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Cultura, etnocentrismo, relativismo culturale, inculturazione,


acculturazione
mediazione interculturale (Scuola Superiore per Mediatori Linguistici Carlo Bo)

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Mediazione e Interculturalità
a.a. 2019-2020
docente: Barbara Ghiringhelli

Antropologia culturale: l’origine della disciplina


E’ nella seconda metà dell’Ottocento che l’antropologia culturale si organizza come autonoma
disciplina scientifica. Di solito si fa corrispondere la sua “nascita” con il 1871, anno di
pubblicazione di un libro di E.B. Tylor, dal titolo Primitive Culture, che definisce e mette a fuoco il
campo di studi della nuova scienza: la cultura.
Si tratta di una data convenzionale. Alcuni antropologi amano retrodatare le proprie origini,
vedendo precursori in varie epoche della storia del pensiero ( Erodoto, Montaigne, ..), altri invece
pensano che non si possa parlare di una antropologia moderna prima del Novecento, prima cioè
dello sviluppo di quelle metodologie di ricerca sul campo che diverranno nel XX secolo tratto
distintivo della disciplina.
Ciò che è certo è che sul piano istituzionale l’antropologia culturale si costituisce negli ultimi
decenni dell’Ottocento, prima all’interno della scuola evoluzionista britannica e poi in altri paesi
europei e negli Stati Uniti. E’ il periodo del positivismo, della grande fiducia nella scienza e nel
progresso, è il periodo del trionfo dei nazionalismi e del colonialismo.
Nel contesto odierno della globalizzazione, ci troviamo di fronte a situazioni sociali in cui chi siamo
“Noi” e chi sono gli “Altri” non è mai chiaro, e dove non è possibile parlare di “culture” come di
entità compatte e dai confini ben definiti, e per di più coincidenti con un “popolo” e un “territorio”
(delocalizzazione – deterritorializzazione delle culture).
Ciò non significa tuttavia che le differenze culturali non esistano più. Al contrario: la
globalizzazione per certi versi le moltiplica, pur frammentandone e mischiandone i contesti. Ora, in
questa situazione l’antropologia culturale continua a definirsi in base alla sua vocazione per lo
studio delle differenze (Hannertz, la diversità è il nostro mestiere!). Se c’è qualcosa che accomuna
le origini ottocentesche con gli studi attuali è quindi la vocazione per la diversità.

CULTURA
In antropologia, diversamente dal linguaggio comune, parlando di cultura non si intendono soltanto
gli alti prodotti del lavoro intellettuale, come l’arte, la letteratura e così via; si intende piuttosto il
complesso degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e
organizzano la loro vita sociale. Fanno parte ad esempio della cultura gli attrezzi e le tecniche del
lavoro, le istituzioni sociali, le forme della parentela, il linguaggio e i modi della comunicazione, le
conoscenze, i valori e le credenze, i gesti e le più piccole pratiche quotidiane, e così via. Di fatto, è
impossibile definire la cultura attraverso un elenco: del concetto sono state proposte numerosissime
definizioni.

Il concetto “scientifico” di cultura si sviluppa e diviene di uso comune nella seconda metà
dell'Ottocento, contemporaneamente all'affermarsi dell'antropologia culturale come autonoma
disciplina di studi. Gli antropologi intendono per cultura non solo gli "alti" prodotti dell'intelletto,
come arte, letteratura o scienza, ma l'insieme di tutte quelle pratiche, usi, consuetudini e
conoscenze, per quanto banali e quotidiane, che una comunità umana possiede e attraverso le quali
si adatta all'ambiente e regola le proprie relazioni sociali. Gli antropologi ottocenteschi, sebbene
tutti in qualche misura influenzati dalle teorie razziste, tengono fermo il presupposto della
fondamentale unità intellettuale dell'intero genere umano, e sono interessati allo studio della cultura
(singolare) come elemento di differenziazione tra i gruppi. In termini evoluzionistici, la cultura è
l'insieme degli elementi non biologici o somatici di adattamento all'ambiente. Pur non facendo

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strettamente dipendere le differenze culturali da differenze naturali (biologiche, razziali)


l'antropologia culturale ottocentesca non rinuncia all'idea di gerarchizzazione delle culture. Come si
spiega la diversità culturale a fronte della originaria unità intellettuale del genere umano? La
risposta sta nell'ipotizzare un unico processo di evoluzione culturale, che si muove però a velocità
diverse in diverse parti del mondo e per diversi gruppi umani. La differenza è riletta in termini di
avanzamento-arretratezza del processo evolutivo, di stadi successivi di un unico grande sviluppo
culturale. I popoli "primitivi" stanno attraversando uno stadio evolutivo precedente.
I rappresentanti della civiltà occidentale stanno sul punto più alto di una piramide da cui possono
guardare tutto il resto del mondo. Gli altri sono come noi, ma solo nel senso in cui lo sono dei
bambini che vanno educati e aiutati a crescere. L'equazione primitivi-bambini è centrale
nell'immaginario antropologico ottocentesco, e rappresenta la variante culturalista del razzismo.
Tale concezione contrasta con le forme più crude del razzismo, ma resta compatibile con alcune
delle sue funzioni ideologiche, in particolare con la legittimazione del dominio coloniale e con la
giustificazione dell'ordine imperialista del mondo.

