoscere il
culto per i grandi modelli classici, laici e patriottici, quali Foscolo e Alfieri. Tra i democratici
classicisti va ricordato anche il gruppo in cui si formò il giovane Carducci. La massima espressione
del romanticismo dell’azione è naturalmente nelle imprese di Giuseppe Garibaldi, il maggiore eroe
del Risorgimento italiano, sempre pronto all’intervento e alla lotta.
8.5.3 Giuseppe Mazzini (22/07/1805 – 10/03/1872)
A Genova, dopo la caduta di Napoleone, si svilupparono forti tendenze democratiche e
repubblicane. L’ambiente genovese fu determinante per la formazione e le prime scelte ideologiche
di Giuseppe Mazzini, nato a Genova. Mazzini realizza, per la prima volta nella storia italiana, una
piena identificazione tra l’intellettuale e il rivoluzionario, concentrando tutto il suo pensiero sulla
realtà presente. Egli dedicò vari scritti ad argomenti di carattere letterario e ritenne che la letteratura
dovesse avere un peso essenziale in tutto il suo programma politico. La sua attività iniziò proprio
con i saggi letterari. Insieme agli amici genovesi, Mazzini cercò di dar vita a una bottega culturale
che riproponesse con vigore le polemiche romantiche milanesi. Sempre più impegnato
politicamente dovette limitare notevolmente la sua produzione letteraria. Prestò attenzione anche ai
problemi delle classi lavoratrici, convinto che mediante l’educazione di intellettuali si sarebbe
giunti alla collaborazione fra la classi sociali e le nazioni, e quindi all’unità.
8.5.4 Alcuni scrittori democratici
La maggior parte degli intellettuali democratici subirono il fascino dell’insegnamento mazziniano.
Molto legato a Mazzini fu Giovanni Ruffini che interruppe i suoi rapporti con lui quando si trasferì
in Inghilterra per la sua attività politica e culturale. Le tendenze democratiche ebbero seguito anche
a Livorno, quando fu fondato da un gruppo mazziniano, il periodico L’indicatore livornese grazie
all’attività di Bini e Guerazzi. Carlo Bini non si dedicò mai realmente all’attività intellettuale perché
oppresso da un senso di sterilità. Bini scrive Manoscritto di un prigioniero (1833) in cui evidenzia
come varie situazioni frantumino l’individuo e che, anche in carcere vi è differenza tra signori e
umili. Francesco Domenico Guerazzi fu uno scrittore di grande rilevanza per la borghesia laica
dell’800. Egli contribuì a diffondere gli schemi del romanticismo laico sulla scia di Byron. Scrive:
la Battaglia di Benevento (1828) e Note Autobiografiche (1833) scritte nel carcere di porto ferraio.
8.5.5 La cultura cattolica e il risorgimento
Negli anni ’30 e ’40 dell’800 emerge una nuova cultura cattolica italiana. Nei primi anni della
Restaurazione, la cultura cattolica si era principalmente preoccupata di ristabilire quei valori che
erano stati posti in discussione dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese. Intorno al ’30 si
impose una tendenza di tipo moderato che, attraverso l’intervento di molti esponenti del clero e
dell’aristocrazia, mirava alla formazione di un organismo statale italiano indipendente ad opera del
Papato stesso. Questo orientamento, solitamente indicato come neoguelfo, fu particolarmente attivo
negli anni ’40 con Papa Pio IX, ma rivelò presto la sua debolezza. Più aperta fu invece l’esigenza di
una riforma della Chiesa affinché questa si adeguasse ai caratteri del mondo contemporaneo
rinunciando al potere temporale.
8.5.6 La filosofia cattolica di Antonio Rosmini (1875 – 1855)
Il sacerdote Antonio Rosmini, fondatore dell’ordine religioso dei Rosminiani, nella sua ricerca e
riflessione filosofica si interessò anche all’esperienza estetica e ai problemi letterari. Eccezionale,
paziente e puntiglioso, riconsiderò e condannò tutte le prospettive della filosofia contemporanea
affermando il carattere assoluto della verità. I limiti della sua filosofia non devono però indurre a
sottovalutare la sua autentica e profonda religiosità, legata a un’esigenza di riforma per la chiesa.
Si recò a Roma, proprio per spingere Papa Pio IX verso cauti progetti di riforma, ma si tirò indietro
perché inorridito di fronte alla piega antipapale.
8.5.7 Vincenzo Gioberti
Il teologo e sacerdote Vincenzo Gioberti approda ad un programma di riscossa nazionale italiana
che ha un grande successo presso l’aristocrazia e la borghesia moderata. Dotato di vastissima
cultura, Gioberti aveva nello scrivere un’eccezionale rapidità che gli permise di produrre una
torrenziale quantità di opere ricche di argomentazioni e discussioni interminabili.
La sua prosa segue il flusso di un pensiero incontenibile, procedendo rapida, senza preoccuparsi di
correzioni e aggiustamenti. I suoi molteplici scritti possono essere distinti in 5 gruppi diversi: le
opere filosofiche tecniche; quelle incompiute; una vastissima raccolta di appunti, pensieri,
riflessioni e osservazioni di vario genere; un amplissimo epistolario; le più celebri opere legate alla
sua battaglia culturale e politica, con sfondo storico e filosofico.
Per capire il suo impegno politico e culturale non si può prescindere dal suo intero sistema
filosofico. Gioberti fonda così una filosofia della storia in cui svolgono un ruolo importante anche le
espressioni letterarie e artistiche. La storia è un ritorno dell’esistente verso l’Ente, mediante il
cattolicesimo. In questo movimento evolutivo, un ruolo essenziale spetta al clero, che deve
modernizzarsi. Gioberti avrà grande seguito nell’educazione politica italiana, sia nell’ambito laico
che in quello cattolico. Opera più importante è Il Primato, che si suddivide in due parti: esaltazione
della civiltà italiana e storia della cultura italiana.
8.5.8 Liberali e moderati piemontesi
I più importanti esponenti della cultura moderata piemontese appartengono alla nobiltà sabauda e
partecipano in vario modo alle vicende politiche.
- Il conte Cesare Balbo (guelfo), autore di varie opere storiche, si interessò allo studio di Dante.
- Il marchese Massimo Taparelli d’Azeglio, conservatore più moderato, era molto legato a Manzoni,
tanto da sposarne la figlia Giulia. Egli si accostò alla letteratura in modo spontaneo e non
professionale, scegliendo la via del romanzo storico. Ricoprì incarichi fondamentali nel governo
piemontese e rimase fedele alle sue posizioni cattoliche e conservatrici. Scrisse nel 1833 Ettore
Fieramosca (La disfida di Barletta).
- Estraneo agli interessi letterari, Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), grande leader
liberale, orientò la politica piemontese in senso laico e nazionale. Svolse un ruolo determinante per
la realizzazione dell’Unità d’Italia.
8.5.9 Aspetti della poesia romantica e patriottica
Nella produzione poetica sono presenti schemi romantici che permettono di affrontare diverse
tematiche storiche, patriottiche, religiose e sentimentali. Questa poesia interessa soprattutto per il
suo repertorio di situazioni e figure, bambini sofferenti e derelitti, morti precoci, fantasmi notturni.
Tra i numerosi esponenti di questo periodo ricordiamo Niccola Sole e Pietro Paolo Parzanese.
La poesia patriottica svolse naturalmente la funzione di sostegno immediato e corale all’azione
politica e militare, avvalendosi spesso di un linguaggio semplificato e sbozzato. Tra i numerosi
poeti patriottici si distingue Goffredo Mameli che realizza nella sua poesia il modello mazziniano
con toni enfatici, come nell’inno Fratelli d’Italia.
8.5.10 Il Romanticismo “Diffuso”: Prati e Aleardi
I poeti romantico-risorgimentali che riscossero maggior successo presso il pubblico borghese
furono Prati e Aleardi. Questi, parteciparono alle lotte rinascimentali e ottennero la carica si senatori
nel nuovo Regno d’Italia. Essi apparvero come modelli esemplari di poeti professionisti capaci di
dar voce a sentimenti eccessivi.
- Giovanni Prati (1814-1884) intendeva trasportare nella nostra letteratura gli aspetti più
sentimentali del Romanticismo europeo. Con lui la poesia diventa una sorta di celebrazione del
dissidio tra le esigenze sentimentali degli individui e gli ostacoli del mondo esterno. Il linguaggio di
Prati appare discontinuo, provvisorio. La sua opera più notevole è l’Ermenegarda (1841), novella in
versi che narra una vicenda contemporanea di corruzione, peccato e tradimento, basata su un evento
di cronaca reale. Scrisse anche Psiche, popolata di figure mitiche che invitano il poeta a immergersi
nella segreta vitalità della natura.
- Temi e motivi romantici si trovano nella poesia di Aleardi (1812-1878) che sviluppa un
controllato sentimentalismo attraverso una forma più accurata e un’accorta sperimentazione
metrica. Riprende e rinnova inoltre schemi classicisti, caratteri aulici e tradizionali.
8.5.11 Niccolò Tommaseo
Poeta sommerso dagli eccessi, contraddizioni e asprezze che rendono interessante la sua posizione,
Niccolò Tommaseo rientra nella cerchia degli intellettuali cattolici. Animato da una grande
sensibilità romantica, ricco di contraddizioni e di asprezze, egli non si preoccupò di nascondere il
proprio io, aveva una tendenza esibizionista. Tra le sue peculiarità c’è il rifiuto e la critica al
laicismo e al materialismo della borghesia europea contemporanea, in vista di una nuova civiltà
religiosa fondata su un profondo legame tra l’individuo e il popolo cristiano. Nato il 9 ottobre 1802
in Dalmazia da una famiglia di commercianti italiani, studiò nel seminario di Spalato e poi in quello
di Padova dove acquisì una severa educazione cattolica che lasciò i segni essenziali della sua
personalità. Laureatosi in giurisprudenza a Padova sentì ben presto il bisogno di allontanarsi dal suo
ambiente originario ponendo il suo lavoro a disposizione della nascente industria libraria milanese.
Nel ’24 si trasferì a Miano e poi a Firenze dove fu uno dei collaboratori dell’Antologia. Dopo la
soppressione di quest’ultima partì esule per la Francia e visse a lungo a Parigi frequentando i circoli
intellettuali parigini e conoscendo momenti di dissipazione e sfrenata sessualità. Negli anni ’40
visse a Venezia e fu sostenitore di una federazione antiaustriaca tra gli Stati Italiani, a seguito di cui
fu imprigionato. Guidò inoltre anche la Repubblica veneziana e, dopo la sua caduta, riprese la strada
dell’esilio. Nel 1859 si spostò a Firenze e vi rimase fino alla sua morte nel ’74.
La sua opera critica di maggior successo è il commento alla Divina Commedia. Tra i numerosi
scritti in cui tentò di definire la sua ideologia politico religiosa, il più importante è costituito dai tre
libri dell’Italia scritti quasi interamente a Firenze nel ’33: in essi si intrecciano l’ansia religiosa e la
ricerca della libertà, oltre al patriottismo e la difesa nazionale. Tommaseo sperimentò anche il
genere letterario più amato dal pubblico negli anni ’30: il romanzo storico. La sua opera in prosa di
maggiore successo resta Fede e bellezza. Si tratta di una narrazione che sviluppa elementi
autobiografici articolata in 6 libri: al centro della storia c’è Giovanni, un intellettuale italiano esule
in Francia e di una donna italiana, Maria. I due sono accomunati dalla conoscenza del peccato e da
una forte passione religiosa che li porta a bruciare quanto rimane del loro passato finchè un crudele
destino porta Maria alla morte. Tommaseo si libera dalle incertezze, nel suo epistolario si trovano
numerosi momenti di confessione morale e di analisi del suo rapporto col mondo.
8.5.12 Giuseppe Giusti (1809-1850)
Il genere satirico ebbe scarsa fortuna nella cultura risorgimentale, infatti, la maggiore opera satirica
dell’800 italiano è costituita dalle opere di Leopardi. Grande successo ottenne però la poesia di
Giuseppe Giusti. Nato in una famiglia agiata toscana, compì studi giuridici. Di salute cagionevole,
dopo essersi laureato, visse quasi sempre a Firenze. Compose poesie satiriche che chiamava
Scherzi. La sua poesia satirica si fonda sui malumori quotidiani e paesani, tradotti verso i grandi
ideali. Il patriottismo di Giusti è quello di chi vuole restare libero e contento nel proprio guscio
domestico. Egli nutre inoltre un odio generico verso qualsiasi tipo di straniero.

