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Elena di Euripide

Elena (Ἑλένη) è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta nel 412 a.C. L'opera è un
esempio di tragicommedia che ruota attorno al gioco degli equivoci e in cui l'elemento tragico è
meno importante.

La tragicommedia (XVII secolo, dal latino tragicomoedĭa, da tragĭcus, tragico e comoedia,


commedia) è un'opera drammatica che fonde il tragico e il comico, come la parola stessa definisce.

Trama

Prologo (vv. 1-178): Elena, la donna a causa della quale scoppiò la guerra di Troia, in realtà non è
mai andata in quella città. La dea Era aveva infatti creato “un fantasma dotato di respiro, fatto con
un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio” in tutto simile ad Elena. Il fantasma era andato con
Paride a Troia, all'insaputa di tutti, mentre la vera Elena era stata nascosta da Ermes in Egitto, ospite
del re Proteo.

Alla morte di Proteo, il figlio Teoclimeno insidia Elena, che rifiuta le sue profferte, anche perché la
sorella di Teoclimeno, la sacerdotessa Teonoe (capace di vedere il futuro), le ha predetto che
rivedrà il marito Menelao. Elena sta pensando alla sua triste sorte, quando vede arrivare il
messaggero greco Teucro. Questi informa Elena che le navi con cui Menelao tornava da Troia verso
casa sono state colpite da una tempesta, e che Menelao stesso è morto.

Parodo (vv. 179-251): Elena ed il coro riflettono sulla infelice condizione di lei, causa involontaria
della spedizione greca contro Troia, e quindi di tanti lutti e sofferenze.

Primo episodio (vv. 252-1106): Elena racconta al coro l'incontro avuto con Teucro, ed insieme si
domandano quanto ci sia di vero nelle sue parole. Decidono di rivolgersi a Teonoe per saperne di
più. Nel frattempo Menelao è naufragato proprio in Egitto, insieme ad Elena (il fantasma) e
all'equipaggio, ed è andato in cerca di aiuto lasciando gli altri accampati in una grotta. Menelao
arriva al palazzo di Teoclimeno, dove una vecchia serva cerca di cacciarlo; poco dopo il greco
incontra Elena, ed è incredulo, perché credeva che Elena fosse insieme al suo equipaggio.

Arriva un messaggero, che informa Menelao che Elena (il fantasma) è scomparsa. Allora Menelao
finalmente capisce quello che è successo, mentre la vera Elena gli racconta di non essere mai stata a
Troia. A quel punto i due si recano da Teonoe, che grazie ai suoi poteri è l'unica che sappia che
Menelao è in Egitto, e la supplicano di non rivelare questo segreto. La sacerdotessa si mostra
solidale coi due. Resta però il problema di come fuggire, non avendo più una nave. I due decidono
che Elena dirà a Teoclimeno di aver saputo che Menelao è morto, e di essere quindi finalmente
disposta a risposarsi, purché il re le consenta di fare un rito in memoria del marito morto, una breve
cerimonia che va fatta su una nave in mare aperto.

Menelao vede Elena per la prima volta e se ne innamora. Afrodite ed Eros guardano la scena.
Cratere attico ritrovato ad Egnazia, Italia, 450-440 a.C.

Primo stasimo (vv. 1107-1164): il coro ricorda le sventure cui Elena e Menelao sono andati
incontro dalla guerra di Troia in avanti.

Secondo episodio (vv. 1165-1300): Menelao si presenta al palazzo di Teoclimeno fingendosi un


messaggero, e porta la notizia della morte di Menelao stesso. Elena allora chiede e ottiene dal re
egiziano una nave con equipaggio per compiere il rito, dicendogli che in Grecia è questo il modo di
onorare chi muore in mare.

Secondo stasimo (vv. 1301-1368): viene ricordato un episodio mitologico in cui la dea Demetra
cerca la figlia Persefone rapita da Ade, ottenendo infine di poterla vedere alcuni mesi l'anno.

Terzo episodio (vv. 1369-1450): Elena si prepara per il rito, e Teoclimeno le fornisce una nave
fenicia ed un equipaggio.

Terzo stasimo (vv. 1451-1511): il coro racconta come Elena sia ormai in procinto di fuggire con la
nave. Anche il coro stesso, che è formato da giovani schiave greche, vorrebbe poter raggiungere la
libertà, volando come una gru in uno stormo sotto le Pleiadi.

