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Epica storica e

didascalica: Apollonio

Apollonio Rodio
La ricostruzione biografica
S carse e incerte le notizie pervenuteci sulla vita di Apollonio (Ἀπολλώνιος)
Rodio: il quale, nonostante l’epiteto di Rodio, nacque in Egitto, ad Alessan-
dria o a Naucrati, verso il 295 a.C. Una tradizione diffusa, attestata dalla Suda
e dalle due Vite anonime pervenuteci nella tradizione manoscritta medievale,
vuole che da giovane fosse discepolo di Callimaco.

Precettore di Tolomeo Divenuto celebre per la sua attività poetica, fu assunto come precettore del ter-
III e bibliotecaro zo Tolomeo, l’Evergete, nato intorno al 280. Al momento di salire al trono nel
246 il nuovo sovrano porrà Era-

Epica storica e didascalica: Apollonio


tostene a capo della Biblioteca
come successore dello stesso
Apollonio, che dal papiro contenente
la lista dei «direttori» della Biblioteca
di Alessandria (P. Oxy. 1241) sappiamo
aver occupato tale incarico fra Zenodoto
ed Eratostene, appunto, dunque all’incirca
fra il 260 e il 246.

Gli Argonauti, raffigurati in un cratere (vaso per il vino) della prima


metà del V sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre.
2 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

La polemica Di dubbio valore la documentazione su una presunta polemica letteraria con Cal-
con Callimaco limaco, che potrebbe rappresentare nulla più che un’invenzione di eruditi antichi,
fondata sulle effettive differenze fra la poetica di Apollonio e quella di Callimaco
in relazione all’epica; comunque sia, le testimonianze si riducono alla tradizione
che individuava in Apollonio il bersaglio dell’Ibis (la Suda, s.v. Καλλίμαχος e
uno scolio al v. 447 dell’Ibis di Ovidio) e ad un epigramma anticallimacheo di
cui è dubbia l’attribuzione ad Apollonio Rodio.

Il fiasco Secondo le due biografie antiche, il poeta avrebbe tenuto una recitazione pub-
e l’esilio a Rodi blica (ἐπίδειξις) della sua opera (forse solo di una prima parte) incorrendo in
un fiasco totale; perciò si sarebbe ritirato in una sorta di volontario esilio a Rodi
(donde il soprannome di Rodio), attendendo nell’isola alla definitiva rielabora-
zione dell’opera. In effetti brevi citazioni di una «prima edizione» (προέκδοσις)
delle Argonautiche ci sono state conservate, come meglio vedremo più oltre,
dagli scoliasti all’opera per sei passi del I libro.

Il ritorno Solo la seconda delle due biografie antiche ci dice che più tardi Apollonio avreb-
ad Alessandria be fatto ritorno ad Alessandria, dove una sua nuova recitazione delle Argonau-
tiche avrebbe riscosso largo successo, e vi avrebbe ricoperto allora il ruolo di
direttore della biblioteca; ma forse la notizia secondo cui Apollonio sarebbe stato
a capo della Biblioteca dopo il ritorno da Rodi si fonda sulla confusione con
Apollonio detto l’Eidografo, che successe nella carica ad Aristofane di Bisanzio.

le Argonautiche e la riproposizione
dell’epica
S
Epica storica e didascalica: Apollonio

i è fatto cenno alla tradizione che ipotizzava una polemica letteraria fra Apol-
lonio e Callimaco: su di essa, anche al di là dell’attendibilità del dato biogra-
fico, la critica moderna si è a lungo divisa.

MeMoria letteraria

Gelosie di poeti
L’Antologia Palatina tramanda un epigramma attribuito a un Ἀπολλώνιος Γραμματικός, la cui identifi-
cazione con Apollonio Rodio è molto controversa. L’autore propone nel v. 1 un’imitazione parodica di ter-
mini callimachei, mentre al v. 2 gioca con il termine αἴτιος, «reo, colpevole» e Αἴτια, il titolo dell’opera
più importante del poeta di Cirene (A.P. XI 275):
Καλλίμαχος τὸ κάθαρμα, τὸ παίγνιον, ὁ ξύλινος νοῦς·
αἴτιος ὁ γράψας Αἴτια Καλλίμαχος.
Merda Callimaco, testa-di-legno, buffone; di colpe
causa chi Cause scrisse, lui, Callimaco.
[Tr. di F.M. Pontani]
APOLLONIO RODIO 3
Recupero Apollonio è stato visto di volta in volta come il restauratore dell’epica tradizio-
e innovazione nale contro la proposta callimachea dell’epillio o, al contrario, come il creatore,
dell’epos
sulle orme del presunto rivale, di un tipo di epica specificamente alessandrina
e antitradizionale. In realtà la ricerca di una risposta univoca è probabilmente
la via sbagliata per affrontare il problema della collocazione dell’opera apollo-
niana nel contesto della poesia coeva. Né con Callimaco né contro Callimaco,
Apollonio sembra piuttosto esplorare le possibilità di un’epica che sia ad un
tempo recupero del passato e innovazione, ritorno sulla via di Omero e speri-
mentazione.

Poema unitario Appare comunque evidente non solo che le Argonautiche manifestano la vo-
e fedele alle «regole» lontà di costruire ciò che per Callimaco, nel proemio degli Aitia (v. 3), appa-
aristoteliche
riva ormai come una meta velleitaria, e cioè un poema unitario e ininterrotto,
ma che nella loro stessa durata e nella ripartizione in quattro libri (una sorta
di «tetralogia») l’opera si adegua scrupolosamente alle prescrizioni formulate
da Aristotele, come rivela soprattutto il confronto con un passo della Poetica
(1459b 16-22):
L’epica si differenzia per la lunghezza della composizione e per il verso. Della
lunghezza è limite sufficiente quello che è stato detto: si deve poter abbracciare
con uno sguardo l’inizio e la fine. Questo potrebbe avvenire se le composizioni
fossero più brevi di quelle antiche e corrispondessero a quante tragedie vengono
presentate in una sola recita.
[Tr. di D. Lanza]

Le Argonautiche sono dunque un poema:


• unitario, in quanto incentrato intorno a «un’unica azione mitica presa nel suo
complesso»: ossia il viaggio per la conquista del vello d’oro, narrato nella sua
interezza, dall’antefatto fino al ritorno degli eroi;

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• compiuto, in quanto l’azione ha «inizio, parte centrale e conclusione», con una
struttura circolare che riporta i protagonisti al punto di partenza;
• commisurato alla possibilità di essere colto con un solo sguardo, secondo un
criterio di bellezza valido per qualsiasi essere vivente, che non deve essere né
troppo piccolo, né troppo grande. Nella sua scansione in quattro libri, propone
un’estensione analoga a quella di una tetralogia tragica, rispondendo piena-
mente ai dettami aristotelici.

La proposta Apollonio procede oltre la teorizzazione aristotelica, in quanto il suo poema ab-
di un’intera saga braccia per intero un’intera saga mitica, realizzata secondo i criteri della brevitas
narrativa peculiare della temperie ellenistica: il flusso narrativo procede a dif-
ferenti velocità, con dilatazioni della narrazione cui seguono improvvise acce-
lerazioni, grazie a un rigoroso procedimento di selezione che crea sproporzione
nell’estensione delle singole parti.

Il controllo Ad esempio, la descrizione dei preparativi della spedizione si prolunga fino alla
della materia metà del primo libro, creando un effetto di attesa che enfatizza la partenza degli
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eroi; la perdita di Ila da parte di Eracle è raccontata in un episodio in cui il tempo
sembra dilatarsi, in contrapposizione ad episodi come quello dei Dolioni o dei
Bebrici, che vengono risolti con un ritmo più veloce; le scene di navigazione so-
no ridotte all’essenziale e spesso si passa da una tappa all’altra senza riferimento
ai tempi di spostamento.

Cultura alessandrina D’altra parte la scelta dell’argomento sembra in armonia con gli interessi e le
e scelta del mito predilezioni della nuova cultura maturata intorno alla Biblioteca di Alessan-
dria: «Il mito degli Argonauti aveva alimentato uno dei più antichi cicli epici
del mondo greco. Anteriore certamente alla costituzione dell’Odissea, questo
filone epico era già noto ad Omero, che in Odissea XII 69-72 ricorda, per
bocca di Circe, la spedizione di Giasone nel regno di Eeta come un’impresa
“celebrata da tutti”. [...] Questo filone epico al tempo di Apollonio era scom-
parso già da lungo tempo, ma la leggenda degli Argonauti aveva continuato
ininterrottamente a fornire materia di canto alla poesia d’ogni genere (cfr. ad
es. Pindaro, Pitica IV) e ad essa inoltre si ricollegavano numerose leggende
etiologiche di culti ed istituzioni locali o di nomi di luoghi e fondazioni di cit-
tà. Il mito degli Argonauti si doveva perciò presentare agli occhi di Apollonio
come una materia ricca di tradizioni d’ogni specie, ma al tempo stesso come
una selva di varianti e contraddizioni. Per scrivere un poema sulla saga degli
Argonauti bisognava prima ricercare e collazionare pazientemente le numerose
e svariate fonti, scegliere tra le varianti di uno stesso mito, riordinare e disporre
secondo una loro plausibile sequenza cronologica gli avvenimenti tramandati
isolatamente, eliminare le inevitabili incoerenze della tradizione. Era dunque
una materia che richiedeva l’opera del grammatico prima di quella del poeta,
ed Apollonio volle scrivere appunto un’opera poetica che implicasse un lavoro
di alta filologia» (G. Serrao).
Epica storica e didascalica: Apollonio

la trama
V ediamo ora come, dati i presupposti esaminati, Apollonio realizzò la sua im-
presa.

La materia del testo Le Argonautiche sono un poema in esametri in 4 libri, per un totale di 5835 versi,
sulla spedizione condotta nella Colchide alla conquista del vello d’oro dagli Ar-
gonauti, così detti dalla loro nave Argo. Si tratta del fiore degli eroi della genera-
zione anteriore alla guerra di Troia – Eracle, Telamone, Peleo, Castore e Polluce
e i loro cugini Ida e Linceo, Zete e Calais figli di Borea, Argo (il costruttore della
nave), il cantore Orfeo, Tifi il timoniere, gli indovini Idmone, Anfiarao e Mopso
ecc. – guidati da Giasone, figlio di Esone re di Iolco in Tessaglia, al quale il fra-
tellastro Pelia ha usurpato il regno. Quando Giasone viene a reclamare il regno
paterno, Pelia, per eliminare il nipote, gli affida l’incarico di recuperare il vello
d’oro, ossia la pelle del montone che aveva trasportato nella Colchide Frisso,
sottraendolo alle insidie della matrigna Ino.
APOLLONIO RODIO 5
COLCHIDE
Eea
Po n t o E u s i n o
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( Da nu b i o ( M a r N e ro )
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Isola
di Ares
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Nicomedia

Samotracia Cizico Cio Sa n g ar i o

LEMNO FRIGIA
Afete Mirina
Monte Ida
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Iolco Il viaggio di andata degli


Argonauti: dalla Grecia al-
re

la Colchide.
E

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g

EUBEA

Libro I, T. 1 Il I libro si apre, dopo un prologo, con il catalogo dei 53 principi che partecipano all’im-
trama

T. 2 presa, fra i quali ha posizione centrale Eracle. Poi, dopo il commiato di Giasone dalla
T. 3 madre Alcimede, alcuni riti propiziatori e una lite scoppiata fa Ida e Idmone, Giasone è
T. 4 scelto come capo della spedizione e la nave Argo salpa dal golfo tessalo di Pagase, fra
T. 5 il tripudio della folla in festa. Il primo scalo è a Lemno, dove
gli Argonauti restano un intero anno, intrecciando rapporti
amorosi con le donne dell’isola, che avevano ucciso tutti i
loro mariti perché le trascuravano preferendo loro schiave
di guerra: Giasone ha una relazione con la regina dell’isola,
Ipsipile, che invita gli eroi a stabilirsi a Lemno, ma Eracle
rimprovera i compagni e il viaggio riprende. Toccata Samo-
tracia, i naviganti sostano nell’isola di Cizico, fra i Dolioni,

Epica storica e didascalica: Apollonio


e li liberano dal flagello dei mostruosi Giganti dotati cia-
scuno di sei braccia. Partiti da Cizico, vengono risospinti
sull’isola da una violenta tempesta notturna. Non rico-
nosciuti dai Dolioni, gli uomini di Giasone ingaggiano
con gli amici di poco prima uno scontro violento duran-
te il quale resta ucciso anche il re Cizico; la sua morte
determina il suicidio della sua giovane sposa, Cleite, che
viene pianta dalle ninfe dei boschi tanto copiosamente che
T. 6 dalle loro lacrime sgorga una sorgente. Il successivo ap-
prodo è in Misia, dove l’amasio di Eracle, Ila, si allonta-
na alla ricerca di acqua, ma viene rapito dalle ninfe di
una fonte; così Eracle e l’amico Polifemo, attardatisi a
T. 7 cercarlo, per errore sono lasciati a terra.

Il cosiddetto «Ercole Farnese», copia in marmo di Glycon Ateniese, di un


originale in bronzo di Lisippo (IV secolo a.C.). La statua risale all’inizio del
III secolo d.C. e fu ritrovata presso il sito delle Terme di Caracalla alla metà
del XVI secolo ed entrò a far parte della collezione di Alessandro Farnese,
figlio di papa Paolo III. Oggi è esposta a Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
6 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

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eracle, eroe ingombrante
Solo Apollonio non ha fatto partecipare Eracle fino al termine di debolezza sentimentale o fisica: ad esempio è lui che co-
dell’impresa argonautica: Pindaro, nella Pitica IV, tace dell’epi- stringe a male parole gli Argonauti a partire da Lemno; è in-
sodio di Ila, mentre Teocrito, nell’Idillio XIII, racconta che do- somma quell’eroe di stampo tradizionale che Giasone non può
po la perdita di Ila in Misia Eracle sarebbe arrivato in Colchi- più essere. Non a caso Eracle è il personaggio di cui spesso,
de a piedi. Probabilmente Eracle era un personaggio troppo in momenti di difficoltà, altri Argonauti (mai però Giasone) si
«scomodo» nelle Argonautiche: impersonava l’ideale dell’eroe ricorderanno con nostalgia, dichiarando che le cose sarebbero
omerico che vince con la sua forza fisica e disprezza ogni sorta andate diversamente se Eracle fosse rimasto fra loro.

Libro II Il libro II si apre con una sosta nel paese dei Bebrici, dove Polluce abbatte nel pugilato
trama

il feroce re del luogo, Amico, facendo insorgere una cruenta battaglia fra Argonauti e
Bebrici; poi i nostri arrivano in Bitinia presso l’indovino Fineo, di cui si guadagnano
la benevolenza facendo mettere in fuga da Zete e Calais le orribili Arpie che gli insoz-
zavano qualsiasi cibo costringendolo all’inedia. Da Fineo apprendono che riusciranno
nell’impresa solo se attraverseranno il tremendo ostacolo costituito dagli scogli detti
Simplegadi («Battenti l’uno contro l’altro») e spiega loro anche il modo per superare
il passaggio: giunti nei pressi, dovranno mandare ad attraversare gli scogli una colom-
ba; se la colomba passerà, anche loro avranno salva la nave. E in effetti la colomba
riesce a passare, pur perdendo alcune penne della coda, e allo stesso modo passa Ar-
go, perdendo fra gli scogli rinserratisi l’estremità della poppa. Entrati nel Mar Nero,
sostano presso i Mariandini, accolti con favore dal re Lico, che dà loro come guida il
figlio Dascilo, ma lì muoiono sia Idmone, in un incidente nel corso di una caccia al
T. 8 cinghiale, sia Tifi, colpito da un morbo improvviso. Si scontrano, quindi, con i terribili
uccelli dalle piume di bronzo presso l’isola di Ares e incontrano i figli di Frisso, che
erano naufragati nei pressi dell’isola nel viaggio dalla Colchide verso la Grecia e che si
uniscono alla spedizione; dopo aver costeggiato le contrade di popoli favolosi – come
i Calibi, che dissodano la terra solo per estrarne il ferro; i Tibareni, che al momento in
Epica storica e didascalica: Apollonio

cui le loro donne partoriscono simulano le doglie del parto; i Mossineci, già descritti
da Senofonte nell’Anabasi, usi a fare in pubblico tutto ciò che gli altri popoli fanno in
privato – arrivano, infine, in Colchide, alla foce del fiume Fasi.

Libro III Intanto, al principio del III libro, Era e Atena, preoccupate per gli eroi greci, si recano
a chiedere la cooperazione di Afrodite perché mandi in Colchide il figlio Eros a colpire
con un dardo, per farla innamorare di Giasone, la figlia minore del re Eeta, Medea,
esperta nelle arti magiche (la maggiore, Calciope, aveva sposato Frisso). Giasone e
alcuni dei suoi, avvolti da una nebbia prodotta da Era, giungono alla reggia di Eeta, al
quale Argo, uno dei figli di Frisso, chiede – a nome dei partecipanti alla spedizione – il
vello d’oro. Il sovrano si infuria e ordina ai Greci di allontanarsi dalla sua terra; poi, in
risposta a una diplomatica supplica di Giasone, si dichiara pronto a consegnare il vello
d’oro purché Giasone sappia superare due prove: aggiogare due tori che spirano fuoco
dalle narici e hanno zoccoli di bronzo e con quelli arare un vasto campo e seminarvi i
denti del drago di Ares ucciso un tempo da Cadmo; quindi sterminare tutti i guerrieri
che da questi denti sarebbero nati. Pur non scorgendo via d’uscita Giasone accetta; poi
viene convinto da Argo a cercare l’aiuto di Medea, la quale, proprio nel momento in cui
T. 9 l’eroe ha messo il piede nella reggia paterna, è stata trafitta dal dardo scagliato da Eros.
Dopo una notte insonne che la vede a più riprese divisa fra la passione per lo straniero
APOLLONIO RODIO 7
T. 10 e il pudore rafforzato dalla paura dell’ira paterna, il mattino seguente, dopo essersi con-
T. 11 sultata con la sorella Calciope, Medea decide di aiutare lo straniero. Si reca al tempio
di Ecate, consegna a Giasone un filtro che lo renderà invulnerabile nella lotta con i tori
e gli dà preziosi consigli su come condurre l’impresa. Giasone le promette di condurla
in Grecia con sé come sua sposa, poi affronta con successo le prove imposte da Eeta.

Libro IV Al principio del IV libro la giovane, temendo che il padre sospetti di lei per l’aiuto offerto
allo straniero, si reca nella notte presso gli Argonauti; più tardi, dopo aver addormentato
il drago con i suoi incantesimi permettendo a Giasone la cattura del vello, fugge con
T. 12 l’amato. Non appena Eeta si avvede del furto del vello e del tradimento della figlia, i
Colchi si gettano all’inseguimento degli Argonauti, ma Medea riesce a guadagnare tem-
po catturando con l’inganno e facendo trucidare da Giasone suo fratello Apsirto, che ha
guidato l’inseguimento dei Colchi. Questo eccidio fraudolento indigna Zeus, che provoca
una terribile tempesta: la collera di Zeus viene rivelata dalla voce della magica nave Ar-
go, da cui gli Argonauti apprendono altresì che a far cessare l’ira del dio può valere solo
la purificazione ad opera di Circe. La sezione del viaggio di ritorno segue una geografia
fantastica, che si ispira allusivamente al modello dell’Odissea, di cui Apollonio ripercorre
situazioni e personaggi: dopo una lunga navigazione attraverso l’Eridano, il Rodano e il
Tirreno la nave approda ad Eea, l’isola di Circe, che purifica Giasone. La navigazione
riprende attraverso il mare delle Sirene: solo Bute cade preda del loro canto e fugge dal-
la nave, ma Afrodite lo salva e lo fa arrivare sulla costa prospiciente Lilibeo, Marsala.
Passato lo stretto di Scilla e Cariddi, gli Argonauti sbarcano nell’isola dei Feaci, Drepane
(Corcira), dove trovano ad accoglierli i Colchi, che non avevano desistito dall’inseguirli.
Su suggerimento della regina Areta il re dell’isola Alcinoo dichiara che consegnerà Me-
dea ai Colchi se questa è ancora vergine: ecco allora che in quella stessa notte Giasone e
Medea si uniscono in un talamo di fortuna preparato in una grotta sul mare. Lasciata l’iso-
la dei Feaci, gli Argonauti si insabbiano nelle secche della Sirti e devono portarsi la nave
in spalla attraverso il deserto finché il dio Tritone non indica loro un canale navigabile
su cui poter raggiungere il mare aperto. Un ulteriore ostacolo viene frapposto dal gigante
Talo, che dall’alto delle scogliere di Creta scaglia enormi massi contro tutte le navi che

Epica storica e didascalica: Apollonio


transitino al largo dell’isola. Il gigante è invulnerabile, ma viene sopraffatto anch’egli
dagli incantesimi di Medea. L’ultima traversia è un improvviso oscuramento della luce in
pieno giorno, che, data l’assenza di stelle, fa perdere agli Argonauti l’orientamento: la si-
tuazione è risolta dalla preghiera di Giasone a Febo, che li illumina fino all’isola di Anafe.
Di lì il viaggio procede tranquillo verso Egina, e poi fino a Pagase, donde gli Argonauti
erano partiti.

Cratere a volute attico, a figure rosse, del Pittore di Talos. 425-400 a.C.
Provenienza sconosciuta; ora a Ruvo, Museo Jatta.
I Dioscuri a cavallo hanno affiancato e trattengono per le braccia Talo, il
fortissimo automa di bronzo che aveva il compito di sorvegliare Creta ed
impedire che gli stranieri vi sbarcassero. Il gigantesco guerriero realizzato
da Efesto (e dipinto qui di giallo per evidenziarne la natura tutta metallica e
invulnerabile) è stato vinto da Medea, visibile a sinistra, che ha usato le sue
arti magiche per favorire gli Argonauti. A destra sono Posidone con Anfitrite e,
più in basso, una figura femminile che è la personificazione dell’isola di Creta.
La decorazione rievoca uno degli episodi salienti, ma al tempo stesso meno
rappresentati, della spedizione di Giasone e degi Argonauti condotta alla ricerca
del vello d’oro dell’ariete di Frisso. Proprio le origini oscure del mito di Talo e la
sua rarità furono elementi non secondari che favorirono l’inserimento di questo
tema nel IV libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio.
8 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

Memoria letteraria Il topos dell’abbandonata: Medea,


Didone, Arianna, Didone di Metastasio
Più volte è stata sottolineata la dipendenza di Virgilio da Apollonio: la Didone abbandonata, e in generale tutta
la vicenda che sta al centro del IV libro dell’Eneide (un vero e proprio epillio amoroso all’interno del poema
epico) è ricalcata sul III libro delle Argonautiche. La descrizione psicologica del sentimento che si accende e
infiamma Didone discende direttamente dalle pagine in cui Apollonio tratteggia le fasi dell’innamoramento fino
alla passione di Medea. Questa radice risulta ancora più importante se pensiamo che l’eroina virgiliana sarà
modello, come gran parte dei personaggi virgiliani, dell’intera tradizione occidentale. Qui ci soffermiamo sul
topos dell’abbandonata in un’analisi comparativa, condotta da Anna Giordano, delle argomentazioni topiche
rivolte dall’abbandonata all’amante fuggitivo, a partire da un passo delle Argonautiche di Apollonio Rodio
(IV 355-390), transitando attraverso il discorso della Didone virgiliana e del catulliano carme 64, fino alla
Gerusalemme Liberata di Tasso (XVI, ottave 56-60).
Non macano ulteriori attestazioni del topos da Euripide fino a Metastasio.

Altre opere Oltre alle Argonautiche (Ἀργοναυτικά) Apollonio compose diverse opere mi-
di Apollonio nori di cui ci sono pervenuti scarsi frammenti: Fondazioni (Κτίσεις) relative a
varie città greche, in esametri (Alessandria, Naucrati, Cauno, Cnido, forse Le-
sbo); un Canobo, in coliambi (che doveva trattare della trasformazione in stella
di Canobo, timoniere della flotta di Menelao ed eroe eponimo di una città sul
delta del Nilo), epigrammi e dissertazioni filologiche su Archiloco e su Esiodo
e contro Zenodoto (probabilmente una critica all’edizione zenodotea di Omero).

Rifletti sul testo


1 Leggendo la trama delle Argonautiche, si evince 2 Partendo dalla ricerca sul vocabolario del significato
un’evidente relazione con la struttura narrativa dell’Odis- della parola aition, cerca di chiarire che tipo di opera
sea, che Apollonio Rodio assume come modello, ma da siano gli Aitia di Callimaco. Chiarisci poi in che modo
Epica storica e didascalica: Apollonio

cui ama distaccarsi, manifestando quel tipico gusto elle- Apollonio Rodio, nel suo poema, si avvicini al gusto ezio-
nistico di imitazione-emulazione nei confronti della tra- logico callimacheo.
dizione. Quali analogie riscontri fra i due poemi? Quali
differenze?

la reinvenzione alessandrina di uno stile


«omerico»
La riformulazione
della dizione omerica U na così complessa operazione culturale, proposta secondo i canoni epici tra-
dizionali, comportava la ripresa della dizione omerica. Quasi golosamente «de-
gustata» nel riuso delle parole che in Omero comparivano una o due volte (gli ἅπαξ
e i δὶς λεγόμενα) e «filologicamente» controllata con precisa coscienza delle dispute
lessicali ed erudite, Apollonio si dimostra in questa operazione un degno esponen-
te della scuola alessandrina; nello stesso tempo, però, tale ripresa doveva risultare
svincolata dalla formularità e aperta all’innesto sia di neoconiazioni sia di vocaboli e
nessi desunti da tutta la letteratura del passato, in primo luogo dalla tragedia.
APOLLONIO RODIO 9

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la tecnica (ri)compositiva di apollonio
Per mostrare un esempio del modo di procedere di Apollonnio Così, limitandoci ai primissimi versi del poema, possiamo os-
possiamo prendere le mosse da un caso emblematico. Mentre servare come ai vv. 1 s. Ἀρχόμενος σέο … παλαιγενέων
ad esempio nei poemi omerici il sorgere dell’aurora è enunciato κλέα φωτῶν/ μνήσομαι «Da te cominciando voglio ricor-
per 22 volte col medesimo verso formulare (ἦμος δ᾽ ἠριγένεια dare le gesta degli antichi eroi» viene presupposto (con
φάνη ῥοδοδάκτυλος Ἠώς «Quando mattutina apparve Aurora ἀρχόμενος ... μνήσομαι) un modulo ricorrente negli Inni
dalle rosee dita»), Apollonio varia costantemente, in rapporto attribuiti ad Omero e κλέα φωτῶν appare variazione del-
alla situazione e allo stato psicologico contingente dei perso- la clausola omerica κλέα ἀνδρῶν; al v. 2 Πόντοιο κατὰ
naggi, quelle indicazioni temporali, come le albe e i tramonti, στόμα richiama Odissea V 441 ποταμοῖο κατὰ στόμα,
che rappresentano fondamentali partizioni strutturali del rac- al v. 4 ἐΰζυγον ἤλασαν Ἀργώ è sulla linea di Iliade XXIII
conto; accanto al ripudio della formularità, tuttavia, si radica- 13 ἐΰτριχας ἤλασαν ἵππους, ai vv. 6 s. μοῖρα … τοῦδ᾽
lizza una tendenza, già affacciatasi nell’epica tardo-arcaica, alla ἀνέρος … δαμῆναι riecheggia Iliade XVII 421 μοῖρα παρ᾽
variazione analogica di formule, espressioni, sintagmi omerici. ἀνέρι τῷδε δαμῆναι.

Labor limae Questa creazione di un nuovo stile epico, con il recupero, in un contesto assai diver-
so, del grande modello omerico, dovette essere il frutto di un prolungato e intensivo
labor limae che, sia pure su un campionario limitatissimo, siamo tuttora in grado di
verificare. Come già abbiamo ricordato, gli scolî alle Argonautiche ci offrono per sei
passi del I libro del poema la redazione di quella prima edizione (προέκδοσις) di cui
Apollonio avrebbe dato pubblica lettura ad Alessandria prima della rielaborazione
operata a Rodi: varianti d’autore che, se osservate con attenzione, consentono di eser-
citare sullo stile di Apollonio un equivalente di quella critica degli «scartafacci» che
largo impiego e proficui risultati ha conseguito in campo modernistico.

Confronto fra varianti Limitiamoci qui ad un solo esempio, relativo proprio a una di quelle sempre va-
d’autore riate descrizioni dell’alba a cui accennavamo. Lo schiudersi del giorno in cui la
nave Argo leva per la prima volta le ancore verso la Colchide appare in questa
forma nella nostra tradizione manoscritta (I 516-523):

Epica storica e didascalica: Apollonio


Οὐδ’ ἐπὶ δὴν μετέπειτα κερασσάμενοι Διὶ λοιβάς,
ᾗ θέμις, ἑστηῶτες ἐπὶ γλώσσῃσι χέοντο
αἰθομέναις, ὕπνου δὲ διὰ κνέφας ἐμνώοντο.
Αὐτὰρ ὅτ’ αἰγλήεσσα φαεινοῖς ὄμμασιν Ἠώς
520 Πηλίου αἰπεινὰς ἴδεν ἄκριας, ἐκ δ’ ἀνέμοιο
εὔδιοι ἐκλύζοντο τινασσομένης ἁλὸς ἀκταί,
δὴ τότ’ ἀνέγρετο Τῖφυς, ἄφαρ δ’ ὀρόθυνεν ἑταίρους
βαινέμεναί τ’ ἐπὶ νῆα καὶ ἀρτύνασθαι ἐρετμά.
Poco dopo, secondo il rito, mescolarono le libagioni in onore di Zeus,
e, ritti in piedi, le versarono sopra le lingue
ardenti, e poi nella notte si concedettero il sonno.
Ma quando la splendida Aurora vide con gli occhi lucenti
520 le alte vette del Pelio, e nel sereno
il mare mosso dal vento batteva sui promontori,
Tifi si risvegliò ed impose ai compagni
d’imbarcarsi su Argo e disporre in ordine i remi.
[Tr. di G. Paduano]
10 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
La redazione della proekdosis era invece:
Ἦμος δὲ τριτάτη φάνη Ἠὼς τῇδ᾽ ἐπὶ νυκτὶ
βουθυσίην Ἑκάτοιο καταυτόθι δαινυμένοισι,
τῆμος ἄρ᾽ ἐκ Διόθεν πνοιὴ πέσεν. Ὦρτο δὲ Τῖφυς
κεκλόμενος βαίνειν ἐπὶ σέλμασι. Τοὶ δ᾽ ἀΐοντες
… ἱθὺς ἔβαινον.
E quando dopo questa notte apparve la terza Aurora
ad essi che lì banchettavano con le carni sacrificate al Lungisaettante,
allora per volere di Zeus si levò il vento. Tifi balzò
incitando a disporsi agli scalmi, ed essi, udendo,
... subito andavano.

analisi del testo


Come ha osservato M. Fantuzzi, «sostanzialmente identico è ecc.). Nella redazione definitiva delle Argonautiche la comparsa
solo il dettaglio narrativo del ridestarsi di Tifi, il timoniere, e di Aurora risulta invece per così dire scelta, e poi plasmata, in
del suo appello all’imbarco, alla fine della scena. Un altro det- funzione del contesto: la dea fa capolino dai monti – ma non
taglio narrativo, il sacrificio dei buoi ad Apollo, nella epékdosis da monti qualsiasi, bensì dal Pelio, alle cui pendici è il golfo
[la redazione definitiva] viene sostituito con la libagione sera- da cui Argo parte – per contemplare l’inizio dell’eccezionale
le sulle lingue delle vittime. La differenza fra le due redazioni spedizione; anche Aurora è dunque coinvolta nella personifi-
si coglie però soprattutto nei particolari descrittivi presenti in cazione “patetica” della natura per cui Apollonio vuole puntati
entrambe. su Argo prossima al varo gli occhi del mondo intero (cfr. vv.
Nella prima edizione ἦμος δὲ τριτάτη φάνη Ἠώς echeggia- 524 ss. «diedero un grido terribile il porto di Pagase ed Argo/
va in modo scoperto, semplificandola, la frequentissima for- stessa, figlia del Pelio, che li incitava a partire», nonché 547
mula omerica ἦμος δ᾽ ἠριγένεια φάνη ῥοδοδάκτυλος Ἠώς ss. «tutti gli dèi quel giorno, dall’alto del cielo, guardavano/ la
(22x): eliminati gli epiteti ed aggiunta la specificazione crono- nave.../ ... Sopra le vette del Pelio/ le Ninfe stupivano, guar-
logica τριτάτη, rimanevano della formula stessa tutti e tre gli dando l’opera di Atena Itonide/ .../ e dalla cima del monte
elementi semantici chiave ἦμος, φάνη, ἠώς. scese al mare Chirone ecc.»).
Nella epékdosis è probabile che dietro il v. 519 ci sia ancora il Analogo è l’orientamento della riscrittura dei vv. 520b-521:
modello omerico ἦμος δ᾽ ἠριγένεια φάνη ecc., ma qui esso ἐκ Διόθεν πνοιὴ πέσεν era, nella prima edizione, un dato
Epica storica e didascalica: Apollonio

funziona semmai come matrice strutturale, ritmico-sintattica, paesaggistico [...] molto vicino al grado zero della descrit-
in un gioco di sottile allusione/emulazione, più che di scoperto tività. Nella epékdosis invece il levarsi del vento costituisce
echeggiamento. [...] lo spunto per uno scorcio molto più ampio, perché è colto
Sul piano dei contenuti comunque Apollonio funzionalizza attraverso i suoi effetti sul paesaggio – e non su un paesag-
in modo del tutto nuovo la prospettiva eziologico-mitica che gio stereotipo, anonimo, ma precisamente su quello in cui
nella proékdosis aveva presentato l’alba come epifania (φάνη) la scena è ambientata: le onde del mare, i promontori di un
di una divinità ancora secondo il modello omerico (in Omero golfo (il golfo di Pagase del v. 524)» (M. Fantuzzi, Ricerche su
infatti questa personificazione era un’idea-tipo dell’alba, co- Apollonio Rodio. Diacronie della dizione epica, Roma, Ateneo
stante anche al di là della formula ἦμος δ᾽ ἠριγένεια φάνη 1988, 121-124.).

le Muse nel nuovo epos di apollonio


Le tre sezioni BL’articolazione di base del poema è molto chiara: i libri I-II trattano della par-
e i tre proemi tenza degli eroi e del viaggio fino alla Colchide; il III libro comprende le vicende
che portano alla cattura del vello d’oro; il IV racconta la fuga dalla Colchide e il
viaggio di ritorno. C’è dunque una suddivisione in tre sezioni, con una partizione
che viene sottolineata da tre diversi proemi: questi costituiscono, specialmente
APOLLONIO RODIO 11
nel rapporto che essi prospettano fra l’autore e le Muse, un’altra spia significati-
va per decifrare gli orientamenti di Apollonio.

