Letteratura Latina. Apuleio
Letteratura Latina. Apuleio
minore, ragazzo di quattordici anni che il vecchio Rufino adescava con le moine cortigianesche della vedovata figliuola, mentre spargeva le pi atroci calunnie sul conto di Apuleio a cui si imputava la morte del figliastro e la malefica seduzione di Pudentilla. Quando le voci furono divulgate ed acquistarono consistenza, Sicinio Pudente insieme con lo zio paterno Sicinio Emiliano, che lo assisteva come tutore, present contro il patrigno l'accusa capitale di magia, abbandonando quella, certamente insostenibile, di assassinio. Gli accusatori tentarono di dimostrare che Apuleio, presentato da loro come il tipo dell'affascinatore bello, eloquente ed elegante, dedito alla vita lasciva e alle pratiche tenebrose della magia, capitato in Oea in condizioni non liete di fortuna, aveva con un filtro amatorio sedotto per cupidigia della dote la ricca vedova Pudentilla, la quale, ripugnante dapprima a un secondo matrimonio, aveva dovuto cedere alla potenza dell'incantatore. La causa, tenuta circa tre anni dopo che Apuleio era giunto in Oea, fu discussa in Sabrata, una delle tre principali citt della Sirtica, dinanzi al proconsole romano Claudio Massimo: forse fra l'anno 155 e il 158, Apuleio mantiene la difesa su un tono scherzoso e derisorio che vorrebbe indurre nei lettori la persuasione della enorme ignoranza e sconsigliatezza degli avversari; ma giunto alla parte ultima e fondamentale dell'accusa, con gli atti alla mano, pot luminosamente provare la noncuranza del denaro e la nobilt della propria condotta in favore dei figliastri ai quali aveva voluto assicurare la successione di tutti i beni materni. L'argomentazione finale spezza ogni nervo all'accusa, determinata per certo da una considerazione di danno privato e mossa da persone soltanto sollecite del proprio interesse. La difesa che Apuleio fa della sua scienza e della sua vita non cancella l'odioso sospetto che quel matrimonio celasse una venale speculazione: ma con le rivelazioni testamentarie Apuleio ha veramente annullato la causa a delinquere ed ha estirpato, com'egli stesso affermava, la radice del processo. Era quello l'unico punto documentabile e la prova riuscita perfetta. Quest'ultima parte dell'Apologia dovette provocare l'esito favorevole del processo, rimasto finora in un campo tutto indiziario. L'assoluzione non risulta da veruna particolare notizia, ma si pu facilmente argomentare dal tono sicuro e altezzoso di tutto il discorso, elaborato dopo la sentenza, che sarebbe inesplicabile in un imputato convinto dagli accusatori, condannato dai giudici e scampato a stento alla pena di morte. A divulgare la sua Apologia Apuleio fu indotto non solo dal desiderio di consacrare con la durata di un'opera letteraria un suo trionfo giudiziario ma anche, e forse pi, da un bisogno di permanente protesta contro la fastidiosa taccia di mago che 1'assoluzione del proconsole romano non aveva davvero cancellata. Ma era veramente mago Apuleio? Gli avversari che lo trassero davanti al proconsole d'Africa lo asserivano e forse anche lo credevano; ma nel secolo quarto 1a tradizione leggendaria del suo potere magico, formatasi in Africa, testimoniata dagli scrittori africani. Nel principio del secolo Lattanzio lo nomina come uno dei pi famosi taumaturghi pagani insieme con Apollonio Tianeo: e i nomi di Apollonio e di Apuleio sono verso la fine del secolo ricordati da Marcellino a S., Agostino, a documento della protervia gentile. Agostino ricorda spesso l'antico suo connazionale africano come scrittore le cui opere possano traviare le menti degli uomini dalla vera fede. Nell'ottavo libro della Citt di Dio, dove confuta con singolare preoccupazione la dottrina demoniaca di Apuleio, fa onorevole testimonianza dell'ingegno e della cultura del filosofo a cui pi volte conferisce il nobile titolo di platonicus e che ammira siccome oratore eloquentissimo; ma, pure riconoscendo la forza dei demoni maligni e i miracoli della magia, Agostino insiste nel negare il magico potere di Apuleio, adducendo la mancanza di valide testimonianze, i casi punto straordinari della sua vita trascorsa senza grandezze di onori e di fortuna e la stessa disertissima orazione ond'egli si discolpava dall'accusa di essere mago. Resta il fatto che nel quarto secolo Apuleio platonico ed Apollonio Tianeo pitagorico rappresentavano nella fantasia dei pagani quella virt soprannaturale che i cristiani esaltavano in Ges. La religione aveva superato la filosofia, e l'aspra contesa non volgeva sulla verit dei miracoli reciprocamente asseriti, ma sulla origine di essi: perch, secondo i cristiani, i maghi del paganesimo avevano agito per virt di forze malefiche, mentre Ges aveva operato per la sua celeste potenza. Apuleio definiva la magia arte gradita agl'im-mortali dei, scienza pietosa e divina, sacerdotessa del cielo: e il mago era per lui il sacerdote egizio che conosceva le leggi del rito, le regole dei sacrifici e il fondamento delle Religioni, non colui che merc un intimo e personale commercio con gli dei pu con incantesimi conseguire qualunque egli desideri incredibile prodigio. Ma nel secondo secolo d. C. il mago non poteva pi nella opinione comune riprendere la vecchia dignit di sacerdote e di sapiente, e la magia non era pi quella di Zoroastro, l'arte pia et divini sciens in cui si educavano i re dei Persiani, ma era gi divenuta l'arte del maleficio. Del resto la definizione di Apuleio: ars divini sciens, non realmente discorde da quella communio loquendi cum deis immortalibus da Apuleio giudicata come volgare e condannabile opinione. Il dissidio fondamentale fra il concepimento pagano e l'opinione cristiana riguarda la intrinseca natura dei demoni. Per i cristiani i demoni sono strumenti di arti magiche e gli dei pagani sono demoni cattivi che cercano di turbare la vera fede degli uomini imitando i miracoli celesti; nel paganesimo invece il demone un essere divino e daimon sinonimo di dio. Nella dottrina neoplatonica professata da Apuleio i demoni sono intermediari fra gli dei e gli uomini, interpreti e messaggeri di salute, come gli angeli e gli arcangeli della teologia israelitica. In questa
sfera demoniaca opera la magia e sui demoni esercita il mago la forza dei suoi scongiuri sia per la conoscenza del futuro sia per il conseguimento dei maggiori benefici celesti. Anche nella Apologia, di fronte ai nemici che l'accusano e al tribunale che deve giudicarlo, Apuleio spiega con la dottrina platonica i miracoli dei maghi i quali, se pur non hanno quella communio loquendi cum deis loro attribuita dall'opinione volgare, posseggono tuttavia quell'intimo commercio con le potest demoniache per cui mezzo scende agli uomini la grazia dei celesti. E poco dopo dichiara: Io sono stato in Grecia iniziato a un gran numero di misteri religiosi e conservo accuratamente i segni e i simboli che mi furono consegnati dai sacerdoti... Dico cose che tutti sanno. Certamente a tutti era nota la esistenza dei pi celebrati misteri del culto orientale e greco: ma se Apuleio fa quella confessione, inopportuna e pericolosa ad un imputato di magia, vuol dire che era generalmente diffuso non solo il sospetto, ma anche il convincimento che egli, iniziato ai misteri, fosse altres molto esperto nelle scienze occulte ed avesse domestichezza con le arti magiche: e il fatto stesso della donna epilettica condotta a lui perch guarisse pu esserne indizio non trascurabile.
