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EDWARD SAID (1935-2003): NEL SEGNO DELL’ESILIO (2000)

Edward Said arriva alla Columbia University (New York) nell’autunno del 1963, dove è docente nel
Dipartimento di inglese e letterature comparate. È soprattutto grazie a New York che Said inizia il
suo lavoro critico e interpretativo, grazie al suo essere ormai diventata una città di migranti ed esuli.
Quando iniziò a scrivere e ad insegnare venne influenzato dal suo collega e amico Fred Dupee: un
saggista che lo incoraggiò ad interessarsi alle novità che venivano dal pensiero francese, da arte e
letteratura sperimentali e, soprattutto, dalla saggistica. E fu sempre lui che, dopo il 1967 (dopo la
guerra dei 6 giorni araba) appoggiò la sua battaglia in nome della causa palestinese. Attraverso la sua
critica all’eurocentrismo, Said vuole far aprire gli occhi a critici e lettori sulla povertà delle
politiche identitarie, la stupidità di ogni affermazione di purezza rispetto ad un’appartenenza e la
falsità nell’assegnare priorità ad una tradizione su tutte le altre. Lo spostamento migratorio generato dalle
guerre, dal colonialismo e dalla decolonizzazione, da rivoluzioni politiche ed economiche o da fattori
devastanti come la fame o le pulizie etniche rappresenta per Said l’evento più significativo di quegli anni. In
luoghi come New York, Londra, Parigi o Berlino, tutto questo si è presentato sotto forma di cambiamenti
radicali che hanno ridisegnato forme di lavoro e professioni e la stessa produzione culturale. Dunque, gli
esuli, i migranti e i rifugiati che sono stati sradicati dalle proprie terre si sono trovati davanti a un nuovo
paesaggio e a una nuova creatività e necessitano trovare chi racconti la loro storia.
Secondo Said, l’imperialismo ha posto “razze”, società e culture una contro l’altra. Ad accompagnare tutta
l’età degli imperi è stata una rigida divisione tra colonizzatori europei e popoli colonizzati non europei,
divisione che ha assunto un correlativo culturale di proporzioni straordinarie. Questa radicale asimmetria di
potere e i suoi profondi effetti culturali costituiscono il principale oggetto di analisi di Orientalismo. Dopo le
guerre coloniali e le insurrezioni anticoloniali di massa, l’esigenza di un’identità nazionale e culturale non è
diminuita bensì aumentata. Così l’identità nazionale è diventata il programma politico di molti nuovi stati
indipendenti del terzo mondo. L’opposizione contro l’impero è un aspetto tanto importante del lavoro di
Said; il nazionalismo antimperialista di metà Novecento conteneva dosi molto elevate di aggressività
nativista e di pensiero violentemente separatista. Tuttavia, ci sono stati coloro che hanno criticato questi
atteggiamenti portando ad un indebolimento e denigrazione di ogni cultura nativa e non occidentale. Per
chi vi era sottomesso, l’esperienza dell’imperialismo ha significato oppressione ed esclusione, al contrario
l’esperienza storica della resistenza nazionalistica e della decolonizzazione significava invece liberazione e
inclusione.

Per il lavoro di Said, Thompson e Williams sono stati fondamentali. Per esempio, Williams fu in grado di
rappresentare in opere letterarie o artistiche le esperienze degli sconfitti della società.

I saggi e gli articoli di questo libro riguardano direttamente controversie e dibattiti nella teoria della
letteratura, dell’antropologia, negli studi d’area, questioni che hanno a che fare con resoconti giornalistici o
artistici, la cultura popolare e in particolare la letteratura araba. Said spiega quanto è stata importante la
causa palestinese per il suo lavoro.

RAPPRESENTARE I COLONIZZATI: L’ANTROPOLOGIA E I SUOI INTERLOCUTORI

Said analizza le quattro parole del titolo:

RAPPRESENTARE: il linguaggio ha finito per imporsi come oggetto privilegiato di indagine teorica e dunque
per neutralizzare ogni tentativo di rappresentazione della realtà. La rappresentazione ha dovuto scontrarsi
non solo con la consapevolezza delle convenzioni che il linguaggio impone, ma pure con le pressioni
esercitate da forze quali la classe, l’inconscio, il genere, la razza, la struttura. Rappresentare qualcuno o
qualcosa è divenuto oggi un compito complesso e ingrato.