L’invocazione inizale Il proemio del I libro si apre con un’invocazione ad Apollo, seguita da un breve
riepilogo degli antefatti e si chiude con un riferimento alle Muse perché siano
T. 1 «ministre» del suo canto (vv. 1-22).

L’invocazione a Erato Anche nel proemio del libro III (vv. 1-5) il rapporto con le Muse, o più speci-
(l. III) ficamente con la Musa della poesia amorosa, Erato, si prospetta in termini di
“assistenza” («stammi vicino»):
Εἰ δ’ ἄγε νῦν Ἐρατώ, παρ’ ἔμ’ ἵστασο καί μοι ἔνισπε
ἔνθεν ὅπως ἐς Ἰωλκὸν ἀνήγαγε κῶας Ἰήσων
Μηδείης ὑπ’ ἔρωτι· σὺ γὰρ καὶ Κύπριδος αἶσαν
ἔμμορες, ἀδμῆτας δὲ τεοῖς μελεδήμασι θέλγεις
5 παρθενικάς· τῶ καί τοι ἐπήρατον οὔνομ’ ἀνῆπται.
Orsù, stammi vicino, Erato, e cantami come
Giasone portò il vello a Iolco da quelle terre lontane
grazie all’amore di Medea. Tu pure hai avuto in sorte
5 il dominio di Cipride e incanti nell’ansia le giovani vergini.

analisi del testo


Qui in verità troviamo riproposto, in καί μοι ἔνισπε del v. 1, artificiale e sfuggente, che all’antica funzione di ispiratrice di-
proprio il «di’ anche a noi» del proemio odissiaco: ciò che è retta del canto intreccia quella più recente, ma già pindarica
specifico del nuovo rapporto poeta-Musa è che questo «dim- (cfr. Olimpica III 4 Μοῖσα ... παρέστα), di cooperatrice del
mi» appare interposto tra un’invocazione a «porsi accanto» poeta e quella recentissima di emblema di uno specifico ambito
all’autore (παρ’ ἔμ’ ἵστασο) e una «specializzazione» della letterario.
Musa in figura protettrice della poesia amorosa. Un’immagine

Epica storica e didascalica: Apollonio


La richiesta d’aiuto Infine, nel proemio del IV libro il rapporto con la Musa si drammatizza in un
diretto (l. IV) dialogo in cui ella sembra riacquistare d’un tratto la perduta autorità, poiché do-
vrà essere lei «stessa» (αὐτή in incipit) a sciogliere il dubbio che riduce il poeta
all’afasia:
Αὐτὴ νῦν κάματόν γε θεὰ καὶ δήνεα κούρης
Κολχίδος ἔννεπε Μοῦσα, Διὸς τέκος· ἦ γὰρ ἔμοιγε
ἀμφασίῃ νόος ἔνδον ἑλίσσεται, ὁρμαίνοντι
ἠὲ τόγ’ ἄτης πῆμα δυσιμέρου ἦ μιν ἐνίσπω
5 φύζαν ἀεικελίην ᾗ κάλλιπεν ἔθνεα Κόλχων.
Ora tu stessa, Musa divina, figlia di Zeus,
dovrai cantare il travaglio e i pensieri della fanciulla di Colchide;
ché dentro di me la mia mente ondeggia in uno sgomento senza parole,
se devo dire che fu per angoscia infelice d’amore
5 o per terrore fatale che lasciò la terra dei Colchi.
12 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

analisi del testo


Amore e paura hanno di volta in volta dominato le azioni di impossibile scoprirlo»), i fatti e le azioni quanto invece le loro
Medea nel libro III e la finzione del dubbio, intensivamente motivazioni.
connotata secondo la struttura del dilemma decisionale, non Si ha l’interposizione di una distanza o cautela critica fra il po-
riguarda più, come in Omero (cfr. Iliade II 484-487: «Ditemi eta e la sua storia proprio nel momento in cui, al centro di
ora, o Muse che abitate l’Olimpo –/ voi, dee, voi siete sempre questo proemio, «si situa la figura del poeta (ἔμοιγε/ ... νόος
presenti, tutto sapete,/ noi la fama ascoltiamo ma nulla vedem- ἔνδον ἑλίσσεται) ed il problema del suo rapporto con la Mu-
mo – quali erano i capi dei Danai...») o in Pindaro (cfr. Peana sa, presente nell’uso del medesimo verbo per i due “termini”
VI 50-53: «... e donde ebbero origine questi riti delle Teosse- della creazione poetica, l’ispiratrice (2 ἔννεπε) ed il suo tra-
nie: per gli dèi è possibile ispirare i mortali, ma per i mortali è mite (4 ἐνίσπω)» (E. Livrea).

L’autore e l’interprete Apollonio propone dunque attraverso i proemi alle tre sezioni maggiori dell’ope-
delle Muse ra una relazione poeta-Musa che, alternando per l’antica figura del canto aedico
il ruolo di cooperatrice e «interprete» a quello di narratrice in prima persona delle
motivazioni che guidano le scelte dei personaggi, di fatto preclude la possibilità
di un’immagine unitaria della Musa. Ella è ciò che era una volta (colei che «dice»
al poeta quel che è stato, quel che è e quel che sarà) e ciò che è divenuta col tem-
po attraverso l’affermarsi dell’autonomia dell’autore come artefice responsabile
del suo prodotto: è – secondo una formulazione di S. Goldhill – la voce e l’as-
sistente della voce. Un rapporto che si delinea su direttrici innovative, ma è pur
sempre disponibile a rovesciarsi, grazie a un gioco che ormai è tutto letterario,
nel suo esatto contrario, come registriamo quando la posizione di ὐποφήτορες
«interpreti» assegnato alle Muse in I 22 viene restituito in IV 1381 s. al poeta,
che, apprestandosi a raccontare come gli Argonauti trasportassero a spalla la loro
nave attraverso il deserto libico, sottolinea l’eccezionalità dell’exploit premet-
tendo:
Μουσάων ὅδε μῦθος, ἐγὼ δ᾽ ὑπακουὸς ἀείδω
Epica storica e didascalica: Apollonio

Πιερίδων.
Questo è il racconto delle Muse, ed io lo canto
servendo le Muse.

la componente eziologica
Le programmatiche
cesure eziologiche L ’archeologia culturale che informa il poema si manifesta nel gusto per l’ezio-
logia, specialmente lungo le tappe del viaggio alla volta della Colchide: un
ambito in cui si realizza senz’altro un incontro con gli Aitia di Callimaco, anche
se Apollonio, facendo degli aitia un ingrediente di un poema epico, assegna loro
una funzione peculiare. Con la loro assai frequente collocazione alla fine di un
episodio, essi vengono infatti a costituire delle cesure narrative che hanno l’ef-
fetto di distanziare il piano del racconto con l’intrusione di un presente sostan-
ziato di erudizione folclorica; né Apollonio si cura in alcun modo di attutire la
sconnessione che gli aitia introducono nel tessuto del racconto, anzi sottolinea
APOLLONIO RODIO 13
deliberatamente i dislivelli della storia. Così, paradossalmente, mentre negli Ai-
tia callimachei l’eziologia rappresenta un principio-guida dell’esposizione, un
elemento di continuità, è proprio l’artefice del poema aristotelicamente unitario
a frantumare in episodi, attraverso l’inserzione di squarci eruditi, il flusso del
tempo mitico.

Gli aitia Questa esibizione dell’aition smaschera la vera radice e il vero movente, dal
come principio primo punto di vista del poeta dotto, delle Argonautiche: perché è la folla di tradizioni,
dell’opera
nomi, culti, istituzioni, varianti mitiche che gremiscono i testi di poesia come
di storiografia locale ad aver promosso l’impulso a raccoglierne le fila lungo
un percorso narrativo organizzato. «In principio», nel processo di formazione
dell’opera, sono gli aitia, secondo una gerarchia genetica che il testo occasio-
nalmente illumina allorché i segni archeologici disseminati lungo la rotta degli
antichi navigatori si configurano, convertendo il mito in una sorta di appendice
dell’aition, come stimoli a narrare nuovi aspetti della vicenda. Esempio di questo
T. 8 modo di procedere è in II 835-857, in occasione dei funerali di Idmone.
In termini comparabili, in IV 552-556, l’invocazione alle Muse che apre il
racconto di una nuova fase del viaggio di ritorno viene promossa dai «segni»
(σήματα) lasciati dalla nave Argo lungo le coste tirreniche:
Ἀλλὰ θεαί, πῶς τῆσδε παρὲξ ἁλὸς ἀμφί τε γαῖαν
Αὐσονίην νήσους τε Λιγυστίδας, αἳ καλέονται
Στοιχάδες, Ἀργῴης περιώσια σήματα νηός
555 νημερτὲς πέφαται; Τίς ἀπόπροθι τόσσον ἀνάγκη
καὶ χρειώ σφ᾽ ἐκόμισσε; Τίνες σφέας ἤγαγον αὖραι;
Ma ditemi, Muse, perché al di là del mare, attorno alla terra Ausonia,
alle isole Ligustidi, cui danno il nome di Stecadi,
restano in gran numero e chiari i segni di Argo?

Epica storica e didascalica: Apollonio


555 Quale necessità, o bisogno, li portò tanto lontano?
Quali venti li condussero verso quei luoghi?
[Tr. di G. Paduano]

struttura e personaggi
Il tempo della fabula
T empo della narazione e piano delPer quanto riguarda il tempo della narrazione
le Argonautiche si articolano, come abbiamo detto, in tre sezioni introdotte
ciascuna da uno specifico proemio.

…e il tempo C’è però un altro tempo, quello narrato attraverso la presenza continuamente
dall’intreccio affiorante del poeta, i suoi commenti sul proprio ruolo di narratore, l’interse-
scandito dall’autore
zione fra piano mitico-narrativo e piano eziologico-folclorico, i frequenti rinvii
in avanti (anticipazioni o prolessi) e indietro (analessi) ad altri momenti della
storia: questo tempo tende a frammentarsi in una discontinuità che finisce quasi
col negarlo, immergendo fatti figure segni del passato in una strana simultaneità.
14 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

Circolarità Solidale a questa prospettiva del tempo è la chiusura circolare dello spazio che strin-
dello spazio d’azione ge l’azione del poema: punto di partenza e punto di arrivo del viaggio coincidono,
poiché la meta degli Argonauti, anche nel percorso di andata verso la Colchide, è,
come a più riprese viene sottolineato, non altro che la Grecia: la conquista del vello
d’oro viene infatti perseguita dagli Argonauti come un peso da sopportare, senza
una motivazione autenticamente sentita. In questa prospettiva viene vanificata la
motivazione stessa del gesto eroico, come accade nell’episodio dei Dolioni, nel
quale l’aristia di Giasone e dei suoi compagni è compromessa dal tragico equivoco
T. 6 scatenato da questa circolarità di cui i protagonisti sono vittime inconsapevoli.

L’ἀμηχανία Ed è proprio questa assenza di vere motivazioni che fa dell’irresoluto Giasone il


di un protagonista coerente protagonista dell’epopea, eroe «moderno», caratterizzato, in opposizio-
divorato dal dubbio
ne al πολυμήχανος Odisseo, dal segno della ἀμηχανία, uno stato di «incertez-
za» e «impotenza», che si nutre di dubbi e ripensamenti. Inadeguato al ruolo e
al compito che gli è imposto, deve districarsi nelle incognite di un viaggio labi-
rintico, fra insidie surreali e scenari da sogno: un itinerario ai confini delle leggi
naturali che può giungere a mettere in dubbio la percezione stessa di coloro che
vi partecipano, come quando, al largo di Creta, i naviganti sono colti dal terrore
del buio creatosi in pieno giorno (IV 1694-1701):
Mentre correvano il vasto mare di Creta,
1695 li spaventò la notte, che il poeta dice funesta:
la notte tremenda che non penetravano gli astri, né i raggi di luna,
un nero abisso caduto dal cielo o una tenebra
Il ritorno degli Argonauti
sorta dai recessi profondi. Neppure sapevano
in una ricostruzione se navigavano sopra le acque o nel regno dei morti,
cartografica che cerca di 1700 ed affidavano al mare il loro ritorno,
rappresentare il mondo
secondo la concezione di
disperati, senza capire dove li stava portando.
Apollonio Rodio. [Tr. di G. Paduano]
Epica storica e didascalica: Apollonio

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Scilla (Orciria)
Plancte M A R E D I Calliste (Tera) Anafe
(Colonne d'Eracle) Cariddi
TRINACRIA Carpato
Capo Lilibeo TRINACRIA CRETA
(Sicilia)
Mare di Libia

Sirte Lago
Tritonide
Tritone
(Nilo)

L I B I A E G I T T O
APOLLONIO RODIO 15

MeMoria letteraria

La navigazione notturna
Il brano di Apollonio Rodio sopra riportato (IV 1694-1701) si apriva nel segno del terrore provocato da
un’oscurità totale misteriosamente prodottasi in pieno giorno. Già Omero, del resto, conosceva la navi-
gazione notturna e lo smarrimento dell’uomo di fronte alle tenebre: nell’Odissea Ulisse lascia l’isola di
Calipso sulla grande zattera che si è appena costruito e naviga ininterrottamente per diciassette giorni e
diciassette notti orientandosi sulle costellazioni che ruotano intorno all’Orsa Maggiore: V 270-277.
Il poeta latino Valerio Flacco (I secolo d.C.) ripropone il tema evidenziando come la sconosciuta eventua-
lità di navigare nella notte getti nel panico gli Argonauti all’infuori di quel timoniere Tifi che può contare
non tanto sulla propria esperienza quanto sull’ausilio di Minerva, la quale non solo gli ha insegnato la
rotta ma spesso si è degnata di condurre ella stessa la nave. Di qui uno squarcio di poesia astronomica che
dapprima fa degli astri e dell’etere percorso dalle comete una ragione di paura – anzi, della stessa quiete
delle cose e dello stesso silenzio dell’universo (quies rerum mundique silentia 41), tradizionalmente legati
alla nozione del riposo umano, si dice che «atterriscono» –, poi, nelle parole di Tifi, trasforma le costella-
zioni in segni confortanti per tracciare la giusta rotta fra le onde (2, 34-75).
Puoi leggere oltre a questo brano, un approfondimento su Valerio Flacco e sulla sua ver-
sione latina degli Argonautica.

La razionalità Eppure anche situazioni che, come questa, comunicano la vertigine del mistero,
del testo governato appaiono inglobate in una tipologia del racconto con la quale l’autore, a diffe-
da un autore
renza di quanto avviene in Omero, si impegna a motivare ogni volta sbarco e
imbarco dei naviganti, registrando con cura il levarsi e il calare del vento, e più in
generale intende colmare lo spazio della giornata di volta in volta trascorsa senza
residui di vuoto o di indeterminatezza.

Descrizione Nei primi due libri questa alternanza di arrivi e partenze tiene insieme un divaga-
degli stati d’animo re di episodi che ha molto di accidentale o di logorante, come cogliamo nell’an-
goscia che afferra ogni membro dell’equipaggio dopo la scomparsa del timoniere

Epica storica e didascalica: Apollonio


Tifi (II 858-863):
Dopo la prima sventura, fu insopportabile ad essi un nuovo lutto:
quando anche Tifi l’ebbero presto sepolto,
860 caddero in preda all’angoscia di fronte al mare:
avvolti nei loro mantelli, non pensavano più
né a mangiare né a bere; il loro cuore era abbattuto
dalla pena e il ritorno era molto lontano dalle loro speranze.
[Tr. di G. Paduano]

Ausili divini Lo stato di impotenza in cui i naviganti vengono a trovarsi viene risolto di fre-
quente solo da un intervento esterno, so-
prattutto divino (nel passo citato, il co-

Atena aiuta la costruzione della nave Argo: mentre la


dea, seduta, si occupa della vela, Tifi, al centro, regge
l’albero, e Argo, il mitico costruttore, modella la poppa-
Bassorilievo romano in terracotta (I secolo d.C.). Rinvenuto
probabilmente nei pressi della Porta latina a Roma.
Londra, British Museum.
16 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
raggio ispirato da Era in Anceo, che si candida come nuovo timoniere), a confer-
ma dei limiti propri di uomini che ovviamente non mancano di forza e coraggio
– sono pur sempre il fiore di un’intera generazione di eroi –, ma sembrano facile
preda di ansie e scoramenti.

La funzione dell’altra Questo andamento episodico viene superato nel III libro dalla presenza di Me-
figura dominante: dea, alle cui arti magiche risultano legate le speranze del successo e del ritorno:
Medea
con l’apparizione di questo personaggio i temi dell’amore e dell’astuzia e la sfera
femminile prendono il sopravvento sui temi del coraggio e della forza e sul mon-
do maschile, conferendo alla concatenazione delle scene una nuova coesione e
linearità. Confrontato e commisurato con quello di Medea, lo stesso personaggio
di Giasone prende a definirsi da un lato nella sua duttilità (egli è il campione del
tatto, della diplomazia, anche dell’opportunismo), dall’altro nella sua imperme-
abilità a ogni troppo intenso coinvolgimento emotivo. Anche le altre figure della
storia (in primo luogo il fiero e arrogante Eeta, il padre di Medea) si dispongono
secondo questo nuovo asse tematico e secondo la relazione fra le due figure do-
minanti lungo una vicenda che ha ormai acquistato la tensione e la durata di una
compatta unità drammatica.

Modello e summa Occasione di verifica delle potenzialità rappresentative che lo scandaglio psico-
di pathos psicologico logico praticato per secoli da tragici e filosofi, medici e storici offriva ormai a
un poeta alessandrino, la figura di Medea in Apollonio non va comunque letta
sottraendola al contesto delle sequenze narrative in cui è inserita, anche se biso-
gna riconoscere che per larga parte appare lei stessa promotrice e regista degli
eventi, dominatrice della storia proprio perché dominata da una non soffocabile
passione.

La nuova concertazione delle azioni e reazioni dei personaggi fa una prova ben
Epica storica e didascalica: Apollonio

Anatomia
di un innamoramento riuscita già nella sequenza che conduce all’innamoramento della fanciulla. Ti-
moroso di un complotto dei nipoti (i figli di Frisso e Calciope, che si sono uniti
agli Argonauti) Eeta scaccia brutalmente i nuovi arrivati respingendo la richiesta
di Argo. Allora Giasone prende le parola e con un discorso pieno di tatto riesce a
smorzarne l’ira, inducendolo a proporre l’alternativa di una prova di coraggio e
di forza. La prospettiva del cimento (certo terrificante, ma che Peleo sarebbe di-
sposto ad affrontare) deprime oltre ogni limite l’eroe senza eroismo: egli fissa gli
occhi a terra e resta ammutolito finché, pur senza riuscire ad elaborare alcuna via
d’uscita, offre al tiranno, quasi per un automatismo della retorica, l’accortezza
di una risposta dignitosa e insieme rassegnata. Poi si alza dal suo seggio insieme
con i compagni che lo hanno scortato al colloquio e torna fra gli altri Argonauti
ad esternare tutto il proprio scoramento (e questo anche se durante il tragitto Ar-
go lo ha informato della presenza di una fanciulla, Medea appunto, che pratica
incantesimi nel segno di Ecate). Ed ecco che, fra l’incontro di Giasone con Eeta
e il ritorno di Giasone in mezzo al gruppo dei compagni, Apollonio inserisce la
sequenza della reazione subita da Medea nel contemplare e ascoltare l’eroe (III
T. 9 448-471).
APOLLONIO RODIO 17
La concretezza Giasone intanto, superata l’iniziale perplessità riguardo al piano suggerito da
di un eroe umano Argo e incentrato sull’aiuto che Medea può offrire, lo comunica ai compagni.
Nonostante alcune vivaci reazioni (fra cui il sarcasmo di Ida ai vv. 558 s.: «Ahi-
mè, siamo venuti qui in compagnia di donnette, / che chiamano in loro soccorso
Afrodite...»), si appresta ad attuarlo mandando Argo stesso al palazzo di Eeta
perché preghi sua madre Calciope di chiedere la cooperazione di Medea. Calcio-
pe è trattenuta dal dubbio che Medea sia «atterrita dalla collera atroce del padre»
(v. 614). Eeta, infatti, ha appena indetto l’assemblea dei Colchi chiamando «pi-
rati» i nuovi arrivati e meditandone lo sterminio.

La funzione del sogno I sentimenti che Medea ha rivelato nella scena appena riportata ricevono una
svolta e una chiarificazione attraverso i meccanismi di un sogno, dopo il quale
la giovane si sente spinta ad agire contro le resistenze frapposte da un senso di
vergogna a cui basterà poco più tardi, per dissolversi, la richiesta di aiuto da parte
della stessa Calciope (III 616-667).

Il «notturno»… Sollecitata dall’attesa supplica di Calciope, Medea le promette che agirà, ma


nella notte nuovi sussulti di ansia e di sgomento la assalgono, finché all’alba una
T. 11 risorgente nostalgia di vivere la sprona nuovamente all’azione (vv. 744-824).

…e la risolutezza Poi Medea agisce senza più esitare: prende il filtro, lo porta al tempio di Eca-
di una donna te, incontra da sola lo straniero, che le appare come l’astro di Sirio che si leva
innamorata
sull’Oceano e le parla con la consueta diplomazia. Gli spiega il piano già ordito
chiedendogli in cambio solo di ricordarsi di lei (vv. 1069 s.: «Ricòrdati, quando
sarai lontano nella tua patria,/ il nome di Medea»). La trama segue il suo corso (la
lotta con i tori nella piana di Ares, la reciproca strage degli uomini che spuntano
in armi dal suolo seminato con i denti del drago) e il canto si conclude col sigillo
(v. 1407): «Tramontò il giorno, e Giasone aveva compiuto la prova».

Epica storica e didascalica: Apollonio


Il ritorno Il IV libro risulta quello strutturalmente più vario e intricato. Da un lato conti-
a una struttura nua, infatti, ad essere a lungo segnato, sulla scia del III, dal ruolo protagonistico
frantumata
di Medea sia nella sua fuga presso Giasone sia nella funzione decisiva che ella
assume nell’assicurare la salvezza degli Argonauti, fino a quell’episodio dell’uc-
cisione del fratello Apsirto che giunge al macabro rituale del μασχαλισμός (il
procedimento che consiste nel tagliare piedi e mani della vittima per impedirne la
vendetta: cfr. ad es. Eschilo, Coefore 439 e Sofocle, Elettra 444-446); dall’altro
il racconto recupera, lungo la nuova rotta del viaggio di ritorno, cadenze narra-
tive e tratti eziologici tipici dei primi due libri. L’atmosfera, però, è più cupa e
precaria, fino ai picchi di sgomento segnati dal deserto libico o dall’oscurità si-
mile alla morte che sorprende i naviganti nel brano (IV 1694-1701) che abbiamo
più sopra riportato.

Relazioni La caratteristica di stabilire una relazione, per analogia o per contrasto, fra la rap-
ambiente-psicologia presentazione poetica e lo stato d’animo dei personaggi è ravvisabile nel «not-
dei personaggi
turno» di Medea (cfr. T. 11), in cui alla calma assoluta della notte e del sonno
18 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
degli esseri viventi è contrapposta l’angoscia della protagonista. Analogo proce-
dimento si ha anche nelle descrizioni paesaggistiche, come ad esempio in quella
dello squallido ambiente della Sirte, desolato e immerso in un mortale silenzio,
che rispecchia l’angoscia rassegnata degli Argonauti (IV 1237-40):
dovunque, su un fondo di alghe e mucillagine, passa
silenziosa la torbida schiuma. Verso terra la sabbia
si stende fino all’orizzonte, e non si scorgono né uccelli
né animali terrestri
[Tr. di A. Borgogno]

Il quadretto Il gusto schiettamente alessandrino per il quadretto di genere e la rappresenta-


di genere zione realistica, particolareggiata e talvolta addirittura impietosa, si ritrova in
descrizioni di personaggi come ad esempio il profeta Fineo (II 197-201):
Si levò dal letto, simile allo spettro di un sogno,
e appoggiandosi al bastone raggiunse la porta coi piedi
contratti, tastando le pareti: per l’età e lo sfinimento
gli tremavano le giunture nel camminare, e la sua pelle,
arida e incrostata di sudiciume, racchiudeva solo le ossa.
[Tr. di A. Borgogno]
Epica storica e didascalica: Apollonio

Gli alati figli di Borea vengono in


aiuto di Fineo, seduto davanti al suo
banchetto, contro le Arpie. Facciata di
un cratere attico a figure rosse (460 a.C.),
proveniente da Altamura. Parigi, Musée du
Louvre.

L’epica La descrizione di oggetti non è mai fine a se stessa, ma si ricollega al disegno


(e psicologica) complessivo del poema, attraverso allusioni o richiami non sempre immediati.
descrizione
degli oggetti Ad esempio, la descrizione del mantello di Giasone, dono di Atena, cui è dedi-
cata una sequenza di 47 versi, riprende evidentemente il topos della descrizione
dell’armatura dell’eroe (si pensi allo scudo di Achille, cui è dedicato quasi per
intero il XVIII libro di Iliade): dopo la minuziosa descrizione del prezioso capo
d’abbigliamento, il poeta accenna alla lancia impugnata da Giasone, liquidata in
un accenno di due versi, a rappresentare il carattere dell’eroe, il cui valore non
risiede nelle armi, ma nella capacità di seduzione.
LA NUOVA FIORITURA DELL’EPICA FRA III E II SECOLO A.C. 19
Le similitudini Anche le similitudini, particolarmente frequenti nel poema, costituiscono un’oc-
«intimistiche» casione per prendere le distanze dal modello omerico, spesso scandite da toni
intimistici, nella ricerca di una puntuale integrazione della similitudine nel con-
testo narrativo, producendo una corrispondenza stringente tra i due termini di
paragone. Talvolta, superato l’immediato effetto rappresentativo, la similitudine
apre spazi di approfondimento psicologico, come quando Apsirto, raggiunti i due
amanti fuggitivi, cerca di accattivarsi il favore della sorella (IV 459-462):
solo di fronte venendole, tentò con parole
la sorella, come tenero bimbo un torrente
invernale, che nemmeno i più forti attraversano.

«Una scena delicata che contrasta con quella cruenta dell’uccisione, descritta
subito dopo, e di cui non è solo l’ingenuità indifesa del fanciullo a essere assimi-
lata a quella di Apsirto, ma anche l’immagine del torrente diviene figura di una
Medea implacabile e temuta dai suoi nemici» (G. Monaco).

la nuova fioritura dell’epica fra iii


e ii secolo a.c.
l’epica mitologica e quella storica
Un genere
condannato
alla rovina dai
L a generale rinascita del genere epico che si ebbe fra III e II secolo a.C. fu in mi-
nima parte legata alla poetica callimachea: la perdita pressoché generaliz-
zata di questa produzione (se, come abbiamo fatto, consideriamo il caso di

Epica storica e didascalica: Apollonio


«callimachei»
Apollonio come a sé stante) e lo stesso giudizio di condanna che presto la
accompagnò anche nel mondo romano dipendono in primo luogo dai seguaci
di Callimaco e dai loro continuatori a Roma a partire dai cantores Euphorionis
dell’età di Silla.

Nomi e saghe… Questa massiccia produzione che continuava l’epica di ampio respiro dei secoli
precedenti ebbe contenuto in parte puramente mitologico, in parte storico-mi-
tologico o esclusivamente storico: in quest’ultimo caso si ispirò alle imprese di
condottieri e sovrani contemporanei o ad eventi legati a una città o a una regione.

…mitiche… Sia Menelao di Ege che Antagora di Rodi composero una Tebaide; Cleone di
Curio (Cipro) narrò al pari di Apollonio la saga argonautica; Diotimo di Adra-
mittio (Misia) tornò alle fatiche di Eracle (che sarebbero state ispirate all’eroe
dall’amore per Euristeo!).

…e storico In ambito storico-celebrativo Museo di Efeso compose encomi per i sovrani di


celebrative Pergamo (Eumene II e Attalo II); Simonide di Magnesia celebrò le gesta di An-
20 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
tioco (è incerto se Antioco I o II) contro i Galati, mentre Alessandro Magno era
già stato celebrato nei poemi di Anassimene di Lampsaco e di Cherilo di Iaso
(in Caria); storie e leggende locali trovarono i loro cantori nello stesso Apollo-
nio Rodio (Ktíseis di Alessandria, Cnido, Rodi ecc.) e in Eschilo di Alessandria
(Messeniaká), Demostene di Bitinia (Bithyniaká), Ideo di Rodi (Rhódia), Nican-
dro di Colofone, probabilmente diverso dall’autore dei Theriaká (Sikelía, The-
baiká, Aitoliká ecc.), Riano di Bene o di Itome (v. sotto), Niceneto di Samo (sulla
storia samia), Festo (Makedoniká?), Policrito di Mende (Sikeliká).
Solo per pochi fra gli epici ellenistici possediamo testimonianze attendibili e
qualche frammento di una certa estensione. Qualcosa di più possiamo dire solo
del ricordato Riano e, sul versante «callimacheo», di Euforione.

riano
F orse di origine servile (secondo la Suda sarebbe stato in origine uno schiavo
utilizzato come guardiano di una palestra), Riano (Ῥιανός) di Bene (Creta) o
di Itome (Messenia) svolse probabilmente la sua attività ad Alessandria.
Compose un’Eraclea e poemi ispirati ai miti e alle vicende storiche dell’Acaia
(Ἀχαικά, in almeno 4 libri), della Tessaglia (Θεσσαλικά, in almeno 16 libri)
e dell’Elide (Ἠλιακά, in almeno 3 libri), di cui abbiamo pochi frammenti.

I Μεσσηνιακά Meglio conosciamo un altro poema di questo tipo, riguardante la Messenia


(Μεσσηνιακά, in almeno 6 libri), dato che esso fu utilizzato da Pausania nel
libro IV della sua Periegesi come fonte per la storia della seconda guerra mes-
senica, tradizionalmente collocata a metà del VII secolo a.C. L’epopea di Riano
riguarda più precisamente la fase finale di questa seconda guerra, a partire dalla
Epica storica e didascalica: Apollonio

battaglia detta della Fossa Grande.

Frammenti superstiti Si concorda in genere nell’attribuire a questo poema alcuni frammenti papiracei
(P. Oxy. 2522 A-B e 2883 = Supplementum Hellenisticum, nrr. 923 e 946-947,
Lloyd-Jones/Parsons).
Suppl. Hell. 923 contiene parte del discorso di un capo militare che invita gli
ascoltatori, preoccupati per un imminente pericolo, a trattenere i lamenti, e li
esorta a cercare la salvezza fuggendo sul mare per fondare una colonia.
Anche Suppl. Hell. 946 fa parte del discorso di un capo militare, che esorta ad
attaccare gli Spartani la mattina del giorno dopo e a vegliare sulla città per quel-
la notte. Suppl. Hell. 947 descrive invece il tramonto che «giunse gradito» agli
Spartani dopo una sconfitta e naturalmente sgradito agli avversari, che esultano
e vorrebbero continuare la lotta nonostante le tenebre:
Ὡς [εἰπὼν ἀ]πέπαυσε μάχην, ἐπίθοντο δὲ λαοί
νυ[κτὶ θοῇ], νίκη γὰρ ἀγαλλόμενοι ποθέεσκον
κα[ί]περ κ[ε]κμηῶτες ἀνὰ κνέφας ἀντιάασθαι,
ἀσπασίη δὲ Λάκωσιν ἐπήλυθε νυκτὸς ὀμίχλη.
LA NUOVA FIORITURA DELL’EPICA FRA III E II SECOLO A.C. 21
Così [avendo detto] pose fine allo scontro, e obbedirono i soldati
alla [rapida] notte: insuperbiti dalla vittoria quelli bramavano
pur sfiniti di scontrarsi nella tenebra,
ma gradito giunse agli Spartani il buio della notte.

analisi del testo


È agevolmente riconoscibile il modello della «Battaglia in- ma è caratteristico della tecnica manieristica di un poeta
terrotta», come si titolava l’VIII canto dell’Iliade, e in parti- ellenistico che lo spunto iliadico sia forzato al di là delle
colare dei vv. 487 s. Τρωσὶν μέν ῥ᾽ ἀέκουσιν ἔδυ φάος, convenzioni omeriche con la notazione che i nemici degli
αὐτὰρ Ἀχαιοῖς/ ἀσπασίη τρίλλιστος ἐπήλυθε νὺξ Spartani avrebbero voluto addirittura continuare lo scontro
ἐρεβεννή («Con dolore dei Teucri cadde la luce; invece agli durante la notte.
Achei/ giunse gradita, tre volte invocata, la notte buia»),

Frammenti di incerta Molto più incerta è l’attribuzione a Riano degli esametri di contenuto mitologico
attribuzione o etnografico di cui un altro papiro (P. Oxy. 2819) conserva brevi frammenti
congiuntamente a note di commento (Suppl. Hell. nr. 941-945).
Il frammento più lungo sicuramente attribuibile a Riano (1 Powell), ma che non
sappiamo a quale opera attribuire, consta di 21 esametri e si riferisce alla folle
superbia degli uomini. Il brano pare tra l’altro rivolto a colpire l’ideologia elle-
nistica della divinità del sovrano: gli uomini non hanno senno; chi è povero non
riesce a migliorare; chi ha il potere si considera pari a un dio e dimentica di essere
un uomo, ma poi viene colpito da Ate.

Epigrammi Abbiamo inoltre alcuni epigrammi, conservati nell’Antologia Palatina (cinque


erotici, tre dedicatorî).

Epica storica e didascalica: Apollonio


Considerazioni Dal poco che di questo poeta ci resta risulta che la sua lingua era più semplice, e
stilistiche più vicina al modello omerico, rispetto a quella di Apollonio Rodio, anche se la
sua tecnica versificatoria appare piuttosto raffinata, orientata da un’esigenza di
normalizzazione analoga a quella callimachea.

euforione
Notizie biografiche
F ra i pochi che seguirono la traccia callimachea fu invece Euforione (Εὐφορίων)
di Calcide (Eubea), nato verso il 275 a.C. e morto in Siria intorno al 200. Da
Atene, dove attese per lunghi anni a studi filosofici e grammaticali, passò in Tra-
cia e quindi, verso il 220, fu chiamato da Antioco III, che lo mise a capo della
biblioteca di Antiochia. Qui o ad Apamea morì e fu sepolto.

Monografie, Le sue opere comprendevano monografie storiche (Sugli Alevadi, Sui giochi
epigrammi Istmici, Sui poeti lirici), epigrammi e soprattutto poemetti narrativi in cui predo-
e poemetti narrativi
minava il compiacimento per le dotte interpretazioni delle leggende e degli ora-
22 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
coli, per le singolari storie d’amore, per le metamorfosi e i motivi romanzeschi.
Si tratta in particolare della Mopsopia (il cui titolo deriva da un antico nome
dell’Attica), dell’Esiodo e delle Chiliadi (Χιλιάδες «Migliaia»).

Le Chiliadi Queste ultime, divise in 5 libri, contengono una raccolta di oracoli che si erano
compiuti entro un lasso di mille anni come prova della punizione che dovevano
attendersi coloro che avevano defraudato Euforione del suo denaro.
Delle Chiliadi facevano forse parte le Imprecazioni ovvero Il ladro del vaso
(Ἀραὶ ἢ Ποτηριοκλέπτης), di cui un manoscritto su pergamena del V secolo
d.C. ci ha restituito un frammento dove il poeta, accumulando esempi mitologici,
maledice un tale che lo ha derubato.

