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FIGURE RETORICHE ED ALTRO

Accumulazione

L'accumulazione (dal latino tardo accumulat ǐ o - ō nis)

è una figura retorica che consiste nel mettere insieme una serie di membri o di termini linguistici accostati in modo più o meno ordinato o anche in modo caotico e senza un percorso strutturale. L'accumulazione può comportare anche una rottura degli schemi e dei generi, mescolando per esempio elementi lirici o tragici in un contesto narrativo, per ottenere effetti particolari. Un esempio di accumulazione caotica si trova nel romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino:

fuor

«Dovete compatire: si è ragazze di campagna

che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d'eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non s'è visto niente.»

Voci correlate

Figura retorica

Climax

Anticlimax

Diallage

1. Adynaton

L'adynaton è una figura retorica il cui nome deriva dal greco αδυνατων e significa "impossibile". Esso è un metalogismo che consiste nel citare una situazione assolutamente irrealizzabile attraverso il confronto con un'altra, descritta con una perifrasi iperbolica e paradossale. Esempi:

« È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. »

« Lo mar potresti arompere, a venti asemenare, l'abere d'esto secolo tuto quanto asembrare:

avere me non pòteri a esto monno. » (Cielo d'Alcamo)

« S'i' fosse foco, arderei 'l mondo » (Cecco Angiolieri)

2. Aferesi

L'afèresi è un fenomeno di fonetica storica che consiste nella caduta d'una vocale o d'una sillaba all'inizio di parola.

1. narandj (arabo) arancia

2. (lat. cl. luscinia) *lusciniolus usignolo

3. obscurum (lat.) scuro

4. illa apotheca (lat.) la bottega

5. episcopus (lat.) vescovo

6. instrumento (lat.) strumento

7. Può anche essere una figura retorica che dà luogo a forme poetiche:

8. inverno verno (it. ant./poet.)

Voci correlate Il contrario dell'aferesi è la pròstesi.

Si vedano inoltre: apòcope e síncope, nonché i

rispettivi contrari: epítesi (o paragòge) ed epèntesi.

3.

Aforisma

« Aforisma: una verità detta in poche parole - epperò detta in modo da stupire più di una menzogna. » (Giovanni Papini, Dizionario dell'Omo Selvatico) Un aforisma o aforismo (dal greco aphorismós, definizione) è una breve frase che condensa - similmente alle antiche locuzioni latine - un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale. Aforismi per antonomasia furono a lungo quelli medici, prima di Ippocrate e poi della Scuola medica salernitana. Nella seconda metà del Novecento con il diffondersi

dell'editoria di massa è venuta a moltiplicarsi la pubblicazione di libri appositamente dedicati a raccolte

di aforismi di autori diversi, spesso suddivise su base

tematica. Alcuni autori sostengono che la lunghezza ottimale di

un aforisma è di otto parole.

Quanto al contenuto, Karl Kraus affermava che «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza» e «Un aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla».

Qualche esempio

Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima. (Lev Nikolaevic Tolstoj)

Due stupidi sono due stupidi. Diecimila

stupidi sono

una forza storica. (Mao Tse-

L'uomo è debole, la donna è forte, l'occasione onnipotente. (Ivan Turgenev)

La diffidenza verso gli altri nasce anche dalla sfiducia in noi stessi. (Roberto Gervaso)

Il mondo in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. (Albert Camus)

Non sempre ciò che vien dopo è progresso. (Alessandro Manzoni)

Una puntura di zanzara prude meno, quando sei riuscito a schiacciare la zanzara. (Marcello Marchesi)

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni. (Oscar Wilde)

Al mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l'altra è ottenerlo. (Oscar Wilde)

La fantasia ha tutto il diritto di gozzovigliare all'ombra dell'albero di cui essa fa un bosco. (Karl Kraus)

Qui da noi ci sono dei treni non puntuali che

non sanno abituarsi ad attenersi ai loro ritardi. (Karl Kraus)

Solo due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana. ma della prima non sono tanto sicuro. (Albert Einstein)

L'uomo è l'unico animale che arrossisce. (Mark Twain)

Non è difficile per un uomo fare qualche buona azione; il difficile è agir bene tutta la vita, senza mai far nulla di male. (Mao Zedong)

Chi smette di fare pubblicita' per risparmiare soldi è come se fermasse l'orologio per risparmiare tempo. (Henry Ford)

Р uoi tenere il talento sotto chiave. Ma il

S.

tempo,

la

chiave,

la

troverà.

Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola. (Adolf Hitler)

Voci correlate

Epifonema

Sutra

Proverbi

4.

Agnizione

L'agnizione (dal latino agnitio = riconoscimento) è un topos delle opere narrative o drammatiche. Consiste nell'improvviso e inaspettato riconoscimento dell'identità di un personaggio, che determina una svolta decisiva nella vicenda.

È stata descritta da Aristotele nella sua Poetica. Il caso classico è quello del personaggio che, al termine

di una serie più o meno complessa di vicende, viene

riconosciuto da altri o si autoriconosce nella sua vera

identità. Nella commedia latina, ad esempio, l'agnitio è

un

topos assai sfruttato per dirimere situazioni difficili

o

scabrose. Il riconoscimento può riguardare anche i

modi e i tempi con cui il lettore scopre la verità, abilmente celata dallo scrittore. Il procedimento è tipico del romanzo giallo o avventuroso (cfr. il "colpo di scena", la "scena madre"); ma anche in racconti psicologici lo scrittore può adottare un punto di vista che strutturalmente mette in ombra o tralascia alcuni fatti relativi a un personaggio e la cui conoscenza è ritardata ad arte. La vicenda di Edipo può costituire l'emblema del riconoscimento nel senso più profondo

del termine: l'eroe prende coscienza del suo vero essere

al termine di una inquietante inchiesta, che si conclude

con la catastrofe. L'identificazione dell'eroe è peraltro una delle funzioni della fiaba di magia studiate da Propp, a riprova del carattere topico e assai generalizzato di questo procedimento narrativo. L'agnizione era usata soprattutto nelle commedie palliate dell'antica Grecia dai commediografi che volevano scioccare positivamente il pubblico con un finale a sorpresa: per esempio Terenzio e Plauto utilizzarono spesso questo espediente nelle loro produzioni letterarie.

5.

Allegoria

L'allegoria è la figura retorica per cui un concetto astratto viene espresso attraverso un'immagine

concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza

di quella, l'accostamento non è basato su qualità

evidenti o sul significato comune del termine, bensì su

un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di

immagini condivise della società. Essa opera comunque su un piano superiore rispetto al visibile e al primo significato: spesso l'allegoria si appoggia a convenzioni di livello filosofico o metafisico. Per chiarire, un esempio tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri:

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta, una lonza leggiadra e presta molto, che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi 'mpediva tanto il mio cammino,

ch'i' fui per ritornar più volte vòlto. Temp' era dal principio del mattino,

e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle ch'eran con lui quando l'amor divino

mosse di prima quelle cose belle; sì ch'a bene sperar m'era cagione

di

quella fiera a la gaetta pelle l'ora del tempo e la dolce stagione; ma non sì che paura non mi desse

la

vista che m'apparve d'un leone. Questi parea che contra me venisse con la test' alta e con rabbiosa fame,

che parea che l'aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch'uscia di sua vista, ch'io perdei la speranza de l'altezza.

Qui le tre fiere rappresentano tre mali che turbano l'animo dell'uomo: la superbia e la violenza (leone), l'avarizia e la cupidigia (lupa), l'avidità o per alcuni la lussuria (lonza). L'allegoria è spesso usata anche in altri campi artistici, dalla pittura alla scultura alle altre arti figurative.

Differenza tra simbolo e allegoria

Un simbolo è qualcosa di più concreto rispetto all'allegoria: per esempio si può dire che un'aquila sia simbolo di regalità, di forza, ecc. Anche un'aquila in volo o in un'altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta. Quando invece il contesto è basilare nell'interpretazione si parla di allegoria: riprendendo lo stesso esempio un'aquila che, all'interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un'immagine più complessa (per esempio essa simboleggiava spesso

l'Impero e in base alle azioni che può compiere nello specifico si estrapola magari una situazione politica

specifica). Spesso l'allegoria, nella sua complessità maggiore, ha un'interpretazione "soggettiva", cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.

