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metrica e lingua

Studi Se l’➔endecasillabo è un verso di 11 sillabe recante l’ul-


Bianchi, Claudia (2009), Pragmatica cognitiva. I meccanismi della co- timo accento sulla decima, e il ➔ settenario un verso di 7 sil-
municazione, Roma - Bari, Laterza. labe recante l’ultimo accento sulla sesta, solo l’applicazione
Eco, Umberto (1984), Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino, Ei- delle convenzioni ritmico-prosodiche consente di non consi-
naudi. derare l’endecasillabo dantesco «la somma sapïenza e ’l primo
Gruppo µ (1970), Rhetorique générale, Paris, Larousse (trad. it. Reto-
rica generale. Le figure della comunicazione, Milano, Bompiani, amore» (Inf. III, 6) un verso di 12 sillabe (con accento, ano-
1976). malo, di quinta), o il settenario petrarchesco «Chiare, fresche
Henry, Albert (1971), Métonymie et métaphore, Paris, Klincksieck e dolci acque» (Canz. CXXVI, 1) un verso di 9 sillabe. La pos-
(trad. it. Metonimia e metafora, Torino, Einaudi, 1975). sibilità (o meglio la necessità) di riconoscere – da parte sia del
Jakobson, Roman (1963), Essais de linguistique générale, Paris, Mi- versificatore sia del suo esecutore esperto di metrica – nei
nuit (trad. it. Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, versi citati, rispettivamente, un endecasillabo e un settenario
1966). regolari dipende, tra l’altro, dalla convenzione prosodica, di se-
Lausberg, Heinrich (1960), Handbuch der literarischen Rhetorik. Eine guito illustrata, che regola la scansione degli incontri vocalici.
Grundlegung der Literaturwissenschaft, München, Max Hueber
Verlag, 2 voll.
Lausberg, Heinrich (1969), Elementi di retorica, Bologna, il Mulino
(ed orig. Elemente der literarischen Rhetorik, München, Max Hue- 3. Sillabismo (isosillabismo e anisosillabismo)
ber Verlag, 1949; 19632).
Tateo, Francesco (19842), Metonimia, in Enciclopedia dantesca, Roma, Alcuni metricologi hanno proposto di adottare il termine ge-
Istituto della Enciclopedia italiana, vol. 3°, ad vocem. nerale di sillabismo per indicare il numero di una serie di sil-
labe computato secondo le regole della metrica (di un deter-
minato sistema linguistico e culturale).
L’isosillabismo è il criterio, vigente nella metrica italiana
(e romanza), in base al quale due versi si considerano identici
metrica e lingua se identico è il numero delle sillabe metriche che li compon-
gono. In particolare, due versi sono isosillabici (e costituiscono
1. Introduzione lo stesso tipo di verso) se prevedono nella stessa posizione (me-
trica) l’ultima sillaba tonica: due versi sono endecasillabi se re-
Per metrica si intende l’insieme delle regole che governano il cano l’ultimo accento in decima posizione (condizione neces-
discorso poetico (o in versi), in quanto distinto da quello in saria ma non sufficiente: per essere tali, i due versi dovranno
prosa (in antico, oratio soluta, sciolta dalle regole della versi- rispettare anche le altre regole ritmico-accentuative previste
ficazione). Attengono in prevalenza a fenomeni mensurabili o per quella misura di verso).
computabili (poco diffuso, per definire lo studio scientifico Il concetto di identità sillabica si riferisce al computo delle
della metrica, è il termine metricologia; più usato metricologo sillabe metriche, e non delle sillabe in quanto tali (➔ sillaba):
per «studioso di metrica»). Le regole metriche – che in passato deve tener conto, cioè, delle convenzioni relative al tratta-
erano dotate di efficacia normativa, mentre oggi rivestono mento degli incontri vocalici all’interno di parola (che possono
quasi solo un valore storico-descrittivo – riguardano: la ➔ pro- dar luogo a fenomeni di dieresi o sineresi) o tra parole conti-
sodia, e in particolare le modalità di riconoscimento e di com- gue (con fenomeni di dialefe o sinalefe). Si ha dieresi quando
puto delle sillabe metriche, o posizioni (e dei relativi accenti), un incontro di ➔ vocali, stimato monosillabico, all’interno di
e la natura e funzioni della ➔ rima e del ritmo; la ➔ versifica- parola (per es., in un ➔ dittongo ascendente) produce due sil-
zione (modalità di costituzione e riconoscimento delle diverse labe metriche: come nei latinismi, frequentemente scanditi in
tipologie di verso); la natura (strofica o non strofica) e la de- forma dieretica (nel citato verso dantesco, sapïenza è quadri-
stinazione (lirica o non lirica) delle diverse forme metriche. sillabo, e perciò l’accento ritmico è regolarmente in sesta, e non
Il progressivo diffondersi, tra fine Ottocento e Novecento, in quinta, posizione). La sineresi è il fenomeno opposto, a se-
della versificazione libera (non soggetta al patrimonio norma- guito del quale, per es., nella lirica antica i provenzalismi
tivo che aveva istituzionalmente caratterizzato, anche se con gioia, noia, normalmente bisillabi, possono essere monosilla-
continue evoluzioni, la scrittura poetica ‘regolare’ dalle origini bici (mai però in fine di verso).
fino al tardo Ottocento) ha rivoluzionato l’attitudine dei poeti, L’incontro di due vocali tra due parole contigue produce
le aspettative dei lettori-esecutori e le finalità degli studi di me- in genere sinalefe: le due sillabe contano, cioè, per una (nel ci-
trica e di stilistica. In accezione storica, il termine metrica de- tato endecasillabo dantesco si ha sinalefe tra sapïenza ed e, tra
signa altresì le consuetudini metriche di un autore o di una sta- primo e amore; nel citato settenario petrarchesco, tra fresche ed
gione poetica (metrica pascoliana, metrica neoclassica). Secondo e, tra dolci e acque). Molto più raro, e in genere evitato nella li-
le regole della metrica barbara sono composte le poesie in lin- rica di tradizione petrarchesca, il fenomeno opposto della dia-
gua italiana che si propongono, con vari artifici, di adattare alla lefe, per il quale le due sillabe continuano a contare per due:
prosodia dell’italiano le regole della metrica classica (così le Odi per es., quando la prima sia tonica (nel verso di Petrarca: «Ma
barbare di Giosuè ➔ Carducci). pur sì aspre vie né sì selvagge», Canz. XXXV, 12, per ragioni
ritmiche si ha dialefe tra sì e aspre e sineresi in vie). La dieresi
può essere segnalata mediante due punti sovrascritti al suono
2. Prosodia vocalico prosodicamente autonomo.
La corretta applicazione delle regole prosodiche di sillaba-
La metrica italiana, come in genere la metrica delle lingue che zione è implicata nella definizione stessa di sillabismo (Meni-
non riconoscono l’opposizione di quantità vocalica (lunghe e chetti 1993: 173-312, 313-359). Inoltre, dato che l’identità di
brevi), è di tipo accentuativo e non quantitativo. Elettiva- due versi dipende – in forza del principio dell’isosillabismo –
mente, il termine prosodia si applica allo studio della metrica dalla condivisa posizione dell’ultima tonica, la presenza o meno
classica, di tipo quantitativo (fondata com’è sul regolato al- di sillabe atone dopo l’ultima tonica non è rilevante nel computo
ternarsi di vocali – o meglio sillabe – lunghe e brevi, a formare sillabico. In altri termini, due versi (fatti salvi l’applicazione nel
piedi, metri e versi), in essa studiando la successione di tempi computo delle norme prosodiche relative agli incontri vocalici
forti e di tempi deboli, di arsi e di tesi, e dei relativi ictus (o ac- e il rispetto dei vincoli ritmici) sono endecasillabi se recano l’ul-
centi prosodici), anche ai fini della loro corretta scansione. timo accento tonico sulla decima, a prescindere dal fatto che
Prescindendo dall’accezione del termine prosodia in lingui- l’ultima parola del verso sia ossitona, parossitona o proparos-
stica, nella metrica italiana si considerano fenomeni prosodici, sitona (tronca, piana o sdrucciola). Un verso accentato sulla de-
indipendentemente da valutazioni – per l’italiano non rile- cima, indipendentemente dal fatto che termini per parola
vanti – di quantità vocalico-sillabica, quelli che attengono tronca, piana o sdrucciola, è comunque un endecasillabo
alla corretta identificazione (e scansione) del verso. In parti- (tronco, piano o sdrucciolo). I versi tronchi e sdruccioli sono
colare, quelli che si riconducono al sillabismo, all’accento peraltro relativamente rari nell’uso libero (e tendenzialmente ri-
(ritmo) e alla ➔ rima. fiutati dalla tradizione lirica di ascendenza petrarchesca), anche

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in ragione dell’assoluto prevalere, in italiano, delle parole ac- 5. Versificazione


centate sulla penultima (piane; ➔ parola italiana, struttura
della): i versi sdruccioli (e anche tronchi) sono tipici invece di Nella metrica italiana, la produzione del verso, o versificazione,
alcuni generi metrici, come, per es., la terza rima bucolica (Ia- obbedisce precipuamente a regole di computo sillabico (a loro
copo Sannazaro) o l’ode-canzonetta (➔ canzone). L’isosillabi- volta correlate a norme prosodiche: v. sopra) e a vincoli di na-
smo non ha a che vedere con l’isometria (ovvero omometria) di tura ritmica (Menichetti 1993: 99-172). La presenza o meno
un componimento: con il fatto cioè che un componimento sia della rima, nelle sue varie forme, ed eventualmente di asso-
composto di versi tutti della stessa misura. In altri termini, gli nanze o consonanze, non attiene alla composizione del verso in
endecasillabi sono, per definizione, versi isosillabici (e lo sono sé, ma piuttosto alle modalità (vincolate o libere) del correlarsi
anche gli endecasillabi tronchi o sdruccioli); isometrica (ovvero di più versi, della stessa o di diversa misura, all’interno di un
omometrica) è una canzone le cui stanze siano composte di tutti componimento.
endecasillabi, eterometrica una canzone le cui stanze siano Il verso italiano (e romanzo) si definisce in funzione del nu-
composte di endecasillabi e settenari alternati secondo le regole mero delle sillabe che lo formano, e da queste prende di norma
previste per tale forma. Si definisce invece polimetro un com- il nome; con l’avvertenza che la denominazione fa riferimento
ponimento formato da versi di diversa misura che si alternano alla forma piana del verso, e non alla posizione – che si è detto
senza un preciso schema. decisiva – dell’ultima sillaba tonica. Avremo pertanto endeca-
È stato notato (Contini 1986: 235 ad indicem; cfr. Meni- sillabi (con ultimo accento tonico sulla decima), decasillabi, no-
chetti 1993: 153-158 e Beltrami 20024: 93-94) che talora, so- venari, ottonari, settenari (➔ settenario), senari, quinari,
prattutto nella versificazione di tipo giullaresco o laudistico, si quadrisillabi, trisillabi (un dettagliato catalogo dei versi italiani
ripropone con frequenza che non può giudicarsi accidentale (e in Beltrami 20024: 181-205).
tanto meno ricondursi a guasti endemici della tradizione) il fe- Sono possibili anche altre forme doppie (doppio ottonario,
nomeno del cosiddetto anisosillabismo, e cioè la compresenza di doppio settenario, doppio senario, doppio quinario). Decisa-
versi non omometrici (l’oscillazione è in genere di una sillaba, mente meno diffuse, per quanto possibili, le denominazioni del
o al massimo di due, in più o in meno rispetto alla misura di tipo: eptasillabo, pentasillabo, quaternario, ternario. Molto
base) in componimenti di per sé, o tendenzialmente, omome- rare, e storicamente spiegabili, le denominazioni di versi ita-
trici. In questo tipo di versificazione – circoscritto nei generi, liani che non alludono al novero sillabico: come nel caso del-
nelle forme metriche implicate e nel tempo: si riscontra in te- l’alessandrino, verso di derivazione francese (alexandrin) de-
sti al più tardi quattrocenteschi – tale oscillazione è giudicata stinato a vita effimera nella poesia antica, e il martelliano (dal
ammissibile, tenendo per ferma l’identità del verso metrico di nome del poeta Pier Iacopo Martelli), o doppio settenario, che
base. Così, in particolare, avviene nel cosiddetto otto-novena- a sua volta si riconduce all’alessandrino. Di per sé poco signi-
rio delle laudi (tipico, tra gli altri, di Iacopone da Todi), che ficativa, anche se ha goduto di una certa fortuna nella critica,
contempla l’alternanza sullo stesso livello (e, almeno a prima vi- la distinzione, risalente a Dante, tra versi imparisillabi e pari-
sta, senza speciali regole: per quanto alcune linee di tendenza, sillabi (Beltrami 20024: 29-31).
sul piano ritmico, siano riconoscibili) di ottonari e di novenari. La versificazione libera, nata verso la fine dell’Ottocento,
prescinde dalle regole della versificazione regolare (salvo poi
recuperarne alcune con intenti di sottolineatura stilistica o
4. Ritmo e accenti espressiva), e non consente dunque, almeno in principio, di
fornire alcuna descrizione aprioristica del verso libero. Di
In senso generale, il ➔ ritmo nasce dal ricorrere, nel fluire tem- fatto, peraltro, il versificatore novecentesco non sempre pre-
porale del discorso, di elementi significativi dal punto di vista scinde dalle norme della tradizione regolare (di cui è intrisa la
del metro, quali sono gli accenti obbligati (e quelli facoltativi) sua cultura): l’analisi metrica consente, di volta in volta, di ve-
nella successione sillabica, le sequenze di suoni uguali (che rificare se, in che misura e con quali intenzioni le norme della
danno luogo ai fenomeni della rima, dell’assonanza e della versificazione regolare interagiscano con, o possano rendere
consonanza, ma anche dell’allitterazione), i raggruppamenti conto di, aspetti della versificazione libera, da valutare co-
sillabici (computati secondo le regole della prosodia) che danno munque caso per caso (Beltrami 20024: 22-31, 40-66, 161-233;
luogo ai versi. Menichetti 1993: 89-98).
Secondo Beltrami (20024: 20-21), nel metro si possono
identificare gli elementi – prescritti dalla norma metrica – che
presiedono (obbligatoriamente) alla costruzione e al ricono- 6. Rime, assonanze e consonanze
scimento di un verso, di una strofe o di una forma metrica; nel
ritmo, insieme ai precedenti elementi, e più latamente, quelli Due parole sono in ➔ rima (Beltrami 20024: 206-221; Meni-
di fatto adottati di volta in volta dal versificatore (per es., chetti 1993: 506-590) se sono foneticamente identiche (omo-
quelle rime e quello schema rimico), se ne possono identificare fone) nella loro parte finale, a partire dalla vocale tonica inclusa
altri di natura non obbligata, e dunque rispondenti alle auto- (a prescindere, nel caso di e e di o, dal timbro, o apertura, dei
nome scelte dell’autore (posizione degli accenti secondari, o fa- rispettivi suoni). Qualora la sillaba tonica contempli la presenza
coltativi; libera alternanza degli schemi accentuativi in versi di suoni, consonantici e/o semiconsonantici (➔ consonanti;
identici per tipologia; scelta e impasto dei suoni in relazione ➔ semivocali), precedenti la vocale tonica, questi non con-
agli accenti ed eventualmente alle rime; rapporti tra unità sin- corrono alla formazione della rima: anche se non si esclude che
tattiche e unità metriche, ecc.) e talora anche a quelle del- tali suoni possano essere identici, ma in tal caso si parlerà di
l’esecutore (Menichetti 1993: 360-446). rime ricche.
In quest’accezione, il ritmo individuale del testo nasce- Sono in rima due o più versi terminanti con parole in
rebbe perciò dall’attualizzarsi delle norme (di carattere istitu- rima. La presenza di rime in posizioni obbligate, o comunque
zionale) prescritte dal metro: per cui l’indagine metrica, in vincolate al rispetto di norme, definisce la struttura rimica delle
quanto rivolta allo studio degli aspetti ritmici (nell’accezione principali forme metriche (funzione strutturante della rima).
qui precisata), viene ad assumere in questa sua parte preroga- La struttura rimica si riassume convenzionalmente nello
tive e connotati propri dell’analisi stilistica. In un’accezione schema rimico (come, per es., in ABAB: schema a rime alterne;
teoricamente meno raffinata e più circoscritta, ma invalsa nel- ABBA: a rime incrociate; CDC CDC: a rime replicate, ecc.).
l’uso, con ritmo si allude più specificamente alla struttura ac- Rima è anche la porzione di parola ‘in rima’: suono e tono
centuativa propria di ciascun verso: all’ordine di successione, sono parole in rima, e la loro rima è -ono (convenzionalmente,
cioè, degli accenti ritmici, ai vincoli che presiedono alla loro al- suono : tono, da leggersi «suono rima con tono»). Di adozione re-
ternanza, all’obbligatorietà o meno di tali accenti nel definire lativamente recente è il termine rimante a designare una parola
l’appropriata scansione delle singole tipologie di verso (per una in rima (per es., i rimanti della Divina Commedia): è sinonimo
descrizione analitica dei vari tipi di verso, ➔ versificazione; di parola-rima. La valutazione dei rimanti, per la posizione
per gli schemi accentuativi dei due versi principali della ver- esposta di tali parole in punta di verso, assume speciale rilievo
sificazione italiana, ➔ endecasillabo e ➔ settenario). nell’analisi stilistica. Alla regola della perfezione della rima

