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Anche se i rapporti fra questi tre contemporanei sono abbastanza oscuri, si

tende comunque a studiarli come un gruppo a sé stante. Questo si deve a


notevoli concordanze di gusto e di clima culturale. La poesia di questi tre
autori assume come suo referente ormai classico l’opera di Virgilio, l’Eneide;
altrettanto importante è per i letterati flavi l’influsso di Ovidio che determina
le costanti dello stile narrativo.
1. Stazio
Nasce a Napoli intorno al 50 d.C. e a Roma ebbe notevoli successi nelle
recitazioni pubbliche e nelle gare poetiche.
Progetto più importante Le Silvae, opera non epica che ha i suoi caratteri
originali e molto legati al gusto contemporaneo. Stazio è un letterato
professionale, che vive della sua opera. Per il loro carattere occasionale, quindi
vario e miscellaneo queste poesie sono un prezioso documento sulla società
dell’epoca. I committenti delle varie poesie si rispecchiano in molte di esse,
rivelandoci mentalità e atteggiamenti di un ceto colto e benestante,
impegnato in una fitta vita di relazione e spesso occupato nel sistema del
governo e della burocrazia imperiale.
Altrettanto importanti storicamente le poesie cortigiane direttamente rivolte a
Domiziano, che ci illustrano lo sviluppo del culto imperiale, i cerimoniali, le
manifestazioni pubbliche. I componimenti (32) sono organizzati libro per libro
in serie accuratamente costruite, i metri spaziano dall’esametro ai versi lirici.
La struttura dei singoli carmi è governata da schemi tradizionali che non
escludono però una ricchezza di variazioni originali, perché il virtuosismo del
poeta sta appunto nell’adattarli alla circostanza. Il poeta si mostra
perfettamente inserito in una società gerarchica, entro una rete di autorevoli
protettori che ha il suo centro immobile nel simulacro divinizzato del principe.
La nuova funzione di questa poesia si può definire estetizzante, nel senso che
deve rendere belli e gradevoli oggetti, uomini e gesti, ma può farlo solo a patto
di distanziarsene: le ekphràseis (digressioni) di Stazio più che descrizioni sono
veri e propri encomi.

La Tebaide
Stazio sceglie un tema mitologico, dotato in un complesso apparato divino;
Lucano parla di “guerre più che civili”, Stazio di “battaglie tra fratelli”: la
sostanza del contenuto riporta irresistibilmente verso il Bellum civile (Farsalia)
Piano dell’opera in dodici libri, divisi in due esadi; la seconda è tutta una storia
di guerra, come la metà “iliadica” dell’Eneide; la prima contiene peripezie di
viaggio, come la prima metà dell’Eneide. D’altronde nell’epilogo Stazio afferma
di avere nel libro di Virgilio un modello altissimo che dovrà “seguire a
distanza”. Oltre a questo, numerosi i modelli presi di riferimento da Stazio
come Ovidio per la metrica e lo stile narrativo, o Callimaco per la ricca cultura
letteraria all’interno del poema.
Il difetto tipico della Tebaide è però l’ossessiva ricorsività di motivi ed
atmosfere. Tutta la storia è dominata da una ferrea necessità: la casa di Edipo
è schiacciata non da una maledizione familiare, ma da una ferrea Necessità
universale. La scelta ideologica è chiara: salvare l’apparato divino dell’epica,
ma rendendolo più moderno con l’approfondire la funzione del Fato.
Schiacciate dalle leggi del cosmo, le figure umane sono a loro volta appiattite,
Stazio concede poco spazio alle sfumature psicologiche ed i personaggi sono
molto schematici. La grande quantità di eroi comporta una trama molto
complessa, romanzesca e soprattutto l’assenza di un vero protagonista.
L’Achilleide
A differenza del poema su Tebe, il poema sulla vita di Achille ha avuto un
destino stentato. Qualsiasi giudizio è difficile, perché il testo che abbiamo
tratta solo delle vicende del giovane Achille a Sciro (interrotto a causa della
morte del poeta). Il progetto di narrare tutta la vita di Achille rivela comunque
ambizioni letterarie grandiose.

