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MEDIOEVO

Facciamo parlare i protagonisti


Collana di documenti, testi e saggi
A PANE E ACQUA
Peccati e penitenze nel Medioevo
Il Penitenziale di Burcardo di Worms
a cura di
Giorgio Picasso
Giannino Piana
Giuseppe Motta

EUROPIA
Traduzione
Giuseppe Motta

© 1986
prima edizione giugno 1986

Illustrazioni
Katia Villa

in copertina
Biblioteca Apostolica Vaticana
Ms Lat. 1366

BIBLIOTHECA
Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma
ci si può rivolgere a
Europìa - Iniziative editoriali - Novara
Bai. Lamarmora 15 - tel. (0321) 35707
INDICE

Giannino Piana
Peccati e penitenza nel Medioevo 7
Giorgio Picasso
Il penitenziale di Burcardo di Worms 41

Giuseppe Motta
Premessa alla traduzione 49

Burcardo di Worms
Penitenziale 55

Appendice
(a cura di G. Motta)

Fonti del penitenziale di Burcardo 173


Tavola delle concordanze con il Decreto di Graziano 185
Elenco delle abbreviazioni bibliche 187
Glossario 189
Orientamenti bibliografici 193

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Giannino Piana
PECCATI E PENITENZA
NEL MEDIOEVO

Nel quadro del crescente interesse per la storia medioevale grande


importanza rivestono le testimonianze volte a riproporre « spaccati » di
vita e di esperienze, modelli esistenziali e tradizioni, che codificano il
comportamento e rendono trasparente il clima, sia religioso che civile,
della cultura del tempo.
Le scienze storiche ed antropologiche hanno da tempo imboccato la
strada di una ricostruzione meticolosa di tali « reperti », abbandonan­
do i moduli storiografici tradizionali per andare alla ricerca di dati più
strettamente collegati con il vissuto quotidiano.
In questo contesto è facile comprendere il significato e il valore che
assumono i « libri penitenziali », cataloghi di peccati e di pene espia­
torie destinati a guidare i confessori nell'esercizio del loro ministero.
Essi rappresentano una produzione caratteristica, che si sviluppa inin­
terrottamente dal sec. VI all'XI, e costituiscono un attestato interessan­
te non solo dell'azione pastorale della chiesa ma anche della storia del
costume, consentendoci inoltre di ricostruire l'evoluzione delle dottri­
ne morali lungo un arco storico ancora privo di un insegnamento siste­
matico.
La riproposizione di tali « documenti » del passato esige tuttavia un
grosso sforzo di contestualizzazione per coglierne la portata reale ed evi­
denziare le dinamiche ad essi soggiacenti. Non si tratta infatti di com­
posizioni astratte dovute ad elucubrazioni intellettualistiche, ma di e-
spressioni vive di una cultura, che ha addentellati immediati con l'espe­
rienza quotidiana e che tende a riflettere gli elementi più salienti di un
mondo in cui il « sacro », secondo tutta la ricchezza e l’ambivalenza del­
le sue manifestazioni, attraversa le scelte individuali e collettive.

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Giannino Piana

Di qui la necessità di un approccio complessivo al quadro sociale e


l’attenzione privilegiata a manifestazioni — come la pratica penitenzia­
le — , le quali non occupano soltanto un ruolo accidentale, ma costitui­
scono i perni fondamentali attorno ai quali ruota e si sviluppa la com­
prensione della vita e del suo senso.
Gli uomini del medioevo possono essere definiti « uomini della pe­
nitenza », vista l’importanza che tale disciplina riveste tanto nell’ordi­
namento della vita ecclesiale che in quello della vita sociale. Il regime
penitenziale scandisce le diverse stagioni della vita e costituisce il tes­
suto connettivo dei rapporti che si intrecciano nel quotidiano. La cono­
scenza dei complessi meccanismi secondo i quali viene strutturandosi rap­
presenta pertanto una tappa essenziale del processo di accostamento ad
una epoca, per troppo tempo ingiustamente dimenticata, che ha avuto
un peso determinante nello sviluppo successivo della civiltà occidentale.

Genesi e sviluppo della penitenza « privata »

La comparsa dei « Penitenziali » deve essere collegata con il radi­


cale mutamento cui andò soggetta l’amministrazione della Penitenza fin
dagli inizi dell’epoca medioevale.
Nella chiesa antica era venuto gradualmente articolandosi un siste­
ma penitenziale estremamente rigoroso, che andava sotto il nome di pe­
nitenza « pubblica » o, più propriamente, « canonica », perché regolata
poco per volta dai canoni dei primi concili. Esso esigeva un congruo pe­
riodo di preparazione e il superamento di dure ed aspre prove, che oltre
a rivestire un valore espiatorio, tendevano soprattutto a verificare la
serietà degli intenti e dei propositi del penitente. La penitenza « cano­
nica » — detta anche « ufficiale » o « ecclesiastica » o « irrepetibile » —
determinava uno status particolare nella chiesa, una condizione pecu­
liare e specifica di vita. Chi l’abbracciava entrava a far parte delVordo
paenitentium (ordine dei penitenti), sottoponendosi ad una serie di pra­
tiche interne ed esterne, che qualificavano in modo preciso la sua po­
sizione.
Tutto, nella vita del penitente, ne rivelava la condizione: il posto
in fondo alla chiesa o addirittura fuori di chiesa, la posizione genuflessa
anche di domenica, l’esclusione dall’offerta e dalla comunione, il vestito
di peli di capra o cilicio — il capro era simbolo del dannato che trova
posto alla sinistra di Cristo giudice — la rasatura dei capelli (in Gallia)
oppure il mantenimento dei medesimi e della barba lunghi ed incolti
(in Spagna), l’aspetto trascurato e macilento per i digiuni e per la proi­
bizione di prendersi cura della propria persona. Il penitente doveva at­
tendere, prostrato sulla porta o sull’atrio della chiesa, il passaggio dei

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Peccati e penitenza nel Medioevo

martiri, dei confessori e dei semplici fedeli e gettarsi piangendo ai loro


piedi, invocando preghiere per sé e per i propri peccati.
Nella vita quotidiana dei penitenti erano dominanti gli atteggia­
menti di mortificazione e di rinuncia: digiuni rigorosi e ripetuti più vol­
te alla settimana, un giaciglio cosparso di cenere per letto, pianti, pre­
ghiere e veglie prolungate, centinaia di genuflessioni e di prostrazioni da
ripetere di giorno e di notte, astensione dalle carni e obbligo di elemo­
sine. La comunità affidava loro i lavori più gravosi e penosi, quali il tra­
sporto dei defunti in chiesa per le esequie, la sepoltura dei cadaveri, ecc.
La quaresima era per loro un tempo di rigorosissima penitenza e morti­
ficazione, nel quale si provvedeva da parte di tutti al loro bene spiri­
tuale, innalzando ripetutamente preghiere a Dio e imponendo loro di
frequente le mani.
Ma l'aspetto ancora più duro di tale stato era soprattutto costituito
dal peso degli « interdetti », che si abbattevano sul penitente, sia pri­
ma che dopo la riconciliazione. Il cristiano che entrava in penitenza sa­
peva bene che la sua vita era praticamente « finita »: per lui aveva ini­
zio una particolare situazione di esistenza che lo sottraeva alla possi­
bilità di una normale realizzazione. Egli non poteva più prestare servi­
zio militare, ricorrere a tribunali civili, svolgere attività commerciale,
esercitare cariche pubbliche; soprattutto non poteva più accedere a di­
gnità e ordini ecclesiastici, poiché lo stato di penitenza è un 'infamia che
inerisce alla persona. La continenza totale e la rinuncia all'uso del matri­
monio era assoluta e durava, per le persone già sposate, fino alla mor­
te. L'uomo e la donna, entrando in penitenza già sposati, si votavano
ad una sorta di vedovanza bianca per tutta la vita. Il vedovo non po­
teva più risposarsi; il celibe, anche laddove gli era consentito sposarsi
(sembra che in Gallia gli fosse proibito), non poteva farlo senza qualche
colpa, sia pure leggera.
In pratica l'ingresso in penitenza corrispondeva ad una morte civile.
Il periodo penitenziale era sempre lungo — a volte si protraeva per mol­
ti anni, e persino tutta la vita — e su di esso pesava la minaccia, sospe­
sa come una spada di Damocle, della non reiterabilità. Alla peniten­
za « canonica » ci si poteva infatti accostare una sola volta in vita.
Per completare il quadro si deve aggiungere che esistevano in verità
altre strade percorribili come alternativa alla penitenza « canonica »:
quella della professione religiosa e quella della « cornersio ». La pro­
fessione religiosa era considerata la forma più perfetta di vera peniten­
za, proprio in quanto totale e perpetua: la vita del monaco era infatti
sinonimo di morte al mondo e veniva assimilata al « martirio quotidia­
no ». Per questo chi entrava in religione, anche se gravato da colpe ca­
pitali, era dispensato dal sottoporsi alla disciplina penitenziale, ottenen­
do immediatamente il perdono. La « conversio » era una sorta di vita

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Giannino Piana

monastica condotta in forma privata entro le mura della propria casa:


una specie di terz'ordine con gli obblighi perpetui della penitenza pub­
blica. In quanto tale essa dava diritto alla riconciliazione immediata e
all'accesso all'eucarestia.
La crisi di tale regime penitenziale si fece ben presto sentire. La
caduta della tensione religiosa delle prime generazioni e l'inasprirsi del
rigore provocarono una progressiva diminuzione dei penitenti, fino a
produrre una situazione paradossale e non sostenibile. Nei sec. V-VI lo
ordo paenitentium non accoglieva più se non vecchi e moribondi, e quel
che è più significativo e rivelatore è che questo avveniva su espressa
raccomandazione di sinodi, di concili e di singoli pastori. Il concilio di
Agde (1506) afferma: « Alle persone ancora giovani si concederà diffi­
cilmente la penitenza, a causa della debolezza della loro età » (can. 15). E
quello di Orléans (511) ammonisce severamente: « Nessuno si permetta
di concedere la penitenza a persone ancora giovani. Nessuno si permetta
di concederla a persone sposate, senza aver ottenuto il consenso dell'al­
tro coniuge, e a condizione che entrambi i coniugi siano già in età avan­
zata » (can. 27).
La penitenza finisce così per essere amministrata soltanto ad an­
ziani e malati gravi, anzi molto gravi, specialmente se giovani, per il ti­
more che, in caso di guarigione, debbano essere sottoposti ai rigori di una
disciplina difficilmente sopportabile. La caduta in disuso del modello
« canonico » e l'esigenza di trovare forme penitenziali adeguate per le
diverse situazioni di peccato determinava di fatto la nascita nella chiesa
di un'articolata prassi penitenziale « collaterale », sia per la remissione
dei peccati quotidiani {non gravi), sia per l'espiazione dei peccati gravi,
in attesa di penitenza. L'accostamento all'eucarestia dei peccatori veniva
sempre più legato alla sincerità del pentimento e alla produzione di ope­
re buone mediante le quali essi dimostravano di meritare la penitenza
in punto di morte. Ci si rendeva tuttavia sempre più conto che le gros­
se difficoltà determinate dalla penitenza « canonica » potevano essere
superate soltanto imboccando due strade diverse e alternative: o attuan­
do un ingente sforzo pastorale, nel segno del rigore, per richiamare tutti
i fedeli all'esercizio di una pratica sacramentale ormai troppo trascurata,
o tentando coraggiosamente di elaborare una radicale innovazione del
sistema penitenziale. L'alternativa che, di fatto, prese il sopravvento
fu la seconda.

Così in luogo dell'antica penitenza « canonica », amministrata pub­


blicamente sotto l'autorità del vescovo, si introdusse (o comunque finì
per prevalere) un modo « privato » e frequentemente iterabile di con­
ferire tale sacramento. È difficile stabilire con precisione il tempo in cui
ebbe inizio questo nuovo modello di penitenza ecclesiale. Si possono tro­

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Peccati e penitenza nel Medioevo

vare tracce a partire dal sec. VI, anche se fino ai primi decenni del sec.
V ili la sua storia è confusa ed oscura. Si ritiene comunemente e con
buone motivazioni che essa sia nata nelle remote isole celtiche di Irlan­
da e di Inghilterra, già estremo confine dell'Impero romano e in quel
tempo punta avanzata della cristianità. In esse la chiesa si era impian­
tata da poco e aveva conosciuto vicissitudini diverse nella sua espan­
sione. La lontananza da Roma, a causa della loro posizione geografica,
aveva determinato al loro interno una notevole autonomia di culto e di
disciplina canonica. Di qui i tratti peculiari e atipici della vita religiosa
di quelle comunità: la pratica mancanza della struttura diocesano-par­
rocchiale, la presenza dell'abate-vescovo sul territorio, la quasi inesisten­
za di un clero diocesano, sostituito da monaci ed eremiti che popolavano
a centinaia i numerosissimi cenobi sparsi su quel territorio, praticando
un'ascesi aspra e rude con forme di digiuno duro e prolungato nel tempo.
In queste comunità non veniva predicata altra spiritualità che quel­
la monastica, non si praticava altra disciplina che quella dei cenobi, non
vigeva altro codice che non fosse quello in vigore presso le stesse comu­
nità religiose. In realtà quelle regioni non avevano mai conosciuto il re­
gime della penitenza « canonica ». Evangelizzate da monaci e rette da
abati in un momento in cui la penitenza pubblica era in crisi in tutta la
cristianità, nessuno aveva sentito il bisogno di introdurla, come testimo-
nierà autorevolmente più tardi il Penitenziale di Teodoro (sec. V ili).
In esse si era pertanto fatta strada una forma penitenziale che era la
derivazione diretta e l'applicazione ai fedeli di un codice penale mona­
stico, anche se essa non era affatto invenzione originale del monacheSi­
mo, bensì diretta emanazione, per imitazione, della penitenza « canoni­
ca », con gli opportuni ritocchi e adattamenti alle esigenze di una co­
munità di monaci.
Questo spiega la continuità tra la disciplina penitenziale pubblica
e quella tariffata. La ragione consiste infatti nella « formale » identità
della nuova disciplina ad un tipo di penitenza, quella monastica, la qua­
le è a sua volta molto simile, anche se non proprio identica, alla grande
penitenza « canonica » della Chiesa antica. I monaci, il cui status li
escludeva per definizione — come si è ricordato — dalla condizione di
penitente, avevano ricreato all'interno del monastero o del cenobio un
codice penale per l'espiazione dei loro peccati e delle trasgressioni alla
regola, il quale ricalcava da vicino, nelle sue linee essenziali, la discipli­
na penitenziale pubblica. L'analisi delle diverse Regulae, elaborate in
quel periodo, mostra con evidenza la strettissima affinità con il modello
canonico. Il monaco che si era reso colpevole di qualche peccato esterno
o di qualche trasgressione alla regola, sia che tale colpa fosse pubblica
sia che fosse rimasta nascosta, doveva compiere un cammino penitenzia­
le, ricalcato esattamente su quello canonico, fatto cioè di confessione,

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Giannino Piana

espiazione e reintegrazione. Si trattava di una forma di igiene spirituale


ed ascetica, una scuola di santità e di perfezione, attuata mediante il rin­
negamento di sé e la totale sottomissione alla volontà dell’abate. Certo
le opere della correzione monastica non avevano il carattere della vera
paenitentia, che coincideva per il monaco con la stessa professione reli­
giosa, ma esse rappresentavano un mezzo di grande importanza per ope­
rare lo spogliamento dell’uomo vecchio e secolare ancora presente e ri­
vestirsi dell’umiltà perfetta, dell’obbedienza assoluta, della povertà sen­
za rimpianti del vero seguace di Cristo.
L ’identificazione delle prerogative proprie della penitenza « canoni­
ca » e della correzione monastica fecero sì che, laddove la penitenza pub­
blica non era mai stata praticata, la forma monastica divenisse l’unica
forma penitenziale.
Analogamente, quando la forma antica subisce un cedimento, per­
ché divenuta come si è detto impraticabile, e la organizzazione ecclesia­
stica e la cura pastorale cominciano ad essere centrate anche sul conti­
nente prevalentemente attorno alle abbazie — il che ha luogo a partire
dal sec. V, dopo le invasioni barbariche — , la prassi della manifestatio
conscientiae, cioè della penitenza monastica, subentra a quella più tradi­
zionale, offrendo il modello per una nuova disciplina penitenziale della
chiesa.
Il passaggio dall’antica disciplina a quella « privata » non è dunque
avvenuto traumaticamente. E ciò anche per un’altra ragione, che meri­
ta di essere menzionata: esistono infatti documenti che attestano l’esi­
stenza, anche prima del VI secolo sul continente, di uno stile peniten­
ziale diverso dalla disciplina tradizionale e già ampiamente utilizzato per
la remissione di alcuni peccati.
Gennadio di Marsiglia, parlando delle differenze tra i peccati, intro­
duce la distinzione tra la necessità della penitenza pubblica e la sufficien­
za di una seria contrizione personale. I peccati gravi possono essere ri­
messi anche per mezzo di uno speciale tipo di soddisfazione che si avvi­
cina molto al modello insulare: si cambia vita, si proclama espressa-
mente il proprio amore per le cose di Dio, ci si sottomette a sacrifici e
a pratiche ascetiche, ecc. Del resto i conversi non sono monaci né peni­
tenti nel senso formale del termine, poiché continuano a vivere a casa
loro, ma si fanno notare per l’assunzione di un atteggiamento molto si­
mile a quello dei monaci. La conversatio si presenta pertanto come una
disciplina particolare della remissione dei peccati, che evita l’assoggetta­
mento alla penitenza pubblica, mediante l’assunzione di un genere di
vita mortificato. Gli irlandesi probabilmente se ne sono ricordati nel
costruire la loro disciplina penitenziale; digiuni, lamentazioni, veglie,
astinenza, elemosine, salmodie, silenzi sono pratiche ascetiche comuni sia
allo stato di converso che alla prassi della penitenza insulare.

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Peccati e penitenza nel Medioevo

È probabile che proprio questa comune concezione abbia costituito il


terreno favorevole per l’introduzione del nuovo modello penitenziale,
che ovviava alle non poche difficoltà della penitenza « canonica ». In
ogni caso è abbastanza sicuro che la nuova disciplina prese l’avvio nelle
chiese celtiche fin dal sec. V e fu diffusa sul continente dai monaci irlan­
desi e scozzesi impegnati in una vasta attività missionaria, come risulta
dalla vita di S. Colombano (543-615), il quale nel 591 si mise in cam­
mino, con altri dodici monaci, verso la Gallia. Nonostante l’iniziale ri­
fiuto della gerarchia ecclesiastica, la nuova forma penitenziale prese ben
presto piede, sia perché sollecitata dall’urgenza pastorale della comuni­
tà cristiana, sia soprattutto perché introdotta dai monaci, i quali meglio
di altri erano in grado di cogliere e di evidenziare la continuità esisten­
te con la forma precedentemente in uso.

Le due fondamentali caratteristiche del nuovo sistema di ammini­


strazione della penitenza sono la privatezza del rito e la sua reiterabilità.
Contrariamente a quanto avveniva nel regime della penitenza « canoni­
ca », il peccatore si presenta al sacerdote e accusa i suoi peccati senza
che vi sia un rito pubblico di imposizione della penitenza o di ingresso
nell 'ordo paenitentium. Tale prassi può essere ripetuta ogniqualvolta ci
si trova in condizione di peccato; anzi, fin dal sec. V ili esistono testi
che prescrivono una certa periodicità: una volta all’anno, prima di Pa­
squa, oppure alcune volte all’anno.
Un altro aspetto di novità è costituito dal sistema di tassazione pre­
cisa delle colpe. Il sacerdote impone infatti le opere di penitenza, tenen­
do presente che a ciascun tipo di peccato corrispondono determinati ob­
blighi secondo diverse tariffe previamente stabilite. Tutto questo com­
porta che il penitente faccia in termini precisi la sua accusa risponden­
do alle domande del confessore, il quale utilizza per interrogarlo il li­
bro penitenziale, in cui sono elencate le diverse forme possibili di pec­
cato e le corrispettive tariffe penitenziali. È questa la ragione per cui
la nuova disciplina prende il nome di penitenza « tariffata ». Mediante
la tassazione precisa di ogni colpa si tende infatti a radicare il senso del
peccato, conferendo ad esso un’effettualità oggettivamente rilevabile. Le
stesse pene, in quanto proporzionate alle mancanze commesse, consen­
tono di inculcare un sistema di valori, che deve essere rispettato per
dare significato alla vita personale e collettiva.
L ’itinerario secondo il quale si svolgeva il processo penitenziale era
in realtà molto semplice. Il fedele consapevole di aver commesso un
peccato di una certa gravità — ma con il tempo si cominceranno a con­
fessare anche peccati meno gravi — andava da un sacerdote e denun­
ciava il proprio peccato dicendosi disposto ad espiare la propria colpa
con un’adeguata penitenza. Il sacerdote gli assegnava allora la peniten­

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Giannino Piana

za secondo le indicazioni del penitenziale in uso. Egli adempiva alle ta­


riffe ricevute e si ripresentava al sacerdote dal quale riceveva l’assolu-
zione. Esiste tuttavia al riguardo una certa divergenza tra i penitenziali.
Secondo alcuni infatti sembra che il perdono si potesse acquistare ipso
facto con il semplice adempimento della penitenza, senza che il peni­
tente dovesse ritornare una seconda volta presso il confessore.
È importante in ogni caso notare che la « tariffa » non era una tas­
sa da pagare al sacerdote per ottenere il perdono di un peccato, ma Pen­
tita della pena da scontare (satisfactio) per espiare la colpa commessa
ed essere reintegrati nella comunione con Dio e con la chiesa.
L ’idea di tariffa o penitenza prestabilita si fondava su una concezio­
ne teologica precisa ed indiscutibile: nessun peccato commesso dopo il
battesimo può essere rimesso senza un’adeguata espiazione mediante pe­
nitenza. Risulta pertanto chiaro che la novità introdotta da questa pras­
si non è tanto nell’idea di tariffa, quanto piuttosto nel fatto che ormai
tutto il processo avveniva privatamente e ripetutamente. È questa an­
che la ragione per cui ministro della penitenza diventa quasi esclusiva-
mente il sacerdote, mentre il vescovo si riserva la riconciliazione solenne
a più penitenti, che ha luogo in occasione delle grandi solennità liturgi­
che, e la direzione ed organizzazione della penitenza « canonica », che
continua a sussistere ancora per parecchio tempo con funzioni speci­
fiche.

Le tariffe penitenziali per ogni peccato erano originariamente piut­


tosto rigorose, secondo la tradizione dell’antica disciplina, consistendo
in dure mortificazioni, che spesso si protraevano nel tempo, ma soprat­
tutto in digiuni di una durata variabile, nel versamento di somme di da­
naro in favore di una chiesa o di un monastero e infine nell’astensione
dai rapporti coniugali per un periodo di tempo determinato. L ’intento
non era quello di affermare una sorta di giustizia « vendicativa », quanto
piuttosto di alleggerire i sensi di colpa dei fedeli mediante l’adozione di
comportamenti socialmente reintegrativi. La penitenza assolveva così
ad una funzione medicinale, mirando alla ricostruzione di uno stato di
equilibrio psichico e sociale.
Tuttavia, le pene imposte per ogni peccato si sommavano e in tal
modo, secondo il numero e la gravità dei peccati, si potevano totalizzare
penitenze che oltrepassavano la totalità della vita. Si deve aggiungere
che le variazioni da penitenziale a penitenziale erano talora molto con­
sistenti, determinando scompensi e confusioni rilevanti tra i confessori
e i fedeli.
Per ovviare a tali inconvenienti si introdusse il sistema delle com­
mutazioni, consistente nella possibilità di scambiare lunghi periodi pe­
nitenziali con atti più intensi e gravosi, ma di più breve durata. Inoltre,

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Peccati e penitenza nel Medioevo

conformemente all'uso del diritto germanico e celtico della « Wehrgeld »,


secondo il quale un delitto poteva essere riscattato da una somma di
danaro proporzionata, si ammise anche la composizione (compositio o
redemptio), cioè il riscatto delle opere di penitenza mediante un contri­
buto pecuniario. Altri mezzi di commutazione che man mano invalsero
furono quello di riscattare le opere di penitenza attraverso la celebra­
zione di un determinato numero di messe — il che rappresentava un'im­
portante fonte di guadagno per i sacerdoti, i monaci e i monasteri — e
infine quello di far compiere il riscatto ad un'altra persona, naturalmente
dietro pagamento di compenso: sistema quest'ultimo del quale poteva­
no usufruire soltanto i ricchi.
Questa prassi comportava evidentemente abusi scandalosi, poiché in
definitiva erano soprattutto i poveri e i monaci che si accollavano le
penitenze e inoltre perché forte era la tentazione di assegnare come
« composizione » la donazione di terre ai monasteri e la costruzione di
chiese e di conventi, favorendo in tal modo forme indebite di arricchi­
mento per monaci e sacerdoti. È evidente, d'altronde, che tale sistema
finiva per minare progressivamente alle radici il regime della penitenza
tariffata. Se infatti le commutazioni potevano in alcuni casi e a certe con­
dizioni essere legittimate, in altri casi divenivano del tutto irrilevanti
e perdevano il significato religioso originario di strumento per l'espia­
zione dei peccati e per il conseguimento della riconciliazione. La nuova
disciplina finì così per apparire a molti troppo conciliante e permissiva;
in definitiva, troppo incline al lassismo.
Diversi furono i concili del tempo che tentarono di reagire contro
gli abusi. Nel 589 i Padri della chiesa ispanica, riuniti a Toledo per la
celebrazione di un concilio locale, sentirono il bisogno di pronunciarsi
contro un grave disordine diffuso « in certe chiese di Spagna », che tut­
tavia sappiamo essere esteso a molte altre chiese di Occidente: « Abbia­
mo saputo che in certe chiese di Spagna i fedeli fanno penitenza dei
loro peccati non secondo la maniera canonica, ma in un modo scanda­
loso: ogni volta che hanno peccato (gravemente) chiedono di essere ri-
conciliati dal sacerdote. Per reprimere una così esecranda audacia, la no­
stra santa assemblea ha decretato che si dia la penitenza secondo la for­
ma canonica stabilita dai nostri Padri, e cioè: colui che si pente delle
sue colpe sia privo della comunione e, messo nella fila dei penitenti, ri­
ceva l'imposizione delle mani. Terminato il suo tempo di espiazione,
venga riammesso alla comunione, a seconda del giudizio del vescovo.
Quanto a coloro che ricadono nelle colpe gravi, sia nel tempo della lo­
ro penitenza, sia dopo la riconciliazione, vengano puniti con tutta la se­
verità prescritta dagli antichi canoni » (canone 3).
Ciò che agli occhi di quei vescovi appariva inaudito (execranda prae-
sumptio) era la reiterazione della riconciliazione e la pretesa di accor­

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Giannino Piana

darla, anche in condizione di non grave necessità, da parte dei presbiteri.


Ma si dovette attendere la riforma carolingia per assistere ad un
vero e proprio tentativo di ripristino su tutto il continente dell’antica
prassi penitenziale. Lo sforzo da essa intrapreso tendeva a restituire nuo­
va vitalità alla vita liturgica e teologica, puntando soprattutto sul rin­
novamento della disciplina penitenziale. L ’incredibile proliferazione di
libri penitenziali e di liste di commutazione, la pratica inesistenza di cri­
teri comuni di valutazione, la confusione o anche l’anarchia determina?
tasi con la comminazione di pene severissime e di pene molto più miti
per gli stessi peccati a seconda dei criteri di ciascun compilatore di pe­
nitenziale o di ciascun confessore, la gravità degli abusi da parte di sa­
cerdoti senza scrupoli, che si servivano della discrezionalità loro lascia­
ta dai libri e dai decreti sinodali per assicurarsi vantaggi materiali anche
cospicui dalle commutazioni (soprattutto in danaro), portarono molti ve­
scovi e concili a decidere la fine della prassi più recente e il ripristino
almeno parziale di quella precedente. Il principio che viene ristabilito è
così enunciato: a peccato pubblico, penitenza pubblica; a peccato se­
greto, penitenza privata. Rabano Mauro (f 856) ribadisce tale principio
e ne fornisce la ragione: « Se la colpa è pubblica, conosciuta da tutti
e ha scandalizzato tutta la comunità cristiana, si impongano le mani
sul peccatore all’ingresso del coro (è l’inizio della penitenza pubblica).
Se invece le colpe rimangono segrete e i peccatori le confessano spon­
taneamente al sacerdote o al vescovo solo, la penitenza dovrà anch’essa
rimanere segreta... In questo modo le persone deboli nella chiesa non
saranno scandalizzate, vedendo espiazioni pubbliche di cui ignorano il
motivo » (Della istruzione dei chierici, alVArcivescovo Astolfo, II, 30).

Nonostante l’enorme impegno profuso da concili, sinodi e vescovi


zelanti dell’antico rito, non si riuscì tuttavia ad impedire lo sviluppo
della nuova forma penitenziale. Ebbe così origine e progressivamente si
approfondì un regime penitenziale polimorfo, caratterizzato dalla presen­
za contemporanea di tre forme di penitenza: quella privata per i pec­
cati privati, quella pubblica e solenne per i peccati pubblici e partico­
larmente scandalosi e infine quella pubblica non solenne, che si identifi­
cava con il pellegrinaggio penitenziale e veniva utilizzata per i peccati
pubblici meno scandalosi commessi dai laici o per quelli particolarmen­
te scandalosi commessi dai chierici maggiori, ai quali era proibito di sot­
toporsi alla penitenza solenne.
La penitenza privata andò poi subendo profonde modificazioni, a
seguito dell’introduzione di altri elementi, che segnarono un ulteriore
decadimento del sistema delle tariffe. Tra questi merita di essere ricor­
dato l’uso delle assoluzioni generali, accordate dal Papa e dai vescovi,
divenuto abituale nel sec. XI e ritenuto responsabile dell’origine del si­

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Peccati e penitenza nel Medioevo

stema delle « indulgenze ». Per quanto il loro significato rimanga an­


cor oggi piuttosto oscuro, si può dire, in linea di massima, che le asso­
luzioni generali consistevano in una vera remissione della penitenza, cioè
della soddisfazione penitenziale imposta dalla chiesa, in virtù di un pel­
legrinaggio o a causa di servizi eccezionali resi alla comunità.
Un altro elemento di notevole interesse fu la profonda revisione che
subì la stessa struttura del rito celebrativo. All’inizio — come già si è
ricordato — dopo la « confessione » dei peccati al sacerdote, il peni­
tente doveva compiere la penitenza e, solo dopo averla compiuta, torna­
va dal sacerdote per ricevere l’assoluzione o si riteneva immediatamente
assolto. Ma, a partire dal sec. IX, all’accusa dei peccati comincia a far
seguito in modo immediato la riconciliazione o assoluzione — così viene
in questo periodo prevalentemente chiamata — , senza attendere cioè
il compimento dell’espiazione penitenziale, la quale viene dunque pospo­
sta alla assoluzione.
Il principio in verità non era nuovissimo. Già ai tempi della peni­
tenza pubblica, in casi di necessità, era ammessa la riconciliazione in
previsione delle opere che sarebbero seguite, se si avesse avuto la possi­
bilità di metterle in atto: si pensi alla situazione di grave malattia o di
imminente pericolo di morte. La novità consisteva in un primo momen­
to nella applicazione molto più allargata del « caso di necessità », cioè
nell’includervi anche la situazione di disagio, talvolta oggettivamente
grave per la difficoltà determinata dalla distanza, di chi doveva, una vol­
ta scontata la pena, tornare dal sacerdote a ricevere la riconciliazione
per i peccati espiati. Successivamente, ciò che era in origine eccezione
divenne regola abituale, e persino esclusiva, dando luogo di fatto ad un
modo nuovo di amministrare la penitenza.
All’affermarsi di tale prassi concorse in maniera determinante il pro­
gressivo diffondersi della convinzione che la confessione rappresenta es­
sa stessa una forma sufficiente di penitenza e dunque di espiazione. La
« vergogna » e l’umiliazione del penitente, nel denunciare il proprio
stato di peccato, vengono infatti sempre più considerate come una pena
abbastanza pesante per meritare il perdono; in altri termini, la confes­
sione viene caricata di un valore espiatorio sufficiente in ordine all’asso­
luzione o riconciliazione. Si determina così progressivamente il passag­
gio da una confessione dei peccati strumentale, perché ordinata all’im­
posizione delle opere di penitenza, ad una confessione che è essa stessa
opera di penitenza, anzi l’opera penitenziale principale.
La stessa terminologia con cui viene definito il procedimento peni­
tenziale esprime il cambiamento avvenuto nella strutturazione del rito.
Infatti già dal sec. IX il termine « confessione » non designa più soltan­
to l’accusa dei peccati, ma tutto l’insieme della prassi penitenziale.
Fino al sec. XI il regime penitenziale continuerà comunque ad es­

17
Giannino Piana

sere caratterizzato da una molteplicità di vie e di modalità celebrative,


tra loro interdipendenti ed ordinate a far fronte alle diverse situazioni
esistenziali. Solo più tardi la disciplina della penitenza privata, nella for­
ma più facile della confessione seguita dall’assoluzione — con la caduta
quasi totale delle opere penitenziali, ridotte a qualche preghiera o mor­
tificazione di poca entità — verrà assolutizzata come unica strada per­
corribile, a scapito delle altre forme, le quali scompariranno o saranno
ridimensionate al rango di semplici devozioni.

Natura e struttura dei « penitenziali »

I libri penitenziali sono dunque lo strumento mediante il quale i


confessori vengono messi in grado di analizzare i peccati e di assegnare
ai fedeli le pene in occasione dell’amministrazione della penitenza. Essi
contengono infatti speciali tariffari, che tendono a stabilire, in modo pre­
ciso, l’adeguazione tra peccati e pene. Dalla seconda metà del sec. VI i
penitenziali cominciano a diffondersi ed a moltiplicarsi in tutta l’Europa
latina. Il loro numero estremamente elevato e la grande varietà dei cri­
teri adottati per la classificazione dei peccati e l’elaborazione delle tariffe
rendono difficoltosa una puntuale catalogazione. La tendenza prevalen­
te è quella di raggrupparli secondo il luogo di provenienza. Esistono così
penitenziali bretoni, irlandesi, anglosassoni e infine continentali. Questi
ultimi si ispirano in larga misura agli archetipi introdotti dai monaci in­
sulari con adattamenti alle esigenze locali.
Da principio si tratta di semplici collezioni di canoni, presi dai sinodi
e dai concili antichi o da scritti dei Padri, ove venivano indicate le pe­
nitenze da imporre ai peccatori (mortificazioni, digiuni, elemosine espia-
trici, peregrinazioni, ecc.) secondo la natura e il numero delle colpe da
essi commesse. Già nel sinodo attribuito a S. Patrizio abbiamo canoni
che puniscono chierici e laici con la scomunica. Analoghe raccolte esi­
stono, tanto sul territorio irlandese quanto su quello inglese {Canones
Hibernenses, 16 Excerpta de libro Davidis, ecc.). Esse contengono in­
dicazioni precise sul trattamento di alcuni peccati, specialmente sull’omi­
cidio e sulle mancanze sessuali.
A questi modelli preesistenti si ispirano tanto il più antico e più
completo penitenziale irlandese giunto fino a noi, quello di Finniano
della seconda metà del sec. VI (è ancora incerto a quale tra i due abati
vissuti nello stesso periodo e conosciuti con questo nome esso debba es­
sere attribuito) quanto il celebre penitenziale di S. Colombano, scritto
sul continente verso la fine del sec. VI presumibilmente da un monaco
del suo seguito, ma di ispirazione chiaramente insulare. Lo stesso genere
letterario è pure adottato dai numerosi penitenziali che fioriscono nel

18
Peccati e penitenza nel Medioevo

sec. VII, tra i quali meritano di essere ricordati il penitenziale di Cum-


meano (redatto verso il 650 e attribuito a Cummeano, vescovo di Clon-
fert), nel quale le colpe sono raggruppate secondo lo schema degli otto
peccati capitali individuati da Cassiano, e soprattutto le « raccolte » at­
tribuite a Teodoro, arcivescovo di Canterbury, un’opera ecclettica che
comprende canoni di vari autori e che venne compilata tra il 690 e il
740.
Non diversa è la tipologia dei penitenziali del sec. V ili, sia di quelli
originali attribuiti a Beda (f 735) ed Egberto, sia di quelli che andaro­
no diffondendosi sul continente come estratti o riadattamenti dei peni­
tenziali insulari dei secoli precedenti (Penitenziali di Saint-Hubert, di
Bobbio, di Fleury, di Reims, di Albelda, dell’Hispana, ecc.). Si tratta
sempre di nude elencazioni, che affiancano alle liste delle varie colpe
quelle delle rispettive tariffe. Peraltro si notano, via via che i peniten­
ziali proliferano, molte e rilevanti divergenze nella valutazione dei pec­
cati e nella comminazione delle pene; non mancano neppure giudizi er­
ronei e macroscopiche incoerenze. Spesso ai canoni antichi e autorevoli
vengono aggiunte tariffe arbitrarie liberamente trascritte dalla giurispru­
denza o dagli usi civili e persino stabilite in base a criteri del tutto per­
sonali dai singoli compilatori. Il che manifesta — in modo particolare
sul continente — la situazione caotica che caratterizzava la tassazione
dei peccati nella disciplina penitenziale.
Una vera e propria revisione si ebbe con il riorganizzarsi della ge­
rarchia episcopale al tempo della riforma carolingia, la quale cercò—in
verità con scarso successo—di mettere un po’ di ordine per evitare la
confusione dei sacerdoti e dei penitenti. La lotta ai penitenziali, tacciati
di pericolosi errori, fu intrapresa da numerosi concili, a partire da quelli
riformatori dell’813. Oltre a compiere ogni sforzo per ristabilire la pe­
nitenza pubblica — come già abbiamo visto — essi si impegnarono a li­
mitare la libertà di giudizio del confessore (Reims, can. 16), a inculcare
lo spirito di penitenza (Chalon, cann. 35-36) e, infine, a ripristinare la
severità delle sanzioni canoniche (Chalon, can. 34).
In sostituzione dei vecchi tariffari, che venivano ricercati e bru­
ciati, perché accusati di aver creato disordini e lassismo, furono fatte
redigere dai vescovi nuove raccolte di canoni autentici. Ci si preoccupò
anzi di comporre delle nuove collezioni ove figurasse bensì la lista delle
tariffe, ma integrata con altre nozioni utili al confessore. Il criterio prin­
cipale di redazione di questi nuovi testi è l’ortodossia: essi non accol­
gono che canoni conformi alla disciplina romana. Per questo vengono
abbandonate le antiche collezioni indigene e insulari in favore di colle­
zioni più sicure, quali la Dionysio-Hadriana e PHispana.
A questo nuovo genere appartiene la notissima « Collezione Dache-
riana », contemporanea ai concili riformatori, il cui primo libro fa pre­

19
Giannino Piana

cedere la elencazione dei canoni da una teoria generale sulla penitenza.


Analogamente il penitenziale di Alitgario, vescovo di Cambrai (f 831),
inizia con un piccolo trattato sulle virtù e sui vizi. Anche i due peniten­
ziali di Rabano Mauro, composti tra P841 e l'853, anziché limitarsi a
proporre una lista di tariffe, confrontano e spiegano le varie determina­
zioni penitenziali assegnate dai canoni.
Ancora più marcato appare questo sforzo di giustificazione delle pe­
nitenze, nonché di elaborazione di criteri offerti ai confessori per appli­
carle adeguatamente, nel penitenziale di Burcardo di Worms (1008-
1012), che può essere considerato l'ultimo dei libri penitenziali propria­
mente detti e il più diffuso tra quanti circoleranno in seguito nel Me­
dioevo. Inserito nel suo notissimo Decreto, di cui costituisce col sot­
totitolo di Corrector sive Medicus il 19° dei venti libri che compongono
l'opera, esso è corredato da un minuzioso interrogatorio ad uso dei con­
fessori (cap. 5) e da un lungo elenco di consigli pratici in vista dell'in­
dividualizzazione della penitenza (cap. 8). A tale penitenziale, che rac­
coglie e combina elementi diversi della tradizione irlandese e anglosas­
sone con tratti romano-franchi in un quadro notevolmente sistematico,
va ascritta la responsabilità non solo della diffusione di un enorme nu­
mero di tariffe, ma anche della forma sotto la quale molte di esse venne­
ro recepite dalla cristianità, nonché del metodo secondo il quale i con­
fessori nell'XX e XII secolo finirono per amministrare la penitenza.
L'era dei penitenziali si chiude praticamente col sec. XI, per il colpo
definitivo ad essi inferto dalla riforma gregoriana. È sintomatico che un
solo penitenziale venga incluso in una collezione gregoriana — quella
di Anseimo di Lucca (1086), di cui costituisce l 'l l ° libro — , mentre
esistono canoni penitenziali sparsi qua e là in altre collezioni, come in
quella di Deusdedit (lib. IV) e nel Decreto di Ivo di Chartres (lib. XI).
Di tutta questa vasta letteratura penitenziale molti testi dovevano poi
sfociare, per la mediazione delle collezioni canoniche, nel Decreto di
Graziano (verso il 1140).
L'opposizione ai penitenziali da parte della riforma gregoriana è
giustificata, oltre che dall'eccessivo giuridismo che li ispirava, dall'arbi­
trio che essi avevano finito per promuovere. Ciò non toglie che grande
fu il servizio da essi prestato alla formazione dei confessori e all'affina­
mento delle coscienze di popolazioni rudi e barbare affluite nella chiesa.
Dal punto di vista dottrinale, il loro contributo è stato decisivo nel trac­
ciare un quadro dei comportamenti peccaminosi — secondo la loro in­
dole morale — e nel consentire di procedere, sia pure mediante tale
« vìa negationìs », all'elaborazione dell'ideale cristiano.
Notevolmente profonda, anche se di difficile misurazione, fu pure
l'azione civilizzatrice da essi svolta. I penitenziali hanno infatti avvalo­
rato la legge secolare, aggiungendo al « Wehrgeld » (composizione le­

20
Peccati e penitenza nel Medioevo

gale dei delitti) una penitenza religiosa e reprimendo perciò come pec­
cato ciò che il giudizio secolare aveva represso come reato. Altre volte
essi hanno concorso a far prendere coscienza all’ordinamento civile della
gravità di comportamenti che soltanto la chiesa condannava come con­
trari alla legge cristiana, ma che dovevano in realtà essere anche civil­
mente perseguiti, contribuendo in tal modo al perfezionamento dell’or­
dine sociale. Si pensi ai testi che favoriscono la protezione della donna,
del fanciullo e dello schiavo: testi in seguito recepiti anche dalla legi­
slazione civile e che hanno avuto un ruolo decisivo in ordine alla cre­
scita della convivenza umana. L ’idea di una soddisfazione oggettiva e
personale, legale e proporzionata al peccato, che è il criterio ispiratore
di fondo della penitenza privata attestata ed imposta dai penitenziali,
finisce per far maturare una concezione della giustizia che si estende pro­
gressivamente dall’ambito privato a quello pubblico, da quello ecclesia­
le a quello della società civile.
Si deve aggiungere che i penitenziali hanno provveduto a codificare
in anticipo le sentenze del confessore secondo criteri piuttosto precisi.
Per esempio, le pene sono differenti a seconda dello status sociale dei
colpevoli, più dure per gli appartenenti al clero che per i laici, più severe
per il vescovo e per l’abate che per il diacono o il semplice monaco. Esse
variano ugualmente in ragione dell’intenzione del peccatore ed a secon­
da che si tratti di peccati di pensiero o di azione. Infine i penitenziali
si sforzano di considerare la personalità del peccatore, lasciando a lui
la scelta della pena, o una pena corta e rigorosa (per esempio tre giorni
di digiuno totale e senza riposo) oppure una pena lunga ma meno dura
(per esempio semplici restrizioni alimentari).

L ’ispirazione di fondo alla stesura dei penitenziali viene — come ab­


biamo già rilevato — dall’utilizzazione di una duplice categoria di usi:
gli usi della vita monastica, codificati a poco a poco nelle regole di vita,
e quelli della vita secolare che il costume ha fissato nelle liste di « Wehr-
geld ». Il sistema è caratterizzato dall’applicazione a tutte le categorie
di fedeli — differenziandone in modo spesso assai rilevante il contenu­
to — delle pene per i peccati commessi, trattando l’azione peccamino­
sa con lo stesso metodo con il quale la composizione legale trattava i
delitti. La conseguenza principale di tale sistema risiede nel fatto che la
penitenza si va organizzando non più come una liturgia, ma secondo uno
stile squisitamente giuridico: lo stile di un vero processo, seppure si­
mulato ed estremamente semplificato, per il quale il peccatore viene tra­
scinato davanti ad un tribunale. Il confessore si qualifica sempre più
come un giudice con un’effettiva giurisdizione sul foro interno.
Man mano che si procede nel tempo si assiste ad una progressiva
estensione del numero dei peccati considerati e delle corrispettive peni­

21
Giannino Piana

tenze, e soprattutto si fa strada il tentativo di ordinare in modo sem­


pre più preciso gli elenchi secondo criteri desunti dalla tradizione eccle­
siale e laica. Vengono utilizzati a tale scopo, oltre alle fonti bibliche e
patristiche, la prassi dei greci, le decretali, i canoni dei concili e lo stes­
so diritto romano. Le tariffe per ogni peccato ruotano attorno a due
tipi di penitenza: mortificazioni più o meno dure e prolungate nel tem­
po (mortificazioni corporali, veglie, recite di preghiere, specialmente dei
salmi) e soprattutto digiuni di varia natura e consistenza (astensione
dal vino e dalla birra, dalle carni, dai grassi, digiuno a pane e acqua, uso
di soli cibi asciutti, ecc.). « Fare penitenza », nelPuso terminologico dei
libri penitenziali, diviene sinonimo di « digiunare » per un periodo più
o meno lungo; e non è raro trovare tariffe di quaranta giorni di digiu­
no, di un anno, di quindici anni, ed anche più.
La casistica dei peccati è ampia e dettagliata, con netta prevalenza
delle mancanze sessuali e delle forme di magia, connesse a culti e tra­
dizioni agrarie, espressione della cultura del tempo. La pena viene adat­
tata alla colpa e alla qualità del colpevole. Così il corpo che ha peccato
deve soffrire per espiarlo — tra piacere e sofferenza ci deve essere com­
pensazione. Nella gradazione delle pene si tiene conto tanto del ruolo
che la persona ricopre nella chiesa (chierico o laico) quanto di alcune si­
tuazioni oggettive. Così esse sono più severe per le colpe manifeste e
scandalose che per quelle segrete, più dure per i recidivi e gli abitudi­
nari che per coloro che sono caduti in modo casuale ed occasionale.
Tale criteriologia emerge fin dai penitenziali più antichi, anche se
viene poi progressivamente perfezionata quanto più si procede nel tem­
po e cresce l’esperienza dei confessori. Nel penitenziale di S. Colomba­
no, ad esempio, sono già, in nuce, contenute le indicazioni delle diffe­
renze di trattamento tra chierici e laici ed è già ampiamente formulata
la casistica dei peccati e delle penitenze corrispondenti secondo uno
spettro abbastanza esteso di situazioni, nonostante l’assenza di un ordi­
ne preciso di classificazione, come risulta dalla pagina che qui ripor­
tiamo:
« 3. Se uno ha commesso effettivamente atti come l’omicidio o la sodo­
mia, farà dieci anni di digiuno. Se un monaco ha fornicato solamente
una volta: tre anni di penitenza; se l’ha fatto più frequentemente: set­
te anni di penitenza. Se un monaco abbandona (lo stato monacale) e
trasgredisce i suoi voti ma ritorna rapidamente, digiunerà durante tre
Quaresime; se ritorna soltanto dopo lunghi anni, farà penitenza per tre
anni ».
« 4. Se uno avrà rubato, faccia penitenza (digiunando) per sette anni ».
« 8. Per il peccato di masturbazione un anno di digiuno, se il colpevole
è ancora giovane ».
« 11. Il monaco che calunnia un suo fratello o ascolta volentieri i ca­

22
Peccati e penitenza nel Medioevo

lunniatori, farà tre giorni di digiuno prolungato; se calunnia il suo su­


periore, digiunerà durante una settimana ».
«1 8 . Quando un chierico fornica con una donna, ma senza lasciarla in­
cinta — e quando questo peccato sia rimasto segreto — farà digiuno
per tre anni se si tratta di un chierico (negli ordini inferiori), per cin­
que anni se si tratta di un monaco o di un diacono, per sette anni se si
tratta di un prete, per dodici anni se si tratta di un vescovo ».
« 23. Il chierico che abbia colpito il suo prossimo nel corso di una di­
scussione e abbia sparso il sangue, digiunerà per un anno; un laico col­
pevole della stessa mancanza, digiunerà per quaranta giorni ».
« 27. L ’omicida digiunerà per tre anni a pane e acqua, senza portare
armi e vivrà in esilio. Dopo questi tre anni, ritornerà in patria e si met­
terà al servizio dei parenti della vittima, sostituendo colui che ha ucci­
so. Così potrà essere riammesso alla comunione, secondo il giudizio del
suo confessore ».
« 28. Se un laico avrà avuto un figlio dalla moglie di un altro, cioè avrà
commesso adulterio, faccia penitenza per tre anni astenendosi dai cibi
grassi e dall’uso del matrimonio, rendendo inoltre il prezzo del disono­
re al marito della moglie violata ».
« 29. Se un laico avrà fornicato in modo sodomitico, faccia penitenza
per sette anni: i primi tre nutrendosi di solo pane, acqua e sale, e le­
gumi secchi; gli altri quattro si astenga dal vino e dalle carni. Così il
suo peccato sarà perdonato e il confessore pregherà per lui e lo riammet­
terà alla comunione ».
Come è facile osservare la penitenza tariffata conserva dunque, all’i­
nizio , l’antico rigore delle opere penitenziali e, pur privilegiando i pec­
cati sessuali (masturbazione, fornicazione, adulterio, sodomia, ecc.), si
estende anche ad altri ambiti della vita morale. Inoltre, affiorano già dif­
ferenziazioni precise di trattamento che riguardano tanto i soggetti (lai­
ci, chierici minori e maggiori, monaci, sacerdoti, vescovi) quanto le cir­
costanze nelle quali il peccato viene commesso (occulto o pubblico). In­
fine, pur prevalendo come opera penitenziale il digiuno, si tende non
soltanto a proporzionare la pena al peccato commesso, ma anche, lad­
dove è possibile, a comminarne una corrispondente al valore infranto
e persino capace di compensare, se questo vi è stato, il danno arrecato
a terzi.
Quest’ultimo criterio — già peraltro presente in Cassiano — lo
troviamo chiaramente espressi© fin dal più antico Penitenziale di Fin-
niano:
« Ma se un appartenente al clero si è mostrato avaro, questo è un
peccato grave. L ’avarizia è detta idolatria, ma può essere emendata dal­
la liberalità e dalle elemosine. Questa è la penitenza per questo peccato,
che egli curi e corregga i contrari con i contrari. Se un appartenente al

23
Giannino Piana

clero è stato iroso o invidioso o uso alla calunnia, malinconico o avido,


tutti questi sono peccati gravi, capitali e mortali per Panima e sprofon­
dano nelPinferno; ma questa è la penitenza per questi peccati fino a
quando essi non saranno strappati via e sradicati dai nostri cuori con
l’aiuto del Signore, e con il nostro impegno e la nostra fatica chiediamo
la grazia del Signore e la vittoria su di essi e continuiamo a piangere, a
straziarci giorno e notte per tutto il tempo che ha visto perdurare la no­
stra condizione di peccato; ma attraverso i contrari, come abbiamo det­
to, affrettiamoci a curare i contrari, scacciamo i peccati dal nostro cuore
per porre al loro posto la virtù — e al posto dell’ira ci dovrà essere la
pazienza, dell’invidia l’amore di Dio e del prossimo, al posto della diffa­
mazione il controllo del cuore e della lingua, della malinconia (tristitia)
la gioia spirituale e della bramosia la generosità, ecc. ».
Il ricorso alla dottrina curativa dei contrari è desunto immediata­
mente dalla pratica medica, come attesta ancora chiaramente il peni­
tenziale di S. Colombano:
« A diversi tipi di peccato diverse pene, allo stesso modo che i medici
del corpo preparano i loro rimedi in maniere differenti, giacché essi cu­
rano in un modo le ferite, in un altro le febbri, in un altro ancora le
contusioni e diversamente le piaghe dolorose, le imperfezioni della vista
e le scottature. Così dunque anche i medici dello spirito dovrebbero cu­
rare in modi differenti le ferite, le febbri, le colpe, i dolori, le malattie
e le infermità degli animi ».
A tale principio si ispireranno dunque costantemente i penitenziali
fino al Corrector stve Medicus di Burcardo, nel quale si legge:
« Se dunque fino ad oggi sei stato superbo, umiliati davanti a Dio; se
hai amato la vanagloria, non perdere il premio eterno per una esalta­
zione effimera. Se il tarlo dell’invidia fino ad oggi ti ha consunto l’esi­
stenza, pentiti e considera tuo il successo altrui: l’invidia è un peccato
gravissimo, il peggiore di tutti; l’invidioso, infatti, è simile al demonio
che per invidia ha indotto il primo uomo a perdere volutamente i doni
ricevuti. Se la tristezza ha preso il sopravvento su di te, disponiti alla
pazienza e alla bontà.
Se il male dell’avarizia ti opprime, sappi che essa è all’origine di ogni
male e paragonabile all’idolatria: sii, dunque, generoso.
Se l’ira, che dimora nel cuore degli stolti, ti tormenta, domina il tuo
animo e tienila lontana da te con la serenità dello spirito. Se la crapula
ti trascina alla distruzione, pratica la sobrietà; se la lussuria ti rende
schiavo, impegnati a vivere castamente » (c. 7).