8.6 In un mondo estraneo ai mutamenti


8.6.1 La cultura reazionaria in Italia
Per gran parte dell’800 in Italia sopravvive una cultura reazionaria e autoritaria che esercitò un peso
notevole. Data la particolare situazione italiana, la cultura reazionaria non ottenne mai, nel nostro
paese, risultati forti. Solo con gli eventi del ’48 si creò una frattura definitiva tra questi gruppi
conservatori e reazionari. Protagonisti della battaglia furono i Gesuiti.
8.6.2 Roma e la cultura romana
Roma, come capitale del papato, si trovò in una situazione del tutto marginale rispetto alla politica e
alla cultura italiana. Le strutture dello Stato pontificio apparivano sempre più decrepite e fatiscenti,
bloccate nel groviglio di privilegi. Ebbe un certo rilievo la diffusione di un gusto poetico improntato
a un delicato ed esile classicismo che partiva da un’imitazione della lirica leopardiana, non bisogna
però dimenticare che, nonostante tutto, Roma continuò ad essere luogo di passaggio internazionale
che richiamava a sé viaggiatori e curiosi di ogni tipo.
8.6.3 Vita e cultura di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863)
Giuseppe Gioacchino Belli faceva proprio il linguaggio di quella plebe romana lasciata
costantemente ai margini della lunga storia della città papale. Scrittore di famiglia borghese, era
impiegato nell’amministrazione dello Stato Pontificio. La poesia dialettale a cui Belli inizia a metter
mano dopo la morte di Porta, suggerisce un immediato confronto con quella del poeta milanese.
Sia Porta che Belli, nel dar voce al popolo milanese e romano, si dimostrano particolarmente attenti
agli intrecci tra le varie cassi e il clero. La plebe romana di Belli è espressa nella negatività assoluta
della condizione umana. Sia Porta che Belli conducono una vita di impiegati e burocrati, ma Porta si
trova a un livello sociale più alto. Belli cerca quasi di nascondere la sua produzione dialettale
sentendola come uno sfogo clandestino.
8.6.4 I sonetti, “momento” della plebe romana
La poesia dialettale di Belli si serve della ripetizione ossessiva di un’unica forma metrica: il sonetto.
Si tratta di 2300 sonetti, ciascuno accompagnato da un titolo specifico e dalla data di composizione.
Ben presto l’autore pensò di raccogliere in modo organico i sonetti. Il proposito era quello di
lasciare un monumento alla plebe romana presentata in una poesia tutta sua, con i tipici discorsi
popolari. Egli adottò un sistema ortografico capace di esprimere le caratteristiche fonetiche del
romanesco, ma non arrivò mai a sistemare la raccolta e nemmeno a dare un titolo definitivo e unico.
Solo dopo la sua morte apparvero, seppur parziali, alcune edizioni clandestine.
L’insieme dei diversi “quadretti” romani mira esplicitamente a creare un effetto di ripetizione: il
poeta pare immergersi in quel linguaggio distorto, in un continuo confronto con qualcosa che lo
interessa e lo affascina. L’uso del dialetto romanesco esprime un senso di insoddisfazione che pesa
su tutta la vita dell’autore. Si tratta di una poesia tutt’altro che semplice. In essa si sovrappongono
incessantemente la voce del popolo e quella del poeta colto. Si ha così un’ininterrotta successione di
dialoghi ricavati dalla vita popolare romana. Molti sonetti si soffermano su particolari minuti, con la
descrizione dei momenti di vita e delle abitudini degli umili, delle loro attività quotidiane, delle loro
passioni e dei loro guai. Roma si presenta come un organismo malato. Tra il popolo e i vari potenti
è in atto una lotta spietata. Belli presenta la vita sociale di Roma, come un grande spettacolo, un
fatiscente baraccone. Anche Dio, i santi e i personaggi della storia sacra, fanno parte di questa
violenta commedia. I partecipanti a questa crudele rappresentazione possono talvolta incanalare la
loro aggressività verso una forma di protesta fine a se stessa. Belli è molto attento a far proprio il
dialetto più concreto e autentico. Raccoglie e ricostruisce con cura le forme dialettali più rare, ma
inserisce nel lessico anche moltissime espressioni colte e letterarie, deformate dall’ignorante voce
popolare. Il dialetto si rivela allora, strumento comico e tragico.
8.6.5 Il profondo sud e l’opera di Vincenzo Padula (1819-1893)
Completamente diversa dalla marginalità di Roma è la marginalità della Calabria immersa ancora
nei residui del feudalesimo. Gli intellettuali calabresi, pur vivendo in posizione del tutto periferica,
entrano in contatto con i temi più diffusi della letteratura romantica e trovano in Byron e nella
novella in versi, i loro modelli preferiti. La diffusione del brigantaggio in tutta la regione pone in
primo piano la figura romantica del bandito. A parte alcuni scritti minori, l’unico autore che
esprima compiutamente la condizione intellettuale calabrese è Vincenzo Padula, prete per necessità
di sopravvivenza economica. Svolse un’intensa attività letteraria e giornalistica e trovò la sua vena
migliore nella composizione di liriche, ricavate dalla poesia popolare calabrese.
8.6.6 Alla ricerca della poesia popolare
Il popolo a cui si riferiva la letteratura romantica e risorgimentale italiana corrispondeva, in linea di
massima, ad alcuni stati della piccola e media borghesia cittadina, arrivando talvolta a comprendere
una parte del proletariato urbano r i contadini più emancipati. Alcuni scrittori ottennero risultati utili
e affascinanti raccogliendo testimonianze della tradizione orale del popolo italiano e trascrivendo
direttamente i testi dialettali o compiendone traduzioni e rifacimenti in lingua. Si porta così alla luce
una poesia che celebrava le vicende eterne della vita del popolo, l’amore, la morte e la sofferenza.
8.7 Il melodramma romantico e Giuseppe Verdi
8.7.1 I generi teatrali tra restaurazione e risorgimento
Il teatro drammatico italiano dell’età romantica non produsse risultati di grande rilievo. Ciò non
significa che non esistesse un teatro romantico italiano, anzi. Sulla scia del melodramma si
organizza anche il teatro non musicale, quello di parola. Nelle rappresentazioni di queste compagnie
la recitazione non è condizionata da regole. La figura dell’attore diventa l’elemento centrale della
vita teatrale: gli stessi testi drammatici vengono adattati alle esigenze e alle caratteristiche degli
interpreti protagonisti. Nel clima romantico e risorgimentale prevalse la tragedia storica.
8.7.2 La grande opera romantica
Nel melodramma dell’800 notevoli sono i risultati che esso raggiunge nel teatro francese e tedesco,
ma la sua terra d’azione è l’Italia, in cui nasce. L’opera italiana del ‘700 è contraddistinta da una
frattura tra il linguaggio poetico e quello musicale. Nell’opera italiana dell’800 sono le stesse voci
cantanti a creare movimenti e contrasti scenici in un vaio gioco di sovrapposizioni, incontri e
conflitti. Viene progressivamente superata la distinzione fra le parti. Il teatro musicale diventa così
un’esperienza di intensa partecipazione emotiva e passionale e non più una semplice occasione di
divertimento. Il libretto viene ora scritto dallo stesso musicista che ne dirige la scrittura e lo
modifica secondo le sue esigenze. Grazie all’opera raggiungono ampia diffusione pubblica temi e
motivi della letteratura del tempo.
8.7.3 Il melodramma negli anni della Restaurazione
Negli anni della Restaurazione e del primo Romanticismo l’opera italiana è dominata da varie
personalità, tra cui
- Rossini, 1792-1868 scopre un nuovo ritmo musicale e attribuisce scarso rilievo al libretto.
- Bellini, 1801-1835 vive una rapida e fulminea esperienza, troncata da una morte precoce.
Composizioni: Il pirata, Elisi d’amore, La sonnambula, …
- Donizzetti, compone Lucrezia Borgia nel 1831, spregiudicato, disinvolto in cui colloca vicende
amorose e contrasti familiari.
8.7.4 Il genio drammatico di Verdi (1813/1901)
Giuseppe Verdi, genio musicale e drammatico, offre la sintesi più potente della sensibilità e della
cultura romantica italiana. Il dramma musicale viene concepito come intreccio e scontro di voci che
rappresentano passioni in movimento. I loro sentimenti sono sempre legati a ruoli sociali definiti.
Sulla scena si sviluppa una dialettica dell’autorità e del dominio, in spazi come quello familiare o
politico. Le passione amorose mettono continuamente in dubbio gli equilibri, l’amore trasgredisce
spesso l’ordine e le norme morali. Si tratta di motivi tipicamente romantici in cui il melodramma
svolge la funzione di sostenere una morale media, simile a quella svolta dal romanzo manzoniano.
Verdi diffonde a livello popolare un linguaggio estremo delle passioni. Il pubblico coglie
spontaneamente nella sua energia vitale, uno stimolo alla lotta nazionale. Pur non partecipando
direttamente alle vicende politiche, il musicista divenne così punto di riferimento per molte
battaglie unitarie.
8.7.5 Libretti e librettisti di Verdi
Nell’opera di Verdi, il testo del libretto perde ogni autonomia rispetto alla partitura musicale. Ma
proprio per questa ragione, il rilievo del libretto è tutt’altro che trascurabile: esso delinea l’ossatura
del dramma, i rapporti tra i personaggi, i temi e le situazioni. I librettisti verdiani sono poeti
artigiani, specialisti nella poesia teatrale. Il musicista sceglie il soggetto da opere letterarie e teatrali
e chiede al librettista di svilupparlo. Al compositore spetta il controllo e la vera responsabilità
dell’intero lavoro, così anche il poeta librettista finisce per essere soltanto un esecutore delle idee
del musicista. Opere celebri: Machbeth, Traviata, Forza del destino.
8.7.6 L’opera verdiana e la letteratura romantica europea
Come si è detto, i libretti e le opere verdiane attingono al vasto repertorio del Romanticismo
europeo, reinterpretandolo. Solo in rari casi il soggetto è tratto da una fonte non drammatica. Questo
si ispirò a Shakespeare, Schiller, Byron e Hugo.

8.8 Verso una nuova realtà


8.8.1 Al di là del Romanticismo
Rispetto alle tendenze dominanti nella letteratura romantica e risorgimentale, si affermano ora
prospettive più avanzate e moderne. È il caso di Catteno, Ferrari e Pisacane. Gli anni ’50 dell’800
sono quelli in cui per la cultura italiana si fa più forte il bisogno di confrontarsi con problemi
concreti. In questo contesto nasce una narrativa che trova la sua maggiore espressione nella breve
ma intensa attività di Ippolito Nievo.
8.8.2 Vita e opere di Carlo Cattaneo (1801-1869)
Nel contesto del Risorgimento italiano, quella di Cattaneo fu una presenza prestigiosa e solitaria,
concentrata nella ricerca intellettuale. Nato a Milano da una famiglia di tradizioni agricole,
insegnante di grammatica latina, si laureò in giurisprudenza e svolse subito un’intensa attività di
pubblicista e traduttore. Lasciò l’insegnamento e si diede ad attività di consulenza per imprese
industriali. Convinto che l’obiettivo della libertà dovesse essere anteposto a quello dell’unità e
dell’indipendenza rifiutò di recarsi a Roma, dove Mazzini voleva nominarlo ministro delle Finanze
della Repubblica romana. Continuò tuttavia la sua battaglia e partecipò attivamente alla vita civile.
Accettò inoltre di recarsi a Napoli per sostenere il governo di Garibaldi, fece brevi soggiorni a
Firenze, ma rifiutò di partecipare alle sedute della Camera per non giurare fedeltà al re. Morì in
Svizzera.
8.8.3 La filosofia “militante” di Cattaneo contro Rosmini e Gioberti
Cattaneo sosteneva che tutti gli ambiti dell’agire umano concernenti la natura, il mondo esterno, la
cultura e la società, suscitano in lui una volontà di intervento razionale che abbraccia i più disparati
campi dell’esperienza. Egli aspira ad un atteggiamento positivo che si accosti alla realtà nella sua
concretezza che collabori a un progresso materiale. Per questo in lui è costante la battaglia contro i
filosofi che annullano la particolarità irriducibile del fare umano, sottocategorie astratte e generali.
Cattaneo ritiene l’intelligenza una capacità di produrre potenza, favorire lo sviluppo materiale della
civiltà. L’operosità borghese contribuisce a modificare il mondo. La ragione positiva ha un forte
spirito riformistico e rifiuta compromessi. Cattaneo si sente cittadino europeo, ha grande cura per i
modi di trasmissione delle sue idee e vuole far convergere scienze e tecniche diverse verso una
modificazione positiva dello spazio naturale e sociale. La sua scrittura è precisa e rigorosa. In netta
alternativa ai romantici e a Manzoni, Cattaneo si ricollega alla tradizione illuministica. La sua
scrittura non si chiude, ma si accende nella passione per la ricerca. Cattaneo sosteneva, infine,
l’esigenza di una letteratura partecipe delle conquiste della scienza.
8.8.4 La filosofia dell’irreligione: Giuseppe Ferrari (1811-1876)
Il milanese Giuseppe Ferrari intrattenne rapporti con Cattaneo, emigrò in Francia dove si accostò a
varie tendenze del pensiero democratico convincendosi sempre più che la Francia sarebbe nata da
una nuova grande rivoluzione europea. L’opera di Ferrari, basata su schemi di interpretazione della
storia e delle ideologie, manifesta un forte spirito polemico. La rivoluzione per lui è una possibilità.
Essa è spinta da una forza interna che chiama Rivelazione, la quale promuove la piena laicizzazione
dell’esistenza, combatte l’ineguaglianza dei beni e favorisce la distribuzione delle ricchezze.

