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Carlo Capodagli IV GL

Orlando Furioso

ES 2 pag. 470 Nel canto primo Angelica in un primo momento fugge dalla selva ma in seguito si rifugia proprio in essa. Quando la selva viene vista come minaccia il lessico utilizzato e gli stessi aggettivi assumono

un tono cupo. Alcuni aggettivi utilizzati per indicare la selva sono per esempio spaventosa scura.

Poi si parla di luoghi inabitati, di paura. Quando invece la selva viene vista come rifugio il lessico cambia completamente: non si parla più di selva bensì di un “boschetto che muove la fresca aura” Vengono utilizzati aggettivi come “chiara”, a “dolce”, “lenta"; che cambiano in modo positivo le immagini che percepisce il lettore.

ES 3 pag. 470

Il cavaliere Sacripante e tormentato da un forte dubbio: la donna da lui tanto amata potrebbe essere

di altri. Disperato e in lacrime nei pressi di un ruscello, non riesce a darsi pace sapendo di aver

ricevuto da parte di Angelica solamente qualche sguardo mentre altri hanno ricevuto la sua verginita. Egli paragona la vergine ad una rosa, ammirata da tutti per la sua immensa grazia e bellezza, finche riposa sola e al sicuro sul rovo; non appena viene strappata dal proprio cespuglio, questa non e più fonte di ammirazione per i suoi amanti. Perde il suo valore e tutto cio che gli rimane e l’amore che nutre colui al quale ha donato la propria verginita. Sacripante scongiura dunque contro la fortuna, a suo dire crudele ed ingrata; dal momento che lo lascia morire di stenti mentre gli altri possono godere della sua amata. Egli desidera morire piuttosto che prolungare il dolore causato dal suo amore non corrisposto per Angelica.

Nel canto decimo Ruggiero, desideroso di poter godere dell’amata Angelica, si precipita sull’isola

di Ebuda, dove la fanciulla si trova incatenata in balia di un' orca. Il cavaliere, cavalcando

l’Ippogrifo, sfrutta il magico scudo appartenuto al mago Atlante e riesce a tramortire la feroce creatura. Approfittando della situazione Ruggiero si accinge a liberare dalle catene la fanciulla e le

fa dono di un anello incantato, in grado di rendere invisibili. Tuttavia Angelica, mentre il paladino si

stava spogliando per poter finalmente consumare il suo amore con lei, indossa l’anello e fugge via. Nonostante Ruggiero abbia coraggiosamente attraversato il mare in sella all’Ippogrifo e si sia

confrontato con quella mostruosa creatura, Angelica e stata capace di beffarsi di lui.

ES 3 pag. 483 La pazzia di Orlando Mentre Orlando sta affrontando in duello il saraceno Mandricardo, il cavallo di quest’ultimo, imbizzarritosi, fugge nella foresta, costringendo Orlando ad inseguirlo per due giorni. Facendo cio giunge in uno spiazzo ricco di alberi sui quali vede incisi i nomi di Angelica e Medoro intrecciati insieme. Orlando cerca di ingannare se stesso per non cadere nella disperazione: si sforza di credere

che sia un’altra Angelica o che Medoro sia il soprannome datogli da lei. Errando, in preda al rifiuto

di accettare la realta, giunge all’entrata della grotta, dove Medoro ha inciso l’epigramma del suo

amore per Angelica: scritto in arabo, lingua che Orlando conosce; lo legge più volte fino a crollare. Ritorna in sé e pensa che qualcuno vuole infamare Angelica, imitando bene la sua grafia. Orlando giunge alla capanna del pastore che aveva ospitato Medoro ferito e Angelica, e anche qui le pareti sono piene di scritte. Il pastore, vedendolo triste, gli narra una bella storia d’amore, quella di Angelica e Medoro. A questo punto non e più possibile tenere lontana la verita e Orlando, raggiunta una parte di bosco solitaria, grida e urla, manifestando il suo dolore. Tutta la notte cammina nel bosco e all’alba si ritrova all’epigramma di Medoro: sguaina la spada, taglia gli alberi, getta terra nella fonte, fino che, stanco e afflitto, cade sull’erba, dove rimane fermo senza cibo e senza dormire per 3 giorni. Il quarto giorno, agitato dalla pazzia, si leva l’armatura, e nudo comincia la sua furia

Carlo Capodagli IV GL

distruttrice, i pastori che hanno sentito tutto vanno a vedere cosa e successo. Levandosi la sua armatura Orlando perde anche la propria identità sociale. Ma qui Ariosto interrompe la narrazione per non infastidire il lettore a causa della lunghezza. Chi si accorge di essere immerso nell’amore, cerchi di non lasciarsi prendere totalmente, perché cio porta alla pazzia in quanto l’amore e come una selva, in cui molti si perdono. I pastori vedono Orlando furioso, cercano di fuggire, ma vengono brutalmente uccisi, così come le greggi e la gente che aveva cercato di fermarlo con armi per evitare che distruggesse le loro abitazioni. La pazzia di Orlando, siamo al canto ventitreesimo, e l’episodio centrale del poema come suggerisce la sua collocazione a meta dell’opera. Nel pensiero rinascimentale la follia svolge un ruolo analogo a quello che in campo politico veniva attribuito alla Fortuna. Ad essa Erasmo da Rotterdam dedico “L'elogio della follia”. La pazzia di Orlando non e giustificata perche e una pazzia antierasmiana, avrebbe dovuto controllarsi e invece si e fatto prendere dalle passioni, si e lasciato andare e invece in un ambiente di Rinascimento dove la centralita e l'ordine, in un ambiente dove l'ordine matematico e le idee di eleganza prevalgono, non e ammissibile perdere il controllo di sé stessi. Il significato della pazzia di Orlando sta nel fatto che a volte si puo perdere il controllo, perche l'amore e una passione troppo grande per farla rientrare nei canoni rinascimentali; il cercare di trattenersi sempre e una cosa inutile.

ES 2 pag.491

La pazzia di Orlando e il centro strutturale e ideologico del poema al quale, significativamente, da il titolo. Quello della follia e un tema di enorme importanza nella cultura rinascimentale, perche si lega alla scoperta della presenza ineliminabile dell'irrazionale nella vita e nella storia. La sua origine e spesso da ricercare nell'amore, causa di tutte le passioni dei personaggi come ira, gelosia, risulta il motore di tutta la vicenda. Ariosto interpreta l'amore come una forza irrazionale e del tutto incontrollabile che permette agli uomini di non controllare il proprio essere. Nel trentaquattresimo canto Astolfo, mentre si trova sulla Luna alla ricerca del senno di Orlando, incontra tutte le cose che sono state perse sulla Terra, sotto forma di oggetti simbolici: ad esempio il senno e presente sulla Luna, sotto forma di liquido volatile racchiuso in ampolle. Attraverso questa esaustiva rappresentazione metaforica di tutti i valori, i sentimenti e le qualita umane Ariosto tenta di spiegare quanto siano vani i propositi umani poiché destinati a sparire. Solamente la follia non si trova sulla Luna in quanto essa si trova tutta sulla Terra e non si allontana mai dagli uomini.