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ORATORIA

Origini:

Il fascino della parola ha sempre attratto i Greci (si ricordi che nell’Iliade si sottolinea come
Odisseo, pur essendo meno impotente di Menelao nell’aspetto, domini su tutti con la sua
straordinaria eloquenza, Iliade III, 216-224). Atene, a partire dal V secolo a.C., dopo il felice esito
delle guerre persiane e il rinforzarsi delle istituzioni democratiche, divenne teatro di dibattiti
pubblici, scontri verbali tra i personaggi politici e controversie giudiziarie: ogni cittadino era
chiamato a partecipare alla vita pubblica. L’arte del parlar bene, l’oratoria, corrisponde alla retorica,
la disciplina che studia le regole per elaborare un discorso efficace. La prima sistematizzazione
teorica risale a Corace e Tisia (le loro attività si svolsero contro i tiranni Dinomenidi nel 465 a.C.),
altri la attribuiscono ad Empedocle di Agrigento (attività contro Trasideo da Agrigento nel 471
a.C.). Ad Atene un impulso venne dato dalla sofistica. Non esistono manuali di retorica perché essa
era più pratica che teorica (l’unico sarà la Retorica di Aristotele).

Corace e Tisia:

Corace e Tisia vissero a Siracusa ai tempi del tiranno Gerone I e vengono considerati i fondatori
della retorica greca antica, nonostante Aristotele la attribuisca ad Empedocle nella Retorica.
Secondo alcuni studiosi essi erano personaggi di fantastia, secondo altri la stessa persona, descritti
in un frammento: Tisia, il Corvo (in greco antico Κόραξ significa “corvo”).

Vi è una storia apocrifa su come Tisia cercò di ingannare il suo maestro Corace è stata tramandata
nelle introduzioni di vari trattati di retorica. Secondo questa leggenda, Tisia convinse Corace a non
pagare la tassa per gli insegnamenti ricevuti finché non avesse vinto la sua prima causa legale: per
questo motivo Tisia evitò accuratamente di recarsi in tribunale. A seguito di ciò, Corace citò in
giudizio Tisia, argomentando che se Corace avesse vinto la causa sarebbe stato pagato, altrimenti
nel caso in cui Tisia avesse avuto ragione, avrebbe dovuto onorare l'accordo originale pagando la
tassa in quanto avrebbe così vinto la sua prima causa. Altre versioni di questo racconto aggiungono
la risposta di Tisia che, nel caso avesse perso la causa avrebbe comunque potuto evitare di pagare la
tassa per l'accordo privato stipulato precedentemente e, nel caso avesse vinto, non sarebbe incorso
in nessun pagamento in quanto avrebbe ricevuto il pagamento per la vittoria in tribunale. A questo
punto, il giudice cacciò entrambi dal tribunale, sottolineando "κακοῦ κόρακος κακὸν ᾠόν" ("Da una
cattiva cornacchia, un uovo cattivo", equivalente di "tale padre, tale figlio"); la frase è stata
tramandata dalla Suda.
I tre generi:

Aristotele le divide in:

1. Oratoria giudiziaria: orazioni, dette sinegorie, pronunciate in tribunale sia in attacco che in
difesa o come intervento di terzi (sinegoria); lo schema è ricorrente e comune
2. Oratoria deliberativa o simboleutica: orazioni, dette demegorie, pronunciate in assemblea
al fine di sostenere le proprie posizioni politiche; a volte improvvisate
3. Oratoria epidittica o dimostrativa: orazioni pronunciate in occasioni cerimoniali per
celebrare eventi o persone; non hanno ricaduta pubblica immediata; palestra per esercitarsi

I filologi alessandrini Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia (o meno probabilmente il


retore Cecilio di Calatte) elaborarono il Canone (detto Canone alessandrino) dei dieci oratori
migliori. Essi sono:

1. Antifonte, il primo di cui i discorsi siano stati pubblicati


2. Andocide, un oratore "dilettante" in quanto i suoi discorsi riguardano la sua vita
3. Lisia, specialista in cause giudiziarie
4. Isocrate, logografo e poi insegnante di retorica in una scuola da cui uscirono oratori e storici
di grande valore
5. Iseo, specialista in questioni riguardanti le eredità
6. Eschine, avversario di Demostene
7. Licurgo di Atene, avversario di Filippo II di Macedonia
8. Demostene, che usò la cui eloquenza a sostegno delle sue convinzioni politiche
9. Iperide, avversario di Filippo II di Macedonia, come Demostene
10. Dinarco, logografo filomacedone