Esodo (vv. 1512-1692): Elena e Menelao, con l'equipaggio dato loro da Teoclimeno, mettono in
mare la nave, ma appena prima che salpino, arrivano gli uomini di Menelao. Con la scusa di
prendere parte al rito, salgono tutti sulla nave, tra la perplessità degli uomini di Teoclimeno. Appena
la nave raggiunge il largo, Menelao e i suoi uomini sopraffanno l'equipaggio e scappano verso la
Grecia. Questi fatti vengono narrati a Teoclimeno da un messaggero. Fuori di sé dalla rabbia, il re
vorrebbe allora uccidere la sorella Teonoe, che si è resa complice della fuga, ma viene trattenuto da
una schiava. Appaiono infine i Dioscuri ex machina che placano l'ira del re.
Il mito di Elena

Elena, figlia di Zeus e di Leda, era una donna di eccezionale bellezza. In seguito al giudizio di
Paride, quest'ultimo portò Elena con sé a Troia, causando così lo scoppio della guerra, raccontata in
parte dall'Iliade. Nel poema omerico Elena appare come una donna piena di sensi di colpa, ma che
ormai può soltanto subire tutti gli avvenimenti che accadono in nome della sua bellezza, non è
quindi connotata negativamente. Invece parecchi autori successivi la descrissero in maniera ben
diversa: Eschilo la definisce "donna dai molti uomini" e "rovina di navi, rovina d'eroi, rovina di
città". Anche lo stesso Euripide, nelle Troiane, descrive Elena come la grande meretrice che,
scappata con Paride a Troia, causò lo scoppio della guerra.

Nell'Elena, invece, l'autore si ispira alla Palinodia del poeta Stesicoro, che raccontava come a Troia
fosse andata solo un'immagine della donna. Rifacendosi a questa versione del mito, Euripide
costruisce un personaggio profondamente diverso da quello canonico, che il commediografo
Aristofane definirà ironicamente "la nuova Elena”. L'eroina è una donna fedele, infelice per la
lontananza del marito, che soffre per la propria fama immeritata di donna adultera, e che pur
essendo corteggiata dal re Teoclimeno, non gli si concede.

La Palinodia di Stesicoro

L'inusuale versione del mito che introduce un "fantasma", scagionando completamente Elena
dall'accusa di aver tradito il marito Menelao, pare risalire al poeta Stesicoro. La leggenda narra che
il lirico corale scrisse due tragedie contrapposte: l’Elena (paragonabile alle Troiane) e la Palinodia
(paragonabile all’Elena euripidea)

Nell'Elena, opera dedicata all'eroina Elena di Troia, Stesicoro raccontava la vicenda secondo la
versione più nota, ossia quella che la accusava di essere un'adultera, nonché causa della lunga e
sanguinosa guerra di Troia.

Secondo una tradizione biografica che sconfina nel mito, dopo aver scritto quest'opera Stesicoro
sarebbe stato colpito da cecità. Da qui trae origine la storia delle due palinodie da lui scritte, che può
forse essere ricostruita in questo modo: sospettando che la causa della sua menomazione fosse una
punizione dei Dioscuri (fratelli di Elena) per aver ingiustamente accusato la donna di adulterio,
Stesicoro scrisse una prima palinodia ("ritrattazione") , dove raccontò che Elena e Paride avrebbero
viaggiato insieme fino in Egitto, dove poi la donna sarebbe stata sottratta con l'inganno dal re del
posto Proteo e a Troia sarebbe giunta solo un'immagine della fanciulla (εἴδωλον, che ha anche
valenza di "fantasma"), creata all'uomo da un dio (forse Hermes).

Nonostante questa particolare rivisitazione della ben più nota tradizione di Elena, Stesicoro non era
stato in grado di presentare Elena come una donna fedele, non scagionandola dalla sua principale
accusa. Si rese così necessario per il poeta ritornare sul tema scrivendo una seconda palinodia in
cui affermava che Elena non era mai partita con Paride dalla Grecia verso Troia (ci era andata la sua
immagine) ed era giunta alla corte di Proteo in Egitto grazie ad un aiuto della dea Era. Di
conseguenza, Elena veniva per la prima volta dichiarata fedele a Menelao e scagionata da ogni
accusa. L’unico frammento arrivatoci dice:

« Οὐκ ἔστ'ἔτυμος λόγος οὗτος « In tutta questa storia, non c'è nulla di vero:
οὐδ'ἔβας ἐν νηυσὶν εὐσέλμοις tu non andasti mai sulle navi compatte,
οὐδ'ἵκεο Πέργαμα Τροίας » agli spalti di Troia tu non giungesti mai. »

Secondo la leggenda, dopo questa composizione Stesicoro riacquistò la vista. Egli divenne famoso
per la nuova versione del personaggio di Elena e per l'introduzione dell'eidolon che si assumeva in
pratica tutte le colpe attribuite alla donna.