COLONIZZATI: prima della Seconda Guerra Mondiale si riferiva agli abitanti del mondo extraeuropeo e non
occidentale controllati e spostati a forza dagli europei. Col tempo, la parola colonizzato divenne
semplicemente sinonimo di Terzo Mondo. Sebbene Africa e Asia avessero ottenuto l’indipendenza, la
presenza coloniale delle potenze occidentali, era ancora fortemente presente e il razzismo permaneva un
fattore decisivo. La parola colonizzato ha esteso il suo significato fino a includere la condizione delle donne,
quella delle classi sfruttate e oppresse e le minoranze nazionali. In altre parole, il mondo era ancora diviso
in primi e ultimi. Colonizzato significa quindi, essere un qualcosa di diverso in un posto diverso ma sempre
con un’accezione di inferiorità.

ANTROPOLOGIA (posizione di Said riguardo l’antropologia: intesa come partecipazione attiva e non come
semplice studio di popoli lontani da un punto di vista geografico): il dibattito antropologico si basava sulla
rappresentazione di realtà non occidentali considerate primitive o meno evolute a causa del ruolo
decisivo del colonialismo occidentale che manipolava e controllava le società native per i suoi propri scopi.

INTERLOCUTORI: l’impressione è di instabilità. Da una parte, infatti, vi riverbera lo sfondo di un conflitto


coloniale, con i colonizzatori alla ricerca di interlocutori affidabili e, invece, i colonizzati costretti a rimedi
sempre più disperati. L’interlocutore è concepito come qualcuno in cui ci si può imbattere sulla porta
mentre protesta vivacemente per essere stato estromesso da una disciplina o da un determinato campo, e
che alla fine viene lasciato entrare per iniziare a discutere. È stato solo dopo che soggetti come le donne, gli
orientali, i neri e altri nativi avevano fatto abbastanza rumore che è stata loro concessa attenzione e quindi
si è rivolta loro la parola. Prima di ciò, questi soggetti venivano ignorati.

Successivamente, Said parla delle numerose obiezioni che gli sono state rivolte in merito alla sua opera
Orientalismo. Non mancarono reazioni anche vibranti di studiosi che replicarono come le argomentazioni
di Said fossero eccessivamente generalizzate. Il testo è stato accusato di eccedere di negatività, di non
promuovere un approccio costruttivo e di comunicare solo un senso di disperazione e sfiducia sulla
possibilità di rapportarsi in modo paritario ad altre forme culturali. Senza considerare che molti di questi
critici percepirono le argomentazioni mosse da Said come un attacco diretto alla loro integrità intellettuale
e alla validità degli studi Orientalisti. Said, dunque, spiega quali sono state le sue reali intenzioni nell’opera.
In essa suggerisce una nuova metodologia di studio del colonialismo: un modo di pensare il cosiddetto
Oriente da parte degli studiosi occidentali costituito da un insieme di concezioni false e stereotipate.
Concezioni dovute a una visione del mondo di tipo eurocentrico, che ha come naturali conseguenze la
creazione di opposizioni radicali fra ciò che è europeo e ciò che non lo è, al fine di creare un concetto di
alterità e di ossessiva diversità nei confronti di tutto ciò che non è "occidentale". Questo tipo di visione è
stato reso possibile da una rappresentazione distorta, non sempre intenzionale ma comunque fattuale,
dell'Oriente (vicino, medio ed estremo). La tesi proposta nel saggio di Said sostiene dunque l’esistenza di
un "sottile e persistente pregiudizio eurocentrico nei confronti dei popoli arabo-islamici e delle loro
culture che trova la sua origine nella lunga e sedimentata tradizione occidentale di rappresentare
l’oriente attraverso immagini fittizie e romanzate dell’Asia e, in maggior misura, del Medio Oriente. Tra le
varie rappresentazioni diffuse nell’immaginario occidentale troviamo quella che vede i popoli d’Oriente
dipinti come irrazionali, violenti, selvaggi, moralmente corrotti e intellettualmente inferiori rispetto alle loro
controparti occidentali.

STORIA, LETTTERATURA E GEOGRAFIA

Si può leggere il capitolo tenendolo a stretto contatto con il discorso di Hall. Gli antropologi partono dal
presupposto che esistano delle realtà etniche o comportamentali che hanno dei costumi diversi dal nostro.
Il presupposto dal quale invece partono gli studiosi dei Cultural Studies è che esista un’entità ibridizzata,
quindi, la realtà contemporanea spinge lo studioso dei CS ad individuare la differenza e prendono atto della
trasformazione irreversibile.

