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Gabriella Brusa Zappellini

Alba del mito Alba del mito


Preistoria dellimmaginario antico

A RCIPELAGO EDIZIONI

Gabriella Brusa Zappellini

ALBA DEL MITO


Preistoria dellimmaginario antico

Ringraziamenti

Desidero esprimere tutta la mia gratitudine al Professor Emmanuel Anati, non solo per aver indirizzato la mia ricerca verso lo studio degli elementi fondamentali della logica del linguaggio artistico delle origini, ma per la grande lezione di uno stile di pensiero rigoroso e controllato, sempre consapevole della necessit di collocare larcheologia preistorica in un orizzonte ampio, coraggioso e globale, mai dissociato dagli interrogativi sul senso dellesistenza che luomo si costantemente posto in tutti i tempi e sotto tutti i cieli. Venti anni fa il suo libro Origini dellarte e della concettualit ha cambiato la mia vita. Devo moltissimo allassidua frequentazione dei Simposi internazionali organizzati dal Centro Camuno di Studi Preistorici (Capo di Ponte - Brescia), che mi hanno offerto la possibilit di aggiornare costantemente le mie ricerche in un dibattito serrato con i maggiori studiosi mondiali di arte rupestre preistorica e tribale. Il mio ricordo commosso e affettuoso va soprattutto al Professor Antonio Beltrn, ai suoi interventi, essenziali e garbati, ai suoi incoraggiamenti quasi paterni. Ripenso con gratitudine anche alle lezione del Professor Mario Untersteiner che, a met degli anni Sessanta, fra i banchi dellUniversit degli Studi di Milano, mi hanno trasmesso lamore per la grecit, mai abbandonato. Un particolare ringraziamento allArchitetto Tiziana Cittadini, al Professor Umberto Sansoni e a tutti gli amici del Dipartimento Valcamonica del Centro Camuno di Studi Preistorici per le belle estati trascorse con loro sulle rocce istoriate insieme ai miei allievi pi cari, i brusini del Corso di Istruzione e Formazione per la tutela e la valorizzazione dei siti preistorici lombardi e nazionali (2001-2003) ai quali dedico questo mio lavoro.

Si raccolgono qui, in un unico volume, le tre sezioni: I Signori delle grotte. Parte prima (Arcipelago Edizioni, 2007), Dal regno animale al regno vegetale. Parte seconda (Arcipelago Edizioni, 2008) e Mmesis magica. Parte terza (Arcipelago Edizioni, 2007), gi pubblicate separatamente in Archeopterix dispense.

Indice

Introduzione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I SIGNORI DELLE GROTTE 1. Ibridi e chimere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2. La maschera sacra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3. Occhi di leone e corna di toro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 65 101

Parte Seconda DAL REGNO ANIMALE AL REGNO VEGETALE 1. La rivoluzione agricola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2. Miti di morte e di rinascita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3. Lantro delle meraviglie. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 187 203

Parte Terza MMESIS MAGICA 1. Morfogenesi dellarte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2. Vedere linvisibile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3. Da dove vengono le immagini. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Note ai capitoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Indice delle illustrazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 239 255 295 309 321 339

INTRODUZIONE

N ANTICO MITO australiano racconta che, agli inizi dei tempi, quando il serpente Ungud, signore del sottosuolo, e il dio del cielo Walanganda, padrone delle acque dolci, decisero di dare inizio alla creazione, lo fecero di notte in uno stato di sogno.