Nonostante la severità dei criteri basilari, peraltro sempre conserva­


ta dai penitenziali più autorevoli, si deve ammettere che verso la fine
delTVIII secolo vengono infiltrandosi nella disciplina penitenziale ten­

24
Peccati e penitenza nel Medioevo

denze lassiste, provocate soprattutto dalla proliferazione selvaggia di


testi non sempre riconosciuti dall’autorità ecclesiastica, ma ampiamente
utilizzati dai confessori. La stessa gravità dei peccati — di cui molti so­
no nello stesso tempo delitti perseguiti dalla legge civile — diviene ta­
lora incerta, poiché la sanzione varia da un luogo ad un altro, e persino
in una stessa chiesa. Succede talvolta che ciò che è considerato grave
reato dal diritto romano venga ritenuto lecito da alcuni penitenziali.
Così la collezione penitenziale che va sotto il nome di Judìcia Theodori
(inizi delPVIII sec.) ribalta il diritto comune del matrimonio, in quanto
sostituisce alla severità tradizionale pene meno rigorose, prevedendo ad­
dirittura numerose eccezioni all’indissolubilità. Ad esempio l’uomo può
ripudiare la moglie adultera e risposarsi; la moglie adultera, dopo cinque
anni di penitenza potrà a sua volta risposarsi; inoltre, la lunga prigio­
nia, l’abbandono, l’entrata in monastero divengono cause legittime di
rottura del vincolo matrimoniale.
Un contributo determinante ad incrementare ulteriormente la ten­
tazione del lassismo viene dal sistema delle commutazioni o compensa­
zioni o redenzioni, che spinge gli autori dei penitenziali ad addolcire le
tariffe ordinarie, sostituendo le pene più lunghe con azioni di più breve
durata oppure quelle più gravose con altre meno gravose.
Di per sé la commutazione non è — come qualcuno ingiustamente
ha pensato — una sorta di degenerazione del sistema tariffario, ma è
piuttosto un metodo perfettamente connaturale ed omogeneo a tale si­
stema, ed è una delle ragioni determinanti del suo successo. La sua le­
gittimazione viene dall’uso germanico del « Wehrgeld » (composizione o
riscatto legale delle pene), che veniva applicato secondo regole precise
e severe. Come ha rilevato un attento studioso del mondo celtico, Henri
Hubert, « il diritto celtico riposa sull’arbitrato, la composizione e il se­
questro ». Fra questi tre elementi « il sistema della composizione è sta­
to particolarmente codificato e sviluppato con la determinazione di ta­
riffe fissate e coordinate secondo la qualità delle persone aventi diritto
al pagamento dei danni e la natura delle colpe e delle offese ».
Assumendo il modello della composizione al proprio interno, la di­
sciplina penitenziale non poteva perciò non tener conto dei criteri rigo­
rosi con i quali esso veniva praticato e soprattutto della proporzianalità
che doveva esistere tra pena e pena, come attestano chiaramente i « Ca-
nones Hibernenses » di origine irlandese (sec. VI), dove la tendenza è
soprattutto a trasformare il digiuno comminato in pratiche di preghiera.
In essi si legge tra l’altro:
« 2. Commutazioni per digiuno di tre giorni: stare in piedi un giorno e
una notte senza dormire (o molto poco), oppure la recita di 50 salmi con
i cantici corrispondenti, oppure la recita dell’Officio di dodici ore, con
12 inclinazioni profonde ad ogni ora con le mani levate ».

25
Giannino Piana

« 3. Commutazione per un digiuno di un anno: passare tre giorni nella


tomba di un santo senza bere e senza mangiare, senza dormire e senza
togliersi gli abiti; durante questo tempo canterà salmi e reciterà l’Officio
delle ore, secondo il giudizio del sacerdote (che ha imposto la peniten­
za) ».
« 4. Un’altra commutazione per un digiuno di un anno: passare tre gior­
ni in una chiesa, senza bere né mangiare, né dormire, completamente nu­
do, senza sedersi; durante questo tempo il peccatore canterà salmi con
cantici e reciterà l’Officio corale. Durante questa preghiera farà dodici
genuflessioni — tutto questo dopo aver confessato i suoi peccati davanti
al sacerdote e davanti al popolo ».
In altri casi il digiuno viene riscattato con un sistema composito,
per il quale, accanto alle penitenze corporali, sono previste forme di pre­
ghiera ed elemosine di varia natura ed entità secondo una casistica det­
tagliata, che fa spazio alla possibilità di scegliere tra diverse alternative.
Emblematico al riguardo è il penitenziale di Cummeano del VII secolo:
« 3. Riscatto di sette anni di digiuno. Alcuni uomini saggi hanno decre­
tato: (per sette anni di digiuno) il primo anno di digiuno a pane e acqua
è riscattato da un digiuno di due giorni per 12 volte; il secondo anno,
da 50 salmi detti in ginocchio per 12 volte; il terzo anno, da un digiu­
no di 2 giorni in una festa importante, più il salterio recitato in piedi;
il quarto anno, da 300 bastonate sul corpo nudo e legato; il quinto an­
no, da una distribuzione di elemosine uguale al valore del suo cibo; il
sesto anno è riscattato rendendo alla vittima o ai suoi ereditieri il bene
che è stato rubato; infine, il settimo anno è riscattato facendo il bene ed
evitando il male. A quelli che sono fragili di corpo o di anima, noi do­
niamo il consiglio seguente. Se il digiunare a pane e acqua vi pare trop­
po duro, riscattatelo come segue: per un giorno di digiuno recitate 50
salmi in ginocchio o 70 salmi senza essere inginocchiati; per una setti­
mana, recitate 300 salmi, uno dopo l’altro, in ginocchio oppure 320 sal­
mi senza essere inginocchiati. Recitate i salmi in chiesa o in privato ».
L ’introduzione degli usi propri del diritto civile germanico e celtico,
secondo cui un delitto poteva essere riscattato da una somma propor­
zionata di danaro, fa sì che si ammetta la commutazione o composizione
delle opere di penitenza mediante il versamento di una somma di da­
naro. Così per esempio Pier Damiani infligge al vescovo simoniaco Gui­
do da Velate di Milano (1059-1060) una penitenza di cent’anni (!) com­
mutandogliela in una tassa di danaro per ciascun anno di penitenza:
« Centum itaque annorum sibi poenitentiam indidi, redemptionemque
eius taxatam per unumquemque annum pecuniae quantitate praefixi »
(Lettera di S. Pier Damiani alVarcidiacono Ildebrando; PL 145, 97).
Sovente la commutazione viene calcolata sulla base del prezzo di uno
schiavo, uomo o donna. Tale è il sistema proposto dal penitenziale del-

26
Peccati e penitenza nel Medioevo

lo Pseudo-Teodoro (verso il 690-740):


« Teodoro. Per i malati che non possono digiunare, l’equivalente di un
mese o di un anno di digiuno sarà il prezzo di uno schiavo, uomo o don­
na. Noi diciamo un mese o un anno: infatti, i ricchi possono dare per
riscattare un anno più che i poveri. Colui che è in grado di compiere le
penitenze indicate nei libri penitenziali le compirà; perché chi ha pec­
cato col corpo dovrà fare penitenza corporalmente. Chi invece non può
digiunare, darà l’elemosina secondo le proprie possibilità, cioè per un
giorno di digiuno darà un denaro, o due, o tre, e perdonerà coloro che
han peccato contro di lui e cercherà di convertire altri peccatori. E così
per un anno di digiuno donerà trenta soldi; per il secondo anno di di­
giuno, 20 soldi; per il terzo anno, 15 soldi. I peccatori ricchi faranno
penitenza abbondantemente, cioè riscatteranno largamente il loro digiu­
no, come disse Zaccheo: 'Signore, io dono la metà dei miei beni’. Colui
che ne ha i mezzi, donerà alle chiese parte delle sue terre, libererà alcu­
ni servi, riscatterà e soprattutto lascerà di commettere l’ingiustizia ».
Tra i diversi sistemi di commutazione viene poi ampiamente diffon­
dendosi quello del riscatto delle opere penitenziali con la celebrazione
di un determinato numero di messe. Tale sistema obbliga i penitenziali
ad indicare le tariffe da pagare per ogni messa, fornendoci in tal modo
le prime e più antiche liste circa il prezzo della messa. Nel già citato pe­
nitenziale dello Pseudo-Teodoro troviamo in proposito: « Una messa
riscatta 3 giorni di digiuno; 3 messe riscattano una settimana di digiuno;
12 messe riscattano un mese di digiuno e 12 volte 12 messe riscattano
un anno ».
Il sistema di commutazione tramite la celebrazione di messe ebbe un
influsso determinante anche sullo sviluppo della vita religiosa. Infatti,
poiché il clero parrocchiale non era sufficiente a celebrarle, i monaci
vennero in gran numero ordinati sacerdoti. Si assistette inoltre ad un
moltiplicarsi sempre più accentuato delle celebrazioni eucaristiche, così
da costringere i vescovi e gli stessi penitenziali a fissarne il numero-limi­
te. I criteri erano tuttavia estremamente elastici, come risulta dal peni­
tenziale Vindobonense, nel quale si precisa che « per suo proprio con­
to, il sacerdote non può celebrare più di 7 messe al giorno, ma su ri­
chiesta dei penitenti poteva celebrarne quante erano necessarie, anche
più di 20 messe al giorno ».
Venivano in tal modo producendosi pericolose forme di devianza
— favorite dal desiderio di arricchimento di sacerdoti e di monaci —
che finivano per stemperare del tutto il rigore della disciplina peniten­
ziale.
Segno di tale decadenza è, soprattutto, un altro tipo di commutazio­
ne, del quale potevano usufruire soltanto i ricchi, consistente nel far
compiere, dietro compenso, il riscatto ad un’altra persona. Il peniten-

27
Giannino Piana

ziale dello Pseudo-Teodoro asserisce in proposito:


« Chi non conosce i salmi e a causa della sua debolezza non può di­
giunare né vegliare né fare genuflessioni né tenere le braccia alzate né
prostarsi per terra, costui scelga qualcuno che compia la penitenza al
suo posto e lo paghi per questo, poiché sta scritto: 'Portate gli uni i
pesi degli altri' ».
Analogamente il penitenziale di Beda precisa:
« Se un penitente non può recitare i salmi, scelga un uomo giusto (eli-
gat iustum) che li reciti per lui e lo ricompensi con il giusto prezzo ».
E quello di Cummeano:
« Il penitente che non sa recitare i salmi e non può digiunare, scelga un
monaco che faccia penitenza al suo posto; quanto al penitente, per ogni
giorno di digiuno dia un denaro giusto ai poveri ».
È senz'altro arbitrario definire in ogni caso come lassista e permis­
siva la normativa penitenziale che fa uso del sistema delle commutazioni.
Certo esistono considerevoli differenze tra i penitenziali in merito alla
loro concessione, ma soltanto pochi appaiono indulgenti. Ciò non toglie
che la prassi instaurata porti con sé il pericolo di abusi. Tali abusi so­
no venuti progressivamente diffondendosi ed hanno raggiunto livelli as­
solutamente inaccettabili soprattutto nell'ultima fase di propagazione
della penitenza tariffata. Ne sono una chiara testimonianza i canoni pub­
blicati verso il 967 con l'autorità del re Edgardo che qui riportiamo:
« 1. L'uomo potente che ha molti amici può attenuare notevolmente la
penitenza con il loro aiuto. Prima di tutto, nel nome di Dio e per mez­
zo del suo confessore, darà prova della sua fede sincera. Egli perdone­
rà coloro che lo hanno offeso e farà una confessione coraggiosa. Promet­
terà di essere astinente e riceverà con lacrime la sua penitenza ».
« 2. Poi deporrà le armi, abbandonerà il lusso inutile dei vestiti, pren­
derà il bastone dei pellegrini e marcerà a piedi nudi. Si vestirà di lana
e di un cilicio, non dormirà in un letto ma per terra, e farà in modo di
riscattare 7 anni di penitenza in 3 giorni seguendo questo metodo ».
« 3. Prenderà 12 uomini che faranno digiuno al suo posto durante 3
giorni, mangiando solo pane, acqua e legumi secchi. Cercherà subito per
7 volte altri 120 uomini che facciano digiuno al suo posto durante 3
giorni. I giorni di digiuno così sommati sono uguali al numero di gior­
ni contenuti in 7 anni ».
« 4. Questo è il tipo di commutazione penitenziale che si potrà permet­
tere un uomo ricco e che ha degli amici. Il povero non potrà agire nello
stesso modo, ma dovrà fare tutto da solo. Ed è giusto che ognuno fac­
cia da sé l'espiazione dei propri peccati, poiché sta scritto: 'Ognuno
porti il proprio fardello' ».
Come si vede, non solo la composizione veniva utilizzata a scopi
di lucro da parte di sacerdoti e di monaci, ma determinava anche pro­

28
Peccati e penitenza nel Medioevo

fonde e patenti forme di ingiustizia nei rapporti intersoggettivi, dando


luogo a diversità di trattamento tra classi sociali privilegiate e classi me­
no abbienti. E tutto questo utilizzando persino arbitrariamente e in mo­
do del tutto anomalo l’autorità della bibbia.
È questa una delle ragioni — insieme al radicale mutamento del
contesto sociale ed ecclesiale — del graduale decadimento della peni­
tenza tariffata, che condurrà alla sua estinzione. La perdita del significa­
to religioso originario e lo stemperarsi del carattere di espiazione provo­
cheranno infatti un’inevitabile usura del sistema e la necessità di una
radicale riforma della disciplina penitenziale, che avrà luogo in modo
definitivo con il Concilio di Trento.

Il significato dei « penitenziali » per lo studio


del costume sociale e della vita ecclesiale

L ’interesse per i libri penitenziali è oggi considerevole da diversi


punti di vista. L ’abbondanza di informazioni dettagliate circa le situa­
zioni di peccato e lo stesso uso del sistema tariffario ci garantiscono la
possibilità di ricostruire alcuni aspetti essenziali della vita e del costu­
me medioevale, ancora in larga misura sconosciuti, nonché di compren­
dere più da vicino e in maniera più precisa la storia delle istituzioni e
lo stesso sviluppo dell’antropologia del medioevo.
Se si considera l’enorme importanza che l’universo simbolico « reli­
gioso » o « sacrale » riveste per l’uomo medioevale e il rilievo determi­
nante che in esso assume il sistema penitenziale, ci si rende facilmente
conto del valore di preziosa testimonianza costituito da tali libri. Le liste
dei peccati e delle tariffe non sono infatti costruite in astratto, ma deri­
vano direttamente dall’esperienza della vita quotidiana. Sono tentativi
di delineare — sia pure in negativo — i modelli di comportamento vis­
suti, gli stili di esistenza che connotano il modo di essere dell’uomo di
quel tempo, la percezione che egli ha dei valori e della gravità della loro
negazione. In questo senso i penitenziali possono essere definiti « indici
viventi » di una mentalità e di un costume. Loro scopo prevalente è in­
fatti quello di tracciare le linee di un modello di comportamento, fon­
dandosi su solide certezze ordinate secondo la ripartizione fondamen­
tale peccato/non peccato, facilmente comprensibile ai rustici e di pron­
ta utilizzazione nella vita quotidiana. Attraverso di essi viene così at­
tuandosi una sorta di pacificazione sociale, che trova la sua esplicazione
nell’unione degli sforzi della normativa ecclesiastica con quella civile, e
tende di fatto ad un’omologazione dei comportamenti collettivi.
L ’analisi dell’evoluzione storica dei penitenziali consente dunque di
cogliere lo sviluppo progressivo dei processi di civilizzazione in atto

29
Giannino Piana

e l’incidenza dei diversi fattori sociali e culturali sullo sviluppo delle tra­
dizioni. Il complesso intrecciarsi di chiesa e di società e la facilità con
cui avviene nel periodo medioevale il passaggio dalTuna all’altra, so­
prattutto sul terreno dell’organizzazione e legittimazione dei fenomeni
della vita collettiva, rendono estremamente significativo l’approccio a
testi, come quelli dei penitenziali, che riproducono la prassi ecclesiale
del tempo. Il consolidamento del cristianesimo come cristianità, le abi­
tudini dei pagani convertiti, le quali vengono in parte assimilate ed in­
tegrate nel patrimonio religioso precedente, la situazione sociale, politi­
ca e culturale hanno lasciato segni profondi sullo strutturarsi della di­
sciplina penitenziale. Lo studio della portata di questi diversi influssi,
nel quadro di una analisi comparata delle istituzioni ecclesiali e di quel­
le civili, consente di far luce sui meccanismi e sulle dinamiche di un mon­
do, ancora in grande misura avvolto nel mistero.
Molti dei dispositivi che regolano l’amministrazione della penitenza
medioevale, sono desunti dal diritto penale del tempo; e d’altro canto
gli orientamenti che guidano l’articolarsi della prassi penitenziale fini­
scono spesso per incidere sulla stessa evoluzione della legislazione laica.
L ’elaborazione del quadro dei peccati da sottoporre alla penitenza pri­
vata, con l’individuazione delle rispettive tariffe, risente ovviamente del
più generale clima culturale determinato dai modelli comportamentali
e dalle consuetudini di conduzione della convivenza umana nell’ambito
della società civile. Le modalità di sviluppo della vita collettiva, spesso
codificate mediante normative precise ed impreteribili, vengono di fat­
to acquisite dalla disciplina ecclesiale; mentre a sua volta quest’ultima
concorre a determinare l’acquisizione nella vita quotidiana di forme
espressive e di stili relazionali, che hanno la loro scaturigine nell’appro­
fondimento del mistero cristiano e nel tentativo della sua traduzione
operativa. Ha così origine un complesso processo di interazione per il
quale vita sociale e vita ecclesiale si sostengono reciprocamente, e la
prassi ecclesiale contribuisce in molti campi ad orientare ed affinare il
costume sociale.
Alla radice di tutto ciò vi è senza dubbio la Weltenschauung del­
l’uomo medioevale, che è connotata da una concezione unitaria, e non
frammentata, della vita. L ’orizzonte religioso unifica le diverse espres­
sioni ed interpretazioni della esistenza quotidiana; esso si insinua nelle
pieghe più profonde del vissuto, inducendo una visione globale del sen­
so, sempre rapportata alla totalità e al mistero. La presenza incombente
del « divino » nelle diverse sfere o ambiti della vita individuale e collet­
tiva è percepita in termini di rispetto e di timore panico, talora sotto
forme magico-superstiziose e con manifestazioni ossessive. La sua let­
tura in senso cosmico-sacrale e vitalistico fa da supporto alla disciplina
penitenziale e la valorizza, trasformandola nel momento espressivo più

30
Peccati e penitenza nel Medioevo

alto della ricerca e della prassi religiosa. La penitenza non è soltanto un


aspetto importante o una funzione fondamentale della vita; è una di­
mensione che la attraversa globalmente e all'interno della quale l'uo­
mo esprime la propria percezione di Dio e dell'esistenza mondana, colta
nella prospettiva della sua apertura escatologica.
L'esperienza e la coscienza del peccato è quanto mai presente, e il
cammino della vita cristiana è cammino di riscatto e di espiazione, tutto
centrato sull'attesa del giudizio di Dio e sulla preparazione a vivere il
giorno del Signore. Il ritmo della giornata è scandito dal regime peni­
tenziale e le scelte che l’uomo viene facendo hanno come punto di rife­
rimento essenziale la conformità alla legge ecclesiale. Il tempo quaresi­
male è concepito come tempo-forte della celebrazione della penitenza, in
senso esplicitamente sacramentale. Il che lascia supporre che il rappor­
to celebrazione-vita quotidiana sia caratterizzato dalla totale continuità.
Non esiste infatti frattura e neppure soluzione di continuità tra la pe­
nitenza come virtù e la penitenza come sacramento: il segno sacramen­
tale si incarna profondamente nella vita, la assume e la esprime nella
sua dimensione simbolica, caricandola, nello stesso tempo, di una più
viva tensione al cambiamento.

L'importanza dei libri penitenziali deriva dalla grande influenza che


la disciplina della penitenza ha avuto per l'uomo medioevale, in quanto
strettamente connessa tanto con i versanti sociali, o politici o culturali
della vita quanto anche con le istituzioni ecclesiastiche. Essi rivestono un
enorme significato per la storia delle relazioni tra chiesa e società, chie­
sa e cultura, e tra le diverse chiese, nonché per lo studio dell'evoluzione
della legislazione canonica e civile. I canoni penitenziali hanno costante-
mente cooperato nel combattere crimini, barbarie e superstizioni paga­
ne. Questa cooperazione ha avuto ampi effetti sullo sviluppo della ci­
viltà. In alcuni casi le leggi secolari e i canoni penitenziali si chiarisco­
no e si illuminano vicendevolmente, in quanto alcuni passi delle leggi
secolari vengono compresi alla luce dei penitenziali oppure la consulta­
zione delle leggi secolari aiuta a comprendere le connotazioni di un ca­
none penitenziale. In altri casi alcuni passi dei libri penitenziali contri­
buiscono a datare le leggi secolari. La conoscenza delle leggi ecclesiasti­
che avviene dunque anche attraverso lo studio di quelle secolari, e vice­
versa la storia della penitenza aiuta a comprendere la stessa storia della
legislazione secolare.
Non si deve tuttavia pensare che i penitenziali costituiscano un ma­
teriale compatto ed omogeneo. Il travaglio di trasformazione della di­
sciplina evidenzia l'esistenza di stadi progressivi di maturazione del co­
stume con mutazioni talora radicali. Le grandi svolte sociali e culturali,
che segnano veri e propri trapassi di civiltà, si riflettono, in maniera

31
Giannino Piana

tutta particolare, sulla prassi penitenziale, provocando la necessità di


profondi rinnovamenti. Il passaggio dalla penitenza pubblica a quella
privata e successivamente il cambiamento operatosi nei sec. IX-XI, quan­
do si cominciò ad assolvere i penitenti prima che essi compissero l’espia­
zione penitenziale, sono il segno di una profonda modificazione della
coscienza ecclesiale. Il sacramento della penitenza è — fra tutti i sa­
cramenti della vita cristiana — quello che ha più duramente subito i
contraccolpi delle mutazioni socio-culturali.
L ’introduzione del sistema tariffato è la conseguenza di una profon­
da crisi della penitenza antica, ormai caduta in disuso, perché divenuta
impraticabile. La gerarchia non ha avuto una parte decisiva né nella ela­
borazione né nella diffusione di tale prassi; anzi l’ha a lungo osteggiata,
tentando di ripristinare la vecchia disciplina. Il regime della penitenza
privata è nato nei monasteri e si è sviluppato grazie all’azione dei sacer­
doti, che hanno trasferito ai fedeli le usanze monastiche dell’accusa del­
le colpe. Le istanze scaturenti dalla nuova situazione, creatasi all’interno
della chiesa dopo i primi secoli, hanno sollecitato coloro che avvertivano
più profondamente il bisogno dei fedeli di non essere privati della ric­
chezza di valori contenuti nella prassi penitenziale a modificarne il cor­
so per interpretare correttamente le esigenze del momento storico.
L ’urgenza pastorale è stata dunque la causa del rinnovamento, che aveva
in radice motivazioni serie e perfettamente legittime.
In modo non diverso va giudicato il passaggio, verificatosi in segui­
to, alla forma celebrativa che privilegia la confessione dei peccati. La
situazione di lassismo, determinata dallo stemperarsi del rigore peniten­
ziale, a causa di una eccessiva applicazione del sistema delle commu­
tazioni, ha provocato la necessità di una ulteriore trasformazione del si­
stema penitenziale. La centralità della confessione, considerata come
atto fondamentale di penitenza e di espiazione, è la logica conseguenza
di uno stato di decadenza nel quale era definitivamente entrato l’itine­
rario penitenziale ed è soprattutto la risposta ai gravi pericoli di in­
giustizia cui si andava incontro nella pratica tradizionale del sacramento.
La storia della penitenza è pertanto ricca di insegnamenti anche per
l’oggi. La grande duttilità con la quale si sono operati in passato gli
adattamenti della disciplina al modificarsi delle situazioni ha valore di
modello anche per i nostri giorni. La crisi dell’unica forma odierna di
penitenza per tanto tempo dominante — quella della confessione — è
anche dovuta alla sua difficile praticabilità Essa ha prodotto — come è av­
venuto nei secoli del trapasso dalla disciplina antica a quella tariffata —
un abbandono di fatto del sacramento. L ’introduzione del nuovo rito, che
ha ripristinato forme diverse di celebrazione e nel quale l’accusa dei pec­
cati sembra non avere più l’importanza che aveva un tempo — si veda
soprattutto la terza forma, pur con le limitazioni imposte alla sua utiliz­

32
Peccati e penitenza nel Medioevo

zazione — apre una nuova stagione destinata a ridestare l’attenzione


sull’aspetto più importante del sacramento: la conversione del cuore. Il
rinnovamento avviene peraltro in fedeltà allo spirito del passato. I ten­
tativi di adattamento della prassi penitenziale della chiesa non possono
non ricuperare e fare propria la sostanza della disciplina passata, adat­
tandola alle esigenze del presente. Da questo punto di vista sarebbe ol­
tremodo interessante rivisitare le modalità delle forme penitenziali suc­
cedutesi nei secoli non per riproporle in modo identico, ma per racco­
gliere da esse elementi utili a risignificare oggi la più profonda verità
del sacramento. Si pensi soltanto alla grande attenzione con cui veniva
costantemente riformulato nel primo millennio il catalogo dei peccati,
allo scopo di cogliere, in modo situato, comportamenti e atti particolar­
mente gravi per la vita collettiva, oppure all’importanza che veniva at­
tribuita all’iter penitenziale come strumento mediante il quale solleci­
tare la conversione personale e renderla operante attraverso opere so­
cialmente rilevanti e capaci di provocare il mutamento degli atteggia­
menti interiori e degli stili di vita.
Il contributo della storia della penitenza diviene inoltre particolar­
mente significativo, perché ci aiuta a superare un concetto univoco di
sacramento, e ci fa ricuperare un concetto di sacramentalità diffusa, che
conosce livelli diversi e si esprime « per gradi », coinvolgendo global­
mente l’attività penitenziale della comunità cristiana. Forse la strada
per restituire valore ad un segno sacramentale tanto importante, perché
espressione di una dimensione costitutiva dell’esperienza umana e cri­
stiana — la dimensione del riconoscimento del peccato e del bisogno di
conversione — è proprio quella di ridare vita ad un itinerario peniten­
ziale multiplo o polimorfo, caratterizzato dalla riscoperta del valore pe­
nitenziali di molti atti personali e cultuali, che devono essere fatti con­
vergere verso il momento più specificamente celebrativo. L ’accostamento
alla disciplina del passato è al riguardo di grande interesse per le pre­
ziose indicazioni che vi si possono ricavare.

I libri penitenziali offrono infine spunti stimolanti di confronto cri­


tico alla ricerca etica e all’analisi antropologico-culturale. Di particolare
interesse sono a questo proposito le liste di catalogazione dei peccati
— liste che hanno subito variazioni consistenti lungo il corso della sto­
ria — e soprattutto le motivazioni addotte per determinare la natura e
la gravità dei vari peccati. Per non incorrere in equivoci interpretativi si
deve osservare anzitutto che lo sviluppo più ampio dei cataloghi di pec­
cati in alcune epoche storiche non denuncia necessariamente un abbas­
samento di livello del costume, ma è spesso il frutto di una più viva sen­
sibilità morale dei compilatori o dei legislatori o anche del progresso
compiuto dalla teologia morale nel differenziare le diverse forme del

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Giannino Piana

tutta particolare, sulla prassi penitenziale, provocando la necessità di


profondi rinnovamenti. Il passaggio dalla penitenza pubblica a quella
privata e successivamente il cambiamento operatosi nei sec. IX-XI, quan­
do si cominciò ad assolvere i penitenti prima che essi compissero l’espia­
zione penitenziale, sono il segno di una profonda modificazione della
coscienza ecclesiale. Il sacramento della penitenza è — fra tutti i sa­
cramenti della vita cristiana — quello che ha più duramente subito i
contraccolpi delle mutazioni socio-culturali.
L ’introduzione del sistema tariffato è la conseguenza di una profon­
da crisi della penitenza antica, ormai caduta in disuso, perché divenuta
impraticabile. La gerarchia non ha avuto una parte decisiva né nella ela­
borazione né nella diffusione di tale prassi; anzi l’ha a lungo osteggiata,
tentando di ripristinare la vecchia disciplina. Il regime della penitenza
privata è nato nei monasteri e si è sviluppato grazie all’azione dei sacer­
doti, che hanno trasferito ai fedeli le usanze monastiche dell’accusa del­
le colpe. Le istanze scaturenti dalla nuova situazione, creatasi all’interno
della chiesa dopo i primi secoli, hanno sollecitato coloro che avvertivano
più profondamente il bisogno dei fedeli di non essere privati della ric­
chezza di valori contenuti nella prassi penitenziale a modificarne il cor­
so per interpretare correttamente le esigenze del momento storico.
L ’urgenza pastorale è stata dunque la causa del rinnovamento, che aveva
in radice motivazioni serie e perfettamente legittime.
In modo non diverso va giudicato il passaggio, verificatosi in segui­
to, alla forma celebrativa che privilegia la confessione dei peccati. La
situazione di lassismo, determinata dallo stemperarsi del rigore peniten­
ziale, a causa di una eccessiva applicazione del sistema delle commu­
tazioni, ha provocato la necessità di una ulteriore trasformazione del si­
stema penitenziale. La centralità della confessione, considerata come
atto fondamentale di penitenza e di espiazione, è la logica conseguenza
di uno stato di decadenza nel quale era definitivamente entrato l’itine­
rario penitenziale ed è soprattutto la risposta ai gravi pericoli di in­
giustizia cui si andava incontro nella pratica tradizionale del sacramento.
La storia della penitenza è pertanto ricca di insegnamenti anche per
l’oggi. La grande duttilità con la quale si sono operati in passato gli
adattamenti della disciplina al modificarsi delle situazioni ha valore di
modello anche per i nostri giorni. La crisi dell’unica forma odierna di
penitenza per tanto tempo dominante — quella della confessione — è
anche dovuta alla sua difficile praticabilità Essa ha prodotto — come è av­
venuto nei secoli del trapasso dalla disciplina antica a quella tariffata —
un abbandono di fatto del sacramento. L ’introduzione del nuovo rito, che
ha ripristinato forme diverse di celebrazione e nel quale l’accusa dei pec­
cati sembra non avere più l’importanza che aveva un tempo — si veda
soprattutto la terza forma, pur con le limitazioni imposte alla sua utiliz­

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Peccati e penitenza nel Medioevo

zazione — apre una nuova stagione destinata a ridestare l’attenzione


sull’aspetto più importante del sacramento: la conversione del cuore. Il
rinnovamento avviene peraltro in fedeltà allo spirito del passato. I ten­
tativi di adattamento della prassi penitenziale della chiesa non possono
non ricuperare e fare propria la sostanza della disciplina passata, adat­
tandola alle esigenze del presente. Da questo punto di vista sarebbe ol­
tremodo interessante rivisitare le modalità delle forme penitenziali suc­
cedutesi nei secoli non per riproporle in modo identico, ma per racco­
gliere da esse elementi utili a risignificare oggi la più profonda verità
del sacramento. Si pensi soltanto alla grande attenzione con cui veniva
costantemente riformulato nel primo millennio il catalogo dei peccati,
allo scopo di cogliere, in modo situato, comportamenti e atti particolar­
mente gravi per la vita collettiva, oppure all’importanza che veniva at­
tribuita all’iter penitenziale come strumento mediante il quale solleci­
tare la conversione personale e renderla operante attraverso opere so­
cialmente rilevanti e capaci di provocare il mutamento degli atteggia­
menti interiori e degli stili di vita.
Il contributo della storia della penitenza diviene inoltre particolar­
mente significativo, perché ci aiuta a superare un concetto univoco di
sacramento, e ci fa ricuperare un concetto di sacramentalità diffusa, che
conosce livelli diversi e si esprime « per gradi », coinvolgendo global­
mente l’attività penitenziale della comunità cristiana. Forse la strada
per restituire valore ad un segno sacramentale tanto importante, perché
espressione di una dimensione costitutiva dell’esperienza umana e cri­
stiana — la dimensione del riconoscimento del peccato e del bisogno di
conversione — è proprio quella di ridare vita ad un itinerario peniten­
ziale multiplo o polimorfo, caratterizzato dalla riscoperta del valore pe­
nitenziali di molti atti personali e cultuali, che devono essere fatti con­
vergere verso il momento più specificamente celebrativo. L ’accostamento
alla disciplina del passato è al riguardo di grande interesse per le pre­
ziose indicazioni che vi si possono ricavare.

I libri penitenziali offrono infine spunti stimolanti di confronto cri­


tico alla ricerca etica e all’analisi antropologico-culturale. Di particolare
interesse sono a questo proposito le liste di catalogazione dei peccati
— liste che hanno subito variazioni consistenti lungo il corso della sto­
ria — e soprattutto le motivazioni addotte per determinare la natura e
la gravità dei vari peccati. Per non incorrere in equivoci interpretativi si
deve osservare anzitutto che lo sviluppo più ampio dei cataloghi di pec­
cati in alcune epoche storiche non denuncia necessariamente un abbas­
samento di livello del costume, ma è spesso il frutto di una più viva sen­
sibilità morale dei compilatori o dei legislatori o anche del progresso
compiuto dalla teologia morale nel differenziare le diverse forme del

33
Giannino Piana

peccato ed i molteplici gradi di gravità. Del resto gli stessi storici del
diritto secolare riconoscono che il progresso della scienza della giurispru­
denza e del governo rende possibili distinzioni sempre più scientifiche e
sottili delle infrazioni e delle relative pene.
Una disamina accurata delle elencazioni di peccati presenti nelle di­
verse raccolte di norme penitenziali può dunque fornire, se attuata, la
cifra dei mutamenti in corso nei comportamenti, nella morale e nella
capacità di analisi e di introspezione dimostrata dallo strumento peni­
tenziale o comunque da esso registrata. Le liste dei peccati, via via sem­
pre più cospicue ed articolate, sono senz'altro in grado di offrire una vi­
sione speculare della società alla quale si riferiscono, dei suoi tabù, del­
le pratiche magiche e superstiziose più radicate, degli usi più diffusi e
degli echi scritturali più sentiti. Accanto a prescrizioni materialissime si
registrano preoccupazioni più spirituali; sottili distinzioni circa le reali
intenzioni dei peccatori ed i livelli di partecipazione al peccato si affian­
cano a secche reprimende di ogni forma, o quasi, di manifestazione della
vita sessuale. La sfera della sessualità totalizza, quasi in ogni peniten­
ziale, il maggior numero di divieti; un quarto circa delle prescrizioni del
Corrector di Burcardo — una cinquantina di canoni su centocinquanta-
nove — si riferiscono ad essa. L'attenzione un po' ossessiva per la ses­
sualità non esclude tuttavia il riferimento e la relativa sanzione per le
più disparate forme di peccato: dal furto all'omicidio, dallo scarso ri­
spetto per l'ostia alla assunzione di cibi impuri, dalla falsa testimonian­
za alle pratiche propiziatorie di fecondi raccolti o di benefiche piogge,
connotate in termini magici, dalla rottura di un attrezzo di lavoro al
mancato adempimento di un lavoro stabilito fino alla delazione, al feri­
mento e all'omicidio.
Per tutti questi e per gli altri infiniti peccati che i testi contempla­
no è prevista spesso una gradualità nelle penitenze da compiere a secon­
da dello status del peccatore, della condizione sociale dell’offeso, della
frequenza del comportamento peccaminoso, della sua pubblicità o meno
e dello stato d'animo presente al momento del peccato. Il penitenziale
di Finniano può essere considerato, da questo punto di vista, esempla­
re. In esso si rileva una sensibile attenzione anche ai peccati « di pen­
siero » ritenuti peccati a pieno titolo, anche se per essi le penitenze pre­
viste sono più lievi. Il che testimonia una capacità di analisi sottile e il
configurarsi di una sensibilità per la quale non solo il crimen o lo scelus
nella loro materialità feriscono la coscienza. Finniano valuta anche la
frequenza e la pubblicità o meno dei peccati nell'ambito di un disegno
che cerca di stabilire proporzionalità e graduazione nelle penitenze, se­
gno questo di una indubbia e forte tensione « equitativa » dell'estenso­
re della norma.

34
Peccati e penitenza nel Medioevo

Gli studi finora condotti su questo terreno sono ancora piuttosto


limitati, ma Fesplorazione in alcuni settori specifici lascia già intravve-
dere il potenziale di implicanze e di riferimenti per una riformulazione
anche oggi necessaria delle tipologie di peccato e della loro legittima­
zione. Di primo ordine è ad esempio l’importanza dei penitenziali per
lo studio del costume sessuale del tempo. Essi ci presentano infatti sia
pure in negativo, cioè attraverso un censimento delle pratiche vietate,
un inventario e un quadro panoramico della sessualità nel medioevo.
Accanto alle proibizioni dei rapporti innaturali e dell’omosessualità, no­
tevole importanza rivestono le disposizioni relative ai tempi nei quali
si considerava lecito l’atto sessuale. Il calendario è fissato fin dai tempi
di Beda e di Egberto e resta immutato fino al penitenziale di Burcardo,
cioè fino all’inizio dell’XI secolo. Secondo queste disposizioni il tempo
dell’astinenza sessuale si estendeva alle tre quaresime (40 giorni prima
di Natale, di Pasqua e di Pentecoste) — il penitenziale più restrittivo,
quello di Teodoro di Canterbury, vi aggiunge anche la settimana dopo
Pasqua — ; a tutti i mercoledì, venerdì, sabati e domeniche (fino al ve­
spro); ai giorni anniversari della nascita dei santi apostoli, alle feste
principali ed alle feste pubbliche, queste ultime essendo « quelle che
sono celebrate nella diocesi da tutto il popolo » (Burcardo). A que­
sti periodi religiosi si aggiungevano dei tempi mobili, e cioè durante il
periodo delle mestruazioni e dal momento in cui la donna era in gesta­
zione manifesta fino al quarantesimo giorno dopo il parto.
Se si fa un calcolo medio dei periodi mestruali in rapporto ai tem­
pi fissi dell’astinenza, si giunge ad un totale di appena cinquanta giorni
all’anno per la manifestazione lecita dello slancio sessuale. Questa va­
lutazione non tiene ovviamente conto di un’eventuale maternità, che la
riduceva ulteriormente e presuppone che la coppia non si comunichi più
del minimo obbligatorio di quattro volte l’anno (in coena Domini, a
Pasqua, a Pentecoste e a Natale), poiché nessuno doveva accostarsi alla
santa mensa se non si era astenuto da ogni relazione sessuale per tre
giorni.
Questo estremo rigore, di natura repressiva, conduceva a ricercare
compensazioni durante i giorni leciti con l’uso di pratiche, peraltro gra­
vemente penalizzate, che vanno dal ricorso agli afrodisiaci fino a sur­
rogati come i peccati con animali, attestati insistentemente dai peniten­
ziali con descrizioni minute e veriste. La fobìa dell’atto sessuale deve
essere ricercata nella sottolineatura insistente della sua liceità solo nella
misura strettissima del perseguimento della finalità riproduttiva. Ma si
deve aggiungere che anche in questo caso esso è considerato come un
atto che sporca e che deve essere fatto seguire da abluzioni, necessarie
perché l’uomo e la donna possano essere ammessi in chiesa.
Il matrimonio è dunque unanimemente considerato come un rime­

35
Giannino Piana

dio alla debolezza umana e un mezzo per mantenere il genere umano,


ma resta fondamentalmente un male, perché legato alla sfera sessuale
considerata impura, che bisogna pertanto saper regolare e frenare, gui­
dare e correggere. Da questa concezione discendono le posizioni rela­
tive all’aborto e alle pratiche contraccettive. È significativo che la men­
zione di queste ultime appaia nei penitenziali solo a partire dai sec. VIII-
IX — come risulta da un’accurata analisi condotta da R. S. Callewaert
su una quarantina di penitenziali (da quello di Finniano al decreto di
Burcardo). I penitenziali precedenti ricordano soltanto le pratiche abor­
tive, punendole diversamente a seconda delle diverse situazioni. Si deve
rilevare che i libri penitenziali conoscono non solo la distinzione tra
aborto procurato e aborto casuale, ma anche quella tra aborto del feto
informe e del feto formato e che, in base a tali distinzioni, ammettono
poi diverse fluttuazioni nel giudizio etico e nella comminazione delle
sanzioni.
Il tema dell’aborto è spesso collegato con quello del maleficio mor­
tifero e afrodisiaco. Tre canoni irlandesi parlano del maleficio mortifero
e del filtro di amore, assegnando penitenze molto dure per il combinarsi
del peccato contro la vita con quello di superstizione e di magia. L ’abor­
to è considerato omicidio e va punito come tale con il digiuno di sei
quaresime o di cinque a pane e acqua. Questa penitenza si aggiunge, in
caso di maleficio afrodisiaco-abortivo, alle varie penitenze inflitte per il
filtro di amore sic et simpliciter.
Cummeano è il primo a mitigare la penitenza per la donna che abor­
tisce volontariamente, riducendola a tre anni di digiuno a pane e acqua.
Tale fissazione rimarrà nei successivi penitenziali come tassativa per l’a­
borto provocato. Ci si può chiedere il perché di tale mitigazione, visto
che l’omicidio viene normalmente punito, se volontario, con la scomu­
nica a vita e, se casuale, con cinque anni di penitenza. La ragione sem­
bra essere l’accettazione della connaturale diminuzione di volontarietà
abortiva nella madre.
Il penitenziale di Vienna mette sullo stesso piano l’aborto, la con­
traccezione e l’infanticidio; anzi sembra intuire l’esistenza di un nesso,
oggi del resto riconosciuto, tra l’aborto e una possibile sterilità. Il peni­
tenziale dello Pseudo-Teodoro introduce la distinzione tra la perdita di
un feto prima e dopo i quaranta giorni, cioè prima e dopo che il feto si
è mosso. Se la perdita avviene dopo i quaranta giorni, l’azione volonta­
ria, che ne è la causa, è tecnicamente parlando abortiva, per cui la peni­
tenza comminata è quella di tre anni di digiuno a pane ed acqua. La
perdita del feto prima dei quaranta giorni è invece punita con un anno
di digiuno a pane e acqua: il che sta ad indicare che il peccato è meno
grave, ma non per questo non è peccato. Il penitenziale di Beda fa rife­
rimento specifico anche alle motivazioni soggettive, distinguendo, a pro­

36
Peccati e penitenza nel Medioevo

posito dell’infanticidio, tra la donna che uccide il figlio per coprire il


suo rapporto fornicatorio, e la donna che uccide perché non ha i mezzi
alimentari sufficienti.
Nei Capitula ]udiciorum infine vengono trasmesse tre diverse peni­
tenze per il delitto di aborto: i dieci anni del Concilio di Ancira; i tre
anni dello Pseudo-Teodoro per la perdita del feto animato; i tre anni
di Cummeano, più un anno per il laico, due per il suddiacono, tre per
il diacono e cinque per il presbitero. Inoltre, viene trasmessa la peniten­
za di un anno per la donna che abortisce prima dei quaranta giorni e la
penitenza di tre quaresime per la donna che abortisce involontariamente.
Da ultimo, vengono riportate la penitenza di tre anni, di cui uno a pane
e acqua, per chi soffoca il figlio, più l’astinenza dai rapporti intimi;
quella di sette anni per il padre o la madre che uccidono il figlio senza
battesimo e ancora di sette anni, di cui tre a pane e acqua, per il ma­
leficio mortifero. Pur essendo pertanto l’aborto giudicato da tutti come
omicidio, è innegabile che esiste una serie di atteggiamenti pastorali di-
versificati, segno di un progressivo affinamento della casistica, e perciò
di un’applicazione più precisa dei criteri di valutazione.
Quanto agli usi contraccettivi, il solo testo del penitenziale di Saint-
Hubert ricorda e punisce il « coitus interruptus » con un esplicito ri­
chiamo al comportamento di Onan, mentre sono gravemente condanna­
te le altre tecniche anticoncezionali consistenti nell’uso di pozioni o di
filtri adoperati per prevenire la gravidanza. Il silenzio relativo al « coi-
tus interruptus » degli altri penitenziali soprattutto se si tiene conto
della abituale minuziosissima attenzione dei penitenziali alle colpe con­
tro il sesto comandamento, è un segno che il comportamento in que­
stion e— certamente non ignorato da quelle popolazioni — appariva
allora meno immorale. Ma, a ben guardare, la ragione precipua di tale
atteggiamento deve essere ricondotta a motivazioni teologiche ed antro­
pologiche oggi insostenibili. Il contesto entro il quale tali pratiche ven­
gono giudicate negativamente è infatti quello di opposizione alle abitu­
dini magiche o idolatriche, alle quali il cristianesimo del tempo vivace­
mente si opponeva, e lo sfondo è rappresentato da una concezione sta­
tica e sacrale della natura oggi ampiamente superata.
Ma dove è ancora più evidente l’intreccio tra disciplina penitenziale
e costume del tempo e dove l’apporto dei penitenziali diviene decisivo in
ordine alla modifica del costume è nella regolamentazione dei rapporti
di coppia. La rilassatezza delle consuetudini vigenti nelYethos dominan­
te fa sì che si sviluppi una disciplina ecclesiastica decisa e severa, che
viene poi progressivamente attenuandosi grazie ad un adattamento
sempre più marcato alla vita della società del tempo. Lo sforzo della
chiesa è incentrato sul tentativo di porre rimedio agli abusi più gravi:
uno di questi era ad esempio nel mondo celtico il concubinato, special­

37
Giannino Piana

mente con una donna fra quelle al proprio servizio {cum ancilla). È evi­
dente qui l’impegno di imporre ad una cultura, ancora fortemente an­
corata al passato, una nuova disciplina verso cui è riluttante. Al qua­
dro delle consuetudini matrimoniali laiche, connesse al diritto tri­
bale, si contrappone la difesa dell’indissolubilità matrimoniale e la con­
danna dell’adulterio. Ciò non toglie che esistano talora atteggiamenti
indulgenti nei confronti del precedente mondo pagano. Le abitudini del
passato resistono infatti alla stessa disciplina della chiesa, per quanto
imposta con autorità. Una riflessione particolare merita al riguardo il
caso del divorzio, in cui la disciplina dei penitenziali è, almeno inizial­
mente, disomogenea, soprattutto in relazione all’interpretazione del fa­
moso inciso matteano. Si deve giungere all’V III secolo per trovare una
linea di condotta più favorevole alle posizioni della chiesa di Roma, la
quale fu costretta a sua volta a riconoscere deroghe ed attenuazioni. Nel
penitenziale dello Pseudo-Teodoro è ad esempio considerato il caso della
donna che ha abbandonato definitivamente il marito, senza alcuna in­
tenzione di tornare e di riconciliarsi, e viene in tale circostanza ricono­
sciuto all’uomo il diritto, dopo cinque anni, di ottenere il consenso del
vescovo a risposarsi.
Analoghe osservazioni si possono ricavare dal confronto con altri
campi della vita morale, che riguardano settori più estesi dell’attività
umana, dove il peso dei condizionamenti sociali e culturali si fa parti­
colarmente sentire. Lo studio dei penitenziali ci consente dunque di
relativizzare posizioni che di primo acchito ci possono sembrare oggi as­
solute, cogliendo le ragioni storiche che hanno legittimato posizioni di­
verse e insieme ci aiuta a fare chiarezza su ciò che è invece universale ed
indiscutibile; ma soprattutto ci stimola a ridefinire, in rapporto al con­
testo storico in cui viviamo, il senso e l’estensione del peccato, nonché
a risignificare le motivazioni dell’illiceità dei comportamenti, tenendo
conto delle mutazioni culturali e dell’evoluzione dell 'ethos concreto. La
consapevolezza della durata nel tempo di alcuni problemi etici, del
loro schematizzarsi ed « istituzionalizzarsi » in forme determinate, che
sono gli esiti di un processo molto articolato, socialmente e cultural­
mente polivalente, è un importante contributo alla loro soluzione.
Grande importanza rivestono inoltre i penitenziali per la compren­
sione dei meccanismi che presiedono ai processi di legittimazione socia­
le ed ecclesiale. Il sistema di regolamentazione dei comportamenti e di
guida delle coscienze da essi messo in atto determina un forte riconosci­
mento dell’autorità dell’istituzione ecclesiastica, la quale viene raffor­
zata in ragione dell’autorevolezza acquisita come tramite necessario del
rapporto dell’uomo con Dio. La pratica della penitenza svolge impor­
tanti funzioni di integrazione sociale e di rafforzamento istituzionale, ri­
velando un alto potenziale di disciplinamento tanto della vita ecclesiale

38
Peccati e penitenza nel Medioevo

che civile. I penitenziali mirano infatti da un lato, al raggiungimento da


parte dell’autorità ecclesiastica di apprezzabili risultati di coesione e di
uniformità all’interno del corpo dei fedeli, dall’altro offrono all’autorità
secolare la possibilità di vedere favorita la propria esigenza di rafforza­
mento del controllo sociale potendo disporre di un corpus normativo ri­
vestito di forti implicanze etiche. Essi poi offrono al fedele la possibi­
lità di conformarsi ad un modello rassicurante che gli consente di auto-
identificarsi e di sentirsi parte integrante di un sistema capace di pre­
vedere anche la umana debolezza, riscattandola e perdonandola.
Di qui la rilevanza che i penitenziali assumono anche sul terreno più
squisitamente psicologico. La penitenza traccia in negativo un ideale,
che è insieme ideale della società e ideale per il soggetto. Le norme pe­
nitenziali diffondono infatti sublimandoli in termini di fede, gli ele­
menti di quel discorso istituzionale che la psicanalisi indica come il su­
per-io della cultura; ma nello stesso tempo tali norme si propongono al
soggetto come una medicina dell’anima o una tecnica di drammatizza­
zione simbolica del cammino verso la perfezione che il soggetto deve in-
troiettare. L ’accostamento ai penitenziali è pertanto estremamente im­
portante in ordine alla lettura del substrato culturale dell’Occidente e
soprattutto in ordine all’interpretazione dello sviluppo della coscienza,
che si realizza attraverso complessi meccanismi di manipolazione dei
sensi di colpa e delle simbolizzazioni primarie. Utilizzando ampiamente
il sistema medicinale, la penitenza tariffata offre i mezzi per la reintegra­
zione della personalità, così da consentire al peccatore il ricupero di quei
valori personali che aveva perduto a seguito delle sue mancanze. La
ragione della penitenza non è infatti tanto la trasgressione di una legge,
con il conseguente dovere di « soddisfazione », quanto la rottura di un
equilibrio personale — sia sul piano antropologico che religioso: equi­
librio che va faticosamente ricostruito attraverso una serie di esperienze
di espiazione, scegliendo i rimedi adatti e seguendo passo passo la cura.
Risulta, sotto questo profilo, evidente la somiglianza con i sistemi psi­
coterapeutici: il più sicuro effetto del sistema penitenziale si produceva
infatti con la piena ed incondizionata confessione del peccato, che allen­
tava la tensione della mente ed alleggeriva i sensi di colpa.

In un momento storico come l’attuale, in cui la disciplina peniten­


ziale della chiesa è soggetta ad un inquietante processo di decadenza e,
proprio per questo, è al centro di particolari attenzioni di rinnovamento
e di riadattamento — si pensi al recente sinodo dei vescovi del 1983 —
riandare al passato per ricuperarne la « memoria » in modo critico e crea­
tivo, costituisce senza dubbio un presupposto essenziale di una seria azio­
ne pastorale intesa a promuoverne la rivalutazione. La crisi della coscien­
za del peccato, nonché delle modalità reali attraverso le quali è possibile

39
Giannino Piana

esprimerla, l'attenuarsi del senso della riconciliazione ecclesiale e, più an­


cora, lo scadimento delle forme tradizionali della sua celebrazione, impon­
gono una profonda revisione delle categorie culturali e del linguaggio del
passato e l'elaborazione di nuove categorie e di un nuovo linguaggio.
Tutto ciò non può avvenire senza un'attenta lettura ed interpretazione
della storia, la quale non solo ci sollecita a mettere in atto, per essere fe­
deli alla verità del sacramento in questione, ampi processi di trasforma­
zione, ma ci offre anche i parametri o le direttrici di fondo per dare con­
creta attuazione a questi processi.

