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1 - TEATRO ad ATENE

1.1 - Feste dionisiache e agoni teatrali

- Nell'Atene democratica periclea le feste erano un momento assolutamente centrale della vita pubblica
- Per alcuni, Pericle in primis, erano un'importante occasione di svago e di sollievo dello spirito; per altri,
come lo pseudo-Senofonte (probabilmente un oligarca) che scrisse la Costituzione degli Ateniesi, un segno
quasi di 'degrado'
- La festa più prestigiosa e attesa erano le Dionisie
- In tale occasioni avevano luogo, nel teatro di Dioniso, competizioni tra poeti ditirambici, commediografi e
tragediografi
- Fattispecie menzionata in molte opere del teatro greco classico, ad es. nelle Nuvole aristofanee
- Tali competizioni vennero istituite dal tiranno Pisistrato a metà del 500 ac
- Dedicate a Dioniso poichè la politica religiosa di tale tiranno privilegiava il culto di tale divinità

- La festa dionisiaca si svolgeva nel mese di Elafebolione


- Cominciava con una grane e partecipata processione festosa, che aveva il compito di traslare la statua di
Dioniso dal tempio ad esso dedicato al teatro
- Il corteo era aperto da una vergine, era composto da uomini, donne e anche stranieri che indossavano vestiti
da festa e sgargianti, e in esso veniva fatto sfilare un toro che alla fine veniva sacrificato in onore al dio
- Probabile che alla sera del primo giorno di festa si tenesse anche una sfilata di giovani e adulti che si
ubriacava e faceva baldoria (il komos)
- Al termine della processione, in teatro, venivano premiati cittadini che si erano particolarmente distinti, e
venivano presentati gli orfani di guerra educati a spese dello Stato che raggiungevano l'età efebica
- Tale 'esibizione' aveva lo scopo di rimarcare la solidarietà che la comunità ateniese mostrava verso i caduti
e celebrare la propria potenza militare
- Venivano anche esposti pubblicamente i tributi che le città della Lega Attica versavano annualmente ad
Atene; anche qui evidente il significato politico e la volontà di 'esibire' l'egemonia politico-militare di Atene
sulle altre città greche

- Come detto, in tale contesto vennero istituiti gli agoni teatrali


- Prima quelli tragici (intorno al 535); poi quelli ditirambici (508) e infine quelli comici (486)
- Nell'agone tragico concorrevano tre tragediografi
- Ognuno doveva portare in scena una sorta di tetralogia composta da tre tragedie e un dramma satiresco
- Nell'agome comico invece concorrevano cinque commediografi, ognuno con un'opera singola
- Sul programma cronologico delle rappresentazioni non ci sono notizie certe; la festa durava 5 giorni,
probabile che il primo giorno avesse luogo la competizione ditirambica, nei 3 giorni di mezzo quella tragica,
e l'ultimo giorno quella comica
- Verso la fine del 400, con Atene in declino per la guerra del Peloponneso, i commediografi partecipanti
all'agone vennero ridotti a tre, e la festa perse un giorno: commedie e tragedie venivano presentate negli
stessi tre giorni, una tragedia al mattino e una commedia al pomeriggio
- A partire dai primi anni del 300 assistiamo ad una sorta di 'canonizzazione' del corpus tragico: nel senso che
viene consentita, all'interno dell'agone, di una tragedia scritta dai grandi drammaturghi del secolo precedente;
nel 339 tale pratica di 'riproposizione' di tragedie classiche è parte integrante del programma della festa
dionisiaca
- In realtà già poco dopo la morte di Eschilo ad Atene venne decretato, per celebrarlo, che negli agoni tragici
fosse rappresentata una sua tragedia; lo sappiamo da un brano degli Acarnesi

- Sappiamo poi che anche in occasione di un altro evento festivo, le Lenee (sempre in onore di Dioniso),
c'erano competizioni teatrali
- Nel 440 furono istituite le competizioni comiche; 8 anni dopo quelle invece tragiche
- In tale festa la commedia aveva un ruolo preponderante, infatti gareggiavano 5 autori comici e solo 2
tragici, che rappresentavano solo 2 tragedie a testa
- Ciò fece sì che i tragediografi più in vista disertassero le Lenee preferendo le Dionisie