8.8.5 Verso il Socialismo: Carlo Pisacane (1811-1876)


Il napoletano Carlo Pisacane partecipò ai moti rivoluzionari del ’48 e ’49. Proveniente da una
famiglia della piccola nobiltà, intraprese la carriera militare, raggiungendo il grado di tenente
dell’esercito e formandosi una cultura tecnico scientifica. Abbandonò l’esercito e fuggì da Napoli
con la moglie di un anziano cugino vivendo una romantica storia d’amore. Dopo aver viaggiato a
lungo, a Roma fu nominato capo di stato maggiore di Garibaldi e pubblicò una serrata analisi critica
del comportamento tenuto dalle varie forze politiche nelle recenti vicende. Pisacane denuncia
l’oppressione esercitata dalla borghesia sulle classi popolari e pensa che la costruzione della
nazionale italiana sia praticabile solo chiamando direttamente in causa le classi popolari e i loro
interessi, ma la plebe potrà essere coinvolta solo dal socialismo. Egli ritiene che la rivoluzione
socialista abbia maggiori possibilità del Meridione, dove la borghesia è più debole e la plebe più
arretrata. La realtà smentì amaramente queste prospettive, ma la figura e l’opera di Pisacane restano
testimonianza del bisogno di riscatto di un’Italia oppressa ed emarginata. Il nascente socialismo
vedrà Pisacane come il suo primo martire, l’iniziatore di una lotta coraggiosa e difficile.
8.8.6 Il realismo moderato di Carlo Tenca (1816-1883)
Carlo Tenca, affermato negli ambienti culturali, collaborò a vari giornali e pubblicò un’imitazione-
parodia dei romanzi storici allora alla moda. Egli si rivelò uno dei più acuti critici letterari del
Risorgimento. Oltre che fornire interpretazioni sulla situazione letteraria contemporanea, Tenca
esprime giudizi su singoli autori e mostra grande attenzione ai problemi linguistici. Insistette in
modo sempre più netto su un equilibrato culto del vero, da intendersi in senso laico. Aveva in mente
una letteratura che riconciliasse definitivamente gli aspetti positivi del Romanticismo e del
Classicismo.
8.8.7 La narrativa negli anni ’50 e la letteratura “campagnola”
La narrativa degli anni ’40-50 vede la crisi del romanzo storico e un’apertura alla realtà
contemporanea. Una strada poco percorsa è quella dell’umorismo. Nell’ambiente milanese, il
modello manzoniano indicava la possibilità di rappresentare la vita degli umili al presente.
L’interesse della vita delle classi più povere aveva suggerito alla narrativa italiana una nuova strada.
Questa è una letteratura che mette in luce i contrasti con il mondo urbano e rovescia completamente
l’immagine tradizionale del mondo rurale. Il conflitto tra città e campagna si presenta come
opposizione tra la sanità, l’autenticità della vita rurale e l’ipocrisia della vita cittadina.
8.8.8 Ippolito Nievo (1831-1861)
Ippolito Nievo visse intense esperienze intellettuali, politiche e militari. I suoi molteplici scritti
mostrano un netto rifiuto del Romanticismo sentimentale che riscuoteva ancora più grande
successo; in lui c’era un’esigenza di maturità virile, di vigore intellettuale e fisico che egli realizza
partecipando, al seguito di Garibaldi, alla guerra del ’59 e all’impresa dei Mille. Nato a Padova da
una famiglia nobile, iniziò presto l’attività di scrittore e in pochi anni scrisse numerose opere
narrative, poetiche e teatrali. La sua fama di scrittore era abbastanza affermata, ma quando terminò
Le confessioni di un Italiano si rese conto della difficoltà di pubblicarle. Partì a Torino insieme ai
fratelli e lì si arruolò nel corpo comandato da Garibaldi; dopo, si imbarcò con i Mille. Amareggiato
dall’annessione del Meridione al Piemonte, andò a Napoli e poi a Palermo e da qui si imbarcò verso
Napoli su un piroscafo affondato durante una tempesta.
8.8.9 Le opere minori di Nievo
La prima vera esperienza letteraria di Nievo è un racconto satirico dal nome L’antiafrodisiaco per
l’amor platonico, vendicativa ritrattazione della passione per Matilde Ferrari costruita su un
intreccio di eventi privati e pubblici con un ironico atteggiamento antiromantico. Si dedicò a una
produzione poetica fitta e disordinata tra cui due volumetti, entrambi dal titolo Versi, accompagnati
da un saggio che definisce i caratteri di una poesia non espressamente rivolta alle classi inferiori.
Più maturo appare il canzoniere apparso con il titolo Le lucciole, ma il risultato più apprezzabile di
Nievo è la raccolta Amori garibaldini, basato sull’esperienza militare del ’59 in cui la passione
patriottica e quella amorosa si fondono in una franca ironia.
Quasi completamente sconosciuta restò la produzione teatrale di Nievo, che conta numerose
tragedie e commedie. Nievo fu inoltre ricollegato anche alla letteratura “campagnola” e abbinò
l’analisi sociale a motivi sentimentali e ad un’idealizzazione del mondo contadino che sfiora
l’idillio, anche se non mancano momenti ironici. Oltre che nelle novelle, la tematica campestre è
presente nel romanzo Il conte pecoraio, molto vicino al romanzo manzoniano. Su vicende amorose,
ma anche politiche, si basa il romanzo dal titolo Angelo di Bontà. Di livello più alto è invece il
breve romanzo Il barone di Nicastro, in cui si narrano i viaggi che un barone colto compie per tutta
la terra alla vana ricerca della virtù, salvo poi fare ritorno con la convinzione che tutta la realtà sia
perversamente dominata dalla contraddizione. Negli anni dell'impegno patriottico, acquistano
un'importanza fondamentale gli scritti politici: dal saggio Venezia e la libertà d'Italia, nato dalla
delusione per la mancata liberazione del Veneto, ad un altro saggio Frammento sulla rivoluzione
nazionale, in cui si pone il problema sul rapporto tra la costituzione della nuova Italia e le masse
popolari, soprattutto contadine. Le masse popolari sono sempre utilizzate come strumento per
iniziative che spettano agli intellettuali borghesi guidare; l'autore suggerisce di tenere presente il
ruolo positivo che nella prospettiva di una solidarietà nazionale potrebbe svolgere il clero più umile,
più vicino alle esigenze quotidiane del popolo.
8.8.10 Le confessioni di un italiano
li capolavoro di Nievo, le Confessioni di un italiano, fu scritto senza interruzioni tra il 1857 e il '58.
Sistemato il testo per la pubblicazione, egli si rese conto che i contenuti e l'impostazione sarebbero
stati d'ostacolo all'uscita del libro. Il romanzo fu pubblicato postumo nel 1867 a cura di Emilia Fuà
Fusinato, con il titolo Confessioni di un ottuagenario e con molte modificazioni arbitrarie. L'opera
ebbe scarso successo e rimase quasi sconosciuta per tutto l'Ottocento. La narrazione si svolge in
prima persona ed è divisa in ventitré capitoli; mostra alcuni legami con le forme del romanzo
storico, ma la rappresentazione storica è trasferita sul piano della contemporaneità. L'autobiografia
fittizia dell'ottuagenario riproduce in più di un punto quella reale dell'autore non ancora trentenne
che, attraverso il filtro della prima persona attribuita ad un vecchio che tanto ha visto e tanto ha
fatto, assume una singolare distanza tra cose ed eventi. La narrazione delle Confessioni si sviluppa
su due blocchi cronologici diversamente caratterizzati: il primo è dedicato all'infanzia e
all'adolescenza del protagonista nel mondo quasi senza tempo del Friuli, ancora chiuso nel
feudalesimo, fino a quando la Repubblica di Venezia viene spazzata via dai francesi e dal trattato di
Campoformio; il secondo blocco segue il protagonista e altri personaggi per le strade del mondo.
Orfano di madre, senza notizie di padre vive con la zia e la cugina nel castello friulano. I primi
capitoli seguono l'esperienza infantile del bambino e le scoperte; al centro di questo mondo ci sono i
giochi di Carlino Altonito con la cugina Pisana, bambina dalla femminilità precoce. Quella di
Carlino è anche la storia di una formazione, di una preparazione al futuro. La narrazione delle
Confessioni è spesso insidiata da propositi moralistici e pedagogici, in cui Nievo vorrebbe
racchiudere il senso sia delle vicende storiche che della vita dei suoi personaggi, facendo di Carlino
l'emblema della conquista di un comportamento virile e civile. Questo moralismo fa pensare ad uno
Jacopo Ortis risanato, ad un Foscolo più morale. Nievo però comunque molto lontano dal
paternalismo cattolico e aristocratico di Manzoni crede in una società borghese operosa e fiduciosa
nel progresso; è convinto che lo spirito umano sia una grande forza universale che comprende e
riassorbe in sé la varietà dei destini individuali; ritiene che la storia sia regolata da una Provvidenza
che giustifica e riscatta le sofferenze, proiettando tutto verso un destino positivo.
8.8.11 La cultura laica napoletana
La cultura napoletana mostrava una notevole vivacità. A Napoli si pubblicano riviste in numero
superiore a qualsiasi altra città italiana, si diffondono scuole private laiche, si registra un forte
sviluppo degli studi filosofici, specialmente Vico ed Hegel. Influenzarono inoltre la cultura
napoletana, tendenze democratiche e radicali, legate all'llluminismo del '700.
8.8.12 Francesco De Santics: la vita (1817-1883)
Francesco De Sanctis nacque da una famiglia borghese di proprietari terrieri e compi i suoi studi a
Napoli. Dopo aver compiuto studi di diritto, si interessò alla letteratura e scelse la strada
dell'insegnamento. Apri una scuola privata di grammatica e letteratura, la sua prima scuola
napoletana e raccolse giovani di talento. Egli definì una propria concezione di letteratura. Fu
precettore dei figli di un barone e scrisse saggi critici. Fu arrestato e condotto a Napoli, durante i
quale scrisse il dramma Torquato Tasso. Condannato all'esilio, fu imbarcato per l'America, ma da
Malta, riuscì a fermarsi a Torino. t visse dando lezioni private e collaborando con importanti saggi
critici e vari periodici. Ottenne l'insegnamento della letteratura italiana a Zurigo e visse in Svizzera.
Tornato a Napoli, quando ci si stava preparando all'annessione del Mezzogiorno al Regno d'ltalia,
fu nominato ministro della Pubblica Istruzione e professore dell'università di Napoli, nella sua
seconda scuola napoletana. Ma la sua partecipazione alla vita politica non venne mai meno:
abbandonò l'insegnamento e si dedicò ad essa. Costretto a dimettersi per motivi di salute, continuò
ad impegnarsi in ambito politico e letterario, fino alla morte.
8.8.13 I saggi critici e i fondamenti della critica desanctisiana
De Sanctis si allontanò dal classicismo e si accostò alle opere più complesse della cultura
napoletana del suo tempo. Le lezioni alla prima scuola napoletana mostrano il progressivo ampliarsi
dei suoi interessi, all'attenzione per le discussioni filosofiche contemporanee e le grandi prospettive
del Romanticismo. Il primo De Sanctis guarda con interesse la filosofia tedesca, in particolare
Hegel. Successivamente, vanno definendosi le sue idee sulla letteratura: propone i diretto rapporto
con i testi, con i grandi autori della letteratura mondiale, e anzitutto con Manzoni e Leopardi. Con
gli eventi del 48, egli si allontana dal Romanticismo religioso e da ogni sorta di pessimismo.
Auspica ad una letteratura carica di concretezza e vede l'opera di Manzoni come un esempio
supremo. Egli scrive saggi importanti per varie riviste, ma si tratta di interventi che già riguardano
la produzione letteraria contemporanea. Alla pubblicazione di questi saggi si accompagnava intanto
l'insegnamento. Essenziali furono le sue lezioni su Dante, in vista del progetto, mai realizzato, di un
grande libro dantesco. Nei saggi e nelle lezioni di De Sanctis, la sua critica mira a trarre in luce la
forza vitale della letteratura: essa è animata da una passione per la vita. Le opere letterarie sono
considerate come organismi viventi, esprimono i caratteri più profondi della vita delle diverse
epoche. La grandezza di questo autore sta nel modo in cui egli sa ascoltare le opere più diverse, che
non si pongono come principi da applicare in modo rigido, ma egli si pone in un atteggiamento
militante.
8.8.14 La storia della letteratura italiana
I primi anni dello Stato unitario resero consapevole De Sanctis della difficoltà di realizzare un'Italia
veramente liberale, laica e moderna. La nuova esperienza politica ripercosse in modo evidente
nell'attività critica, nella quale l'autore si pose nuove domande sulla tradizione culturale e sul
comportamento degli intellettuali italiani. Alla Storia della letteratura italiana, concepita come un
manuale per i licel, l'autore si dedicò dopo alcuni lavori preparatori. In origine l'opera doveva
consistere in un solo volume, ma nella versione definitiva si estese a due volumi, che in 20 capitoli
ripercorrono l'intera storia della nostra letteratura. La parte relativa al 700-800, risulta essere
sintetica e disordinata, concentrata in un solo capitolo, forse perché l'autore aveva fretta di
concludere, per dedicarsi ad un terzo volume. Le conclusioni affrettate e i limiti di informazione,
rendono insufficiente quest'opera per chi volesse utilizzarla come manuale. Ma in realtà è una
buona sintesi della società italiana, vista attraverso le opere letterarie, in cui i personaggi sono gli
autori e i loro testi. Questo percorso storico è animato da analisi scintillante puntuali e da un
linguaggio ricco di tensione drammatica, ma anche da modi colloquiali. L'immediatezza
dell'esposizione è del resto un carattere costante nella critica di De Sanctis e costituisce una delle
principali ragioni del suo fascino. Le tematiche più ardue e le argomentazioni più complesse, si
riducono a formule lineari. Per questi motivi, De Sanctis è considerato il critico per eccellenza,
l'interprete privilegiato della nostra storia letteraria. Ma possiamo riconoscere in lui un grande
modello classico, di rapporto organico tra esperienza umana, politica, storica, letteraria ed
educativa.
8.8.15 Le lezioni napoletane e il giudizio sul presente
Alla letteratura del 19° secolo De Sanctis dedicò i corsi tenuti all'università di Napoli, i cui testi
furono pubblicati volta per volta su giornali o in alcuni casi con saggi veri e propri. Da queste
lezioni si ricava un ricco quadro della cultura letteraria, filosofica e politica dell'800 italiano. Il
critico vede il tratto caratterizzante del suo secolo, nella reazione romantica all'Illuminismo e alla
rivoluzione francese, interpretando il Romanticismo come il ritorno alla realtà concreta.
L'incarnazione più valida e autentica di questo Romanticismo, è l'opera di Manzoni. La parte
dedicata a Leopardi, si concentra sulla interpretazione articolata e puntuale di una ricostruzione
storica e biografica. Nei saggi degli ultimi anni, De Sanctis aspira ad una società regolata dalla
scienza e dalle osservazioni del vero. Tale aspirazione lo si deve dal fascino dell'auto re per il
naturalismo di Zola, l'evoluzionismo di Darwin, il positivismo ed il verismo italiano.
8.8.16 Gli scritti autobiografici
Negli ultimi anni il grande critico si senti attratto dalla scrittura autobiografica. Scrisse per la prima
volta il resoconto di un viaggio di ritorno al suo paese natale, in occasioni di votazioni elettorali.
Successivamente si dedicò ad un proprio libro di Memorie, che cominciò a dettare alla nipote
Agnese e che rimase incompiuto. Furono pubblicati 28 capitoli con il titolo La giovinezza.
Epoca 9. La nuova Italia (1861-1910)
9.1 L’Italia borghese e liberale nella società e nella cultura europea
9.1.1 Limiti cronologici
Dalla seconda metà del 19° secolo fino alla prima guerra mondiale, si assiste alla massima
espansione della società borghese, con uno sviluppo irresistibile di nuove industrie e di nuove
tecnologie. Il borghese europeo si sente padrone del mondo. Dopo una fase di guerre e di
turbamenti istituzionali che coinvolgono diversi paesi europei, culminate nella guerra franco-
prussiana, si ha un lungo periodo di pace, fino al 1914 con l'esplosione della grande guerra, che
segna la fine del mondo della borghesia liberale. L'arretratezza della situazione italiana rimane
comunque molto marcata.
9.1.2 L'Europa borghese imperialistica
Questa grande crescita della società borghese europea non si svolge in modo omogeneo nei paesi: si
individuano differenze nettissime. La stessa espansione economica non si svolse in modo costante.
Alla totale e incontrollata libertà dello sviluppo economico, si sostituirono progressivamente misure
di tipo protezionistico. Acquistò un peso sempre notevole il capitalismo finanziario. Le messa in
opera di nuove scoperte scientifiche e di nuove tecnologie diede luogo a nuove industrie e a nuove
forme di produzione, tanto che molti storici hanno parlato di seconda rivoluzione industriale. Fino
alla grande guerra, la società borghese sembra muoversi su un'onda ottimale, detta Belle époque.
Questa espansione della civiltà europea portò ad un fortissimo aumento della popolazione.
Nelle città europee si amplia la classe sociale, definendo la nuova piccola borghesia. Le forme più
dure di sfruttamento vengono contrastate da nuove forme di associazione tra gli operai. Nasce il
socialismo che lotta al miglioramento della condizione operaia. Di fronte alla resistenza operaia, si
abbandonano le forme arcaiche e violente di sfruttamento, mentre un'organizzazione sempre più
complessa del lavoro in fabbrica si instaura, con divisione dei compiti, delle funzioni e dei tempi di
lavoro. Ciò si deve all'imprenditore americano Taylor. I lavoratori scoprono la nuova potente arma
di lotta dello sciopero. Tra lotte e sconfitte, il socialismo si pone come espressione politica della
classe operaia. L'ordine borghese è costretto a tener conto della pressione socialista. Questo
movimento di emancipazione della classe operaia non esclude il perdurare di condizioni di sfrutta
mento inumano, di miseria terribile. Per grandi masse di popolazione l'unica speranza di
sopravvivere è affidata all'emigrazione verso il continente americano, soprattutto verso gli Stati
Uniti, che offrono possibilità di lavoro.
Dal punto di vista politico e militare, oltre alla gigantesca espansione coloniale furono anni
caratterizzati da varie guerre: esse portarono alla conclusione del processo di unificazione italiana e
videro la formazione della nuova potenza della Prussia. Per l'Europa iniziò poi un lungo periodo di
pace: l'Inghilterra manteneva il suo ruolo di massima potenza economica e coloniale, ma fuori
l'Europa, gli Stati Uniti erano protagonisti di uno sviluppo senza precedenti.
9.1.3 Uno sviluppo senza limiti
La vorticosa espansione dell'industria capitalistica crea un vero e proprio mercato mondiale, con
rapporti economici tra i punti più remoti del pianeta. La realtà industriale crea modificazioni visibili
del paesaggio. Essenziali per lo sviluppo industriale e la circolazione delle merci sono i nuovi mezzi
di trasporto, che consentono rapidità negli spostamenti e un ruolo centrale della ferrovia. Si diffonde
la navigazione a vapore con i grandi transatlantici. Il carbone è la fonte primaria di energia per
questi mezzi di trasporto. Il ferro costituisce una materia prima essenziale per la loro costruzione.
Lo sviluppo industriale, le nuove invenzioni e tecnologie, comportano un intreccio tra industria e
ricerca scientifica. Figura centrale in questo universo è quella dell'ingegnere che sa ricavare nuove
soluzioni tecniche. L'atteggiamento culturale dominante trova espressione nel Positivismo. Nascono
una geografia e una cartografia moderne. Importanti furono le scoperte nel campo della biologia,
della medicina, della chimica e l'introduzione dell'elettricità. I rapporti umani mutano radicalmente,
grazie all'uso del telegrafo elettrico a cui segue il telefono e la radio. Nel settore dei trasporti si
hanno ulteriori modificazioni con la scoperta del motore a scoppio e all'invenzione dell'automobile,
dell'aeroplano, dei tram elettrici e della bicicletta. Tutte queste invenzioni hanno notevole incidenza
sulla cultura, ma un impatto ancor più diretto hanno i nuovi mezzi di registrazione dell'immagine e
del suono: la fotografia, il cinema dei fratelli Lumière e il fonografo. Questa vorticosa serie di
invenzioni e di sperimentazioni tecniche, porta il mondo occidentale verso una nuova modernità.
Si crea il nuovo meccanismo della pubblicità: si organizzano luoghi particolari di esposizione e di
vendita di tutte le merci possibili. L'accresciuto benessere crea una nuova gioia di vivere e dà luogo
ad un ampio consumo culturale e a una diffusione di gusti artistici e letterari: Le nuove forme di
benessere e la nuova organizzazione della vita borghese conferiscono un nuovo ruolo della donna.
Le donne borghesi vedono riconosciuto lo spazio della cultura e dell'educazione, la coltivazione dei
valori e dei sentimenti. Già alla fine del 19 secolo, hanno luogo le prime manifestazioni del
femminismo e le prime lotte per i diritti della donna. Ma non bisogna dimenticare che permangono
ancora numerosissimi conflitti e che la maggior parte dell'umanità continua a restare esclusa dal
progresso.
9.1.4 Il nuovo stato italiano
Il raggiungimento dell'unità italiana impone uno sforzo di unificazione reale delle strutture e delle
istituzioni, delle mentalità e delle abitudini sociali. Dal Regno d'Italia proclamato nel 1861,
restavano escluse parti essenziali. Nella prima fase della vita politica del nuovo Stato il governo fu
nelle mani della Destra; quando il potere passò alla Sinistra, ebbe inizio il fenomeno del
trasformismo. Questo periodo vede una serie di scandali. Agli effetti negativi si tentò di rispondere
con l'ex garibaldino Francesco Crispi. Con l'assassinio del re Umberto I l'equilibrio istituzionale e
sociale si recuperò con il nuovo re Emanuele III e il lavoro di Giovanni Giolitti. L'età giolittiana è
caratterizzata da una forte espansione produttiva, una serie di importanti conquiste sociali e civili.
9.1.5 Sviluppo economico e conflitti sociali
Lo sviluppo del capitalismo italiano si trovò a dover fare i conti con la frantumazione del paese. La
costruzione di un'efficiente rete ferroviaria, capace di attraversare tutto il territorio nazionale, fu una
delle iniziative essenziali per la crescita del paese. Ma sia dal punto di vista istituzionale, sia da
quello dei rapporti sociali e dell'iniziativa economica, questa centralizzazione veniva condotta senza
tener troppo conto delle tradizioni locali. Ciò comportava resistenze di vario genere, forme di
prepotenza e di esclusione. La spina dorsale dell'economia del paese continuava ad essere
l'agricoltura. Nel Meridione sopravviveva il latifondo e rapporti di tipo feudale. La frattura fra Nord
e Sud si rivelò un ostacolo insormontabile. La situazione meridionale fu immediatamente messa in
