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PUBBLICAZIONI DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA


DELL’UNIVERSITÀ DI PAVIA

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PUBBLICAZIONI DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA


DELL’UNIVERSITÀ DI PAVIA
DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’ANTICHITÀ

Ruricio di Limoges

Lettere

a cura di
Marino Neri

Edizioni ETS
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L’opera è pubblicata su proposta di una commissione formata


dai professori Fabio Gasti, Giancarlo Mazzoli, Annibale Zambarbieri

Volume pubblicato con un parziale contributo straordinario dell’Università di Pavia

© Copyright 2009
EDIZIONI ETS
Piazza Carrara, 16-19, I-56126 Pisa
info@edizioniets.com
www.edizioniets.com

Distribuzione
PDE, Via Tevere 54, I-50019 Sesto Fiorentino [Firenze]

ISBN 978-884672383-3
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Indice

Introduzione 7
1. Ruricio di Limoges 7
2. L’epistolario 11
3. Ruricio nei giudizi della critica 16

Nota critica 21

Lettere 23

Commento 161

Bibliografia 387

Index nominum 409


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Introduzione

1. Ruricio di Limoges

I dati biografici di Ruricio I, vescovo di Limoges, ci sfuggono per la maggior


parte, e quanto sappiamo o ipotizziamo è ricavato ora dall’epistolario, ora da au-
tori coevi o successivi. Ruricio appartiene alla nobile e potente gens Anicia1, i cui
esponenti, soprattutto a partire dal IV secolo, esercitano ruoli di rilievo nell’ambi-
to dell’Impero2. Tra i predecessori di Ruricio sulla cattedra di Limoges è possibile
ravvisare Hermogenianus e Adelfius, nomi che ritroviamo anche in alcuni espo-
nenti del ramo italico degli Anicii nel corso del IV secolo3. Dunque è probabile
che questi due vescovi, presumibilmente appartenenti alla gens Anicia, fossero
imparentati con Ruricio.
Non abbiamo notizie relative al suo luogo di nascita. Verisimilmente lo si può
ritenere originario della zona a sud di Limoges, giacché le località citate nell’epi-
stolario sono tutte identificabili in quell’area: Gurdo (Gourdon), nei pressi di
Cahors, alla cui sollemnitas sanctorum invita gli amici Bassulo (epist. 1, 7, 3) e
Celso (1, 14, 2), è probabilmente un possedimento personale di Ruricio; Decania-
cum (Dégagnac), a circa 8 km da Gurdo, sembra essere un luogo di residenza di
Ruricio, dal quale invia una lettera a Vittamerus (epist. 2, 63); e ancora Gemilia-
cum (Jumilhac-le-Grand), parrocchia contesa col vescovo Cronopio di Périgueux
(epist. 2, 6); Briva (Brive-la-Gaillarde), dove dà appuntamento al figlio Costanzo
per una celebrazione religiosa (epist. 2, 24); Userca (Uzerche), parrocchia della
diocesi di Limoges nella quale trova rifugio un certo Baxo (epist. 2, 20, 3); e infi-

1 Cfr. VEN. FORT., carm. 4, 5, 7-8: Ruricii gemini flores quibus Aniciorum / iuncta parentali culmine
Roma fuit. L’epitaffio composto da Venanzio Fortunato celebra la gloria di Ruricio I e del nipote Ruricio II
(detto anche Proculus, secondo VITA Iun. 6). Sidonio, nell’epitalamio composto per le nozze con Iberia, ci
presenta Ruricio come superbus (carm. 11, 62-63), per il quale Amore prepara festa celeberrima (v. 51).
Ruricio II succede al nonno nella guida pastorale della diocesi di Limoges, rimanendovi almeno fino al
549, quando si fa rappresentare al quinto concilio di Orléans (vd. GP p. 684 Ruricius 3).
2 Sulla gens Anicia, vd. NOVAK 1979, pp. 119-161; ZECCHINI 1981, pp. 123-140; CRACCO RUGGINI
1988, pp. 69-85; MOMMAERTS-KELLEY 1992, pp. 111-121.
3 Cfr. HEINZELMANN 1976, p. 216. Quanto all’albero genealogico di Ruricio e ai legami di quest’ulti-
mo con gli Anicii, vd. SETTIPANI 1990, pp. 195-222; MATHISEN 1999, pp. 20-22.
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8 Lettere

ne le amicizie lungo il corso dei fiumi Dordogne e Vézère (epist. 2, 45,1; 54, 1)
lasciano inferire che quell’area sia particolarmente familiare a Ruricio e che di là
con ogni probabilità tragga le proprie origini.
Prima del 469 si unisce in matrimonio con Iberia, figlia del ricco senatore ar-
verno Ommazio (vd. GREG. TUR., Franc. 10, 31)4, della nobile famiglia degli Avi-
ti5. Sidonio celebra le solenni nozze con un dotto e barocco epitalamio, intriso di
motivi mitologici e reminescenze classiche6. Dall’unione dei due illustri gallo-ro-
mani nascono diversi figli: sicuramente tre maschi, Ommazio, Costanzo ed Epar-
chio. Ommazio, l’unico a ricevere una lettera da parte del padre contenuta nel pri-
mo libro, si può ritenere il più anziano dei figli. Tanto Ommazio che Eparchio di-
vengono a loro volta sacerdoti, probabilmente nella diocesi di Clermont; il primo
diventerà vescovo di Tours (522-526). Al successore di Sidonio sulla cattedra ar-
verna, Apruncolo (485-490 circa), è fatta richiesta di revocare la excommunicatio
comminata nei confronti di Eparchio (epist. 2, 57; 58), probabilmente per la sua
condotta di vita poco edificante7. Costanzo, dedito alla bella vita, ai piaceri mon-
dani e poco incline alla “spiritualità”, preoccupa non poco il padre, che gli scrive
due brevi biglietti di esortazione alla resipiscenza (epist. 2, 24; 25). A questi van-
no aggiunti anche Aureliano e Leonzio, i duo lumina nostra (epist. 2, 40, 2) che
incontriamo come ospiti presso Vittorino di Fréjus verisimilmente nei primissimi
anni del VI secolo, e dunque i più giovani della famiglia. Conosciamo anche i no-
mi di due nipoti di Ruricio, Partenio, probabilmente nato dall’unione di uno dei
figli di Ruricio con una sorella di Ennodio, e la moglie Papianilla (epist. 2, 37),
con ogni eventualità figlia del nobile Agricola, e nipote di Eparchio Avito8. La lo-
ro unione rende Agricola nonno, e Ruricio bisnonno9. Le epist. 1, 3 e 5 ci testimo-
niano che almeno uno dei figli di Ruricio è affidato alle “cure retoriche” del dotto

4 Ommazio è celebrato da Sidonio Apollinare come magnorum maior avorum e patriciae nepos gen-
tis (carm. 11, 51-52); al medesimo è indirizzato anche l’intero carme 17.
5 Antenato della famiglia degli Aviti è ritenuto Filagrio, vissuto probabilmente nel IV secolo, su cui
vd. PLRE I p. 693 Philagrius 4; GP p. 669 Philagrius 1; SETTIPANI 1990, p. 196. Il matrimonio con Iberia
pertanto lega Ruricio anche all’imperatore Eparchio Avito (455-456) e a Sidonio Apollinare, che di que-
st’ultimo aveva sposato la figlia Papianilla. Su questi aspetti, vd. MATHISEN 1981, pp. 95-109.
6 L’epitalamio per le nozze di Ruricio e Iberia costituisce il carme 11 della raccolta sidoniana, cui
funge da praefatio carm. 10. Il terminus ante quem per stabilire la data del matrimonio è ricavato dalla cro-
nologia dello stesso Sidonio. Questi, dopo l’esperienza romana come praefectus Urbis (468), al ritorno in
patria (469), è eletto vescovo di Clermont (470). A questo fatto fa riscontro anche la topica rinuncia alla
poesia “mondana”. MATHISEN 1999, p. 79 propone pertanto di datare i due carmi sponsali prima del 467,
quando Sidonio parte per Roma, e quindi il matrimonio di Ruricio attorno a questa data, non oltre comun-
que il 465 (sulla struttura letteraria del medesimo epitalamio, vd. CONDORELLI 2008, pp. 116-123). Se si
ipotizza un’età media in cui Ruricio si possa essere unito a Iberia attorno ai 20 anni, è verisimile anche da-
tare la sua nascita al 440-445 circa.
7 Maggiori precisazioni si trovano in nn. ad loc.
8 Sui legami di sangue di Partenio e Papianilla con Ruricio e Agricola, vd. infra epist. 2, 32 n. 29.
9 Cfr. RURIC., epist. 2, 30, 3 ad Agricola: [...] vos avos faciens sua fecunditate, nos proavos.
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Introduzione 9

Esperio, perché gli impartisca una solida educazione letteraria à la mode. Non co-
nosciamo nomi di eventuali figlie nate da Ruricio e Iberia.
Dopo aver condotto una vita negli otia, secondo gli usi della nobiltà del tempo,
nella seconda metà degli anni 70 si colloca la conversio ascetica di Ruricio e Ibe-
ria. È possibile pertanto ritenere che attorno al 475-477 Ruricio inizi a meditare
l’idea di vivere da penitente nel secolo, fino al momento in cui, probabilmente nel
477 circa, decide di entrare tra le file dei conversi. La data è ricavabile da una let-
tera di Fausto di Riez, patronus di Ruricio, scritta dal luogo di esilio in cui il pre-
sule si trova a essere confinato dal re dei Visigoti Eurico (466-484) attorno al 477.
Nella suddetta epistola Fausto si felicita col filius Ruricio per la scelta
compiuta10. Al patronus sono indirizzate le prime due epistole del corpus, in cui
l’inquietudine esistenziale e il desiderio di Dio emergono con particolare eviden-
za. Ruricio non ha ancora incontrato di persona Fausto, ma deve essere stato in-
dotto a rivolgersi a lui da quelli che egli chiama bonariamente proditores (epist. 1,
1, 3), probabilmente la sua cerchia di amici, in particolare Sidonio Apollinare11.
Quest’ultimo infatti ha un legame tutto speciale col vescovo di Riez, in quanto
Fausto era stato colui che gli aveva amministrato il battesimo12. La vicenda esi-
stenziale di Ruricio e di Fausto inoltre si intersecherà ulteriormente, dal momento
che quest’ultimo sarà ospitato dall’amico nel periodo dell’esilio, finché, alla mor-
te di Eurico (28 dicembre 484), non potrà tornare nella sua diocesi13.
Almeno nel 485, Ruricio viene eletto vescovo di Limoges14. La sua missione

10 Cfr. FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 19-22: Ego autem hanc primam munificentiam, Domino largiente,

percepi, quod piissimus meus Ruricius, post vitae huius iactationes, ad portum religionis proram salutis,
Excelsi manu gubernante, convertit. Iberia, identificata coll’appellativo metaforico di Sarra, è associata al-
la scelta del marito in FAUST. REI., epist. 9 p. 215, 4-5; 10 p. 216, 15-16. Su questi loci, vd. NERI 2007b, pp.
180-183.
11 Similmente, cfr. FAUST. REI., epist. 10 p. 216, 8-11: Quos, ut puto, oculos et ipse ad tremendi iudicis

nutum semper adtollis, ut de te illud propheticum merito dici possit: Sapientis oculi in capite eius. Inde est,
habeo enim illic, filius meus, proditores tuos…
12 Fausto è l’unico ecclesiastico a essere dedicatario di un carme di ringraziamento da parte di Sidonio

(euchariston ad Faustum episcopum, su cui vd. CONDORELLI 2008, pp. 145-148). In particolare, pur non fa-
cendo esplicito riferimento al battesimo, il poeta sembra alludervi, nell’individuare il motivo principale di
riconoscenza nei confronti di Fausto: Omnibus attamen his sat praestat quod evoluisti / ut sanctae matris
sanctum quoque limen adirem (carm. 16, 83-84). A tal proposito, vd. HARRIES 1994, pp. 105-106.
13 Commosso il ricordo e il ringraziamento di Fausto per l’amicizia dimostratagli da Ruricio nel perio-

do del bisogno: Gratias ad vos, dum vobis de patria scribimus, qui nobis patriam in peregrinatione fecistis,
qui indefessa liberalitate patriae desideria temperastis vim quandam divinae iustitiae succedentibus sibi
beneficiis inferentes (epist. 12 p. 218, 16-19).
14 Prima di questa data, la presenza di Eurico impedisce la successione episcopale nelle varie diocesi

in cui i vescovi sono stati uccisi o esiliati: Burdigala, Petrogorii, Ruteni, Lemovices, Gabalitani, Helusani,
Vasates, Convenne, Auscenses, multoque iam maior numerus civitatum summis sacerdotibus ipsorum morte
truncatus nec ullis deinceps episcopis in defunctorum officia suffectis, per quos utique minorum ordinum
ministeria subrogabantur, latum spiritalis ruinae limitem traxit (SIDON., epist. 7, 6, 7). Ci testimonia della
recente ordinazione episcopale di Ruricio FAUST. REI., epist. 12 p. 219, 3-4: Ecce quali pretio Ruricius
meus summum sacerdotium conparavit. La lettera è successiva al ritorno di Fausto in patria.
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10 Lettere

pastorale si svolge in un periodo particolarmente delicato per la storia occidentale,


successivo alla caduta della pars Occidentis (476) e dominato ormai dalla presen-
za di popolazioni barbare che detengono il potere. Della molteplice attività non
solo spirituale, ma anche amministrativa, politica, assistenziale, caritativa propria
dei vescovi di IV-V secolo ci testimonia il suo epistolario, attraverso la concretez-
za dei fatti che ciascuna lettera ci ha tramandato. Tuttavia alla storia è stata conse-
gnata una sola opera, secondo quanto ci informa il già menzionato epitaffio: la co-
struzione di una chiesa dedicata a sant’Agostino15, che conferma così l’ammira-
zione per il dottore di Ippona che qua e là emerge dalle epistole ruriciane16, nono-
stante la sua figura sia piuttosto controversa nella Gallia di V secolo.
Come per la nascita, anche per la morte di Ruricio è possibile solo formulare
ipotesi. Sicuramente è ancora in vita nel 506, quando giustifica la sua assenza al
concilio di Agde, perché cronicamente malato (consuetudinaria infirmitas)17. Tut-
tavia la lettera di scuse inviata attraverso Leone, diacono del vescovo di Tours Ve-
ro (anch’egli assente ad Agde) non giunge nelle mani di Cesario di Arles, che pre-
siede il concilio, provocando un imbarazzante incidente diplomatico18. Sono que-
ste le ultime notizie che riusciamo a ricavare dall’epistolario circa la biografia
dell’autore, il cui unico dato certo relativamente alla sua scomparsa è il terminus
post quem del 506. Ruricio tuttavia deve essere ancora in vita probabilmente l’an-
no successivo, il 507, quando è rimproverato da Sedato per non essersi recato a
Tolosa, dove la necessitas costringe alcuni vescovi a lavorare con insistenza, no-
nostante la recente assise agatense19. Tentare di identificare ulteriori date per la
sua morte moltiplica le ipotesi, senza fornire tuttavia elementi cogenti20. Ruricio è
venerato come santo nella diocesi di Limoges il 24 luglio21.

15 Cfr. VEN. FORT., carm. 4, 5, 11-12: Tempore quisque suo fundans pia templa patroni / iste Augustini,

condidit ille (scil. Ruricius II) Petri.


16 Oltre alle varie reminescenze agostiniane segnalate ad loc., noto soltanto l’esplicita richiesta all’amico

Taurenzio che gli invii una copia del De civitate Dei agostiniano (epist. 2, 17, 4). Similmente, vd. l’amico di
Sidonio Tonanzio Ferreolo, il quale è solito lectitare, tra gli altri autori, anche Agostino (SIDON., epist. 2, 9, 4).
17 Vd. epist. 2, 33; 36 a Cesario di Arles. In più lettere Ruricio dichiara il sua malfermo stato di salute.
18 Cfr. CAES. AREL., epist. ad Ruric. 7 p. 402, ll. 5-9: Dum nimium tribularetur animus meus, quare ad

synodum vestram praesentiam non meruimus obtinere, sanctus et domnus meus Verus episcopus mihi digna-
tus est dicere, quod per suum diaconum mihi Agate vestras litteras destinasset, quas ego nescio quo casu
aut qua neglegentia me non retineo suscepisse. Ruricio tuttavia fa valere le proprie ragioni in epist. 2, 33.
19 Cfr. SEDAT., epist. ad Ruric. 4 p. 400, ll. 3-4: Satis credidi et, quamlibet vobis laboriosum esset,

vehementer optavi, ut ad necessitatem istam, usque hic nos exhibuit, veniretis. Quanto all’ipotizzato sinodo
di Tolosa, che avrebbe dovuto organizzare Eudomio (vd. CAES. AREL., epist. ad Ruric. 7 p. 402, ll. 24-28),
con la partecipazione dei vescovi di Gallia e Spagna, ritengo con Mathisen che non abbia mai avuto luogo a
motivo dell’invasione franca dell’Aquitania nella primavera del 507 e la battaglia di Vouillé. Infatti l’adu-
nanza di un concilio di tale portata avrebbe sicuramente richiesto un maggior lasso di tempo, che non pochi
mesi (da settembre 506 alla primavera 507), per di più invernali, in cui le comunicazioni e gli spostamenti
erano più difficili. A tal proposito, vd. infra 2, 35 n. 6; 39 n. 1.
20 A tal proposito, vd. MATHISEN 1999, pp. 44-49.
21 Cfr. VAN HECKE in Acta SS. Octobris VIII, pp. 59-69; VIARD s. v. Ruricio I in BS XI, coll. 508-509.
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Introduzione 11

2. L’epistolario

L’opera di Ruricio consiste di un epistolario di 82 lettere (o 83, se si tiene conto


di una doppia copia di una lettera: 2,12=2,53), diviso in due libri, di cui il primo
composto da 18 lettere, il secondo da 65. Il corpus epistolare ci è stato trasmesso
unicamente da un testimonio, il codex Sangallensis 19022, conservato nella Stift-
sbibliothek del monastero di St. Gallen in Svizzera. Il codice è composto di 178
fogli pergamenacei, numerati da 1 a 357, benché nella numerazione sia stato omes-
so distrattamente il numero 11. Scritto in minuscola carolina, esso può essere data-
to tra la fine dell’VIII secolo e l’inizio del IX. Non sembra essere stato scritto nel
monastero svizzero, in quanto, a un esame dei cataloghi dei manoscritti di San
Gallo del IX secolo, esso non compare23. Il copista ha comunque lavorato piuttosto
maldestramente nel confezionare il codice, banalizzando locuzioni e parole, ora
tralasciandone ora aggiungendone senza motivo. Numerose anche le correzioni, le
rasurae e gli interventi di altre mani. Il codice contiene opere di autori provenienti
per lo più dalla Spagna e dal sud della Gallia: escerti dell’agostiniano De nuptiis et
concupiscentia; una Benedictio apium; una Assumptio sancti Iohannis evangeli-
stae; escerti del De ortu et obitu patrum di Isidoro di Siviglia; tre lettere di Fausto
di Riez (a Felice, a Greco, a Lucido); escerti della Vita sanctae Radegundae di
Baudonivia; escerti della praefatio del commentario alla lettera agli Efesini di Ge-
rolamo; due lettere di Gerolamo; le lettere dei corrispondenti di Ruricio, un florile-
gio di epistole sidoniane; le epistole di Ruricio; le epistole di Desiderio di Cahors;
lettere di corrispondenti di Desiderio; il De confessione verae fidei et ostentatione
sacrae communionis et persecutione adversantium veritati dei presbiteri luciferia-
ni Faustino e Marcellino (il cosiddetto Libellus precum); due lettere di Agostino24.
Poche sono le edizioni a stampa di Ruricio. L’editio princeps è quella appron-
tata dal Canisius (1604)25, il cui testo viene ristampato meno di tre secoli dopo
dal Migne (PL 58, coll. 67-124). Due edizioni critiche compaiono a breve distan-
za alla fine del XIX secolo: quella di Krusch (1887)26 e quella di Engelbrecht
(1891)27. L’edizione più recente è dovuta alla cura di Demeulenaere (1985)28.
L’epistolario di Ruricio copre la seconda metà del V secolo e i primi anni del

22 Ottima la descrizione e la ricostruzione fatta da MATHISEN 1998-1999, pp. 163-194. Più recentemen-

te, vd. ALCIATI 2008, pp. 65-84.


23 Attingo la notizia da MATHISEN 1999, p. 63.
24 Cfr. KRUSCH 1887, pp. lxix-lxx; MATHISEN 1999, pp. 65-69.
25 H. CANISIUS, Antiquae lectiones, vol. 5, Ingolstadt, 1604.
26 B. KRUSCH, Fausti aliorumque epistulae ad Ruricium aliosque Ruricii epistulae, MGH AA 8, Berlin,

1887.
27 A. ENGELBRECHT, Fausti Reiensis praeter sermones pseudo-eusebianos opera. Accedunt Ruricii epi-

stulae, CSEL 21, Wien, 1891.


28 R. DEMEULENAERE, Foebadius, Victricius, Leporius, Vincentius Lerinensis, Evagrius, Ruricius, CCL

64, Turnholt, 1985.


