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Giuseppe Mazzini e il Congrès international de la paix a

Ginevra del settembre 1867

Nel 1867 la Ligue International de la paix et de la liberté convocò a Ginevra per metà settembre un
Congresso internazionale per la pace1. Al Congresso presero parte più di 6000 persone. Fra questi
Giuseppe Garibaldi2 insieme ad altri democratici italiani come Giuseppe Mazzoni, Mauro Macchi,
Giuseppe Ceneri, Quirico Filopanti, oltre ai grandi nomi della democrazia europea come Fëdor
Dostoevskij, Aleksandr Herzen, Louis Blanc, Edgar Quinet, Michail Bakunin.
Giuseppe Mazzini, che dall’agosto del 1867 era a Lugano, non intervenne all’organizzazione
dell’assise ginevrina e ufficializzò la sua opposizione inviando il 6 settembre una lettera aperta “Ai
membri del congresso della pace”.3 Nella lettera Mazzini si dichiarava d'accordo con le intenzioni
dei congressisti, ma sosteneva che la pace non era possibile senza la libertà e la giustizia.

“Voi volete ciò ch’io voglio per tutti, giustizia per tutti, e la fratellanza, l’associazione di tutte le Patrie.
Ma voi vi chiamate Congresso della pace. Ora, la Pace non può essere che conseguenza della Libertà e
della Giustizia. Perché non dare al vostro Congresso il battesimo di quei nomi egualmente servi? Perché
sostituire il fine la conseguenza?”

Mazzini, così come molti altri pensatori democratico-repubblicani, è convinto che per preparare la
pace sia necessario educare i popoli, promuovendo un vero e proprio apostolato per una fratellanza
degli uomini. L’effetto dell’azione pacifista avrebbe portato alla nascita di pericolosi equivoci se i
democratici europei avessero mobilitato i popoli soltanto sulla parola d'ordine della pace. Equivoci
che lo stesso Mazzini aveva scorto in passato, come ad esempio nella Francia del 1830 dove alla
lotta contro i Borboni per una repubblica democratica era subentrata una lotta per una “carta”
costituzionale. Il risultato di questo equivoco fu che “la Rivoluzione ebbe luogo; ma il popolo aveva
accettato sul serio il grido-programma che non era se non artifizio e non escì dalla Rivoluzione che
una sostituzione Borbonica e una Carta corretta”. Un’altro grande “equivoco” lo si poteva notare
anche nell’Italia del 1848, quando dagli obiettivi di Unità e Repubblica si passò alla formula “Italia
Una sotto la Dinastia di Savoia”. Con questi esempi Mazzini voleva sottolineare come spesso il
popolo seguisse facili slogan e venisse manipolato dalle monarchie europee per i propri scopi. In
Francia i Borboni erano riusciti a rimanere al potere nonostante il popolo avesse combattuto per la
Repubblica; in Italia i Savoia erano divenuti i paladini dell’Indipendenza e dell’unità italiana, ma
solo come conseguenza dell’azione rivoluzionaria del movimento democratico-repubblicano.
Mazzini, poi, guardando al presente, ribadiva ai congressisti che un altro grande ”equivoco” lo si
poteva riscontrare nella “questione romana”. In effetti il tentativo di Garibaldi di liberare Roma dal
potere pontifico che si verificò poche settimane dopo il Congresso poteva essere letto come un caso
esemplare di “equivoco”. Secondo Mazzini il moto romano avrebbe dovuto avere inizio in città,
collegato contemporaneamente ad uno sbarco di volontari su un punto della costa laziale sotto
bandiera repubblicana; questa ipotesi si scontrava con quella di Garibaldi, da sempre convinto della
validità di marciare direttamente sulla Città Eterna dall’esterno. Mazzini, infatti, aveva previsto che
l’attacco dall’esterno avrebbe provocato l'intervento della Francia a favore della Santa Sede.
Mentana gli avrebbe dato tristemente ragione. Garibaldi, tuttavia, attribuì il fallimento della
campagna dell’Agro Romano allo stesso Mazzini, accusandolo di avere sabotato la vittoria con la
pregiudiziale repubblicana. Un’accusa ingiusta come si può ricavare dai proclami4 stesi dallo
Mazzini quando Garibaldi, fuggito da Caprera, aveva varcato il confine dello Stato Pontificio. In
questi proclami, Mazzini invitava gli italiani ad unirsi all’impresa garibaldina.
Secondo Mazzini, se i congressisti avessero voluto veramente perseguire la Pace avrebbero dovuto
innanzitutto battersi per la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Il pacifismo, dunque, “non sarebbe
servito che a indurre a rassegnarsi, e adottarsi alla necessità del momento, quella di combattere per
la libertà e per la giustizia. Sarebbe venuto il giorno in cui gli Stati Uniti d’Europa o una Lega delle
Nazioni avrebbero reso possibile il disarmo: ma ora il pacifismo avrebbe lasciato al potere i tiranni
e mantenuto in catene molte nazioni oppresse”5. Ovvero la costruzione della pace sarebbe stata
possibile soltanto una volta realizzato un ordine internazionale profondamente diverso, costituito da
un insieme di Nazioni democratiche.
In effetti, i promotori del Congresso non intendevano contrastare i movimenti di liberazione
nazionale, che per Mazzini erano i soli disposti a battersi per la creazione di Repubbliche
democratiche “sorelle”; tuttavia i democratici proclamando la loro volontà di pace, non finivano
così per favorire le forze controrivoluzionarie che miravano a stroncare i moti nazionali e le
rivoluzioni?
Analizzando le conclusioni del Congresso ginevrino è possibile risalire ad alcune influenze
mazziniane6. In effetti Mazzini cercò di non esternare la sua ostilità a questo tipo di iniziative
pacifiste, dal momento che le adesioni italiane al Congresso furono tra le più numerose d’Europa e
indicavano chiaramente come il sentimento pacifista in Italia fosse condiviso da molti, sia tra le
correnti democratiche risorgimentali, sia nelle organizzazioni operaie.
Per Mazzini la vera pace poteva giungere solamente quando “a sommo dell’edifizio voi avrete
sostituito la giustizia all’Arbitrio, il Vero alla Menzogna, il Dovere agli interessi egoisti, la
Repubblica alla Monarchia”: la Repubblica non era per Mazzini una semplice forma di regime
politico contrapposta ad un’altra come, per esempio, la monarchia costituzionale, e neppure una
semplice esplicazione del principio di libertà; la Repubblica è, invece, unità di coscienza e di
azione, coronamento necessario del processo di formazione nazionale e strumento indispensabile
per la “missione” nazionale. Tuttavia per il grande esule “quando si parla di nazionalità, s’intende la
Nazionalità quale la concepiscono i Popoli liberi e fraternamente associati”7. Quindi il nazionalismo
mazziniano è libertà e associazione, cioè fratellanza umana.
Tutti i popoli hanno il diritto alla libertà e, qualora siano oppressi, è loro supremo dovere
riconquistare la loro patria anche attraverso la Rivoluzione, così anche il popolo italiano per
adempiere alla propria missione avrebbe dovuto lottare contro l'Austria. Mazzini era convinto che
l'unica via per evitare realmente le guerre fosse costituita dall'Unione dei popoli, non dei troni,
un’unione di nazioni sorelle che avrebbe portato come conseguenza la Pace, la pace dei liberi e dei
forti, come avrebbe indicato più tardi Ernesto Teodoro Moneta, garibaldino e premio Nobel per la
pace nel 19078.
Per Mazzini amare la patria significava amare il proprio paese e difenderlo nel caso fosse
minacciato. Le nazioni avrebbero da parte loro dovuto però rinunciare alla volontà di potenza sulle
altre nazioni, contribuendo così al pacifico progresso di tutta l’umanità. Per Mazzini la nuova
Europa, “la Patria del Popolo risorgerà delimita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re,
delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro
dell'umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l'applicazione della propria legge di
vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compirsi per via di sviluppo
progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli effetti e dei mezzi di molti milioni d'uomini
parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà
sperare di giovare coll'opera propria a tutta quanta l'Umanità”9. Ma per fare questo l’Europa aveva
ancora bisogno di “un'ultima, grande, santa crociata” per affermare i principi di libertà, giustizia e
pace: contro la tirannia delle monarchie.