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sono ammesse rare deroghe, in contesti tecnici o culturali pre- Nella versificazione regolare può verificarsi o meno la
cisamente definibili. Per es., nei versi sdruccioli (rima accen- coincidenza tra partizioni sintattiche (e pause, soprattutto
tata sulla terz’ultima) è possibile che l’identità di alcuni suoni forti) del discorso e partizioni metriche (fine di verso; fine di
successivi alla tonica non sia completa, senza che per questo sia gruppi significativi di versi: distici, tristici, quartine, ecc.; fine
inficiata la regolarità dello schema rimico. Nella lirica antica di stanza o di strofe). Le scelte di volta in volta operate dal ver-
sono del resto rime a tutti gli effetti le cosiddette rime culturali, sificatore, all’interno di un ventaglio di opzioni vastissimo, as-
come le rime siciliane (➔ Scuola poetica siciliana), che al- sumono, com’è ovvio, forte rilevanza stilistica (sul rapporto
trimenti ricadrebbero, a rigore, nella categoria delle rime im- metro-sintassi cfr. in generale Beltrami 20024: 61-66). Che, al-
perfette (per dettagli, ➔ rima). l’interno di un’interferenza nella quale la libertà di opzioni è
Anche nel sistema generale della metrica italiana è ricono- assai elevata, esistano tuttavia tacite convenzioni o consuetu-
scibile una regola culturale nella definizione della perfezione dini è dimostrato, tra l’altro, dalla tendenziale coincidenza di
della rima, secondo la quale è rima perfettamente non soltanto accenti ritmici e accenti di parola, e dalla tendenziale coinci-
con sé stessa (come nella metrica provenzale) ma anche con é, denza di pause sintattiche forti e partizioni metriche mag-
e ò rima con sé stessa ma anche con ó (sono pertanto in rima giori.
parole come viene e pene o cuore e amore). Figure foniche di- Esempio tipico (e stilisticamente marcato) di non corri-
verse dalla rima, e variamente significative nella definizione spondenza dell’articolazione sintattica con l’articolazione me-
metrico-stilistica di un testo, sono le assonanze (sono identiche trica è costituito dall’enjambement. Qualora un sintagma, o
solo le vocali, a partire dalla sillaba tonica, come in mare e cane) nesso sintattico più o meno stretto (per es., di aggettivo +
e le consonanze (sono identiche le consonanti, come in calore e nome, o di nome + aggettivo, ecc.: per un’ampia casistica cfr.
colare). Nella versificazione libera viene a cadere ogni vincolo Beltrami 20024: 63-64), venga a disporsi parte in fine di verso,
‘strutturale’ di rima: ciò non vuol dire che le figure foniche per- parte in apertura del verso successivo (o, più generalmente, a
dano ogni ruolo, acquistando anzi rilievo addirittura mag- ‘scavalcare’ il limite di un’unità metrica), si ha un enjambement
giore, qualora siano adottate, proprio in virtù della loro ecce- («scavalcamento»), tecnicismo francese abitualmente adottato
zionalità. anche in italiano (alquanto marginale il sinonimo inarcatura,
ancora meno frequenti accavallamento, spezzatura; rigetto ri-
calca il fr. rejet, che indica la parte del nesso in apertura della
7. Versi e strofe, forme e generi metrici seconda unità). Se ne hanno esempi in Dante («sol con un le-
gno e con quella compagna / picciola da la qual non fui di-
Più versi, della stessa o di diversa misura, che si succedano ri- serto», Inf. XXVI ; «Mostrava come in rotta si fuggiro / li As-
spettando una medesima formula sillabica (una successione ob- siri …», Purg. XII, 58-59) e in Petrarca («… e le parole /
bligata in relazione alla misura) e un medesimo schema di rime sonavan altro che pur voce umana», Canz. XC, 10-11), ma è
danno vita a strofi (o stanze). Formula sillabica e schema rimico frequentissimo nell’intera storia poetica dell’italiano.
si esprimono convenzionalmente indicando con le stesse lettere Caratteristica della versificazione libera può dirsi la non
(maiuscole o minuscole a seconda della lunghezza dei versi) i coincidenza della segmentazione sintattica con la segmenta-
versi in rima e specificandone con una cifra la misura. Lo schema zione in versi, posto che i versi liberi non siano di per sé rico-
della canzone petrarchesca Chiare, fresche e dolci acque (Canz. noscibili se non in virtù dell’artificio del cambio di riga, o a
CXXVI) è perciò: a7b7C11a7b7C11c7d7e7e7D11f7F11. capo (➔ versificazione). E ciò perché, come è stato notato, la
Un testo strofico è per definizione pluristrofico (così la can- versificazione (e anche, dunque, la versificazione libera) nasce
zone, e in genere la ➔ ballata: anche se si hanno ballate mo- in «un contesto culturale entro il quale si ammette, come cosa
nostrofiche – formate da una ripresa e da una strofe –, e iso- scontata, la distinzione tra verso e prosa» (Beltrami 20024: 19).
late stanze di canzone). Combinazioni strofiche possono Claudio Ciociola
considerarsi anche raggruppamenti minimi di versi, quali il di-
stico, il tristico (o terzetto o terzina) e la quartina. In accezione Studi
estesa, si definiscono strofi anche le partizioni maggiori di un Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
testo poetico (segnalate in genere da salto di rigo), pur se non ed. 1991).
obbediscono alle regole enunciate (per es., le stanze o strofi Contini, Gianfranco (1986), Breviario di ecdotica, Milano - Napoli,
della maggior parte dei Canti leopardiani). Le principali forme Ricciardi.
Menichetti, Aldo (1993), Metrica italiana. Fondamenti metrici, proso-
metriche della tradizione italiana rispettano regole predeter- dia, rima, Padova, Antenore.
minate in relazione alla scelta dei versi, dello schema delle rime
e del tipo e numero di strofi. Sono forme liriche maggiori la
canzone (o meglio canzone antica, con le sue molte evoluzioni,
quali l’ode-canzonetta, la canzone-ode e la canzone leopar-
diana, e con la ➔ sestina), la ballata (ballata antica, lauda-bal-
Milano, italiano di
lata, barzelletta, canzonetta), il ➔ sonetto; sono forme non li-
riche (che solo in parte possono dirsi narrative) la lassa, il 1. La situazione sociolinguistica
distico, la quartina, il serventese, la ➔ terza rima (e il capitolo
ternario), l’➔ottava rima, la nona e la decima rima, ecc. In al- L’italiano di Milano si può definire come una sottovarietà gal-
cuni casi, la forma metrica diventa indissolubile connotato di loitalica dell’➔italiano regionale settentrionale (che esclude
un genere: così, le laude sono quasi sempre in forma di laude- cioè l’italiano regionale del Triveneto). La sua fisionomia va
ballate, le composizioni bucoliche quattrocentesche sono sem- collegata ai profondi cambiamenti nell’assetto topografico e so-
pre in terzine sdrucciole, i cantari (con rarissime eccezioni) in ciale della città dal secondo dopoguerra e alle dinamiche so-
ottave (per un catalogo completo delle forme metriche italiane ciolinguistiche che sono proprie di una grande area urbana
v. Beltrami 20024: 245-376). multiculturale e plurilingue, dove l’italiano è divenuto lingua
‘di contatto’ (➔ contatto linguistico) per fasce sempre più
numerose di migranti (Bombi & Fusco 2004; De Blasi & Mar-
8. Metro e sintassi cato 2006).
Milano, la più grande città del Nord e la seconda d’Italia
Il discorso poetico regolare si caratterizza per l’interferenza tra (1.307.495 residenti al 31 dicembre 2009) ha attualmente
strutture discorsive libere, articolate sintatticamente (frasi o (2010) una popolazione di poco superiore a sessant’anni fa
periodi), e strutture discorsive discrete, articolate metrica- (1.274.000 persone secondo il censimento del 1951), ma in
mente (versi, strofe o altre unità metriche). Mentre le prime questi decenni il suo andamento demografico ha subìto forti
sono, di per sé, dotate di significato, le seconde prescindono, oscillazioni, dovute a due ondate di immigrazione. La prima,
in linea di principio (e cioè nelle caratteristiche che le identi- in corrispondenza del ‘miracolo economico’ di cui fu prota-
ficano: numero delle sillabe, schema degli accenti, ricorsività gonista l’area industrializzata lombarda, riguardò soprattutto
dei suoni), dalla nozione di significato. italiani provenienti da altre regioni (specialmente dal Sud e dal

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ottava rima

sono simmetriche («Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto», Studi


Inf. XXVI, 136; «e cortesia fu lui essere villano», Inf. XXXIII, Perelman, Chaïm & Olbrechts-Tyteca, Lucie (1966), Trattato del-
150), sovente accostano ossimoricamente termini antitetici l’argomentazione. La nuova retorica, Torino, Einaudi (ed. orig.
(«in caldo e ’n gelo», Inf. III, 87; «si vegghi e dorma», Par. III, Traité de l’argumentation. La nouvelle rhétorique, Paris, Presses
100) (Tateo 19842). In Francesco ➔ Petrarca la figura del- Universitaires de France, 1958).
Tateo, Francesco (19842), Litote, in Enciclopedia dantesca, Roma, Isti-
l’antitesi trova più ampia collocazione («et al caldo et al gielo», tuto della Enciclopedia Italiana, vol. 3º, ad vocem.
Canz. XI, 13; «et benedetto il primo dolce affanno», Canz.
LXI, 5; «cangiar questo mio viver dolce amaro», Canz.
CXXIX, 21) fino a esercitarsi nella figura dell’impossibilità,
l’adýnaton («lasso, le nevi fien tepide e nigre, / e il mar sen-
z’onda, et per l’alpe ogni pesce», Canz. LVII, 5-6).
ottava rima
Nel Seicento l’ossimoro si presta a un uso costante, come
nel Cannocchiale di Emanuele Tesauro (1654, 1670) in quanto 1. Definizione
asseconda compiutamente la poetica dell’argutezza e della me-
raviglia (➔ età barocca, lingua dell’). Giambattista ➔ Vico L’ottava rima (o semplicemente ottava) costituisce, con la
lo definisce come la figura che consiste nell’«affermare di una ➔ terza rima, la forma ‘discorsiva’ (cioè non lirica) più diffusa
cosa che essa è quello che non è» (Perelman & Olbrechts-Ty- della tradizione italiana, tipica in particolare della poesia nar-
teca 1966: 465). rativa (Beltrami 20024: 109-112, 321-324). In ottave sono com-
Saldamente penetrato nelle preoccupazioni retoriche del- posti, tra l’altro, i grandi poemi della tradizione cavalleresca
l’Ottocento, l’ossimoro e l’antitesi rispondono bene alle esi- (Praloran & Tizi 1988; Praloran 2003), dall’Orlando innamorato
genze di armonizzare le contrapposte passioni e le scelte esi- (o Inamoramento de Orlando) di Matteo Maria ➔ Boiardo, al-
stenziali. Così Ugo ➔ Foscolo ne presenta inedite varianti, l’Orlando furioso di Ludovico ➔ Ariosto, alla Gerusalemme li-
isolandolo nella posizione forte in fine di verso, come in “Alla berata di Torquato ➔ Tasso. Sono in ottave i cantari (di vario
sera”: «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto argomento) tre-quattrocenteschi, le sacre rappresentazioni (per
guerrier che entro mi rugge», vv. 13-14. Lo stesso vale per Gia- es., quelle di Feo Belcari), e anche i poemi eroicomici, dalla Sec-
como ➔ Leopardi, che lo nasconde attraverso ardite inferenze chia rapita di Alessandro Tassoni ai Paralipomeni della Batra-
(“L’infinito”, in Canti: «e il naufragar m’è dolce in questo comiomachia di Giacomo ➔ Leopardi.
mare», v. 15) o lo afferma per enunciazioni forti (“Canto not- L’ottava (anche ottava toscana) è una strofe, o stanza, di
turno di un pastore errante dell’Asia”, in Canti: «è funesto a chi otto endecasillabi (➔ endecasillabo) rimati secondo lo schema
nasce il dì natale», v. 143). ABABABCC (tre distici di endecasillabi a rima alternata e un
Si inaugura così una tradizione, ripresa da Giovanni distico finale a rima baciata). L’ottava siciliana, molto meno
➔ Pascoli (“Lampo”, in Myricae: «bianca bianca nel tacito tu- diffusa, è caratterizzata invece dal susseguirsi di quattro distici
multo / una casa apparì sparì d’un tratto», vv. 4-5) e in Gabriele a rima alternata (ABABABAB): risulta perciò identica a uno
➔ D’Annunzio (in Alcyone: «Tutto ignori / e discerni tutte le dei due schemi principali (il più arcaico) della prima parte del
verità», “Il Fanciullo”, I, vv. 61-62; «Abita nella mia selvaggia ➔ sonetto (ottetto o ottava).
pace», “Furit aestus”, v. 19). L’ossimoro finisce per penetrare
nelle forme più diffuse della cultura mediatica dell’epoca (ad
es., in Luigi Mercantini, “L’inno di Garibaldi”: «son tutte una 2. Origine e evoluzione
sola le cento città», v. 33).
Nel Novecento l’ossimoro si collega alla nuova sensibilità L’origine dell’ottava rima è controversa. I primi testi datati nei
poetica con rese semantiche inusitate come in Guido Goz- quali fu adottata sono il Filostrato di Giovanni ➔ Boccaccio
zano: «i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)» e (1336) e l’anonimo Cantare di Fiorio e Biancifiore (trascritto
«Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso» dopo il 1343).
(“L’amica di nonna Speranza”, in I Colloqui, I, v. 2 e II, v. Gli studiosi si sono divisi tra quanti hanno sostenuto che
5). In altri casi è figura adatta a un’ideale immagine di so- l’ottava sia invenzione di Boccaccio (il quale la riprese nel Te-
spensione spazio-temporale, come in Eugenio ➔ Montale seida e nel Ninfale fiesolano), e che in seguito si sia propagata agli
(«anello d’una / catena, immoto andare» e «degli tzigani è il autori (quasi tutti anonimi e popolareggianti) dei cantari (i co-
rombo silenzioso»: “Arsenio”, in Ossi di seppia, vv. 21-22 e v. siddetti canterini); e quanti hanno sostenuto invece che sia stato
33; «e poi l’ululo / del cane di legno è il mio, muto»: “Ballata Boccaccio a ispirarsi alla tradizione canterina (a lui peraltro po-
scritta in una clinica”, in La bufera e altro, vv. 44-45); ovvero, steriore, almeno per quanto sia dato al momento sapere). Altri
come in Giuseppe Ungaretti, si rivela disponibile a mesco- ancora hanno sostenuto che tanto Boccaccio quanto gli autori di
larsi con altre figure, ad es. con l’➔epifonema («La morte / si cantari avrebbero indipendentemente attinto a un modello me-
sconta / vivendo»: “Sono una creatura”, in Il porto sepolto, vv. trico antecedente. Tra i sostenitori della prima tesi deve citarsi
12-14). in particolare Carlo Dionisotti (Dionisotti 1964: 99-131). C’è chi
A metà Novecento l’uso dell’ossimoro si amplia soprattutto ha richiamato – anche in ragione dell’omogeneità di alcuni tratti
nei titoli (cfr. Beppe Fenoglio, La sposa bambina; Sebastiano della versificazione popolareggiante comune ai cantari e alle
Vassalli, L’archeologia del presente) e di qui sempre più diffu- laude – all’eventualità che l’origine dell’ottava possa ricondursi,
samente nei ➔ titoli dei prodotti mediatici (nei film, ad es. anche dal punto di vista formale (come elaborazione di un tipo
Belli e dannati, Non guardarmi, non ti sento). Se ne appropria di lauda-ballata), all’ambiente dei laudesi (Balduino 1982).
il linguaggio sportivo (con espressioni di gergo come gol non A differenza di quello della terza rima, caratterizzato da un
gol; rovesciata da dritto; beffarda consolazione; ➔ sport, lingua meccanismo ‘propulsivo’ incessantemente aperto, lo schema
dello), poi quello politico (convergenze parallele; moderatismo dell’ottava – iterabile indefinitamente – è per sua natura chiuso,
intransigente; ➔ politica, lingua della). Attualmente l’ossi- e determina perciò il possibile ‘isolamento’, anche sintattico,
moro appare con una certa frequenza nel linguaggio pubblici- di ciascuna stanza, sottolineato dalla rima baciata del distico
tario e in espressioni di larghissima diffusione (come navigare conclusivo. È comunque possibile che il discorso sintattico non
in rete). si esaurisca nell’ambito dell’ottava, e abbracci due o anche tre
Dario Corno ottave consecutive. Ottave singole di genere lirico (general-
mente nel metro dell’ottava toscana, meno spesso nel metro
dell’ottava siciliana) si riscontrano nella poesia musicale tre-
Fonti quattrocentesca, e prendono il nome di strambotti (autori ri-
Cicerone, Marco Tullio (1992), La retorica a Gaio Erennio, a cura di
F. Cancelli, in Id., Tutte le opere, Milano, Mondadori, 33 voll., nomati di tale forma furono Leonardo Giustinian e Serafino
vol. 32°. Aquilano) o rispetti (Beltrami 20024: 119-120, 331-336), e si
Fontanier, Pierre (1827), Des figures du discours autres que les tropes, continuano nella poesia popolare anche di tradizione orale. Al
Paris, Maire-Nyon (rist. Les figures du discours, Paris, Flamma- genere fanno riferimento le canzuni della tradizione dialettale
rion, 1971). siciliana colta (cinquecentesca e posteriore), sempre nel metro