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12 Lettere

VI: esso è incastonato tra la caduta dell’impero romano d’Occidente, il definitivo


insediarsi da signori dei Visigoti nella Gallia romana e il successivo arrivo dei
Franchi (507) di Clodoveo e gli inizi del regno merovingio. A questo periodo par-
ticolarmente ricco di eventi le lettere non fanno mai esplicito riferimento, se non
tangenzialmente attraverso generiche e cursorie espressioni29. Se, come si dirà ol-
tre, questo è uno degli aspetti che ha pesato sugli studi ruriciani, indubbiamente
vale la pena domandarsi il perché di questi silenzi. E proprio dai silenzi è forse
possibile evincere qualcosa del “non detto”. Come già intravisto da Hagendahl a
suo tempo, «il faut envisager d’un point de vue psychologique»30. Il fatto di trala-
sciare espliciti riferimenti ai “barbari” sembra essere una sorta si stratagemma
psicologico-culturale che permette all’autore di difendere a oltranza – nel proprio
animo e nei rapporti con gli amici – valori e ideali “romani” (Romgedanke)31, al-
l’interno di un mondo che va ormai drasticamente mutando32. Ai silenzi si ag-
giungono inoltre, secondo un costume della nobiltà gallo-romana, la cerchia ri-
stretta di amicizie, la coltivazione di una letteratura erudita e stilisticamente torni-
ta, lo scambio epistolare all’insegna della caritas che contribuiscono a loro volta
a innalzare un baluardo di natura ideologica di fronte allo sgretolarsi (così è visto)
della “civiltà romana”. E questo fatto assume, più o meno esplicitamente, attra-
verso i mezzi che la cultura coeva fornisce, un ruolo fondamentale nella Weltan-
schauung degli auctores della Gallia di V secolo. Essi sembrano avere coscienza
che a loro, e in modo particolare alla loro penna, è affidata la preservazione della
civiltà33. Un aspetto quest’ultimo che, senza sottovalutare l’omaggio al gusto
estetico del tempo nel quale si inserisce, non può essere trascurato nella valuta-
zione dell’epistolario ruriciano.
Le lettere non seguono un ordine cronologico34. Se la maggior parte del primo
libro è dedicata a lettere di carattere mondano (eccezion fatta per le prime due a
Fausto), precedenti l’ordinazione episcopale (tranne le ultime due), in cui emer-
gono la preoccupazione educativa per i figli (epist. 1, 3; 5 a Esperio), lo scambio

29 Vd. epist. 1, 3, 2 (in tanta rerum confusione); 6, 2 (propter sollicitudines saeculi); 12, 1 (deputan-

dum tempori); 2, 8, 2 (ut fratrem ab hostibus redderet liberum); 38, 1 (diversi commodis laborare signifi-
co); 41, 2 (tumultibus temporis huius vel necessitatibus); 52, 3 (propter vitae istius turbedines ac procel-
las); 65, 1 (necessitate temporis). 2 (te metu hostium hebetem factum).
30 Vd. HAGENDAHL 1952, p. 8. Anche se possibile, non credo tuttavia necessaria, per quanto si dirà an-

che nelle righe successive, l’ipotesi hagendahliana dell’eliminazione di alcune lettere dall’epistolario a mo-
tivo del loro contenuto compromettente.
31 A tal proposito, fondamentale la monografia di PASCHOUD 1967; altra bibliografia si può riscontrare

nel commento alle singole epistole.


32 Più recentemente, vd. SIMONETTI 1980, pp. 93-117, in partic. pp. 105-106; CALLU 2001, pp. 283-

297; GIOANNI 2004, pp. 521-524.


33 Vd. HAGENDAHL 1952, p. 4; LOYEN 1964, p. 437; GUALANDRI 1979, p. 2.
34 Per la datazione delle lettere – ove possibile –, mi sono avvalso fondamentalmente della cronologia

stabilita da MATHISEN 1999.


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Introduzione 13

e la riproduzione di codici (epist. 1, 7; 8, rispettivamente a Bassulo e a Sidonio),


la mutua caritas, concretizzata nel dialogo epistolare (conloquia absentium) attra-
verso un fitto reticolo di allusioni e reminescenze letterarie, in leziosi elogi stem-
perati dei destinatari e in conseguente deminutio del mittente, il secondo libro co-
pre tutto l’arco dell’episcopato di Ruricio35. In esso gli argomenti trattati sono va-
ri. Destinatari prediletti della corrispondenza sono i coniugi Namazio e Ceraunia,
di cui una figlia sposa un figlio di Ruricio. Ma le lettere ci testimoniano icastica-
mente la vita del vescovo in età tardoantica, fatta di problemi legati all’esercizio
del ministero, di raccomandazioni di clientes, di direzione spirituale ed esortazio-
ni alla virtù, di preoccupazione per la prole, nonché di lettere il cui fine sembra
essere la sola amicitia.
Tra le lettere del secondo libro si segnalano almeno la lunga consolatio a Na-
mazio e Ceraunia (epist. 2, 4) scritta dopo la morte della figlia, nuora di Ruricio,
in cui il cuore ferito tracima con una certa abbondanza di lacrime36; l’ampia lette-
ra di esortazioni spirituali alla vedova Ceraunia (epist. 2, 15); un’epistola a Eonio
di Arles, in cui Ruricio si diffonde nella sbrigativa esegesi di 1Cor 13, 4-8 (epist.
2, 16); l’unica epistola metrica del corpus, indirizzata a Sedato di Nîmes (epist. 2,
19); la scarsa attitudine teologico-speculativa dell’autore emerge con particolare
evidenza nelle disorganiche note di cristologia di epist. 2, 34 a Sedato. I destina-
tari sono vari: ecclesiastici (la maggior parte), laici, familiari, uomini di rango e
di cultura, talora alcuni personaggi pressoché ignoti.
Quali rapporti ebbe Ruricio con i Visigoti? Vale la pena notare che Ruricio
sembra intrattenere rapporti quanto meno distesi con i nuovi signori, come emer-
ge da almeno tre lettere, inviate una a un certo Freda (epist. 1, 11), identificato
come dominus sublimis e semper magnificus frater, e due a Vittamerus (epist. 2,
61; 63), appellato filius, dignatio, nobilitas37. In particolare si può rilevare il gra-
do di raffinatezza culturale cui alcuni Goti sono giunti assimilando la Romanitas,
se Freda è in grado di apprezzare appieno il raffinato dettato dell’epistola ruricia-
na. Se le categorie di “Romani” e “barbari” rimangono presenti nell’ideologia
gallo-romana, muta tuttavia il rapporto tra di esse. La progressiva integrazione da
entrambe le parti favorisce un nuovo assetto socio-politico38. Inoltre Ruricio è in

35 Ruricio tuttavia si identifica per la prima volta come episcopus in epist. 1, 17 tit. a Pomerio.
36 Altre tre lettere consolatorie sono state scritte da Ruricio: una sempre a Namazio e Ceraunia, a moti-
vo della morte di un figlio (epist. 2, 3); l’altra, che riprende in parte quest’ultima, ai coniugi Eudomio e
Melantia per la perdita del figlio (epist. 2, 39); infine al presbitero Albino (epist. 2, 46).
37 Va altresì rilevato che un personaggio di nome Ulfila, di chiara origine gotica, viene raccomandato

da Ruricio all’amico Elafio. (epist. 2, 7).


38 Valga sinteticamente quanto affermato da HEATHER 1999, pp. 254-255: «Outside a limited number

of Christian writers, the intrusion of outsiders and destruction of the western Roman empire did not see the
collapse of traditional notions of “Roman” and “barbarian”. Individuals and groups were recategorised, or
recategorised themselves, for a variety of purposes. Many former barbarians became Roman to justify poli-
tical accomodation on the part of Romans, to attract the support of locally dominant Roman landowners, or
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14 Lettere

buoni rapporti anche con uomini al servizio del regno visigoto quali Elaphius
(epist. 2, 7), Praesidius (epist. 2, 12 = 53; 13) e Eudomius (epist. 2, 39). Dunque
l’epistolario di Ruricio lascia trasparire con immediatezza una duplice tensione
presente nella Gallia di V-VI secolo: strenua difesa della cultura e degli ideali
“romani” attraverso “epistolography, literary circles anf family ties”39, nonché in-
tegrazione e dialogo col governo visigoto grazie a legami di amicizia personali,
senza escludere talora collaborazione40.
Quale immagine di Ruricio, infine, ci consegna l’epistolario? Se le lettere co-
prono per lo più l’arco cronologico dell’episcopato limosino, ne emerge – credo
senza ruga – la figura di un pastore zelante e preoccupato delle sorti terrene ed
eterne del gregge affidatogli. Se le considerazioni da lui svolte non brillano per
particolare originalità o non hanno lo smalto dell’intuizione profetica e lungimi-
rante, esse tuttavia si collocano nell’ambito della “buona amministrazione” che,
se mai dispiace, ancor di più essa risulta gradita in congiunture storiche partico-
larmente complesse, come quelle della Gallia di V-VI secolo. Le lettere ci metto-
no a contatto con situazioni quanto mai immediate, quali la querelle per la giuri-
sdizione di una parrocchia col vescovo di Périgueux (epist. 2, 6), la raccomanda-
zione o la difesa di clientes o amici (epist. 2, 7; 12; 48; 51; ecc.), l’interesse per la
liberazione di prigionieri (epist. 2, 8), il coinvolgimento nelle vicende ecclesiali
contemporanee (epist. 2, 29; 31, 33; 36), la direzione spirituale. E benché Ruricio,
come molti hanno affermato41, non possegga alte doti speculative, sembra tuttavia
vivere con dedizione il proprio ministero pastorale, non trascurando alcuno dei
doveri cui il vescovo è chiamato nella società del V secolo42. Da quanto sopra af-
fermato, si intuisce come i generi delle lettere siano i più diversi: private (infor-
mative, gratulatorie, letterarie, di amicizia…), commendatizie, consolatorie, me-
triche (epist. 2, 19), biglietti di accompagnamento… Come già sottolineato, non
abbiamo epistole di carattere propriamente teologico o dogmatico.

to justify grabbing the reins of imperial power. The actual categories, however, remained the same». Quan-
to all’inquadramento di Ruricio e del suo epistolario nel contesto visigotico, vd. MATHISEN 1999, pp. 39-40;
ID. 2001, pp. 101-115.
39 Evidente il rimando allusivo a MATHISEN 1981, pp. 95-109.
40 Per quanto differenti i punti di partenza, utile la lettura di synkrisis di N IXON 1992, pp. 64-74;

WARD-PERKINS 2008, pp. 80-104; sul probabile intervento di Ruricio presso il governo visigoto per caldeg-
giare il ritorno ad Arles di Cesario, vd. MATHISEN 1999, p. 41. Similmente, già Fausto aveva chiesto a Ruri-
cio di caldeggiare apud antepositos (i Goti al potere) il rilascio di un ignoto personaggio caduto in cattività
in Lugdunensi (epist. 11 p. 217, 25 ss.).
41 Vd. paragrafo succ.
42 «L’unica cosa che si delinea in esse (scil. lettere) è la figura umile e dolce del buon vescovo, per cui

la fede è vita, la cultura una delle più imperiose necessità dello spirito, l’amicizia una delle più pure gioie
dell’esistenza» (MORICCA 1932, p. 961). Una sorta di “scatto d’orgoglio” personale sembra ravvisabile in
epist. 2, 33, 2 a Cesario di Arles: a fronte di vescovi che acquisiscono fama solo per il fatto di essere in sedi
prestigiose, Ruricio pare affermare indirettamente la coscienza di compiere il proprio dovere, in quanto
multo melius multoque eminentius est civitatem de sacerdote, quam sacerdotem de civitate notescere.
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Introduzione 15

Più in generale, considerando l’intero epistolario e dunque tutta l’esperienza


umana di Ruricio, non si può non notare, pur nella varietà, una certa pedanteria
contenutistica, per cui tutto diventa lusus, topos, iperbole. E talvolta alcune episto-
le sembrano non andare al di là di questo limite (anche se la préciosité è per lo più
funzionale all’enfatizzazione di un’idea), e come tali vanno recepite: come ottem-
peranza a quegli svaghi letterari della nobiltà gallo-romana che proprio nello
scambio epistolare, nella scrittura dotta e nel “circolo letterario” vede il modo per
mantenere viva la “tradizione romana”43. Del resto a questo erano abituati dalla
formazione scolastica: alla cultura del particolare, dell’analitico, attorno al quale
sviluppare ingegnose e virtuosistiche argomentazioni, secondo le modalità stilisti-
co-retoriche proprie di ciascun genere44. «Les raffinés du Bas-Empire ne peuvent
plus se distinguer que par la recherche du rare et de l’imprévu, des inopinata, mais
leur domaine, sur ce point, est illimité [...] dans les derniers siècles, la préciosité
s’étale et constitue souvent le caractère essentiel de l’inspiration et du style»45.
L’amicitia, intesa come comunanza di sentimenti e di volontà46, secondo quan-
to già detto e quello che emergerà dalla lettura di ogni singola lettera, risulta esse-
re il fulcro di tutto quanto l’epistolario. Sulla coltivazione di essa (oppure al con-
trario sul suo venire meno) si articola tutta quanta la raccolta ruriciana. La lettera,
intesa come munus amicitiae, diventa il veicolo privilegiato per intrattenere rap-
porti e per rinsaldarli – secondo un costume ben affermato non solo in Gallia –,
attraverso una letterarietà spesso intricata, non scevra tuttavia di sincerità di affet-
ti. Se è vero che i sentimenti sono generalmente imbrigliati dal fitto reticolo reto-
rico, una lettura attenta può cogliere proprio nel prezioso barocchismo stilistico il
canale attraverso cui si esprime l’io dell’autore. Un’autenticità che credo vada
cercata non nonostante stile e contenuti, ma proprio in essi; una veracità di senti-
menti che non è immediatezza di scrittura (ma quando mai lo è stato?), bensì rie-
laborazione personale tenacemente ancorata ai modelli letterari47. L’epistolario
ruriciano pertanto, accanto a quelli più o meno contemporanei di Sidonio Apolli-

43 A tal proposito, vd. LOYEN 1943, p. 55; MATHISEN 1981, pp. 95-109; LA PENNA 1995, pp. 3-34.
44 Vd. p. es. epist. 1, 11 a Freda a cui Ruricio invia piante di abete; epist. 1, 14 a Celso, a cui manda un
cavallo; il medesimo dono viene inviato anche a Sedato di Nîmes (epist. 2, 35), il quale risponde a tono al
donatore (epist. ad Ruric. 8, pp. 403-404); epist. 2, 43 a Costanzo, in cui l’invio di un cinghiale macellato
diventa spunto per considerazioni spirituali; similmente epist. 2, 44 ad Ambrogio circa il dono di legumina
marina. Su questi aspetti, vd. GIOANNI 2004, pp. 538-541.
45 LOYEN 1943, p. 10.
46 Vd. p. es. CIC., Lael. 81; RURIC., epist. 1, 1, 1; 10, 1.
47 Mi sembra riduttiva la considerazione fatta a suo tempo da LOYEN 1943, p. 169 secondo il quale,

delle 82 lettere ruriciane, solo una (epist. 2, 4 a Namazio e Ceraunia) «traduit avec simplicité et naturel une
émotion vraie et profonde». Tanto più che la lettera consolatoria ai due coniugi per la perdita della figlia
non è meno imbevuta di retorica e di topoi, secondo il genere della consolatio. È assolutamente condivisi-
bile il rilievo fatto da MOUSSY 2002, p. 99, secondo cui «le raffinement de l’expression n’exclut nullement
la sincerité de ses sentiments chrétiens».
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16 Lettere

nare, Avito di Vienne, Ennodio, rappresenta una preziosa tessera di quel “mosaico
composito” (Gasti) che è la Gallia tra V e VI secolo.

3. Ruricio nei giudizi della critica

La critica letteraria del secolo scorso non ha dedicato molta attenzione all’ana-
lisi dell’epistolario ruriciano. Quando se ne è occupata, lo ha fatto in maniera cur-
soria, frequentemente liquidandolo come scarsamente interessante sia per i conte-
nuti che per lo stile. Sembra utile fornire una breve rassegna di tali giudizi, da cui
è necessario prendere avvio, per una valutazione complessiva dell’opera.
Appare dunque evidente come anche le Epistole di Ruricio riproducano il carattere generale
della lettera del V secolo, quello cioè di una formula convenuta di saluto, senza sincerità, senza
soggetto, fatta unicamente di parole (RIMINI 1912, p. 575);
Queste lettere non offrono alcun interesse dal punto di vista del dogma e della teologia: in
nessuna di esse, come invece avviene per talune lettere di Fausto, sono trattati argomenti teolo-
gici, e neppure le caratteristiche della vita dell’epoca e la conoscenza dei personaggi allora vi-
venti balzano fuori dall’epistolario ruriciano, come da quello di Sidonio, il quale offre ai lettori
una messe inesauribile di notizie storiche (MORICCA 1932, p. 961)48;
Les Epistulae de Ruricius, seigneur de Gourdon, puis évêque de Limoges, n’ont pour l’his-
toire du temps comme pour l’histoire de l’Eglise qu’un intérêt très médiocre, mais elles sont
une illustration remarquable de l’influence néfaste exercée par l’ésprit mondain sur l’oeuvre lit-
téraire (LOYEN 1943, p. 169);
Sidoine reste le modèle des précieux. [...] Parmi ses correspondants, il faut au moins signa-
ler l’évêque de Limoges, Ruricius, dont nous possédons 82 lettres. Ces lettres, écrites avec
soin, sont l’oeuvre d’un brave homme un peu pédant et ne possédent pas la légèreté et la grâce
de celles de Sidoine (DE LABRIOLLE 1947, p. 742 n. 5);
Ce manque d’intérêt est pourtant facile à expliquer. Jugée sur la richesse, la variété, la per-
fection dont le genre épistolaire s’est illustré chez les latins, la correspondance de Ruricius res-
te nécessairement obscure. Elle ne sit ni fasciner par lésprit, la culture, la personnalité de l’au-
teur ni captiver par l’intérêt historique ou humain du contenu. Au contraire, on ne saurait nier
que la lecture ne soit un peu désolant, laissant une morne impression du contraste entre la pom-
pe fastueuse du style et la banalité fastidieuse des conceptions (HAGENDAHL 1952, p. 4);
L’interesse di queste lettere non è grande; Ruricio non aveva doti di speculazione sul piano
teologico (MORESCHINI-NORELLI 1996, p. 623).

48 Va notato come la trattazione del Moricca, per quanto datata, costituisca sempre un valido riferi-

mento per delineare la figura storica e morale di Ruricio, di cui traccia un ritratto profondamente ancorato
alla testimonianza resaci dall’epistolario e alle fonti letterarie coeve. È inoltre lo storico della letteratura a
dedicare più spazio alla vita e all’opera del vescovo di Limoges, prima dello studio di HAGENDAHL 1952:
vd. MORICCA 1932, pp. 957-966.
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Introduzione 17

Tutto ciò premesso, emergono alcune considerazioni. Indubbiamente non si dà il


caso di ribaltare giudizi in maniera eclatante: Ruricio rimane nella mediocritas.
Tuttavia di essa, il cui colore scabro e piuttosto arrugginito del quale si era amman-
tata nel corso dei secoli sembrava costituirne la natura più intima, è possibile risco-
prire una patina aurea che maggiormente la nobilita e le conferisce lustro. Se certa-
mente il paragone con l’ampio e variegato epistolario sidoniano annichilisce (o al-
meno svilisce) la corrispondenza di Ruricio, essa tuttavia – come già detto sopra –,
se considerata in rapporto alle circostanze, alla storia, alla cultura della Gallia di V-
VI secolo, acquisisce la dignità di testimonianza di un’esperienza di vita intrisa di
letteratura classica e cristiana, animata dalla fede, informata dall’amicizia, votata al
ministero, proiettata verso l’eternità. E attraverso il detto e il non detto ci viene
consegnato un façons de vivre durante il periodo di passaggio dalla Gallia visigoti-
ca al regno dei Franchi. Leggendo le lettere di Ruricio abbiamo l’opportunità di es-
sere calati in una realtà provinciale, quale è Limoges49, nell’ambito di un non tra-
scurabile scenario di vita locale che abbraccia fondamentalmente l’Aquitania visi-
gotica50. E tuttavia questo “very local flavor” (Mathisen) non pare risultare fasti-
dioso, stucchevole o semplicemente di maniera. Dietro alla forma espressiva, che è
e rimane al limite del barocco, si legge una realtà fatta di quotidianità che si cimen-
ta con gioie, svaghi, difficoltà secondo le modalità proprie di ogni epoca storica. E
se tra i corrispondenti non ci sono re, imperatori o papi, tuttavia abbiamo personag-
gi tra i più importanti della vita ecclesiastica e culturale gallica, quali Fausto di
Riez, Sidonio Apollinare, Giuliano Pomerio, Esperio, Eonio di Arles, Sedato di Nî-
mes, Cesario di Arles, oltre a una messe di altri destinatari minori.
In questo pertanto sta l’interesse per Ruricio: nell’offrirci una dettagliata
tranche de vie. Certamente un giudizio sull’opera di Ruricio non credo debba
essere formulato semplicemente sulla base di quanto Ruricio non può averci da-
to: non è teologo acuto come Fausto, non è retore raffinato come Sidonio Apol-
linare, non è asceta rigoroso come Cesario, non ha la vita sociale di Ennodio o
di Avito. E nonostante questo, scorrendo l’epistolario, la storia locale, i Realien,
e perfino i sentimenti non emergono meno veritieri o più asfittici. In fondo an-
che Rodolfo il Glabro non brilla agli occhi dei posteri per acribia storica o per
uno stile particolarmente avvincente, eppure, per dirla con G. Duby, rimane «il
49 Al di là della topica professione di modestia, non sembra irrealistico quanto lo stesso Ruricio asseri-

sce a Cesario di Arles: [...] si aliis nomen urbium praestat auctoritas, nobis auctoritatem demere non debet
urbis humilitas (epist. 2, 33, 2).
50 Mi sento di accogliere pienamente il giudizio di MATHISEN 2001, p. 105: «The neglect of Ruricius is

unfortunate, for he presents a picture of life in late Roman Gaul that significantly complements the one pro-
vided by his better-known confrères, all of whom were related to him to a greater or lesser degree. [...] Only
the letters of Ruricius, which cover the period from ca. 470 until ca. 507, span the crucial transitional phase
between imperial and barbarian Gaul. Ruricius experienced the very last days of imperial Gaul, and both the
apogee and the precipitious decline of the kingdom of Toulose. By theend of his life, it was clear that the
subsequent history of sub-Roman Gaul would be detrmined not by Romans or Visigoths, but by Franks».
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18 Lettere

miglior testimone del suo tempo, e di gran lunga»51.


L’“esprit précieux” (Loyen) di Ruricio trova concretizzazione piena nello stile.
Un primo eloquente giudizio sullo stile di Ruricio ci viene fornito dall’amico Si-
donio Apollinare. Questi, nel rispondere a RURIC., epist. 1, 8, così esordisce: Ac-
cepi per Paterninum paginam vestram, quae plus mellis an salis habeat incertum
est. Ceterum eloquii copiam hanc praefert, hos olet flores, ut bene appareat non
vos manifesta modo verum furtiva quoque lectione proficere52. L’abbondanza del-
l’eloquio (eloquii copia) che fluisce ricco e infiorettato retoricamente (flores) ri-
sulta pertanto apprezzato, secondo i canoni stilistici di Sidonio53. E questi sono
evidentemente i medesimi applicati nella personale corrispondenza dell’arverno.
Pertanto nello stile ruriciano si riconosce la tipica tendenza retorizzante delle
scuole galliche di IV-V secolo. In modo particolare, il nostro autore spesso abusa
degli orpelli retorici, giungendo talvolta a una sorta di “contorsionismo” (Gualan-
dri), che rende la frase oscura e di difficile lettura.
Ruricio ricorre alle figure di stile con abbondanza. Prediletti risultano essere il
parallelismo, l’isocolia e l’homoeoteleuton, talvolta al limite della rima. Tuttavia
non va dimenticato come Ruricio ami le costruzioni chiastiche, spesso macrosco-
piche e concatenate, con variatio, nonché la figura della commutatio54. Inoltre
spesso la frase è strutturata sulla contrapposizione di idee, cosicché l’antitesi e
l’antifrasi ricorrono con frequenza nel fluire del discorso55. Non meno presente
appare il gusto per il discorso iperbolico e per il descrittivismo minuzioso caratte-
ristici già della letteratura di età imperiale. Ruricio ama i calembours lessicali e le
parafonie, per lo più accompagnati dal ricorso alla prefissazione preposizionale:
«il s’en sert avant tout, à côté du parallélisme des membres, pour mettre en relief
une pensée antithétique et en renforcer l’effet»56. Non sono assenti coni lessicali
quali p. es. repensator (vd. infra 1, 6 n. 14); sospitatio (vd. infra 1, 15 n. 24); in-
desperatus (vd. infra 2, 58 n. 12). Frequente è anche il ricorso a clausole metri-
che, specie del tipo cretico + trocheo (cursus planus), dicretico (cursus tardus) e
ditrocheo (cursus velox)57.

