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LEONARD BERNSTEIN

Leonard Bernstein (Lawrence, Massachusetts, 1918) è stato un compositore,


direttore d'orchestra, critico, pianista e divulgatore statunitense. Allievo di Walter
Piston per la composizione e di Fritz Reiner per la direzione d'orchestra, fu forse la
più influente figura di musicista della seconda metà del Novecento.
È considerato uno dei migliori direttori d’orchestra di tutti i tempi.
La necessità di trovare uno stile che fosse distintamente “americano” è qualcosa che
preoccupava anche i musicisti che lavoravano qualche decennio prima di Leonard
Bernstein, in particolare Aaron Copland, con cui Bernstein avrà in seguito un
rapporto di amicizia duraturo e a cui guarderà più volte come ispirazione. Il
compositore stava sviluppando una sua ricerca personale di una sintesi fra musica
popolare e colta, attingendo a piene mani al folklore in opere come Salon Mexico e
Appalachian Spring. In seguito molti hanno sostenuto l’immagine di un Bernstein
infastidito dal suo lavoro più popolare, qualcosa che avrebbe oscurato le sue opere
più “serie” e le sinfonie per cui avrebbe voluto essere ricordato. Eppure numerose
testimonianze sottolineano il suo entusiasmo nel ricercare l’identità della musica
americana.
È interessante notare perciò come in Bernstein, così come già prima in Copland, la
visione di cosa definisca uno stile americano è direttamente connessa con tutto ciò
che circonda l’America, con tutto ciò che varie generazioni di immigrati hanno
portato nel corso del tempo negli Stati Uniti, ed è ovvio che le stesse origini di
Bernstein ci possano dire molto a riguardo.
“Quindi quello di cui i nostri compositori finalmente si nutrono, è una musica folk
che è forse la più ricca al mondo, ed è tutta americana, nello spirito, che sia jazz, o
quadriglia, o canzone di cowboy, o bluegrass, o rock and roll, o mambo cubani, o
huapangos cubani, o Inni del Missouri. Sono come tutti quei diversi accenti che
abbiamo nel nostro parlato; c’è un po’ di messicano nell’accento del Texas, un po’ di
Svedese che si fa sentire nell’accento del Minnesota […]. Ma sono tutti accenti
americani. Sono stati assorbiti.”
Il problema inevitabile allora per scrivere il “grande romanzo americano” in musica
diventa quello di riuscire ad evocare l’esito dell’incontro/scontro di tutti questi
diversi “accenti” musicali, ma anche quello di trovare una storia sufficientemente
“epica” per radicare questi elementi all’interno di un immaginario collettivo. Anche
in questo caso si deve prendere in prestito dalla tradizione del vecchio mondo, data
la “giovinezza” di un paese che i suoi miti li sta ancora costruendo. Da qualcosa di
già culturalmente iconografico come l’opera shakespeariana.
Questa ricerca è evidente nel capolavoro di Bernstein: West Side Story.
Strani destini accomunano spesso i compositori: il peggiore è senza dubbio quando
la loro arte viene completamente ignorata in vita, per essere poi rivalutata dopo la
morte, ottenendo così il giusto riconoscimento. Ancora più beffarda è la sorte
quando l'attività compositiva è messa pressoché completamente in ombra da quella
di direttore d'orchestra: caso emblematico è Gustav Mahler, spesso aspramente
criticato, o, peggio, ignorato come compositore ma osannato per le sue magistrali
interpretazioni.
Leonard Bernstein è vicino a Mahler in questo: lui che si considerava principalmente
un compositore - e infatti lo era - era conosciuto soprattutto come direttore
d'orchestra. Fortunatamente per lui ha vissuto la sua vita di compositore
principalmente in America, dove i furori iconoclasti della scuola post-weberniana
avevano un peso minore su critica e pubblico che in Europa; le sue composizioni
hanno quindi potuto avere una discreta diffusione ed un certo successo, anche
grazie alla possibilità che Bernstein ha avuto di inserire le proprie opere nei
cartelloni dei suoi concerti e nel catalogo delle sue incisioni. Tuttavia egli è forse
conosciuto principalmente per il suo musical West Side Story, mentre non tutti
conoscono la profondità del suo pensiero teoretico nei riguardi della composizione
ed i risultati concreti della sua esuberante creatività.