Said condivideva inizialmente l’opinione, ovunque diffusissima, che storia e letteratura fossero in realtà due
campi di studio distinti e separati, fin quando poi iniziò a tradurre Auerbach che attribuisce al filologo il
compito di raccogliere e presentare il materiale storico. L’interesse per il metodo auerbachiano ha aperto
gli occhi a Said sul sistema di corrispondenze tra storia e letteratura. Le due sono mediate dalla coscienza
critica, dalla mente del singolo lettore e critico la cui attività vede la storia e la letteratura influenzarsi a
vicenda. Storia e letteratura esistono come attività temporali, e possono svilupparsi più o meno
parallelamente all’interno dello stesso elemento che è comune anche alla critica.

Said ci parla di Antonio Gramsci come promotore di un certo tipo di coscienza critica di carattere geografico
e spaziale:

1. Gramsci si dimostra sensibile ad una visione del mondo costruita sulla divisione tra “dominanti e
dominati”. I subalterni (dominati, emarginati, fette consistenti della popolazione) compaiono sulla
scena in modo improvviso e rivoluzionario, ci sono momenti in cui i subalterni sentono la necessità
di intervenire in modo violento. I gruppi dominanti fanno in modo che non ci siano manifestazioni
con un esito eversivo, che possano influenzare la traiettoria dello stato. I gruppi subalterni
subiscono sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono: solo la
vittoria “permanente” spezza, e non immediatamente, la subordinazione. Anche quando paiono
trionfanti, i gruppi subalterni sono solo in stato di difesa allarmata (verità che si può dimostrare con
la storia della Rivoluzione francese fino al 1830 almeno). Ogni traccia di iniziativa autonoma da
parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale; da
ciò risulta che una tale storia non può essere trattata che per monografie (le monografie (=libri)
presumono un’idea di approfondimento delle categorie) e che ogni monografia domanda un
cumulo molto grande di materiali spesso difficili da raccogliere.
2. Il lavoro di Gramsci non si concentra solo sulla storia di un sistema di idee tra dominanti e dominati,
ma anche sul legame di idee tra istituzioni e classi.
3. Tutte le sue idee e i suoi scritti sono radicati in situazioni geografiche concrete che li rendono
possibili.
4. Il lessico gramsciano riflette una terminologia geografica e critica. I suoi concetti preferiscono
alludere piuttosto che fissare una volta per tutte il senso di ciò a cui si riferiscono.
5. La coscienza critica gramsciana ha influenzato profondamente la storia e la critica letteraria

Said ci parla di Raymond Williams che (nel suo libro The Country and the City) prende come punto di
partenza la distinzione tra due mondi o entità geografiche separate: quella rurale e quella urbana. L’analisi
di Williams salda la scrittura rurale alla comparsa dell’identità complessa della città moderna. In Williams, la
letteratura stessa diviene luogo di un conflitto che lacera la società: un conflitto in cui lavoro, profitto,
povertà, espropriazione, ricchezza, disperazione e felicità rappresentano le materie prime dello scrittore.
Williams chiude accennando alla nuova geografia determinata dal tardo imperialismo e dalla
decolonizzazione. Un merito che Said attribuisce a Williams è quello di aver percepito chiaramente le
straordinarie potenzialità della coscienza critica gramsciana.

Infine, Said aggiunge che la geografia del mondo è storicamente cambiata in modo radicale tanto da
rendere impossibile il tentativo di riconciliare storia e letteratura senza tener conto delle nuove, complesse
e diverse esperienze storiche con cui ci confrontiamo tutti nel mondo post-eurocentrico.
ORIENTALISMO