Un dramma ad intreccio

Questa tragedia costituisce il primo esempio che conosciamo di dramma ad intreccio, in cui
l'attenzione è rivolta a come si sviluppa la trama, mentre l'aspetto più propriamente tragico passa in
secondo piano. Come in una commedia degli equivoci ante litteram, Menelao è convinto di avere
con sé la vera Elena e di averla sistemata momentaneamente in una grotta, ma appena arriva a
contatto con gli egiziani si trova davanti un'altra Elena, che oltretutto dice di non essere mai stata a
Troia. La sorpresa, per l'eroe greco, non doveva essere da poco, e infatti in quest'opera il tragico
sconfina continuamente nel comico, creando quindi un dramma godibile e dai toni lievi, suggellato
dal lieto fine.

Antimilitarismo

Nell'Elena sono presenti chiari riferimenti alla situazione storica della Atene di quegli anni. Nel 412
a.C. la guerra del Peloponneso infuriava ormai da quasi vent'anni, e gli ateniesi erano esasperati
da quella guerra infinita. In questo clima, Euripide fa pronunciare al coro una forte condanna della
guerra:

«È pazzo chi cerca la gloria a suon di lancia nelle battaglie, è un modo rozzo di porre fine ai
problemi dell'umanità. Se le decisioni vengono affidate alla lotta di sangue, la violenza non
abbandonerà mai le città degli uomini. Grazie ad essa alla fine hanno ottenuto solo un posto
sotto la terra troiana: eppure si poteva risolvere con le parole la contesa sorta per te, Elena»
(Elena, vv. 1151-1160)

La trama stessa dell'opera, in effetti, appare decisamente antimilitarista: la guerra di Troia è stata un
inutile spargimento di sangue, perché la vera Elena non era in quel luogo. Quando il servo viene a
saperlo, dice a Menelao: "Vuoi dire che abbiamo sofferto invano per una nuvola?". In questa
domanda è racchiuso uno dei significati più autentici dell'opera: spesso gli obiettivi che si vogliono
raggiungere tramite la guerra sono solo pie illusioni; proprio come era un'illusione Elena, che
sembrava una donna e invece era solo "un vuoto miraggio".

Commento

Il motivo del doppio, e cioè la comparsa di due personaggi identici con il relativo sdoppiamento
dell’Io, assieme ai motivi parenti dello specchio e dell’ombra, è già stato analizzato nel saggio più
bello dedicato da Sigmund Freud alla letteratura, Il perturbante, e da Otto Rank, che aveva
spiegato questo motivo ricorrente nella tradizione religiosa e folklorica in termini di narcisismo e
paura della morte.

Per quanto riguarda l’universo della letteratura, il fenomeno del doppio appartiene a una tradizione
principalmente ottocentesca e primo novecentesca: sono casi esemplari il riuscitissimo Lo strano
caso del dottor Jekyll e del signor Hyde  di Robert Louis Stevenson o, per rimanere nella nostra
penisola, i celebri romanzi di Luigi Pirandello come Il fu Mattia Pascal oppure Uno, nessuno e
centomila. Ma proprio perché noi moderni non abbiamo inventato nulla che non avessero già
sperimentato gli antichi, il tema del doppio sembra essere una costante tematica anche nella
letteratura greca e latina. Ovviamente, nell’antichità classica questo fenomeno assume tratti
assai diversi rispetto a quelli moderni e contemporanei, perché diversi erano i concetti stessi di
persona e di identità, e perché l’idea del doppio sembrava essere inscritta più a fondo nei loro codici
religiosi e culturali: basti pensare alla pratica funeraria romana di onorare il defunto assumendo,
durante le cerimonie funebri, un mimo che doveva riprodurre i gesti e la stessa voce del morto.