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Ottocento, lingua dell’

dell’ottava siciliana. I rispetti continuati (prevalentemente nel vece visti dai classicisti come un ostacolo alla diffusione na-
metro dell’ottava toscana) sono serie collegate di ottave liriche zionale della «comune lingua» italiana, come osservò Pietro
di tema generalmente amoroso; non sono collegati, per quanto Giordani sulla «Biblioteca italiana» (1816). Su questo punto
in serie, i rispetti spicciolati (ne scrisse ➔ Poliziano). Rielabo- concordava anche Alessandro ➔ Manzoni, che pure condivise
razioni colte della tradizione popolare del rispetto (che può va- con i romantici il concetto del dialetto come lingua viva e vera
riare l’ottava toscana nello schema ABABCCDD) offre, in al- e propose poi il fiorentino parlato colto come strumento di uni-
cune Myricae, Giovanni ➔ Pascoli. ficazione linguistica nazionale. Anche i letterati della corrente
Claudio Ciociola neotoscanista, tra cui Niccolò ➔ Tommaseo, aspiravano a una
lingua parlata, naturale e non artificiosa, rivendicando la pre-
Studi minenza del toscano sugli altri dialetti e l’uso del toscano vivo,
Balduino, Armando (1982), “Pater semper incertus”. Ancora sulle ori- senza però trascurare la tradizione letteraria (➔ questione
gini dell’ottava rima, «Metrica» 3, pp. 107-158. della lingua).
Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a L’insegnamento dell’italiano (➔ scuola e lingua) per le
ed. 1991).
Dionisotti, Carlo (1964), Appunti su antichi testi, «Italia medioevale e
classi più elevate era ancora limitato all’istruzione privata, do-
umanistica» 8, pp. 78-131. mestica e nei seminari, ma si diffuse l’istruzione popolare pro-
Praloran, Marco (2003), Il poema in ottava. Storia linguistica italiana, mossa dalla politica scolastica francese e poi austriaca, anche
Roma, Carocci. se con molte carenze e forti squilibri geografici e sociali. La
Praloran, Marco & Tizi, Marco (1988), Narrare in ottave. Metrica e preparazione dei maestri era scarsa (ma dal 1818 in Lom-
stile dell’“Innamorato”, Pisa, Nistri-Lischi. bardo-Veneto, Piemonte, Ducato di Parma e Toscana nac-
quero scuole di formazione) e, soprattutto nelle aree agricole,
i lavori stagionali provocavano l’abbandono della scuola di
base. Nell’insegnamento scolastico dell’italiano la politica sco-
lastica francese fu di repressione del dialetto, mentre la Re-
Ottocento, lingua dell’ staurazione austriaca ribadì nell’istruzione elementare il me-
todo «dal dialetto alla lingua», già introdotto da Francesco
1. Delimitazione Soave nelle riforme settecentesche e raccomandato anche dai
puristi. Le Novelle morali di Soave furono tra i libri di lettura
La storia linguistica dell’Ottocento copre un arco cronologico più diffusi per la scuola e il pubblico giovanile (85 edizioni tra
più esteso rispetto al mero XIX secolo e va dall’arrivo dei fran- il 1782 e il 1883); a esse si affiancarono le opere «per ammae-
cesi in Italia nel 1796 fino al 1915: è infatti l’inizio della prima stramento dei fanciulli» del purista Giuseppe Taverna (1830)
guerra mondiale, con i rivolgimenti politici e sociali conse- e il fortunatissimo Giannetto del lombardo Luigi A. Parravi-
guenti, ad attivare di fatto i processi determinanti per l’evolu- cini (1ª ed. 1837). Denominatore comune era la ricerca di uno
zione novecentesca del quadro sociolinguistico e la storia del- stile non «annodato» e con «periodi brevi e semplici» (così Ta-
l’italiano scritto e parlato (➔ Novecento, lingua del). verna), la frequenza dei dialoghi, l’interesse per la pronuncia
Entro il periodo considerato, l’unificazione politica, con la e la nomenclatura (Morgana 2003: 271 segg.).
proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, è spartiacque così Strumenti indispensabili per l’apprendimento dell’italiano,
importante per gli effetti linguistici da rendere opportuna soprattutto per i non toscani, erano le grammatiche, di stampo
un’ulteriore partizione storiografica, tra primo Ottocento e se- classicista o purista, come le Regole della lingua italiana del na-
condo Ottocento. poletano Basilio Puoti, del 1833 (➔ grammatica) e i vocabolari,
numerosi nel «secolo dei dizionari» (Marazzini 2009). Uscirono
infatti opere generali, vocabolari dialettali, specialistici, meto-
2. Il primo Ottocento dici, di arti e mestieri (➔ lessicografia). Esemplare è il caso di
Manzoni, che partendo dalle due lingue vive a lui note, il mi-
2.1. Influsso francese lanese e il francese, cercò dapprima di ‘conquistare’ per via li-
La dominazione francese nel triennio rivoluzionario e poi nel bresca l’italiano della tradizione studiando e annotando i voca-
periodo napoleonico modificò l’assetto politico dell’Italia ed bolari.
ebbe forti ripercussioni linguistiche: si fece ancora più consi- L’italiano continuava a essere diffuso prevalentemente ne-
stente la pressione del francese sulle varietà parlate (i dialetti) gli usi scritti, dove però si faceva sentire la concorrenza del
e sui vari generi dell’italiano scritto (Morgana 1994), anche se francese anche negli usi privati (diari, lettere) e nella comuni-
in misura diversa nelle varie aree. Fu più forte in Piemonte, cazione scientifica (Morgana 2001), mentre negli usi parlati
dove, con l’annessione alla Francia nel 1799, venne adottato uf- erano impiegati per lo più i dialetti o commistioni di dialetto
ficialmente il francese nei tribunali e nelle istituzioni scolasti- e italiano. Per le classi colte era segno di distinzione passare dal
che e amministrative, ma anche negli altri territori si molti- dialetto all’italiano, spesso dando desinenze italiane ai vocaboli
plicarono proposte normative per la francesizzazione. A esse dialettali (il «parlar finito», secondo la testimonianza di Man-
si affiancò una fitta produzione libraria in francese o in tradu- zoni), oppure usare il francese come lingua di conversazione.
zione e si stamparono anche giornali in francese o bilingui. Gli scambi comunicativi tra parlanti di regioni diverse richie-
Sotto il governo napoleonico si instaurò un apparato ammini- devano per farsi intendere il ricorso all’italiano (Ugo ➔ Fo-
strativo e burocratico moderno e nel 1806 nel Regno italico fu scolo parla in proposito di un «linguaggio comune […] mer-
emanato il Codice civile in testo bilingue, italiano e francese, cantile e itinerario»; cit. in Migliorini 19613: 593), ma, sempre
un passo importante per la diffusione di una terminologia secondo Manzoni, ne risulta «un vestito […] pieno di toppe, di
giuridica unitaria (Zolli 1974). buchi e di sbrani» e non «l’intendersi di quelli che possiedono
L’ondata di francesizzazione e di ➔ francesismi innescò già una lingua in comune» (Bruni 1996). Se l’italofonia, cioè la ca-
ai primi del secolo un moto di reazione e «un culto fortissimo pacità di parlare italiano, era ancora molto scarsa nella penisola
della lingua, sentita come vincolo della nazione e stimolo del (a parte in Toscana e a Roma, dove la distanza del dialetto dal-
sentimento di italianità» (Vitale 1984: 386), ideale condiviso l’italiano era minore), la competenza passiva (la capacità di
dalle correnti del ➔ purismo e del ➔ classicismo. Fatto im- comprendere la lingua) era un po’ più estesa, specie nelle aree
portante per la storia dell’italiano è anche la recuperata auto- urbane, grazie a canali di diffusione dell’italiano come la Chiesa
nomia dell’Accademia della Crusca, ripristinata da Napoleone (➔ Chiesa e lingua), il teatro (➔ teatro e lingua), la politica
nel 1811 (➔ accademie nella storia della lingua). e l’amministrazione (avvisi e proclami letti in pubblico). Nella
predicazione e nell’insegnamento del catechismo (➔ predica-
2.2. Il Romanticismo e la scuola zione e lingua) però si usava anche il dialetto, soprattutto
Il Romanticismo fece emergere l’aspirazione a una lingua nelle aree rurali.
come strumento sociale, di comunicazione scritta e parlata, e Restava basso anche il tasso di alfabetizzazione, specie
rivalutò i dialetti e la letteratura dialettale come «immagine fe- femminile, con forti squilibri tra le aree del Nord e quelle del
delissima […] dei popoli» (Vitale 1984: 367). I dialetti erano in- Sud (➔ analfabetismo e alfabetizzazione). Nei primi tre de-

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rima

Cennamo, Michela (2000), Costruzioni passive e impersonali in vene- dell’ode-canzonetta, tende a essere evitata al di fuori di eser-
ziano e in napoletano antico, in Actes du XXIIe congrès internatio- cizi tecnici o di genere ‘comico’, mentre la rima tronca in con-
nal de linguistique et philologie romanes, publiès par A. Englebert sonante (nei tipi amor : cor, partir : dir, sen : vien, ecc.), raris-
et al., Tübingen, Niemeyer, 9 voll., vol. 2º (Les nouvelles ambi- sima nella poesia antica, diventa caratteristica della tradizione
tions de la linguistique diacronique), pp. 91-103.
Cinque, Guglielmo (1988), On “si” constructions and the theory of “arb”, dell’ode-canzonetta, persistendo fino a tutto l’Ottocento. Re-
«Linguistic inquiry» 19, 4, pp. 521-581. lativamente più diffusa, a partire dal Trecento (in Fazio degli
Cordin, Patrizia (1988), I pronomi riflessivi, in Renzi, Salvi & Cardi- Uberti, ma anche in Antonio da Ferrara e altri) e in alcuni ge-
naletti 1988, pp. 593-603. neri specializzati (la poesia bucolica quattrocentesca), è la rima
D’Alessandro, Roberta (2007), Impersonal “si” constructions. Agree- sdrucciola, nella quale si tollerano eccezioni alla perfezione del-
ment and interpretation. Oxford, Oxford University Press. l’identità dei suoni. Dal Seicento in poi, in specie nell’ode-can-
Jezek, Elisabetta (2003), Classi di verbi tra semantica e sintassi, Pisa, zonetta, è istituzionalizzato l’uso della rima sdrucciola in una
ETS. variante ‘ritmica’ secondo la quale è ammesso che due parole
La Fauci, Nunzio (2009), Compendio di sintassi italiana, Bologna, il
Mulino.
sdrucciole siano in rima a prescindere dai suoni che le com-
Lepschy, Anna L. & Lepschy, Giulio C. (1977), The Italian language pongono.
today, London, Hutchinson (trad. it. La lingua italiana. Storia, Convenzionalmente, il collegamento in rima di due parole
varietà dell’uso, grammatica, Milano, Bompiani, 1986). (o versi) si segnala graficamente mediante due punti; la rima
Renzi, Lorenzo, Salvi, Giampaolo & Cardinaletti, Anna (a cura di) (nell’accezione di terminazione significativa) mediante il cor-
(1988), Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il sivo o il maiuscolo (esempi: «vita : smarrita», «vita : smarrita»,
Mulino, 3 voll. (vol. 1º, La frase. I sintagmi nominale e preposizio- «vITA : smarrITA»). Nello schema rimico e nello schema
nale). metrico (➔ metrica e lingua), due (o più) versi in rima sono
Rohlfs, Gerhard (1968), Grammatica storica della lingua italiana e dei designati mediante la stessa lettera dell’alfabeto (maiuscola o
suoi dialetti, Torino, Einaudi, 1966-1969, 3 voll., vol. 2° (Morfo-
logia) (1a ed. Historische Grammatik der Italienischen Sprache und minuscola, a seconda della lunghezza del verso).
ihrer Mundarten, Bern, Francke, 1949-1954, 3 voll., vol. 2º, For- Rientrando di per sé tra le figure stilistiche determinate
menlehre und Syntax). dalla ripetizione di sequenze foniche (come, per es., l’allitte-
Salvi, Giampaolo (1988), La frase semplice, in Renzi, Salvi & Cardi- razione, l’assonanza e la consonanza), che possono praticarsi
naletti 1988, pp. 29-114 a diverso titolo tanto in poesia che in prosa (si pensi alle va-
Salvi, Giampaolo & Vanelli, Laura (2004), Nuova grammatica ita- rietà di prosa ritmica, al cursus, ecc.), la rima assume valore
liana, Bologna, il Mulino. metrico – tipicamente nella versificazione romanza (e già, in
Serianni, Luca (1989), Grammatica italiana. Italiano comune e lingua parte, nella versificazione mediolatina; non in quella clas-
letteraria. Suoni, forme, costrutti, con la collaborazione di A. Ca-
stelvecchi, Torino, UTET.
sica) – se concorre all’identificazione di strutture metriche.
Nella poesia a schema libero la rima non ha funzione tecni-
camente strutturante, ma contribuisce alla scansione ritmica
del testo (così in molte ‘canzoni leopardiane’); ovvero allude
a una tradizione culturale radicata, per quanto non vigente
rima (come nella poesia novecentesca, dominata dalla versifica-
zione libera).
1. Definizione

La rima (Beltrami 20024: 53-60, 78-83, 206-221; Menichetti 2. Tipologia


1993: 506-590) è il fenomeno che si produce nel caso di omo-
fonia perfetta di due parole a partire dalla vocale tonica inclusa Quanto ai tipi di rima, si distinguono, in relazione alla defini-
(come in vita e smarrita; non rimano invece discàro e bàrbaro zione generale del fenomeno, le cosiddette rime culturali (di-
e neppure omografi non omofoni come bàlia e balìa). Non con- stinte dai fenomeni di omofonia imperfetta: assonanza e con-
tano gli eventuali suoni precedenti (consonantici e/o semi- sonanza); in relazione alle caratteristiche di artificiosità, le
consonantici) che facciano parte della ➔ sillaba tonica; è però rime tecniche (o artificiose).
possibile che l’identità fonica si ‘arricchisca’ a ritroso, inclu- Le rime culturali rivestono il ruolo di ‘rime perfette’ (cioè
dendo uno o più suoni antecedenti la tonica (in tal caso si parla di rime a tutti gli effetti) anche se non obbediscono pienamente
di rima ricca: vedi oltre). alla definizione enunciata. Nella prosodia italiana (a diffe-
Il termine, oltre al fenomeno prosodico, può designare renza di quanto accade in ambito galloromanzo) si prescinde,
anche il segmento fonico pertinente (vita e smarrita rimano in nel caso di e e di o toniche, dal timbro, o apertura, dei fonemi:
-ita; -ita è la rima di parole come vita e smarrita). Con rimante è ammesso, cioè, che è (aperta: e con essa il dittongo iè) rimi
(ovvero parola in rima, o parola-rima) si designa una parola col- con é (chiusa), come nella serie di rimanti danteschi «pianéta :
locata in fine (o ‘in punta’) di verso, collegata da rima a uno o quèta : piéta» (Inf. I, 17 : 19 : 21), e che ò (aperta: e con essa il
più rimanti dello stesso componimento. Sono in rima, o ri- dittongo uò) rimi con ó (chiusa), come nella serie «mólto : vólto
mano, due (o più) versi terminanti per parole che rimino tra di : vòlto» (Inf. I, 32 : 34 : 36). Così, nella prima quartina del
loro o, più precisamente, due versi che siano identici a partire primo sonetto del Canzoniere petrarchesco sono in rima «suòno
dall’ultima tonica. In alcuni casi, la rima può essere interna al : sóno» e «còre : erróre» (Canz. I, 1 : 4, 2 : 3). Qualcosa di para-
verso, e in specie al mezzo, cioè al termine di emistichio (➔ ver- gonabile, nel consonantismo, attiene alla possibilità di far ri-
sificazione) – come nella ➔ canzone petrarchesca Vergine mare s sorda con s sonora, mentre è stato dimostrato che, al-
bella, in cui il primo emistichio dell’endecasillabo finale di ogni meno fino al Cinquecento, z sorda non può rimare con z
stanza rima con il precedente settenario («soccorri a la mia sonora (D’Ovidio 1932: 77-119).
guerra, / bench’i’ sia terra, et tu del ciel regina», Rerum vulga- Rime culturali vere e proprie della poesia antica (e non
rium fragmenta – d’ora in avanti Canz., CCCLXVI, 12-13) – rime imperfette, come altrimenti dovrebbero considerarsi)
collegando gli emistichi di due versi, o l’emistichio e la fine di sono la rima aretina (o guittoniana), bolognese, siciliana. La più
un verso o di altro/altri versi, o anche partizioni di versi non frequente, e nota, è la rima siciliana, che prevede la rima di i
coincidenti con emistichi (un esempio virtuosistico nell’ap- con é (chiusa) e di u con ó (chiusa). Se ne riconduce la genesi
plicazione di rime al mezzo e interne è la ➔ canzone di Guido al processo di toscanizzazione delle poesie della ➔ Scuola
Cavalcanti Donna me prega). poetica siciliana, verosimilmente composte osservando il
Si ha rima piana, tronca o sdrucciola se la rima si produce sistema pentavocalico del siciliano (con evoluzione Ē > /i/, Ō
rispettivamente tra parole piane, tronche o sdrucciole. Per > /u/). Ne sarebbe derivata l’ammissibilità fuor di Sicilia di
l’assoluta prevalenza in italiano di parole piane (➔ parola ita- questa rima, adottata spesso da ➔ Dante (per es., «desse : ve-
liana, struttura della) la maggioranza preponderante delle nisse : tremesse», Inf. I, 44 : 46 : 48; «sotto : tutto : costrutto», Inf.
rime è piana (rime piane possono eccezionalmente aversi a par- XI, 26 : 28 : 30). Un retaggio ‘normalizzato’ della rima siciliana
tire da parole tronche nelle rime ‘composte’). La rima tronca è ancora in alcune forme della lingua poetica ottocentesca,
in vocale (tu : virtù), almeno fino all’avvento della tradizione come nui (linguisticamente ingiustificato) in rima con lui ai vv.