Alessio Sfienti
1
Sul congresso di Ginevra si veda M. Sarfatti, La nascita del moderno pacifismo democratico ed il Congrés International
de la Paix di Ginevra nel 1867, Milano, Ed. Comune di Milano, 1983.
2
G. Garibaldi ebbe la presidenza onoraria del Congresso. Sul rapporto di Garibaldi col movimento pacifista ottocentesco
rimando al mio saggio, “L’eroe dell’ideale. Giuseppe Garibaldi e la pace” in “Il Pensiero Mazziniano”, Nuova serie, n. 1
gennaio-aprile 2005, pp. 23-30.
3
La traduzione italiana venne pubblicata sull’Unità italiana dell’11 settembre 1867 con notevoli varianti rispetto
all’originale francese. Il testo utilizzato per questo breve saggio è quello pubblicato sul volume Giuseppe Mazzini, Lettere
aperte, a cura di Giuseppe Tramarollo, Pisa, Pacini editore, 1978, pp. 203-210.
4
G. Mazzini, Agli italiani (1867), I, S.E.N. vol. LXXXVI; id, Agli italiani (1867), II, S.E.N. vol. LXXXVI; a cui
seguiranno id, Dopo Mentana. Agli italiani, 8 novembre 1867, S.E.N, vol. LXXXVI; id, Proclama ai soldati italiani,
S.E.N., vol. LXXXVI.
5
D. Mack Smith, Mazzini, Milano, Rizzoli, 1993, p. 254,
6
A conclusione dei lavori venne presentata una risoluzione che impegnava l'associazione che si voleva costituire, la Ligue
internationale de la paix et de la liberté, alla lotta contro le monarchie, per una Federazione repubblicana dei popoli
d'Europa, alla lotta contro gli eserciti permanenti e infine alla lotta per il miglioramento della situazione della classe operaia.
7
Giuseppe Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, a cura di S. Mastellone, Milano Feltrinelli, 1997, p.148.
8
Sulla figura di Ernesto Teodoro Moneta si veda C. Ragaini, Giù le armi! E.T.Moneta e il progetto di pace internazionale,
Milano, FrancoAngeli, 1999; mi permetto anche di rimandare al mio saggio, “La pace da Nobel dei liberi e dei forti” in Il
Pensiero Mazziniano, Nuova serie, n. 3 settembre-dicembre 2004, pp. 56-64.
9
G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo (1860), ristampa anastatica a cura del Comune di Forlì, 2005, p. 56.