Il Trace Anche il Trace, di cui un papiro del II secolo d.C. ci ha conservato alcuni versi
(P. S. I. 1390 = Suppl. Hell. 413-415), conteneva un’invettiva con esempi mito-
logici. Tenendo conto dell’Ibis di Callimaco e di altri analoghi esempi (ad es. le
Dirae pseudo-virgiliane), si può pensare che la poesia ellenistica avesse dato a
questo soggetto, precedentemente confinato alla magia delle tavole di maledizio-
ne (le tabellae defixionis), il prestigio di forma letteraria erudita.

Fortuna Nell’accanita ricerca di rarità mitiche e leggendarie e nella studiata oscurità


sui «poeti nuovi» dell’espressione Euforione sembra esasperare virtuosisticamente la poetica e i
romani
mezzi di Callimaco: certamente esercitò grande influenza sui «poeti nuovi» ro-
mani, che furono perciò definiti ironicamente da Cicerone (Tusc. disp. III 19, 45)
cantores Euphorionis.

la poesia didascalica: arato


Epica storica e didascalica: Apollonio

e nicandro
In età ellenistica rifiorisce quel filone didascalico inaugurato dagli Erga esio-
dei e continuato in chiave sapienziale nei poemi filosofici di Parmenide e di
Empedocle.

La trasformazione Il rapporto fra poeta e destinatario appare profondamente mutato: il «tu» apo-
del genere strofato si riduce in genere a pretesto per dialogare con un lettore generico e
indifferenziato; il ricorso al mito diventa excursus ornamentale, ormai privo di
un autentico valore paradigmatico; soprattutto, la scelta dei temi non deriva più
dall’esperienza o dalla speculazione degli autori, ma presuppone una tradizione
di scritti specialistici in prosa. Così un poema destinato a porsi come un modello
del genere, i Fenomeni di Arato, si presenta come la raffinata elaborazione po-
etica di trattati astronomici, mentre i poemi di Nicandro di Colofone appaiono
strettamente legati ai trattati farmacologici di Apollodoro di Alessandria.
LA POESIA DIDASCALICA: ARATO E NICANDRO 23
Gli ambiti trattati Gli ambiti sono assai vari: ad esempio Peristefano di Cirene, discepolo di Cal-
limaco, scrisse un’opera Sui fiumi, probabilmente riallacciandosi allo scritto del
maestro Sui fiumi del mondo, e poemi astronomici e geografici furono composti
nel I secolo a.C. da Alessandro di Efeso. Ma il filone di poemi di argomento ge-
ografico, che troverà molto più tardi un’opera di grande successo nel poema di
Dionisio Periegeta, vide anche opere con caratteristiche diverse.

La funzione In esse la scelta della forma poetica non sembra legata a intenzioni letterarie
della forma poetica quanto piuttosto all’esigenza di usare uno strumento espressivo capace di meglio
imprimersi nella memoria, come la Periegesi dello Pseudo-Scimno (composta
verso il 110 a.C.) e la Descrizione dell’Ellade di Dionisio figlio di Callifonte (I
secolo a.C.?), nelle quali si adopera, con uno scarto dalla tradizione esametrica,
il trimetro giambico.

arato
Notizie biografiche
A rato (Ἄρατος) nacque a Soli (in Cilicia) verso il 315 a.C. e studiò dapprima
ad Efeso con Menecrate, grammatico e poeta, che scrisse in versi sull’agri-
coltura e l’apicultura, poi ad Atene, dove si appassionò di filosofia (specialmente
stoica). Soggiornò successivamente, dal 276, a Pella, in Macedonia, presso la
corte di Antigono Gonata, dove celebrò in uno o due inni il matrimonio dello
stesso Antigono con Fila, sorellastra di Antioco II, e incontrò Alessandro Etolo.
Poi fu in Siria presso Antioco I, ma in seguito tornò definitivamente in Macedo-
nia, dove morì verso il 240.

Opere varie Curò un’edizione dell’Odissea, compose epicedi per la morte di amici e una rac-

Epica storica e didascalica: Apollonio


colta di poesie brevi di argomento vario, di cui nulla ci è rimasto.

Origine e struttura Tuttavia la sua fama è legata ai Fenomeni (Φαινόμενα, propriamente «Le co-
compositiva se che si vedono», s’intende nel cielo), poemetto didattico in 1154 esametri
dei Fenomeni
composto sulla scorta di un trattato omonimo nonché di un altro scritto, intito-
lato Specchio (Ἔνοπτρον), dell’astronomo del IV secolo Eudosso di Cnido.
L’opera si divide nettamente in due parti: la prima (fino al v. 732) descrive le
costellazioni e narra i miti in rapporto ai quali esse hanno assunto i loro nomi;
la seconda (vv. 733-1154), già distinta da Cicerone, che la tradusse in latino,
col titolo specifico di Prognostica (Προγνώσεις διὰ σημείων «Previsioni at-
traverso i segni» o Διοσημίαι «Segni celesti»), è una sorta di trattato di mete-
orologia popolare.
T. 1 In apertura si colloca un breve ma solenne inno a Zeus e alle Muse (vv. 1-18).
Poi Arato descrive la volta del cielo e le costellazioni dei due emisferi (vv.
19-461) e in questa parte inserisce, trattando della costellazione della Vergine,
una digressione su Astrea e sulla successione delle generazioni umane (vv.
T. 2 96-136).
24 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO
Una seconda sezione della prima parte del poema tratta dei circoli che divido-
no in zone la sfera celeste (vv. 462-558), una terza della levata e del tramonto
astronomici delle costellazioni dello zodiaco (vv. 559-732).

La seconda parte, Nella seconda parte (come detto, i Prognostica) l’esame dei fenomeni natura-
i Prognostica li che possono rappresentare segni (σημεῖα) di variazioni meteorologiche ha
un notevole interesse documentario in quanto serbatoio di sapienza folclorica.
I segni in questione, infatti, non riguardano solo i fenomeni celesti ma anche le
congetture desunte dall’osservazione di animali, piante, oggetti. Il testo, inoltre,
procede per ritmi più rapidi e formulazioni più secche, secondo lo schema base
«quando... allora»; cfr. ad esempio i vv. 1113-1123:
Gli aratori e i vaccari riconoscono dai buoi
il sollevarsi di una tempesta, perché quando i buoi
1115 leccano all’intorno gli zoccoli del loro piede anteriore,
o quando coricandosi si stendono sul fianco destro,
il vecchio aratore prevede il rinvio del lavoro.
E quando le vacche si radunano moltiplicando i muggiti
nel rientrare alla stalla all’ora in cui si stacca il giogo,
1120 subito le giovenche congetturano tristi che non potranno
saziarsi d’erba nei prati prima della tempesta.
E se le capre si affrettano a brucare le spine di leccio,
non ci sarà bel tempo, né se le scrofe impazzano nel brago.

Fortuna immediata I Fenomeni ebbero un’enorme fortuna. Suscitarono, fra l’altro, immediati entu-
siasmi – Callimaco, nel Contro Prassifane (fr. 460 Pfeiffer), definì Arato «dotto
e valente» – ma presto anche critiche e rettifiche: già nel II secolo a.C. l’astrono-
mo Ipparco di Nicea compose un Commento ai Fenomeni di Eudosso e di Arato.
Tutto questo provocò anche un diffuso inquinamento del testo attraverso glosse,
Epica storica e didascalica: Apollonio

interpolazioni, varianti, e promosse a più riprese nei letterati romani l’impulso ad


apprestare una traduzione in latino (vedi scheda).

nicandro
Cronologia
controversa N icandro (Νίκανδρος) nacque a Colofone da una famiglia che esercitava il
sacerdozio di Apollo Clario e fu attivo intorno alla metà del II secolo a.C.
Le notizie biografiche su di lui sono, però, contraddittorie: ora lo fanno con-
temporaneo di Callimaco o lo datano alla fine del III secolo a.C., ora la pongo-
no nel II secolo a.C.: in particolare, una biografia trasmessa nel corpus degli
scoli gli attribuisce un inno ad Attalo III, che salì al trono nel 138 a.C.
Accettando questa cronologia, è allora da distinguere da lui il poeta epico Ni-
candro di Colofone, figlio di un Anassagora, onorato su un’iscrizione delfica
del 258 a.C. e autore di poemi storici e di Metamorfosi (Ἑτεροιούμενα) in 5
libri.
LA POESIA DIDASCALICA: ARATO E NICANDRO 25
Θηριακά e Ci sono giunti integri sotto il nome di Nicandro due poemi didascalici in esame-
Ἀλεξιφάρμακα tri: i Θηριακά («Rimedi contro gli animali velenosi»), in 958 esametri, sui rime-
di contro le morsicature delle bestie velenose, e gli Ἀλεξιφάρμακα («Antidoti»,
«Contravveleni»), in 630 esametri, sui veleni che derivano da animali, piante e
minerali e i rispettivi antidoti.

Tra erudizione La materia, soprattutto quella dei Theriaca, è desunta da uno specialista in vele-
scientifica e curiosità ni, un Apollodoro di Alessandria vissuto tra la fine del IV e l’inizio del III secolo
folclorica
a.C., ma come nel caso di Arato le osservazioni scientifiche si alternano a spunti
desunti dal folclore; la dizione resta quasi sempre piattamente espositiva (se si
eccettua qualche squarcio descrittivo come quello offerto dalla lotta dell’aquila
col serpente in Theriaca 438 ss.).

Epica storica e didascalica: Apollonio

Segni zodiacali
commentati in un codice
medievale dell’818,
conservato a Salisburgo.
26 EPICA STORICA E DIDASCALICA: APOLLONIO

FortUna letteraria

traduzioni e permanenze nel mondo latino dei poemi didascalici


di arato e nicandro
I Fenomeni di Arato, che fanno un parco uso della mitologia astrale per ravvivare la materia scientifica,
ebbero notevole successo a Roma, dove furono tradotti da Cicerone che ne curò una versione poetica (gli
Aratea) e furono presi come modello da Lucrezio e Virgilio.
In età imperiale l’attualità dell’opera di Arato permane, anche per il crescente interesse della cultura
romana riguardo all’astrologia, un interesse dovuto in parte all’influsso delle civiltà orientali, in parte
all’impiego politico e propagandistico che gli imperatori fanno delle teorie astrali. Sul modello del poema
di Arato, in età giulio-claudia Manilio compone gli Astronomica, un poema didascalico d’ispirazione stoica.
Nello stesso periodo Germanico, figlio adottivo dell’imperatore Tiberio e designato come suo successore,
scrive un poemetto in esametri, gli Aratea, cioè una traduzione dei Fenomeni di Arato. L’opera del poeta-
scienziato di Soli sarà di nuovo tradotta in età tardo antica da avieno (IV sec. d.C.).
Oltre ad Arato, degno di menzione per l’influsso sulla poesia didascalica latina è anche nicandro, special-
mente per due poemi perduti: le Georgiche, che secondo Quintiliano (Inst. orat. X 1, 56) furono una delle
fonti principali delle Georgiche virgiliane, e le Metamorfosi, la cui materia era affine a quella dell’omonimo
poema di Ovidio, come si ricava dai riassunti dei miti trattati nell’opera di Partenio di Nicea.
Epica storica e didascalica: Apollonio
Epica storica e
didascalica: Apollonio

Argonautiche
T. 1 Il proemio Invece che con l’invocazione alla Musa, tradizionale esordio del poema epico fin
da Omero, le Argonautiche si aprono con una movenza innodica in onore del dio
Apollo, al cui nome è immediatamente accostato il riferimento al κλέος degli
antichi eroi, di cui il poeta si appresta a celebrare le gesta. Viene poi precisato il
motivo dell’impresa ed esposto l’antefatto delle vicende, scaturite essenzialmen-
te da un motivo di costrizione (v. 3 ἐφημοσύνῃ Πελίαο «dietro ingiunzione
di Pelia»). Pelia, re di Iolco in Tessaglia, aveva ricevuto dall’oracolo di Delfi la
profezia di una sorte orribile che l’attendeva per mano di qualcuno, calzato di
un solo sandalo: egli non fece fatica a riconoscere chi lo minacciava quando, nel
corso di una cerimonia in onore di Posidone, si presentò a palazzo il nipote Già-
sone, figlio di Esone cui Pelia aveva usurpato il trono. Il giovane aveva perso uno
dei sandali nel guadare un fiume, mentre si stava recando alla festa. Alla vista di
Giàsone con un piede nudo, Pelia si rammentò dell’oracolo e pensò di sbarazzarsi

Epica storica e didascalica: Apollonio


del nipote affidandogli il compito di conquistare il vello d’oro, nella speranza di
non vederlo più tornare da quel viaggio.

Argonautiche Ἀρχόμενος σέο Φοῖβε παλαιγενέων κλέα φωτῶν


I 1-22 μνήσομαι οἳ Πόντοιο κατὰ στόμα καὶ διὰ πέτρας

Da te sia l’inizio, Febo, a che io ricordi le gesta


degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto

1 Ἀρχόμενος σέο Φοῖβε: l’impiego alle Muse, costituisce un’infrazione alla 19: σέο δ᾽ ἀρχόμενος κλέα φωτῶν/ ἄσο-
in sede proemiale di ἄρχομαι con il gen. norma epica, che trova la sua giustifica- μαι ἡμιθέων «cominciando da te, canterò
(σέο è forma ionico-epica per σοῦ), prece- zione nel ruolo di assoluta centralità che il le gesta gloriose dei semidei».
duto o meno da ἐκ, è stilema innografico dio assume nel corso del poema. - Κλέα
di uso consolidato (vedi ad esempio Esio- φωτῶν: l’espressione costituisce una va- 2 Πόντοιο κατὰ στόμα: la perifrasi
do, Teogonia 1 Μουσάων Ἑλικωνιάδων riazione rispetto ad Iliade IX 189: ἄειδε è consueta, sia in prosa che in poesia, per
ἀρχώμεθ᾽ ἀείδειν; Arato, Fenomeni 1 Ἐκ κλέα ἀνδρῶν «cantava la gloria degli eroi» indicare il Bosforo (es. Tucidide IV 75, 2;
Διὸς ἀρχώμεσθα). - Φοῖβε: «il lumino- (è Achille che, ritiratosi nella sua tenda, si Teocrito XXII 28).
so, lo splendente», è epiteto formulare di diletta con il canto eroico); interessante il
Apollo. L’invocazione ad Apollo, anziché confronto con l’Inno XXXII (a Selene) 18- 2-3 διὰ πέτρας Κυανέας: le rupi
28 ARGONAUTICHE
Κυανέας βασιλῆος ἐφημοσύνῃ Πελίαο
χρύσειον μετὰ κῶας ἐύζυγον ἤλασαν Ἀργώ.
5 Τοίην γὰρ Πελίης φάτιν ἔκλυεν, ὥς μιν ὀπίσσω
μοῖρα μένει στυγερή, τοῦδ’ ἀνέρος ὅντιν’ ἴδοιτο
δημόθεν οἰοπέδιλον ὑπ’ ἐννεσίῃσι δαμῆναι·
δηρὸν δ’ οὐ μετέπειτα τεὴν κατὰ βάξιν Ἰήσων,
χειμερίοιο ῥέεθρα κιὼν διὰ ποσσὶν Ἀναύρου,
10 ἄλλο μὲν ἐξεσάωσεν ὑπ’ ἰλύος ἄλλο δ’ ἔνερθεν

e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,


guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave.
5 Il re Pelia aveva appreso un oracolo, che l’aspettava
una sorte atroce in futuro: chi tra i suoi sudditi
avesse visto venire calzato di un solo sandalo,
quello con le sue trame gli avrebbe dato la morte.
Non molto tempo dopo, secondo il tuo oracolo, Giasone,
10 mentre guadava d’inverno l’Anauro, trasse in salvo dal fango

Cianee (ovvero «Scure») erano isole roc- macchinazioni della matrigna Ino. Durante la fra «suggerimento, consiglio» e «volon-
ciose, poste all’imboccatura del Bosforo, la fuga Elle cadde nel mare che da lei prese tà, decisione». - οἰοπέδιλον: «con un solo
dette anche Simplegadi, «Cozzanti» (συ- il nome di Ellesponto, mentre Frisso, rag- sandalo»; hapax dal significato trasparen-
μπλήγαδες, cfr. il verbo συμπλήσσω). giunta la Colchide, trovò ospitalità presso te (οἶος e πέδιλον). Pindaro, trattando lo
Secondo la leggenda, esse cozzavano le il re Eeta, e in segno di riconoscenza, sa- stesso mito, preferisce μονοκρήπις: Piti-
une contro le altre, stritolando le imbar- crificò a Zeus il montone dal vello d’oro ca IV 73-75: ἦλθε δέ οἱ κρυόεν πυκινῷ
cazioni che vi si fossero avventurate. La cui doveva la propria salvezza. - Ἀργώ: μάντευμα θυμῷ/ (...) τὸν μονοκρήπιδα
nave Argo fu la prima ad attraversarle in- il nome della nave deriva da Argo, il suo πάντως/ ἐν φυλακᾷ σχεθέμεν μεγάλα
colume e da allora in poi le Simplegadi si costruttore. Uno scolio cita una diversa «e un oracolo venne ad agghiacciare a lui
fermarono definitivamente, consentendo tradizione, risalente a Ferecide, secondo la (sc. Pelia) il cuore sagace (…): guardarsi
l’accesso al Ponto Eusino. Si veda anche quale deriverebbe dal nome di un figlio di bene dall’uomo con un solo calzare». Al-
Epica storica e didascalica: Apollonio

Euripide, Medea 1-2: Εἴθ᾽ ὤφελ᾽ Ἀργοῦς Frisso. trove Giasone è definito μονοσάνδαλος
μὴ διαπτάσθαι σκάφος/ Κόλχων ἐς (Apollodoro, I 9,16), μονοπέδιλος (scolio
αἶαν κυανέας Συμπληγάδας «Oh, se la 5 Τοίην ... ἔκλυεν: «Infatti Pelia aveva a Licofrone 127).
nave Argo non fosse mai volata attraverso udito un tale oracolo». - φάτιν: il termi-
le cupe Simplegadi, fino alla terra dei Col- ne φάτις (dalla radice φα- di φημί) è qui 8 τεὴν κατὰ βάξιν: «secondo la tua
chi!». - ἐφημοσύνη: (ἐφίημι) termine già impiegato nel senso di «voce che interpre- profezia». Il poeta continua a rivolgersi
omerico e d’uso prevalentemente poetico: ta il volere divino, oracolo», un’accezione direttamente ad Apollo usando la seconda
«ingiunzione, ordine». - Πελίαο: genitivo estranea all’uso omerico, che si riscontra persona (così come al v. 1 σέο), dimostran-
epico di Πελίας (o Πελίης, v. 5, forma io- a partire dai tragici (es. Sofocle, Edipo Re do nei suoi confronti un atteggiamento di
nica). Pelia, figlio di Poseidone e di Tiro, 1440: Ἀλλ᾽ ἥ γ᾽ ἐκείνου πᾶσ᾽ ἐδηλώθη confidente familiarità e sottolineando l’in-
diviene re di Iolco, in Tessaglia, dopo aver φάτις «ma la sua parola è stata resa nota a tima connessione fra il dio e la spedizione
usurpato il potere al fratellastro Esone, pa- tutti», con allusione al responso di Apollo). oggetto del canto. - βάξιν: «voce, parola»
dre di Giasone. Cerca quindi di sbarazzarsi (dall’onomatopeico βάζω), spesso nel si-
di Giasone, individuato da un oracolo come 5-7 ὥς ... δαμῆναι: «che in futuro lo gnificato di «responso, oracolo». È ter-
una minaccia per il suo potere, imponendo- attenda un destino orribile, che egli sa- mine non omerico, attestato nella lirica e
gli un’impresa pressoché impossibile: re- rebbe morto per le trame di quell’uomo tra soprattutto nella tragedia, d’uso frequente
carsi nella Colchide per recuperare il vello i suoi sudditi che avesse visto con un solo in Apollonio.
d’oro. sandalo». - μιν: αὐτόν. - δημόθεν: avver-
bio composto da δῆμος e il suffisso -θεν 9 χειμερίοιο ... Ἀναύρου: l’Anauro è
4 χρύσειον ... Ἀργώ: «spinsero verso il della provenienza. - ὑπ᾽ ἐννεσίησι: di un fiume a carattere torrentizio della Tes-
vello d’oro Argo ben costruita». - χρύσειον uso esclusivamente epico, impiegato solo saglia, che scorre presso Iolco e sfocia nel
μετὰ κῶας: il termine κῶας sta ad indica- al plurale, il sostantivo (etimologicamente Golfo di Pagase.
re il vello d’oro già in Mimnermo, fr. 11, 1 connesso col verbo ἐνίημι), presente già in
West. Si tratta del vello del montone invia- Omero e in Esiodo, gode di particolare for- 10-11 ἄλλο μὲν ... προχοῆσιν: «riu-
to da Zeus a Frisso, perché, insieme con la tuna in età tarda, soprattutto in Apollonio e scì a salvare dal fango un sandalo, l’altro lo
sorella Elle, potesse mettersi in salvo dalle in Quinto Smirneo. Il suo significato oscil- lasciò sul fondo, in balia della corrente». -
IL PROEMIO 29
κάλλιπεν αὖθι πέδιλον ἐνισχόμενον προχοῇσιν·
ἵκετο δ’ ἐς Πελίην αὐτοσχεδόν, ἀντιβολήσων
εἰλαπίνης ἣν πατρὶ Ποσειδάωνι καὶ ἄλλοις
ῥέζε θεοῖς, Ἥρης δὲ Πελασγίδος οὐκ ἀλέγιζεν·
15 αἶψα δὲ τόνγ’ ἐσιδὼν ἐφράσσατο, καί οἱ ἄεθλον
ἔντυε ναυτιλίης πολυκηδέος, ὄφρ’ ἐνὶ πόντῳ
ἠὲ καὶ ἀλλοδαποῖσι μετ’ ἀνδράσι νόστον ὀλέσσῃ.
Νῆα μὲν οὖν οἱ πρόσθεν ἔτι κλείουσιν ἀοιδοί
Ἄργον Ἀθηναίης καμέειν ὑποθημοσύνῃσι·

un sandalo solo, e l’altro lo lasciò in fondo all’acqua.


Presto giunse da Pelia, per prendere parte al banchetto
che il re celebrava in onore di Posidone suo padre
e degli altri dei: ma di Era Pelasga non ebbe pensiero.
15 Appena vide Giasone capì, e pensò per lui la fatica
d’un duro e lungo viaggio, sperando che in mare
o tra genti straniere perdesse la via del ritorno.
Come Argo costruì la sua nave, con il consiglio di Atena,
cantano i poeti di un tempo: io voglio invece qui dire

ἐξεσάωσεν: aoristo da ἐκσαόω, forma si curò di Era Pelasgica». La dea Era vie- gnificato attivo, come nel presente conte-
epica di ἐκσῴζω. - κάλλιπεν: sta per ne definita «Pelasgica», perché oggetto sto, sia nel senso passivo «che prova mol-
κατέλιπεν, aoristo di καταλείπω, con di culto particolare nella Pelasgiotide, ti dolori», come in IV, 1073. - ὄφρ(α):
apocope e assimilazione. Non è da esclu- una regione della Tessaglia. Fin dalla connesso con ὀλέσσῃ del verso succes-
dere che Apollonio abbia qui presente il tradizione omerica Era è presentata co- sivo, introduce la proposizione finale;
fr. 5 West di Archiloco (il famoso fram- me protettrice di Giasone: in particolare il mancato uso dell’ottativo obliquo in
mento dello scudo), vv. 1-3: ἀσπίδι μὲν aiuta l’eroe ad attraversare le Simplegadi dipendenza da tempo storico (ἔντυε) è
Σαΐων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνῳ,/ (Odissea XII, vv. 71-72: καί νύ κε τὴν fenomeno consueto in Apollonio.

Epica storica e didascalica: Apollonio


ἔντος ἀμώμητον, κάλλιπον οὐκ ἐθέ- ἔνθ᾽ ὦκα βάλεν μεγάλας ποτὶ πέτρας,/
λων·/ ψυχὴν δ᾽ ἐξεσάωσα «uno dei Sai ἀλλ᾽ Ἥρη παρέπεμψεν, ἐπεὶ φίλος 17 νόστον ὀλέσσῃ: «perda il ritor-
si gloria per lo scudo che abbandonai ἦεν Ἰήσων «e quasi scagliavano anche no». Il nesso si trova anche in Odissea
presso un cespuglio, arma irreprensibile essa [la nave Argo] contro le grandi roc- XXIII 68, ὤλεσε τηλοῦ νόστον Ἀχαι-
lo lasciai pur non volendo, ma salvai me ce, ma Era la dirottò, poiché Giasone era ΐδος, ὤλετο δ᾽ αὐτός «perse il ritorno
stesso». - προχοῆσιν: da Omero in poi a lei caro»). La dea favorisce la spedizio- lontano da Acaia e si perse lui stesso».
presente nel significato di «foce», il ter- ne degli Argonauti per mettere in atto la
mine προχοαί è qui usato nell’accezione propria vendetta contro Pelia, reo di aver- 18-19 Νῆα ... ὑποθημοσύνησι: «i
inusuale e posteriore di «corso del fiu- la trascurata: assicuratosi il vello d’oro, cantori di un tempo ancora oggi canta-
me», o anche: «flutti, correnti». Giasone porterà con sé in Grecia Medea, no come Argo costruì la nave dietro ispi-
che sarà l’artefice della morte di Pelia. razione di Atena». - ἔτι κλείουσιν:
13 εἰλαπίνης: il termine ha qui il Apollonio sottolinea come il canto degli
significato di «banchetto con sacrificio», 15 αἶψα ... ἐφράσσατο: «non ap- antichi poeti sia ancora vivo ai suoi tem-
«festa sacrificale» (cfr. Ateneo VIII 64 «i pena lo ebbe visto, capì». Il soggetto è pi. - καμέειν: infinito epico di κάμνω
sacrifici e i banchetti più sontuosamente Pelia, che riconosce in Giasone il gio- «costruisco con fatica». - Ἀθηναίης ...
allestiti gli antichi li chiamavano eilápi- vane οἰοπέδιλον vaticinatogli e decide ὑποθημοσύνησι: Catullo 64, 9-10, ri-
nai (“feste solenni”), e chi vi prendeva pertanto di sbarazzarsene, imponendogli prendendo la saga degli Argonauti, sotto-
parte eilapinastaí» [tr. di A. Marchiori]), un’impresa (ἄεθλον) da cui avrebbe do- linea in modo ancor più marcato il ruolo
secondo un’accezione che non si riscon- vuto non ritornare. di Atena nella costruzione della nave: ip-
tra in Omero, dove εἰλαπίνη significa sa levi fecit volitantem flamine currum,/
semplicemente «banchetto», distinto da 16 ἔντυε: da ἐντύω o ἐντύνω «pre- pinea coniungens inflexae texta carinae
γάμος, «banchetto nuziale» e da ἔρανος, dispongo», verbo di uso già omerico. - «costruì lei stessa un carro che un soffio
«banchetto comune», nel quale ogni com- πολυκηδέος: «che procura molti dolo- di vento facesse volare, congiungendo
mensale contribuisce alle provviste. ri» (da πολύς e κῆδος). È epiteto che in travi di pini a formare la curva carena»
Omero è usato solo nel nesso πολυκηδέα [tr. di L. Canali].
14 Ἥρης ... οὐκ ἀλέγιζεν: «ma non νόστον; Apollonio lo riprende sia in si-
30 ARGONAUTICHE
20 νῦν δ’ ἂν ἐγὼ γενεήν τε καὶ οὔνομα μυθησαίμην
ἡρώων, δολιχῆς τε πόρους ἁλός, ὅσσα τ’ ἔρεξαν
πλαζόμενοι· Μοῦσαι δ’ ὑποφήτορες εἶεν ἀοιδῆς.

20 la stirpe degli eroi ed il nome, e i lunghi viaggi per mare,


e tutte quante le imprese che essi compirono
nel loro errare. Siano le Muse ministre del canto.
[Tr. di G. Paduano]

20-21 νῦν ... ἡρώων: «ora io vorrei del mito della costruzione della nave 22 Μοῦσαι ... ἀοιδῆς: «le Muse siano
ricordare la stirpe e il nome degli eroi». Argo, un tema diffuso nell’epica arcaica ministre del canto». - ὑποφήτορες: l’ag-
- ἐγώ: il pronome di prima persona è in nei confronti del quale il poeta ostenta in- gettivo, carico di una chiara connotazione
forte contrapposizione con οἱ πρόσθεν differenza. - οὔνομα: forma ionica, usata sacrale, implica un rovesciamento rivolu-
ἀοιδοί del v. 18. Apollonio rifiuta il ca- in poesia, per ὄνομα. - δολιχῆς τε πό- zionario nel rapporto fra il poeta e le Muse:
none omerico dell’impersonalità, ponen- ρους ἁλός: «le lunghe distese di mare». le divinità risultano in posizione di subor-
do in rilievo, in modo polemico, il pro- L’aggettivo δολιχῆς è riferito in enallage dine (ὑπό) rispetto l’autonoma scelta crea-
prio ruolo di narratore. In questa prospet- ad ἁλός, ma è logicamente connesso con trice del poeta.
tiva si colloca la recusatio nei confronti πόρους.

analisi del testo


Al principio non troviamo la Musa, come in Omero, ma Apollo, a congedo dai propri personaggi raccomandando loro il successo
cui per altro il poeta non chiede aiuto per intraprendere la sua letterario del poema (IV 1773 ss.: «Siate propizi, eroi, figli de-
fatica: egli invece dichiara, con un movimento che ha un pre- gli immortali, e questo mio canto/ possa di anno in anno esse-
ciso precedente negli Inni attribuiti a Omero (per ἀρχόμενος re sempre più dolce/ agli uomini»). In questo cerchio che lega
σέο cfr. ad es. Inno a Demetra 1 Δήμητρ᾽ ἠΰκομον … il poeta ad Apollo e agli eroi anche le Muse hanno uno spazio,
ἀρχομ᾽ ἀείδειν, per μνήσομ(αι) cfr. Inno a Demetra 495 e ma uno spazio che, con inversione dell’antico rapporto, le vede
Inno ad Apollo 546), di voler cominciare da lui il proprio canto. subordinate al poeta (v. 22) come ὑποφήτοερς («ministre»,
Ma il modulo innodico, per quanto importante sia il ruolo di «interpreti»), oggetto di un augurio (non già di una preghiera)
Apollo nel poema, appare come atrofizzato, tanto più che del in terza persona (εἶεν).
dio neppure più si parla nel seguito del proemio, dedicato a Se il proemio dell’Odissea cercava la comunicazione con la Musa
Epica storica e didascalica: Apollonio

un sunto veloce degli antefatti e destinato a mettere a fuoco (Ἄνδρα μοι ἔννεπε) perché anche al cantore che nel presen-
il contrasto fra Pelia e Giasone. In effetti Apollo viene a con- te la invocava concedesse qualcosa della propria onniscienza
figurarsi come uno spettatore privilegiato dell’azione che va (εἰπὲ καὶ ἡμῖν 10 «di’ anche a noi»), e dunque trasmetteva il
cominciando, evocato come partecipe del mondo degli eroi «di senso di una continuità fra le generazioni degli aedi, il proemio
antica stirpe» che il poeta intende «ricordare»: una presa di di Apollonio lascia trasparire un uso meramente strumentale
contatto che corrisponde, nella chiusa del poema, al prendere delle Muse, come figure dei testi del passato.

T. 2 Eracle e Ila Seguendo il modello omerico del «cartalogo delle navi» (Iliade II 484-877), pri-
ma di iniziare il racconto Apollonio propone un catalogo degli eroi che parteci-
parono alla spedizione: l’intento del poeta ellenistico è però quello di vivacizzare
la narrazione, evitando la ripetizione formulare e presentando i personaggi pro-
gressivamente, nel momento in cui giungono al luogo fissato per l’imbarco, ri-
spondendo all’appello di Giasone. Si fa spesso cenno alle motivazioni che hanno
portato i singoli a partecipare e spesso si ricordano le loro imprese precedenti. Il
lettore si trova quindi di fronte a un ampio panorama di personaggi che nel corso
del poema non avranno più occasione di essere ricordati, o che lo saranno solo
occasionalmente.
ERACLE E ILA 31
Fra i tanti eroi accorsi, spicca Eracle che si presenta con lo scudiero Ila e che
significativamente è presentato nella parte centrale del catalogo, dopo 27 eroi
e prima di altri 27 che seguiranno. Secondo la tradizione accolta da Apollonio,
Eracle si aggregò alla spedizione interrompendo il ciclo delle dodici fatiche, do-
po aver condotto a termine la quinta, ossia la cattura del cinghiale di Erimanto.
Innovazione di Apollonio è la presenza dello scudiero Ila, sottratto al padre da
Eracle nel corso della guerra contro i Driopi.
Proprio la scomparsa di Ila offrirà al poeta l’occasione per sbarazzarsi di Eracle –
il cui eroismo è incompatibile con la temperie dell’impresa guidata da Giasone –,
che si attarderà alla ricerca dello scudiero, rapito da una ninfa delle fonti.

Argonautiche Non possiamo dire che il cuore magnanimo e forte


I 122-133 di Eracle abbia deluso il desiderio di Giasone:
quando ebbe notizia dell’adunanza di eroi,
125 era tornato allora da Argo Lincea dall’Arcadia,
portando con sé, vivo, il cinghiale che pascolava
per le valli di Lampea, presso la grande palude Erimanzia;
entrò appena nella piazza della città di Micene,
che lo scaricò incatenato dalle sue spalli possenti,
130 e per sua scelta, contro il volere di Euristeo,
si mise in cammino. Andava in sua compagnia
il giovinetto Ila, il suo valoroso scudiero;
portava le frecce e custodiva il suo arco.
[Tr. di G. Paduano]

122 Non possiamo dire: l’intervento in nell’impulsività con cui Eracle abbandona 130 per sua scelta: la caratterizzazione
prima persona del narratore interrompe il cinghiale per raggiungere l’impresa – da di Eracle, pur risolta con rapidi tratti, deli-
l’andamento paranarrativo del catalogo, che cui dovrà ben presto staccarsi – contro la nea un eroe portato all’azione e mosso da
è giunto nel suo punto centrale. La centralità volontà di Euristeo, il re dell’Argolide che uno spirito d’iniziativa che lo distingue in

Epica storica e didascalica: Apollonio


di Eracle, osserva G. Paduano, «è dovuta al- commissionava le celebri dodici fatiche: il modo peculiare, nel contesto di una spedi-
la funzione semantica che l’eroe svolge nel passo serve infatti anche a fissare crono- zione che da Giasone e dagli Argonauti è
poema, quale personificazione più nobile, logicamente il viaggio argonautico, come subìta, per effetto del volere di Pelia (cfr. v.
ma anche più brutale, dell’eroismo arcaico. successivo alla cattura del cinghiale che 3 ἐφημοσύνῃ Πελίαο).
Questo tratto è evidente già in questa scena, abitava il monte Erimanto».