In altre parole, si può dire che il legame tra oggetto

significato e immagine significante nell'allegoria sia

arbitrario e intenzionale, a differenza che nel simbolo

in cui è piuttosto convenzionale: esso non può essere

decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma

necessita di un processo razionale e intellettuale, ed è comunque sempre relativo, nel senso che è suscettibile

di una discussione critica che si sviluppa nella fase di

interpretazione.

Voci correlate

Simbolo

Metafora

6.

Allitterazione

L'allitterazione è una figura retorica e consiste nella ripetizione di una lettera di una sillaba o piu in generale

di un suono all'inizio o all'interno di parole successive.

Pone l'attenzione sui rapporti tra le parole fonicamente messe in rilevanza. Allitterazione deriva dal latino adlitterare, che significa appunto "allineare le lettere".

Sensazioni Grazie alle allitterazioni vengono evocate diverse sensazioni condizionate dalle lettere che fanno l'allitterazione stessa. Ad esempio:

le consonanti dal suono secco (g,c e s) evocano una sensazione di durezza.

le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere.

la vocale a evoca un senso di ampiezza.

la vocale u evoca un senso di gravezza.

la vocale i evoca un senso di chiarezza.

Alcuni Esempi Francesco Petrarca "di me medesmo meco mi vergogno" (Canzoniere) allitterazione della lettera "m".

Ugo Foscolo "La madre or sol, suo dì tardo traendo," (In morte del fratello Giovanni) vi è allitterazione con le lettere "s", "t" e "do".

Virgilio "infandum regina iubes renovare dolorem" (Eneide in latino) fa allitterazione la sillaba "re" di "renovare", "regina" e di "dolorem".

Gabriele D'Annunzio "Fr/e/sche le mie parole ne la s/erati sien come il fruscìo che fan le fogliedel gelso ne la man di chi le cogliesilenzioso Questi versi, che sono d'inizio per la poesia "La sera

fiesolana", presentano

allitterazioni di "f", "s", dei

gruppi "fr" e "sc" e la ripetizione-iterazione della "e".

lettera "t".

negli

fa

allitterazione

della

"Hastati spargunt hastas: fit ferreus imber" fa allitterazione delle lettere "s" e "t".

"Africa terribili tremit horrida terra tumulto" fa allitterazione maggiormente della lettera "r", ma anche della"t".

"at tuba terribili sonitu taratantara dixit" fa allitterazione della lettera "t".

In "Tanto Gentile e Tanto Onesta Pare" (la Vita Nuova) vengono proposte diverse

dall'autore, cosicché,

all'accoppiarsi di suoni nasali (n, gn e m) con quelli dentali (t e d), la lettura venga

allitterazioni

addolcita:

« Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand 'ella altrui saluta, ch'ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l'ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d'umilta' vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì' piacente a chi la mira, che da' per li occhi una dolcezza al core, che 'ntender non la puo' chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova

uno spirito soave pien d'amore, che va dicendo a l'anima: Sospira. »

Voci correlate

Assonanza

7. Allusione

L'allusione è una figura retorica e consiste nell'uso di un sostantivo, spesso derivato da un fatto storico o comunemente noto, che abbia un rapporto di somiglianza con l'oggetto in questione.

Esempi:

Allusione mitologica: «un labirinto» (un intrico di strade)

Allusione storica: «vittoria di Pirro» (un successo ottenuto a caro prezzo)

Allusione letteraria: «un don Abbondio» (un vigliacco)

8. Anadiplosi

L'anadiplosi (dal greco anadíplosis, «duplicazione») o raddoppiamento, anticamente detta anche

epanastrofe o reduplicatio, è una figura retorica e consiste nella ripetizione di uno o più elementi terminali di un segmento di discorso, all'inizio del segmento successivo.

Esempi:

ma la gloria non vedo non vedo il lauro e 'l

ferro

ond'eran

carchi

Canti, «All'Italia», 4-5)

È il vento, il vento che fa musiche bizzarre (Vittorio Sereni)

hic tamen vivit. Vivit? Immo vero etiam in senatum venit. (Cicerone, Prima Catilinaria, I, 2)

Voci correlate

Epifora

Simploche

9. Anafora

L' anafora (dal greco anaphér ō, «riporto, ripeto») è una figura retorica che consiste nella ripetizione di una parola o di gruppi di parole all'inizio di frasi o di versi successivi, per sottolineare un'immagine o un concetto. Un esempio è nei versi di Dante, "Divina Commedia":

« Per me si va nella città dolente,

per me si va nell'eterno dolore per me si va tra la perduta gente. » (Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno - Canto III, vv 1-3)

e ancora, dello stesso poeta:

« Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella personache mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona.Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense. » (Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno - Canto V, vv 100-107)

L'anafora è altresì quella tecnica retorica che consiste nel richiamarsi ad un concetto precedentemente espresso con l'utilizzo di un termine, specialmente di un pronome.Ad esempio "Tutto ciò è stato causato da lui, questo è disdicevole"

Voci correlate

Catafora

10. Analessi

L'analessi o retrospezione o, impropriamente,

figura retorica che consiste

nell'evocazione più o meno ampia di un evento anteriore al punto della storia in cui ci si trova.

è

una

Analessi Più precisamente, in un testo, quando l'autore vuole spiegare qualcosa avvenuto in tempo passato rispetto a quello narrativo nel brano, sceglie di interrompere la narrazione nel tempo presente e di retrocedere nel passato, narrando così eventi passati come se stesse narrando eventi al presente. E in questo caso si parla di analessi. L'analessi è di grande effetto nei romanzi. Ad esempio, nell'Iliade, il narratore, dopo aver evocato la contesa fra Achille e Agamennone, punto di partenza del suo racconto, ritorna indietro di una decina di giorni per esporne la causa in una quarantina circa di versi retrospettivi. O ancora, nell'Odissea, quando Ulisse narra le sue avventure. Un racconto quasi interamente basato sull'analessi è La cognizione del dolore di Gadda. In quest'opera infatti continuamente la narrazione si interrompe per recuperare episodi del passato. Altri esempi di analessi sono i comunissimi gialli. In questi si ha, spesso, la parte iniziale che viene occupata da un omicidio e, in seguito, la narrazione di ciò che è accaduto, da parte dell'investigatore. Infatti l'omicidio rappresenta la parte conclusiva dell'intera spiegazione e quindi la spiegazione dei fatti rappresenta un'analessi (o, a seconda dei casi, un flashback).

Flashback L'analessi differisce dal flashback, in quanto la prima fa parte dei testi scritti, mentre la seconda è propria della cinematografia. Un esempio assai famoso di flahblack è rappresentato dal film "La Fiamma del Peccato" di Billy Wilder, del 1944. Il film è quasi interamente composto di un flashback, che va a riallacciarsi con la parte iniziale, per poi concludersi in una terza parte. Ma soprattutto Quarto Potere di Orson Welles (1941) rappresenta un esempio palese di flashback, essendo praticamente tutto il lungometraggio una retrospezione.

Prolessi Il contrario dell'analessi, cioè la narrazione di eventi collocati nel futuro, è detto prolessi. Eccelsi esempi di prolessi li troviamo ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Altro L'analessi è anche la ripetizione delle stesse parole nella parte centrale di più enunciati.

Voci correlate

prolessi

11. Anastrofe

L'anastrofe (dal greco anastroph ē, «inversione») o anteposizione è una figura retorica consistente nell'inversione dell'ordine abituale di un gruppo di termini successivi. È affine all'iperbato ma, a differenza

di esso, non implica l'inserimento di un inciso tra i

termini. Ad esempio, in Leopardi:

Allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta (Canti, A Silvia, 10-11) Nel cinema, il maestro Yoda di Guerre Stellari, parla esclusivamente per anastrofi. « Difficile da vedere, il Lato Oscuro è. » (Yoda)

Voci correlate

Iperbato

12. Anfibologia

15. Antìfrasi

L'antìfrasi (dal greco antí, «contro», e phrásis, «locuzione») è una figura retorica per cui una voce viene usata in senso opposto al suo vero significato. Così ad esempio i Greci diedero superstiziosamente il nome di Eumenidi («le benevole») alle Erinni. Usata spesso in tempi recenti, si ricorre a questa quando si vuole caricare di ironia un aggettivo attribuendogli il significato opposto di quello che ha solitamente. Ad esempio con l'aggettivo bella si può

comporre l'antifrasi Abbiamo fatto proprio una bella figura! Molte delle espressioni usate nelle lingue per augurare

a q.c. la buona riuscita di un'impresa usano l'antifrasi:

es. In bocca al lupo.