51 G EORGES D UBY , L’anno Mille: storia religiosa e psicologia collettiva, trad. it. Torino, Einaudi,

1976, p. 13 (ed. orig. L’an Mil, Paris, Julliard, 1967).


52 SIDON., epist. 4, 16, 1. La furtiva lectio dichiarata dall’epistola sidoniana allude alla confessione di

Ruricio in epist. 1, 8, 2. 5 che rivela una sua “malefatta”: l’aver copiato un codice di Sidonio, senza il con-
senso del proprietario.
53 A fronte delle topiche professioni di rusticitas da parte di Ruricio, Sidonio celebra lo stile dell’ami-

co (tra il topos e la sincerità) anche in epist. 8, 10, per il cui testo vd. infra.
54 Cfr. p. es. epist. 1, 2, 1 (impia neglegentia et neglegens impietas); 7, 1 (sancta pietas et pia

sanctitas); 2, 26, 1 (sollicitae pietati et piae sollicitudini). Un buon specimen relativamente alla struttura
della frase dell’epistolario ruriciano in HAGENDAHL 1952, pp. 51-66.
55 Vd. RIMINI 1912, pp. 579-586; HAGENDAHL 1952, pp. 67-71.
56 HAGENDAHL 1952, p. 71 (vd. anche pp. 71-80).
57 Sull’uso delle clausole si è soffermato dettagliatamente HAGENDAHL 1952, pp. 32-50. Nel commen-
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Introduzione 19

Come la maggior parte degli autori cristiani, il lessico di Ruricio dipende in


primo luogo dalla Sacra Scrittura. Essa è la vera ispiratrice di pensieri e locuzioni,
come emerge dalle numerose citazioni, allusioni o reminescenze (soprattutto del
Salterio, dei Vangeli, delle lettere paoline). Tuttavia Ruricio “saccheggia” propria-
mente anche gli auctores ecclesiastici: ne cita ampi stralci, senza dichiararlo aper-
tamente, o ne rielabora pensieri e contenuti58, appoggiandosi così all’altra auctori-
tas, dopo i testi scritturistici, della paideia cristiana, cioè le opere dei patres. L’en-
tità di questi “furti” riguarda soprattutto (ma non solo) alcuni autori, in particolare
Cipriano, Ambrogio, Cassiano, Sulpicio Severo, Fausto; meno presenti riferimenti
all’opera agostiniana, nonostante l’ammirazione per il dottore di Ippona traspaia
da reminescenze lessicali o contenutistiche. Ma non si limita a questo: egli riporta
a piene mani stralci di lettere dei suoi destinatari in contesti di altro genere, oppu-
re riutilizza locuzioni, frasi o intere epistole di sua mano in ambiti simili o com-
pletamente differenti rispetto agli originali59. Due sole sono le citazioni dirette di
autori pagani60, benché non manchino reminescenze o allusioni classiche, soprat-
tutto di Virgilio e di Cicerone. Gli influssi della lingua d’uso o deroghe alle regole
grammaticali e sintattiche sono puntualmente segnalati ad loc.
Insomma: Ruricio si conferma essere un letterato cristiano, dotto e attento so-
prattutto all’ars, secondo la tradizionale formazione scolastica di età tardoantica.
Dal punto di vista dello stile e del preziosismo formale un riferimento sicuro rima-
ne l’opera di Sidonio, di cui Ruricio è ammiratore sincero, nonostante gli esiti non
siano quelli del raffinato amico. Il dettato ruriciano appare spesso pesante e invo-
luto, non meno fiaccato dal topico cerimoniale epistolare che talvolta rischia di
paralizzare o di pregiudicare la dimensione contenutistica di talune lettere. Non da
ultimo va notata l’ottemperanza di Ruricio alla teoria epistolare classica, per cui il
tono della lettera deve corrispondere al destinatario61. L’erudizione dell’autore e la
sua perizia stilistica emergono eloquentemente anche nella varietà di toni e sugge-
stioni, secondo che egli debba inoltrare una missiva a un retore, a un amico, a un
vescovo, a un laico. Un aspetto che contribuisce ulteriormente a inquadrare la pro-
sa d’arte di Ruricio come una testimonianza viva di quella cultura gallo-romana,
profondamente cristiana e al tempo stesso innervata di tradizione classica.

to, in ogni lettera sono rilevate solo le clausole poste in posizioni particolari, ora a enfatizzare il contenuto,
ora una locuzione, ora a esornare un costrutto.
58 Vd. HAGENDAHL 1947, pp. 114-128.
59 Questo atteggiamento, proprio non solo di Ruricio, ma comune agli autori tardoantichi, è particolar-

mente abusato dal nostro autore, tanto da essere definito da Hagendahl “plagiaire”. A tal fine, vd. HAGEN-
DAHL 1952, pp. 12-31.
60 In epist. 2, 4, 1 cita VERG., Aen. 6, 32-33, mentre in epist. 6, 688.
61 Vd. CUGUSI 1983, pp. 38-39. 45-47. A titolo esemplificativo, cfr. IUL. VICT., rhet. p. 105, 35 ss.: Epi-

stola, si superiori scribas, ne iocularis sit; si pari, ne inhumana; si inferiori, ne superba; neque docto incu-
riose, neque indocto diligenter, nec coniunctissimo translatitie, nec minus familiari non amice.
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20 Lettere

In sintesi, i tratti salienti dell’epistolario ruriciano, ma in fondo caratteristici


dell’epoca, ci vengono evidenziati ancora una volta dalla mano di Sidonio. In una
lettera, scritta a Ruricio probabilmente verso il 471, afferma: Esse tibi usui pari-
ter et cordi litteras granditer gaudeo. Nam stilum vestrum quanta comitetur vel
flamma sensuum vel unda sermonum, liberius assererem, nisi, dum me laudari
non parum studes, laudari plurimum te vetares. Et quamquam in epistola tua ser-
vet caritas dulcedinem, natura facundiam, peritia disciplinam,…62 Flamma sen-
suum, unda sermonum, caritas, dulcedo, facundia, peritia, disciplina esprimono
efficacemente quel sinolo di valori morali e perizia letteraria che il cristianesimo
ha operato. E stando così le cose – conclude icasticamente Sidonio –, se il sermo
di Ruricio è pulcher, la sua vita non può che essere pulchrior63.

Devo il presente volume fondamentalmente al prof. Fabio Gasti, al quale vanno i più
sinceri ringraziamenti per la disponibilità, l’interesse e la competenza con cui ha seguito
pedetemptim il lavoro di traduzione e di commento. Ringrazio quindi il prof. Giancarlo
Mazzoli e il prof. Annibale Zambarbieri che hanno gentilmente letto una prima stesura del-
l’opera e hanno ritenuto di proporne la pubblicazione nella storica collana della Facoltà.

62 SIDON., epist. 8, 10, 1.


63 SIDON., epist. 8, 10, 4.
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Nota critica

Nella presente traduzione dell’epistolario ruriciano si sono tenuti presenti alcu-


ni criteri di riferimento. Dove è risultato possibile, si è tentato di mantenere o di
riprodurre in lingua italiana l’intricato eloquio dell’autore, cercando sempre tutta-
via di preservare la chiarezza. Per quanto attiene alla traduzione italiana di sostan-
tivi praticamente sinonimici (p. es. amor, caritas, dilectio, pietas; delictum, cri-
men, facinus, peccatum; indulgentia, venia; ecc.) oppure di verbi o locuzioni piut-
tosto ricorrenti (indico, significo, mitto, Deo propitio, ecc.), si è curata particolar-
mente la scelta lessicale, al fine di sfaccettare i significati e rendere così maggior-
mente evidente ora la varietas ora la regolarità lessicali ruriciane. Si è mantenuta
sempre, dove possibile, la corrispondenza voce latina – traduzione italiana, salvo
casi in cui l’accumulo di sinonimi o altri motivi interni lo sconsigliassero. Nelle
poche situazioni di questo genere, si è scelto di mantenere una corrispondenza les-
sicale in rapporto al contesto, esulando dal criterio generale adottato.
I nomi dei destinatari, dei personaggi citati nelle epistole, i toponimi, gl’idroni-
mi sono stati sempre tradotti, salvo casi di oggettiva incertezza. I brani della Sa-
cra Scrittura o degli auctores hanno avuto una traduzione di prima mano e vengo-
no sempre identificati dai caratteri in corsivo. Il testo latino e italiano è stato sud-
diviso in paragrafi, per rendere più agevole la lettura; i riferimenti ai vari loci del-
l’epistolario vengono effettuati in base a detta numerazione.
Il testo critico riprodotto è quello edito da R. Demeulenaere, da cui mi sono ta-
lora allontanato. Fornisco di seguito i loci in questione:

1, 1, 3 filio Lütjohann : herede S edd.


1, 2, 1 locum suppl. Krusch
1, 3, 2 gaudium suppl. Engelbrecht
1, 12, 1 fraudastis cett. edd. : fraudatis Demeulenaere (err., ut vid.)
1, 12, 2 seu Krusch : esse S (del. Engelbrecht)
2, 1, 3 vestris S Krusch : vobis cett. edd.
2, 4, 2 solatia sublata cett. edd. : -io sublata Demeulenaere (err., ut vid.)
2, 9, 6 individuum S Hagendahl : -uam edd.
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22 Lettere

2, 22, 2 in mensura Krusch : inminente mensura S cett. edd.


2, 30, 2 petiit suppl. Mommsen
2, 31, 1 consulere Canisius : consolare S edd.
ibid. de civis talis ordinatione Mommsen : de civitatis ordinatione S edd.
2, 37, 1 meam Hagendahl : mei S edd.
2, 43, 1 erectus Krusch : effectus S edd.
2, 46, 1 meam S Krusch Engelbrecht : mea Demeulenaere
2, 47, 1 dat quod a Krusch Mommsen : id quod S; id quod a cett. edd.
2, 51, 1 prodente S : prudente edd.
2, 56, 2 non S Krusch Engelbrecht : nos Demeulenaere (err., ut vid.)
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Lettere
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Liber Primus

1.
DOMINO SUO PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO FAUSTO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Olim te, domine mi venerande ac beatissime sacerdos, fama celeberrima


praedicante cognovi; olim desiderio pii amoris infuso illis te, quibus scribere di-
gnaris, oculis cordis intueor, sed nihilominus etiam corporeis videre festino, si
quo modo possim, intercedentibus vobis, peccatorum meorum vincula disrumpe-
re, acceptisque columbae illius pinnis, a venantum laqueis evolare, et vobiscum
positus in dominica lege requiescere, ut sitim, quam opuscula vestra legendo con-
cepi, ipse praesens, unde illa manarunt, uberius hauriens restinguerem, ut caritatis
igniculum, quem in tepidis animae dormientis favillis scintillis ferventibus susci-
tastis, prolatis de condensa scripturarum pabulis, vivax flamma roboraret, quae
eloquio sancti oris accensa, more sibi solito, in pectore peccatoris vim naturae po-
tentis exsereret, calefaciendo frigida, inluminando tenebrosa, et spinas criminum
consumendo. Adhaesit, doctor eximie, anima mea post te.

[2] Me autem adiuvent orationes tuae, ut possim, terrenis actibus spretis, caele-
stibus inhiare, quia corpus, quod corrumpitur, adgravat animam, ut inclinare au-
rem suam ad oracula divina non possit, ut domum patris obliviscens oboedien-
sque vocantis imperio de terra sua et cognatione discedat atque illam, quae ei de-
monstratur, potius concupiscat. Non enim adhuc valet pusillitas nostra metum ob-
noxiae conditionis expellere, et caritati perfectae purgata corda reserare, ut relin-
quentes praesentia, petamus aeterna eiectoque ancillae herede, hereditatem pater-
nam liberi possimus adipisci.
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Libro Primo

1.
RURICIO
AL SUO PARTICOLARE SIGNORE
PATRONO1 IN CRISTO SIGNORE
IL VESCOVO FAUSTO

[1] È da tempo che, per la celeberrima fama che ti annuncia2, ti conosco, o mio
venerando signore e beatissimo3 presule4; è da tempo che, per il desiderio di af-
fettuosa amicizia infuso in quelli cui ti degni5 di scrivere, ti vagheggio con gli oc-
chi del cuore6, ma non di meno ho smania di vederti anche con gli occhi del cor-
po, se in qualche modo potrò, per vostra intercessione, spezzare i lacci dei miei
peccati 7 e, prese le ali della colomba del salmo 8 , volare via dai lacci dei
cacciatori9 e, standomene lì10 con voi11, riposare nella legge del Signore, per
estinguere la sete12, di cui arsi leggendo le vostre opere13, attingendo ora14 io stes-
so con maggiore abbondanza alla fonte da cui15 quelle opere scaturirono; perché,
fatti emergere i pascoli16 dalla frondosa selva delle Scritture17, rinvigorisca il fuo-
cherello dell’amore18, che suscitaste con ardenti scintille dalle tiepide ceneri di
un’anima assopita, una fiamma vivida19, la quale, accesa dalle parole della vostra
santa bocca, nel modo a lei proprio faccia emergere nel petto del peccatore20 la
forza della sua natura potente scaldando quanto è freddo, illuminando quanto è te-
nebroso e distruggendo le spine delle scelleratezze21. A te rimane unita, o esimio
maestro22, l’anima mia23.
[2] Mi aiutino le tue preghiere, affinché, disprezzate le opere terrene, possa
aspirare a quelle celesti, poiché il corpo, che si corrompe, appesantisce l’anima24,
cosicché essa non può prestare ascolto25 alle parole divine, che la invitano ad al-
lontanarsi dalla sua terra e dalla sua famiglia e a bramare piuttosto quella terra
che le viene mostrata, dimentica della casa di suo padre e obbediente all’autorità
di chi la chiama26. Infatti la nostra debolezza non è ancora in grado di cacciare il
timore della nostra condizione di servi e schiudere i nostri cuori purificati all’a-
more perfetto, per cercare le cose eterne, abbandonando quelle presenti, e caccia-
to l’erede nato dalla schiava, poter conseguire da uomini liberi l’eredità paterna27.
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26 Lettere

[3] Quam ob rem spero, domine mi, ut pro me indesinenter oretis et, quoties
dignati fueritis ariditatem terrae meae eloquentiae vestrae imbre perfundere, non
mihi, sicut nunc fecistis adhuc meae infirmitatis ignari, delicatos et dulces cibos,
sed austeriores, et aegritudini meae congruos suggeratis, quia non expediunt stul-
to deliciae, postmodum proditoribus meis censorium praebeatis adsensum, qui
more humani ingenii, affectu nimio praepediti et a veritate iudicii declinantes, in-
currunt pro amore mendacium. Sane nec vereatur sanctitas vestra, ne vulneribus
meis gratior sit foventis dextera quam secantis, quia ea nec a me posse curari, et
tamen graviter conputruisse, Domino donante, iam sentio. Et ideo eligo, ut me iu-
stus misericordiae increpatione corripiat, quam caput meum oleum peccatoris in-
pinguet. Supplici itaque prece deposco, ut de illo thesauro penetralium vestrorum,
unde nova et vetera proferre consuestis, peritissimi utpote medici, qui languen-
tium innumeras et varias aegritudines cotidie, gratia Dei adiuvante, sanatis, lan-
guori quoque meo, quae convenire cognoscitis, medicamenta mittatis.

2.
DOMNO SUO PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO FAUSTO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Ita me hactenus impia neglegentia et neglegens impietas possederunt, ut


quid, domine mi, in me potissimum accusem, nesciam, et quid in me primum ex-
cusem, non inveniam. Si enim argumentationem aliquam ad excusandas excusa-
tiones in peccatis exhibere temptavero, adiciam peccato, sine iudicii recordatione,
peccatum; ut duplici atque maiori delicto ipse me premam, ut, qui tarditatis reus
sum, esse incipiam falsitatis, et ab humana usque iniuria crimen extendam, pater-
nam nunc tantum expectans de segnitiae noxa sententiam, divinae vero pro men-
dacii ultione subiciar, praesertim cum vera confessio indulgentiam, et falsa excu-
satio mereatur offensam. Malo itaque tam simplici confessione quam supplici ve-
niam petere, quam peccata geminare. Habes ergo, pater optime, pastor egregie,
me culpae meae spontaneum confessorem. Habes et in discipuli errore, quod cor-
rigas; et in oviculae languore, quod sanes. Potestatisque et iudicii tui est, utrum
velis ulceris mei putredinem ferri rigore rescindere, an medicamentorum lenitate
curare. Ego tamen, utram elegeritis, curationem amplectar intrepidus, nec pater-
nae ictum dexterae declinabo, dummodo portionem promissae hereditatis adipi-
scar, neque adtendam quae mihi poena sit in flagello, sed quem habeam locum in
testamento. Melius enim mihi est flere super patre, quam ut abdicer contemptus a
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I, 1-2 27

[3] Per questo motivo spero28, o mio signore, che preghiate ininterrottamente
per me e, tutte le volte che vi degnerete di irrorare l’aridità29 della mia terra con la
pioggia30 della vostra eloquenza31, mi forniate non, come avete fatto fin’ora,
ignaro della mia infermità, cibi delicati e dolci, ma vivande più amare e adatte al-
la mia condizione di malato32, poiché non giovano a uno stolto vivande delizio-
se33; in seguito spero che prestiate ascolto con senso critico ai miei traditori34 che,
secondo l’indole dell’uomo, intralciati da eccessivo affetto e allontanandosi dalla
verità del giudizio, per amore incorrono nella menzogna. No, non tema la Santità
Vostra35 che alle mie ferite risulti più gradita la mano di chi cura che quella di chi
amputa, poiché ormai sento, per dono del Signore36, che esse non possono essere
da me curate, e che tuttavia sono gravemente imputridite. E pertanto scelgo che il
giusto mi riprenda con un castigo di misericordia, piuttosto che l’olio del peccato-
re unga il mio capo37. E così, da quello scrigno recondito, da cui siete solito
estrarre cose nuove e cose antiche38, come un medico espertissimo39, voi che sa-
nate ogni giorno, con l’ausilio della grazia di Dio, le innumerevoli e svariate in-
fermità dei malati, con supplice preghiera vi chiedo che, anche per la mia
malattia40, mi mandiate le cure che sapete essere adatte41.

2.
RURICIO
AL SUO PARTICOLARE SIGNORE PATRONO1 IN CRISTO SIGNORE
ILVESCOVO FAUSTO

[1] Fino a questo momento mi hanno posseduto un’empia negligenza e una ne-
gligente empietà2, a tal punto che non so che cosa fra tutte accusare in me, o mio
signore, e non trovo da che cosa iniziare a difendermi3. Se tenterò infatti di esibi-
re qualche argomentazione per difendere la mia causa contro i miei peccati4, ag-
giungerò peccato a peccato, senza ricordarmi del giudizio, in modo da gravarmi
da me stesso di una duplice e maggiore colpa, cosicché io, che sono reo di lentez-
za spirituale5, comincerei a esserlo anche di falsità ed estenderei la mia scellera-
tezza6 dall’oltraggio umano in avanti. In attesa ora solo del tuo giudizio paterno
in merito al misfatto di neghittosità7, mi sottoporrò altresì a quello divino per la
punizione della mia insincerità, soprattutto perché una confessione verace merita
l’indulgenza e una difesa menzognera la punizione8. E così preferisco chiedere
perdono con una confessione tanto semplice quanto supplice9, che raddoppiare i
miei peccati10. Hai dunque in me, o ottimo padre, o pastore egregio, un confesso-
re spontaneo della sua colpa. Tu hai sia la correzione per l’errore del discepolo,
sia il farmaco per la malattia della pecorella11. È a tua completa discrezione se re-
scindere la cancrena della mia ferita con una rigida lama12, o curarla con delicate
medicine13. Io tuttavia accetterò coraggioso la cura, quale delle due sceglierete,
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28 Lettere

patre, quia parentum pietas distringit, ut corrigat, non perseverat, ut puniat, nec
tantum ei maeroris infert adrogantia superbientis, quantum gaudii fert humilitas
confitentis.

[2] Sic ille evangelii indulgentissimus pater filium, praeceptae substantiae de-
coctorem, laeto suscepit amplexu, promptior gaudere de reditu, quam inputare de
lapsu. Denique non ei exprobrantur facinora, non luxuria, non egestas; sola con-
versi reversio omnia damna conpensat, quia maior fuit procul dubio patri facultas
reditus, quam rerum facultas. Ita, quem abscessio reum fecerat, regressio fecit in-
sontem, et misericordia suffecit heredi. Quin etiam paternae clementiae venia sola
non sufficit, quod ulnis fovet, quod gratia permulcet, nisi et munera larga multi-
plicet. Dat anulum, ne rursus a patre, perfidia abducente, discedat. Calceamenta
dat pedibus, quo facilius ardui itineris aspera et dura contemnat. Dat et ipsam pri-
mam, quam perdiderat, stolam, ut, quem a morte receperat, pristina inmortalitate
donaret. Datur etiam ipse iuniori vitulus reverso, qui seniori agnus datus fuerat de
Aegypto profecturo, quia ipse educit ex Aegypto pater.

[3] Tanti parentis imitatus fidem, trade peccatoribus adiutorium, praesta conan-
tibus remissionem, intercessionem largire reo confitentique filio non solum ipse
veniam tribue, sed ipse veniam deprecare, ut, quem in peregrina patria appellas li-
berum, in propria possis videre liberatum. Et qui per se amisit dominicam libera-
litatem, per te mereatur consequi libertatem, nec a vestro separetur solatio, qui se-
questratur a praemio.