40
Giorgio Picasso
IL PENITENZIALE DI BURCARDO DI WORMS

Burcardo, appartenente ad una nobile famiglia, diacono nella col­


legiata di S. Vittore di Magonza, fu chiamato dall’imperatore Ottone III
nel febbraio dell’anno mille a succedere come vescovo di Worms al pro­
prio fratello Franco, dopo il governo dei due immediati successori, Erfo
e Razo, vescovi di Worms ciascuno per pochi giorni. Trovò nella città
e in diocesi i segni evidenti delle ripetute scorrerie degli Ungari in quel­
la regione e si impegnò nella ricostruzione di chiese ma anche delle mura
della città: di questa infatti, secondo il cosiddetto sistema ottomano,
aveva anche la responsabilità civile e per governarla si serviva pure
di soldati che facevano parte della sua « familia ». Per essi, e per tutti
i vassalli del vescovato, scrisse un codice di comportamento morale. So­
prattutto, però, si preoccupò della vita cristiana dei suoi fedeli e, in
particolare, della disciplina ecclesiastica.
Per assicurarne un ordinato sviluppo, ritenne opportuno raccogliere
in una Collezione canonica, detto anche Decretum, i principali testi della
legislazione ecclesiastica, servendosi, secondo l’uso dell’epoca, di pre­
cedenti raccolte come la Collezione canonica « Anseimo dedicata », di
origine italiana (sec. IX) e il Liber de synodalibus causis et disciplinis
ecclesiasticis dell’abate Regino di Priim (sec, X), aggiungendovi tuttavia
altri numerosi testi presi, in base all’uso della Chiesa medioevale, oltre
che dalla Sacra Scrittura, dalle decretali dei papi, dai canoni dei concili
e dagli scritti dei santi Padri. Quest’opera, alla quale attese dal 1008 al
1012, ritirandosi di tanto in tanto in una solitudine che s’era scelta
presso la sua città vescovile, non prende in considerazione soltanto aspet­
ti normativi in relazione con la vita cristiana di ogni giorno: anche i
temi fondamentali come le verità principali della fede vi trovano spa­

41
Giorgio Picasso

zio. L ’ultimo libro della raccolta, il 20° è interamente dedicato alla ri­
flessione sui destini ultimi del cristiano.
Burcardo, che morì il 20 agosto 1025, dopo aver preso parte ai
principali sinodo celebrati in quegli anni nelle Chiese delle regioni ger­
maniche, si era augurato che il suo Decretum rimanesse come punto di
riferimento per la vita cristiana dei fedeli della sua diocesi. La previ­
sione fu di gran lunga superata, perché nessuna raccolta canonistica eb­
be una diffusione uguale alla sua, come dimostrano la consistente tradi­
zione manoscritta che tramanda il 'Decretum e l’influenza esercitata dal
medesimo in pressocché tutte le sillogi composte nella Chiesa durante
i secoli centrali del Medioevo, fino al Decretum o Concordia discordane
tium canonum di Graziano, il quale confrontando e armonizzando, a
metà del secolo XII, l’esuberante selva dei canoni, recepì numerosi te­
sti già presenti nella raccolta del vescovo di Worms. Rispecchia, que­
sta collezione di Burcardo, mentalità e orientamenti della Chiesa otto­
mana, nella quale si inserisce, ma per il sapiente e costante riferimento
alla tradizione della Chiesa in quanto tale, molti problemi sono stati im­
postati in modo da riflettere senz’altro valori essenziali del Cristianesi­
mo. D ’altra parte se, come giustamente è stato osservato, le collezioni
canoniche sono lo specchio dell’azione pastorale esercitata dai vescovi e
dal clero in vari momenti e nei diversi ambienti, si deve anche ricono­
scere che questa azione mirava comunque a superare gli aspetti nega­
tivi della vita quotidiana per portarla ai valori dell’insegnamento evan­
gelico. « Il popolo va educato e non accettato come è », aveva scritto
già il papa Celestino I nel secolo V (PL 50.437A): e tale massima si
ripeteva spesso nei testi della Chiesa medioevale.
È anche la preoccupazione che si coglie nella Collezione di Burcar­
do e, in particolare, nel libro 19° che costituisce il penitenziale, ossia la
parte nella quale l’autore ha raccolto, a volte anche ripetendoli, tutti i
testi in ordine alla penitenza, vale a dire in rapporto a quel momento
essenziale della vita cristiana che risponde alla conversione dai più gra­
vi peccati come dalle mancanze quotidiane, che sollecita il ritorno a Dio
dei peccatori che si sono allontanati dalla casa paterna e l’impegno di
ogni giorno del singolo battezzato verso la perfezione del Padre, che è
nei cieli. Proprio per queste sue peculiarità una parte del libro, con il
titolo di Corrector sive medicus, ha avuto anche una diffusione separata
dal resto del Decretum, in modo cioè autonomo.
Nel secolo XI avanzato, durante la grande riforma della Chiesa e
della società, detta abitualmente « riforma gregoriana », non si ebbe
una continuità nella produzione dei libri penitenziali, assai più diffusi
nell’alto Medioevo; a volte, anzi, furono visti con riserva, come appare
dal severo giudizio che ne dette san Pier Damiani (PL 144.169 ss.).
Tuttavia il penitenziale del Decretum di Burcardo, piuttosto completo

42
Il penitenziale di Burcardo di Worms

per l’ampiezza della materia trattata e caratterizzato dalla saggezza pa­


storale del suo autore, rimase unico erede della disciplina penitenziale
dell’alto Medioevo e la trasmise, per quanto fu accettata, ai secoli suc­
cessivi, come si può desumere sia dalla diffusione del Penitenziale stes­
so insieme a tutto il Decretum o in qualche riduzione autonoma, sia
dal’influsso esercitato sulle raccolte canonistiche, da quelle di Ivo Char-
tres al Decreto di Graziano (Per quest’ultimo aspetto si veda la tavola
redatta da Giuseppe Motta nella parte finale di questo stesso volume).
La completezza dell’opera penitenziale del vescovo di Worms può
essere colta sotto vari aspetti, ma appare subito fin dalla premessa: « Ab­
biamo chiamato questo libro II correttore o, se si vuole, Il medico, in
quanto abbraccia in tutti i loro aspetti sia le pene corporali come pure
i rimedi spirituali ». Ogni sacerdote troverà nei testi raccolti, a volte
modificati e più raramente composti da Burcardo, un aiuto perché il suo
ministero giovi veramente a tutti, ricchi e poveri, giovani e anziani, chie­
rici e laici, uomini e donne.
Burcardo traccia all’inizio le linee di un rituale della penitenza, per­
ché quanto poi verrà esposto nei testi successivi dice ordine alla am­
ministrazione di questo sacramento della riconciliazione del peccatore con
Dio. Si incomincia con le disposizioni di umiltà e di devozione che de­
ve avere il sacerdote, per passare poi, nel canone 4, alle domande che
devono essere poste al penitente intorno alla fede e alla sua condizione
in ordine agli stati della vita cristiana. A seguito di queste prime doman­
de, la situazione del peccatore dovrebbe incominciare a configurarsi alla
coscienza del sacerdote, ma per sottolineare il clima nel quale deve svol­
gersi il minuzioso interrogatorio, consegnato al canone 5, Burcardo, ri­
prendendole da Regino, pone sulle labbra del sacerdote alcune espres­
sioni che mettono in rilievo la comune condizione di peccatori davanti a
Dio. « Non vergognarti, fratello, di manifestare i tuoi peccati; anch’io
sono peccatore e forse ho commesso peccati ancor più gravi dei tuoi ».
In altre parole, non si tratta di istituire una specie di tribunale nel quale
il sacerdote giudica il comportamento di chi ha violato la legge di Dio:
qui il giudice, il santo, è uno solo, è appunto Dio. Se il penitente verrà
interrogato è piuttosto per una serie di ragioni di carattere psicologico
che si leggono alla fine del medesimo canone, ma sopra tutto per un mo­
tivo che trova giustificazione nella Sacra Scrittura: « Se ci giudichiamo
da soli, nessuno poi ci giudicherà» (1 Cor. 11.31), neppure colui che
ci ha condotti a peccare e che altrimenti, nel momento del giudizio di
Dio, troveremo come nostro principale accusatore.

La parte preponderante della celebrazione della penitenza privata


alla quale Burcardo dedica i primi canoni di quel libro 19°, che potre­
mo senz’altro ritenere il suo Penitenziale, consiste nella interrogazione

43
Giorgio Picasso

così minuziosa del penitente, alla quale non può essere estraneo anche
uno scopo catechetico. In base alle risposte del penitente si potrà rile­
vare quale sia la penitenza alla quale deve sottoporsi. Il canone 5 pre­
senta un ampio schema di interrogatorio che da solo può costituire un
penitenziale vero e proprio; comunque nel disegno che il vescovo di
Worms ha presente nella composizione di questo libro, è senz’altro il
momento centrale e più organico in ordine alla materia trattata; in
seguito si avranno testi in riferimento alla attuazione di questo o quel
punto della disciplina penitenziale, nell’ambito di una casistica sempre
piuttosto ridondante e pressoché indefinita; ma, in particolare, si avran­
no richiami di grande importanza per comprendere il ruolo della peni­
tenza nella vita del cristiano e nella comunità dei cristiani.
Nel prolisso canone 5, che Burcardo ha rielaborato servendosi an­
che di precedenti testi penitenziali, l’attenzione dei due protagonisti
della celebrazione penitenziale — sacerdote e peccatore — è subito ri­
chiamata sui peccati più gravi, cioè omicidi, giuramenti falsi, furti e ra­
pine, sacrilegi, adulteri ed altri notevoli peccati sessuali. La penitenza,
in tutti questi casi, è generalmente fissata in modo severo, ma uguale:
40 giorni di digiuno (o, come si diceva, una quaresima) e 7 anni con­
secutivi di digiuno (all’inizio del canone stesso viene spiegato che cosa
significhi digiuno per 40 giorni e per 7 anni consecutivi: nei 40 giorni
si osservava il digiuno in continuità, negli anni successivi soltanto per
tre giorni alla settimana), mentre per mancanze commesse dai coniugi
nei rapporti tra loro, generalmente la penitenza è limitata a qualche
giorno soltanto.
A proposito del matrimonio, poi, si deve sottolineare come Burcar­
do non riesca a liberarsi del tutto da quella concezione che riflette le
cosiddette incertezze dell’alto Medioevo (J. Gaudemet) per quanto ri­
guarda la natura del vincolo coniugale. Da un punto di vista puramente
penitenziale, è evidente che non possono essere posti sullo stesso piano,
in caso di adulterio, il coniuge innocente e il coniuge colpevole: essi si
separeranno, e il colpevole vivrà senza la possibilità di un altro matri­
monio, « ma se tua moglie — si legge sempre nel canone 5 — sarà in
grado di provare d’aver commesso adulterio per colpa tua o per tua im­
posizione, mentre lei non ne voleva sapere e vi si rifiutava, allora, se pro­
prio lo vuole, potrà risposarsi, ma davanti a Dio, con chi crede ». Così
pure più avanti, ma sempre nel medesimo canone, si concede alla mo­
glie innocente (i testi penitenziali ipotizzano, nel matrimonio, piuttosto
la colpevolezza dell’uomo) di separarsi dal marito che ha contratto una
parentela spirituale con un figlio per abbandonare la moglie: si separe­
ranno, ma soltanto la donna, « se non vorrà vivere in castità, potrà ri­
sposarsi, ma davanti al Signore ». « Davanti al Signore », ossia ponde­
rando bene, in coscienza, la decisione che sta per prendere.

44
Il penitenziale di Burcardo di Worms

Anche nella condanna ad un anno di penitenza per quei laici che di­
sprezzano il sacerdote sposato, si riflette la mentalità, a questo propo­
sito, della Chiesa altomedioevale che di per sé accettava, a condizione
di una vita continente, il matrimonio dei preti; ma nello stesso tempo
rilevare che alcuni rifiutano i sacramenti amministrati dai preti sposati
(in particolare ci si riferisce proprio alla penitenza e alla eucaristia), si­
gnifica cogliere le prime manifestazioni di una insofferenza, da parte dei
laici, che sfocerà poi nei grandi movimenti riformatori della metà del se­
colo XI, come quello milanese dei patarini.
Se la profanazione delle tombe e altre pratiche superstiziose che
portavano ad adorare il sole, la luna ed altri astri sono generalmente
puniti con 2 anni di penitenza nei giorni stabiliti, molto più indulgente
è Patteggiamento del vescovo di Worms nella condanna delle pratiche
magiche e dei sortilegi, di per sé innocui, così frequenti nella società del
suo tempo. I testi relativi si incontrano a varie riprese, specialmente nel
lungo interrogatorio del canone 5, ma anche in testi successivi (ad esem­
pio, pratiche superstiziose sono descritte nel gruppo di canoni che van­
no dalP84 al 92); a volte sono stati introdotti nella letteratura peniten­
ziale, per la prima volta, proprio da Burcardo che evidentemente, attin­
geva alla sua esperienza pastorale nelle regioni germaniche. Si tratta di
credenza nelle cavalcate notturne di donne ritenute seguaci di Satana,
di filtri e sortilegi amorosi, cioè a scopo afrodisiaco, di superstizioni fu­
nerarie, di uccisioni di animali e di altre pratiche divinatorie, sulle quali
la condanna di Burcardo è molto puntuale, anche se, non prestando fe­
de a queste supposte potenze occulte, la pena inflitta è generalmente
lieve, quanto basta per tentare di arginare il dilagare, tra una popola­
zione poco colta e quindi particolarmente esposta, di queste forme di su­
perstizione trasmesse da tradizioni ataviche. Il vescovo Burcardo — ha
osservato il Vogel (Pratiques superstitieuses..., p. 761) — non crede
all’efficacia di queste potenze occulte: quasi sembra sorriderne! Le con­
danna però, perché frutto di puerilità e, in molti casi, di pratiche aber­
ranti, indegne del nome cristiano, ma non già perché siano manifesta­
zioni effettive del potere diabolico. A volte, come nel caso del pesce tro­
vato morto nel fiume (c. 92) si ha proprio l’impressione che il testo ri­
fletta piuttosto preoccupazioni di indole igienica.
Per compiere una adeguata lettura di queste innumerevoli prescri­
zioni sarebbe necessario un commento dettagliato, anche per cogliere
nei minimi particolari l’atteggiamento proprio del vescovo di Worms.
In queste pagine, che vogliono essere soltanto un invito allo studio del
Penitenziale di Burcardo, mette conto rilevare come il vescovo, all’in­
terno della prolissa casistica del canone 5, si preoccupa altresì dei pec­
cati di omissione, specialmente in ordine alla pratica delle opere di mi­
sericordia corporale. « Non ti sei curata — fa chiedere alla donna che

45
Giorgio Picasso

si confessa — di visitare gli infermi o di andare a trovare i carcerati?


Non hai prestato loro il tuo aiuto? Dieci giorni di penitenza a pane ed
acqua ».

Terminato il lungo interrogatorio, Burcardo introduce una descri­


zione degli otto vizi capitali e delle loro conseguenze (c. 6), per aiutare
11 penitente ad individuare la radice dei suoi comportamenti sbagliati,
ed una rapida presentazione delle virtù che possono essere utili proprio
per debellare i vizi capitali (c. 7). Con questi testi si tenta di collocare
le scelte e i comportamenti nell’ambito della coscienza dei singoli, quali
espressioni della loro maturità, o immaturità, spirituale. A questo pun­
to il vescovo di Worms pone i riti conclusivi che vedono, intanto, il sa­
cerdote in ginocchio accanto al penitente, per la recita di 5 salmi peni­
tenziali, prima di passare ad alcune preghiere molto appropriate perché
insistono sulla misericordia di Dio; infine una formula che possiamo de­
finire di assoluzione: « Dio onnipotente ti assista e ti protegga e ti con­
ceda il perdono dei tuoi peccati presenti, passati e futuri. Amen. »
Si potrebbe così ritenere concluso uno schema abbastanza ordinato
per l’amministrazione della penitenza privata, ma il vescovo di Worms
desume dal vasta materiale che la letteratura penitenziale aveva elabo­
rato altri numerosi testi che arricchiscono il suo « dossier », non tanto
in ordine all’interrogatorio o, comunque, alla descrizione di altri peccati
(che pur non manca qua e là), quanto per affrontare aspetti strettamen­
te connessi con l’imposizione della penitenza e la sua attuazione.
Significativo, a questo proposito, è subito l’ampio canone 8 sui sa­
lutari rimedi che si attribuiscono ai più autorevoli padri della Chiesa:
Gregorio, Girolamo e Agostino, e ai penitenziali più accreditati che,
per Burcardo, sono appunto quelli di Teodoro, di Beda e quello Roma­
no. Sono anche quelli che, non sempre in forma oggettivamente corret­
ta, vengono indicati per la paternità di molte norme penitenziali. I sug­
gerimenti di questo canone per il comportamento del sacerdote e le
considerazioni sulla necessità di valutare caso per caso, secondo la con­
dizione di chi ha peccato, evitando l’applicazione di un unico criterio
(concetto questo ripreso al c. 29), sono di notevole sensibilità spirituale
e acutezza psicologica.
Alcuni canoni, dal 9 al 25, si occupano poi delle modalità della pe­
nitenza. Tra l’altro in un contesto che sembra dominato, come si è già
detto, dalla penitenza tariffaria, si fa largo spazio alla possibile sosti­
tuzione con la preghiera e con le opere di carità. Il testo del canone
12 non lascia dubbi a questo proposito: per ogni giorno che deve tra­
scorrere a pane ed acqua, il penitente può sostituirlo con la recita di 50
salmi e, inoltre, dar da mangiare a un povero. Si tratta, in altre parole,
della cosiddetta composizione, anche se qui il termine non si incontra,

46
Il penitenziale di Burcardo di Worms

che ha dato origine pure ad abusi in quanto che, ad esempio, il ricco


potevo in tal modo più facilmente avere i mezzi per eludere la peni­
tenza corporale. Questa possibilità non è del tutto assente nei testi rac­
colti da Burcardo, però, in genere, si deve dare atto alla discrezione con
la quale viene presentata, ribadendo più volte il concetto che chi è ric­
co deve dare di più, chi è povero di meno (cc. 15, 22, 23): comunque,
forse anche per queste ragioni di carattere sociale, Burcardo insiste sulla
recita di salmi, sulla celebrazione di messe e persino sulla flagellazione
(c. 25) come forme sostitutive per chi non è in grado di sottoporsi alla
severa disciplina del digiuno protratto per lungo tempo. D'altra parte,
pur mostrando tanta sollecitudine nel fissare tempi e modi per la peni­
tenza quasi sempre a pane ed acqua, non mancano osservazioni che sot­
tolineano l'importanza della contrizione interiore (c. 31): «... agli occhi
di Dio non ha tanto valore la dimensione temporale della penitenza,
quanto piuttosto l'intensità della contrizione; come pure non ha tanto
valore il digiuno in sé e per sé, quanto piuttosto la mortificazione dei
vizi ».
Non è raro trovare in questi testi l'espressione della sollecitudine
pastorale della Chiesa per i peccatori. In forza di tali atteggiamenti si
deve correggere, almeno in qualche caso, quella immagine troppo ma­
teriale connessa ad un arido e severo elenco di peccati, con relativa pe­
nitenza. Oltre quanto già si è osservato sul modo di accogliere il pe­
nitente, nell'opera di Burcardo si incontra un canone, il 33, che invita
il sacerdote a prendere parte alle penitenze imposte ai penitenti, condi­
videndone digiuni, preghiere e lacrime; mentre un altro testo ricorda il
dovere per tutti i cristiani di sostenere i peccatori « perché non abbiano
a cadere nelle insidie del demonio e nella disperazione » (c. 42), se­
guito da un caldo invito a non disperare mai a causa del peccato, « per
non essere ancora più debole » (c. 44). Altri canoni (45, 46) invitano a
sostenere moralmente i fratelli caduti in colpe gravi, a non abbando­
narli, a non condannare nessuno prima che sia giudicato da Dio (c. 54).
È vero che il peccatore che ritorna al suo « pantano » dopo aver com­
piuta la penitenza, deve essere trattato con una maggiore severità, pe­
rò neppure in questo caso sarà abbandonato a se stesso, e sul punto di
morte può essere accompagnato verso l'incontro con il Signore « dalla
grazia della santa comunione » (c. 57).
Il vescovo di Worms insiste molto, come si vede, su questi atteg­
giamenti di comprensione, proprio perché « nessuno, per quanto vera­
mente santo, è senza peccato » (c. 68).
Molte prescrizioni regolano ancora diversi aspetti della vita cristia­
na, specialmente il comportamento dei coniugi nel matrimonio; ma ven­
gono presi in considerazione altresì aspetti della vita sociale, come quan­
do si proibisce di alterare per lucro misure e pesi regolamentari (c. 148),

47
Giorgio Picasso

si raccomanda Paccoglienza dei pellegrini (c. 115) e Passistenza ai po­


veri (cc. 116 e 124). L ’atteggiamento del vescovo verso gli eretici è
quello del suo tempo, però il testo proposto suggerisce mitigazioni del­
l’antica severità per chi ritorna alla fede cattolica (c. 105). Soprattutto
Burcardo si preoccupa della preparazione dottrinale che deve avere il
sacerdote, al quale, insieme al vescovo, è riservata l’imposizione della
penitenza (c. 122): deve conoscere i vizi capitali (c. 97), dev’essere in
grado di valutare i peccati (c. 98), e nella sua rudimentale biblioteca de­
ve possedere un libro penitenziale « autorevole » (c. 99).
Come l’attento lettore potrà facilmente osservare, l’insieme di que­
sti testi penitenziali ci offre una testimonianza immediata di usi e co­
stumi della società altomedioevale, della mentalità di quell’epoca da noi
tanto lontana: ma il vescovo di Worms ha inserito queste stesse testi­
monianze in un più ampio contesto teologico e pastorale, che dimostra,
al di sopra di ogni indicazione formale, le preoccupazioni della Chiesa
per chi ha mancato, la sollecitudine che il cristiano deve avere verso
il fratello che è caduto: « Chinati su di lui; stenditi fino a terra e sol­
levalo dalla sua caduta », ripete Burcardo con il canone 46. Si tratta di
mantenere fedeltà all’insegnamento del Vangelo. Anche per queste ra­
gioni, in condizioni culturali diverse, quando la penitenza tariffaria già
nella seconda parte del Medioevo lasciò spazio all’intensità della contri­
zione e al giudizio del sacerdote, il materiale raccolto da Burcardo nel
libro 19° del suo Decretum, non fu del tutto accantonato, e continuò a
trasmettere quei principi di vita cristiana che animarono l’azione pasto­
rale di un vescovo vissuto proprio all’inizio del secondo millennio, quan­
do si consolidavano con il favore della pace ottomana i lineamenti della
civiltà cristiana nell’Occidente.

48
Giuseppe Motta
PREMESSA ALLA TRADUZIONE

Con il Corrector sive Medicus — libro XIX del Decretum — Bur­


cardo riassume e, nel contempo, amplia la tematica penitenziale già in­
serita e disseminata in più parti della sua raccolta canonistica soprattutto
a partire dal libro VI, dedicato alla casistica sugli omicidi.
Che l’aspetto penitenziale, del resto, dovesse costituire uno dei car­
dini del suo impegno e come vescovo e come compilatore, insieme con
i suoi collaboratori, di una collezione canonica, è lo stesso vescovo di
Worms a dircelo nella « praefatio » all’intero 'Decretum. Infatti, ripren­
dendo espressioni comuni ad altri « penitenziali », Burcardo chiarisce
l’obiettivo del suo lavoro che non poca fatica gli era costata: offrire al
clero della sua diocesi strumenti che recassero chiarezza nella disciplina
ecclesiastica e nella prassi penitenziale, dove si perpetuavano non poche
confusioni e contraddizioni, accentuate anche dalla scarsa preparazione
del clero, « presbyterorum ignorantia ». Senza questi strumenti opera­
tivi nel campo ecclesiastico non sarebbe stato possibile, osserva ancora
Burcardo, governare le diverse parrocchie.
Ma che cosa è, innanzitutto, una collezione canonica?
Si potrebbe rispondere che essa è essenzialmente una raccolta (col­
lectio) di brani (canonum)y tratti da disposizioni di concili, veri o pre­
sunti tali, da indicazioni contenute in lettere, autentiche o apocrife, dei
sommi pontefici, da opere di santi Padri o di scrittori ecclesiastici, da
penitenziali e persino dal diritto « secolare », e il tutto per formare, ac­
canto alla Sacra Scrittura, un complesso di norme autorevoli in seno alla
Chiesa locale, in modo da rispondere a situazioni inderogabili e a solle­
citazioni precise bisognose di sicure indicazioni. Tuttavia, si deve subito
aggiungere che, in merito alle varie tipologie di collezioni canoniche,
una pur schematica distinzione si impone.

49
Giuseppe Motta

Altro è una raccolta che trascrive quasi integralmente testi conci­


liari o disposizioni di papi su vari argomenti, senza un preciso intento
che non fosse quello di consegnare alla memoria parte delle vicende che
la Chiesa aveva dovuto affrontare nei vari ambiti regionali e nella suc­
cessione cronologica, dove accanto a testi autentici si possono incontra­
re anche testi falsi. Un esempio significativo di queste collezioni, che
possiamo denominare cronologiche, è costituito dalle Decretali dello
Pseudo-Isidoro, che a partire dal sec. IX avranno ima massiccia inciden­
za sulle raccolte successive. Altro è, invece, una collezione che sfruttan­
do (come farà, appunto, Burcardo) tutta la ricchezza dottrinale e disci­
plinare del passato anche recente, opera precise scelte e dispone il ma­
teriale raccolto secondo un piano, più o meno organico, per accentuare
gli aspetti caratterizzanti la vita cristiana in tutte le strutture e artico­
lazioni in un preciso momento storico e in un determinato ambito geo­
grafico. Chiameremo queste collezioni sistematiche; dettate da necessità
pratiche, conobbero un sempre più organico sviluppo in Occidente so­
prattutto dopo Carlo Magno.
Sotto il profilo prettamente tecnico, una collezione canonica siste­
matica si presenta suddivisa in libri e/o in titoli, predisposti secondo
un criterio soggettivo di importanza dottrinale o, comunque, pastorale,
talvolta preceduti da una « praefatio » in cui si indicano occasioni e
finalità della raccolta. Ogni brano generalmente si caratterizza per tre
elementi:
— rubrica: così denominata per essere, il più delle volte, vergata in
rosso (ruber = rosso), con funzione di richiamare il contenuto
del brano;
— inscriptio: enuncia la fonte (non sempre autentica) del canone;
— canone: testo vero e proprio, presentato come una sentenza che vuol
essere autorevole.
Sarà esaminando questi tre aspetti che si potranno cogliere, in rap­
porto all’originale, omissioni volontarie o meno, falsificazioni intenzio­
nali e non, manomissioni e integrazioni. Ma la fatica maggiore per chi
si occupa di collezioni canoniche sarà sempre l’individuazione della fon­
te, in merito alla quale più esigente si fa la distinzione tra fonte mate­
riale e fonte formale. Con la prima si indica da quale opera (concilio,
lettera di papa, trattati o brani di santi Padri o altro ancora) il brano è
« materialmente » tratto; con la seconda, invece, si vuol individuare a
quale precedente raccolta canonistica si riallaccia la tradizione del bra­
no in questione. Facciamo un esempio per essere ancor più chiari, desu­
mendolo dal Corrector di Burcardo. Molti canoni provengono da Alitga­
rio, che ne è la fonte materiale; ma la loro sequenza è già attestata da
Regino, che costituisce pertanto la fonte formale, alla quale Burcardo ha
attinto.

50
Premessa alla traduzione

È proprio quest'ultimo aspetto che riveste l'interesse maggiore in


una collezione canonica, in quanto il raffronto con la collezione madre (se
così possiamo chiamarla) permette di evidenziare quanto e perché è
stato omesso o recepito, quanto mutato o integrato; sono questi gli
elementi chiave su cui si può e si deve condurre una indagine per co­
gliere mutamenti e situazioni vecchie o nuove, mentalità che sopravvi­
vono o che si affacciano alla storia.
Tuttavia, ogni discorso sulle collezioni canoniche, e sulle implican-
ze di ordine filologico e storico che ne derivano, diventa forzatamente
provvisorio e frammentario a motivo delle precarie edizioni di cui di­
sponiamo. Si pensi, ad esempio, allo stesso Decretum di Burcardo o alle
collezioni canoniche di Ivo di Chartres che leggiamo nella Patrologia
Latina e che sono editi in base ad un solo manoscritto e con interventi
arbitrari (specialmente per la Panorniia di Ivo) da parte degli editori.
Forse proprio questa carenza di edizioni ha contribuito a tener lonta­
no dal settore canonistico, che pur riveste carattere di documentazione
storica, una parte degli studiosi del Medioevo. È pur vero che non sono
mancati, in un passato ancor recente, né mancano oggi, tentativi di col­
mare tali lacune, grazie specialmente al magistero di Stephan Kuttner e
Gérard Fransen che, attraverso ITnstitute of Medieval Canon Law (Ber­
keley, U.S.A.), hanno promosso iniziative per riportare le collezioni ca­
noniche alla dignità che ad esse compete, non foss'altro, come si diceva,
perché testimoni di società che conoscono mutamenti, tensioni, contra­
sti, aspirazioni. È però innegabile che molto deve ancora farsi.
Ma torniamo a Burcardo. Sorto, come si è accennato, per ovviare a
situazioni concrete, il suo Decretum ha conosciuto ben presto una diffu­
sione insperata, oltrepassando tempo e ambiti delle sue origini, fino
a raggiungere ogni parte dell'Europa cristiana dell'XI e XII secolo, co­
me ci attesta la ricca tradizione manoscritta a noi pervenuta. Ma le mol­
teplici testimonianze della sua fortuna non si limitano soltanto a que­
sta: si pensi all'incidenza che Burcardo ha esercitato su tutta la canoni­
stica pregrazianea e, in particolare, al massiccio influsso esercitato su
Ivo di Chartres (fine XI sec.), che in mutate condizioni ambientali e sto­
riche utilizza quasi per intero l'opera del vescovo di Worms; inoltre la
sua fortuna continua anche dopo la metà del sec. XII, quando Graziano
(1140 circa) con la Concordia discordantium canonum raggiunge l'api­
ce della parabola ascendente del diritto canonico altomedioevale, azze­
rando, praticamente, tutte le precedenti raccolte.
Se dobbiamo, poi, individuare il motivo di una così vasta risonanza
del Decretum, quale nessun'altra collezione canonicaxha mai conosciuto,
dobbiamo subito dire che è dovuto all'organicità dei temi affrontati e al­
l'equilibrio di cui si rivestono le soluzioni proposte, coinvolgendo di
fatto tutta la società medioevale nel suo vivere quotidiano: nascita e

51
Giuseppe Motta

morte, iniziazione cristiana e destini ultimi, rapporti personali e patri­


moniali, funzioni del vescovo e della Sede Apostolica, ruolo dell’impe­
ratore e del suddito, clero e popolo, monaci e vergini, orfani e vedove,
liberi e schiavi, santi e peccatori trovano nel Decretum una loro colló-
cazione. Proprio per questa attenzione alla quotidianità del mondo me­
dioevale, una collezione canonica sistematica presenta aspetti diversi
che possono essere teologia e filosofia, legislazione e storia, sociologia e
filologia: in breve, una cultura.

Infine, per rispondere ad una esigenza in precedenza sottolineata


(quella della identificazione dei singoli brani), ci pare utile proporre in
appendice alla traduzione una serie di annotazioni in cui si tenta di in­
dividuare per ogni canone di questo « penitenziale » e la fonte materia­
le e, là dove è stato possibile, quella che ho ritenuto costituire fonte
formale. Non è una proposta che abbia la pretesa di fissare per ogni caso
il risultato definitivo di una indagine, che, tra l’altro, era stata già ini­
ziata in modo sistematico da Paul Fournier, oltre cinquantanni fa. L ’in­
faticabile grande studioso francese, nel tentativo di rintracciare le varie
fonti che entrarono in gioco nella formazione dell’opera di Burcardo, ha
consegnato a chi si interessa del settore indicazioni e suggerimenti che,
seppur suscettibili di precisazioni e, talvolta, persino di revisioni e in­
tegrazioni, rimangono fondamentali per qualsiasi saggio sul Decretum
del vescovo di Worms e costituiscono fonte principale di queste note.
Il lettore si stupirà, forse, nel constatare che molte attribuzioni ri­
sultino false. Non sempre, tuttavia, si tratta di operazioni arbitrarie do­
vute a Burcardo: già la tradizione a lui precedente recava quella pater­
nità. Ma al di là di comprensibili errori di trascrizioni, per cui il conci­
lio Aurelianense può diventare facilmente concilio Arelatense e vicever­
sa, oppure Gregorio (abbreviato con Gg) diventa Agostino (Ag), l’ordi­
natore di una collezione canonica non percepisce come esigenza viva la
precisazione di carattere filologico: sua preoccupazione, specialmente se
il brano è di « fabbricazione » recente, è di garantirne l’autorevolezza.

* * *
Qualche parola sulla traduzione proposta, condotta in base alla edi­
zione della Patrologia Latina del Migne, voi. 140, che rimane ancora
l’unica edizione dell’opera di Burcardo. Non si vorrebbe ripetere il luo­
go comune in forza del quale tradurre è sempre e comunque un po’ tra­
dire: ma non è possibile. Al di là delle difficoltà oggettive di interpre­
tare in modo corretto i singoli testi, talune espressioni fanno riferimento
a comportamenti così lontani dalla nostra cultura, da renderne non sem­
pre facile la comprensione e scorrevole la traduzione. Comunque, il cri­
terio che ha informato la nostra proposta è stato quello di presentare un

52
Premessa alla traduzione

testo (con qualche libertà per le « rubriche ») possibilmente agevole al­


la lettura, senza essere fuorviante rispetto al contenuto. Vi ho provato:
non è detto che vi sia riuscito.

Esprimo il mio grazie agli amici che con la loro attenta lettura e i precisi sug­
gerimenti hanno contribuito a questa traduzione; in modo particolare ringrazio
Giorgio Picasso e Dorino Tuniz che si sono sobbarcati il compito di rivedere e ri­
meditare quanto proposto.
Mi sia concesso, infine, dedicare questa modesta fatica a tutti i miei ex-allievi
del Liceo scientifico Ballerini di Seregno (Milano), per quanto mi hanno dato, che
è certamente maggiore di quanto da me avuto.

53
Burcardo di Worms
Penitenziale
ABBREVIAZIONI

CCL Corpus Christianorum. Series latina, Turnholti,


1954 e ss.
Collectio Hibernensis H. Wasserschleben, Die iriscbe Kanonensam-
lung, Lipsiae 1885.
CSEL Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum,
Vindobonae 1866 e ss.
Finsterwalder P. W. Finsterwalder, Die Canones Theodori
Cantuariensis uni ihre Uberlieferungsformen,
Weimar 1929.
Hinschius P. Hinschius, Decretales Pseudo-Isidorianae et
Capitula Angilramni, Lipsiae 1863.
JE Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ec­
clesia ad annum p. C. n. 1198, ed. Ph. Jaffé, I,
Leipzig 1885.
Mansi J. D. Mansi, Sacrorum conciliorum nova et am­
plissima Collectio, Florentiae 1757-1798.
MGH Monumenta Germaniae Historica
Gap. Legum sectio II: Capituiaria Regum Francorum,
Hannoverae 1883 6 ss.
Conc. Legum sectio III:" Concilia, Hannoverae 1893
e ss.
LL Leges (in folio), Hannoverae 1835 e ss.
PL Patrologia latina. Cursus compietus, ed. J. P.
Migne, Parisiis 1844-1864.
Regino Regino, De synodalibus causis et disciplinis ec-
clesiasticis, ed. F.G.A. Wasserschleben, Lipsiae
1840 (ed. anast. Graz 1964).
Schmitz H. I. Schmitz, Die Bussbiicher und die Bussdi-
sciplin der Kirche, I, Mainz 1883; II, Dusseldorf
1898.
Wasserschleben F. W. H. Wasserschleben, Die Bussordnungen
der abendlàndischen Kirche, Halle 1851 (ed.
anast. Graz 1958).

56
SOMMARIO

1. In quale periodo i sacerdoti delle pievi, secondo le di­


sposizioni dei canoni, devono indurre i litiganti alla pa­
ce e i peccatori alla penitenza.
2. I sacerdoti esortino e istruiscano i loro fedeli nel perio­
do della penitenza.
3. Preghiera del sacerdote prima di accogliere i penitenti.
4. Manifestazione dei peccati, imposizione della penitenza
e riconciliazione; come interrogare chi desidera confes­
sare i propri peccati e criterio per l’imposizione della
pena.
5. Il sacerdote, al vedere il fedele contristato, continui di­
cendo: « Carissimo, forse ora non ricordi quanto hai
commesso. Ti interrogherò io; tu, però, suggestionato
dal demonio, non nascondere nulla ». Gli ponga, quin­
di, le domande nel seguente ordine [sugli omicidi, ecc.].
Chi giura il falso
Giuramenti senza valore o immordi
Furti
Rapine
Adulterio
Peccati sessuali
Peccati sessuali nel matrimonio
Falsa testimonianza
Profanazione delle tombe e stregoneria
Comportamenti sacrileghi
57
Burcardo di Worms

Trasgressioni del digiuno


Golosità ed ubriachezza
Mancanza di rispetto verso i sacramenti
Pratiche magiche
Superstizione
Ancora sulla magia
Ancora sull’adulterio
Ancora sui peccati sessuali
Scioglimento del vincolo matrimoniale
Ancora in merito ai peccati sessuali
Alimenti proibiti
Azioni fraudolente
Comportamento irrispettoso
Mancanze contro l’ospitalità
Comportamenti sacrileghi
Rapporti con gli scomunicati
Appropriazione immorale delle offerte
Sottrazione immorale delle decime
Ancora sulle rapine
Atteggiamenti irriguardosi verso i sacramenti
Partecipazione al male
Atteggiamenti superstiziosi [peccati sessuali femminili
e aborto]
6. Gli otto vizi capitali e loro conseguenze.
7. Virtù che possono debellare i vizi capitali. Riti conclu­
sivi dell’atto penitenziale.
8. Salutari rimedi per le anime.
9. Con quale modalità va compiuto un anno di penitenza
a pane e acqua.
10. Secondo anno di penitenza imposto all’omicida di un ec­
clesiastico, al sodomita incallito o al peccatore contro
natura, al responsabile d’un omicidio perpetrato in chie­
sa, agli incendiari di una chiesa e a chi in chiesa com­
mette adulterio o peccati del genere.
11. Incapacità fisica di compiere il digiuno imposto per pe­
nitenza.
12. Come sostituire un anno di penitenza a pane ed acqua.
13-14-15-16-17. Altre modalità per sostituire la penitenza.
18. Come sostituire una settimana di penitenza a pane ed
acqua.
58
Sommario

19. Come sostituire un mese di penitenza a pane ed acqua.


20. Come possono sostituire la penitenza di un intero anno
a pane ed acqua coloro che oltre ad essere nella impossi­
bilità di digiunare non conoscono i salmi.
21. Altra possibilità di sostituire la penitenza di un anno
a pane ed acqua.
22. Il digiuno può essere sostituito con elemosine.
23. Incapacità fisica di alcuni di adempiere le prescrizioni
del penitenziale.
24. Incapacità fisica di digiunare e mancanza di mezzi eco­
nomici.
25. Come sostituire una penitenza settennale.
26. Rituale per l’imposizione della penitenza pubblica nel
Mercoledì delle Ceneri.
27. Penitenti ed imposizione delle mani;
28. In forza di quale autorità va comminata la penitenza.
29. Colpe diverse implicano penitenze diverse.
30. I molteplici frutti della penitenza.
31. Perché per ogni colpa i canoni stabiliscono non in mo­
do preciso la durata e le modalità della penitenza.
32. A proposito di quanti vorrebbero abbreviare la peniten­
za intensificandola.
33. I sacerdoti condividano la sorte dei penitenti digiunan­
do e pregando.
34. L ’uomo pecca talvolta per passione talvolta per fragi­
lità.
35. La penitenza venga imposta senza favoritismi.
36. Peccati gravi commessi in segreto.
37. Va mantenuta la distinzione tra pubblico penitente e
non.
38. A proposito di quanti non si curano di compiere vera pe­
nitenza.
39. I sacerdoti accolgano con grande gioia chi di cuore si
pente.
40. Il vescovo imponga a sua discrezione la durata della pe­
nitenza in base alla gravità dei peccati.
41. È possibile essere riammessi alla comunione durante la
pubblica penitenza se veramente contriti.
42. Con quale amore fraterno vanno corretti e sorretti i pec­
59
Burcardo di Worms

catori perché non abbiano a cadere nelle insidie del de­


monio e nella disperazione.
43. Se è possibile reintegrare nelle loro funzioni i chierici
« in sacris » che abbiano commesso gravi colpe.
44. L ’anima è degna di pianto perché è più nobile di molti
popoli e vale più di molte città. Mai disperare del per­
dono.
45-46-47-48. Nostro sostegno morale per il fratello ferito
dal peccato.
49. Nessuno dopo pubblica penitenza può essere ammes­
so a far parte del clero.
50. Posizione di papa Gelasio di fronte ai colpevoli di gravi
colpe.
51. Falsi pellegrinaggi penitenziali.
52. Il peccatore si rialzi ogni volta che cade.
53. È bene che l’uomo rimproveri se stesso.
54. Nessuno condanni il suo prossimo se Dio non l’ha an­
cora giudicato.
55. I doni di una perfetta ubbidienza.
56. Chi volutamente pecca pensando di ottenere il perdono
con l’elemosina.
57. A proposito di chi fa ritorno al suo « pantano » dopo
aver compiuto la penitenza.
58. La donna penitente non osi, se vedova, risposarsi.
59. Nell'imporre la penitenza non vi siano favoritismi per­
sonali.
60. Sbaglia chi crede di ottenere il perdono dei peccati sen­
za adeguata penitenza.
61. Molto si deve soffrire per possedere Cristo.
62. Nessun vescovo o sacerdote accolga un pubblico peni­
tente di un’altra diocesi senza una documentazione del
suo vescovo.
63. Penitenti e comunione.
64. Chi si rifiuta di far penitenza per i propri peccati sia con­
siderato pagano e pubblicano.
65. Chi ha commesso azioni illecite si astenga anche da
quelle lecite.
66. Nessuno dopo pubblica penitenza può prendere di nuo­
vo le armi.

60
Sommario

67. Chi ritoma alla vita secolare dopo l’abbandono della


professione religiosa.
68. Nessuno per quanto devoto e santo è esente da peccato.
69. I pubblici penitenti non partecipino a banchetti e non
indossino abiti ricercati.
70. Nessun sacerdote conceda la riconciliazione al pubblico
penitente senza l’autorizzazione del suo vescovo.
71. Nessun chierico « in sacris » riceva il perdono dei pec­
cati mediante l’imposizione delle mani.
72. I chierici « in sacris » che hanno gravemente peccato non
ricevano l’imposizione delle mani allo stesso modo dei
laici.
73. Se è possibile reintegrare nelle loro funzioni i chierici
che abbiano commesso peccati sessuali.
74. Se i ministri dell’altare siano incorsi per debolezza in
peccati sessuali.
75. Le persone sposate si astengano durante la Quaresima
dai rapporti coniugali.
76. Coloro che durante la Quaresima osano mangiare carne.
77. Il cristiano che pecca o meno mortalmente.
78-79-80-81. Chierici « in sacris » e mantenimento delle loro
funzioni.
82. Le disposizioni canoniche prescrivono la riammissione
alle proprie funzioni per il sacerdote che abbia trascor­
so sette anni di penitenza.
83. Quando una situazione deprecabile può rimanere impu­
nita per il bene del popolo.
84. A proposito di quanti mangiano scabbia o vermi oppure
bevono urina.
85. Coloro che mangiano animali sbranati da altre bestie o
strangolati nelle reti.
86. Quando le api provocano la morte di un uomo.
87. Se porci e galline ingeriscono sangue umano.
88. Coloro che mangiano carne imputridita o di carogne.
89. Se imo mangia cibo trattato da mano impura, oppure se
cane o altro animale immondo viene a contatto con il
cibo.
90. Coloro che si macchiano di sangue o di altra sostanza
impura.

61
Burcardo di Worms

91. Chi beve sangue o sperma.


92. Pesci trovati morti nel fiume.
93. Chierici indemoniati.
94. Coloro che disonorano il padre o la madre.
95. Non è conveniente per il penitente esercitare attività
commerciali.
96. I sacerdoti non impongano la penitenza secondo arbi­
trari criteri personali, ma secondo l’autorità dei canoni.
97. Ogni sacerdote conosca perfettamente gli otto vizi capi­
tali.
98. I sacerdoti esaminino con cura i peccati di chi si con­
fessa.
99. Ogni sacerdote abbia con sé un elenco autorevole dei pec­
cati per essere di vero aiuto ai penitenti.
100. I sacerdoti che non danno peso alle colpe dei peccatori o
che riconciliano i penitenti in maniera poco dignitosa.
101-102. A proposito di coloro che procurano mutilazioni.
103. A proposito di condottieri che compiono scorrerie con­
tro i cristiani.
104. Coloro che preparano pozioni magiche.
105. Chi, inconsapevolmente o meno, si unisce ad eretici.
106. A proposito di quanti bevono o mangiano sostanze con­
taminate da animali impuri.
107-108. Il demonio non scorge gli intimi pensieri dell’anima,
ma li intuisce dall’atteggiamento del corpo.
109-110. A proposito di quelli che cercano di difendere Ì col­
pevoli.
111. Coniugi e penitenza pubblica.
112. In quanti modi è possibile suffragare le anime dei de­
funti.
113. L ’assistenza agli infermi.
114. I peccati passati nulla possono se a quelli presenti non
siamo affezionati.
115. Chi non ha cuore nell’accogliere i pellegrini.
116. I chierici donino ai poveri il superfluo.
117. A proposito di chi ascrive al suo prossimo un peccato.
118. Coloro che da troppo tempo non si confessano.
119. Se in un impeto d’ira si colpisce il prossimo.
120. A proposito di coloro che si scagliano contro il prossi­
62
Sommario

mo con l’intenzione di ucciderlo.


121. A proposito di quanti non si danno pensiero per i pec­
cati mortali del fratello.
122. Il diacono non imponga la penitenza.
123. Non venga rifiutata la penitenza a chi per troppo tempo
non l’ha richiesta.
124. Coloro che disprezzano quanti con spirito cristiano of­
frono un convito ai poveri.
125. Coloro che affermano d’essere senza peccato.
126. A proposito di coloro che affermano che i « perfetti »,
nella recita del « Padre nostro », non pronunziano la fra­
se « rimetti a noi i nostri debiti » per se stessi, ma per
gli altri.
127. Coloro che confessano privatamente al vescovo una col­
pa grave, ma che in un secondo momento la negano.
128. I penitenti che con scrupolo osservano quanto loro im­
posto.
129. Quanti sono tristi per la morte dei loro cari.
130-131. I suicidi.
132. A proposito di quanti hanno l’ardire di prendere cibo
insieme con gli infedeli.
133-134. Apostati che si fanno pagani.
135. Chi rende schiavo un cristiano.
136. Chi incendia l’aia del suo prossimo.
137. A proposito di quanti accecati da passione tengono un
comportamento lascivo nei confronti di una ragazza o
di una donna.
138. Coloro che fanno il bagno insieme con le donne.
139. Amministrazione delle offerte e delle decime.
140. Le donne si astengano dall’Eucarestia durante le me­
struazioni.
141. Donne che vanno in chiesa prima della ricomparsa del
flusso mestruale o che hanno rapporti coniugali in quei
particolari giorni.
142. I monaci non impongano la penitenza ai laici.
143. Riconciliazione dei penitenti prima del tempo.
144. Che cosa chiedere in primo luogo a chi si presenta per
confessarsi.
145. Confessarsi a Dio o ai sacerdoti?

63
Burcardo di Worms

146. A proposito idi quanti attendono con ansia la fine della


penitenza e non invece il perdono dei propri peccati.
147. La penitenza deve essere imposta in conformità alle di­
sposizioni canoniche ed alle prescrizioni dei penitenziali.
148. Nessuno osi alterare per lucro misure e pesi regolamen­
tari o non accettate dalla popolazione.
149. A proposito della madre che pone vicino al fuoco il suo
bambino, e questi muore a causa della sua negligenza.
150. Se coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine
sono responsabili di gravi peccati prima o dopo la loro
ordinazione.
151. Se i peccati di chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine
rimangono segreti.
152. A proposito della donna che fa bere a suo marito una
pozione a base di sangue mestruale, di sperma maritale
e di teschio umano.
153-154. Nessuno, che non sia vescovo o sacerdote, imponga
la penitenza o accolga la confessione.
155-156. In quale periodo gli sposi si asterranno dai rapporti
coniugali.
157. Rapporti matrimoniali e giorno del Signore.
158. Coloro che di nuovo commettono peccati già confessati.
159. La penitenza dei fedeli, come pure la confessione dei
peccati, deve essere fatta in privato.
Burcardo di Worms
PENITENZIALE

Abbiamo chiamato questo libro « Il correttore » o, se si


vuole, « Il medico », in quanto abbraccia in tutti i loro aspetti
sia le pene corporali come pure i rimedi spirituali. Offre, inol­
tre, direttive ad ogni sacerdote, anche se non particolarmente
competente, per essere così d’aiuto al chierico e al laico, al ric­
co e al povero, al ragazzo e al giovane, all’anziano e al vecchio,
a chi sta bene e all’ammalato, di ogni età, dell’uno e dell’altro
sesso.

1
In quale periodo i sacerdoti delle pievi,
secondo le disposizioni dei canoni, devono indurre i litiganti
alla pace e i peccatori dia penitenza

Dal penitenziale romano. La settimana precedente la Qua­


resima i sacerdoti delle pievi radunino nella chiesa il loro po­
polo e, secondo le norme canoniche, riconcilino chi è in discor­
dia, plachino ogni contesa, e a chi si riconosce peccatore im­
pongano la penitenza; così, per l’inizio del digiuno, tutti i pec­
catori abbiano la propria penitenza, per poter dire in piena
consapevolezza: « Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li ri­
mettiamo ai nostri debitori » (Mt 6, 12).

65
Burcardo di Worms

2
I sacerdoti esortino e istruiscano i loro fedeli
nel periodo della penitenza

Dai discorsi di Agostino. I sacerdoti devono esortare i loro fe­


deli perché chi sente in sé la ferita del peccato accorra con sol­
lecitudine, il mercoledì prima della Quaresima, alla Chiesa, no­
stra madre e dispensatrice di vita, e riconosca, con ogni umiltà
e dolore, il male compiuto, per ricevere i rimedi della peniten­
za nelle modalità previste dai canoni. E con sollecitudine vada
dal sacerdote non soltanto chi ha commesso colpe mortali, ma
anche chi è consapevole di aver macchiato con il peccato la
candida veste di Cristo, che ha ricevuto nel battesimo, e con
purezza di cuore e con umiltà confessi tutte le trasgressioni,
tutti i peccati con i quali ricorda d’aver offeso Dio. Quanto poi
gli verrà imposto dal sacerdote, lo accolga con grande atten­
zione, come se venisse dalla voce stessa di Dio, e lo metta in
pratica in tutto e per tutto.
Vescovi e sacerdoti nell’ascoltare il riconoscimento dei pec­
cati da parte dei loro fedeli, devono sentirsi affranti, e con ge­
miti di dolore e lacrime di tristezza pregare non soltanto per
le proprie colpe ma anche per quelle dei fratelli. Dice infatti
l’Apostolo: « Chi non è nell’infermità, senza che anch’io lo
possa essere? » (2 Cor 11, 29). Quando un fedele si presenta
al suo sacerdote per manifestargli le proprie colpe, questi gli
dica di attendere un po’ di tempo; entri prima in chiesa o nel­
la sua cella a pregare. Ma se non vi è possibilità di un luogo
adatto alla preghiera, preghi così in cuor suo.

3
.Preghiera del sacerdote prima di accogliere i penitenti

Signore, Dio onnipotente, guarda con benevolenza a me


peccatore: che io ti possa ringraziare ed essere veramente de­
gno di te, che nella tua misericordia mi ha reso partecipe, sep­
pur indegno, del ministero sacerdotale, e mi hai costituito, sep­
pur nullità, mediatore nella preghiera e nella intercessione di
Cristo Gesù, figlio tuo, per i peccati e per quanti chiedono di
66
Penitenziale

poter tornare alla penitenza. Per questo, Signore onnipotente,


tu che vuoi la salvezza di tutti gli uomini e che giungano alla
conoscenza della verità (1 Tm 2, 4), tu che non vuoi la morte
del peccatore ma la sua conversione, accogli la mia preghiera
che presento davanti alla tua bontà per i tuoi servi e le tue
serve che sono venuti a ricevere il perdono. Concedi loro lo
spirito di contrizione; liberali, imprigionati come sono dai lac­
ci del demonio; fa’ che tornino a te dopo averti chiesto per­
dono. Te lo chiedo per Cristo nostro Signore, che con te e lo
Spirito Santo vive e regna nei secoli. Amen.

4
Manifestazione dei peccati, imposizione della penitenza
e riconciliazione; come interrogare chi desidera confessare
i propri peccati e criterio per l’imposizione della pena

Il sacerdote con pacatezza e benevolenza incominci, a que­


sto punto, a porre al suo fedele alcune domande sulla fede:

Dal penitenziale romano. Credi in Dio Padre, nel Figlio e nel­


lo Spirito Santo? Credi che queste tre persone siano un solo
Dio? Credi che risorgerai nel giorno del giudizio proprio con
questo tuo corpo, per ricevere la ricompensa del bene e il ca­
stigo del male compiuto? Perdoni a quanti ti hanno fatto del
male, come dice il Signore: « Se non perdonerete agli uomini i
loro peccati, neanche il Padre li perdonerà a voi? » (Mt 6, 15).

Assicurati, poi, che non sia incestuoso o infedele al suo signo­


re. Se non avesse intenzione alcuna di spezzare il legame ince­
stuoso, non puoi imporgli la penitenza; diversamente, ne hai
la facoltà.
Dopo questa premessa, il sacerdote si rivolga amorevolmen­
te al penitente: « Non vergognarti, fratello, di manifestare i
tuoi peccati; anch’io sono peccatore e forse ho commesso pec­
cati ancor più gravi dei tuoi. Se ti interrogo è perché, per dirla
con san Gregorio *, l’uomo, come sua abitudine, per debolezza

* Gregorio M. papa, Moralia in Iob, 22.15.30 (CCL 143 A.1113).