evidenza dal fenomeno del brigantaggio. I metodi spietati con cui esso fu represso aggravarono
ulteriormente la frattura tra le strutture dello Stato unitario e le popolazioni meridionali. Il
gigantesco fenomeno migratorio ebbe effetti notevolissimi anche sulla vita culturale del paese e, in
questa fase, prese avvio la formazione di grandi comunità di origine italiana, soprattutto in America.
La frattura fra Nord e Sud non impedì il formarsi di una coscienza borghese liberale: esse sentivano
di appartenere ad una nazione. Una nuova moderna serie di tensioni sociali fu originata dalla
pressione operaia, dalla diffusione del socialismo, dalle lotte nelle fabbriche e nelle città in molti
settori della borghesia si diffuse una vera e propria paura del socialismo.
9.1.6 Orizzonti politi e ideologici
In Italia il raggiungimento dell’unità politica impose uno sforzo di unificazione reale delle strutture
delle istituzioni, delle condizioni materiali, delle mentalità e delle abitudini sociali. Lo sviluppo del
capitalismo italiano si trovò a dover fare i conti con la frantumazione del Paese e si concentrò in
alcune zone dell’Italia settentrionale. La frattura tra Nord e Sud si rivelò un ostacolo insormontabile
all’effettiva unificazione: la questione meridionale apparve subito in tutta la sua evidenza. Le varie
tensioni dovute alle difficoltà dello sviluppo e alla cattiva integrazione tra le diverse regioni, non
impedirono il formarsi, presso le classi dirigenti, di una coscienza borghese e liberale di tipo
piuttosto omogeneo. Il modo in cui era stata realizzata l’unità e i nuovi problemi generati dal nuovo
stato unitario, portarono a un rapidissimo esaurimento delle ideologie maturate negli anni della lotta
risorgimentale. La tradizione repubblicana e mazziniana restò comunque viva, ma non riuscì più a
incidere sui processi reali. Diverso peso assunse il movimento socialista, che si rapportava ad un
ricco patrimonio intellettuale. Strumento fondamentale fu la rivista Critica sociale fondata da
Filippo Turati. Per il mondo cattolico, gli anni successivi all’unità, rappresentano un momento di
chiusura.
9.1.7 Le tendenze dominanti della cultura europea
Una sensibilità di tipo romantico era ancora assai diffusa, soprattutto nei comportamenti giovanili e
negli atteggiamenti femminili. La cultura europea della seconda metà dell'800 appare dominata dal
Positivismo. Le scienze della natura, con le loro scoperte e i loro successi, si pongono come
modello di conoscenza e di ricerca. Si estendono così a ogni campo culturale il criterio sperimentale
della verifica, il confronto con i fatti. Fra tutte le teorie scientifiche che vengono elaborate ha un
rilievo centrale l'Evoluzionismo che si pone come guida e scheda di interpretazione di tutta la realtà
umana. Dalla filosofia tedesca si sviluppa il nuovo materialismo storico e dialettico di Karl Marx
che diventa la filosofia del socialismo scientifico e del comunismo. Il marxismo ebbe un peso
determinante nella storia culturale. Da questo terreno nacque la psichiatria clinica di Sigmund
Freud, il fondatore della psicoanalisi che volse lo sguardo all'inconscio. Ma la teoria più radicale e
più distruttiva è quella elaborata da Friedrich Nietzsche e Henri Bergson. Nello stesso orizzonte
culturale si sviluppano, all'inizio del nuovo secolo, varie filosofie della vita. Il senso della modernità
che domina le varie manifestazioni della cultura del primo '900, è ispirato dai nuovi innumerevoli
oggetti prodotti dalla tecnica. La modernità del nuovo secolo sembra imporsi spazzando via i
metodi positivi. A queste varie tendenze culturali si collega una grande letteratura con grandi
capolavori.
9.1.8 Il positivismo e le nuove scienze
La penetrazione ufficiale del positivismo nella cultura italiana si fissa nel 1866, data in cui apparve
su ll Politecnico il saggio La filosofia positiva e il metodo storico. Pasquale Villari fu uno dei
maggiori storici del tempo, impegnato a fondare le proprie immagini su una documentazione
precisa. Il positivismo si impose anche nelle scienze sociali, attraverso Cesare Lombroso, medico e
psichiatra che studiò anormalità e devianza sociale. Relativamente scarsi furono i contributi che la
nuova Italia offrì nel campo delle scienze naturali, ma sul piano della tecnica non mancarono
importanti contributi italiani, primo fra tutti quello di Guglielmo Marconi con le onde radio.
9.1.9 Intellettuali e istituzioni culturali
La creazione del nuovo Stato unitario comportò un totale riassestamento delle istituzioni culturali e
una ridefinizione dei rapporti degli intellettuali con le istituzioni stesse. Molti intellettuali, già
impegnati nelle lotte al Risorgimento, partecipano ora direttamente alla nuova vita politica. Si crea
la figura dell'intellettuale-politico. Ma la cultura e il lavoro intellettuale penetrano nella realtà
sociale in modo più diffuso e articolato grazie alle specifiche istituzioni di insegnamento e di
ricerca: la scuola e l'università ricevono un'attenzione di primo piano, in quanto strumenti essenziali
per l'unificazione culturale del paese. Oltre che alla creazione di un'ampia rete scolastica, il nuovo
Stato provvede a una riorganizzazione dell’università. Oltre alle strutture formali, ricevettero
particolare attenzione altri organismi di ricerca, come le antiche accademie, gli archivi di Stato, le
grandi biblioteche, i musei nazionali, interventi edilizi e urbanistici opere monumentali. Un peso
determinante ebbe l'istituzione giuridica, rappresentata dalla nuova classe dei magistrati statali e
degli avvocati. In tale contesto comincia a delinearsi la figura dello scrittore che rifiuta
completamente i modi di vita borghesi, vive miseramente alla giornata. All'opposto c'è la figura
dello scrittore che assume pose e gesti esemplari, o ancora artisti che conquistano il pubblico con lo
scandalo estremo e provocatorio. Contemporaneamente comincia a diffondersi anche la figura
dell'intellettuale borghese "transfuga" dalla sua classe, impegnato nella ricerca di valori nuovi. In
linea di massima si configura una sorta di separazione tra gli studiosi. La vita degli artisti si svolge
comunque sotto il segno dell'originalità. Ci sono i luoghi di incontro informale: i salotti di grandi
dame, caffè cittadini, che intrecciano vita mondana e vita letteraria. In tale contesto ha un rilievo
essenziale la presenza delle donne che partecipano alla vita culturale: le scrittrici sono molto più
numerose che in passato.
9.1.10 Editoria, stampa e mercato libraio: verso una cultura di massa
L'unificazione del paese e l'espansione del pubblico creano le premesse per uno sviluppo
dell'editoria in senso industriale, che porta gli scrittori a confrontarsi sempre più con il mercato. Un
ruolo essenziale acquista la stampa quotidiana. All'interno di essa, raggiunge il suo massimo
sviluppo la letteratura d'appendice, che costituisce spesso la base essenziale per la produzione
editoriale. Ma il mercato editoriale non è omogeneo, deve scontrarsi con l'analfabetismo dominante.
Un'importante funzione svolge il pubblico femminile. Altro ruolo considerevole hanno le riviste con
propositi polemici. Ma se le riviste tradizionale erano inevitabilmente rivolte a un pubblico molto
limitato, la moderna stampa quotidiana e periodica garantiva alla tematica letteraria una diffusione
ben più vasta: gli intellettuali e gli scrittori vi collaborarono in modo sempre più massiccio; e
nacquero nuove figure di scrittori-giornalisti. In tale contesto svolsero normalmente una funzione
essenziale anche figure di imprenditori che promuovevano la collaborazione tra scrittori diversi. In
questo variegato mondo editoriale e giornalistico, venivano consolidandosi le prime forme di
culture di massa. Per far ciò doveva tener conto di gusti e di curiosità diverse.
9.1.11 La lingua italiana e la scuola
L'istituzione di una lingua comune incontrò numerosi ostacoli, uno fra tanti la differenziazione
regionale. Fu subito evidente alle nuove classi dirigenti che l'alfabetizzazione e il conseguimento di
un'omogeneità La nuova scuola pubblica nazionale si basò sulla Legge Casati. Tutta
l'amministrazione scolastica fu centralizzata, l'istruzione elementare fu affidata ai singoli comuni,
mentre l'istruzione secondaria fu posta alle dirette dipendenze dello Stato. I primi due anni
d’istruzione elementare dovevano essere obbligatori e gratuiti per tutti, ma in molti casi l’obbligo fu
evaso. Si formò comunque nel tempo una classe di maestri elementari. Riemergeva la secolare
questione della lingua: si poneva cioè il problema di quale lingua promuovere ad uso nazionale.
Grande fortuna ebbe la teoria manzoniana che proponeva il fiorentino dell’uso contemporaneo sia
nello scritto che nel parlato. Il manzonismo incontrò l’opposizione fortissima di molti scrittori. Nei
primi 50’anni dell’unità il problema della comunicazione linguistica nazionale si rivelò sempre più
come un problema sociale e culturale.
9.1.12 nuovi caratteri e distribuzione dei centri culturali
La nuova situazione unitaria modifica fortemente i caratteri dei diversi centri culturali. Nella nuova
Italia non è possibile costruire una capitale che coordini e raccolga gli intellettuali e le iniziative di
tutto il paese. Mentre Parigi si imponeva come l'indiscutibile centro culturale del paese, nulla di
simile poteva accedere per Roma, divenuta capitale d'Italia. Anche dal punto di vista culturale, la
nuova cultura romana fu il risultato di una serie di stimoli e di prospettive di differente matrice.
Insomma, come centro culturale della nuova Italia, Roma acquistò una fisionomia confusa: in essa
si intrecciavano tendenze varie e complesse. La città fu vista, specialmente nel corso degli anni'80-
90, come lo spazio esemplare di lusso e di eleganza, tanto da renderla patria dell’estetismo e per
breve tempo fu il centro della vita culturale del paese, grazie ad importanti iniziative editoriali e
giornalistiche. Ma una produzione editoriale vasta si sviluppo a Milano, in cui nacquero le
principali spinte di rinnovamento come la Scapigliatura. Napoli invece, era una metropoli vivace
che attirava visitatori di ogni tipo per la sua bellezza. Vede svilupparsi una cultura attenta alla realtà
locale, al mondo popolare e al dialetto. Come capitale del Sud, Napoli era punto di convergenza di
intellettuali provenienti da diversi centri del Meridione.
9.1.13 Alla ricerca dell’Europa
La realizzazione dell'Unità sembrava finalmente creare le condizioni perché il nostro paese
riprendesse un posto da protagonista nelle vicende storiche e culturali europee: ma non era possibile
annullare, in breve tempo, la distanza tra l'Italia e le altre nazioni europee. L'immagine dell'Italia
diffusa all'estero, si modifica notevolmente: il processo di unificazione italiana crea interesse e
simpatia, molti sono gli apprezzamenti All'immagine di un'Italia carica di energie, contribuisce
fortemente l'opera dell'unico scrittore dell'epoca di fama e diffusione europea: Gabriele
D'Annunzio, che tende a delineare l'Italia come proiettata ad un passato glorioso e insieme verso un
fragoroso futuro. E Parigi il centro indiscusso della vita aristocratica mondiale e la letteratura
francese influenza quella italiana. Ma il peso determinante della Francia non esclude che l'Italia
abbia contatti essenziali anche con altre grandi letterature europee: con autori inglesi come Oscar
Wilde e con la cultura tedesca ad esempio Nietzsche.
9.1.14 Una possibile periodizzazione
L'incessante sviluppo della società industriale e la produzione letteraria rendono difficile distinguere
periodi e fasi all'interno della storia letteraria. Si possono cosi formulare periodizzazioni assai
minute. In ogni modo, per la letteratura dei primi 50 anni dell'Unità Italiana, si è soliti distinguere
due categorie molto generali il naturalismo o verismo e il decadentismo che coprono l'arco annuale
dal 1861 al 1910. Possiamo distinguere sommariamente 3 fasi cronologiche:
- 1861-1880: in questo ventennio si consuma una serrata critica alla letteratura romantica. Opera la
Scapigliatura da una parte e il Classicismo di Carducci dall'altra.
- 1881-1900: in questo secondo ventennio la cultura ufficiale afferma il Positivismo e la produzione
narrativa del Naturalismo. La data 1881 è particolarmente significativa come punto di partenza,
perché vede la pubblicazione de I Malavoglia di Verga, Ma nel corso degli anni 80, prende avvio in
ambiente romano, la cultura estetizzante e decadente di D'Annunzio.
- 1900-1910: nel primo decennio del nuovo secolo, si hanno due eventi: la fondazione della rivista
La Voce e il futurismo. Si collocano poi i maggiori risultati di D'Annunzio, Capuana, Fogazzaro,
Pascoli, Verga, Pirandello, Croce e Svevo.
9.2 Scapigliatura e dintorni
9.2.1 L'arte contro la società
Nei paesi in cui era più forte la spinta del progresso tecnico, dell'industria, della nuova cultura
scientifica, l'artista sceglie sempre più frequentemente un'opposizione radicale. In questo universo
ogni esperienza artistica tende ad essere riassorbita entro meccanismi del mercato e del consumo.
L'artista deve constatare che la sua opera è ormai ridotta a merce e che la sua stessa esistenza è
condizionata da valori dominanti nella società. Morti artisti così cercarono un pubblico più ampio di
quello borghese, rivolgendosi anche alle classi popolari che si stavano affacciando sulla scena della
storia. Tutto ciò portò dunque ad una frattura radicale tra gli artisti e la società, in termini che non si
erano mai avuti prima: l'artista, libero ormai nella sua ricerca, meno condizionato da costrizioni
sociali, non si sente più portavoce di gruppi e tendenze collettive, bensì si ritrova a vivere come un
estraneo in mezzo al frenetico movimento della società. La negazione del mondo presenze poteva
generare strategie rivoluzionarie, ma in molti casi lo spirito antiborghese assunse connotati
reazionari, spingendo al recupero degli antichi valori tradizionali e classici, ostili alla democrazia.
9.2.2 Il decadentismo europeo
Le nuove tendenze dell'arte europea si affermano a partire dagli anni '50, specialmente quando in
Francia appaiono due opere eccezionali: I fiori del male di Baudelaire e il romanzo Madame Bovary
di Flaubert. Ora si dà voce a esperienze eccezionali e si individuano nuovi territori di conoscenza. l
decadentismo sottolinea la novità dei contenuti e delle forme che rompono esplicitamente con tutta
la tradizione dell'arte e della cultura occidentale e sembrano volerla portare al suo punto-limite,
registrando la decadenza di un'intera civiltà. Il termine viene poi usato per definire tutte le nuove
esperienze che tra la seconda metà dell'800 e il primo '900, fanno dell'arte e della poesia un valore
supremo. La poesia di Baudelaire costituisce il maggior punto di riferimento per tutte le esperienze
decadenti. Dalla sua rivoluzionaria esperienza che intreccia in modo originale poesia e vita, si
svolge in Francia tutta una nuova serie di tendenze: da quella dei parnassiani a quella dei simbolisti.
La nuova poesia francese invita-a-rompere gli equilibri e le gerarchie tradizionali, svela il fascino
del brutto, del deforme, dell'artificiale, si immerge nelle più varie forme della corruzione, del male e
dell'allucinazione. La natura appare percorsa da corrispondenze segrete, di cui la poesia deve
ritrovare le tracce e gli echi, avvalendosi in primo luogo dello strumento dell'analogia. Il poeta
vuole porsi come sacerdote di una forza spirituale segreta. Il suo discorso tende a chiudersi nella
lirica mediante il verso libero. Ma la concezione di un'arte inutile, costruita sulle sfumature
psicologiche, sulle inquietudini malsane, investe anche altri generi letterari. Al decadentismo viene
associato l'estetismo, che è una componente facilmente rintracciabile nelle opere di Wilde.
IL DECADENTISMO
Il termine decadentismo/decadenti nacque in Francia negli anni '80 in seguito all'uso della critica di
designare come decadenti gli artisti anticonformisti la cui vita e la cui opera costituivano uno
scandalo per il pubblico borghese Il termine decadentismo mantenne a lungo un'accezione negativa
e acquisto un'estensione molto vasta, fino a ricoprire tutti i fenomeni di rottura dei modelli
tradizionali.
IL SIMBOLISMO
Il termine simbolismo invece di intende per ogni organizzazione del simbolo, e ogni uso della.
comunicazione simbolica. Nell'ambito della storia letteraria, per simbolismo si intende la lunga
tradizione della poesia europea che prende avvio in Francia intorno alla metà dell’ottocento con
l'opera di Baudelaire e ha molteplici sviluppi, concentrandosi sull'uso del simbolo e dell'analogia e
mirando a fare della poesia un modo di comunicazione svincolato da regole convenzionali, teso a
interrogare il fondo segreto e misterioso della realtà.
9.2.3 Il primo tentativo italiano di una nuova arte: la scapigliatura
Già nei primi anni successivi all'unità d'Italia, un primo tentativo di uscire dai limiti angusti e
provinciali della nostra letteratura, di confrontarsi con una realtà non più comprensibile attraverso
gli schemi ideologici romantici e risorgimentali, si deve ad un gruppo di scrittori operanti
soprattutto a Milano, la città in cui più forte era lo spirito borghese e in cui più rapido avvio aveva
avuto il nuovo sviluppo industriale capitalistico. Questi scrittori erano animati da uno spirito di
ribellione contro la cultura tradizionale e contro il buon senso borghese: per definire il loro indirizzo
fu usato il termine Scapigliatura, che gli storici della letteratura adoperano per designare tutte le
forme di ribellione agli equilibri culturali dominanti dell'Italia postunitaria soprattutto negli anni
'60-'70. Essi cercarono di recuperare alla nostra cultura gli aspetti più negativi ed estremi della
tradizione romantica e nello stesso tempo si scagliarono contro il provincialismo della cultura
risorgimentale, Al fondo di tutto ciò c'era la convinzione che l'arte e l'artista fossero estranei ai
canoni borghesi, emarginati da una società dedita ad uno sviluppo materiale: a tale emarginazione
gli scapigliati rispondevano negando il valore tradizionale della bellezza e rivendicando il legame
del bello con l'orrido. Soprattutto negli anni '60 Milano fu il punto di riferimento di una
Scapigliatura democratica, che alimentò nuove tendenze radicali, anarchiche e socialiste e dal punto
di vista letterario ebbe una funzione essenziale per lo sviluppo del verismo. I maggiori risultati
nell'orizzonte della Scapigliatura furono però raggiunti da un personaggio singolare, il più giovane
degli scapigliati della 1^ generazione, Carlo Dossi.
LA SCAPIGLIATURA
Questa parola s'impose nel corso degli anni '50 come libera traduzione del termine francese bohème
(=vita da zingari), riferito alla vita disordinata degli artisti parigini. Nel romanzo di Cletto Arrighi,
apparve per la prima volta questo termine per indicare un certo ambiente di giovani artisti e letterati
milanesi, inquieti, privi di qualsiasi punto di riferimento Il termine passò subito ad indicare le varie
esperienze di giovani scrittori e artisti ribelli e insoddisfatti dell'Unità d'Italia.
9.2.4 La scapigliatura milanese degli anni ‘60
Un ruolo di profeta e propagandista della Scapigliatura, spetta al milanese Cletto Arrighi che col
romanzo La scapigliatura il 6 febbraio diede nome al nuovo gruppo di scrittori ribelli. Anche
Emilio Praga dalla soggettività inquieta e ribelle, mira a confrontare continuamente la poesia con la
realtà, svalutando la funzione del poeta, e riducendo la poesia a qualcosa di povero e banale. Pur
guardando alle nuove tendenze europee, Praga non riesce ad abbandonare il modello manzoniano.
Del tutto diversa è l'esperienza di Arrigo Boito, ardito sperimentatore che si fa interprete di
un'umanità proiettata verso il futuro e svincolata dai valori tradizionali. Il suo è un umorismo
macabro e grottesco, in cui il male e il bene si intrecciano e il poeta si pone tra di essi come un
giocoliere.
9.2.5 Carlo Dossi tra vita e letteratura
Carlo Dossi condivide con la Scapigliatura soprattutto la ribellione alle tradizionali forme letterarie,
che lo porta a rompere gli schemi linguistici dominanti nell'Italia del tempo e a elaborare un
linguaggio originalissimo e sottile, carico di colore e tensione. In questa sua rivolta stilistica ha un
ruolo essenziale l'arma dell'umorismo. Dossi evita la diretta manifestazione dei sentimenti e delle
passioni: cerca un'arte più sottile e segreta, in cui intreccia la rappresentazione realistica con la
deformazione fantastica. L'opera di Dossi incontrò scarsi consensi nel suo tempo, ma fu riscoperta e
apprezzata più tardi.
9.2.6 La ricerca espressionistica di Dossi
L'Altieri, il breve romanzo da lui composto a soli 18 anni, è un esempio di intreccio fra realtà e
fantasia. La narrazione in prima persona, segue gli episodi della vita di Guido, alter-ego dell'autore,
attraverso i quali i suoi ricordi reali si deformano, traducendosi in qualcosa di fantastico.
9.2.7 La scapigliatura democratica
Esaurita la spinta sperimentale della prima generazione, l'atteggiamento ribelle della Scapigliatura
animò un secondo gruppo di scrittori e di intellettuali di varia origine, impegnati a difendere i
poveri e a denunciare l'egoismo dei ricchi. Questo gruppo propugnò un'avanzata democratica,
schierandosi su posizioni politiche di estrema sinistra, avvicinandosi all'anarchismo e al socialismo.
All’orientamento della Scapigliatura democratica si legarono: la produzione di Cletto Arrighi, la
narrativa antimanzoniana del piacentino Cesare Tronconi e la convulsa narrativa popolare
dell’anarchico e poi socialista Paolo Valera.
9.2.8 La scapigliatura piemontese
Di una scapigliatura piemontese si può parlare a proposito di alcuni aspetti della vita culturale
torinese manifestatisi già negli anni ’50 e, soprattutto, a proposito delle iniziative letterarie di un
gruppo di giovani che nel 1863 crearono la società Dante Alighieri. Alcuni di loro presero strade
che non avevano nulla di “scapigliato”, ma altri arrivarono a esperienze che si possono definire di
Scapigliatura moderata. Una ricerca poetica legata agli orientamenti dei primi scapigliati è quella di
Giovanni Camerana (1845/1905), morto suicida dopo una carriera di magistrato e una vita nutrita di
vari interessi letterari e artistici. Nell’ambito della prosa si svolge il lavoro del torinese Roberto
Sacchetti (1847/1881), vissuto a Milano e assai vicino agli atteggiamenti estremi degli scapigliati:
di lui si ricorderà almeno il romanzo Cesare Mariani (1876), storia dell’insuccesso e del fallimento
di due artisti scapigliati.