2. Valerio Flacco
Scrive gli Argonautica, in otto libri di esametri, poema epico incompiuto
(decisione dell’autore – morte?).
Del poema restano sette libri e una parte dell’ottavo, una serie di vicende che
corrisponde, all’incirca, a tre quarti del racconto sviluppato da Apollonio Rodio
nei quattro libri degli Argonautica. Valerio narra i motivi della spedizione di
Giàsone alla ricerca del vello d’oro, il viaggio avventuroso fino alla Colchide,
l’amore tra Giàsone e Medea, la conquista del vello d’oro e il principio del
travagliato ritorno.
Pur riprendendo quasi tutti gli episodi principali del poema di Apollonio Rodio,
Valerio mira ad una riscrittura del tema argonautico in gran parte autonoma.
Vi sono abbreviamenti, aggiunte, modifiche importanti nella psicologia dei
personaggi, nel modo di concepire l’intervento divino, nel ritmo del racconto.
Nei punti in cui segue da vicino il testo greco la sua rielaborazione appare
guidata dalla ricerca dell’effetto: accentuazione del pathos e
drammatizzazione, visualizzazione, concentrazione del modello e conseguente
gusto per la brevità dell’espressione: questi i procedimenti più frequenti per
ottenere un maggiore coinvolgimento emotivo del destinatario.
Valerio fallisce spesso nella creazione di strutture narrative articolare: difetti di
chiarezza e di linearità, e ancor più la mancata specificazione di coordinate
spazio-temporali dell’azione, danno l’impressione di un modo di comporre per
blocchi isolati, che presta più attenzione all’evidenza della singola scena che
non alla coerenza dell’insieme. Il tema è mitologico, l’apparato divino
onnipresente; mentre Apollonio aveva fatto di Giasone un eroe problematico
chiaroscurale – quasi un antieroe – Valerio riporta il suo protagonista ad una
scala di elevatezza epica. Il Fato provvidenziale virgiliano, con Giove portavoce,
controlla lo sviluppo degli eventi.
Il testo è implicitamente rivolto ai dotti, perché il lettore spesso non trova tutte
le informazioni necessarie e per comprendere deve essere già a conoscenza
degli avvenimenti ed avere presente il testo di riferimento che è di Apollonio.
Spunti di attualità: vicende politiche del regno di Colchide ripresentano il
motivo della guerra civile tra fratelli, curiosità per le popolazioni barbariche,
enfasi del dominio sul mare (ideologica casa di Vespasiano).

SILIO ITALICO.
Avvocato, politicamente legato a Nerone fu console e poi proconsole d’Asia.
Ritirato a vita privata, dedicò gli ultimi anni al suo ampio poema storico e
provato da un male incurabile si lasciò morire di fame.
I Punica
17 libri in esametri, secondo una parte della critica testo incompiuto (si
ipotizzano 18 libri, paralleli alle dimensioni degli Annales di Ennio).
E’ il più lungo epos storico latino a noi giunto. 17 libri che raccontano la
seconda guerra punica dalla spedizione di Annibale in Spagna al trionfo di
Scipione dopo Zama. La linea “annalistica” testimonia la volontà del poeta di
collegarsi alla più imponente tradizione monografica in latino degli eventi che
vanno dal 218 al 201 a.C.: la terza decade di Livio.
CONFRONTO CON LIVIO: Un primo indizio significativo è rappresentato dal
recupero della cornice del modello. Anche Silio colloca poco dopo la sezione
proemiale il ritratto di Annibale e, come Livio, conclude con l’immagine
rassicurante del trionfo di Scipione.
La rapidità e la minore accuratezza di dettaglio che caratterizzano la seconda
parte del poema, pesano soprattutto sull’economia del racconto storico:
un’ampia serie di scontri minori viene concentrata e riassunta in base a ferrei
criteri selettivi. Nei libri finali l’autore sembra più attratto dal proposito di
conferire dignità epica ad alcuni eventi particolarmente dotati di potenziale
valore emblematico.
CONFRONTO CON ENNIO: Il parallelo più ovvio dei Punica sono gli Annales di
Ennio, che fornivano un esempio canonico per la composizione di un’epica
“anno per anno”. Lo stato frammentario dell’opera di Ennio e il carattere dello
stile di Silio rendono molto difficile ritrovare imitazioni precise. A prescindere
da ciò, è indubbio che la coscienza della derivazione ideale dal grande modello
doveva essere ben radicata nel poeta flavio.
Un altro precedente arcaico era Nevio, autore del Bellum Poenicum in cui si
narravano le vicende della prima guerra punica.
CONFRONTO CON VIRGILIO. L’impulso fondamentale dell’opera venne
dall’Eneide. La guerra di Annibale è presentata come diretta continuazione di
Virgilio: è originata dalla maledizione di Didone contro Enea ed i suoi
discendenti. Giunone continua ad avversare i discendenti dei Troiani e
mantiene di fatto il suo ruolo di protettrice di Cartagine, ma deve cessare di
alimentare propositi di rivincita contro i Romani di fronte all’irremovibile
decisione di Giove: davanti alle mura di Roma è lei stessa in prima persona a
fermare il duce cartaginese mostrandogli che i suoi avversari sono gli dei
stessi.
Nei Punica la volontà di Giove è quella di imporre ai Romani una durissima
prova: la stirpe romana non corre il rischio di estinguersi, ma fornendo prove
di valore deve dimostrare di essere degna di dominare sugli altri popoli; alla
luce di questo anche le terribili sconfitte che seguiranno troveranno una
superiore giustificazione.
Manca un protagonista assoluto: più volte è stato sottolineato che Annibale,
unico personaggio presente con una certa continuità dall’inizio alla fine meriti
a buon diritto questo titolo. Contro l’empio protagonista si erge un nutrito
gruppo di eroi romani, degni rappresentanti dei valori ideologici fondamentali:
fides, pietas, constantia, fortitudo. Tra questi eroi spiccano Scipione e Fabio
Massimo, con il primo che viene inserito fra i megalourgoi (semi-dei)