3.
DEVINCTISSIMO FILIO
SEMPERQUE MAGNIFICO HESPERIO
RURICIUS

[1] Scribendi mihi ad unanimitatem tuam aditum, quem obstruxerat inperitia,


patefecit affectus et illa dominatrix omnium pietas, per quam flectuntur rigida,
saxea molliuntur, sedantur tumida, leniuntur aspera, tumescunt lenia, mitescunt
saeva, saeviunt mitia, accenduntur placida, acuuntur bruta, dominantur barbara,
immania placantur, etiam in me opus suum peragens, os elingue reseravit, produ-
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I, 2-3 29

né scanserò il colpo della destra paterna, pur di prendere parte all’eredità promes-
sa, e non rivolgerò la mia attenzione a considerare quale pena avrò in punizione,
ma quale posto14 avrò in testamento15. Infatti è meglio per me piangere a causa di
mio padre, piuttosto che essere rinnegato, disprezzato dal padre, poiché la bontà
dei genitori castiga per correggere, ma non persiste nel proposito di punire, e non
produce in loro tanta afflizione16 l’arroganza di un figlio superbo, quanta gioia
accumula l’umiltà di un figlio che confessa il proprio peccato17.
[2] Così quel tanto indulgente padre del Vangelo accolse con un abbraccio di
gioia il figlio scialacquatore delle sostanze ricevute in anticipo18, pronto più a ral-
legrarsi del ritorno che a imputargli lo sbaglio19. Insomma, non gli vengono rinfac-
ciate le malefatte, non la dissolutezza, non la miseria: da solo il rientro del figlio
convertito20 compensa tutti i danni, poiché senza dubbio il padre ritenne ricchezza
maggiore il ritorno del figlio che non la ricchezza economica21. Così, colui che la
partenza aveva fatto reo, il ritorno fece innocente e all’erede fu sufficiente la mise-
ricordia22. Ma per giunta, alla clemenza paterna il perdono da solo non è sufficien-
te, perché lo stringe tra le sue braccia, lo coccola col suo affetto, e inoltre moltipli-
ca anche i già abbondanti doni. Gli dà l’anello23, perché non se ne vada di nuovo
lontano dal padre, sviato dall’infedeltà24. Gli pone le calzature ai piedi, perché più
facilmente sprezzi le aspre difficoltà dell’erto cammino. Gli dà anche la veste più
bella che aveva perduto26, per donare l’immortalità primigenia25 a colui che aveva
scampato dalla morte27. Al figlio minore viene anche dato, al suo rientro, quel vi-
tello28, che era stato dato come agnello al maggiore, quando si apprestava a lascia-
re l’Egitto29, perché è lo stesso padre a condurlo fuori dall’Egitto30.
[3] Imitando la fiducia di cotanto padre, aiuta i peccatori, assolvi coloro che lot-
tano contro il peccato, intercedi per il reo, e al figlio che confessa le proprie colpe
non solo accorda, ma implora tu stesso il perdono31, cosicché colui che tu, in terra
d’esilio, chiami libero, al tuo ritorno in patria possa vederlo liberato32. E chi per
causa sua perse la generosità del Signore, per mezzo tuo meriti33 di conseguire la
libertà, né sia privato del vostro soccorso34 colui che è lontano dal premio35.

3.
RURICIO
ALL’OBBLIGATISSIMO1
E SEMPRE MAGNIFICO2 FIGLIO ESPERIO

[1] L’accesso a scrivere alla Concordia Tua3, che l’imperizia mi aveva ostruito,
me lo ha spalancato l’affetto e quell’amore che tutto domina – per cui si piega ciò
che è rigido, ciò che è di pietra si ammorbidisce, si placa ciò che ribolle, si mitiga
ciò che è aspro, va in fermento ciò che è mite, si acquieta ciò che è furibondo, si
infuria ciò che è quieto, si accende ciò che è tranquillo, si affina ciò che è grezzo,
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 30

30 Lettere

cens me ex tutissimo silentii recessu ad publicum formidandumque iudicium et in


vita iam veteri nova subire conpellit. Scilicet, ut qui hactenus illam sententiam se-
cutus antiquam, qua dicitur saepenumero praestare tacere, quam dicere, inscien-
tiam meam maluerim verecundiae taciturnitate tegere, quam inpudenter incondito
sermone proferre, nunc tam consuetudinis meae inmemor, quam rusticitatis obli-
tus, quasi ex Arione in Orpheum repente mutatus, velim disertissimis auribus tuis
ore garrulo non tam officiosus quam iniuriosus existere, dum et ignota pertempto,
et insueta praesumo. Sed dabitis, ut reor, veniam venienti ex necessitudine neces-
sariae necessitatis, quia, quid dilectio in mortalium mentibus naturali potestate si-
bi vindicet, conscium mutuae passionis pectus agnoscit.

[2] Ergo ne excusationi diutius inmorantes, ita paginam dilatemus, ut non so-
lum tibi non exhibeat sermo incomptior gaudium, verum etiam copia inordinata
fastidium, iam in vocem pietatis erumpimus, et desideriorum verba ructuamus,
commendantes tibi pignus nostrum, depositum tuum, cuius nos susceptione cepi-
sti. Tibi enim spem posteritatis meae, tibi solatium vitae praesentis, et levamen, si
divinitas annuerit, futurae; tibi uni omnia mea vota commisi. Te elicitorem et for-
matorem lapillorum nobilium, te rimatorem auri, te repertorem aquae latentis ele-
gi, qui sciris abstrusas lapidibus gemmas propriae reddere generositati, quae uti-
que in tanta rerum confusione amitterent nobilitatem, si indicem non haberent.
Aurum quoque, arenis vilibus mixtum, nisi artificis sollertia eluatur aquis, ignibus
eliquetur, nec splendorem poterit retinere nec meritum. Saeptas etiam aquarum
manantium venas, et obductum terra fluenti alveum, nisi diligentius eruderaverit
appetitoris industria, laticis unda non fluet.

[3] Ita et tenerorum adhuc acies sensuum ignorantiae nubilo, quasi crassitate
scabrosae rubiginis obsessa, nisi adsidua doctoris lima purgetur, nequit sponte
clarescere. Tuum ergo nunc, tuum est in his omnibus et opinioni tuae et nostro pa-
riter respondere iudicio, ne aut tu praesumpsisse inlicite, aut nos inconsiderate
elegisse videamur.
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I, 3 31

si domina ciò che è barbaro, ciò che è crudele si ammansisce –4; portando a termi-
ne anche in me la sua opera, ha aperto la mia bocca, incapace di parola5, facendo-
mi uscire dal sicurissimo rifugio del silenzio al cospetto del tremendo tribunale
pubblico, e nella mia vita ormai vecchia6 mi costringe a cimentarmi in qualcosa
di nuovo7. Ben inteso che io, avendo finora seguito quell’antico adagio, che dice
che spesso è meglio tacere che parlare8, avrei preferito coprire la mia ignoranza
con il silenzio della discrezione9, piuttosto che renderla pubblica impudentemente
con un eloquio senza arte; ora, tanto immemore della mia abitudine, quanto di-
mentico della mia dozzinalità10, come mutato d’un tratto da Arione in Orfeo11,
non vorrei risultare alle tue orecchie raffinatissime, con il mio vaniloquio, tanto
deferente quanto offensivo12, mentre e tento l’ignoto e oso l’insolito. Ma conce-
derete, come penso, il perdono a chi si trova a essere assolutamente costretto da
un legame d’affetto13, poiché un cuore partecipe di un vicendevole sentimento sa
che cosa l’amicizia ottenga per virtù propria nell’animo umano14.
[2] Dunque, per non allungare questo mio scritto indugiando troppo a lungo
nelle scuse15, cosicché non solo il linguaggio troppo trascurato non ti procuri
gioia, ma anche la profluvie disordinata di parole fastidio, erompiamo ormai in
un grido di amore ed esaliamo16 parole di richiesta, affidandoti il pegno del no-
stro affetto, depositato presso di te17, ricevendo il quale, hai accolto noi18. A te
ho affidato infatti la speranza del mio futuro, a te il conforto di questa vita e il
sollievo, se Dio19 vorrà, della futura, a te solo tutte le mie attese20. Te, cavatore21
e scultore di nobili gemme, te cercatore d’oro, te scopritore di acque nascoste ho
scelto22, te che sai restituire alla loro23 purezza le gemme nascoste dalle pietre, le
quali senz’altro, in una così grande mescolanza di elementi24, perderebbero la lo-
ro nobiltà, se non avessero chi le scovasse. Anche l’oro misto alla vile sabbia
non potrebbe mantenere lo splendore né il valore, se la perizia di un esperto non
lo mondasse nell’acqua, se non lo saggiasse nel fuoco25. Se la laboriosità del ri-
cercatore non sgomberasse con ogni attenzione anche le vene di acque fluenti
ostruite 26 e l’alveo di un fiume chiuso da un accumulo di terra, l’onda
dell’acqua27 non scorrerebbe28.
[3] Così, anche il bagliore degli ancor giovani sentimenti, attaccato dalla nebu-
losità dell’ignoranza come da una ruggine densa e scabra, se non viene epurato
dalla perseverante lima di un maestro29, non può risplendere da sé. È dunque ora
tuo compito, è tuo compito in tutte queste cose corrispondere ugualmente al tuo
prestigio e al nostro giudizio, affinché non sembri o che tu hai avuto delle aspetta-
tive illecite o che noi abbiamo fatto una scelta sconsiderata30.
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32 Lettere

4.
DEVINCTISSIMO FILIO
SEMPERQUE MAGNIFICO HESPERIO
RURICIUS

[1] Recepi apices unianimitatis tuae, tam gratia quam eloquentia, tam amore
pariter quam lepore, tam sale quam melle respersos, in quibus nec dulcedini dees-
set aliquid nec sapori. Qui cum omni dictionis et rationis arte praemineant, solo
tamen a se videntur discrepare iudicio. Dum enim paginulae meae non laudi ap-
tae, sed vituperationi ineptia rusticitatis aptatae, maiora meritis tribuere festinas,
et sequeris vel declamationis cursum vel diligentis affectum, a norma recti iudicii
declinasti. Ad quam rem ego perfectionem tuam non ignorantiae vitio, sed sponta-
neo arbitror descendisse consilio triplici ex causa: ut in tenui materia et acumen
ingenii, et oris facundiam, et affluentiam sermonis ostenderes.

[2] Sicuti in ieiuno atque otioso caespite magis strenuitas cultoris apparet, cum
aut rebellionem glebarum tenacium repetita saepius inpressione vomeris domat
aut ariditatem nimiam stercoris aspersione fecundat, ut fructuum copiam, quam
soli natura negat, industria producat; ita et tu egestatem epistulae meae eloquen-
tiae tuae ubertate ditasti, ut possit esse, si eam suppresseris, te loquente, laudabi-
lis; si vero protuleris, incutiat et mihi de falsa laude, et tibi de iudicii errore vere-
cundiam. Et idcirco, quia inperitiam meam tui pudoris opus esse voluisti, cave ne,
praeconio tuo nobis non respondentibus, tua periclitetur electio. Itaque, si quid
mihi credis, si quid utrique consulis, indignum memoria, oblivione dignissimum
volumen absconde, si vis et me ad arbitrium tuum oratoris famam et te probati iu-
dicis obtinere personam.

5.
DEVINCTISSIMO FILIO
SEMPERQUE MAGNIFICO HESPERIO
RURICIUS

[1] Spoponderas, fili carissime, ut mihi aliquos de ramusculo quem ex amaritu-


dine in domesticum saporem vertendum transferendumque susceperas, flosculos
destinares, quorum odore cognoscerem quam spem spei gerere deberem; utrum-
nam ipsi flores germina, aut rursus ipsa germina fructus sui qualitate promitte-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 33

I, 4-5 33

4.
RURICIO
ALL’OBBLIGATISSIMO
E SEMPRE MAGNIFICO FIGLIO ESPERIO

[1] Ho ricevuto lo scritto1 della Concordia Tua2 rorido tanto di benevolenza


che di eloquenza, tanto di amore che di finezza, tanto di sale che di miele3, in cui
non mancherebbe alcunché né alla dolcezza né al sapore. E benché si distingua
per ogni perizia del dire e del pensare, esso tuttavia sembra essere contraddittorio
in se stesso solamente nel giudizio. Mentre infatti ti affretti ad accordare elogi
troppo grandi rispetto alla realtà alla mia letterina4, non adatta alla lode, ma resa
atta al biasimo dall’inettitudine della mia dozzinalità5, e segui o lo stile della de-
clamazione o l’affetto di chi ama, ti sei allontanato dalla norma del retto giudizio.
Alla qual cosa ritengo che la tua perfezione morale abbia condisceso non per vi-
zio di ignoranza, ma spontaneamente, per un triplice motivo: per mostrare nell’u-
miltà della materia sia la tua acutezza d’ingegno che l’eleganza della lingua che
l’abbondanza del discorso6.
[2] Come in un campo arido e infruttuoso7 appare di più la perseveranza del
contadino, quando o doma le compatte zolle ribelli scavando con molta frequenza
col vomere o ne feconda l’eccessiva sterilità spargendo il letame, affinché il lavo-
ro produca copiosi i frutti che la natura del terreno nega8, così anche tu hai arric-
chito la povertà della mia lettera9 con la ricchezza della tua eloquenza10, in modo
tale che, se la occulterai, potrà essere degna di lode, grazie alle tue parole; se in-
vece la diffonderai, farà vergognare sia me di una falsa lode che te di un errore di
giudizio. E pertanto, poiché hai voluto che la mia imperizia fosse incombenza del
tuo onore, bada che la tua scelta non ti esponga al pericolo, per il fatto che noi
non siamo corrispondenti al tuo elogio11. E così, se mi dai un po’ di fiducia, se ti
dai pensiero un po’ per entrambi12, nascondi quell’opera indegna di ricordo, ma
degnissima di oblio13, se vuoi che io conservi, a tua discrezionalità, la fama di
oratore e tu il ruolo di giudice stimato14.

5.
RURICIO
ALL’OBBLIGATISSIMO
E SEMPRE MAGNIFICO FIGLIO ESPERIO

[1] Mi avevi promesso, o figlio carissimo, di inviarmi alcuni fiorellini del ramo-
scello, che ti eri incaricato di innestare, facendolo passare da un sapore amaro a
quello proprio di piante coltivate; fiorellini dal profumo dei quali saprei quale spe-
ranza dovrei recare alla mia speranza1, se mai quei2 fiori promettano germogli o vi-
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34 Lettere

rent, idemque iterum fructus utrum possent te excoquente mitescere, et dulci elo-
quentiae cibo audientium corda satiare. Quod quia nescio quam ob causam facere
distulisti, opportunum vos admonendi tempus inveni, quo in harmonia mundi uni-
versa animantia bruta pariter et elinguia, incedentia, volantia atque reptilia, suis
quaeque modis, suis sibilis, suis quaeque vocibus, etsi sono dissono aut ore diver-
so, pari tamen affectu, quasi uno concentu in laudem proprii auctoris erumpunt, et
potentiam, quam promere nequeunt, sentire se produnt.

[2] Hoc namque tempore cuncti orbis species rediviva reparatur, et, quicquid in
eo situ squalidum, frigore turbidum, glacie concretum, nuditate deforme, ariditate
praemortuum hactenus fuit, ad instar resurrectionis emergit, ut discat humana fra-
gilitas de visibilibus invisibilia, et de praesentibus futura cognoscere, et spem
venturae melioris aetatis, deposita desperatione, percipiat. Nunc etiam tellus steri-
li rigore conclausas, quasi virili semine ita verno tempore concepto, occultis ma-
ritata meatibus, venas laxat ad partum. Et hinc quod deliciis suave, quod esui dul-
ce, quod usui utile, quod victui necessarium, quod visui iucundum, quod olfactui
gratum, quod tactui blandum, omne producit.

[3] Siquidem haec est illa temperies, quae mundi nascentis materiam, quasi
adhuc in incunabulis teneram gremio quodam clementissimae altricis complexa
nutrivit, ne substantiam nullo labore duratam aut aestivus fervor exureret, aut hie-
malis algor exstingueret, aut ventorum flabra portarent. Habet itaque susceptus
tuus convenientissimum tempus, quo animi socordia tandem aliquando detestata,
hebetudinem cordis exacuat. Et si inter homines declamare non potest, saltem in-
ter pecudes clamare, aut inter volucres garrire festinet.

6.
DOMINO SANCTO
ET PIISSIMO PATRI NEPOTIANO PRESBYTERO
RURICIUS

[1] Codices quos sanctitas vestra transmisit accepi, eloquentia claros, scientia
perfectos, doctrina probos, fidei puritate perspicuos, qui sacrorum testimoniorum
ubertate locupletes, auctoritate praestantes, luce fulgentes, facile et fidelium men-
tes illuminent, et infidelium errores detegant atque convincant. Quorum ego gustu
admodum tenui pellectus potius quam refectus, ad satietatem propter sollicitudi-
nes saeculi pervenire non potui.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 35

I, 5-6 35

ceversa se quei germogli promettano frutti secondo la propria qualità3, e poi ancora
se i frutti possano maturare scaldati dal tuo calore, e saziare i cuori di chi ascolta col
cibo squisito dell’eloquenza4. E poiché, non so per quale motivo, hai tergiversato,
ho trovato il periodo opportuno5 per esortarvi6, tempo in cui nell’armonia del mon-
do tutti gli esseri viventi irrazionali e allo stesso tempo incapaci di parola7, quelli
terrestri, i volatili e i rettili8, ciascuno a suo modo, con il proprio sibilo, ciascuno
con la propria modalità di esprimersi, benché con suono differente o diversa favella,
tuttavia con identico affetto, erompono come all’unisono in lode del loro Creatore9
e dichiarano di avvertire la potenza che non possono esprimere a parole10.
[2] E infatti in questo periodo l’aspetto di tutta la terra ritorna a vivere e si rinno-
va11 e, qualunque cosa in essa è stata finora desolata per la siccità12, sconvolta per il
freddo, indurita per il ghiaccio, sfigurata per la nudità, ormai morta per la mancanza
d’acqua, sorge a guisa della risurrezione, affinché l’umana fragilità impari a cono-
scere dalle cose visibili quelle invisibili e dalle cose presenti quelle future, e, depo-
sta la disperazione, prenda a sperare nella miglior vita che verrà13. Ora anche la ter-
ra, fecondata da nascosti canali14 – accolta la primavera così come il seme virile15 –
rilascia per il parto le falde acquifere occluse dalla sterilità del gelo16. E quindi pro-
duce tutto ciò che è soave da godere, appetitoso da mangiare, utile da usare, neces-
sario alla vita, piacevole alla vista, gradito all’olfatto, attraente al tatto17.
[3] Inoltre questa è quella stagione che alimentò il corpo del mondo al momen-
to della sua nascita, tenendolo stretto per così dire al suo grembo di tenerissima
nutrice, come un infante ancora nella culla18, perché la sua esistenza, non essendo
stata irrobustita da alcuna fatica, non venisse bruciata dal calore estivo o estinta
dal rigore invernale o portata via dal soffio dei venti19. E così il tuo cliente20 si
trova nel periodo più conveniente in cui, stornata una buona volta infine l’indolen-
za dell’animo, stimolare il torpore del cuore21, e, se non può declamare fra gli uo-
mini, affrettarsi almeno a schiamazzare tra le bestie o a garrire22 tra gli uccelli23.

6.
RURICIO
AL SANTO SIGNORE E AMOREVOLISSIMO PADRE1
IL PRESBITERO NEPOZIANO

[1] Ho ricevuto i libri che la Santità Vostra2 mi ha inviato3, splendidi quanto a


eloquenza4, perfetti quanto a scienza, ortodossi quanto a dottrina, chiari quanto a
purezza di fede: abbondantemente arricchiti da sacri testimoni, eccellenti in auto-
rità, splendenti di luce facilmente essi illuminino le menti dei credenti, smascheri-
no e sconfiggano gli errori dei miscredenti5. E io, allettato piuttosto che ristorato6
dal loro gusto delicatissimo, non ho potuto saziarmi a causa delle preoccupazioni
del nostro tempo7.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 36

36 Lettere

[2] Sicut enim stomachus, cum febrium ardore decoquitur, dulces sibi ante ci-
bos nec oblatos recipit, nec requirit ablatos; ita et animus mundanis anxietatibus
curisque confectus, spiritales dapes nec desiderat absentes, nec carpit appositas,
nec sentit infusas.

[3] Quae cum ita se in me habeant, vos tamen et pii parentis probastis affec-
tum, et solliciti magistri ministerium, et seduli medici implestis officium, ut tali
taedio laboranti medicamenta congrua mitteretis. Quibus etsi propter neglegen-
tiam meam ego non valeo consequi sospitatem, vos tamen percipietis a iusto re-
pensatore mercedem, qui etiam pro ingratis grates benivolas referre consuevit.

[4] Horum ego praefatorum codicum unum, sicut iussistis, retinui, alium re-
misi, quem sancti Hilarii Pictavae urbis antestitis esse noveritis. Quod quia prae-
ceperatis, indicare curavi. Hunc vero retentum, dum permittitis, transferre dispo-
sui, ut quod memoriae commendare non possumus, saltim vel paginis mandare
curemus.

7.
DOMINO SUO PECULIARI IN CHRISTO PATRONO
BASSULO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Quam me diligere sancta pietas, et pia sanctitas vestra dignetur, multimodo
probatis affectu, dum legenda transmittitis, et neglecta corrigitis, dilectionem dili-
gendo provocatis, et quod praedicatis verbis, docetis exemplis.
[2] Sed quoniam semen vestrum in terra sterili et dumosa non proficit, utpote
quod sentibus supercrescentibus suffocatur, ne sicut infructuosam illam ficulneam
me iubeat dominus vineae, quem tanto tempore nequiquam expectat, abscidi, vos
severiorem sententiam orando differte, donec doctrinae vestrae pinguedine tam-
quam stercore amaritudo infructuosa dulcescat.
[3] Sed quoniam plus sunt apud me delicta quam verba, nec possum facta ex-
piare sermonibus, obsequium saltim epistulare dependo, et librum, quem praesti-
teratis, me remisisse significo aliumque identidem vestrum, si iam necessarius
non est, spero per portitorem harum remitti iubeatis simulque, si propitio Deo ad
sollemnitatem sanctorum Gurdone venturi sitis, me recurrentibus scire faciatis.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 37

I, 6-7 37

[2] Come infatti lo stomaco, quando è arso dal calore della febbre, non assume
i cibi preferiti in precedenza, se gli vengono offerti, né li ricerca se gli vengono
tolti8, così anche il mio animo, prostrato dai molteplici affanni del mondo, non
desidera i banchetti spirituali9 che non ci sono, né prende parte a quelli che sono
stati imbanditi, né si rende conto di quelli a cui si è nutrito10.
[3] E mentre in me si agitano questi sentimenti, voi tuttavia avete dimostrato
l’affetto di un padre amorevole e avete compiuto l’incarico di un maestro zelante
e l’ufficio di un medico premuroso, sì da inviare le medicine adeguate a chi è ves-
sato da tale malattia11. E anche se, a motivo della mia negligenza12, io non sono in
grado di conseguire la salute13, voi tuttavia riceverete la ricompensa dal giusto
Remuneratore14, che è solito rendere benevoli ringraziamenti15 anche avendone
ricevuto ingratitudine.
[4] Dunque di questi summenzionati libri, uno, come mi avete ordinato, l’ho
trattenuto, l’altro, che sapete essere di sant’Ilario vescovo di Poitiers, ve l’ho ri-
mandato16. Cosa che ho avuto cura di notificarvi, poiché me lo avevate comanda-
to. In realtà quello che ho trattenuto, col vostro permesso, ho deciso di copiarlo17,
affinché, ciò che non possiamo affidare alla memoria, almeno cerchiamo di con-
segnarlo alla pagina scritta18.