- In onore di Dioniso erano organizzate anche, in inverno, feste rurali all'interno dei singoli demi attici
- C'erano compagnie di attori che giravano col loro repertorio per i vari demi, dove inscenavano spettacoli in
occasione della festa
- Momento 'clou' di tali feste era la falloforia, cioè la processione in cui veniva portato per le strade del demo
un fallo in legno, simbolo di fertilità
- Di tale usanza abbiamo una rappresentazione negli Acarnesi di Aristofane, col protagonista Diceopoli che
la guida e che impartisce ordini ai vari membri della sua famiglia su come svolgerla al meglio
- A volte in tali feste venivano anche mostrate 'prime' di nuovi spettacoli, ma non tutti i demi avevano soldi
per organizzarli e di certo non erano paragonabili a quelli delle Dionisie o delle Lenee ateniesi
- Anche se nel corso del 300, di pari passo con la prosperità massima della campagna attica, tali spettacoli
divennero abb. popolari

1.2 - L'evento teatrale

- Qualche giorno prima della rappresentazione (l'8 Elafebiolione per le Dionisie, incerto per le Lenee, anche
se da un passo del Simposio del Platone sappiamo per certo si svolgesse), nell'Odeon, i tragediografi
spiegavano la trama della tragedia e presentavano gli attori
- Tale fase è detta proagone
- Un proagone di particolare importanza fu quello del 406, in cui un Sofocle ormai novantenne, saputo della
morte di Euripide, salì sulla piattaforma dell'Odeon bardato a lutto

- Nelle Dionisie, come detto, il pubblico era composto anche da stranieri; alle Lenee partecipava solo invece
chi viveva stabilmente ad Atene (anche perchè durante l'inverno i viaggi erano meno agevoli)
- Cosa che sappiamo da passi degli Acarnesi, delle Vespe e della Pace, in cui la composizione diversa del
pubblico è messa in evidenza da Aristofane
- Gli spettatori erano sicuramente diverse migliaia; la loro disposizione nel teatro rifletteva la divisione
gerarchica della polis, con le maggiori autorità civili e religiose in prima fila a ridosso del palco, i 500
notabili della Bulè in altri settori privilegiati, i cittadini di pieno diritto più in alto, e nella parte più lontana
schiavi, stranieri e meteci
- Non sappiamo con certezza se alle donne fosse consentito di partecipare alle rappresentazioni comiche;
probabilmente sì, anche se in numero inferiore agli uomini, accompagnate da parenti maschi e escluse
totalmente dalle prime file (eccetto la sacerdotessa del tempio di Atena, ruolo femminile più prestigioso ad
Atene a cui era riservato un posto in prima fila)

- L'organizzazione della rappresentazione era complessa e richiedeva tempo (6/9 mesi)