Cominciarono dunque lopera sognando le loro creature In tal modo, scendeva sulla terra una straordinaria energia. Walanganda faceva piovere dal cielo i propri sogni sotto forma di immagini. Ne irrorava le superfici delle rocce colorandole di rosso, bianco e nero. Cos si formarono, in quella lontana alba onirica della coscienza, le prime figure dipinte che sono i padri e le madri di tutto il vivente, grandi centri propulsori di una immensa forza cosmica (Fig. 1) (Fig. 2). Anche nella Terra del Fuoco, i cacciatori Ona raccontano un mito per certi aspetti analogo. Alle origini dei tempi, uno spirito molto potente, grigio e cornigero chiamato Hachai, era balzato fuori delle rocce. Poi si era messo a creare. a lui che dobbiamo lorigine di tutti gli uomini. La stessa fantasia ritorna, pur in forma diversa, nelle storie dei cacciatori di pantere Figura 1 dellalta valle del Chrotta. Un cacciatore ci disse scrive Leo Frobenius nella sua Storia della civilt africana che la contrada era famigerata per la presenza di molte pantere, e che le pantere vivevano nel Gebel Wodiachia. Solo pi tardi capimmo che egli aveva voluto dire che, secondo gli indigeni o gli altri cacciatori, queste bestie escono proprio dalla rupe appena sorge il sole. Dopo Figura 2

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queste notizie, osservai pi da vicino le rupi e, ricordando la conversazione, la mattina seguente, al levar del sole, volsi lo sguardo alla parete rocciosa, sul sepolcreto; vidi che proprio la punta pi alta era immersa in un fiotto di luce e nella brusca illuminazione mostrava molto chiaramente linee profondamente incise. Trovata la traccia, la parete fu esplorata senza indugio con la massima attenzione, e ci che alla prima era confuso lo ripassammo col gesso. Sulla punta dentata, illuminata per prima dal sole del mattino, erano rappresentati: un leone e, dallalto verso il basso, da una parte una serie di cinque elefanti, dallaltra un enorme elefante, una giraffa, altri elefanti, un bufalo, unantilope.1 Delle antiche incisioni, divenute col tempo sempre meno visibili, sera, dunque, persa la memoria, ma la gente del luogo aveva conservato le credenze magiche sorte intorno alle rocce. Il medesimo potere creativo delle immagini rupestri presente in un mito eschimese. Il racconto, tramandato dalle culture sciamaniche delle zone artiche, narra della vecchia delle foche. Seduta nella sua dimora buia, oltre le terre dei vivi e dei morti, questa strega tiene sempre accesa dinanzi a s una lampada di pietra che irraggia le pareti con bagliori di fuoco. In questo modo, vengono a esistere gli animali di cui ci nutriamo. Ora, queste diverse fantasie, pur lontane nello spazio e nel tempo, sembrano rimandare tutte a una pratica comune alle culture primitive, quella di incidere e colorare i ripari sotto roccia e, prima ancora, di dipingere le pareti delle caverne sotterranee. Nelle profondit cristalline delle grotte del Paleolitico superiore, branchi di cavalli selvaggi e di renne, di rinoceronti e di bisonti lanosi ci balzano incontro dalle fenditure di pietra per poi perdersi nelle bocche dombra della terra. Si tratta di apparizioni straordinarie, pulsanti di vita. Immerse nella luce di fiamma, suscitano ancora in chi le guarda, con i loro effetti chiaroscurali, un impatto illusionistico sconvolgente. Ma se ci interroghiamo sulle ragioni che hanno spinto i nostri antenati a insinuarsi nelle viscere della terra per dipingere queste immagini, non riusciamo a trovare risposte convincenti. Eppure, capire il loro significato varrebbe a comprendere il senso profondo del nostro stesso esistere. Noi siamo stati cacciatori-raccoglitori per parecchie decine di migliaia danni. Un periodo lunghissimo della nostra storia di cui ci restano, insieme ai manufatti, per lo pi litici e alle sepolture, le straordinarie testimonianze delle grotte istoriate. Possiamo avvicinare questi luoghi magici dalle stanze velate dargilla e di sottili cristalli di calcite, ai nostri templi e ai nostri santuari. Probabilmente dovevano essere punti dincontro con gli spiriti ancestrali o centri rituali di generazione e rigenerazione della vita. Certamente erano camere delle meraviglie in cui, insieme alle prime forme darte, si sono plasmate le matrici della nostra creativit e della nostra spiritualit. Ma sul loro significato possiamo avanzare solo ipotesi. Le nostre categorie concettuali sono lontane e in buona parte estranee alla mentalit delle origini. Siamo dinanzi a un linguaggio straordinario e complesso, ma manca un vocabolario che ci consenta di tradurre le emozioni estetiche in un discorso coerente e condiviso. La comparatistica etnografica pu dare certamente un aiuto, ma piuttosto relativo. I popoli che ancora dipingono e incidono le rocce allinterno dei loro rituali non possiedono manifestazioni artistiche paragonabili ai grandi dipinti parietali della Grotta Chauvet o della Grotta di Lascaux. Del resto, il teorema secondo il quale ai modi di produzione materiale dellesistenza corrispondano i modi di produzione del pensiero, molto risente di uno scenario antropologico ottocentesco oggi profondamente mutato. Lo stesso Marx riteneva, del resto, che nelle comunit primitive fossero i rapporti di parentela e le immagini mitiche del mondo a funzionare da struttura delle forme economiche di vita. Ci non toglie che alcune espressioni di arte visiva delle culture tradizionali, pensiamo, ad esempio, alle splendide immagini rupestri dei boscimani del Sudafrica, vicine sul piano sia stilistico che tematico a quelle delle grotte paleolitiche europee, possano contribuire a sciogliere lenigma. Anche talune scienze, come la psicoanalisi, sospese tra natura e cultura, potrebbero venire in soccorso. Ma con cautela. Nel periodo in cui lavorava al romanzo biblico Giuseppe e i suoi fratelli, Thomas Mann, suggestionato sia da Freud che da Kernyi, si era convinto che scendere negli abissi del tempo fosse come calarsi nei recessi dellanima. In entrambi i casi, ci si imbatte in una re-