Voci correlate

L'anfibologia o anfibolia (composto dal greco amphibolía, «incertezza», e lógos, «discorso») è un discorso o un'espressione contenente un'ambiguità

 

sintattica e dunque interpretabile in modi diversi a seconda del modo di leggerla.

16.

Antilogia

Ad esempio, l'enunciato "posso sollevare un uomo con

L'antilogia

è

l'opposizione

ai

discorsi

altrui,

una mano sola" potrebbe significare sia che si può

contraddizione

 

sollevare un uomo con l'uso della propria mano, sia che si può sollevare un uomo che possiede una sola mano.

In retorica

Voci correlate

L'antilogia è una figura retorica come il paradosso o l'endiadi. Si identifica con l'espressione apotegmatica

di

un enunciato in forma contraddittoria. Da non

13.

Annominazione

confondersi con il dilemma. L'antilogia è una tecnica utilizzata soprattutto dai sofisti: consiste nel pronunciare sia un discorso di difesa che uno di accusa relativamente alla medesima

L'annominazione è una figura retorica che consiste

nella ripetizione di una stessa radice etimologica in più vocaboli diversi.

È un procedimento utilizzato spesso in locuzioni

comuni (ad esempio "Vivere la vita") ma è presente anche nel linguaggio letterario per sottolineare il significato che la radice etimologica contiene (Ad esempio: "Amor che a nullo amato amar perdona").

14. Anticlimax

L'anticlimax, o gradazione discendente, è una figura retorica che consiste in un elenco di termini o locuzioni con intensità decrescente « E mi dicono, Dormi!/ mi cantano, Dormi! sussurrano, / Dormi! bisbigliano, Dormi! »

Nel moderno umorismo l'anticlimax è la tipologia di battuta ricavata dall'accostamento di un elemento alto, nobile e universale a uno basso, prosaico e particolare:

« Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico nel weekend! » (Woody Allen)

Voci correlate

climax

accumulazione

questione. Questa impostazione consente di mostrare il relativismo delle conoscenze, mentre può essere usato anche solo a scopo puramente didattico o per mostrare

la propria abilità oratoria.

In Psicologia Situazione di un paziente che compie azioni illogiche e contradditorie seguendo un impulso inconscio. L'antilogia è pertanto la mera sintomatologia (superficiale) di un disagio più profondo.

17. Antinomia

Le antinomie kantiane sono quattro paradossi logici

contenuti nella Critica della ragion pura di Immanuel Kant. Antinomia deriva dal greco αντινο µ ια , composto di αντι "contro" e un derivato di νο µ ος "legge" Secondo Quintiliano, "la parola antinomia significa propriamente conflitto di leggi", quale ad esempio il paradosso dell'impiccagione. Nel "Dizionario di Filosofia" Nicola Abbagnano scrive che Kant estese il concetto ad indicare il conflitto con sé stessa in cui la ragione si trova in virtù dei suoi stessi procedimenti. Alla maniera dei ragionamenti dei sofisti, le antinomie kantiane sono affermazioni opposte, ciascuna dimostrabile logicamente ed in modo ineccepibile senza contraddizione nelle ragioni l'una dell'altra. In pratica, sono proposizioni probabilmente vere o false (ossia se ne può dare prova), ed inconfutabili di per sé. Ciò in quanto hanno le loro fondamenta in un

presupposto inconoscibile, ossia la realtà, o nelle parole di Kant "la vera natura del mondo". Dato che la cosa in sé, ossia la realtà, è per Kant inconoscibile, la ragione non può dimostrare, né provare certamente e in modo perentorio, alcuna delle quattro antinomie kantiane.

1ª antinomia

Tesi: il mondo ha un inizio nel tempo e, nello spazio, è chiuso dentro limiti.

Antitesi: Il mondo è infinito sia nel tempo che nello spazio. Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della qualità. Anche nella corrente cosmologia, la tesi è vera se accettiamo la teoria del Big Bang, mentre invece l'antitesi vale in alcune altre ipotesi cosmologiche, ad esempio nel modello dello Stato Stazionario. Anche nel caso del Big Bang, il volume dell'Universo puo' essere finito, ma non ci sono né limiti né confini, come sulla superficie di una sfera:

come lì il confine è nella terza dimensione e non sulla superficie, il confine dello spaziotempo è nella quarta dimensione e noi non lo percepiamo.

2ª antinomia

cosa è composta da parti

semplici che costituiscono altre cose composte da parti semplici.

Antitesi: non esiste nulla di semplice, ogni cosa è complessa. Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della quantità. Anche qui notiamo come la fisica delle particelle sia ancora alla ricerca dei costituenti ultimi della materia, e tuttavia anche questi, per via delle proprietà della meccanica quantistica, possono essere interpretati come sovrapposizioni di più stati o particelle. Altri modelli, come la teoria delle stringhe ritornano alla teoria del continuo, ritenendo le particelle "proiezioni" in 3 dimensioni delle stringhe, definite continue, che ne hanno invece 10 o 11. Altre teorie ancora, come la gravitazione quantistica a loop, ritengono invece che esistano granelli indivisibili (quanti) persino dello spaziotempo.

Tesi:

ciascuna

3ª antinomia

Tesi: La causalità secondo le leggi della natura non è la sola da cui possono essere derivati tutti i fenomeni del mondo. È necessario ammettere per la spiegazione di essi anche una causalità per la libertà.

Antitesi: Nel mondo non c’è nessuna libertà, ma tutto accade unicamente secondo leggi della natura. Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della relazione. Anche qui, sebbene la teoria delle variabili nascoste nella meccanica quantistica sia ormai screditata, e quindi varrebbe la tesi, esistono dimostrazioni di come il comportamento quantistico possa emergere da sistemi complessi e non lineari, anche se nessuno sa come darne prova sperimentale.

4ª antinomia

Tesi: esiste un essere necessario che è causa del mondo.

Antitesi: non esiste alcun essere necessario, né

nel mondo né fuori dal mondo che sia causa di esso. Nella dimostrazione Kant fa riferimento alla categoria della modalità. Anche qui, i lavori di John Conway sui numeri surreali e la prova ontologica di Kurt Gödel sono esempi di come sia possibile "inserire matematicamente" una causa prima. L'idea di causa prima nelle religioni viene fortemente sminuita.

Voci correlate

L'antitesi è una figura retorica che consiste nella contrapposizione di idee, espressa mettendo in corrispondenza parole di significato opposto; conferisce a due immagini consecutive e spesso simmetriche un maggior rilievo, facendo leva sulla loro più o meno accentuata contrapposizione. Ad esempio:

di Francesco Petrarca: "Pace non trovo e non ho da far guerra"

di Francesco Petrarca: "di fuor si legge com'io dentro avvampi" Quando due parole in antitesi sono messe strettamente una accanto all'altra - con la risultanza di un curioso risultato linguistico - si è davanti ad un ossimoro.

19. Antonimia

L'antonimia in semantica indica la relazione che c'è tra due lessemi di significato opposto. Le coppie di termini antonimi sono spesso dette contrari. Più propriamente, si dicono contrari termini come bianco e nero, o caldo e freddo, che ammettono soluzioni intermedie (grigio per la prima coppia, tiepido per la seconda), mentre si dicono contraddittori termini come vero e falso, vivo e morto, che, a differenza dei termini contrari, non sono graduabili, non ammettono soluzioni intermedie.

Voci correlate

Sinonimia

20. Antonomàsia

L'antonomàsia è la figura retorica che si ha quando ad un nome si sostituisce una denominazione che lo caratterizza. Si può sostituire un nome comune o una perifrasi ad un nome proprio, per personaggi celebri, o viceversa. Nel primo caso si hanno spesso finalità apologetiche e si possono creare soprannomi o addirittura nomi o cognomi, nel secondo si riassumono sinteticamente intere categorie e si possono creare nuovi nomi comuni. Ad esempio nel primo caso:

"il poeta" o "il Poeta" al posto di Dante Alighieri

"Duce" al posto di Benito Mussolini

"Avvocato" al posto di Gianni Agnelli

"Malpelo" come nome proprio del protagonista del racconto Rosso Malpelo di Giovanni Verga

"el pibe de oro" al posto di "Maradona"

"il mahatma" al posto di "Gandhi"

"l'eroe dei due mondi" al posto di "Garibaldi"

"el Che" al posto di Ernesto Guevara

Mentre nel secondo caso:

"perpetua" per l'assistente personale di un sacerdote (da Perpetua, il personaggio dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni)

"ercole" o "un Ercole" per un uomo di grande forza (dall'eroe greco Ercole)

"caruso" o "un Caruso" per un cantante (dal nome del cantante Enrico Caruso) La parola "antonomasia" è utilizzata anche nell'espressione "per antonomasia", che significa "per eccellenza".