Si ha un mutamento radicale rispetto a questo quadro con gli sviluppi novecenteschi


dell'antropologia, e con la relativa affermazione di un concetto pluralista e relativista di cultura. Lo
sviluppo della ricerca sul campo e di una nuova sensibilità etnografica, insieme al crollo di molte
delle certezze positivistiche dell'Ottocento, fa dell'antropologia un potentissimo strumento di critica
all'etnocentrismo, alle pretese cioè della cultura europea di valere da metro di giudizio assoluto per
tutte le altre.
Laddove per l'evoluzionismo studiare la diversità culturale era un modo per riaffermare con forza
sempre maggiore la superiorità dell'Occidente moderno, per la nuova sensibilità antropologica
diviene un modo per contestarne e relativizzarne le pretese. All'immagine di una gerarchia
piramidale di gruppi umani, che procedono a velocità diverse su un unico percorso di sviluppo
culturale, si sostituisce quella di un mondo suddiviso in una irriducibile pluralità di culture, intese
come entità autonome, ben distinte e di uguale dignità, classificabili in modo non gerarchico e per
certi aspetti non commensurabili.
Per il modernismo antropologico del nuovo secolo, le valutazioni negative delle altre culture sono
per lo più conseguenza della incapacità di comprendere il funzionamento di codici linguistici,
estetici, morali semplicemente diversi da quelli che ci sono più familiari. Da qui il principio del
relativismo culturale: non si possono formulare giudizi etici, estetici e (in una variante) anche
cognitivi al di fuori di un contesto culturale, poiché è il contesto culturale a stabilire i criteri di
riferimento. Ciò che è bello o brutto, attraente o disgustoso, desiderabile o indesiderabile, giusto e
ingiusto, e in un certo senso persino vero e falso, dipende dal contesto culturale, e non ci sono
criteri esterni e neutrali di tipo sovra-culturale. Ogni tentativo di stabilire simili criteri è in definitiva
etnocentrico. (F. Remotti, Noi primitivi. Lo specchio dell’antropologia, Torino. Bollati Boringhieri,
1990).

ETNOCENTRISMO
E’ la tendenza a considerare la propria cultura come migliore e a giudicare il comportamento e le credenze
dei popoli culturalmente diversi in base ai propri standard.
Se ne ha una prima celebre definizione da parte del sociologo americano William Graham Sumner,
ai primi del novecento: "Il punto di vista secondo il quale il gruppo a cui si appartiene è il centro del
mondo e il campione di misura cui si fa riferimento per giudicare tutti gli altri, nel linguaggio
tecnico va sotto il nome di etnocentrismo [...] Ogni gruppo esercita la propria fierezza e vanità, dà
sfoggio della sua superiorità, esalta le proprie divinità e considera con disprezzo gli stranieri. Ogni
gruppo pensa che i propri costumi (folkways) siano gli unici ad essere giusti, e prova soltanto
disprezzo per quelli degli altri gruppi, quando vi presta attenzione”.
W.G. Sumner, Folkways, Boston,. 1906, trad. it. Costumi di gruppo, Milano, 1962, p. 5

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Questo atteggiamento è per così dire naturale e universale, e anche utile alla coesione di un gruppo
sociale, ma porta facilmente, dice Sumner, a "esagerare, ad accentuare i tratti particolari che
appartengono ai propri costumi e che distinguono un popolo dagli altri". Quando ciò accade, il
naturale atteggiamento etnocentrico si trasforma in pratiche discriminatorie verso gli altri.
L'etnocentrismo sarà teorizzato in termini assai simili da altri importanti antropologi, quali fra gli
altri l'americano Melville Herskowitz e il francese Claude Lévi-Strauss. Anch'essi riconoscono
l'universalità dell'atteggiamento etnocentrico, ma vedono un segno distintivo del progresso culturale
nella capacità di tenerlo sotto controllo, di combatterlo nelle sue forme esasperate, promuovendo
non la contrapposizione ma la tolleranza e il dialogo tra le diverse culture.

Il lessico antropologico, che interpreta la diversità tra gruppi umani in termini di culture autonome
e distintive, e la sensibilità ai temi dell'etnocentrismo e del relativismo culturale, si diffondono e
divengono senso comune nella seconda metà del novecento. Tale diffusione avviene anche come
reazione al lessico e alla sensibilità razzista, screditati definitivamente dagli esiti cui erano stati
condotti dal nazismo.