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sistenza che ostacola la discesa e rende le tenebre del passato e la notte dellinconscio, in qualche modo, solidali. I percorsi, a un certo punto inevitabilmente si intersecano e vengono a coincidere. Al di l di questo punto stregato dello spazio e del tempo in cui linconscio e il passato mescolano le loro acque limacciose, si estendono, a perdita docchio, le regioni dellimmaginario, zone indistinte e vaghe in cui le figure dei sogni e i primi segni tracciati dalluomo sembrano assumere le forme arcane di mitiche epifanie. Ed proprio questintreccio di sogno, mito e immagine dipinta a ricorrere nelle fantasie primitive come a suggerire un senso nascosto. Joseph Campbell, nella sua monumentale ricognizione delle origini del pensiero religioso, aveva individuato diverse sorgenti del mito.2 La stessa propensione al gioco rituale, che precede e struttura la narrazione mitica, sembra affondare le sue radici in un momento assai remoto della nostra emergenza. Lo starebbe a dimostrare il comportamento di certe scimmie antropomorfe che, nella danza e nel rapimento gioioso, pare racchiudere in nuce i semi mitogenetici destinati a germogliare lungo i rami della nostra linea evolutiva. A partire dagli ominidi si potrebbero gi delineare due diverse aree cultuali: loccidente coi suoi riti dellascia e loriente coi suoi riti del fuoco. Luomo di Neanderthal avrebbe poi sviluppato queste forme embrionali di ritualit dando vita ai primi centri di elaborazione spirituale la cui diffusione andava, nel Paleolitico medio, dallAtlantico fino alle zone estremo-orientali dellEuropa. Il sopraggiungere della nostra specie avrebbe ulteriormente complicato il quadro, introducendo, insieme a nuovi modi di produzione materiale dellesistenza, quelle credenze magiche destinate a svilupparsi nelle complesse mitologie delle prime grandi civilt storiche. Ora, se e in che misura lHomo sapiens abbia effettivamente ereditato dagli ominidi che lo hanno preceduto una tradizione strutturata di riti e di culti, difficile capire. Certamente in Europa, le coppelle, le tacche, le sepolture rituali, il controllo del fuoco, luso dellocra rossa e la lavorazione delle asce a mano, prima dellarrivo della nostra specie appartenevano gi al patrimonio culturale dei Neanderthaliani; pratiche tutte destinate a permanere e a riproporsi per millenni anche dopo la loro estinzione. Di fatto, il salto qualitativo che caratterizza la nostra presenza nettissimo. Pensiamo alle prime grotte dipinte dellarea franco-cantabrica, ai felini e ai rinoceronti neri della Grotta Chauvet, allo stregone di Fumane in Italia o alle figure giallo-ocra e rosso-brune delle grotte indiane di Bhimbetka immerse nella foresta tropicale. Pensiamo agli strani animali della Grotta Apollo 11 in Namibia, agli antropo-zoomorfi della Tanzania e agli elefanti chiari, evanescenti, che sintravedono appena in molte caverne africane sotto le tracce di segni pi recenti, o alle figure oniriche dei pi antichi graffiti australiani. da queste testimonianze originarie e concrete che inizia il nostro percorso di ricostruzione dellimmaginario mitico. Le prime forme darte visiva, con il loro linguaggio per molti aspetti vicino a quello del sogno, sembrano fornire, in maniera pi decisa di altre evidenze, la chiave daccesso alle nostre dinamiche psichiche. Agli inizi degli anni Venti, Freud, prendendo implicitamente le distanze da Jung, aveva sostenuto che sono proprio le esperienze ancestrali dellIo, reiterate per millenni, a depositarsi nellEs fino a formare il patrimonio dellintera specie. Sembra dapprima che le esperienze dellIo vadano perdute per gli eredi: quando per si ripetono con sufficiente frequenza e intensit per molti individui delle successive generazioni, esse si trasformano, per cos dire, in esperienze dellEs le cui espressioni vengono consolidate attraverso la trasmissione ereditaria. In tal modo lEs, divenuto depositario di questa eredit, custodisce in s i residui di innumerevoli esistenze dellIo, e pu darsi che quando lIo crea dallEs il proprio Super-io, non faccia altro che trarre nuovamente alla superficie, facendole resuscitare configurazioni dellIo di pi antica data. 3 Esperienze che si ripetono dunque con sufficiente frequenza e intensit fino a diventare le fondamenta della nostra eredit psichica e le matrici del nostro modo di essere e di pensare. Nelle immagini delle grotte forse ancora possibile scorgere la traccia di queste antiche configurazioni, i residui di pratiche reiterate per generazioni, emotivamente cariche e destinate a plasmare le nostre dinamiche pulsionali profonde. Sappiamo che le pitture delle origini, dopo aver costituito per millenni