Nel De Deo Socratis, cap. VI, Apuleio scriveva: Esistono certe divine potest intermedie che abitano gli aerei spazi fra la somma volta del cielo e le bassure della terra, e per loro mezzo i nostri desideri e i nostri meriti giungono sino agli dei. I Greci li chiamano demoni. Fra i terreni e i celesti di qua preghiere di l grazie portano: e riportano dagli uni agli altri domande e soccorsi, interpreti e messaggeri di salute. Essi, come dice Platone nel Convito, presiedono a tutte le rivelazioni, ai diversi miracoli dei maghi ed ai presagi d'ogni sorta. Ciascuno di essi compie le sue funzioni speciali nella parte che gli stata assegnata, nel conformare i sogni, nel tagliare le fibre delle vittime, nel regolare il volo degli uccelli, nel lanciare i fulmini, nei lampeggiamenti delle nubi o in tutto ci che ci fa conoscere l'avvenire. Le quali cose tutte, sebbene provengano dal volere e dal potere dei celesti, pure da credere siano eseguite per la docilit, lo zelo e il ministero dei demoni... Non funzione degli altissimi dei scendere cos basso tra noi. Ci spetta in sorte alle intermedie divinit che abitano nelle aeree plaghe contigue parimenti alla terra e al cielo.
Questo clamoroso episodio del processo il solo ben conosciuto della vita di Apuleio. Dopo l'assoluzione quanto tempo sia rimasto in Oea non sappiamo; ma in una citt dove restavano ancora i suoi accusatori e l'eco di liti e dissidi cos scandalosi per la sua famiglia, il soggiorno non gli doveva essere n comodo n gradito. Nella seconda parte della sua vita lo ritroviamo a Cartagine dove, se non ebbe alcuna iudiciaria rei publicae potestas come diceva S. Agostino irridendo al suo decantato potere di mago - godette per di rinomanza e riguardo superiore certamente ad ogni pubblica magistratura; e i Cartaginesi, che innalzavano statue in suo onore, lo nominarono gran sacerdote della provincia. In Cartagine continu a svolgere pi intensamente l'attivit di conferenziere e a dare nuovi esempi di quella eloquenza abbagliante e sonante, quale non si era udita fino allora: e la gente colta di Cartagine, come aveva fatto quella di Oea, accorreva a quelle conferenze come a un pubblico spettacolo. Quest'uomo bramoso del cammino che aveva percorso tanti paesi e imparato e sperimentato tante cose, che sapeva con lo stesso fascino di parola rivolgere una preghiera agli dei e raccontare una fiaba orientale o un apologo esopiano o un episodio lascivo: che conosceva la vita galante e avventurosa e in Grecia e in Roma si era fatto iniziare ai misteri divini: che aveva fama di saper dominare le forze segrete della natura e dichiarava di avere appreso svariati culti e moltissimi riti per amore della verit e per dovere verso gli dei: quest'uomo appariva al pubblico come insignito di una sapienza e di una potest sacerdotale. Filosofo si annunciava, e tale lo definivano gli altri: ma la filosofia allora poteva abbracciare tutte le scienze e tutte le imposture ed essere scienza delle cose umane e delle cose celesti, ricerca e divinazione. Apuleio era inoltre uno fra i pi tipici e geniali dei nuovi sofisti, che avevano per arma precipua di conquista, pi che il sentimento o la meditazione, la parola. Tutto nella sua intelligenza, e nel suo spirito era accolto per essere espresso: e per essere espresso nella forma pi gradevole e improvvisa e brillante, non in quella pi commovente; era il sofista fatto per le acclamazioni del pubblico colto e mondano che del predicatore ammira pi la parola bella che la fede vera, pi le informazioni della dottrina che le rivelazioni della piet. A suscitare l'ammirazione del pubblico devoto e letterato nessuno era meglio adatto di lui che sapeva parlare ugualmente le due lingue e nelle due lingue alternamente, in greco e in latino, aveva saputo nella basilica di Cartagine celebrare in prosa e in versi Esculapio, il gran dio, di cui si era fatto panegirista per le grandi citt dell'Africa. Nelle due lingue: questo faceva di Apuleio l'orgoglio e la meraviglia dell'Africa. I suoi nemici che lo trassero dinanzi al tribunale sotto il peso di una imputazione capitale cos cominciavano il loro atto di accusa: Accusiamo un filosofo bello e facondissimo sia in greco che in latino; e due secoli dopo un grande della sua terra, S. Agostino, condannandone le dottrine malefiche, riconosceva il genio letterario di quest'uomo in utraque lingua, id est et greca et latina!. In Cartagine Apuleio fin, non sappiamo quando, la sua vita.