67
Burcardo di Worms

commette peccato, e non lo riconosce confessandolo, anzi con


questo silenzio lo giustifica e, così, lo moltiplica. E dal momen­
to che non abbiamo avuto timore alcuno nel commettere ne­
fandezze per istigazioni del demonio, si abbia almeno il corag­
gio di confessare senza vergogna alcuna quanto senza vergogna
abbiamo commesso. Lo confessiamo davanti ad un nostro si­
mile, che forse è schiavo delle nostre stesse passioni, e provia­
mo in tal modo turbamento nel manifestare le riprovevoli azio­
ni che senza pudore alcuno abbiamo commesso davanti a Dio
che tutto scruta. Confessiamo, dunque, liberamente quanto vo­
lutamente abbiamo commesso. Se i nostri peccati saranno tenu­
ti da noi nascosti, chi al peccato ci attrae e ne è testimone, li
svelerà. Certo, egli ci istiga al peccato, ma ne diventa accusa­
tore non appena lo commettiamo. Se invece, mentre siamo an­
cora in questa vita, noi lo anticipiamo, diventando noi accusa­
tori di noi stessi, riusciremo a sfuggire alla malvagità del no­
stro avversario e nostro accusatore, il demonio, come ci ga­
rantisce Paolo che attesta: « Se ci giudichiamo da soli, nes­
suno poi ci giudicherà » (1 Cor 11, 31).

5
II sacerdote, al vedere il fedele contristato,
continui dicendo: « Carissimo, forse ora non ricordi
quanto hai commesso. Ti interrogherò io; tu, però,
suggestionato dal demonio, non nascondere nulla ».
Gli ponga, quindi, le domande nel seguente ordine.

Hai ucciso volontariamente ima persona e non per neces­


sità o mentre eri in guerra, ma per la brama di possedere, to­
gliendo ad essa i suoi beni? Se lo hai fatto, digiunerai ininter­
rottamente per 40 giorni, ossia, come si suol dire, per ima qua­
resima a pane ed acqua; i successivi sette anni li vivrai nel mo­
do seguente.
Durante tutto il primo anno, dopo quei 40 giorni, ti aster­
rai completamente dal vino, da bevande aromatizzate, dal lar­
do, dal formaggio e da ogni tipo di pesce grasso, tranne i gior­
ni di festa celebrati da tutta la diocesi con la partecipazione del
popolo. Qualora invece tu fossi in viaggio o in guerra per la
difesa del tuo re o del territorio del tuo imperatore, oppure ti
68
Penitenziale

trovassi ammalato, potrai riscattare il digiuno del martedì, del


giovedì e del sabato con l’offerta di un denaro o del suo equi­
valente, oppure anche sfamando tre poveri. In questo frangen­
te, tuttavia, ti sarà permesso di bere solamente una delle tre
bevande: o vino o bevanda aromatizzata o birra. Ma quando
farai ritorno a casa tua, o sarai guarito, non ti sarà assoluta-
mente concesso di riscattare pecuniariamente il tuo digiuno.
Al termine del primo anno, sarai di nuovo accolto nella chiesa
e vi riceverai il bacio della pace.
Allo stesso modo digiunerai durante il secondo ed il ter­
zo anno, ma potrai sostituire il digiuno del martedì, del giove­
dì e del sabato con il prezzo che abbiamo già detto, ovunque ti
trovi. Per tutto il resto ti comporterai con scrupolosità come
durante il primo anno.
Nei rimanenti quattro anni, digiunerai nei giorni prescritti
per tre quaresime: la prima nel periodo precedente la Pasqua,
come fanno gli altri cristiani; la seconda prima della festività
di san Giovanni Battista (ma se eventualmente ti rimanesse an­
cora qualche giorno, potrai completarli in seguito). La terza
quaresima, prima di Natale; durante tutte queste quaresime,
ti asterrai dal vino, dalla bevanda aromatizzata, dalla birra, dal­
la carne, dal lardo e da pesci grassi; al martedì, al giove­
dì e al sabato di questi primi quattro anni potrai mangiare
quello che vorrai. Hai la possibilità di riscattare il digiuno del
lunedì e del mercoledì con il prezzo che abbiamo già ricordato,
ma trascorrerei il venerdì sempre a pane e acqua. Al termine
di questa penitenza potrai ricevere la comunione, a condizio­
ne che fino alla fine dei tuoi giorni tu non rimanga senza peni­
tenza e che tutti i venerdì della tua vita tu digiuni a pane ed
acqua. Ma se vuoi commutare questo digiuno con l’offerta eli
un denaro o del suo corrispondente, oppure sfamando tre po­
veri, lo potrai fare; e questo te lo concediamo per compassione,
e non in conformità alle sanzioni canoniche che, anzi, recitano
testualmente: « Se uno volontariamente e per cupidigia com­
mette un omicidio, abbandonerà la vita della società ed entre­
rà in una comunità monastica, dove servirà Dio ininterrotta­
mente » *.
* Mi sfugge l’esatta identificazione della fonte; tuttavia, trovo espressioni ana­
loghe nel Decretum di Burcardo, 6.39 con (falsa) attribuzione al concilio di Elvira,

69
Burcardo di Worms

Hai ucciso per vendicare qualcuno del tuo clan? Farai


penitenza per 40 giorni, ossia per una quaresima, a pane ed
acqua, e questo per 7 anni consecutivi; il Signore infatti di­
ce: « A me la vendetta; io darò la retribuzione » (Rm 12, 19).

Se senza volerlo, in un momento d’ira, hai ucciso una per­


sona, mentre volevi soltanto picchiarla, farai penitenza per 40
giorni, ossia per una quaresima, a pane ed acqua e questo inin­
terrottamente per 7 anni. Durante il primo anno, tuttavia,
avrai la possibilità di sostituire il digiuno del martedì, del gio­
vedì e del sabato, con l’offerta di mi denaro per ciascuno di
quei giorni; ma negli altri 6 anni ti atterrai alle sanzioni stabi­
lite per gli omicidi volontari.

Hai ucciso in guerra per ordine dell’autorità legittima che


te lo ha imposto per riportare la pace? Hai ucciso il tiranno che
cercava di sovvertire la pace? Farai penitenza a pane ed acqua
nei giorni stabiliti per 3 quaresime. Ma se l’omicidio è stato
commesso senza il comando dell’autorità legittima, allora tu
farai penitenza come se avessi compiuto omicidio volontario,
ossia una quaresima e per 7 anni.

Hai forse ucciso, da uomo libero, il servo del tuo signore,


senza che ti avesse fatto nulla di male, ma con l’unica giustifi­
cazione che te lo aveva imposto il tuo signore? Allora farai pe­
nitenza a pane ed acqua per 40 giorni e per 7 anni consecu­
tivi, e altrettanto farà il tuo signore, a meno che non si prove­
rà che quello era un ladro o un farabutto e che il comando del
tuo padrone era per la salvaguardia della pace comune.

Se invece tu, da servo quale sei, hai ucciso per ordine del
tuo signore un altro servo, allora il tuo signore farà penitenza
a pane ed acqua per 40 giorni e per 7 anni consecutivi, mentre
tu farai penitenza a pane ed acqua nei giorni stabiliti per 3 qua­
resime, se non si prova che l’omicidio sia stato perpetrato per la
pace comune.

e 6.40 con riferimento (esatto) alla lettera di Paolino d’Aquileia ad Eistolfo (PL
140.774).

70
Penitenziale

Hai tramato un omicidio, senza poi compierlo? Una per­


sona è stata uccisa per le tue istigazioni? Farai una penitenza
di 40 giorni a pane ed acqua e per 7 anni consecutivi.

Hai fatto parte di una banda che ha assalito un uomo nel­


la propria abitazione o in quella altrui o in un luogo qualsiasi
dove cercava rifugio? Hai forse scagliato contro di lui un
sasso per ucciderlo senza che venisse da te ferito o colpito? Ma
se questi è stato ucciso dai tuoi complici, anche tu farai peni­
tenza a pane ed acqua per 40 giorni, e per 7 anni consecutivi
ti atterrai alle disposizioni penitenziali previste per il caso.

Hai commesso parricidio, ossia hai ucciso il padre o la ma­


dre il fratello o la sorella o il patrigno o lo zio materno o pa­
terno o qualcun altro della tua parentela? Se lo hai fatto acci­
dentalmente e se non era tua intenzione, anche in un momento
di ira, colpirlo con conseguente morte accidentale, tu farai
ugualmente penitenza, come se si trattasse di omicidio volonta­
rio. Ma se in un momento di ira lo hai colpito con premedita­
zione, allora dovrai rimanere per un anno intero alla porta del­
la chiesa, supplicando il perdono di Dio. Alla fine di quel pe­
riodo, potrai entrare nella chiesa, ma te ne starai in un angolo.
Dopo di che, se in te saranno evidenti gli effetti della peniten­
za, potrai accostarti al Corpo e Sangue del Signore, e così non
sarai più tormentato dalla disperazione. Per tutti i giorni della
tua vita, inoltre, non mangerai carne; ogni giorno protrarrai il
tuo digiuno fino all’ora nona, ad esclusione dei giorni di festa e
della domenica. Ti asterrai anche dal vino, da bevande mielate e
da birra tre giorni alla settimana. Non ti sarà consentito parteci­
pare a guerre se non contro i pagani; dovunque vorrai andare,
raggiungerai quel luogo a piedi, senza mai farti trasportare da
mezzo alcuno. Se hai moglie, non ti separare; ma se non l’hai,
non ti sarà concesso di sposarti. Questa penitenza, infine, si pro­
trarrà a discrezione del tuo vescovo, che avrà il potere di pro­
lungarla o di abbreviarla, a seconda del tuo comportamento.

Hai commesso involontariamente un omicidio? Tu non vo­


levi uccidere alcuno, né colpirlo in uno scatto d’ira, né con ba­
stone, né con un’arma, né con un qualsiasi tipo di frusta; te ne
71
Burcardo di Worms

andavi, forse, tranquillamente a caccia per il bosco, intento co-


m’eri a colpire un animale, quando alPimprovviso, senza vo­
lerlo né saperlo, hai ucciso una persona scambiandola per sel­
vaggina? Oppure in occasione dì un torneo tra compagni, tu
volevi colpire con freccia, con bastone o con un sasso un uc­
cello o un altro animale, ed invece hai ucciso un tuo fratello
oppure tuo figlio o altra persona? Mentre eri all’aperto, o nel
tuo cortile, oppure altrove, e per gioco hai scagliato un sasso
dove non vedevi né pensavi che vi fosse alcuno, l’hai forse uc­
ciso?

Qualcuno ti ha forse sfidato alla lotta e, pur battendolo o


rimanendo tu sconfitto, il tuo avversario è rimasto ucciso col­
pito dal tuo o dal suo coltello?

Ti è forse sfuggita dalle mani la scure durante un lavoro


che occorreva necessariamente compiere, oppure la sua lama,
staccatasi dalla impugnatura, ha colpito un tuo collega o un tuo
amico e l’ha ucciso? Se più o meno erano queste le circostan­
ze, e tu non avevi il preciso intento di uccidere queste persone,
digiunerai per 40 giorni o, come si suol dire, per una quaresi­
ma, e per cinque anni consecutivi farai penitenza. Tuttavia
l’astinenza dai cibi potrà essere mitigata: nel primo anno po­
trai sostituire il digiuno del martedì, del giovedì e del sabato,
con l’offerta di un denaro o del suo corrispettivo, oppure an­
cora dando da mangiare a tre poveri. Nel secondo anno potrai
sostituire tutti i giorni di penitenza, eccetto il venerdì in cui hai
l’obbligo di digiunare a pane ed acqua, con le tariffe prefissate,
e così pure dovrai fare per gli altri anni.

Se andando nel bosco a far legna con tuo fratello o un tuo


amico, hai detto loro, mentre l’albero si schiantava, di scostarsi
e questi invece ne sono rimasti schiacciati nell’allontanarsi, tu
non hai colpa alcuna della loro morte; se però, per negligenza, tu
non hai richiamato tempestivamente l’attenzione di chi taglia­
va un albero accanto a te perché ne avvertisse la caduta, e ne
è rimasto ucciso, allora tu dovrai fare la penitenza prevista per
l’omicidio, anche se molto attenuata rispetto a quello volon­
tario.
72
Penitenziale

Hai forse ucciso il tuo signore, o hai fatto parte di un com­


plotto per la sua eliminazione? Hai ucciso tua moglie, parte in­
scindibile di te stesso? Se lo hai fatto, ti diamo due alternati­
ve, e tu sceglierai quella che per te è migliore. O lascerai le va­
nità di questo misero mondo per rinchiuderti nel monastero e
umiliarti sotto la guida dell’abate, eseguendo quanto ti ver­
rà comandato; oppure, deporrai le armi e abbandonerai ogni
attività lucrativa, astenendoti anche dalle carni e dal lardo
ogni giorno della tua vita, eccetto Pasqua, Pentecoste e Na­
tale. In tutti gli altri periodi dell’anno farai penitenza a pa­
ne ed acqua, prendendo di tanto in tanto verdura fresca e le­
gumi, ma in ogni momento digiunerai, veglierai, pregherai e
farai elemosina. Non berrai più vino, né bevanda aromatizzata
o birra, se non nelle festività predette. Non potrai sposarti nep­
pure in seguito, né tanto meno avere ima concubina o commet­
tere adulterio. Non farai mai più un bagno, né cavalcherai; non
potrai intentare nella assemblea dei fedeli cause a tua difesa o
in tuo favore, né mai prenderai parte a festosi banchetti. In
chiesa te ne starai in fondo, quasi sulla porta, ben separato da­
gli altri fedeli, e supplicandoli ti raccomanderai alle preghiere
di chi entra o di chi esce; ti riterrai indegno per tutta la vita
di partecipare al Corpo e al Sangue del Signore: tuttavia ti con­
cediamo di ricevere l’Eucarestia come viatico negli ultimi istan­
ti della tua esistenza, a patto che ti sia attenuto a queste dispo­
sizioni.

Hai ucciso un pubblico penitente, o hai preso parte alla


sua eliminazione mentre indossava l’abito penitenziale di chi
abitualmente digiuna per 40 giorni? Se l’hai fatto, sarai tu a
portare a termine la sua penitenza, come pure osserverai tutte
le prescrizioni previste per gli omicidi volontari o per quelli
commessi per cupidigia.

Hai mutilato il tuo prossimo in ima mano o in un piede?


Lo hai accecato, cavandogli gli occhi, oppure lo hai ferito? Per
la mutilazione infertagli farai una penitenza ancor più grave,
perché hai reso tuo fratello menomato e non autosufficien­
te, a meno che tu non vi sia stato costretto perché quello
rubava o depredava oppure attentava alla pace comune. Inol­
73
Burcardo di Worms

tre, se la ferita lo ha sciancato, tu farai penitenza a pane ed


acqua per 40 giorni.

Hai assassinato un ladro o un bandito, quando avresti avu­


to la possibilità di catturarlo senza ucciderlo? Per aver tu uc­
ciso chi a immagine di Dio era stato creato, chi nel suo nome
era stato battezzato e nel suo sangue redento, tu per 40 giorni
non entrerai in chiesa e per tutto questo periodo, rivestito del­
la rozza tunica del penitente, ti asterrai dai cibi e dalle bevande
indicate per questo delitto, come pure ti asterrai dai rapporti
coniugali, dal portare armi e dal cavalcare. Al martedì, al gio­
vedì e al sabato potrai prendere un po’ di verdura, qualche le­
gume o un frutto oppure mangiare piccoli pesci con qualche
sorso di birra. Se invece senza odio alcuno e per legittima dife­
sa tu hai ucciso uno che apparteneva già al demonio, allora io
ti dico che farai un atto buono se vorrai digiunare per l’imma­
gine di Dio che era in lui, come bene farai ad essere generoso
nell’elemosina. Se a commettere questo, poi, è stato un sacer­
dote, non sia sospeso dalle sue funzioni, ma faccia penitenza per
tutti i giorni della sua vita.

Hai denunziato un uomo che a seguito della tua delazione


è stato ucciso? L ’hai fatto per salvaguardare la pace? Farai pe­
nitenza a pane ed acqua per 40 giorni, ossia una quaresima, e
per 7 anni consecutivi. Se poi, per colpa della tua delazione,
uno è rimasto menomato, dovrai fare penitenza a pane ed
acqua per 3 quaresime nei giorni stabiliti.

Hai catturato un uomo e lo hai portato in un luogo do­


ve è stato ucciso o mutilato? Farai lo stesso penitenza, anche
se sostieni di non averlo fatto con l’intenzione di ucciderlo o
menomarlo.

Hai direttamente o tramite altri ucciso un ecclesiastico, os­


sia un salmista, un ostiario, un lettore, un esorcista, un accolito,
un suddiacono, im diacono o un sacerdote? Se l’hai fatto, la tua
penitenza sarà in relazione al grado e all’ordine della vittima. Se
era un salmista farai penitenza a pane ed acqua per 40 giorni o,
per dirla con una espressione teutonica, per una quaresima, e
74
Penitenziale

per 7 anni consecutivi. E questo varrà anche per l’uccisione di


un ostiario, di un lettore, di un esorcista, di un accolito, di
un suddiacono, di un diacono e di un sacerdote. Ma proprio
perché il sacerdote ha ricevuto nella sua persona tutti gli otto
gradi ecclesiastici, chi ha ucciso un sacerdote dovrà fare peni­
tenza come se fosse responsabile di otto omicidi volontari e mai
rimarrà senza penitenza. Tuttavia, ascolta quanto stabilisce il
concilio di Worms e così espierai la tua colpa: « Se hai volon­
tariamente ucciso un sacerdote, non mangerai carne né berrai
vino per tutti i giorni della tua vita. Non toccherai cibo
fino al tramonto tranne i giorni di festa o la domenica; non
porterai più armi né mai più cavalcherai; per 5 anni non entre­
rai in chiesa: te ne starai davanti alla porta. Al termine di que­
sto periodo potrai avere un posto dentro la chiesa, ma non po­
trai ancora comunicarti; anzi, te ne starai, seduto o in piedi, in
un angolo. Solamente dopo 12 anni ti sarà concesso di acco­
starti alla comunione come pure di riprendere a cavalcare. Ma
per tre giorni alla settimana continuerai a far penitenza come
prima, perché tu sia ancor più intimamente purificato » *.

Chi giura il falso

Hai prestato falso giuramento per cupidigia? Farai peni­


tenza a pane ed acqua per 40 giorni, ossia per una quaresima,
e per 7 anni consecutivi ti atterrai a quanto prescritto. Digiu­
nerai a pane ed acqua tutti i venerdì della tua vita; ma, se vuoi,
potrai sostituire questa penitenza con un denaro o con il suo
corrispettivo, oppure, ancora, dando da mangiare a tre pove­
ri, anche se il penitenziale romano stabilisce che « se imo ha
prestato falso giuramento per cupidigia, venda tutte le sue so­
stanze e ne dia il ricavato ai poveri ed entrato in un monastero
si sottoponga al giogo della penitenza » * * .
Hai consapevolmente prestato falso giuramento e hai in­
dotto altri a tanto? Farai penitenza a pane ed acqua per un pe­

* Concilio di Worms, a. 868, c. 26 (Mansi 15.874). Il brano è già presente in


6.8 del Decretimi.
* * Poenitentiale di Alitgario, 6.25 (Schmitz 2.295).

75
Burcardo di Worms

riodo di 40 giorni, o, come abitualmente diciamo, per una qua­


resima, e questo per 7 anni consecutivi e nelle modalità pre­
scritte. E quanti uomini hai indotto volutamente a giurare il
falso, tante saranno le tue penitenze. Anch’essi digiuneranno
nelle modalità che abbiamo detto, se consensualmente hanno
giurato il falso; diversamente, la loro penitenza sarà più lieve.
Hai forse giurato il falso, costretto da impellente necessi­
tà o perché ne andava della tua vita? Per aver amato più il
tuo corpo che non la tua anima, farai penitenza a pane ed ac­
qua per 40 giorni e tutti i venerdì di un intero anno; inoltre
sappi che non ti sarà data la possibilità di commutare la tua pe­
nitenza.

Giuramenti senza valore o addirittura immorali

Ti sei impegnato solennemente con un giuramento di spo­


sare una prostituta o una adultera, o hai promesso qualcosa
contraria al diritto canonico? Farai penitenza per la tua pro­
messa e non manterrai quanto hai giurato. È molto meglio ed
è più giusto che sia così, che non vivere nel peccato di stupro
o in qualsiasi altra mancanza. Sta scritto infatti « promesse cat­
tive non vanno mantenute » *.
Se hai giurato per i capelli di Dio o per il suo capo, o se
hai usato espressioni analoghe che offendono Dio e lo hai fat­
to una sola volta e involontariamente, farai penitenza a pane
ed acqua per 7 giorni. Ma se aspramente ammonito l’hai fatto
una seconda o ima terza volta, allora la tua penitenza a pane
ed acqua per 7 giorni. Ma se aspramente ammonito, l’hai fatto
stimone il cielo, la terra, il sole, la luna o qualsiasi altra crea­
tura, farai una penitenza a pane ed acqua di 15 giorni.
Se con giuramento ti sei vincolato a non rappacificarti con
il tuo avversario, ti asterrai per un intero anno dal Corpo e dal
Sangue del Signore e farai penitenza a pane ed acqua per 40 gior­
ni. Ritorna subito nel vincolo dell’amore che copre la moltitu­
dine dei peccati (cfr. 1 Pt 4, 8).
Se hai stabilito o ti sei impegnato con giuramento a com­

* Poenitentiale Theodori, 1.14.6 (Finsterwalder 307).

76
Penitenziale

piere una azione che non può essere gradita a Dio, farai pe­
nitenza a seconda della gravità del peccato; e non attuerai quan­
to con temerarietà e ingiustizia ti ripromettevi di compiere.
Se poi ti è capitato di impegnarti avventatamente a compiere
un’azione che implichi gravi conseguenze, allora noi ti dicia­
mo, in conformità alle decisioni sinodali, di non farla piuttosto
di compiere un delitto peggiore per tener fede al tua giura­
mento.

Furti

Sei andato a rubare in chiesa oggetti che ne costituiscono


il suo tesoro, ossia oro, argenti, gemme preziose, libri, pala
d’altare, paramenti sacri, sandaline, tappeti o altro che essa
aveva avuto in lascito o in usufrutto? Se l’hai fatto, restituisci­
lo, e poi farai penitenza per 3 quaresime e per 7 anni consecu­
tivi. Se invece hai asportato delle reliquie, dopo averle resti­
tuite, farai penitenza per 7 quaresime.
Se di notte hai scassinato l’abitazione di un cristiano per
portargli via un quadrupede, cavallo o bue che fosse, oppure
sostanze superiori al prezzo di 40 soldi, risarcirai il danno e
farai penitenza per un anno nei giorni stabiliti; diversamente la
tua penitenza sarà di due anni. Se poi il furto è stato maggiore,
maggiore dovrà essere la penitenza, e quante volte hai rubato,
tante volte moltiplicherai i tuoi digiuni, ma se il furto è sta­
to di lieve entità, farai penitenza a pane ed acqua per 10 gior­
ni; i ragazzi, invece, responsabili di tanto, la faranno per 5
giorni.

Rapine

Se poi hai commesso una rapina, allora più grande sarà la


tua penitenza; è certamente più grave rapinare una persona
ricorrendo alla violenza e in sua presenza, che non derubarlo
mentre dorme o è lontano. Se l’hai fatto perché costrettovi dal­
la necessità o, diciamo pure, perché non avevi di che vivere
per via della tua grande miseria, ma a patto che tu abbia ruba­
77
Burcardo di Worms

to solo viveri e non in chiesa e non per vizio, allora tu resti­


tuirai quanto sottratto e farai penitenza a pane ed acqua per
tre venerdì. Se invece non hai avuto la possibilità di restitu­
zione, allora la tua penitenza a pane ed acqua sarà di 10 giorni.

Adulterio

Hai avuto rapporti, senza essere sposato, con la moglie del


tuo prossimo? Farai penitenza a pane ed acqua per 40 giorni,
ossia, per dirla in gergo comune, per una quaresima, e per 7
anni consecutivi. Se invece hai avuto rapporti con la moglie di
un altro da sposato — proprio perché avresti avuto il modo di
soddisfare le tue esigenze — allora farai penitenza a pane ed
acqua per 2 quaresime e per 14 anni consecutivi, in quanto tu
hai commesso due adulterii e perché avevi tua moglie e per­
ché hai posseduto la donna d’altri, e comunque mai dovrai ri­
manere senza penitenza.
Se sei separato da tua moglie e hai avuto rapporti con una
donna non ancora impegnata oppure con una tua serva, farai
penitenza a pane ed acqua per 10 giorni.

Peccati sessuali

Se hai ripudiato tua moglie e portato a casa un’altra don­


na, riprenditi la prima e poi farai penitenza a pane ed acqua per
40 giorni e per 7 anni consecutivi. Sta scritto infatti: « Quan­
to Dio ha unito, l’uomo non lo divida » (Mt 19, 6). Nessuno
può ripudiare la propria moglie, eccetto il caso di fornicazio­
ne: qualora cioè la propria donna abbia commesso adulterio. E
soltanto in questo caso la puoi ripudiare, ma non potrai sposare
un’altra, finché la prima sia ancora in vita. Se poi volessero
vivere separati, senza campar diritto l’uno sull’altro, allora è
possibile. Diversamente il vescovo imporrà loro una peniten­
za di 7 anni; dopo di che, se essi ne faranno richiesta, saranno
dallo stesso riconciliati. E questa vincolante norma vale anche
per il marito nei confronti della moglie: ossia, se il marito ha
commesso adulterio, la moglie, se lo vuole, può ripudiarlo per
78
Penitenziale

colpa della sua infedeltà, ferma restando la normativa di cui


si diceva per la moglie colpevole di adulterio.
Hai preso moglie senza celebrazione solenne delle nozze,
ossia senza andare in chiesa né tu né tua moglie, senza riceve­
re la benedizione del sacerdote, come prescrivono i canoni?
L ’hai sposata senza costituire per lei, secondo le tue possibi­
lità, ima dote qualsiasi in terreni, in beni liquidi, in oro o ar­
gento, in servi o in animali o, al limite, con un denaro o il suo
equivalente o l’equivalente di un obolo, almeno per dotarla?
Se è così, farai penitenza nei giorni stabiliti per 3 quaresime.
Hai avuto rapporti con una donna consacrata, ossia con
una sposa di Cristo? Farai penitenza a pane ed acqua per 40
giorni e per 7 anni consecutivi; inoltre, tutti i venerdì della
tua vita li trascorrerai a pane ed acqua.
Hai avuto rapporti con ima giovane donna che poi hai spo­
sato? Farai penitenza per un solo anno nei giorni stabiliti,
perché hai infranto le norme che regolano il fidanzamento che
è un aspetto molto importante del matrimonio. Se invece non
l’hai sposata, farai penitenza nei giorni stabiliti per 2 anni.
Hai sposato ima donna che era già fidanzata ufficiale di un
altro? Separati, perché non potrà mai essere tua legittima spo­
sa; e tu farai penitenza a pane ed acqua per 40 giorni e per 7
anni consecutivi.
Hai rapito con la violenza ima donna per farla tua moglie,
e senza il suo consenso come pure senza il consenso dei geni­
tori che avevano la tutela su di lei? Se l’hai fatto, tu non po­
trai tenerla come moglie, né alcuna potrai in seguito sposare,
perché questa è la sanzione prescritta dai canoni. Se poi la don­
na non ti è stata consenziente, allora potrà sposarsi davanti a
Dio. Tu però farai penitenza a pane ed acqua e per 7 anni con­
secutivi. Sappi, inoltre, che il legittimo matrimonio è istituzio­
ne voluta da Dio: da due corpi che erano diverranno una sola
carne (cfr. Gn 2, 24) e il matrimonio diventa legittimo se esiste
il consenso e dell’uomo e della donna come pure quello dei ge­
nitori. Ma poiché tu hai disonorato e profanato gli elementi co­
stitutivi del matrimonio, non avrai possibilità alcuna di spo­
sarti.
Hai forse sospinto tua moglie a commettere adulterio an­
che contro il suo volere? Se è così, allora farai penitenza per
79
Burcardo di Worms

40 giorni, ossia per una quaresima, e per 7 anni consecutivi,


di cui uno a pane ed acqua, e giammai resterai senza peniten­
za. Se poi tua moglie sarà in grado di provare d’aver commes­
so adulterio per colpa tua o per tua imposizione, mentre lei
non ne voleva sapere e vi si rifiutava, allora se proprio lo vuo­
le potrà risposarsi, ma davanti a Dio, con chi crede. Tu, co­
munque, rimarrai per sempre senza la possibilità di risposarti.
Se poi lei è stata consenziente, allora farà la tua stessa peniten­
za e vivrà senza possibilità di un ulteriore matrimonio.
Hai sposato una tua parente, oppure una vedova di un tuo
parente? Dovrai separartene e fare penitenza come richiesto
dalle sanzioni secondo i gradi di parentela. I Padri della Chiesa
e i sacri canoni da essi emanati non prevedono il perdono per
unioni incestuose, né delimitano il grado di parentela che pre­
cluda il matrimonio. Hanno stabilito che nessun cristiano pos­
sa prendere per moglie una consanguinea od una affine che sia
nota come tale o come tale ritenuta dalla comune opinione. In­
fatti san Gregorio dice: « Se uno sposa una consanguinea, o
la vedova di un suo parente, sia scomunicato » *. Sappi per­
tanto che non è, come molti sacerdoti vanno erroneamente di­
cendo, che anche per questo peccato vi può essere penitenza.
Ad esempio, se in questo momento tu avessi come moglie una
tua parente o la moglie di un altro o comunque ima persona
che non ti è lecito avere, non potresti continuare a vivere nel
peccato e contemporaneamente far penitenza; ossia, se oggi tu
avessi trascorso 40 giorni a pane e acqua per un peccato qual­
siasi, e tu nuovamente lo avessi ripetuto, a nulla ti servirebbe
la penitenza compiuta. Sta scritto infatti: « Come il cane ri­
torna al suo vomito e i porci al loro fango » (2 Pt 2, 22), così
sarà il peccatore che ritorna al peccato già confessato. Sappi
pertanto che a nulla vale la tua penitenza se continui a vivere
nel peccato.

Peccati sessmli nel matrimonio

Hai posseduto tua moglie o altra donna « more canino »?


Se lo hai fatto, la tua penitenza sarà di 10 giorni a pane ed
acqua.
* Gregorio II, con la sinodo Romana del 721, c. 9 (Mansi 12.263).

80
Penitenziale

Hai avuto rapporti con tua moglie durante le sue mestrua­


zioni? Se è così, farai 10 giorni di penitenza a pane ed acqua. Se
poi tua moglie, dopo il parto, è andata in chiesa prima della ri­
comparsa del flusso mestruale, farà penitenza tanti giorni quanti
doveva rimanerne ancora lontana. Inoltre, se in questo perio­
do tu hai avuto con lei dei rapporti, allora farai penitenza per
20 giorni a pane ed acqua.
Hai avuto rapporti con tua moglie dopo che il bambino
s’era fatto sentire nel ventre materno? Oppure una quarantina
di giorni prima del parto? Farai 20 giorni di penitenza a pa­
ne ed acqua.
Hai avuto rapporti con tua moglie quando ormai era certo
che era incinta? Dieci giorni di penitenza a pane ed acqua.
Hai avuto rapporti con tua moglie di domenica? Quattro
giorni a pane ed acqua.
Hai avuto, malauguratamente, rapporti con tua moglie du­
rante la Quaresima? Farai 40 giorni di penitenza a pane ed
acqua, oppure darai in elemosina 26 soldi; ma se è successo
perché tu eri ubriaco, allora passerai 20 giorni a pane ed ac­
qua. Inoltre osserverai l’astinenza sessuale 20 giorni prima di
Natale, tutte le domeniche, i giorni di digiuno, le feste degli
Apostoli e le maggiori festività e ricorrenze pubbliche. Se non
la osserverai, 40 giorni di penitenza a pane ed acqua.

Falsa testimonianza

Hai testimoniato il falso, ossia hai attestato e sostenuto


come vero ciò che non era? Lo hai fatto per amore di qualcuno
oppure per ricevere ricompensa o per paura? Se è così, farai pe­
nitenza come chi ha commesso adulterio oppure omicidio volon­
tario. Dice il Signore: « Dal cuore infatti provengono omicidi,
adulteri, furti, false testimonianze » (Mt 15, 19). Il falso testi­
mone, pertanto, deve fare penitenza ed essere scomunicato allo
stesso modo dell’adultero, del ladro e dell’omicida. Se poi lo
hai fatto per paura di un potente, o per paura d’essere mutilato
o addirittura ucciso, o anche per timore di perdere i tuoi beni,
allora dimezzerai la penitenza, ma fa’ in modo di non commet­
terlo mai più.

81
Burcardo di Worms

Profanazione delle tombe e stregonerìa

Hai profanato la tomba di uno che hai visto seppellire, e


di notte hai scoperchiato la sua tomba per portargli via le ve­
sti? Se lo hai fatto, 2 anni di penitenza nei giorni stabiliti,
liti.
Hai consultato maghi o li hai portati in casa tua per avere
fortuna o per scacciare il malocchio con la loro magia? Hai in­
vitato a casa tua, come fanno i pagani, degli indovini perché
ti predicessero il futuro, come fossero profeti? Oppure quelli
che fanno sortilegi e che credono di prevedere il futuro? Op­
pure hai invitato indovini o chi fa incantesimi? Se lo hai fat­
to, 2 anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai osservato quelle usanze pagane che di padre in figlio
sono giunte fino ai nostri giorni con la complicità del demo­
nio? Ossia, hai adorato la luna, il sole, la rotazione degli astri,
la luna nuova oppure l’eclisse di luna, quasi tu avessi il potere
con le tue grida di ridare ad essa il suo splendore? Hai cre­
duto che questi elementi ti potessero aiutare od essere tu
d’aiuto per essi? Hai atteso la luna nuova per la costruzio­
ne di una casa o per contrarre matrimoni? Se lo hai fatto, 2
anni di penitenza nei giorni stabiliti. Sta infatti scritto: « Tut­
to quello che farete in parole ed opere, fatelo nel nome di no­
stro Signore Gesù Cristo » (Cól 3, 17).
Hai festeggiato l’inizio dell’anno nuovo come fanno i pa­
gani, compiendo riti che di solito non fai? Ossia hai preparato
in quel giorno un banchetto, ponendo sassi sulla mensa, oppu­
re hai guidato gruppi di cantori per strade e piazze? Oppure ti
sei seduto sul tetto della tua casa, tracciando con la spada un
cerchio attorno alla tua persona, per scrutare e indovinare il
futuro del nuovo anno, oppure ti sei messo a sedere ad un bi­
vio, su una pelle di toro, per indovinare il tuo futuro? O an­
cora: la notte di Capodanno, ti sei fatto cuocere del pane
che se ben lievitato ti avrebbe predetto fortuna per tutto
l’anno? Poiché hai abbandonato Dio tuo creatore e ti sei ri­
volto agli idoli o a pratiche superstiziose, divenendo così apo­
stata, farai 2 anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai escogitato fatture malefiche, oppure incantesimi o al­
tre magie, che uomini malvagi, o porcari, vaccari, e a volte per­
82
Penitenziale

fino i cacciatori compiono mentre pronunciano formule dia­


boliche sul pane, su erbe, su fasci di bende legate che poi na­
scondono fra gli alberi oppure gettano agli incroci delle strade,
per liberare dalla peste e dalla distruzione i propri animali, o
i propri cani, e rovinare quelli degli altri? Se lo hai fatto, 2
anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai preso parte o prestato fede a quelle pratiche supersti­
ziose cui si dedicano alcune donne nell’ordire tessuti nelle loro
filande? All ’inizio del loro lavoro credono che, se intrecciano
la trama con incantesimi e formule magiche, l’intero tessuto
resterà inutilizzabile, a meno che non intervengano altri incan­
tesimi e altre formule magiche. Se hai preso parte o prestato
fede a queste pratiche, farai penitenza a pane ed acqua per 30
giorni.
Mentre raccoglievi erbe medicinali, hai pronunziato for­
mule magiche assieme al Credo e al Padre nostro? Dieci anni di
penitenza.
Invece di andare a pregare in chiesa o in un luogo sacro
che il tuo vescovo o il tuo parroco ti avevano indicato, sei for­
se andato presso sorgenti, dolmen, alberi oppure ai crocicchi
di qualche strada? Hai forse acceso in questi luoghi ceri o fiac­
cole in segno di venerazione? Vi hai deposto pane o altra offer­
ta che poi hai mangiato per impetrare la salvezza del corpo o
dell’anima? Se l’hai fatto o vi hai prestato fede, farai 3 anni
di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai tentato la sorte aprendo per caso manoscritti o lascian­
do cadere tavolette, come fanno molti che pretendono di indo­
vinare il loro destino con il Salterio, l’Evangeliario o altro li­
bro sacro? Se l’hai fatto, 10 giorni di penitenza a pane ed
acqua.
Hai forse prestato fede o partecipato alle riprovevoli pra­
tiche di quei maghi che affermano d’avere il potere magico di
suscitare o placare tempeste o di suggestionare lo stato d’ani­
mo della gente fino a sconvolgerlo? Se vi hai creduto o parte­
cipato, farai un anno di penitenza a pane ed acqua nei giorni
stabiliti.
Hai prestato fede o partecipato alle pratiche superstiziose
di quelle donne che si vantano d’avere poteri magici tali da mo­
dificare lo stato d’animo della gente, ossia di tramutare l’odio
83
Burcardo di Worms

in amore e l’amore in odio, oppure di mandare in malora, con


i loro sortilegi, i beni di qualcuno o di farli sparire? Se vi hai
prestato fede o partecipato, farai penitenza per un anno nei
giorni stabiliti.
Hai forse creduto anche tu all’esistenza di una donna che
la superstizione popolare chiama « strega »? Di notte, a senti­
re quanto van (Scendo alcune indemoniate che sono sospinte
a far altrettanto, questa donna, con frequenze periodiche, in
compagnia di ima caterva di demoni trasformati in donne, ca­
valca alcune bestie, tanto da essere annoverata tra la schiera
degli stessi demoni. Se l’hai creduto, farai un anno di peniten­
za nei giorni stabiliti.

Comportamenti sacrileghi

Hai maledetto, picchiato, disonorato tuo padre o tua ma­


dre? Se l’hai fatto, 40 giorni di penitenza a pane ed acqua e
per 7 anni consecutivi. Ha detto infatti il Signore: « Chi ha
maledetto suo padre o sua madre, sarà degno di morte » (Es
21, 17).
Hai sottratto beni dal tesoro della chiesa? Restituirai quat­
tro volte tanto, oppure farai 3 anni di penitenza nei giorni sta­
biliti.
Hai fatto prigioniero un uomo che poi hai ceduto o ven­
duto come schiavo? Se non l’hai fatto per salvaguardare la
pace comune, allora riscattalo se ne hai la possibilità; diversa-
mente farai penitenza per 2 anni nei giorni stabiliti.

Trasgressioni del digiuno

Hai rotto il digiuno quaresimale prima dei vespri, a meno


che tu non fossi ammalato? Tre giorni di penitenza a pane ed
acqua per ogni giorno che non hai digiunato. I sacri canoni pre­
scrivono infatti che in Quaresima si debba partecipare alla mes­
sa con sollecitudine, assistere alla celebrazione dei vespri ed
elargire elemosine. Soltanto così potrai poi prendere cibo. Ma
se per motivi gravi non ti è stato possibile recarti alla chiesa
84
Penitenziale

per la messa, al tramonto e dopo aver pregato potrai rompere


il digiuno.
Hai disprezzato i giorni di digiuno stabiliti dalla Chiesa,
non osservandoli come fanno gli altri cristiani? Venti giorni di
penitenza a pane ed acqua.
Hai rotto il digiuno delle Quattro Tempora, o non lo hai
osservato come gli altri cristiani? Quaranta giorni di penitenza
a pane ed acqua.
Hai forse digiunato la domenica per fare un atto di morti­
ficazione o per un atto di culto? Venti giorni di penitenza a
pane ed acqua.
Hai infranto il digiuno delle Litanie Maggiori, delle Roga-
zioni, delle vigilie dei santi? Venti giorni di penitenza a pane
ed acqua.
Ha costretto un pubblico penitente a mangiare o a bere
più di quanto gli era stato concesso? Se non hai riparato al­
la mancanza con l’elemosina, farai penitenza per 10 giorni
a pane ed acqua.
Hai manifestato disprezzo per chi, nella impossibilità di
digiunare, prendeva qualche cosa mentre tu digiunavi? Cinque
giorni di penitenza.
Hai rotto il digiuno del Giovedì Santo o del Sabato Santo,
e hai mangiato in questi due giorni più che in tutta la Quare­
sima (a meno che non si sia trattato di una cena e per motivi
di infermità)? Dieci giorni di penitenza a pane ed acqua.

Golosità ed ubriachezza

Hai forse avuto l’abitudine di bere o mangiare più del do­


vuto? Se l’hai fatto, 10 giorni di penitenza a pane ed acqua.
Dice infatti il Signore nel Vangelo: « Non appesantite in cra­
pula e ubriachezza i vostri cuori » (Le 21, 34).
Ti sei forse ubriacato a tal punto da vomitare? Quindici
giorni di penitenza a pane ed acqua.
Ti sei forse ubriacato per scommessa, per vantarti cioè d’es­
sere capace di battere chiunque nel bere, trascinando con la tua
sciocca presunzione altri nell’ubriachezza? Se lo hai fatto, 30
giorni di penitenza a pane ed acqua.
85
Burcardo di Worms

Hai forse vomitato, per avere bevuto troppo, il Corpo e il


Sangue del Signore? Quaranta giorni di penitenza a pane ed
acqua.
Hai forse fatto ubriacare qualcuno a bella posta? Venti
giorni di penitenza a pane ed acqua. Se invece non lo hai fatto
volutamente, 10 giorni.

Mancanze di rispetto verso i sacramenti

Non ti sei preoccupato di comunicarti 4 volte all’anno, os­


sia Giovedì Santo, Pasqua, Pentecoste e Natale? Non ti sei
astenuto da rapporti sessuali in Quaresima, nei giorni proi­
biti, o cinque o sette giorni prima di ricevere la santa comu­
nione? Venti giorni di penitenza a pane ed acqua.
Hai forse assunto atteggiamenti ostili verso un sacerdote
sposato, tanto da rifiutare la sua messa, la sua preghiera, la sua
offerta? Ti sei forse rifiutato di manifestare a lui i tuoi peccati
e di ricevere da lui la santa comunione, perché lo ritenevi un
pubblico peccatore? Un anno di penitenza.

Pratiche magiche

Hai prestato fede o partecipato a quella pratica supersti­


ziosa in forza della quale alcune donne sciagurate e indemo­
niate, e per giunta irretite da visioni demoniache, sono convin­
te di cavalcare bestie insieme alla dea pagana Diana e ad altre
donne, e di percorrere immense distese nel profondo silenzio
della notte, ubbidendo alla dea come fosse loro padrona che le
chiama a servirla in determinate notti? Magari potessero dan­
narsi soltanto loro in quella scelleratezza, senza trascinare an­
che molti altri alla rovina. Troppe persone, disgraziatamen­
te, sono ingannate da questa superstizione e credono che sia
tutto vero, allontanandosi così dalla retta fede e giungendo
persino a sostenere l’esistenza di altre divinità e altre potenze,
oltre a quella dell’unico Dio. Il demonio è certamente capace
di assumere aspetti e sembianze umane, tanto da far balenare
in sogno alla mente di un suo prigioniero felicità e sciagure o,
86
Penitenziale

addirittura, persone sconosciute: in tal modo induce l’anima


all’errore. Certo, la psicologia dell’uomo ne soffre, e il suo ani­
mo pervertito si convince che possano realmente accadere quei
sogni che non ritiene pure e semplici fantasie. E a chi di noi non
è mai capitato in sogno di estraniarsi a tal punto da concepire
realtà mai vedute da sveglio? Ma chi, del resto, è tanto sprov­
veduto e sciocco da ritenere realizzabili nella realtà tutte le fan­
tasie che provengono dalla nostra immaginazione? Il profeta
Ezechiele, come lui stesso ci riferisce quando afferma: « Im­
provvisamente fui rapido in spirito » (Ap 4, 2), ebbe sì le vi­
sioni di Dio e ascoltò le sue parole, ma in senso metaforico. E
lo stesso vale per san Paolo, che non ha preteso d’essere preso
alla lettera quando affermava: « Fui rapito con il mio corpo »
(2 Cor 12, 2). Per questo va detto chiaramente a chi crede a
queste e simili fantasticherie che non ha più la fede in Dio, ma
nel demonio in cui crede. Sta scritto infatti di nostro Signore:
« In lui tutto è stato creato e niente senza di lui è stato crea­
to » {Gv 1, 3). Se hai creduto a tutte queste superstizioni, 2
anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai mai partecipato a veglie funebri, in cui cadaveri di cri­
stiani venivano vegliati con rituali pagani? Vi hai mai cantato
nenie pagane o eseguito danze dai pagani stessi inventate su
suggerimento del demonio? Hai bevuto anche tu oppure hai
pronunziato battute mordaci, quasi che tu, senza rispetto alcu­
no e senza carità cristiana, esultassi per la morte di un tuo fra­
tello? Se lo hai fatto, 30 giorni di penitenza a pane ed acqua.

Superstizione

Hai mai confezionato amuleti o portafortuna diabolici, co­


me fanno alami istigati dal demonio? Hai mai preparato filtri
o pozioni diaboliche? Hai compiuto al giovedì riti in onore di
Giove? Se lo hai fatto o vi hai preso parte, 40 giorni di peni­
tenza a pane ed acqua.
Hai cospirato con altri facinorosi contro il tuo vescovo o i
suoi collaboratori, ad esempio disprezzando o deridendo le
direttive di un sacerdote? Quaranta giorni di penitenza a pane
ed acqua.
87
Burcardo di Worms

Hai forse mangiato idolotiti, ossia le offerte fatte in de­


terminati luoghi presso tombe, sorgenti, alberi, rupi, crocicchi?
Hai innalzato pietre, a mo’ di dolmen, oppure posto nastri alle
croci che si trovano ai bivi delle strade? Trenta giorni di peni­
tenza a pane ed acqua.

Ancora sulla magia

Hai posto tuo figlio o tua figlia sopra il tetto, o sopra il


camino, perché guarissero? Hai mai bruciato chicchi di grano
nel punto esatto dove uno è morto? Hai mai fatto nodi sulla
cintura di un defunto per gettare il malocchio su qualcuno?
Hai mai gettato sulla bara i pettini che usano le donne nel car­
dare la lana? Quando la bara lasciava la casa, hai forse spacca­
to in due il carro funebre, in modo che il feretro venisse con­
dotto alla sepoltura da una sola parte del carro? Se lo hai fatto,
o in qualche modo vi hai preso parte, farai penitenza a pane e
acqua per 20 giorni.
Hai forse praticato o partecipato a quelle pratiche supersti­
ziose cui si dedicano donne stolte quando la salma di un uomo
si trova ancora in casa? Corrono alla fontana e, senza proferir
parola, portano in un recipiente acqua che versano sotto la bara
non appena questa viene sollevata, e stanno molto attente che
il feretro non venga sollevato al di sopra delle loro ginocchia:
credono infatti di ottenere in tal modo guarigioni. Se lo hai fat­
to o ne sei stato in qualche modo partecipe, farai 10 giorni di
penitenza a pane ed acqua.
Hai forse compiuto anche tu, direttamente o indirettamen­
te, quello che fanno alcuni quando seppeliscono un uomo mor­
to assassinato? Gli mettono tra le mani un unguento, come se
potesse dopo la morte guarire dalla sua ferita e così lo seppelli­
scono. Se lo hai fatto, 20 giorni di penitenza a pane ed acqua.
All’inizio di un qualsiasi lavoro hai forse pronunziato for­
mule magiche, o compiuto riti propiziatori anziché invocare il
nome di Dio? Trenta giorni di penitenza a pane ed acqua.
A Capodanno ti sei forse travestito da cervo o da gioven­
ca, come facevano e ancora fanno i pagani? Trenta giorni di
penitenza a pane ed acqua.

88
Penitenziale

Hai denigrato o maledetto il tuo prossimo per invidia? Set­


te giorni di penitenza a pane ed acqua.
Anche tu hai fatto come molta gente che spazza il luogo do­
ve, in casa, abitualmente si accende il fuoco? Gettano chicchi
di grano sul posto ancora caldo e, se i chicchi schizzano via, ri­
tengono che saranno sfortunati; se invece non si spostano, al­
lora saranno fortunati. Se l’hai fatto, 10 giorni di penitenza a
pane ed acqua.
Ti sei forse comportato come fanno molti quando vanno a
trovare un ammalato? Se avvicinandosi alla casa del poveretto
trovano nelle immediate vicinanze ima pietra, la smuovono e
cercano nel suo alveo qualche animaletto ancor vivo. Se vi tro­
vano un lombrico, un insetto, una formica o altro che si muo­
ve, ritengono che l’ammalato guarirà. Se invece non trovano
nulla ancora in vita, ritengono che il poveretto morirà. Se lo
hai fatto, o comunque vi hai prestato fede, 20 giorni di peni­
tenza a pane ed acqua.
Hai mai confezionato con stracci, come fanno i bambini,
bandierine che poi hai gettato nella stalla o sul granaio per far
divertire minorati e nani, e così accattivarti i loro animi in mo­
do che ti portassero roba presa ad altri e farti più ricco? Dieci
giorni di penitenza a pane ed acqua.
Anche tu, come molti, per istigazione del demonio nella
notte santa di Capodanno, ossia nell’ottava del Natale, hai tes­
suto, filato, cucito o iniziato un qualsiasi tipo di lavoro per
aver fortuna nel nuovo anno? Se lo hai fatto, 40 giorni di pe­
nitenza a pane ed acqua.

Ancora sull’adulterio

Hai avuto rapporti con la sorella di tua moglie? Non avrai


più tua moglie, né mai potrai sposarne la sorella. Ma se tua mo­
glie non era consapevole di questa tua nefandezza, potrà spo­
sarsi davanti al Signore con chi crede, se non può farne a meno.
Tu e tua cognata, invece, non potrete più sposarvi e per tutta
la vita farete penitenza come vi dirà il sacerdote.
Se mentre tua moglie non era in casa, e senza che tu e tua
moglie ne foste al corrente, la sorella di tua moglie è venuta
nel tuo letto e tu, credendola tua moglie, hai avuto rapporti
89
Burcardo di Worms

con lei, tu potrai continuare a vivere nel matrimonio, dopo


aver fatto penitenza; l’adultera, invece, deve essere adeguata-
mente punita e mai più avrà possibilità di sposarsi.

Ancora sui peccati sessuali

Hai forse avuto rapporti con due sorelle, ma senza che l’una
fosse al corrente che l’altra era stata con te, mentre neppure tu
sapevi che fossero tali? Farai penitenza per 7 anni nei giorni
stabiliti e in seguito potrai sposarti; le due sorelle, poi, se avran­
no fatto veramente penitenza e se non potranno farne a meno,
potranno sposarsi, ma davanti al Signore. Se invece, al corren­
te della situazione, hanno avuto ugualmente rapporti con te, fa­
ranno penitenza fino alla morte e non avranno mai la possibi­
lità di sposarsi.
Hai avuto rapporti con una donna che poi tuo fratello ha
sposato? Per aver tenuto volutamente nascosto a tuo fratello
quel delitto, farai penitenza per 7 anni nei giorni stabiliti. In
seguito, sia tu che tuo fratello potrete sposarvi, ma soltanto
davanti al Signore. La donna, invece, farà penitenza fino alla
morte, e vivrà senza possibilità di sposarsi.
Hai avuto rapporti con la figlia di tua moglie? Se lo hai fat­
to, non ti sarà permesso tenere in casa tua né la madre né la
figlia; ma né tu né sua figlia potrete mai più sposarvi. Entrambi
farete penitenza finché vivrete. Se la madre, invece, venuta a
conoscenza del tuo adulterio, non ha più avuto rapporti con te,
potrà risposarsi se lo vorrà, ma davanti al Signore.
Hai avuto rapporti con la tua matrigna? Né tu né lei mai
più potrete sposarvi; tuo padre, invece, se lo vorrà, potrà ri­
sposarsi.
Hai avuto rapporti con la moglie di tuo fratello? Se lo hai
fatto, tu e lei farete penitenza finché vivrete, né mai avrete pos­
sibilità di sposarvi. Mentre tuo fratello, se vorrà, potrà spo­
sarne un’altra.
Hai avuto rapporti con la fidanzata di tuo figlio e questi
l’ha poi sposata? Per aver tenuto nascosto a tuo figlio questo
delitto, farai penitenza per tutta la vita, né avrai più la possi­
bilità di sposarti. Tuo figlio, invece, proprio perché era all’oscu­
ro del tuo peccato, potrà avere un’altra donna, se lo vorrà; men­
90
Penitenziale

tre l’ex moglie non potrà sposarsi neppure al termine della sua
penitenza.
Hai avuto rapporti con tua madre? Se lo hai fatto, 15 anni
di penitenza nei giorni stabiliti, ma uno lo trascorrerai comple­
tamente a pane ed acqua. Non ti sarà mai permesso di sposarti e
vivrai in penitenza tutta la vita. Tua madre invece, se non ha
acconsentito, farà penitenza a giudizio del sacerdote; se poi non
vuole vivere in castità, potrà risposarsi davanti al Signore.
Hai avuto rapporti con la tua madrina di battesimo o di
cresima? Dovrai separarti da lei e fare penitenza a pane ed ac­
qua per 40 giorni, ossia per una quaresima e per 7 anni con­
secutivi.
Hai avuto rapporti con la tua figlioccia, sia di battesimo
che di cresima? Dovrai separarti da lei e fare penitenza a pa­
ne ed acqua per 40 giorni e per 7 anni consecutivi.