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gli scenari rituali dei primi cacciatori-raccoglitori paleolitici, alla fine dellultima glaciazione scomparvero quasi del tutto dallorizzonte della visibilit. Celate nelle viscere della terra, in grotte che, in molti casi, non vennero pi frequentate, queste rappresentazioni magiche sembrano per essersi duplicate nel fondo della nostra anima, alimentandosi dei nostri desideri e delle nostre fantasie per poi risalire, come fiumi carsici, in superficie, in luoghi e tempi diversi, ma con un significato probabilmente non molto lontano da quello originario. In un certo senso, come se la creativit artistica fosse riuscita a conservare intatte nei millenni le forme essenziali del substrato unitario del linguaggio figurato delle origini. La continuit sul piano dellimmagine e dello scenario mitologico scrive Eliade si mantenuta malgrado numerosi sviluppi sul piano della narrazione e malgrado sconvolgimenti sul piano dellideologia religiosa e morale. Questa continuit importante, perch proprio sforzandosi di cogliere i legami con i mondi passati della preistoria, la ricerca moderna tanto la paletnologia e la storia delle religioni che la psicologia del profondo riuscita a rinnovare la conoscenza delluomo.4 NellOttocento la linguistica ci ha insegnato a seguire la diffusione delle parole e a riconoscerne le radici. Nel secolo appena trascorso abbiamo appreso che anche i geni migrano e che la biologia molecolare pu dirci molto sugli spostamenti delle popolazioni. Oggi possiamo pensare che anche le immagini devono aver conosciuto, al di l di autonome emergenze, complesse diaspore con una propensione ad attraversare le barriere geografiche e gli steccati culturali del tutto straordinaria. La capacit delle culture preistoriche e proto-storiche di percorrere distanze immense ha dellincredibile. Ma possibile isolare le tipologie elementari dellorganizzazione dei segni e, seguendo le loro complesse vicissitudini attraverso il tempo, individuare convergenze fruttuose fra gli spostamenti dei popoli, lirradiazione delle famiglie linguistiche e le migrazioni delle forme artistiche? Il primo a parlare in modo organico e coerente del processo migratorio delle immagini stato Aby Warburg nei suoi studi sulla figura della ninfa dai capelli mossi che dal mondo antico attraversa di slancio lo scorrere dei secoli fino a giungere al Rinascimento e allEt moderna. Il debito nei suoi confronti degli studiosi delle prime forme darte dovrebbe essere infinito. Esemplari anche gli studi di Baltruaitis che evidenziano quanto il mondo antico e le culture dOriente abbiano fecondato liconografia del magico e del demoniaco dellarte medioevale dOccidente. Alle origini delle culture, nate intorno ai focolari e nei santuari naturali delle viscere della terra, troviamo figure paradigmatiche altrettanto suggestive. Le ritroviamo sui sigilli sumerici, nei templi aztechi, sui vasi greci. Le riconosciamo ancora sulle facciate delle cattedrali gotiche, nei bestiari medioevali e nelle ansie visionarie della modernit. Le civilt tramontano allorizzonte della storia, ma lasciano dietro di s una scia dimmagini che, come la coda delle comete, destinata a rivitalizzare costantemente gli elementi generativi dellimmaginario collettivo. Ma quanto tempo pu durare la vita emozionale di unimmagine? Pensiamo allo stregone danzante della Grotta di Les Trois Frres che ci guarda con i suoi occhi tondi come ocelli ipnotici. Ha lo stesso sguardo, fisso e frontale, della Gorgone che ci segue dalle antefisse dei templi arcaici, dei leoni di marmo delle fontane rinascimentali, delle maschere del teatro di Bali. La distanza abissale che separa queste figure sembra colmarsi in un continuum di carattere semantico prima ancora che grafico. I tratti antropo-zoomorfi dei pandemoni paleolitici sono destinati a scindersi nel crogiuolo delle nuove culture dei metalli. NellEt del Bronzo appare, nelle steppe eurasiatiche, leroe divinizzato (o il dio eroicizzato) ritto in piedi sul suo destriero domato. La stessa figura ricompare nelle incisioni rupestri dellEt del Ferro in Valcamonica e in Spagna, mentre nei grandi complessi figurati degli Hittiti, sulle stele e sui sigilli cilindrici delle vallate fertili del Tigri e dellEufrate gli di incedono statici e di profilo sui loro animali sacri. La bestia si sottomette al Signore, ma, al contempo, lo eleva trasportandolo fuori delle grotte sotto la volta del cielo. Ritroviamo la stessa scomposizione anche nellestremo Oriente, ma mitigata. Qui le divinit antropomorfe danzano sul loro vahana, sul loro animale-veicolo addomesticato. Quella particolare