In Orientalismo Said sostiene che la maggior parte degli studi occidentali svolti sulle popolazioni e sulla
cultura d'Oriente (in particolare relative al Medio Oriente) svolsero la funzione di autoaffermazione
dell'identità europea e giustificarono il controllo e l'influenza esercitata nei territori colonizzati. Agli occhi
degli occidentali, l'Occidente è moderno, rappresentando la civiltà, il progresso, lo sviluppo, la prosperità, la
libertà e l'apertura mentre l'Oriente è tradizionale e arretrato, rappresentando la chiusura, l'ignoranza, la
povertà, l'antichità e la rigidità. Fin dall'inizio, Oriente ha perso il diritto di esprimersi, ha perso l'iniziativa
del discorso ed è diventato un oggetto di descrizione. L'Orientalismo come disciplina diventa un mezzo
efficace di dominio imperialista e di discriminazione culturale. Il libro di Said prende in esame la mole di
testi, studi e teorie, prodotta dalla tradizione orientalista inglese, francese e americana (tralasciando i testi
tedeschi per motivi di spazio, ma descritti come in assoluto i più astratti e teorici) come esempi di un
atteggiamento che ha trovato espressione in tutto l'Occidente.

L'orientalismo si può definire in modi diversi:

1. l'orientalismo è un argomento di ricerca accademica in Occidente ed ha una varietà di dottrine


riguardanti l'Oriente e il popolo orientale;
2. l'orientalismo è anche un modo di pensare basato sull'opposizione tra Oriente e Occidente: razionalità e
irrazionalità, civiltà e barbarie, progresso e arretratezza, avanzato e di basso livello, tratta l'Oriente come
l'opposto della cultura occidentale per mostrare e consolidare il principio di "L'Occidente è superiore e
l'Oriente è inferiore";
3. L'orientalismo è in definitiva una sorta di discorso sul potere o sull'egemonia culturale, che è
ampiamente distribuito in vari aspetti della vita occidentale. Forma l'idea collettiva, l'autorità professionale,
il sistema del discorso e il sistema sociale sull'Oriente attraverso l'integrazione, la classificazione,
l'essenzializzazione dell'Oriente e degli orientali. Di fatto, è una visione immaginativa ed una struttura di
filtri, una "orientalizzazione" dell'Oriente. È un modo per l'Occidente di controllare, ricostruire e regnare
l'Oriente, è uno strumento ed un'ideologia del colonialismo e dell'imperialismo.
Lo studio di Said sull'orientalismo come discorso ha almeno tre significati:
1. Un sistema di conoscenza globale dell'Oriente formato in Europa nel XIX secolo;
2. Miti o stereotipi generati dal sistema di conoscenza che rende l'Oriente estraneo;
3. Le relazioni di potere tra Occidente e Oriente stabilite dal sistema di discorso orientalista.

Riflessione: Said ha una "identità orientale", ma accetta una buona e completa educazione occidentale. Egli
sta sulla posizione orientale ma deve ricorrere al discorso occidentale, che lo rende pieno di contraddizioni.
Ciò rende il suo "Orientalismo" una sorta di introspezione teorica in misura maggiore. È estremamente
critico, ma per alcuni aspetti sembra anche ristretto.