- Tanto che, come attestato da Aristotele, uno dei primi atti dell'arconte neo-eletto era quello, come
responsabile delle feste dionisiache, di nominare i cittadini che avrebbero avuto l'onere di occuparsi di coro e
allestimenti (servivano parecchi soldi)
- Subito dopo venivano scelti, tra coloro che ne avevano fatto richiesta, gli autori che sarebbero andati in
gara
- Scelta effettuata tra un numero abb. elevato di persone; nel prologo delle Rane viene sarcasticamente detto
che non c'era bisogno di portare Euripide dal cielo alla terra, visto che a chiacchiere c'erano almeno diecimila
ateniesi che lo surclassavano quanto a capacità autoriali
- La selezione, come detto anche in Platone, avveniva tramite giudizio degli arconti; pratica che
verosimilmente lasciava spazio a raccomandazioni (lo stesso Aristofane, in un passo delle Nuvole, ricorda
come la sua prima rappresentazione sia avvenuta grazie all'interessamento di 'uomini che è un piacere solo
nominare'
- E infatti le decisioni dell'arconte erano oggetto di pesante critica: Cratino, nei Mandriani, si scaglia contro
l'arconte che aveva preferito il pessimo Gnesippo a Sofocle
- Ci si interroga su quali materiali l'arconte desse il proprio giudizio (che, come detto, avveniva ben prima
della rappresentazione scenica)
- Difficile immaginare che le opere fossero già complete; verosimile però che fossero in gran parte già 'messe
giù' in maniera almeno preliminare
- Del resto, comparando le varie opere di uno stesso autore, vediamo come a volte il nucleo tematico di
un'opera sia in qualche modo già prefigurato all'interno di un'altra
- Ad es. negli Acarnesi di Aristofane abbiamo due versi che in qualche modo prefigurano e preannunciano la
trama dei Cavalieri (rappresentata l'anno dopo)
- Sappiamo però d'altro canto che molte delle commedie di Aristofane contenevano riferimenti all'attualità
anche recentissima (fatti avvenuti un mese prima della rappresentazione); il pubblico ateniese del resto
pretendeva tali riferimenti
- Esempio emblematico: la morte dell'odiato, da Aristofane, Cleone, che avvenne solo poco prima della
rappresentazione de La Pace, testo che aveva già superato positivamente il giudizio dell'arconte e la cui
trama venne modificata sensibilmente dopo tale avvenimento (e che sia stato un cambiamento frettoloso lo si
vede da una certa monotonia della trama)
- Altro 'segno' della mutabilità del testo anche nella fase immediatamente precedente alla sua
rappresentazione sono determinati 'appelli' alla giuria che contengono - è il caso delle Ecclesiazuse -
riferimenti a fatti ultra-recenti (ad es. l'ordine del sorteggio tra le commedie rappresentate, verosimilmente
tra le ultimissime operazioni effettuate; rappresentare una commedia per ultimi era considerato più
favorevole rispetto a farlo per primi)
- Quindi di sicuro in mano all'arconte, per il giudizio sull'ammissione all'agone, non finiva il testo 'definitivo'
- Se inserire modifiche di pochi versi, come appunto gli appelli alla giuria, era relativamente facile, diverso
era il modificare intere parti di trama; solo avvenimenti storici di enorme importanza potevano determinare
modifiche del genere
- E infatti modifiche del genere avvengono solo in occasione di eventi di enorme importanza, come la morte
di Sofocle o stravolgimenti politici come il processo intentato da Cleone allo stratego Lachete
- Entrambe gli avvenimenti generarono la modifica di centinaia di versi e interi episodi (es: nelle Vespe,
modificate per il processo, la scena del processo canino)
- Probabile, analizzando tali modifiche, che ad essere presentate per il giudizio fossero i canti corali (del
resto il giudizio presupponeva la concessione o meno del coro); del resto la scelta dei coreghi era ancora
precedente a quella di trage/commediografi (gli attori venivano scelti invece circa 2 mesi prima della
rappresentazione)
- I giudici degli agoni venivano sorteggiati poco prima dell'inizio delle feste
- La procedura era la seguente: c'erano dieci urne, in rappresentanza delle dieci tribù attiche; da ognuna di
queste l'arconte sorteggiava un nominativo. Tali nominativi venivano messi in un'unica urna da cui venivano
estratti cinque nomi a caso
- Procedura che mirava a includere l'intera comunità; ma non impossibile da truccare (a tal proposito, nelle
cronache, si registrano numerosi racconti di favoritismi e preferenze)
- Per convincere la giuria ad assegnare alla propria opera il primo premio era possibile anche rivolgere ad
essa direttamente dell parti di coro; cosa evidente nelle Nuvole e negli Uccelli
- Una certa pressione sul giudizio era poi esercitata dal pubblico e dalle sue reazioni (cosa da cui Platone
mette in guardia)
- E infatti in molteplici opere di aristofanee viene data considerazione al pubblico, con invocazioni dirette di
applausi e richieste di preferenze
- Anche in diversi finali di Menandro sono presenti richieste di applausi e appelli alla vittoria
- Questo perchè una vittoria donava grande prestigio; una sconfitta invece sbeffeggiamenti
- E inoltre, per i commediografi, un cattivo piazzamento determinava l'esclusione d'ufficio dagli agoni
dell'anno successivo
- L'importanza e la centralità del teatro nella cività ateniese è attestata da innumerevoli resoconti storici, che
ci mostrano come i primari uomini politici favorissero il teatro per ottenere consenso (Pericle, nel proprio
programma di edilizia pubblica, riservò al teatro primaria considerazione: costruì l'Odeon e restaurò il teatro
dioniseo - Cratino, in un suo frammento, racconta di come la costruzione dell'Odeon gli evitò l'ostracismo - e
inoltre pare che istituì una sorta di contributo per fare accedere alle rappresentazioni teatrali anche i più
poveri)
- E anche dal percorso inverso, cioè dal fatto che diversi autori approfittarono della loro popolarità per
lanciarsi in politica (es: Sofocle)
- Non trascurabile era anche l'importanza economica della macchina teatrale per le varie maestranze e per gli
artigiani: in molti, per buona parte dell'anno, lavoravano grazie alle rappresentazioni dionisiache (sarti,
fabbri, etc.)
- Anche i numeri di chi saliva sul palco non era insignificante: 75 coreuti per la tragedia e 240 per la
commedia, 15 attori tragici e 40 comici, più eventuali ruoli secondari (ad es. secondo coro o attori muti); si
parla di centinaia di persone
- La centralità del teatro in qualche modo è indicata anche dal fatto che diverse commedie avessero
un'ambientazione di tipo teatrale (ad es. il Proagone di Aristofane, probabilmente una parodia delle
cerimonie che precedevano la competizione vera e propria), e dal fatto che certa produzione comica (es:
Rane) usava come personaggi i maggiori tragediografi
- Le commedie sono irte di riferimenti a performance andate male o altri aneddoti, alcuni a noi chiari (ad es.
l'errore di pronuncia dell'attore Egeloco durante la rappresentazione dell'Oreste di Euripide, che trasformò
'bonaccia' in 'donnola' provocando un involontario effetto comico), altri invece a noi oscuri vista la mancanza
di resoconti storico-filologici
- Infatti tali citazioni erano quasi date per 'scontate' dai commediografi, a testimoniare come il teatro fosse
popolarissimo tra il pubblico, che non aveva necessità di spiegazioni