Antonomasia e gergo In generale le antonomasie sono tali per determinati ambienti, culture e paesi.Alcune antonomasie sono valide solo in ambienti ristretti e rientrano quindi nell'ambito dei gerghi. Ad esempio Gertrude (la "Monaca di Monza", un personaggio dei Promessi Sposi) era "chiamata per antonomasia la signorina" all'interno del suo monastero.

21. Antropomorfismo

L'antropomorfismo è l'attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad esseri animati o inanimati o a fenomeni naturali o soprannaturali, in particolare divinità. Il termine deriva da due etimi greci, άνθρωπος (anthr ō pos), "umano", e µ ορφή (morph ē), "forma".

Antropomorfismo religioso Il dio romano Apollo raffigurato su un mosaico. Nella religione e nella mitologia l'antropomorfismo si riferisce all'attribuzione ad esseri divini di sembianze umane e/o di peculiarità legate alla sfera dei sentimenti. L'antropomorfismo fisico è riscontrabile soprattutto nelle religioni primitive e politeiste e caratterizza in particolar modo la mitologia egizia. Esempi di antropomorfismo spirituale (o antropopatismo) ricorrono sovente nella mitologia greco-romana, nelle quali le divinità mostrano atteggiamenti e provano sentimenti legati alla sfera umana. Non sono mancate nel corso della storia sette antropomorfite, come un gruppo nell'Egitto del IV secolo ed un gruppo nella Chiesa cattolica romana del X secolo, considerate eretiche per la loro interpretazione letterale del passo biblico della Genesi

1,27.

Condanna Anche se la tendenza ad una rappresentazione simbolica del divino ha permeato l'esperienza religiosa

umana, la polemica anti-antropomorfica, gpresente nei filosofi greci, primo fra tutti Senofane, fu approfondita all'interno dell'Islamismo e dell'Ebraismo. Anche nel Cristianesimo vi fu un atteggiamento ostile verso le rappresentazioni fisiche del divino, sfociato nell'iconoclastia, e dal lato spirituale-psicologico un ripudio della pretesa della conoscibilità di Dio, come nella teologia negativa dello Pseudo-Dionigi.Tuttavia proprio nella religione cristiana si attuò il superamento dell'aporia insita nel rapporto tra umano e divino nell'epifania del Dio che si fa uomo per la salvezza del genere umano. La polemica positivista moderna è rappresentata nel pensiero di Ludwig Feuerbach, che vede nell'antropomorfismo la prova dell'origine umana della religione, in quanto basata esclusivamente sull'interesse da parte dell'uomo di crearsi una divinità a proprio uso e consumo.

Antropomorfismo nella cultura L'antropomorfismo non attiene soltanto alla sfera religiosa ma è riscontrabile nella cultura popolare a vari livelli. Nella retorica ad esempio si possono trovare vari esempi di personificazione nella creazione di personaggi immaginari che impersonificano astrazioni, come i Quattro cavalieri dell'apocalisse. L'utilizzo di animali antropomorfizzati ha una lunga tradizione nell'arte e nella letteratura, soprattutto nelle favole, come in Esopo, e nella narrativa per ragazzi, come nei libri di C. S. Lewis, Beatrix Potter e Lewis Carroll, nei quali le caratterizzazioni degli animali sono tipicamente umane. Molti dei più famosi personaggi televisivi per bambini sono animali con comportamenti umani: Mickey Mouse, Kermit, Bugs Bunny e Daffy Duck, per fare solo alcuni esempi. Anche nella fantascienza si riscontrano vari esempi di personaggi non umani antropomorfizzati, come gli androidi.

Bibliografia

(EN) Lorraine Daston & Gregg Mitman,

New

Perspectives on Anthropomorphism, Columbia University Press, 2005, ISBN

editors, Thinking with Animals:

Voci correlate

22. Apagoge

Apagoge è una figura retorica utilizzata in particolare in campo filosofico, logico e giuridico assimilabile alla reductio ad absurdum di Zenone di Elea, anche se più propriamente la apagoge non è una dimostrazione bensì la giustificazione della falsità di un'affermazione sottolineando l'assurdità delle conseguenze applicative. Giovanni Tarello (1934-1987) annoverava l'argomento apagogico tra gli argomenti dell'interpretazione giuridica.

A volte questo termine è usato invece come sinonimo di abduzione.

Voci correlate

23.

Apallage

L'apallage è una figura retorica consistente nell'alterazione dell'ordine logico della successione dei concetti. Viene dal greco παλλάσσω (io separo).

Esempi

Vorrei, ma

non

è

possibile,

spiegarti

la

situazione"

Ho scordato - ma poi chi se ne importa! - l'ombrello

L'Italia! Mi hanno accusato

di averla

chiamata vile! E non ricordarono (se non fosse troppo innocente ed ingenuo appellarsi alla memoria degli avversari) e non ricordarono, per un verso. - (Carducci)

24.

Apòcope

L'apòcope (anche detta troncamento) è un fenomeno fonetico che consiste nella caduta della vocale o della sillaba finale della parola. Una parola che ha subìto troncamento è detta tronca. Spesso una parola tronca è anche ossitona, cioè è una parola che ha l'accento sull'ultima sillaba. Esempi sono parole come "città" (da "cittade"), "libertà" (da "libertade") o quomodo > como (più tardi come, per fusione con la congiunzione e), mentre parole come "caffè" o "tribù" non devono la loro ossitonia ad un troncamento. In italiano le parole tronche terminanti per vocale devono obbligatoriamente avere l'accento grafico. Esempi in italiano sono:

Qual buon vento

Un buon amico

Fior di latte

Qual è?

Sul far della sera

Gran bel giorno

Nessun altro

Un amore come pochi L'apocope differisce dall'elisione, che provoca la caduta della vocale finale di una parola per evitare un accostamento cacofonico con la vocale con cui inizia la parola successiva. In questo caso si segna l'apostrofo. Ad esempio nel dire "un'amica" eliminiamo la a dell'articolo una che è richiesto, nel dire "un amico" non vi è elisione perché diremmo parimenti "un tavolo". Tra i pochi troncamenti che vogliono l'apostrofo, troviamo po' (per "poco"), imperativi monosillabici:

da', di', fa', sta', va'

Voci correlate

Il contrario dell'apocope è l'epìtesi, anche detta paragòge.

Si vedano inoltre: afèresi e sìncope, nonché i rispettivi contrari: pròstesi ed epèntesi.

25.

Aposiopesi

L'aposiopesi (dal greco aposi ō p ē sis, derivato da aposi ō ō, «io taccio»), chiamata anche reticenza (dal latino reticere, «tacere») o sospensione, è una interruzione improvvisa del discorso, per dare l'impressione di non poter o non voler proseguire, ma lasciando intuire al lettore o all'ascoltatore la conclusione, che viene taciuta deliberatamente per

creare una particolare impressione. Rispetto all'ellissi, che è la semplice soppressione di un elemento della frase, l'aposiopesi ha una maggiore connotazione emotiva.

Si perfezionò a partire dalla commedia nuova e quindi

da Menandro. La commedia arcaica di Aristofane aveva abituato lo spettatore al turpiloquio più spinto, tendenza contro cui si schierarono già Platone ed Aristotele: Menandro preferisce sottintendere queste espressioni, lasciando immaginare al pubblico gli scatti d'ira. Esempio:

«E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi » (Manzoni, I promessi sposi)

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26.

Apòstrofe

L'apòstrofe (sostantivo femminile dal greco apostrophé, da apostréphein, «volgere indietro») è una figura retorica e si ha quando un personaggio o la voce

narrante si rivolge direttamente a un altro personaggio, animale, oggetto o idea astratta. Per esempio, dai versi di Dante, Inferno, canto XXVI:

Godi, Fiorenza, poi che se’ sí grandeche per mare e per terra batti l'ali,e per lo ’nferno tuo nome si spande!

O anche, nel canto VI del Purgatorio:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,nave sanza nocchiere

in gran tempesta,non donna di province, ma bordello!

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27.