Scioglimento del vincolo matrimoniale

Ti sei prestato a fare da padrino di battesimo o di cresima


a tuo figlio o a tua figlia, al tuo figliastro o alla tua figliastra per
accampare un pretesto di dividerti da tua moglie? Se il vesco­
vo si rifiuterà di prendere una diversa decisione, ti separerai
dalla moglie e farai penitenza per 40 giorni a pane ed acqua e
per 7 anni consecutivi, e non rimarrai mai senza penitenza né
mai più avrai possibilità di sposarti. Tua moglie, invece, se non
vorrà vivere in castità, potrà risposarsi, ma davanti al Signore.
Ti sei sposato e dopo aver vissuto con la tua donna, po­
niamo uno o tre mesi, o al massimo un anno, hai ammesso, sol­
tanto allora e per la prima volta, che eri impotente e che per
questo non avevi rapporti con lei e che mai ne avevi avuti con
altre? Se questa affermazione è comprovata anche da chi avreb­
be dovuto essere tua moglie mediante riscontri oggettivi, vi
potrete separare, ma ad una precisa condizione: qualora tu, in
seguito prendessi un’altra donna, sarai ritenuto uno spergiuro;
e tu e tua moglie dovrete ritornare a vivere la vostra vita co­
niugale al termine della vostra penitenza.
Se invece tua moglie, dopo sei mesi o un anno di convi­
venza, si appellerà al vescovo o a un suo legato per sostenere
91
Burcardo di Worms

che non ha mai avuto rapporti intimi con te, né, in tm certo
qual senso, alcuna unione sessuale, quando tu invece sostieni che
è in tutto tua moglie, allora bisognerà credere a te, che sei il
capo della donna. Perché ha taciuto così a lungo, se voleva far
ricorso al vescovo? Subito o, al massimo, nel giro di poco tem­
po, la donna si sarebbe potuto accorgere se eri in grado di ave­
re rapporti intimi con lei. Se invece, sconcertata dalla incredu­
lità del caso, si appellerà al vescovo o a tm suo legato subito o
al massimo dopo uno o due mesi, dicendo di voler essere ma­
dre e mettere al mondo dei figli, ché per questo s’è sposata, ma
che il marito, purtroppo, è impotente e non può soddisfare il
suo dovere coniugale, allora, dopo accertamento oggettivo, vi
potrete separare; la donna, se lo vorrà, potrà risposarsi, ma da­
vanti al Signore.

Ancora in merito a peccati sessuali

Hai avuto rapporti con tua sorella? Dieci anni di peniten­


za a pane ed acqua nei giorni stabiliti, ma uno lo trascorrerai
completamente a pane ed acqua; per tutta la vita farai peniten­
za, né avrai mai la possibilità di sposarti. Tua sorella, invece, se
non ti è stata consenziente, al termine della sua penitenza po­
trà sposarsi, se non vorrà vivere in castità, ma davanti al Si­
gnore.
Hai avuto rapporti con ima tua zia, materna o patema che
fosse, o con la moglie di un tuo zio o prozio? Farai penitenza
per 10 anni nei giorni stabiliti, ma trascorrerai un anno intero
a pane ed acqua, e per tutta la tua vita non rimarrai mai senza
penitenza, né ti sarà concesso di sposarti, a meno che il tuo ve­
scovo non ti conceda la dispensa per misericordia.
Hai forse avuto rapporti omosessuali? Se l’hai fatto una o
due volte da sposato, farai penitenza per 10 anni nei giorni sta­
biliti; ma trascorrerai un anno intero completamente a pane
ed acqua. Se invece l’hai fatto per vizio, 12 anni di penitenza
nei giorni stabiliti; se poi l’hai fatto con un tuo fratello di san­
gue, allora 15 anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai esercitato la tua sessualità con un maschio, mimando,
come fanno alcuni, l’atto sessuale fra le sue coscie? Farai pe-
92
Penitenziale

nitenza per 40 giorni a pane ed acqua.


Ti sei forse dato, come fanno alcuni, a pratiche di onani­
smo reciproco, fino alTappagamento sessuale? Trenta giorni di
penitenza a pane ed acqua.
Ti sei forse masturbato fino a provarne piacere? Dieci gior­
ni di penitenza a pane ed acqua.
Hai forse ricercato la soddisfazione sessuale, servendoti, co­
me fanno alcuni, di una cavità lignea o di qualcosa di analo­
go? Venti giorni di penitenza a pane ed acqua.
Hai baciato una donna con il peccaminoso desiderio di pro­
vare godimento sessuale che poi hai avuto? Tre giorni di peni­
tenza a pane ed acqua; ma se questo è avvenuto in chiesa, 20
giorni.
Hai avuto rapporti contro natura, unendoti con un maschio
o addirittura con animali come, ad esempio, con una cavalla,
con una giovenca o con un’asina? Se l’hai fatto una o due volte
e non eri sposato (diversamente avresti potuto soddisfare i tuoi
istinti) 40 giorni di penitenza a pane ed acqua e per 7 anni con­
secutivi, e in seguito non rimarrai senza penitenza. Ma se l’hai
fatto da sposato, 10 anni di penitenza nei giorni stabiliti. Se poi
l’hai fatto per vizio, 15 anni di penitenza a pane ed acqua. Se,
infine, l’hai fatto da ragazzo, 10 giorni di penitenza a pane ed
acqua.
Se è un servo, per di più sposato, a commettere queste be­
stialità, oltre ad essere frustato, farà 3 anni di penitenza nei
giorni stabiliti. Se invece il servo è celibe, oltre ad essere fru­
stato farà 2 anni di penitenza a pane ed acqua. Se, infine, il
servo ha profonda consapevolezza del suo peccato ed è persona
che non merita battiture, farà la penitenza prevista per l’uomo
libero.

Alimenti proibiti

Hai forse mangiato, per guarire da qualche malattia, la


scabbia? Hai bevuto una pozione di quegli animaletti che chia­
mano pidocchi o addirittura urina umana? Oppure, sempre per
guarire, hai mangiato escrementi? Venti giorni di penitenza a
pane ed acqua.

93
Burcardo di Worms

Hai m angiato carogne di animali trovati morti o sbranati


da lupi o da cani? Dieci giorni a pane ed acqua.
Hai forse mangiato uccelli strangolati da rapaci e senza
averli prima uccisi con un coltello? Cinque giorni di penitenza
a pane ed acqua.
Hai forse mangiato uccelli o animali trovati stragolati nel­
le reti? Dieci giorni di penitenza a pane ed acqua, a meno che
tu non vi sia stato costretto dalla fame.
Hai mangiato pesce trovato morto nel fiume, a meno che
non sia stato colpito da un pescatore e morto quindi nello stes­
so giorno? Tre giorni a pane ed acqua.

Azioni fraudolente

Hai forse fraudolentemente manomesso pesi e misure nel


vendere le tue merci ad altri cristiani? Se l’hai fatto, oppure
hai aiutato altri a farlo, 20 giorni di penitenza a pane ed acqua.

Comportamento irrispettoso

Hai toccato seni e parti intime di ima donna? Farai 5 gior­


ni di penitenza a pane ed acqua, se sei sposato; diversamente 2
giorni.
Hai forse fatto il bagno assieme a tua moglie e ad altre
donne, vedendovi reciprocamente le vostre nudità? Tre giorni
di penitenza a pane ed acqua.

Mancanze contro l’ospitalità

Hanno forse bussato alla tua porta, in un momento di biso­


gno, dei pellegrini, e tu non li hai accolti nella tua casa, rifiu­
tando loro quella carità che il Signore ci comanda? Se ti sei
comportato in questo modo, farai penitenza a pane ed acqua
per 5 giorni.

94
Penitenziale

Comportamenti sacrileghi

Hai dato fuoco ad una chiesa o ti sei reso complice del suo
incendio? Ricostruirai la chiesa e darai ai poveri il « guidri­
gildo », e per 15 anni farai penitenza a pane ed acqua.
Ti sei tenuto lasciti di defunti e non li hai voluti devol­
vere alla chiesa? Farai un anno di penitenza nei giorni stabi­
liti.
Hai celebrato Pasqua, Pentecoste e il Natale, se non eri
impedito da infermità, fuori dalla città da cui dipendi? Dieci
giorni di penitenza a pane ed acqua.

Rapporti con gli scomunicati

Hai frequentato in piena consapevolezza uno scomunicato?


Avete insieme pregato, in chiesa o altrove? Gli hai rivolto il
tuo saluto o lo hai accolto in casa? Gli hai prestato, apertamen­
te o meno, dei favori? Anche tu sarai scomunicato come lui e
farai penitenza per 40 giorni e per 7 anni consecutivi, a meno
che non stesse compiendo con te un pellegrinaggio penitenzia­
le e tu hai trascorso insieme una notte o due o l’intero pelle­
grinaggio e in quella circostanza gli hai dato da mangiare.

Appropriazione immorale delle offerte

Ti sei appropriato o trattenuto parte di offerte date a Dio


in schiavi, in terre, in boschi, in vigneti, in attrezzi, in vesti o
altri beni? Ti sei appropriato di lasciti testamentari di un fede­
le, che nella persona della chiesa ha voluto donarli al suo spo­
so? Farai 40 giorni di penitenza a pane ed acqua.

Sottrazione immorale delle decime

Non ti sei preoccupato di rendere a Dio, come egli coman­


da, le decime, vale a dire la decima parte dei tuoi raccolti e del
tuo bestiame? Invece di dare, come sarebbe stato tuo dovere,
95
Burcardo di Worms

il decimo animale che già gli apparteneva, l’hai forse sostituito


con ima bestia malmessa? Se l’hai fatto o comunque ne sei sta­
to responsabile, rifonderai a Dio il quadruplo di quanto era
già suo e farai penitenza a pane ed acqua per 40 giorni.

Ancora sulle rapine

Hai oppresso i vicini perché poveri e senza possibilità di di­


fesa? Hai sottratto loro dei beni, malgrado la loro resistenza?
Restituirai i loro beni e farai penitenza a pane ed acqua per 30
giorni.

Atteggiamenti irriguardosi verso i sacramenti

Ti sei forse comportato anche tu come molti che vanno a


messa dopo aver mangiato, e così rimpinzati e avvinazzati han­
no il coraggio, all’ofEertorio, di scambiarsi il bacio della pace
con il sacerdote? Tre giorni di penitenza a pane ed acqua.
Hai ricevuto il Corpo e il Sangue del Signore non del tutto
a digiuno per aver preso un po’ di cibo? Se ti è successo una
sola volta e da ragazzo, a meno che tu non l’abbia ricevuto in
forma di viatico, farai penitenza a pane ed acqua per 10 giorni.
Ti sei forse comportato anche tu come fanno alcuni che, ap­
pena entrano in chiesa, muovono un pochino le labbra per far
finta di pregare e per ritegno, ma ben presto si mettono a rac­
contare stupidaggini e pettegolezzi, e riprendono a chiacchiera-
re imperterriti non appena il sacerdote ha terminato di rivol­
gersi ai fedeli con « Il Signore sia con voi » esortandoli alla
preghiera comune? Dieci giorni di penitenza a pane ed acqua.

Partecipazione al male

Non hai forse rimproverato per peccati gravi un tuo fra­


tello? Non ti sei premurato di correggerlo e di invitarlo al vero
pentimento? Ti sei rifiutato di prestare il tuo aiuto spirituale
al fratello che si trovava nel peccato? Per ogni giorno che hai
96
Penitenziale

rifiutato di manifestare il bene, farai penitenza.


Hai difeso i colpevoli per compassione o per amicizia e per
questo sei stato spietato con gli innocenti? Trenta giorni di pe­
nitenza a pane ed acqua.
Hai fatto celebrare ima messa secondo le tue intenzioni e
offrire preghiere standotene a casa? Le hai fatte celebrare in
casa tua, o altrove, ma non in chiesa? Dieci giorni di peniten­
za a pane ed acqua.

Atteggiamenti superstiziosi

Anche tu hai creduto come molti che, quando si mettono


in cammino, se la cornacchia vola gracchiando da destra a si­
nistra sperano di fare buon viaggio? Molti, inoltre, mentre so­
no alla ricerca affannosa di un rifugio, se si imbattono in un pi­
pistrello o acchiappasorci (lo chiamano così perché, appunto,
cattura e divora i topi) che li oltrepassa sulla strada che stanno
percorrendo, hanno più fiducia in questo fatto che non in Dio.
Anche tu ti sei comportato così? Farai 5 giorni di penitenza a
pane e acqua.
Anche tu hai creduto come molti che, nella necessità di met­
tersi in cammino prima dell’alba, non hanno il coraggio di far­
lo perché sostengono che porti male e che non è bene uscire da
casa prima del canto del gallo? Secondo costoro gli spiriti ma­
ligni hanno un potere maggiore di far del male prima che il
gallo canti, in quanto il gallo ha il potere di scacciare o placare
gli spiriti più ancora della potenza divina che l’uomo possiede
mediante la fede e il segno di croce. Se anche tu hai agito così
o hai prestato fede a questa superstizione, farai 10 giorni di
penitenza a pane ed acqua.
Anche tu hai creduto all’esistenza di donne che la gente
chiama Parche? Credi anche tu ai poteri che ad esse attribui­
scono, vale a dire di predestinare fin dalla nascita una persona
a trasformarsi in lupo (o lupomannaro, come generalmente si
dice) o in altra figura a loro piacimento? Se tu hai creduto che
una persona creata da Dio — ma non sarà mai possibile — ven­
ga trasformata da qualche altro all’infuori che da Dio stesso, fa­
rai penitenza per 10 giorni a pane ed acqua.
97
Burcardo di Worms

Hai forse creduto anche tu, come altri, all’esistenza nelle


campagne di donne chiamate « Selvatiche » che, pur avendo un
corpo materiale, compaiono ai loro amanti per fare l’amore
quando vogliono e subito, a loro piacimento, si eclissano e scom­
paiano? Dieci anni di penitenza a pane ed acqua.

Nell’esaminare questi peccati i sacerdoti usino grande di­


screzione; sappiano discernere chi ha notoriamente peccato e
pubblicamente ha assolto la sua penitenza da chi ha peccato di
nascosto e spontaneamente si è accusato.

Le formule d’esame fin qui elencate sono certamente vali­


de tanto per gli uomini che per le donne. Le successive invece
riguardano, in particolare, le donne.
Ti sei comportata come quelle donne che in determinati pe­
riodi dell’anno imbandiscono la mensa domestica con cibi e be­
vande, aggiungendo persino tre coltelli, perché se venissero le
tre sorelle che l’antico e stolto paganesimo chiamava Parche
possano trovarvi ristoro? Poiché hai creduto che ti potessero,
ora e in futuro, aiutare, tu hai rinnegato la potenza e il nome
di Dio per consegnarli al demonio. Se così ti sei comportata, o
comunque hai creduto a questa superstizione, farai un anno di
penitenza nei giorni stabiliti.
Ti sei forse comportata anche tu come alcune donne che si
fanno oggetti o altri marchingegni a mo’ di membro virile? A
seconda delle tue voglie, li hai adattati alle tue o altrui intimi­
tà per provare piacere con altre donnacce o esserne da queste
posseduta con medesimi o diversi espedienti? Se l’hai fatto, 5
anni di penitenza a pane ed acqua nei giorni stabiliti.
Forse anche tu ti sei comportata come alcune donne che
provano piacere da sole con quegli o simili oggetti? Un anno
di penitenza nei giorni stabiliti.
Anche tu ti sei comportata come altre donne che, per soddi­
sfare le loro pruriginose voglie, si uniscono fra loro per far l’a­
more, quasi si trattasse di uomo e donna, e raggiungono il pia­
cere? Se l’hai fatto, 3 quaresime di penitenza nei giorni sta­
biliti.
Anche tu ti sei comportata come alcune donne che prova­
no piacere ponendo il loro bambino sulle parti intime, quasi
98
Penitenziale

a mimare l’atto sessuale? Due anni di penitenza nei giorni sta­


biliti.
Ti sei comportata anche tu come quelle donne che, stese
sotto un animale, si servono di qualsiasi tecnica per avere con
lo stesso un rapporto sessuale? Se l’hai fatto, 40 giorni di peni­
tenza e per 7 anni consecutivi e per tutta la vita non rimarrai
senza penitenza.
Ti sei forse comportata anche tu come alcune donne che,
dopo una relazione illecita, vogliono eliminare il concepito e
si premurano con artifici o con intrugli di sbarazzarsi del feto,
tanto da espellerlo ed ucciderlo? Oppure, se non ancora incin­
te, fanno in modo di non esserlo? Se l’hai fatto o l’hai permes­
so o addirittura l’hai insegnato, farai 10 anni di penitenza nei
giorni stabiliti, anche se ima antica norma disciplinare impone
l’allontanamento dalla Chiesa fino alla morte. Di tanti omicidi
una donna sarà colpevole, quanti concepimenti avrà impedito.
Vi è tuttavia una netta differenza tra il delitto di chi è povera
e senza mezzi di sostentamento e il delitto di chi, invece, così
agisce per aver avuto rapporti illeciti e vuol tenere nascosta
la sua scelleratezza.
Il concilio di Lerida, inoltre, a proposito di quante aborti­
scano a seguito di rapporti adulterini stabilisce quanto segue:
« Chi abbia cercato di abortire i concepiti nell’adulterio o, se
nati, di ucciderli, oppure di eliminarli nel seno materno con po­
zioni, l’adultero, padre o madre che sia, non potrà essere riam­
messo alla comunione se non dopo 7 anni di penitenza e a con­
dizione che in nessun momento della sua vita non cessi né di
piangere né di umiliarsi » *.
Hai prestato la tua opera o insegnato a ima donna come
eliminare o uccidere un concepito? Sette anni di penitenza nei
giorni stabiliti.
Hai abortito prima che il concepito desse segni di vita? Un
anno di penitenza nei giorni stabiliti; se invece hai abortito do­
po che il feto incominciava a muoversi, 3 anni di penitenza nei
giorni stabiliti.

* Concilio di Lerida, a. 546, c. 2 (PL 84.322-323); già in Regino 2.63 e Burcardo


17.52.

99
Burcardo di Worms

Hai ucciso volontariamente tuo figlio o tua figlia appena


nati? Farai 12 anni di penitenza nei giorni stabiliti e non ri­
marrai mai senza penitenza.
Ti sei completamente disinteressata di tuo figlio, tanto che
è morto senza battesimo? Un anno di penitenza nei giorni sta­
biliti, né rimarrai mai senza penitenza.
Hai preparato una pozione letale per uccidere qualcuno?
Quaranta giorni di penitenza e per 7 anni consecutivi. Se in­
vece hai sì voluto romicidio ma non l’hai attuato, un an­
no di penitenza a pane ed acqua.
Hai ingerito il seme di tuo marito, perché con questa tua
diabolica trovata egli fosse più focoso nel?amarti? Sette anni
di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai forse bevuto il sacro crisma per mistificare il « giudizio
di Dio »? Hai forse pensato di impedire il suo svolgimento
con erbe o formule magiche? Ti sei tenuta in bocca un sasso o
un pezzetto di legno o li hai cuciti addirittura tra le tue vesti o
legati attorno al tuo corpo nella speranza di falsare il giudizio
di Dio? Hai consigliato ad altri questi espedienti? Sette anni
di penitenza nei giorni stabiliti.
Anche tu ti sei comportata come alcune donne che credono
davvero d’avere il potere, con l’aiuto del demonio e mediante
fatture e incantesimi, di stornare su di sé e sui loro animali o
addirittura, se lo volessero, su altri la gran quantità di latte o
miele che hanno visto avere il loro vicino? Tre anni di peniten­
za nei giorni stabiliti.
Anche tu, come altre, hai dato credito all’esistenza di don­
ne che entrando in una casa hanno il potere con la semplice pa­
rola, con lo sguardo o semplicemente stando ad ascoltare, di
stregare o far crepare i pulcini delle oche, dei pavoni, delle gal­
line, come pure i maialini o i cuccioli di altri animali? Se sì, fa­
rai un anno di penitenza nei giorni stabiliti.
Anche tu, come molte donne, schiave del demonio, hai cre­
duto che nel silenzio di una notte tutta particolare, mentre te
ne stai tra le braccia di tuo marito, tu abbia il potere, benché
di materia e con le porte chiuse, di uscire e di percorrere, in
compagnia di altre donne assatanate, grandi distese per uccide­
re con armi invisibili i battezzati e i redenti dal sangue di
Cristo e di mangiarli dopo averne cotta la carne e di collocare
100
Penitenziale

al posto del loro cuore paglia o pezzi di legni o qualcosa di


analogo e di avere anche il potere di risuscitarli, benché divo­
rati, e di dare loro ancora un po’ di vita? Se vi hai creduto, fa­
rai penitenza a pane ed acqua per 40 giorni e per 7 anni conse­
cutivi.
Anche tu, come alcune donne, hai creduto d’avere il po­
tere, insieme ad altre adepte di Satana e nel silenzio di una not­
te tutta particolare, e malgrado le porte chiuse, di sollevarti fi­
no alle nubi e lì combattere contro altre donne con reciproche
ferite? Se vi hai creduto, 2 anni di penitenza nei giorni stabi­
liti.
Anche tu hai agito come alarne di loro? Catturato che han­
no un pesce, lo pongono ancor vivo nelle loro parti intime e ve
10 tengono finché muore; poi lo servono, arrostito o bollito, ai
loro mariti perché siano più focosi nelTamarle? Se l’hai fatto,
2 anni di penitenza nei giorni stabiliti.
Anche tu ti sei comportata come alcune donne? Si prostra­
no con la faccia a terra e, denudate le loro posteriora, vi fanno
impastare un pane che, cotto, danno da mangiare ai loro mariti
perché siano più focosi nell’amarle? Se l’hai fatto 2 anni di
penitenza nei giorni stabiliti.
Hai posto il tuo bambino accanto al fuoco dove un altro ha
messo a bollire una pentola d’acqua che rovesciandosi ustiona
11 bambino fino a farlo morire. Tu, che avresti dovuto aver cura
del tuo bambino fino al compimento del suo settimo anno, fa­
rai penitenza per 3 anni nei giorni stabiliti, mentre chi ha mes­
so l’acqua a bollire sarà ritenuto innocente.
Anche tu hai fatto come quelle donne impregnate di arti
diaboliche? Scrutano ogni possibile orma dei cristiani; raccol­
gono la zolla su cui hanno lasciato impronta e la scrutano nel­
la speranza di farli ammalare o morire. Se l’hai fatto o vi hai
prestato fede, 5 anni di penitenza dei giorni stabiliti.
Hai fatto anche tu come alcune donne che prendono il loro
sangue mestruale e lo mescolano al cibo o alla bevanda che dan­
no ai loro mariti per esserne maggiormente amate? Cinque an­
ni di penitenza nei giorni stabiliti.
Hai fatto come alcune donne che prendono un teschio uma­
no e lo bruciano, dandone in una bevanda la cenere ai mariti
per guarirli? Un anno di penitenza nei giorni stabiliti.
101
Burcardo di Worms

Hai mangiato o bevuto sangue di animale? Cinque giorni


a pane ed acqua.
Hai fatto anche tu come alarne donne che, avendo un bam­
bino che si lamenta, scavano una buca per terra e vi mettono il
piccolo, convinte che smetterà di piangere? Se l’hai fatto o vi
hai dato il tuo assenso, 5 giorni di penitenza a pane ed acqua.
Hai fatto anche tu come alcune donne irretite dal demonio
che prendono il corpo d’un bimbetto morto senza battesimo,
lo ripongono in un luogo segreto e lo trafiggono con un palo?
Sostengono che se così non facessero, il bambino potrebbe tor­
nare in vita e far del male a molti. Se l’hai fatto e vi hai preso
parte o anche semplicemente creduto, 2 anni di penitenza a
pane ed acqua nei giorni stabiliti.
Anche tu hai agito come altre donne intrise di malvagità
diabolica? Se ima partoriente non riesce a dare alla luce il suo
bambino e muore durante le doglie, queste donne, dopo aver
sepellito madre e figlio in una stessa tomba, li trafiggono con
un palo. Se l’hai fatto o vi hai preso parte, 2 anni di penitenza
nei giorni stabiliti.
Hai ucciso senza volerlo il tuo bambino? Lo hai soffocato
sotto il peso delle tue vesti e questo è avvenuto dopo il suo
battesimo? Farai 40 giorni di penitenza a pane ed acqua con
qualche legume; non avrai rapporti con tuo marito fino al com­
pimento della penitenza. In seguito farai penitenza per 3 anni
nei giorni stabiliti e nell’arco di un anno farai tre quaresime.
Se il bambino è morto senza battesimo, allora farai subito peni­
tenza per 40 giorni come si è detto sopra; ma in seguito farai
penitenza per 5 anni.
Hai trovato accanto a te il tuo bambino morto, mentre tu
e tuo marito dormivate nello stesso letto? Anche se non risul­
ta che il bambino sia stato schiacciato da te o da suo padre, op­
pure che sia morto per cause naturali, non per questo non do­
vrete avere rimorso e rimanere senza penitenza. Ma in tal caso,
proprio perché non vi è stata intenzionalità nella morte del
bambino, si deve avere ima grande comprensione; tuttavia a
motivo della vostra negligenza dovrete fare penitenza per 40
giorni. Se invece siete certi che a uccidere il bambino, anche
senza volerlo, siete stati voi con la vostra irresponsabilità, allo­
ra farete 3 anni di penitenza nei giorni stabiliti: per un anno
102
Penitenziale

però a pane ed acque, e per tutto il periodo della penitenza vi


asterrete da ogni vostro rapporto.
Ti sei forse prostituita o hai indotto altre alla prostituzio­
ne? Hai mercificato, come una prostituta, il tuo corpo ai tuoi
amanti perché ne abusassero in modo vergognoso? Oppure — il
che è ancor più ripugnante e quasi imperdonabile — hai ven­
duto o dato in prestito ai tuoi amanti il corpo di tua figlia, di
tua nipote o di una cristiana? Ti sei fatta complice di tanto o
hai brigato per attuare in qualche modo questo delitto? Se l’hai
fatto, 6 anni di penitenza nei giorni stabiliti, anche se il conci­
lio di Elvira imporrebbe a chi ha esercitato, direttamente o me­
no, la prostituzione, l’esclusione dalla Eucarestia fino agli ulti­
mi giorni della sua vita *.
Anche tu hai agito come alcune donne? Quando muore un
bambino appena battezzato, al momento della sepoltura gli
mettono nella mano destra una patena di cera con l’ostia e nel­
la mano sinistra un calice, anch’esso di cera, con del vino e così
lo seppelliscono. Se l’hai fatto, 10 giorni di penitenza a pane
ed acqua.
Anche tu hai agito come alarne adultere? Non appena si
accorgono che i loro amanti vorrebbero sposarsi legittimamen­
te, fanno loro svanire con diabolici sortilegi ogni desiderio ses­
suale, perché non sentano alcun trasporto verso le loro spose,
né, tanto meno, abbiano la capacità di rapporti con esse. Se
l’hai fatto o l’hai insegnato ad altre, 40 giorni di penitenza a
pane ed acqua.
Hai fatto battezzare il tuo bambino, che non era gravemen­
te ammalato, in un giorno che non fosse né il Sabato santo né
la vigilia di Pentecoste? Se l’hai fatto, 40 giorni di penitenza
a pane ed acqua.
Non ti sei curata di visitare gli infermi o di andare a tro­
vare i carcerati? Non hai prestato loro il tuo aiuto? Dieci gior­
ni di penitenza a pane ed acqua.
Hai mangiato carne durante la Quaresima? Per quell’anno
ti asterrai da ogni tipo di carne.
Hai forse mangiato cibo preparato da Giudei o da altri pa­
gani? Dieci giorni di penitenza a pane ed acqua.

* Concilio di Elvira, sec. IV, c. 12 (PL 84.303).

103
Burcardo di Worms

Anche tu ti sei comportata come fanno alcune? Mentre si


avviano insieme alla chiesa, si raccontano a vicenda stupidag­
gini, parlano di cose senza valore e non pensano al bene della
loro anima. Giunti nell’atrio della chiesa, dove sono sepolti
i fedeli, calpestano le tombe dei fratelli, senza pensare — come
invece dovrebbero — che quella sarà la sorte loro e non rivol­
gono neppure un pensiero o ima preghiera al Signore in suffra­
gio dei defunti. Se ti sei comportata così, 10 giorni di peniten­
za a pane ed acqua, e fa’ che non si ripeta più questo tuo atteg­
giamento. Quando giungi nell’atrio di una chiesa, di’ una pre­
ghiera per i defunti e prega le loro sante anime perché interce­
dano secondo il loro potere per i tuoi peccati al cospetto del Si­
gnore.
Hai lavorato di domenica? Tre giorni di penitenza a pane
ed acqua.
Anche tu ti sei comportata come alcune donne? Spogliate­
si, si cospargono il corpo di miele e ripetutamente si rivoltano
su un lenzuolo steso per terra e tappezzato di chicchi di grano:
raccolgono poi con grande cura quelli che rimangono appicci­
cati al loro corpo e li pongono nella macina che fanno ruotare
in senso antiorario per ricavarne farina; con questa poi impa­
stano un pane che danno da mangiare ai loro mariti, perché
perdano vigore e vengano meno. Se l’hai fatto, 40 giorni di
penitenza a pane ed acqua.
Anche tu hai agito come altre donne? Queste in tempo di
siccità per avere la pioggia chiamano a raccolta numerose ra­
gazze e ne scelgono una, la più giovane tra loro, come guida, la
denudano e la conducono fuori dell’abitato, fino a quando tro­
vano il giusquiamo, un’erba che in teutonico si chiama belisa; la
fanno strappare a questa ragazza con il mignolo della mano de­
stra; gliela legano con un laccio qualsiasi al ditino del piede
destro; tutte le ragazze, tenendo un bastone in mano, sospin­
gono la ragazza che si trascina quell’erba nel fiume e la bagna­
no con l’acqua che sollevano picchiando la superficie del fiu­
me, nella speranza di ottenere la pioggia con questi incantesi­
mi. Poi, camminando a ritroso, come gamberi, riportano a
braccia la ragazza nell’abitato. Se l’hai fatto e vi hai preso par­
te, 20 giorni a pane ed acqua.

104
Penitenziale

6
Gli otto vizi capitali e loro conseguenze

Dal penitenziale di Teodoro. Ora io (sacerdote) passerò in ras­


segna gli otto vizi capitali, e se tu ti senti punto sul vivo, col­
pito o ferito da questi, non nascondermeli: superbia, vanaglo­
ria, invidia, tristezza, avarizia, crapula, lussuria. Se ti riconosci
colpevole di tanto, accogli la penitenza: è da essi che nascono
tutti i vizi.
Dalla superbia, fonte di ogni peccato e vertice di ogni ma­
le, nascono disubbidienza, presunzione, caparbietà, discordie,
eresie e insolenza.
Dalla vanagloria nascono odio, mormorazione, diffamazio­
ne, contentezza se il prossimo si trova in difficoltà e tristezza,
invece, se è nella prosperità.
Dall’ira nascono risse, furore, offese, grida, sdegno, pre­
sunzione, bestemmie, spargimento di sangue, omicidi, desideri
di vendetta, memoria di offese.
La tristezza fa nascere cattiverie, intimo rancore, apatia,
instabilità di carattere e impedisce persino ogni gioia di vivere.
L ’avarizia fa sorgere invidie, furti, espropriazioni, omicidi,
menzogne, spergiuri, rapine, irrequietezza, sentenze ingiuste,
disprezzo delle realtà future e dimenticanza della vera beatitu­
dine, durezza di cuore.
Dalla crapula nascono gioia incomposta, volgarità, superfi­
cialità, verbosità, trasandatezza fisica e debolezza mentale, ubria­
chezza, sfrenatezza e indebolimento dei sensi.
Dalla lussuria nascono cecità mentale, stordimento, inde­
bolimento della vista e invecchiamento precoce, smodato amor
proprio, odio per i comandamenti di Dio, attaccamento a que­
sta vita, terrore e disperazione di quella futura.

7
Virtù che possono debellare i vizi capitali.
Riti conclusivi dell’atto penitenziale

Se dunque fino ad oggi sei stato superbo, umiliati davanti


a Dio; se hai amato la vanagloria, non perdere il premio eterno
105
Burcardo di Worms

per una esaltazione effimera. Se il tarlo dell’invidia fino ad oggi


ti ha consunto l’esistenza, pentiti e considera tuo il successo
altrui: l’invidia è un peccato gravissimo, il peggiore di tutti;
l’invidioso, infatti, è simile al demonio che per invidia ha in­
dotto il primo uomo a perdere volutamente i doni ricevuti.
Se la tristezza ha preso il sopravvento su di te, disponiti
alla pazienza e alla bontà.
Se il male dell’avarizia ti opprime, sappi che essa è all’ori­
gine di ogni male e paragonabile all’idolatria: sii, dunque, ge­
neroso.
Se l’ira, che dimora nel cuore degli stolti, ti tormenta, do­
mina il tuo animo e tienila lontana da te con la serenità dello
spirito.
Se la crapula ti trascina alla distruzione, pratica la sobrie­
tà. Se la lussuria ti rende schiavo, impegnati a vivere casta­
mente.

A questo punto il penitente si prostri a terra e dica fra le


lacrime: « Di queste e di altre mancanze che l’umana fragilità
può commettere contro il suo Dio e suo creatore in parole, ope­
re, affetti e desideri mi riconosco colpevole e confesso d’aver
peccato e d’essere, agli occhi di Dio, il più grande peccatore.
Per questo ti supplico umilmente, o sacerdote di Dio, di inter­
cedere per me e i miei peccati davanti al Signore e Creatore no­
stro, ché io possa ottenere il perdono e la misericordia di que­
sti e di tutti i miei peccati ».

Il sacerdote, inginocchiatosi accanto al penitente, reciti


questi 5 salmi: il 37, « Signore, nella tua ira »; il salmo 102,
« Benedici, anima mia il Signore »; il 50, « Pietà di me, o Si­
gnore »; il salmo 53, « Mio Dio nel tuo nome... »; ed infine
il salmo 51, « Perché ti vanti del male? »; reciti poi le seguenti
preghiere:
O Dio, della cui bontà abbiamo bisogno, ricordati del tuo
servo (nome del penitente) che è stato purificato dai peccati
commessi nella sua fragilità; concedi, te ne preghiamo, il per­
dono a chi si confessa e risparmia chi ti supplica: dalla tua bon­
tà sia salvato chi per le sue colpe sarebbe condannato. Te lo
chiediamo per il Signore nostro Gesù Cristo...
106
Penitenziale

Padre santo, Signore Dio onnipotente ed eterno, che in Ge­


sù Cristo, Figlio tuo e nostro Signore, hai voluto sanare le no­
stre ferite, prostrati ti supplichiamo e ti preghiamo: porgi mi­
sericordioso il tuo ascolto alle nostre invocazioni, e tu che per­
doni ogni colpa e ogni delitto, concedi a questo tuo servo il
perdono in cambio dei suoi peccati, la gioia in cambio della
tristezza, la vita al posto della morte, e possiamo così, fiducio­
si nella tua bontà, giungere alla vita eterna. Te lo chiediamo
per lo stesso Signore Gesù Cristo...
Dio onnipotente e misericordioso, che in una pronta con­
fessione hai posto il perdono dei peccati, soccorri chi è caduto
nella colpa; abbi pietà di chi a te li confessa, e la grandezza del
tuo amore liberi chi dalla schiavitù del peccato è incatenato.
Signore, supplico la maestà della tua clemenza e della tua
bontà: libera nella tua giustizia il tuo servo (nome del pecca­
tore) che ti confessa i suoi peccati e i suoi delitti, e concedi a
lui il perdono; sii benevolo verso le colpe del passato, tu che
sulle spalle hai ricondotto all’ovile la pecorella smarrita, tu che
ti sei commosso alle preghiere e alle suppliche del pubblicano,
accogli benevolo, o Signore, le preghiere del tuo servo: che
egli possa vivere sicuro del tuo perdono, e che il suo pianto
e la sua supplica ottengano ben presto la tua clemenza, e riam­
messo ai sacramenti sia di nuovo partecipe della speranza eter­
na e della gloria celeste. Tu che vivi e regni...
Quindi il sacerdote aggiunge: Dio onnipotente ti assista
e ti protegga e ti conceda il perdono dei tuoi peccati presenti,
passati e futuri. Amen.

8
Salutari rimedi per le anime

Dagli scritti del Profeta, dei santi Gregorio, Girolamo, Agosti­


no e da brani attinti a tre penitenziali. In passato i nostri Pa­
dri stabilirono ima norma aurea che non è mai venuta meno,
ossia indicarono ai penitenti e a quanti piangono i loro peccati
come vincere passioni e vizi con l’antidoto dell’eterna salvezza.
La diversità di colpe implica diversità di rimedi; allo stesso
modo fanno i medici: a seconda delle diverse malattie, prescri­
107
Burcardo di Worms

vono generalmente medicine o pozioni diverse. Così pure fan­


no i giudici di questo mondo: quando sono chiamati a emette­
re sentenze diverse, se sono onesti, soppesano bene cosa sia
giusto e cercano di attuare la giustizia secondo diritto, distin­
guendo se l’imputato è ricco o povero, se l’imputazione è que­
sta o quella. Quanto più, allora, il sacerdote deve ricercare e
attuare diversi rimedi per le anime spirituali degli uomini, per­
ché le loro ferite non vadano in cancrena o si aggravino per l’in­
competenza del medico, come dice il profeta: « Le mie cicatrici
si sono putrefatte per colpa della mia stoltezza » {Sai 37, 6). O
stolto d’un medico, non ingannare l’anima tua né quella di tuo
fratello, se non vuoi avere una pena che sia doppia o moltipli­
cabile all’infinito! Ascolta quanto Cristo dice: « Se un cieco si
fa guida ad un altro cieco, entrambi cadranno nella stessa fos­
sa » {Mt 15, 14). Tu, al limite, potresti anche pensare: « nes­
sun uomo sente la mia condanna e chi dovrebbe giudicarmi non
mi vede ». Come non capisci che Dio, giusto e inflessibile giu­
dice, vede e sente e svelerà i nostri segreti peccati e a ciascuno
darà la ricompensa secondo il proprio agire? Inoltre vi sono
persone così cieche interiormente che assomigliano a quei cani
o corvi che si precipitano sulle carogne: essi sono attratti al
sacerdozio non per servire Dio ma, privi come sono della sa­
pienza di Dio, per ingordigia di onori umani. È proprio di co­
storo che Gregorio di Nazianzo disse: « Questo appunto te­
mo: che siano dei cani ad usurpare le funzioni sacerdotali, in
quanto non hanno in sé alcuna norma morale » *. E infatti il
profeta Ezechiele dice: « Maledetti quei pastori di Israele che
badavano a se stessi e non al loro gregge. Bevevano il loro lat­
te, si ricoprivano con la loro lana, mangiavano le pecore gras­
se ma non fasciavano quelle che si erano fratturate » (Ez 34, 2-
3). E ancora Ezechiele dice: « Maledetti quei sacerdoti che man­
giano sul peccato del mio popolo » (Os 4, 8), vale a dire che
si accaparrano le sue offerte ma non pregano per i suoi peccati;
si mangiano le offerte sacrificali, ma non lo correggono; anzi,
si rallegrano al sentire che degli uomini stanno per morire, e
pensano già al bottino, come cani, appunto, che si gettano sul­
le carogne.
* Con medesima attribuzione l’espressione si legge nella Collectio Hibernensis,
37.4a (Wasserschleben 132).

108
Penitenziale

Ora o fratelli, se uno vuol fregiarsi del titolo di sacerdote,


cerchi, per amore di Dio, di apprendere prima della ordinazio­
ne almeno gli elementi indispensabili per l’esercizio del mini­
stero: il Salterio, il Lezionario, i Vangeli, i riti per la celebra­
zione dei sacramenti, e in modo particolare quelli del battesi­
mo; conosca il calendario nelle sue mutevoli strutture, e que­
sto soprattutto per la commemorazione dei defunti, il Martiro­
logio, le omelie cbe dovrà tenere ai suoi fedeli nell’arco dell’an­
no liturgico. È il minimo che si possa chiedere a chi non ha par­
ticolari doti. Se soltanto una di queste nozioni operative man­
cherà loro, il titolo di sacerdote non sarà che un puro e sempli­
ce nome. A tutto questo si aggiunga anche il Penitenziale, che
per autorevolezza canonica sia conforme a quello di Teodoro,
dei romani pontefici e di Beda. A dire il vero nel penitenziale
di Beda si riscontrano moltissime valide indicazioni, ma vi so­
no aggiunte che altri hanno apportato e che, purtroppo, non so­
no conformi né alla tradizione canonica né agli altri peniten­
ziali. Il confessore, allora, da saggio medico quale deve essere,
accoglierà soltanto le migliori e avrà così la possibilità di indi­
viduare per ogni situazione una corretta valutazione, senza la
quale non può esistere giusta condanna. Sta infatti scritto:
« Non mostrarti esitante in nessuna circostanza, ma sappi indi­
viduare il tuo atteggiamento di fronte all’essenza del peccato,
dove e come, quando e quante volte è stato commesso il pec­
cato ». Non bisogna soppesare tutti con un unico e medesimo
criterio, anche se tutti sono vittima di un medesimo vizio; ma
per ciascun penitente va fatta una distinzione: un conto è es­
sere ricco e un conto è essere povero, libero o servo, bambino
o ragazzo, giovane o adulto o anziano, incapace o inconsapevo­
le; così pure un conto è essere laico o chierico, monaco o ve­
scovo, sacerdote o diacono, suddiacono o lettore, avere ricevu­
to o meno il sacramento dell’ordine, essere sposato o celibe,
straniero o del luogo, vergine o vedova, suora o monaca; essere
debole e ammalato oppure sano; come pure vi è differenza tra
il commettere il peccato contro natura con un animale o con ima
persona, oppure tra il continente e l’incontinente; tra chi com­
mette peccato per libera scelta e chi invece pecca per mancan­
za di libertà o per grave situazione contingente; fra chi pecca
pubblicamente e chi invece pecca in segreto. Infine il sacerdo­

te»
Burcardo di Worms

te sappia quale sia il pentimento necessario alla purificazione


di ogni peccato, per poter, così, imporre le modalità, ossia du­
rata e luoghi della penitenza. Abbiamo desunto l’intera rac­
colta penitenziale dai brani autentici dei santi Padri, come Gi­
rolamo, Agostino e Gregorio, come pure dai penitenziali di Teo­
doro, Beda e da quello romano.
E poiché è bene che tutti gli uomini giungano alla salvez­
za, noi affidiamo questo penitenziale agli esperti e saggi medici
dell’anima, perché lo possano mitigare. « Nel giudicare sii be­
nevolo, come lo è un padre con i suoi figli » (Sir 4,9-10), ci dice
il libro del Siracide, e san Giacomo aggiunge: « Chi non avrà
misericordia, senza misericordia sarà giudicato » (Gc 2, 13);
la misericordia sovrabbondi nel giudicare. E sant’Agostino in­
vita quanti fanno vera penitenza in digiuni, in pianti, in ele­
mosine e in preghiere a non commettere più i peccati del pas­
sato e a non rimanere in essi, qualora venissero ripetuti *. È
Dio a dirci infatti: « Hai concepito il male? Lo hai fatto? Lo
hai detto? Ti ho sempre perdonato; ma non perdono chi perse­
vera nel male ». Per questo, tu che sei sacerdote, non concede­
re il perdono a quanti continuano a perseverare nel male e sii
severo nel giudicarli in sintonia con le norme stabilite dai Pa­
dri, affinché altri abbiano timore.

9
Con quale modalità va compiuto un anno di penitenza
a pane ed acqua

Dal penitenziale romano. Un anno di penitenza a pane ed acqua


deve svolgersi nel seguente modo: ogni settimana si digiuni a
pane ed acqua per tre giorni: lunedì, mercoledì, venerdì; in
altri tre giorni, ossia martedì, giovedì e sabato, ci si astenga
da vino, birra, carne, lardo, formaggio e uova come pure da
ogni pesce grasso: ci si ciberà di minuscoli pesci, se possibile;
diversamente, e se si vuole, d si ciberà di un solo tipo di pe­
sce, con legumi, verdura e frutta: sarà consentito bere un po’
di birra. Ma le domeniche, quattro giorni dopo Natale e un
giorno dopo l’Epifania, come pure otto giorni dopo Pasqua, al­
* Malgrado espressioni similari ricorrenti in Agostino, non mi è stato possibile
identificare il passo.
110
Penitenziale

l’Ascensione, quattro giorni dopo Pentecoste, come pure nei


giorni di san Giovanni Battista e della Madonna, nelle festività
dei dodici Apostoli, di san Michele, di san Remigio, di tutti i
Santi, di san Martino e nella festività patronale della diocesi, i
penitenti parteciperanno, insieme agli altri cristiani, ai conviti
che si preparano per i poveri e mangeranno e berranno come
loro, anche se in ogni momento eviteranno di ubriacarsi o rim­
pinzarsi a più non posso.

10
Secondo anno di penitenza imposto all’omicida
di un ecclesiastico, al sodomita incallito o al peccatore
contro natura, al responsabile d’un omicidio
perpetrato in chiesa, agli incendiari di una chiesa e a chi
in chiesa commette adulterio o peccati del genere

Dallo stesso penitenziale. La penitenza di questo secondo an­


no va così attuata: si digiunerà fino al tramonto due giorni al­
la settimana — lunedì e mercoledì — dopo di che si potrà
mangiare un po’ di pane secco o legumi essiccati. Inoltre si
sceglierà il cibo tra sostanze cotte, verdura fresca e frutta; sarà
consentito un uso moderato di birra. Il terzo giorno di peniten­
za, il venerdì, lo trascorrerà interamente a pane ed acqua; di­
giunerà inoltre per 3 quaresime: una prima di Natale, un’altra
prima di Pasqua e la terza prima della festività di san Giovanni
Battista. Se quest’ultima non sarà terminata prima di quel gior­
no, la continuerà in seguito. Per tutto il periodo di queste qua­
resime, per due giorni alla settimana si asterrà da ogni cibo
fino all’ora nona, e solamente dopo potrà rifocillarsi, come si
è già detto, con legumi essiccati; ma il venerdì digiunerà tutto
il giorno a pane ed acqua. (Per il resto valga quanto stabilito
nel canone precedente)

11
Incapacità fisica di compiere il digiuno imposto per penitenza

Dallo stesso penitenziale. Chi è in grado di digiunare e assol­


vere quanto prescritto dal penitenziale, ringrazi Dio, perché è
ili
Burcardo di Worms

bene che così faccia. A chi invece si trova nella incapacità fisica
di sostenere il digiuno, proprio perché Dio è buono, diamo al­
tre disposizioni, così che né lui né altri abbiano a disperarsi e
non conseguire la salvezza.

12
Come sostituire un anno di penitenza a pane ed acqua

Dallo stesso penitenziale. Per ogni giorno da trascorrere a pa­


ne ed acqua, il penitente reciti in ginocchio, in chiesa o, diver­
samente, in un luogo conveniente, 50 salmi e dia da mangiare
a un povero; dopo di che gli sarà consentito di prendere come
cibo quel che vorrà, fatta eccezione del vino, della birra e del
lardo.

13
Altre modalità per sostituire la penitenza

Dallo stesso penitenziale. Se il penitente è di costituzione gra­


cile e non gli è possibile rimanere a lungo inginocchiato, se­
gua questa disposizione: reciti, secondo la loro successione, 70
salmi, in una chiesa, oppure, se non è possibile, in altro luogo
conveniente, ma stando in piedi e quasi immobile; dia da man­
giare a un povero e quel giorno mangi quel che vuole, fatta ec­
cezione per il vino, la carne e il lardo.

14

Dallo stesso penitenziale. Farà cosa veramente buona chi, pos­


sibilmente in chiesa, per 100 volte si inginocchierà, vale a di­
re chiederà 100 volte perdono a Dio; se non è possibile in
chiesa, farà altrettanto in privato, ma sempre in un luogo con­
veniente; soltanto dopo, per quel giorno, potrà mangiare quel­
lo che vorrà, eccetto vino, carne e lardo.

ix2
Penitenziale

15

Dallo stesso penitenziale. Chi non conosce i salmi potrà sosti­


tuire la penitenza a pane e acqua di un giorno con 3 denari se
è ricco; se invece è povero, con un solo denaro. E così in quel
giorno mangerà quel che vorrà, fatta eccezione per vino, carne
e lardo.

16

Dallo stesso penitenziale. In sostituzione di un giorno di peni­


tenza a pane ed acqua, il penitente dia da mangiare a 3 poveri,
e per quel giorno mangi quel che vuole, eccetto vino, carne e
lardo. ri

17

Dal medesimo penitenziale. Alcuni sostengono che 20 colpi di


flagello equivalgono a un giorno di penitenza.

18

Come sostituire una settimana di penitenza a pane ed acqua

Dal medesimo penitenziale. In sostituzione di una settimana


di penitenza a pane ed acqua il penitente reciterà, inginocchia­
to in chiesa, 300 salmi; se non sarà possibile in quella posizio­
ne, reciterà, quasi immobile, tutti quanti i 150 salmi per tre
volte, in chiesa o in un luogo conveniente; dopo di che, quel
giorno, potrà mangiare quello che vuole, eccetto vino, carne e
lardo.

19
Come sostituire un mese di penitenza a pane ed acqua

Dal medesimo penitenziale. In sostituzione di un mese di pe­


113
Burcardo di Worms

nitenza a pane ed acqua, il penitente reciterà inginocchiato 1200


salmi. Ma se per svariati motivi non gli sarà possibile recitarli
in quella posizione, li reciti pure seduto o in piedi, ma sempre
in chiesa; diversamente, reciti altrove 1680 salmi. E in ogni
giorno della settimana potrà rifocillarsi, se lo crede o se lo vuo­
le, soltanto verso l’ora sesta; se invece fosse mercoledì o ve­
nerdì, potrà rifocillarsi verso l’ora nona, ma in tutto l’arco del
mese si asterrà da carne, lardo e vino; una volta recitati i salmi
che abbiamo sopra detto, potrà prendere dell’altro cibo.
Queste disposizioni valgono anche per la sostituzione di
un anno di penitenza a pane ed acqua.

20
Come possono sostituire la penitenza di un intero anno
a pane ed acqua coloro che oltre ad essere nella impossibilità
di digiunare non conoscono i salmi

Dallo stesso penitenziale. Chi non conosce i salmi e si trova


nella incapacità fisica di digiunare, al posto di un anno di peni­
tenza a pane ed acqua, darà ai poveri 22 soldi e digiunerà a
pane ed acqua tutti i venerdì dell’anno, come pure digiunerà
tre quaresime: una prima di Pasqua, un’altra prima della festi­
vità di san Giovanni Battista; ma se questa non riuscirà a com­
pletarla, la concluderà in seguito; ed, infine, la terza prima di
Natale. Inoltre valuti quanto verrebbe a spendere per il suo so­
stentamento in questi tre periodi, sia in cibo che in bevande e,
in rapporto al suo tenore di vita, distribuisca in elemosine ai
poveri la metà e supplichi incessantemente Dio, perché le sue
preghiere e le sue offerte siano a lui gradite.

21
Altra possibilità di sostituire la penitenza di un anno
a pane ed acqua

Dal penitenziale di Teodoro. Chi si trova nella incapacità fisi­


ca di digiunare ed osservare quanto prescritto da questo peni­
tenziale, si attenga alle norme stabilite dal papa san Bonifacio *.
* Con uguale attribuzione compare già in Regino 2.454: il brano si legge tra le

114
Penitenziale

In sostituzione di un giorno di digiuno a pane ed acqua, il peni­


tente chieda al sacerdote di celebrargli una messa, a meno che
non vi siano peccati così gravi che debbano essere prima confes­
sati e purificati con lacrime. Egli partecipi con la sua presenza
alla celebrazione della messa e offra personalmente e con devo­
zione il pane e il vino al sacerdote, e risponda, se ne è capace,
ai momenti di preghiera e di saluto del sacerdote e supplichi
con umiltà il Dio onnipotente, perché si degni di accettare, per
mezzo del suo angelo, quanto lui e il sacerdote hanno offerto
per i loro peccati. Quel giorno egli potrà mangiare quello che
vuole, ma senza vino, carne e lardo; e allo stesso modo potrà
sostituire gli altri giorni delPanno.

22
II digiuno può essere sostituito con elemosine

Dallo stesso penitenziale. Se uno eventualmente non è in grado


di digiunare ma ha mezzi per sostituire tale penitenza, offra in
elemosina 20 soldi se è ricco, e così sostituirà 7 settimane di
penitenza; se invece non è così ricco da dare tanto, ne dia la
metà; se poi è effettivamente povero, ne dia 3. Nessuno inol­
tre si scandalizzi se viene imposto all’uno 20 soldi e all’altro
la metà: costa certamente meno al ricco dare 20 soldi che al po­
vero darne 3. Ma ognuno di questi abbia cura di ben pondera­
re a chi o per che cosa elargire la propria elemosina, sia che la
diano per il riscatto dei prigionieri o per la chiesa o per il clero
o per i poveri.