1.3 - Circolazione libraria

- Alcuni filologi classici (tra cui Wilamowitz, il più autorevole studioso ottocentesco della materia)
ritenevano che, una volta rappresentati, i testi delle opere teatrali circolassero in forma scritta ad Atene
- Tale idea si basava sul fatto che altrimenti, con un'unica rappresentazione, gli spettacoli difficilmente
sarebbero stati canonizzati ed entrati nel senso comune
- Non c'è dubbio che ad Atene (vedi la storiografia di Tucidide, concepita per la lettura) cominciasse ad
affermarsi un mercato librario
- Ma si trattava di una circolazione e produzione molto limitata e confinata all'ambito strettamente
intellettuale e degli addetti ai lavori (altri drammaturghi, ad es.)
- Quindi l'opera teatrale era primariamente concepita per la rappresentazione, non per la lettura; non a caso
erano strettamente legate all'attualità
- Socrate, nella sua Apologia, nel riferirsi alla sua caricatura fatta nelle Nuvole parla di 'visione', non di
'lettura'
- Il possesso di una biblioteca personale era un fatto assolutamente straordinario e degno di nota (Aristofane
parodizza Euripide proprio a tal proposito)

1.4 - Repliche teatrali e simposi

- E' un fatto però che i testi teatrali fossero noti ad un ampio numero di persone (altrimenti generi come la
paratragodia, versione comica delle tragedie, non avrebbero goduto di popolarità)
- Come era possibile, se la rappresentazione era comunque unica e limitata alle feste??
- Una risposta la troviamo innanzitutto dall'archeologia: nell'Attica sono venuti alla luce decine di teatri
- E, come già detto, sappiamo ad es. che in onore di Eschilo venivano effettuate repliche delle sue tragedie
- Quindi ad Atene c'era sicuramente la prassi di replicare le tragedie, che non erano confinate all'agone
dionisiaco della polis
- A smentire la tesi di Wilamowitz, che credeva che le tragedie venissero rappresentate solo alla prima per
poi essere messe in forma scritta sui libri, c'è il fatto che la tragedia di Euripide più parodiata da Aristofane,
la perduta Telefo, venne rappresentata quando Aristofane era bambino; il modo in cui però tale parodia è
strutturata ci fa capire che Aristofane si basasse non sul testo scritto ma su sue rappresentazioni
- Oltre a repliche pubbliche c'erano anche delle riproposizioni private di parti di tragedia: il luogo deputato a
tale avvenimento era il simposio
- Ad es. Aristofane nelle Nuvole inscena un contrasto tra padre e figlio dovuto al fatto che quest'ultimo
durante il simposiosi rifiutasse di declamare Eschilo, preferendogli Euripide
- Tale prassi, come sappiamo da numerose testimonianze (Plutarco, Teofrasto), rimase in vigore almeno per
tutto il 300, e non era limitata alla sola Atene
- Venivano, e lo sappiamo da un frammento dei Cavalieri di Aristofane a proposito di Cratino, recitati anche
brani di commedie contemporanee, anche se le testimonianze sono più limitate; possiamo però ipotizzare che
tale prassi andò avanti per secoli, fino a quando, intorno al I-II secolo dC, Aristofane passò di moda in
quanto troppo inattuale e politico venendo sostituito da Menandro
- Ma da un brano di Giuliano l'Apostata (su una recita di un brano dei Cavalieri - che esprimeva dubbi
sull'elezione del democratico radicale Demo - in onore dell'imperatore Claudio) sappiamo che il riuso
simposiale di Aristofane avveniva anche in epoca più tarda, verso il IV secolo dC