Asindeto

L'asindeto è la figura retorica che consiste in

un'elencazione di termini o in una coordinazione di più proposizioni senza l'uso di congiunzioni. Ad esempio:

«

Nell'imo petto, grave, salda, immotaCome colonna

adamantina, siede

Noia immortale

» (Giacomo Leopardi, canto XIX - Al conte Carlo Pepoli)

« Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,

le cortesie, l'audaci imprese io canto » (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto I)

(Gaio Giulio Cesare, dopo la battaglia di Zela, 47 AC)

28. Assonanza

L'assonanza (da assonare, nel senso di «avere suono simile») è una figura retorica che consiste nella parziale identità di suoni di due o più versi. Si distinguono una assonanza semplice, che è l'uguale terminazione delle sole vocali dei versi (diffidi = audivi; rasone = colore), una assonanza della sola tonica (pietat = demandava) ed una assonanza atona (limo = toro). Si chiama inoltre consonanza tonica (ma anche assonanza consonantica) l'identità delle consonanti (partire = splendore; colle = elle). Considerata generalmente un arcaismo, l'assonanza è praticata soprattutto nei testi popolari e nei proverbi (Aprile, dolce dormire), ma anche nelle opere più antiche della poesia romanza.Le strofe di cui è costituita la Chanson de Roland dette lasse erano spesso assonanzate; Possiamo trovare le assonanze in alcune composizioni dei trovatori e nei più antichi testi spagnoli.

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29. Catacrèsi

La catacrèsi (dal greco katáchr ē sis, «abuso», derivato da katachráomai, «io adopero») o abusio è una figura retorica ormai normalizzata, impiegata per designare qualcosa per cui la lingua non offre un termine specifico. Si tratta soprattutto di antiche metafore e metonimie non più avvertite come tali. Alcuni esempi:

"la gamba del tavolo"

"il collo della bottiglia"

"bere un bicchiere"

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30.

Catafora

La catafora (dal greco kataphér ō, «volgo avanti») una figura retorica e consiste nella collocazione a fine frase di una parola che normalmente sarebbe posta all'inizio perché soggetto. Esempio:

"baciò la sua petrosa Itaca Ulisse." (Ugo Foscolo, A Zacinto, 10)

Voci correlate

31.

Categoria - Fallacie

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B

F

I

N

P

R

T

32. Categoria: Processi mentali

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A

P

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A

C

C cont.

O

P

S

T

33. Cesura

La cesura è la denominazione che in metrica definisce

ogni demarcazione ritmica statisticamente significativa

all'interno di un verso sufficientemente lungo, di cui delimita gli emistichi.

Etimologia

La parola deriva dal sostantivo latino caesura, "taglio",

deverbativo da caedo, "taglio". Tale termine è traduzione del corrispondente greco το µ ή , a sua volta deverbativo di τέ µ νω . In italiano il termine generico che indica la qualunque demarcazione interna a un verso è incisione, la parola "cesura" indica invece le incisioni che la tradizione poetica ha reso statisticamente costanti, o meglio canoniche.

Definizione

« Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura »

I due endecasillabi citati esemplificano un caso di verso con cesura: tra le possibili interruzioni della catena sillabica che forma il verso, l'endecasillabo predilige quella dopo l'accento di sesta posizione (primo verso) o di quarta (secondo verso):

nel-méz-zo-dél-cam-mín || di-nó-stra-ví-ta mi-ri-tro-vái || pe-r_u-na sél-va_o-scú-ra Questo esempio evidenzia un'altra caratteristica: la cesura è un luogo ritmico, corrispondente a una fine di parola che normalmente ma non obbligatoriamente corrisponde a un qualche tipo di pausa sintattica: nel caso dei versi di esempio per quanto vi sia una finale di parola tra "del" e "cammin", e tra "una" e "selva", la lettura ad alta voce del verso rende conto della natura proclitica di preposizione e articolo togliendo ogni dubbio sulla posizione effettiva delle cesure.

Origine La cesura deriva certamente dalla pratica orale e formulare della recitazione poetica: essa permette

infatti di suddividere versi lunghi in grado di contenere pensieri compiuti in emistichi facilmente riempibili con forme ricorrenti e funzionali alla recitazione. Se il padre della poesia occidentale è Omero i poemi a lui attribuiti non sono certo sua invenzione originale, ma frutto versatile e funzionale di una secolare esperienza

di elaborazione di cui il cantore cieco non è che il

vertice.

La metrica classica ha poi codificato in dottrina quanto

la pratica aveva elaborato e nel corso dei secoli, perdendosi gradatamente la produzione orale della poesia, la distinzione tonale dell'accento e la distinzione quantitativa delle vocali e delle sillabe, cristallizzò in leggi sempre più rigide la disposizione delle parole e delle cesure. Il gran numero di versi tramandatici dall'antichità ha comunque permesso di seguire statisticamente tale processo.

Classificazione dei versi in base alla cesura I versi possono suddividersi in tre gruppi sulla base del comportamento delle loro incisioni:

Versi senza cesura Si tratta di quei versi brevi o semplici che non necessitano di incisioni rilevanti demandando la funzione di cesura al confine tra verso e verso.

Versi a cesura fissa SI tratta di quei versi la cui incisione è posta sempre nella stessa posizione ritmica, dividendo il verso in due emistichi la cui struttura è fissa: è il caso del pentametro dattilico, secondo elemento del distico elegiaco, formato da due hemiepes sempre separati da cesura:

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris (esametro dattilico=)

n ē s-c ĭ - ŏ ,/s ē d-f ĭ - ĕ /r ī || s ē n-t ĭ -o_ ĕ t/ ē x-cr ŭ -c ĭ /or (pentametro) Nella versificazione italiana hanno cesura fissa i versi doppi, o accoppiati. La produzione poetica in lingua italiana documenta doppi quinari, doppi senari, doppi settenari, doppi ottonari e doppi novenari. All'infuori del doppio settenario tali versi ebbero fortuna principalmente nel XIX secolo. Il settenario doppio era invece noto nel medioevo come Alessandrino, ed è documentato dal Contrasto di Cielo d'Alcamo. Con la seconda metà del XIII secolo smise però di essere usato in favore dell'endecasillabo. Ricompare nel Settecento come Martelliano (dal nome del poeta Pier Iacopo Martelli che lo adoperò nelle sue tragedie riscuotendo un effimero successo in campo teatrale.

Versi con cesura mobile

34. Chiasmo

Nota disambigua - Se stai cercando il significato legato alla scultura, vedi Chiasmo (scultura). Il chiasmo (letteralmente dal greco "struttura a croce di

chi greca") è la figura retorica in cui si crea un incrocio immaginario tra due coppie di parole, in versi o in prosa. La disposizione contrapposta delle parole può essere raffigurata mediante la lettera greca ("chi") dell'alfabeto greco, corrispondente a "ch" aspirata, da cui origina il termine "chiasmo". Un classico esempio è il famoso incipit dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto

« Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,

(Ludovico Ariosto. L'Orlando furioso) dove le donne sono legate agli amori e i cavalieri alle armi. Si scorge un chiasmo nei celebri versi dell'ode

»

manzoniana Il cinque maggio:

« la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull'altar. » (Alessandro Manzoni. Il cinque maggio) in cui a "vittoria" e "reggia", momenti di gloria, si

contrappongono "fuga" e "tristo esiglio", a delimitare gli estremi nella vita di Napoleone, in una sorta di X. Sempre nel Manzoni:

« sopire

sopire

(Alessandro Manzoni. I promessi sposi) Il celeberrimo motto dei Moschettieri, dal romanzo di Alexandre Dumas padre, è un altro esempio di chiasmo. Se lo scriviamo in questo modo

« UNO PER TUTTI

TUTTI PER UNO » (Alexandre Dumas. I tre moschettieri) si può notare chiaramente la disposizione a X delle parole: basta infatti tracciare due linee, una che unisca le parole "tutti" e un'altra che unisca le parole "uno", per ottenere una X.

e troncare, padre molto reverendo, troncare e

»

35. Circolo

Il circolo è una figura retorica consistente nel terminare un periodo con la stessa parola con cui è cominciato.

circolo è sinonimo di cerchio.

circolo è sinonimo di associazione, congrega.