23
Incapacità fisica di alcuni di adempiere
le prescrizioni del penitenziale

Dallo stesso penitenziale. Se uno si trova nella incapacità fisi­


ca di assolvere alla penitenza che abbiamo fin qui esposto, si
comporti in quest’altro modo. Se deve digiunare tre anni di se­
guito, può sostituire la penitenza dando in elemosina 26 soldi
opere di Bonifacio, PL 89, 887-888 come «appendix».

115
Burcardo di Worms

per il primo anno, 20 per il secondo e 18 per il terzo, per un


totale di 64 soldi. Ma chi ha maggior possibilità economiche,
ne deve dare ancor di più: a chi più ha, più sarà richiesto. E
chi ha commesso azioni illecite, deve astenersi anche dalle leci­
te e mortificare il proprio corpo con digiuni, veglie e orazioni
frequenti. Un corpo ben nutrito, infatti, d sospinge al pecca­
to; mortificato, invece, ci riconduce al perdono.

24
Incapacità fisica di digiunare e mancanza di mezzi economici

Dal penitenziale di Beda. Se uno si trova nell’impossibilità di


digiunare e, nel contempo, non ha mezzi economici per sosti­
tuire la sua penitenza, ma in compenso conosce i salmi, allora
al posto di un giorno di digiuno a pane ed acqua, reciterà per
tre volte i salmi che vanno dal « Beati coloro che sono integri
nella via » al « Nella mia angustia » ( = salmi 118 e 119). Per
sei volte reciterà il Miserere e per 70 volte si prostrerà a ter­
ra, recitando ogni volta il Padre nostro. Chi invece non sa i
salmi, potrà riscattare un giorno di penitenza a pane ed acqua
con 100 prostrazioni, recitando ogni volta il Padre nostro.

25
Come sostituire una penitenza settennale

Dal penitenziale romano. Ecco un altro modo per sostituire


questa penitenza: 30 giorni di digiuno con la recita di tutti i
salmi per tre volte, intercalando ogni volta 300 colpi di flagello,
sostituiscono la penitenza di un anno; 48 giorni di digiuno e
la redta dell’intero salterio per tre volte, intercalata dai colpi
di flagello come sopra, sostituiscono la penitenza di altri due
anni.
La recita notturna di 25 salmi, intercalati dascuno dall’in­
vocazione di perdono con 300 colpi di flagello, sostituiscono
due giorni di digiuno.
La recita notturna di 100 salmi, accompagnata dall’invoca­
zione di perdono e da 300 colpi di flagello, sostituiscono tre
giorni di digiuno. Centoventi messe, fatte celebrare con questo
116
Penitenziale

specifico proposito, con l’aggiunta della recita dell’intero sal­


terio per tre volte e di 300 colpi di flagello, sostituiscono un
anno di penitenza; come pure l’elemosina di 100 soldi sosti­
tuisce un anno di penitenza.

26
Rituale per l’imposizione della penitenza pubblica
nel Mercoledì delle Ceneri

Dal concilio di Agde, cap. 9. All’inizio della Quaresima, tutti


i penitenti che hanno o hanno avuto pubblica penitenza si pre­
sentano al loro vescovo, davanti l’entrata della chiesa, rivestiti
di sacco e a piedi nudi, con lo sguardo fisso a terra e proclaman­
dosi colpevoli con il loro atteggiamento. Si troveranno sul luo­
go anche i decani, ossia gli arcipreti delle varie parrocchie, co­
me pure saranno presenti i preti penitenzieri che hanno il com­
pito di vagliare attentamente la condotta di vita dei penitenti
e imporre loro la penitenza in relazione alla gravità delle loro
colpe e secondo precisi criteri prestabiliti. Dopo questi preli­
minari, il vescovo farà entrare i penitenti in chiesa e, prostrato
a terra, in lacrime reciterà con tutto il clero i Sette Salmi pe­
nitenziali, per ottenere così il perdono dei loro peccati. Al ter­
mine di questa preghiera, si rialzerà e imporrà subito le mani
su di loro — come prescrivono i canoni — e li cospargerà con
acqua santa; quindi imporrà loro le ceneri e porrà sul loro ca­
po il cilicio. Infine, con gemiti e sospiri di dolore, dirà solen­
nemente loro che come Adamo venne cacciato dal paradiso ter­
restre, allo stesso modo essi vengono ora cacciati dalla chiesa
a motivo dei loro peccati.
Il vescovo poi si rivolgerà ai suoi ministri, perché allonta­
nino i penitenti dalle porte della chiesa, mentre il clero li ac­
compagnerà con il canto del responsorio « il sudore della tua
fronte »; così che i penitenti, a vedere l’intera comunità cristia­
na rattristata e spaventata per i loro peccati, non abbiano a
considerare la loro penitenza pura formalità. Il Giovedì Santo
si presenteranno di nuovo sulla soglia della chiesa, accompa­
gnati dai loro decani e dal loro sacerdote.

117
Burcardo di Worms

27
Penitenti e imposizione delle mani

Dal medesimo concilio, cap. 7 . 1 penitenti, al momento di chie­


dere la penitenza, ricevano da parte del sacerdote l’imposizione
delle mani assieme al cilicio, così come è stato stabilito. Saran­
no invece respinti se non indosseranno la veste penitenziale e
se non si raderanno i capelli.

28
In forza di quale autorità va comminata la penitenza

Dal concilio di Magonza, cap. 10. I sacerdoti imporranno mo­


dalità e durata della penitenza a chi confessa i propri peccati, in
forza delle direttive degli antichi canoni o della autorità delle
Sacre Scritture o, ancora, in base alla consolidata tradizione
della Chiesa. Quei sacerdoti che di fronte a peccati gravi im­
pongono penitenze irrisorie e strane, « cuciono insieme, come
dice il profeta, e preparano cuscini per ogni gomito e guanciali
per ogni testa » (Ez 13, 18) al fine di accattivarsi le simpatie
di persone di ogni età. La distinzione tra chi deve assolvere la
penitenza pubblicamente o privatamente va comunque mante­
nuta. Chi pubblicamente pecca, infatti, pubblicamente deve es­
sere castigato ed anche scomunicato secondo la prassi canoni­
ca, se gravi sono le sue colpe, per poi essere riconciliato.

29
Colpe diverse implicano penitenza diverse

Dagli scritti di Agostino. Colpe diverse implicano penitenze di­


verse. Anche i medici del corpo, infatti, preparano diverse me­
dicine a seconda che si tratti di ferita o di malanno, di gonfiore
o di cancrena, di miopia o di fratture oppure di ustioni. E al­
trettanto dovranno fare i sacerdoti, che sono i medici dell’ani­
ma: dovranno guarire le malattie spirituali con diversi tipi di
interventi. Ma siccome conoscere davvero tutto, come pure cu­
rare e far guarire, è prerogativa di pochi, esortiamo di cuore
ogni sacerdote di Cristo, che voglia essere esperto, di non fare
118
Penitenziale

nulla di propria iniziativa, ma di attenersi in tutto alle dispo­


sizioni dei canoni e alla tradizione dei Padri, e cerchi di consi­
derare attentamente la posizione sociale di chi ha intenzione di
sottoporsi alla penitenza, uomo o donna che sia: si consideri
la sua età, la sua indigenza, le sue motivazioni, la sua condizio­
ne e la sua persona e persino il cuore stesso del penitente; in
base a tutti questi elementi, da medico saggio qual è, valuterà
ogni situazione specifica come riterrà più opportuno.

30
I molteplici frutti della penitenza

Ancora dagli scritti di Agostino. Molteplici sono i frutti della


penitenza, grazie ai quali noi giungiamo all’espiazione dei no­
stri peccati. Ma la pura e semplice espressione « penitenza »
non ci garantisce di per sé la salvezza eterna, come ci dicono
chiaramente gli Atti degli Apostoli: « Convertitevi e fate pe­
nitenza perché i vostri peccati siano cancellati » {At 3, 19). E
il profeta attesta: « Se pentito piangerai in gemiti, sarai sal­
vo » (Ez 33, 12); ma nessuno in forza del semplice gemito
e della pura e semplice espressione « penitenza » sarà salvato.
Il cumulo dei peccati, invece, viene annientato con una confes­
sione sincera, con l’imposizione penitenziale da parte di un
sacerdote competente, con un amore autentico e con i meriti
ottenuti nell’elargire elemosine.

31
Perché per ogni colpa i canoni
stabiliscono non in modo preciso la durata
e le modalità della penitenza

Dagli scritti di Girolamo. Non sempre i canoni stabiliscono con


la dovuta chiarezza modalità e durata della penitenza per ogni
specifica colpa, e neppure dicono come purificarsi da ogni sin­
golo peccato, ma lo lasciano alla discrezione di un sacerdote ca­
pace. Il perché è semplice: agli occhi di Dio non ha tanto va­
lore la dimensione temporale della penitenza, quanto piutto­
sto l’intensità della contrizione; come pure non ha tanto va­
119
Burcardo di Worms

lore il digiuno in sé e per sé, quanto piuttosto la mortificazione


dei vizi. Per questo i canoni suggeriscono di abbreviare il pe­
riodo di penitenza in rapporto alla fede e alla conversione inte­
riore dei penitenti; come pure ritengono di prolungare quel
periodo se vi fosse negligenza. Ma al di là di questo, per deter­
minate colpe sono stati fissati i criteri di penitenza, in base ai
quali è possibile ima corretta valutazione per le altre colpe, dal
momento che è agevole con quei criteri supporre punizione e
severità che prescriverebbero i canoni.

32
A proposito di quanti vorrebbero abbreviare la penitenza
imposta intensificandola

Dal penitenziale romano. Se ti accorgi che il penitente sta com­


piendo l’espiazione della sua colpa con una intensità quasi esa­
sperata, intervieni subito e inducilo a un po’ di moderazione;
ma se egli ha la capacità di affrontare il digiuno impostogli, non
glielo impedire: anzi, lascialo fare. Merita, infatti, lode chi si
impegna ad attuare fino in fondo la penitenza che gli è stata im­
posta. E tale penitenza è essenzialmente il digiuno che va amato
proprio dal penitente; se egli digiunerà e compirà quanto com­
minatogli dal sacerdote, si purificherà dai suoi peccati; ma se
riprenderà a peccare come in passato, allora assomiglierà al
cane che fa ritorno al suo vomito. Pertanto, ogni penitente non
solo deve osservare il digiuno impostogli dal sacerdote, ma do­
vrà anche in seguito, e per un periodo che riterrà adeguato, con­
tinuare a far digiuni. Se infatti adempirà le prescrizioni del sa­
cerdote, gli verranno perdonati soltanto i peccati confessati; se
invece sceglierà spontaneamente di digiunare, allora si acca­
parrerà una ricompensa e il Regno dei cieli.
Chi per i suoi peccati digiuna una settimana intera, al sa­
bato e alla domenica mangi e beva pure quanto gli verrà of­
ferto, ma si astenga dal rimpinzarsi e dall’ubriacarsi; è dall’u­
briachezza, infatti, che nasce ogni tipo di lussuria. Per questo
san Paolo la probi dicendo: « Non inebriatevi con vino, nel
quale è ogni sfrenatezza » (Ef 5, 18); non nel vino in sé è sfre­
natezza ma nell’ubriacarsi.

120
Penitenziale

33
I sacerdoti condividano la sorte dei penitenti
digiunando e pregando

Dal penitenziale di Teodoro. Ogni volta che i fedeli si acco­


stano alla penitenza, noi imponiamo loro digiuni; dovremmo
anche noi condividere la loro sorte digiunando una, due o più
settimane o quanto possiamo perché a noi non si dica quanto
disse il Signore ai sacerdoti giudaici: « Guai a voi, dottori del­
la legge, che aggravate gli uomini con pesi insopportabili, men­
tre voi neppure con un dito li spostate » (Le 11, 46). Nessuno
può aiutare a risollevarsi chi cade sotto un peso, se non si chi­
na a tendergli la mano, e nessun medico può curare le piaghe
delPammalato, se non viene a contatto con quei fetori. Allo
stesso modo nessun sacerdote o vescovo può curare le ferite
dei peccatori, né sradicare dall’animo i loro peccati, se non of­
fre la sua premura e la sua preghiera fatta di pianto. Fratelli
carissimi, proprio perché siamo gli uni membra degli altri, im­
pellente deve farsi la vostra sollecitudine per i peccatori. Dun­
que, anche noi se vediamo un nostro fratello languire nel pec­
cato, siamo solleciti con i nostri insegnamenti nell’invitarlo
alla penitenza. Ogni volta che al peccatore darai ammonimenti,
imponigli subito la penitenza: per quanto tempo dovrà digiu­
nare o come riscattare i suoi peccati con l’elemosina; e tieni
presente quanto il penitente ti ha già confessato: che egli non
debba ancora arrossire nel confessare nuovamente i suoi pec­
cati ed essere così ingiustamente trattato.

34
L ’uomo pecca talvolta per passione talvolta per fragilità

Dal concilio di Chalon-sur-Saóne, cap. 32. Abbiamo anche in­


dividuato un’altra situazione deprecabile che va assolutamente
corretta. Nel confessare al sacerdote i propri peccati, alcuni fe­
deli non li manifestano in modo esaustivo. Ora, proprio per­
ché sappiamo che l’uomo è costituito da due elementi essen­
ziali, ossia dell’anima e del corpo, ne consegue che si commet­
te peccato ora per passione ora per fragilità. Per questo, allora,
i peccati devono avere una approfondita analisi, in modo che
121
Burcardo di Worms

la confessione risulti esaustiva, vale a dire esternando sia i pec­


cati commessi in opere che quelli commessi in pensieri. Chi
confessa i propri peccati va educato a manifestare le mancan­
ze connesse agli otto vizi capitali, senza i quali è ,difficile vive­
re quaggiù: è per suggestione di questi che si pecca in pensie­
ri o, il che è ancor più grave, in opere. L ’odio, l’invidia, la su­
perbia e altri simili mali dell’anima quanto più subdolamente
sono latenti, tanto più devastano l’anima.

35
La penitenza venga imposta senza favoritismi

Dal concilio di Cartagine, cap. 74. Il sacerdote imponga la pe­


nitenza a chi la implora senza troppe preferenze per la persona.

36
'Peccati gravi commessi in segreto

Dagli scritti di Agostino. Se uno ha commesso una colpa grave


in segreto e in segreto l’ha manifestata al sacerdote, dovrebbe
subire la stessa pena canonica che meriterebbe se la colpa gra­
ve fosse divenuta notoria. Proprio perché il peccato rimane un
fatto privato, il sacerdote gli suggerisca un comportamento
proficuo alla salvezza della sua anima, con una penitenza in se­
greto: ossia, confessi con sincerità di cuore il suo grave peccato
e cerchi di emendarsene con digiuni, elemosine, veglie ed ora­
zioni, e abbia così la speranza di giungere al perdono per la mi­
sericordia di Dio.

37
Va mantenuta la distinzione tra pubblico penitente e non

Dal concilio di Magonza, cap. 21. La distinzione tra chi ha l’ob­


bligo di compiere la penitenza pubblica e chi, invece, la deve
compiere in privato, va mantenuta.

122
Penitenziale

38
A proposito di quanti non si curano di compiere
vera penitenza

Dal concilio di Cartagine, cap. 75. Coloro che si mostrano in­


curanti di compiere la penitenza loro imposta, saranno riam­
messi ancor più tardi nella comunità ecclesiale.

39
I sacerdoti accolgano con grande gioia
chi di cuore si pente
Dagli scritti di san Basilio vescovo. Chi di cuore si pente deve
essere accolto come ci ha insegnato il Signore, quando ci dice:
« Convocò gli amici e i vicini e disse: Gioite con me, perché
ho ritrovato la pecorella che avevo smarrita » (Le 15, 6).

40
Il vescovo imponga a sua discrezione la durata
della penitenza in base alla gravità dei peccati
Dal concilio d’Africa, cap. 10. Il vescovo, a sua discrezione,
stabilisca per i penitenti la durata della penitenza stessa, a se­
conda della gravità dei loro peccati. Nessun sacerdote osi ricon­
ciliare tm penitente all’insaputa del vescovo, a meno che non
intervenga un caso di impellente necessità durante l’assenza del
vescovo. Proprio perché il suo peccato ha avuto vasta risonan­
za e ha inoltre turbato l’intera comunità ecclesiale, al pubbli­
co penitente vengano imposte le mani davanti all’abside del­
l’altare maggiore.

41
È possibile essere riammessi alla comunione durante
la pubblica penitenza se veramente contriti

Dal concilio di Laodicea, cap. 2. A coloro che, pur avendo com­


messo molteplici peccati gravi, si sono radicalmente allontanati
dal male e sono perseveranti nella preghiera, per la misericor-
123
Burcardo di Worms

dia e bontà di Dio sia concessa la comunione, anche se non


hanno ancora concluso il periodo della loro penitenza.

42
Con quale amore fraterno vanno corretti e sorretti
i peccatori perché non abbiano a cadere nelle insidie
del demonio e nella disperazione
Dalla lettera di papa Callisto. Non abbandoniamo chi, in qual­
siasi modo, abbia gravemente peccato, ma correggiamolo, co­
me ci dice l’apostolo Paolo, con amore fraterno: « Se uno è
stato sorpreso in qualche delitto, voi che siete spirituali cor­
reggetelo con dolcezza; guàrdati dal cadere in tentazione; por­
tate i pesi gli uni degli altri, e in tal modo adempirete la legge
di Cristo » {Gal 6, 1-2). D’altra parte il santo profeta Davide
fece penitenza per i suoi delitti mortali, eppure conservò la sua
funzione regale; anche san Pietro versò lacrime di grande ama­
rezza, quando si pentì d’aver rinnegato il Signore, ma conti­
nuò ad essere apostolo. Il Signore, inoltre, per bocca del pro­
feta, fa una promessa ai peccatori e dice: « In qualsiasi giorno
il peccatore si convertirà con lacrime, mai più ricorderò le sue
iniquità » (Ez 33,11-13). Si sbagliano, pertanto, quanti ritengo­
no che un sacerdote dopo un grave peccato, se avrà fatto adegua­
ta penitenza, non possa più essere un ministro del Signore ed es­
sere reintegrato nelle sue funzioni, se in seguito avrà condotto
una vita santa e mantenuto illibato il suo sacerdozio. Quanti
sono di questa opinione non soltanto sbagliano, ma danno an­
che l’impressione di voler vanificare e sottrarre le chiavi che
alla Chiesa sono state affidate e a proposito delle quali è stato
detto: « Qualunque cosa scioglierai in terra, sarà sciolto anche
nei cieli » (Mt 16,19). Dei due l’ima: o l’espressione non è del
Signore, oppure non è vera. Noi invece, e senza dubbio alcuno,
siamo convinti che sia i sacerdoti del Signore come pure tutti i
cristiani, possano essere reitegrati nelle loro funzioni dopo ade­
guata espiazione, proprio perché ad attestarlo è il Signore per
bocca del profeta: « Forse che chi giace non risorgerà? Chi ha
smarrito la via, non la ritroverà? » (Ger 8, 4). Così pure in un
altro passo il Signore dice: « Non voglio la morte del pecca­
tore, ma che egli si converta e viva » (Ez 33, 11). E il profeta

124
Penitenziale

Davide, mentre espiava la colpa, disse: « Rendimi la gioia del­


la tua salvezza e rinfrancami con il tuo potente spirito » {Sai
50,14), e dopo aver assolto la sua penitenza ritornò ad istruire
gli altri e a offrire a Dio un sacrificio, lasciando un esempio a
quanti nella Chiesa hanno il compito di insegnare: anche se
avessero gravemente peccato, essi mantengono ancora la pre­
rogativa e di insegnare e di offrire il sacrificio, purché abbiano
compiuto una adeguata penitenza.

43
Se è possibile reintegrare nelle loro funzioni i chierici
in « sacris » che abbiano commesso gravi colpe

Dal Registro di papa Gregorio. Lettera al servo di Dio Secon­


dino, il « recluso ». L ’amabilità tua mi chiede di formulare una
risposta in merito alla reintegrazione nel ministero sacerdotale
di un chierico dopo una colpa grave, dal momento che sostieni
d’aver letto sull’argomento canoni che non sono per nulla omo­
genei nelle loro direttive e opinioni che sono discrepanti: se­
condo alcune di queste la reintegrazione sarebbe possibile, se­
condo altre, invece, no e in modo tassativo. Ora, se noi esami­
niamo i primi concili da tutti accolti, come i 4 concili ecumenici,
a partire da quello di Nicea, ci accorgiamo che essi esprimono
ima posizione univoca, ed è per questo che noi seguiamo quei
Padri e vogliamo essere in sintonia con la loro dottrina che è
sacra per ispirazione divina.
A partire, dunque, dal vertice del clero che ha ricevuto il
sacramento dell’orcQne, fino al quarto grado, noi sappiamo che
va mantenuta la seguente norma: come chi si trova in un gra­
do superiore precede chi si trova nel grado inferiore, così deve
essere per le colpe: a colpa maggiore deve corrispondere peni­
tenza maggiore. In tal modo si potrà ritenere che la penitenza
abbia conseguito i suoi obiettivi. Che senso avrebbe seminare
il grano per non raccoglierne i frutti; oppure, costruire una ca­
sa per non abitarvi? Noi crediamo che a seguito di una peni­
tenza adeguata sia possibile la reintegrazione nelle funzioni ec­
clesiastiche; è il profeta a dirci: « Forse che chi cade, non ri­
sorgerà? O chi ha smarrito la via, non la ritroverà? » {Ger 8,4).
125
Burcardo di Worms

E rivolgendosi al peccatore dice ancora: « In qualsiasi giorno


ti convertirai con lacrime, tu sarai salvo » (Ez 33, 12). E anco­
ra l’autore del salmo dice: « Creami un cuore puro o Dio, e nel
mio intimo rinnova uno spirito retto. Non scacciarmi dalla tua
presenza e non togliermi il tuo santo spirito » (Sai 50, 12). E
nel chiedere a Dio di non cacciarlo per le colpe del suo peccato,
fu colto da tremenda paura per aver preso la moglie di un al­
tro, lui che era re e profeta; e mentre espiava nella penitenza
il delitto indicatogli dal profeta, aggiunse: « Rendimi la gioia
della tua salvezza e rinfrancami con il tuo potente spirito »
(Sai 50,14). Se Davide non avesse compiuto una penitenza ade­
guata agli occhi di Dio, non avrebbe mai potuto predicare agli
altri. Aiggiunge infatti: « Agli empi indicherò le tue vie, ed
essi a te faranno ritorno » (Sai 50, 15). Soltanto quando il pro­
feta vide che i suoi peccati erano stati purificati nella peniten­
za, non esitò a fustigare i peccati altrui con la predicazione, e
desiderò offrire a Dio un sacrificio di se stesso dicendo: « Sa­
crificio a Dio è un cuore contrito » (Sai 50, 19). Sarebbero suf­
ficienti queste testimonianze per risponderti a quanto mi chie­
di; ma ogni mia espressione diventa ancor più facilmente cre­
dibile, se trova una conferma nella Sacra Scrittura. È del pec­
catore che il profeta parla quando dice: « Non voglio la morte
del peccatore, ma che si converta e viva » (Ez 33, 11), e con
questo si dice a chi commette colpe: « In qualsiasi giorno il
peccatore si convertirà con lacrime, tutte le sue iniquità saran­
no dimenticate » (Ez 33, 11-13). E se il nostro Redentore, che
è venuto non per condannare ma per salvare i peccatori, vuol
dimenticare i loro delitti, chi tra gli uomini avrà il coraggio di
mantenere in vigore la condanna, quando anche l’apostolo Pao­
lo ci dice: « Se Dio giustifica, chi è che potrebbe condannare? »
(Rm 8, 33-34). Proprio perché riandiamo alla sorgente del per­
dono, vogliamo usare l’espressione evangelica: « Avrò più
gioia — dice il Signore — per un peccatore che fa penitenza,
che per novantanove giusti che non ne hanno bisogno » (Le
15, 7). Inoltre, sulle sue stesse spalle riportò all’ovile la peco­
rella smarrita, mentre lasciò nell’ovile le novantanove pecore
che non avevano tralignato. Se la pecorella errante e ritrovata
viene portata all’ovile sulle spalle, per quale motivo chi ha gra­
vemente peccato non potrebbe essere reintegrato nel ministe­

126
Penitenziale

ro ecclesiastico dopo la penitenza? È più grave commettere un


peccato sessuale, da cui ben pochi sono esenti, oppure rinnega­
re per paura il figlio di Dio? E noi sappiamo che proprio in
questo peccato è incorso Pietro, il capo degli Apostoli, presso
il cui corpo, seppur indegnamente, noi abbiamo la nostra sede.
Lo rinnegò, ma si pentì; e, pentitosi, ebbe il perdono. Chi gli
predisse il suo rinnegamento, non lo scacciò dalla sua funzione
di apostolo.
Queste citazioni, figlio carissimo, ti siano sufficienti e non
esitare a credere che non ottenga il perdono agli occhi di Dio
chi vedi purificare nel pianto i propri peccati. Nessun peccato­
re, se veramente pentito, può essere rifiutato da chi è venuto
a salvare i peccatori con il suo sangue. D’altro canto, anche
sant’Agostino *, indirizzando un trattato sulla fede al diacono
Pietro dice: « Nel corso di questa vita per ogni uomo esiste la
possibilità di una penitenza salutare, e in qualsiasi momento
la compia, per quanto malvagio e incallito nel peccato possa
essere, otterrà un pronto perdono di tutti i suoi peccati se ri­
nuncerà nell’intimo del proprio cuore a tutte le mancanze del
passato e per queste verserà lacrime vere e interiori agli occhi
di Dio e se cercherà di cancellare le colpe della sua malvagità
con opere buone. Lo promette a noi il Signore quando dice, per
bocca del profeta: « Se ti convertirai e piangerai, sarai salvo »
(Is 30, 15), come pure in un altro passo ci dice: « Figlio, hai
commesso peccato? non farne più, e chiedi perdono anche per
quelli del passato » {Sir 21,1). Non sarebbe giustificabile la sup­
plica del peccatore, se egli non avesse la possibilità di ottenere
il perdono dei suoi peccati. Inoltre, utile è al peccatore la sua
penitenza, se la compie in seno alla Chiesa cattolica: ad essa
Dio, nella persona di Pietro, ha concesso il potere di sciogliere
e legare, dicendo: « Tutto quello che legherai sulla terra, sarà
legato anche nei cieli, e tutto quello che scioglierai sulla terra,
sarà sciolto anche nei cieli » (Mt 16, 19).
Se l’uomo dunque in qualsiasi istante della sua esistenza,
farà vera penitenza per i suoi peccati e se, illuminato dalla
luce divina, cambierà il suo stile di vita, non gli verrà negata
la grazia del perdono. Dio, infatti, come dice per bocca del prò-
* Sotto il nome di Agostino era diffusa un’opera di Fulgenzio di Ruspe, De fide
ad Vetrum, (CCL 91 A.709-760).

127
Burcardo di Worms

feta, non vuole la morte di ehi sta per morire, ma piuttosto che
abbandoni il cattivo sentiero, e che la sua anima viva (cfr. Ez
33, 11). Nessun uomo, tuttavia, pur fiducioso nel perdono di
Dio, deve rimanere più a lungo nel peccato, allo stesso modo
che nessuno, nella speranza di ima guarigione futura, vorreb­
be rimanere più a lungo ammalato. Chi, infatti, non si dà pen­
siero di allontanarsi dalla sua malvagità e si attende il perdono
divino, viene talvolta colto di sorpresa dall’ira improvvisa di
Dio, senza avere, così, né il tempo per convertirsi, né la grazia
del perdono. Per questo la Scrittura esorta ciascuno di noi con
le parole: « Non indugiare a far ritorno al Signore, non rinvia­
re di giorno in giorno il tuo ritorno; all’improvviso sopraggiun­
gerà la sua ira, e nel giorno della vendetta sarai annientato »
(Sir 5, 8-9). Il santo profeta Davide ci dice ancora: « Se oggi
ascoltate la sua voce, non indurite il vostro cuore » (Sai 94.8),
e con lui è in sintonia l’apostolo Paolo, quando afferma: « Cer­
cate, fratelli, che non vi sia in alcuno di voi un cuore perverso
e crudele che lo allontani dal Dio vivo; ma esortatevi a vicenda,
ogni giorno, finché riusciamo a dire « oggi », e nessuno di voi
si indurisca, ingannato, nella seduzione del peccato » (Eh 3,
12-13). Vive con un cuore indurito chi non si converte, perché
senza speranza nel perdono, ma anche chi, fiducioso nel perdo­
no divino, con pervicacia vive nei suoi peccati fino agli ultimi
suoi giorni. Per questo, noi che vogliamo il perdono e temia­
mo la giustizia, non dobbiamo né perdere la speranza nel per­
dono dei nostri peccati, né continuare a vivere nella colpa, ben
consapevoli che la giustizia del giustissimo giudice sarà molto
severa nei confronti di quei peccati che la misericordia del Re­
dentore clementissimo non perdona. Come infatti la misericor­
dia accoglie e perdona chi si converte, così la giustizia scaccerà
e punirà gli ostinati, vale a dire quanti commettono peccato
contro lo Spirito Santo: essi non otterranno il perdono né in
questa vita né in quella futura » *.
Anche Isidoro, vescovo di Siviglia, ad una precisa doman­
da del vescovo Masone, risponde sull’argomento nei seguenti
termini: « Per quanto, poi, concerne quel che nel sèguito
della tua lettera mi dici, venerabile fratello, sappi che in prò-

* Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Vetrum, 39-41 (CCL 91A.737-739).

128
Penitenziale

posilo non vanno interpretati in maniera contradditoria i de­


creti conciliari, anche se è vero che in un passo si attesta che
il chierico, per colpe sessuali, può essere reintegrato nelle sue
funzioni dopo la penitenza, mentre in altro si afferma che non
è assolutamente possibile, anche in seguito a penitenza, la sua
reintegrazione per un simile peccato; come altrove si legge che
dopo tm simile reato non si possono più usufruire i privilegi
della precedente funzione. La apparente contraddizione va pun­
tualizzata con quanto segue. La disciplina canonica ha decre­
tato la reintegrazione nelle sue funzioni ecclesiastiche per chi
vi abbia premesso adeguata penitenza o salutare confessione.
Per chi invece non soltanto non si ravvede dalla sua dissolu­
tezza, ma farneticante nella sua temerarietà, tenta di giustifi­
care, quasi fosse un suo diritto, quella colpa sessuale, allora sì
che per costui non vi può essere né reintegrazione nelle sue
funzioni né riammissione alla comunione » *.
Ecco dunque risolto il dilemma; ne consegue, allora, che
chi ha ottenuto la riconciliazione con Dio misericordioso me­
diante la penitenza, sarà reintegrato nelle sue funzioni; ed è
giusto che uno, cui si riconosce d’aver ottenuto il rimedio per
la vita, abbia anche la riammissione alla precedente funzione. E
perché in merito non vi sia più alcuna incertezza, si prenda a
testimone la Sacra Scrittura. Il profeta Ezechiele, infatti, con
l’immagine della infedele Gerusalemme ci dice come sia possi­
bile — dopo adeguata penitenza — il ripristino della antica
funzione: « Arrossisci di vergogna, o Giuda, e porta la tua
vergogna » (Ez 16, 52), e più oltre: « Tu e le tue figlie torna­
te indietro dalla vostra iniquità » (Ez 16, 55). Con l’espres­
sione « arrossisci di vergogna » ci indica che dopo un atto pec­
caminoso, vale a dire vergognoso, ciascuno di noi deve arrossi­
re e sprofondare nella polvere il proprio volto, macchiato dal­
la vergogna, per aver commesso ignominiose azioni. E ancora
comanda a ciascuno di portare la propria vergogna, piangendo
in umiltà il proprio peccato. Solamente così sarà possibile, se­
condo la parola del profeta, essere reintegrati nella preceden­
te condizione.

* Isidoro di Siviglia, ep. 4.2-3 (PL 83.899).

129
Burcardo di Worms

44
Uanima è degna di pianto perché è più nobile
di molti popoli e vale più di molte città.
Mai disperare del perdono

Brani tratti dal cap. 59 dell’opuscolo di Giovanni di Costan­


tinopoli a Teodoro. « Chi verserà sul mio capo acqua, e chi da­
rà ai miei occhi una fonte di lacrime? » (Ger 8, 23). Potrei as­
sai meglio usare io quest’espressione ora che non il profeta al­
lora. Anche se non piango per numerose città, né per interi po­
poli, tuttavia io piango per un’anima che è più nobile di molti
popoli e che vale più di molte città. Se infatti uno solo che
compie la volontà di Dio, ha più valore di un gran numero di
malvagi (Sir 16, 3), certamente tu un giorno valevi di più di
molti Giudei. Nessuno, dunque, si stupisca se mai io ricorrerò
ora a nenie di dolore più lunghe e verserò lacrime più amare
di quelle del profeta. Non piango, infatti, come dicevo, la di­
struzione di una città conquistata, né la prigionia di un misere­
vole popolo: io piango e lamento invece il peccato di un’ani­
ma grande, la distruzione del tempio nel quale Cristo abitava.
E questo lamento per un’anima grande che io piango, è tanto
più duro e amaro quanto più è vero. Per questo piango senza
fine, perché ti conosco; e senza fine piangerò, fino a quando
sarà vivo il tuo ricordo. Fino a quando non ti vedrò esultare
nuovamente di gioia per aver raggiunto lo splendore di un tem­
po? Anche se questo sembra impossibile agli uomini, tuttavia
tutto è possibile a Dio (Mt 19, 26): è lui che da terra solleva
il misero e dal letame il povero, per farli sedere con i capi del
suo popolo; è lui che rende la sterile madre ricca di figli (Sai
112, 7-9). Non dubitare e non disperare di poter tornare ad
essere migliore. Se il diavolo ha avuto il grande potere di spro­
fondarti nel vortice del peccato dalla splendida altezza delle
virtù in cui ti trovavi, quanto più grande sarà la potenza di
Dio per farti tornare a quelle altezze; e non soltanto ti reinte­
grerà nella precedente funzione, ma ti renderà ancor più felice
di quanto sembravi un tempo. L ’unica condizione è che tu non
ti abbatta e che tu non recida la speranza di compiere il bene.
Che non ti succeda, te ne prego, come agli empi: non è la mol­
titudine dei peccati ad indurre nella disperazione la tua anima,
130
Penitenziale

ma l’essere empio. Sono gli empi a disperare della salvezza, non


i peccatori. Per questo la bontà divina ci promette: « Ci sarà
più gioia in cielo al cospetto degli angeli di Dio per un pecca­
tore » (Le 15, 10), e altrove: « A dii è saldo minaccia il casti­
go se cadrà nel peccato, ma a chi vi è caduto promette il per­
dono, perché abbia il desiderio di risollevarsi ». Atterisce gli
uni, perché non siano presuntuosi nella loro virtù; incoraggia
gli altri, perché non si disperino nei loro peccati. Se sei giusto,
abbi timore; se sei peccatore, chiedi l’aiuto per risollevarti. E
come un grande masso, posto sul collo dell’anima, costringe
questa a guardare per terra, e non consente di elevare gli oc­
chi verso l’alto, a Dio, così è il peso di un’anima nobile, come
dice il profeta: « Come gli occhi di ima serva alla mano della
sua padrona, così sono gli occhi nostri al Signore Dio nostro,
fino a quando avrà pietà di noi » (Sai 122, 2). La donna del
Vangelo che ha ritrovato la dracma perduta, chiama amiche e
vicine perché si rallegrino con lei (Le 15, 9). Ma anch’io
chiamerò gli amici tuoi e gli amici miei, e supplicherò i nostri
vicini di riunirsi non per gioire ma per piangere con me; non
per rallegrarsi ma per gemere e innalzare insieme lamenti al
cielo, e dirò loro: « Innalzate con me, o amici, grida di dolo­
re; piangete e versate gran pianto, non perché ho perduto una
ingente quantità d’oro o un gran numero di talenti d’oro, ma
perché un amico, più caro di tutti questi beni e più prezioso
di tutto l’oro e di tutte le gemme, è caduto — e non so come —
nell’abisso della perdizione e ne è travolto.
Non disperarti del tuo peccato, per non essere ancor più
debole. Chi infatti non ha fiducia in altri ottiene il perdono;
ma non l’otterrà chi dispera in se stesso, quasi non fosse più
padrone del proprio volere. Come l’anima, una volta che ha
disperato della propria salvezza, non si rende più conto come
e dove sia caduta, così quelli che si disperano diventano insop­
portabili e corrono verso ogni malvagità. Svegliati, svegliati, te
ne prego; torna in te una buona volta e rigetta questa satanica
pazzia. Abbi compassione per coloro che si trovano nella tua
stessa disperazione per colpa tua: essi credono che non sarà
possibile seguire la via della virtù, se non vedranno te farvi
ritorno. Pensa quanta tristezza gravi sulla schiera dei fratelli
cristiani, quale compiacenza ed allegria vi siano tra gli infedeli,

131
Burcardo di Worms

e quale freno sia venuto loro meno per non incorrere nei vor­
tici della lussuria. Non ci sarà, in seguito, più nessuno che, ca­
duto in una colpa qualsiasi, desideri prontamente riaversi ed
espiare prontamente il suo peccato.

45
Nostro sostegno morale per il fratello ferito dal peccato

Dal cap. 60 dell’opera di Giovanni di Costantinopoli allo stesso


Teodoro a proposito del peccato di Baccario. Dov’è quella mi­
sericordia cristiana che il nostro Maestro ci ha insegnato es­
sere migliore del sacrificio? (Mt 9, 13) Ecco, un nostro fra­
tello, colpito dal nemico, giace per terra, forse ancora in vi­
ta; eppure voi ve ne allontanate, come se nulla fosse, e neppu­
re vi preoccupate di recare lenimento alla sua ferita. Non siate
così presuntuosi, fratelli: il nemico ha colpito il migliore per
poter assalire più facilmente gli altri. Perché, dunque, guarda­
te con disprezzo il ferito? Perché lo considerate ormai morto?
Meglio di voi si comportò la concubina di Saul, la figlia di Re-
spa, che vegliò i corpi dei caduti uccisi da Davide per vendet­
ta contro i Gabaoniti: lei, cinta di sacco, vale a dire di cilicio,
li ha costuditi finché dal cielo non scendesse la rugiada, ossia fi­
no a quando non giungesse dal cielo un raggio della divina
misericordia per il loro perdono (2 Sam 21, 10). Meglio
di voi si comportò Giuda Maccabeo che ritenne suo dovere ef­
fondere preghiere anche per quei fratelli defunti che i riprove­
voli doni idolatrici della città di Lamia avevano pervertiti (2
Mac 12, 38-46). Ma che senso ha per il nostro medico, il Si­
gnore, tenere negli scaffali, insieme ai libri, una gran quantità
di medicine, se nessuna di queste ha il potere di guarire le fe­
rite infette dal nemico? O, se preferite, apriamo la storia della
nostra salvezza e fin dalle prime pagine cerchiamo la voce « fe­
rita » e i suoi diversi tipi di rimedi; ed ecco che subito si pre­
sentano a noi i nostri progenitori colpiti dal dente avvelenato
del serpente; essi non furono condannati subito alla morte, ma
espulsi dalla bellezza del paradiso, ossia dalla sicurezza della
Chiesa e dalla partecipazione all’Eucarestia.

132
Penitenziale

46

Dal medesimo autore. Come vedi, tutti siamo contagiati dal


peccato. Non ricopriamo, te ne supplico, mio carissimo, di pie­
tre il fratello che è precipitato nel baratro del peccato, irretito
com’era dal demonio. Imitiamo l’Etiope che con l’aiuto di tren­
ta uomini e con una fune di consunti stracci liberò Geremia
dalla profondità d’una cava, dove un re malvagio l’aveva get­
tato (Ger 38, 7-13). Sii misericordioso verso chi ha pecca­
to, come pure verso la sorte degli sventurati. Stendi la mano
verso il fratello che giace prostrato e confuso nella vergogna
del peccato, e che non osa alzarsi e sollevare i suoi occhi. Porta
a compimento la legge di Mosé. L ’asino di tuo fratello si è
schiantato sotto un peso (Es 23, 5): come a dire che la sua
fragilità è stata vinta dal peccato. Chinati su di lui: stendi­
ti fino a terra e sollevalo dalla sua caduta. Perché ti vergogni
di avvicinarti al peccatore? Osserva chi dice: « Non voler es­
sere giusto a tutti i costi » (Qo 7, 16). Il nostro Maestro non
soltanto ritenne giusto prendersi cura di chi fu assalito dai pre­
doni, ma lo condusse in un luogo sicuro, al suo ovile (Le
10, 30). Anche tu, allora, raccogli il fratello ferito da quel pre­
datore che è il demonio: portalo dal custode dell’ovile, ossia
dal vescovo; e se egli gli dedicherà le sue cure, tu ne avrai un
merito grande dal Signore.

47

Ancora dal medesimo autore. Il Vangelo ci dice: « Se tuo fra­


tello ha peccato contro di te, correggilo. Se ti ascolterà, l’avrai
guadagnato » (Mt 18, 15), e attieniti al seguito della narrazio­
ne evangelica. Rifletti sul significato dell’espressione: « Non
gioiscano i figli degli incirconcisi » (2 Sam 1, 20), vale a
dire coloro che vivono nella mondanità, nell’errore e nel paga­
nesimo. Essi si rallegrano al sentire che un soldato di Cristo è
caduto nel vizio. Ecco perché va tenuto nascosto il peccato,
mentre bisogna far ricorso alla penitenza. Noi offriamo le ben­
de della consolazione e la medicina della speranza divina. Ma
il peccatore, che pure ha confessato la sua colpa, sia prigionie­
133
Burcardo di Worms

ro della sua vergogna nell’intimo del suo cuore e venga corro­


so dal tarlo del rimorso; tenga sigillate in se stesso le sozzure
del suo peccato, fino al giorno in cui non esali più il fetore di
quella vergogna.

48

Dalla lettera di Giovanni di Costantinopoli a Teodoro. Ma co­


me possiamo perdere la fiducia nel perdono del Signore? Egli
persino il Faraone ha cercato di convertire: « Ho fiaccato le
braccia del Faraone d’Egitto, ma egli non chiede di essere gua­
rito e di riavere la forza per impugnare la spada » (Ez 30, 21),
e non volle assolutamente pentirsi.
Il grande Salomone, che ebbe il dono di essere associato
alla sapienza di Dio, non solo si abbandonò a donne straniere,
avvinghiato dai lacci della passione, ma si macchiò persino del
tremendo peccato di idolatria, innalzando una statua al dio dei
Moabiti, Catmos. Ma per aver riconosciuto nella predicazione
del profeta il suo peccato non si allontanò mai dal perdono di
Dio, anche se tu mi potresti obiettare che né nel Nuovo Testa­
mento né nel Vecchio trovi che Salomone si sia pentito e ab­
bia ottenuto il perdono.

49
Nessuno dopo pubblica penitenza
può essere ammesso a far parte del clero

Dal decreto di papa Siricio, cap. 14. Ci è parso utile anche


stabilire la seguente norma: come a nessun chierico è consen­
tito sottoporsi a pubblica penitenza, così non è consentito a
nessun laico, anche dopo la penitenza pubblica e la riconcilia­
zione, accedere alle cariche ecclesiastiche. Se è pur vero che es­
si sono stati purificati da ogni contagio di peccato, è anche vero
che non devono assumere nessuna carica per l’amministrazione
dei sacramenti, per essere stati per troppo tempo ricettacolo di
vizi.

134
Penitenziale

50
Vosinone di papa Gelasio
di fronte ai colpevoli di gravi colpe

Dal decreto di papa Gelasio, cap. 18. Siamo venuti, inoltre,


a conoscenza che uomini invischiati in tremendi peccati, non
soltanto, e senza ritegno alcuno, non si sottopongono a pubbli­
ca penitenza per le loro nefandezze, ma hanno persino l’ardire
di aspirare all’ufficio e all’onore ecclesiastico, senza neppure
correggersi nel loro intimo, e che chierici, rei di gravi colpe,
non vengono allontanati dal loro ministero, nonostante che san
Paolo ci scongiuri nel dire: « Non imporre con troppa fretta
le mani a nessuno e non associarti ai peccati degli altri » (1 Tm
5, 22); come pure le sacre disposizioni della tradizione sanci­
scono che vanno allontanati dal ministero, che hanno consegui­
to illegittimamente, quanti in passato abbiano notoriamente
commesso gravi peccati, così pure deve essere per quanti, in­
curanti della loro sacra funzione, abbiano calpestato i doveri
del loro stato.

51
Falsi pellegrinaggi penitenziali

Dal concilio di Chalon-sur-Saóne, presente l’imperatore Carlo,


cap. 45. Sbagliano, e di molto, quei penitenti che si recano a
pregare, senza la dovuta disposizione d’animo, nei santuari di
Roma o di Tours o altrove. Ci sono sacerdoti, diaconi e altri
ecclesiastici che pur continuando a condurre una vita riprove­
vole, pensano di essere purificati dai loro peccati, raggiungen­
do semplicemente quei luoghi. Non di meno, ci sono dei laici
che ritengono di peccare o di aver peccato impunemente per
il fatto che vanno spesso a pregare in quei luoghi. E ancora ci
sono dei funzionari del regno che con il pretesto di un pellegri­
naggio a Tours o a Roma, fanno del commercio per interessi
personali e opprimono un gran numero di poveri. E tutto que­
sto per pura cupidigia, anche se danno a vedere di recarsi a
pregare nei santuari. Ma vi sono anche dei poveri che affron­
tano un pellegrinaggio per avere una possibilità in più di men­
dicare, e tra questi vanno annoverati coloro che, vagabon­
135
Burcardo di Worms

dando in diversi luoghi fanno finta di recarsi a un determi­


nato santuario; né mancano persone così stolte da ritenere
che la sola visita a quei santuari possa purificarle dai loro
peccati, senza pensare invece a quanto dice san Girolamo:
« Non l’aver veduto Gerusalemme, ma l’essere vissuto santa­
mente a Gerusalemme merita lode » *. Per porre rimedio a
questi abusi si vorrebbe un intervento dell’imperatore.
Merita invece la nostra approvazione l’atteggiamento di
pietà di quanti, confessati i loro peccati ai sacerdoti della loro
diocesi e avute da essi le modalità per assolvere la loro peni­
tenza, desiderano compiere un pellegrinaggio alle tombe degli
Apostoli o di altri santi, con incessante preghiera, facendo ele­
mosine, conducendo una vita irreprensibile e santa.

52
II peccatore si rialzi ogni volta che cade

Dalle massime dell’eremita Sosio. Un giorno, un fratello chie­


deva con insistenza all’abba Sosio: « Padre, sono caduto nel
peccato. Che posso fare? » E questi rispondeva: « Alzati! »
Anche quando quello gli confessò d’essersi sì rialzato, ma an­
che ricaduto, Sosio ripeteva: « E tu rialzati ancora. » Ma quel­
lo continuava a ripetere d’essersi più volte rialzato e più volte
ricaduto, e il vegliardo ripeteva sempre la stessa espressione
« Non smettere di rialzarti ». Allora il fratello: « Ma dimmi
almeno chiaramente fino a quando mi potrò rialzare. » Al che
Sosio rispose: « Fino a quando, nel bene o nel male, non ti co­
glierà la morte, e nella condizione in cui ti troverai allora sa­
rai giudicato.

53
È bene che l’uomo rimproveri se stesso

Dalle massime dell’eremita Pimene. Un giorno un fratello chie­


se all’abba Pimene: « Che cosa vuol dire, Padre, l’espressio­
ne dell’apostolo Paolo ‘tutto è puro per chi è puro’? » (Tt 1,
* Girolamo, ep. 58.2 (CSEL 54.529).

136
Penitenziale

15) Questi gli rispose: « Se uno avrà la grazia di comprendere


appieno quell’espressione, allora si accorgerà d’essere il peg­
giore di tutti. » « Ma come è possibile, osservò il fratello, con­
siderarmi peggiore dell’omicida? » « Se una persona, rispose
il vegliardo, riuscirà a comprendere veramente fino in fondo
quell’espressione, al vedere uno che ha ucciso il suo prossimo
dirà: « Costui, certamente, ha commesso soltanto questo pec­
cato; io, invece, ogni istante commetto omicidio, uccidendo me
stesso ». Alla richiesta del fratello di come potesse succedere,
Pimene rispose: « L ’unica giustizia dell’uomo è giudicare seve­
ramente se stesso. Giusto è allora solamente chi condanna i
propri peccati. »

54
Nessuno condanni il suo prossimo se Dio non l’ha
ancora giudicato

Dalle massime di un eremita. Un giorno l’abba Isacco giunse


in un cenobio e vi trovò un monaco che viveva dissipato, e, adi­
ratosi, lo cacciò via. Mentre se ne tornava al suo eremo, appar­
ve un angelo del Signore che si fermò sull’uscio della sua cella.
« Non ti lascio entrare », gli disse. Ma l’abba insisteva perché
ne spiegasse il motivo. « Dio mi ha inviato a chiederti, rispose
l’angelo, dove vuoi che mettiamo quel fratello che ha sbaglia­
to ». Allora Isacco subito si pentì ed esclamò: « Signore, ho
peccato: perdonami ». Alzati, gli disse l’angelo, il Signore ti
perdona; ma non permetterti, un’altra volta, di condannare
un tuo fratello, se Dio non l’ha ancora giudicato ». « Gli uomi­
ni si sono arrogati il diritto di giudicare — dice il Signore —
e non l’hanno invece lasciato a me ». Questo episodio è stato
narrato, perché nessun monaco venga subito cacciato, se doves­
se venialmente peccare.

55
I doni di una perfetta ubbidienza

Dalle massime di un eremita. Un padre del deserto, rapito in


estasi, vide davanti a Dio quattro schiere: la prima era forma­
137
Burcardo di Worms

ta da coloro che sopportano tribulazioni e ringraziano Dio; la


seconda era costituita da quanti si dedicano all’ospitalità e in
essa si fanno servitori dei fratelli; la terza era quella degli ana­
coreti; mentre la quarta raccoglieva quanti vivevano per amo­
re verso Dio, nell’obbedienza, sottoposti ai loro padri spiritua­
li. Inoltre la schiera dei perfetti ubbidienti appariva superiore
alle altre: portava un collare d’oro e godeva di una gloria mag­
giore rispetto alle altre. Allora il vegliardo spiegò al monaco
che raccontava questa visione, che tutti gli altri disponevano
di un po’ di libertà nell’esercizio della loro volontà, mentre il
perfetto ubbidiente ha accantonato ogni suo volere ed è inte­
ramente soggetto alla volontà del padre spirituale: per questo
ha conseguito una gloria maggiore.

56
Chi volutamente pecca pensando di ottenere
il perdono con l’elemosina

Dal concilio di Chalon-sur-Saóne, cap. 36. Riteniamo nostro do­


vere denunziare la mentalità di chi crede, pur peccando volu­
tamente, di ottenere il perdono mediante l’elemosina, per il
fatto che l’elemosina cancella il peccato. « L ’acqua estingue un
fuoco che divora — dice la Scrittura — e allo stesso modo l’ele­
mosina estingue il peccato » {Sir 3, 33). È vero: ma i peccati
che derivano dalla mancanza di libertà o che sono involontari
o che nascono dalla debolezza umana; mentre non possono in
alcun modo essere estinti con l’elemosina i peccati commessi
volutamente per soddisfare le proprie passioni. Coloro che così
si comportano hanno tutta l’aria di voler comprare Dio, per
poter continuare a peccare impunemente. Nessuno deve com­
mettere peccato per fare elemosina, ma deve fare elemosina
perché ha peccato. Dolore e pentimento devono indurre al per­
dono l’anima e il corpo che la passione ha trascinati alla colpa.

138
Penitenziale

57
A proposito di chi fa ritorno al suo « pantano »
dopo aver compiuto la penitenza

Dal decreto di papa Sirido, cap. 10. Opportunamente la fra­


ternità tua ha interpellato la Sede Apostolica a proposito di
quanti dopo la pubblica penitenza fanno ritorno, come cani e
porci, ai vomiti e al pantano di un tempo: hanno ripreso l’atti­
vità militare, si sono dati ai turpi piaceri, si sono risposati e
hanno ripreso i rapporti coniugali a loro preclusi, e della loro
sfacciata incontinenza — anche dopo la riconciliazione — sono
prova i figli. Per costoro, che non hanno più una ulteriore pos­
sibilità di penitenza pubblica, abbiamo sancito quanto segue:
potranno associarsi ai fedeli, in chiesa, soltanto nella preghiera,
come pure potranno partecipare alla celebrazione dei sacri mi­
steri — anche se non lo meritano — ma rimarranno preclusi
dalla Eucarestia. Saranno almeno puniti da questa interdizio­
ne, riparando così alla loro colpa e dando un esempio agli al­
tri, perché si allontanino dai desideri malsani. Tuttavia, pro­
prio perché per debolezza della carne hanno peccato, è nostro
intento che essi siano sostenuti, sul punto di morte, mentre si
avviano all’incontro con il Signore, dalla grazia della santa co­
munione. E la stessa prassi valga per le donne che, dopo la
penitenza pubblica, si sono date a simili sozzure.