Forse non a caso il testo più famoso che l’antichità ci ha lasciato su questo tema è una commedia,
l’Anfitrione di Tito Maccio Plauto, in cui l’intrigo amoroso di Giove porta sulla scena due doppi,
quello di Anfitrione e quello del suo schiavo Sosia (da cui, appunto, il nostro termine “sosia”). Se
Plauto riesce a trasformare una tematica angosciante, come la perdita della propria identità, in
motivo di riso, altrettanto ambizioso è l’intento di Euripide, tragediografo ateniese, che del tema
del doppio si serve per riscrivere il mito nella sua, oggi poco celebre, Elena. Alla base della
tragedia c’è, infatti, una variante paradossale del mito di Elena: in pratica, la donna per cui greci e
troiani combatterono una guerra decennale era, in realtà, nulla più che un fantasma, un doppio
fatto di nulla, ma capace di ingannare schiere di eserciti, il marito e il desiderio di Paride.

Il carattere paradossale deriva soprattutto dal rovesciamento della tradizione intorno alla figura di
Elena: da sempre considerata come l’emblema della seduzione e dell’adulterio, la donna
rappresentava il lato più negativo e carnale di Eros. Al contrario, nell’Elena, Euripide presenta una
donna fedele, una sposa innamorata, disdegnando quindi le tradizioni omeriche, che la volevano
come una «cagna perversa e abominevole» (Iliade, VI, vv. 344-58), e tragiche, come
nell’Agamennone di Eschilo in cui il coro – rievocando il ricordo della guerra di Troia – giunge a
formulare un’ardita teoria linguistica che vuole il nome di Elena come il derivato di un verbo
greco che significa “distruggere”, per cui Elena è «distruttrice di navi, distruttrice di uomini,
distruttrice di città» (vv. 681-90). A questa tradizione negativa così compatta, si contrapponevano
già poche voci in difesa della donna, come quella di Priamo, che attribuisce la responsabilità della
guerra di Troia solo ed esclusivamente agli dei, facendo così di Elena la vittima di un potere
smisurato non del tutto comprensibile (Iliade, III, vv. 161-65). Nel dramma di Euripide, invece, il
problema della responsabilità di Elena viene completamente estirpato alla radice: la persona di
Elena non è vittima delle forze divine perché, semplicemente, Elena non è mai andata a Troia, ma è
sempre rimasta in Egitto, per i dieci anni della guerra e per i sette delle peregrinazioni di
Menelao, fedele al marito nonostante le insistenti insidie del Re Teoclimeno. La personale
riscrittura del mito da parte del tragediografo Euripide consiste nel porre l’accento sulla
conflittualità interna alla povera Elena, dovuta alla pessima fama che circonda il suo nome e le
sue condizioni effettive: è in questa dissociazione che la tragedia di Euripide si conforma
pienamente alla moderna letteratura del doppio che, come nel racconto William Wilson di Edgar
Allan Poe, gioca spesso sulla dissociazione di tipo morale. Insomma, nel dramma di Euripide il
doppio non è analizzato solo nelle sue conseguenze fisiche, la Elena carnale e il suo doppio
fantasma che genera la guerra di Troia, ma anche e soprattutto in quelle comportamentali: la
dissociazione interna che, nella vera Elena, si genera analizzando la contrapposizione tra il doppio
divino, che infrange i codici morali, e la Elena reale, che invece incarna l’ideale di fedeltà
coniugale. Insomma, anche se il doppio che è andato a Troia e la Elena che è rimasta in Egitto sono
due entità distinte che mai entreranno in contatto, ciò non significa che la vera Elena non si senta
in qualche modo partecipe degli eventi e che non avverta una profonda lacerazione.

Nel V secolo erano ancora vive delle tracce di quella che viene definita Civiltà della vergogna,
tradizione significativa della Grecia arcaica, per cui l’individuo attribuisce un valore di realtà
oggettiva all’opinione che gli altri hanno di lui stesso: la fama è lei stessa parte della persona. Ed
è per questo che la Elena di Euripide soffre così violentemente della sua pessima fama di donna
distruttrice ed adultera: anche se irreale, quella tradizione è una parte scissa di lei.

Tutta la fase iniziale di questa tragedia è infatti riempita dai lamenti della donna che, grazie
all’incontro con l’eroe Teucro reduce da Troia, ha appena avuto conferma della sua pessima fama
che ha portato addirittura alla morte della madre Leda, suicida a causa del disonore della figlia; a
questa notizia, esemplarmente, Elena commenta: «mia madre è morta, sono stata io a ucciderla;
una morte di cui non ho colpa, eppure la colpa ricade su di me». Insomma, la colpa di questa morte
è da attribuirsi concretamente al doppio, per cui Elena si sente innocente, ma al tempo stesso, con
chiaro paradosso, la fama la attribuisce a lei e per cui la donna si sente irrimediabilmente colpevole.
Pur essendo il fantasma un’entità a sé stante, creata per un incomprensibile capriccio degli dei,
Elena lo vive come una scissione di se stessa.