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rimari e dizionari inversi

31 : 34 del “Cinque maggio” di Alessandro ➔ Manzoni. Una accento: «lo qual io dissi e mando / a lei che mel comandò», nei
‘estensione’ della rima siciliana è la rima aretina, o guittoniana Documenti d’amore di Francesco da Barberino; si noti che la ri-
(in quanto riscontrabile in Guittone d’Arezzo), secondo cui i trazione dell’accento nel secondo verso è necessaria non sol-
e u possono rimare anche con è e con ò. Di rima bolognese si tanto a garantire la rima ma anche la scansione settenaria del
parla in proposito della serie dantesca «nome : come : lume» (Inf. verso). Si tratta di artifici praticati con una certa insistenza
X, 65 : 67 : 69), posto il bolognese lome «lume». nella poesia duecentesca, ma presto abbandonati.
Al di fuori delle rime culturali, eccezioni alla regola che pre- Nella poesia di Giovanni ➔ Pascoli (con riprese novecen-
vede la perfezione della rima sono rare, quanto meno nella li- tesche, per es., in Eugenio ➔ Montale) ha fortuna la rima iper-
rica colta. Negli altri casi si parla di rime imperfette. Figure fo- metra, in cui una parola sdrucciola in fine di verso rima con al-
niche d’identità imperfetta, variamente significative nella tra parola a condizione di non considerarne la sillaba finale,
definizione metrico-stilistica di un testo, sono le ‘assonanze’ e come qui in tacita : tenaci:
le ‘consonanze’. Si definisce assonanza l’identità – sempre nel
o quella che illumina tacita
segmento finale di parola/verso a partire dalla tonica – dei
tombe profonde – con visi
suoni vocalici, mentre variano quelli consonantici (come in
scarniti di vecchi; tenaci
nome e amore). Un grado ulteriormente imperfetto di asso-
di vergini bionde sorrisi
nanza può aversi quando è identica soltanto la vocale tonica.
Nella tradizione italiana l’assonanza come equivalente imper- (“La poesia”, vv. 65-68, in Canti di Castelvecchio).
fetto della rima caratterizza generi metrici di stile meno sorve- La rima (o meglio terminazione) di un verso che, all’in-
gliato (quali le laude e i cantari). Si definisce consonanza l’iden- terno di uno schema rimico (per es. di ➔ canzone, o di ➔ bal-
tità, sempre nel segmento finale a partire dalla tonica, dei suoni lata), non rimi con altri, si dice irrelata.
consonantici, mentre variano quelli vocalici (come in astro e no-
stri). Assonanze e consonanze possono collegare tra loro rime
diverse, arricchendo la partitura dei giochi fonici di un com- 3. Funzioni
ponimento: per es., nel sonetto petrarchesco Amor, che ’ncende
il cor d’ardente zelo (Canz. CLXXXII), la rima A è in -èlo, la La rima può rivestire (anche simultaneamente) funzione «de-
rima B in -étto, e si ha perciò assonanza tra i rispettivi rimanti. marcativa», «strutturante» e «associativa» o «ritmica» (Beltrami
Si dicono tecniche (o artificiose) le rime caratterizzate dalla 20024: 56-60). Il riecheggiare della rima in punta di verso
presenza aggiuntiva di uno o più artifici stilistici, attinenti alla contribuisce a sottolineare il concludersi dell’unità metrica
‘ricchezza’ fonica, alla ‘difficoltà’ (= rarità, preziosità), alla re- (di per sé definita dalla struttura sillabico-ritmica): questo
lazione grammaticale o semantica tra i rimanti, e così via; sono vale, in forma più significativa, all’interno di verso (laddove
diffuse nella poesia antica (in specie duecentesca). La rima è cioè la demarcazione non sarebbe, di per sé, percepita). Nella
ricca quando l’identità fonica si estende a ritroso prima della to- versificazione anisosillabica, la funzione demarcativa della
nica, di uno o più suoni (per es., stagione : cagione, in Inf. I, 41 rima diventa rilevante anche in fine di verso (Beltrami 20024:
: 43; sentero : altero, in Canz. XIII, 13 : 14). La ricchezza può 83). La rima ha funzione strutturante in quanto il suo ricorrere
coinvolgere anche suoni estranei alla parola-rima, e in questo in posizioni obbligate (descritte nello schema rimico), o co-
caso si parla di rima contraffatta (come in l’ore : colore, Canz. munque vincolate al rispetto di norme (e secondo figure ri-
IX, 1 : 4). La ricchezza, così come la rarità, può contribuire alla correnti; per la loro descrizione ➔ versificazione), concorre a
‘difficoltà’ di una rima (si parla anche di rime rare, o care «pre- definire le unità strutturali (strofi) dei componimenti pluri-
ziose»). Sono ‘facili’, per contro, le rime desinenziali (tra parole strofici e in genere le forme metriche.
di uguale desinenza) o suffissali (tra parole di uguale suffisso). Nella versificazione libera, in cui viene a cadere ogni vin-
Non necessariamente ‘facili’ possono essere le rime derivative, colo ‘strutturante’ di rima, l’eventuale presenza di figure fo-
o etimologiche (tra rimanti collegati da un rapporto, reale o an- niche iterative assume, proprio in virtù della sua eccezionalità,
che apparente, di derivazione), e le inclusive (tra rimanti dei speciale rilievo stilistico. La relazione fonica tra i rimanti,
quali l’uno è incluso negli altri, anche in assenza di rapporti di d’altra parte, anche nella versificazione regolare determina un
derivazione). ‘Facile’, e in questo caso in genere evitata, è la rapporto non soltanto strutturante, ma anche sintattico e se-
rima identica, che si verifica quando una parola rima con sé mantico, costituendo un elemento stilistico di rilievo nella co-
stessa (la rima identica è però ammessa nella ➔ sestina lirica, struzione (e nell’analisi) dei componimenti. La prevedibilità (o
in cui lo stesso rimante deve comparire 7 volte). Può invece dar l’imprevedibilità) degli accostamenti dei rimanti (rime facili,
luogo a ricerche sofisticate (per es., ancora nella sestina) la da un lato, o rime difficili, come sono spesso quelle dantesche)
rima equivoca, che si verifica quando rimano tra loro due o più allude di per sé a consuetudini culturali (da ricordare, a tal pro-
parole foneticamente identiche (omofone), ma diverse per si- posito, la tradizione dei rimari, repertori di rime a uso dei
gnificato e per appartenenza grammaticale. Interamente su poeti; ➔ rimari e dizionari inversi), o a impronte individuali
rime equivoche è un ➔ sonetto di Francesco ➔ Petrarca, del che risultano essenziali alla caratterizzazione della lingua poe-
quale si cita la prima quartina (tutte le rime citate sono altresì tica di un testo, di un autore o di un genere.
ricche secondo la variante della rima contraffatta): Claudio Ciociola
Quand’io son tutto vòlto in quella parte [nome] Studi
ove ’l bel viso di madonna luce [verbo], Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
et m’è rimasa nel pensier la luce [nome] ed. 1991).
che m’arde e strugge dentro a parte a parte [locuz. D’Ovidio, Francesco (1932), Versificazione romanza. Poetica e poesia
avverb.] (Canz. XVIII, 1-4). medioevale, Napoli, Guida, 3 voll.
Menichetti, Aldo (1993), Metrica italiana. Fondamenti metrici, proso-
Si ha rima composta (o spezzata, o franta, o rotta) quando, dia, rima, Padova, Antenore.
peraltro assai di rado, una rima piana si produce dalla somma
di due parole (come nel dantesco «Che andate pensando sì voi
sol tre», Purg. XXIV, 133, endecasillabo piano in cui sol tre
rima con oltre e poltre). Complicazione della rima composta è
la rima equivoca contraffatta, che si può esemplificare in un so-
rimari e dizionari inversi
netto di Dante a Dante da Maiano, in cui rimano, tra l’altro,
parla [verbo] : par l’à [«lo ha pari»] (Rime 3a, 2 : 4). La rima in 1. Definizione
tmesi, al contrario, prevede la divisione in fine di verso di
un’unità lessicale (tipico l’esempio degli avverbi in -mente, do- Un rimario è un lemmario ordinato in base alla vocale tonica
cumentato in Par. XXIV, 16-17). Affine è il caso di forme pro- di ogni vocabolo e ai suoni che la seguono (➔ rima). Nei rimari
clitiche come le preposizioni articolate in rima: «cielo : ne lo : moderni le parole sono raccolte in gruppi così costruiti e or-
candelo» (Par. XI, 11 : 13 : 15). Nella rima per l’occhio si ha dinati al loro interno secondo il consueto criterio alfabetico.
identità grafica, ma non fonetica (tipicamente, per cambio di Sono essenzialmente repertori pratici per versificatori e pos-

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sestina

serva l’opposizione d’aspetto, le cui coppie sono formate at- Neri, Pierino (1987), I paesi slavi del Molise, Campobasso, Enne.
traverso prefissazione (krest imperfettivo / ukrest perfettivo Piccoli, Agostina & Sammartino, Antonio (2000) Dizionario del-
«rubare»), suffissazione dell’elemento radicale (dat imperfettivo l’idioma croato-molisano di Montemitro. Rječnik moliškohrvatskoga
/ davat perfettivo «dare»), oppure con elementi suppletivi govora Mundimitra, Montemitro, Fondazione “Agostina Piccoli”;
Zagreb, Matica Hrvatska.
(mečat imperfettivo / vrč perfettivo «mettere»; Breu 2007). Rešetar, Milan (1997), Le colonie serbocroate nell’Italia meridionale, a
I tre comuni si differenziano notevolmente per repertorio cura di W. Breu & M. Gardenghi, Campobasso, Amministrazione
linguistico, sia per il numero delle varietà che li costituiscono Provinciale (ed. orig. Die serbokroatischen Kolonien Süditaliens,
sia per le dinamiche tra queste esistenti (➔ bilinguismo e di- Wien, Hölder, 1911).
glossia). Ad Acquaviva si ha un diffuso trilinguismo varietà Sammartino, Antonio (2004), Grammatica della lingua croato-moli-
locale / dialetto molisano / italiano, con l’italiano, qui come ne- sana. Gramatika moliškohrvatskoga jezika, Montemitro, Fonda-
gli altri due comuni, come codice alto che, negli ultimi decenni, zione “Agostina Piccoli”; Zagreb, Profil International.
ha invaso anche i domini dei codici bassi. A Montemitro, in-
vece, le varietà utilizzate sono essenzialmente lo slavo e l’ita-
liano, anche se il dialetto molisano è generalmente compreso
(ma solo marginalmente utilizzato); qui si ha ancora una con-
dizione di diglossia, e la tenuta della varietà locale è alta anche
sestina
nelle generazioni più giovani. A San Felice, al contrario, è dif-
fusissimo l’uso del dialetto romanzo e dell’italiano in tutti i 1. Definizione
contesti; gli slavofoni sono pochi, per lo più adulti e soprattutto
anziani, in quanto dagli anni Cinquanta del XX secolo (che vi- La sestina, detta anche sestina lirica per distinguerla dalla sestina
dero una forte immigrazione dalle aree circostanti) le lingue narrativa, o sesta rima (➔ ottava rima), è una forma lirica
materne più diffuse sono le varietà romanze. fissa riconducibile al genere della ➔ canzone (Beltrami 20024:
264-268; 273-274). Merita di essere trattata a parte perché, nel-
l’adeguarsi alle norme compositive della canzone antica, obbe-
3. Vitalità disce a regole vieppiù restrittive, che ne fanno il genere lirico
tecnicamente più complesso della tradizione italiana. Introdotta
Secondo i parametri UNESCO, lo slavo molisano si colloca tra da ➔ Dante (“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”, Rime
le lingue minacciate di estinzione per il modesto numero di CI; cfr. Baldelli 1976) sulla scorta del trovatore provenzale
parlanti e per la ridotta trasmissione intergenerazionale in due Arnaut Daniel, fu assai praticata da ➔ Petrarca, che ne com-
dei tre comuni (Marra 2007). Il riconoscimento ufficiale della pose e raccolse nove nei Rerum vulgarium fragmenta (XXII,
varietà locale e gli interventi per la sua diffusione nei mezzi di XXX, LXVI, LXXX, CXXXXII, CCXIV, CCXXXVII,
comunicazione e nella scuola, pur avendo prodotto maggiore CCXXXIX, CCCXXXII). La presenza non occasionale della
sensibilità ai problemi di tutela e mantenimento e migliorato, sestina nel Canzoniere ne fece un metro lirico imitato, in par-
anche tra i giovanissimi, l’atteggiamento nei suoi confronti, ticolare dai petrarchisti, nel Quattro-Cinquecento (se ne in-
non ne hanno accresciuto l’effettivo uso. L’impiego rimane li- contrano anche in Leon Battista ➔ Alberti, nell’Arcadia di Ia-
mitato, in tutti e tre i comuni, ai domini informali e, anche in copo Sannazaro, negli Asolani di Pietro ➔ Bembo).
questi contesti, non è ampiamente diffuso tra le giovani gene-
razioni di Acquaviva (per le quali sta crescendo il ruolo del dia-
letto molisano e dell’italiano) né tra gli anziani di San Felice. 2. Struttura
Antonietta Marra
La sestina si compone di sei stanze di sei endecasillabi (➔ en-
Studi decasillabo): le sei parole-rima (e non semplici rime: ➔ rima)
Breu, Walter ( 2003), Bilingualism and linguistic interference in the Sla- della prima stanza ritornano sempre e obbligatoriamente nelle
vic-Romance contact area of Molise, in Words in time. Diachronic cinque stanze successive secondo un principio di rotazione che
semantics from different points of view, edited by R. Eckardt, K.
von Heusinger & C. Schwarze, Berlin - New York, Mouton de prende il nome di retrogradatio cruciata (o retrogradazione in-
Gruyter, pp. 351-373. crociata). Più precisamente, le sei parole-rima della prima
Breu, Walter (2004), Die Genuskategorie im Moliseslavischen, in Ger- stanza ricompaiono nella seconda stanza secondo questo
mano-Slavistische Beiträge. Festschrift für Peter Rehder zum 65. schema: ultima-prima, penultima-seconda, terzultima-terza e
Geburtstag, hrsg. von M. Okuka & U. Schweier, München, Sa- così via fino alla sesta stanza, in maniera da formare uno
gner, pp. 1-15. schema rimico (ma si ricordi che devono essere riprese, con
Breu, Walter (2005a), Il sistema degli articoli in slavo molisano (SML): evidente sfoggio virtuosistico, non solo le rime, ma le intere pa-
eccezione a un universale tipologico, in Id. 2005b, pp. 111-139. role-rima) complessivo così costituito: ABCDEF, FAEBDC,
Breu, Walter (a cura di) (2005b) L’influsso dell’italiano sulla gramma-
tica delle lingue minoritarie. Problemi di morfologia e sintassi. Atti
CFDABE, ECBFAD, DEACFB, BDFECA.
del Convegno internazionale (Costanza, 9-11 ottobre 2003), Alle sei stanze si aggiunge un congedo di tre endecasillabi,
Rende, Università della Calabria. Centro editoriale e librario. nei quali in rima sono ancora tre parole-rima delle stanze pre-
Breu, Walter (2007), Il sistema degli aspetti verbali dello slavo molisano cedenti, mentre all’interno di verso figurano le tre rimanenti;
e l’influsso dell’italiano come L2, in Consani & Desideri 2007, pp. lo schema di Arnaut Daniel prevede che le tre rime del congedo
186-204. siano le ultime tre dell’ultima stanza: ECA, con le tre rime in-
Breu, Walter & Piccoli, Giovanni (2000), Dizionario croato molisano di terne riprese, sempre dalla sesta, in ordine diretto: BDF, uso
Acquaviva Collecroce. Dizionario plurilingue della lingua slava della non rispettato da Dante e da Petrarca. Tra quanti hanno inda-
minoranza di provenienza dalmata di Acquaviva Collecroce in pro- gato le origini della sestina (in particolare Roncaglia 1981), ha
vincia di Campobasso. Dizionario, registri, grammatica, testi, con la
collaborazione di S. Marčec, Campobasso, Arti grafiche La regione. segnalato una circostanza di grande interesse Canettieri (1993),
Cirese, Eugenio (1953), I canti popolari del Molise, con saggi delle co- il quale ha osservato come le corrispondenze 1-6, 2-5, 3-4
lonie albanesi e slave, Rieti, Nobili. siano quelle delle facce opposte dei dadi da gioco.
Consani, Carlo & Desideri, Paola (a cura di) (2007), Minoranze lin- Il modello dantesco dell’unica sestina delle Rime (la già ci-
guistiche. Prospettive, strumenti, territori, Roma, Carocci. tata “Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”) è quello della
Marra, Antonietta (2005), Mutamenti e persistenze nelle forme di fu- canzone di Arnaut Daniel “Lo ferm voler qu’el cor m’intra”,
turo dello slavo molisano, in Breu 2005b, pp. 141-166. nella quale (unica variante significativa rispetto alla rielabo-
Marra, Antonietta (2007), Politiche linguistiche e piccole comunità mi- razione dantesca) il primo verso di ciascuna strofe è un hep-
noritarie, tra sociolinguistica e glottodidattica, in Consani & Desi-
deri 2007, pp. 171-185.
tasyllabe (equivalente del nostro ottonario; ➔ versificazione),
Marra, Antonietta (2009), Tra lessico e sintassi: preposizioni e sintagmi mentre gli altri cinque sono décasyllabes (equivalenti del no-
preposizionali nello slavo del Molise, in Von Zuständen, Dynamik stro ➔ endecasillabo). Per il resto, si tratta di coblas estram-
und Veränderung bei Pygmäen und Giganten. Festschrift für Wal- pas, cioè di stanze i cui versi non rimano tra loro, ma le cui
ter Breu zu seinem 60. Geburtstag, hrsg. von L. Scholze & B. Wie- rime ritornano nelle strofe successive, con i due artifici ulte-
mer, Bochum, Brockmeyer, pp. 261-277. riori già ricordati: le rime ripropongono le parole-rima, e la

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Settecento, lingua del

loro posizione in ciascuna strofe segue il modello incrociato.