9.3 Giosuè Carducci e il classicismo


9.3.1 Il ritorno del classicismo
Nel processo di formazione dello Stato unitario e nello svilupparsi di una nuova realtà industriale, il
classicismo ridusse fortemente i suoi caratteri illuministici e razionalistici. Dal classicismo la nostra
borghesia ricavò una sorta di repertorio di figure, di nozioni, di temi, sterile e chiuso in se stesso:
esso fu cosi lo strumento per esprimere ambizioni sproporzionate, per una retorica nazionalista
incongrua e priva di reali giustificazioni. Con Carducci il classicismo si impose come supremo
modello di comunicazione poetica proprio perché fu recepito dal pubblico in questa prospettiva
retorica e nazionalistica, proprio perché l'autore fu visto come una sorta di "vate" della terza Italia,
capace di riaffermare la continuità della tradizione. Contro il romanticismo convenzionale, il
classicismo esprimeva un'esigenza di realismo, proponendo un ritorno alla rappresentazione della
realtà, ma in termini mediati attraverso lo schermo delle forme classiche; la realtà a cui esso mirava
era quella catalogata e controllata dal linguaggio dei classici, anche se vi venivano incorporati più
diretti riferimenti alla vita quotidiana contemporanea.
9.3.2 Vita di un poeta-professore: Giosuè Carducci
Nell'esperienza di Carducci ebbero un peso fondamentale l'infanzia e la prima adolescenza passate
in Maremma, a contatto con una natura dalle tinte forti e accese, che alimentò il suo spirito ribelle e
aggressivo. Nato il 27 luglio del 1835 a Valdicastello, in Versilia, dove il padre Michele era medico
al servizio di una compagnia mineraria francese, Giosue visse dal '38 al '49 in Maremma, ove come
medico condotto, operò il padre. Fece le prime letture e i primi studi, stimolato dal padre, dotato di
una buona cultura classica. Nel ‘49 il padre perse la condotta per le sue idee liberali e la famiglia
dovette trasferirsi a Firenze, dove Giosue frequentò le scuole dei Padri Scolopi, acquisendo una
buona preparazione letteraria e retorica: nel 1853 fu ammesso alla Scuola Normale Superiore di
Pisa, da dove usci nel '56 laureato in filosofia e filologia. In questo periodo tornò spesso a Firenze:
qui con degli amici formò la società degli "Amici pedanti", che in modo polemico mirava a una
restaurazione del classicismo, contro tutte le tendenze romantiche e modernizzanti. Nel'57 stampò
la sua prima raccolta di Rime; la sua situazione familiare divenne allora fortemente dura, anche in
seguito a due gravi disgrazie: la morte del padre e del fratello Dante. Giosue cosi dovette farsi
carico della madre e del fratello e si arrangiò compiendo studi filologici. Gli eventi del 59
suscitarono il suo entusiasmo; si trasferì con la famiglia a Bologna, pur tra molte difficoltà
economiche e pratiche, si immerse in un lavoro di insegnamento e ricerca critica e filologica. La
delusione per la politica praticata dalla classe dirigente del nuovo Stato unitario, le stimolanti letture
di quegli anni lo spinsero su posizioni di tipo giacobino e repubblicano, con acceso e violento tono
polemico. Il suo originale fondo umano urtava però con le costrizioni della vita sociale, con il suo
stesso ruolo di professore; egli nutriva anche la convinzione che la tradizione laica e repubblicana
rappresentata da Garibaldi esprimesse al meglio i valori morali e nazionali. Nel 1870 la sua vita fu
funestata da vari lutti: la perdita della madre e del figlioletto Dante, ma al dolore e
all'insoddisfazione esistenziale si accompagnarono il successo poetico. Nel 1872 iniziò una
relazione amorosa con una donna piena di ambizioni intellettuali: Carolina Cristofori Piva, moglie
di un colonnello dell'esercito (sarà chiamata Lina o Lidia nelle lettere). Comunque dopo la
liberazione di Roma Carducci si avviava ad accettare il ruolo della monarchia come garante
dell'unità d'Italia; queste scelte dunque lo portarono ad un cambiamento di posizione e la cosa fu
favorita anche dal fascino che esercitava su di lui la figura della regina Margherita e
dall'apprezzamento che essa manifestò per la sua poesia. Nel '78 scrisse un'ode Alla regina d'italia e
intorno al 1880 infitti i suoi riconoscimenti alla monarchia cercando sempre nuove celebrazioni
ufficiali. Nel 1906 ricevette il premio Nobel per la letteratura e mori poi a Bologna nel 1907 per un
attacco di broncopolmonite.
9.3.3 Le raccolte poetiche del Carducci
È abbastanza difficile seguire lo sviluppo della poesia di Carducci perché egli organizzò i suoi
componimenti più volte e in modi diversi. Dopo la pubblicazione del 1857 delle Rime giovanili, la
prima vera organica raccolta del Carducci fu quella dei Levia Gravia, pubblicata nel 68 con lo
pseudonimo Enotrio Romano Nel 1871 uscì un volume dal titolo Poesie, in tre parti: dopo il
successo di questo volume, apparvero nel 1872 le Primavere elleniche, dedicate a Lidia; nel '73
apparvero le Nuove poesie di Enotrio Romano; nel '77 uscì il primo libro di versi costruiti secondo
gli schemi della metrica barbara, le Odi barbare. Nel 1882 usciva Giambi ed Epodi; nel '87
venivano pubblicate le Rime nuove; nel '93 fu data alla luce la raccolta definitiva delle Odi barbare
e nel 99 usciva l'ultima raccolta, Rime e ritmi.
LA METRICA BARBARA
A partire dall'umanesimo si sono avuti numerosi tentativi di rimettere in uso i metri classici. Questo
tipo di poesia e di metrica fu chiamata "barbara" da Carducci che nelle sue Odi barbare tentò di
metterne a punto alcune forme: il termine barbara intendeva sottolineare il fatto che quella
riproduzione dei metri classici poteva solo essere approssimativa e parziale, come in un tentativo
fatto dai "barbari" di appropriarsi delle forme classiche. Alcuni autori hanno cercato di ricreare una
vera e propria metrica basata sulla quantità, attribuendo valore quantitativo alle sillabe volgari
(considerandole lunghe o brevi come quelle latine); a farne un tentativo è stato Leon Battista
Alberti. Carducci riprese e perfezionò il metodo usato per quel tipo di lirica, eliminando
completamente l'uso della rima; ma il suo contributo più originale fu costituito dall'individuazione
di una forma per i due versi fondamentali della poesia latina, che avevano un numero variabile di
sillabe, l'esametro e il pentamentro (sei e cinque piedi).
9.3.4 Svolgimento e caratteri della poesia Carducciana
La poesia di Carducci resta sempre fedele a un ideale di classicismo fiero e vigoroso. L'autore mira
costantemente ad una letteratura che si accosti alla realtà e si opponga a ogni dissoluzione delle
forme tradizionali. I miti e le forme classiche gli appaiono essenziali per vivere in modo sano il
presente, per partecipare al progresso dell'umanità, per acquisire nuove conoscenze e ideali. A
questo bisogno di armonico equilibrio si sovrappone il richiamo alla rude vita, il ricordo del mondo
della sua infanzia e della sua adolescenza. Egli giudica i modelli classici come lo strumento idoneo
a dar voce a questi impulsi e guarda al passato storico come a una fonte di vigore che la poesia deve
risuscitare contro lo squallore del presente, collaborando al progresso dell'umanità. Il celebre Inno a
Satana che suscitò scandalo e diede luogo a vare polemiche, ha la forma di un'ode classicheggiante
ma è un'esaltazione del libero pensiero laico che so è liberato dai vincoli della superstizione
religiosa e si muove verso il futuro assumendo l'immagine del treno. L'importanza di tale inno sta
anche nel fatto che esso mostra in tutta evidenza uno dei caratteri essenziali della poesia
carducciana negli anni '60 e i gran parte degli anni '70: essa si risolve in un realismo classicistico,
che si basa su immagini corpose e plastiche e fa irrompere negli schemi della poesia tradizionale
frammenti di una materia nuova. Notevoli novità si hanno soprattutto nel lessico, anche se spesso
Carducci non trova un vero equilibrio tra la retorica classica, i richiami mitologici e le formule
storiche. Questo realismo esplode nel modo più violento nelle poesie politiche e satiriche, che si
riferiscono spesso a occasioni precise. Questo realismo classicistico si nutre anche di una cauta
attenzione alla moderna poesia europea. In esso non troviamo un respiro universale, quella forza
radicale che caratterizzava il classicismo di Leopardi: la prospettiva culturale del Carducci è
scolastica, professionale e formalistica. Di questo classicismo provinciale l'autore riesce a farne un
modello nazionale, che si impone e resiste con successo nella media cultura borghese, fino agli anni
del fascismo: il suo successo testimonia anche l'arretratezza di gran parte della cultura e delle classi
dirigenti dell'Italia postunitaria, e dà in ogni modo un'immagine concreta delle aspirazioni e delle
velleità e incertezze di quel mondo.
9.3.5 Temi e risultati del Carducci Poeta
Benedetto Croce definì Carducci "poeta della storia", sottolineando il vigore delle sue
rappresentazioni storiche, il pathos e il calore con cui la sua poesia sa evocare momenti del passato
e ricrearne i contorni. L'attenzione di Carducci non va soltanto al mondo degli antichi, ai modelli
della bellezza greca e della virtù romana: egli sente il fascino anche di altre epoche, che però
riconduce sempre a quella prospettiva di impronta classica; e particolare attenzione egli presta al
medioevo comunale, in cui vede un respiro di libertà, una grande espressione di virtù laiche e un
vigoroso esempio di vita repubblicana, anche se molte sue opere furono rivolte alla rivoluzione
francese. La Maremma e gli anni trascorsi vengono incontro al poeta con la forza di un mondo
violento, nel quale tutto si ripete secondo ritmi eterni e immobili. É un mondo a cui non si può
tornare, un mondo arcaico che la nuova allontana sempre di più e di cui la memoria vuole
conservare alcuni bagliori: là infatti il poeta riconosce le ragioni della sua forza più autentica e
genuina. In altre poesie delle Rime nuove si insinuano sfumature più intime e dolorose: soprattutto
in Pianto antico (sulla morte del figlioletto Dante) la malinconia del poeta non trova più espressione
in scatti polemici e in impeti di ribellione, ma in un doloroso ripiegamento su se stesso. Qualche
prova originale si manifesta anche nell'ultima raccolta Rime e ritmi, dominata da testi celebrativi;
ma la malinconia qui è troppo atteggiata e tende ad esibirsi in forma colta e sapiente, ad appoggiarsi
su immagini erudite ed esteriori.
9.3.6 Carducci prosatore e critico
Oltre all'opera in versi, Carducci ha lasciato una fittissima produzione in prosa, frutto di un lavoro
quotidiano: essa si lega in gran parte alla sua attività di studioso della letteratura italiana. Spesso
motivata da esigenze e da finalità pratiche, questa prosa presenta un impasto linguistico e stilistico
di notevole interesse: libera da stretti vincoli classicisti che pesano sulla poesia dell’autore, essa
intreccia con vivacità diversi modelli della tradizione italiana. Alla base c'è il toscano popolare
acquisito da Carducci fin dalle sue origini familiari: un toscano aggressivo e teso, che nulla ha a che
vedere con quello ripulito e pacato del Manzoni, contro cui Carducci polemizzò sempre. Gli scritti
in prosa possono distinguersi fondamentalmente in tre gruppi: Scritti storici e critici, legati al lavoro
di studioso e di professore del Carducci, che si impegnò in un'analisi approfondita di autori, testi e
generi letterari di tutti i secoli. Egli è attento al "fare" del poeta, ai modi con cui questo costruisce le
sue opere. Dante, Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Parini, Manzoni, Leopardi sono gli autori di
cui più si occupò. Curò anche scritti di polemica e di intervento, sia in materia letteraria, sia su altri
temi. La prosa carducciana raggiunse le sue punte più alte di aggressività, ironia, di invettiva
sempre tra ricordi e richiami alla propria condizione personale. Questi scritti sono frutto di una
collaborazione alle più importanti riviste letterarie e furono raccolte inizialmente nelle tre serie di
Confessioni e battaglie. L'epistolario, esso ci mostra la varietà di atteggiamenti del Carducci, pronto
ad accostarsi a quei modi della sensibilità contemporanea che egli tiene lontano dalla propria
poesia, e spesso vittima di momenti di sconforto, di tetraggine e di malinconia, insofferente dalla
fatica quotidiana e perfino dal suo ruolo ufficiale di professore. Grande interesse hanno le lettere
scambiate con Carolina Piva, che costituiscono una sorta di romanzo d'amore: in quelle pagine il
poeta insegue i modelli più diversi del linguaggio amoroso, proietta il suo rapporto con la donna in
una sfera di gesti eleganti, di pose nobili e sublimi, che si contrappongono alla mediocrità del
mondo quotidiano.
9.3.7 La critica positivistica e la “scuola storica”
A Carducci si deve il più equilibrato modello di critica letteraria di fine '800. Lo studio della
letteratura del passato è dominato dalla cosiddetta scuola storica, che si concentra sulla
ricostruzione erudita, sulla ricerca di dati particolari, sul recupero di materiali d'archivio: questa
critica spesso basa le sue ricostruzioni su schemi di tipo romantico o evoluzionistico: mira spesso a
trovare le origini popolari di strutture e forme poetiche, tende a concepire i generi letterari come
sistemi regolati da oggettive leggi di evoluzione, vede la letteratura come rigidamente condizionata
dalla realtà sociale.
9.3.8 Tra realismo e classicismo: la poesia dell’età carducciana
Nei decenni immediatamente successivi all'unità è presente una cauta ricerca di realismo; questa
ricerca fu rappresentata da Carducci con una spetto teso e sublime. Altri poeti (apprezzati dallo
stesso Carducci), si tennero su toni più bassi e colloquiali, tentando di aderire ai caratteri più
quotidiani dell'esistenza contemporanea: questi non cercarono il sublime, bensì il canto leggero.
Facciamo riferimento a Guerrini 1845-1916, il suo esordio con POSTUMA 1877; pubblica l'opera
sotto il nome di Lorenzo Stecchetti, cugino morto di tisi. Lorenzo descriveva le immagini di una
realtà squallida e in disfacimento, con figure tristi, segni di corruzione, sofferenza e di morte; tono
grigio, tipico della scapigliatura.