APOLOGIA
E l'unica orazione giudiziaria che avanzi di tutta la latinit imperiale. Nei codici divisa in due libri, dei quali il secondo comincia col cap. 66. L'arbitraria divisione fu provocata dall'insolita ed eccessiva lunghezza del discorso, il quale con l'audizione dei testimoni, con la lettura dei brani letterari e dei documenti epistolari avrebbe occupato un tempo assai pi lungo di quello consentito dalle norme giudiziarie. L'orazione, che Agostino giudicava copiosissima et disertissima, secondo un procedimento comune agli oratori fu poi dall'autore riveduta, accresciuta e abbellita di espedienti letterari. Il discorso pronunciato fu certamente molto pi breve nelle argomentazioni, meno ricco di aneddoti e di piacevolezze, meno squisito e raffinato nella fattura stilistica: giacch Apuleio ebbe appena tre o quattro giorni di tempo per compiere la sua difesa. Malgrado il lavoro di elaborazione e di ampliamento il discorso mantiene una certa freschezza d'improvvisazione e una continua vivacit d'interesse reale. L'imputato preso da un'ira sottile e tenace: si che la sua difesa ondeggia tra due cose agli uomini gradevolissime: l'invettiva e la caricatura. La sua argomentazione diretta solo al proconsole, a cui parla da uomo di dottrina, di fede e di riguardo; per gli avversari non ha che beffe, insolenze e freddure. L'Apologia fra le opere di Apuleio quella pi oratoriamente e retoricamente impostata: dove l'influsso della tradizione scolastica impaccia quel libero dominio delle forme e dei colori, quella superba tavolozza delle Metamorfosi che fa di Apuleio uno dei pi grandi signori della espressione letteraria. Ma per quanto nel dire, nell'argomentare e nel concludere si senta qua e l lo studio di Cicerone, in ogni pagina di essa resta tuttavia inalterata la personalit dello scrittore, nel rilievo dei fatti e delle persone, nella festosit del racconto, nelle molte frasi da satira e da commedia, nell'uso dei neologismi e delle forme arcaiche e popolari, nel continuo gioco delle parole, delle allitterazioni e delle antitesi, e generalmente in tutto lo sfavillo della espressione.
FLORIDA
Non sappiamo precisamente con quale scopo, se scolastico o letterario, se per il pubblico o per s, un anonimo abbreviatore abbia, in un tempo che ci pure ignoto, estratto dai discorsi di Apuleio quei ventitr frammenti di varia proporzione, che sono giunti col nome di Florida, vale a dire antologia: mentre perduto il corpo integro dei discorsi originali in quattro libri pubblicato probabilmente dallo stesso Apuleio. Non sono gran cosa: ma la colpa forse del cattivo gusto o della scelta interessata del raccoglitore che doveva essere africano come risulta dalla preferenza data ai luoghi relativi alla provincia d'Africa o ai magistrati d'Africa o alle lodi di Cartagine. Tuttavia anche da questi estratti si vede che Apuleio intendeva con le sue conferenze trattare di ogni questione: c' in lui l'oratore dei discorsi politici ufficiali, il panegirista religioso, il letterato, l'erudito, il moralista, il
novellatore, il filosofo ch'esercita il suo ufficio non esponendo un particolare sistema ma divulgando le nozioni universali del sapere e le norme della vita spirituale con una filosofia che insieme eloquenza e sapienza: disciplina regalis tam ad bene dicendum quam ad bene vivendum reperta.
protagonista del romanzo, va per affari a Hypata in Tessaglia, la terra classica dell'arte magica, e camminando ascolta da un compagno di viaggio una lunga, sozza e terrificante storia di stregoneria. A Hiypata ospitato in casa di Milone ricco usuraio che vive sordidamente con la moglie Panfila, maga potente, e con una sola ancella, la graziosissima Fotis
II.
Il giorno appresso Lucio, girellando per via, incontra una ricca signora imparentata con la sua casa, Birrena, che lo conduce nel suo splendido palazzo e dopo avergli invano offerta ospitalit lo mette in guardia contro le fattucchierie della maliarda Panfila. Lucio, anzich impaurirsi, sente una gran voglia di farsi iniziare in quell'arte tremenda della magia; intanto con il favore e il vigore della giovent entra nelle buone grazie di Fotis con la quale trascorre in letizia le sue notti. Una volta, insistentemente invitato, si reca a desinare in casa di Birrena dopo essersi armato di una spada per consiglio di Fotis impensierita pei frequenti assalti notturni operati dalla gente di mala vita. Al palazzo di Birrena Lucio trova urta folla di convitati, il fiore della citt, e da uno di essi, che ne fu la vittima, ascolta un altro macabro e spaventoso racconto di streghe. A notte avanzata fa ritorno a casa insieme col suo domestico; alla prima piazza un colpo di vento spegne loro la lampada, e si trovano immersi nel buio. Giunto a mala pena presso la casa di Milone Lucio vede che la porta assalita da tre corpi vigorosi. Trae la spada e si avventa e uno dopo l'altro li trafigge. Fotis, svegliata dal rumore, viene ad aprire: e Lucio sfinito dal travaglio si mette a letto e subito si addormenta.
III.