7.
RURICIO
AL SUO PARTICOLARE SIGNORE PATRONO1 IN CRISTO
IL VESCOVO BASSULO

[1] Quanto si degni di amarmi la Santa Pietà e la Pia Santità Vostra2, me lo


provate con manifestazioni d’affetto di vario genere, e mentre mi inviate libri da
leggere3 e mi correggete gli errori, provocate in me l’amicizia amando4, e ciò che
predicate a parole, lo insegnate con i fatti5.
[2] Ma poiché il vostro seme non cresce in terra sterile e infestata da spine, dal
momento che è6 soffocato dai rovi che vi crescono sopra7; affinché il padrone del-
la vigna non mi faccia estirpare come quella pianta di fichi che non dava frutti8 –
me, che aspetta invano da tanto tempo –, voi stornate con la preghiera il giudizio
assai severo, finché la mia infruttuosa amarezza non diventi dolce grazie all’ab-
bondanza9 dei vostri insegnamenti, che saranno per me come concime10.
[3] Ma poiché in me sono più le colpe11 che le parole, né posso espiare quanto
ho commesso con bei discorsi, verso almeno l’omaggio epistolare12 e vi rendo no-
to che vi ho rimandato il libro che mi avevate prestato, e spero13 che allo stesso
modo me ne facciate mandare un altro dei vostri attraverso il corriere della pre-
sente14, se non vi è più necessario, e al tempo stesso, se, per grazia di Dio15, avete
in animo di venire a Gurdo16 per la solennità dei Santi17, fatemelo sapere nella
vostra lettera di risposta18.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 38

38 Lettere

8.
DOMINO SUO PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO SIDONIO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Praedicantibus vobis, saepius audisse me recolo, nullatenus ab iniquitatibus


nos posse purgari, nisi fuerimus crimina nostra, conscientia conpungente, confes-
si. Quis enim, non dicam consequi, sed vel quaerere queat indulgentiam, nisi de-
plorationi confessionem erroris adiungat, quia error indulgentiam, non indulgen-
tia requirit errorem?

[2] Quod ego valde verum esse cognoscens, facinus meum nuper admissum,
pietati vestrae indicare non distuli, ne, quod modo prodente me spectat ad ve-
niam, tacente postmodum pertineret ad culpam. Sed iam ipsum dolum proferamus
in medium. Furti me vobis reum statuo, et depositum vestrum me, ignorantibus
vobis, inlicite praesumpsisse pronuntio. Quod ut tamen committerem, occasionem
perpetrandi facinoris vos dedistis, aut temptantes cupidum, aut indoctum erudire
cupientes. Codicem namque, quem de fratre meo Leontio me recipere iusseratis,
transtulisse me fateor. Quod si probatis, agnoscite; si inputatis, ignoscite, quia
confessioni querella sociatur.

[3] Nam primum, ut eum legerem, voluntas inpulit; deinde ille, ut transferretur,
extorsit. Nam cum de dapibus ipsius adhuc pauca libassem, taliter me gustu inle-
cebrosi saporis inlexit, ut primi quodammodo parentis imitator, Domino repente
contempto, ad satietatem studuerim pervenire, magisque consilium suadentis
quam imperium dominantis audierim.

[4] Nam ut omnia pectoris mei arcana manifestem, videbar mihi libri ipsius
verba adhortantis audire: Quid cessas, ingrate, quid dubitas? Nosti erga te com-
munis domini voluntatem, quam diversis occasionibus te elimare contendat, quam
tibi etiam invito spiritales cibos soleat bonus pastor ingerere. Mihi crede, plus ti-
bi, si distuleris, quam transtuleris inputabit, quia studiosis favere, non invidere
consuevit.

[5] His et talibus silentis alloquiis in vinculis eius me coactus pariter et volun-
tarius sponte conieci, ad exemplandum eum festinus accessi, quem nunc utrum,
sicut est, transcriptum an paratum reddere debeam, in vestro pendet arbitrio. Ego
tamen libens multam quam intuleritis, excipiam, quia remedium meum vestrum
credo esse decretum, et sententiam vestram medellam duco esse, non poenam.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 39

I, 8 39

8.
RURICIO
AL SUO PARTICOLARE SIGNORE PATRONO IN CRISTO SIGNORE
IL VESCOVO SIDONIO

[1] Ripenso al fatto di aver udito molto spesso dalla vostra predicazione1 che
in nessun modo noi possiamo purgarci dalle nostre iniquità, se non confesseremo
le nostre scelleratezze pungolati dalla coscienza2. Chi potrebbe infatti, non dico
ottenere, ma anche chiedere l’indulgenza, senza aggiungere al pianto la confes-
sione dell’errore, poiché è l’errore a richiedere l’indulgenza, non l’indulgenza
l’errore?3
[2] E io, riconoscendo che questa è una grande verità, non ho rimandato di no-
tificare alla Pietà Vostra4 la mia malefatta poc’anzi ammessa, affinché, ciò che
con la confessione ora mi orienta al perdono, col mio silenzio non mi avvii in se-
guito alla colpa5. Ma ormai portiamo alla luce del sole la mia frode! Mi giudico
reo nei vostri confronti di furto e dichiaro di essermi illecitamente approfittato di
quanto depositato presso di me, a vostra insaputa6. E tuttavia, per commettere
questa azione illegale, voi mi avete dato occasione di perpetrare la malefatta, o
sottoponendo a prova una persona avida o bramando di educare una persona roz-
za. E infatti confesso di aver copiato il libro7, che mi avevate ordinato di recupe-
rare da mio fratello Leonzio8. E se lo confermate, ammettetelo, mentre se me lo
imputate, perdonatemi9, poiché alla confessione si accompagna il rimprovero.
[3] Infatti, in un primo tempo, la volontà mi spinse a leggerlo, poi è stato pro-
prio lui a costringermi a copiarlo. Infatti, benché avessi gustato ancora pochi cibi
dal suo banchetto, a tal punto mi sedusse con l’assaggio del suo stuzzicante sapo-
re10 che, a imitazione in qualche modo del nostro progenitore, tenuto in poco con-
to d’un tratto il Signore, desiderai di giungere a sazietà e ascoltai più il suo consi-
glio di tentatore che il tuo comando di maestro11.
[4] Infatti, per renderti noti tutti i segreti del mio cuore, mi sembrava di udire
le parole del libro stesso che mi incitava: «Perché smetti, ingrato, perché esiti?
Conosci la volontà del nostro comune signore nei tuoi confronti, quanto cerchi in
diverse occasioni di renderti perfetto12, quanto, da buon pastore13, sia solito for-
nirti cibi spirituali14, anche se non li vuoi. Credimi15, ti verrà imputato più se
avrai differito un’occasione che non se avrai fatto delle copie, poiché è consuetu-
dine che chi prova passione prenda l’iniziativa, non che frapponga indugi»16.
[5] Al tempo stesso costretto da queste e simili parole del silenzioso libro, e
pienamente di mia spontanea volontà17, mi precipitai fra i suoi lacci, e mi misi a
copiarlo di tutta fretta: ora se debba rendervi la copia, com’è, o l’originale, questo
sta al vostro giudizio. Io tuttavia volentieri accetterò l’ammenda che mi infligge-
rete, poiché credo che cura per me sia la vostra decisione, e ritengo che il vostro
giudizio sia farmaco, non pena18.
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40 Lettere

9.
DOMINO PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO SIDONIO
RURICIUS

[1] Ita me recens praedicatio, et antiqua dilectio vestrae pietatis inlexit, ut au-
deam auribus vestris ineptiis meis facere saepius iniuriam, dum vestram, quantum
sterili ingeniolo conceditur, adtingere cupio disciplinam. Quam etsi adsequi gran-
de est atque difficile, sequi tamen pulchrum est atque sublime, quoniam summa-
rum rerum non adeptio tantum, sed etiam imitatio ipsa laudanda est, quia num-
quam fere aliquis eius rei portione ad integrum caret, ad quam scandere ac perve-
nire contenderit.

[2] Desidero itaque, domine mi, desidero, inquam, tuis cibis refici, tuo fonte
potari, tuis repleri dapibus, tuis epulis saginari, quas si quis, distribuentibus vobis,
non summo ore libaverit, sed totis animae visceribus appetens conviva sorbuerit,
atque intimo pectoris postmodum easdem ruminaturus absconderit, incipiet adsi-
duis ructationibus in laudem Domini omnipotentis erumpere, refertus corde, ore
ieiunus, dum satur esurit, et saturatur esuriens, magis in regeneratione saturandus.
Nec deesse poterit cibus, cuius pastus in verbo est.

[3] Ut ergo harum deliciarum particeps esse merear, vestris patrociniis obtine-
te, mihique supra mensuram virium conitenti auxiliatores accedite simulque ut ab
ovili vobis credito non inveniar alienus, orate errantemque ovem a pascuis saeculi
ad caulas dominicas reportate, quia confido quod intercessionibus vestris fieri
possit agnus, qui vester meruerit esse discipulus.

10.
DOMINO PECTORIS SUI LUPO
RURICIUS

[1] Accepi litteras magnanimitatis tuae, quibus excusare dignaris quod, ut me


rarius eloquentiae tuae rore respergas, baiuli faciat inopia, simulque etiam indicas
te mirari cur, cum mihi eorum frequentia suppetat, verborum quoque copia comp-
ta non desit, vobis scribere saepius detrectem. Quod vos per ironiam, ut est lepo-
ris vestri facundia, iactasse non ambigo, cum et vos abundetis tabellariis, et me
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I, 9-10 41

9.
RURICIO
AL PARTICOLARE SIGNORE PATRONO IN CRISTO SIGNORE
SIDONIO

[1] A tal punto la vostra recente dichiarazione e l’antica amicizia di Vostra


Pietà1 mi hanno sedotto, che oso di recare ingiuria troppo spesso alle vostre orec-
chie con le mie bagatelle2, mentre bramo, per quanto è concesso alla mia sterile
testolina3, di mettere mano alla vostra saggezza4. E anche se raggiungerla è cosa
grande e difficile, tuttavia seguirla è sublimemente bello, poiché non solo il con-
seguimento di eccelse virtù è degno di lode, ma anche la stessa imitazione, perché
in generale nessuno mai manca in rapporto all’intero della parte di quella cosa
verso la quale egli cerchi con ogni sforzo di arrivare5.
[2] E così desidero, o mio signore, desidero, lo ripeto, di essere ristorato dai
tuoi cibi, di essere dissetato dalla tua fonte, di essere saziato dal tuo banchetto, di
essere rimpinzato dal tuo convito. E se qualcuno, dietro vostra elargizione, lo avrà
assaggiato non con la punta della lingua, ma, anelandovi intensamente dal più
profondo dell’anima6, lo avrà gustato da commensale7; e se dopo lo avrà nascosto
nell’intimità del suo cuore per rimasticarlo8, incomincerà a erompere in frequenti
esalazioni9 in lode del Signore onnipotente10, rifocillato nel cuore, ma nella bocca
digiuno11, mentre il sazio ha fame ed è saziato l’affamato12, destinato a saziarsi13
maggiormente nel giorno della nuova creazione14. Né potrà mancare il cibo a co-
lui che si è alimentato della vostra parola15.
[3] Per mezzo del vostro patrocinio16 ottenetemi dunque di meritare17 di essere
partecipe di queste delizie, venite in aiuto a me che mi sforzo sopra le mie possi-
bilità, e al tempo stesso pregate che non sia trovato fuori dal gregge a voi affidato
e riconducete la pecora errante18 dai pascoli del mondo all’ovile del Signore19,
poiché confido che, per vostra intercessione, possa diventare un agnello colui che
meriterà di essere vostro discepolo20.

10.
RURICIO
AL SIGNORE DEL SUO CUORE1
LUPO

[1] Ho ricevuto la lettera della Magnanimità Tua2, con cui ti degni di giustifi-
care il fatto che l’eccessiva scarsità con cui mi bagni con la rugiada della tua elo-
quenza3 sia attribuita alla carenza di un portalettere4, e al tempo stesso mi notifi-
chi anche il tuo stupore perché, benché io abbia a disposizione un buon numero di
postini, e non mi manchi anche abbondante eloquenza5, ricusi di scrivervi più
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42 Lettere

sciatis laborare egestate sermonis, ac sterilitate exilis ingenii, velut aestivis men-
sibus arentis venae cursum sudare, non fluere.

[2] Addidistis etiam, sicut Achilli Patroclum, aut Herculi Theseum, vel Theseo
Pirithoum, ita vos mihi debere sociari. In his fabulis factisque maiorum non prae-
rogativam personarum, sed conparationem debemus dilectionis accipere, ut ami-
corum recolentes nomina, sequamur exempla, et eorum in nos vocabula transfe-
rentes, merita conferamus, atque ex ipsorum gestis magnifica quaeque et honesta
carpentes, vitae nostrae utiliter coaptemus et serviamus nobis in caritate candida,
non adulatione fucata, studeamusque quod in amicitiis illorum poetarum falsitas
finxit, in nobis animorum veritas peragat, ut, dum imitari videmur antiqua, relin-
quamus imitando, et seniorum facta laudantes, laudemur a posteris.

[3] Haec ergo, domine mi, flamma pectoris mei, persuasioni tuae quam con-
scientiae meae amplius credens, gerulo festinante, breviter cursimque dictavi,
quae peritia tua et probitas tua, si amici verecundiae consuluerit, aut celare debe-
bit, aut emendare curabit.

11.
DOMINO SUBLIMI
SEMPERQUE MAGNIFICO FRATRI FREDAE
RURICIUS

[1] Quoniam amoenitati nemoris vestri etiam deserti nostri ineptias voluistis
adiungi, transmisi, sicut iniunxistis, abietum plantas, non specie, sed proceritate
placituras; non fructibus, sed sui peregrinatione mirabiles; non usu aptas, sed
amoenitate iucundas, quippe quae, cum coaluerint, crassitudine umbrarum Ceven-
narum frigus oceani sint aestatibus praebiturae, et hoc inter illas praeclarissimas
diversi generis arbores, tam decore quam utilitate praestantes, opulentas onere,
distinctas flore, odore fragrantes.

[2] Illic enim industria vestra contulit, quod soli natura non protulit. Nam ut
ruborem rosarum, liliorum candorem, lauri perpetuum virorem, et alia huiusce-
modi similia visibus praetermittam, quia saepe per abundantiam pretiosa vile-
scunt, et facit copia cotidiana fastidium, illic etiam graminum, germinum, frutec-
torum peregrinae conlatae sunt suavitates, visui usuique vernantes. Sed quid illic
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I, 10-11 43

spesso6. Che voi abbiate lanciato questa battuta per ironia, data la facilità del vo-
stro umorismo, non ho dubbi, giacché voi avete molti corrieri e sapete che io sono
afflitto da un eloquio povero e da un ingegno sterile ed esile7, come durante i me-
si estivi il corso di un fiume in secca trasuda, ma non scorre8.
[2] Avete aggiunto anche che, come Patroclo ad Achille, o Teseo a Ercole, o a
Teseo Piritoo, così voi dovete essere unito a me9. In questi fatti mitologici degli
antichi dobbiamo prendere non la simpatia per i personaggi, ma il valore compa-
rativo del loro affetto, affinché, richiamando alla mente i nomi degli amici, ne se-
guiamo gli esempi, e trasferendo su di noi i loro nomi10, ne assumiamo i meriti, e
cogliendo dalle loro azioni ogni insegnamento nobile e onesto, utilmente lo adat-
tiamo alla nostra vita e ci mettiamo a servizio l’uno dell’altro con purezza di ami-
cizia11, senza macchia di piaggeria12, e badiamo che, ciò che la falsità dei poeti
inventò in merito ai loro rapporti amicali, l’esprima compiutamente nei nostri
confronti la verità degli animi13, perché, mentre sembriamo imitare gli esempi an-
tichi, ne lasciamo da imitare, e lodando quanto compiuto da chi ci ha preceduto,
otteniamo lode dai posteri14.
[3] Questi pensieri dunque, o mio signore, fiamma del mio cuore15, ho scritto
brevemente e di corsa16, a motivo della fretta del corriere17, confidando che tu mi
conosci meglio di quanto io non conosca me stesso; pensieri che la tua esperienza
e la tua probità, se terranno in considerazione la modestia dell’amico, o dovranno
celare o avranno cura di correggere18.

11.
RURICIO
AL SUBLIME SIGNORE1 E SEMPRE MAGNIFICO2 FRATELLO
FREDA

[1] Dal momento che avete voluto aggiungere all’amenità del vostro bosco anche
le cosucce del nostro deserto, vi ho inviato, come mi avete ordinato, delle piantine
di abete, che vi saranno gradite non per l’aspetto, ma per l’altezza; mirabili non per
i frutti, ma per il viaggio da loro affrontato; in tutto inutili, ma gradevoli per ame-
nità3, poiché, una volta che abbiano messo radici, grazie alla densità delle ombre
delle Cevenne4, porgeranno ai calori estivi la freschezza dell’oceano5, e faranno ciò
fra quegli alberi di diverso genere veramente splendidi, superiori tanto in bellezza
quanto in utilità, carichi di frutti, ornati di fiori, di profumi olezzanti6.
[2] Là in effetti la vostra operosità ha accumulato ciò che la natura della terra
non ha fornito7. Infatti, per tralasciare il rosso delle rose, il bianco dei gigli, il
perpetuo verde del lauro e altre cose di tal fatta simili nell’aspetto – poiché spes-
so, a motivo dell’abbondanza, ciò che è prezioso viene svalutato e la ricchezza di
ogni giorno provoca fastidio –; là sono riuniti anche esotiche bellezze di erbe, di
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44 Lettere

primum laudandum sit aut mirandum, ubi etiam temporis intemperies temperatur?
Siquidem inibi torridae fervor aestatis tam umbrarum quam undarum rigore de-
pellitur, hiemis vero in tantum non sentitur asperitas, ut intra eadem positis tepor
aeris et cantus avium veris reddat effigiem.

[3] Sed quid ego inmemor inperitiae meae, paupero sermone, mi domine, ruris
vestri divitias, delicias describere aut enarrare contendo, ad cuius laudem etiam
ingenia maiora succumberent? Date itaque inpudentiae meae veniam, quam extor-
sistis, qui ut auribus vestris verbosus existerem, dignatio vestra me conpellit, con-
fidens quod epistula longior vobis, domnis meis, si displiceret affatu, placeret af-
fectu, cum intellegeretis eam non pro eloquentiae lepore, sed pro vestro amore
copiosam, simulque, quia sciebam sublimitatem vestram in amicis vestris plus re-
prehendere taciturnitatis verecundiam, quam loquacem familiaritatis audaciam.

12.
DOMNO PECTORIS SUI CELSO
RURICIUS

[1] Trepido in praeconium vestrum os elingue reserare, cui scio iure etiam in-
genia maiora succumbere. Quid enim primum de affectionis aut dignationis ve-
strae laude commemorem, qui omnes mihi ruris, moris, et, quod his omnibus
maius est, caritatis delicias contulistis, aut certe, si quid horum defuit, deputan-
dum tempori, non vobis est inputandum. Nam totum apud vos, quod carum pec-
tus, quod habuit clarum mundus, inveni, nulla me penitus iucunditate fraudastis.
Quin etiam desiderabile mihi hospitioli mei desertum vestra vicinitate fecistis. Et
idcirco me magis finitimum vobis esse congaudeo, quia non ex toto malus est, qui
bonis iungitur.

[2] Sed ne exhibeat vobis seu ineptia sui longior sermo fastidium, salve largis-
simum dico, et vitrarium, sicut iussistis, me destinasse significo, cuius opus nito-
re, non fragilitate oportet imitemur, ut dilectio, quae nobis a parentibus relicta, a
magistro tradita, vitae communione firmata est, secundis elimetur, adversis nulla
penitus turbinum procella frangatur. Nam sicut auri atque argenti pretiosa sinceri-
tas, si aeris aut plumbi, vel cuiuslibet alterius materiae vilioris fuerit admixtione
corrupta, nisi ignium examinatione purgetur, nec splendorem naturalem poterit
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I, 11-12 45

germogli, di arbusti8 che mettono nuove foglie per essere ammirate e utilizzate9.
Ma che cosa bisogna in primo luogo lodare o ammirare là, dove anche le intempe-
rie del tempo sono temperate?10 Se davvero in quel luogo la torrida calura estiva è
scacciata dalla frescura tanto delle ombre che delle onde11, certamente non si av-
verte il rigore invernale12, a tal punto che, a coloro che vi risiedono, il tepore del-
l’aria e il canto degli uccelli rende l’immagine della primavera13.
[3] Ma perché io, dimentico della mia imperizia14, o mio signore, mi sforzo
con povere parole di descrivere per bene la dovizia, la delizia15 della vostra cam-
pagna, innanzi alla cui lode anche menti più eccelse soccomberebbero?16 E così
perdonate la mia impudenza, che voi avete forzato17; sono infatti stato spinto a ri-
sultare ai vostri orecchi prolisso da Vostro Onore18, confidando che una lettera
troppo lunga19, se vi seccasse per le parole, o signore mio, vi farebbe piacere per
l’affetto20, giacché la rilevate abbondante in riferimento non alla grazia dell’elo-
quenza 21 , ma al vostro amore, e al tempo stesso poiché sapevo che Vostra
Altezza22, nei confronti dei suoi amici23, riprende più la discrezione del silenzio,
che non la loquace audacia della familiarità24.