T. 3 Dolore Ultimati i preparativi per l’imbarco, Giasone e i suoi compagni si preparano a


di madre salpare e si recano al porto, attorniati dagli abitanti di Iolco che osservano
con stupore il passaggio di quella schiera di giovani nel fulgore delle loro armi.
All’ammirazione degli uomini, affascinati dall’impresa, si alterna l’angosciosa
preoccupazione delle donne, che Giasone cerca in qualche modo di consolare. In
disparte, costretto a letto, sta il suo vecchio padre, mentre la madre Alcimede
corre incontro all’eroe gettandogli le braccia al collo e lamentando la condizione
di solitudine che l’attende a causa della separazione dal figlio. Giasone cerca
parole per consolarla, ma, nell’autocontrollo che egli dimostra, lascia comunque
trapelare la scarsa convinzione e una sopportazione passiva di un’impresa accet-
tata come un’ineluttabile necessità.
32 ARGONAUTICHE

Argonautiche Già si adunavano in folla i servi e le serve, e la madre


I 265-305 gli si gettava addosso, e un acuto dolore
prendeva ogni donna; insieme con esse il padre,
tenuto a letto dall’odiosa vecchiaia, coperto, gemeva.
265 Cercava, l’eroe, di addolcire i dolori di tutti,
e faceva loro coraggio, e intanto ordinava ai suoi servi
di portare le armi: gliele portarono cupi, in silenzio.
Ma la madre, come ebbe gettato le braccia al collo del figlio,
così restava, piangendo ancora più forte, al modo di una fanciulla
270 che abbraccia, sola, con affetto, la vecchia nutrice, e piange;
non ha più nessun altro che si prenda cura di lei,
ma sotto la matrigna conduce una vita penosa
(l’ha appena coperta di duri rimproveri ed essa
geme: dentro, il suo cuore è incatenato all’angoscia,
275 e non può versare tante lacrime quante vorrebbe);
così forte piangeva Alcimede, tenendo suo figlio
tra le braccia, e nell’ affanno diceva queste parole:
«Oh se quel giorno, quando ho sentito il re Pelia
(ahimè infelice!) dare il funesto comando,
280 avessi subito reso l’estremo respiro, e scordato le pene,
e tu, figlio mio, m’avessi sepolta con le tue mani
care: questo soltanto da te mi restava a volere;
ogni altro compenso d’averti educato da tempo l’ho ricevuto.
Ora io, ch’ero ammirata in passato da tutte le Achee,
285 come una schiava sarò abbandonata dentro le stanze vuote,
e mi struggerà, infelice, il ricordo di te, grazie al quale
avevo prima tanto splendore ed onore, e per cui soltanto
ho sciolto la mia cintura, per la prima e per l’ultima volta,
Epica storica e didascalica: Apollonio

giacché la dea Ilizia mi ha tolto di avere altri figli.


290 Ahimè, quale sventura è la mia! Neppure in sogno ho pensato
che la fuga di Frisso avrebbe portato a me tanto male».
Cosi lamentava e gemeva, e piangevano intorno
le sue serve. Ma Giasone la confortava,
rivolgendosi a lei con dolci parole, e le disse:
295 «Madre mia, non nutrire dentro di te un dolore eccessivo;
non puoi tu con le tue lacrime tenere il male lontano,
ma solo aggiungere ancora dolore sopra dolore.
Gli dei assegnano agli uomini imprevedibili pene,
e per quanto tu soffra nel cuore, abbi coraggio, sopporta
300 il destino, ed abbi fiducia nell’amicizia di Atena,
e nei vaticini che Febo ci ha dati, propizi,
e nell’aiuto dei miei valorosi compagni.

278-291 Il discorso di Alcimede, nel sone, che subisce l’impresa senza personali cessità della rassegnazione.
suo radicale rifiuto dell’impresa, contribu- motivazioni e perciò non è in grado di dare
isce a mettere in rilievo la passività di Gia- risposte e si appella genericamente alla ne- 289 Ilizia: è la dea che presiede al parto.
LA SCELTA DEL CAPO 33
Rimani qui tranquilla in casa, con le tue ancelle,
304 e non venire alla nave: saresti un tristissimo augurio.
Là mi faranno da scorta, nel mio cammino, i servi e gli amici».
[Tr. di G. Paduano]

T. 4 La scelta In prossimità della partenza della spedizione si svolge la prima scena di as-
del capo semblea del poema, nella quale Giasone sollecita i compagni a individuare il
capo della spedizione: nel suo discorso l’eroe insiste sul carattere comunitario
dell’impresa e vuole che sia il gruppo a decidere. Tutti allora rivolgono lo sguar-
do a Eracle, considerato concordemente come il comandante naturale, ma l’eroe
non acconsente alla richiesta, e con una perentorietà che non ammette repliche
impone che a guidare la spedizione sia colui che l’ha convocata: toccherà quindi
a Giasone assumersi l’incarico.

Argonautiche Sopra le vele avvolte, sull’albero disteso,


I 329-363 sedettero tutti quanti in file ordinate,
331 e Giasone tenne loro un saggio discorso:
«Tutto ciò che occorre ad equipaggiare una nave,
è in ordine e pronto perché possiamo partire;
e dunque non tarderemo più a lungo il nostro viaggio,
335 purché soltanto soffino i venti propizi.
Però, amici miei, poiché avremo comune il ritorno in terra di Grecia,
e comune il cammino verso la casa di Eeta,
non abbiate ritegno a scegliere ora il migliore,
che sia nostro capo, e si prenda cura di tutto,
340 e faccia con gli stranieri la guerra e la pace».
Così disse, e i giovani fissarono il loro sguardo

Epica storica e didascalica: Apollonio


sul grande Eracle, che stava seduto nel mezzo,
e con un grido solo gli chiesero di essere il capo.
Ma lui, dal posto dove sedeva, stese la destra e disse:
345 «Che nessuno mi dia questo onore; io non voglio accettarlo
e a chiunque altro impedirei di levarsi in piedi a sua volta.
Ma colui che ci ha qui radunati, quello sia il nostro capo».
Così disse con animo altero, e tutti approvarono quello
che Eracle aveva ordinato: si alzò lietamente il valoroso Giasone,
350 e, nell’attesa di tutti, disse queste parole:
«Se voi affidate alle mie cure la gloria di questa impresa,
nulla più deve impedire la nostra partenza.
Ora dunque rendiamo onore a Febo coi sacrifici,
e prepariamo subito il pranzo. Ma finché giungano i servi
355 che curano le mie stalle, ai quali ho affidato l’incarico
di portare qui buoi scelti dalle mie mandrie,
mettiamo in mare la nave, e dopo aver collocato gli attrezzi,
assegnate con un sorteggio i banchi dei rematori.
34 ARGONAUTICHE
E sulla riva, costruiamo intanto un altare
360 in onore di Apollo, il dio che protegge gli imbarchi,
che mi ha promesso nei suoi vaticini di mostrarmi le strade del mare
e di esserci guida, se con sacrifici in suo onore
daremo inizio alle nostre fatiche per il re Pelia».
364 Disse, e si mise per primo al lavoro; al suo comando
gli altri si alzarono, ed ammucchiarono le loro vesti, sopra una roccia polita,
che non toccano l’onde del mare; solo i flutti della tempesta l’hanno lavata da tempo.
Poi, per consiglio di Argo, per prima cosa legarono solidamente la nave
dentro, con una fune intrecciata, tesa da ambo le parti,
369 così che restassero ben commesse le travi inchiodate
e potesse resistere all’assalto del mare.
[Tr. di G. Paduano]

analisi del testo


«Il comportamento di Eracle – osserva G. Paduano – si oppone zioni retoriche. L’opposizione fra eroismo arcaico e diplomazia
in maniera polare a quello di Giasone: egli impone la scelta in oratoria è una costante di Apollonio; bisogna anche ricordare
maniera sprezzante e autoritaria, senza alzarsi dal posto come che a Lemno sarà proprio Eracle a sostituire Giasone nella gui-
prescriveva l’uso e con un breve discorso privo di preoccupa- da dell’impres: vv. 863-878».

T. 5 La partenza Giunto il momento solenne della partenza, il varo della nave Argo è accompagnato
degli Argonauti da prodigi (il grido terribile del porto di Pagase e il grido di Argo stessa che incita
alla partenza) e dal compiacimento degli dei, che appoggiano in modo unanime
la spedizione. Gli Argonauti raggiungono il porto accompagnati da una folla fe-
Epica storica e didascalica: Apollonio

stante: il passo è scandito dal succedersi di temi tipici della percezione visiva, con
insistenza sugli elementi di rappresentazione di luce e colore. Al quadro di entu-
siasmo generale e di festa sembra sottrarsi il solo Giasone, che è rappresentato in
lacrime, a sfogo patetico di una debolezza che rimarca ancora una volta lo scarso
convincimento del giovane e la sua mancanza di motivazioni. Il passo si chiude con
la sorridente scenetta familiare del centauro Chirone, giunto al molo insieme con
la moglie, la quale porta in braccio il piccolo Achille e lo mostra al padre Peleo.

Argonautiche Ma quando la splendida Aurora vide con gli occhi lucenti


I 519-558 le alte vette del Pelio, e nel sereno
521 il mare mosso dal vento batteva sui promontori,
Tifi si risvegliò ed impose ai compagni
d’imbarcarsi su Argo e disporre in ordine i remi.

519-521 Il paesaggio è qui visto con gli fissità formulare dell’epica omerica. est della Tessaglia, nei pressi del golfo di
occhi di Aurora, in una rappresentazione Pagase.
dell’alba che costituisce una delle frequenti 520 Pelio: la nave Argo è stata costruita
“variazioni sul tema” che contrasta con la con legname del Pelio, un monte nel sud 522 Tifi: il timoniere di Argo.
LA PARTENZA DEGLI ARGONAUTI 35
Diedero un grido terribile il porto di Pagase ed Argo
525 stessa, figlia del Pelio, che li incitava a partire.
Era in essa una trave sacra che Atena ricavò da una quercia
di Dodona, e la collocò nel mezzo della carena.
Gli eroi, saliti sui banchi in fila, gli uni dopo gli altri,
come prima avevano tratto a sorte, sedettero,
530 ciascuno al suo posto in ordine, con accanto le armi.
Nel mezzo sedettero Anceo ed il fortissimo Eracle,
che accanto a sé dispose la clava: sotto i suoi piedi
si abbassò la chiglia. E già venivano ritirate le gomene,
e si versava sul mare la libagione di vino,
535 e Giasone piangendo staccava gli occhi dalla sua terra.
Come i giovani a Pito, a Ortigia, o presso le acque
del fiume Ismeno, formano cori in onore di Apollo,
e dinanzi all’altare tutti insieme percuotono il suolo,
seguendo il ritmo della cetra con i rapidi piedi,
540 così al suono della lira d’Orfeo gli eroi battevano coi loro remi
l’acqua impetuosa del mare, e s’infrangevano i flutti.
Da ambo le parti l’onda nera si gonfiava di spuma,
terribilmente fremendo sotto la forza degli uomini.
Brillavano come fiamme le armi al sole, mentre la nave
545 procedeva, e biancheggiava sempre la lunga scia dietro a loro,
come spicca un sentiero in mezzo alla verde pianura.
Tutti gli dei quel giorno, dall’ alto del cielo, guardavano
la nave e la stirpe dei semi dei che con grande coraggio
percorrevano il mare. Sopra le vette del Pelio,
550 le Ninfe stupivano, guardando l’opera di Atena Itonide,
e gli eroi che nelle loro mani tenevano i remi.

Epica storica e didascalica: Apollonio


E dalla cima del monte scese al mare Chirone,
il Centauro figlio di Filira, e immerse i piedi
dove l’onda bianca si spezza, e con la mano possente
555 rivolse un saluto agli eroi che partivano,

526 una trave sacra: Apollonio inseri- accordo al carattere onnicomprensivo del armi splendenti al sole sia presente solo in
sce un elemento tradizionale, cioè l’inse- suo poema» (G. Paduano). questo momento inaugurale rientra nella
rimento nella nave di questa trave parlan- tecnica consueta per cui un elemento abi-
te, ricavata da una quercia di Dodona in 537 Ismeno: fiume della Beozia, sulle tuale nell’azione viene rappresentato solo
Epiro, sede di un importante oracolo di cui rive sorgeva un santuario dedicato al alla sua prima comparsa» (G. Paduano).
Zeus. culto di Apollo.
550 Itonide: così detta dalla città di Ito-
533 si abbassò la chiglia: Apollonio al- 540 Orfeo: mitico cantore, figlio della ne, in Tessaglia.
lude a una variante mitologica, da lui scar- Musa Calliope.
tata, secondo la quale la nave Argo si sa- 552 Chirone: saggio centauro, figlio di
rebbe rifiutata di sopportare il peso ecces- 542-546 D’ambo le parti… alla verde Crono e della ninfa Filira, cui è affidata
sivo di Eracle: le motivazioni che portano pianura: si tratta di una delle rare descri- l’educazione di Achille, dopo che Teti ha
ad allontanare Eracle dalla spedizione sono zioni del mare che compaiono nel poema, abbandonato la casa di Peleo. La presenza
nelle Argonautiche più complesse, «ciono- che è rappresentato con immagini di colore di Chirone e di Achille bambino consente di
nostante, il poeta doctus inserisce ugual- associate a effetti sonori. «Che l’immagi- collocare la spedizione degli Argonauti una
mente un rimando alla versione scartata, in ne della spuma sollevata dalla nave e delle ventina d’anni prima della guerra di Troia.
36 ARGONAUTICHE
augurando loro un ritorno senza sventure.
Accanto a lui, la moglie teneva in braccio il piccolo Achille,
il figlio di Peleo, e lo mostrava a suo padre.
[Tr. di G. Paduano]

T. 6 Due volte ospiti Prima tappa della spedizione degli Argonauti è l’isola di Lemno, abitata da
dei Dolioni: sole donne, che hanno ucciso gli uomini per punirli della loro infedeltà: qui
la strage gli eroi sono accolti ospitalmente e si trattengono per un anno, formando
nuove famiglie, secondo il volere divino che l’isola sia ripopolata proprio
grazie alla sosta degli Argonauti. La regina Ipsipile intrattiene con Giasone
una relazione amorosa e la sosta si protrarrebbe a tempo indeterminato, se
non intervenisse Eracle, che richiama bruscamente i compagni al loro dovere
ed essi, pur malvolentieri, si vedono costretti a ripartire. La tappa successiva
è Cizico, nella Propontide, una città abitata dalla popolazione dei Dolioni,
guidati dal giovane re Cizico: gli Argonauti sono accolti amichevolmente e
combattono a fianco dei Dolioni, riuscendo a sconfiggere i loro nemici Gi-
ganti.
Poi riprendono il mare, ma per un capriccio del destino nella notte i venti ripor-
tano indietro Argo e gli eroi tornano ad approdare a Cizico senza riconoscerla
e a loro volta, nel buio, non sono riconosciuti dai Dolioni, con cui ingaggiano
una furiosa battaglia. Il risultato sarà una orrenda strage, nella quale morirà lo
stesso re Cizico, portando con sé nella morte anche la recente sposa Clite, che si
suiciderà per il dolore.

Argonautiche Per tutto il giorno Argo corse con le sue vele ma, giunta
I 1015-1077 la notte, il vento cessò e le tempeste contrarie
li riportarono indietro, così che di nuovo
Epica storica e didascalica: Apollonio

giunsero presso i Dolioni ospitali. Sbarcarono


in piena notte: Sacra si chiama ancor oggi la pietra
1020 alla quale gettarono in tutta fretta le cime.
Nessuno fu pronto a capire che l’isola era la stessa,
e nella notte neppure i Dolioni capirono
che erano gli eroi di ritorno; pensavano invece che fossero
sbarcate le tribù pelasghe dei loro nemici, i Macriei;
1025 perciò, indossate le armi, ingaggiarono il combattimento.
Gli uni contro gli altri incrociarono le lance e gli scudi,
simili all’impeto aguzzo del fuoco, che piomba
sulla boscaglia arida, e cresce. Cadde sopra i Dolioni,
tremendo, impetuoso, il tumulto della battaglia,
1030 e neanche il loro re doveva forzare il destino
e dalla battaglia tornare alla casa ed al letto nuziale;
gli si slanciò contro il figlio di Esone mentre andava all’assalto,
e lo colpì in mezzo al petto; sotto la lancia si ruppe
l’osso, e rotolò nella sabbia, compiendo il proprio destino –
DUE VOLTE OSPITI DEI DOLIONI: LA STRAGE 37
1035 quello che agli uomini non è possibile mai di sfuggire,
ma dappertutto si stende come una rete grandissima.
Così lui che credeva di essere scampato all’acerba minaccia
degli eroi, il destino lo sorprese in quella notte medesima
nella battaglia con loro; e molti altri, venuti a soccorso,
1040 furono trucidati: Eracle uccise Telede
e Megabronte; Acasto uccise Sfodri; Peleo
sconfisse Zeli e il valoroso Gefiro;
il prode Telamone diede morte a Basileo;
Ida uccise Promeo, e Clizio Giacinto,
1045 e i figli di Tindaro Megalossace e Flogio.
Il figlio di Eneo vinse a sua volta l’ardito Itimoneo,
e Artace, un grande guerriero. A tutti questi le genti vicine
rendono ancor oggi l’onore che spetta agli eroi.
Gli altri tremarono, e cedettero, come colombe
1050 che fuggono in stormo dai falchi veloci.
In massa si precipitarono verso le porte e ben presto
la città fu piena di grida, al ritorno dalla funesta battaglia.
All’alba gli uni e gli altri riconobbero il loro errore
funesto, irreparabile, ed un’angoscia tremenda
1055 prese gli eroi nel vedere Cizico, figlio di Eneo,
davanti a loro, riverso nel sangue e nella polvere.
Piansero e si strapparono i capelli tre giorni interi
tutti insieme gli eroi e i Dolioni. Poi per tre volte
con le armi di bronzo girarono attorno al defunto,
1060 lo seppellirono in una tomba e secondo il rito
celebrarono i giochi sul Piano Erboso, dove ancor oggi
sta il monumento che’ anche le genti future vedranno.

Epica storica e didascalica: Apollonio


La sposa, Clite, non sopravvisse alla morte
di suo marito, ma compì un’altra sciagura
1065 più atroce, passando una corda attorno al suo collo.
La sua morte la piansero anche le Ninfe dei boschi,
e di tutte le lacrime versate a terra dai loro occhi,
le dee fecero una sorgente che chiamano Clite,
e serba glorioso il nome della sventurata.
1070 Fu quello il giorno più orrendo che mai il padre Zeus
abbia mandato a Dolioni, uomini e donne,
e nessuno di loro riuscì a prendere cibo.

1039-1050 nella battaglia con loro ... 1053-1056 All’alba gli uni e ... e nella pol- si ritroveranno maggiormente dettagliati a
in stormo dai falchi veloci: stilema tipico vere: il giovane re Cizico ha posto di rilievo proposito dei funerali di Idmone (vedi T.
del racconto delle battaglie è il catalo- anche nella scena patetica del riconoscimen- 8). Alla tomba del sovrano è collegato il
go degli uccisori e degli uccisi, condot- to all’alba dei cadaveri caduti sul terreno. primo di una serie di tre aitia.
to da Apollonio in modo sobrio e senza
quell’abbondanza di particolari realistici 1057-1062 Piansero e si strapparono ... 1063-1069 La sposa, Clite, ... il nome
che sono frequenti in Omero. In questo genti future vedranno: il rito funebre del re della sventurata: il suicidio della regina
contesto si traduce in una rappresentazio- contiene elementi caratteristici della tradi- Clite è collegato con un aition sull’origine
ne amara. zione (es. il riferimento al numero tre) che del nome di una fontana.
38 ARGONAUTICHE
Non si presero cura di macinare il frumento:
vivevano mangiando solo cibi non cotti.
1075 E là ancor oggi, gli Ioni che abitano Cizico,
quando ogni anno versano la libagione dei morti,
usano per le sacre focacce la mola comune.
[Tr. di G. Paduano]

1073-1077 Non si presero cura di ... la prassi degli Ioni abitanti a Cizico, di non dopo un giorno di digiuno, rispettando
mola comune: il terzo aition riguarda la mangiare cibi cotti per un certo periodo, l’evento mitico occorso ai Dolioni.

LettUre criticHe lo spazio circolare dell’anti-eroismo


La battaglia inconsapevole e la strage condotta per errore da- termine con successo, poco prima, a fianco dei Dolioni stessi.
gli Argonauti contro i Dolioni costituisce l’unica autentica scena L’episodio è indicativo dell’ideologia antieroica che anima il poe-
bellica di tutto il poema: in essa si manifesta in pieno il potere ma, nel quale l’ἀρετή è vanificata dal consumarsi dell’impresa in
paradossale della τύχη, che oppone fra di loro in uno scontro un circolo vizioso che riporta gli eroi al punto di partenza: questo
mortale coloro che poco prima avevano intrattenuto rapporti episodio, nel quale gli Argonauti, nell’oscurità della notte, si ri-
amichevoli, in un clima di ospitalità. Significativamente, si tratta trovano nella terra dei Dolioni che credevano di avere abbando-
anche dell’unica occasione nella quale Giasone si dimostra eroe nato, riproduce in scala ridotta la stessa struttura del poema, nel
degno della tradizione epica, manifestando il proprio valore in quale l’azione si svolge entro uno spazio circolare e chiuso, in cui
battaglia, a spese del giovane sovrano Cizico, il cui tragico de- punto di partenza e meta del viaggio finiscono per coincidere.
stino è, nel corso della narrazione, posto in posizione di grande Vero obiettivo degli eroi che partecipano alla spedizione non
rilievo e pateticamente sottolineato dal suicidio della sposa Clite. è la Colchide, ma la Grecia, che essi hanno lasciato con scar-
Nel girare a vuoto di quest’unica aristia di Giasone si sprigio- sa convinzione, per seguire un’impresa immotivata: nemmeno
na un corto circuito ideologico, nel quale il gesto (eroico) il committente della spedizione, Pelia, in realtà mira al vello
risulta doppiamente svuotato di senso, poiché la strage in- d’oro, ma solo alla morte del nipote e da parte sua Giasone
volontaria e aberrante consumata a danno dei Dolioni azzera si trova a sottostare a un volere superiore, senza nutrire vero
anche il significato della guerra contro i Giganti, portata a interesse per l’obiettivo della spedizione che conduce.
Epica storica e didascalica: Apollonio

T. 7 Il rapimento Sbarcati gli Argonauti in Misia, presso la foce del fiume Cio, Eracle si allontana
di Ila inoltrandosi nella selva per cercare un albero da cui ricavare un remo. Il suo
giovane scudiero Ila si allontana per attingere acqua, ma giunto alla fonte vie-
ne trascinato nel gorgo da una
ninfa, folgorata da subitanea
passione per la bellezza del ra-
gazzo. L’urlo emesso della vitti-
ma mentre sprofonda viene udi-
to da Polifemo, che avventatosi
alla ricerca del ragazzo, si im-
batte in Eracle cui dà la cattiva

Pannello parietale in opus sectile, in marmi


colorati e madreperla, con scena del ratto di
Ila da parte delle Ninfe. Opera romana, prima
metà del IV sec. d.C.
Dalla Basilica di Giunio Basso sull’Esquilino.
IL RAPIMENTO DI ILA 39
notizia. Eracle dà sfogo al suo dolore selvaggio e si precipita nella ricerca come
un «toro punto dall’assillo». Nel frattempo sulla nave – viste le condizioni mete-
reologiche – si stanno affrettando le operazioni per la partenza e la spedizione
riprende il mare senza Ila, Polifemo ed Eracle, che vengono dimenticati a terra.
Viene in questo modo estromesso dal poema Eracle, che impersona l’eroe epico
tradizionale, tutta forza e determinazione. Quando gli Argonauti si avvedono
della sua mancanza, Giasone è preso da sconforto, mentre Telamone lo accusa di
aver tramato l’eliminazione di Eracle, dalla cui gloria temeva di essere oscurato.
Il violento contrasto viene placato dall’apparire della divinità marina Glauco, che
rivela come tutto sia avvenuto secondo il volere del destino. Sulla riconciliazione
fra i due contendenti si chiude il primo libro del poema.

Argonautiche Intanto, Ila aveva lasciato i compagni,


I 1207-1362 e con in mano una brocca di bronzo, cercava una fonte,
per attingere l’acqua e preparare la cena prima del suo ritorno,
1210 e predisporre per lui tutto il resto in bell’ordine.
Eracle stesso l’aveva educato a questi usi,
fin da quando l’aveva rapito bambino alle case del padre,
il re Teodamante, che l’eroe uccise tra i Driopi,
senza pietà, nella disputa per un giovenco.
1215 Stava Teodamante aprendo il maggese con un aratro,
afflitto dal dolore, ed Eracle venne e gli impose
di consegnargli un bue per arare, contro sua voglia.
Cercava soltanto un pretesto per portare la guerra fra i Driopi,
perché vivevano senza darsi pensiero della giustizia.
1220 Ma questo mi porterebbe lontano dal mio cantare.
Presto arrivò alla fontana che dai vicini è chiamata
‘le Sorgenti’. Là proprio allora le Ninfe

Epica storica e didascalica: Apollonio


formavano il coro - piace a tutte le Ninfe
che abitano le falde della bella montagna
1225 celebrare Artemide sempre nei canti notturni.
E quelle che ebbero in sorte le cime dei monti e le grotte,
e le ninfe dei boschi venivano in fila fin da lontano,
e la ninfa dell’acqua proprio allora emergeva
dalla limpida fonte. Accanto a sé vide Ila,
1230 fiammeggiante di bellezza e di grazia soave:
la luna piena l’illuminava dal cielo;
e Afrodite sconvolse il cuore di lei,
e nello sgomento a fatica poté riaversi.
E appena, disteso di lato, egli ebbe immersa

1207 Intanto, Ila aveva lasciato i com- chide». Allontanarsi dal campo per prende- 1221-1229 Al contrario di quanto av-
pagni: è la prima volta nel poema, osserva re acqua era tipico dei giovinetti adibiti a viene in Teocrito, dove il rapimento di Ila
Paduano, che la linearità dell’azione «si ruolo di scudieri. si consuma in un paesaggio bucolico, in
scompone per narrare due azioni simulta- Apollonio lo sfondo in cui è collocato il
nee, tecnica che Apollonio utilizzerà siste- 1215 Driopi: popolazione della Focide, ratto di Ila è una festa delle ninfe in onore
maticamente nell’episodio centrale in Col- che abitava presso il monte Parnaso. di Artemide.
40 ARGONAUTICHE
1235 la brocca nell’acqua, e l’acqua mormorò forte
invadendo il bronzo sonoro, improvvisamente
lei gli cinse col braccio sinistro il collo, nel desiderio
di baciare la tenera bocca, e con la destra
lo tirò per il gomito e lo immerse nel mezzo del vortice.
1240 Diede un grido, e uno soltanto lo udì tra i compagni,
Polifemo, figlio di Elato, che si era spinto in avanti,
aspettando che ritornasse il fortissimo Eracle.
D’un balzo fu presso alle Sorgenti, come la fiera selvaggia,
cui da lontano è arrivata una voce di greggi,
1245 e ardente di fame si mette in cammino, ma non ritrova le pecore
(i pastori le hanno chiuse a tempo dentro la stalla),
e geme e urla terribilmente, fino a trovarsi sfinita;
così gemeva allora il figlio di Elato, e percorreva
la regione gridando, ma la sua voce era vana.
1250 Poi, sguainata la grande spada, prese a cercarlo,
che non fosse stato preda di belve, o, solo com’era,
gli avessero teso un agguato, e fosse stato rapito,
facile preda. E mentre brandiva la spada
nuda, ecco che trovò Eracle sul suo cammino,
1255 e lo riconobbe, mentre nel buio si affrettava alla nave.
Senza fiato, sconvolto nel cuore, gli diede la triste notizia:
«Infelice, io per primo ti darò un dolore terribile.
Ila è andato alla fonte, e non ritorna
salvo: o lo hanno rapito i briganti, o lo sbranano
1260 le fiere: io ho sentito il suo grido».
Così disse, e all’udirlo, colava copioso sudore
dalle tempie di Eracle, e nero sangue bolliva nelle sue viscere.
Epica storica e didascalica: Apollonio

In preda al furore scaraventò l’albero a terra,


e corse lungo la strada, dove lo conducevano i piedi.
1265 Come il toro punto dall’assillo abbandona prati e paludi,
e si butta in avanti senza darsi pensiero di pecore né di pastori,
e fa la sua strada instancabile, ma poi alle volte
s’arresta, e levando il vasto collo muggisce
sotto il tormento dell’assillo spietato,
1270 così, infuriato, Eracle ora muoveva senza riposo
le veloci ginocchia, ora cessava dalla fatica,
e mandava lontano la sua penetrante, terribile voce.
Intanto la stella dell’alba sorse sopra le altissime cime,
e tornò il vento a spirare: allora subito Tifi
1275 ordinò ai compagni d’imbarcarsi e di trame profitto.
Ed essi salirono con grande slancio, e tirarono le ancore,

1253-1260 A Polifemo, che è figura in- spazio notevole, sia nell’esposizione indi- giovinetto, sia nel discorso diretto rivolto a
termediaria fra Eracle e Ila, è riservato uno retta delle sue ipotesi sulla scomparsa del Eracle.
IL RAPIMENTO DI ILA 41
e raccolsero tosto le gomene. In mezzo le vele
erano curvate dal vento, e gli eroi lieti s’allontanavano
dalla spiaggia, e costeggiavano il capo di Posidone.
1280 Quando nel cielo lampeggia la splendida Aurora,
salendo dall’orizzonte, e i sentieri s’illuminano,
e brillano i prati rugiadosi alla limpida luce,
allora s’accorsero di quelli che avevano, senza pensarci, lasciato.
Cadde tra loro una dura contesa, un litigio
1285 immenso all’idea di avere abbandonato partendo
l’eroe più grande: Giasone, in preda al dolore e all’angoscia,
né per gli uni, né per gli altri diceva una sola parola;
stava seduto, oppresso da pena profonda,
rodendosi. Ma Telamone fu preso dall’ira, e gli disse:
1290 «Così tranquillo tu stai, perché a te conviene
abbandonare l’eroe, e da te è nato il disegno,
perché la sua gloria non oscuri la tua per tutta la Grecia,
se gli dèi ci concedono di ritornare alla patria.
Ma che serve parlare? Io andrò là, a dispetto dei tuoi compagni,
1295 che insieme a te hanno ordito questo spregevole inganno».
Così disse, e si gettò addosso a Tifi, figlio di Agnia;
i suoi occhi brillavano come la fiamma del fuoco vorace.
E sarebbero tornati indietro, verso la terra dei Misi,
forzando il mare e la bufera incessante dei venti,
1300 Se i due figli di Borea, Zete e Calais, non fermavano
Telamone con aspre parole: infelici,
li aspettava un ben duro castigo, per mano
dell’eroe che impedirono di ricercare. Mentre tornavano
dai giochi in morte di Pelia, li uccise

Epica storica e didascalica: Apollonio


1305 nell’isola di Teno, e sopra i due corpi ammassò la terra
e costruì due colonne: l’una di esse,
prodigio inaudito agli occhi degli uomini,
si muove e vibra al soffio sonoro di Borea.
Queste cose dovevano compiersi tanto tempo più tardi.
1310 Ma ecco che dal profondo del mare apparve ad essi Glauco,
il sapiente ministro del divino Nereo,
levò sopra l’acqua il capo irsuto e il petto,
fino ai fianchi, e afferrò con la mano robusta
la poppa, e parlò così agli eroi sconvolti:

1284-1289 «Secondo uno schema co- una diserzione, come in Teocrito (XII 73), diplomatico il secondo.
stante in Apollonio, una discussione col- l’altra che ritenesse l’abbandono frutto di
lettiva viene condensata sullo sfondo, per un complotto, come sosterrà Telamone» 1298 terra dei Misi: la Misia è una regio-
far risaltare una scena dialogata a due, con (G. Paduano). ne dell’Asia Minore.
contrasto polare di visioni del mondo. Per-
ciò non sono chiarite le posizioni che si 1290-1297 Il contrasto mette a nudo le 1310 Glauco: pescatore beota che, avendo
contrappongono in questo litigio di gruppo: diverse personalità di Telamone e Giasone: mangiato un’erba prodigiosa, si trasformò in
si può supporre che una parte pensasse a impulsivo e violento il primo, riflessivo e una divinità marina dotata di profezia.
42 ARGONAUTICHE
1315 «Perché contro il volere di Zeus volete condurre
il forte Eracle alla terra di Eeta?
È suo destino portare a termine in Argo,
per il profitto del superbo Euristeo,
tutte le dodici imprese, e poi abitare con gli immortali,
1320 quando avrà compiuto poche altre cose. No, non abbiate rimpianto.
E Polifemo è destinato a fondare alle foci del Cio,
nella Misia, un’illustre città, e a terminare
i suoi giorni nell’immenso paese dei Calibi.
Di Ila si è innamorata una ninfa, e l’ha fatto suo sposo.
1325 Per lui gli altri errarono e furono abbandonati».
Disse, e s’inabissò nel profondo, tra i flutti impetuosi,
e attorno a lui spumeggiava l’acqua scura agitata dai vortici,
e attraverso il mare batteva la concava nave.
Furono lieti gli eroi: e Telamone corse
1330 con grande slancio da Giasone, e gli prese la mano
nella sua mano, e gli disse abbracciandolo:
«Non essere irato con me, figlio di Esone, se mi sono lasciato accecare
dalla stoltezza. Ma il grande dolore mi ha spinto a parole
superbe e oltraggiose. Disperdiamo nel vento la colpa,
1335 e torniamo ad essere amici, come eravamo in passato».
E il figlio di Esone così saggiamente rispose:
«Mio caro, certo tu m’hai recato terribile offesa,
davanti a tutti, accusandomi d’avere tradito l’eroe.
Ma, pure afflitto, verso di te non voglio serbare
1340 un amaro rancore, ché fosti preso dall’ira
non per ricchezze o bestiame, ma per un amico.
E spero che anche in difesa di me contro un altro
Epica storica e didascalica: Apollonio

tu verresti a contesa, se mai qualcosa di simile avesse a succedermi».


Disse, e tornati amici com’erano prima, sedettero.
1345 E gli altri due, per volere di Zeus, l’uno doveva fondare tra i Misi
una città che avrebbe portato lo stesso nome del fiume,
Polifemo figlio di Elato; l’altro andava per compiere
le fatiche al servizio di Euristeo. Ma minacciava
di distruggere all’istante il paese dei Misi,
1350 se non trovavano Ila, malto o vivo che fosse.