1.5 - L'edificio teatrale

- Le principali rappresentazioni si svolgevano nel Teatro di Dioniso, che sorgeva sulle pendici meridionali
dell'Acropoli
- Sappiamo che subì diverse ristrutturazioni (celebre quella effettuata nel 445 da Pericle come parte del suo
grandioso programma di opere pubbliche); le strutture in cui veniva rappresentato Aristofane erano diverse
da quelle in cui lavorava Menandro
- Parti principali di tale struttura erano la cavea, dove stavano gli spettatori (circa 10k), la piattaforma scenica
di 8 metri circa di lunghezza, e il luogo dell'orchestra, forse circolare o forse trapezoidale
- Alle spalle della piattaforma (su cui erano collocate statue delle divinità) c'era una specie di scenografia in
legno, che cambiava a seconda dello spettacolo inscenato (non era però composta di pitture, ma solo di
'spazi' modellati variamente)
- Ai tempi di Pericle il teatro era principalmente in legno; a seguito della grande ristrutturazione voluta da
Licurgo intorno al 300, era invece tutto in pietra (pure la scenografia di sfondo, che aveva tre aperture, non
sempre sfruttate a pieno, cosa propria solo di alcuni spettacoli, come il Dyskolos menandreo)
- Anche i troni nella prima fila (la proedria) erano in marmo; al centro c'era quello destinato al sacerdote di
Dioniso; la piattaforma era anch'essa in pietra, e lunga più del doppio - 20 metri - rispetto al teatro versione
Pericle
- Il luogo deputato all'azione scenica era la piattaforma; importanza potevano avere anche le finestre aperte
nella scenografia (ad es. nelle Vespe di Aristofane, col padre confinato in casa dal figlio che per uscire 'evade'
dalla finestra)
- Altro luogo scenico era il tetto della scenografia, raggiungibile tramite scala: importante nel prologo
dell'Agamennone di Eschilo, in vari episodi della Lisistrata di Aristofane o anche, di nuovo, nel prologo delle
Vespe (il padre tenta di evadere anche tramite camino)
- Una scenografia vera a propria, a sentire Aristotele, venne però inventata da Sofocle, con l'uso della pittura
e di pannelli mobili (cosa che permise una flessibilità molto maggiore che il ricorso a strutture fisse)