Lo schema di Arnaut (ripreso in ambito provenzale solo da
due trovatori minori) è emulato da Dante: l’introduzione del- Settecento, lingua del
l’endecasillabo in prima posizione riflette il convincimento
dantesco che l’inizio endecasillabico sia proprio dello stile 1. L’epoca
elevato. È tuttavia grazie a Petrarca che la sestina assurge al
rango di forma fissa. Il Settecento fu un secolo decisivo per le sorti della lingua ita-
L’ultima delle sestine di Petrarca (“Mia benigna fortuna e liana, investita dalle grandi innovazioni culturali del periodo,
’l viver lieto”, Rerum vulgarium fragmenta CCCXXXII) è in che mettono in moto il processo destinato a modernizzarne le
realtà una sestina doppia: al termine delle prime sei stanze lo strutture, a trasformarne l’immagine da lingua prevalente-
schema riprende invariato dalla prima e così fino alla fine mente letteraria e scritta a strumento di comunicazione na-
(unico è il congedo trisillabico). A titolo esemplificativo si ci- zionale più ampio e articolato: l’italiano si sostituisce al latino
tano la prima, la seconda e la settima stanza di questa sestina, nell’erudizione, nelle scienze, negli usi giuridico-legali; si con-
nelle quali si noterà il bisillabismo delle parole-rima (instau- solida negli usi pratici e amministrativi e si diffonde nell’uso
rato da Petrarca e in genere rispettato dai suoi imitatori): parlato, dove si sovrappone e mescola ai dialetti, generando
quelle forme ibride che preludono agli odierni italiani regio-
Mia benigna fortuna e ’l viver lieto,
nali.
i chiari giorni et le tranquille notti
La metafora dei ‘lumi’, nel suo aspetto di calco dal francese
e i soavi sospiri e ’l dolce stile
di diffusione europea, si presta a rappresentare il senso di un
che solea resonare in versi e ’n rime
cambiamento in sintonia con il movimento delle idee guidato
vòlti subitamente in doglia e ’n pianto,
dalla Francia, e sotto l’influsso di quel francese che è la lingua
odiar vita mi fanno, et bramar morte.
universale dell’Europa colta; una egemonia limitata in alcuni
Crudele, acerba, inexorabil Morte, settori dall’italiano, lingua della commedia dell’arte, della mu-
cagion mi dài di mai non esser lieto, sica e del libretto per musica: a Parigi diffuso come lingua da
ma di menar tutta mia vita in pianto, salotto, «lingua plaisante di poeti e di amanti» secondo Voltaire
e i giorni oscuri et le dogliose notti. (Folena 1983: 397-431); a Vienna usato a corte, tanto che Me-
I miei gravi sospir’ non vanno in rime, tastasio nel suo lungo soggiorno viennese non sentì la neces-
e ’l mio duro martir vince ogni stile. sità di imparare il tedesco, e neppure Lorenzo Da Ponte, il li-
[… ] brettista di Mozart (Marazzini 20023: 341-344), il quale a sua
volta si dilettava a usare l’italiano nella corrispondenza (Folena
Nesun visse già mai più di me lieto, 1983: 432-469) (➔ melodramma, lingua del; ➔ italiano in
nesun vive più tristo et giorni et notti; Europa). E nel confronto europeo matura una riflessione sul-
et doppiando ’l dolor, doppia lo stile l’identità del proprio patrimonio linguistico-culturale che alla
che trae del cor sì lacrimose rime. fine del secolo sfocerà in una nuova coscienza nazionale della
Vissi di speme, or vivo pur di pianto, lingua.
né contra Morte spero altro che Morte.
Per l’artificio dello schema, si ricollega alla sestina lirica la
canzone ciclica dantesca “Amor, tu vedi ben che questa donna” 2. Educazione e traguardi
(Rime CII), in stanze di 12 endecasillabi su 5 parole-rima, l’ul-
tima delle quali diventa la prima nella stanza successiva. Di Innanzitutto è importante esaminare come si configura il do-
successo circoscritto a pochi rimatori quattrocenteschi ha go- minio ufficiale dell’italiano nel nuovo assetto politico della
duto la cosiddetta terzina lirica (Beltrami 20024: 268), fondata – penisola, con la Lombardia asburgica, il Meridione e la Sici-
nel rispetto delle altre regole fondanti della sestina – sulla ri- lia borbonici, il Piemonte e la Sardegna sabaudi, la Toscana
duzione a tre dei versi per stanza e a un unico verso del con- sotto la dinastia dei Lorena, quindi lo Stato della Chiesa e la
gedo (schema ABC CAB BCA X). miriade degli staterelli. Lo Stato sabaudo promuove azioni a
Il virtuosismo tecnico della sestina lirica ha attirato non favore dell’italiano in Piemonte, dove il francese era abitual-
soltanto poeti ‘archeologi’ quali Giosuè ➔ Carducci e Ga- mente parlato accanto al dialetto dai ceti alti e dalla classe di-
briele ➔ D’Annunzio, ma anche autori del Novecento come rigente, e in Sardegna, dove leggi e regolamenti erano ancora
Giuseppe Ungaretti e Franco Fortini. Si cita la prima stanza scritti in spagnolo; in Alto Adige e nel Trentino l’italiano con-
del “Recitativo di Palinuro”, dalla raccolta Terra promessa di quista spazi nel corso della seconda metà del secolo a scapito
Ungaretti: del tedesco, e pure a Trieste, nonostante l’obbligo del tedesco
nelle scuole elementari e negli impieghi pubblici. In Sicilia un
Per l’uragano all’apice di furia
provvedimento del 1738 dispone l’uso dell’italiano in luogo del
Vicino non intesi farsi il sonno;
latino o dello spagnolo negli atti governativi, con la motiva-
Olio fu dilagante a smanie d’onde,
zione che «essendo Sua Maestà re Italiano, debba usare la lin-
Aperto campo a libertà di pace,
gua italiana» (Matarrese 1993: 21-23). Il quadro ci fa intrav-
Di effusione infinita il finto emblema
vedere una convergenza nel riconoscere e valorizzare la
Dalla nuca prostrandomi mortale.
comune tradizione linguistica, con la conseguenza di un allar-
Claudio Ciociola gamento della comunicazione tra le diverse regioni della pe-
Fonti nisola.
Petrarca, Francesco (2005), Canzoniere. Rerum vulgarium fragmenta, Il processo è lento, essendo l’uso dell’italiano un fatto di
a cura di R. Bettarini, Torino, Einaudi, 2 voll., vol. 2º, pp. 1463- élite, attinente alle situazioni formali e allo scritto alto, e
1477. l’analfalbetismo diffuso. Manca a tutti i livelli una educa-
Ungaretti, Giuseppe (1969), Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di zione linguistica riguardo all’italiano: motivo ricorrente delle
L. Piccioni, Milano, Mondadori, pp. 250-251. varie autobiografie che attraversano il Settecento, da Giam-
battista Vico a Vittorio ➔ Alfieri a Da Ponte, è il livello ina-
Studi deguato dell’educazione linguistica e letteraria (Tomasin 2009;
Baldelli, Ignazio (1976), Sestina, sestina doppia, in Enciclopedia dan- ➔ scuola e lingua). Nei primi decenni del secolo Ludovico
tesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978, 6 Antonio ➔ Muratori denunciava «il lodevolissimo sì, ma
voll., vol. 5º, ad vocem. troppo zelo d’instruire i giovani nel linguaggio latino […] a se-
Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
ed. 1991). gno di non permetter loro l’esercizio dell’italiano» e di farli
Canettieri, Paolo (1993), La sestina e il dado. Sull’arte ludica del tro- uscire dalla scuole «ignorantissimi della lor favella natìa» (Ma-
bar, Roma, Colet. tarrese 1993: 26-27).
Roncaglia, Aurelio (1981), L’invenzione della sestina, «Metrica» 2, La nuova sensibilità illuministica per la diffusione del sa-
pp. 3-41. pere dà impulso all’insegnamento pubblico e uniforme, intro-

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settenario

unione con la musica che decreta il successo letterario del- parlata e di un modello più naturale e colloquiale indirizzano
l’italiano anche fuori d’Italia attraverso il melodramma, «il verso il toscano vivo e parlato, al quale guarda Carlo ➔ Gol-
genere più sintonizzato con lo spirito e il gusto del secolo» (Co- doni nella ricerca di un italiano che potesse suggerire la vivezza
letti 1993: 197). e spontaneità del parlato. E nella lettera di dedica delle Fem-
Metastasio codifica il genere alto dell’opera seria con un mine puntigliose dichiara utile per un «un uomo di lettere, trat-
linguaggio che propende verso modi aulici, con incremento di tenersi per qualche tempo a Firenze ad imparar dalle balie e
➔ latinismi (brando, cimento, pugna, talamo) e tratti sintattici dalle fantesche ciò che altrove si mendica dal Bembo, dal Boc-
esclusivamente letterari, come il cosiddetto «imperativo tra- caccio o dalla Crusca medesima»; invece Vittorio Alfieri sta-
gico» con pronome anteposto al verbo (t’affretta «affrettati»; bilisce la sua residenza a Firenze nell’intento di impossessarsi
➔ imperativo; ➔ teatro e lingua). A questa poesia «alla por- di «quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispen-
tata di tutti, e come tale votata alla mediocrità» (Roggia 2002: sabile base per bene scriverla» (Vita scritta da esso I, iv, 2): il
260), reagiva il movimento riformatore in nome di un’idea di fiorentino è fonte di comunicazione viva e popolare per l’uno,
poesia selettiva e aristocratica: una tendenza che rappresenta lingua per eccellenza delle lettere per l’altro.
il risvolto del rinnovamento che investe la lingua nel corso del Quanto all’uso vivo fuori Toscana, la lingua comune, s’in-
secolo e spinge la poesia ad accentuare la sua specificità rispetto tende di matrice letteraria, sta penetrando e diffondendosi nel
alla lingua comune, in ragione anche di quel confronto tra le parlato soprattutto nei grandi centri. Giuseppe Baretti nota
culture nazionali (il genio delle nazioni), nel quale l’italiano come in ciascuna regione d’Italia accanto al «dialetto partico-
vantava una preminenza nella poesia in virtù proprio di quella lare», usato da chiunque «nel suo quotidiano conversare sì
specificità (➔ immagine dell’italiano). Come avrebbe osser- nella propria famiglia che fuori», si usi anche un modo più af-
vato Giacomo ➔ Leopardi, fettato di parlare toscaneggiando «quel suo dialetto alla grossa»
(Migliorini 19785: 501). Altre testimonianze del fenomeno, da
non prima del passato secolo e del presente si è formato
Milano come da Napoli, indicano il formarsi di quella lingua
pienamente e perfezionato il linguaggio (e quindi anche ibrida, compromessa con il dialetto, che aveva da tempo una
lo stile) poetico italiano (dico il linguaggio e lo stile poe- sua esistenza al di sotto dell’italiano scritto fissato dalle gram-
tico, non già la poesia); s’è accostato al virgiliano, vero, matiche: un punto di passaggio fondamentale per giungere al-
perfetto e sovrano modello dello stile propriamente e l’uso parlato e colloquiale dell’italiano.
totalmente e distintissimamente poetico; ha perduto Tina Matarrese
ogni aria di familiare; e si è con ben certi limiti, e ben
certo, né scarso, intervallo, distinto dal prosaico (Zi- Fonti
baldone, 12 sett. 1823). Cesarotti, Melchiorre (1969), Saggio sulla filosofia delle lingue, a cura
Da qui l’aulicismo, la conservatività grammaticale e l’in- di M. Puppo, Milano, Marzorati (1a ed. Pisa, Tipografia della So-
tenso ricorso ai latinismi, base viva dell’italiano, che l’avvici- cietà letteraria, 1800).
Muratori, Ludovico Antonio (1971-1972), Della perfetta poesia ita-
nava al suo stadio originario; da qui gli espedienti retorici liana, a cura di A. Ruschioni, Milano, Marzorati, 2 voll. (1a ed.
(perifrasi, trasposizioni con inversioni e iperbati), che più se- Modena, Bartolomeo Soliani, 1706).
gnano la distanza della poesia dalla lingua comune e ne subli- Soave, Francesco (2001), Gramatica ragionata della lingua italiana, a
mano il carattere; e il ricorso alla costruzione inversa, che ri- cura di S. Fornara, Pescara, Libreria dell’Università (1a ed.
sentiva anche dell’idea sensista di una intrinseca poeticità Parma, Fratelli Faure, 1771).
degli ordini marcati, ritenuti più naturali in quanto più vicini
alle forme primitive di comunicazione in cui prevalgono i va- Studi
lori dell’immaginazione rispetto a quelli della razionalità di- Altieri Biagi, Maria Luisa (1990), L’avventura della mente. Studi sulla
scorsiva (Roggia 2002: 263 segg.). Interprete massimo di que- lingua scientifica, Napoli, Morano.
sta concezione della poesia è Giuseppe Parini, con il suo Antonelli, Giuseppe (1996), Alle radici della letteratura di consumo.
poemetto di critica sociale e d’ispirazione illuminista Il Giorno. La lingua dei romanzi di Pietro Chiari e Antonio Piazza, Milano,
Istituto di propaganda libraria.
Già l’incipit mostra la marcata impronta latineggiante nel- Coletti, Vittorio (1993), Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al
l’ampio periodo con il verbo in posizione finale, nell’➔iperbato Novecento, Torino, Einaudi.
e nelle inversioni (lungo … ordine, del sangue … il difetto): Dardi, Andrea (1992), Dalla provincia all’Europa. L’influsso del fran-
cese sull’italiano tra il 1650 e il 1715, Firenze, Le Lettere.
Giovin Signore, o a te scenda per lungo Folena, Gianfranco (1983), L’italiano in Europa. Esperienze linguisti-
di magnanimi lombi ordine il sangue che del Settecento, Torino, Einaudi.
purissimo celeste, o in te del sangue Giovanardi, Claudio (1987), Linguaggi scientifici e lingua comune nel
emendino il difetto i compri onori Settecento, Roma, Bulzoni.
e le adunate in terra o in mar ricchezze Marazzini, Claudio (20023), La lingua italiana. Profilo storico, Bolo-
dal genitor frugale in pochi lustri, gna, il Mulino (1a ed. 1994).
me precettor d’amabil rito ascolta Matarrese, Tina (1993), Il Settecento, in Storia della lingua italiana,
a cura di F. Bruni, Bologna, il Mulino.
Consustanziali a tale poesia gli epiteti rari e peregrini, le Migliorini, Bruno (19785), Storia della lingua italiana, Firenze, San-
complesse perifrasi che dilatano le immagini, come quella ce- soni (1a ed. 1960).
lebre per il caffè: «la nettarea bevanda ove abbronzato / fuma, Morgana, Silvia (2001), Volta e la lingua della comunicazione scienti-
ed arde il legume a te d’Aleppo / giunto» (Roggia 2002: 278 fica, «Acme» 4, pp. 2005-2226.
segg.). Una tale sostenutezza di linguaggio non esclude elementi Morgana, Silvia (2003), Capitoli di storia linguistica italiana, Milano,
del quotidiano, come nella descrizione della toilette (anzi tavo- LED.
Patota, Giuseppe (1987), L’“Ortis” e la prosa del secondo Settecento,
letta nella revisione successiva del testo) del «giovin signore» i Firenze, Accademia della Crusca.
termini comuni calzonetti, sapon, spugna: una presenza del Roggia, Carlo E. (2002), Sulla lingua della poesia nell’età dell’illumi-
concreto e del prosastico «solo in quanto l’insieme si faceva più nismo, «Lingua e stile» 37, pp. 251-285.
aulico» (ibid.: 253), come indicano anche le varianti redazionali Tomasin, Lorenzo (2009), «Scriver la vita». Lingua e stile nell’auto-
che mutano ferire in fiedere, abbian in aggian, specchio in speglio biografia italiana del Settecento, Firenze, Cesati.
ecc., privilegiando le forme più lontane dall’uso medio.

7. Il teatro
settenario
L’uso medio comincia a delinearsi nei generi più comunicativi,
rivolti a un pubblico più ampio. Uno di questi è la commedia, 1. Definizione e tipi
dove si fa strada un italiano intermedio tra il registro alto e
quello basso nella ricerca di un ‘parlato’ che possa rendere l’im- Il settenario è un verso imparisillabo di sette sillabe ‘metriche’
magine di una lingua viva. L’esigenza di una lingua comune (➔ metrica e lingua), con accento principale obbligato in se-

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sibilanti

sta posizione (Beltrami 20024: 199-200; Menichetti 1993: 673; Studi


per l’uso dantesco, Baldelli 1976). Dopo l’➔endecasillabo, è Baldelli, Ignazio (1976), Settenario, in Enciclopedia dantesca, Roma,
il verso più importante della tradizione lirica e il più frequen- Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978, 6 voll., vol. 5º, ad
temente adottato nella ➔ versificazione italiana. Prevede in vocem.
genere la presenza di almeno un secondo accento ritmico, in Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
ed. 1991).
posizione libera nelle prime quattro sillabe metriche (molto Menichetti, Aldo (1993), Metrica italiana. Fondamenti metrici, proso-
raro è l’accento di sesta isolato; eccezionale l’accento di quinta; dia, rima, Padova, Antenore.
diffusi invece gli schemi con accenti di 2ª 4ª 6ª o di 1ª 4ª 6ª; la
tradizione melica settecentesca tende a rifiutare l’accento di
terza).
Settenario è l’incipit dell’imitatissima canzone petrarche-
sca “Chiare, fresche et dolci acque”, dal peculiare schema rit-
sibilanti
mico (1ª 3ª 5ª 6ª), laddove la codificazione dantesca del De vul-
gari eloquentia (➔ Dante) richiedeva che l’inizio di canzone 1. Definizione articolatoria
elevata fosse sempre endecasillabico. Il settenario può varia-
mente alternarsi all’endecasillabo, del quale condivide la va- I suoni sibilanti sono una sottoclasse di ➔ consonanti (➔ fri-
rietà e libertà accentuativa, in alcune forme strofiche, come cative), suoni rumorosi e intensi, articolati mediante un forte
la ➔ ballata o il madrigale cinque-secentesco, e tipicamente restringimento del condotto orale.
nella ➔ canzone (nelle sue varie forme: dalla canzone petrar- La differenza tra fricative sibilanti (ingl. grooved fricatives)
chesca, alla canzone-ode, alla canzone leopardiana). e fricative non sibilanti (ingl. slit fricatives) è dovuta alla posi-
Il primo emistichio del cosiddetto endecasillabo a maiore zione assunta dalla lingua e, conseguentemente, a una diversa
può considerarsi del resto l’equivalente ritmico di un settena- forma del canale epilaringeo. Le fricative non sibilanti, tipi-
rio; così come equivalente di un settenario è il secondo emi- camente /ɸ β/ /f v/ /θ δ/, sono articolate con la lingua piatta e
stichio di un endecasillabo a minore, se l’accento di quarta cada distesa; il condotto orale da cui fuoriesce l’aria è relativamente
su parola tronca. Nel ➔ sonetto il settenario è utilizzato nelle ampio, e di conseguenza l’effetto di frizione è piuttosto debole
forme rinterzate (i cosiddetti sonetti doppi), o come verso di col- (fig. 1).
legamento tra testa e coda (o code) dei sonetti caudati e delle
sonettesse (non più di curiosità sono i sonetti settenari e i so-
netti non rinterzati di endecasillabi e settenari). Settenari tron-
chi (con accento di sesta sull’ultima sillaba) e sdruccioli (con
accento di sesta sulla terz’ultima) sono adottati frequente-
mente, a partire da Gabriello Chiabrera, nell’ode-canzonetta
(o anacreontica): una forma caratterizzata dalla predilezione
per i versi brevi e per la commistione di rime piane, tronche e
sdrucciole.