58
La donna penitente non osi, se vedova, risposarsi

Dal concilio di Arles, cap. 2. Se donne che stanno compiendo


la pubblica penitenza avessero l’ardire, rimaste vedove, di ri­
sposarsi o di convivere in maniera ambigua o addirittura ille­
cita con un altro uomo, verranno entrambi espulsi dalla Chie­
sa. E questo vale anche per gli uomini che si trovano nello
stato di pubblici penitenti.

139
Burcardo di Worms

59
Nell’imporre la penitenza non vi siano
favoritismi personali

Dal concilio di Chalon-sur-Saóne alla presenza dell’imperatore


Carlo, cap. 34. Secondo l’ammonimento dell’apostolo Paolo,
« Agli occhi di Dio non esiste distinzione di persona » (Rm 2,
i l ) ; e se questo favoritismo non va considerato ogni volta
che si giudica, tanto più va tenuto lontano nell’imporre la
penitenza. Nessun sacerdote per simpatia o per odio verso
altri stabilisca una penitenza che sia difforme da quanto san­
cito dai sacri canoni o da quanto gli pare più giusto in sinto­
nia con l’autorevolezza della Sacra Scrittura o la tradizione del­
la Chiesa.
Se i medici che hanno a cuore la guarigione fisica, non ri­
sparmiano per simpatia né incisioni, né interventi o altre tera­
pie dolorose, tanto più questi metodi vanno attuati da coloro
che sono medici non del corpo ma dell’anima. La penitenza non
è valutabile in ragione del suo protrarsi nel tempo, ma in forza
dell’intensità del sentimento e della mortificazione corporale:
Dio non disprezza un cuore contrito e umiliato (Sai 50, 19).

60
Sbaglia chi crede di ottenere il perdono dei peccati
senza adeguata penitenza

Dagli scritti di Agostino. Se uno arriva a dire che si può otte­


nere da Dio il perdono dei peccati senza adeguata penitenza,
sbaglia e di molto; e se, ingannato com’è, cerca di convincere
altri, è doppiamente colpevole: e del proprio errore e dell’in­
ganno altrui.

61
Molto si deve soffrire per possedere Cristo

Dagli scritti di Gregorio. L ’uomo deve macerarsi fino a pos­


sedere Cristo; ma ima volta possedutolo, più non soffre. Il Si­
gnore permette la sofferenza ai suoi eletti, perché ne ricordino
140
Penitenziale

i patimenti e conservino se stessi nel timore di vanificare i me­


riti del loro patire. Anche i figli di Israele, infatti, furono con­
dotti da Dio nel deserto per 40 anni, perché non tornassero in­
dietro al ricordo delle loro tribolazioni.

62
Nessun vescovo o sacerdote accolga un pubblico penitente
di un’altra diocesi senza una documentazione
del suo vescovo

Dalla lettera di papa Felice, cap. 2. I nostri fratelli nell’episco­


pato e anche i sacerdoti si guardino bene dall’accogliere nella
propria chiesa un pubblico penitente o chi si trova sotto la
giurisdizione di un altro sacerdote, oppure chi afferma d’essere
stato riconciliato, senza la documentazione del vescovo o del
sacerdote che ne hanno facoltà.

63
Penitenti e comunione

Dal decreto di papa Pio, cap. 2. I penitenti non possono rice­


vere la comunione se non al termine della loro penitenza.

64
Chi si rifiuta di far penitenza per i propri peccati
sia considerato pagano e pubblicano

Dagli scritti di Agostino. Nei confronti di chi non vuol saper­


ne di fare penitenza per i peccati commessi, dobbiamo assume­
re l’atteggiamento indicatoci dal Signore, quando dice: « Sia
per te come un pagano o un pubblicano » (Mt 18, 17), e riba­
dito dall’apostolo Paolo: « Tieniti lontano da ogni fratello che
viva nel disordine morale secondo le istruzioni da noi ricevu­
te » (2 Ts 3, 6).

141
Burcardo di Worms

65
Chi ha commesso azioni illecite si astenga
anche da quelle lecite

Dagli scritti di papa Gregorio. Chi ricorda d’aver commesso


azioni illecite, faccia in modo di astenersi anche da quelle leci­
te, fino a quando avrà risarcito così il suo Creatore; allo stesso
modo chi ha commesso azioni illecite, si astenga anche da quan­
to è permesso.

66
Nessuno dopo pubblica penitenza può prendere
di nuovo le armi

Dalla lettera di papa Leone, cap. 25. È del tutto contrario alle
leggi della Chiesa che uno possa, espletata la pubblica peniten­
za, prendere di nuovo le armi. L ’apostolo Paolo ci dice: « Nessu­
no, dedicandosi al servizio divino, si occupi degli affari di que­
sto mondo » (2 Tm 2, 4). Per questo chi si dedica all’eserci­
zio delle armi non è sciolto dalle catene del demonio.

67
Chi ritorna alla vita secolare dopo l’abbandono
della professione religiosa

Dal concilio di Arles, cap. 3. Chi abbandona la vita religiosa


che aveva abbracciato e ritorna allo stato laicale senza sottoporsi
in seguito ai salutari benefici della penitenza, non venga riam­
messo alla comunione, così come stabiliamo che non deve es­
sere ammesso a nessuna funzione ecclesiastica; e nessuno,
chiunque egli sia, osi indossare un abito comune dopo pubbli­
ca penitenza. Se lo facesse, sia scomunicato.

68
Nessuno per quanto devoto e santo è esente da peccato

Dagli scritti di Agostino. Nessuno, per quanto veramente san­


142
Penitenziale

to, è senza peccato; ma non cessa per questo di essere giusto


e santo, in quanto egli possiede la santità del cuore. Non
è con le nostre forze che noi raggiungiamo la santità, ma con
la grazia di Dio che è il sostegno delle nostre intenzioni. Tutti
i santi si dichiarano, e giustamente, peccatori, perché hanno
veramente di che piangere, e se non per il rimorso di coscienza,
certamente per l’insita instabilità della natura che è corrotta.

69
I pubblici penitenti non partecipino a banchetti
e non indossino abiti ricercati

Dal decreto di papa Lucio, cap. 5 . 1 pubblici penitenti non par­


tecipino a banchetti e non indossino abiti ricercati o un bianco
vestito; come pure i litigiosi siano allontanati dalla Chiesa fino
a quando non si siano riappacificati.

70
Nessun sacerdote conceda la riconciliazione al pubblico
penitente senza Vautorizzazione del suo vescovo

Dal concilio d’Africa, cap. 30. Nessun sacerdote può riconci­


liare il pubblico penitente all’insaputa del vescovo di quest’ul­
timo, a meno che non intervenga un caso di impellente neces­
sità durante l’assenza del vescovo stesso.

71
Nessun chierico « in sacris » riceva il perdono dei peccati
mediante l’imposizione delle mani

Dal decreto di papa Leone a Rustico, cap. 16. È contrario alla


consuetudine della Chiesa che un sacerdote o un diacono riceva­
no il perdono di una colpa grave mediante l’imposizione delle
mani. È ima disposizione che risale alla tradizione apostolica: in­
fatti sta scritto: « Se è il sacerdote ad aver peccato, chi preghe­
rà per lui? » (1 Sam 2, 25). Quanti, dunque, si sono macchiati
di tali delitti, se vogliono ottenere il perdono da Dio, si eclissino
143
Burcardo di Worms

a far penitenza in un monastero, e se la loro penitenza sarà ade­


guata, sarà anche fruttuosa.

72
I chierici « in sacris » che hanno gravemente peccato
non ricevano l’imposizione delle mani
allo stesso modo dei laici

Dal concilio di Cartagine, cap. 27. Abbiamo anche sancito che


se chierici in sacris abbiano commesso colpe piuttosto gravi e
tali da comportare la rimozione dal loro ministero, non ven­
gano loro imposte le mani, come per i pubblici penitenti o i
semplici fedeli. Inoltre, non è consentito ai ribattezzati di ac­
cedere alle cariche ecclesiastiche.

73
Se è possibile reintegrare nelle loro funzioni i chierici
che abbiano commesso peccati sessuali

Dalla lettera di sant’Isidoro al vescovo Masone. Non vanno in­


terpretati in maniera contradditoria i decreti conciliari, anche
se è vero che in un passo si attesta che il chierico per grave col­
pa sessuale può essere reintegrato nelle sue funzioni dopo la
penitenza; mentre in altro passo si afferma che non è assoluta-
mente possibile, neppure a seguito della penitenza, la sua rein­
tegrazione per una colpa simile. Questa apparente contraddi­
zione va puntualizzata con quanto segue. La disciplina canoni­
ca ha decretato la reintegrazione nelle loro funzioni per coloro
che una autentica penitenza e una sentita confessione dei pec­
cati abbiano reso migliori. Coloro, invece, che non soltanto non
si astengono dal loro peccato sessuale ma, farneticanti nella loro
temerarietà, tentano di giustificare la loro colpa, quasi fosse un
loro diritto, allora questi non potranno essere reintegrati nelle
loro funzioni, né essere riammessi alla comunione.

144
Penitenziale

74
Se ministri dell’altare siano incorsi per debolezza
in peccati sessuali

Dal concilio di Lerida, cap. 5. Se ministri dell’altare hanno tal­


volta commesso peccati sessuali, ma ne abbiano adeguatamente
espiate le colpe con l’aiuto della grazia divina, offrendo a Dio
il sacrificio di un cuore contrito in un corpo macerato, si sot­
topongano al giudizio del loro vescovo. Questi deciderà se sia
il caso di punirli ulteriormente; in caso contrario, se si mostre­
ranno negligenti, rimarranno ancora per lungo tempo separati
dalla comunità ecclesiale. In ogni caso, tuttavia, seppur reinte­
grati nelle loro funzioni, non potranno accedere ad un grado
ecclesiastico superiore. Se invece di nuovo fanno ritorno ai lo­
ro peccati, come cani al loro vomito e si immergono nel loro
pantano come i porci, allora non soltanto saranno privati della
funzione che ricoprono, ma saranno esclusi dalla comunione
che riceveranno soltanto in punto di morte.

75
Le persone sposate si astengano
durante la Quaresima dai rapporti coniugali

Dal concilio di Elvira, cap. 5. Se uno durante la quaresima che


precede la Pasqua avrà rapporti con la propria moglie e non
vorrà astenersene, farà un anno di penitenza, oppure offrirà al­
la chiesa 25 soldi o li distribuirà ai poveri. Ma se il rapporto
è avvenuto a seguito di ubriachezza o del tutto occasionalmen­
te, la sua penitenza sarà di 40 giorni.

76
Coloro che durante la Quaresima osano mangiare carne

Dal concilio di Toledo. Chiunque, durante la Quaresima, osi


mangiare carne sarà colpevole non soltanto nel giorno di Pa­
squa, ma rimarrà proprio in quello stesso giorno senza comu­
nione. Inoltre tale mancanza comporta che per un anno inte­
ro non mangi carne, per aver disprezzato la disciplina dell’asti­
nenza nei giorni sacri.
145
Burcardo di Worms

77
II cristiano che pecca o meno mortalmente

Dalla lettera dell’evangelista Giovanni. Chi è al corrente che


suo fratello commette un peccato che non conduce alla morte,
preghi per lui, e Dio gli darà la vita. Ma se uno commette un
peccato che conduce alla morte, allora nessuno preghi per lui.

78
Chierici « in sacris » e mantenimento delle loro funzioni

Dagli scritti di Girolamo. Chi vien meno alla dignità del sacro
ministero, pensi soltanto alla salvezza della propria anima. È
rischioso reinserirlo nelle precedenti funzioni.

79

Dagli scritti di Basilio vescovo. Il chierico in sacris che commet­


ta peccati gravi venga scomunicato: grande è, infatti, la digni­
tà del sacro ministero. Certamente a seguito della penitenza
può salvare la propria anima, ma è rischioso ritornare alle pre­
cedenti funzioni ecclesiastiche.

80

Il chierico che pecca gravemente, si limiti, dopo la peni­


tenza, soltanto a battezzare, a portare la comunione agli infer­
mi e a prestare il servizio all’altare.

81

Dagli scritti di Isidoro. Isidoro nell’Angelo di Efeso vede il


capo, ossia il sacerdote, e lo spiega con le parole di Malachia:
« Le labbra del sacerdote custodiscono la sapienza, e dalle sue
labbra si richiede la legge » (MI 2, 7), perché egli è il messag­
gero del Dio degli eserciti. Infatti il candelabro dell’Angelo va
inteso come la sapienza del sacerdote oppure come l’onore del­
146
Penitenziale

la funzione che egli esercita. Il candelabro del sacerdote altro


non è che il carisma della sua funzione sacerdotale; ma viene
rimosso, come dice Giovanni, se non si fa penitenza per le pro­
prie colpe e non si piangono i delitti commessi; l’Apocalisse
non afferma « rimuovere» il tuo candelabro perché hai peccato »,
ma « lo rimuoverò se non farai penitenza » (Ap 2, 5).

82
Le disposizioni canoniche prescrivono la riammissione
alle proprie funzioni per il sacerdote
che abbia trascorso sette anni di penitenza

Ancora dagli scritti di Isidoro. Le disposizioni canoniche pre­


scrivono che soltanto dopo 7 anni trascorsi in penitenza, il sa­
cerdote possa riprendere le proprie funzioni ministeriali; e
questo non per un volere arbitrario, quanto piuttosto per espli­
cita affermazione divina. Si legge, infatti, che la profetessa Ma­
ria, sorella di Aronne, è stata colpita dai sintomi della lebbra
proprio nel momento in cui commise il peccato di mormora­
zione contro Mosé; e avendo chiesto a Mosé di guarirla, egli
le impose una segregazione di 7 anni fuori dall’accampamento,
e la sua riammissione dopo essersi purificata. In Maria, sorella
di Aronne, noi cogliamo l’immagine della fragilità del sacer­
dote. Per essersi macchiato, a causa della sua superbia, di pec­
cati vergognosi, il sacerdote rimanga fuori dall’accampamento
per 7 giorni: ossia, per 7 anni venga allontanato dalla comu­
nità della santa Chiesa; solamente così, e dopo essersi emen­
dato dai propri vizi, potrà di nuovo riprendere le funzioni mi­
nisteriali di un tempo.

83
Quando una situazione deprecabile può rimanere
impunita per il bene del popolo

Dal decreto di papa Innocenzo ai vescovi della Macedonia. Sap­


piate, dunque, amabili fratelli, che fino ad oggi le cose si so­
no svolte in un certo modo; ma vi sia chiaro, come voi giusta­
147
Burcardo di Worms

mente dite, che questa situazione è stata determinata dalla ne­


cessità; tuttavia è anche possibile che in tempo di pace chiese
organizzate, come spesso capita, possano ritenere di lasciare
impunito il deplorevole comportamento di una intera popo­
lazione o di una comunità, perché non è possibile punire tutti
per colpa di molti. Personalmente dico che il passato sia lascia­
to al giudizio di Dio, mentre è vostro compito vigilare perché
simili situazioni non abbiano a ripetersi.

84
A proposito di quanti mangiano scabbia o vermi
oppure bevono urina

Dal penitenziale di Beda. Chi assume come cibo scabbia o ver­


miciattoli chiamati pidocchi oppure beve urina o mangia per­
sino escrementi sia fustigato, se bambino o ragazzo; se invece
è un adulto farà penitenza per 20 giorni; ma l’uno e l’altro sa­
ranno riconciliati dal vescovo con l’imposizione delle mani.

85
Coloro che mangiano animali sbranati
da altre bestie o strangolati nelle reti

Dal penitenziale di Teodoro. Gli animali che sono stati sbra­


nati da lupi o da cani non vanno mangiati; come pure non van­
no mangiati né cervo né capriolo che siano stati trovati morti:
questi animali devono essere dati in pasto a porci o a cani, a
meno che non siano stati in precedenza uccisi da un uomo. Al­
lo stesso modo non vanno mangiati uccelli o altri animali mor­
ti soffocati nelle reti oppure uccisi dal falco. Negli Atti degli
Apostoli ci viene imposto di astenerci dalla fornicazione, dal
sangue di animali soffocati e da vittime immolate agli idoli
(At 15, 20).

86
Quando le api provocano la morte di un uomo

Dal medesimo penitenziale. Se le api provocano la morte di un


148
Penitenziale

uomo, ci si affretti ad eliminarle; il loro miele invece può es­


sere mangiato.

87
Se porci e galline ingeriscono sangue umano

Dal medesimo penitenziale. Se porci e galline ingeriscono san­


gue umano, siano prontamente eliminati; le loro interiora sia­
no gettate via, mentre il resto può essere mangiato. Se tuttavia
la loro uccisione non è immediata, la loro carne non venga man­
giata. Nell’eventualità poi che questi animali abbiano dilania­
to cadaveri, possono essere insaccati e mangiati, ma a distan­
za di un anno. Nel caso, infine, che i maiali provochino la mor­
te di un uomo, siano subito abbattuti e seppelliti.

88
Coloro che mangiano carne imputridita o di carogne

Dal medesimo penitenziale. Chi mangia carne imputridita o di


qualche carogna, oppure di animale sbranato da altre bestie,
farà penitenza per 40 giorni; molto meno se vi è stato costret­
to dalla fame.

89
Se uno mangia cibo trattato da mano impura
oppure se cane o altro animale immondo
viene a contatto con il cibo

Dal medesimo penitenziale. Se imo per caso tocca cibo con ma­
ni impure, oppure se a mangiare sangue umano è un cane, un
gatto o un topo o altro animale immondo, essi non sono di per
sé nocivi. Se uno, invece, affamato com’è, mangia un animale
ritenuto impuro, volatile o quadrupede che sia, farà penitenza
ma in un modo lieve.

149
Burcardo di Worms

90
Coloro che si macchiano di sangue o di altra sostanza impura

Dal medesimo penitenziale. Chi si macchia di sangue o d’altra


sostanza impura e senza saperlo si mette a mangiare, commette
ima mancanza lieve; se invece lo fa volutamente, farà peniten­
za come è stabilito per la polluzione.

91
Chi beve sangue o sperma

Dal medesimo penitenziale. Chi per qualsiasi motivo beve san­


gue o sperma, farà penitenza per 3 anni.

92
Pesci trovati morti nel fiume

Dal medesimo penitenziale. Non va mangiato il pesce trovato


morto nel fiume, perché non è stato pescato dall’uomo; ma se
durante la pesca è stato colpito e in quello stesso giorno trova­
to morto, allora lo si mangi pure, purché non si abbiano dubbi
in merito: diversamente lo si lasci stare.

93
Chierici indemoniati

Dal concilio d’Orléans, cap. 6. Se un chierico è posseduto dal de­


monio, faccia penitenza per 10 anni, e in chiesa occupi il set­
tore dei catecumeni; né abbia possibilità di avanzare nei gradi
ecclesiastici. Se però terrà una condotta retta e verrà liberato
dal demonio, potrà accedere agli altri ordini sacri.

94
Coloro che disonorano il padre o la madre

Dal penitenziale romano. Se uno ha mancato di rispetto verso


150
Penitenziale

suo padre o sua madre, farà penitenza per 3 anni. Se poi ha


avuto l’ardire di alzare su di loro le mani e picchiarli, farà pe­
nitenza per 7 anni.

93
Non è conveniente per il penitente
esercitare attività commerciali

Dal decreto di papa Leone, cap. 23. La natura del profitto o


giustifica o condanna chi esercita il commercio, in quanto che
il guadagno è o non è onesto. Non di meno per il penitente è
meglio subire perdite economiche che essere invischiato nei
rischi del commercio. È difficile, infatti, per chi compra o per
chi vende essere esente da peccato.

96
I sacerdoti non impongano la penitenza secondo arbitrari
criteri personali ma secondo l’autorità dei canoni

Dal concilio di Magonza, cap. 24. Al termine della nostra as­


semblea si è discusso sui criteri della penitenza, perché i sacer­
doti siano maggiormente consapevoli di come devono ricevere
la confessione e imporre la penitenza secondo la prassi cano­
nica.

97
Ogni sacerdote conosca perfettamente gli otto vizi capitali

Dal medesimo concilio, cap. 3. Si è discusso sugli otto vizi ca­


pitali, perché ogni sacerdote sia in grado di valutarne le diffe­
renze e con l’aiuto di Dio sappia astenersene e predicarli ai
propri fedeli.

98
I sacerdoti esaminino con cura i peccati di chi si confessa

Dal medesimo concilio, cap. 6. Vescovi e sacerdoti ponderino


151
Burcardo di Worms

bene come valutare i peccati di chi si confessa e come imporre


la durata della penitenza.

99
Ogni sacerdote abbia con sé un elenco autorevole
dei peccati per essere di vero aiuto ai penitenti

Dal medesimo concilio, cap. 26. Ogni sacerdote abbia con sé


l’elenco dei peccati gravi e di quelli lievi, per poterli conosce­
re ed esortare così i fedeli a fuggire le insidie del demonio.

100
I sacerdoti che non danno peso alle colpe dei peccatori
o che riconciliano i penitenti in maniera poco dignitosa

Dal decreto di papa Alessandro. Nessun sacerdote accetti re­


gali o altra ricompensa materiale (che, poi, è un danno spiri­
tuale) dal pubblico peccatore o da chi è reo di incesto, per non
denunciare questo peccato al vescovo o ai suoi rappresentanti;
inoltre non si astenga per rispetto verso una persona, consan­
guinea o amica che sia, dal notificare tale colpa al vescovo, ren­
dendosi così complice del peccato altrui; non si permetta di ri­
cevere donativi da qualsiasi penitente per amicizia o compia­
cenza; non ascolti la confessione del penitente e non gli impon­
ga l’assoluzione in maniera poco dignitosa; come pure non ri­
fiuti per risentimento il perdono a chi ne è degno. Diversa-
mente sarebbe simonia: il che è condannato da Dio e dagli
uomini.

101
A proposito di coloro che procurano mutilazioni

Dal penitenziale romano. Chi durante una rissa rende meno­


mato o sfigurato un uomo, rifonderà le spese mediche e farà
penitenza per 6 mesi; ma se non ha mezzi per pagare, farà pe­
nitenza per un anno.

152
Penitenziale

Se un laico ferisce slealmente un suo prossimo, lo risarcirà


con denaro; ma se non ha mezzi per farlo, lavorerà alle dipen­
denze del ferito fino a quando questi rimarrà infermo, e farà
penitenza a pane ed acqua per 40 giorni.

102

Dal penitenziale di Beda. Se uno colpisce il suo prossimo ma


senza provocargli una ferita, digiunerà per 3 giorni a pane ed
acqua; se invece è un chierico a fare questo, 6 mesi o un anno.
Ma se uno volontariamente ha recato ad altri una qualsiasi mu­
tilazione, farà penitenza per 3 anni, imo dei quali a pane ed
acqua. Se a picchiarsi fra loro sono bambini, 3 giorni di peni­
tenza; se invece sono ragazzi, 20 giorni.

103
A proposito di condottieri
che compiono scorrerie contro i cristiani

Dal penitenziale romano. Se un condottiero compie scorrerie


contro Cristiani con l’intento di depredare, senza, tuttavia,
provocare sterminio, farà penitenza per 3 anni. Diversamente,
deposte le armi, vivrà fino alla morte rinchiuso in un mona­
stero, come chi non appartiene più a questo mondo.

104
Coloro che preparano pozioni magiche

Dal penitenziale di Teodoro. Se uno propina pozioni magiche,


senza tuttavia provocare la morte di alcuno, farà penitenza a pa­
ne ed acqua per un anno, se semplice chierico; se invece è sud-
diacono 2, e se diacono 3, ma uno di questi a pane ed acqua.
Se poi a fare questo è un laico, allora farà penitenza per 6 me­
si. Ma se soprattutto questa pozione procura aborto ad ima
donna, allora ognuno aggiungerà a quanto già prescritto altri
3 anni di penitenza a pane ed acqua, se non vuol essere consi­
derato un omicida.
153
Burcardo di Worms

105
Chi, inconsapevolmente o meno, si unisce ad eretici

Dal decreto di papa Euticiano. Se uno amministra la comu­


nione ad un eretico, o da questi la riceve, ignorando che la
Chiesa cattolica lo vieta, quando ne verrà a conoscenza, farà
penitenza per un anno. Se, invece, senza tanti scrupoli, lo ha
fatto volutamente, e in seguito se ne ravvede, farà penitenza
per 10 anni, anche se altri ritengono sufficienti 7 anni o addirit­
tura, con grande indulgenza, cinque.
Se poi uno, senza saperlo, permette ad un eretico di cele­
brare la santa messa in una chiesa cattolica, farà penitenza per
40 giorni; ma se l’ha fatto per rispetto verso l’eretico, allora
la sua penitenza sarà di un anno.
Se uno, a seguito della condanna pronunziata dalla Chiesa
secondo la consuetudine dei Romani Pontefici, viene scomuni­
cato come eretico, e in seguito se ne ravvede allora farà 10 an­
ni di penitenza, a meno che non stia già espiando la sua colpa.
Se imo, staccatosi dalla Chiesa, passa nella setta degli ere­
tici e convince altri a questo passo, e in seguito, ravvedutosi,
chiederà di poter espiare la sua colpa, farà 12 anni di peniten­
za così articolati: 4 alla porta della chiesa, 6 fra i catecumeni e
gli ultimi 2 senza poter ricevere la comunione; anzi, a propo­
sito di questa ultima parte di penitenza, le disposizioni cano­
niche prescrivono che possa sì ricevere la comunione, durante
il decimo anno, ma non durante la celebrazione eucaristica.
Se ad un sacerdote o ad un monaco viene imposto dal ve­
scovo o dall’abate la celebrazione d’una messa a suffragio delle
anime degli eretici, essi si devono rifiutare di obbedire.
Se un sacerdote, durante la celebrazione della messa al « me­
mento » dei defunti, ossia quando si ricordano i nostri morti,
pronunzia, senza avvedersene, nomi di eretici assieme a quelli
di cattolici, e soltanto a messa finita se ne accorge, farà peni­
tenza per una settimana; ma se questo fatto gli succede piut­
tosto frequentemente, allora farà penitenza per un anno.
Se uno fa celebrare una messa di suffragio per un eretico e
ne conserva delle reliquie per la venerazione che gli porta, non
avvedendosi dell’elemento discriminante con la Chiesa catto­
lica, e in seguito se ne ravvede, dovrà subito bruciare quelle re­
154
Penitenziale

liquie e sottoporsi ad un anno di penitenza. Ma se lo sa e non


se ne cura, una volta ravveduto, farà penitenza per 10 anni.
Se uno rinnega, senza costrizione alcuna, la fede cattolica,
e in seguito se ne pente di cuore, rimarrà per 3 anni tra i ca­
tecumeni, fuori dalla vera Chiesa, anche se il concilio di Nicea
sancisce che per 7 anni rimarrà nella Chiesa, ma fra i penitenti,
e per 2 anni senza ricevere la comunione.

106
A proposito di quanti bevono o mangiano
sostanze contaminate da animali impuri

Dal penitenziale romano. Se uno beve o mangia consapevol­


mente sostanze imbrattate da animali domestici, come il cane o
il gatto, reciti 100 salmi; ma se l’ha fatto inconsapevolmente,
digiuni per 2 giorni, oppure, se lo vuole, può sostituire il di­
giuno con la recita di 50 salmi.
Se uno ha offerto una bevanda in cui sono stati trovati
morti topo o faina, farà penitenza per 7 giorni, se è laico; ma
se è monaco, allora reciti 300 salmi. Chi invece ha ingerito tale
bevanda, venuto a conoscenza del fatto, reciti l’intero salterio.
Se uno, senza saperlo, mangia cibo semicotto, farà peniten­
za per 3 giorni, oppure reciterà l’intero salterio; se invece con­
sapevolmente l’ha mangiato, farà penitenza per 7 giorni.
Per un furto di lieve entità, il giovane oltre i vent’anni, fa­
rà 20 giorni di penitenza; ma se è un ragazzetto a rubacchiare,
allora ne farà soltanto 7.
Se uno immerge la mano impura in qualche brodaglia, re­
citi per penitenza 100 salmi.
Se nella farina o fra cereali essicati oppure fra l’impasto
per il pane o nel caglio vengono trovati morti topo o faina, si
getti via la parte circostante all’animale e si mangi il resto.

107
Il demonio non scorge gli intimi pensieri dell’anima,
ma li intuisce dall’atteggiamento del corpo

Dagli scritti di Agostino. È fuori discussione che il demonio


155
Burcardo di Worms

non scorge i pensieri intimi dell’anima, mentre per esperienza


sappiamo altresì che ne coglie la sostanza dagli atteggiamenti e
dai sentimenti che assumiamo. Ma l’intimo del nostro cuore
lo conosce soltanto colui al quale diciamo: « Tu soltanto co­
nosci il cuore dell’uomo » (1 Re 8, 39).

108

Dagli scritti del medesimo. Non tutti i nostri pensieri malvagi


nascono per istigazione del demonio: talvolta nascono per no­
stra libera scelta; soltanto i buoni pensieri nascono sempre da
Dio.

109
A proposito di quelli che cercano di difendere i colpevoli

Dagli scritti del medesimo. La Chiesa non assume le difese di


assassini, per non rendersi complice del loro spargimento di
sangue.

110

Dal decreto di papa Eusebio, cap. 15. Chi tenta di difendere o


scusare il prossimo che vive nel peccato, sia scomunicato.

111
Coniugi e penitenza pubblica

Dal concilio di Arles, cap. 6. Non sia imposta ai coniugi la pe­


nitenza pubblica senza il loro mutuo consenso.

112
In quanti modi è possibile suffragare
le anime dei defunti

Dagli scritti di Origene. Quattro sono i mezzi che possono suf­


156
Penitenziale

fragare le anime dei defunti: la celebrazione eucaristica da


parte dei sacerdoti, la preghiera dei santi, l’elemosina delle
persone care e il digiuno dei congiunti.

113
L ‘assistenza agli infermi

Dagli scritti di Girolamo. Tra assistere gli infermi e curare Cri­


sto non c’è alcuna differenza. L ’infermo va assistito, perché
infermo Cristo si è proclamato.

114
I peccati passati nulla possono se a quelli presenti
non siamo afezionati

Dagli scritti di Agostino. I peccati passati non possono farci


del male, se ai presenti non siamo affezionati, in modo parti­
colare se purificati da generosità di elemosine.

115
Chi non ha cuore nell’accogliere i pellegrini

Dal penitenziale romano. Chi non accoglie sotto il proprio tet­


to i pellegrini, come ci ha comandato il Signore che per tanto
ha promesso il Regno dei cieli, vivrà a pane ed acqua tanto tem­
po quanto ha rifiutato di accoglierli e non ha osservato, a se­
conda delle sue disponibilità, i precetti evangelici, non lavando
loro i piedi e non elargendo elemosine: se non si ravvede, fa­
rà penitenza.

116
I chierici donino ai poveri il superfluo

Da medesimo penitenziale. Se un chierico ha del superfluo, lo


doni ai poveri; ma se così non si comporta, farà penitenza per
tutta la sua vita, e lontano da tutti vivrà nel pentimento.
157
Burcardo di Worms

117
A proposito di chi ascrive al suo prossimo un peccato

Dal medesimo penitenziale. Se uno rimprovera pubblicamente


il suo prossimo, perché gli attribuisce un peccato, senza però
averlo in precedenza ammonito a tu per tu, farà 3 giorni di pe­
nitenza.

118
Coloro che da troppo tempo non si confessano

Dal penitenziale di Beda. Si tenga inoltre presente che quanto


più uno vive nel peccato, tanto più intensa sarà la sua peni­
tenza.

119
Se in un impeto d’ira si colpisce il prossimo

Dal concilio di Rouen, cap. 9. Se uno, in un impeto d’ira, col­


pisce il suo prossimo, farà 20 giorni di penitenza se è laico,
ma 30 se è chierico; ma se a compiere quest’atto è uno che ha
ricevuto il sacramento dell’ordine, avrà una sospensione mag­
giore dalle sue funzioni: 6 mesi se diacono, un anno se sacer­
dote, 2 anni e 6 mesi se vescovo.

120
A proposito di coloro che si scagliano contro il
prossimo con l’intenzione di ucciderlo

Dal penitenziale romano. Se uno si scaglia contro un altro con


l’intenzione di ucciderlo, senza però riuscirvi, farà penitenza
per 3 settimane; se a commettere questa azione è un chierico,
6 mesi; se invece il prossimo viene ferito, 40 giorni di peni­
tenza. Se poi è un chierico a ferire un altro chierico, allora
farà penitenza per un anno intero, oltre, naturalmente, il risar­
cimento pecuniario in rapporto alla gravità della ferita.
158
Penitenziale

121
A proposito di quanti non si danno pensiero
per i peccati mortali del fratello

Dal penitenziale romano. Al diacono non è permesso impor-


può condurre il fratello alla morte e non lo riprende, secondo
l’ammonimento evangelico, dapprima a tu per tu, poi alla pre­
senza di testimoni e, in fine, ma se è il caso, denunziando il
suo peccato alla cornimità, farà tanta penitenza, quanto tem­
po è rimasto in questo atteggiamento.

122
Il diacono non imponga la penitenza

Dal penitenziale romano. Al diacono non è permesso impor­


re la penitenza: questa è una prerogativa del vescovo e del sa­
cerdote.

123
Non venga rifiutata la penitenza
a chi per troppo tempo non l’ha richiesta

Dal decreto di papa Leone, cap. 32. Il rifiuto di far penitenza


può darsi che nasca non dal disprezzo per il rimedio, ma dalla
paura di commettere altri peccati ancor più gravi. Per questo,
anche se la sua richiesta per molto tempo non c’è stata, non
venga negata la penitenza, soprattutto a chi la richiede veramen­
te di cuore, così che l’anima possa giungere in ogni modo alla
salvezza del perdono.

124
Coloro che disprezzano quanti con spirito cristiano
offrono un convito ai poveri

Dal concilio di Gangra, cap. 11 . Se uno ostenta disprezzo per


coloro che con spirito cristiano offrono un convito ai poveri e
159
Burcardo di Worms

riuniscono i fedeli per amore verso Dio, e si rifiuta di par­


tecipare a un simile invito, perché lo ritiene stupidaggine, sa­
rà scomunicato.

125
Coloro che affermano d’essere senza peccato

Dal concilio d’Africa, cap. 70. Si tenga anche presente l’affer­


mazione dell’apostolo Giovanni: « Se diciamo di essere sen­
za peccato, mentiamo a noi stessi e non siamo nella verità »
(1 Gv 1, 8). Pertanto, chiunque pensi di interpretare questa
espressione, quasi volesse dire che per umiltà non bisogna no­
minare se stessi neppure come peccatori — il che è vero — sia
scomunicato. L ’apostolo infatti prosegue dicendo: « Se con­
fessiamo i nostri peccati, poiché fedele e giusto è chi ce li ri­
mette, egli ci purificherà anche da ogni ingiustizia » ( 1 Gv 1,9).
È evidente allora che questo va detto non soltanto con umiltà
ma anche con verità. L ’apostolo, al limite, avrebbe potuto di­
re: « Se diciamo di essere senza peccato, esaltiamo noi stessi
e l’umiltà non abita in noi ». Ma quando afferma « mentiamo a
noi stessi e la verità non abita in noi », ci fa chiaramente capi­
re che chi dice di essere senza peccato, non dice la verità ma la
menzogna.

126
A proposito di coloro che affermano che i « perfetti »
nella recita del « Padre nostro » non pronunziano la frase
« rimetti a noi i nostri debiti » per se stessi,
ma per gli altri

Dal medesimo concilio, cap. 71. È stato anche deciso che tutti
recitino durante il « Padre nostro »: « Rimetti a noi i nostri
debiti », e questo vale anche per i perfetti. Non affermino co­
storo che tale supplica non sia necessaria per essi ma per i pec­
catori della loro comunità. Se pertanto un « perfetto » non in­
tende dire « Rimetti i miei peccati » ma « Rimetti i nostri de­
biti » e non lo intende applicato a se stesso ma agli altri, sia
160
Penitenziale

scomunicato. Santo e giusto era l’apostolo Giacomo, ma allo


Stesso tempo affermava: « Tutti quanti, infatti, manchiamo in
molte cose » (Gc 3, 2). Perché, allora, è stato inserito il ter­
mine « tutti » se proprio così non si voleva dire? Anche nel
salmo si legge: « Non venire a giudizio con il tuo servo, per­
ché nessun vivente si giustifica al tuo cospetto » (Sai 142, 2),
come pure nella preghiera del saggio Salomone si osserva: «Non
esiste uomo che non abbia peccato » (2 Cr 6, 36), e ancora, nel
libro di Giobbe, leggiamo: « Sulla mano di ogni uomo vi è
un’impronta, perché ciascuno riconosca la sua debolezza » (Gb
37, 7). Per questo anche il profeta Daniele, sebbene santo
e giusto, usava il plurale nella sua supplica: « Abbiamo pecca­
to, abbiamo commesso l’iniquità » (Dn 9, 5). E lo diceva con
verità e umiltà, e non perché, come alcuni interpretano, non
intendesse riferirsi ai propri peccati, ma a quelli del popolo,
tant’è che di lì a poco dice: « Pregavo, confessavo al Signore
Dio il mio peccato e il peccato del mio popolo » (Dn 9, 20).
Non disse il « nostro peccato », ma il « suo e del suo popolo »,
quasi che il profeta avesse preconizzato coteste persone che in­
terpretano la frase in maniera così distorta.

127
Coloro che confessano privatamente al vescovo
una colpa grave, ma che in un secondo momento la negano

Dal medesimo concilio, cap. 77. Si è anche deciso quanto se­


gue: se un vescovo attesta che uno gli ha confessato una colpa
grave ma in seguito l’interessato, per non sottoporsi a pub­
blica penitenza, ha smentito, il vescovo non lo ritenga un
affronto personale se non viene creduto; se egli, per scrupolo
di coscienza, lo vorrà poi scomunicare, lo faccia privatamente,
fino a quando quello non si sottoporrà a penitenza.

128
I penitenti che con scrupolo osservano quanto loro imposto

Dal concilio di Cartagine, cap. 79. Se pubblici penitenti nell’as­


161
Burcardo di Worms

solvere le prescrizioni penitenziali venissero colti da morte im­


provvisa durante un pellegrinaggio per terra o per mare, sen­
za avere la possibilità di riconciliarsi, siano ricordati nelle pre­
ghiere e nella celebrazione eucaristica.

129
Quanti sono tristi per la morte dei loro cari

Dalla lettera di papa Anastasio I al nobile Neiano, cap. 11. Noi,


inoltre, proprio perché conosciamo, crediamo e insegnamo que­
ste verità, non ci dobbiamo rattristare per i nostri cari cbe non
sono più: per noi sarebbe colpa quello che in altri è segno di
pietà. Comportarsi diversamente da quello che l'evangelizzatore
amante della giustizia va cercando, equivarrebbe in un certo
senso a mancanza di fede. Infatti l’apostolo Paolo afferma:
« Non vogliamo, fratelli, che siate nella ignoranza a riguardo
di coloro che dormono, perché non abbiate a rattristarvi, come
gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4, 13). Pertanto, fra­
tello mio carissimo, proprio in forza di questa certezza, non
dobbiamo rattristarci per quanti sono morti, ma continuare ad
amarli, perché sono ancora in vita, e far sì che la nostra pietà
sia loro utile e il nostro affetto propiziatorio. Cessa, dunque,
mio carissimo, di essere triste, e accogli il frutto spirituale del­
la letizia per il bene della Chiesa di Dio e per la crescita spiri­
tuale dei suoi fedeli, dedicandoti in ogni istante della vita ai
doveri che Dio ti ha dato e che sono eterni, e Colui che ti ha
reso grande, ti renda ancor più glorioso per l’eternità.

130
I suicidi

Dal concilio di Braga, cap. 10. Stabiliamo die quanti si suici­


dano con un’arma, con veleno oppure impiccandosi o gettan­
dosi nel vuoto o in altro modo, non vengano ricordati durante
le celebrazione eucaristica e non vengano accompagnati alla
sepoltura con il canto dei salmi. Sappiamo anche che molti non
si attengono a queste disposizioni per ignoranza. E questa nor­
ma valga anche per chi viene giustiziato a motivo dei suoi de­
litti.
162
Penitenziale

131

Dal concilio di Chalon-sur-Saóne, cap. 6. Chiunque si suicidi,


annegandosi o impiccandosi, gettandosi da un albero o colpen­
dosi con un’arma o in altro modo, e faccia lasciti alla chiesa,
questi non possono essere accettati.

132
A proposito di quanti hanno l’ardire di prendere
cibo insieme con gli infedeli

Dal concilio di Elvira. Abbiamo sancito che se un chierico o un


laico hanno l’ardire di prendere cibo con i Giudei, siano esclusi
dalla comunione e così si ravvedano.

133
Apostati che si fanno pagani

Dal medesimo concilio. È stato anche riferito che cristiani, di­


venuti apostati — ed è vergognoso dirlo — hanno profanato
se stessi, venerando idoli e partecipando a culti pagani. Ebbe­
ne, stabiliamo che costoro siano privati del Corpo e del Sangue
di Cristo, che con il battesimo li aveva redenti. Ma se un gior­
no, ravvedutisi, piangeranno il loro peccato, faranno peniten­
za per tutto il resto della loro vita, e soltanto sul punto di mor­
te saranno riconciliati, secondo l’espressione del Signore: « Non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva » (Ez
33,11).

134

Dal medesimo concilio. Se coloro che sono divenuti apostati


dovessero un giorno ritornare in seno alla Chiesa ma non vo­
lessero sottoporsi a penitenza, abbiamo deciso di non conce­
dere loro la comunione, neppure se gravemente ammalati, a
meno che non abbiano dato prova della loro ortodossia e ab­
biano dimostrato autentico pentimento.
163
Burcardo di Worms

135
Chi rende schiavo un cristiano

Dal penitenziale di Teodoro. Se uno con un espediente sleale


rende un cristiano schiavo o lo vende come tale, farà 3 anni di
penitenza.

136
Chi incendia l’aia del suo prossimo

Dal penitenziale romano. Chi incendia volutamente l’aia o l’a­


bitazione del suo prossimo, risarcirà i danni provocati dall’in­
cendio e farà 3 anni di penitenza.

137
A proposito di quanti accecati da passione
tengono un comportamento lascivo nei confronti
di una ragazza o di una donna

Dal medesimo penitenziale. Se uno palpeggia i seni di una ra­


gazza o di una donna o le loro intimità, farà 5 giorni di peni­
tenza se è chierico, mentre ne farà 3 se laico. Se a commettere
qualcosa di simile è un monaco o un sacerdote, farà 20 giorni
di penitenza e sarà sospeso dalle proprie funzioni. Sta scritto
infatti: « Non toccherete né palperete le intimità di una don­
na ».

138
Coloro che fanno il bagno insieme con le donne

Dal penitenziale di Teodoro. Se uno ha l’ardire di fare il ba­


gno insieme con donne, farà 3 giorni di penitenza, e che mai
più ci riprovi.

164
Penitenziale

139
Amministrazione delle offerte e delle decime

Dal medesimo penitenziale. Se un chierico nelTamministrare


le offerte destinate ai poveri o nel raccogliere le decime della
comunità, ne sottrae una parte per puro interesse personale,
sarà considerato come usurpatore dei beni altrui; egli risarci­
rà il danno, sarà sostituito secondo le prescrizioni canoniche e
farà penitenza per 3 anni. Sta scritto infatti: « Il Signore cerca
un buon amministratore, che non gli sottragga nulla dei suoi
beni ».

140
Le donne si astengano dall’eucarestia
durante le mestruazioni

Dal concilio di Magonza, cap. 6. Le donne, monache o laiche


che siano, durante le loro mestruazioni si astengano dalla par­
tecipazione al sacrificio eucaristico. Chi non osserverà questa
norma, farà penitenza per 3 settimane.

141
Donne che vanno in chiesa prima della ricomparsa
del flusso mestruale o che hanno rapporti
coniugali in quei particolari giorni

Dal penitenziale di Teodoro. Se una donna va in chiesa prima


della ricomparsa mestruale « post partum » (33 giorni se ha
partorito un maschio e 56 se invece una femmina), farà peni­
tenza a pane ed acqua tanti giorni quanti doveva stare ancora
lontana dalla chiesa. Se il marito, poi, ha rapporti con la mo­
glie proprio in quel particolare periodo, farà penitenza a pane
ed acqua per 10 giorni.

142
I monaci non impongano la penitenza ai laici

Dal concilio di Magonza, cap. 2. I monaci si astengano dalPim-


porre la penitenza ai laici.
165
Burcardo di Worms

143
Riconciliazione dei penitenti prima del tempo

Dal medesimo concilio, cap. 23. I penitenti non siano riconci­


liati, se non per gravi motivi, prima d’aver espletato la loro
penitenza.

144
Che cosa chiedere in primo luogo a chi si presenta
per confessarsi

Dal penitenziale di Teodoro. Proprio perché dal livore dell’in­


vidia, dall’ira e dalla avarizia, come si è già accennato, nascono
gli omicidi, abbiamo ritenuto giusto, almeno così ci pare, dare
delle direttive in primo luogo su come estirpare completamen­
te quel vizio da parte del sacerdote che deve giudicare secondo
le disposizioni canoniche; in secondo luogo ad ogni elencazio­
ne dei vizi, ne abbiamo fatto seguire il loro antidoto, così il
sacerdote, senza perdita di tempo e agevolmente, può sempre
trovare ad ogni canone il rimedio di cui ha bisogno il penitente.

145
Confessarsi a Dio o ai sacerdoti?

Dal medesimo penitenziale. Alcuni dicono che bisogna confes­


sare i propri peccati soltanto a Dio, come fanno i Greci; altri,
invece, e più correttamente, che bisogna confessarli ai sacerdoti,
come fa tutta la Chiesa. L ’una e l’altra consuetudine sono cer­
tamente molto salutari, purché in seno alla Chiesa. È evidente
che confessare i propri peccati a Dio che ne elargisce il perdo­
no, è tipico dei perfetti, per cui con il profeta Davide possia­
mo dire: « Ti ho manifestato il mio peccato e non ti ho tenuta
nascosta la mia iniquità. L ’ho detto: confesserò al Signore le
mie iniquità che mi condannano, e tu hai perdonato la colpa
del mio peccato » {Sai 31, 5). Ma noi dobbiamo seguire l’am­
monimento dell’apostolo e confessarci reciprocamente i nostri
peccati e pregare per la salvezza l’uno dell’altro (Gc 5, 16).
166
Penitenziale

Certo, la confessione fatta a Dio, che è tipica dei perfetti, ci


purifica dai nostri peccati, mentre quella fatta ai sacerdoti d sug­
gerisce anche come emendarcene. Dio, infatti, autore della no­
stra salvezza ed elargitore della nostra guarigione, ci conferisce il
perdono sia con l’invisibile dono della sua grazia, sia con l’azione
dei sacerdoti suoi medici.

146
A proposito di quanti attendono con ansia la fine
della penitenza e non invece il perdono
dei propri peccati

Dal penitenziale di Beda. Molti penitenti — e non senza dolo­


re lo diciamo — attendono non tanto il perdono dei peccati,
quanto piuttosto la conclusione della penitenza che è stata loro
imposta. E sebbene sia loro proibito di mangiare carne e bere
vino, continuano nei loro piaceri, senza un autentico cambia­
mento interiore, e trovano un sistema per vivere meglio, sosti­
tuendo quelle proibizioni con altri cibi e bevande. Il vero di­
giuno, che deve trovare attuazione soprattutto tra i penitenti,
è sì astenersi da determinati cibi e bevande, ma anche non de­
siderarli. Allora io dico che sarà ritenuto autentico penitente
chi non soltanto si sottopone al digiuno ma chi si tiene lonta­
no, con impegno, da ogni piacere materiale.

147
La penitenza deve essere imposta in conformità die
disposizioni canoniche ed die prescrizioni dei penitenziali

Dal concilio di Magonza, cap. 20. I sacerdoti leggano e impa­


rino bene quanto prescrivono le disposizioni canoniche, sia per
la loro vita che per la loro predicazione. Riteniamo inoltre lo­
ro inderogabile dovere una lettura assidua di quanto riguarda
la nostra fede e degli scritti che suggeriscono come estirpare
vizi e innestare virtù, per ben comprenderli e farli capire ai
loro fedeli.

167
Burcardo di Worms

148
Nessuno osi alterare per lucro misure e pesi regolamentari
o non accettate dalla popolazione

Dal medesimo concilio, cap. 21. Pesi e misure siano regolamen­


tari, come è stato stabilito dalle inviolabili leggi e come è con­
templato nei capitolari del nostro imperatore e che la nostra
assemblea ha ribadito. Pertanto noi stabiliamo che se uno altera
pesi e misure regolamentari per trarne profitto, farà penitenza
a pane ed acqua per 20 giorni.

149
A proposito della madre che pone vicino al fuoco
il suo bambino e questi muore a causa della sua negligenza

Dal concilio di Treviri, alla presenza del re Astolfo, cap. 14.


Una madre pone il suo bambino vicino al fuoco e un uomo vi
pone a bollire una pentola d’acqua che si rovescia e ustiona il
bambino, tanto che ne muore. Per tale negligenza la madre farà
penitenza, mentre l’uomo non sarà ritenuto responsabile.

150
Se coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine
sono responsabili di gravi peccati prima o dopo
la loro ordinazione

Dal concilio di Lerida, cap. 10. Ci è sembrato il caso anche di


esaminare la posizione di quanti, ricevuto il sacramento del­
l’ordine, ammettono pubblicamente di essersi macchiati di gra­
vi colpe, prima o dopo la loro ordinazione. Sull’argomento mi
pare che si debba tener presente questo criterio: quanti sono
stati sorpresi in fragrante in falsi giuramenti, in ruberie, in pec­
cati sessuali o delitti analoghi, saranno sospesi dalla loro fun­
zione, come prescrivono le disposizioni canoniche. Sarebbe uno
scandalo per il popolo cristiano avere per guida persone simili,
tanto più che i loro eccessi costituiscono un fatto notorio. Van­
no allontanate dal sacrificio divino — come si legge che fecero
168
Penitenziale

con i figli di Eli che avevano prevaricato — perché comportan­


dosi come ribelli e per giunta nocivi, gli altri non diventino,
anche per il loro cattivo esempio, ogni giorno peggiori. Quanti,
invece, davanti a Dio e per giunta in presenza di un sacerdote,
che imporrà loro la penitenza, confessano privatamente d’aver
commesso quei peccati, senza che nessuno lo venisse a sapere,
e si accusano di aver mancato in modo grave, se si pentiranno
di cuore e cercheranno di emendarsene con digiuni ed elemo­
sine, con veglie e preghiere accompagnate da lacrime, allora a
costoro va data la speranza di continuare nel loro ministero e
d’essere perdonati dalla bontà di Dio « che vuole la salvezza di
tutti gli uomini e che giungano alla conoscenza della verità »
(1 Tm 2, 4). « Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si
converta e viva » (Ez 33,11).

151
Se i peccati di chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine
rimangono segreti

Dal concilio di Toledo. Se coloro che hanno ricevuto la sacra


ordinazione hanno peccato segretamente e non vi è la possi­
bilità che siano pubblicamente accusati da altri, pentiti dei lo­
ro peccati e confessatisi in privato al vescovo o al sacerdote, mi
pare che possano continuare l’esercizio del loro ministero, ma
purché abbiano ottenuto il perdono dal Signore con una fervente
e sollecita penitenza, le cui modalità sono state stabilite dal ve­
scovo o dal sacerdote che hanno accolto la loro confessione.

152
A proposito della donna che fa bere a suo marito
una pozione a base di sangue mestruale, di sperma
maritale e di teschio umano

Dal medesimo concilio, cap. 17. A proposito di situazioni su


cui mi hai chiesto un parere, ossia di donne che mescolano il
proprio sangue mestruale nel cibo o nella bevanda che danno
al marito; oppure della donna che beve sperma maritale, come
169
Burcardo di Worms

anche della donna che dà da mangiare al marito la cenere di


teschio umano per tenerlo lontano da malattie; ebbene, a pro­
posito di costoro, mi pare che debbano avere la stessa peniten­
za e lo stesso trattamento dei maghi o degli indovini che hanno
notoriamente esercitato la magia. Infatti, a proposito di que-
st’ultimi, nelle prescrizioni di Teodoro, arcivescovo degli An­
gli, si ha quanto segue: « Se uno compie modesti sacrifici in
onore dei demoni, farà un anno di penitenza; ma se quei sacri­
fici sono solenni, allora farà 10 anni di penitenza » *.

153
Nessuno che non sia vescovo o sacerdote
imponga la penitenza o accolga la confessione

Dal penitenziale romano. Come nessuno può celebrare il sacri­


ficio eucaristico se non è vescovo o sacerdote, così nessuno si
sostituisca a loro nel giudicare i penitenti.

154

Dal medesimo penitenziale. In caso di estrema necessità e in


mancanza del sacerdote, il diacono può concedere la comunio­
ne al penitente.

155
In quali periodi gli sposi si asterranno dai rapporti coniugali

Dal concilio di Elvira. I coniugi si asterranno dai rapporti ses­


suali nelle tre quaresime dell’anno e nei seguenti giorni: do­
menica, mercoledì e venerdì; come pure se ne asterranno dal
giorno in cui la madre sente il bambino muoversi nel suo grem­
bo fino a 33 giorni dopo il parto, se nasce un maschio, o 56 se
nasce una femmina.

* Poenitentiale Theodori 1.15.1 (Finsterwalder 310).