- Erano poi impiegate anche delle vere e proprie macchine sceniche


- Ad es. la macchina del tuono (che consisteva di otri pieni d sassi sbattuti contro tavole metalliche)
- Del resto il riferimento a rumori è comune a varie opere: ad es. il prologo delle Nuvole in tutta probabilità
era accompagnato da rumori
- Altra macchina tipica, di utilizzo abb. complicato, era la macchina del volo (una specie di gru che sollevava
gli attori)
- Rappresentava ad es. ascensioni (come nel finale della Medea, col carro coi cadaveri dei figli che vola in
cielo), oppure voli (nella perduta Andromeda Perseo vede Andromeda mentre era in volo, innamorandosene
subito)
- Tale macchina era usata anche da Aristofane: nei suoi testi sono presenti scherzose indicazioni rivolte
direttamente al macchinista, e sicuramente era usata negli Uccelli (dialogo tra Iride sospesa a mezz'aria e
Pisetero); forse anche nelle Nuvole, o forse invece il Socrate sospeso a mezz'aria era in realtà situato su una
più 'stabile' trave
- L'uso della macchina del volo (mechanè) divenne un vero e proprio abuso, con l'intervento divino che
spesso determinava lo scioglimento della trama (cosa poco gradita da Aristotele, in quanto violava il
principio di verisimiglianza: ne parla ad es. nella Poetica)
- Un'altra macchina (la cui presenza nel teatro di Dioniso è però molto controversa) era l'ekkyklema, una
specie di piattaforma rotante che mostrava una scena che si svolgeva all'interno dell'edificio
- Chi dice che fosse presente nel teatro di Dioniso si basa su alcune interpretazioni di verbi contenuti in
tragedie aristofanee, che paiono alludere a tale macchina (interpretazioni corroborate dal fatto che le scene in
cui tali verbi sono contenuti possono essere comprese 'a pieno' solo se si da per scontata la presenza dell'
aggeggio in questione e la sua parodizzazione da parte di Aristofane)
- Altri però ritengono che l'apparecchio a cui si fa riferimento in tali scene fosse molto più rudimentale (delle
specie di lettighe con ruote)
- A livello di tragedie, è esclusa l'esistenza dell'ekkyklema ai tempi di Eschilo; controversa invece la
questione per quanto riguarda Euripide e Sofocle
- Alcune scene, tipo il fatto che, nell'Ippolito di Euripide, il cadavere di Fedra fosse reso visibile agli
spettatori, fanno teorizzare l'utilizzo del macchinario in questione (alcuni dicono che fosse visibile attraverso
la finestra: in tal caso però sarebbe stato un particolare che solo le prime file potevano cogliere)
- Anche in Menandro in tutta probabilità veniva usato in qualche occasione: ad es. quando il vecchio
Cnemone, dopo esser stato ripescato dal pozzo in cui era caduto, viene mostrato dolorante a letto
- Era comune poi l'utilizzo di veicoli su ruote, impiegati ad es. come imbarcazioni. Venivano impiegati (è il
caso ad es. dell'Agamennone di Eschilo, nella scena dell'ingresso dell'orchestra del re e di Cassandra) anche
veri e propri carri, con ovviamente corredo di cavalli (se ne fa menzione nell'Ifigenia in Aulide)
- Anche altri animali entravano in scena (es: un asino nelle Rane); a volte però, all'animale vero, veniva
preferito un attore travestito
1.6 - Maschere e costumi

- La maschera del teatro classico era fatta in lino: ricoperta in stucco, veniva poi dipinta (di bianco per i
personaggi femminili, di scuro per i maschi) e fissata all'attore con delle stringhe
- Funzione pratica evidente: uno stesso attore poteva svolgere più ruoli, in modo da non rompere la
tradizione (che voleva un massimo di tre attori parlanti nella tragedia e quattro nella tragedia) e da permettere
a un attore uomo di intepretare un personaggio femminile (alle donne nel teatro greco non era concesso
recitare)
- Le migliori rappresentazioni delle maschere in uso nell'Atene della polis la abbiamo dai vasi (che però in
grandissima parte raffigurano tragedie); delle maschere dell'età ellenistica e del teatro menandreo abbiamo
invece un resoconto abb. preciso ad opera di Polluce, oltre che a vari reperti archeologici (es: mosaici)
- Si ipotizza che nelle commedie di Aristofane l'attore usasse maschere che rappresentavano una caricatura
del personaggio famoso reale a cui il testo faceva riferimento (in primis Cleone); in realtà tale stratagemma
non avrebbe permesso un'identificazione da tutti gli spettatori, ma solo da quelli vicini al palco; probabile
quindi che, più che le facce, si imitassero caricaturalmente modi di fare e toni
- Altri particolari sulle maschere (ad es. il fatto che il colore dei capelli cambiasse in base a età e genere dei
soggetti rappresentati) li desumiamo poi direttamente dai testimonianze
- Sappiamo anche ad es. che a volte i capelli cambiassero durante lo spettacolo
- Sappiamo poi con certezza che erano usate anche protesi per simulare pance o sederi particolarmente
pronunciati e che nelle commedie gli attori indossavano un fallo (ad es. nelle Tesmoforiazuse è proprio il
disvelamento del fallo a fare accertare le donne sul genere del Parente, che si spacciava per madre di nove
figli)
- Fallo forse esibito anche dal coro (ci sono riferimenti ambigui nelle Vespe), e che invece in Menandro
sparisce
- Le maschere dell'epoca classica erano improntate al realismo e probabilmente mettevano in evidenza le
caratteristiche fisiche che meglio caratterizzavano il personaggio rappresentato (es: la cecità di Edipo
nell'Edipo a Colono)
- Anche degli abiti abbiamo solo testimonianze tramite cimeli archeologici: i costumi erano di norma
bianchi, ma potevano essere osccasionalmente anche finemente decorati o invece trascurati e cenciosi
- Gli attori indossavano abiti comuni come il chitone, oppure il peplo (una lunga tunica di lana)
- C'era anche varietà di copricapi e scarpe; ma i coturni (calzari con tacchi alti più di 10cm) vennero
introdotti in epoca ellenistica e non, come sostenuto nell'Ars Poetica di Orazio, già in epoca classica
- Vestiario e ammenicoli vari (gli attori potevano indossare vari accessori, tipo scettri, bastoni, ghirlande...)
avevano una funzione importante: quella di un immediato riconoscimento da parte del pubblico di chi veniva
rappresentato (ad es. un personaggio che indossava una pelle di leone era subito conosciuto come Eracle,
senza bisogno che venisse esplicitata la sua identità)
- E servivano, anche come le maschere, a fare immediatamente identificare il tipo di personaggio che entrava
in scena (nel teatro comico infatti c'erano delle figure predefinite: il soldato era uno sbruffone antipatico e
donnaiolo, ad es.)