9.4 Giovanni Verga e il verismo


9.4.1 La narrativa naturalistica
Il terreno su cui la letteratura europea si impegna più compiutamente nella rappresentazione della
realtà è quello della narrativa. Si vuole una narrazione oggettiva che riproduca in modo esatto le
circostanze reali, così come esse si presentano. Per definire questo tipo di narrativa si tende ad usare
il termine "naturalismo", di solito esteso a tutte le forme narrative che si propongono di riprodurre
la natura esterna in maniera precisa, quasi di fotografare il reale. La scrittura naturalistica mira
quindi a concentrare l'interesse del lettore sulla materia della narrazione, più che sulle sue forme.
Nel corso degli anni del 1860 il giovane Emile Zola usa deliberatamente ll termine naturalismo.
Zola si rivolge in primo luogo allo studio degli aspetti più crudi della realtà, analizzando la vita del
proletariato urbano e le diverse forme dello sviluppo industriale e borghese: la sua prospettiva è la
diretta espressione di un mondo in movimento, di una civiltà urbana e metropolitana fiduciosa nella
scienza e mira ad una battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita. Questo impegno si
manifestò con forza nella battaglia che Zola condusse in difesa dell'ufficiale ebreo Alfre Dreyfus,
ingiustamente accusato di tradimento.
9.4.2 Realismo e verismo nella nuova letteratura italiana
Già negli anni '60 si comincia ad usare il termine verismo per designare una letteratura che si
accosta al vero nella sua nuda e semplice evidenza: i decenni '60 e '70 sono percorsi da un'animata
serie di discussioni e di tentativi che mirano a precisare i limiti e le forme in cui questo nuovo tipo
di letteratura deve operare. Firenze e Milano sono i centri in cui il dibattito si sviluppa nel modo più
animato: a Firenze si elabora l'ipotesi di una rappresentazione temperata della realtà, di un misurato
equilibrio tra ideale e reale. Molto più aperte ai nuovi caratteri dello sviluppo industriale e alle
contradizioni sociali della nuova Italia sono le esperienze che hanno il loro punto di riferimento a
Milano: la loro carica di insoddisfazione e di ribellione si riassume nelle diverse tendenze della
Scapigliatura e in un'attenzione spregiudicata alla narrativa straniera, soprattutto francese, e alle
prime prove del naturalismo; ma Milano fa da punto di riferimento anche per un verismo più cauto
e moderato, sostenuto soprattutto da un critico che cerca un equilibrio tra le diverse tendenze e
curiosità contemporanee: il sardo Salvatore Farina.
9.4.3 I nuovi narratori siciliani
II metodo verista viene elaborato nel modo più coerente e con i più alti risultati da alcuni scrittori
siciliani particolarmente sensibili alla contraddizione tra la nuova realtà dello Stato unitario e il
fondo arcaico della vita della Sicilia, resistente ad ogni integrazione nazionale. Capuana e Verga
fanno parte della generazione che aveva vent'anni al momento dell'impresa dei Mille: da una parte
essi sentono la spinta ad allontanarsi dal loro paese e cercare contatti con i più vivi centri nazionali
(Firenze negli anni '60 e poi Milano); ma da questa vita più movimentata poi ricevono anche una
sollecitazione a tornare nella loro patria, o fanno della questione siciliana il tema principale delle
loro opere. Entrambi condividono gli ideali del Risorgimento, ma proprio per questo vivono la
delusione per la sconfitta di quegli ideali. Questa delusione però non li porta ad assumere posizioni
drastiche o progressiste: la conoscenza della realtà siciliana li induce a guardare con sfiducia a ogni
possibile modificazione, ad accettare sostanzialmente le gerarchie e il sistema sociale presente; da
qui Capuana e Verga abbracciano posizioni nazionalistiche e conservatrici. La loro narrativa ci offre
l'immagine più concreta della realtà siciliana, di un mondo contadino rimasto fuori dalla storia. Le
pagine sono dominate da un senso di solitudine e di costrizione, lontano dallo spirito aperto del
naturalismo francese: ma i rapporti con la narrativa francese sono essenziali per i veristi siciliani, i
quali basano sui primi la ricerca delle loro opere.
9.4.4 Luigi Capuana: vita e cultura 1839-1915
Luigi Capuana critico e narratore, seppe tradurre le osservazioni della realtà in attente analisi
psicologiche. Nato in provincia di Catania, compi studi di giurisprudenza, che non portò a termine.
La sua vocazione letteraria si rivelò molto presto in vari tentativi di poesia di tipo romantico, a cui
subentrò il teatro. Visse a Firenze, allora capitale, e intrecciò rapporti con gli ambienti letterari della
città. L'attenzione al naturalismo francese lo portò a sottolineare l'affinità tra l'esperienza dell'artista
che dà forma alla vita e quello dello scienziato "positivo". Si impegnò nella battaglia per una
letteratura aderente al vero, ma lontana dal ribellismo della Scapigliatura: e il rapporto con Verga lo
spinse ad utilizzare l'impersonalità.
9.4.5 Le opere di Capuana
I molteplici e vivaci interessi di Capuana lo portano a sperimentare generi e tecniche diverse. La sua
prima opera fu il romanzo Giacinta 1875, ispirata ad un fatto di cronaca contemporaneo e ai modelli
del naturalismo francese. Capuana mirò ad osservare e rappresentare il personaggio femminile
all'interno del contesto sociale, studiando la sua psicologia. Capuana ebbe l'apprezzamento di Zola,
Verga e dei naturalisti. Nei successivi romanzi, l'indagine psicologica risulta più sfocata, con
evidenti risvolti moralistici. La vastissima produzione novellistica di Capuana è ricca di
contraddizioni che insorgono nell'intimo dei personaggi, condizionano i loro comportamenti
quotidiani. Numerose novelle sono dedicate a personaggi femminili, alla vita privata delle donne.
L'attenzione del novelliere ai casi psicologici si intreccia spesso alla ripresa di motivi bizzarri e
fantastici. Nelle novelle ambientate in Sicilia, Capuana insiste sui casi singolari e curiosi del mondo
contadino. Scrive poi numerose fiabe per bambini, composte attingendo al vasto repertorio del
folclore siciliano. Meno felice fu la fitta produzione teatrale.
9.4.6 Vita di Giovanni Verga 1840-1922
La vocazione di scrittore di Giovanni Verga si avvia come una ricerca al di fuori del mondo
siciliano. Ma proprio il contatto con le città più vitali del nuovo stato unitario (Firenze e Milano)
determina in lui una riscoperta delle sue radici provinciali, una spinta a recuperare la realtà siciliana
per dar voce a quel luogo rimasto a lungo lontano dal tempo, dominato com'era da leggi dure e
immutabili. Dopo la fase più creativa (che coincide con il 1880 circa) lo scrittore ritorna fisicamente
in patria e vede man mano inaridirsi la sua vena distaccandosi progressivamente dal mondo
letterario. Egli ha lasciato poche testimonianze della sua vita, e anche l'epistolario può aiutarci ben
poco a ricostruire la sfera privata dell'autore. Verga nacque nel 1840 a Catania da una famiglia di
piccola nobiltà agraria, di orientamenti liberali e antiborbonici: dopo i primi studi, frequentò la
scuola di Antonio Abate e poi compi svogliatamente gli studi giuridici, attratto sempre da una
passione letteraria che i genitori non ostacolarono mai. Nel 1860 si arruola nella Guardia Nazionale
e vi rimase fino al 1864. In questi anni collaborò con varie riviste politiche e pubblicò i primi
romanzi patriottici. Compì un primo viaggio a Firenze e qui vi rimase 4 anni. In questi anni si inserì
nei salotti fiorentini, partecipando alla vita mondana, ma il successo lo toccò nel 1870 con Storie di
una capinera: intanto tentava anche esperienze teatrali e lavorava al romanzo Eva. Nel novembre
del 1872 Verga si trasferì a Milano e qui vi rimase per circa vent'anni. Alla realtà culturale milanese
si intrecciava la componente mondana, la vita dei salotti borghesi: e a questo universo sono legati i
romanzi Tigre reale ed Eros, pubblicati nel '75. Intanto con la pubblicazione di Nedda l'autore
inaugurava un'intensa produzione di novelle e insieme l'interesse per il mondo popolare siciliano
che l'avrebbe poi convertito al verismo: dal vario lavoro degli anni '70 nascevano la raccolta di
novelle di Vita dei campi e Novelle rusticane, la progettazione del ciclo I vinti, la pubblicazione dei
Malavoglia e iniziava poi la realizzazione di Mastro-don Gesualdo. Convinto dell'importanza delle
sue opere, egli ne ordinò anche la diffusione internazionale recandosi a Londra e Parigi, dove
incontrò Zola. Lo scrittore era però deluso dallo scarso successo dei Malavoglia, ma nel '84 ottenne
un grande successo a teatro con Cavalleria rusticana. Tra l'86 e l'89 fece lunghi soggiorni a Roma,
in un momento di grande vivacità culturale attratto dal vivace mondo editoriale e giornalistico della
la raccolta novelle Vita di Campi e Novelle rusticane, la progettazione della capitale, dominata dalle
tendenze dell'estetismo: ma tra l'estate dl 1888 e del'90 risiedette soprattutto in Sicilia, lavorando
ancora al Mastro-don Gesualdo: Tre anni dopo Verga si trasferisce definitivamente a Catania e dalla
sua città si mosse solo per brevi viaggi e soggiorni. Finì la sua vita come possidente riducendo
sempre di più la sua attività di scrittore, lavorando soprattutto al teatro. Nel 1920 fu nominato
senatore e poi mori nel 1922 colpito da trombosi cerebrale.
9.4.7 Verga prima del verismo
Una formazione di tipo romantico e patriottico portò Verga, ancora giovanissimo, alla stesura di tre
romanzi storico-patriottici costruiti sul modello della letteratura d'appendice.
- Il romanzo Amore e patria presenta una serie di complicate vicende sullo sfondo della grande
rivoluzione americana;
- 1857 I Carbonari della montagna è ambientato in Calabria e incentrato sulla lotta di gruppi
carbonari contro il regime francese di Murat; 1861-1862
- Sulle lagune è ambientato a Venezia ancora sotto la dominazione austriaca. Questi primi romanzi
erano pieni di effusioni patetiche, di romantiche figure femminili. 1863
A situazioni sentimentali inserite nella vita quotidiana contemporanea è dedicata tutta la successiva
produzione di Verga fino all'approdo del verismo: i cinque romanzi che spesso vengono designati
come "mondani" pongono in primo piano l'incontro-scontro di un personaggio maschile con le
attrazioni pericolose femminili. Essi costituiscono una sorta di autobiografia fittizia dell'autore,
seguono infatti le vicende di giovani provinciali che subiscono la seduzione della vita dei grandi
centri borghesi. Molto diversi tra loro, questi modelli si adeguano spesso a modelli e immagini
convenzionali, presentano personaggi, ambienti e situazioni troppo atteggiate e sovraccariche. Su
questo poggia l'irresistibile bisogno di espressione autobiografica lingua appare spesso incerta,
troppo disinvolta. Si tratta di testi che cercano esplicitamente di andare incontro alle esigenze
borghesi del tempo.
- Il primo di essi, Una peccatrice scritto nel '65, ha per protagonista un commediografo catanese
che il rapporto con una contessa riduce ad "artista fallito".
- Storia di una capinera è un romanzo epistolare che si pone direttamente dal punto di vista di una
figura femminile: vi si ricostruisce la storia di una ragazza che per circostanze familiari è costretta
alla monacazione. Apparso a puntate 1870 sulla rivista di moda la ricamatrice.
- In Eva si narra la vicenda di un pittore siciliano a Firenze, distrutto per l'amore di una ballerina, in
cui ha creduto vedere un'incarnazione della bellezza suprema, poi smentita dalla volgarità
dell'esistenza quotidiana. Pubblicato nel 1869 a Firenze e a, Milano nel 1873
- Tigre reale ed Eros 1875 si orientano in due direzioni diverse: il primo descrive gli effetti
corruttori esercitati sul protagonista Giorgio La Ferlita dalla contessa Nata, trovando accenti di
erotismo macabro nella rappresentazione della malattia che conduce la donna alla morte; Eros
registra invece il progressivo consumarsi, fino al suicidio, di "un uomo di lusso", il marchese
Alberti, che brucia in distruttive esperienze erotiche le grandi possibilità umane e intellettuali di cui
è dotato.
9.4.8 La strada del verismo
La narrativa giovanile di Giovanni Verga si lega a generici modi realistici, che intorno alla metà
degli anni '70 piegano verso il Verismo, con la ricerca di una narrazione oggettiva. Sono vari i
motivi che portano Verga a questa sorta di conversione: una sostanziale insoddisfazione per i futili
ambienti mondani, l'attenzione ai modelli del naturalismo francese, la nostalgia per la terra natale,
un nuovo interesse per la questione meridionale. Con la novella Nedda, Verga tenta di rappresentare
il mondo contadino siciliano, narrando le disgrazie di una raccoglitrice di olive: il racconto viene
presentato come frutto di una fantasticheria davanti al focolare, che porta il pensiero lontano.
Questa attenzione alla realtà siciliana si acuiva nel bozzetto marinaresco Padron 'Ntoni, primo
abbozzo de I Malavoglia: scontento di questa prima stesura, Verga rinunciò a pubblicarlo. Dai
documenti di questi anni appartenenti all'autore, risulta chiaro come i canoni dell'impersonalità si
leghino strettamente alla necessità di guardare al mondo dei contadini o dei pescatori "da una certa
distanza": egli è convinto di poter dare forma alla verità di quel mondo osservandolo secondo
un'ottica lontana. Verga inserisce questa dimensione narrativa nella propria visione globale
dell'esistenza che si riassume nell'ideazione di un ciclo di cinque romanzi sotto il titolo complessivo
I vinti: ciclo che rappresenta la lotta per la vita
- I Malavoglia
- Mastro-don Gesualdo
- La duchessa di Leyra
- L'onorevole Scipioni o L'uomo di lusso.
Verga inizia dalle classi più basse, da quel mondo popolare siciliano che per secoli era rimasto
ancorato ai valori arcaici: la sua lontananza dal moderno mondo borghese e cittadino viene
sottolineato nella novella Fantasticheria. L'autore sottolinea l'incommensurabilità tra il mondo
"alto" (dei precedenti romanzi) e il mondo del "poveri diavoli". L’obiettivo sta nel raccontare la
realtà nulla e cruda, così che, l'opera sembra essersi fatta da sé.
9.4.9 Verga novelliere: Vita dei campi (1880 pubblicata da Treves)
La raccolta Vita dei campi comprende novelle apparse tra il'78 e l'80 molto vicine all'elaborazione
dei Malavoglia: in esse la nuova esperienza veristica si impone con uno scatto di vitalità che cambia
radicalmente l'orizzonte della comunicazione narrativa. La vita della campagna siciliana si rivela
attraverso i suoi ritmi sempre uguali, la costrizione della miseria e del lavoro più ingrato, la violenza
reciproca degli uomini. La materia non viene più proiettata entro il linguaggio e la coscienza
dell'autore: la narrazione viene da una voce popolare, che racconta i fatti dall'interno di quel mondo
a cui i personaggi appartengon0; essa procede in modo rapido e immediato e tende a entrare
direttamente nelle situazioni concrete, senza troppe mediazioni. Ma la voce del narratore popolare
non delinea i personaggi con simpatia: spesso essa descrive gli eroi protagonisti, il loro tragico
destino con aggressività. Il sovrapporsi di tensione tragica costituisce uno dei caratteri essenziali di
queste novelle: e in molte di esse il dramma sorge dallo scontro tra gli eroi, immersi nel loro mondo