1323 Calibi: nel corso del viaggio di andata gli Argonauti attraccheranno anche nel paese dei Calibi, che
verranno descritti in II 1000-1008:
Sono uomini che non si curano di arare coi buoi, non coltivano
i dolci frutti negli orti, non portano al pascolo
le bestie sui prati bagnati dalla rugiada,
ma aprono il duro terreno che produce ferro
e vendono il ferro e ne traggono i mezzi di vita.
Non sorge per loro un’alba senza fatica, e sopportano
il duro lavoro in mezzo al fumo e alla fuliggine.
[Tr. di G. Paduano]
LA MORTE DI IDMONE E TIFI 43
E quelli scelsero i primi giovani del loro popolo
e glieli diedero in pegno, prestandogli giuramento
che non si sarebbero mai stancati di ricercarlo.
Per questo ancora oggi i Ciani vanno in cerca di Ila,
1355 figlio di Teodamante, e si prendono cura di Trachis,
perché proprio là Eracle stabilì la sede dei giovani
che gli avevano dato da condurre con sé come ostaggi.
Il vento soffiava impetuoso, e per tutto il giorno e la notte
spinse la nave, ma non spirava più un alito
1360 quando venne l’aurora. Videro un ampio
lembo di terra che sporgeva dal golfo,
e ramando approdarono al levarsi del sole.
[Tr. di G. Paduano]

1355 Trachis: città della Tessaglia

Dossier Eracle: eroe rifiutato e rimpianto


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T. 8 La morte Penetrati nel Ponte Eusino, cioè nel Mar Nero, gli Argonauti giungono nella terra
di Idmone e Tifi dei Mariandini il cui re, Lico, li accoglie in modo ospitale, invitandoli a un ban-
chetto, durante il quale si fa narrare le loro straordinarie avventure. Dopo che
gli eroi sono congedati dal re, lungo la strada che porta alla nave, un cinghiale
infuriato esce da una palude folta di canneti e uccide l’indovino Idmone, che fin

Epica storica e didascalica: Apollonio


dall’inizio della spedizione aveva previsto la propria sorte e ciò nonostante non
aveva esitato a parteciparvi. Giàsone e i compagni rendono i dovuti onori all’eroe
caduto e nel luogo della sepoltura erigono un monumento funebre ancora visi-
bile al tempo di Apollonio. Subito dopo, consumato da un oscuro e subitaneo
morbo, muore nel sonno anche Tifi, il timoniere della nave Argo: dopo avergli
dato degna sepoltura, gli Argonauti si trovano in una condizione di avvilimento
tale che non riescono a riprendono il viaggio, se non per intervento divino di Era,
che infonde nuovo vigore in Anceo, che interverrà presso Peleo a galvanizzarlo e
a indurre i compagni a riprendersi e proseguire nel viaggio.

Argonautiche Qui la sorte segnata colpì il figlio di Abante


II 815-867 Idmone, esperto di vaticini; ma non lo salvarono i vaticini,
817 perché il destino lo condusse a perire.

816 Idmone: alla morte dell’indovino prevedere la propria morte non impedisce in cui l’indovino, dopo aver litigato con il
Idmone è dato ampio rilievo, come rap- il compimento del destino, che si realizza compagno Ida, si stava recando da solo alla
presentazione del potere della casualità: il in forma imprevedibile, in un momento nave.
44 ARGONAUTICHE
Giaceva in una palude del fiume ricco di canne,
e rinfrescava nell’acqua i fianchi e il vastissimo ventre,
820 un cinghiale dalle zanne bianche, un mostro che terrorizzava
anche le Ninfe dell’acqua. Nessuno sapeva
che c’era: viveva da solo nella vasta palude.
Il figlio di Abante camminava sopra un rialto
del fiume fangoso: la belva balzò dal canneto
825 improvvisa e lo azzannò sulla coscia, violentemente,
e recise nel mezzo i nervi insieme con l’osso.
Lanciò un grido acutissimo e cadde per terra. Gridarono
i compagni affollandosi attorno a lui, e subito Peleo
scagliò l’asta contro la fiera che fuggiva nella palude.
830 Ma si voltò e gli balzò addosso; allora Ida
lo colpì e il cinghiale cadde urlando sulla rapida lancia.
Lo lasciarono a terra nel punto dov’era caduto,
e tristemente portarono Idmone dalla nave
agonizzante: spirò tra le braccia dei suoi compagni.
835 Non poterono dunque pensare a riprendere il viaggio
e restarono, afflitti, a rendere al morto gli onori dovuti.
Lo piansero tre giorni interi, e poi all’indomani
lo seppellirono con grande pompa; al rito presero parte

837 Lo piansero per tre giorni interi: la giorni interi», in riferimento al compianto esempio, nel contesto dei funerali di Patro-
stessa espressione si trova in I 1057 ἥματα per la morte di Cizico, il re dei Dolioni. Nel clo: Iliade XXIII 13 «essi tre volte intorno
δὲ τρία πάντα γόων τίλλοντό τε χαίτας compianto funebre il numero tre ha valore al morto condussero attorno i cavalli dalle
«piansero e si strapparono i capelli per tre rituale, risalente alla tradizione omerica (ad belle criniere»).
Epica storica e didascalica: Apollonio

parole chiav e
φάλαγξ, un cilindro da nave come stele funeraria
Il rullo (φάλαγξ) è un attrezzo cilindrico che veniva Il tumulo sepolcrale era in genere ornato con una stele
utilizzato al momento varo, per far scendere in mare la (in genere un palo sorretto da due pietre), qui costituita
nave: era stato utilizzato per far navigare Argo, come dal rullo cilindrico, attrezzo emblematico dell’impresa de-
viene narrato in I 374-77: gli Argonauti. Un procedimento analogo è testimoniato in
Odissea XII 14-15, nel racconto della sepoltura di Elpenore:
procedendo scavavano sempre più nel profondo
al di sotto della carena, e nel canale disposero elevato un tumulo e trattavi sopra una stele,
tronchi rotondi, politi, e verso i primi inclinarono figgemmo il maneggevole remo sulla cima del
Argo in avanti, perché scivolasse sopra di essi. [tumulo.
[Tr. di G. Paduano] [Tr. di A. Privitera]
LA MORTE DI IDMONE E TIFI 45
il popolo col suo sovrano, Lico. Sgozzarono innumerevoli
840 pecore, il sacrificio che spetta secondo l’uso ai defunti.
Fu poi innalzato in quella terra il sepolcro dell’eroe,
e sopravvive un segno alla vista dei posteri,
un rullo d’olivo selvaggio, quali si usano per varare le navi,
fiorente di fronde, poco sotto la vetta del Capo d’Acherusio.
845 E se, guidato dalle Muse, devo dirlo con piena franchezza,
Febo ordinò chiaramente ai Beoti e ai Nisei
di onorare Idmone come loro patrono,
e attorno all’olivo selvaggio fondare
la loro città; ma quelli, al posto del pio nipote
850 di Eolo, onorano invece ancor oggi Agamestore.
Chi altro tra loro morì? Perché un’altra tomba
gli eroi dovettero dare a un loro compagno:
infatti due sepolcri ancor oggi si vedono.
Si dice che morì allora Tifi figlio di Agnia: non era nel suo destino
855 portare più oltre la nave: ma un rapido morbo
lo addormentò lontano dalla sua patria, nel mentre
che i suoi compagni rendevano onore al morto figlio di Abante.
Dopo la prima sventura, fu insopportabile ad essi un nuovo lutto:
quando anche Tifi l’ebbero presto sepolto,
860 caddero in preda all’angoscia di fronte al mare:
avvolti nei loro mantelli, non pensavano più
né a mangiare né a bere; il loro cuore era abbattuto
dalla pena e il ritorno era molto lontano dalle loro speranze.
E ancora più tempo sarebbero stati fermati dalla tristezza,

Epica storica e didascalica: Apollonio


839-40 Sgozzarono innumerevoli pecore: 845 guidato dalle Muse: il poeta si ap- originario in onore del vate argonauta Id-
il rito funebre in onore di Patroclo prevede pella all’autorità delle Muse, che garanti- mone. Emerge il gusto per l’aition, tipico
un sacrificio analogo: Iliade XXIII 166-67 scono l’autenticità della materia del canto di un poeta dotto, che interviene per ripri-
«davanti al rogo scuoiarono e disposero che trasmettono al poeta, come è tradizio- stinare la verità mitologica anche a prezzo
molte pecore grasse e buoi dal passo lento ne epica risalente ad Omero: cfr. Iliade II di un brusco scarto temporale, che annulla
e dalle corna ricurve». 484-86 «ditemi adesso, Muse che abitate le distanze fra il tempo remoto del mito e
l’Olimpo, voi dee, che siete sempre presen- l’attualità di un culto da giustificare.
842 sopravvive un segno alla vista dei ti e sapete tutto – noi sentiamo solo la fama
posteri: un passo che presenta molte ana- e non sappiamo niente» [tr. di G. Paduano]. 851 Chi … morì?: La domanda che il
logie con il nostro si trova in I 1061-62: narratore pone a se stesso risponde ad un
«ancora oggi sorge quel monumento, pos- 846 Febo ordinò … ai Beoti e ai Nisei: preciso modulo epico (Iliade I 8 Τίς τάρ
sibile a vedersi anche per le genti future», a Apollonio propone l’aition della fondazio- σφωε θεῶν ἔριδι ξυνέηκε μάχεσθαι;), che
proposito del monumento funebre in onore ne della colonia di Eraclea Pontica (l’at- Apollonio sfrutta con una certa frequenza
di Cizico (vedi sopra, commento al verso tuale Ereğli), presso la tomba dell’eroe Id- per sottolineare determinati passaggi narra-
837). mone, nel territorio dei Mariandini. Come tivi (come anche nel finale del libro II 1090-
informa Pausania, V 26, 7 «Eraclea è stata 91: Τίς γὰρ δὴ Φινῆος ἔην νόος, ἐνθάδε
843 un rullo d’ulivo selvaggio: il rullo costruita sul Ponto Eusino e fu fondata dai κέλσαι/ ἀνδρῶν ἡρώων θεῖον στόλον;
della nave è di olivo selvatico, un legno di Megaresi; alla fondazione presero parte an- «Ma qual era mai il pensiero di Fineo al-
particolare durezza, di cui, ad esempio, è che i Beoti di Tanagra». I Megaresi vengo- lorché spinse la divina schiera degli eroi ad
costituita la mazza di Eracle (vedi Teocrito no da Apollonio chiamati Nisei, da Nisa, il approdare nell’isola?» [tr. di A. Borgogno]).
XXV 207-210). porto di Megara. La domanda ha se stesso ha in questo caso
funzione anticipatoria di quanto sarà spiega-
844 Capo d’Acherusio: collocato nel pa- 850 Agamestore: si tratta di un eroe lo- to al v. 853: là si possono ancora notare due
ese dei Mariandini, è il luogo dove vi è la cale, il cui culto – a causa dell’ignoranza σήματα di eroi defunti, dunque deve essere
foce dell’Acheronte. degli abitanti di Eraclea – sostituisce quello morto un altro, oltre ad Idmone.
46 ARGONAUTICHE
865 se Era non infondeva un enorme coraggio ad Anceo,
nato presso le acque del fiume Imbrasio da Astipalea
e da Posidone, ed abilissimo nel guidare le navi.
[Tr. di G. Paduano]

865 Se Era … ad Anceo: la situazione è e impotenza (ἀμηχανία) che solo un in- Peleo (che svolge la funzione di «supplen-
caratteristica del clima che caratterizza la tervento esterno vale a risolvere: in questo te» alla guida dell’impresa) per avanzare
vicenda narrata da Apollonio: gli Argonau- caso si tratta del coraggio ispirato da Era la propria candidatura a reggere il timone
ti cadono in uno stato totale di prostrazione ad Anceo, il quale a sua volta si rivolgerà a della nave.

TESTI A CONFRONTO riti di sepoltura


La descrizione del rito di sepoltura di Idmone, che ricorda molto da vicino la cerimonia funebre in onore di Ci-
zico, re dei Dolioni (I 1057-1062), propone alcune delle modalità di una prassi testimoniata a partire da Omero
e divenuta tradizionale. Il riscontro più dettagliato e completo delle varie fasi del cerimoniale funebre ci deriva
dalla descrizione dei funerali di Patroclo, in Iliade XXIII 4-257, da cui si può desumere il seguente schema:
• parata di carri e triplice giro intorno al feretro, trasportato all’aperto sulla spiaggia;
• compianto e allocuzione al cadavere;
• allestimento del banchetto funebre, con sacrificio di buoi e armenti;
• preparazione della legna per innalzare la pira;
• trasporto del cadavere presso la pira;
• offerta rituale di capelli recisi come segno di lutto in onore del defunto;
• offerta di vittime, miele ed olio;
• il rogo funebre viene acceso;
• libagioni di vino sulla pira;
• invocazione del defunto;
• una volta estinto il fuoco, raccolta delle ossa, che verranno deposte in un’urna;
• innalzamento del tumulo, versando terra nello spazio ove era stata accesa la pira;
• allestimento di giochi in onore del defunto.

Il tumulo, eretto dove ha bruciato il rogo funebre, è costituito da una collina di terra, ornata con una stele,
innalzata in genere su un promontorio o su di un’altura visibile da lontano; non ha la funzione di sepolcro,
Epica storica e didascalica: Apollonio

ma serve per tenere vivo il ricordo del defunto e dei valori che egli incarna anche presso le generazioni
future: tale concezione emerge chiaramente in diversi passi omerici, come ad esempio in Iliade VII 86-91:
In suo onore elevino il tumulo sopra il vasto Ellesponto.
E qualcuno dei posteri dirà, percorrendo
su una nave il mare color del vino:
«Questa è la tomba di un uomo morto in antico,
combattendo da valoroso contro l’illustre Ettore».
Così dirà e la mia gloria sarà immortale.
[Tr. di G. Paduano]

Un altro esempio significativo in Odissea XXIV 80-84:


poi elevammo un grande e nobile tumulo
sopra di esse, noi forte schiera di Achei armati di lancia
su un promontorio sporgente, sull’ampio Ellesponto,
perché da lontano fosse visibile agli uomini in mare,
a quanti vivono ora e a quanti vivranno in futuro.
[Tr. di A. Privitera]

Si tratta di una concezione non esclusivamente eroica, ma ben radicata anche nella tradizione successiva,
come testimonia il fr. 183 K.-A. di Platone comico (che riguarda la tomba di Temistocle):
il tuo tumulo, innalzato in un luogo favorevole,/ da ogni parte sarà un saluto ai viaggiatori per mare,/
che vedrà salpare ed entrare in porto,/ e starà in osservazione quando ci sarà una lotta di navi.
L’INNAMORAMENTO DI MEDEA 47

analisi del testo


«Chi altro tra loro morì?» si chiede al v. 851 il poeta recupe- può mettere in discussione, riacquistando d’improvviso l’au-
rando il modulo di Iliade I 8 («Ma chi fra gli dèi li fece lottare torità esiodea del poeta istruito dalle Muse nella «verità»:
in contesa?»), e attraverso il γάρ del v. 853 istituisce, da ar- così, subito sopra, egli rimprovera «su impulso delle Muse»
cheologo, un nesso di causa ed effetto tra i due antichi sepolcri (Μουσέων ὕπο, v. 845) a Beoti e Nisei di aver frainteso l’or-
che ancor oggi si vedono e la propria congettura secondo cui dine apollineo di onorare come patrono Idmone e non, come
gli Argonauti dovettero seppellire sul posto non solo Idmone essi fanno, Agamestore. Evidentemente una tradizione leg-
ma anche un altro compagno. A questo nesso fra osservazione gendaria si può rimpiazzare solo con un’altra tradizione, non
attuale e congettura viene incontro la tradizione orale (φάτις, certo con la verità, ma parte del gioco prospettico perseguito
v. 854), o quella che tale si finge o che comunque si è già de- da Apollonio sta appunto nella possibilità (che egli si riserva
positata nelle cronache degli storici locali: di qui la sintetica come diritto poetico) di permutare i piani della congettura
rievocazione del rapido morbo mortale che colse nel sonno il erudita e del racconto ispirato, del μῦθος come storia remota
timoniere Tifi. ma reale e come favola sottratta al controllo delle verifiche
Del resto la tradizione orale è una dimensione che il poeta testimoniali.

T. 9 L’innamoramento Era e Atena, preoccupate per la sorte degli Argonauti convincono Afrodite a
di Medea inviare in Colchide Eros, perché faccia innamorare Medea, figlia minore del
re Eeta, di Giàsone.
La fanciulla, esperta di arti magiche, può infatti essere di grande aiuto all’eroe
greco.
Frattanto Giàsone e alcuni compagni, protetti da una nebbia magica procurata
da Era, penetrano nella reggia e chiedono, per bocca di un nipote del re, il vello
d’oro a Eeta.
Questi prima rifiuta seccamente, poi si lascia indurre ad acconsentire alla ri-
chiesta, ma solo a patto che Giàsone superi una prova impossibile: aggiogare
due tori spiranti fuoco e con piedi di bronzo, e con questi arare un terreno,
seminarvi denti di drago e uccidere i guerrieri armati che sarebbero nati. Già-
sone accetta, pur convinto dell’impossibilità di superare l’impresa. Ma, mentre

Epica storica e didascalica: Apollonio


lo accompagna alla nave, uno dei nipoti del re, che si è accorto degli sguardi
intensi che Medea lanciava su Giàsone, esorta l’eroe a farsi aiutare dalla gio-
vane maga.

Segue la descrizione analitica dell’incipiente passione amorosa di Medea, ormai


sconvolta dal dardo di Eros.
L’immagine dell’eroe – il suo aspetto, le movenze, il vestito – e le sue «dolci
parole» restano impresse nell’animo della vergine, che non ha ancora chiara
coscienza del proprio sentimento.
Prova un’attrazione irresistibile per lui, le pare che «simile a lui non ci fosse
nessun altro uomo», non controlla più le emozioni: ora prorompe in «lacrime
di tenero affanno e di pietà profondissima», ora s’interroga stupita sulla pro-
pria dolorosa condizione psicologica («Perché il dolore mi prende, infelice?»),
ora reagisce con aggressività come per allontare il pericolo («Vada in malora
costui!»).
Ma prevale la sollecitudine per lo sconosciuto e Medea prega Ecate – di cui è
sacerdotessa – che a lui sia consentito di tornare salvo in patria.
48 ARGONAUTICHE

Argonautiche Καί ῥ’ οἱ μέν ῥα δόμων ἐξήλυθον ἀσχαλόωντες·


III 448-471 Χαλκιόπη δέ, χόλον πεφυλαγμένη Αἰήταο,
450 καρπαλίμως θάλαμόνδε σὺν υἱάσιν οἷσι βεβήκει·
αὔτως δ’ αὖ Μήδεια μετέστιχε. Πολλὰ δὲ θυμῷ
ὥρμαιν’ ὅσσα τ’ ἔρωτες ἐποτρύνουσι μέλεσθαι·
προπρὸ δ’ ἄρ’ ὀφθαλμῶν ἔτι οἱ ἰνδάλλετο πάντα,
αὐτός θ’ οἷος ἔην οἵοισί τε φάρεσιν εἷτο
455 οἷά τ’ ἔειφ’ ὥς θ’ ἕζετ’ ἐπὶ θρόνου ὥς τε θύραζε
ἤιεν· οὐδέ τιν’ ἄλλον ὀίσσατο πορφύρουσα
ἔμμεναι ἀνέρα τοῖον· ἐν οὔασι δ’ αἰὲν ὀρώρει
αὐδή τε μῦθοί τε μελίφρονες οὓς ἀγόρευσεν.

Gli eroi uscirono dalla reggia in preda all’angoscia;


Calciope, stando in guardia dall’ira di Eeta,
450 corse nelle sue stanze assieme ai figli
e Medea fece lo stesso, ma nel suo animo
si agitavano tutti gli impulsi d’amore:
davanti ai suoi occhi si formavano ancora le immagini
di ogni cosa: l’aspetto di Giasone e l’abito che indossava,
455 come parlava, e come sedeva, e come si mosse ad uscire,
e nel pensarvi le sembrò che simile a lui non ci fosse
nessun altro uomo; le tornavano sempre alle orecchie
la voce e le dolci parole che aveva sentite.

449 Χαλκιόπη: Calciope è la sorella grande male che è!» (ma si tratta di un uso tornano in mente: non dileguano, impressi
di Medea, dal padre data in sposa a Frisso, più antico, forse già presente in Saffo, fr. nel cuore, il volto e le parole; l’affanno non
da cui aveva avuto quattro figli: Argo, Me- S286, col. 2. 2: δύ᾽ ἔρωτες με). A partire concede alle membra la placida quiete» [tr.
Epica storica e didascalica: Apollonio

lante, Frontide e Citissoro. - χόλον: come dall’età ellenistica si afferma la prosopopea di L. Canali].
emergerà in modo evidente soprattutto nel degli Ἔρωτες, raffigurati come una sorta
libro quarto, l’ira (χόλος, spesso connesso di genietti maligni, che si divertono ad in- 456 πορφύρουσα: dal significato ori-
con gli aggettivi βαρύς o μέγας) è esse- fliggere la sofferenza d’amore; per questo ginario di «agitarsi, muoversi in continua-
re atteggiamento tipico di Eeta, che già in topos si veda ad esempio Asclepiade, A.P. zione», riferito al mare (Iliade XIV 16: ὡς
Odissea X 127 era definito ὀλοόφρων, XII 46 2-3 «O Amori, che cos’è questo δ᾽ ὅτε πορφύρῃ πέλαγος) e poi figurato
«dai pensieri funesti». Del resto, sarà pro- tormento? Perché mi bruciate? E se morte di «essere inquieto», il verbo πορφύρω
prio il timore di Calciope nei confronti del mi colpisce, Amori, che farete?» [tr. di S. passa a quello di «meditare, ponderare» e
padre e la conseguente apprensione per i Quasimodo]. poi ancora «arrossire» o «rendere rosso».
propri figli ad avere un ruolo decisivo nello Nel nostro passo è normalmente interpreta-
svolgimento della vicenda. 454 φάρεσιν: φᾶρος indica un ampio to nel senso di «meditare, ponderare», ma
pezzo di stoffa, utilizzato di volta in volta non vi si può escludere una sfumatura d’in-
452 ὥρμαιν(ε): l’uso dell’imperfetto, per vele, mantelli o anche lenzuola (in par- quietudine.
con valore durativo, sottolinea il prolungar- ticolare funebri, come la tela di Penelope:
si della meditazione di Medea. L’espres- Odissea, II 97-99 φᾶρος ... Λαέρτῃ ἤροι 457-458 ὀρώρει: ppf. di ὄρνυμι «de-
sione costituisce una variazione del nesso ταφήϊον). Nel nostro contesto indica, più starsi, levarsi, nascere», spesso riferito a fe-
omerico ταῦθ᾽ ὥρμαινε κατὰ φρένα in generale, il vestiario esterno. - εἷτο: ppf. nomeni naturali, come le tempeste. Il verbo
καὶ κατὰ θυμόν (es. Iliade I 193). Il ver- medio di ἕννυμι, verbo usato quasi esclusi- esprime efficacemente lo stato confusiona-
bo ὁρμαίνω è di uso quasi esclusivamen- vamente nell’epica. Notevole l’imitazione le in cui si trova Medea e la sua condizione
te epico (soprattutto omerico). - ἔρωτες: di questo passo operata da Virgilio, Eneide di vittima della violenza primordiale della
l’uso del plurale implica la rappresentazio- IV 3-5 Multa viri virtus animo multusque passione. - μελίφρονες: «piacevoli come
ne dell’amore nella sua complessa varietà recursat / gentis honos, haerent infixi pec- il miele», da μέλι e φρήν. Si confronti Vir-
di pulsioni, così come in Euripide, Medea tore vultus / verbaque nec placidam mem- gilio, Eneide IV 83: illum absens absentem
330 φεῦ φεῦ, βροτοῖς ἔρωτες ὡς κακὸν bris dat cura quietem «Il grande valore auditque videtque.
μέγα «ahimè, l’amore per i mortali, che dell’eroe, la grande gloria della stirpe le ri-
L’INNAMORAMENTO DI MEDEA 49
Τάρβει δ’ ἀμφ’ αὐτῷ, μή μιν βόες ἠὲ καὶ αὐτός
460 Αἰήτης φθείσειεν· ὀδύρετο δ’ ἠύτε πάμπαν
ἤδη τεθνειῶτα, τέρεν δέ οἱ ἀμφὶ παρειάς
δάκρυον αἰνοτάτῳ ἐλέῳ ῥέε κηδοσύνῃ τε.
Ἦκα δὲ μυρομένη, λιγέως ἀνενείκατο μῦθον·
«Τίπτε με δειλαίην τόδ’ ἔχει ἄχος; Εἴθ’ ὅγε πάντων
465 φθείσεται ἡρώων προφερέστατος εἴτε χερείων,
ἐρρέτω. – Ἦ μὲν ὄφελλεν ἀκήριος ἐξαλέασθαι. –
Ναὶ δὴ τοῦτό γε πότνα θεὰ Περσηῒ πέλοιτο,
οἴκαδε νοστήσειε φυγὼν μόρον· εἰ δέ μιν αἶσα
δμηθῆναι ὑπὸ βουσί, τόδε προπάροιθε δαείη,

Tremava per lui, che non lo uccidessero i tori


460 o lo stesso Eeta; e già lo piangeva per morto
senz’altro: scorrevano per le sue guance le lacrime
di tenero affanno e di pietà profondissima.
E sommessamente piangendo disse queste parole:
«Perché il dolore mi prende, infelice? Vada alla malora
465 costui che sta per morire, grande eroe o uomo
dappoco… Oh potesse sfuggire illeso da morte!
Sì, questo possa avvenire, divina signora
Ecate, e ritorni salvo alla patria; ma se è il suo destino
perire sotto le fiere, prima almeno lo sappia,

459 τάρβει: da ταρβέω, verbum ti- ne dell’espressione omerica ἁδινῶς ἀνε- morte» [tr. di G. Paduano]; si veda anche
mendi, costruito con μή e ottativo obliquo νείκατο φώνησέν τε (Iliade XIX 314). Archiloco, il famoso frammento dell’ab-

Epica storica e didascalica: Apollonio


(per indicare il timore che accada qualco- bandono dello scudo (fr. 5 West): ἐρρέτω·
sa che non si desidera). 464 Τίπτε: «Perché mai?», sta per τί ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω. Si ritroverà
ποτε. - ἄχος: «afflizione, tormento» (cfr. più avanti, sempre in bocca a Medea, a
461-462 τεθνειῶτα: forma epica del ἄχνυμαι). È il primo dei tre monologhi di contrassegnare il momento cruciale della
participio perfetto forte di θνῄσκω. - τέ- Medea che si susseguono nel terzo canto. decisione a favore di Giasone: v. 785-86
ρεν ... κηδοσύνῃσιν: «tenere lacrime Come osserva Paduano (Apollonio Rodio, ἐρρέτω αἰδώς,/ ἐρρέτω ἀγλαΐη «alla
di struggente compassione le scorrevano Le Argonautiche, introduzione e commen- malora il pudore, alla malora la fama».
con affanno intorno alle guance». - τέρεν to di G.P. e M. Fusillo, Milano 1986, 431), - ὄφελλεν: imperfetto epico senza au-
... δάκρυον: variazione rispetto al nesso «dalla illustre tradizione epico-tragica che mento di ὀφέλλω, forma epica di ὀφείλω
omerico (es. Iliade III 142 ὁρμᾶτ᾽ ἐκ contemplava sostanzialmente due modelli «debbo rendere, sono obbligato». Il tempo
θαλάμοιο τέρεν κατὰ δάκρυ χέουσα). di monologo, uno osservativo della realtà, storico esprime un desiderio che è sentito
- κηδοσύνῃσιν: termine attestato esclu- l’altro decisionale, Apollonio ha tratto una come irrealizzabile. - ἐξαλέασθαι: infi-
sivamente in Apollonio, coniato sull’ome- struttura profondamente originale, che nito aoristo di ἐξαλέομαι «stare in guar-
rico κῆδος e suffisso femminile -σύνη dei contamina i due modelli, interpretandoli dia, evitare, sfuggire». - ἀκήριος: «non
nomina qualitatis. come parti funzionali dello stesso discor- colpito dal destino di morte» (ἀ privativo
so». e κήρ).
463 μυρομένη: il verbo significa qui
«piangere», secondo la comune accezione 466 ἐρρέτω: formula di violenta im- 467 Περσηῒ: vocativo singolare di
attestata fin da Omero. Altrove in Apol- precazione, di uso colloquiale, non estra- Περσηΐς -ΐδος; si tratta di Ecate, figlia
lonio e in Licofrone il verbo ricorre nel nea all’epos: cfr. Iliade XX 349-50 ἐρρέ- del Titano Perseo.
significato di «scorrere». - λιγέως ἀνε- τω· οὔ οἱ θυμὸς ἐμεῦ ἔτι πειρηθῆναι/
νείκατο μῦθον: «con dolcezza pronun- ἔσσεται, ὃς καὶ νῦν φύγεν ἄσμενος ἐκ 469 τάρβει: da ταρβέω, verbum ti-
ciò queste parole». L’uso di ajnafevrw è θανάτοιο «Vada alla malora! Non avrà mendi, costruito con μή e ottativo obliquo
usuale in Apollonio ad introdurre monolo- più animo di ritentare la prova/ chi è stato (per indicare il timore che accada qualco-
ghi di tono triste; si tratta di una variazio- ben lieto, anche adesso, di sfuggire alla sa che non si desidera).
50 ARGONAUTICHE

470 οὕνεκεν οὔ οἱ ἔγωγε κακῇ ἐπαγαίομαι ἄτῃ».


Ἡ μὲν ἄρ’ ὧς ἐόλητο νόον μελεδήμασι κούρη·

470 che io non mi rallegro della sua sorte funesta».


Così la mente della fanciulla era sconvolta e turbata.
[Tr. di G. Paduano]

analisi del testo


Con un procedimento analitico che nella puntualità delle os- sone). Infine, con un trapasso interiettivo-colloquiale (ναὶ δή
servazioni (accuratamente ripartite fra i sensi della vista e in principio di v. 467), la fantasticheria funebre, che pure era
dell’udito) richiama la semeiotica ippocratica e le teorizzazioni servita a canalizzare gli affetti insorgenti grazie alle coperture
sui meccanismi delle sensazioni confluite nel De sensibus di del «tenero affanno» e della «pietà profondissima» (v. 462),
Teofrasto (si pensi in particolare, per l’espressione del v. 453 – viene risolutamente liquidata a favore di una preghiera a Ecate
«davanti ai suoi occhi si formavano ancora le immagini di ogni per la salvezza e il ritorno in patria dello straniero. Il quale, si-
cosa» – alla dottrina democritea sui flussi di atomi che proma- gnificativamente, è lasciato in un limbo anteriore o indifferen-
nano dalle cose e dalle persone materializzandone le sagome te a qualsiasi valutazione qualitativa (v. 465: «grande eroe o
e colpendo i nostri sensi in forma di εἴδωλα) Apollonio coglie uomo dappoco») e viene considerato sorgente di seduzione per
nel personaggio di Medea la genesi del sentimento d’amore parole che possono dirsi «dolci» (v. 458) più per l’effetto indi-
prima ancora che esso si manifesti al soggetto che lo speri- retto che hanno prodotto su chi le ha ascoltate senza esserne
menta. Così la giovane ne traspone l’insorgenza nei termini di il destinatario che per la «dolcezza» che ad esse certo apparte-
una sollecitudine per la sorte di Giasone («tremava per lui») neva (cfr. μειλιχίοισιν, v. 385), ma che riguardava piuttosto
e razionalizza lo scoppio di pianto che segnala la perdita del la sfera della diplomazia e della retorica se non dell’adulazio-
controllo sulle proprie emozioni come fantasia di un compianto ne (cfr. ὑποσσαίνων, v. 396). Piuttosto che trarne affrettate
funebre: ma non senza che affiori, nel passaggio all’effusione conclusioni sull’insufficiente statura del personaggio (reale ma
monologica, un’aggressività latente (ἐρρέτω «vada alla ma- che qui non viene marcata), è da riconoscere la finezza con cui
lora!», v. 466) contro chi viene a turbare un senso di pudore Apollonio scopre e rivela l’autonomia della pulsione erotica, il
(αἰδώς), che, nel caso specifico, è fortemente caricato dalla suo insorgere e operare secondo principî svincolati dal «valo-
censura paterna (Eeta si è appena posto come il nemico di Gia- re» della persona a cui si indirizza.
Epica storica e didascalica: Apollonio

T. 10 Il sogno I sentimenti di Medea si chiariscono nel sogno e nel monologo che segue il risve-
di Medea glio. In un incubo le sembrava che Giàsone affrontasse la prova non per ottenere
la magica pelle, ma per avere lei come legittima sposa e vedeva se stessa mentre
affrontava i tori infuocati al posto di Giàsone, ma Eeta contestava l’esito della
prova e le due parti in gara si rimettevano al suo giudizio. Nel momento in cui
Medea sta per abbandonare senza esitazione i genitori per seguire lo straniero,
il sogno s’interrompe e la fanciulla riconosce finalmente, in un angoscioso mo-
nologo, il proprio sentimento («Palpita per lo straniero il mio cuore»). Poi, com-
battuta tra il pudore di vergine e il desiderio amoroso, tenta per tre volte invano
di recarsi nella stanza della sorella Calciope. Stremata s’accascia sul letto simile
a una giovane vedova che ha perduto lo sposo prima di godersi il primo incontro
amoroso. Finalmente la scorge un’ancella, che avverte la sorella maggiore Cal-
ciope. «Apollonio solleva con geniale arditezza un velo sull’inconscio: freudiani
presagi rispondono ai desideri non confessati e li scoprono. L’accavallarsi del-
le immagini oniriche ha carattere d’incubo; corre in esso il filo d’Arianna della
passione. Al risveglio, smarrita paura, e il pudor e la resistenza della verginità.
L’equilibrio vacilla, nell’incomposta smania d’azione» (F. Pontani).
IL SOGNO DI MEDEA 51
Argonautiche Un sonno profondo riposava dai suoi dolori
III 616-668 Medea, distesa sul letto. Ma la turbavano sogni terribili,
ingannatori, come succede a chi è in preda all’angoscia.
Le sembrava che lo straniero affrontasse la prova
620 non per il desiderio di portar via il vello d’oro,
che non per questo fosse venuto alla reggia
di Eeta, ma per portarla nella sua casa
come legittima sposa. E vedeva se stessa
lottare coi tori e sconfiggerli agevolmente;
625 ma i suoi genitori mancavano alla promessa,
dicendo che non a lei avevano dato l’incarico
di aggiogare i tori, e tra gli stranieri e suo padre
sorgeva una lite insanabile. Entrambe le parti
si rimettevano a lei: sarebbe stato ciò che sceglieva il suo cuore.
630 E lei sceglieva subito: lasciava i suoi genitori
per lo straniero. Loro, li prese un immenso
dolore e diedero un grido d’ira furente.
Sparve il sonno a quel grido e balzò su tremando
per la paura e guardò intorno i muri della sua stanza:
635 a stento riprese fiato nel petto, e gridò:
«Me infelice, quale terrore mi ha dato il sogno angoscioso!
Temo che da questo viaggio sorga un’enorme sciagura.
Palpita per lo straniero il mio cuore. Là, nella sua patria lontana,
sposi una donna greca: io devo darmi pensiero
640 della mia vita di vergine, della casa dei miei genitori.
Tuttavia voglio crearmi un cuore che sia pronto a tutto
e non restare più sola, ma tentare, se mai mia sorella
mi chieda aiuto in questo frangente, temendo per i suoi figli.