12.
RURICIO
AL SIGNORE DEL SUO CUORE1
CELSO

[1] Mi precipito a sciogliere la mia bocca incapace di parola2 nel vostro elogio,
di fronte al quale so che a ragione anche menti più eccelse soccombono3. Perché
infatti dovrei ricordare per primo le lodi del vostro affetto o del vostro onore, voi
che mi avete concesso ogni delizia della campagna, dell’etichetta4 e – cosa che è
maggiore di tutte queste – dell’amicizia?5 E se è mancato qualcosa, è certamente
da attribuire all’epoca in cui viviamo6, non da imputare a voi7. Infatti, tutto ciò
che il cuore ritiene caro, tutto ciò che il mondo ritiene nobile, presso di voi l’ho
trovato8: voi non mi avete assolutamente privato di alcuna gioia. Anzi, con la vo-
stra vicinanza avete reso desiderabile anche la mia desolata casetta9. E per questa
ragione gioisco di essere maggiormente prossimo a voi10, poiché non è del tutto
malvagio colui che si unisce ai buoni11.
[2] Ma perché un discorso troppo lungo, o piuttosto un discorso sciocco12, non
vi procuri fastidio13, vi mando i più cari saluti14 e vi rendo noto che vi ho inviato
il vetraio15, come mi avete ordinato, la cui opera occorre imitare nello splendore,
non nella fragilità, affinché l’amore16 che ci è stato lasciato dai genitori, ci è stato
trasmesso dal maestro17, che è stato consolidato dalla comunione di vita18 sia rifi-
nito nelle situazioni prospere, ma nei momenti difficili non sia assolutamente
spezzato da turbini e tempeste19. Infatti, come la preziosa purezza dell’oro e del-
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46 Lettere

habere nec sonum. Nam nec visui claritatem, nec tinnitum reddit auditui, magi-
sque raucum resonat, si feriatur, et stridulum <…>.

[3] Hanc ergo sententiam, non meam, sed Domini, frater optime, contuentes
pariter et sequentes, ita vitam nostram medio cursu, gubernatore ipso Domino,
temperemus, ut, quamquam serenitas adrideat, prosperior flatus invitet, mare pla-
cidum blandiatur, scientes tamen illam aequoris subiecti planitiem ad instar mon-
tium repente consurgere, nequaquam in altum navem nostram patiamur inpelli,
ubi eam aut tempestas solvat, aut unda demergat.

13.
DOMNO PECTORIS SUI CELSO
RURICIUS

[1] Recepi apices germanitatis tuae, qui mihi non parum scrupuli rettulerunt.
Vereor enim ne secus de litterulis meis quam a me missae sunt senseritis, et idcir-
co quasi temerariae praesumptionis me notare videamini, dum ut pro vobis orem,
ac saepius commoneam, postulatis. Egone, frater optime, castigare vos audeam,
qui me nequeo castigare? Egone vos, qui me adhuc in saeculi turbinibus tamquam
in maris aestibus cumba instabili fluctuantem, quasi iam de sublimiori specula vel
eminentiori colle respicitis? Egone vos, qui ad portum veniae per paenitentiae in-
dulgentiam, Domino gubernatore, venistis?

[2] Non ego penitus, frater dilecte, sic scripsi, ut mihi aliquid blandiens, vos
inprobo dente morderem, nec ut vos laederem, sed mihi epistulae familiaritate
vincirem. Nam si bene consideretis, votorum sunt illa verba, non actuum, et op-
tantis potius quam monentis, quia non quid ageremus, sed qualiter vellem ut vive-
remus, exposui.

[3] Ceterum si actus vitae meae praeteritae praesentisque discutias, pudebit te,
intimo et secretissimo fratre teste, ferre, quae non puduit Deo teste promittere,
pro quibus facinoribus meis spero vos potius Domino supplicetis, ut quos in hoc
saeculo amicitiarum et propinquitatis voluit esse consortes, in futuro bonorum iu-
beat esse participes.
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I, 12-13 47

l’argento, se è stata corrotta dalla mescolanza col rame o col piombo o con qualsi-
voglia altra materia più vile, se non verrà purificata dal vaglio delle fiamme20, né
potrà avere il suo naturale splendore né il suono21. E infatti non riflette la chiarez-
za né echeggia il tintinnio e risuona più roco, se viene percosso, e stridulo <…>22
[3] Considerando dunque e seguendo al tempo stesso, queste parole, non mie,
ma del Signore23, o ottimo fratello, governiamo la nostra vita24 navigando con
prudenza25, col Signore in persona come nocchiero26, in modo tale che, benché
arrida il sereno, il vento molto prospero inviti, il mare tranquillo lusinghi27, sa-
pendo tuttavia che quella distesa piatta del mare sottostante28 si innalza improvvi-
samente al pari dei monti29, non permettiamo mai che la nostra nave si spinga al
largo, dove la tempesta la infranga o l’onda l’affondi30.

13.
RURICIO
AL SIGNORE DEL SUO CUORE
CELSO

[1] Ho ricevuto lo scritto1 della Fraternità Tua2, che mi ha portato in risposta


non poco scrupolo. Temo infatti che alla mia letterina3 abbiate dato un’interpreta-
zione differente da quella con cui è stata da me mandata, e che di conseguenza
sembriate bollare me come temerario e presuntuoso, mentre mi chiedete di prega-
re per voi e di concedervi ammonimenti più frequenti4. Io, o ottimo fratello, ose-
rei correggere voi, io che non sono in grado di correggere me? Io oserei corregge-
re voi, che, ormai come dall’alto di una vedetta o dalla cima di un colle5, volgete
lo sguardo verso di me che, ancora nei turbini del mondo6, sono sballottato, per
così dire, su una navicella fluttuante7 nelle onde del mare?8 Io oserei correggere
voi che, col Signore come nocchiero9, siete giunto10 al porto del perdono attraver-
so l’indulgenza della penitenza?11
[2]Assolutamente io non vi ho scritto, o diletto fratello, in modo tale da mor-
dervi con iniquo dente12, illudendo un po’ me stesso, né così da offendervi, ma in
maniera tale da legarvi a me con la familiarità di questa lettera13. Infatti, se consi-
derate bene, quelle parole riguardano i desideri, non le opere, proferite da uno che
chiede più che ammonire, poiché ho esposto non che cosa fare, ma in quale modo
vorrei che vivessimo.
[3] D’altronde, se esamini le opere della mia vita passata e presente14, avrai
vergogna di confermare, davanti al tuo intimo e specialissimo fratello, ciò che
non hai avuto vergogna di promettere davanti a Dio15; spero16 piuttosto che sup-
plichiate il Signore per queste mie malefatte, affinché in futuro renda partecipi dei
beni eterni coloro che in questo mondo ha voluto che condividessero amicizia e
parentela17.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 48

48 Lettere

14.
DOMNO PECTORIS SUI CELSO
RURICIUS

[1] Equum, qualem iusseras, destinavi, mansuetudine placidum, membris vali-


dum, firmum robore, forma praestantem, factura conpositum, animis temperatum,
nec praeproperum scilicet velocitate, nec pigrum tarditate, cui frenus et stimulus
sit sedentis arbitrium, cui ad evehendum onus et velle suppetat pariter et posse,
ita ut nec cedat superposito, nec deponat inpositum.

[2] His itaque, sicut oportuit, intimatis, salutatione praelata, pollicitatione di-
spensa, promissa deposcimus, ut ad sollemnitatem sanctorum ad nos, Deo propi-
tio, una cum sorore venire dignemini, honorem patronis, fratribus affectum, gra-
tiam populis praestituri.

15.
DOMINO SUO PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO AEONIO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Agnito transitu sanctae et venerabilis apud me recordationis domini mei de-
cessoris vestri Leontii, animo et mente confusus diu multumque tristatus sum,
quod et inpedientibus peccatis meis tanto antestiti occurrere non merueram, et tali
essem parente privatus. Cuius etsi exterioris hominis non fruebar aspectu, interio-
ris tamen gratia delectabar, et mentis acie iugiter adhaerebam; per quem et in quo
mihi praesens quodammodo et cernebatur obtutu, et audiebatur affatu, et palpaba-
tur adtactu, et tenebatur amplexu, siquidem cari nullo se melius loco quam in cor-
de, caritatis ipsius sede, conspiciunt. Unde et amplius desiderabam oculis videre
carnalibus, quem ita spiritalibus intuebar. Sed dolori meo consolationem ea quae
prius tribuerant solatium, ipsius merita dederunt, quia confido quod, quem pater-
na pietate dilexit, et sedula intercessione custodiat.

[2] Sed haec sanctitati vestrae quasi vobiscum conloquens, atque a vobis mae-
roris ipsius levamen requirens, dictante dilectione, rettuleram. Nunc vero, ut dice-
re institueram, accersione ipsius domini mei et apostolatus vestri ordinatione con-
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I, 14-15 49

14.
RURICIO
AL SIGNORE DEL SUO CUORE
CELSO

[1] Ti ho inviato il cavallo1, come me lo avevi ordinato, nella mitezza soave2,


negli arti vigoroso, robusto nella complessione, nell’aspetto eccellente3, armonico
nella forma, moderato nell’indole4 né troppo rapido, ovviamente al galoppo, né
neghittoso nel passo lento5, al quale freno e pungolo siano arbitrio di chi lo caval-
ca6. Esso possiede in abbondanza parimenti volontà e capacità di portare some7,
cosicché né soccombe al peso di chi lo monta né mette giù il fardello che gli è
stato posto sul dorso8.
[2] E così dopo avervi comunicato queste notizie, come è stato doveroso, dopo
avervi reso i nostri saluti9, una volta soddisfatti i patti, vi domandiamo ciò che
avete promesso, cioè che per la solennità dei Santi10, per grazia di Dio11, vi de-
gnate di venire da noi assieme a vostra sorella12, per concedere onore ai patroni13,
ai fratelli affetto14, amicizia alle persone15.

15.
RURICIO
AL SUO PARTICOLARE SIGNORE PATRONO IN CRISTO SIGNORE1
IL VESCOVO EONIO

[1] Dopo aver saputo della dipartita del mio signore di santa e venerabile memo-
ria presso di me, il vostro predecessore Leonzio2, confuso nell’animo e nella men-
te, mi sono rattristato a lungo e molto, perché non avevo meritato3 – me lo impedi-
vano i miei peccati – di incontrare un così grande vescovo e perché ero stato priva-
to di un tale padre4. E anche se non godevo della vista dell’uomo esteriore, godevo
tuttavia del favore di quello interiore5 e nella contemplazione dello spirito gli ero
continuamente6 vicino; attraverso e nell’uomo interiore egli mi era presente in un
certo qual modo, e lo vedevo con gli occhi e lo ascoltavo parlare e lo toccavo con
le mani e lo circondavo di abbracci7, se è vero che coloro che si vogliono bene in
nessun luogo si contemplano meglio che nel loro cuore, in cui risiede l’amore stes-
so8. Motivo per cui sempre più desideravo9 di vedere con gli occhi di carne colui
che vagheggiavo così con quelli dello spirito10. Ma consolarono il mio dolore i suoi
meriti, che prima mi avevano dato conforto11, poiché confido che egli custodirà an-
che con sollecita intercessione colui che ha amato con paterna amorevolezza12.
[2] Ma ho riferito13 questi pensieri alla Santità Vostra14 sotto dettatura dell’a-
micizia15, quasi dialogando con voi16, e presso di voi ricercando sollievo all’affli-
zione stessa17. Ora veramente, come avevo cominciato a dire, dopo aver appreso
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50 Lettere

perta, ad officium vestrum mittere cogitabam. Sed muneribus vestris humilitatis


meae praevenistis obsequium: quae mihi maiorem scribendi fiduciam contulerunt,
quia praesumo quod, quem liberalitate feceritis dignum, ab animis vestris non ha-
beatis alienum.

[3] Et ideo, sicut datis intellegi, quoniam tanti habere dignamini, sospitationem
beatitudini vestrae per litteras uberem dico, simulque peculiari prece deposco eo
mecum agere tanti habeatis affectu, ut domnum Leontium praemisisse, et commu-
tasse potius quam perdidisse cognoscam.

16.
DOMINO VENERABILI,
ADMIRABILI ET SANCTIS OMNIBUS AEQUIPERANDO
FRATRI SIDONIO VIDENTI
RURICIUS

[1] Olim te, frater carissime, fama celeberrima praedicante, cognovi, et in sede
caritatis illis, quibus ipse melius terrena dispicis, et caelestia divinaque conside-
ras, oculis mentis aspexi, unde ipsius nomen adscripsi, cuius munere donatum es-
se te vidi. Et ideo, dum te in speculo cordis diligenter intueor, et pulchritudinem
interioris hominis tui vehementer admiror, ad desiderandum animi mei viscera
concitasti, quae in tantum affectum tuum meracissima dilectione commota sunt,
ut, quem spiritalibus oculis contemplor, etiam carnalibus cernere concupiscam.

[2] Quam ob rem, salve in Christo Domino plurimum dicens specialius quaeso,
ut una cum domno meo episcopo, quem ad nos venturum pro sua dignatione con-
fido, vobis ad humilitatem nostram visitandam faciatis iniuriam, ut possimus in
unum positi fructum de nostra invicem capere praesentia, dum sciscitantis inten-
tio fit respondentis eruditio, et mutuus quodam modo profectus discentis efficitur
et docentis.

Pax, pax, pax.


02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 51

I, 15-16 51

della convocazione innanzi al tribunale divino18 del mio stesso signore e dell’or-
dinazione episcopale dell’Apostolato Vostro19, pensavo di inviarvi una lettera co-
me indirizzo di omaggio. Ma con il vostro dono20 avete prevenuto l’ossequio del-
la Mia Umiltà21, dono che mi ha conferito maggiore fiducia nello scrivere, poiché
suppongo che non sentiate lontano dai vostri sentimenti colui che22 avete fatto de-
gno della vostra generosità.
[3] E pertanto, come date a capire, poiché vi degnate di tenere ciò in grande
considerazione, attraverso questa lettera23 invio abbondanza di saluti24 alla Beati-
tudine Vostra25, e al tempo stesso con particolare26 preghiera vi chiedo di tenere
in grande considerazione27 di rapportavi a me con un affetto tale che io compren-
da che il mio signore Leonzio mi ha preceduto in Paradiso e che ha mutato sem-
bianze, piuttosto che essere definitivamente scomparso28.

16.
RURICIO
AL SIGNORE VENERABILE, AMMIRABILE
E DA PARAGONARSI A TUTTI I SANTI1
IL FRATELLO2 SIDONIO IL VEGGENTE3

[1] È da tempo che, per la celeberrima fama che ti annuncia, ti conosco4, o fra-
tello carissimo, e che, nel luogo in cui risiede l’amore5, ti vedo con quegli occhi
dello spirito6, per mezzo dei quali tu stesso meglio disprezzi le realtà terrene e
consideri quelle celesti e divine7; donde ti ho attribuito il nome dello stesso, del
cui dono – ho visto – sei stato dotato8. E pertanto, mentre ti vagheggio9 attenta-
mente nello specchio del cuore, e grandemente ammiro la bellezza del tuo uomo
interiore10, hai sollecitato a desiderare te la parte più profonda del mio animo11, la
quale è stata mossa dalla più pura amicizia12 a un così grande affetto verso di te,
che, colui che contemplo con gli occhi dello spirito, ho brama di vederlo anche
con quelli di carne13.
[2] Per la qual cosa, mandandovi molti saluti in Cristo Signore14, vi prego in
maniera del tutto speciale, assieme al vescovo mio signore15 – il quale confido,
conformemente al suo onore16, verrà presso di noi – di farvi da solo ingiuria nel
visitare l’Umiltà Nostra17: così potremo, una volta riuniti insieme18, cogliere reci-
procamente frutto dalla nostra presenza19, mentre la volontà20 di chi chiede diven-
ta insegnamento di chi risponde21, e si realizza in un certo qual modo un vicende-
vole progresso del discente e del docente22.

Pace, pace, pace23.


02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 52

52 Lettere

17.
DOMNO ANIMAE SUAE
ET TOTIS IN CHRISTO DOMINO DILECTIONIS VISCERIBUS EXCOLENDO
POMERIO ABBATI
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Scriptum est, sicut ipsi melius nostis: Mihi vindicta, ego retribuam, dicit
Dominus. Iam vos mihi, si quid inputatis, ignoscite, quia sciatis Dominum vindi-
casse. Tam aviis esse nos itineribus noveritis, in tam abditas solitudines inductos,
ut eas retexere animus horreat, mens refugiat, sermo non queat.

[2] Incurrimus namque semitam obstructam ramis, spatio constrictam, spinis


hirtam, stirpibus clausam, obsitam sentibus, situ asperam, saxorum aggeribus in-
peditam, radicum conexione constratam, caeno voraginosam, ut in tam variis
tamque multiplicibus malis non esset simplex forma periculi; dum caballorum
pedes radicum virtus detinet, et soli putredo non sustinet; montibus vero ita in
sublime porrectam, et vallibus in profundo demersam, ut nos per undosum mare,
excitantibus eum ventorum saevientium flabris, erepto ab oculis nostris nebulis
ac nubibus die, iter agere crederemus, quia, etiamsi mundo radius solis inluxit,
ad nos, prae densitate nemoris splendor ipsius et calor pervenire non valuit, dum
nos ita per iter infelicium filicum proceritas premit, et sic inundatio roris asper-
git, ut contracti frigore, vel coacti apricitatem ignis plurimi diebus cynocaumatis
quaereremus.

[3] Sed cum ad locum, ad quem tendebat intentio, pervenissemus, vallati aquis
atque madefacti, siti occepimus deperire, quia, cum esset, ut diximus, rigor in ae-
re, erat tamen tepor in fonte, odor in flumine, ardor in campo, aestus in castro. Et
ut brevi sermone universa concludam, per talem viam nos iter egisse cognoscite,
per quam nec ad paradisum, non dicam ad exilium, quisquam ire desideret.

[4] Quapropter quia haec omnia Dominus noster et me incurrere et vos iussit
evadere, peccata mea a vestris meritis etiam visibili itinere discernens, ut vos qui
arta et laboriosa spiritaliter pergitis via, istius non incederetis angustias, et nos qui
lata et spatiosa, retrorsum semper respicientes incedimus, huius incurreremus
iniurias, orate Dominum, cui omnia possibilia confitemur, ut, etsi per diversum
iter, ad unam nos tamen urbem faciat convenire, in quam nos misericordia potest
inferre, vos merita.
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I, 17 53

17.
IL VESCOVO1 RURICIO
AL SIGNORE DELLA SUA ANIMA E DA ONORARSI2
CON L’AFFETTO PIÙ PROFONDO IN CRISTO SIGNORE
L’ABATE POMERIO3

[1] È scritto, come voi stesso meglio sapete: A me la vendetta, io darò il com-
penso, dice il Signore4. Già voi, se mi imputate qualcosa, perdonatemi5, poiché
sapete che il Signore ha operato la sua vendetta. Siete a conoscenza che noi, per
percorsi tanto impervi, siamo stati condotti in deserti tanto remoti, che raccontar-
ne l’animo ha paura, la mente fugge6, la parola non è in grado7.
[2] E infatti siamo incappati in una strada ostruita da rami, angusta nello spa-
zio, irta di spine, chiusa da sterpi, coperta di rovi, irregolare nel terreno, impedita
da mucchi di sassi, coperta da una concatenazione di radici, costellata di buche
fangose8, cosicché in una tanto varia molteplicità di mali non c’era un’unica for-
ma di pericolo9. Mentre la forza delle radici tratteneva le zampe dei cavalli10 e la
limacciosità del terreno non le sosteneva, a tal punto la strada si innalzava su su
fino in cima e poi sprofondava giù giù fino a valle11, che credevamo di condurre
un viaggio attraverso un mare in burrasca, agitato dal soffio e dalla furia dei ven-
ti, dopo che la luce era stata strappata ai nostri occhi dalle tenebre e dalle nubi12:
anche se un raggio di sole brillò sul mondo, il suo splendore e il suo calore non
ebbero la forza di giungere fino a noi a motivo della densità del bosco, mentre a
tal punto ci opprimevano durante il viaggio le alte felci infauste13 e ci bagnava la
straripante rugiada14 che, paralizzati e costretti dal freddo15, cercavamo il calore
di un abbondante fuoco durante i giorni di canicola16.
[3] Ma una volta che fummo giunti al luogo, verso cui cercavamo di arrivare,
circonfusi e inzuppati d’acqua17, prendemmo a morire di sete18, perché, nonostan-
te l’aria, come abbiamo detto, fosse fresca, la fonte tuttavia era tiepida, il fiume
maleodorante, il campo caldo, il villaggio infuocato19. E per concludere tutto in
poche parole, sappiate che noi abbiamo affrontato il viaggio attraverso una via ta-
le, per la quale nessuno desidererebbe di andare – non direi in esilio – neppure in
Paradiso20.
[4] Pertanto, poiché nostro Signore ha stabilito che io incappassi in tutte queste
peripezie e che voi le evitaste, distinguendo i nostri peccati dai vostri meriti anche
per mezzo di un percorso visibile – cosicché voi, che siete incamminato sulla via
stretta e faticosa dello spirito21, non siete avanzato in mezzo alle angustie, e noi,
che avanziamo per la via ampia e spaziosa22, sempre voltandoci indietro23, siamo
incappati nei suoi ostacoli24 –, pregate il Signore, per il quale confessiamo che tut-
to è possibile, affinché, anche se per un percorso differente, ci faccia tuttavia
giungere insieme all’unica Città25, nella quale può introdurre noi la sua misericor-
dia, voi i vostri meriti26.
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54 Lettere

18.
DULCISSIMO ET UNANIMO FILIO OMMATIO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Ut per Venerium dulcedini tuae non scriberem, non neglegentiae, nec inpu-
tationis alicuius, sed occupationis fuisse cognosce. Unde has per Amelium dedi,
quibus salve plurimum dico, et, ut propositi tui semper reminiscaris, admoneo.

[2] Nec animum tuum iam Deo dicatum aut a coepto itinere blandior visus
avocet, aut modulatior corrumpat auditus, aut dulcior gustus inficiat, aut mollior
sollicitet tactus, aut suavior odoratus illiciat, et per fenestras corporis mors intro-
mittatur ad animam, sed neque stivam tenens, contra Domini sententiam retro re-
spicias, ut directum lineae sulcus amittat, quin potius ita in eum, cui te, ipso inspi-
rante, vovisti, omnibus sensibus inhies et corde defixus adhaereas, ut, cum te vel
una praefatorum vitiorum inlex forma pulsaverit, fide firma et divina meditatione
munitum pectus adire non possit.