arcaico, e il mondo civile, che turba il difficile equilibrio della loro vita naturale. Quegli eroi
comunque assumono una dimensione mitica.
9.4.10 I Malavoglia 1881
I Malavoglia costituisce la prima tappa del ciclo dei Vinti e deriva da un lungo lavoro di
progettazione e di stesura, iniziato già con il bozzetto del Padron 'Ntoni. Secondo il programma del
ciclo, si comincia ora dal livello sociale più basso; si rappresenta la vita dei pescatori di Aci Trezza
e si narra la vicenda della famiglia Toscano (detta Malavoglia, con nomignolo ingiurioso). La
famiglia è guidata dal vecchio padron 'Ntoni; la barca da pesca (La Provvidenza) e la casa
patriarcale detta "del nespolo" costituiscono i suol essenziali mezzi e valori di vita; ma una serie di
disastri (che prende avvio dal tentativo di commerciare un carico di lupini e da un naufragio in cui
muore il figlio di 'Ntoni, Bastianazzo) porta alla rovina economica e alla disgregazione della
famiglia. I Malavoglia perdono la barca e la casa; il nipote 'Ntoni, venuto a contatto con il mondo
moderno in seguito al servizio militare, rifiuta di tornare al duro lavoro tradizionale, si dà al
contrabbando e a una vita dissipata, e finisce in carcere; l'altro nipote Luca muore nella battaglia di
Lissa; la nipote Lia fugge a Catania dandosi alla prostituzione. Solo dopo lunghi sacrifici, il nipote
Alessi riesce a riacquistare la casa del nespolo e a ricostruire gli essenziali valori familiari: ma
questo ritorno è funestato dalla morte del vecchio 'Ntoni in ospedale, lontano da casa, mentre il
giovane 'Ntoni, uscito intanto dal carcere, capisce di non poter più partecipare a quella vita antica
che riprende, e abbandona tristemente e per sempre il suo paese. Per rappresentare questo mondo
popolare Verga si basa su una rigorosa documentazione: ha raccolto informazioni e dati concreti
sulla vita dei pescatori e dei contadini, su usi, tradizioni, proverbi e modi linguistici del popolo
siciliano. Anche qui lo scrittore rappresenta il modello dell'impersonalità, dando la parola a un
narratore popolare: ma qui la voce tende a coincidere con l'intera comunità di parlanti di Aci
Trezza; gli eventi appaiono tutti proiettati entro un punto di vista collettivo, come se a parlare fosse
una sorta di coro, in cui si intrecciano tutte le voci. Le vicende dei Malavoglia sono sempre
pubbliche (o meglio, in questa comunità non quasi magica della voce popolare mantiene uno scatto
di ironia e di aggressività nei confronti dei personaggi e del loro destino: il coro che segue le
vicende dei Malavoglia è sempre pronto a riconoscere che tutto ciò che accade è giusto, è come
deve essere, e quindi a considerare le vittime come colpevoli di quanto loro accade; dal suo
orizzonte è esclusa ogni pietà e ogni partecipazione sentimentale. Verga crea un organismo nuovo,
che contiene il punto di vista popolare entro il punto di vista dello scrittore borghese. E ciò
comporta un'eccezionale soluzione linguistica: Verga inventa una nuova lingua che si allontana
radicalmente dalla tradizione manzoniana e che proietta entro le suture medie dell'italiano corrente
le forme sintattiche, gli scatti colloquiali, le rapide condensazioni del dialetto siciliano. La sventura
dei Malavoglia prende avvio proprio dalle prime novità portato in quel mondo: ciò che spinge
padron 'Ntoni alla sciagurata iniziativa del commercio dei lupini è prima di tutto la difficoltà in cui
si trova la sua famiglia in seguito alla partenza del giovane esiste la distinzione tra pubblico e
privato). Ma la stessa evidenza che la rivoluzione e la formazione dello stato unitario hanno Ntoni
per il servizio militare, imposto dal regime unitario. Il comportamento del vecchio 'Ntoni e quello
del giovane incarnano due modi diversi, ma entrambi destinati alla sconfitta, di confrontarsi con le
trasformazioni a cui il loro mondo va incontro: il vecchio cerca di difendere i valori e le sicurezze
della famiglia; il giovane 'Ntoni, una volta segnato dal contatto col mondo cittadino, perde le sue
radici, non riesce più a riconoscersi nei valori della famiglia e del lavoro tradizionale, e percorre una
lunga parabola che lo porta all'esclusione, alla partenza senza ritorno. La ricostruzione della casa
del nespolo è possibile solo per il giovane Alessi, che non è mai stato tentato dai richiami del nuovo
mondo, che è rimasto sempre ostinatamente e ingenuamente legato alle sue radici. Il lettore deve
comprendere che per quel mondo si può provare un'inestinguibile nostalgia solo se si è altrove, solo
se si avverte quanto in esso c'è di irrespirabile e soffocante, solo se si ha coscienza che da esso si
deve ripartire, solo se si è in grado di intuire che in esso è già presente il germe della disgregazione.
9.4.11 Tra mondo contadino e mondo cittadino
Le due raccolte del 1833, le Novelle rusticane e Per le vie, sono dedicate alla rappresentazione del
mondo contadino siciliano e di quello popolare milanese. Nella prima raccolta la campagna
catanese si presenta nei suoi colori più accesi e crudi, negli aspetti più ossessivi del paesaggio
naturale e sociale: le novelle sono basate su situazioni collettive, che chiamano in causa numerose
figure umane o interi gruppi sociali, legati tra loro da vincoli materiali, dalla durezza delle
condizioni naturali e del lavoro agricolo. Le storie personali si prolungano nella ripetizione, spesso
monotona, di gesti e situazioni. Il punto di vista della narrazione tende a coincidere con quello dei
personaggi, traducendosi in un uso particolare dello stile indiretto libero, che già era presente nei
Malavoglia, ma che qui diventa direttamente azione. L'esistenza di questi personaggi è esposta alle
trasformazioni sociali, alle modificazioni dei poteri dei poteri e dei modi di vita, al configurarsi di
nuove forme di conflitto tra le classi. Le Rusticane sembrano seguire il corrompersi di un equilibrio
arcaico e immutabili, l'instaurarsi di un nuovo ordine, ancora oscuro e inesplicabile, ma
contrassegnato dagli stessi caratteri di irrazionalità e di cieca violenza del precedente. Ma le novelle
più celebri della raccolta sono La roba, rapido scorcio sulla figura quasi mitica di un uomo che si è
fatto da sé, Mazzarò, che dal nulla ha costruito un'immensa ricchezza agricola, che vive solo in
funzione della sua roba e che, di fronte alla morte, vorrebbe portarla via con sé. Nelle dodici novelle
di Per le vie Verga coglie momenti e frammenti di vita del mondo popolare milanese: trasferisce la
sua curiosità per i poveri dalla sua terra d'origine alla città, tanto diversa, in cui si svolgeva la sua
esistenza quotidiana. La vita milanese suscita suggestioni più vaghe e malinconiche nel narratore,
che riduce il rigore della a impersonalità e raffigura questo piccolo mondo urbano con toni anche
patetici. Nel presentarci destini umani sospesi, personaggi travagliati da una sorda pena, che non
deriva più dalla crudeltà di un mondo arcaico, ma piuttosto dal rapporto che nella vita della grande
citta si dà tra i borghesi e coloro che li servono.
9.4.12 Mastro Don Gesualdo 1889
Il secondo romanzo del ciclo dei Vinti ebbe un'elaborazione l'opera rivela del protagonista, un
muratore di una cittadina nei pressi di Catania, divenuto, con la sua abilità e il suo lavoro, padrone
di una grande ricchezza economica, che gli consente di trattare da pari a pari con la nobiltà feudale
(ciò gli ha procurato l'appellativo "don" che compete ai galantuomini). La passione di Gesualdo per
il lavoro è radicata nel mondo contadino, ma l'ambizione e il successo lo portano lontano da questo
suo mondo, lo legano alla corrotta nobiltà del paese. Le vicende del romanzo prendono avvio nel
1820 quando la brama di ascesa sociale spinge Gesualdo ad accettare il matrimonio con l'inquieta
assai lunga. Nel suo assetto finale, una costruzione saldissima, articolata in quattro parti: al centro è
la corposa figura Bianca Trao, che appartiene ad una famiglia di nobili decaduti. Questo nuovo
legame con il mondo aristocratico costringe Gesualdo a rinunciare alla relazione con la fedelissima
Diodata e lo mette in contrasto con quasi tutti i membri della sua famiglia e senza che con la
moglie, che vorrebbe amare. Nessuna gioia viene a Gesualdo egli riesca a comunicare nemmeno dal
rapporto con la figlia Isabella: la bambina, inafferrabile e ostile, viene educata in collegio e divenuta
donna intraprende un rapporto con un lontano cugino, coperto da un matrimonio di convenienza. Le
ricchezze di Gesualdo vengono dilapidate dal genero, mentre la figlia duchessa si vergogna di lui e
del suo mondo. Sempre più solo con se stesso, guardato ostilmente da tutti i concittadini, egli
subisce le vicende del 1848, che i suoi nemici cercano di sfruttare sobillandogli contro il popolo,
mentre muore la moglie Bianca. Ormai cosciente della vanità della sua lunga lotta per la roba,
vecchio e malato, è costretto ad affidarsi all'ospitalità della figlia a Palermo. E nel palazzo di questa,
che gli mostra estraneità ed astio, muore servitù indifferente. Il metodo dell'impersonalità si traduce
qui in uno stile asciutto ed essenziale, in una sintassi fatta di periodi brevi incisivi, che trascina con
sé ogni elemento lessicale, senza dar rilievo alle singole parole sparisce la voce del narratore
popolare e la narrazione sembra fondersi su un'ottica totalmente oggettiva. I punti di vista dei
personaggi e soprattutto quello del protagonista, sono espressi tramite il discorso indiretto libero.
Tutta la rappresentazione converge sul protagonista, sulla dimensione economica della sua
esistenza, che ha qualcosa di assoluto e di eroico: Gesualdo è un vero eroe della roba, l'immagine
suprema della forza umana che accumula. Ma la sua forza viene contaminata e piegata dalla sottile
vanità che lo induce a voler cambiare classe, ad abbandonare le sue origini contadine per entrare nel
ceto più elevato, tra coloro che hanno sempre detenuto il potere: il suo è un dramma che incarna
anche un fenomeno più vasto, quello dell'ascesa di una nuova borghesia imprenditoriale, che nella
Sicilia trova ostacoli molto gravi. Proprio per queste sue radici Gesualdo ha bisogno di
riconoscimenti che però gli sfuggono: aspira invano ad essere accolto dalla classe superiore e
invano cerca l'affetto della moglie Bianca e della figlia Isabella. Egli è costretto a scoprire che l'uso
che il mondo fa della roba esclude ogni tensione affettiva; il contatto con la nobiltà lo porta a
chiudersi in se stesso come uno sconfitto, fino alla morte in solitudine. Non solo nei conflitti tra le
classi, ma anche all'interno di ogni classe Sociale vige una regola di egoismo cieco, che impedisce
ogni reale comunicazione. Chi, come Gesualdo, si ostina a nutrire ambizioni spropositate e si getta
nella mischia sociale, finisce inevitabilmente sconfitto. L'impassibile realismo di Verga delinea
un'immagine negativa della realtà sociale, mostra con tragica potenza come nessun valore autentico
sia praticabile in un mondo pieno di volgarità, nel quale domina il rancore di ogni uomo verso un
altro uomo. Queste analisi negative avrebbero dovuto toccare anche gli strati superiori della società
contemporanea negli altri romanzi progettati per il ciclo dei Vinti che dovevano riguardare
rispettivamente l'aspetto nobiliare, quello parlamentare e quello della mondanità. Ma Verga non
riuscì a continuare il ciclo e lavorò con fatica solo allo schema generale della Duchessa di Leyra.
9.4.13 Le ultime raccolte di Novelle
Non vanno trascurate le ultime novelle di Verga, che si allontanano dalla più rigorosa impostazione
veristica delle precedenti, ma continuano una ricerca narrativa intensa, che troverà qualche sviluppo
nella novellistica di Pirandello. La breve raccolta Drammi intimi, che cerca la strada dell'analisi
psicologica, riferita a personaggi di classi e ambienti diversi. La raccolta Vagabondaggio in dodici
novelle, presenta una narrazione che tocca esistenze scandite dal ripetersi di gesti e di atti sempre
uguali. Al centro dell'ultima raccolta, Don Candeloro, è il mondo del teatro e degli attori, dove la
vita reale non riesce in nessun modo a separarsi dalla finzione, dalla maschera e dalla scena.
9.4.14 Il teatro di Verga
Fin dalla giovinezza Verga mostrò interesse per il teatro; ma l'autore teatrale solo dopo
l'affermazione della prospettiva veristica: la sviluppò un più diretto impegno sua nuova narrativa
mise a capo vari testi drammatici, con cui egli cercava anche un successo e un guadagno
economico, benché giudicasse il teatro una forma d'arte più limitata. Nelle convenzioni sceniche
egli vedeva ostacoli troppo forti alla piena realizzazione di quella forma "vivente", oggettiva, a cui
mirava nella narrazione: e forse per questo il suo teatro appare come qualcosa di strumentale e
presenta esiti inferiori a quelli dei romanzi e dei racconti. Il successo di Cavalleria rusticana, l'atto
unico ricavato dall'omonima novella, forniva della Sicilia un'immagine fatta di gesti assoluti e
definitivi, di figure violente e ricche di colore, sospese in una distanza quasi mistica.
9.4.15 Vita e opere di Federico De Roberto (1861-1927)
Federico De Roberto nacque a Napoli, ma si traferì presto a Catania, dove entrò in contatto con
Verga e Capuana, i quali lo introdussero nei salotti letterari. Nella sua inquieta curiosità per la
psicologia dei personaggi, De Roberto si mantenne sempre fedele a un'analisi di tipo positivo.
Indagò sulla natura del sentimento amoroso, che egli giudicava come qualcosa di oscuro. Questi
interessi si legavano ad un rapporto inquieto ed irrisolto con la madre e ad una vita sentimentale
difficile. Il suo grande romanzo è I Vicerè. 1894
9.4.16 “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”: Il mondo dei vicerè
(L'impero rappresenta la realtà politica dello stato.) De Roberto pubblicò l'ampio romanzo,
suddividendolo in 3 parti. Il romanzo narra la storia di una famiglia catanese di antica nobiltà, gli
Uzeda. Si tratta di una vicenda d'invenzione, ma fittamente intessuta di riferimenti a fatti reali ed
estremamente precisa è la rappresentazione degli eventi pubblici e dell'ambiente cittadino in cui si
svolge la storia privata della famiglia. Non ci sono personaggi e punti di vista dominanti, ma una
folla varia e rissosa di voci e presenze. E un mondo vastissimo, pieno di infinite apparizioni. La vita
privata degli Uzeda si riflette in alcune essenziali scene di massa. Molte di queste scene fanno da
sfondo alle voci dei singoli personaggi che si intrecciano all'interno del mondo familiare. Queste
voci hanno tutte una loro netta caratterizzazione linguistica: la lingua della famiglia si frantuma in
una serie vastissima di varianti individuali in contrasto tra loro. I membri della famiglia si fanno
prepotenze reciproche per la mania di contendersi. Divisi tra loro, sono però uniti per scagliarsi
contro l'altro. Attorno ai membri principali della famiglia si addensa e cresce nel tempo tutta una
serie di parenti. Di fronte ad ogni evento gli Uzeda sono pronti a farsi guerra tra loro.
Pubblica i saggi:
- Amore. Fisiologia. psicologia e morale 1895
- Illusione. Incarnazione di tenera donna della ricerca dell'amore.