Fatto giorno arrestato e condotto al tribunale in mezzo alla folla che lo sta a guardare, invece che con ira, con grandi risate. Per la gran calca l'udienza trasferita in teatro. L'accusatore ha parole di esecrazione per l'efferato straniero; Lucio si difende calorosamente e invoca la piet dei giudici; ma quando gli ordinato di sollevare di sua mano il manto che copre i corpi dei tre uccisi, in mezzo alla frenetica ilarit del pubblico, si accorge che sono tre otri gonfi con le tracce dei suoi colpi di spada. In quel giorno a Hypata ricorre la festa del deus Kisus, del dio del ridere, che si celebra con qualche nuova trovata: e Lucio ne ha subita la prova. La mortificazione grande, ma l'amore dell'ancella gli restituisce l'allegrezza. Essa gli promette inoltre di svelargli i segreti intimi della padrona. Dopo qualche tempo accorre e gli annunzia che la padrona, vanamente desiderosa di trarre a s un giovane beota che essa amava, si sarebbe mutata in uccello per volare sotto questa forma presso di lui. Per le fessure della porta Lucio assiste alla prodigiosa trasformazione. La maliarda, spalmatosi tutto il corpo con una pomata, si tramuta in barbagianni e vola via. Lucio, riavutosi dallo stupore, vuole trasformarsi anche lui, e scongiura Fotis che l'assista; ma la fanciulla scambia per errore i1 vasetto dell'unguento e Lucio si converte, anzi che in gufo, in asino: in un asino che conserva il sentimento umano. Fotis consola il malcapitato: basta masticare appena delle rose per riprendere la figura umana: essa ne avrebbe portato alla prima luce del giorno. Intanto l'uomo-asino se ne va nel luogo che ora pi gli conviene, nella stalla, dov' il suo cavallo e l'asino di Milone. Le due bestie, gelose della biada, accolgono male il nuovo venuto che sotto la nuova forma comincia a passare una prima bruttissima notte. Una banda di ladri assalta la casa di Milone, la saccheggia e, addossato il bottino alle tre bestie della stalla, s'incammina verso la caverna che serve ad essa di rifugio. Lungo la via Lucio vede dentro un giardino tante vergini rose tutte bagnate di rugiada, e si accosta avido per addentarle: ma pensa ch' assai pericoloso per un somaro riprendere in mezzo ai briganti la forma umana; e cos continua a sopportare il basto quest'asino in attesa di nuove rose per tornare ad essere un uomo.
IV-VI.
Dopo una serie di tristi avventure, dovute alla sua inquieta intraprendenza, Lucio, che porta ormai con s il destino dell'asino caricato e bastonato, arriva ai piedi di un'arida montagna, alla caverna dei ladroni custodita da una vecchia serva. Sopraggiunge un'altra banda di ladri con altro bottino. Fra i racconti delle loro imprese banchettano lautamente e poi si addormentano, per rimettersi a notte alta in campagna. Non molto dopo ritornano, inquieti e solleciti, conducendo una giovane di nobile aspetto, disperata e piangente, che avevano preso in ostaggio per ottenere dai ricchi parenti il prezzo del riscatto. I briganti, prima di ripartire per le consuete spedizioni, raccomandano alla vecchia di trattare riguardosamente e di consolare la bella inconsolabile. La fanciulla, dopo breve assopimento, si abbandona a pi furiosa disperazione al ricordo del suo stato felice, dei parenti, del cugino suo fidanzato a cui fu rapita quando stava per celebrarsi la promessa di matrimonio e che ora ha sognato di vedere assassinato da uno dei ladroni. La vecchia sospirando la rassicura: i sogni sono vane illusioni e annunciano spesso il contrario di quello che avviene. Intanto, per distrarla, le racconta una favola dei vecchi tempi: e incomincia la lunga deliziosa storia, di Amore e Psiche che va dalla fine del libro quarto alla fine, circa, del sesto. L'asino ha udito la fiaba cos bella (tam bella fabella) che la vecchia esaltata e brilla raccontava alla fanciulla prigioniera: e si duole di non avere l'occorrente per scrivere. Tornano i briganti carichi di nuovo bottino, dopo aver sostenuto un grave combattimento: e riportano indietro Lucio e il suo cavallo - le due bestie loro rimaste, ch l'altro asino era morto di fatiche - per riprendere il resto della preda. Pei gravi maltrattamenti subti e pi ancora per le terribili minacce che ha sentito profferire dai briganti malcontenti del suo servizio, egli profitta di una loro assenza e rompe la corda. La vecchia cerca invano di trattenerlo; la giovane prigioniera, invece di aiutarla, salta sul dorso dell'asino e via di galoppo. E chiaro di luna, e i ladroni nella notte li riconoscono da lontano. Ripresi e ricondotti alla caverna vedono la vecchia che pende impiccata a un ramo di cipresso. La fanciulla viene legata: i briganti discutono fra loro di che orribile morte dovranno punire, il giorno appresso, i due fuggitivi.
VII.
Arriva intanto uno dei ladroni rimasto a Hypata e racconta gli avvenimenti successivi al saccheggio della casa di Milone, di cui era tenuto responsabile Lucio scomparso col suo cavallo dopo il misfatto: quindi presenta ai compagni un giovane di vigorosa statura che narra le sue audacissime imprese brigantesche e si offre loro come capo. Egli invece Tlepolemo, il fidanzato di Charite, la fanciulla prigioniera. Dopo avere ubriacati i ladroni, li lega strettamente e fatta salire sull'asino la fidanzata, la riporta felicemente a casa; poi torna con molta gente alla caverna, ne trae le ricchezze predate e precipita dall'alto delle rocce i briganti. I due fidanzati sono felici. L'asino, benemerito della loro felicit, raccomandato con ogni cura mandato in campagna a fare libera vita in compagnia delle torme equine; ma la sua vita in realt tribolata perch, senza che lo sappiano i suoi protettori, egli deve vivere in servit e subire continui maltrattamenti e oltraggi.
VIII.
Tlepolemo e Charite periscono tragicamente per la malvagit di un rivale geloso. I loro schiavi, temendo il dominio di un nuovo signore, fuggono in massa e fra le molte bestie da soma si traggono dietro anche l'asino. Dopo un viaggio pieno di brutte avventure i fuggitivi giungono stanchi in una citt popolosa dove decidono di stabilirsi. Le bestie sono condotte al mercato. L'asino non trova compratori, e finisce con l'esser venduto a una lurida masnada di sacerdoti della dea Siria.