Struttura dell’orazione giudiziaria:

1. Introduzione o exordium o προοιμον


2. Narrazione o narratio o διηγησις
3. Discussione e presantazione di prove e testimoni o argumentatio o επιδειξις
4. Perorazione o peroratio o επιλογος
LISIA

Biografia:

Nasce ad Atene intorno al 445 a.C., dopo il trasferimento della famiglia da Siracusa. Il padre,
Cefalo, è un ricco meteco amico di Pericle. Egli si trasferisce intorno al 430 a.C. a Turii 1, dove
ottiene la cittadinanza (si ricordi che ad Atene, in quanto meteco, ossia straniero, non poteva né
ottenere la cittadinanza né votare) e un pezzo di terra. Rientrato ad Atene in seguito alla spedizione
in Sicilia (415-413 a.C.), cominciò a dare lezioni di retorica. Nel 404/403 a.C., sotto il regime dei
Trenta, finiscono in proscrizione Lisia e il fratello Polemarco. Lisia fugge a Megara, dopo la
restaurazione democratica torno ad Atene ed inizia la carriera di logografo. Muore tra il 368 e il
361 a.C.

Le fonti principali della biografia lisiana provengono da uno scritto di Dionigi di Alicarnasso (De
Lysia). Altre informazioni ci giungono attraverso il trattato Vite dei dieci oratori (parr. 835c-836d),
incluso nel corpus plutarcheo, ma ritenuto apocrifo. Inoltre, le orazioni Contro Eratostene e Contro
Ippoterse forniscono altri dati biografici, mentre la Repubblica ed il Fedro di Platone ci informano
sulla famiglia dell'oratore.

Logografi:

La logografia era nella Grecia Antica l’arte di scrivere i discorsi per terze persone, a pagamento.
Molti retori fecero anche i logografi, si ricordino Iseo, Lisia, Isocrate, Demostene e Tisia. Ciò
accadeva perché nella Grecia Antica, in città come ad esempio Atene, la legge permetteva ai
cittadini di difendersi da soli, ma escludeva gli oratori stranieri (i meteci, appunto; Lisia poteva
solamente scrivere i discorsi, non declamarli, tranne per la Contro Eratostene e forse la Contro
Ippoterse). Alcidamante, un sofista minore, allievo di Gorgia, ma anche oratore (pervenuteci Sui
sofisti, orazione contro Isocrate, e Odisseo, orazione che vedeva Odisseo accusare Palemene di
tradimento; quest’ultima è probabilmente spuria), scriverà un trattato in merito: Su coloro che
fabbricano discorsi scritti, in cui si rivendicava quanto fosse più efficace un discorso scritto
piuttosto di uno improvvisato.

N.B. Da non confondere con i logografi storici. Sono detti “logografi” tutti coloro che hanno scritto
indagini geografiche, etnografiche e genealogiche prima di Erodoto, considerato il primo storico del
mondo occidentale. Si ricordi Ecateo di Mileto.
1
Turii (Θούριοι) fu una città della Magna Grecia, situata nelle vicinanze dell'antica Sybaris, odierna Sibari in Calabria,
nell'odierno territorio di Corigliano Calabro ovvero, più probabilmente, pressoché sullo stesso sito, sulla costa
occidentale del Golfo di Taranto. Fu di fatto l'unica fondazione realizzata da Atene nel Mediterraneo occidentale.
Orazioni:

Tramandate 34 orazioni, più un centinaio di frammenti; la tradizione antica gliene assegna 425,
molte spurie perché sotto il nome di Lisia i logografi guadagnavano di più. Il Corpus Lysiacum
contiene orazioni giudiziarie, epidittiche e deliberatorie. È difficile stabilire l’autenticità di ogni
orazione. L’unica orazione sicuramente pronunciata è la Contro Eratostene, pronunciata
direttamente da Lisia contro l’omicida del fratello.