[3] Et quamlibet in turbis positus esse videaris, intrans in cubiculum cordis tui,
clauso ostio tuo, Dominum orare non desinas, ut, qui videt in occulto, dicat tibi,
sicut sancto Moysi vociferanti ad se non voce, sed corde dicebat: Quid clamas ad
me? Et spero ut in talibus orationibus etiam mei meminisse digneris, et citius te
ad nos, etiamsi noster non reducit affectus, desiderium dulcissimae et saluberri-
mae quietis adducat.
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I, 18 55

18.
IL VESCOVO RURICIO AL DOLCISSIMO FIGLIO OMMAZIO,
UN CUOR SOLO CON LUI1

[1] Sappi che è stato dovuto non a negligenza né a qualche lagnanza, ma agli
impegni il fatto che non scrivessi alla Dolcezza Tua2 per mezzo di Venerio3. Per-
ciò attraverso Amelio4 ti ho inviato questa lettera, con la quale ti mando molti sa-
luti5 e ti esorto a rammentarti sempre del tuo proposito di vita ascetica6.
[2] E il tuo animo ormai consacrato a Dio non lo richiami dal percorso intra-
preso un’immagine troppo carezzevole né lo corrompa una voce troppo melodio-
sa né lo guasti un cibo troppo appetitoso né lo solleciti una carezza troppo langui-
da né lo seduca un profumo troppo soave7, e attraverso le finestre del corpo non si
lasci entrare la morte nell’anima8. Ma tu non guardare indietro9, mentre guidi l’a-
ratro10, contro le parole del Signore11, cosicché il solco perda il suo tracciato li-
neare; anzi, piuttosto concentrati con tutti i sensi su di Lui12 al Quale, per sua
ispirazione13, ti sei votato14, e staGli vicino col cuore a Lui inchiodato15, in modo
tale che, nel momento in cui bussi alla tua porta16 anche una sola parvenza dei
predetti vizi per sedurti17, non possa entrare nel tuo intimo, difeso dalla fermezza
della fede e dal pensiero di Dio18.
[3] E per quanto ti sembri di stare19 in mezzo alla confusione, entrando nella
camera del tuo cuore, chiusa la tua porta, non cessare20 di pregare il Signore, af-
finché, colui che vede nel segreto21, ti dica, come diceva al santo Mosé che si ri-
volgeva a Lui gridando non con la voce, ma col cuore: Perché gridi a me22? E
spero che in tali preghiere ti degni di ricordarti anche di me, e benché il nostro af-
fetto non riconduca più rapidamente te a noi, ti conduca il desiderio del quanto
mai piacevole e salutare riposo23.
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Liber Secundus

1.
DOMNIS SUBLIMIBUS ET IN CHRISTO DOMINO
DEVINCTISSIMIS FRATRIBUS NAMATIO ET CERAUNIAE
RURICIUS

[1] Antiqui sapientes amicos duos unam animam habere dixerunt, quod valde
verum esse praedico proboque. Nam postquam a vestra germanitate discessi, divi-
sum esse me sentio, partemque meam vobiscum resedisse cognosco, nec absenti-
bus vobis integer esse mihi videor. Et cum me in me non inveniam, apud vos me
ad vos reversus inquiro, atque ibidem, quantum me vobis reliquisse, tantum vestri
mecum abstulisse conspicio.

[2] Et ita priusquam fiat, annuente Domino, pignorum nostrorum votiva co-
niunctio, animorum inter nos facta iam divisio, quae divisio amplectenda magis
est diligentibus, quam vitanda, per quam fit in cordibus eorum caritatis integrae
sincera transfusio, cuius ego vinculis conligatum a vobis esse me gaudeo, et tali-
bus catenis vinctus exulto obstringique me earum nexibus magis cupio quam re-
solvi, quibus et vos constrictos esse confido.

[3] Redeuntibus itaque vestris, salve largissimum dico, et ex omnibus gratias


agens derelinquo quae ad praeconium vestrum pertinent. Idcirco me siluisse si-
gnifico, quia in propriis laudibus, sicut dicitur, est odiosa iactatio. Vestra enim
laus mea facta est, et ideo, ut dixi, de magnanimitate vestra tacere melius duxi,
quia quidquid de vobis dixero, mihi videor contulisse.
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Libro Secondo

1.
RURICIO
AI SUBLIMI SIGNORI1 E OBBLIGATISSIMI FRATELLI
IN CRISTO SIGNORE NAMAZIO E CERAUNIA

[1] Gli antichi saggi dissero che due amici hanno un’anima sola2, cosa che io3
dichiaro e sottoscrivo essere verissima4. Infatti, dopo essermi separato da Vostra
Fraternità5, sento di essere diviso in due e riconosco che una parte di me è rimasta
con voi6 e mi sembra7 di non essere completo senza di voi. E dal momento che
non mi ritrovo in me stesso, dopo essere tornato indietro da voi, cerco me stesso
presso di voi, e lì constato che tanto di voi ho portato via con me, quanto di me ho
lasciato a voi8.
[2] E così, prima che, col beneplacito del Signore, avvenga la desiderata unio-
ne dei pegni del nostro affetto9, già si è operata tra di noi la divisione degli ani-
mi10. E tale divisione va abbracciata da coloro che si amano più che evitata: per
mezzo di essa infatti avviene nei loro cuori un puro travaso di amore sincero11,
dai cui lacci io gioisco di essere stato da voi legato. E imprigionato da siffatte ca-
tene, esulto e bramo di essere stretto dai loro vincoli più che di esserne sciolto; e
sono certo che anche voi siete stati in essi costretti12.
[3] E così, al ritorno dei vostri servi, invio i più cari saluti13, e, ringraziandovi
di tutto, tralascio quanto attiene alla vostra lode14. Di conseguenza vi rendo noto
che me ne sono stato zitto, poiché, come si dice, non è bello ostentare i propri me-
riti15. Infatti la vostra lode è la mia lode, e pertanto, come ho detto, ho ritenuto
meglio tacere della Magnanimità Vostra16, poiché, qualunque cosa dirò di voi, mi
sembra di averla riferita a me17.
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58 Lettere

2.
DOMINIS SUBLIMIBUS ET IN CHRISTO DOMINO
DEVINCTISSIMIS FRATRIBUS NAMATIO ET CERAUNIAE
RURICIUS

[1] Inter reliquas grates, quae a me vobis iure referendae sunt, praesentia ac vi-
sitatione patroni communis domni Postumini ingentes gratias ago, quod hospitio-
lum nostrum fecistis ipsius orationibus inlustrari, quia dum vobis exhibet fidem,
nobis tribuit benedictionem. Et licet fuerit vigilantissimus inspector, inportunissi-
mus exactor, districtissimus exsecutor, levia tamen haec omnia gratia vestra et
sanctitatis suae ponderatione pensavimus, quia sicut scriptum est: Caritas omnia
sustinet, caritas numquam excidit, praesertim cum hoc, quod visus est exigere,
nobis eum credimus Dei beneficio contulisse.

[2] Itaque eo propitia divinitate remeante, non quia necessariae essent, sed,
quia ipse voluit, dedi, quibus individuae germanitati vestrae salve largissimum
desiderans dico, et iter meum vestrumque conspectum mente praevenio, atque
omnia, sicut iussistis, et dignum ac debitum fuit, inspecta, tradita, firmata signifi-
co. Nec vereor quod debeat animos vestros vel aliquantisper offendere, quod
unum vocabulum de libello dotis videtur esse subtractum, cum hoc quod deest
numero, non solum conpensatum, sed etiam auctum agnoscatis in merito.

3.
DOMNIS SUBLIMIBUS ET IN CHRISTO DOMINO
DEVINCTISSIMIS FRATRIBUS NAMATIO ET CERAUNIAE
RURICIUS

[1] Quam graviter sim de luctu vestro nuntii atrocitate perculsus, facilius vos
pro mutuo potestis amore conicere, quam ego possim litteris intimare, quia ani-
mus, nimio maerore confectus, quod horret recolere, rennuit expedire. Doleo, fra-
tres devinctissimi, tam acerbo casui vestro, et ex toto corde conpatior. Nam etsi
ad praesens a vobis disparatus sum corpore, tamen semper mente coniungor et,
dum a vobis animo non recedo, planctibus vestris interesse me credo, quia, secun-
dum divinam sententiam, quod patitur unum membrum, omnia membra conpa-
tiuntur in corpore. Nos enim non solum fide concorporamur in Christo, sed etiam
filiorum coniunctione conectimur. Unde etiam, si aurarum tanta intemperies per-
misisset, ad solandos vos pro epistulis ipse venissem.
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II, 2-3 59

2.
RURICIO
AI SUBLIMI SIGNORI E OBBLIGATISSIMI FRATELLI
IN CRISTO SIGNORE NAMAZIO E CERAUNIA

[1] Tra gli altri ringraziamenti1 che io devo giustamente esprimervi in contrac-
cambio, rendo immensamente grazie2 per la presenza e la visita del patrono co-
mune Postumino3, perché avete fatto in modo che la nostra casetta4 fosse nobilita-
ta nello spirito5 dalle sue preghiere, poiché, mentre a voi mostra la sua fede, a noi
accorda la sua benedizione6. E benché sia stato un attentissimo ispettore, un gra-
vosissimo esattore, un impegnatissimo esecutore7, tuttavia abbiamo dato poco pe-
so a tutte queste cose, data la vostra amicizia e il peso8 di Sua Santità9, poiché,
come sta scritto, la carità tutto sopporta, la carità non viene mai meno10, in parti-
colare quando ciò che è sembrato esigere, crediamo sia stato lui a concedercelo
col favore di Dio.
[2] E così, volendo Iddio che egli tornasse11, ho fornito garanzie, non poiché
erano necessarie, ma poiché fu egli stesso a esigerle, a motivo delle quali invio
affettuosamente12 i più cari saluti13 all’indivisibile Fraternità Vostra14, e nello spi-
rito prevengo il mio viaggio e la visione di voi15, e vi rendo noto che tutte le pro-
messe le ho esaminate, comunicate, confermate16, come mi avete ordinato ed è
stato giustamente dovuto. E non temo che17 debba offendere i vostri animi, anche
solo per un po’di tempo, il fatto che sembri che sia stata tolta una parola dal con-
tratto di dote18, dal momento che ciò che manca nella quantità, lo riconoscete non
solo compensato, ma anche accresciuto nel merito19.

3.
RURICIO
AI SUBLIMI SIGNORI E OBBLIGATISSIMI FRATELLI
IN CRISTO SIGNORE NAMAZIO E CERAUNIA

[1] Quanto pesantemente sia stato colpito dall’atrocità della notizia del vostro
lutto,1 voi potete immaginarlo più facilmente, in virtù del vicendevole amore2, di
quanto io non possa esporlo per lettera3, poiché l’animo, annientato da eccessiva
afflizione4, rifiuta di esprimere ciò che ha orrore di richiamare alla mente5. Sono
addolorato, o fratelli obbligatissimi, della tanto cruda vostra sventura e di tutto
cuore partecipo alla vostra sofferenza6. Infatti, anche se per il momento sono se-
parato da voi col corpo7, tuttavia sono sempre a voi unito con lo spirito8 e, mentre
non mi allontano da voi con l’animo, credo di prendere parte ai vostri lamenti9,
poiché, secondo le divine parole, ciò che soffre un membro, tutte le membra lo
soffrono assieme10 nel corpo11. Noi infatti siamo non solo uniti in un solo corpo
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 60

60 Lettere

[2] Sed quid facimus, fratres optimi? quod divinae resistere iussioni, sicut vir-
tute non possumus, ita nec voluntate debemus, et omni advigilantia praecavere ne
dum dulcia nobis pignora nimio dolore deflemus, blasphemi, aut quodam modo
iniuriosi videamur in Domino, et gravius animam nostram auctor ipsius meritis in-
venta occasione confodiat, quam carorum amissione percussit. Ideo in omni ama-
ritudine vel dolore ad illum nobis refugiendum est, et ad illum omnes casus nostri
toto corde referendi, qui sanat vulneratos, qui relevat maestos, qui consolatur af-
flictos, et illa sancti Iob sententia omnino dicenda est: Dominus dedit, Dominus
abstulit, sicut Domino placuit, ita et factum est. Sit nomen Domini benedictum.

[3] Haec ergo, domini pectoris mei, scribere vobis idcirco praesumpsi, ut dolo-
rem communem, quem sciebam, quod verbis meis mitigare non poteram, vel divi-
nis eloquiis utcumque moderarer. Et vere non minimum potestis capere de Christi
voluntate solatium, quod, quatenus ipsum inmaturus manebat interitus, talem eum
est dignatus adsumere, qualium regnum dixit esse caelorum, ut et patronum habe-
retis ex filio, et minus doleretis amissum, quem a Domino videbatis adsumptum.

4.
DOMINIS SUBLIMIBUS ET IN CHRISTO DOMINO
DEVINCTISSIMIS FRATRIBUS NAMATIO ET CERAUNIAE
RURICIUS

[1] Saepius, carissimi fratres, per communis luctus acerbissimum casum vobis
scribere aut ad vos venire disposui, sed semper me et ab itineris procinctu infirmi-
tas corporis et ab epistulari officio nimius dolor cordis retraxit. Nam si quando ad
scribendum animum sum conatus intendere, statim sensus horruit, mens refugit et
ita mihi pro sermonibus semper fletus occurrit, ut prius paginam lacrimarum im-
bre perfunderem, quam stilo pingerem, sicut dixit ille, paternam indicans de filii
amissione pietatem:
Bis conatus erat casus effingere in auro,
bis patriae cecidere manus,
vel quod potius a me dicitur, quoniam negabat consolari anima mea.
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II, 3-4 61

con Cristo dalla fede, ma siamo anche congiunti dall’unione matrimoniale dei fi-
gli12. Motivo per cui13, se l’avesse permesso una così intensa perturbazione, sarei
venuto anche di persona, al posto di inviarvi una lettera, per consolarvi14.
[2] Ma che facciamo, o ottimi fratelli? Come non possiamo con la forza oppor-
re resistenza al volere divino, così non dobbiamo con la volontà, ma dobbiamo
badare con ogni attenzione15 che, mentre piangiamo con straordinario dolore i ca-
ri pegni del nostro affetto16, non siamo trovati blasfemi o in qualche modo ingiu-
riosi nei confronti del Signore,17 e l’Autore di questa morte, presentatasi l’occa-
sione, non trafigga più pesantemente la nostra anima di quanto non ci ha colpiti
privandoci dei nostri cari18. Pertanto, in ogni amarezza della vita e nel dolore, in
Lui noi dobbiamo trovare rifugio, a Lui tutte le nostre sventure vanno ricondotte
di tutto cuore, Lui che sana i feriti, che risolleva i tristi19, che consola gli afflitti20,
e assolutamente dobbiamo proferire quelle parole del santo Giobbe: Il Signore ha
dato, il Signore ha tolto, come è piaciuto al Signore, così anche è stato fatto. Sia
benedetto il nome del Signore21.
[3] Questi pensieri dunque, signori del mio cuore, mi sono permesso perciò di
scrivervi, al fine di attenuare almeno in qualche modo con le Sacre Scritture22 il
comune dolore, che sapevo che non avrei potuto placare con le mie parole. E ve-
ramente potete cogliere un conforto non da poco dalla volontà di Cristo23: Egli si
è degnato di chiamare a sé un uomo tale che, nella misura in cui era atteso da una
morte prematura24, è stato ritenuto degno di entrare nel regno dei cieli25, affinché
lo aveste come patrono da figlio26, e vi addoloraste meno della dipartita di colui
che vedevate essere stato chiamato a sé27 dal Signore28.

4.
RURICIO
AI SUBLIMI SIGNORI E OBBLIGATISSIMI FRATELLI
IN CRISTO SIGNORE NAMAZIO E CERAUNIA

[1] Molto spesso, o carissimi fratelli, a motivo dell’assai cruda sventura1 del
comune lutto2 stabilii di scrivervi o di venire da voi, ma sempre mi ritrasse dal-
l’intraprendere il viaggio l’infermità fisica, e dal dovere di scrivervi una lettera3
l’eccessivo dolore del cuore. Infatti, se qualche volta ho tentato di volgere l’ani-
mo a scrivervi, subito il sentimento ne ebbe paura, la mente ne fuggì4, e al posto
delle parole sempre mi sopraggiunse il pianto, al punto che cosparsi di una piog-
gia di lacrime il foglio5 prima di scrivervi con lo stilo, come disse il poeta6, espri-
mendo il sentimento di affetto del padre di fronte alla perdita del figlio:
Due volte aveva tentato di riprodurre nell’oro la sua caduta,
due volte caddero le mani del padre7,
e, come preferisco dire io, poiché la mia anima non voleva trovare consolazione8.
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62 Lettere

[2] Haud iniuria. Perdidi enim filiam, quam et me suscepisse et vos genuisse
gratulabar, perdidi vitae solatium, posteritatis spem, decus familiae, cordis gau-
dium, lumen oculorum. Nec simplici sum orbitate perculsus. Nam cum filia et
fratres amisi, quorum me solabar affectu, quorum me coniunctione iactabam. Di-
srumptum est, fratres carissimi, vinculum germanitatis nostrae, ablatum nobis est
pignus mutuae caritatis. Hei mihi, fratres optimi, dum depositum vestrum cuius
me traditione ceperatis, amitto, una vos perdidi, et ideo in unius necessitudinis
gradu complurium mihi necessitudinum solatia sublata suspiro.

[3] Solam tamen patriam, quae mihi per ipsam adquisita fuerat, non amittam,
qui hanc mihi potissimum terram quam illa corpore suo occupavit, patriam iudi-
cabo. Sed quo inmemor officii, memor gratiae, dolore inpellente, progredior, et
tempore aliquatenus vulnus obductum, rediviva recordatione, tamquam nova sec-
tione rescindo, et qui consolari vos potius per divina promissa cupiebam, consola-
tionem ipse non capio?

[4] Causas tamen vobis recidivi huius doloris exponam. Utcumque enim ani-
mus maerore confectus recipere consolationem apostolica exhortatione iam coe-
perat, qua ait: Nolo vos, fratres, ignorare de dormientibus, ne contristemini, sicut
ceteri, qui spem non habent, sed, ubi infelix noster communis advenit, et eum si-
ne ea, qua prius splendebat, gemma conspexi, per quam mihi et acceptior esse so-
lebat et gratior, et quasi ornamento proprio spoliatus mihi et indecorus apparuit.
Novit ille, fratres carissimi, qui cordium occulta rimatur, quod ita mihi dolor re-
pente geminatus est, et ita mihi per singulos dies de tanta indole illius, et istius
desolatione affectus duplicatus et luctus, ut nec hunc aspicere, nec illius meminis-
se sine lacrimis queam, et propheticum illud saepius dicam: Quis dabit capiti meo
aquam et oculis meis fontem lacrimarum? Sed ille populi sui peccata deflebat,
ego vero propria, quae et me et vos pondere suo et numerositate presserunt; ego
ut illius mortem, et meam vitam, illam defunctam, et me superstitem plangam.

[5] Longe aliud tibi, venerabilis soror, quasi de nostris meritis praesumebas,
cum tantum tibi, nimia caritate decepta, de nostris orationibus, me refellente, pro-
mitteres, ut domum tuam nostra intercessione salvandam, et filiam per me, ut ita
dicam, fore crederes inmortalem. Sed cito apparuerunt merita mea, quae me inre-
mediabili vulnere sauciarent, et te secus, quam oportuerat, de peccatore creden-
tem tanti pignoris orbitate percuterent. Vel nunc certe, in Christo Domino venera-
bilis soror, et te falsa credidisse et me vera dixisse cognosces.
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II, 4 63

[2] Non a torto! Sono stato privato infatti di una figlia9: mi rallegravo del fatto
che io l’avessi accolta e che voi l’aveste generata; sono stato privato del conforto
della vita, della speranza del futuro, dell’onore della famiglia, della gioia del cuore,
della luce degli occhi10. Né sono stato colpito dalla perdita di una sola persona! In-
fatti assieme alla figlia ho perso anche gli amici, dal cui affetto ero confortato, della
cui familiarità mi facevo vanto11. È stato infranto, o fratelli carissimi, il vincolo
della nostra fraternità; ci è stato portato via il pegno del vicendevole amore12.
Ahimè, o ottimi fratelli, assieme alla perdita del vostro deposito13, nel consegnarmi
il quale avete accolto me14, sono stato privato di voi, e pertanto, in un solo legame
familiare, lamento il fatto che mi è stato sottratto il conforto di parecchi familiari15.
[3] Solamente la patria tuttavia, che ho guadagnata per mezzo suo, non per-
derò, io che riterrò per me più d’ogni altra questa terra, che ella ha occupato col
suo corpo, la mia patria16. Ma a che scopo vado avanti, sotto la spinta del dolore,
immemore del mio dovere17, ma memore dell’amicizia18? E perché col risorgere
del ricordo19 riapro20, come con un nuovo taglio21, la ferita, fino a un certo punto
chiusa dal tempo22? Perché io che bramavo di consolare piuttosto voi con le divi-
ne promesse, io per primo non ne traggo consolazione23?
[4] Vi esporrò tuttavia le cause della rinascita24 di questo dolore. In un modo o
nell’altro infatti l’animo, sfinito dall’afflizione25, aveva già preso a ricevere conso-
lazione dall’esortazione dell’apostolo, quando dice: Non voglio, o fratelli, che voi
restiate all’oscuro circa coloro che sono morti, affinché non vi rattristiate, come
gli altri che sono senza speranza26. Ma, quando il nostro comune infelice giunse e
scorsi lui senza la gemma di cui prima splendeva, grazie alla quale soleva essermi
caro oltre il dovuto, mi apparve addirittura come spogliato del suo proprio27 orna-
mento e privo di dignità. Colui che scruta i segreti dei cuori28, fratelli carissimi, sa
che a tal punto mi si è improvvisamente raddoppiato il dolore e che a tal punto di
giorno in giorno si è duplicato l’affetto e il lutto intorno alla tanto grande tempra
spirituale di lei e all’altrettanto grande desolazione di lui29, che non posso volgere
a lui lo sguardo né ricordarlo senza versare lacrime, e dico molto spesso quelle pa-
role del profeta: Chi darà acqua al mio capo e agli occhi miei una fontana di la-
crime30? Ma egli piangeva i peccati del suo popolo31, io invece i miei personali32, i
quali hanno schiacciato me e voi col loro peso e con la loro quantità; io, cosicché
piango la sua morte e la mia vita, lei defunta e me ancora vivo33.
[5] Molto diverso per te, o venerabile sorella34: facevi conto come sui nostri
meriti, poiché tu, ingannata da eccessivo amore, nonostante le mie resistenze,
avevi grande speranza nelle nostre preghiere, così da credere che la nostra inter-
cessione avrebbe dovuto salvare la tua casa, e che per mezzo mio tua figlia, per
così dire, non sarebbe stata soggetta alla morte. Ma presto apparvero i miei meri-
ti, che a me procuravano una ferita inguaribile e colpivano te, che confidavi in un
peccatore, diversamente da come sarebbe stato necessario, privandoti di un così
grande pegno di affetto 35 . E ora certamente, in Cristo Signore venerabile
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64 Lettere

[6] Sed nimium diu, inmemores praeceptorum caelestium, humano dolori prae-
bemus adsensum. Ad divina nobis praecepta redeundum est, ne ita plangamus
corpore mortuam, ut ipsi corde moriamur. Discedentes ergo paululum de praesen-
tibus, rursum futura cogitemus, ut quos infirmant praesentia, futura corroborent.
Nos debemus, fratres carissimi, illam ferre conditionem humanae fragilitatis,
quam et prophetae et apostoli et sancti iustique omnes, vel, quod maius est, om-
nium Dominus noster suscipere dignatus est. Deplorare, sed magis Deo gratias
agere et gaudere nos convenit, quod filiam, qualem voluimus, quamdiu is qui de-
derat permisit, habuimus, et qualem voluimus, non perdidimus, sed ad Christum,
ipso iubente, praemisimus. Habere enim filios generalis est beneficii, bonos vero
habere specialis est praemii, sicut vivere commune est omnium, bene vero vivere
et bene discedere de hac vita paucorum est, non tamen naturae conditione, sed
culpae, nec divina praescriptione, sed propria voluntate.