9.5 Nell’orbita del Naturalismo


9.5.1 I modi di rappresentazione tra il reale e l’ideale
Le numerose e varie esperienze narrative che si svolgono nell'Italia dell'800, si collegano tutte a
modi di rappresentazione di tipo naturalistico: tutta la narrativa parte dal presupposto che il
linguaggio possa registrare con i richiami a degli ideali. A partire dagli anni '70, emerge l'attenzione
alle realtà regionali. A tal proposito assume grande importanza la narrativa verista che ci suggerisce
di distinguere gli autori di tale periodo, in aree direttamente la realtà. Ma la ricerca della realtà si
intreccia anche geografiche.
9.5.2 Il mondo di Pinocchio
Un caso a sé costituisce il libro più celebre della letteratura italiana del secondo '800, Le avventure
di Pinocchio, apparso a puntate sul "Giornale per bambini", tra il 1881 e il 1883 e definitivamente
raccolto e pubblicato in un unico volume nel 1883. L'autore si firmava con il nome di Collodi, ma si
chiamava in realtà Carlo Lorenzini. Egli iniziò ad interessarsi di letteratura infantile, scrivendo libri
destinati alla scuola, nella seconda parte della sua vita. Le avventure di Pinocchio comprendono 36
capitoli. Il successo del romanzo è stato costante per tutto il tempo che ci separa dalla sua prima
apparizione. Pinocchio è penetrato nell'immaginario di molti bambini di tutto il mondo, ed è
diventato un giocattolo che ha accompagnato e stimolato la fantasia di tutti. L'intera vicenda narrata
da Collodi è stata rielaborata infinite volte, sia dalla mente dei bambini che l'hanno ascoltata, sia da
vari autori. La grande forza narrativa del romanzo di Collodi è quella di esser riuscito a mettere in
gioco vari elementi fiabeschi e figure misteriose, con la realtà. Trattandosi di un libro destinato ai
ragazzi, l'autore attribuisce alla sua narrazione anche finalità pedagogiche, indugia qualche volta in
brevi riflessioni e raccomandazioni (invita allo studio, al lavoro duro, al risparmio...). Orientata in
senso pedagogico è la stessa vicenda del burattino di legno, che trasgredisce ai suoi doveri verso
Geppetto, che non ascolta il Grillo Parlante, che si lascia accompagnare in tante esperienze
negative, vedono sempre l'aiuto in extremis della Fata Turchina. Soltanto quando capirà
l'importanza dello studio e del duro lavoro, gli sarà concesso di trasformarsi in un bambino vero.
Sembra allora di essere di fronte ad un piccolo romanzo di formazione e di educazione, teso a
dimostrare che si può trovare se stessi e acquisire una positiva identità sociale, quando si supera
l'incoscienza del bambino che è in noi. La struttura del romanzo, ricorda quella di un romanzo
picaresco, che consiste in una serie di avventure che si svolgono fuori dall'orizzonte familiare, in un
mondo pieno di insidie e tranelli. Il burattino fugge dal mondo famigliare offertogli da Geppetto e
decide di percorrere da solo delle strade che si riveleranno sbagliate. Le tante avventure e
disavventure di Pinocchio, ci evidenziano come in lui coesistono una psicologia infantile poiché
egli guarda il mondo con la stessa meraviglia e ingenuità di un bambino, e al tempo stesso la
meccanicità di un oggetto costruito. In tutte le avventure di Pinocchio si afferma una dura morale
realistica che vede nella vita sociale violenza e sopraffazione e nei rapporti umani soltanto cattiveria
e indifferenza. Sorprende ritrovare in un libro per ragazzi tale realisticità dei rapporti umani: ma la
grande originalità di Pinocchio, sta nel fatto che questo realismo si esprime con immagini, simboli,
animali parlanti, spazi fantastici, che vanno al di là della realtà. Questo capolavoro sembra voler
offrire alla nuova Italia dell'800, l'idea che l'infanzia come isola felice sia in realtà soltanto il primo
approccio e confronto con la dura realtà della vita.
9.5.3 Narratori Toscani
Firenze, allora capitale d'Italia, fu il centro del dibattito culturale sulle forme narrative e sui diversi
modi di rendere il "vero". Già da tempo in Toscana era forte l'attenzione per la realtà agricola. La
narrativa toscana del secondo '800 si riconosce per la nuova attenzione alla realtà locale. I narratori
di maggior successo sono Renato Fucini e Mario Pratesi.
9.5.4 Le varie facce della narrativa meridionale
In altre zone del Mezzogiorno si sviluppava una narrativa meno rigorosa nell'osservazione della
realtà. Il napoletano Vittorio Imbriani scrisse racconti di ampia misura. Un notevole impegno
nell'analisi della realtà sociale si ebbe con la scrittrice Matilde Serao. La sua forza sta nel senso di
una vita fatta di poveri oggetti, di elementari economie, di lavoro paziente e quotidiano: da ciò
deriva la sua capacità di rappresentare la realtà con descrizioni semplici e minute. La realtà che lei
rappresenta è quella di Napoli.
- Vittorio Imbriani 1840-1886 scrisse racconti di ampia misura, in cui il suo umore rabbioso e
dispettoso si manifesta in invenzioni paradossali e grottesche. Pubblica fiaba stravagante 1884
- Matilde Serao 1857-1927 mostra immagine viva e concreta di Napoli, fonda il Corriere di Roma
nel 1885 e, il corriere di Napoli nel 1892; diede il premio NOBEL a Grazia Deledda nel 1926 e,
poco dopo mori. La sua poetica fatta di piccoli oggetti, elementari economie e lavoro paziente e
quotidiano poiché il suo intento era quello di rappresentare la realtà di che narra la storia di una tutti
i giorni. Le sue opere sono: - la virtù di checchina 1884 che narra la storia di una donna che evita di
tradire il marito. - riccardo joanna in cui l'autrice narra l'immagine della vita pubblica degli anni 80.
9.5.5 La Napoli di Salvatore Di Giacomo (1860- 1934)
La voce di Napoli emerge in una forma tutta particolare nell'opera di Salvatore Di Giacomo, che
attinge direttamente dalla tradizione dialettale. Con la sua produzione narrativa e teatrale, e con la
sua poesia, egli crea una nuova napoletanità. Egli scrisse novelle di ambiente napoletano con
intense sfumature pittoriche di vita popolare. Descrizione di un mondo contemporaneo dato dalla
malavita e dall'onestà, descrizione prostitute e povertà
9.5.6 La poesia di Di Giacomo
Il punto più alto della sua produzione è costituito dalla poesia dialettale. Queste poesie furono
pubblicate nei modi più vari e diedero luogo ad alcune raccolte. Egli registra scene della vita
popolare con un dialogo vivacissimo che rappresenti la realtà. Il poeta evita ogni atteggiamento
critico, ogni denuncia sociale. Tende invece a subirne l'incanto.
9.5.7 Varie esperienza dialettali

9.5.8 Forme della narrativa settentrionale: Milano e la Lombardia


La narrativa settentrionale non presenta una caratterizzazione regionale così marcata come quella
meridionale. A Milano si esprimono tutte le principali tendenze narrative. Ai numerosi autori
lombardi occorre aggiungere Camillo Boito.
9.5.9 Emilio De Marchi (1851-1901)
L'opera del narratore milanese di maggior successo, Emilio De Marchi, connette la tradizione
manzoniana con il naturalismo. I suoi scritti sono dominati da un moralismo e mirano a denunciare
corruzioni e prepotenze, a mettere in luce positiva gli onesti. La sua produzione narrativa prese
avvio con novelle e bozzetti, immagini di vita quotidiana. Abile costruttore di vicende narrative,
egli cerca sempre di mettere nei suoi romanzi una prospettiva etica: il suo moralismo invita ad una
bontà ma anche alla rispettabilità. Opera più celebre "Il Cappello del Prete' in cui si narra l'omicidio
di un nobile commesso da un prete. Altra opera Demetrio Pianelli ambientato a Milano, si narra la
storia di un umile impiegato costretto ad occuparsi di un fratellastro, Cesarino, indebitato.
9.5.10 La narrativa in Piemonte e in Liguria

9.5.11 Edmondo De Amicis e Cuore


In Liguria e in Piemonte svolse la sua attività letteraria Edmondo De Amicis, lo scrittore e
giornalista che con il celebre Cuore del 1886, offrì ai ragazzi italiani un modello pedagogico di
singolare fortuna. Questo libro ebbe un successo eccezionale e si configura come un diario durante
l'anno scolastico 1881-82, scritto da Enrico, un ragazzino di famiglia medio-borghese, che frequenta
la III elementare. Al diario si intrecciano lettere-commenti dei genitori e nove racconti dettati ogni
mese dal maestro agli scolari. Ne esce una galleria di fatti minuti ma sempre carichi di valore
pedagogico, che riguardano tutte le classi sociali che esortano al rispetto della dignità umana e
suggeriscono una collaborazione fra i ceti sociali. Le diverse figure degli scolari formano una
gamma di tipi umani esemplari: il ragazzino buono, il teppista... Su tutto si impone il commento
morale dell'autore, mascherato nelle lezioni del maestro. Oggi ci sentiamo lontanissimi dai valori
del libro. Quel modello di infanzia e di scuola ci appare conformista e insopportabile. Attraverso
l'esperienza della scuola, si offrivano ai ragazzi modelli e valori insopportabile. dell'Italia
risorgimentale.
I RACCONTI DI CUORE
Ogni mese, il maestro Perboni detta ai suoi allievi un racconto. Una novella in cui vengono esaltati
l'amor di patria, l'affetto nei confronti dei propri familiari, lo spirito di sacrificio di piccoli eroi
quotidiani. Protagonisti di tali racconti sono i ragazzi, capaci di mostrare ai lettori variegati esempi
valoriali (lealtà e buoni sentimenti). L'autore ambienta ciascuna storia in una regione italiana
diversa. Le storie sono ricche di pathos e seguono uno schema narrativo ben preciso.
9.5.12 Antonio Fogazzaro: un intellettuale cattolico nella nuova Italia (1842-1911)
L'opera di Antonio Fogazzaro nasce dal solido mondo borghese e aristocratico della provincia
veneta. Cattolico moderato e aperto, mantenne una sensibilità romantica e una convinta fedeltà ai
valori risorgimentali, Utilizza personaggi travagliati e problematici per rappresentare mondi densi di
presenze, di atti e oggetti concreti. Il suo modo di raccontare è di stampo naturalistico, ma nel
ritrarre la realtà egli cerca di definire gli stati d'animo, i sogni e le sensazioni del protagonista.
Fogazzaro testimonia la vitalità della cultura cattolica italiana. Egli definì una nuova letteratura
cattolica moderna. Cercò di dar voce all'esigenza di rinnovare moderatamente la Chiesa, attraverso
l'utilizzo di personaggi inquieti, contradditori, pieni di religiosità.
9.5.13 Da Malombra al mistero del poeta (1881)
Con Malombra Fogazzaro raggiunge risultati di estrema suggestione narrativa, rappresentando un
piccolo mondo aristocratico e paesano nell'Italia post unitaria, dando anche un'indagine psicologica
dei personaggi. Questo è il romanzo più affascinante dell'autore, perché le diverse tensioni
conservano un qualcosa di irrisolto. Il mistero del poeta rappresenta invece la romantica e
melodrammatica storia d'amore, ambientata in Germania, fra un poeta e una giovane inglese. Un
amore ostacolato e finito tragicamente.
- Malombra vicenda di corrado Sila, giovane scrittore di scarso successo, entra alle dipendenze del
conte Cesare d'Ormengo. Vive in una casa grande e fredda sulle rive di un lago, assieme alla nipote
Marina Cusnelli di Malombra, creatura capricciosa. Nel palazzo Marina occupa la stanza
appartenuta, in passato, a Cecilia, rinchiusa nella stanza, dal marito. Cecilia morì di follia, ma il suo
spirito vagheggia ancora nel palazzo. Un giorno marina trova alcuni oggetti appartenenti alla donna
e un messaggio di una presunta reincarnazione.
Così si assiste a
- MARINA-reincarnazione di Cecilia
- zio Cesare - reincarnazione del marito crudele e spietato
- Corrado Sila - reincarnazione dell'amante Renato
Corrado rappresenta la figura dell'inetto. La vicenda si conclude con un diverbio e marina
abbandona il palazzo. Dopo poco reincontra Renato o meglio Corrado, hanno una notte di passione
e lo uccide prima di gettarsi nel lago. Generando un'atmosfera cupa e tenebrosa.
9.5.14 Piccolo mondo antico (1895)
Piccolo mondo antico è ambientato tra cospirazioni e propositi patriottici, tra contrasti familiari e
psicologici di vita provinciale, che descrive manifestazioni di vita semplice e coraggiosa. È la storia
di una famiglia quotidiana. È uno spaccato di realtà nobile dai sentimenti patriottici. Si narra la
morte del figlio mariano.
9.5.15 L’inquieta ricerca religiosa e intellettuale degli ultimi romanzi

9.5.16 La Sardegna di Grazia Deledda (1871-1936)


Grazia Deledda 1926 riceve il premio nobel da matilde serao. Pone al centro dei suoi romanzi la
Sardegna con il mondo rurale e pastorale. L'origine delle sue narrazioni traggono spunto dalla sua
adolescenza, chiusa in un cerchio di tradizioni e valori religiosi, in cui si anima uno spirito ribelle e
un senso di violazione di antichi valori e tabù. E una Sardegna irreale, filtrata dallo stato d'animo di
una fanciulla borghese.
9.5.17 Verso un teatro borghese
Per ciò che riguarda il teatro, sia la tragedia che la commedia, hanno componenti realistiche. Intorno
alle metà dell'800, l'esigenza di realismo contamina anche il teatro. La tragedia storica viene intrisa
di vicende, drammi, conflitti attuali della piccola borghesia. Tutto il teatro del secondo '800 è
dominato dal dramma borghese. In Italia vari autori cominciano a rappresentare anche in teatro il
"vero".
9.5.18 Forme della drammaturgia borghese

9.5.19 Ancora il melodramma

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