Le principali:

 Contro Eratostene (Corpus Lysiacum, XII): è l'orazione pronunciata personalmente da Lisia


in tribunale per la morte del fratello Polemarco e la restituzione del patrimonio.
 Per Mantiteo (XVI): un certo Mantiteo si difende dall'accusa di aver prestato servizio
militare presso il corpo dei cavalieri, sostenendo la curiosa tesi di essere stato iscritto
illegalmente a sua insaputa nella classe equestre.
 Contro Ippoterse: è probabilmente l'altra orazione che fu pronunciata personalmente
dall'autore.
 Contro Simone (III): un vecchio cittadino si discolpa da una denuncia sportagli per aver
furiosamente litigato e fatto a pugni con il querelante suo acceso rivale nell'amore verso un
ragazzo.
 Per l'olivo sacro (VII): quest'orazione riguarda un'accusa di empietà. Un piccolo
proprietario terriero è incolpato di aver sradicato un olivo sacro dal proprio terreno.
Quest'orazione è nota anche con il nome di Areopagitico, che deriva dal nome del tribunale nel
quale fu pronunciata.
 Per l'invalido (XXIV): Atene, (forse) 403 a.C.: la polis prevedeva sussidi di invalidità per
chi aveva un reddito minore a 3 mine. Il personaggio è invalido, ma non si sa quale sia
l'invalidità. Il sussidio gli viene tolto, poiché considerato benestante, dunque l'invalido si affida a
Lisia, che scrive quest'orazione da proclamare davanti ai 500 consiglieri della boulè. Rimane un
mistero come questa persona povera abbia potuto pagare Lisia. Da alcuni considerata un
esercizio retorico.
 Per l'uccisione di Eratostene (I): è l'orazione difensiva di un processo per omicidio.
Eufileto, marito tradito, deve dimostrare che ha ucciso l'amante di sua moglie, Eratostene, in
nome della legge dell'omicidio legittimo (φόνος δίκαιος) e che non ha premeditato la morte,
come sostengono gli accusatori e parenti del morto.
Processi e strategie dell’arringa:

Non vi erano giudici e avvocati di professione, Solo il logografo era il professionista vero e proprio.
Il processo era una specie di agone retorico. Lisia non è esperto di giurisprudenza, né tantomeno di
argomentazioni tecniche. L’importante all’interno di un processo è convincere i giudici, non
dimostrare il reale andamento delle cose. La bravura del logografo sta nel trovare il nodo tra la
verità e la verosimiglianza, tra ἀλήθεια ed εικος.

Tra le tecniche lisiane, si ricordino:

 il discorso di parte: il reale è secondario; bisogna solo vincere il processo


 la logica dell’εικος: sostituire il probabile al reale per stupire l’uditorio; la ricostruzione
fittizia richiede maestria (Platone rimprovera Lisia per la mancata focalizzazione dei termini
della questione giudiziaria)
 argomentazione ατεχνος: artistica rielaborazione non tecnica dei fatti, delle azioni e delle
situazioni per la vittoria
 finalità pragmatica
 ηθοποιια: ritratto positivo del cliente per i bisogni dell’orazione
 διαβολη: ritratto negativo dell’avversario per i bisogni dell’orazione
 uditorio richiamato costantemente

Tra i procedimenti argomentativi lisiani, si ricordino:

 elemento dell’εικος
 mancata azione dell’avversario
 generalizzazione delle azioni
 riserva di credibilità
 argomentazioni extra causam
 antitesi
 ragionamenti antimimetici2

Lingua e stile:

Uso del dialetto attico per sobrietà e chiarezza espositive. Adotta la strategia dell’etopea per la
costruzione dei tratti psicologici sobri e morali dei personaggi. Ricostruiva ex novo i protagonisti
2
Forma di sillogismo più comune, ossia quella comparativa: “se succede questo, o è successo questo, anche ora, che la
situazione è più grave ecc…”
secondo le esigenze del processo. Lo stile, ammirato da Cicerone e Quintiliano, è apparentemente
semplice: pochissime le forme poetiche e retoriche, espressioni colloquiali; tratti essenziali sono la
σαφηνεια (chiarezza) e la συντομια (coincisione). Unici artefici utilizzati sono l’iperbato, le
interrogative retoriche, le amplificazioni e i rilievi lessicali, per dare un effetto di dignità.
ISOCRATE

Assiste all’apogeo e alla decadenza di Atene e alla definitiva entrata in scena della Macedonia.
Cerca di fare tesoro della gloriosa esperienza di Atene per renderla utilizzabile in futuro. Nasce
l’idea del primato culturale del popolo greco (rappresentato da Atene) e quello del primato
educativo della parola.