Epica storica e didascalica: Apollonio


Sì, questo potrebbe spegnere dentro il mio cuore la pena».
645 Disse, e si alzò dal letto, e aprì di colpo la porta,
vestita della sola tunica e a piedi nudi:
voleva vedere Calciope subito, e varcò la soglia
del cortile, ma poi lungo tempo restò nel vestibolo,
trattenuta dalla vergogna, e si volse, e tornò indietro,
650 e dalla sua camera di nuovo si gettò fuori e di nuovo

617 Medea, distesa sul letto: mentre 634 guardò intorno: in greco πάπτη- dore e rispetto, che ricorre anche ai versi 652,
sugli Argonauti vanno addensandosi le mi- νεν, aoristo epico senza aumento di πα- 653 e 659 e, più avanti, ai versi 681-82, asso-
nacce tramate da Eeta, Medea viene visita- πταίνω, che già in Omero «denota l’atto di ciato alla nozione di παρθενίη (è il dialogo
ta da una visione onirica, che la indurrà alla rivolgere lo sguardo da ogni parte con oc- fra Medea e la sorella): «così disse, e le sue
decisione definitiva in favore di Giasone. chi ben aperti, sia per paura, sia per cercare guance arrossirono, la trattenne a lungo il pu-
- sogni terribili: è evidente la reminiscen- qualcosa, sia nell’atteggiamento estatico dore verginale, mentre desiderava risponde-
za di Odissea XIX 516-17 (il momento in del sogno o in quello attento del guerriero» re». È il momento del poema nel quale Apol-
cui Penelope sta per raccontare il proprio (M. Fernández-Galiano). lonio maggiormente sottolinea quest’aspetto
sogno ad Odisseo, nelle vesti di falso men- del carattere di Medea, rappresentata con i
dico) «giaccio nel letto, e intorno al cuore 649 trattenuta dalla vergogna: è da rileva- tratti delicati di una vergine, nella quale an-
oppresso, fitte e acute ansie mi straziano in re, in questo passo, la particolare insistenza cora non si intravedono gli aspetti sinistri e
lacrime» [tr. di A. Privitera]. su αἰδώς, un concetto misto di vergogna, pu- torbidi del suo potere di maga.
52 ARGONAUTICHE
rientrò inutilmente i piedi la portavano avanti e indietro.
Quando avanzava, la vergogna la teneva ferma là dentro;
trattenuta dalla vergogna, la spingeva il desiderio possente.
Per tre volte tentò, e si fermò per tre volte. Alla quarta
655 si sentì mancare, e cadde prona sul letto.
Come una giovane sposa piange nella stanza nuziale
lo splendido sposo a cui l’hanno data i genitori e i fratelli,

654 Per tre volte … per tre volte: la fra- Apollonio, nella descrizione dell’agonia 656-657 Come una giovane sposa … i
se riprende allusivamente – in un diverso di Didone: Eneide IV 690-691 «tre volte genitori e i fratelli: la splendida similitudi-
contesto – una struttura tipicamente ome- poggiando sul gomito tentò di sollevarsi; ne accresce il pathos e la tensione: Medea,
rica, in cui la ripetizione del numero tre ha tre volte s’arrovesciò sul giaciglio» [tr. di fin da ora immaginando la morte dell’ama-
forte pregnanza sacrale: es. Iliade V 436- L. Canali]. Variazioni sul tema in Ovidio, to, associa la propria condizione a quella
438 «tre volte si scagliò, smanioso di uc- Tristia I 3, 55 «tre volte toccai la soglia, di una giovane vedova, che ha perduto lo
cidere, tre volte Apollo gli colpì lo scudo tre volte tornai indietro»; Fasti II 823 «tre sposo prima ancora di poter godere dei pia-
lucente; ma quando si slanciò per la quarta volte tentò di parlare, tre volte desistette, ceri delle nozze. Probabilmente Apollonio
volta…». Virgilio ha imitato il passo di osò la quarta volta». ha presente Iliade XXIII 222-225 «come

analisi del testo


caso e volontà psicologia onirica
Descrizione del sogno, monologo (il secondo di Medea) e im- Sogno, monologo, azione: Apollonio indugia fino in fondo sulle
pulso all’azione si susseguono in tre blocchi che non hanno un potenzialità espressive di ciascuna sezione (secondo la regola
autonomo sbocco operativo (il trittico si chiude sull’immagine aurea di una cosa per volta, e quella sino in fondo), ma giustap-
della fanciulla piangente sul suo letto) e tuttavia favoriscono la pone le singole stazioni così da produrre una linea ritmica che
messa in moto dell’intrigo, sia perché il pianto di Medea indu- sembra ripetere la forma di un’onda. L’episodio si apre col flutto
ce un’ancella a riferirne a Calciope, sia, soggettivamente, per- al suo colmo, nel momento in cui il sogno rivela al personaggio
ché in quel pianto si brucia, dietro l’apparenza della rinuncia, il non detto e il non pensato (una fantasia di ritrovarsi lontano,
l’azione di resistenza di cui è ancora capace il senso di pudore legittima sposa dello straniero, al quale Medea vorrebbe rispar-
del personaggio al pensiero di un’azione che già si profila per miare perfino l’incomodo della lotta materiale con i tori: nella
linee sicure. Se in apparenza è qui riproposto quel modulo, che visione è lei stessa ad aggiogarli agevolmente). Ma il grido iroso
abbiamo osservato in relazione all’agire degli Argonauti, per dei genitori al vederla scegliere a favore dello straniero dissolve
cui una situazione d’impotenza veniva risolta da un intervento lo stato onirico e prostra la fanciulla al punto più basso dell’on-
Epica storica e didascalica: Apollonio

esterno, l’accidente fortuito rappresentato dallo sguardo ca- da: sussulta tremante e guarda sgomenta i muri della sua stanza.
suale di un’ancella acquista piuttosto il sapore dell’occasione, È allora il susseguente monologo a percorrere la curva ascenden-
cioè di un incontro e di una sintonia fra il caso e la volontà: te di un nuovo sussulto emozionale, che la conduce dal timore
un caso atteso e preventivato dal personaggio (cfr. vv. 642 ss.) per una sciagura imminente al riconoscimento che il suo cuore
e una volontà che nel suo orientamento più segreto cerca il palpita per lo straniero fino alla decisione (dopo la breve aritmia
modo di cooperare con le ansie di Calciope per la sorte dei dei vv. 639 s.) di crearsi un «cuore canino» (κύνεον κέαρ),
propri figli. disposto al tentativo rischioso (πειρήσομαι 642): un nuovo
vertice che proietta Medea al di là della parola verso un impulso
Medea protagonista a levarsi dal letto e ad aprire la porta, vestita della sola tunica e
Attraverso questa articolazione delle scene, la figlia di Eeta as- a piedi nudi, per recarsi all’istante presso la sorella. Ma ecco che
surge a un ruolo protagonistico che manterrà a lungo (almeno l’onda ricade nuovamente, incurvata da quella vergogna che si
fino all’uccisione di Apsirto nel IV libro) e che, modulandosi erge contro Medea quasi come una muraglia: sul modello dello
nelle fasi del riconoscimento interiore, della peripezia e infi- schema omerico «per tre volte/ ma quando alla quarta volta»,
ne della «catastrofe», prospetta questa vasta partizione del la giovane cerca per tre volte di superarla finché, al successivo
poema non più come un viaggio epico-eziologico fra le acque tentativo, ricade sconfitta, prona su quel letto da cui si era le-
dell’Egeo e del Ponto, ma, al di là di un cimento eroico supe- vata con impeto al principio della sezione. Un’opposizione del
rato da Giàsone solo grazie all’aiuto di Medea, come un itine- pudore che sembra essere, e sul momento è, vincente (e la cui
rario nel genere tragico arricchito da memorie liriche e, più in forza viene marcata dalla formularità interna della ripresa αἰδοῖ
generale, dalla formidabile operazione di scandaglio dentro le ἐεργομένη, v. 649 / αἰδοῖ δ᾽ ἐργομένην, v. 653), ma che in
motivazioni dell’agire umano ormai portata a perfezione, da realtà si sfoga e si smorza lasciando Medea, per l’immediato fu-
Omero ad Aristotele, nella cultura greca. turo, disponibile a rispondere alla richiesta d’aiuto della sorella.
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 53
e per vergogna e riserbo non si mescola alle sue ancelle –
resta seduta in disparte, e soffre il dolore –
660 lui l’ha ucciso il destino, prima che entrambi godessero
il reciproco amore; piange la donna straziata
in silenzio, e fissa gli occhi sul letto vuoto,
temendo il sarcasmo e le ingiurie delle altre donne:
così piangeva Medea. D’improvviso la vide
665 una giovane ancella venuta in quel punto,
una sua serva e lo riferì a Calciope
subito: essa sedeva tra i figli pensando
al modo come poteva persuadere Medea.
[Tr. di G. Paduano]

piange un padre bruciando le ossa di un fi- le: nei poemi omerici, ed in particolare le». Anche nei momenti più difficili, le
glio, appena sposato, che morendo affligge nell’Odissea è usuale la rappresentazione ἀμφίπολοι sono per la donna una com-
i genitori infelici» [tr. di Paduano]. della padrona di casa che si muove ac- pagnia e un riconoscimento sociale; il ri-
compagnata dalle ancelle: IV 760 «salì fiutarle rappresenta la forma più radicale
658 non si mescola alle sue ancel- al piano superiore insieme con le ancel- di isolamento.

T. 11 La notte Medea trascorre una notte terribile, in preda pensieri angosciosi e contrastanti. La
inquieta quiete notturna contrappone, isolandolo, il suo personale dramma alla tranquillità
di Medea degli altri esseri del creato, avvolti nel sonno ristoratore. Il motivo del paragone
tra l’eroina insonne e gli altri uomini e animali che dormono è topico, e sarà ripreso
da Virgilio nel libro di Didone. Medea prova anche fisicamente i segni della passio-
ne, che s’insinua sotto la pelle fino ai nervi della nuca, sede privilegiata dei dolori
d’amore. Il suo animo ondeggia tra diverse alternative prima accolte poi rifiutate.
È incerta se aiutare o meno Giàsone, se dare libero corso al desiderio o mettere
al primo posto il pudore e la fama. Giunge quasi alla determinazione di suicidarsi,

Epica storica e didascalica: Apollonio


ma poi pensa che anche la morte non varrà a proteggere la propria reputazione:
per le donne di Colchide ella sarà «colei che amò uno straniero, fino a morirne, e
disonorò la sua casa e i suoi genitori, cedendo alla lussuria». Poi, l’immagine delle
dolcezze dell’esistenza e la luce del sole che sorge la sospingono di nuovo verso
pensieri di vita. Allora la donna decide di aiutare l’eroe nell’impresa e consegnargli
il filtro che lo renderà invulnerabile dai tori infuocati. Così attende ansiosa l’alba,
quando potrà consegnare a Giàsone il prezioso rimedio e vederlo in volto.

Argonautiche Νὺξ μὲν ἔπειτ’ ἐπὶ γαῖαν ἄγεν κνέφας, οἱ δ’ ἐνὶ πόντῳ
III 744-824 ναυτίλοι εἰς Ἑλίκην τε καὶ ἀστέρας Ὠρίωνος

La notte portava il buio sopra la terra; nel mare,


i naviganti guardavano all’Orsa e alle stelle di Orione,

744-746 Νύξ … νηῶν: «La notte ben in mare guardavano dalle navi verso l’Orsa e Apollonio opera una variazione rispetto alla
presto portò l’oscurità sulla terra: i marinai le stella di Orione». - νύξ … ἄγεν κνεφας: formula omerica, che si esplicita in espres-
sioni del tipo ἦμος δ᾽ ἠέλιος κατέδυ καὶ
54 ARGONAUTICHE
746 ἔδρακον ἐκ νηῶν, ὕπνοιο δὲ καί τις ὁδίτης
ἤδη καὶ πυλαωρὸς ἐέλδετο, καί τινα παίδων
μητέρα τεθνεώτων ἀδινὸν περὶ κῶμ’ ἐκάλυπτεν,
οὐδὲ κυνῶν ὑλακὴ ἔτ’ ἀνὰ πτόλιν, οὐ θρόος ἦεν

746 desideravano il sonno il viandante e il guardiano,


uno spesso torpore avvolgeva perfino la madre
che ha perduto i suoi figli; non più guaire di cani
per la città, non rumore sonoro: il silenzio

ἐπὶ κνέφας ἦλθε (attestata soprattutto in sguardo vivido e penetrante, di cui gli altri gonia 798 κακὸν δ᾽ ἐπὶ κῶμα καλύπτει.
Odissea) o ad esempio ἠέλιος δ᾽ ἄρ᾽ ἔδυ colgono il lampeggiare. - κῶμ(α): il termine indica un sopore pro-
καὶ ἐπὶ κνέφας ἦλθε (Odissea III 329), fondo, non di origine naturale, ma indotto da
ecc. - εἰς Ἑλίκην: si tratta dell’Orsa Mag- 746-747 ὕπνοιο … ἐέλδετο: «mentre incantesimo o da suggestione, dovuta ad una
giore. Cfr. Vitruvio, De achitectura IX 4, 5 ormai il viandante e il portinaio bramavano presenza divina (cfr. Saffo, fr. 2, 8 Voigt).
«Nel circolo nordico hanno la loro colloca- il sonno». - πυλαωρός: «custode delle Nel nostro contesto, il termine sottolinea la
zione le due Orse, le cui schiene sono unite, porte», da πύλη e ὁράω; il termine è at- condizione di sospensione allucinata che ca-
mentre il petto di ciascuna è voltato in dire- testato due volte in Iliade, ad indicare ri- ratterizza la veglia di Medea.
zione opposta rispetto all’altra. La più pic- spettivamente i guardiani delle porte Scee
cola delle due ha in greco il nome di Kynó- e quelli dell’accampamento degli Achei. In 749-750 οὐδέ … ὄρφνην: «e non si sen-
soura, la più grande di Helíke». - Ὠρίωνος: Antologia Palatina VII 319 viene riferito a tiva ululato di cani per la città, non vi era eco
costellazione invernale, che trae il nome dal Cerbero. - ἐέλδετο: forme epica, usata so- di suono, ma il silenzio dominava sull’oscurità
mitico cacciatore, figlio di Posidone. Se- lo al presente e all’imperfetto, per ἔλδετο. che diventava nera». In Controversie VII 1,
condo una variante del mito, accolta anche 27 Seneca il Vecchio propone la traduzione
da Omero (Odissea V 121-124), di lui si 747-748 καί … ἐκάλυπτεν: «un tor- di questo passo operata da Varrone Atacino:
sarebbe innamorata Eos, provocando l’invi- pore profondo avvolgeva perfino una madre Desierant latrare canes urbesque silebant;/
dia divina e l’uccisione di Orione da parte che aveva perduto i figli». - μητέρα: l’ac- Omnia noctis erant placida composta quie-
di Artemide. Il suo declinare (che avviene cenno a questa povera madre introduce un te. - ὑλακή: non attestato prima di Platone,
a fine novembre) è topicamente associato tocco di patetismo intenso e al contempo Leggi 967d, è un termine inusuale, che im-
alle tempeste: cfr. Argonautiche I 1201-02 discreto, come sfondo silenzioso del dram- preziosisce la suggestione esercitata dall’ori-
«come d’inverno, quando declina il terribi- ma di Medea. - ἀδινὸν περὶ κῶμ᾽ ἐκάλυ- ginalità di questo notturno. - πτόλιν: forma
le Orione, un rapido colpo di vento piomba πτεν: variatio rispetto alla formula omerica epica per πόλιν. - θρόος: attestato una volta
dall’alto» [tr. di G. Paduano]. - ἔδρακον: μαλακὸν περὶ κῶμ᾽ ἐκάλυψεν (Odissea in Omero (Iliade IV 437), il termine indica il
come osserva Snell il verbo δέρκομαι, XVIII 201 ed anche, con lieve variazione, frastuono provocato da un assembramento di
di consolidata tradizione epica, indica lo Iliade XIV 359), ripresa da Esiodo in Teo- esseri umani o da una performance musicale
Epica storica e didascalica: Apollonio

TESTI A CONFRONTO la quiete notturna della città


Per accentuare l’impressione di profondità della quiete notturna, Apollonio accenna a coloro che per
ultimi prendono sonno, o per necessità (il viandante in cerca di alloggio), o per funzione (il guardiano),
o per condizione esistenziale (la madre che piange i figli). La rappresentazione si espande poi a tutto
l’ambiente della città, con un tratto di squisito realismo, che consegue un effetto altamente patetico.
Si può confrontare con questo lo splendido frammento di risveglio cittadino proposto da Callimaco in
Ecale, fr. 74, 21-28 Hollis (il ben noto episodio del dialogo fra due cornacchie):
E il sonno le prese, che quella diceva così, e l’altra ascoltava.
Ma non dormirono a lungo. Subito giunse
L’ora brinosa vicina all’aurora, quando le mani dei ladri
non vanno più a caccia. Già appare il lume dell’alba,
e un acquaiolo canta un canto da pozzo,
e chi abita presso la via è svegliato dall’asse
che stride sotto il carro; e lo affliggono i fitti
(colpi dei miseri) fabbri che attizzano il fuoco (?)
[Tr. di G.B. D’Alessio]
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 55
750 ἠχήεις, σιγὴ δὲ μελαινομένην ἔχεν ὄρφνην·
ἀλλὰ μάλ’ οὐ Μήδειαν ἐπὶ γλυκερὸς λάβεν ὕπνος.
Πολλὰ γὰρ Αἰσονίδαο πόθῳ μελεδήματ’ ἔγειρεν

750 possedeva le tenebre sempre più nere.


Ma il sonno soave non prese Medea: molte ansie
la tenevano sveglia nel desiderio di Giasone.

(Pindaro, Nemea VII 81 πολύφατον θρό- 751 ἀλλά … ὕπνος: reminiscenza di Archiloco (fr. 193, 1 West δύστηνος ἔγκει-
ον ὕμνων δόνει «muovi un vortice di inni Iliade X 3-4 ἀλλ᾽ οὐκ Ἀτρεΐδην Ἀγα- μαι πόθῳ/; 196 West ἀλλά μ᾽ ὁ λυσιμελὴς
dalle molte voci» [tr. di E. Mandruzzato]). - μέμνονα ποιμένα λαῶν/ ὕπνος ἔχε γλυ- ὦταῖρε δάμναται πόθος). - μελεδήματ᾽
ὄρφνην: è termine poetico, sporadicamente κερὸς πολλὰ φρεσὶν ὁρμαίνοντα («ma il ἔγειρεν: Cfr. Odissea XV 7-8 Τηλέμαχον
usato anche in prosa, non attestato prima di dolce sonno non prese Agamennone figlio δ᾽ οὐχ ὕπνος ἔχε γλυκύς, ἀλλ᾽ ἐνὶ θυμῷ/
Teognide, che lo usa in senso metaforico (ma di Atreo, capo di eserciti, turbato da molti νύκτα δι᾽ ἀμβροσίην μελεδήματα πατρὸς
si trova, sia in Omero sia in Esiodo, il nes- pensieri» [tr. di G. Paduano]). ἔγειρεν «il dolce sonno non prendeva Tele-
so νὺξ ὀρφναίη, che avrà successivamente maco, ma nella notte divina lo teneva sveglio
grande fortuna). - μελαινομένην: riferito 752 Πολλά … ἔγειρεν: «La tenevano il pensiero del padre nell’animo».
in Omero al rapprendersi del sangue (Ilia- sveglia molte ansie per il desiderio che aveva
de V 354) o alla terra appena arata (Iliade del figlio di Esone». - πόθῳ: il termine, che 753 δειδυῖαν … μένος: «poiché teme-
XVIII 548), il verbo μελαίνω in Apollonio, già in Omero significa «rimpianto, deside- va la forza brutale dei tori». - δειδυῖαν: è
oltre che caratterizzare, come qui, l’oscurità rio, struggimento» per una persona lontana o l’unica attestazione di questa forma di parti-
notturna, indica il nereggiare di una selva vi- perduta (es. Odissea XIV 144 «ma mi pren- cipio perfetto femminile, da un inusato pre-
sta in lontananza (IV 569) e il nereggiare del de il rimpianto per Odisseo assente»), si ca- sente *δίω «temo»; normalmente si trovano
mare profondo (IV 1574). rica poi di forte valenza erotica, a partire da le forme δείδω e δέδια, perfetti resultativi.

TESTI A CONFRONTO la prova imposta da eeta


Al v. 753 ταύρων κρατερὸν μένος «la forza brutale dei tori» allude alla prova, che tanto preoccupa l’in-
namorata Medea, imposta da Eeta a Giasone, come condizione per concedergli il vello d’oro. Tale prova
è presentata in un passo precedente del libro III (vv. 401-421), nel colloquio che si svolge fra Eeta e gli
Argonauti nel palazzo del re dei Colchi.

Epica storica e didascalica: Apollonio


Straniero, perché parlare di tutto ciò, punto per punto?
Se veramente siete figli di dei, o in ogni caso
non mi siete inferiori, voi che venite per prendere le cose di altri,
io ti darò il vello da portar via, se lo desideri –
ma dopo una prova. Non sono invidioso degli uomini prodi
come voi dite che è il sovrano di Grecia.
La prova del tuo coraggio e della tua forza sarà una fatica,
di cui, per quanto tremenda, io vango a capo con le mie braccia.
Due miei tori pascolano nella piana di Ares:
hanno piedi di bronzo e dalla bocca spirano fuoco;
io li aggiogo e li conduco attraverso il duro campo di Ares,
di quattro iugeri, e dopo averlo arato fino in fondo rapidamente,
getto nei solchi non il seme del grano, sacro a Demetra,
ma i denti di un serpente feroce che, una volta cresciuti,
prendono forma di uomini armati. E io li falcio,
li uccido con la mia lancia quando mi vengono addosso da tutte le parti.
Di buon mattino aggiogo i buoi e compio la mietitura
al tramonto. Se tu sei capace di compiere questo,
lo stesso giorno potrai portare al tuo re il vello d’oro;
ma prima non te lo darò, non sperarlo. Non sarebbe giusto
che un valoroso ceda a chi vale meno di lui.
[Tr. di G. Paduano]
56 ARGONAUTICHE
δειδυῖαν ταύρων κρατερὸν μένος, οἷσιν ἔμελλεν
φθεῖσθαι ἀεικελίῃ μοίρῃ κατὰ νειὸν Ἄρηος.
755 Δάκρυ δ’ ἀπ’ ὀφθαλμῶν ἐλέῳ ῥέεν· ἔνδοθι δ’ αἰεί

Temeva la forza brutale dei tori, a cui doveva soccombere


di morte crudele, lottando sul campo di Ares.
755 Il cuore batteva fitto dentro il suo petto.

753-754 οἷσιν … Ἄφηος: «ai quali diverse: «minaccioso, funesto», come nel αὐτῇ. - ἔντοσθεν: usato come preposizio-
doveva soccombere per un destino funesto, nostro passo; «malauguroso» (cfr. I 304 ne, regge il genitivo στηθέων. - ἔθυιεν:
nel campo di Ares». - φθεῖσθαι: da φθίω ὄρνις ἀεικελίη), «sfortunato» (cfr. II 1126 imperfetto del verbo θυίω (θύω) «infuriare,
(o φθίνω), forma epica dell’infinito aoristo νηὸς ἀεικελίης). - κατὰ νειόν: νειός in- agitarsi, smaniare», verbo di caratura ele-
atematico. - ἀεικελίῃ: l’aggettivo ἀεικέ- dica il «campo arato e seminato a maggese». vata e di uso poetico, fin da Omero impie-
λιος, in Omero utilizzato in alternanza con gato per indicare atteggiamenti umani, di
ἀεικής, nel significato di «oltraggioso, ver- 755 πυκνά … ἔθυιεν: «il cuore nel animali, o anche di agenti atmosferici (co-
gognoso», in Apollonio assume accezioni petto le batteva fitto». - οἱ: equivale ad me il vento o la tempesta).

immagini topiche
la rifrazione di un raggio nell’acqua
Ai vv. 756-760 è proposta una similitudine che sarà ripresa ed amplificata da Virgilio, Eneide VIII 18-25, per rappresentare il
turbamento di Enea:
fluttua in una grande tempesta di pensieri,/ e divide il veloce pensiero a vicenda qui e lì,/ e lo trae in diverse
parti e lo volge ad ogni espediente:/ come il tremulo lume dell’acqua in un vaso di bronzo/ che riflette il sole
o l’immagine della raggiante luna,/ volteggia ampiamente per tutti i luoghi, e s’innalza/ nell’aria, e colpisce i
riquadri dell’ampio soffitto.
[Tr. di L. Canali]

La splendida similitudine con cui è rappresentata l’instabilità psichica di Medea – un raggio di sole, che si riflette in una bacinella
d’acqua – è una testimonianza dell’interesse di Apollonio Rodio per i fenomeni naturali. H. Fränkel osserva che l’attenzione per
tali fenomeni, collegati in particolare con lo studio della rifrazione della luce, si riporta alla filosofia stoica. Non mancano a tal
proposito riferimenti significativi: Crisippo, Frammenti logici e fisici 433 Von Arnim
Epica storica e didascalica: Apollonio

L’acqua pura non diviene luminosa perché da fuori cade su di essa un raggio, ma per la trasformazione che
riceve dalla luce che viene a contatto con essa, così come accade all’aria. Neanche questa, infatti, è luminosa di
sua natura, altrimenti, lo sarebbe anche la notte; ma si trasforma tutta per il venire a contatto dei raggi del sole
con i suoi confini superiori, ed essendo in sé continua si trasforma e si cambia tutta quanta.
[Tr. di M. Isnardi Parente]

Plutarco, De facie in orbe lunae 936 B-C (= Crisippo, Frammenti logici e fisici 675 Von Arnim)
Sembra confutare l’ipotesi della riflessione della luce dalla luna soprattutto questo, che a quelli che si trovano di
fronte a raggi riflessi avviene di vedere non solo ciò che viene illuminato, ma anche la sorgente di luce. Nel caso
infatti che un raggio balzi da uno specchio d’acqua sulla parete e la vista penetri nel luogo illuminato in forma
di luce riflessa, essa riesce a vedere tre cose, il raggio riflesso, l’acqua che produce la riflessione, il sole stesso, dal
quale parte il raggio che cade sull’acqua per poi riflettersi.
[Tr. di M. Isnardi Parente]

Epitteto, III 3, 20-21


Come è un catino pieno d’acqua, così è l’anima, come il raggio di luce (hJ aujghv) che vi piove sopra, così sono le
rappresentazioni. Se l’acqua è scossa, par che anche il raggio di luce sia scosso – in realtà non è scosso.
[Tr. di R. Laurenti]

La similitudine viene ripresa in ambito etico anche da Dione Crisostomo, Orazione XXI 14. È anche vero, però, che esempi del
genere non mancano neanche in ambito peripatetico (ad esempio Stratone di Lampsaco, fr. 65b Schwabe), a testimoniare come
tale fenomeno fisico divenga oggetto di studio nella prosa filosofica ellenistica e di età imperiale.
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 57
τεῖρ’ ὀδύνη, σμύχουσα διὰ χροὸς ἀμφί τ’ ἀραιάς
ἶνας καὶ κεφαλῆς ὑπὸ νείατον ἰνίον ἄχρις,
ἔνθ’ ἀλεγεινότατον δύνει ἄχος, ὁππότ’ ἀνίας
ἀκάματοι πραπίδεσσιν ἐνισκίμψωσιν ἔρωτες.
760 Πυκνὰ δέ οἱ κραδίη στηθέων ἔντοσθεν ἔθυιεν,
ἠελίου ὥς τίς τε δόμοις ἔνι πάλλεται αἴγλη,
ὕδατος ἐξανιοῦσα τὸ δὴ νέον ἠὲ λέβητι
ἠέ που ἐν γαυλῷ κέχυται, ἡ δ’ ἔνθα καὶ ἔνθα
ὠκείῃ στροφάλιγγι τινάσσεται ἀίσσουσα –
765 ὧς δὲ καὶ ἐν στήθεσσι κέαρ ἐλελίζετο κούρης,

Come dentro la casa guizza un raggio di sole


dall’ acqua appena versata in una caldaia
o in un vaso, e nel mulinello vibra qua e là veloce,
così s’agitava nel petto il cuore della fanciulla.
760 Versava dagli occhi lacrime di compassione
e, dentro, la pena la rodeva senza riposo,
insinuandosi sotto la pelle, fino ai nervi sottili,
fino all’estremità della nuca, là dove penetra
il dolore più acuto, quando gli impulsi d’amore, instancabili,
765 scagliano la sofferenza dentro il petto degli uomini.

756 ἠελίου … αἴγλη: «come quando ti per liquidi: λέβης di dimensioni maggiori χουσα: σμύχω è un verbo poetico d’uso
un raggio di sole in una stanza guizza». - (in Iliade XXI 362-63, ad esempio, è usato raro, ma attestato già in Omero; è chiosato
δόμοις ἔνι: anastrofe per ἐνὶ δόμοις, con come calderone per cuocere un maiale: «co- da Esichio: «bruciare, consumare a fuoco
ritrazione dell’accento della preposizione. me dentro bolle un calderone [λέβης] messo lento». Per il suo uso in senso erotico, cfr.
- πάλλεται: dal significato originario di sul fuoco vivo, sciogliendo il grasso di un Mosco, fr. 2, 4 Gow Ἔρως δ᾽ ἐσμύχετ᾽
«agitare, brandire» un’arma, il verbo πάλ- porco ben nutrito»); γαυλός indica invece un ἀμοιβά «l’amore si consumava a catena»

Epica storica e didascalica: Apollonio


λω passa ad accezioni di senso traslato, an- secchio, che può servire per mungere il latte, [tr. di O. Vox]; Teocrito III 17 (Ἔρως) ὅς
che ad indicare moti dell’animo. Il raggio come in Odissea IX 223 «secchi (γαυλοί) e με κατασμύχων καὶ ἐς ὀστίον ἄχρις ἰά-
di sole che si riflette nell’acqua ricorda la mastelli nei quali (scil. Polifemo) mungeva». πτει «(Eros) che facendomi ardere a fuoco
bella immagine euripidea del guizzare dei lento mi tortura fino alle ossa». - ἶνας: da
delfini, in Elettra 435-437 ἵν᾽ ὁ φίλαυλος 758-759 ἡ δ᾽ ἔνθα … ἀίσσουσα: «e ἴς, ἰνός «tendine», generalmente usato al
ἔπαλλε δελ/φὶς πρώϊραις κυανεμβό- guizza or qua or là proiettato dal rapido plurale. - καὶ κεφαλῆς … ἄχρις: «e sotto
λοι/σιν εἱλισσόμενος «mentre il delfino vortice del liquido» [tr. di A. Borgogno]. l’estremità della testa, fino alla nuca». - ἰνί-
amante del flauto balzava tra le prore ceru- - στροφάλιγγι: στροφάλιγξ (connesso ον: «l’occipite». - ἄχρις: originariamente
lee torcendosi» [tr. di S. Fabbri]. - αἴγλη: con il verbo στρέφω) in Omero è usato avverbio, viene usato come preposizione
indica il bagliore di un raggio luminoso (in solo per indicare i vortici della polvere, nella poesia ellenistica, per influsso della
IV 301 sta ad indicare il bagliore del fulmi- provocati dalla mischia della battaglia. prosa attica. Regge di norma il genitivo, in
ne: οὐρανίου πυρὸς αἴγλη). questo caso, invece, l’accusativo ἰνίον.
761-762 δάκρυ … ὀδύνη: «una la-
757 ὕδατος ἐξανιοῦσα: participio crima di compassione scorreva dagli occhi; 764-765 ἔνθ(α) … ἄχος: «là dove il
presente di ἐξάνειμι, riferito ad αἴγλη. Let- dentro sempre la rodeva un dolore». - τεῖρ᾽ dolore più atroce si insinua». - ὁππότ(ε):
teralmente: «dipartendosi dall’acqua», attra- ὀδύνη: in genere detto di un dolore fisi- epico per ὁπότε. - ἀκάματοι: in Omero
verso il riflesso. - τό: poetico per ὅ, neutro co intenso: cfr. Omero, Iliade XI 398 ἐκ sempre riferito al fuoco in contesto formu-
del pronome relativo, che riprende ὕδατος. ποδὸς ἕλκ᾽, ὀδύνη δὲ διὰ χροὸς ἦλθ᾽ἀλε- lare, l’aggettivo è qui usato per la prima
- νέον: avverbiale, «recentemente, or ora». γεινή «estrasse (la freccia) dal piede, il volta per caratterizzare l’amore. - πραπί-
L’acqua appena versata aggiunge un tocco dolore acuto si diffuse nel corpo»; [Euri- δεσσιν: forma epica per πραπίσι, dativo
di freschezza e di luminosità all’immagine. pide] Reso 799 ὀδύνη με τείρει κοὐκέτ᾽ di πραπίς «diaframma, cuore, animo», ter-
ὀρθοῦμαι τάλας «povero me, il dolore mi mine di uso poetico, attestato generalmente
757-758 ἠέ … κέχυται: «viene versata divora e non riesco più a stare in piedi». al plurale. - ἐνισκίμψωσιν: forma epica
in una vasca o in un secchio». - λέβητι: ret- per ἐνσκίμψωσιν. Il congiuntivo indica il
to dalla preposizione ἐν come il successivo 762-763 σμύχουσα … ἶνας: «brucian- riferimento ad un numero indefinito di oc-
γαυλῷ. Entrambi i termini indicano recipien- te attraverso la pelle e i nervi sottili». - σμύ- casioni, nel presente e nel futuro (GI 1405).
58 ARGONAUTICHE
φῆ δέ οἱ ἄλλοτε μὲν θελκτήρια φάρμακα ταύρων
δωσέμεν· ἄλλοτε δ’ οὔτι, καταφθεῖσθαι δὲ καὶ αὐτή·
αὐτίκα δ’ οὔτ’ αὐτὴ θανέειν, οὐ φάρμακα δώσειν,
ἀλλ’ αὔτως εὔκηλος ἑὴν ὀτλησέμεν ἄτην.
770 Ἑζομένη δἤπειτα δοάσσατο, φώνησέν τε·
«Δειλὴ ἐγώ, νῦν ἔνθα κακῶν ἢ ἔνθα γένωμαι;
Πάντη μοι φρένες εἰσὶν ἀμήχανοι, οὐδέ τις ἀλκή
πήματος, ἀλλ’ αὔτως φλέγει ἔμπεδον. Ὡς ὄφελόν γε
Ἀρτέμιδος κραιπνοῖσι πάρος βελέεσσι δαμῆναι,
775 πρὶν τόνγ’ εἰσιδέειν, πρὶν Ἀχαιίδα νῆα κομίσσαι