IX. Scoperti e imprigionati questi sacrileghi impostori, l'asino, scampato pi volte alla, morte,
messo di nuovo in vendita. e passa al servizio di un mugnaio. Continua il faticoso tormento della sua vita asinina a cui unica consolazione la naturale curiosit, la ingenita curiositas, che gli permette di vedere tante cose e di ascoltare i discorsi di tutti che agiscono liberamente dinanzi a lui come dinanzi a una bestia. Cos egli pu osservare i malefizi della moglie del suo mugnaio, donna crudele, empia, ubriacona e sgualdrina, che dopo avere tradito il marito ne procura con arti magiche la morte. L'asino cambia padrone: passa dal mugnaio ad un povero ortolano che lo conduce ogni mattina carico di erbaggi, alla citt vicina. Presso quel poverissimo padrone l'asino durante l'inverno patisce il freddo e la fame e assiste alla tragica distruzione della intera famiglia di un bravo pater familias di un villaggio vicino. Anche l'ortolano, il padrone di questo sfortunato asino che porta sfortuna, vittima dell'odiosa prepotenza di un soldato romano.
X. In potere del soldato l'asino osserva altre vicende di umana scelleraggine. Quindi venduto
a due fratelli, l'uno pasticciere, l'altro cuciniere di un ricchissimo signore. Fa bella vita presso di loro e mangia d'ogni ben di dio di nascosto ai due, che vedendo sparire i pezzi pi gustosi e delicati si accusano reciprocamente; ma poi osservando che l'asino, mentre lascia intatta la biada, si fa sempre pi bello e grosso, lo sorvegliano e ne scoprono la incredibile ghiottoneria. Il
padrone di casa, venuto a conoscenza dell'asino che mangia i pasticcini, lo conduce di sua mano nella sala da pranzo ed tutto lieto di comprare a gran prezzo una bestia cos straordinaria che gusta beatamente come un normale convitato il vino col miele. L'affida a un liberto che lo tratta con ogni cura e lo ammaestra a fare tante cose alla maniera degli uomini; l'asino, che potrebbe fare tutte quelle cose da s, senza bisogno di maestri, seguita a fingersi bestia per non compromettersi, e lo asseconda docilmente. Diventa cos una bestia famosa, che tutti vogliono ammirare. Fra questi una signora assai distinta e ricca che, allietata dalle sue molte piacevolezze, a poco a poco - asinaria Pasifae - se ne innamora; e, corrotto con denaro il custode, trascorre talune mostruosamente deliziose notti d'amore. Il padrone, saputa la cosa, decide di dare uno spettacolo nel teatro di Corinto, in cui una sciagurata donna, condannata alle bestie per nefandi delitti, dovr essere pubblicamente offerta all'ardore amoroso dell'asino ammaestrato. Lucio preferirebbe morire piuttosto che subire l'infamia di tale rappresentazione e il contatto di cos abominevole creatura. Ma una speranza invade gi l'anima sua. tornata la primavera, e con essa rifioriscono le rose. Arriva il giorno destinato allo spettacolo. Esso condotto in pompa solenne, seguto dal popolo, al teatro. Incominciano i giochi: prima le danze, poi il pantomimo mitologico che rappresenta il giudizio di Paride. Quando l'asino vede che venuto il suo turno e tutti sono occupati a preparare lo scenario per le sue nozze con la donna assassina, preso di vergogna, di disgusto e di paura, scappa via, incustodito com'era, e, percorse di galoppo sei miglia, giunge a Cencree, la bella citt sul golfo di Saronico. Si ritira in un luogo solitario della spiaggia, e sul grembo morbidissimo dell'arena si abbandona nella calma della sera a un dolce sonno.
XI. Il libro undecimo comincia con un inno fisico-religioso alla luna, la potente signora della
notte tacita e misteriosa: a cui l'asino, dopo essersi purificato bagnandosi sette volte nel mare, chiede lamentosamente la sua forma umana. Ripreso il sonno, ecco una prodigiosa apparizione: la dea che chiamata con nomi diversi in luoghi diversi: la madre Pessinunzia della Frigia, la Minerva di Atene, la Venere di Cipro, la Ditinna di Creta, la Proserpina della Sicilia, la Cerere di Eleusi e Giunone e Bellona e Ramnusia: quella che gli Etiopi e gli Egizi chiamano col suo vero nome di Iside. Essa gli ordina di presentarci domani, giorno della sua festa, alla solenne processione, con la mente pura e serena: il pontefice porter una corona di rose attaccata al sistro: ch'egli si accosti con calma, come a baciare la sacra mano, e spicchi di quelle rose; deporr cos la detestabile spoglia asinina. E cos avviene in mezzo alla comune stupefazione. Il pontefice - preavvertito dalla dea - spiega al giovane trasfigurato i motivi di quella metamorfosi. Egli ha vissuto una vita macchiata da voluttuose impurit e ha scontato una curiosit malefica: in fine la cieca fortuna lo ha condotto - attraverso tante disgrazie - a una religiosa beatitudine; ora, scampato dalla fortuna cieca, egli sotto la protezione della fortuna veggente. Dopo fervidi esercizi spirituali, il giovane - supplica il primo sacerdote che lo inizi ai misteri della sacra notte: ma bisogna aspettare per cos delicata funzione il segno di assentimento divino: ch altrimenti sarebbe temerario e sacrilego ministero; la dea sceglie i suoi fedeli tra quelli giunti al termine della esistenza e posti sul limite dei due mondi, il mondo della morte e il mondo della salute ch'essa schiude agli eletti. Con la preghiera, con la pazienza e con l'osservanza dei sacri riti egli arriva al momento desiderato e da Mitra sacerdote consacrato al culto di Iside con tutte le pompose e meravigliose cerimonie del rito. Poco tempo dopo la iniziazione, ispirato dalla Dea si dirige a Roma: e con felicissimo viaggio giunge alla a sacrosancta civitas, alla citt santa dove tutti i culti divini sono celebrati. Col seguita a vivere nel culto della dea; trascorso un anno, avvertito che necessaria un'altra iniziazione ai misteri dell'invincibile Osiride, il gran dio padre sommo degli dei. Il suo nuovo iniziatore sar uno dei pastofori Asinius Marcellus: nome non appropriato alla ripresa della sua forma umana. Lo stesso Asinius stato avvertito in sogno che uno di Madaura gli sarebbe inviato per la sacra cerimonia. Unica amarezza l'esiguit delle sostanze, pi penosa in Roma che nelle citt provinciali; il giovane madaurese si vede ridotto a dura povert: ma il destino propizio gli schiude una gloriosa e proficua professione di avvocato, mentre con una terza iniziazione di perfezionamento diviene pastoforo di Osiride.