Per Said, invece, fu un libro importantissimo, ma il suo lavoro non si arrestò lì e continuò gli studi che
portarono nel 1993 alla stesura di Culture and Imperialism. Questi due libri cercano di rispondere ad
alcune domande fondamentali: perché quando pensiamo al Medioriente, per esempio, affiorano
nella nostra mente determinate idee sul tipo di persone che lo abitano, sulle loro abitudini e
tradizioni, pur non avendone mai conosciuta una o non essendo mai stati in quei luoghi? In che
modo abbiamo acquisito queste conoscenze? Said risponde in queste pagine affermando che il
modo in cui ci siamo impossessati di alcuni concetti e luoghi comuni non è affatto innocente e
oggettivo, ma è un processo che risulta da determinati interessi e strategie. Nello specifico, egli
sostiene che il modo in cui l’Occidente, in particolare Europa e Stati Uniti, guardano alle persone e
ai paesi del Medioriente distorce la realtà in cui vivono quotidianamente queste persone, e cerca di
chiarire il processo attraverso il quale si formano questi stereotipi e distorsioni. In un’intervista con
il Prof. Sut Jhally dell’Università del Massachusetts (Amherst) Edward Said afferma che sono due
le motivazioni principali che lo hanno spinto a trattare questi argomenti, una storica e una più
personale. La prima è la guerra araboisraeliana del 1973, che fu preceduta da molte discussioni e
sequenze di immagini trasmesse dai media mondiali, e in particolare da quelli americani, su come
gli arabi non fossero in grado di combattere, di come venissero sempre sconfitti, perché non sono
stati in grado di modernizzarsi; tutti furono molto sorpresi, invece, quando, nei primi giorni
dell’Ottobre del 1973, l’armata egiziana attraversò il Canale e dimostrò che, come qualsiasi altro
popolo, era in grado di intraprendere una guerra.
Il secondo impulso riguarda un’esperienza personale che lo ha sempre accompagnato durante tutta la sua
vita: la percezione di una certa disparità, di una discordanza tra quella che era la sua concezione di cosa
voleva dire essere arabo, e le immagini degli arabi che poteva osservare nell’arte e nella letteratura. La
scrittura e l’arte riguardante l’Oriente era organizzata come una vera e propria scienza, il cui contenuto era
composto da un certo repertorio di immagini stereotipate che aveva veramente poco a che fare con
le persone e i luoghi che supponeva rappresentare. Inoltre, queste descrizioni provenivano da veri e
propri esperti del settore i quali avevano guardato con i propri occhi e studiato da vicino le
popolazioni orientali, e per questo erano rivestiti di un potere magico che permetteva loro di
affermare qualsiasi cosa ed essere creduti ciecamente. Said notò che quello che gli orientalisti
affermavano degli orientali era dovunque e sempre lo stesso, il che portava alla creazione di
immagini statiche e immobili di un oriente omogeneo e fuori dalla storia, eterno. Questo
immaginario dell’Oriente risulta essere una creazione dell’Occidente ed è banalmente
contradditorio e può essere disdetto semplicemente guardando alla storia.
Il fatto più importante, quello che ancora e soprattutto oggi determina i rapporti tra Occidente e
Oriente, è la rappresentazione che il primo si è costruito sul secondo e che ha dato vita a tutta una
serie di immagini stereotipate e di concetti universalizzanti, i quali hanno contribuito a formare una
situazione disequilibrata tra est e ovest del mondo. L’Orientalismo è questo stile di pensiero fondato
sulla distinzione ontologica ed epistemologica tra Oriente e Occidente. L’orientalismo, però, non è
soltanto uno stile di pensiero, ma è un vero e proprio strumento di dominio, adottato dalle potenze
europee al fine di gestire le proprie relazioni con l’Oriente, non soltanto con rapporti di forza, ma
anche attraverso il consenso e il potere ideologico. Il valore dell’orientalismo dipende molto più
dall’Occidente che dall’Oriente: ad uno primo sguardo, ad un occhio poco attento, Orientalismo potrebbe
sembrare un libro sull’Oriente, in realtà parla dell’Occidente, dei modi in cui questo si rapportava
all’Oriente, degli stratagemmi attraverso cui riuscì a conquistarlo e a legittimarne la conquista, dei suoi
desideri di potere e di ricchezza, delle paure dell’Occidente e delle armi che ha messo in campo per
difendersi.
Purtroppo, nell’Ottocento, più di oggi, non c’era possibilità di effettuare molti spostamenti e comunque i
tempi risultavano molto lunghi a causa delle infrastrutture poco sviluppate, c’era quindi una tendenza
generalizzata, ma non meno di oggi, a preferire «lo schematismo di un libro, la perentorietà delle
frasi corte e schematiche degli specialisti alle certezze che un più diretto rapporto con la realtà
umana comporta». Said sostiene che questo atteggiamento sia stato influenzato in modo
significativo da due principali situazioni: la prima si verifica quando bisogna far fronte a qualcosa
di nuovo e di apparentemente minaccioso, di cui non si hanno esperienze precedenti simili che ci
aiutino a comprendere e a capire come agire; la seconda situazione è, come la definisce Said,
“l’apparenza del successo”: se si sperimenta che un libro ha avuto ragione in una certa occasione
particolare, ci sarà la tendenza a considerare tutto il libro attendibile, ma non solo, si considererà
attendibile anche l’autore, che in questo modo verrà spronato a cimentarsi in altre performance di
tipo letterario.