RELATIVISMO CULTURALE
E’ la posizione secondo la quale i valori e gli standard delle culture differiscono e meritano rispetto.
L’antropologia è caratterizzata da un relativismo di tipo metodologico piuttosto che morale: per comprendere
appieno un’altra cultura, gli antropologi cercano di comprendere le motivazioni e le credenze dei suoi
membri. Il relativismo metodologico non preclude tuttavia la possibilità di esprimere giudizi morali o di
scendere in campo per prendere posizione contro pratiche ritenute disumane o comunque lesive della dignità
umana.
Voce Glossario volume C.P. Kottak, Antropologia culturale, seconda edizione, edizione italiana a cura di
Laura Bonato, McGraw-Hill, Milano, 2012

INCULTURAZIONE
Il termine, dall’inglese culture, cultura, deriva, per traduzione, dal termine inglese inculturation che indica
l’assimilazione, da parte dell’individuo, di contenuti, pratiche e valori della tradizione culturale del gruppo di
appartenenza, al cui interno realizza la sua esperienza educativa. L’acquisizione della cultura da parte del
soggetto sociale è un processo che gli antropologi hanno studiato con particolare attenzione per legittimare
l’assunzione teorica “antirazzista” secondo la quale, tenendo costante ogni altro fattore al di fuori della razza,
trattamenti inculturativi simili avranno come risultato repertori socioculturali simili. Come ricorda Harris
(1971, p. 179), “anche se non è possibile dimostrare che tutti i maggiori raggruppamenti di Homo sapiens
hanno la stessa capacità di apprendimento per tutti i tipi di risposte, è fuori discussione che la maggior parte
del repertorio di risposte di qualsiasi popolazione umana può essere appreso da ogni altra popolazione”. La
parola è stata introdotta nelle scienze sociali da M.J. Herskovits (1948) per indicare l’interazione complessa
dell’individuo con la sua cultura di riferimento e di cui egli è, allo stesso tempo creatura e creatore. E’
evidente, infatti, che la trasmissione dei modelli culturali da una generazione all’altra non è mai riproduzione
ripetitiva, ma sempre è sottoposta a successive aggiunte e innovazioni. Margaret Mead ha definito questo
fenomeno, decisamente accentuato nella società industriale, divario generazionale (1972, pp.33-34).
Secondo Herskovits il processo di inculturazione dura tutta la vita, ma varia durante i successivi stadi del
ciclo dell’esistenza: per cui è opportuno differenziare la fase dello “stadio infantile” (in cui è imposta e
arbitraria), dalla fase dello “stadio adolescenziale” (in cui è orientata verso l’integrazione sociale, a
cominciare dalla socializzazione nei gruppi informali dei coetanei), e dalla fase dello “stadio adulto” (quando
l’inculturazione è una forma consapevole e critica di accettazione o di rifiuto dei valori e delle scelte del
gruppo). Tra gli antropologi italiani, Tullio Tentori (1990, pp. 141-147) e Matilde Callari Galli hanno
proposto un orientamento che considera complementari l’inculturazione e la socializzazione (1993, pp. 183-
192). L’inculturazione, nella prospettiva psicoantropologica che è stata proposta, viene a indicare un percorso
segnato da momenti e tappe insieme consci e inconsci, pianificati o spontanei, che l’individuo attraversa in
un processo continuo che inizia con la nascita e cha va avanti, con variazioni di intensità, per tutta la vita.
(G.H.)

Callari Galli, M. 1993, Antropologia culturale e processi educativi, La Nuova Italia, Firenze.

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Harris, M. 1971, L’evoluzione del pensiero antropologico (1968), Il Mulino, Bologna.


Herskovits, M.J. 1948, Man and His Works, Knopf, New York.
Kluckhohn, C., Murray, A.M.. 1949, Outline of a Conception of Personality, in C. Kluckhohn, Personality in
Nature, Society and Culture, Knopf, New York.
Linton, R. 1945, The Cultural Background of Personality, Appleton-Century-Crofts, New York.
Mead, M. 1972, Generazioni in conflitto, Rizzoli, Milano.
Tentori, T. 1990, Antropologia culturale, Studium, Roma.

Voce estratta dal Dizionario delle diversità. Le parole dell’immigrazione, del razzismo e della xenofobia, a
cura di G. Bolaffi, S. Gindro, T. Tentori, Liberal Libri, Firenze, 1998.

ACCULTURAZIONE
Scambio di caratteristiche culturali risultante dal contatto diretto e continuativo tra gruppi di individui; gli
schemi culturali di ogni gruppo possono essere modificati, ma i gruppi conservano un carattere distinto. Voce
Glossario volume C.P. Kottak, Antropologia culturale, seconda edizione, edizione italiana a cura di Laura
Bonato, McGraw-Hill, Milano, 2012
Nell’attuale società multietnica, interculturale e plurireligiosa, gli individui si distinguono per “livelli di
acculturazione” reciproci, realtà direttamente collegata al marketing delle identità.

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