Alla fine del breve esordio l'autore avverte: fabulam graecanicam incipimus: una favola, cio, di origine greca; e Apuleio ha un modello greco davanti. Nel Lucio o Asino attribuito a Luciano, contemporaneo di Apuleio, narrata la medesima storia di un Lucius trasformato in asino e restituito poi alla forma umana: e si crede che le due opere di Apuleio e dello pseudo Luciano risalgano direttamente a una fonte greca comune: quella indicata dal patriarca Fozio, il quale scriveva di aver letto alcuni discorsi di metamorfosi di Lucio di Patre, scrittore dilettevole e amante di narrazioni prodigiose: i cui primi due logoi concordano con il Lucio o l'asino di Luciano in tal modo
che se ne potrebbero dire una copia se Luciano non apparisse piuttosto l'imitatore o l'abbreviatore dell'ampio racconto di Lucio patrense). Nelle Metamorfosi di Apuleio tante novelle e descrizioni sono inserite che mancano nel compendio greco e dovevano anche mancare nei due libri del Patrense dove gli episodi accessori non erano certamente tanti n tali da soverchiare come in Apuleio l'episodio centrale.
Sin dal principio lo scenario pauroso e favoloso della magia appare come lo sfondo del romanzo. Insieme col protagonista Lucio, che racconta le proprie avventure, sono altri personaggi che raccontano altre loro avventure; s che ne viene un tessuto di episodi fiabeschi e di novelle di origine letteraria e popolare che con capricciosa ricchezza e variet la fervida immaginazione dell'autore aggruppa intorno a un tronco principale. L'opera di Apuleio richiama subito quella di Petronio: in entrambe narratore il protagonista, in entrambe una serie di racconti si dirama dall'azione principale, ambedue si riattaccano al genere che traeva origine e nome dalle Storie Milesie di Aristide: le quali verisimile contenessero piccanti narrazioni satiriche di scaltriti amori adulterini poste in bocca di un unico novellatore che in origine era forse l'autore stesso e pi tardi, come nei romanzi di Petronio e di Apuleio, fu il protagonista. Ma il romanzo di Apuleio, pi che quello di Petronio, doveva riflettere la forma originaria della Milesia per l'ammassamento delle novelle le quali, salvo rare eccezioni, sono aggruppate fra loro da un vincolo che le tiene insieme nella trama e nello spirito ora tragico ora lascivo; oppure sono inserite l'una nell'altra in modo da ricavare l'una dall'altra, pi luce o rilievo o sollievo. Quest'arte dell'unit screziata, dei molti colori che s'intrecciano e si combinano in modo da fare una tinta sola era stata gi sperimentata felicemente nelle Metamorfosi di Ovidio.
Nei primi tre libri lo sfondo cupo delle tetraggini magiche rallegrato dalla lasciva freschezza dell'amorosa avventura ancillare; cos come nei libri IV-VII in quell'orrido mondo brigantesco s'insinua come un lungo ristoro la favola di Amore e Psiche che occupa due libri interi. Non da negare che talune vecchie leggende e fiabe e novelle abbiano intendimento allegorico: ma questo non carattere loro originario; esempio tipico la fiaba di Amore e Psiche, una delle pi squisite composizioni artistiche della letteratura latina imperiale, dove Apuleio, l'unico antico che ci abbia trasmesso l'immortale leggenda, ha impiegato tutte le risorse del suo stile fastoso e immaginoso e della sua indole insieme oscena e tragica, mistica e beffarda: dove l'ingenuo incanto della credenza popolare mescolato, anzi che fuso, con la schernitrice rappresentazione del vecchio mondo divino. Molti hanno veduto in questa favola un mito religioso e filosofico e hanno tentato di spiegarne il significato recondito: ma il velario favoloso non ha potuto interamente squarciarsi per dissipare con la pesantezza di una rivelazione allegorica la malia di quel racconto che per Apuleio stesso la bella fabella. Qualunque sia il rivestimento allegorico voluto dall'autore, il nucleo originario di questa favola popolare, e della fiaba popolare ha tutti gli elementi, ancora oggi vivi, sin dalle prime parole: erat in quadam civitate rex et regina: c'era una volta in un paese un re e una regina... Ma quando? dove? in che paese? in che tempo? Non si sa. E apparisce il re, la principessina bella esposta al mostro, il palazzo incantato, le sorelle cattive e punite, lo sposo invisibile e divino; poi le tante disavventure e le imprese tremende e impossibili che la principessa compie merc aiuti miracolosi, e la felicit finale. E questa la fiaba popolare che continua a, vivere oltre i confini della letteratura. Pi tardi venne l'adattamento simbolico che nel racconto di Apuleio non facile negare: ce lo dicono i nomi stessi dei due protagonisti l'Anima e l'Amore, e le molte tribolazioni della tenera Psiche, che, compassionata e assistita da tutta la natura, costretta a vagare per il mondo e a scendere pure all'inferno prima di conciliarsi con la celeste persecutrice, di ricongiungersi all'Amore perduto e diventare essa stessa immortale e divina. Tutto ci pure conforme al simbolismo apuleiano cos imponente nell'ultimo libro dov' svelato, col felice destino del protagonista, il destino dell'anima dopo il patimento e la purificazione. Il libro ultimo affatto nuovo e inatteso. L'opuscolo lucianeo si chiude con l'arguzia crudamente buffonesca della dama che innamorata di Lucio, quand'era asino, lo respinge ora per le sue ridotte proporzioni di uomo. Le Metamorfosi si chiudono fra le celebrazioni dei sacri misteri. Il libro undecimo, pieno nel suo principio di una trepida gioia religiosa, resta sino alla fine lo splendido libro delle visioni estatiche, della liturgia mistica e delle sacre iniziazioni: e in esso, la personalit dell'autore si delinea nettamente nel protagonista che non pi quel Lucius nativo della Grecia, ma a un tratto il Madaurensis, il nativo di Madaura, l'africano Apuleio, insomma, filosofo e sacerdote. Apuleio lo scrittore pi genialmente barocco della letteratura romana. Ma nella trama, pure complicata voluminosa e disuguale, delle Metamorfosi, quest'ultimo libro intrude troppo repentinamente la personalit dell'autore nel personaggio del romanzo che finora nulla ha fatto prevedere di tale subitanea conversione. L'autore
non ha saputo fondere l'elemento mistico con quello erotico e parodico della novella satirica tradizionale: e l'armonia dell'opera ne rimasta offesa. Apuleio un ricreatore di favole, anzi che un creatore di tipi. Nel suo spirito avventuroso, fantastico, contraddittorio agiscono la superstizione e la scienza, la purit e la impurit, la religione e la profanazione: e hanno lo stesso fascino la preghiera e la fiaba. Ma il senso del mistero prevale. I casi della sua vita, l'indole della persona, la sua stessa leggendaria fama di mago ci assicurano che Apuleio ebbe gran parte nel movimento religioso della sua epoca. Non manca all'arte sua una malizia canzonatrice che investe soprattutto l'Olimpo di Omero, come nella bella fabella di Amore e Psiche: ma al tempo di Apuleio quel vecchio Olimpo crollato: su quelle rovine s'innalza la croce cristiana o la divinit mistico-filosofica del paganesimo.