E in un momento si diceva di dargli il rimedio fatato,


e poi di non darglielo; anzi, morire anche lei,
e ancora poi di non darglielo, ma neppure morire:
restare ferma, e affrontare la propria sventura.
770 Poi sedette nel dubbio, e disse queste parole:
«Me infelice, tra quali e quali sventure mi trovo!
Da ogni parte il mio cuore non ha che angoscia e impotenza.
Nessun rimedio alla pena, alla fiamma ferma che brucia.
Come vorrei che mi avessero uccisa le frecce veloci di Artemide,
775 prima che io lo vedessi, prima che la nave greca

766-767 φῆ … αὐτή: «E ora diceva che persona. - ὀτλησέμεν: infinito futuro epi- è l’agire di Giasone ad essere caratteriz-
gli avrebbe dato il filtro per incantare i to- co, da ὀτλέω «sopportare», non attestato zato dalla ἀμηχανία, l’inadeguatezza al
ri, ora di non darlo, ma di morire anche prima dell’età ellenistica. proprio ruolo e l’incapacità di decidere.
lei». - φῆ: poetico per ἔφη, da φημί. - Nel momento della crisi, Medea si trova
ἄλλοτε μέν … ἄλλοτε δ(έ): la correla- 770 δἤπειτα: crasi per δὴ ἔπειτα. - implicitamente associata all’eroe di cui
zione contrassegna il susseguirsi in Me- δοάσσατο: «era in dubbio» aoristo ome- è innamorata. - οὐδέ τις ἀλκή: explicit
Epica storica e didascalica: Apollonio

dea di stati d’animo contraddittori. «La rico (per lo più usato nella frase formulare formulare, presente più volte in Omero
suggestione di morte si presenta qui per ὧδε δέ οἱ φρονέοντι δοάσσατο κέρδιον (Iliade III 45; XXI 548 ecc.). - ἀλκή:
la prima volta in Medea come desiderio εἶναι), da collegarsi con l’impersonale regge πήματος «rimedio contro il dolo-
di accomunare il suo destino a quello di δέαται e, posteriormente, con δοιάζω. re» (è un costrutto non frequente, ma cfr.
Giasone; desiderio amoroso esplicito, e Esiodo, Erga 201 κακοῦ δ᾽ οὐκ ἔσσεται
quindi subito contrastato dalle altre even- 771-772 Δειλὴ ἐγώ … ἀμήχανοι: ἀλκή).
tualità» (Paduano). - θελκτήρια: «che «Povera me, qualunque scelta porterà una
incantano, che addolciscono», connesso disgrazia, contro cui il mio animo è impo- 773-774 ὡς … δαμῆναι: «oh, se fos-
con il verbo θέλγω, l’aggettivo regge il tente» [tr. di A. Borgogno]. - Δειλὴ ἐγώ: si stata uccisa dai dardi rapidi di Artemi-
genitivo di ciò da cui ci si vuole difen- esclamazione patetica di intonazione tra- de». - ὡς: desiderativo. - ὄφελον: forma
dere attraverso l’incantamento (in que- gica, già attestata in Omero, ad esempio epica senza aumento per ὤφελον, aoristo
sto caso ταύρων. Cfr. Euripide, Ippolito in Iliade XVIII 54 ὤμοι ἐγὼ δειλή, ὤμοι di ὀφείλω. Regge δαμῆναι (infinito aori-
509-510 ἔστιν κατ᾽ οἴκους φίλτρα μοι δυσαριστοτόκεια «me sventurata, infeli- sto passivo epico di δαμάζω) ed esprime
θελκτήρια/ ἔρωτος «ho in casa filtri che ce madre di un grandissimo eroe». - ἔνθα un desiderio irrealizzabile nel passato. -
producono l’incanto d’amore»). - δω- … ἢ ἔνθα: avverbio relativo di luogo Ἀρτέμιδος καιπνοῖσι … βελέεσσι: i
σέμεν: infinito futuro epico di δίδωμι. raddoppiato (la seconda parte del verso dardi di Artemide erano ritenuti causa della
- καταφθεῖσθαι: infinito aoristo ate- riprende Iliade II 397 ὅτ᾽ ἂν ἔνθ᾽ ἢ ἔνθα morte improvvisa delle donne. - πάρος:
matico di καταφθίνω. γένωνται), che regge il genitivo κακῶν pleonastico, introduce πρίν del verso suc-
(un costrutto analogo in Euripide, Troiane cessivo.
768 θανέειν: forma ionica per θανεῖν, 685 διδάσκεις μ᾽ ἔνθα πημάτων κυρῶ
infinito aoristo di θνῄσκω, che dipende, «m’insegni a che punto di sventura mi tro- 775-776 πρίν … υἷας: «prima di ve-
come il successivo δώσειν, da φῆ del v. vo»). - γένομαι: il congiuntivo conferi- derlo, prima che una nave achea portasse
766. sce all’espressione una sfumatura di even- qui i figli di Calciope». - τόν: ovviamente
tualità. - ἀμήχανοι: l’aggettivo è carico fa riferimento a Giasone. - εἰσιδέειν: for-
769 ἑήν: aggettivo possessivo di terza di valenza allusiva: nel corso del poema ma poetica per εἰσιδεῖν, infinito aoristo di
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 59
Χαλκιόπης υἷας· τοὺς μὲν θεὸς ἤ τις Ἐρινύς
ἄμμι πολυκλαύτους δεῦρ’ ἤγαγε κεῖθεν ἀνίας. –
Φθείσθω ἀεθλεύων, εἴ οἱ κατὰ νειὸν ὀλέσθαι
μοῖρα πέλει· πῶς γάρ κεν ἐμοὺς λελάθοιμι τοκῆας
780 φάρμακα μησαμένη, ποῖον δ’ ἐπὶ μῦθον ἐνίψω;

portasse qui i figli di mia sorella Calciope:


un dio o un’Erinni li ha guidati di là per il mio dolore e il mio pianto.
Muoia, se il suo destino è di morire sul campo.
Ma io, come potrei preparare il rimedio,
780 nascondendolo ai miei genitori? E cosa dire?

εἰσοράω. - Χαλκιόπης υἷας: da Calciope Le Erinni, nate dal primo gesto di violenza trei tenere nascosto ai miei genitori che
e Frisso erano nati quattro figli: Argo, Fron- commesso da un figlio nei confronti del pa- sto escogitando il rimedio, che cosa posso
ti, Mela, Citisodoro, che, partiti alla volta dre (l’evirazione di Urano da parte di Crono, dire?». - κεν: epico per ἄν, va con l’otta-
di Orcomeno per riconquistare il regno del cfr. Teogonia 185), sono dee vendicatrici dei tivo potenziale λελάθοιμι. - φάρμακα: ha
nonno Atamante, avevano fatto naufragio crimini commessi contro i genitori (il moti- significato ambivalente: sia quello concreto
presso l’isola di Ares (nel Ponto Eusino). vo è ampiamente sviluppato nell’Orestea di di «filtro, pozione», sia quello traslato di
Qui incontrano Giasone e gli Argonauti, da Eschilo). - ἄμμι: forma eolica, di uso epico, «rimedio» per la situazione che si è creata. -
cui ottengono aiuto (vedi II 1090-1122) e per ἡμῖν. - πολυκλαύτους: «che causano μησαμένη: da μήδομαι, è participio predi-
con cui ritornano nella Colchide (lo scom- molto pianto» riferito ad ἀνίας. È una delle cativo, in dipendenza di λελάθοιμι. - ποῖον
piglio nella reggia per il loro improvviso rare attestazioni in cui l’aggettivo (da πολύς δ᾽ ἐπὶ μῦθον ἐνίψω; variazione di Apollo-
ritorno è narrato in III 249-274). e κλαίω) ha valore attivo; normalmente si- nio di espressioni formulari omeriche come
gnifica «che è oggetto di molto pianto». Iliade I 552 αἰνότατε Κρονίδη ποῖον τὸν
776-777 τούς … ἀνίας: «da là un dio μῦθον ἔειπες; «terribile Cronide, che cosa
o un’Erinni li ha condotti qui, per me motivo 779 μοῖρα πέλει: il verbo πέλω equi- hai detto?», combinata con Odissea II 137
di dolore e di pianto». - θεὸς ἤ τις Ἐρι- vale ad εἰμί. L’espressione sembra costi- ὣς οὐ τοῦτον ἐγώ ποτε μῦθον ἐνίψω «per-
νύς: l’associazione fra dei ed Erinni è già tuire una formula religiosa, testimoniata ciò non dirò mai una parola del genere». -
presente in Odissea XVII 465 «ma se è vero negli Oracoli sibillini III 131 ὅταν γῆράς ἐνίψω: morfologicamente futuro di ἐνίπτω
che esistono dei ed Erinni a protezione dei τε Κρόνῳ καὶ μοῖρα πέληται. «biasimare», ma già in Omero è usato come
mendicanti». L’espressione associa l’idea se fosse ἐννέπω «dire»: la confusione fra i
della giustizia divina a quella della vendetta. 779-780 πῶς … ἐνίψω;: «come po- due verbi è di antica data.

Epica storica e didascalica: Apollonio


per saperne di più
il mito degli atamantidi
Secondo la versione più diffusa del mito, Atamante fu un leg- Ma Nefele riuscì a salvare i propri figli, facendoli trasportare da
gendario re di Orcomeno, in Beozia. Sposò in prime nozze Ne- un magico ariete volante fino nella lontana Colchide, Elle però
fele (una sorta di fantasma femminile, creato da Zeus a somi- cadde in mare vicino allo stretto dei Dardanelli, che da allora
glianza di Era), da cui ebbe Frisso ed Elle. In un secondo tempo in sua memoria si chiamò Ellesponto.
egli, urtato per il disprezzo che Nefele gli dimostrava, condusse L’ira di Era si abbatté poi sulla casa di Atamante: egli fu colto
segretamente nel suo palazzo Ino, figlia di Cadmo, di cui si era da follia e, afferrato l’arco, colpì il figlio Learco credendolo
invaghito. Dalla relazione nacquero Learco e Melicerte. un cervo e ne fece a pezzi il corpo. Ino fuggì con l’altro figlio
Venuta a sapere la cosa, Nefele salì furibonda all’Olimpo, la- Melicerte, ma nell’inseguimento trovò la morte precipitando
gnandosi con Era del torto subito. Nel frattempo Ino tramò un in mare da una rupe, con il figlio fra le braccia. Atamante
inganno per eliminare i figliastri: fece in modo che le donne la- venne poi bandito dalla sua terra, mentre Ino suscitò la pie-
sciassero disseccare i semi di grano, per compromettere il rac- tà di Zeus, che la tramutò in ninfa con il nome di Leucotea.
colto dell’anno seguente. Quando Atamante mandò a chiedere Melicerte fu divinizzato con il nome di Palemone e inviato
all’oracolo di Apollo a Delfi perché mai non gli germogliassero nell’istmo di Corinto a cavallo di un delfino. In suo onore ven-
le messi, Ino corruppe i messaggeri, perché gli riferissero un nero istituiti i giochi istmici, che si celebrarono ogni quattro
falso responso: per far cessare la carestia bisognava immolare anni.
in sacrificio Frisso ed Elle.
60 ARGONAUTICHE
Τίς δὲ δόλος, τίς μῆτις ἐπίκλοπος ἔσσετ’ ἀρωγῆς; –
Ἦ μιν ἄνευθ’ ἑτάρων προσπτύξομαι οἶον ἰοῦσα;

Quale il pensiero, l’inganno che mi dia aiuto?


Posso vederlo, rivolgermi a lui solo, senza compagni?

781 τίς … ἀρωγῆς: «Quale inganno, (Odissea XXI 397 ἐπίκλοπος … τόξων te con Giasone deriva, secondo Paduano,
quale pensierò potrà dissimulare l’aiuto?». «abile nell’uso dell’arco»), sia «dissimula- «dall’esigenza che non si equivochi sul si-
- ἐπίκλοπος: in Omero riferito solo a per- tore». gnificato del dono: simbolo e fondamento
sone, l’aggettivo ἐπίκλοπος è connesso del rapporto amoroso, non arma fornita alla
con il verbo ἐπικλέπτω e, costruito con 782 ἄνευθ᾽ ἑτάρων: il desiderio collettività degli Argonauti».
il genitivo, significa sia «abile, esperto» che Medea nutre di incontrarsi in dispar-

TESTI A CONFRONTO Un tête à tête per niente facile


A Medea non sfugge la difficoltà di un incontro a tu per tu con Giasone: la solitudine costituisce, infatti,
per l’eroe epico motivo di debolezza (o di pericolo potenziale) da cui guardarsi, a maggior ragione se in
ambiente ostile: si vedano le parole preoccupate di Priamo al figlio Ettore, prima dello scontro con Achille
(Iliade XXII 38-39):
Ettore, caro figlio, non aspettare quell’uomo, solo,
lontano dagli altri: incontreresti presto la fine
[Tr. di G. Paduano]
una conferma anche in un passo di Odissea, nel quale è rappresentato Elpenore, uno dei compagni di
Odisseo, che morirà a causa della sua imprudenza (X 554-55):
si era sdraiato in disparte dai compagni,
nella sacra dimora di Circe.
Nel caso di Medea e Giasone, ai motivi di prudenza, si aggiunge il problema della convenienza sociale,
poiché è quanto meno disdicevole l’incontro a tu per tu di una ragazza con un uomo, come osserva Nau-
sicaa a Odisseo, mentre i due stanno per raggiungere la reggia di Alcinoo (Odissea VI 286-88):
biasimerei anche io un’altra che facesse così,
una che senza il consenso di suo padre e sua madre,
Epica storica e didascalica: Apollonio

si incontrasse con uomini prima di andare a pubbliche nozze.


[Tr. di A. Privitera]
Uno scrupolo analogo viene espresso anche da Medea alle sue compagne, mentre si appressa al tempio,
dove avverrà l’incontro fatale con Giasone: vv. 891-95
«Amiche, m’accorgo d’aver commesso un grave errore:
dovevo evitare d’avvicinarmi troppo agli stranieri
che si aggirano nel nostro paese: tutta la città
ne è sgomenta, e per questo non si vede nessuna
delle donne che ogni giorno si radunano qui».
[Tr. di A. Borgogno]
L’incontro «segreto» dei due si tiene nell’area del santuario di Ecate: Giasone, accompagnato dai fedeli com-
pagni Argo e Mopso, verrà lasciato solo per intervento di Era, che distrarrà i due «incomodi» dando voce a
una cornacchia, in un passo molto gustoso, sospeso fra realismo e fantasticheria: Argonautiche III 927-937:
C’è sul sentiero pianeggiante, non lungi dal tempio,/ un pioppo fiorito d’innumerevoli
foglie, rifugio/ di molte loquaci cornacchie: una di esse/ dai rami più alti starnazzò al
loro passaggio,/ e per volontà di Era così prese a deridere Mopso:/ «Ecco il famosissi-
mo indovino, che non s’accorge/ di ciò che sanno anche i bambini: che nessuna dolce/
parola, nessuna promessa d’amore sarà mai rivolta/ a un giovane da una ragazza in
presenza d’altre persone./ Va’ alla malora, stolto e incapace profeta! Non ti ama/ Ci-
prie, né t’ispirano i suoi incantevoli Amori».
[Tr. di A. Borgogno]
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 61
Δύσμορος· οὐ μὲν ἔολπα καταφθιμένοιό περ ἔμπης
λωφήσειν ἀχέων, τότε δ’ ἂν κακὸν ἄμμι πέλοιτο
785 κεῖνος, ὅτε ζωῆς ἀπαμείρεται. Ἐρρέτω αἰδώς,
ἐρρέτω ἀγλαΐη, ὁ δ’ ἐμῇ ἰότητι σαωθείς
ἀσκηθής, ἵνα οἱ θυμῷ φίλον, ἔνθα νέοιτο·
αὐτὰρ ἐγὼν αὐτῆμαρ, ὅτ’ ἐξανύσειεν ἄεθλον,
τεθναίην, ἢ λαιμὸν ἀναρτήσασα μελάθρῳ
790 ἢ καὶ πασσαμένη ῥαιστήρια φάρμακα θυμοῦ. –
Ἀλλὰ καὶ ὧς φθιμένῃ μοι ἐπιλλίξουσιν ὀπίσσω
κερτομίας, τηλοῦ δὲ πόλις περὶ πᾶσα βοήσει
πότμον ἐμόν· καί κέν με διὰ στόματος φορέουσαι

Infelice! Anche quando sia morto non spero di avere


respiro dai mali: allora per me verrà la sventura,
785 quando avrà perso la vita. Alla malora
il pudore e la fama, e lui, salvo per mio volere,
se ne vada via illeso, dove il suo cuore desidera.
Ma io il giorno stesso, quando avrà compiuta la prova,
morrò appendendo il mio collo al soffitto,
790 o bevendo il veleno che distrugge la vita.
Eppure anche da morta, lo so, scaglieranno
contro di me le voci maligne; l’intera città
griderà la mia sorte; e le donne di Colchide mi porteranno

783-784 δύσμορος … ἀχέων: «me 786-787 δ᾽ ἐμῇ ἰότητι: ἰότης è atte- vista impiccata, stretta in lacci intrecciati»;
infelice: non credo che se lui venisse ucci- stato sempre al dativo singolare (tranne Euripide, Ippolito 802 «si è passata un lac-
so, potrò avere respiro dai mali». - ἔολπα: che in Iliade XV 41 δι᾽ ἐμὴν ἰότητα). cio intorno al collo e si è impiccata» [tr. di

Epica storica e didascalica: Apollonio


perfetto di ἔλπω, con valore resultativo. - - σαωθείς: participio aoristo passivo di U. Albini]. - ἢ καὶ … θυμοῦ: «o anche
καταφθιμένοιο: = καταφθιμένου, par- σαόω, epico per σῴζω. - ἀσκηθής: cfr. il ingoiando veleni che distruggono la vita».
ticipio aoristo atematico di καταφθίνω; è verso formulare omerico, attestato diverse - πασσαμένη: participio aoristo medio
un genitivo assoluto con il soggetto αὐτοῦ’ volte in Odissea: ὥς κε μάλ᾽ ἀσκηθὴς ἣν di πατέω «mangiare» (cfr. latino pasco),
(cioè, Giasone) sottinteso. - λωφήσειν: da πατρίδα γαῖαν ἵκηται. - ἵνα … ἔνθα verbo di uso poetico. - ῥαιστήρια: lo
λωφάω, costruito con il genitivo. - ἀχέ- νέοιτο: cfr. Callimaco, Inno ad Apol- scolio glossa φθαρτικά «rovinosi»; co-
ων: genitivo plurale di ἄχος -ους, termine lo 113 χαῖρε, ἄναξ· ὁ δὲ Μῶμος, ἵν᾽ ὁ niato sul sostantivo ῥαιστήρ «maglio,
di uso quasi esclusivamente poetico. Φθόνος, ἔνθα νέοιτο «salve, o signore; il martello» (Iliade XVIII 477), è un agget-
Biasimo se ne vada lì, dove è l’Invidia»; tivo caro ad Apollonio, che nel poema lo
785-786 Ἐρρέτω αἰδώς, ἐρρέτω il verbo νέομαι è usato esclusivamente impiega ben quattro volte. Regge il geniti-
ἀγλαΐη: «Alla malora il pudore, alla malora nell’epica. vo θυμοῦ.
la fama»: dopo le riflessioni contraddittorie
dei versi precedenti, quest’espressione se- 788 ἐξανύσειεν: l’ottativo è per at- 791-794 ἀλλά … ἐμόν: «ma anche co-
gna un passaggio decisivo verso la decisio- trazione del successivo τεθναίην (che ha sì, contro di me morta in seguito getteranno
ne finale; i due ἐρρέτω si contrappongono valore desiderativo). delle ingiurie, l’intera città lontano diffame-
a ἐρρέτω del verso 466 riferito a Giasone rà la mia sorte». - ἐπιλλίξουσιν: futuro di
e ne rovesciano definitivamente la prospet- 789-790 ἢ λαιμὸν ἀναρτήσασα με- ἐπιλλίζω «ammiccare, fare un cenno con
tiva. - ἀγλαΐη: forma ionica per ἀγλαΐα λάθρῳ: «o appendendo il collo al soffitto». gli occhi, alludere oltraggiosamente»; atte-
«splendore, bellezza», indica la manife- Il suicidio femminile per impiccagione stato una sola volta in Omero. - περί …
stazione esteriore di un valore intimo. In ha una tradizione consolidata, nell’epos βοήσει: tmesi. - καί … μωμήσονται: «e
Odissea XV 78 è indicata nella triade di e nella tragedia: cfr. Omero, Odissea XI portandomi di bocca in bocca le donne di
valori che regolano i rapporti con gli ospiti: 278 (a proposito di Epicasta, ovvero Gio- Colchide mi biasimeranno con disprezzo
κῦδός τε καὶ ἀγλαΐη καὶ ὄνειαρ «è glo- casta) «avendo attaccato un ripido laccio l’un l’altra». - διὰ στόματος: cfr. Teocri-
ria, onore ed insieme un vantaggio» [tr. di all’altissimo tetto» [tr. di A. Privitera]; to XII 20-21 «l’amore tuo e del tuo grazio-
A. Privitera]. Sofocle, Edipo Re 1263-64 «là l’abbiamo so favorito ora è sulla bocca di tutti» [tr.
62 ARGONAUTICHE
Κολχίδες ἄλλυδις ἄλλαι ἀεικέα μωμήσονται·
795 «Ἥτις κηδομένη τόσον ἀνέρος ἀλλοδαποῖο
κάτθανεν, ἥτις δῶμα καὶ οὓς ᾔσχυνε τοκῆας,
μαργοσύνῃ εἴξασα». – Τί δ’ οὐκ ἐμὸν ἔσσεται αἶσχος;
Ὤ μοι ἐμῆς ἄτης. Ἦ τ’ ἂν πολὺ κέρδιον εἴη
τῇδ’ αὐτῇ ἐν νυκτὶ λιπεῖν βίον ἐν θαλάμοισιν,
800 πότμῳ ἀνωίστῳ κάκ’ ἐλέγχεα πάντα φυγοῦσαν,
πρὶν τάδε λωβήεντα καὶ οὐκ ὀνομαστὰ τελέσσαι».
Ἦ, καὶ φωριαμὸν μετεκίαθεν ᾗ ἔνι πολλά
φάρμακά οἱ τὰ μὲν ἐσθλὰ τὰ δὲ ῥαιστήρι’ ἔκειτο.
Ἐνθεμένη δ’ ἐπὶ γούνατ’ ὀδύρετο, δεῦε δὲ κόλπους
805 ἄλληκτον δακρύοισι, τὰ δ’ ἔρρεεν ἀσταγὲς αὔτως,

con spregio di bocca in bocca, l’una con l’altra:


795 “Colei che amò un uomo straniero, fino a morirne,
e disonorò la sua casa e i suoi genitori,
cedendo alla lussuria”. Quale non sarà la vergogna?
Quale la mia sventura! Meglio, meglio sarebbe
in questa notte stessa, in questa stanza, lasciare la vita
800 per un destino nascosto, sfuggendo a tutti i rimproveri,
prima d’avere compiuto colpe innominabili».
Disse, e cercò il cofanetto dov’erano tutti
i suoi filtri, quelli benefici e quelli mortali.
Gemeva, tenendolo sulle ginocchia, e bagnava

di O. Vox]. - ἄλλυδις ἄλλαι: è un nesso cimede, la madre di Giasone, al momento geminato, dell’infinito aoristo di τελέω.
omerico di uso frequente. - μωμήσονται: della partenza della spedizione). - ἂν πολὺ
Epica storica e didascalica: Apollonio

da μωμάομαι, verbo denominativo da κέρδιον εἴη: «sarebbe molto meglio», 802-803 Ἦ … ἔκειτο: «Disse, e andò
μῶμος, «biasimo, disonore», in Omero di clausola omerica di uso frequente, il più a cercare il cofanetto dove aveva molti filtri,
solito «riferito alla critica futile, capziosa e delle volte con la particella κεν per ἄν. alcuni benefici, altri letali». L’incipit riprende
al pettegolezzo malizioso» (S. West). Iliade XXIV 228 Ἦ καὶ φωριαμῶν ἐπιθή-
800-801 πότμῳ ἀνωΐστῳ: «per un de- ματα κάλ᾽ ἀνέῳγεν «Disse, e apriva il co-
795-797 “ἥ τις … εἴξασα”: «“Ecco co- stino improvviso». L’aggettivo ἀνώϊστος -ον perchio delle casse». - ἦ: imperfetto di ἠμί,
lei che, prendendosi tanta cura di un uomo è un hapax omerico, non più attestato fino «dire». - φωριαμόν: si tratta di un conteni-
forestiero, è morta, ecco colei che ha coperto ad Apollonio, che lo impiega ben sei volte. tore adibito ad uso diverso rispetto a quanto
di vergogna la sua casa e i genitori, ceden- Il significato era incerto anche per gli antichi attestato in Omero, dove φωριαμός indica
do alla libidine”». - ἀνέρος ἀλλοδαποῖο: commentatori, che oscillano fra «improvvi- una sorta di cassa per riporvi coperte e man-
innamorarsi di uno straniero costituisce una so, inaspettato» e «sconosciuto, misterioso, telli. - ᾗ ἔνι: anastrofe per ἐνὶ ᾗ «nel quale»
mancanza di riguardo nei confronti della occulto». - κάκ᾽ ἐλέγχεα πάντα: «tutti (riferito a φωριαμός, femminile). - οἱ: sta per
gioventù locale: cfr. Odissea VI 282-285 i motivi di vergogna». L’espressione κάκ᾽ αὐτῇ. - ῥαιστήρι(α): vedi verso 790. La
«“meglio ancora se andò lei stessa a trovarsi ἐλέγχεα ricorre sia in Omero, sia in Esiodo descrizione dei φάρμακα di Medea ricorda
un marito di fuori: perché questi del paese come interiezione spregiativa (es. Iliade V quelli preparati da Elena: Odissea IV 229-30.
li spregia, i Feaci che la vogliono in mo- 787 αἰδὼς Ἀργεῖοι κάκ᾽ ἐλέγχεα «vergo-
glie, benché molti e valenti”. Diranno così, gna, Argivi, mala genia»); in questo contesto 804-805 δεῦε … δακρύοισι: «bagnava
e questo sarebbe per me una vergogna» [tr. ha reale valore di complemento oggetto. - φυ- il petto di lacrime». Cfr. Iliade IX 570 δεύ-
di A. Privitera]; si veda anche la vicenda di γοῦσαν: participio riferito ad un sottinteso οντο δὲ δάκρυσι κόλποι, Eschilo, Persiani
Coronide, invaghitasi dello straniero Ischi in με, soggetto di λιπεῖν, nella proposizione in- 539-40 δάκρυσι κόλπους / τέγγουσ(ι). -
Pindaro, Pitica III (vol. 1, pp. 643-652). - finitiva retta da πολὺ κέρδιον εἴη. - λωβήε- ἄλληκτον: «incessantemente, senza posa».
οὕς: aggettivo possessivo (cfr. latino suus). ντα: hapax,chiosato da Esichio con βλαβερά Neutro avverbiale dell’aggettivo ἄλληκτος
«cose dannose» (cfr. λώβη, «oltraggio, offesa, (o ἄληκτος) -ον, composto da ἀ privativo
798 Ὤ μοι ἐμῆς ἄτης: l’interiezione si disonore»). Sarà ripreso dal tardo epico Tri- e λήγω «smetto». - τά: sta per δάκρυα. -
trova uguale in I 290 (nel lamento di Al- fiodoro. - τελέσσαι: forma epica, con sigma ἀσταγές: neutro avverbiale: «a fiotti»,
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 63
αἴν’ ὀλοφυρομένης τὸν ἑὸν μόρον. Ἵετο δ’ ἥγε
φάρμακα λέξασθαι θυμοφθόρα τόφρα πάσαιτο,
ἤδη καὶ δεσμοὺς ἀνελύετο φωριαμοῖο
ἐξελέειν μεμαυῖα δυσάμμορος· ἀλλά οἱ ἄφνω
810 δεῖμ’ ὀλοὸν στυγεροῖο κατὰ φρένας ἦλθ’ Ἀίδαο,
ἔσχετο δ’ ἀμφασίῃ δηρὸν χρόνον. Ἀμφὶ δὲ πᾶσαι
θυμηδεῖς βιότοιο μεληδόνες ἰνδάλλοντο·
μνήσατο μὲν τερπνῶν ὅσ’ ἐνὶ ζωοῖσι πέλονται,
μνήσαθ’ ὁμηλικίης περιγηθέος, οἷά τε κούρη·
815 καί τέ οἱ ἠέλιος γλυκίων γένετ’ εἰσοράασθαι
ἢ πάρος, εἰ ἐτεόν γε νόῳ ἐπεμαίεθ’ ἕκαστα.

805 il seno di lacrime, che cadevano fitte,


senza tregua, mentre pensava alla sua terribile sorte.
Desiderava scegliere i filtri mortali
ed inghiottirli, e già nel suo desiderio, infelice,
scioglieva i lacci della cassetta. Ma d’improvviso le venne nel cuore
810 una cupa paura del regno odioso dei morti.
Restò a lungo muta, sgomenta. Davanti a lei
passavano tutte le dolcezze dell’esistenza:
ricordava i piaceri che toccano ai vivi,
le gioiose compagnie della sua giovinezza,
815 e il sole apparve più dolce di prima ai suoi occhi,
quando passò ogni cosa al vaglio della ragione.

letteralmente «non a gocce» (ἀ privativo sopraggiunse all’improvviso un terrore ricordava della compagnia allegra delle sue
e στάζω). Aggettivo non attestato prima funesto dell’orrendo regno dei morti». - coetanee, fanciulla quale era». Dopo la va-

Epica storica e didascalica: Apollonio


dell’età ellenistica; in Callimaco, Ecale fr. στυγεροῖο: Ade è definito στυγερός, ghezza del verbo ἰνδάλλομαι, l’anafora
124 Hollis si trova ἀσταγὲς ὕδωρ. «odioso» anche in Iliade VIII 368. - ἔσχε- μνήσατο (aoristo senza aumento di μιμνή-
το … χρόνον: «rimase a lungo ferma, in- σκω) ... μνήσατ(ο) segnala il focalizzarsi
806-807 αἴν᾽ … μόρον: «mentre pian- capace di parlare». - ἔσχετο: è costruito progressivo e concreto dei ricordi, con ef-
geva amaramente la sua sorte». - αἴν᾽: sta intransitivamente, nel significato di «fer- fetto di climax ascendente.
per αἰνά, neutro avverbiale. - ὀλοφυρο- marsi». - ἀμφασίῃ: si tratta di un dativo
μένης: genitivo assoluto, con il soggetto strumentale, con valore comitativo; ἀμφα- 815-816 καί … πάρος: «e il sole le fu
αὐτῆς sottinteso. - Ἵετο … πάσαιτο: σίη è variante grafica rispetto ad ἀφασίη più dolce che prima a vedersi». Il riferimento
«Desiderava prendere farmaci mortali per (dalla radice φα di φημί), termine già ome- al sole costituisce un topos tradizionale per
inghiottirli». - ἵετο: già in Omero il verbo rico e d’uso prevalentemente poetico. rappresentare il piacere di vivere e l’attac-
ἵημι con infinito può avere valore desidera- camento alla vita, non solo nelle letteratu-
tivo. - τόφρα: avverbio di uso poetico, con 811-812 Ἀμφί … ἰνδάλλοντο: «Tutte re antiche: si pensi, ad esempio, al famoso
valore normalmente temporale; nella poe- le liete apprensioni della vita le si presenta- passaggio di Foscolo, Dei Sepolcri 119-22
sia ellenistica assume il valore di congiun- vano alla mente». - ἀμφί: ha valore di av- «Rapìan gli amici una favilla al Sole/ a illu-
zione finale. - πάσαιτο: ottativo obliquo verbio, che accentua l’idea del volteggiare minar la sotterranea notte/ perché gli occhi
(πατέω, cfr. latino pasco). dei pensieri espresso dal verbo ἰνδάλλο- dell’uom cercan morendo/ il Sole». - εἰ …
μαι. - θυμηδεῖς: (da θυμός ed ἧδος) «che ἕκαστα: «se veramente considerava le sin-
809-811 ἐξελέειν … δυσάμμορος: rallegra, lieto»; con μεληδόνες crea un gole cose con l’intelletto». - ἐπεμαίετ(ο):
«infelice, smaniosa di trarli fuori». - ἐξελέ- efficacissimo ossimoro, nel rappresentare il verbo ἐπιμαίομαι in Omero regge il geni-
ειν: forma epica non contratta dell’infinito la rivalutazione della vita, anche nei suoi tivo quando significa «desiderare», l’accu-
aoristo di ἐξαιρέω. Regge il complemento aspetti di dolore, da parte di chi compie una sativo nel senso di «toccare»: qui è nel senso
oggetto sottinteso φάρμακα. - μεμαυῖα: sorta di “ritorno dalla morte”. figurato di «toccare» con l’intelletto.
participio perfetto di μαίνω, che indica un
desiderio fortemente connotato dei trat- 813-814 μνήσατο … κούρη: «si ri- 806-807 καί … γούνων: «e di nuovo
ti della follia. - ἀλλά … Ἀίδαο: «ma le cordava dei piaceri che vi sono fra i vivi, si depose il cofanetto dalle sue ginocchia». -
64 ARGONAUTICHE
Καὶ τὴν μέν ῥα πάλιν σφετέρων ἀποκάτθετο γούνων
Ἥρης ἐννεσίῃσι μετάτροπος· οὐδ’ ἔτι βουλάς
ἄλλῃ δοιάζεσκεν, ἐέλδετο δ’ αἶψα φανῆναι
820 ἠῶ τελλομένην, ἵνα οἱ θελκτήρια δοίη
φάρμακα συνθεσίῃσι καὶ ἀντήσειεν ἐς ὠπήν.
Πυκνὰ δ’ ἀνὰ κληῖδας ἑῶν λύεσκε θυράων,
αἴγλην σκεπτομένη· τῇ δ’ ἀσπάσιον βάλε φέγγος
ἠριγενής, κίνυντο δ’ ἀνὰ πτολίεθρον ἕκαστοι.