L’orientalismo è stato influenzato dalla paura e dalla percezione dell’Oriente come di un “altro” da temere
e tenere sempre sotto controllo, e dal senso di sfida che provava la maggior parte degli occidentali che
entrava in contatto con l’Est. Tutto ciò determinò il nascere di una partizione geografica e
epistemologica tra est e ovest del mondo, destinata a permanere inalterata per secoli. Said sostiene
che l’Orientalismo si sia originato dalla sedimentazione di idee e metodi che non sono mai stati
messi in discussione a causa del loro apparente prestigio e autorevolezza.
Molti pensano che la scienza e il sapere tendano per lo più a migliorare e progredire con il tempo, man
mano che nuove scoperte, sempre più approfondite si fanno spazio; In realtà, sebbene queste affermazioni
contengano una parte di verità, Said ci invita a tenere conto di quanto sia difficile sottrarsi alle limitazioni
imposte dalla tradizione e dall’ambiente culturale stesso. Inoltre, gli uomini di grande talento hanno spesso
un atteggiamento di approvazione reverenziale verso chi gli ha preceduti, e per i tesori custoditi dalle
culture, e sono propensi a tenere in gran conto gli sforzi dei predecessori e le regole delle istituzioni che lo
hanno formato. Tenendo conto di tutto ciò possiamo concludere che l’influsso della tradizione, delle
istituzioni e dei processi economici e politici abbia portato l‘Orientalismo ad una cristallizzazione identitaria.
Tutto questo ha portato al consolidamento di una disciplina i cui principi fondamentali e affermazioni
universali sono sembrate da sempre corrette e indiscutibili. Per aiutarci a capire come sia possibile
l’attuazione di questo processo di sedimentazione dei significati, Said ci invita a leggere ciò che scriveva il
grande filologo tedesco Friedrich Nietzsche in Verità e Menzogna, dove rende manifesti i meccanismi
attraverso i quali, i discorsi, depositandosi nel tempo, attraverso la ripetizione e l’abitudine, creano nuovi
significati, dei quali alla fine non è più evidente l’artificiosità risultando invece indiscutibili. Intorno
all’orientalismo (inteso come disciplina scientifica, letteraria, antropologica e sociale, e come modo di
pensare e di agire politico ed economico) si sono cristallizzati dei significati la cui consistenza stava più nel
discorso intorno all’Oriente, che in una vera e propria corrispondenza con la realtà. Said riscontra alla base
dell’orientalismo alcune idee principali: gli europei sono superiori, e di conseguenza gli
orientali sono inferiori, e questo sia a livello biologico, che epistemologico, che culturale; questo
modo di pensare giustifica il fatto che gli europei abbiano il diritto di possedere la maggior parte
delle risorse del pianeta e sfruttarle a loro piacimento. È ciò che Abdel Malek chiama «egemonismo
di minoranze privilegiate: l’occidentale bianco della classe media ritiene sua inalienabile umana
prerogativa non solo il governare le popolazioni non bianche, ma anche possederle, perché per
definizione esse non sono del tutto umane nel senso in cui “noi” lo siamo, bensì solo in un senso più
lato, dotato di uno status etico inferiore». Gli orientali sono incapaci di autogovernarsi, hanno serie
difficoltà a darsi un governo autonomo e a far rispettare certe leggi; conclusione ovvia è che,
dominandoli, l’Occidente fa loro un favore, proteggendoli e salvandoli da rischi inutili,
«L’Inghilterra sa che l’Egitto è incapace di governarsi da solo; perciò, occupandolo, non gli fa
violenza, ma ne protegge e rispetta l’essenza.». Gli orientali sono sempre e ovunque i medesimi:
sfaticati, ignoranti, avidi e propensi alla calunnia e all’inganno. Come vedremo più avanti, queste
nozioni fondamentali e tutto ciò che le contornava, influenzavano profondamente il pensiero degli
europei, ma non solo, riuscirono anche a penetrare le menti degli orientali, determinando la
considerazione che questi avevano di sé stessi.
Gli orientalisti possono essere divisi in tre categorie in base alle loro intenzioni:

1- Nella prima rientrano gli scrittori che vogliono usare le proprie esperienze personali in Oriente
al fine di fornire materiale scientifico all’orientalismo, considerando le proprie osservazioni
come scientifiche;
2- La seconda comprende tutti gli scrittori che, pur avendo lo stesso proposito, sono un po’ meno
disposti a sacrificare lo stile e la forma propri, in favore dei canoni orientalisti; 3. Della terza
categoria fanno parte coloro che considerano il viaggio reale o metaforico in Oriente come un
progetto personale, e seguiranno quindi uno stile e un’estetica propri .