STILE
Nelle Metamorfosi tutta la suppellettile stilistica apuleiana. Apuleio scrittore che sa trattare una questione giuridica, difendere una causa, levare in alto una preghiera, formulare uno scongiuro, presentare un dio, anatomizzare un animale o una pianta, raccontare una novella, descrivere una cerimonia sacra o una scena profana, lumeggiare e colorire un'allegoria, senza avere modelli da imitare o da superare, restando rarissimo artefice di uno stile dove la traccia qua e l di certe frasi e di certe architetture pi note si perde nella totalit di una fra le pi personali costruzioni. Nella sua infanzia sent parlare forse dapprima il punico e il libico; ma sarebbe infelice proposito quello di rintracciare nel suo latino influssi d'idiomi indigeni. Critici vecchi e nuovi hanno cercato l'Africa in Apuleio, e non l'hanno trovata. L'hanno cercata nel lessico e nello stile: ed lessico e stile latino dell'et imperiale; hanno cercato nelle Metamorfosi i racconti indigeni dei numidi e vi hanno trovato le novelle greche. L'Africa c' - se mai - nel vigore e nel fascino della personalit, nell'inquietudine spirituale, in quel certo bisogno di agitare le moltitudini che hanno i principali scrittori africani, compreso quel Frontone che si romanizz tanto quanto nessuno fu mai a tal segno romanizzato degli scrittori italici. Apuleio una personalit letteraria, non scolastica. L'uomo della scuola segue un indirizzo, non lo inizia; asseconda una maniera di stile, non si forma uno stile. Con i vecchi motivi retorici e letterari che pi ebbero risonanza e consonanza nello spirito suo, Apuleio organizz la sua maniera stilistica che se artificiosa non per questo meno naturale. Giacch per alcuni scrittori, di singolare talento, naturalezza quella che in altri ricercatezza stentata; per essi il linguaggio ha vita se ha qualche cosa di straordinario e di risuscitato: come se il loro pensiero possa soltanto brillare nella fredda lucidezza di vocaboli morti o nell'abbaglio di parole ignote o inattese o nuovamente combinate dentro periodi musicali studiosamente concertati. I due aspetti spirituali dell'autore, quello riflessivo e quello ciarlatanesco, quello schietto e quello lambiccato appariscono bene nel suo linguaggio dove sono esempi fastidiosi di prolisse leziosaggini e fresca vivacit di espressioni parlate. Apuleio un cesellatore raro e forse unico. Nessuno pi di lui bad ad assicurare tanto spesso la perfetta corrispondenza dei termini, dei concetti, dei suoni, sapendo pure abilmente variare o interrompere la successione ritmica delle frasi. Il carattere precipuo del suo stile il cumulo: ci ch'era sparso o raro negli altri scrittori in lui divenne costume; egli seppe fare particolarmente suo ci che apparteneva un po' a tutti, e coi materiali onde aveano fatto moderato o disordinato uso gli scrittori precedenti si costru un suo grandioso, se anche barocco, edificio stilistico.
LA VITA
La vita del pi grande scrittore latino del II sec. d.C. frammentaria e le notizie ci vengono dalla sua opera. Apuleio famoso per la magia e per il processo in cui riusc a difendersi dallaccusa di magia. Egli nacque a Madaura, nord Africa, intorno al 120-125. Studi a Cartagine e ad Atene. Fece molti viaggi come conferenziere in cui mostrava la sua bravura come retore. E lepoca della seconda sofistica in cui i retori sono molto richiesti per tenere discorsi ufficiali in occasione di feste, commemorazioni, omaggi a personaggi illustri: di solito questi oratori fanno bella mostra delle loro capacit. Apuleio, grazie alla sua abilit oratoria, acquista grande fama. Nei suoi viaggi si ferma ad Oea, presso un amico, di cui sposa la madra Pudentilla, vedova di 14 anni pi anziana. Ma i parenti lo accusano di magia per aver sedotto Pudentilla. Apuleio per riesce a difendersi molto bene e viene assolto. Sembra, dallantologia Florida, che contiene molti suoi discorsi, che a Cartagine costruirono una statua in suo
IL DE MAGIA
APULEIO
(120-170/190) Garbarino 1
Lautodifesa di Apuleio nel processo ci giunta col titolo De magia, ma nota anche come Apologia. E unorazione giudiziaria, rimaneggiata dallautore per la pubblicazione. Egli afferma di dover affrontare argomenti meschini e persone indegne. a) dapprima egli elimina le accuse secondarie (povert, uso del dentifricio, scrive poesie amorose) poi afferma di non aver a che fare con la magia volgare, ma con un particolare rapporto del filosofo con la divinit, che non gli permette, comunque, di influenzare gli altri uomini. Egli si rif alla filosofia platonica di cui accentua le valenze mistiche e religiose. c) Alla fine Apuleio legge il testamento di Pudentilla che nominava come erede non lui ma il figlio Pudente. Lopera si presenta come unesibizione della conoscenza filosofica, naturale, retorica, poetica di Apuleio (cita Platone, Aristotele, indica gli amori dei grandi poeti Catullo, Tibullo, Properzio, cita i poeti latini arcaici). Il modello di base Cicerone, con un discorso abbellito, un lessico poetico, con parole rare e antiquate.