Biografia e carriera:

Nasce nel 436 a.C. nel demo di Erchia. Figlio di Teodoro, proprietario di una fabbrica di flauti,
riceve un’istruzione eccellente. La crisi lo costringe a diventare logografo. Compone sei orazioni
giudiziarie prima del 390 a.C. In quell’anno apre la sua scuola di retorica (tra i suoi principali
allievi, si ricordano gli oratori Cefisodoro, Iseo, Iperide e Licurgo, gli storici Teopompo di Chio
ed Eforo di Cuma, il poeta tragico Teodette, il politico Timoteo). Pubblica come manifesto
ideologico Contro i sofisti. Tra il 390 e il 380 a.C. scrive delle orazioni ad uso interno della scuola
(Busiride ed Elena). Non partecipa direttamente alla vita politica, ma indirettamente: scrive discorsi
politici come il Panegirico (380 a.C., in cui sono presenti la fiducia nel prima di Atene, il dovere
morale di stringere a sé gli Stati greci contro i Persiani) o il Plataico (tra il 373 e il 371 a.C., una
supplica per Sparta a fermare Tebe). Si dedica a riflessioni sui principi etici e politici alla base di un
governo illuminato: nascono così i Discorsi Ciprioti, indirizzati alla causa reale di Cipro: carattere
precettistico, morale, che ruota intorno a concetti di saggezza e moderazione; un buon re dovrebbe
assumere in sé le caratteristiche migliori dei tre governi del λογος τριπολιτικος (monarchia,
aristocrazia, democrazia). Nel 365 a.C. ritorma a rivolgersi agli spartani con l’Archidamo al fine di
convincerli a rifiutare la pace con Tebe. Nel 357 a.C. scoppia la guerra sociale e lui scrive
l’Areopagitico, che contiene la proposta di un ritorno alla πατριος πολιτεια, un utopistico ritorno
alle vecchie prerogative dell’Areopago come antidoto alla crisi morale. Condanna l’imperialismo
nel discorso Sulla Pace (355 a.C.). Nei dieci anni successivi matura una netta disillusione sulla
capacità di Atene di farsi guida della coalizione greca. Ormai l’età delle πολεις è tramontata e la
storia è mossa da singole personalità. Si rivolge nel 346 a.C. a Filippo II di Macedonia,
sottolineando il crollo del sogno panellenico a causa della colpevole condotta di Atene. Nel 339 a.C.
pubblica il Panotenoico, autodifesa alle accuse filomacedoni, elogio funebre della passata gloria di
Atene e testamento politico. Ripercorre il ruolo della πολις nelle lotte ai persiani, la moderazione
degli antenati, la bontà della democrazia e il primato culturale ateniese. Poi, in un dialogo in stile
platonico con un allievo spartano, appone alla propria carriera il sigillo dell’educatore. Nel 338
a.C. la Grecia cade in possesso di Filippo di Macedonia, dopo la battaglia di Cheronea e Isocrate
muore di vecchiaia; una leggenda dice che egli si sia lasciato morire di fame a causa della fine della
libertà ellenica.

Metodo di lavoro e formazione del corpus:

Il corpus isocrateo, così come ci viene tramandato dalla tradizione, riporta oltre 60 titoli di orazioni
- la metà delle quali spuria. Al giorno d'oggi, sopravvivono solo 21 orazioni, delle quali

1. 6 appartengono al genere giudiziario (le orazioni XVI-XXI)

2. 14 sono di genere epidittico (in ordine di datazione):

1. Contro i Sofisti (390 a.C.)

2. Encomio di Elena (successiva al 390 a.C. circa)

3. Busiride (successiva al 390 a.C. circa)

4. Panegirico (380 a.C.)

5. Plataico (371 a.C.)

6. Evagora (tra il 370 e il 364 a.C.)

7. Nicocle (368 a.C.)

8. A Nicocle (370 a.C.)

9. Archidamo (364 a.C.)

10. Areopagitico (357 a.C)

11. Sulla pace (355 a.C.)

12. Antidosi (di poco successivo al 354 a.C.)

13. Filippo (346 a.C.)

14. Panatenaico (339 a.C.)

3. infine, lo scritto A Demonico è riconosciuto spurio

Presenti, inoltre, nove epistole, alcune sicuramente spurie

Principale esponente dell’oratoria epidittica. Era più retore che oratore: scriveva i discorsi, non li
recitava personalmente. È tramite la scrittura che avveniva il suo labor limae, mentre tramite la
lettura il suo pubblico colto accedeva alle orazioni. La scuola ha influenzato molto sul tipo e sui
temi delle orazioni. Le nove epistole rivestono il ruolo di presentare la stima che Isocrate aveva per
i destinatari. Vengono ripresi dei topoi ben precisi con insistenza, come un repertorio con dei
materiali già pronti; questa pratica venne considerata artificiosa da Alcidamante e smascherata da
Speusippo.