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forma a vortice che noi chiamiamo rosa camuna, fiorisce intorno al V millennio a.C., sulle ceramiche eneolitiche delle culture danubiane, a occidente del Mar Nero, per ricomparire, nel Bronzo Finale e nellEt del Ferro, nelle incisioni rupestri del Nord Europa e del versante italiano dellarco alpino. Nello scorrere del tempo, la valenza simbolica di queste immagini ricorrenti si piega a esigenze espressive diverse. Eppure, se seguiamo le loro migrazioni, pare quasi che, al di l di ogni contaminazione storica, queste figure siano riuscite a mantenere intatte lo stesso valore di fondo che ne ha prodotto la prima emergenza. da questi archetipi figurati o aniconici , da questi radicali del linguaggio artistico che trae avvio la nostra ricerca. Siamo del tutto consapevoli che si tratta di un lavoro parziale che non pu che giungere a conclusioni provvisorie, utilizzabili forse in futuro in una prospettiva antropologica pi consolidata e ampia. Unantropologia come ha scritto Lvi-Strauss intesa nel senso pi largo, cio una conoscenza delluomo che cerca di associare diversi metodi e diverse discipline, e che ci riveler un giorno le segrete forze che muovono questospite, presente senza essere stato invitato alle nostre discussioni: lo spirito umano.