36. Clavis aurea

La pagina di discussione contiene dei suggerimenti per migliorare la voce: Clavis aurea L'espressione latina Clavis aurea è una figura retorica, una metafora per indicare la migliore chiave di lettura nell'interpretazione di un testo. L'espressione viene usata, col significato precedentemente attribuito, nel titolo di un'opera del teologo istriano luterano Mattia Flacio Illirico: Clavis Scripturae Sacrae o Clavis aurea. L'opera viene scritta, nel 1567, per controbattere le tesi sull'esegesi biblica sostenute nel Concilio di Trento, ovvero i quattro modi di interpretazione del testo definiti dalla Scolastica: letterale, allegorico, morale e anagogico. Flacio Illirico sostiene un processo circolare di comprensione del testo biblico, nel quale le Scritture nel loro complesso giustificano e illuminano la comprensione di un singolo passo, e, contemporaneamente, la comprensione del testo biblico nel suo insieme viene resa possibile e rafforzata dalla comprensione delle singole parti.

37. Cleuasmo

Il cleuasmo è la figura retorica che consiste nell'atto dell'oratore di sminuirsi, cercando così, con una

professione di umiltà, di attirarsi le simpatie dell'uditorio.

Il nome deriva dal verbo greco chleuazo, che significa "diminuire", "sminuire".

Un mirabile esempio di cleuasmo è rappresentato dalle

Lettere Provinciali di Pascal, opera nella quale l'autore francese interroga i sapienti con simulata umiltà. Alcuni esempi:

di Blaise Pascal: "Egli si mise a ridere, e mi disse freddamente: “Ditemi voi in qual senso lo intendete, e poi vi dirò quel che ne penso io”. Poiché le mie cognizioni non arrivavano a tanto, mi vidi nell'impossibilità di rispondergli"

di Álvaro de Campos: "Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso desiderare che esser niente"

di Molière: "Certo, signore, io non ho studiato "

come voi

ma

di Giacomo Leopardi: "Uso alcuno, alcun

certo,

frutto

indvinar

non

so.

Ma

tu

per

giovinetta immortal, conosci il tutto"

"Potrebbe spiegarmelo come se avessi quattro anni?"

"Probabilmente sono l'ultima persona a poter "

"Non credo di avere l'autorità per parlare, "

"Io non ne capisco molto, ma

"A mio modesto parere "

parlare in questa situazione

ma

"

Bibliografia Introduzione alla retorica, Olivier Reboul - ed. Il Mulino, 1996

38. Climax

La climax (dal greco klímax, «scala»), detta anche

gradazione (gradatio in latino) è una figura retorica

che consiste nell'usare più termini o locuzioni con

intensità crescente. Se l'intensità è decrescente si parla

discendente.

Ne sono esempi:

« Vai, corri, fuggi. »

« Noi siamo usciti fore

del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:

luce intellettual, piena d'amore, amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore » (Dante)

Voci correlate

Figura retorica

Anticlimax

Accumulazione

39. Consonanza e dissonanza

Nel linguaggio ordinario con il termine consonanza

(dal latino consonare, "suonare insieme") si indica in genere un insieme di suoni eseguiti simultaneamente e tali che l'effetto complessivo risulti morbido e gradevole, mentre con il termine dissonanza, all'opposto, si indica un agglomerato di suoni dall'effetto aspro e stridente. I due termini possono anche indicare non l'insieme dei suoni, ma il loro effetto stesso; si parla, ad esempio, anche di dissonanza prodotta da un certo accordo. Nel linguaggio tecnico della teoria musicale, e in particolare dell'armonia, le due parole hanno significati ben precisi, e anzi si può dire che la contrapposizione tra consonanza e dissonanza, insieme al principio della tonalità, rappresenta la base della teoria armonica occidentale.

Basi acustiche e fisiologiche Prima di esporre i principi dell'armonia tonale su consonanze e dissonanze consideriamo i principali risultati conseguiti nel tentativo di interpretare i fenomeni attraverso l'acustica e la fisiologia. Galileo, nei Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze, propone una spiegazione molto semplice dei fenomeni di consonanza e dissonanza. Se consideriamo il segnale costituito dalla sovrapposizione dei due suoni del bicordo, in prima approssimazione la lunghezza del suo periodo sarà tanto minore quanto più il rapporto tra le frequenze fondamentali che costituiscono i due suoni sarà semplice, ossia espresso da una frazione intera con numeratore e denominatore non troppo grandi. Ebbene, l'idea di Galileo è che il grado di consonanza risulti inversamente proporzionale alla lunghezza del periodo del suono complessivo, e analogamente il grado di dissonanza risulti proporzionale a questo periodo. L'orecchio, secondo Galileo, apprezza finemente la maggiore o minore regolarità del suono risultante. Un'obiezione all'idea di Galileo sorge qualora il rapporto tra le frequenze di due suoni sia irrazionale, ma vicinissimo a una frazione molto semplice. Il suono risultante sarà ovviamente non periodico, il che rappresenterebbe il massimo grado di dissonanza nell'ottica galileiana, ma sarà anche assai prossimo, anzi volendo anche del tutto indistinguibile dall'orecchio, a un suono consonante. Questa obiezione è importante, ma non sarebbe difficile complicare leggermente l'idea galileiana, conservandone il nocciolo, al fine di superarla. Vedremo inoltre che tale idea contiene, nella sua semplicità, anche aspetti molto positivi e profondi. Una trattazione sperimentale sistematica dei fenomeni che stiamo considerando è dovuta a von Helmholtz. Egli cominciò a considerare l'effetto di due suoni puri, cioè di frequenze ben precise che non danno origine a ipertoni. L'esperimento base di Helmholtz consisteva nell'emettere due suoni puri simultaneamente, di altezza inizialmente uguale, e poi, tenendo fissa la frequenza di uno di essi, far variare l'altra all'interno di un piccolo intervallo simmetrico su scala logaritmica rispetto alla frequenza di partenza. Si poteva così notare che i due suoni, per differenze di frequenza molto piccole, producono una consonanza, mentre man mano che la differenza cresce il suono risultante acquista un colore sempre più aspro fino a un certo limite, per poi tornare ad essere gradualmente sempre

più cpnsonante. L'ampiezza dell'intervallo tra la frequenza di partenza e la fine della zona dissonante era, nella zona di frequenze corrispondente alla parte centrale della tastiera di un pianoforte, leggermente più piccola di una terza minore temperata. Helmholtz interpretò questi dati immaginando che responsabili della dissonanza fossero i battimenti. Poichè essi sono molto lenti quando le frequenze sono molto simili, inizialmente si ha una sensazione generale di consonanza. La massima dissonanza corrisponde alla zona in cui si producono circa 30 battimenti al secondo, mentre per differenze di frequenza ancora superiori i battimenti diventano così rapidi da non essere percettibili, e il loro contributo alla sensazione di dissonanza diminuisce. Il seguente file sonoro illustra la diminuzione graduale dell'effetto di asprezza e della velocità dei battimenti al procedere dell'intervallo tra due suoni (relativamente puri) da una seconda maggiore all'unisono:

L'idea di Helmholtz, in questa forma base, spiega abbastanza bene la fenomenologia relativa ai suoni puri non troppo distanti in frequenza, ma, anche nell'ambito dell'ottava, rimangono dei problemi con i suoni reali dotati di ipertoni. Infatti questi suoni (come ad esempio quelli di un pianoforte) risultano dissonanti, in particolare, anche per il tritono, e anzi tanto più dissonanti quanto più il sistema di amplificazione dello strumento usato mette in risalto gli armonici (ad esempio più nel pianoforte che negli archi). Se , come fece Helmholtz, applichiamo l'idea base sopra descritta, oltre che al suono fondamentale, anche ai suoi armonici più vicini (e quindi maggiormente percettibili), avremo una teoria che spiega abbastanza bene, in prima approssimazione, il fenomeno della dissonanza del tritono. Infatti il primo armonico della nota superiore del tritono e il secondo della fondamentale cadono proprio nella zona in cui i battimenti sono più frequenti. Allo stesso modo si spiega la dissonanza di intervalli come sa settima maggiore e la nona minore. Nel prossimo file i due suoni divergono dall'unisono all'ottava; come si noterà, intervalli prossimi all'ottava, vicini alla settima minore e maggiore, risultano assai poco dissonanti. Ciò è dovuto alla relativa purezza dei suoni (eventuali ipertoni possono essere generati dall'apparato di amplificazione usato):

L'applicazione dell'idea fondamentale ai suoni armonici è giustificata dal fatto che il meccanismo di percezione dei suoni, come ha dimostrato lo stesso Helmholtz, effettua un'analisi spettrale molto simile a quella di Fourier, che applicata alle onde sonore corrisponde proprio alla loro analisi armonica. I suoni che hanno i primi armonici simili e che quindi, secondo la teoria di Helmholtz, sono consonanti poichè presentano in genere battimenti molto lenti (o molto deboli, perchè provocati da armonici molto lontani dai suoni fondamentali), hanno rapporti di frequenze semplici, e quindi risultano anche consonanti secondo la teoria Galileo, che viene così ad essere non contraddetta, ma inclusa in quella di Helmholtz. Per analisi più raffinate del concetto di consonanza, relative anche al caso di più di due suoni simultanei, si rimanda alla bibliografia.