170
Penitenziale

156

Se una donna uccide volontariamente il proprio bambino,


farà 15 anni di penitenza, con qualche attenuazione soltanto
per le domeniche. Se invece a compiere questo delitto è una
donna molto povera e che non ha mezzi per il mantenimento,
allora farà 7 anni di penitenza.

157
Rapporti matrimoniali e giorno del Signore

Dal concilio di Treviri, cap. 51. Se uno ha rapporti coniugali


nel giorno del Signore, chiederà perdono a Dio e farà 4 giorni
di penitenza.

158
Coloro che di nuovo commettono peccati già confessati

Dal concilio di Toledo. I peccati che di nuovo e con ostinata


prevaricazione sono commessi, con altrettanta severità saranno
condannati.

159
La penitenza dei fedeli come pure la confessione dei peccati
deve essere fatta in privato

Dalla lettera di papa Leone, cap. 2. Ordino, inoltre, che in ogni


modo venga abrogata quell’indebita disposizione che ho sapu­
to introdotta da alcuni ma che è contraria alle norme seguite
dalla Sede Apostolica: intendo riferirmi alla penitenza richie­
sta da parte dei fedeli: che non venga letto pubblicamente e
ad alta voce l’elenco dettagliato dei singoli peccati trascritto su
dei fogli. I fedeli si limitano ad esternare ai soli sacerdoti, in
segreto, i loro peccati. Certo, è ammirevole l’atteggiamento di
fede di chi, per timore di Dio non ha paura di arrossire davanti

171
Burcardo di Worms

agli uomini: ma non tutti quelli che desiderano essere riconci­


liati hanno peccati tali da non aver timore di esternarli pubbli­
camente; una così riprovevole consuetudine va abrogata, per
non allontanare molti fedeli dal rimedio della confessione e per
non metterli nella condizione di dover arrossire o di offrire ai
loro avversari fatti che potrebbero avere sanzioni legali. È suf­
ficiente, infatti, la confessione fatta in primo luogo a Dio e
poi al sacerdote che diventa così intercessore per le colpe com­
messe dai peccatori. Allora veramente si potranno esortare al­
la penitenza molti altri fedeli, ma a condizione che i segreti di
chi si confessa non siano ascoltati da altri.

172
FONTI DEL PENITENZIALE DI BURCARDO

1. Il brano non è tratto dal Poenitentiale Romanum ma proviene da


Teodolfo d’Orléans, Capituiare I, a. 805, c. 36 (MGH Capitula
episcoporum 1.133). In rapporto all'originale, tuttavia, Burcardo
modifica alcune espressioni.
2. La fonte prossima, a cui Burcardo senza dubbio attinge, è Regino
di Prum, De synodalibus causis, 1.292 e 1.301-302 (d'ora in poi
citerò semplicemente Regino); ma anche in questi casi il vescovo
di Worms modifica alcune espressioni attribuendo il tutto ad
Agostino, quando in Regino non troviamo alcuna indicazione.
Tuttavia, per quanto concerne la fonte materiale di Regino 1.301-
302, è Alitgario, Poenitentiale, 6 praef. (Schmitz 2.291).
3. Il canone-preghiera proviene da Alitgario, Poenitentiale, 6 praef,
(Schmitz 2.291) ma mediato da Regino 1.303; ancora riscontra­
bile l'apporto di Burcardo.
4. La fonte sembra essere lo Pseudo-Beda, Poenitentiale, praef.
(Wasserschleben 361-362), ma giunge a Burcardo attraverso Re­
gino 1.304.
5. È certamente la parte preponderante del Corrector, tanto da co­
stituire quasi da sola un vero e proprio penitenziale, che, come
tale, ha avuto una sua autonoma e fortunata diffusione (nel sec.
XV fu ancora trascritto). Tra le fonti di questo articolato e omni­
comprensivo canone vanno annoverati il libro primo di Regino,
specialmente il c. 304 (prima parte) e gran parte del libro secon­
do, che Burcardo segue persino nella struttura. Va subito aggiun­
to che molto di questo materiale già si legge nei precedenti libri
del Decretum del vescovo di Worms (nel sesto, per la casistica
sugli omicidi; nel nono, per le varie situazioni a proposito del­

173
Fonti del penitenziale di Burcardo

l’adulterio; nel decimo, sulla superstizione; nell’undicesimo, sui


furti e rapine; nel dodicesimo, sui giuramenti; ecc.). Ma al di là
di tutto questo, innegabile rimane l’apporto personale di Burcar­
do, e non soltanto nel formulare il minuzioso « esame di coscien­
za », ma anche, e di più, nel redigere testi nuovi e nel comminare
pene, dove si esplica una diversa mentalità (più indulgente) in
rapporto alle precedenti raccolte.
6. Non dal Poenitentiale di Teodoro, ma dal Poenitentiale Egberti,
1 (Wasserschleben 233) proviene questo canone a Burcardo at­
traverso, però, Regino 1.304.
7. E ancora Regino 1.304 (allocutio) costituisce la fonte prossima di
quella parte che precedono i riti conclusivi dell’atto penitenziale.
Per quanto, poi, concerne le varie preghiere, si possono indicare le
fonti materiali nel modo seguente:
l a preghiera: da Alitgario, Poenitentiale, 6 praef. (Schmitz 2.292)
2a preghiera: ancora da Alitgario, op. cit., praef. (Schmitz 2.293)
3a preghiera: sempre da Alitgario, op. cit., praef. (Schmitz 2.294)
4a preghiera: probabilmente Burcardo attinge a Regino 1.304
La formula di assoluzione, se così possiamo chiamarla, è desunta
ancora da Regino 1.304.
8. L ’attribuzione ai vari Padri della Chiesa deve essere considerata
spuria; il brano proviene dal Poenitentiale Egberti, praef. (Was­
serschleben 231). Burcardo interviene con lezioni proprie. Non va
dimenticata la costante preoccupazione di Burcardo, ogni volta
che attinge ai Poenitentialia precedenti, di riallacciarsi a quello
Romano, a quello di Teodoro e di Beda (cf. la praefatio al suo De­
eretum, PL 140.502. Si deve, inoltre, aggiungere che nella sua
sostanza il canone ha conosciuto una sua diffusione anche prima
del vescovo di Worms: vedi, ad es., lo Pseudo-Beda, Poenitentia­
le, praef. (Wasserschleben 249-250).
9. Il riferimento al Poenitentiale Romanum coincide spesso con il
Poenitentiale di Alitgario; qui Burcardo sembra dipendere dalla
praefatio al libro 6 di Alitgario (PL 105.705 AB: cito dalla edi­
zione della Patrologia Latina, in quanto assente nella edizione pro­
posta dallo Schmitz).
10. Proviene ancora, rubrica compresa, da Alitgario, op. cit., 6 praef.
(PL 105.705 BD).
11. È ancora Alitgario, op. cit., 6 (PL 105.705 D) da cui Burcardo
attinge.
12-13. Sempre da Alitgario, op. cit., 6 (PL 105.705D - 706A).
14. Probabilmente il brano deve essere ascritto allo stesso Burcardo
che, tuttavia, si ispira ad Alitgario, op. cit., 6 (PL 105.706 AB).
15-17. La fonte è Regino 2.451-452.

174
Fonti del penitenziale di Burcardo

18. Il Fournier (p. 105 n. 2) rinvia alVExcarpsus Cummeani, praef.


(Wasserschleben 463) quale fonte per questo canone; a mio av­
viso, invece, si tratterebbe ancora di Alitgario, op. cit. (PL 105.
706).
19. Nella sua origine il brano proviene dal Poenitentiale Egberti,
13.11 (Wasserschleben 245), mediante l’opera di Regino 2.447;
consistente risulta l’intervento di Burcardo.
20. Ancora dal Poenitentiale Egberti, 13.11 (Wasserschleben 245),
ma sempre attraverso Regino 2.449; Burcardo ampia il brano,
rendendolo ancor più circostanziato.
21. Non dal Penitentiale di Teodoro, ma dal Poenitentiale Egberti,
16 (Wasserschleben 246) va individuata la fonte materiale; ma
il brano, così come lo leggiamo, è il risultato di una giustapposi­
zione di Regino 2.452 e 454.
22. Anche in questo caso il brano non è ascrivibile a Teodoro. La
fonte materiale, a mio avviso, è Alitgario, op. cit., 6 praef.
(Schmitz 2.292) ma è sempre attraverso Regino 2.446 che giun­
ge a Burcardo, il quale, per la verità, non modifica in alcun modo
il testo.
23. Ancora una falsa attribuzione. Il canone non proviene da Teodo­
ro, ma dallo Pseudo-Beda, Poenitentiale, 45 (Wasserschleben 278)
attraverso il solito Regino 2.453.
24. L ’attribuzione a Beda può essere considerata corretta; si tratta
infatti dello Pseudo-Beda, Poenitentiale, 46 (Wasserschleben 278-
279) che Burcardo recepisce da Regino 2.454.
25. Più che dal Poenitentiale Romanum il brano è tratto dal Poeni­
tentiale Bedae, 10.1-4 (Wasserschleben 229).
26. La falsa attribuzione al concilio di Agde, attestata anche nel De­
creto di Graziano, D.50 c. 64, è opera di Burcardo che, a sua vol­
ta, attinge da Regino 1.295.
27. Esatta, questa volta, l’attribuizone al concilio di Agde, a. 506,
c. 15 (CCL 148.201); Burcardo attinge da Regino 1.294.
28. Concilio di Magonza, a. 847, c. 31 (Mansi 14.911-912) che giun­
ge a Burcardo mediante Regino 1.296.
29. Il canone non è tratto dalle opere di Agostino. Secondo il Four­
nier (p. 83 n. 13) proviene dsR’Excarpsus Cummeani, praef. (Was­
serschleben 460-461), ma è già presente nel Poenitentiale Colum-
bani B, praef. (Wasserschleben 355); non escluderei, invece, che
possa essere giunto a Burcardo da Alitgario, op. cit., 6 (PL 105.
706 D - 707 A).
30. Non è di Agostino; il brano proviene da Cassiano, Conlationes,
20.8 (Sources Chrétiennes 64.64-65), probabilmente mediato da
Rabano Mauro, De modo poenitentiae, 23 (PL 112.1329 CD).

175
Fonti del penitenziale di Burcardo

31. Il brano non è di Girolamo; si riscontra già una prima volta nella
praefatio al 'Poenitentiale di Alitgario (Schmitz 2.266) e viene
ripreso, ma con attribuzione a Girolamo, nel libro 6° della mede­
sima opera (PL 105.707; lo Schmitz non contempla, nella sua edi­
zione, questo canone).
32. È ancora tratto da Alitgario, op. cit., 6 praef. (Schmitz 2.292).
33. Non dal Poenitentiale di Teodoro ma ancora da Alitgario, op. cit.,
6 praef. (Schmitz 2.290-291).
34. Concilio di Chalon-sur-Saòne, a. 813, c. 32 (MGH Conc. 2 /
1.279).
35. IV concilio di Cartagine = Statuta ecclesiae antiqua, c. 74 (CCL
149.350); ma il brano già si legge in Regino 1.306.
36. Il brano non proviene da Agostino; con uguale attribuzione, inve­
ce, lo ritroviamo in Alitgario, op. cit., 6 (PL 105.708: anche
questo brano non è registrato nell’edizione del libro 6° da parte
dello Schmitz).
37. Non del concilio di Magonza si tratta, ma di quello di Reims, a.
813, c. 31 (MGH Conc. 2/1.256).
38. IV concilio di Cartagine = Statuta ecclesiae antiqua, c. 75 (CCL
149.350), ma probabilmente da Regino 1.312.
39. Regula Basilii, c. 27 (PL 103.510): giunge a Burcardo attraverso
Regino 1.325.
40. Sotto il nome di concilio Africano era diffuso il Breviarium Hip-
ponense, dal cui c. 30 deriva il brano (CCL 149.41-42); ma il ca­
none è già presente in Alitgario, Poenitentiale, 3.11 (Schmitz
2.277) e Regino 1.293 che potrebbe costituire la fonte prossima di
Burcardo.
41. Si tratta del concilio di Laodicea, sec. IV, c. 2 nella versione del­
la Dionysio-Hadriana (PL 67.165); il brano è attestato anche in
Alitgario, op. cit., 3.15 (Schmitz 2.278) come pure in Regino
1.308 da cui sembra dipendere Burcardo, il quale omette alcune
espressioni.
42. Pseudo-Callisto I papa, ep. 2.18-20 (Hinschius 141-142): poche
le varianti introdotte da Burcardo.
43. Il brano, così com’è articolato, proviene senza dubbio da Rabano
Mauro che nelle sue opere « penitenziali » cita più volte la suppo-
sita lettera di Gregorio a Secondino: Poenitentium liber, c. 1
(PL 112.1400 D-1403 C) con la stessa struttura che ritroviamo
in Burcardo. Si aggiunga, inoltre, che la lettera, per quanto spu­
ria, ha avuta una sua diffusione grazie alle Decretali Pseudo-Isi-
doriane (Hinschius 737).
44. Costituiscono il brano vari passi dell’opera di Giovanni Crisosto­
mo, De reparatione lapsi, cc. 1, 2, 16, 17 (Sources Chrétiennes

176
Fonti del penitenziale di Burcardo

117.257, 258-259, 261-262, 303, 307, 308, 308-309). L ’opusco­


lo ha avuto una vasta diffusione, prova ne sia il massiccio impie­
go da parte di Rabano Mauro nel De modo poenitentiae (PL 112.
1304-1332): è la stessa versione usata da Burcardo che, in que­
sto caso, tuttavia, non dipende da Rabano.
45. Curiosa l’attribuzione da parte di Burcardo, o chi per lui, di que­
sto e successivi brani. In realtà si tratta del De reparatione lapsi
(si spiega così la « commixtio » con Giovanni Crisostomo) di Ba-
chiario, cc. 2-3 (PL 20.1038 A-1309 A). Per un quadro orienta­
tivo su Bachiario e la sua opera, si veda la voce Bachiarius in
Dictionnaire d’Histoire et de Géographie ecclésiastique, 6.58-68
a cura di A. Lambert.
46. Bachiario, De reparatione lapsi, cc. 5-6, 9 « excerpta » (PL 20.
1041 C-1042 A, 1045 B).
47. Bachiario, op. cit., cc. 10-11 (PL 20.1046 C-1047 A).
48. Bachiario, op. cit., cc. 11-12 (PL 20.1048 AB).
49. Siricio papa, ep. 1.14.18 (PL 13.1145).
50. Gelasio I papa, ep. 14.18.18 (ed. A. Thiel, Epistolae Romanorum
pontificum genuinae, Brunsbergae 1867-68 [rist. 1974], p. 372).
51. Concilio di Chalon-sur-Saóne, a. 813, c. 45 (MGH Conc. 2/1.282-
283).
52. La tradizione a cui si riallaccia Burcardo è quella attestata nei
Verba seniorum, c. 103 (PL 73.780).
53. Op. cit., c 131 (PL 73.785-786).
54. Op. cit., c. 137 (PL 73.786-787).
55. Op. cit., c. 141 (PL 73.787-788).
56. Concilio di Chalon-sur-Saóne, a. 813, c. 36 (MGH Conc. 2/1.280-
281).
57. Siricio papa, ep. 1.5.6 (PL 13.1137); tuttavia il riferimento al
cap. 10 si riscontra già in Rabano Mauro, Poenitentiale, c. 12 (PL
110.482 D) da cui mi pare dipendere Burcardo.
58. Concilio di Arles, a. 442-506, c. 21 (CCL 148.118); lo stesso
brano, seppur con il riferimento al cap. 11 dello stesso concilio,
è riscontrabile in Rabano Mauro, op. cit., c. 12 (PL 110.482 BC)
da cui mi pare dipendere ancora Burcardo.
59. Concilio di Chalon-sur-Saóne, a. 813, c. 34 (MGH Conc. 2 /
1.280).
60. Non di Agostino si tratta, ma di Rabano Mauro, Poenitentium
liber, c. 15 (PL 112.1412 D).
61. Non è di Gregorio; il brano proviene dai Verba seniorum, c. 180
(PL 73.799); viene così precisata la fonte di JE + 1965.
62. Si tratta di Felice III papa, ep. 7.6 (PL 58.927).
63. Il canone non è ascrivibile a Pio papa; né mi pare desunto dal

177
Fonti del penitenziale di Burcardo

Poenitentiale di Teodoro, 1.12.4 (Finsterwalder 305) come sug­


geriva il Fournier (p. 83 n. 5; 310); a mio avviso proviene da
Alitgario, Poenitentiale, 6 (PL 105.708) dove è già attribuito a
Pio.
64. Il brano non è di Agostino; proviene dalla Regula Basilii, c. 28
(PL 103.510), ma giunge a Burcardo attraverso Regino 1.328, re­
sponsabile della falsa attribuzione.
65. Gregorio M., Homeliae in Evangelia, 2.34.16 (PL 76.1256 C); è
da Regino 1.322 che Burcardo attinge. L'esatta attribuzione per­
mette, così, di correggere l'indicazione contenuta in JE + 1 9 6 4 ,
secondo cui il canone non era riscontrabile « inter homilias » di
san Gregorio Magno.
66. Leone M. papa, ep. 167.12 (PL 54.1206-1207); il testo è pre­
sente ancora in Regino 1.318 che si dimostra ancora fonte privi­
legiata di Burcardo.
67. Concilio di Arles, a. 442-506, c. 25 (CCL 148.119) ma già in Re­
gino 1.319-320.
68. L'attribuzione ad Agostino, pur non esatta, è comprensibile. L'au­
tore del brano è Gennadio di Marsiglia, De ecclesiasticis dogmati-
bus, c. 53 (PL 42.1222), la cui opera nel Medioevo veniva attri­
buita al vescovo di Ippona.
69. L'attribuzione a Lucio non è autentica. Il brano, così come lo leg­
giamo in Burcardo, proviene, a mio avviso, da Alitgario, Poeni­
tentiale, 6 (PL 105-708) malgrado l'attribuzione a Pio papa, e non,
come suggeriva il Fournier (p. 350) da Erardo di Tour, Capitula,
c. 120 (PL 121.772).
70. È tratto dal Breviarium Hipponense, c. 30 (CCL 149.41), diffuso
come Concilio di Cartagine; il brano, però, deriva da Regino
1.310.
71. Leone M. papa, ep. 167.2 (PL 54.1203-1204); tuttavia l'indica­
zione di « cap. 16 » è il segno inconfutabile della sua provenien­
za dalla raccolta Dionysio-Hadriana (PL 67.288): il canone è già
presente in Regino 1.316.
72. Sotto il nome di Concilio Cartaginense erano diffusi i Canones in
causa Apiarii, c. 27 (CCL 149.109); non escluderei la dipenden­
za da Regino 1.314.
73. È certamente Isidoro di Siviglia, ep. 4.2-3 (PL 83.899); ma non
escluderei per Burcardo la mediazione di Rabano Mauro che cita
la lettera in questione in entrambi i suoi penitenziali: Poeniten-
tium liber, c. 1 (PL 112.1403 AB) e Poenitentiale, c. 10 (PL 110.
478 CD); anzi: se si tiene presente che anche il canone successi­
vo è ancora attestato in Rabano Mauro, dobbiamo ritenere le ope­
re di questi tra le fonti di Burcardo stesso.

178
Fonti del penitenziale di Burcardo

74. Concilio di Lerida, a. 546, c. 5 (PL 84.323); ma, come sopra si


è detto, probabilmente desunto da Rabano Mauro, Poenitentium
liber, c. 1 (PL 112.1404 CD), Poenitentiale, c. 10 (PL 110.
480 C).
75. Falsa Pattribuzione al concilio d’Elvira; il brano, sprovvisto
di qualsiasi riferimento, è già in Regino 1.340. La fonte materia­
le potrebbe essere lo Pseudo-Beda, Poenitentiale, 5.2 (Wasser-
schleben 262).
76. La fonte del canone al presente risulta sconosciuta, anche se in
effetti in c. 8 del IV concilio di Toledo, riecheggia questo tema
(PL 84.369). Evidente, tuttavia, Paccentuazione penitenziale che
troviamo in Burcardo.
77. I Gv., 5.16; ma a motivo della sequenza che si riscontra nei canoni
successivi, il brano proviene dalla Collectio Hibernensis, 15.8 d
(Wasserschleben 45).
78. La falsa attribuzione a Girolamo è già nella Collectio Hibernen­
sis, 11.1 a (Wasserschleben 30), anche se in Burcardo vengono
adottate lezioni non coincidenti con Poriginale.
79. Non da Basilio, ma ancora dalla Coll. Hibern., 11.1 b (Wasser­
schleben 30) che, tuttavia, reca Pattribuzione a « Patricius »; Bur­
cardo, anche qui, interviene con lezioni proprie.
80. L ’attribuzione ad Agostino è già nella Coll. Hibern., 11.2 (Wasser­
schleben 30).
81. Esatta Pattribuzione ad Isidoro di Siviglia, ep. 4.7, 8, 9 (PL
83.900, 901); ma anche in questo caso il brano è articolato come
lo leggiamo nella Coll. Hibern., 11.4 (Wasserschleben 31).
82. Isidoro di Siviglia, ep. 4.10-11 (PL 83.901) ma attraverso la Coll.
Hibern., 11.7 (Wasserschleben 31-32).
83. Innocenzo I papa, ep. 17.6.13 (PL 20.525); ma un raffronto con
le varianti e, soprattutto, con la rubrica (ossia il « titoletto »), mi
induce a ritenere che Burcardo abbia attinto da Rabano Mauro,
Poenitentium liber, c. 17 (PL 112.1413) e Poenitentiale, c. 6
(PL 110.473).
84. Non del penitenziale attribuito a Beda si tratta in questo caso, ma
dell’Excarpsus Cummeani, 1.38 (Wasserschleben 468); si è già
avuto modo di sottolineare la preoccupazione di Burcardo di attri­
buire i penitenziali a Teodoro, a Beda o a quello Romano.
85. Poenitentiale Theodori, 2.11.1-2 (Finsterwalder 325).
86. Poenit. Theod., 2.11.6 (Finsterwalder 325).
87. Poenit. Theod., 2.11.7-8 (Finsterwalder 325-326).
88. Più esattamente si tratta del Poenitentiale attribuito a Beda, 7.1-2
(Wasserschleben 227); il canone è attestato anche in quello dello
Pseudo-Beda, 22.1 (Wasserschleben 269).

179
Fonti del penitenziale di Burcardo

89. "Poenitentiale Theodori, 1.7.7 (Finsterwalder 299).


90. Poenit. Theod., 1.7.12 (Finsterwalder 300).
91. Poenit. Theod., 1.7.3 (Finsterwalder 298).
92. Non si tratta del Poenitentiale Theodorv, il brano proviene dal
Poenitentiale Huhertense, c. 59 (Wassenschleben 385).
93. Erronea Pattribuzione al concilio d’Orléans: è ancora dal Poeni­
tentiale Huhertense, c. 31 (Wasserschleben 381).
94. Non dal Poenitentiale Romanum ma dal Poenit. Hubert., 39 (Was­
serschleben 382).
95. Leone M. papa, ep. 167.11 (PL 54.1206); ma la rubrica e il ri­
ferimento al « cap. 23 » ci indicano la provenienza dalla Dionysio-
Hadriana (PL 67.289). Si aggiunga che il canone si legge anche
in precedenti raccolte « penitenziali », come in Alitgario, Poeniten­
tiale, 3.6 (Schmitz 2.276), in Rabano Mauro, Poenitentium liber,
c. 39 (PL 112.1424) e nel Poenitentiale, c. 15 (PL 110.483 C-484
A), come pure in Regino 1.317.
96. Non è il concilio di Magonza, ma quello di Reims, a. 813, c. 12
(MGH Conc. 2/1.255).
97. È . ancora tratto dal medesimo concilio di Reims, c. 13 (MGH
Conc. 2/1.255).
98. Altrettanto vale quanto detto sopra: dal medesimo concilio di
Reims, c. 16 (MGH Conc. 2/1.255).
99. Siamo alla presenza ancora di una falsa attribuzione da parte di
Burcardo. La fonte materiale è Ansegiso, Capitularium collectio,
1.154 (MGH Cap. 1.412) tramite, però, Regino 1.206.
100. Non Alessandro I papa costituisce la fonte materiale, ma Incmaro
di Reims, Capitula synodica I, a. 852, c. 13 (PL 125.776); Bur­
cardo, responsabile della falsa attribuzione, attinge da Regino
1.215 (è in Regino, ma 1.213, che si legge « ex epistola Alexan-
dri »).
101. Non dal Poenitentiale Romanum proviene il brano ma dall’Ex-
carpsus Cummeani, 6.22-23 (Wasserschleben 479-480).
102. Anche in questo caso, come nei due successivi, si tratta sempre
déTExcarpsus Cummeani, 6.24-26 (Wasserschleben 480) con le­
zioni apportate da Burcardo.
103. Excarps. Cumm., 6.28 (Wasserschleben 480) con modifiche di Bur­
cardo.
104. Exarps. Cumm., 7.2 (Wasserschleben 480-481).
105. L ’articolato brano non è di Euticiano papa: deriva dal Poeniten­
tiale Theodori, 1.5.7-14 (Finsterwalder 296-297) che si presenta
uguale anche nell’Excarpsus Cummeani, 11.25-32 (Wasserschle­
ben 487-488).
106. Il canone non è desunto dal Poenitentiale Romanum ma molto pro­

180
Fonti del penitenziale di Burcardo

babilmente dal Poenitentiale Egberti, 13.4-10 (Wasserschleben


244).
107-108. Come già rilevato (v. sopra al canone 68) Pattribuzione ad
Agostino è comprensibile; si tratta di Gennadio di Marsiglia, De
ecclesiasticis dogmatibus, cc. 48-49 (PL 42.1221).
109. Con la stessa attribuzione ad Agostino (spuria) troviamo il brano
nella Collectio Hibernensis, 28.12 a (Wasserschleben 97) da cui
Burcardo sembra dipendere.
110. Falsa risulta Fattribuzione ad Eusebio papa; il brano proviene
da Erardo di Tours, Capitula, c. 139 (PL 121.774).
111. Non dal concilio di Arles ma da quello di Orléans, a 538, c. 27
(CCL 148 A.124) è tratto il canone; la falsa attribuzione è già
in Regino 1.307, da cui Burcardo dipende.
112. Con identica attribuzione ad Origene si legge nella Collectio Hi­
bernensis, 15.1 (Wasserschleben 42) che si riconferma ancora una
volta fonte di Burcardo.
113. Non da Girolamo, ma dalla Coll. Hibern., 32.21 b (Wasserschleben
117) e con uguale attribuzione è desunto il canone.
114. Il brano proviene dalla Collectio Hibernensis, 47.7 (Wasserschle­
ben 198) con la medesima attribuzione che troviamo in Burcardo.
115-116. Non dal Poenitentiale Romanum ma dall'Excarpsus Cummeani,
8.2, 5 (Wasserschleben 482, 483).
117-118. Malgrado Fattribuzione, per il primo canone, al Poenitentiale
Romanum, entrambi i brani sembrano provenire dallo Pseudo-
Beda, Poenitentiale, c. 38 (Wasserschleben 274).
119. Anche questo brano reca una falsa attribuzione; non si tratta del
concilio di Rouen, ma di un canone del Poenitentiale Huberten-
se, c. 26 (Wasserschleben 381).
120. Più che del Poenitentiale Romanum si tratta del Poenitentiale
di Beda, 4.10-11 (Wasserschleben 225).
121. Ancora dal medesimo Poenitentiale, 5.7 (Wasserschleben 226).
Erronea, pertanto, Fattribuzione al Poenitentiale Theodori.
122. Più esatta sembra la derivazione dal Poenitentiale Theodori, 2.2.15
(Finsterwalder 315) che non dal Poenitentiale Romanum.
123. Leone M. papa, ep. 167.9 (PL 54.1206), ma nella tradizione della
Dionysio-Hadriana, c. 21 (PL 67.289); il brano si riscontra già
in Alitgario, Poenitentiale, 3.4 (Schmitz 2.276).
124. Concilio di Gangra a. 340-370, c. 11 nella versione della Dionysio-
Hadriana (PL 67-158).
125-126. Provengono dal concilio di Cartagine, a. 418, cc. 7-8 (CCL
149.76-77); non mi è stato possibile, tuttavia, individuare a quale
tradizione dei concili Cartaginesi si riallacci Burcardo.
127. Probabilmente dal Registrum ecclesiae Carthaginensis excerpta,

181
Fonti del penitenziale di Burcardo

c. 132 (CCL 149-232), anche se la stessa formulazione è presente


nel concilio di Ippona, a. 427, c. 8 (CCL 149-252).
128. IV concilio di Cartagine = Statuta ecclesiae antiqua, c. 70 (CCL
149.351).
129. Pseudo-Anastasio I papa, ep. 2 (Hinschius 526-527).
130. Concilio di Braga, a. 561, c. 16 (PL 84.567); il brano ha avuto
larga diffusione in opere di carattere penitenziale: tuttavia, la
fonte a cui attinge Burcardo è Regino 2.91.
131. Non del concilio di Chalon-sur-Saóne, ma del concilio di Auxerre,
a. 841.
132. Concilio di Elvira, sec. IV, c. 50 (PL 84-307); ritrovo il brano in
Rabano Mauro, Poenitentium liber, c. 26 (PL 112.1418) e Poeni­
tentiale, c. 27 (PL 110.490).
133. Falsa Patribuzione: non dal concilio di Elvira, ma da Siricio pa­
pa, ep. 1.3.4 (PL 13.1136). Ancora una volta ritrovo il brano in
Rabano Mauro, Poenitentium liber, c. 33 (PL 112.1421) ma con
Pesatta attribuzione a Siricio.
134. Di nuovo falsa Pattribuzione che si legge in Burcardo: non il
conciliodi Elvira, ma quello di Arles, a. 314, c. 22(CCL 148.13)
attesta questo brano che, del resto, si leggeancora in Rabano
Mauro, Poenitentium liber, c. 33 (PL 112.1421) con esatta attri­
buzione. Proprio per la sequenza dei canoni 132-134 si hanno suf­
ficienti motivi per ritenere, una volta di più, Rabano fonte di
Burcardo.
135. Non dal Poenitentiale Theodori proviene il canone ma dal Poeni­
tentiale Hubertense, c. 40 (Wasserschleben 382), e così pure per i
canoni successivi.
136. Poenit.Hubert., c. 41 (Wasserschleben 382).
137. Poenit.Hubert., c. 44 (Wasserschleben 383).
138. Poenit.Hubert., c. 47 (Wasserschleben 383).
139. Ponenit. Hubert., c .48 (Wasserschleben 383-384).
140. Non è dal concilio di Magonza; la fonte è il Poenitentiale Theo­
dori, 1.14.17 (Finsterwalder 308) che ritroviamo uguale nelPEx-
carpsus Cummeani, 3.14 (Wasserschleben 472).
141. Cf. Poenitentiale Theodori, 1.14.18-19 (Finsterwalder 309) =
Excarpsus Cummeani, 3.15-16 (Wasserschleben 472-473).
142. Cf. Poenit. Theod., 2.6.16 (Finsterwalder 321).
143. Cf. Poenit. Theod., 1.12.4 (Finsterwalder 307).
144. Il canone non proviene dal Poenitentiale Theodori ma dal Poeni­
tentiale di Alitgario, 4 praef. (Schmitz 2.279).
145. Anche per questo brano siamo di fronte ad una falsa attribuzione.
Non da Teodoro, ma dal concilio di Chalon-sur-Saóne, a. 813, c. 33
(MGH Conc. 2/1.280), mediato forse da Benedetto Levita, Capi­

182
Fonti del penitenziale di Burcardo

tuiaria, Add. 3.57 (MGH LL 2/2.141), e con significativi inter­


venti di Burcardo.
146. Non dal Poenitentiale di Beda è tratto il canone, ma ancora dal
concilio di Chalon-sur-Saóne, a. 813, c. 35 (MGH Conc. 2/1.280),
mediato sempre, a mio avviso, da Benedetto Levita, Capituiaria,
Add. 3.58 (MGH LL. 2/2.141-142).
147. Concilio di Magonza, a. 847, c. 2 (Mansi 14.903).
148. Falsa l’attribuzione al concilio di Magonza. La legislazione carolin­
gia era più volte intervenuta su pesi e misure, che fossero legali:
per es., Admonitio Generalis, a. 789, c. 74 (MGH Cap. 1.60),
il cui canone viene ripetuto anche nel concilio di Tours, a. 813,
c. 45 (MGH Conc. 2/1.292); ma dove l’espressione che leggiamo
in Burcardo (senza la prescrizione « penitenziale ») ricorre nella
sua intierezza è nella Concordia episcoporum, a. 813, c. 33 (MGH
Conc. 2/1.301).
149. Concilio di Treviri, a. 895, c. 37 (Mansi 18 A.150-151); giunge
a Burcardo attraverso Regino 2.19.
150. Non dal concilio « Ilerdense », ma da Rabano Mauro, Poeniten­
tium liber, c. 1 (PL 112.1399 AC) e Poenitentiale, c. 10 (PL 110.
474-475).
151. L ’attribuzione è spuria: la fonte di Burcardo deve essere consi­
derata ancora Rabano Mauro Poenitentium liber, c. 1 (PL 112.
1400 C) e Poenitentiale, c. 10 (PL 110.476 AB).
152. Ancora una falsa attribuzione: non dal concilio di Toledo ma
da Rabano Mauro, Poenitentiale, c. 30 (PL 110.491 B), attraver­
so Regino 2.369.
153. Come già accennato, spesso sotto il nome di Poenitentiale Roma­
num viene proposto il Poenitentiale di Alitgario, 6. praef. (Schmitz
2.291); il canone è già in Regino 1.299.
154. Ancora da Alitgario, Poenitentiale, 6. praef. (Schmitz 2.291), at­
testato ancora in Regino 1.300.
155. La falsa attribuzione al conc. di Elvira va ascritta a Regino 1.338,
da cui Burcardo dipende. Il brano proviene dalla Collectio Hiber-
nensis, 46.11 (Wasserschleben 187-188).
156. È tratto daWExcarpsus Cummeani, 6.9-10 (Wasserschleben 479).
157. Non dal concilio di Treviri ma dall’Excarpsus Cummeani, 6.17
(Wasserschleben 473).
158. Dal VI concilio di Toledo, a. 638, c. 7 (PL 84.397); ma a Bur­
cardo giunge attraverso Regino 1.324.
159. Leone M. papa, ep. 168.2 (PL 54.1210-1211).

183
TAVOLA DI CONCORDANZE
CON IL DECRETO DI GRAZIANO

Legenda:
D. = Distinzione
C. = Causa
q. = questione
c. = capitolo (o canone)

Decreto di Burcardo, Decreto di Graziano


Libro XIX
5 C. 13 q. 2 c. 32
5 C. 32 q. 7 c. 23
26 D. 50 c. 64
27 D. 50 c. 63
31 D. 1 de penit. c. 86
35, 38 C. 26 q. 7 c. 6
39 C. 26 q. 7 c. 9
40 C. 26 q. 6 c. 14
40 C. 26 q. 7 c. 5
41 C. 26 q. 7 c. 4
43 D. 50 c. 16
43 D. 50 c. 28
49 D. 50 c. 66
57 C. 33 q. 2 c. 12
64 C. 26 q. 7 c. 11
66 D. 5 de penit. c. 3
67 D. 50 c. 69
71 D. 50 c. 67
72 D. 50 c. 65

185
73 D. 50 c. 28
74 D. 50 c. 52
74 C. 15 q. 8 c. 2
78 D. 50 c. 30
80 D. 50 c. 31
V D. 5 de penit. c. 2
105 C. 11 q. 3 c. 91
105 C. 24 q. 1 c. 41
109 C. 23 q. 5 c. 7
111 C. 33 q. 4 c. 13
112 C. 13 q. 2 c. 22
123 D. 1 de penit. c. 62
124 D. 42 c. 1
127 C. 6 q. 2 c. 3
130 C. 23 q. 5 c. 12
145 D. 1 de penit. c. 90
150 D. 50 c. 34

186
ELENCO DELLE ABBREVIAZIONI BIBLICHE

Ap Apocalisse
At Atti degli Apostoli
Col Lettera ai Colossesi
1 Cor Prima lettera ai Corinzi
2 Cor Seconda lettera ai Corinzi
2 Cr Secondo libro delle Cronache
Dn Daniele
Eb Lettera agli Ebrei
Ef Lettera agli Efesini
Es Esodo
Ez Ezechiele
Gal Lettera ai Galati
Gb Giobbe
Gc Lettera di Giacomo
Ger Geremia
Gn Genesi
Gv Vangelo secondo Giovanni
1 Gv Prima lettera di Giovanni
Is Isaia
Le Vangelo secondo Luca
2 Mac Secondo libro dei Maccabei
MI Malachia
Mt Vangelo secondo Matteo
Os Osea
1 Pt Prima lettera di Pietro
2 Pt Seconda lettera di Pietro
Qo Qoelet
Rm Lettera ai Romani
Sai Salmi
1 Sam Primo libro di Samuele
2 Sam Secondo libro di Samuele
Sir Siracide
1 Tm Prima lettera a Timoteo
2 Tm Seconda lettera a Timoteo
1 Ts Prima lettera ai Tessalonicesi
2 Ts Seconda lettera ai Tessalonicesi
Tt Lettera a Tito

187
GLOSSARIO

ABBA Titolo di venerazione riservato ai padri del deserto che esercitavano una
funzione carismatica verso i più giovani monaci; da non confondere con il ti­
tolo di « abate » che è riservato al superiore di una comunità monastica, an­
che se l’origine — dall’aramaico abbà — è comune.
ACCOLITO Era il chierico che aveva ricevuto il cosiddetto ordine minore del-
l’accolitato: aveva l’ufficio di seguire (« sequens ») e aiutare il diacono special-
mente durante la celebrazione eucaristica.
APOSTATA È il cristiano che ha abbandonato la sua fede per seguire altre pra­
tiche religiose.
BELISA Nome tedesco (« das Bilsenkraut ») per indicare il giusquiamo (vedi).
CAPITOLARE È il nome delle ordinanze emanate dai re franchi, dai Carolingi
in poi, così denominati per la loro caratteristica divisione in capitoli (« capi-
tuia »). Numerosi sono quelli di Carlo Magno, ma notevole fu anche l’opera dei
suoi successori, fino alla metà del secolo IX. Si hanno capitolari « ecclesiasti­
ci » se contengono disposizioni relative alle persone o ai benefici delle Chiese,
emanate da concili e sanzionate dal re; altrimenti sono capitolari « mondani ».
In base alla loro natura si dividono in « Capituiaria legibus addenda » se con­
tenevano correzioni alle leggi dei singoli popoli, che dovevano essere approvate
dalle rispettive assemblee; « Capituiaria per se scribenda » se dipendevano sol­
tanto dalla autorità del re; infine « Capituiaria missorum » se le istruzioni era­
no affidate ai rappresentanti del re (« missi dominici ») nel governo delle pro­
vince. La principale raccolta dei Capitolari costituisce una sezione dei MGH.
CATECUMENO Era, nella Chiesa antica, l’adulto che si preparava a ricevere il
battesimo. Aveva un posto distinto durante la celebrazione liturgica ed era
oggetto di cura particolare da parte del vescovo. Finché non era stato ammes­
so al battesimo, doveva lasciare la chiesa quando cominciavano i riti eucari­
stici veri e propri. Il posto dei catecumeni, al quale fanno riferimento i testi
penitenziali, era in fondo alla chiesa.
CHIERICO « IN SACRIS » È il chierico che ha ricevuto gli ordini sacri detti co­
munemente ordini maggiori, dal suddiaconato in poi. Così si è tradotta l’e­

189
Glossario

spressione che in Burcardo compare generalmente come chierico « sub gradu »


o che abbia « dignitatem gradus » (cc. 78, 79).
CILICIO Nella forma più semplice si trattava di una cintura di crine portata di­
rettamente sulla pelle per mortificazione. Sembra che il nome derivi dalla Ci-
licia, ove pascolavano capre dal lungo pelo che serviva per tessere vesti gros­
solane.
DIANA Divinità pagana venerata soprattutto nei boschi e come tale preposta alla
caccia.
DOLMEN II termine, di origine bretone, sta ad indicare tavole di pietra presso
le quali si celebravano riti pagani; si è pensato di tradurre in questo modo
l’espressione di Burcardo « lapides » (c. 5, PL 140.961 C).
ESORCISTA Era il chierico che aveva ricevuto il cosiddetto ordine minore del-
l’esorcistato; aveva il compito di imporre le mani sui catecumeni e liberare da­
gli spiriti cattivi.
GIOVE È, nella antichità classica, il dio supremo, il dio della luce e del cielo.
GIUDIZIO DI DIO Procedimento in uso presso popolazioni germaniche (in ori­
gine detto anche « ordalia ») attraverso il quale si riteneva di cogliere una di­
chiarazione di innocenza o di colpevolezza da parte della divinità. Spesso si
ricorreva al duello, oppure ad altre prove materiali, esperite sulla persona (ad
esempio, applicazione del ferro rovente, passaggio attraverso il fuoco, immer­
sione in acqua gelida o bollente). Nel Medioevo vi facevano ricorso anche i
Cristiani; né la Chiesa riprovò tale pratica.
GIUSQUIAMO Termine del lessico botanico che indica una pianta erbacea, usa­
ta anche in medicina come antispasmodico e sedativo.
GUIDRIGILDO II termine, di origine germanica, indicava la compostilo, ossia
il risarcimento pecuniario dovuto in caso di omicidio o di altre gravi offese.
LETTORE È il chierico che ha ricevuto il cosiddetto ordine minore del lettorato:
aveva il compito di leggere la Sacra Scrittura durante le celebrazioni liturgiche.
LEZIONARIO È il libro che contiene i brani della Sacra Scrittura per l’uso li­
turgico, specialmente della messa.
LITANIE MAGGIORI Si tratta di una solenne processione impetratoria che si
teneva il 25 aprile in uso a Roma fin dal tempo di Gregorio Magno. Nel Me­
dioevo assunse una connotazione piuttosto penitenziale.
MARTIROLOGIO All’inizio era il libro nel quale la Chiesa annotava l’anniver­
sario dei martiri: in seguito vi aggiunse anche il ricordo degli altri santi, sem­
pre secondo l’ordine della celebrazione delle rispettive festività.
NONA Come sesta, era un’ora della giornata solare; corrisponde alle ore 15 circa
della nostra giornata.
OFFERTORIO È la parte della messa compresa tra la presentazione delle offerte
e la recita (o il canto) del prefazio. Il termine ricorre già negli antichi sacra­
mentari; poiché il rito della presentazione delle offerte era accompagnato da un
canto, anche questo prese il nome di « offertorio ».
OSTIARIO Era il chierico che aveva ricevuto il cosiddetto ordine minore del-
l’ostiariato: aveva il compito di custodire le porte della chiesa.
PARCHE In origine erano le divinità che presiedevano al parto (dal latino « pa­
tio » = genero, partorisco) e quindi al destino dell’uomo. Nel Medioevo si rite­
neva che svolgessero un ruolo piuttosto negativo: erano considerate come espres­

190
Glossario

sione di potenze occulte, con poteri malefici sulle persone.


PENTECOSTE È la festa cristiana che celebra, 50 giorni dopo la Pasqua, la di­
scesa dello Spirito Santo sugli apostoli e Tinizio della missione della Chiesa nel
mondo. Ha però dei precedenti biblici nella festa che si celebrava 50 giorni
dopo la Pasqua per ricordare la promulgazione della Legge sul Monte Sinai.
PIEVE È la chiesa battesimale del contado nell’alto Medioevo; più tardi, all’in­
terno sorsero le singole parrocchie. Se in origine la « plebs » era la comunità
dei fedeli, in seguito oltre che all’edifìcio di culto vero e proprio, il termine
indicò anche tutto il territorio dipendente da una pieve.
QUARESIMA È il tempo liturgico costituito dai 40 giorni che precedono la ce­
lebrazione della Pasqua. A imitazione dei 40 giorni trascorsi da Cristo nel de­
serto, ebbe carattere penitenziale ma anche di preparazione al battesimo. In
seguito, nell’alto Medioevo, specialmente in ambito franco-germanico, fu desi­
gnato con tale nome ogni periodo di penitenza protratto per 40 giorni secondo
una disciplina particolare stabilita dai penitenziali.
QUATTRO TEMPORA Durante la prima settimana di ogni stagione la Chiesa
di Roma, a partire almeno dal secolo V, dedicò tre giorni (mercoledì, venerdì
e sabato) al digiuno e alla penitenza; la pratica si diffuse, poi, nell’alto Me­
dioevo, sia pur lentamente, in tutte le Chiese.
RESPONSORIO È una forma dialogica di preghiera liturgica (in origine sempre
cantata) che segue alla lettura della Sacra Scrittura o delle opere dei Santi Padri.
ROGAZIONI Erano processioni penitenziali che si facevano, generalmente, nei
giorni precedenti la festa dell’Ascensione, con grande partecipazione di popolo
per invocare dal Signore i frutti della terra.
SALMI PENITENZIALI Gruppo di sette salmi (6, 31, 37, 50, 101, 129, 142) che
esprimono fiducia nella misericordia di Dio; già in uso nell’età patristica in
particolari momenti, si recitavano specialmente durante la Quaresima.
SALTERIO Era il libro che conteneva i 150 salmi della Bibbia; a volte erano
disposti secondo l’uso liturgico, che poi divenne più frequente, ma si ebbero
anche salteri propri con estratti della Bibbia, con i 150 salmi in ordine suc­
cessivo.
SESTA Era un’ora della giornata medioevale; corrispondeva alla metà della gior­
nata solare, che si componeva di 12 parti o ore.
SUDDIACONO È il chierico che ha ricevuto il prim o degli ordini sacri cosid­
detti maggiori: nella celebrazione dell’eucarestia affiancava il diacono. Dopo il
concilio Vaticano II l’ordine del suddiaconato è stato soppresso.

191
ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI

Una bibliografia con qualche intenzione di completezza su questi argomenti ri­


chiederebbe molte pagine, anzi troppe in rapporto al testo che qui si è presentato,
preceduto da due opportune introduzioni di carattere sintetico. Si è preferito, per
rimanere nell’indole del volume, presentare i titoli più significativi in rapporto al
contenuto del libro stesso, raggruppandoli intorno ai principali filoni della ricerca ed
indicando quelli che si distinguono per una consistente bibliografia. Per un neces­
sario aggiornamento va segnalato intanto Medioevo latino. Bollettino bibliografico
della cultura europea dal secolo VI al X III , a cura di Claudio Leonardi e coll., che
si pubblica annualmente dal 1980 presso il Centro di studi sull’Alto Medioevo di
Spoleto: una apposita sezione è dedicata ai « Libri poenitentiales » e segnala edi­
zioni e studi su questo importante capitolo della cultura altomedioevale.

Storia della penitenza nel Medioevo

E. Amann, Pénìtence-sacrement, II: La pénitence privée, son organisation: premiè-


res spéculations à son sujet, in Dictionnaire de théologie catholique, XII, Paris
1933, col. 845-948.
P. Anciaux, La théologie du sacrement de pénitence au X IIe siècle, Louvain - Gem-
bloux 1949 (Universitas Catholica Lovaniensis. Ser. 2, voi. 41).
K. Dooley, From Penance to Confession: The Celtic Contribution, «Bijdragen»,
43 (1982), pp. 390.411.
A. J. Frantzen, The literature of Penance in Anglo-Saxon England, New Brunswick,
N. J. 1983.
P. Galtier, Comment on écarte la pénitence privée, « Gregorianum », 21 (1940), pp.
183-202.
Id., Les origines de la pénitence irlandaise9 « Recherches de science religieuse », 42
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S. Gonzàles Rivas, La penitencia en la primitiva Iglesia espanola} Salamanca 1949.

193
Orientamenti bibliografici

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in La cultura antica dell’Occidente latino dal V II all’X I secolo (Spoleto, 18-24
aprile 1974), Spoleto 1975, pp. 575-595; ora tradotto da M. G. Muzzarelli, Una
componente della mentalità occidentale, cit. infra, pp. 103-124.
L. K. Little, Les techniques de la confession et la confession comme technique, in
Faire croire. Modalités de la diffusion et de la réception des messages religieux
du X e au X IIe siècle, Rome 1981 (Collection de FEcole Frangaise de Rome, 51),
pp. 87-99.
F. J. Lozano Sebastian, La penitencia canònica en la Espana romano-visigoda, Bur-
gos 1980.
A. Nocent, La riconciliazione dei penitenti nella Chiesa dal V II al X secolo, in La
Penitenza, Torino 1968, pp. 226-240.
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théologie et le droit canon dans le domaine pénitentiel du IX e au X IIIe s.,
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X IV e siècle, Wetteren 1926 (Universitas Catholica Lovaniensis. Ser. 2, voi. 17).
C. Vogel, La discipline pénitentielle en Gaule des origines à la fin du V IIe siècle,
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René Crozet, Poitiers 1966, pp. 137-144.

Edizioni (e traduzioni) di Penitenziali

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ristampa anast. 1975 (Scriptores Latini Hiberniae, 5).
P. W. Finsterwalder, Die Canones Theodori Cantuariensis und ihre tìberliefe-
rungsformen, Weimar 1929 [citato: Finsterwalder].
G. Hagele, Das Paenitentiale Vallicellianum I. Ein oberitalienischer Zweig der frùh-
mittelalterlischen kontinentalen Bussbucher. Vberlieferung, Verbreitung und
Quellen, Sigmaringen 1984.
J. Laporte, Le pénitentiel de saint Colomban. Introduction et édition critique, Tour-
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J. T. McNeil - H. M. Gamer, Medieval Handbooks of Penance. A Translation of
thè Principal «L ibri Paenitentiales » and Selections from Related Documents,
New York 1938 (ristampe anast. 1965 e 1979).
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C. Vogel, Le pécheur et la pénitence au moyen àge, Paris 1969 [traduzione italia­
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194
Orientamenti bibliografici

F. W. H. Wasserschleben, Die Bussordnungen der abendlàndischen Kirche, Halle


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L. Fleuriot, Le « saint » breton Winnian et le pénitentiel dit « de Finnian », « Étu­
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P. Fournier, Études sur les pénitentiels, « Revue d’histoire et de littérature reli-
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ristampato da M. G. Muzzarelli, Una componente della mentalità occidentale,
cit. infra, pp. 235-316.
B. Honings, L'aborto nei libri penitenziali irlandesi. Convergenza morale e diver­
genze pastorali, « Apollinaris », 48 (1975), pp. 501-523; ristampato da M. G.
Muzzarelli, Una componente della mentalità occidentale, cit. infra, pp. 155-184.
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da M. G. Muzzarelli, Una componente della mentalità occidentale, cit. infra,
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C. Paganini, Presenza dei Penitenziali irlandesi nel pensiero medievale, « Studia
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Scuola cattolica », Suppl. bibliografico, 3 (sett.-dic. 1966), pp. 260-268.
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«Revue de droit canonique », 8 (1958), pp. 289-318; 9 (1959), pp. 1-38, 341-
359.
Id., Les «Libri Paenitentiales », Turnhout 1978 (Typologie des sources du moyen
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Turnhout 1985, con bibl.
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texte, «Recherches de Théologie ancienne et mediévale », 37 (1970), pp. 5-22.
P. Fournier, Études critiques sur le Décret de Burchard de Worms, « Nouvelle re­
vue historique de droit frangais et étranger », 34 (1910), pp. 41-112, 213-221,
289-331, 564-584; ristampato in P. Fournier, Mélanges de droit canonique, a
cura di T. Kòlzer, I, Aalen 1983, pp. 247-391.
Id., Le Décret de Burchard de Worms. Ses caractères, son influence, «Revue d’his-
toire ecclésiastique », 12 (1911), pp. 451-473, 670-701; ristampato in P. Four­
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Id., Les « Capitula » du Pseudo-Théodore et le « Décret » de Burchard de Worms,
in Florilegium Melchior de Vogiié, Paris 1909, pp. 241-255; ristampato in P.
Fournier, Mélanges de droit canonique, I, cit., pp. 231-245.
G. Fransen, Le Décret de Burchard de Worms. Valeur du texte de l’édition. Essai
de classement des manuscrits, «Zeitschrift der Savigny-Stiftung fiir Rechtsge-
schichte. Kanonistische Abteilung», 94 (1977), pp. 1-19.
Id., Les sources de la Préface du Décret de Burchard de Worms, « Bulletin of Me­
dieval Canon Law», 3 (1973), pp. 1-9.
Id., La tradition manuscrite du Décret de Burchard de Worms. Une première orien-

196
Orientamenti bibliografici

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(Dissertation. Rhein-Westf. Techn. Hochschule).
R. Laszcz, Organisation de la pénitence tarifée d}après les « Ordines » des « Libri
paenitentiales» jusqu’au «Corrector sive Medicus » de Burchard de Worms
(1008-1012), Strasbourg 1971 (Thèse 3e cycle, Sciences religieuses. Faculté de
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H. Mordek, Handschriftenforschungen in Italien. Zur Vberlieferung des Dekrets
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G. Motta, « In primo coniugio... ». Una falsa attribuzione milanese di Burcardo
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C. Vogel, Pratiques superstitieuses au début du X Ie siècle d’après le « Corrector sive
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tion médiévale (IX e-XIIe siècle). Mélanges offerts à Edmond-René Labande,
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N. Wibiral, Zur Vberlieferung altchristlicher Urteile uber die Bilder. Zwei antithe-
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finito di stampare nel mese
di giugno 1986
dalla tipografia G. Bianchi
di R. e A. Dogheria
Sesto S. Giovanni
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