Confronti con l’Accedemia platonica:

Con Platone, nonostante la diversità di punti di vista, Isocrate condivideva alcune concezioni:

 Coltivavano entrambi una profonda ammirazione per Socrate, ma fastidio per i Sofisti, che
ritenevano si vendessero per denaro;

 Erano convinti che la παιδεια di base fosse quella dell'etica sociale;

 Nutrivano sfiducia nella democrazia ateniese, sulla base degli esiti da essa conseguiti alla
fine del V secolo a.C.;

 Mostravano uno spiccato interesse per la forma scritta e per lo stile;

 Programmavano di insegnare filosofia e proporre idee.

Isocrate riteneva, però, che l’Accademia Platonica insegnasse ai suoi allievi la ricerca della
conoscenza puntuale di "cose" inutili (Platone era orientato in sostanza verso l'epistemologia, la
ricerca dell'επιστημη collegata alla conoscenza scientifica), mentre lo stesso retore ricercava la
conoscenza relativa, l'opinione, la δόξα, in sostanza, di "cose" utili. Non a caso la scuola di Isocrate
ha prodotto la classe dirigente ateniese del quarto secolo. Isocrate si riteneva un vero filosofo, ma
veniva disprezzato in quanto ritenuto ricercatore di opinioni.

L’ideologia di una cultura “politica”:

Eredita la concezione di λογος come strumento di intervento sulla realtà dai sofisti e recupera da un
passato presofistico la convinzione che tale valore si traduca solo alla luce dell’etica nella prassi. La
parola è la sede e il veicolo di un’educazione politica. Si oppone agli aristici per la loro amoralità e
ai socratici per la fede nell’επιστημη, troppo astratta. Il ruolo dell’educatore non è quello di
insegnare una tecnica, ma di far progredire l’allievo plasmandolo in senso etico. Il fine ultimo della
παιδεια retorica è la capacità di deliberare su ciò che è più utile o necessario in base alle
circostanze mediante il possesso di una retta opinione sulla verità: coniugare il massimo della
correttezza etica con il massimo dell’efficacia pratica. Il binomio αληθεια – δοξα è un ossimoro sia
per i sofisti sia per Platone, i primi preferendo l’opinione, il secondo la verità filosofica. Isocrate
afferma che il vero filosofo e la vera filosofia sono lui e la sua idea di παιδεια. Difende i propri
ideali nel discorso Sull’antidosi, che prende una piaga autocelebrativa: passa in rassegna tutti i temi
a lui più cari e si difente da quanti lo accusavano di aver corrotto i giovani. È la conclusione di un
percorso ideologico e biografico (aperto con Contro i sofisti), che sfida il futuro, consapevole di
aver creato qualcosa che lascerà “un ricordo (μνημειον) molto più nobile delle statue di bronzo”.

Una specie di ossessione professionale porta Isocrate a inseguire l’idea-limite di una perfezione
irraggiungibile: parlare degli argomenti più elevati come nessun altro potrebbe. È la valenza
agonistica che Atene ha conferito alla parola e il suo primato culturale. Il panellenismo presuppone
il ripristino della supremazia culturale naturale di Atene. L’ομονοια (la concordia) diviene un
concetto di cui Atene deve farsi paladina (il ruolo di capo le spetta per diritto naturale). È necessario
un nemico, il barbaro, per far svegliare lo spirito panellenico della Grecia. La Persia resterà per
sempre il nemico per antonomasia sia ai tempi di Dario e Serse, sia a quelli di Filippo (in cui la
Persia distruggeva la Grecia, fomentandola internamente). Proprio a Filippo si rivolge per provare a
trasformarlo in un greco.

Lingua e stile:

Aristotele definisce lo stile isocrateo l’esempio più chiaro di γραφικη λεξις (“stile per la
composizione scritta”). L’ossessione per la forma si concretizza in un’articolazione del pensiero in
ampi periodi, attentamente calibrati in perfetta simmetria. Il lettore deve essere persuaso tramite un
coinvolgimento logico-intellettuale. La lingua è l’attico intermedio, a metà tra il sublime e la
lingua basica.