La teoria armonica tonale

In questa sezione verranno trattati gli aspetti più

elementari della teoria armonica tradizionale che si occupano di consonanza e dissonanza. Per maggiore semplicità la trattazione è limitata all'armonia tonale che impiega il temperamento equabile, che è anche

quella studiata di regola nei corsi dei conservatori, e quella cui è dedicata la maggior parte della trattatistica classica. Nell'ambito della nona, intervallo in cui con buona approssimazione è contenuta la distanza tra voci adiacenti nella scrittura a parti late, gli intervalli consonanti sono l'unisono, l'ottava, la quarta e la quinta giuste, la terza e la sesta maggiori e minori. Sono invece dissonanti la seconda , la settima e la nona maggiori e minori, (si noterà qui la coerenza con la teoria di Helmholtz) e tutti gli intervalli aumentati o diminuiti (che includono il tritono, che è una quarta aumentata o una quinta diminuita). Un accordo è dissonante se contiene un intervallo dissonante; altrimenti è consonante. Osserviamo esplicitamente che alcuni intervalli, come ad esempio la sesta minore e la quinta aumentata , possono coincidere enarmonicamente, e tuttavia risultare l'uno consonante e l'altro dissonante. D'altra parte la funzione armonica

di un suono della scala cromatica è il più delle volte

deducibile dal contesto, e quindi di regola in un accordo che è parte di una sequenza armonica non ci dovrebbero essere dubbi sull'identità di un suono enarmonicamente ambiguo. Esistono naturalmente eccezioni a questa constatazione, la più notevole delle

quali è l'accordo di settima diminuita, che proprio per questo è assai usato come mezzo modulante enarmonico. In generale le dissonanze devono essere preparate; questo vuol dire che uno dei due suoni che producono dissonanza (in generale quello superiore) deve venire sentito, con un valore ritmico almeno pari

a quello della dissonanza stessa, nell'accordo che

precede quello in cui la dissonanza si verifica, e deve in esso costituire consonanza. La dissonanza deve inoltre essere risolta; ciò significa che il suono dissonante che

era stato preparato deve procedere per grado congiunto, generalmente discendente, verso una consonanza.

Preparazione, dissonanza e risoluzione in una Cadenza d'inganno. La dissonanza è la settima minore tra le voci esterne. Questo principio base, che è seguito abbastanza fedelmente dalla musica corale tardo-medioevale, rinascimentale e del primo Seicento, serve a smorzare l'effetto di asprezza provocato dalla dissonanza, facendo in modo che essa sia circondata da un ambiente accordale consonante e non troppo dissimile. La principale eccezione a questo principio è costituita dalla settima minore, intervallo che, se sentito nell'ambito dell'accordo di settima di prima specie, non necessita di preparazione. Ciò è in buon accordo con la teoria di Helmholtz, in quanto la settima minore è, tra le dissonanze, l'intervallo in cui la nota superiore costituisce l'armonico più vicino di quella inferiore.

Ci si potrebbe chiedere perchè questo bisogno di

attenuare l'effetto della dissonanza non si sia storicamente risolto nella sua semplice esclusione dalla pratica musicale. La risposta a questa domanda non è

semplice, e qui ci si limiterà a riportare una sintesi del pensiero di Schoenberg sull'argomento. Si tenga presente, innanzitutto, che per lungo tempo la polifonia vocale medioevale aveva scelto proprio l'eliminazione totale della dissonanza, e anzi, più o meno fino all'avvento della Scuola di Notre Dame, aveva considerato consonanti solo unisoni, ottave, quarte e quinte. A un certo punto, però, l'esigenza di varietà implicita in ogni forma d'arte e l'assuefazione progressiva a suoni armonicamente più lontani costituirono una componente abbastanza rilevante da far muovere la composizione musicale verso la situazione di equilibrio illustrata dal principio base prima esposto. Tale assuefazione, secondo Schoenberg, fu dovuta in gran parte all'utilizzo sempre più frequente

di note di passaggio nelle voci superiori al cantus

firmus, che rispetto all'armonia della nota fondamentale, per il fatto stesso di procedere in genere per grado congiunto, rappresentavano armonici abbastanza lontani. Nell'opera citata in bibliografia Schoenberg definisce questa compresenza di esigenze melodiche e armoniche in contrasto tra di loro una fortunata combinazione. Anche quando la pratica viva dell'arte musicale (soprattutto nella tradizione strumentale) ha pian piano superato la rigidità del principio base che è stato enunciato, esso ha continuato a costituire un importante punto di riferimento sia per l'analisi armonica, sia perchè rappresenta (anche grazie all'illustre tradizione corale cui si accennava) la formula di base che spesso opera a livello profondo, quasi inconsapevole, nella mente del compositore.

La dissonanza nella musica del XX secolo

L'armonia wagneriana, che fu di capitale importanza

per la storia della musica, portò la densità sonora media

della trama accordale a un livello nettamente più alto rispetto alle generazioni precedenti. Mentre l'armonia precedente era cioè fondata sulla triade, l'armonia tardoromantica si fonda essenzialmente sulla quadriade. Ciò contiene già intrinsecamente una rivisitazione del concetto di dissonanza, in quanto non esiste una quadriade consonante formata da suoni temperati. Uno dei fenomeni collegati all'aumento di

densità sonora (ma è difficile su tali questioni trovare il giusto rapporto di causa-effetto) fu l'abbandono sempre più regolare delle regole classiche di condotta delle parti; nella musica tardoromantica gli accordi, infatti, si trasformano in genere per scivolamento cromatico, basato in gran parte sul principio di sensibilizzazione

dei suoni.

L'assuefazione ad un universo accordale più denso portò una sempre maggir frequenza di accordi di cinque o più suoni, che, ad esempio, nell'opera tarda di Aleksandr Skrjabin e nelle composizioni giovanili di Schoenberg costituiscono la norma. Il fenomeno di progressiva liberazione dalla necessità di trattare la dissonanza in modo speciale (attutendone gli effetti) viene chiamato dagli storici della musica emancipazione della dissonanza, ed ha costituito una tappa fondamentale sulla via che ha portato alla musica atonale in genere, e quindi a quella dodecafonica. Per quanto riguarda gli sviluppi successivi alla seconda generazione di compositori dodecafonici (e siamo ormai agli anni '60 del secolo scorso), l'abbandono

delle tecniche compositive tradizionali e l'utilizzo di principi come l'alea e la manipolazione elettronica del suono fanno perdere significato al concetto di condotta delle parti, e quindi, in questi contesti, il trattamento della dissonanza non è più, sostanzialmente, argomento della teoria armonica dal punto di vista tradizionale.

Bibliografia

Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni

matematiche

intorno

a due nuove scienze

(1638);

Hermann von Helmholtz, On the sensations of tone (1877) (traduzione inglese di A.J. Ellis), New York, Dover, 1954;

R. Plomp, W. J. Levelt, Tonal consonance and critical bandwidth, in Journal of Acoustical Society of America, vol. 38 (1965);

Kameoka, M. Kuiyagawa, Consonance theory, first part: consonance of dyads, ibidem vol. 45 (1969);

Andrea Frova, Fisica nella musica, Zanichelli, 2003;

Arnold Schoenberg, Manuale di armonia, Milano, Il Saggiatore, 1997;

Diether de la Motte, Manuale di armonia, La Nuova Italia, 1998.

Voci correlate

Acustica

40. Correctio

La correctio (termine latino che significa «correzione») definisce in stilistica una variazione o un chiarimento di qualcosa che si è già detto prima. Da non confondere con l'epanortosi, che consiste nell'introdurre volontariamente una correzione per ottenere un determinato effetto retorico.

Voci correlate

Metanoia

41. Diafora

La diafora (dal greco diá, «attraverso», e phér ō , «porto»), detta anche distinctio, è una figura retorica che si presenta quando una parola all'interno dello stesso enunciato viene ripetuta assumendo un significato e un valore diverso nei due casi; a volte la parola replicata viene caricata enfaticamente. Esempi:

Quell'arte che fa parer uomini gli uomini (Leopardi) Gli affari sono affari.