2. Ambiti

Per il tramite dell’ode-canzonetta, il settenario è verso pri-


vilegiato della poesia per musica (➔ musica e lingua): l’ana-
creontica divenne la forma tipica della cantata e dell’aria del Fig. 1 – Tracciato sagittale di una fricativa non sibilante.
melodramma (➔ melodramma, lingua del), come nelle opere
di Pietro Metastasio e di Lorenzo Da Ponte, laddove il reci- Le fricative sibilanti, tipicamente /s z/, /ʃ ʒ/ (queste ultime
tativo, al pari di altre forme sceniche, è un discorso libero di chiamate anche scibilanti), e le retroflesse, /ʂ ʐ/ (non presenti
endecasillabi e settenari. Nell’arco del Settecento l’ode-can- in italiano) sono articolate con un caratteristico incurvamento
zonetta si adattò anche a temi seri, ricorrendo per es. nelle della lingua; questa conformazione, definita anche articolazione
Odi di Giuseppe Parini: così, in strofe di tutti settenari piani con lingua solcata, determina un significativo restringimento
sono, tra l’altro, “La salubrità dell’aria” e “La educazione”; del canale fonatorio (fig. 2). Da questa fessura l’aria fuoriesce
in strofe di settenari piani, sdruccioli e tronchi “La vita ru- con turbolenza generando suoni di frizione molto rumorosi
stica”: (cfr. Ladefoged & Maddieson 1996; Johnson 20032).
Perché turbarmi l’anima,
O d’oro e d’onor brame,
Se del mio viver Atropo
Presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun
Colà donde si niega
Che più ritorni alcun?
Notevole fu anche la fortuna della quartina cosiddetta sa-
violiana – perché adottata negli Amori di Ludovico Savioli –,
formata da quattro settenari, dei quali i dispari sdruccioli, i pari
piani e in rima tra loro: fu ripresa, tra gli altri, da Parini e da
Vincenzo Monti.
Il settenario è ancora verso non infrequente nella poesia di
Giosuè ➔ Carducci e di Giovanni ➔ Pascoli. Nella poesia an- Fig. 2 – Tracciato sagittale di una fricativa sibilante.
tica il distico di settenari a rima baciata, equivalente del distico
di hexasyllabes oitanico, è adottato sporadicamente nella poe-
sia didattica: per es. nel Tesoretto e nel Favolello di Brunetto 2. Caratteristiche acustiche
Latini. Nel Detto d’amore attribuito al giovane Dante le rime
dei distici monorimi di settenari sono sempre equivoche e Nei suoni fricativi, sibilanti o non sibilanti, la distribuzione del
spesso ricche (➔ rima). Versi di doppi settenari possono con- segnale aperiodico dipende dal punto in cui avviene la costri-
siderarsi sia gli alessandrini che i martelliani. zione del flusso d’aria (➔ fonetica, scheda 2). Tra la lunghezza
Claudio Ciociola della cavità anteriore alla stretta diaframmatica e la frequenza

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sonetto

Fonti sto caso, il primo termine si sovrappone alla denominazione


Bembo, Pietro (1966), Prose della volgar lingua, in Id., Prose e rime, a della ➔ sestina).
cura di C. Dionisotti, Torino, UTET, pp. 73-309. Secondo una consolidata, anche se discussa, tradizione
Bernardino da Siena (1989), Prediche volgari sul campo di Siena, 1427, (che si è a lungo riverberata anche nelle modalità grafiche di
a cura di C. Delcorno, Milano, Rusconi, 2 voll. riproduzione della forma), tanto la prima quanto la seconda
De Blasi, Nicola (1982), Tra scritto e parlato. Venti lettere mercantili
meridionali e toscane del primo Quattrocento, Napoli, Liguori. parte sono a loro volta divisibili per due (la prima in due quar-
Goldoni, Carlo (1940), La locandiera, in Id., Tutte le opere, a cura di tine o quartetti, la seconda in due terzine o terzetti). La prima
G. Ortolani, Milano, Mondadori, 1935-1956, 14 voll., vol. 4°. parte è costruita su due rime, alternate (ABABABAB) o in-
Novella del grasso legnaiuolo (1990), a cura di P. Procaccioli, presen- crociate (ABBAABBA): il primo schema, che nel Duecento
tazione di G. Manganelli, Parma, Fondazione Bembo - Guanda. convive con il secondo (i trattatisti parlano, rispettivamente, di
NTF (1952) = Nuovi testi fiorentini del Dugento, a cura di A. Castel- sonetti dimidiati e incrociati o semplici), viene assai presto, e in
lani, Firenze, Sansoni. particolare a partire dallo Stil Novo, sostituito da quest’ultimo
OVI = Opera del Vocabolario Italiano, Banca dati dell’italiano antico (del tutto minoritarie altre varianti, per quanto sporadica-
(http://www.ovi.cnr.it/).
Ruscelli, Girolamo (1581), Commentarii della lingua italiana. Ne’ quali
mente rappresentate nel Canzoniere petrarchesco). La seconda
con facilità, & copiosamente si tratta tutto quello, che alla vera & parte è costruita su due o tre rime, diverse dalle prime e di-
perfetta notitia di detta lingua s’appartiene: hora di nouo posti in sposte in maniera da non lasciare versi a rima irrelata. Gli
luce, Venezia, Damian Zenaro. schemi più frequenti sono quello a rime alterne CDC DCD,
TF (1926) = Testi fiorentini del Dugento, a cura di A. Schiaffini, Fi- o replicate CDE CDE; meno diffusi quello a rime replicate con
renze, Sansoni. inversione CDE DCE, o retrogradate CDE EDC (e altri an-
cora: per l’intera casistica resta fondamentale il censimento di
Studi Biadene 1888). Uno sperimentalismo eccentrico tendente al-
Benincà, Paola (1983), Il clitico “a” nel dialetto padovano, in Ead. (a l’espansione del numero di versi della prima e della seconda
cura di), Scritti linguistici in onore di Giovan Battista Pellegrini, parte è tipico, nel Duecento, di Guittone d’Arezzo e di Monte
Pisa, Pacini, 2 voll., vol. 1º, pp. 25-35. Andrea (➔ Duecento e Trecento, lingua del). Le articola-
Berretta, Monica (1993), Morfologia, in Sobrero 1993, pp.193-246.
Boström, Ingemar (1972), La morfosintassi dei pronomi personali sog- zioni sintattiche nello spazio breve del sonetto possono essere,
getti della terza persona in italiano e in fiorentino. Contributo allo in relazione alle sue partizioni metriche, le più varie, eserci-
studio storico dei rapporti fra l’italiano standard e la varietà fioren- tando la libertà stilistica degli autori.
tina, Stockolm, Almqvist & Wiksell. Per quanto articolate e non convergenti siano le teorie re-
D’Achille, Paolo (1990), Sintassi del parlato e tradizione scritta della lingua lative alle sue origini, è indubbio che il sonetto nasca in Italia
italiana. Analisi di testi dalle origini al secolo XVIII, Roma, Bonacci. con il primo poeta della ➔ Scuola poetica siciliana, Giacomo
Egerland, Verner (2010), I pronomi personali e riflessivi, in Gramma- da Lentini, che ne è pertanto considerato l’inventore. Del me-
tica dell’italiano antico, a cura di G. Salvi & L. Renzi, Bologna, il tro, in sé non strofico (ma in origine spesso destinato a ri-
Mulino, 2 voll., vol. 1º, pp. 411-467.
La Fauci, Nunzio (2009), Compendio di sintassi italiana, Bologna, il
specchiarsi nel dialogo delle tenzoni a più voci), alcuni hanno
Mulino. contestato, altri sostenuto con buoni argomenti l’identifica-
Leone, Fulvio (2003), I pronomi personali di terza persona. L’evolu- zione con una stanza di ➔ canzone, secondo il tipo della cobla
zione di un microsistema nell’italiano di fine millennio, Roma, Ca- esparsa provenzale (tra questi, Antonelli 1989).
rocci. Per le sue doti di concisione e di versatilità, il sonetto si è
Loporcaro, Michele (2009), Profilo linguistico dei dialetti italiani, prestato, a differenza della più paludata e tecnicamente ardua
Roma - Bari, Laterza. canzone (nella gerarchia della ‘nobiltà’ metrica codificata da
Palermo, Massimo (1997), L’espressione del pronome personale soggetto ➔ Dante nel De vulgari eloquentia, il sonetto occupa il terzo
nella storia dell’italiano, Roma, Bulzoni. rango, dopo la canzone e la ➔ ballata), ai generi e ai temi più
Patota, Giuseppe (1990), Sintassi e storia della lingua italiana: tipolo-
gia delle frasi interrogative, Roma, Bulzoni. svariati, anche non lirici, godendo d’ininterrotta fortuna, dalle
Renzi, Lorenzo (1983), Fiorentino e italiano: storia dei pronomi perso- origini al Novecento (notevoli i sonetti, o i componimenti che
nali soggetto, in Italia linguistica. Idee, storia, strutture, a cura di F. al sonetto direttamente s’ispirano, di Giorgio Caproni, Andrea
Albano Leoni et al., Bologna, il Mulino, pp. 223-239. Zanzotto, Giovanni Raboni), e non soltanto in Italia, ma an-
Serianni, Luca (2006), Prima lezione di grammatica, Roma - Bari, La- che nelle principali letterature romanze e non (in forme diret-
terza. tamente imitate o in parte adattate e rielaborate: basti pensare,
Simone, Raffaele (1993), Stabilità e instabilità nei caratteri originali per la Spagna, a Luis de Góngora; per la Francia, ai poeti della
dell’italiano, in Sobrero 1993, pp. 41-100. Pléiade; per l’Inghilterra, a William Shakespeare e a John
Simone, Raffaele (200819), Fondamenti di linguistica, Roma - Bari, La-
terza (1a ed. 1990).
Milton).
Sobrero, Alberto A. (a cura di) (1993), Introduzione all’italiano con-
temporaneo, 2 voll., vol. 1° (Le strutture).
Vanelli, Laura (1998), I pronomi soggetto nei dialetti italiani setten- 2. Varianti
trionali dal Medioevo a oggi, in Ead., I dialetti italiani settentrio-
nali nel panorama romanzo. Studi di sintassi e morfologia, Roma, Si citano alcune tra le varianti più significative della forma. Il so-
Bulzoni, pp. 51-89. netto doppio prevede l’integrazione allo schema principale di un
Vanelli, Laura, Renzi, Lorenzo & Benincà, Paola (1985), Tipologia ➔ settenario (in genere in rima con il verso che lo precede) dopo
dei pronomi soggetto nelle lingue romanze, «Quaderni patavini di i versi dispari delle quartine e dopo il verso mediano delle terzine:
linguistica» 5, pp. 49-66.
Zamboni, Alberto (2000), Alle origini dell’italiano. Dinamiche e tipo- così nel dantesco Morte villana, di pietà nemica (Vita nova VIII,
logie della transizione dal latino, Roma, Carocci. 8-11; Rime 7), a schema AaBBbA AaBBbA CDdC CDdC.
Del tutto affine – le due forme vengono infatti spesso con-
fuse – è il sonetto rinterzato («rafforzato»), tipico di Guittone
d’Arezzo, nel quale il settenario segue anche il primo verso
delle terzine. Il sonetto ritornellato prevede in chiusa l’ag-
sonetto giunta di un endecasillabo in rima con l’ultimo verso, o, più co-
munemente, di un distico di endecasillabi monorimi (l’esem-
1. Definizione pio più antico in Guido Cavalcanti). Il sonetto caudato, diffuso
a partire dal Trecento, prevede l’aggiunta di una ‘coda’, com-
Il sonetto è la forma metrica più celebre e fortunata della tra- posta in genere di un settenario in rima con l’ultimo verso dello
dizione lirica italiana (Beltrami 20024: 99-100, 274-289; per schema principale e da un distico di endecasillabi a rima ba-
l’uso dantesco, Baldelli 1976). Nella forma tipica si compone ciata. Le code possono essere anche due o più di due (il sette-
di 14 endecasillabi (➔ endecasillabo), divisibili in una prima nario della seconda coda rima con l’endecasillabo che lo pre-
parte di 8 versi (detta anche ottava o ottetto; ma il primo ter- cede, e così via). Nel Trecento il sonetto caudato si applica
mine ingenera ambiguità con l’ottava, strofa detta anche ➔ ot- soprattutto alla trattazione di temi non lirici o espressamente
tava rima) e una seconda di 6 (sestina o sestetto; anche in que- comico-realistici; nel Cinquecento (nella poesia bernesca) si

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sonorizzazione

diffondono i sonetti con un numero elevato di code, detti an- Dal punto di vista spettroacustico la sonorità / sonorizza-
che sonettesse (di argomento deliberatamente comico-paro- zione è facilmente individuabile grazie alla presenza di stria-
dico). Per estensione, anche se impropriamente, è detto cau- ture periodiche verticali visibili su tutto l’asse delle frequenze
dato anche il sonetto ritornellato. o, nel caso di foni occlusivi, solo sulle basse frequenze.
Varianti poco significative e assai poco diffuse si riferiscono In filologia e dialettologia il processo di sonorizzazione, in-
a peculiarità metriche o linguistiche. Nel sonetto comune o mi- sieme ad altri processi, quali la ➔ spirantizzazione (passaggio
sto alcuni endecasillabi possono essere sostituiti da settenari. Nel da consonante occlusiva a fricativa), è definito lenizione (➔ in-
sonetto minore tutti i versi sono di misura inferiore a quella en- debolimento). Per alcuni studiosi si ha lenizione parziale
decasillabica (in particolare, settenari: in questo caso si parla an- quando il cambiamento riguarda solo la sonorizzazione e leni-
che di sonetto settenario; sonetti minori e caudati di ottonari sono zione totale se, oltre al tratto di sonorità, si ha un cambiamento
riscontrabili nella versificazione pascoliana di Myricae). Il so- nel modo, e a volte anche nel luogo, di articolazione (in en-
netto muto o tronco è formato di endecasillabi tronchi; il sonetto trambi i casi, quindi, il fono cambia la sua natura). Per altri la
duodenario e sdrucciolo di sdruccioli (eventualmente alternati a lenizione parziale va intesa come semisonorità, parziale sono-
endecasillabi piani). Nel sonetto continuo l’intero schema è co- rizzazione o mormorio. In tutti i casi la lenizione è considerata
struito su due rime. Poco più di esperimenti artificiosi (Duso un processo di indebolimento articolatorio, definizione che
2004) sono anche i sonetti metrici (nei quali si alternano versi ita- però non si addice alla sonorità / sonorizzazione, in quanto l’at-
liani a versi latini desunti da autori classici), semiletterati (nei tività laringale implica un incremento dell’attività fisiologica.
quali si alternano versi italiani a versi latini costruiti come en- Quindi, più che di ridotta intensità muscolare, si dovrebbe par-
decasillabi) e bilingui (nei quali si alternano versi italiani a versi lare di ridotta intensità acustico-percettiva provocata, come s’è
in altre lingue romanze, come il francese) o trilingui. visto, dalla minore pressione dell’aria che si viene a creare nel
Claudio Ciociola tratto epilaringeo.
La lenizione, nel suo complesso, può essere considerata
Studi come il mancato raggiungimento del bersaglio (o target) arti-
Antonelli, Roberto (1989), L’“invenzione” del sonetto, in Miscellanea colatorio (come chiusura ~ apertura diaframmatica, sorda ~ so-
di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua lau- nora e sonora ~ sorda; Bauer 2008).
rea, Modena, Mucchi, 4 voll., vol. 1°, pp. 35-75.
Baldelli, Ignazio (1976), Sonetto, sonetto doppio, in Enciclopedia dan-
tesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978, 6
voll., vol. 5º, ad vocem. 2. Tipi e forme
Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
ed. 1991). Il processo della sonorizzazione è spesso dovuto a fenomeni di
Biadene, Leandro (1888), Morfologia del sonetto nei secoli XIII-XIV, coarticolazione di tipo anticipatorio, da destra verso sinistra
«Studj di filologia romanza» 4, 1 (rist. anast. a cura di R. Fedi, Fi- (assimilazione regressiva), di tipo perseverativo, da sinistra
renze, Le Lettere, 1977). verso destra (assimilazione progressiva), o in entrambe le dire-
Duso, Elena Maria (2004), Il sonetto latino e semilatino tra Medioevo zioni (assimilazione bidirezionale). Tali modificazioni sono
e Rinascimento, Roma - Padova, Antenore. spiegabili con il principio dell’economia e, quindi, del minimo
sforzo articolatorio: ogni cambiamento costa energia e, nella
produzione verbale, si cerca di ridurre al massimo, nel pas-
saggio da un fono all’altro, gli spostamenti degli organi arti-
sonorizzazione colatori. Infatti, casi frequenti di sonorizzazione, sia parziale
che totale, si riscontrano nel parlato accelerato e ipoarticolato.
Un esempio di coarticolazione anticipatoria è dato, in ita-
1. Definizione liano, dalla fricativa dentale sorda /s/ che si sonorizza quando
seguita da consonante sonora, come in sbaglio [ˈzbaʎːo], sdentato
La sonorizzazione è un fenomeno fonetico-fonologico per cui un [zdenˈtaːto], sgomitare [zgomiˈtaːre], svenare [zveˈnaːre], smunto
suono (tecnicamente, un fono) sordo, a contatto con consonante [ˈzmunto], slegare [zleˈgaːre], sradicare [zradiˈkaːre], disgelo
sonora o in posizione intervocalica, diventa sonoro (➔ fonetica, [dizˈʤɛːlo], trasmettere [trazˈmetːere], Strasburgo [strazˈburgo].
scheda 1; ➔ assimilazione). Tale modificazione non avviene quando la consonante che se-
Da un punto di vista fonetico la sonorizzazione può essere gue è l’approssimante [j] o [w] (➔ semivocali) come in siamo
parziale o totale. La prima è causata da un mancato sincroni- [ˈsjaːmo] e in suola [ˈswɔːla] (Maturi 2006: 76). Il motivo po-
smo tra diaframma laringale ed epilaringeo: nel passaggio da trebbe risiedere nel fatto che, in italiano, le approssimanti si rea-
un suono sonoro a uno sordo, le pliche (o corde) vocali, per lizzano come tali solo in posizione iniziale di parola (come in
inerzia, possono continuare a vibrare sonorizzando parte del uomo [ˈwɔːmo], uovo [ˈwɔːvo], ieri [ˈjɛːri], iato [ˈjaːto]) e in po-
fono successivo. Tale modificazione non determina in genere sizione intervocalica (come in kiwi [ˈkiːwi] e baia [ˈbaːja]), men-
un cambiamento della natura del fono. La seconda, al contra- tre sono prodotte come vocali brevi in posizione postconso-
rio, ne determina una completa trasformazione. Infatti, dal nantica (siamo [ˈsĭaːmo], suola [ˈsŭɔːla], piove [ˈpĭɔːve], tuono
punto di vista anatomo-fisiologico, la sonorizzazione totale [ˈtŭɔːno], l’uomo [ˈlŭɔːmo] e l’uovo [ˈlŭɔːvo]; ➔ quantità fo-
implica non soltanto il passaggio dalla posizione di respirazione nologica).
della glottide a quella di sonorità, ma un diverso coinvolgi- Dal punto di vista spettrografico, la differenza è facil-
mento dell’intero canale fonatorio. Ad es., nelle ➔ occlusive mente riscontrabile in quanto le approssimanti, rispetto alle
sonore la cavità orofaringale si amplia per mantenere positiva vocali, presentano una caduta dell’intensità di circa 10 decibel
la differenza tra pressione ipoglottidale e pressione epiglotti- (Pettorino & Giannini 1991).
dale indispensabile per far vibrare le pliche. Un esempio di coarticolazione perseverativa si trova nella
L’aumento di volume avviene in diversi modi: allarga- formazione del plurale in inglese: dogs [dɔgz] «cani», cabs
mento della cavità faringale, avanzamento della lingua, rigon- [kæbz] «carrozze», fads [fædz] «manie», caws [kaʊz] «gracchi» ~
fiamento delle guance o ancora mediante una incompleta chiu- cats [kæts] «gatti».
sura del diaframma rino-velare. La minore quantità d’aria che Un tipo diverso di sonorizzazione, sempre in alcune forme
fuoriesce dalla cavità orale nelle sonore, rispetto alle sorde, del plurale in inglese, si ha ad es. in thief [θiːf] «ladro» ~ thie-
corrisponde acusticamente a una minore intensità del suono ves [θiːvz] «ladri» e shelf [ʃelf] «scaffale» ~ shelves [ʃelvz] «scaf-
che, a sua volta, influenza altri parametri: nelle occlusive, ad es., fali».
causa lo smorzamento dello scoppio e un VOT (Voiced Onset Un esempio di coarticolazione bidirezionale è data, nell’➔ita-
Time «tempo di attacco della sonorità») negativo. Inoltre, a pa- liano standard, da /s/ sorda, che in posizione intervocalica
rità di contesto, la durata di una consonante sonora è maggiore spesso si sonorizza, come in isola [ˈiːzola], misura [miˈzuːra], bi-
della corrispettiva sorda, l’attività muscolare è maggiore nella sogno [biˈzoɲːo], cesoie [ʧeˈzoːje], tesoro [teˈzoːro], avvisare
vocale che precede la sonora e la frequenza fondamentale della [avːiˈzaːre], visita [ˈviːzita], ma non in casa [ˈkaːsa], così [koˈsi],
vocale che segue la consonante sorda è più alta che nella sonora. mese [ˈmeːse], naso [ˈnaːso] spesa [ˈspeːsa]. Solo in alcune zone