1.7 - Testi per la scena

- Testi polisemici: non solo 'parola', ma anche musiche, danze, maschere, costumi, scenografie, movimenti
degli attori
- Buona parte di questa dimensione molteplice è andata perduta; un'interpretazione complessiva risulta
quindi ardua
- Alcuni elementi cruciali venivano, nel testo, omessi o comunque non esplicitati: ad es. nelle Nuvole di
Aristofane il dono a Socrate viene riferito con una mera deissi ('prendi questo'); il lettore, al contrario dello
spettatore dell'epoca, non sa in cosa concretamente consista tale dono
- A volte anche la lingua pone problemi di interpretazione (ad es. nello stabilire un singolare o plurale, e
comprendere quindi magari il numero di attori che dovevano entrare in scena)
- Inoltre i testi teatrali riflettono ovviamente la cultura dell'epoca: cosa che ad es. si concretizza nel
riferimento alla gestualità, che per un contemporaneo poteva avere significato immediato ma per il lettore
attuale magari no
- Da tenere poi in considerazione che tra attori e spettatori fosse in vigore una convenzione scenica, che
permetteva di ovviare alle difficoltà tecniche della rappresentazione: vedere, prima che iniziasse lo
spettacolo, attori entrare in scena già bardati e vestiti e prepararsi e mettersi in posizione per l'inizio
dell'opera era comunemente accettato, visto che era perfettamente chiara la distinzione attore-personaggio (il
teatro di Dioniso non aveva sipario, quindi questo tipo di accorgimenti era obbligato e molto comune)
- Sempre per i limiti tecnici del teatro e in generali della tecnica scenica, a volte verso gli spettatori erano
utilizzate didascalie che suggerivano di 'vedere' ciò che non poteva essere rappresentato (ad es. nello Ione di
Euripide c'è un passo che descrive in maniera ultra-dettagliata il tempio di Apollo a Delfi, che era
impossibile replicare fisicamente sulla piattaforma)
- Come detto, nelle tragedie le attrici donne erano tabù; nelle commedie invece si ritiene recitassero anche
donne, probabilmente nude (come alluso nel finale delle Vespe: ma forse la nudità non era reale ma simulata
tramite costume ad hoc) o comunque poco vestite e ammiccanti
- Inoltre, visto che le maschere rendevano impossibile l'espressività del volto, i sentimenti (ad es. il pianto)
dovevano in qualche modo essere comunicati
- Uno dei modi in cui tale 'comunicazione' avveniva era tramite le parole di un altro attore, che rimarcava il
sentimento dell'altro (ad es la domanda insistente 'perchè piangi?', in modo da far capire al pubblico che
l'interlocutore piangeva)
- La didascalia era usata anche per 'comunicare' il fatto che ad es. fosse notte (non era infatti possibile, nel
teatro di Dioniso, giocare con l'illuminazione, visto che era all'aperto). Ciò avviene ad es. nella scena iniziale
dell'Agamennone
- E' una sorta di scenografia resa tramite forma verbale; non certo un unicum del teatro greco, visto che la
stessa soluzione viene adottata anche da Shakespeare (pure le playhouse elisabettiane erano, del resto,
all'aperto, e senza quindi possibilità di illuminazione controllata)