42. Dialèfe

In metrica, la dialèfe è il conteggio della vocale finale d’una parola e della vocale iniziale di quella successiva come appartenenti a due sillabe diverse.

che la diritta viaˇera smarrita. (Dante, Inferno, I ,3) Essa è di solito favorita da pause grammaticali o dall'inversione dell'ordine logico delle parole.

Nella poesia due-trecentesca è molto diffusa dopo la congiunzione "e", soprattutto dopo dopo parole che assorbendo il suono e muterebbero di significato.

d'infantiˇe di femmineˆe di viri (Inf. IV, 30) -Si noti come nel secondo caso il suono è assorbito per sinalefe.

Analogamente diffusa è la dialefe dopo i monosillabi a,

Inoltre, sempre in poeti quali

Dante e Petrarca, è probabile incontrare dialefe dopo gli aggettivi mio, tuo, suo e derivati.

e, o, che, né, se, ma

Voci correlate

Il contrario della dialefe è la sinalèfe.

Si vedano inoltre: sinèresi e dièresi.

43.

Dialisi

La dialisi (dal greco dialyein, «separare») è una figura retorica consistente nell'interrompere la continuità del periodo con un inciso.

44. Diàllage

La diàllage (dal greco diallag ē , «accordo») è una figura retorica che consiste nel far convergere molti argomenti diversi su una medesima conclusione. Si chiama diallage anche un tipo di accumulazione in cui almeno uno dei termini è costituito da due o più sinonimi. Esempio:

Assenza di senso: distruzione del senso, perdita del senso, constatazione che in nessun momento vi è stata traccia, indizio, sintomo di senso.(Giorgio Manganelli, Rumori e voci)

Voci correlate

Accumulazione

45. Dieresi

Dieresi (dal greco διαίρεσις , divisione) è un termine tecnico tipico della fonosintassi, branca della linguistica comune alla metrica e alla fonologia.

Metrica latina e greca Nella metrica classica per dieresi si intende anche una pausa, nella scansione dei versi più lunghi, che cade tra

un piede e l'altro, Si ha al contrario la cesura quando invece essa cade all'interno del piede.

Metrica italiana In metrica italiana, la dièresi s’identifica come segno di divisione di un dittongo (ascendente o discendente), in modo che i foni che lo formano siano distribuiti su due sillabe differenti. Nel caso del dittongo ascendente, il primo fono (consonante approssimante o semiconsonante) diventa un vocoide. la somma sapïenza e ’l primo amore. (Dante, Inferno, III, 6) La parola sapienza, secondo la comune sillabazione italiana, è un trisillabo (sa-pien-za) /sa'pjɛ n.ʦa/; ma in questo verso è computata come quadrisillabo (sa-pi-en- za) /sa.pi'ɛ n. ʦa/. Il fenomeno ricade nella categoria linguistica detta iato. Il caso di parole come saggio e figlio non si può parlare correttamente di dieresi, perché la i in questo caso ha il valore di un segno diacritico, che specifica la pronuncia palatale del digramma. Nonostante le critiche di Francesco D'Ovidio, ci sono varie attestazioni di dieresi da i diacritica come, per esempio, in Carducci (ciglïa, figlïa). Nel caso di cielo, dove la pronuncia moderna non ha nessuna /i/o /j/ (/'ʧ ɛ .lo/ la dieresi sarebbe ancora più inappropriata. Al contrario della dieresi, quando all'interno di parola due (o tre) vocali contigue (non costituenti dittongo ascendente o discendente) vengono contate come un'unica sillaba si ha la sinèresi. Questo avviene in particolare con i nessi vocalici formati da due vocali "forti" come ae o ea, che di solito vengono considerati appartenenti a due sillabe distinte, anche se alcuni fonetisti come Luciano Canepari non sono d'accordo. D'Ovidio ha notato come nell'uso poetico, la scelta tra sineresi e dieresi non è spesso arbitaria. La dieresi, in particolare è comune con le forme latineggianti ed è quindi segno di scansione sillabica ispirata alla poesia latina. Nonostante numerosissime eccezioni, dalle origini fino al Novecento, la dieresi è generalmente evitata:

con i nessi /jɛ / e /wɔ/, provenienti da ĕ e ŏ latine;

con /j/ che deriva da -l- latina, per esempio /'fju.me/ e/'kjaro/ bisillabi;

con /j/ derivante da -ri- latino, per esempio /li.bra.jo/;

con /j/ derivante da -i- latina, con raddoppiamento;

con /w/ derivante da -u- latina /'pjak.kwi/, generalmente con raddoppiamento;

con /w/ derivante da w- germanica /'gwar.da.re/. Viceversa nei latinismi, grecismi e arabismi si ha spessisimo la dieresi. Dieresi e sineresi, quando riguardano i confini di parole contigue si chiamano rispettivamente dialèfe e sinalèfe.

Altri usi Dieresi è anche un segno diacritico costituito da due puntini (¨) messi sopra un grafema. Si usa non solo per indicare la dieresi metrica ma anche per altri motivi,

come per esempio la metafonesi del tedesco (Umlaut). Talvolta Umlaut è considerato scorrettamente sinonimo

di dieresi, in particolare per il diacritico: si noti il

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46. Dilogia

La dilogia o diloghia (dal greco dís, doppio, e lógos,

parola, discorso) è una figura retorica che consiste nel

ripetere una o più parole in modo da ottenere maggiore efficacia espressiva.

47. Disfemismo

Il disfemismo è una figura retorica opposta all'eufemismo, molto comune nell'italiano parlato, per cui una parola normale, spesso gradevole o addirittura affettuosa, viene sostituita da un'altra di per sé

sgradevole o offensiva, che però acquista nel contesto

un valore neutro o positivo. Esempi:

tutte in coppietta col lor vigliacco

ragazze

Wojtylaccio! (Benigni)

Voci correlate

Eufemismo

48. Dittologia

La dittologia (dal greco dittós, doppio, e lógos, discorso), consiste nell'usare una coppia di parole dal significato simile collegate da una congiunzione (di norma e), per ottenere un particolare effetto ritmico oltre che semantico.

Esempio: forte e robusto.

49. Domanda retorica

L'interrogazione retorica o domanda retorica è una figura retorica che consiste nel fare una domanda che non rappresenta una vera richiesta di informazione, ma

implica invece una risposta predeterminata, e in particolare induce a eliminare tutte le affermazioni che contrasterebbero con l'affermazione implicita nella domanda stessa.

È tipica della retorica classica, ereditata dal linguaggio

giuridico nella conduzione di interrogatori e processi. Esempi:

Chi è Dio tranne il Signore? (Antico Testamento, Salmi, 18, 32)

E tu degnasti assumere

questa creata argilla? (Manzoni, Inni sacri, «Il Natale», 50-51)

Voci correlate

Prolessi

50. Elisione

L'elisione è la caduta di una vocale finale non accentata davanti a una parola che inizia per vocale. Viene indicata graficamente per mezzo dell'apostrofo. Non va confusa col troncamento. In metrica, è il conteggio come una sola sillaba della vocale finale d'una parola e della vocale iniziale di quella successiva; è anche detta sinalefe.

L'elisione grafica e fonica In teoria, molte elisioni sono possibili, ogni volta che due vocali s’incontrano ai confini di parole, soprattutto se tali vocali sono uguali, e purché la prima parola abbia poco valore dal punto di vista semantico. Nella pratica odierna, le elisioni tendono a diventare meno frequenti, il che non è proprio coerente con l'uso sempre più frequente che si fa, invece, della cosiddetta «d eufonica». Sembra che sia difficile fare a meno di certe elisioni (l'amico e l'amica molto meglio di lo amico e la amica). Altre sembrano ovvie a certi ma la loro assenza non disturba minimamente gli altri (una idea / un'idea). Certe accumulazioni d'elisioni risultano (graficamente!) sgradevoli a certi: d'un'altra casa. Ecco le principali parole che si possono elidere:

Lo, la (articoli o pronomi); una e composti; questo, questa; quello, quella: L'albero, l'upupa, l'ho vista; un'antica via, nessun'altra; quest’orso, quest’alunna (le forme plurali [li, le, questi…], invece, non s’elidono mai).

Di e altri morfemi grammaticali in -i, mi, ti, si, vi: d'andare, d'Italia; m’ha parlato, m’ascolti?; t’alzi presto?; s’avviò, s’udirono; v’illudono. La preposizione da di norma non s’elide, tranne in rari sintagmi fissi:

d'altronde,