Depose dalle ginocchia il cofanetto, mutando pensiero


secondo il volere di Era, e non dubitava
più tra diversi progetti: ma desiderava
820 che venisse subito l’alba, per dargli il filtro
che aveva promesso e poterlo vedere nel volto.
E spesso apriva la porta della sua camera
spiando la luce e finalmente l’aurora
le portò il sole agognato, e tutti si mossero per la città.
[Tr. di G. Paduano]

τὴν μέν: ha valore pronominale ed è riferi- filtro incantatore secondo gli accordi e in- desiderata». Una variazione si trova in IV
to a φωριαμόν, sottinteso. - ἀποκάτθετο: contrarlo faccia a faccia». - θελκτήρια … 981 ἠὼς ἠριγενὴς φέγγος βάλε νισσο-
forma apocopata per ἀποκατέθετο. φάρμακα: vedi v. 766. - συνθεσίῃσι: μένοισιν «l’aurora figlia del mattino portò
«patti, accordi» (συντίθημι). - ἐς ὠπήν: la luce a loro che ritornavano». - τῇ: dati-
818-819 Ἥ ρ η ς … μ ε τ ά τ ρ ο π ο ς : «faccia a faccia»: espressione coniata da vo pronominale, per αὐτῇ. - βάλε: fin da
«mutata, secondo il volere di Era». - ἐννε- Apollonio, con leggero scarto lessicale Omero, il verbo βάλλω è usato per indicare
σίῃσι: termine di uso epico e impiegato (ὠπή, equivalente ad ὤψ, si trova solo a l’incidenza della luce (es. Odissea V 479
solo al plurale, ἐννεσίη (etimologicamen- partire da Apollonio) e semantico rispetto οὔτε ποτ᾽ ἠέλιος φαέθων ἀκτῖσιν ἔβαλ-
te connesso col verbo ἐνίημι, lat. inicio) all’omerico εἰς ὦπα ἰδέσθαι (Iliade IX λεν). - ἠριγενής: in Apollonio l’aggettivo
gode di particolare fortuna in età tarda; il 373, ecc.) «guardare in faccia». si trova normalmente riferito all’aurora (III
Epica storica e didascalica: Apollonio

suo significato oscilla fra «suggerimento, 1224; IV 981), in un’espressione formula-


consiglio» e «volontà, decisione». - οὐδ᾽ 822-824 Πυκνά … σκεπτομένη: re che costituisce una variazione rispetto
… δοιάζεσκεν: «non esitava più, in vari «Spesso andava aprendo i chiavistelli delle all’omerica ἠριγένεια ἠώς. - κίνυντο …
modi, nelle sue decisioni». - ἄλλῃ: avver- porte della sua camera, spiando la luce». - ἕκαστοι: «nella città ciascuno riprendeva
bio. - δοιάζεσκεν: da δοιάζω; vedi nota ἀνά … λύεσκε: tmesi del verbo ἀναλύω, la sua vita normale». - κίνυντο: imperfetto
al v. 770. - ἐέλδετο: vedi v. 747. con suffisso -(ε)σκ- iterativo. - κληῖδας: senza aumento da κίνυμαι, in Omero so-
ionico per κλεῖδας. - τῇ … ἠριγενής: litamente per indicare l’agitarsi del vento,
820-821 ἵνα … ὠπήν: «per dargli il «la figlia del mattino, poi, le portò la luce del mare o di truppe in movimento.

analisi del testo


insonnia - proposito di suicidio - rimozione di ogni di vivere che la sospinge verso l’esterno, a spiare la luce
remora dell’alba in attesa di correre al tempio di Ecate per incon-
Un nuovo trittico, parimenti incentrato su un monologo ma trarvi Giàsone.
speculare all’episodio precedente nelle sue fasi iniziale e
finale: là, in principio, il sogno in pieno giorno, qui l’in- l’inibizione dell’αἰδώς
sonnia della fanciulla in ansia dentro il silenzio della notte; Attraverso il suo personaggio Apollonio rimodula temi e situa-
là, da ultimo, un impulso all’azione bloccato dell’αἰδώς, zioni che globalmente favoriscono il progresso dell’azione lun-
con Medea che ripiomba sul letto da cui si era levata, qui go un percorso che ha tuttavia le sinuosità, gli arresti e i ritorni
un impulso al suicidio superato da un rilancio del bisogno caratteristici della psiche umana quando essa divenga campo
LA NOTTE INQUIETA DI MEDEA 65
di forze in suprema tensione. Avevamo lasciato l’αἰδώς come 811). Ma è appunto nell’ambito di questa riduzione del per-
se questa forza avesse ormai esaurito la sua carica censoria sonaggio a una condizione di frustrata immobilità che posso-
reprimendo in Medea l’impazienza di agire. Ora, dopo che la no ricrearsi e trascorrere, con un’immediatezza pre-riflessiva
fanciulla ha già promesso il proprio appoggio a Calciope, ecco e pre-verbale, le immagini gioiose della vita (significativo il
che questo sentimento riemerge con un’autorità che viene, sì, ritorno a questo punto [v. 812], per denotare il formarsi delle
a sua volta rintuzzata e repressa (tanto da essere oggetto della immagini liete che richiamano la compagnia spensierata delle
stessa invettiva – ἐρρέτω «vada alla malora», v. 785 – che era coetanee, del verbo ἰνδάλλομαι, già usato al v. 453 per il ri-
stata indirizzata allo straniero nel corso del primo monologo crearsi davanti agli occhi di Medea delle fattezze e dei gesti di
[v. 466]), ma che proprio nel momento in cui è più energica- Giàsone). Così il passaggio all’azione che sarà realmente perse-
mente contrastata ha il potere di evocare i sarcasmi delle voci guita non si risolve per autonoma decisione del personaggio e
maligne che accuseranno la giovane principessa di aver diso- tanto meno per volere divino (nonostante quel fugace accenno
norato la sua casa e i suoi genitori «cedendo alla lussuria». È all’istigazione di Era [v. 818] che non può davvero rimpiazza-
un nuovo sprofondare dell’onda emotiva che Apollonio risolve re, come giustamente annota Paduano, quanto è stato fin qui
valorizzando il ritorno dalla prospettiva monologica a quella rappresentato con una pienezza umanistica che non consente
narrativa come transizione dalla parola e dalla riflessione al aggiunte o diversivi): ciò che Apollonio riscopre, dopo i grandi
gesto e alla pulsione elementari. maestri del V secolo, è la permanenza, al di qua del pensiero e
della parola, di una fascia di realtà dominata dalla nuda aspi-
Vitalismo incoercibile razione al vivere e ai suoi piaceri. Per venire alla luce essa deve
Il monologo si è chiuso con la paradossalmente utilitaristi- attraversare tuttavia l’angoscia, e non solo per le inibizioni
ca (ἂν κέρδιον ... εἴη «sarebbe più vantaggioso» al v. 798) frapposte dall’autorità paterna e dalla paura del dileggio delle
conclusione che per lei sarebbe meglio lasciare la vita «per un donne di Colchide, ma perché lo stesso eros che rappresenta il
destino nascosto»: ma ecco che, non appena Medea si mette principio individuante di una tale volontà di vivere è fiamma
a cercare il cofanetto contenente i suoi filtri, è colta da un che brucia, rovina (πήματος, v. 773) senza riparo, l’Eros sofo-
arresto dei movimenti che, in concomitanza con lo scoppio di cleo «invincibile in battaglia», non certo il giocoso figlioletto
un pianto dirotto, sfocia dapprima in un impulso al suicidio della frivola Afrodite che, in cambio del dono di una palla che
(da realizzare utilizzando gli stessi filtri cercati per la salvezza produce «per l’aria un solco splendente, come una stella» (v.
di Giàsone) e poi, a contrasto, in una paura elementare del- 141), si lasciava convincere dalla madre, nella prima parte del
la morte che la immerge in uno stato di sgomenta afasia (v. canto, a scagliare il suo mitico dardo contro Medea.

MeMoria letteraria analisi di un dilemma


In questa rappresentazione di un dilemma disperato, e, al di là di nella selezione degli elementi rimodella questo brano di Apollo-

Epica storica e didascalica: Apollonio


esso, della condizione umana in quanto lacerata tra aspirazione nio e tuttavia, tornando al di là di esso al quadro disegnato da
al piacere e vocazione alla morte, i procedimenti alessandrini si Alcmane, si diffonde sul silenzio di cose e animali, non già degli
scarnificano come strumenti capaci di assecondare un ostinato esseri umani (Eneide IV 522-531):
lavorio di ricognizione psicologica: il gusto per l’osservazione
Nox erat et placidum carpebant fessa soporem
analitica e puntuale diventa capacità di indagare a tutto campo
corpora per terras silvaeque et saeva quierant
le alternative del dilemma e i sussulti che la loro proposizione
aequora, cum medio volvuntur sidera lapsu,
sollecita (un caso estremo è rappresentato dall’agglomerazione
cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque volucres,
di elementi in contrasto – marcati anche fonicamente – ai vv.
quaeque lacus late liquidos quaeque aspera dumis
766-769); l’amore per l’immagine ricercata favorisce, sfruttando
rura tenent, somno positae sub nocte silenti.
un filone di osservazione scientifica dei fenomeni fisici, la co-
At non infelix animi Phoenissa, neque umquam
struzione della similitudine del raggio di sole che guizza da una
solvitur in somnos oculisve aut pectore noctem
caldaia o da un vaso (vv. 756-759); il nuovo senso del paesaggio
Accipit…
come correlato agli stati psichici dell’uomo sorregge il notturno
d’apertura col dilatare e precisare un modulo omerico (cfr. Iliade
II 1-4, Odissea XV 4-8) e una memoria lirica (Alcmane, fr. 89 La presenza di naviganti, viandante, guardiano e madre in lut-
Davies), affollandoli di figure umane (i naviganti, il viandante, to preclude in Apollonio l’adozione della netta, più immediata
il guardiano, la madre che ha perduto i suoi figli) che in Omero contrapposizione uomo/natura a favore dell’antitesi fra un in-
erano accennati sinteticamente con un generico ἄλλοι (gli altri, dividuo e gli altri esseri umani immersi nella natura silente. In
dèi e uomini) o, nel luogo odissiaco, con «il figlio di Nestore». tal modo il personaggio sofferente appare segregato in un isola-
Presenze umane sono invece assenti tanto in Alcmane e in Teo- mento tanto più aspro e invalicabile se anche una madre che ha
crito (II 33 ss.) quanto in quella ripresa virgiliana che nel con- perduto i figli può trovare nella notte il conforto di uno «spesso
trasto fra silenzio notturno e inquietudine femminile (Didone) e sopore» (ἀδινόν ... κῶμ(α), v. 748).
66 ARGONAUTICHE
T. 12 La conquista Il libro IV si apre con la disperazione di Medea, ormai certa della punizione che
del vello le verrà dal padre, e la fuga da palazzo, dopo essersi congedata dal suo letto di
fanciulla e aver lasciato alla madre, in ricordo, un ricciolo di capelli. Dopo una
corsa angosciosa per le vie della città giunge all’accampamento dei Greci, chie-
dendo di essere salvata e promettendo in cambio a Giasone la conquista del vello
d’oro. Giasone le promette di prenderla in sposa, poi la nave salpa verso il bosco
sacro dove è custodito il vello, sorvegliato da un drago.

Argonautiche Nell’ora in cui i cacciatori scacciano il sonno


IV 109-188 dagli occhi e, fidando nei cani, non dormono
111 l’ultima parte di notte, perché la luce dell’alba
non cancelli, colpendo la terra coi limpidi raggi,
le tracce e l’odore delle fiere selvagge;
in quell’ora Medea e il figlio di Esone sbarcarono
115 in un luogo erboso che chiamano il letto
del montone: là per la prima volta piegò le ginocchia sfinite,
quando portava sul dorso il minio Frisso, figlio del re Atamante.
Erano là vicine le fondamenta, coperte di ceneri,
dell’altare che Frisso innalzò a Zeus patrono
120 degli esuli, e gli consacrò il vello d’oro,
obbedendo al comando di Ermes, che gli apparve benevolo.
Qui per consiglio di Argo li fecero scendere.
Per un sentiero giunsero al bosco sacro,
cercando la grande quercia dov’era il vello,
125 simile ad una nuvola che si fa rossa
sotto i raggi infiammati del sole nascente.
Ma già con gli occhi insonni li aveva visti il dragone
alloro arrivo, e tendeva verso di loro il collo
Epica storica e didascalica: Apollonio

lunghissimo; soffiava terribilmente, e risuonava


130 la riva del fiume e la sconfinata foresta.
L’udivano i Colchi, anche quelli che vivevano molto lontano
dalla terra Titania di Eea, lungo il corso del Lico,
che, staccandosi dal fragoroso Arasse, riunisce
le sue sacre correnti a quelle del Fasi, e correndo
135 insieme sfociano insieme nel Mare Caucasio.

109-113 Nell’ora in cui … fiere selvag- so, da cui è stato ricavato il vello d’oro. suggerisce l’idea di «una apertura spazia-
ge: la determinazione temporale, signolar- le che moltiplica l’effetto perturbante del
mente ampia, «adempie le funzioni di una 115-116 il letto del montone: il luogo mostro» (G. Paduano) e accentua in modo
vera e propria similitudine, desunta origi- dove si era posato il montone dal vello efficace l’effetto di soggezione psicologica
nalmente dal repertorio venatorio, nella d’oro a conclusione del lungo volo dalla che l’immenso dominio di Eeta suscita nel
quale l’ansia del cacciatore mattiniero ben Grecia. lettore.
si adatta a ritrarre lo stato d’animo degli
Argonauti, adombrando al tempo stesso il 117 minio: così chiamato perché origi- 132 Titania: la Colchide è definita terra
prossimo inseguimento da parte dei Col- nario di Orcomeno, la città della Beozia Titania perché governata da Eeta, che era fi-
chi» (E. Livrea). fondata da Minia. glio del Sole e nipote del Titano Iperione. -
Lico: fiume che nella geografia di Apollonio
114-121 Viene ricordato il sacrificio del 131-135 L’excursus geografico non è unisce il Fasi, che sfocia nel Mar Nero, con
montone, che aveva trasportato Elle e Fris- uno sfoggio di erudizione fine a se stesso, l’Arasse, che invece ha le foci nel Caspio.
???? 67
Le donne a letto si svegliarono per lo spavento:
e piene d’angoscia abbracciarono i bimbi
che dormivano sul loro seno, anch’essi scossi dal sibilo.
E come, in una foresta che brucia, si volgono
140 innumerevoli ardenti spire di fumo,
via via montando dal fondo, l’una di seguito all’altra;
così il mostro scuoteva le sue enormi volute,
coperte di aride squame. E mentre lui si allungava,
ecco che Medea fu davanti ai suoi occhi
145 e con voce soave invocò il Sonno in aiuto,
il dio supremo, che affascinasse la fiera;
e chiamò anche la regina notturna, infernale,
che le fosse benevola, e le concedesse l’impresa.
La seguiva atterrito il figlio di Esone; ed il serpente
150 stregato dall’incantesimo scioglieva la lunga spina
dalle spire nate dal suolo, e allungava i suoi infiniti
anelli, così come quando sul mare in bonaccia
si rovescia un’onda scura, muta, senza frastuono;
ma tuttavia teneva alzata l’orribile testa,
155 bramoso di avvolgere entrambi nelle mascelle mortali.
Medea intinse un ramo di ginepro, tagliato da poco,
nella mistura, e sparse il filtro possente sopra i suoi occhi,
pronunciando le formule: lo circondò l’odore
del filtro e lo addormentò. La bocca cadde,
160 poggiata a terra, e gli anelli innumerevoli
si distesero dietro nel folto della foresta.
Obbedendo a Medea, Giasone staccò dalla quercia
il vello d’oro; ed essa intanto, immobile,

Epica storica e didascalica: Apollonio


spargeva il suo filtro sopra il capo del mostro,
165 finché Giasone ordinò di tornare alla nave;
e a quel punto lasciarono il bosco ombroso di Ares.
Come una fanciulla riceve sopra la veste
la luce della luna piena, che splende sul tetto
della sua stanza, ed il suo cuore è lieto
170 dell’incantevole lume; così godeva
il figlio di Esone, alzando il vello nelle sue mani;

139 E come, in una foresta che brucia: … il vello d’oro: emerge anche in questa serva Paduano – così ricca di sensibilità co-
«La similitudine, che prima presenta un scena la passività di Giasone, il cui ruo- loristica, è certamente sovra-interpretata da
quadro naturale compiuto ed efficace nel- lo, nella lotta contro il drago, è ridotto al Fränkel che nella presenza femminile vede
la sua immediatezza, se ne serve poi per prelevamento del vello, dietro ordine di Medea incantata da Giasone. La femmi-
sottolineare l’elemento favoloso, il movi- Medea (κούρης κελομένης), che continua nilità adolescenziale si presta a illuminare
mento delle spire del drago. […] La com- ad aspergere veleni soporiferi sulla testa l’ingenuità emotiva che caratterizza la re-
parazione apolloniana si articola su due del drago. Conclusa l’operazione, sarà poi azione dell’eroe, e ha forse la più vivace
elementi: la spiralità del movimento e al Giasone a indicare la via del ritorno. rappresentazione nella paura “d’incontrare
grandiosità del fenomeno» (E. Livrea). un uomo o un dio che glielo rubassero” (v.
167-173 Come una fanciulla … come di 182)».
162 Obbedendo a Medea, Giasone staccò fiamma: «L’incantevole similitudine – os-
68 FENOMENI
sopra le bionde guance e sopra la fronte
al baleno del vello venne un rossore, come di fiamma.
Grande come la pelle d’una giovenca d’un anno o di un cervo,
175 quello che i cacciatori chiamano cerbiatto,
così era il vello, tutto d’oro e coperto
di bioccoli, pesante; e mentre Giasone avanzava
la terra ai suoi piedi rifletteva passo su passo la luce.
Andava portandolo, ora sopra la spalla sinistra,
180 lasciandolo pendere fino ai piedi dall’alto del collo,
ora lo raccoglieva tra le mani, temendo
D’incontrare un uomo o un dio che glielo rubassero.
L’aurora si spandeva sul mondo, quando arrivarono
presso i compagni. Stupirono i giovani nel vedere il grande vello
185 splendente, simile al lampo di Zeus: ed ognuno
si slanciava a toccarlo, a prenderlo in mano.
Ma Giasone li allontanò tutti e vi gettò sopra
un mantello nuovo.
[Tr. di G. Paduano]

arato di soli
Fenomeni
T. 1 Il Proemio contiene l’Inno a Zeus unico e sommo. Dato che il dio svolge una
Epica storica e didascalica: Apollonio

L’inno a Zeus
L’
funzione propulsiva riguardo al lavoro dei campi, si ricalca qui il modello
esiodeo. Zeus infatti dà agli uomini segni propizi, rivela quando la zolla è
buona per la semina, ha disposto in cielo le costellazioni dalle quali si trag-
gono i segni delle stagioni e i tempi del ciclo lavorativo, sì che ogni cosa
cresca sicura.
Ma questo Zeus, nella sua bontà provvidenziale e nella sostanziale unicità, è
anche il dio supremo della dottrina stoica.
Come nell’inno a Zeus dello stoico Cleante, anche nel proemio dei Fenomeni il re
degli dei della mitologia tradizionale personifica la mente divina reggitrice del
mondo.
Anche il dio di cui Arato elogia la grandezza e l’onnipotenza è onnipresen-
te («di Zeus sono piene tutte le vie e tutte le piazze, e pieno ne è il mare e
i porti»), è padre amorevole degli uomini e loro benefattore, è il principio
immanente che compenetra di sé tutto l’esistente, spargendo ovunque i semi
generatori delle cose e dal quale la materia informe riceve l’impronta e prende
vita, è la provvidenza (prònoia) che lega gli eventi nella serie inviolabile delle
cause.
L’INNO A ZEUS 69
Fenomeni 1-18 Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα, τὸν οὐδέποτ’ ἄνδρες ἐῶμεν
ἄρρητον· μεσταὶ δὲ Διὸς πᾶσαι μὲν ἀγυιαί,
πᾶσαι δ’ ἀνθρώπων ἀγοραί, μεστὴ δὲ θάλασσα
καὶ λιμένες· πάντη δὲ Διὸς κεχρήμεθα πάντες.
5 Τοῦ γὰρ καὶ γένος εἰμέν. Ὁ δ’ ἤπιος ἀνθρώποισι
δεξιὰ σημαίνει, λαοὺς δ’ ἐπὶ ἔργον ἐγείρει
μιμνήσκων βιότοιο· λέγει δ’ ὅτε βῶλος ἀρίστη
βουσί τε καὶ μακέλῃσι, λέγει δ’ ὅτε δεξιαὶ ὧραι
καὶ φυτὰ γυρῶσαι καὶ σπέρματα πάντα βαλέσθαι.
10 Αὐτὸς γὰρ τά γε σήματ’ ἐν οὐρανῷ ἐστήριξεν
ἄστρα διακρίνας, ἐσκέψατο δ’ εἰς ἐνιαυτὸν
ἀστέρας οἵ κε μάλιστα τετυγμένα σημαίνοιεν
ἀνδράσιν ὡράων, ὄφρ’ ἔμπεδα πάντα φύωνται.
Τῷ μιν ἀεὶ πρῶτόν τε καὶ ὕστατον ἱλάσκονται.
15 Χαῖρε, πάτερ, μέγα θαῦμα, μέγ’ ἀνθρώποισιν ὄνειαρ,
αὐτὸς καὶ προτέρη γενεή. Χαίροιτε δὲ Μοῦσαι
μειλίχιαι μάλα πᾶσαι. Ἐμοί γε μὲν ἀστέρας εἰπεῖν
ᾗ θέμις εὐχομένῳ τεκμήρατε πᾶσαν ἀοιδήν.

Cominciamo da Zeus, che non cessiamo, noi uomini,


mai di invocare; tutte le strade sono piene di Zeus,

Epica storica e didascalica: Apollonio


tutte le piazze delle città: ne è pieno il mare,
e i porti: sempre abbiamo bisogno di Zeus.
5 Stirpe siamo sua, e benignamente indica agli uomini
i segni favorevoli, e li manda al lavoro,
ricordando loro i mezzi di vita, quando la terra
è migliore per i buoi e la zappa, e quando è il momento giusto
di potare gli alberi e seminare tutte le specie.
10 Lui stesso infatti ha fissato i segni nel cielo,
distribuendo gli astri nel corso dell’anno,
perché indicassero agli uomini i tempi meglio disposti
e le coltivazioni crescessero salde.
Per questo gli uomini se lo propiziano sempre, per primo e per ultimo.
15 Salve a te, padre, meraviglia e benessere grande degli uomini,
a te e alla tua prima generazione; e salve anche a voi, Muse soavi,
tutte quante: guidatemi per tutto il canto,
perché chiedo di celebrare secondo il rito le stelle.
[Tr. di G. Paduano]
70 FENOMENI

analisi del testo


Riaffiorano qui moduli ed elementi dell’antica tradizione inno- Anche la sottolineatura della funzione del dio come propulsiva
dica. In particolare l’uso di specificare che si intende iniziare al lavoro agricolo, pur non rientrando nella dizione innica, si
il canto ricordando la divinità celebrata è presupposto già in richiama pur sempre al modello esiodeo (cfr. soprattutto v. 6
Odissea VIII 499 (θεοῦ ἤρχετο «cominciava dal dio») per il λαοὺς δ᾽ ἐπὶ ἔργον ἐγείρει «desta le genti al lavoro» con
racconto sul Cavallo di Troia intonato da Demodoco e compare, Esiodo, Erga 20, dove della buona Contesa si dice che καὶ
come abbiamo visto per il proemio delle Argonautiche di Apol- ἀπάλαμνόν περ ὁμῶς ἐπὶ ἔργον ἐγείρει «desta al lavoro
lonio Rodio, a principio di alcuni inni omerici; più in partico- anche l’indolente»).
lare, l’avvio da Zeus appariva in Alcmane (fr. 29 Davies ἐγὼν Ma le antiche memorie letterarie e cultuali (anche il dire che
δ᾽ ἀείσομαι/ ἐκ Διὸς ἀρχομένα «ed io canterò cominciando di Zeus sono piene le piazze e i porti presuppone gli epiteti
da Zeus»), veniva ricordato come caratteristica dei rapsodi da ἀγοραῖος e λιμένιος) vengono caricate di un senso nuovo
Pindaro (Nemea II 1 s.) e in età ellenistica è recuperato an- grazie a una visione del dio supremo che nella sua bontà prov-
che da Teocrito nel suo Encomio di Tolomeo (Id. XVII 1 Ἐκ videnziale e nella sua sostanziale unicità ha come punto di ri-
Διὸς ἀρχώμεσθα καὶ ἐς Δία λήγετε Μοῖσαι «Cominciamo ferimento la dottrina stoica e probabilmente, se (come pare)
da Zeus e terminate con Zeus, o Muse»); per la sua topicità è anteriore, l’inno a Zeus dello stoico Cleante (in tal caso τοῦ
rinvio a R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Mi- γὰρ καὶ γένος εἰμέν al v. 5 rappresenterebbe una vera e pro-
lano, Rizzoli 1991, nr. 805. E sulla stessa linea del formulario pria «citazione» di ἐκ σοῦ γὰρ γενόμεσθα v. 4 dell’inno di
tradizionale (cfr. Esiodo, Teogonia 34, Teognide 3 ecc.) è la Cleante); e la collocazione della preghiera alle Muse alla chiusa
specificazione, al v. 14, che gli uomini invocano Zeus «per pri- anziché al principio di un proemio epico coincide con quella
mo e per ultimo». che abbiamo già visto attuata nel proemio di Apollonio.

T. 2 Dike si Nella sezione in cui Arato descrive la volta del cielo e le costellazioni dei due
trasforma nella emisferi si trova, all’interno del passo dedicato alla costellazione della Vergine,
costellazione una digressione su Astrea e sulla successione delle generazioni umane.
della Vergine

Fenomeni Ἀμφοτέροισι δὲ ποσσὶν ὕπο σκέπτοιο Βοώτεω


96-136 Παρθένον, ἥ ῥ’ ἐν χειρὶ φέρει Στάχυν αἰγλήεντα.
Εἴτ’ οὖν Ἀστραίου κείνη γένος, ὅν ῥά τέ φασιν
ἄστρων ἀρχαῖοι πατέρ’ ἔμμεναι, εἴτε τευ ἄλλου,
εὔκηλος φορέοιτο. Λόγος γε μὲν ἐντρέχει ἄλλος
Epica storica e didascalica: Apollonio

100
ἀνθρώποις, ὡς δῆθεν ἐπιχθονίη πάρος ἦεν,
ἤρχετο δ’ ἀνθρώπων κατεναντίη, οὐδέ ποτ’ ἀνδρῶν
οὐδέ ποτ’ ἀρχαίων ἠνήνατο φῦλα γυναικῶν,
ἀλλ’ ἀναμὶξ ἐκάθητο καὶ ἀθανάτη περ ἐοῦσα.
105 Καί ἑ Δίκην καλέεσκον· ἀγειρομένη δὲ γέροντας

Sotto i due piedi del Mandriano puoi osservare


la Vergine, che porta nella mano una Spiga lucente.
Sia figlia di Astreo, che gli antichi dicono
essere il padre delle costellazioni, o di qualcun altro,
100 ella compia serena il suo corso. Ma un’altra leggenda vola
fra gli uomini: che un tempo abitava la terra
e andava incontro agli umani, né disdegnava
la compagnia degli uomini e delle donne antiche,
ma sedeva in mezzo ad essi pur se immortale.
105 E la chiamavano Dike: adunando gli anziani
DIKE SI TRASFORMA NELLA COSTELLAZIONE DELLA VERGINE 71
ἠέ που εἰν ἀγορῇ ἢ εὐρυχόρῳ ἐν ἀγυιῇ,
δημοτέρας ἤειδεν ἐπισπέρχουσα θέμιστας.
Οὔπω λευγαλέου τότε νείκεος ἠπίσταντο,
οὐδὲ διακρίσιος περιμεμφέος, οὐδὲ κυδοιμοῦ·
110 αὕτως δ’ ἔζωον· χαλεπὴ δ’ ἀπέκειτο θάλασσα,
καὶ βίον οὔπω νῆες ἀπόπροθεν ἠγίνεσκον,
ἀλλὰ βόες καὶ ἄροτρα καὶ αὐτὴ πότνια λαῶν
μυρία πάντα παρεῖχε Δίκη, δώτειρα δικαίων.
Τόφρ’ ἦν ὄφρ’ ἔτι γαῖα γένος χρύσειον ἔφερβεν.
115 Ἀργυρέῳ δ’ ὀλίγη τε καὶ οὐκέτι πάμπαν ἑτοίμη
ὡμίλει, ποθέουσα παλαιῶν ἤθεα λαῶν.
Ἀλλ’ ἔμπης ἔτι κεῖνο κατ’ ἀργύρεον γένος ἦεν·
ἤρχετο δ’ ἐξ ὀρέων ὑποδείελος ἠχηέντων
μουνάξ, οὐδέ τεῳ ἐπεμίσγετο μειλιχίοισιν·
120 ἀλλ’ ὁπότ’ ἀνθρώπων μεγάλας πλήσαιτο κολώνας,
ἠπείλει δὴ ἔπειτα καθαπτομένη κακότητος,
Οὐδ’ ἔτ’ ἔφη εἰσωπὸς ἐλεύσεσθαι καλέουσιν.
«Οἵην χρύσειοι πατέρες γενεὴν ἐλίποντο
χειροτέρην· ὑμεῖς δὲ κακώτερα τέκνα τεκεῖσθε.
125 Καὶ δή που πόλεμοι, καὶ δὴ καὶ ἀνάρσιον αἷμα
ἔσσεται ἀνθρώποισι, κακῷ δ’ ἐπικείσεται ἄλγος».

in una piazza o in una strada spaziosa,


cantava reclamando leggi favorevoli al popolo.
Non conoscevano ancora la triste discordia

Epica storica e didascalica: Apollonio


e le liti odiose e il tumulto della lotta,
110 ma vivevano con semplicità; e il duro mare restava lontano
né ancora le navi trasportavano viveri da lungi,
ma da sé i buoi e gli aratri e la signora delle genti,
Dike, dispensatrice di beni legittimi, offrivano tutto in gran copia.
Così fu quando la terra ancora nutriva la stirpe d’oro,
115 ma di rado e non più con zelo sollecito frequentò
la stirpe d’argento: rimpiangeva i costumi degli uomini antichi.
E tuttavia non era assente nel corso dell’evo d’argento:
scendeva al calar della sera dai monti fragorosi,
da sola, né ad alcuno si legava in dolce intimità,
120 ma quando aveva colmato d’uomini vaste colline
contro di loro inveiva denunciandone la scelleratezza
e diceva che più non sarebbe apparsa anche se la chiamavano:
«Quale stirpe han lasciato i vostri padri dell’aurea età,
così degenere! Voi farete figli ancora peggiori.
125 E ci saranno guerre, ci sarà sangue d’uomini
empiamente versato e alla colpa seguirà il castigo».
72 FENOMENI

Ὣς εἰποῦσ’ ὀρέων ἐπεμαίετο, τοὺς δ’ ἄρα λαοὺς


εἰς αὐτὴν ἔτι πάντας ἐλίμπανε παπταίνοντας.
Ἀλλ’ ὅτε δὴ κἀκεῖνοι ἐτέθνασαν, οἳ δ’ ἐγένοντο,
130 χαλκείη γενεὴ προτέρων ὀλοώτεροι ἄνδρες,
οἳ πρῶτοι κακοεργὸν ἐχαλκεύσαντο μάχαιραν
εἰνοδίην, πρῶτοι δὲ βοῶν ἐπάσαντ’ ἀροτήρων.
Καὶ τότε μισήσασα Δίκη κείνων γένος ἀνδρῶν
ἔπταθ’ ὑπουρανίη, ταύτην δ’ ἄρα νάσσατο χώρην,
135 ἧχί περ ἐννυχίη ἔτι φαίνεται ἀνθρώποισι
Παρθένος ἐγγὺς ἐοῦσα πολυσκέπτοιο Βοώτεω.

Dopo tali parole si slanciava verso i monti e le genti


tutte lasciava ancora intente a guardarla.
Ma, quando anche costoro furono morti, sorsero gli altri,
130 la stirpe del bronzo più rovinosa della precedente,
quella che per prima forgiò nel bronzo la spada criminale
che uccide per le strade, e per primi si cibarono dei buoi da aratura.
Allora Dike prese in odio la stirpe di quegli uomini
e volò verso il cielo e si insediò in questa regione
dove di notte ancora appare ai mortali,
Vergine vicina al ben visibile Mandriano.

analisi del testo


Anche se in una rielaborazione del mito esiodeo delle stirpi la decadenza lineare dall’età dell’oro al presente viene cancella-
umane che si susseguono nel tempo (Erga 106-201) non po- to da Arato a favore di un regresso più nitidamente articolato,
Epica storica e didascalica: Apollonio

tevano mancare echi e reminiscenze anche puntuali del mo- con una rettifica e semplificazione del modello che favorisce il
dello (basti il confronto fra il v. 116 ποθέουσα παλαιῶν nitore del disegno strutturale vanificandone al contempo le ten-
ἤθεα λαῶν ed Esiodo, Erga 222 κλαίουσα πόλιν καὶ ἤθεα sioni interne (le quali, come vedemmo, nascevano soprattutto
λαῶν), Arato gioca da erudito sulle genealogie divine. Mentre dall’esigenza di integrare un remoto schema di probabile origine
in Esiodo Dike è figlia di Zeus e di Themis (Teogonia 902) e orientale con la tradizione delle saghe degli eroi greci).
Astreo è, attraverso Eos, il padre delle costellazioni (Teogo- Per contro nuovi elementi possono essere aggiunti dal nuovo
nia 381 s.), qui Astrea/Dike si propone come figlia di Astreo, poeta all’interno delle singole partizioni, e specialmente inte-
anche se il dato viene accennato non più che in forma alter- ressante appare il modo in cui Arato rielabora la fantasia uto-
nativa rispetto ad altre possibili discendenze («che sia figlia di pica dell’età dell’oro. Egli non si limita a delineare il consueto
Astreo... o di qualcun altro»). idillio uomo-natura (con la crescita spontanea dei frutti della
Anche la distinzione fra stirpi d’oro, d’argento e di bronzo è terra), ma, proprio perché ha posto al centro di tutto l’episodio
già tutta esiodea, e l’involarsi in cielo di Dike per trasformarsi la figura di Astrea, immette nello scenario un tratto politico-
nella costellazione della Vergine richiama l’analoga fuga verso istituzionale costituito da una sorta di «senato» (si radunano
l’Olimpo di Aidós e Némesis in Esiodo, Erga 197-200: senonché il i vecchi, cfr. γέροντας 105) che per altro non personifica un
congedo di Astrea dal mondo degli uomini si attua già all’interno governo di privilegiati ma viene incitato da Dike a emanare
della stirpe del bronzo, non (come avveniva per Aidós e Némesis) sentenze orali (θέμιστες) favorevoli al demos (δημοτέρας
nell’ambito di quella del ferro, e questo ovviamente anche per- 107): il progetto politico stoico di un equo governo univer-
ché Arato ha ridotto da cinque a tre il numero delle generazioni sale viene proiettato in un tempo mitico che in Esiodo (cfr.
eliminando, oltre a quella del ferro, la stirpe degli eroi. Così quel Erga 109-119) sembrava riservato a un’esistenza trascorsa in
movimento contrastato che in Esiodo improvvisamente inter- spensierata letizia, nel quasi automatico rovesciamento di un
rompeva (con l’inserzione della stirpe non metallica degli eroi) presente afflitto da morbi, fatica, soprusi.