Said individua tre autori e tre opere a paradigma di queste tre categorie, al primo posto c’è Manners
and Customs di Edward William Lane, al secondo posto Richard Francis Burton con Pilgrimage to
al-Madinah and Meccah, e per quanto riguarda l’ultima categoria il riferimento è Voyage en Orient
di Nerval o Voyage en Égypte di Flaubert. Nonostante le significative differenze, rimangono dei
concetti di fondo che rendono le opere citate molto simili tra di loro, per esempio, il fatto che tutte
si fondino sulla concezione della posizione di potere che ha l’Occidente rispetto al resto del mondo;
e il fatto che l’”io” orientalista è molto evidente in tutti i testi, nonostante il tentativo di far apparire
le osservazioni come più oggettive possibile. Ogni opera, inoltre, appare come un tentativo di
reinterpretazione dell’Oriente che tende a revisionarlo e riconsegnarlo al presente con un disegno
sempre più attuale. Le vecchie e ingarbugliate testimonianze di viaggiatori e esploratori
dovevano essere unificate in un insieme di definizioni impersonali che potessero offrire la sicurezza
scientifica di un’enciclopedia. È in questo quadro che si inserisce l’opera di Lane, un’opera in cui
l’esperienza individuale viene riconvertita in materiale bibliografico e lessicografico, in cui l’io
personale narrante viene sacrificato a vantaggio di un’oggettività scientificamente attendibile e
rigorosa. Se vogliamo capire profondamente le differenze che intercorrono tra queste categorie di
orientalisti, dobbiamo tenere conto che la nazionalità aveva un grande peso. Un viaggiatore di lingua
francese guardava all’Oriente in modo diverso di un viaggiatore di lingua inglese poiché le loro nazioni nel
XIX secolo intrattenevano rapporti differenti con l’Est. Per l’Inghilterra l’Oriente rappresentava un
possedimento effettivo della Corona, attraversarlo, intraprendere un viaggio verso est, voleva dire dirigersi
verso la principale colonia di Sua Maestà, dove alla fantasia non era lasciato molto spazio, poiché il sistema
amministrativo, le leggi territoriali e i poteri esecutivi erano formulati su modello di quelli inglesi. Il
pellegrino francese, invece, guardava all’Oriente con un senso di smarrimento e di mistero. La Francia non
aveva un ruolo predominante in Oriente, ma era soltanto la seconda in carica, dopo l’Inghilterra; i progetti
di dominio francese erano costellati di ricordi gloriosi ormai confinati nel passato e di sconfitte. Di
conseguenza l’Oriente dei viaggiatori francesi era un Oriente fatto di ricordi, suggestioni, rovine, segreti e
progetti per una “sinfonia orientale tipicamente francese”. Sia Nerval che Flaubert erano impregnati di una
conoscenza mitologica e fantastica dell’Oriente che li portò a credere che il loro viaggio sarebbe stato per
molti versi edificante, ma ognuno cercava anche qualcosa di più propriamente personale, in particolare
Flaubert cercava una patria, e la cercava proprio nel luogo in cui la maggior parte delle religioni e delle
culture hanno trovato origine. Per nessuno dei due quindi, l’Oriente si ridusse a una dettagliata descrizione
o un’approfondita conoscenza delle usanze orientali al servizio di una scienza, ciò che importava loro era
che le proprie opere potessero essere considerate come fatti estetici e personali indipendenti. La figura che
si pone tra queste due categorie opposte di orientalisti è quella di Richard Burton, studioso e
avventuriero, autore di Pilgrimage to al-Madinah and Meccah. Le sue opere sull’Oriente hanno la
struttura di pellegrinaggi in cui egli è presente come protagonista dei racconti, ma nello stesso
tempo si percepisce anche un certo distacco, ciò che serve per poter osservare da occidentale, i
costumi e le usanze degli orientali. Nel primo capitolo di Orientalismo Said ha portato
come esempio alcuni autori inglesi e francesi per aiutarci a delineare il campo d’azione
dell’orientalismo e mettere in evidenza le relazioni che sussistevano tra Est e Ovest. Quanto detto
finora ha evidenziato l’esistenza di una netta separazione e opposizione di Occidente e Oriente su
un piano immaginativo e geografico, destinata a permanere immutata per secoli.