b)
I Florida sono unantologia di 23 estratti dai discorsi epidittici di Apuleio. Essi mostrano la sua attivit di conferenziere, la sua vanit nel mostrare lerudizione; i caratteri sono soprattutto encomiastici e celebrativi. Apuleio si dimostra capace di parlare di qualsiasi argomento, anche dei pi superficiali. Egli ostenta una grande capacit tecnica: passa dalla descrizione di paesi esotici come lIndia, a racconti di aneddoti storici, ai viaggi di Pitagora fino al canto degli uccelli. Una conferenza De deo Socratis ci giunta interamente: Apuleio parla del demone che era sempre accanto al filosofo e prende spunto per discutere sui demoni che fanno da mediatori tra mondo divino e umano. Altri trattati filosofici sono il De mundo e De Platone et eius dogmate. Questo secondo importante perch fu la base per la diffusione della filosofia platonica prima della riscoperta umanistica.
LE METAMORFOSI
La fama di Apuleio data soprattutto dal suo romanzo le Metamorfosi o lAsino doro in 11 libri. La trama presenta molte somiglianze con unoperetta greca, Lucio o lasino, di Luciano di Samosata, ma le due opere hanno una fonte comune e poi differiscono per molti aspetti. Apuleio si richiama espressamente alla tradizione della fabula Milesia: racconti piacevoli e leggeri, con argomento erotico. Tuttavia lopera di Apuleio contiene anche aspetti mistico-religiosi. RIASSUNTO Lucio narra in prima persona il suo viaggio a Ipata in Tessaglia (tema del viaggio in cui si inseriscono varie avventure). Lucio vuole imparare larte della magia (curiositas). Giunge a casa di Milone la cui moglie una maga. Ha una relazione con una serva per conoscere larte della padrona. Chiede di essere trasformato in uccello, ma per errore viene tramutato in asino (si liberer solo cibandosi di rose). Viene portato via da una banda di briganti e costretto a ogni genere di lavori faticosi. Sente la narrazione di Amore e Psiche. La novella racconta di una bellissima fanciulla, invidiata da Venere, e di cui si innamora il figlio di Venere, Amore che la porta nella sua dimora, senza che ella possa mai vederlo. Spinta dalle sorelle e dalla curiositas vede Amore e si innamora perdutamente, ma questi scappa via. Dopo aver superato varie prove Psiche si sposa con Amore e d alla luce una figlia: Voluptas. Intanto Lucio-asino cambia padrone continuamente e deve sopportare varie peripezie. La dea Iside ne ha piet e gli concede di mangiare le rose ad una sua festa. Lucio alla fine diventa un devoto sia di Iside che di Osiride. LIBRI I-III: tema della magia LIBRI IV-X: peripezie di Lucio e Amore-Psiche. C una serie di episodi che si risolvono indipendentemente (parte picaresca: romanzo spagnolo del 1600 con una serie indefinita di avventure). E espressione del disordine in cui vive Lucio-asino. LIBRO XI: Lucio viene iniziato ai misteri di Iside (10 giorni di preparazione e l11 avviene la iniziazione). Lultimo libro molto diverso dai precedenti perch la spiegazione di tutti gli avvenimenti precedenti: prima il protagonista ha ceduto alla sua curiositas ed finito in vicende peccaminose; caduto in balia della Fortuna ed stato trasformato nellasino. Quindi il romanzo ha una superiore unit che corrisponde al cammino di iniziazione di un uomo che deve superare varie prove e deve fare un cammino di ascesi prima di arrivare alla verit misterica. DUE SCOPI: a) dilettare, divertire; b) edificare. Nel primo scopo coincide con il Satyricon: le novelle erotiche sono numerose. Lo scopo finale il modo di Apuleio per mostrare la possibilit di redenzione e di ottenimento della felicit da parte delluomo. Lallegoria e il simbolo di tutte le Metamorfosi si trova nella favola di Amore e Psiche: lanima pecca ed redenta attraverso Amore. Vari elementi autobiografici sono presenti nel romanzo; interessante il giudizio negativo che Apuleio d alla magia (trasforma Lucio in un asino). Forse Apuleio ha voluto mostrare ai suoi lettori il cammino di edificazione dalla magia ai culti misterici: la salvezza delluomo dipende unicamente dalla divinit. Ci non un rifiuto della filosofia, anzi laffermazione del platonismo che eleva luomo fino alla verit iperuranica. LINGUA E STILE: Apuleio dimostra una grande raffinatezza ed elaborazione artistica. Il sermo cotidianus sempre mediato dalla sua grande cultura letteraria (commedia e satira). Numerose sono le reminiscenze e allusioni poetiche, talora sfruttate in senso parodistico. Lo stile artificioso e composito con un lessico vario: arcaismi, neologismi, parole rare e ricercate, volgarismi. Usa molti diminutivi legati al parlato (Catullo). Usa le figure di suono, lenfasi e la ridondanza, reduplicazioni di concetti, sinonimi, giochi di parole. Apuleio veramente un virtuoso della lingua.
APULEIO
(120-170/190) Garbarino 2