Questa tragedia del doppio attacca il principio di identità non solo mettendo in scena
un’eroina scissa tra la sua fama e la sua essenza, ma rappresentando anche due incontri
angoscianti tra la Elena reale e due personaggi vittime degli inganni del fantasma. Il primo è
quello che avviene con il già citato eroe Teucro che, avendo luogo nel prologo, ha perlopiù
funzione pragmatica: informare Elena degli eventi accaduti e dell’odio che la circonda. Il secondo
incontro traumatico è quello che avviene con il marito Menelao e, nell’opera, ha un vero e proprio
valore strutturale. Menelao, vestito di soli stracci a causa di un naufragio, si ritrova a mendicare
cibo e vestiti e, nonostante i nobili natali di cui si vanta e l’ethos nobile che conserva anche in tale
situazione, viene allontanato dalla vecchia portinaia che ha l’ordine di non far passare nessun greco,
giustificandolo con l’avversione del Re Teoclimeno per tutti i greci, e parlandogli della presenza di
Elena, la figlia di Zeus proveniente da Sparta. La notizia provoca in Menelao una vera e propria
crisi conoscitiva: le coincidenze, soprattutto onomastiche, sono troppe per essere casuali o per
essere spiegate con l’omonimia.

Il paradosso del rapporto nome/realtà raggiunge l’apice quando i due sposi si incontrano sulla
scena: alla vista del marito, Elena se ne corre via disgustata, traumatizzata dall’aspetto sfigurato
del mendicante; Menelao invece, che crede ancora che la vera Elena sia il fantasma lasciato a Troia,
vive una sorta di riconoscimento inconscio, che si manifesta in un turbamento inspiegabile. La
situazione si capovolge comunque subito dopo: Elena riconosce in Menelao il marito tanto
agognato, mentre Menelao riconosce sì Elena, ma crede che quella reale sia un fantasma
soprannaturale. Nemmeno di fronte alle chiare proteste della donna («il nome può stare dovunque,
il corpo no») e all’effettiva narrazione degli eventi, il marito riesce a convincersi; alla fine, sarà un
servo a risolvere l’intrigo e a permettere il riconoscimento da parte dei due sposi.

Il riconoscimento sulla scena di due personaggi separati per tanto tempo è un motivo ricorrente
del teatro greco, ma quello messo in scena da Euripide lascia comunque un certo margine di
ambiguità. A differenza di Elena, Menelao non ha mai cercato o aspettato la sua sposa, anzi, è stato
convinto di aver combattuto una guerra durissima solo per riappropriarsene. Il riconoscimento
significa per lui ritrovare una moglie innamorata e fedele, ma significa anche l’ammissione di una
verità molto amara, di un intrigo perpetrato contro di lui e contro i greci dagli stessi dei.

La categoria del doppio non è presente solo a livello tematico, con i turbamenti causati dalla
violazione del principio di identità, ma permea l’intera struttura della tragedia: sono, infatti,
presenti due prologhi, due ingressi del coro, due versioni sulla nascita di Elena (una razionale e
una soprannaturale), due incontri con Elena (uno di Teucro e uno di Menelao), due riconoscimenti
(quello di Menelao e del vecchio servo), due racconti di araldi, due sovrani (Proteo, spesso
evocato nel dramma, e suo figlio Teoclimeno). Più in generale, il dramma evoca di continuo due
mondi tra loro contrapposti, quello esotico e magico dell’Egitto, e quello lontano e tragico della
guerra di Troia che viene continuamente ricordato da tutti i personaggi e che crea un sottofondo
angoscioso nell’aspettato lieto fine; «i dolori che ho patito laggiù mi convincono, tu no», dice
Menelao prima dell’intervento provvidenziale del servo pronto a chiarire l’inganno: per quanto
provocata da un fantasma, la tragedia di Troia è reale tanto quanto lo è la Elena ritrovata in Egitto.

Per questo il dramma di Euripide comunica alla fine un senso di angosciosa instabilità della
condizione umana; un vacillare che, secondo Freud, provoca quello che lui definisce l’effetto
del perturbante.