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terza rima

(g) tecnicismi collaterali (ovvero nomi e aggettivi propri di


un certo ambito settoriale legati non «a effettive necessità co-
municative bensì all’opportunità di adoperare un registro ele- terza rima
vato, distinto dal linguaggio comune»; Serianni 2005: 128;
Musacchio 2002), tra i quali abbondano i deverbali a suffisso 1. Definizione e struttura
zero (modifica, utilizzo; ➔ deverbali, nomi); frequente è anche
l’impiego di sinonimi dotti non necessari per univocità se- La terza rima è il metro della Divina Commedia. Se ne attri-
mantica (lamentare per sentire, assumere per prendere, coalescere buisce concordemente l’invenzione a ➔ Dante, perciò è anche
per confluire) e, in particolare nel campo medico, di ➔ latini- detta terzina dantesca. Con l’➔ottava rima, è il metro narra-
smi e ➔ arcaismi; tivo principe della tradizione italiana (Beltrami 20024: 105-109,
(h) simboli, anche non alfanumerici, presenti tanto nelle 317-321).
formule intercalate al testo quanto nel testo stesso: H2O «ac- A differenza dell’ottava – unità in sé conclusa dal distico
qua», H2SO4, «acido solforico», ecc.; conclusivo, a ➔ rima baciata (ABABABCC), e indefinitamente
(i) definizioni analogiche o metaforiche (elettrodo a baffo di ripetibile, anche se in genere all’interno di sequenze (canti e/o
gatto, valvole a farfalla, cellule a palizzata), che però mal si libri) –, la terzina è un metro aperto, fondato su un meccani-
prestano alla tendenza, propria delle terminologie, a escludere smo propulsivo che, attraverso l’incessante spinta in avanti
la connotazione (Zublena 2002). delle rime, genera continua tensione. In ciascuna terzina, cioè
Federico Faloppa in ogni strofa di tre endecasillabi (➔ endecasillabo), detta,
Studi meno comunemente, terzetto (altra cosa è la terzina lirica; ➔ se-
Adamo, Giovanni & Della Valle, Valeria (a cura di) (2003), Innova- stina), la rima dell’endecasillabo mediano, diversa dalla rima
zione lessicale e terminologie specialistiche. Atti del Convegno in- identica dei due endecasillabi esterni, si ripercuote nel primo
ternazionale (Roma, 27-28 giugno 2002), Firenze, Olschki. (e dunque nel terzo) endecasillabo della terzina successiva
Altieri Biagi, Maria Luisa (1965), Galileo e la terminologia tecnico- (ABA BCB CDC …), senza che sia preventivamente determi-
scientifica, Firenze, Olschki. nabile, se non dal rimatore, il punto di arresto:
Altieri Biagi, Maria Luisa (1983), Considerazioni sulla lingua di Leo-
nardo, «Notiziario Vinciano» 22, pp. 11-29. Nel mezzo del cammin di nostra vita
Biffi, Marco (2001), Sulla formazione del lessico architettonico italiano: mi ritrovai per una selva oscura
la terminologia dell’ordine ionico nei testi di Francesco di Giorgio ché la diritta via era smarrita.
Martini, in Le parole della scienza. Scritture tecniche e scientifiche Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
in volgare (secoli XIII-XV). Atti del Convegno (Lecce, 16-18 esta selva selvaggia e aspra e forte
aprile 1999), a cura di R. Gualdo, Galatina, Congedo, pp. 253- che nel pensier rinova la paura!
290.
Biffi, Marco (2007), La terminologia tecnica dell’Alberti tra latino e Tant’è amara che poco è più morte;
volgare, in Alberti e la cultura del Quattrocento. Atti del Convegno ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
internazionale del Comitato nazionale del VI centenario della na- dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte (Dante, Inf. I, 1-9)
scita di Leon Battista Alberti (Firenze, 16-18 dicembre 2004), a La trama rimica si dipana attraverso una incatenatura delle
cura di R. Cardini & M. Regoliosi, Firenze, Polistampa, 2 voll.,
vol. 2º, pp. 655-682. terzine l’una con l’altra: si parla perciò anche di terzine incate-
Bloomfield, Leonard (1933), Language, New York, Holt (trad. it. Il nate. Un componimento in terza rima ha però una sua conclu-
linguaggio, Milano, Il Saggiatore, 1974). sione metrica, in quanto termina allorché la rima mediana di
Cabré, Maria Teresa (1993), La terminología. Teoría, metodología, quella che sarà l’ultima terzina rima con sé stessa in un ende-
aplicaciones, Barcelona, Antártida - Empúries. casillabo isolato, che conclude la sequenza (… XYX YZY Z):
Cabré, Maria Teresa (2003), Teorías de la terminología: de la pre-
scripción a la descripción, in Adamo & Della Valle 2003, pp.169- ma non eran da ciò le proprie penne:
88. se non che la mia mente fu percossa
Cortelazzo, Michele A. (1990), Lingue speciali, la dimensione verticale, da un fulgore in che sua voglia venne.
Padova, Unipress. A l’alta fantasia qui mancò possa;
Felber, Helmut (1984), Terminology manual, Paris, UNESCO - In- ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
foterm. sì come rota ch’igualmente è mossa,
Magris, Marella (a cura di) (2002a), Manuale di terminologia. Aspetti l’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante, Par.
teorici, metodologici e applicativi, Milano, Hoepli.
Magris, Marella (2002b), Le relazioni concettuali, in Ead. 2002a, pp. XXXIII, 139-145)
151-166. Nella struttura compositiva della Commedia, ogni serie (in
Maldussi, Danio (2009), Terminologia sistematizzata e terminologia numero variabile) di terzine così concluse – e cioè inaugurate
spontanea in ambito finanziario: un rapporto conflittuale, in Ter- e chiuse da una coppia di versi sulla stessa rima – prende il
minologia, variazione e interferenze linguistiche e culturali. Atti del
Convegno Ass.I.Term (Genova, 10-11 giugno 2009) (www.pu- nome di canto: l’uso del termine dantesco, generalizzatosi, si
blif@rum.farum.it). applicò in seguito anche alle partizioni dei poemi in ottave (i
Marello, Carla (1995), Terminologia, in Dizionario di linguistica e di canti dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata). Se la
filologia, metrica, retorica, diretto da G.L. Beccaria, Torino, Ei- delimitazione dei canti (in terzine) risponde a una ragione
naudi, ad vocem. metrica, tale ragione non produce gli eventuali raggruppamenti
Musacchio, Maria Teresa (2002), I tecnicismi collaterali, in Magris dei canti (nella Commedia la riunione dei canti in tre cantiche
2002a, pp. 135-150. di 33 canti ciascuna, più uno di proemio, obbedisce a ragioni
Negrini, Giliola (2003), Analisi terminologica e strutturazione concet- di ordine numerologico).
tuale, in Adamo & Della Valle 2003, pp. 123-138.
Schmitz, Klaus-Dirk (20062), Terminology and terminological data-
bases, in Encyclopedia of language and linguistics, editor-in-chief
K. Brown, Boston - Oxford, Elsevier, 14 voll., vol. 12º, pp. 578- 2. Evoluzione e sviluppi
591.
Serianni, Luca (2005), Un treno di sintomi. I medici e le parole. Percorsi L’enorme successo del poema dantesco determinò il successo
linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti. del metro, subito imitato in componimenti d’intento princi-
Wright, Sue Ellen & Budin, Gerhard (1997), Handbook of termi- palmente didascalico e/o narrativo. Così, nel Trecento sono in
nology management, Amsterdam - Philadelphia, John Benja- terza rima il Dittamondo di Fazio degli Uberti e i Trionfi di
mins, 1997-2001, 2 voll., vol. 1º (Basic aspects of terminology Francesco ➔ Petrarca, così come la Commedia delle ninfe fio-
management).
Wüster, Eugen (19913), Einführung in die allgemeine Terminologielehre rentine (Ameto) di Giovanni ➔ Boccaccio (un panorama sin-
und terminologische Lexikographie, Bonn, Romanistischer Verlag tetico ma efficace della fortuna della terza rima in Baldelli
(1a ed. Wien, Springer, 1979). 1976: 592-593).
Zublena, Paolo (2002), L’inquietante simmetria della lingua. Il lin- Ben presto invalse l’uso di scrivere in terza rima testi di va-
guaggio tecnico-scientifico nella narrativa italiana del Novecento, rio genere e argomento (per lo più non lirico), ma non divisi in
Alessandria, Edizioni dell’Orso. canti: molti ne scrisse, per es., il rimatore fiorentino Antonio

1467
1453-1468 4° impaginato:Progetto Italiano 12/05/2011 15.37 Pagina 1468

testi argomentativi

Pucci (a sua volta autore del Centiloquio, nel quale è versificata che ogni altro possibile connettivo è esprimibile
in canti la Cronica di Giovanni Villani). Tali testi prendono il attraverso una loro combinazione. Anzi, poiché già
nome di capitoli ternari (o anche, semplicemente, di capitoli, ov- sappiamo che i quattro connettivi sono in realtà
vero di ternari). Per analogia, si parla di capitoli quadernari – riducibili a due soli, ogni possibile connettivo è
metro diffuso principalmente nel Trecento e nel Quattrocento esprimibile attraverso una combinazione di negazioni e
– a proposito di testi a schema ABbC CDdE …, ovvero ABbA congiunzioni (Piergiorgio Odifreddi, Il diavolo in
BCcD … (con alternanza di endecasillabi e settenari), di genere cattedra, Torino, Einaudi, 2003, p. 81).
vario (anche lirico), nei quali si attua un meccanismo di colle-
gamento in parte affine a quello della terza rima. Il capitolo
quadernario è considerato una forma di serventese: categoria
alla quale i metricisti antichi ascrivono del resto la stessa terzina 2. Struttura del testo argomentativo
dantesca. Nella poesia bucolica quattro-cinquecentesca, e in
particolare nell’Arcadia di Iacopo Sannazaro, sono adottati Nella ➔ retorica antica l’argumentatio occupa la parte centrale
capitoli ternari a rima regolarmente sdrucciola, nei quali è pos- dell’orazione insieme alla propositio (o narratio) e corrisponde
sibile che il verso mediano sia saltuariamente un ➔ settenario; al luogo in cui propriamente vengono elaborate le prove favo-
così anche nella poesia elegiaca (per es., nella Mirtia e nel- revoli alla tesi (probationes), suddivise in prove non tecniche (o
l’Agilitta di Leon Battista ➔ Alberti), che peraltro non fa uso inartificiales) e prove tecniche (o artificiales). Le prove non tec-
di rime sdrucciole. Nell’Acerba, poema ‘scientifico’ di Cecco niche sono indipendenti dalla pratica retorica e possono ri-
d’Ascoli (m. 1327) composto immediatamente dopo la Com- guardare fatti come la giurisprudenza sui temi della discussione,
media, l’autore, in polemica emulazione con Dante, elabora un i giuramenti, le testimonianze o le dicerie. Le prove tecniche ri-
metro in terzine doppie (ABA CBC, DED FEF …; i capitoli guardano invece la pratica retorica e si distinguono in prove di
sono delimitati da un distico monorimo ZZ), a sua volta ri- fatto (o signa), prove induttive e prove deduttive. L’argumenta-
condotto al genere dei serventesi (Beltrami 20024: 310). tio è inoltre suddivisa in probatio (o confirmatio) della tesi del-
Tra le infinite riproposizioni più recenti del capitolo in terza l’autore e in refutatio (o confutatio) delle ragioni dell’avversa-
rima si ricordino, per es., “Il primo amore” o “I nuovi credenti” rio (cfr. Lausberg 1969; Mortara Garavelli 1988a e 1988b).
di Giacomo ➔ Leopardi, Il trionfo della libertà di Alessandro Nella teorizzazione moderna ogni testo argomentativo è ca-
➔ Manzoni, “Idillio maremmano” di Giosuè ➔ Carducci, Can- ratterizzato dalla presenza di un tema su cui avviene la discus-
zoni delle gesta d’Oltremare di Gabriele ➔ D’Annunzio. Il me- sione, da soggetti dell’argomentazione, ossia il protagonista che
tro è stato rivisitato più volte da Giovanni ➔ Pascoli: in specie si propone di dimostrare o persuadere e l’antagonista (reale o fit-
nei Primi poemetti, tra i quali vanno ricordati “Digitale purpu- tizio) che deve essere convinto o persuaso, e dal ragionamento
rea” e “Italy” (per l’uso pascoliano della terzina si rinvia alla sin- in senso stretto, che il protagonista mette in atto per raggiungere
tesi di Beltrami 20024: 320). Notevole, infine, è la variazione li- i propri obiettivi comunicativi (cfr. Lo Cascio 1991).
bera del metro (i versi sono di misura variabile, anche se prossima Il ragionamento, che corrisponde al nucleo del testo argo-
a quella endecasillabica, e alle rime vere e proprie si alternano, mentativo, possiede una struttura interna minimale, in cui
in schemi che ricordano quello della terza rima, le assonanze) at- devono necessariamente figurare almeno tre categorie o fun-
tuata nelle Ceneri di Gramsci di Pier Paolo ➔ Pasolini. zioni, quali l’«opinione», l’«argomento» e la «regola generale»
Claudio Ciociola (cfr. Toulmin 1958). L’opinione corrisponde all’ipotesi avan-
zata o alla pretesa che viene inferita; l’argomento è il dato, la
Studi prova o il fatto presentato a sostegno dell’opinione; e la regola
Baldelli, Ignazio (1976), Terzina, in Enciclopedia dantesca, Roma, Isti- generale è la garanzia sulla cui base viene giustificata la rela-
tuto della Enciclopedia Italiana, 1970-1978, 6 voll., vol. 5º, ad zione tra opinione e argomento. Una frase come:
vocem.
Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a (2) poiché nessun candidato è onesto non è giusto votare
ed. 1991). è dunque un’argomentazione, in quanto contiene un’opinione
(«non è giusto votare») e un argomento («nessun candidato è
onesto»), espliciti, e una regola generale («si devono votare
solo i candidati onesti»), implicita e ricostruibile per inferenza.
testi argomentativi Non è invece un’argomentazione, ma una semplice asser-
zione, la frase:
1. Matrici cognitive e funzioni comunicative (3) non è giusto votare
Tra i possibili criteri di classificazione del testo in generi o tipi dove a sostegno di quanto affermato non viene posto nessun ar-
(➔ testo, tipi di) è invalso – soprattutto in ambito didattico – gomento.
un modello di carattere funzionale-cognitivo basato sull’in- Opinione, argomento e regola generale devono essere pre-
tersezione di atti linguistico-comunicativi e relative matrici co- senti in ogni testo argomentativo, anche se spesso solo l’opi-
gnitive (cfr. Werlich 1976; Lavinio 1990). In tale tipologia, i nione e l’argomento sono lessicalizzati e la regola generale ri-
testi argomentativi corrispondono a macroatti linguistici che mane nella maggior parte dei casi implicita.
presuppongono un ragionamento e si propongono come fine Oltre all’opinione, all’argomento e alla regola generale esi-
la dimostrazione o la persuasione circa la validità di una tesi (o stono categorie accessorie, quali il «qualificatore», la «fonte», la
opinione), attraverso la scelta, la disposizione e la formula- «riserva» e il «rinforzo» (cfr. Lo Cascio 1991). Il qualificatore
zione di specifici argomenti (o prove). serve a sfumare la portata di opinioni e argomenti indicando
Tipicamente argomentativi sono, per la varietà orale, ge- il grado di verità attribuito all’enunciato, funzione che in (4)
neri come la discussione, il dibattito e l’intervista; per la varietà è esercitata da probabilmente:
scritta, l’editoriale, la recensione, il saggio scientifico, il testo (4) se Giorgio non è ancora qui è perché probabilmente
pubblicitario e la tesi di laurea. Generalmente un singolo te- l’aereo è arrivato in ritardo
sto ha parti ascrivibili a più tipologie: ad es., il brano (1),
estratto da un’opera saggistica di tipo scientifico-divulgativo, La fonte è l’origine delle garanzie e viene utilizzata per at-
è di carattere argomentativo in quanto l’autore esprime un giu- tribuire credito alla regola generale o all’argomento:
dizio attraverso il pronunciamento di una tesi («in logica si li- (5) se Giorgio non è ancora qui è perché l’aereo, stando a
mitano i connettivi ai quattro moschettieri») supportata da quanto hanno riferito fonti ufficiali, è arrivato in
specifici argomenti: ritardo
(1) Il motivo per cui in logica si limitano i connettivi La riserva è costituita da argomenti che limitano quelli
ai quattro moschettieri (negazione, congiunzione, usati a sostegno dell’opinione, tali da suggerire una conclusione
disgiunzione e implicazione) è che si può dimostrare alternativa a quella proposta:

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versificazione

Branciforti, Francesco (1981), Alla conquista della lingua letteraria, in lunga maggioritaria) del verso. All’interno del verso è in qual-
I romanzi catanesi di Giovanni Verga. Atti del I convegno di studi che caso possibile riconoscere entità minori, dette emistichi, de-
(Catania, 23-24 novembre 1979), Catania, Fondazione Verga, pp. finite dal ritmo e da una pausa (cesura); in alcuni casi, il primo
261-308. emistichio di un verso può essere segnalato dalla rima al mezzo.
Bruni, Francesco (1999), Prosa e narrativa dell’Ottocento. Sette studi,
Firenze, Cesati. Il catalogo della versificazione italiana (Beltrami 20024: 181-
Croce, Benedetto (1915), Giovanni Verga, in La letteratura della 205) comprende versi endecasillabi, decasillabi, novenari, otto-
Nuova Italia. Saggi critici, Bari, Laterza, 6 voll., vol. 3°, pp. 5-30. nari (e doppi ottonari), settenari (e doppi settenari, o martelliani;
Motta, Daria (2010), La “lingua fusa”. La prosa di Vita dei campi dal a parte devono considerarsi gli alessandrini), senari (e doppi se-
parlato dialettale allo scritto-narrato, Catania, Bonanno. nari), quinari (e doppi quinari), quadrisillabi (o quaternari),
Nencioni, Giovanni (1988), La lingua dei Malavoglia e altri scritti di trisillabi (o ternari). I versi doppi nascono dalla giustapposizione
prosa, poesia e memoria, Napoli, Morano. di due versi singoli (che vengono a formare gli emistichi del
Salibra, Luciana (1994), Il toscanismo nel Mastro-don Gesualdo, Fi- verso doppio), secondo regole specifiche (per es., sono in rima
renze, Olschki.
Stussi, Alfredo (2005), Plurilinguismo passivo nei narratori siciliani tra
i versi veri e propri, e cioè i secondi e non i primi emistichi).
Otto e Novecento? in Id., Storia linguistica e storia letteraria, Bo-
logna, il Mulino, pp. 289-314.
Testa, Enrico (1997), Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, 2. I versi italiani
Einaudi.
Trifone, Pietro (2007), Le sgrammaticature di Verga, in Id., Malalin- In base a quanto osservato circa il numero delle sillabe e gli ac-
gua. L’italiano scorretto da Dante ad oggi, Bologna, il Mulino, pp. centi, si possono avere vari tipi di versi.
95-109. L’➔endecasillabo, verso principe della tradizione ita-
liana, prevede l’ultima tonica in 10ª posizione. L’endecasillabo
canonico comporta almeno un accento di 4ª (endecasillabo a
minore) o di 6ª (endecasillabo a maiore); entrambe le sillabe
possono essere toniche, ma non entrambe atone. Gli altri ac-
versificazione centi sono liberi, e questo conferisce grande duttilità al verso.
Lo schema prevalente dell’endecasillabo a minore è 4ª 8ª 10ª
1. Generalità («in sul mio prímo gioveníle^erróre»: Petrarca, Canz. I, 3), pre-
ferito all’altro 4ª 7ª 10ª («Et se pur s’árma talór a dolérsi»:
La versificazione è l’insieme di norme e consuetudini che pre- Canz., XXIX, 8), più tipico della poesia discorsiva. Negli en-
siedono alla produzione del verso, unità metrica fondamentale decasillabi a maiore possono darsi gli schemi 2ª 6ª 10ª («Que-
tanto nei sistemi quantitativi (tipicamente, quelli delle lette- sta^ánima gentíl che si dipárte»: Canz., XXXI, 1) o 3ª 6ª 10ª
rature classiche greca e latina) tanto nei sistemi accentuativi, («anzi témpo chiamáta^a l’altra víta»: Canz., XXXI, 2). Stili-
come quello italiano (Beltrami 20024: 22-31, 40-66, 161-233; sticamente rilevante, nella storia dell’endecasillabo, è l’incon-
Menichetti 1993: 99-172). tro di accenti di 6ª e di 7ª e, nell’uso dantesco, di 9ª e 10ª («Io
Nella metrica italiana regolare (isosillabica; ➔ metrica e volsi Ulísse del suo cammín vágo»: Dante, Purg. XIX, 22). Al-
lingua), la composizione (e l’identificazione) dei versi obbe- cuni esempi di endecasillabi non canonici si riscontrano nella
disce a regole relative al numero delle sillabe (e alle modalità poesia duecentesca, e più tardi nella versificazione canterina e
del loro computo) e alla dislocazione degli accenti detti ritmici cavalleresca (Boiardo), anche nella variante con accento di 5ª,
(➔ prosodia; ➔ ritmo; ➔ accento). La ➔ rima, nelle sue va- rigorosamente evitato nella lirica.
rie forme, pur non partecipando di per sé alla definizione del Il decasillabo prevede l’ultima tonica in 9ª posizione. So-
verso, è fenomeno prosodico essenziale nel determinare le mo- prattutto a partire dal Settecento ha schema 3ª 6ª 9ª (così nei
dalità del correlarsi di più versi, della stessa o di diversa mi- romantici e in Alessandro ➔ Manzoni, che lo adotta nel coro
sura. del Conte di Carmagnola: «S’ode^a déstra^uno squíllo di
La poesia antica di tradizione non elevata, in particolare di trómba», e in Marzo 1821). Verso della più antica ➔ canzone
ambito giullaresco o religioso, ammette deroghe alla regola, ge- italiana, Quando eu stava in le tu’ cathene (ed. Stussi, in Segre
neralmente riconosciuta, dell’isosillabismo: in questo caso si è & Ossola 1999), è adottato rarissimamente nella lirica antica,
parlato perciò di versificazione anisosillabica. Nella metrica e più spesso – in combinazioni anisosillabiche – nelle laude di
detta libera, tipica della tradizione novecentesca, non valgono Iacopone da Todi. L’accentuata ritmicità ne fa un verso ido-
regole di computo o ritmiche, né esiste regolarità di rima: è neo alla poesia per musica (celebre è l’aria di Cherubino nelle
pertanto impossibile fornire una descrizione dei versi in essa Nozze di Figaro di Mozart: «Non so piú cosa són, cosa fáccio»).
utilizzati, riconoscibili, di norma, solo per via dell’artificio È presente nelle sperimentazioni metriche pascoliane, anche in
grafico dell’‘a capo’. La cultura metrica (regolare) del poeta no- varianti non canoniche, come in “Valentino”, nei Canti di Ca-
vecentesco finisce peraltro con l’interagire di continuo, e se- stelvecchio, ove alterna con l’endecasillabo («Oh! Valentíno ve-
condo le modalità più varie, con la sua versificazione libera. stíto di nuóvo, / come le brócche dei biancospíni!»).
Il verso italiano regolare si definisce sulla scorta del nu- Il novenario prevede l’ultima tonica in 8ª posizione. Poco
mero di sillabe che lo compone. Nel calcolo devono applicarsi diffuso, si afferma nell’Ottocento nello schema 2ª 5ª 8ª («Dal
le regole che presiedono al computo sillabico, con riguardo ai Líbano tréma^e rosséggia / sul máre la frésca mattína»: inizio
fenomeni di dieresi e sineresi, dialefe e sinalefe. Per questo mo- della ballata “Jaufré Rudel”, in Rime e ritmi di Giosuè ➔ Car-
tivo, anziché di sillabe è preferibile parlare di posizioni metri- ducci). Adottato una volta da Dante (nella ➔ ballata «I’ vídi^a
che. È anche indispensabile verificare il sussistere di uno voi, dónna portáre»: Rime X), è diffuso in combinazioni ani-
schema accentuativo (ritmico). L’ultima sillaba (posizione) to- sosillabiche con l’ottonario (tanto che si parla anche di otto-no-
nica del verso ne determina la natura e la denominazione. venario) nella poesia giullaresca o religiosa (per es. in Iacopone
A differenza di quanto accade nella versificazione francese, da Todi): in questi casi il secondo accento è in prevalenza di
a dominanza ossitona (per cui un verso recante l’ultima tonica 4ª, e viene a corrispondere all’accento di 3ª dell’ottonario (per
in decima posizione è detto décasyllabe), nella versificazione ita- cui, a proposito della sillaba iniziale di questo tipo di novenari,
liana, in prevalenza parossitona (piana), la denominazione del si parla di anacrusi). Sia nello schema canonico sia in altre va-
verso dipende sempre dal numero dell’ultima tonica, ma au- rianti è verso frequentato da Giovanni ➔ Pascoli.
mentato di un’unità (per cui un verso recante l’ultima tonica in L’ottonario prevede l’ultima tonica in 7ª posizione. Lo
decima posizione è detto endecasillabo). L’identità del verso non schema 3ª 7ª è quello prevalente. È usato sporadicamente nella
varia in funzione del numero di eventuali sillabe atone succes- lirica antica, e dopo Dante e Petrarca solo nella poesia religiosa
sive all’ultima tonica. Un verso accentato sulla decima e ter- o nella poesia per musica, anche profana (in particolare, nella
minante in parola tronca (ossitona) è un endecasillabo tronco, forma di ballata tre-quattrocentesca nota come barzelletta).
così come un verso accentato sulla decima e terminante in pa- Torna in auge nell’ode-canzonetta e nella ballata romantica
rola sdrucciola (proparossitona) è un endecasillabo sdrucciolo. dell’Ottocento. Raro è il doppio ottonario (sperimentato da
La denominazione fa cioè riferimento alla forma piana (di gran Carducci).

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vezzeggiativi

Il ➔ settenario prevede l’ultima tonica in 6ª posizione.


Con l’endecasillabo, e spesso in combinazione con questo (così
nella canzone e nella ballata), è il verso più diffuso della tra- vezzeggiativi
dizione lirica. Richiede di norma un altro accento, in posizione
libera (ma eccezionale è l’accento di 5ª). Il doppio settenario 1. Definizione
(anche in varianti anisosillabiche) rende in antico l’alessandrino
francese, ed è adottato prevalentemente in testi didattici. Dal I vezzeggiativi sono alterati (➔ alterazione) che hanno un si-
Sei-Settecento torna in auge nella versificazione teatrale, come gnificato attenuativo con forte componente affettiva. Attra-
nuova importazione dell’alexandrin di tradizione ‘classica’; in verso il vezzeggiativo il parlante vuole in genere esprimere la
questa forma, che comporta due emistichi piani con dialefe ob- propria vicinanza (emotiva o fisica) al denotato dell’alterato o
bligatoria e schema a distici baciati, prende il nome di martel- dell’atto linguistico in cui questo è usato.
liano (dal tragediografo Pier Iacopo Martello). Lo riprende L’effetto vezzeggiativo è connesso con la dimensione prag-
Carducci nella ballata romantica “Su i campi di Marengo”, in matica (cfr. Dressler & Merlini Barbaresi 1994), come mette
Rime nuove («Su i cámpi di Maréngo bátte la lúna; fósco / tra in evidenza l’esempio seguente (tratto, come tutti i successivi,
la Bórmida^e^il Tánaro s’ágita^e múgge^un bósco»). da Internet):
Il senario prevede l’ultima tonica in 5ª posizione. Poco dif-
fuso, nella versificazione pascoliana reca accenti di 2ª 5ª, e (1) io adesso sono a lavoro e sto aspettando le 23 per andare
spesso si combina con il novenario. Il doppio senario, prediletto dal mio maritino per farmi fare e fargli due coccoline
dalla poesia romantica per il suo andamento fortemente rit- I diminutivi di questa frase non possono essere interpretati
mico, è il metro del primo coro dell’Adelchi di Manzoni: «Da- nel loro valore referenziale («di dimensione ridotta»), ma vo-
gli^átrii muscósi, dai Fóri cadénti». gliono esprimere l’atteggiamento del parlante rispetto sia al de-
Il quinario prevede l’ultima tonica in 4ª posizione. Liberi notato (il maritino) che alla situazione prospettata. Gli alterati
gli altri accenti. Adottato nella lirica antica (una volta anche da sembrano predisposti per essere impiegati in questa dimensione
Dante), è usato nella tradizione dell’ode-canzonetta (per es., ne pragmatica in quanto dotati di «un valore pragmatico autonomo
La melanconia di Ippolito Pindemonte: «Melanconía, / nínfa “fittizio”, che nei diminutivi dà luogo a un carattere più speci-
gentíle, / la víta mía / conségno^a té»). Il doppio quinario si di- fico “non-serio”, mediato dal tratto semantico “non-impor-
stingue dal decasillabo per la regolarità dell’accento di 4ª e della tante”, variante di “piccolo”» (Merlini Barbaresi 2004: 279).
distinzione dei due emistichi. È presente nella versificazione Per questi motivi, non appaiono adeguati in situazioni se-
laudistica di Iacopone, con alterazioni anisosillabiche; è poi rie, ad es. nell’esercizio di ruoli ufficiali risulterebbe del tutto
adottato nella poesia melodrammatica e per musica settecen- inaccettabile io prendo te come adorato maritino. Per contro:
tesca, nella ballata romantica e spesso da Pascoli (“Le ciara-
sono di uso privilegiato a esprimere ludicità, scherzosità,
melle”, “Passeri a sera”, “L’ora di Barga”).
ironia, leggerezza, scarsa responsabilità, understatement,
Il quadrisillabo prevede l’ultima tonica in 3ª posizione. È
attenuazione ecc., cioè significati legati all’atteggia-
usato in combinazione con altri versi: per es. con l’ottonario
mento del parlante piuttosto che alla semantica delle
nella tradizione dell’ode-canzonetta.
basi e dei suffissi (Merlini Barbaresi 2004: 280).
Il trisillabo prevede l’ultima tonica in 2ª posizione. Usato
di rado (per Dante può essere parte di un endecasillabo, se in-
dividuato da rima interna), è applicato da Pascoli in combina-
zione con il senario e con il novenario. 2. Ambiti e funzioni

Alterati con effetto vezzeggiativo sono molto diffusi in situa-


3. Versi e rime zioni comunicative in cui siano coinvolti bambini (➔ BABY
TALK). Va da sé che, come i diminutivi (➔ diminutivo) possono
Le forme metriche della versificazione regolare si adeguano a avere effetti vezzeggiativi, così possono anche essere impiegati
norme relative alla scelta dei versi e allo schema delle rime, per indicare una ‘diminuzione’ in senso stretto, come maritino
dando vita, eventualmente, a strofe. Le principali modalità di nell’esempio seguente:
combinazione dei versi secondo la ➔ rima sono le seguenti.
(2) quante donne preferirebbero questo destino, al posto di
Si ha rima baciata (o accoppiata) nello schema AABB (ti-
dover sopportare un maritino diventato col tempo
pico, per es., dei distici monorimi di alcune forme didattiche
flemmatico, noioso, disinteressato alla propria femminilità
o narrative). In alcune forme strofiche la rima baciata (che può
dirsi continuata) si prolunga per l’estensione della strofe: come D’altro canto, anche gli accrescitivi (➔ accrescitivo) e
nelle quartine monorime di doppi settenari, o alessandrini. addirittura i peggiorativi (➔ peggiorativo) possono condivi-
Si ha rima alternata (o alterna) nello schema ABAB che, ri- dere la dimensione ludica e venire quindi reinterpretati con ef-
petuto, dà vita alla cosiddetta ottava siciliana e a una delle fetto vezzeggiativo, come negli esempi seguenti:
forme dell’ottava del ➔ sonetto (tre distici a rima alterna più
(3) a. vorrei portare il mio maritone in vacanza a giugno
un distico a rima baciata generano invece la strofe dell’➔ottava
per il suo compleanno
rima).
b. complimenti, bellissimo orto! Nemmeno il mio
Si ha rima incrociata (o abbracciata, o chiusa) nello schema
maritastro ortolano indefesso potrebbe trovare da
ABBA che, ripetuto, dà vita alla forma più diffusa dell’ottava
ridire!!!
del sonetto.
Si ha rima incatenata nello schema ABA BCB CDC …
della ➔ terza rima; rime replicate (per es. ABC ABC) ovvero
invertite o retrogradate (per es. ABC CBA) si hanno in alcuni 3. Suffissi
schemi dei piedi di canzone o nelle terzine del sonetto.
Combinazioni variamente elaborate di queste figure si ri- Date queste ampie possibilità, non stupisce osservare che lo sci-
scontrano nelle strofi o stanze dei componimenti della tradi- volamento semantico verso la dimensione morfopragmatica vez-
zione lirica più alta, la canzone e la ballata. zeggiativa è disponibile praticamente con tutti i suffissi alterativi.
Claudio Ciociola In particolare, effetti vezzeggiativi si ottengono spesso attraverso
il cumulo di ➔ suffissi (vecchi-ett-ina, cucin-ett-ina, gamb-ott-one)
Studi o di interfissi (top-ol-one, test-ol-ina, libr-ic-ino; ➔ infissi), che
Beltrami, Pietro G. (20024), La metrica italiana, Bologna, il Mulino (1a
ed. 1991). sono fenomeni tipici dell’alterazione in italiano.
Menichetti, Aldo (1993), Metrica italiana. Fondamenti metrici, proso- Un valore tipicamente attenuativo-vezzeggiativo presenta
dia, rima, Padova, Antenore. un suffisso come -uccio con la sua variante meridionale -uzzo,
Segre, Cesare & Ossola, Carlo (dir.) (1999), Antologia della poesia ita- spesso usata negli ipocoristici (diminutivi di nomi di persona:
liana. Torino, Einaudi, 1999-2003, 8 voll., vol. 1° (Duecento). Santuzza, Maruzzella; ➔ antroponimi), che è tuttavia di uso

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