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“Curiosum nobis natura ingenium dedit”1: la curiositas

nelle Metamorfosi di Apuleio

Il desiderio umano di conoscenza, meraviglioso e potenzialmente infinito, ha da sempre suscitato


riflessioni sul valore e sui limiti di tale facoltà. Se è vero, infatti, che esso si rivela un’attitudine
positiva e feconda per l’individuo, può presentare dei risvolti negativi quando si configura come
eccesso, ansia e ricerca insoddisfatta, pericolosa e dunque condannabile. Il concetto di curiositas,
comparso per la prima volta come hapax nel mondo latino a partire da Cic. Ep. ad Att. 2, 12, 2 e
denso di suggestioni a partire dall’età imperiale, riflette questa duplice valenza del processo
epistemologico. E’ possibile affermare, con un certo margine di sicurezza, che il suddetto termine
riceve un vero e proprio statuto letterario solo a partire dalle Metamorfosi di Apuleio, in cui ricorre
con una certa frequenza, insieme all’aggettivo curiosus e all’avverbio curiose2. Questo
incontrovertibile dato lessicale, il rilievo particolare che il concetto assume nell’economia del
romanzo e la specularità delle vicende di Lucio e Psiche hanno indotto gli studiosi a considerare la
curiositas uno dei filoni principali dell’Asino d’oro, in cui la ricerca di sapere, portata all’eccesso, si
traduce in un’avventura dannosa per il protagonista, che resterà imbrigliato e costretto in sembianze
asinine fino al superamento delle prove necessarie per il recupero dell’aspetto umano.
Dall’auto-presentazione del personaggio contenuta nell’incipit delle Metamorfosi, il lettore arguisce
sin dall’inizio che il giovane Lucio, colto e raffinato, risulta contrassegnato da una “cupido sciendi”
che lo porterà ad introdursi in situazioni complesse e difficilmente gestibili. In I,2, infatti, egli si
definisce “sitior novitatis” e, al fine di ascoltare la conversazione di due viandanti, che gli appare
particolarmente interessante, li appella nella seguente maniera: “Immo vero impertite sermone non
quidem curiosum sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima […]”3. Il nostro protagonista,
dunque, confessa con franchezza di voler conoscere tutto, o meglio “quanto più possibile”,
respingendo però l’etichetta di “curioso”. Dall’attenta analisi condotta da Lara Nicolini 4 emerge, ad
ogni modo, che l’utilizzo da parte di Apuleio dei termini in questione risulta quanto mai sfaccettata.
In maniera particolare l’autrice si sofferma sul valore che l’avverbio curiose ricopre in due passi del

1
Sen., De Otio V, 3.
2
Dalla ricerca effettuata sul database PHI 5.3 tramite il programma di lettura Diogenes 3.1.6., è emerso che il
termine curiositas, nelle sue forme flesse, si ritrova in dodici passi: 1.12; 3.14; 5.6; 5.19; 6.20; 6.21; 9.12; 9.13; 9.15;
11.15; 11.22; 11.23. L’aggettivo curiosus è attestato, inoltre, con dodici occorrenze: 1.2; 1.17; 2.4; 2.6; 2.29; 4.16; 5.23;
5.28; 7.13; 9.30; 9.42; 10.29 (a queste potremmo aggiungere l’unica occorrenza del diminutivo curiosulus, presente in
10, 31). L’avverbio curiose, infine, si ritrova nei seguenti quattordici passi: 1.2; 1.18; 2.1; 5.1; 5.8; 5.31; 6.1; 6.19 (al
comparativo); 6.21; 7.1; 8.17; 9.1; 9.20; 10.12.
3
“No, per piacere, piuttosto permettetemi di prender parte alla conversazione. Non è che sia curioso, ma sono
uno a cui piace sapere sempre tutto, o almeno quanto più posso […]” (trad. a cura di Lara Nicolini).
4
Nicolini 2011, p. 85.
1
romanzo (met. 2,1; 7,1), in cui l’avverbio è adoperato apparentemente nella sua primaria accezione
di “con attenzione, scrupolosamente”: il lettore attento sa bene, però, che la scelta di utilizzare una
delle parole chiave del romanzo non è casuale e serve al narratore per “strizzare l’occhio al lettore a
spese dei personaggi”, con l’evidente finalità di realizzare dei divertenti giochi di parole.
D’altro canto andrà osservato che, se è vero che la condizione asinina sarà per Lucio la degna
punizione per la sua curiosità, proprio la forma animale gli consentirà di esercitarla al massimo
grado, diventando spettatore insospettabile di quanto avviene intorno a lui e svelando i segreti più
turpi degli uomini con i quali entrerà in contatto. Anche questo è indice del sottile umorismo
apuleiano, benché tutte le esperienze che il giovane farà nel corso delle sue disavventure lo
condurranno in ultima analisi a diventare prudens e ad abbracciare il culto di Iside: in questo
percorso di ascesa spirituale andrà rintracciato l’esito ultimo della narrazione, che da racconto
scanzonato e disimpegnato diviene paradigma morale. Questo è quanto emerge dalle parole del
sacerdote che, ispirato dalla divinità, officia la cerimonia che consente a Lucio il recupero delle
fattezze umane. Il suo discorso, contenuto in XI, 15, chiarisce in maniera puntuale che la Sorte, che
si è accanita contro il nostro protagonista, non è l’unica colpevole delle sue disavventure: la
responsabilità è innanzitutto di Lucio, che a causa dell’avventatezza propria della giovinezza è
scivolato nell’asservimento delle passioni, prima fra tutte un’insaziabile brama di conoscenza che
egli definisce propriamente curiositas. A nulla sono valse, dunque, la sua nobiltà, la sua agiatezza,
la sua cultura:

“Multis et variis exanclatis laboribus magnisque Fortunae tempestatibus et maximis actus


procellis ad portum quietis et aram misericordiae tandem Luci, venisti: nec tibi natales ac ne
dignitas quidem, vel ipsa qua flores usquam doctrina profuit, sed lubrico virentis aetatulae ad
serviles delapsus voluptates, curiositatis improsperae sinistrum praemium reportasti. Sed utcumque
Fortunae caecitas, dum te pessimis periculis discruciat, ad religiosam istam beatitudinem
improvida produxit malitia[...]”5

L’animo di Lucio doveva quindi attraversare e conoscere gli strati più profondi dell’abiezione
morale umana prima di essere degna di risollevarsi e diventare seguace della dea6.

5
“Dopo aver sopportato tante avversità d’ogni sorta, trascinato dalle violente tempeste e dalle tremende bufere
della Fortuna, finalmente sei giunto, Lucio, al porto della Pace e all’altare della Misericordia! A nulla sono serviti la tua
nobile nascita o il tuo rango, e nemmeno quella stessa cultura per cui pure ti distingui, ma sul terreno sdrucciolevole
della giovinezza e dell’immaturità sei scivolato verso passioni ignobili, riportando una funesta ricompensa per la tua
disgraziata curiosità. Ma nonostante tutto la Fortuna, che è cieca, mentre ti tormentava con tutte le prove più orrende,
nella sua malignità imprevidente, ti ha condotto verso quello stato di felicità che dà la religione […]” (trad. a cura di L.
Nicolini).
6
Va segnalato, ad ogni modo, che non tutti gli esegeti sono d’accordo nel rintracciare nel finale isiaco il
significato ultimo del romanzo.
2
Un destino analogo toccherà anche a Psiche, contraltare narrativo di Lucio nel romanzo, che,
novella Pandora, viola i limiti imposti dal dio Amore e si rivela incapace di tenere a freno la propria
ansia di conoscenza. La bella fabella si trova nel cuore del romanzo e abbraccia precisamente i
paragrafi che intercorrono da 4, 28 a 6, 25: narrata da una anus alla giovane Carite, ostaggio dei
briganti insieme a Lucio, ha lo scopo di alleviare la pena della fanciulla, determinata dalle mancate
nozze con l’innamorato Tlepolemo. La narrazione assume immediatamente i contorni sbiaditi di
una vera e propria favola, con la consueta imprecisione nei confronti del dato cronologico; l’incipit
è infatti noto: “Erant in quadam civitate rex et regina”. Psiche, terzogenita della coppia, supera in
bellezza virtù e grazia le sorelle, e la fama del suo fascino straordinario si diffonde a tal punto fra gli
uomini da superare, nell’opinione comune, quello della stessa Venere. La dea, indignata, prega il
figlio Cupido di aiutarla a compiere la sua vendetta sulla fanciulla, facendola innamorare
dell’ultimo degli uomini; questi ne ha però compassione e affascinato decide di farne la sua sposa, a
patto che ella non veda mai il suo volto. La felicità di Psiche suscita l’invidia delle sorelle, che la
spingono a disattendere il volere del marito e a scoprire la sua identità, irretendola con una curiosità
che sarà per lei rovinosa. In V, 23 Apuleio definisce la fanciulla “insatiabili animo… satis et
curiosa”, lasciando trasparire la forza di una brama di conoscenza fine a se stessa, inutile e
dannosa. Numerose saranno le prove che la fanciulla dovrà superare prima che il lieto epilogo della
vicenda lasci al lettore l’immagine di un’anima giunta ormai al punto di arrivo del percorso di
perfezionamento spirituale necessario ad accostarsi in maniera imperitura al divino.
Dal confronto fra i due personaggi emerge in maniera evidente che la curiositas è propriamente uno
dei principali fili conduttori delle Metamorfosi di Apuleio: i due personaggi risultano contrassegnati
da un’avventatezza che li porta a trasgredire i limiti che il divino assegna all’umano. Vitium di
Psiche, essa è anche l’impulso di ogni azione di Lucio, e le conseguenze per i due personaggi
saranno drammatiche in entrambi i casi. Un grande sapere non basta per conseguire la vera
conoscenza, sembra suggerire il testo apuleiano, ma è necessario qualcosa di più, un’assennatezza
che concilia i vari aspetti del reale sotto la guida della razionalità.

3
BIBLIOGRAFIA

DeFilippo, J. G. ( 1990), “Curiositas and the Platonism of Apuleius' Golden Ass”, The American

Journal of Philology, vol. 111, n. 4, pp. 471-492.

Moreschini, C. (1991), La novella di Amore e Psiche, Padova, Editoriale Programma.

Nicolini, L. (2005), Le Metamorfosi o l'Asino d'oro, Milano, BUR.

Nicolini, L. (2011), Ad (l) usum lectoris: etimologia e giochi di parole in Apuleio, Bologna, Pàtron.

Pasini, G. F. (1983), “Amore e Psiche” dal mito alla fiaba e viceversa, Torino, Fògola Editore.

Sandy, G. (1972), “Knowledge and Curiosity in Apuleius' "Metamorphoses"”, Latomus, vol. 31, n.

1, pp. 179-183.