In un'epoca (dagli anni 40 in poi) in cui il mondo musicale era dominato da un netto
rifiuto della tradizione e il primo impegno di un compositore era la sperimentazione
di nuovi linguaggi e nuove forme alternative, in un'epoca in cui il suono e il segno
appaiono irrimediabilmente disgiunti, con la conseguente giustificazione di ogni
risultato sonoro a partire dalla qualità della sua struttura e della sua scrittura,
Leonard Bernstein vede la possibilità di creare un Novecento alternativo a quello
dell'Europa post-weberniana prendendo come modelli della sua scrittura Stravinsky,
Hindemith, Copland, Gershwin e Bartòk.
Con il rifiuto di accettare il serialismo dodecafonico e il serialismo integrale,
Bernstein pone alla base della sua opera la tonalità, negando la quale - egli afferma -
negherebbe la stessa natura, la stessa fonte di vita della musica. La tonalità di
Bernstein non è certo una riproposizione passiva degli stilemi ottocenteschi (come
ad esempio può considerarsi quella di Nino Rota), ma un’esplorazione dell'universo
sonoro a partire da strutture accordali che ricalcano la natura intrinseca della
tonalità: la costruzione di accordi basata sulla teoria dei suoni armonici.
L'originalità di Leonard Bernstein non è però soltanto questa; la portata maggiore
del suo pensiero può riassumersi nella manifestazione di una costante necessità di
comunicare: si trova quindi agli antipodi della maggior parte della produzione
europea del Novecento che non fa, per così dire, alcuna concessione alle "orecchie"
del pubblico. Ogni nota di Bernstein comunica invece il pensiero di una personalità
che medita continuamente sulla profondità dell'animo umano, offrendo, per mezzo
della musica, dei percorsi che l'ascoltatore può vivere, in forza della carica
umanistica presente in ogni brano.
Ecco, quindi, l'anima umana e il suo rapporto con la fede, la necessità di un rapporto
intimo con la dimensione divina, un percorso di rivalutazione della forza della fede
tra i mali del secolo presente (le tre sinfonie Jeremiah, The Age of Anxiety, Kaddish),
l'accostamento della fede ebraica a quella cristiana nel nome di John Kennedy
(Mass), e infine il teatro, luogo per eccedenza della comunicazione di idee, in cui
Leonard Bernstein ha dato al mondo momenti come West Side Story e soprattutto A
Quiet Place, opera del 1983, sequel dell '"opera in sette scene" di Bernstein del 1951
Trouble in Tahiti .
Nella sua forma originale, A Quiet Place era in un atto. Bernstein ne parlava come di
una struttura a quattro sezioni mahleriana. La prima, condotta a Houston da John
DeMain il 17 giugno 1983, fu un doppio progetto: Trouble in Tahiti , intermezzo, A
Quiet Place .
Nella sua forma in tre atti, l'Atto II consisteva in gran parte in Trouble in Tahiti in
flashback. Fu perfezionato nel 1986 per Vienna, dove fu fatta una registrazione e
diretta dallo stesso compositore. La prima rappresentazione, alla presenza di
Bernstein, fu il 17 giugno 1983 alla Houston Grand Opera .
“Alla base di tutto c'è un tessuto orchestrale in un'ampia varietà di stili che è di vera
densità sinfonica” - l'opposto di Trouble in Tahiti . Bernstein ha paragonato la forma
in quattro parti dell'opera a una sinfonia di Mahler in un'intervista con un critico di
Houston. “La scena di apertura è enorme ed esplosiva. Il secondo è elegiaco. Il terzo
è uno scherzo giocoso", disse. E l'ultima scena è "uno di quegli adagi", riferendosi ai
gravi e nobili movimenti lenti che concludono opere come la Terza e la Nona
sinfonie di Mahler. "Se l'opera dice qualcosa", disse, "significa che qualsiasi cosa
nella vita è difficile da ottenere." Poi aggiunse: "inclusa quest'opera" .
A Quiet Place rappresenta una vera meditazione sul mondo moderno e
sull'aspirazione al ritrovamento di "un posto tranquillo", appunto, dove veramente
si realizzi una vita migliore: una fede, non un'utopia.
Bernstein si può considerare come uno dei maggiori geni musicali del nostro tempo:
il suo credo musicale si pone in posizione dialettica con il resto del panorama
musicale del Novecento. Egli non ha mai rifiutato a priori alle idee altrui: ha amato
confrontarsi con esse, riconoscendone la validità e rinsaldandosi, proprio per
questo, nelle sue convinzioni.