I tre capitoli di Orientalismo:


1) Il campo dell’orientalismo: traccia i confini dell’argomento, valutandone le dimensioni sia in termini di
durata e di esperienze storiche, sia in termini di implicazioni politiche e filosofiche.
2) Strutture e ristrutturazioni dell’orientalismo: ricostruisce lo sviluppo dell’orientalismo moderno per
mezzo di un’ampia descrizione cronologica, e anche attraverso l’esame di un insieme di procedimenti
comuni al lavoro di importanti poeti, artisti e studiosi.
3) L’orientalismo oggi: si occupa della transizione dell’egemonia franco-britannica a quella americana
partendo dal 1870 e delinea la presente realtà intellettuale e sociale dell’orientalismo negli Stati Uniti.
Gli uomini sono sempre stati affascinati dall’idea di dividere il mondo in regioni, caratterizzate per mezzo di
aspetti ora reali, ora immaginari. La netta separazione tra Est e Ovest è in realtà il risultato di un processo
durato secoli e vi contribuirono viaggi ed esplorazioni, commerci e campagne militari.
A partire dalla meta del XVIII due fattori influenzarono in modo particolare le relazioni tra est e ovest:
1) Crescente, sistematica conoscenza dell’oriente che andava diffondendosi in Europa, cui diedero impulso
la politica coloniale nonché la curiosità settecentesca per l’esotico e l’inconsueto
2) Posizione di forza, per non dire di predominio, dell’Europa nei confronti dell’Oriente. Questi due aspetti
della relazione culturale tra Est e Ovest si congiungono: la conoscenza dell’Oriente, nata da una posizione di
forza, crea l’Oriente, gli orientali e il loro mondo. L’orientale è dipinto come qualcuno da
giudicare, da esaminare, da descrivere e da civilizzare: l’orientale è contenuto e rappresentato. Ma da dove
provengono queste categorie?
Le idee dell’orientalismo assunsero forme differenti tra il XIX e il XX secolo:
1) Tra il XVIII e il XIX si realizzò una sorta di Rinascimento orientale: agli studiosi parve che fosse sorta una
nuova consapevolezza dell’Oriente, che dipendeva in parte dalla scoperta e traduzione di testi orientali, in
parte dai nuovi, più stretti rapporti tra Est e Ovest; chiave di volta: invasione napoleonica in Egitto del 1798.
2) Tra il XIX e XX grazie a esperienze come quella della campagna napoleonica, il corpus di conoscenze
occidentali sull’Oriente divenne più moderno; sin dall’inizio di questo periodo sorse tra gli orientalisti
l’ambizione di formulare le rispettive scoperte con parole moderne, di collegarle alla realtà attuale; uso di
scienze e materie di studio, connettendole all’orientalismo (es: storicismo, darwinismo, freudismo, ecc).
3) Visione di natura politica, imperniata sulla differenza tra ciò che era familiare (l’Europa, noi) e ciò che era
inconsueto (l’Oriente, loro); realtà e immaginazione si sostenevano e si alimentavano a vicenda.
Nell’orientalismo moderno la conoscenza non pretende più di essere applicata al reale, ma si riduce a ciò
che viene trasmesso da un testo all’altro tacitamente; le idee circolano e si diffondono in modo anonimo,
vengono ripetute ma non attribuite: sono diventate alla lettera delle idées reçues, ciò che importa è che ci
siano e possano quindi essere ripetute, riecheggiate, assorbite acriticamente. Dunque, l’orientalismo
moderno è soltanto una disciplina all’interno di quella sorta di fede secolarizzata e quasi religiosa che fu il
pensiero del secolo XIX.
Nel corso del Settecento vi furono dei mutamenti dai quali dipende l’orientalismo moderno:
1) L’oriente iniziava a essere conosciuto ben al di là dei territori islamici: più intensa
attività di esplorazione più racconti di viaggio. Questa espansione non intaccò la fiducia occidentale nei
propri postulati ma anzi la rinsaldò.
2) Atteggiamento più comprensivo verso ciò che era estraneo ed esotico, favorito non solo da viaggiatori ed
esploratori ma anche da storici, che sempre più si rendevano conto dell’utilità di confrontare il passato e il
presente dell’Europa con quelli di altre civiltà. Crebbe la capacità di analizzare storicamente le culture non
europee e non giudaico-cristiane.
3) Tra alcuni pensatori, tuttavia si manifestò la tendenza di andare oltre l’impostazione comparativa,
ricorrendo all’immedesimazione simpatetica.