[7] Et ideo non turbetur cor nostrum, nec filiam pro amissione, sed pro deside-
rio defleamus, ne aut dominicis promissis increduli aut praeceptis obnisi esse vi-
deamur. Fleant liberos suos, qui spem resurrectionis habere non possunt, quam eis
perfidia sua ademit, non divina sententia. Fleant mortui mortuos suos, quos in
perpetuum aestimant interisse, illi nullam maeroris sui habeant requiem, qui non
credunt esse requiem mortuorum. Nobis vero, quibus et spes et portio Christus
est, spes in terra morientum, portio in regione vivorum, quibus mors ista non na-
turae, sed vitae praesentis est finis, quia eam in melius credimus esse reparandam,
iuxta apostoli sententiam: Cum corruptibile hoc induerit incorruptionem, cum
propheta dicendum est: Dominus dedit, Dominus abstulit, sicut Domino visum est,
ita factum. Sit nomen Domini benedictum, quia tenenda est in temptatione paeni-
tentia, ne cogat aut ore aut corde delinquere.

[8] Fletus itaque nostros fides prompta detergat, quia credimus caros nostros
vitam non tam perdere quam mutare, relinquere saeculum aerumnis et luctibus
plenum, et ad regionem beatitudinis festinare, exire de peregrinatione laboriosa et
ad quietis patriam pervenire, unde et propheta dicit: Educ de carcere animam
meam ad confitendum nomini tuo.
[9] Credite mihi, fratres carissimi, quia illa iam de sua quiete secura, de nostra
est salute sollicita. Quae si nobiscum posset miscere conloquia, hoc diceret: Noli-
te, pii parentes, nolite me flere nec ingrati tam benigno Domino planctibus nimiae
dilectionis existere. Esto, habuerit tempore meae arcessitionis hoc pietas, iam de-
bet dolorem vestrum fides cum tempore temperare, quia etsi vobis mortua sum,
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II, 4 65

sorella36, sai che tu hai creduto il falso e che io ho detto il vero37.


[6] Ma troppo a lungo, immemori dei precetti celesti, prestiamo ascolto al do-
lore umano. Dobbiamo fare ritorno ai precetti divini, per non piangere colei che è
morta nel corpo così da morire anche noi nel cuore38. Allontanandoci dunque un
po’ dal presente, subito pensiamo al futuro, affinché coloro che indebolisce il pre-
sente, il futuro li rafforzi39. Noi dobbiamo, o fratelli carissimi, portare quella con-
dizione di umana fragilità che hanno portato i profeti e gli apostoli e i santi e tutti
i giusti40, e che – cosa ancora più grande – il Signore di tutti, nostro Signore41, si
è degnato di prendere su di sé. Sì che ci conviene piangere, ma ci conviene di più
rendere grazie a Dio e rallegrarci, poiché abbiamo avuto una figlia quale l’abbia-
mo voluta, finché Colui che ce l’aveva data lo ha concesso e, quale l’abbiamo vo-
luta, non l’abbiamo persa42, ma l’abbiamo mandata avanti43 incontro a Cristo44,
secondo la sua volontà45. È infatti un beneficio generale avere dei figli, ma averli
buoni è un premio speciale46, come vivere è comune a tutti, mentre vivere bene e
andarsene bene da questa vita è di pochi: non tuttavia per opera della natura, ma
della colpa, né per legge divina, ma per propria volontà47.
[7] E pertanto non sia turbato il cuore48 nostro né piangiamo la figlia per la
perdita, ma per la nostalgia, perché non sembriamo o non credere alle promesse
del Signore o opporsi ai suoi precetti49. Piangano i loro figli coloro che non pos-
sono avere la speranza della risurrezione, di cui li ha privati la loro incredulità,
non il divino volere. Piangano i morti i loro morti50, che ritengono estinti per
sempre; non abbiano riposo dalla loro afflizione quelli che non credono che ci sia
riposo eterno per i morti51. Noi invece, che abbiamo Cristo come speranza e parte
di eredità, speranza nella terra dei morti, parte di eredità nella regione dei viven-
ti52; noi che riteniamo che questa morte non è la fine del nostro essere, ma di que-
sta vita53, perché crediamo che essa debba essere rinnovata in meglio, secondo le
parole dell’apostolo: Quando questo corpo corruttibile sarà rivestito di incorrut-
tibilità54, dobbiamo dire col profeta55: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, co-
me è piaciuto al Signore, così anche è stato fatto. Sia benedetto il nome del Si-
gnore56, poiché dobbiamo osservare la penitenza nella tentazione, per non essere
costretti a peccare con la bocca o col cuore57.
[8] E così asciughi il nostro pianto una fede pronta58, poiché crediamo che i no-
stri cari non perdono tanto la vita, quanto la mutano59; lasciano il mondo pieno di
tribolazioni e lutti e si affrettano nella regione della beatitudine60; escono da una
peregrinazione faticosa61 e giungono nella patria del riposo eterno62, per cui anche
il profeta dice: Fa’ uscire dal carcere la mia anima per confessare il tuo nome63.
[9] Credetemi, fratelli carissimi, che64 ella, ormai tranquilla nel suo riposo
eterno65, si preoccupa della nostra salvezza66. E se potesse conversare con noi, di-
rebbe: «No, cari genitori, non piangetemi né risultate ingrati verso il Signore tan-
to benevolo, lamentandovi oltre misura per il bene che mi volete. Sia pure, il vo-
stro amore avrà comportato ciò nel tempo della mia convocazione dinanzi al tri-
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66 Lettere

Deo vivo. Aut numquid vos magis potestis amare quam Dominus, qui me fecit,
quomodo voluit, redemit, quia voluit et, quando voluit, pro sua pietate suscepit?
Aut quod magis doloris vestri potestis habere solatium, quam quod Dominus no-
ster unicum Filium suum pro nobis est tradere dignatus ad mortem? Et cum filius
Dei secundum carnem mori voluerit, homo tam acerbe debet conditionem huma-
nae sortis excipere? Quam ob rem, piissimi parentes, vestra potius peccata defle-
te, et de satisfactione vestrorum criminum cogitate, ut si me in Christo diligitis,
quia me vere diligere non potestis, nisi in Domino diligatis, in sinum patriarchae
venire mereamini, ubi Dominus pro innocentiae me meae puritate, et pro sua pie-
tate constituit, quia misericordia eius melior est super vita, ut ibidem non falsis,
sed veris, non temporalibus, sed aeternis gaudiis pariter exultare possimus.

[10] Talibus oportet, ut vos, optimi fratres, et his similibus praeceptis ac spon-
sibus dominicis consolemus, quia, sicut apud Dominum futura iam facta sunt, ita
fidelis catholicus promissa caelestia, quae tempore suo implenda confidit, debet
iam quodam modo habere praesentia, spe praecipere, possidere fide, operibus ob-
tinere. Haec enim sunt quae nobis exhibent in maeroribus solatium, in contrariis
fiduciam, in prosperis moderationem, ne aut extollamur secundis aut cedamus ad-
versis, aut tristibus consumamur.

[11] Haec ergo, fratres carissimi, transmittenda vobis ad communem quandam


consolationem, haud sine magno animi dolore dictavi. Nec me paulo latius pro-
trahere sermonem affluentia verborum conpulit, sed aestus animorum, ut deside-
rium, quod recordatio accenderat, commemoratio diutina crebra leniret. Et in hoc
etiam parem gratiam erga communem filiam conprobemus et, sicut nos eius vita
devinxerat, ita eius memoria in eadem dilectione custodiat.

5.
DOMINO SUBLIMI ET IN CHRISTO DOMINO
DEVINCTISSIMO FRATRI NAMATIO
RURICIUS

[1] Qui occasionem scribendi pro necessitudinis iure perquirimus, oblatam


praetermittere non debemus, ut reddat nobis quandam praesentiae portionem ser-
mo mediator, qui emittitur et non amittitur, tribuitur et habetur, videtur discedere
nec recedit, a me dirigitur, a te suscipitur, a me scribitur, a te legitur nec tamen di-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 67

II, 4-5 67

bunale divino67, ma ormai la fede, assieme al tempo68, deve temperare69 il vostro


dolore, poiché, anche se sono morta a voi, vivo in Dio. O forse che voi potete
amarmi più del Signore che mi ha creata, come ha voluto; mi ha redenta, poiché
ha voluto e, quando ha voluto, mi ha accolto70 secondo il suo amore? O quale
maggiore conforto71 potete avere per il vostro dolore, del fatto che nostro Signore
si è degnato di consegnare a morte per noi il suo unico Figlio? E dal momento che
il Figlio di Dio ha voluto morire secondo la carne, deve l’uomo sostenere tanto
aspramente la condizione dell’umana sorte72? Per questo motivo, carissimi geni-
tori, piangete piuttosto i vostri peccati e pensate alla soddisfazione delle vostre
scelleratezze73, cosicché, se mi amate in Cristo – poiché non potete amarmi vera-
mente, se non mi amate nel Signore –74, meritiate75 di venire nel grembo del pa-
triarca76, dove il Signore mi ha collocato secondo la purezza della mia innocenza
e il suo amore, poiché la sua misericordia vale di più della vita77, affinché là pos-
siamo esultare insieme di gioia non falsa, ma vera, non effimera, ma eterna».
[10] È necessario, o ottimi fratelli, che ci consoliamo con tali e simili precetti e
con le garanzie divine78, poiché, come presso il Signore il futuro è già stato rea-
lizzato, così il fedele cattolico deve già in qualche modo avere presenti, ricevere
anticipatamente attraverso la speranza, possedere per mezzo della fede, ottenere
grazie alle opere le promesse celesti che confida di conseguire a suo tempo79.
Questi infatti sono gli elementi che ci forniscono nelle afflizioni conforto80, nelle
difficoltà fiducia, nella prosperità moderazione, affinché non ci esaltiamo nelle si-
tuazioni favorevoli o veniamo meno di fronte alle avversità o ci logoriamo negli
eventi tristi81.
[11] Questi pensieri dunque, o fratelli carissimi, vi ho scritto82 e vi ho trasmes-
so, non senza grande dolore nell’animo, per una qualche comune consolazione.
Né sono stato costretto a essere un po’prolisso nel mio dire dall’abbondanza di
parole83, ma dal turbamento dell’animo, perché la nostalgia84, che il ricordo ave-
va acceso, la calmasse un’abbondante e durevole commemorazione85. E anche in
questo dimostriamo uguale affetto verso la comune figlia86 e, come ci legò la sua
vita, così la di lei memoria87 ci custodisca nel medesimo sentimento di amicizia88.

5.
RURICIO
AL SUBLIME SIGNORE E IN CRISTO SIGNORE
OBBLIGATISSIMO FRATELLO NAMAZIO

[1] Noi che ricerchiamo, secondo il vincolo di parentela1, l’occasione per scri-
vervi2, non dobbiamo dimenticare quella che ci è stata offerta, cosicché a renderci
in parte presenti l’uno all’altro sia la mediazione3 della lettera4: questa è inviata5
e non è perduta6, è donata ed è ricevuta, sembra andarsene via e non se ne va7, da
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 68

68 Lettere

viditur, cum quasi divisus integer utriusque corde teneatur, quia verbi more divini
traditur et non egreditur, confertur indigenti et non aufertur auctori accipientis lu-
crum sine dispendio largientis, ditans inopem nec adtenuans possessorem.

6.
DOMNO SUO ET PECULIARI IN CHRISTO DOMINO
PATRONO CHRONOPIO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] In ordinando grege dominico vel regendo, inter speculatores atque praepo-
sitos non praesumptio debet esse, sed ratio, et de custodia sollicitudo, non de per-
vasione contentio, ne mercennariorum subeant notam, dum pastorum non tenent
disciplinam, et inveniantur, sicut apostolus dicit, non Christi gloriam affectare,
sed propriam, dum malunt ab hominibus percipere laudem, quam a Domino ex-
pectare mercedem, praesentis appetitores lucri, et praemii contemptores aeterni.

[2] Unde, sicut idem apostolus docet, si pacifica ad opus sanctum congregatio-
ne concordes, si sine simulatione diligentes, si cum sollicitudine ministrantes, si
unius capitis membra sumus, corporis unanimiter debemus esse rectores, quia
caulae gregis dominici possunt esse numerositate multae, non fidei varietate di-
versae, ut, sicut ipse Dominus praenuntiare dignatus est, non nobis per invidiam
dissidentibus et per dissensionem gregem dominicum dividentibus multiplex per
nos schisma procedat, sed magis per unitatem doctrinae simplicis oves dominicas
congregantibus fiat in nobis unus grex et unus pastor, qui, sicut est rex regum et
dominus dominantium, sacerdos sacerdotum et pontifex pontificum, ita intellega-
tur et pastor esse pastorum.

[3] Quam ob rem studio caritatis, non cupiditatis has ad sanctitatem vestram
per presbyterum meum pro dioecesi Gemiliacensi, unde iam pridem vobis scri-
pseram, destinavi, ne, si tacuissem, neglegentiae deputaretur, non concordiae, ra-
tioni inrationabili viderer cessisse, non paci, ut, si agnoscitis vera esse, quae dico,
aut iusta, quae repeto, nec me iniuriam diutius nec vos inquietudinem sustinere
patiamini.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 69

II, 5-6 69

me è indirizzata, da te è ricevuta, da me è scritta, da te è letta e tuttavia non si di-


vide,8 come se, pur divisa, fosse tenuta insieme dal cuore di entrambi9, poiché, a
somiglianza del Verbo divino, è mandata e non se ne va via, viene assegnata al
povero e non viene tolta10 al suo autore, guadagno di chi la riceve senza spesa di
chi la elargisce, arricchendo chi non l’ha né impoverendo chi la possedeva11.

6.
IL VESCOVO RURICIO
AL SUO SIGNORE E IN CRISTO SIGNORE PARTICOLARE PATRONO
IL VESCOVO CRONOPIO

[1] Nell’organizzare e nel governare il gregge del Signore tra i vescovi1 posti
alla guida di una Chiesa2 non deve esserci volontà di spadroneggiare, ma senso
della giustizia, e cura nel vigilare, non ostinazione3 nell’usurpare4, affinché essi5
non si comportino alla stregua di mercenari6, mentre non vivono rigorosamente
da pastori, e non siano trovati, come dice l’apostolo, ad attendere non alla gloria
di Cristo, ma alla propria, mentre preferiscono essere lodati dagli uomini che
aspettare la ricompensa del Signore, smaniosi del guadagno presente e sprezzanti
del premio eterno7.
[2] Pertanto, come il medesimo apostolo insegna, se pacificamente congregan-
doci, siamo concordi nel nostro santo dovere, se ci amiamo senza finzione8, se
serviamo con cura9, se siamo membra di un solo capo10, in armonia dobbiamo es-
sere guide del corpo11, poiché gli ovili del gregge del Signore possono essere mol-
ti per numero, non separati per diversità della fede12, cosicché, come il Signore in
persona si è degnato di ammonire – se per invidia ci separiamo e per divergenze
dividiamo il gregge del Signore –13 non si sviluppi a causa nostra uno scisma, ge-
neratore a sua volta di divisioni. Ma piuttosto, se raduniamo insieme14, attraverso
l’unità della semplice dottrina15, le pecore del Signore, si farà in noi un solo greg-
ge e un solo pastore16, il quale, come è re dei re e signore dei signori17, sacerdote
dei sacerdoti e pontefice dei pontefici, così sia riconosciuto anche essere pastore
dei pastori18.
[3] Per questo motivo, per amore di carità, non di bramosia ho inviato attraver-
so un mio presbitero questa lettera alla Santità Vostra19 circa la parrocchia di Ge-
miliacum20, in merito alla quale21 già prima vi avevo scritto22, affinché, se avessi
taciuto, non si imputasse a negligenza, invece che a volontà di concordia, e non
sembrassi avere ceduto a una giustizia ingiustificabile23, invece che a desiderio di
pace. E così, se riconoscete essere vero ciò che dico, o giusto ciò che torno a chie-
dervi, non lasciate che io sostenga più a lungo questa ingiustizia né voi questa ri-
vendicazione24.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 70

70 Lettere

7.
DOMINO SUBLIMI
SEMPERQUE MAGNIFICO FRATRI ELAPHIO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Ita propitio Deo operum tuorum fama percrebuit, ut omnes in laboribus
constituti commendari se germanitati vestrae omni precum ambitione deposcant,
quia fatigationem suam apud vos effectum habere non dubitant. Unde etiam porti-
tor harum, nomine Ulfila, quem mihi Pharetrius presbyter suis litteris commenda-
vit, ad vos commendaticias postulavit, quas ei et pro iussione divina et pro visio-
ne mutua libenter indulsi.

[2] Quibus individuae caritati vestrae salve plurimum dico, et praefatum pro
affectione germana, non pro pontificali auctoritate commendare praesumpsi, quia
in peccatore amittit dignitas dignitatem, cui honor indebitus oneri est potius quam
honori. Quod licet vobis placere pro nostra devinctione confidam, tamen, si quid
nobis veri vel vicarii amoris inpenditis, spero condoleatis potius quam gaudeatis,
quia indignum me et penitus non merentem non adtollit res tanta, sed deprimit.

8.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
AC MIHI PRAE CETERIS IN CHRISTO DOMINO
CVLTV AFFECTVQVE PECVLIARIVS EXCOLENDO
PATRONO ET PAPAE AEONIO
RVRICIVS EPISCOPVS.

[1] Quotienscumque sanctos aut apostolicos viros, quos misericordiae opera,


operum merita, meritorum vita commendat atque omnium virtutum fama dissemi-
nat, aerumnarum mole depressi coguntur expetere, dum litterarum solatium quae-
runt labori suo, beneficium conferunt desiderio nostro et, cum sit illorum labor
noster dolor, fit tamen per officii conlationem eorum necessitas quodam modo ca-
ritas nostra, quia, dum ipsorum adquiescimus petitioni, nostrae satisfacimus vo-
luntati, et ita fit, ut egestas petentis sit largientis utilitas.

[2] Fratri itaque et conpresbytero nostro, Possessori nomine, quod peius est,
potius quam facultate, quia, quod habuit, pro fratris redemptione profudit, et fac-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 71

II, 7-8 71

7.
IL VESCOVO RURICIO
AL SUBLIME SIGNORE E SEMPRE MAGNIFICO FRATELLO
ELAFIO

[1] A tal punto, per grazia di Dio1, si è diffusa la fama delle tue opere2, che tutti
coloro che si trovano in difficoltà chiedono con insistenti preghiere3 di essere rac-
comandati alla Fraternità Vostra4, poiché non hanno dubbi che la loro fatica5 pos-
sa avere un risultato presso di voi. A tal fine6 anche il corriere della presente7, di
nome Ulfila8, che mi è stato raccomandato dal presbitero Faretrio9 con una sua
missiva, ha chiesto una lettera di raccomandazione10 nei vostri confronti; cosa
che, a motivo della disposizione di Dio e del reciproco incontro11, gli ho concesso
volentieri.
[2] Con la presente dunque invio molti saluti12 all’indivisibile Carità Vostra13 e
mi sono permesso di raccomandarvi14 il predetto in virtù dell’affetto fraterno, non
dell’autorità episcopale15, poiché il ruolo di autorità perde autorità nel peccatore,
al quale un indebito onore è più di onere che di onore16. E per quanto io confidi
che un tale fatto17 incontri la vostra approvazione in virtù del nostro legame18,
tuttavia, se ci elargite un po’ di vero e reciproco amore19, spero che20 vi affliggia-
te con me piuttosto che rallegrarvi, poiché, dato che sono indegno e profonda-
mente immeritevole21, una cosa tanto grande non mi esalta, ma mi schiaccia22.

8.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE E DA ONORARSI
IN CRISTO SIGNORE CON DEVOZIONE E AFFETTO
IN UNA MANIERA TUTTA PARTICOLARE RISPETTO AGLI ALTRI
IL PATRONO E VESCOVO1 EONIO2

[1] Ogni volta che, chi è oppresso dal peso delle tribolazioni, è costretto a ri-
correre a uomini santi e3 apostolici4, che le opere di misericordia, i meriti delle
opere, una vita di meriti5 raccomandano, e la fama di tutte le virtù rende noti6,
mentre cerca conforto7 in una lettera alla sua difficoltà, apporta beneficio al no-
stro desiderio8 e, benché la sua difficoltà sia per noi dolore, tuttavia, concedendo-
gli un favore, il suo stato di bisogno9 diventa in un certo qual modo per noi mani-
festazione di amicizia10: infatti, acconsentendo alla sua richiesta, soddisfiamo le
nostre intenzioni11, e così accade che l’indigenza del richiedente sia il guadagno
del donatore12.
[2] E così a lui che chiedeva una lettera di raccomandazione nei confronti del-
l’Apostolato Vostro l’ho concessa volentieri13, al nostro fratello e collega nel pre-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 72

72 Lettere

tus est possessor paradisi, dum proprietatis saeculi desinit esse possessor, ad apo-
stolatum vestrum commendaticias postulanti libenter indulsi. Cuius necessitatem
si dignatur plenius sanctitas vestra cognoscere, epistulam, quam ad humilitatem
meam frater noster Eumerius episcopus per ipsum direxit, tanti habeat recensere
et illic agnoscet, qualiter ipsi debeat et pro consuetudine consulere et pro caritate
mutua condolere. Qui ut fratrem ab hostibus redderet liberum, se creditorum ma-
luit esse captivum et, ut ille crudelissima morte non privaretur vita, ipse extorris
est factus e patria. <…>

9.
<…>

[1] Sancti apostoli Pauli sententiam contuentes, qua Romanis scribens ait: No-
lo vos ignorare, fratres, quia saepe proposui venire ad vos, sed prohibitus sum
usque adhuc, et nos dicere pudore instigante conpellimur: crebrius voluimus ad
sincerissimam pietatem vestram scripta dirigere, sed prohibiti sumus usque nunc
prohibente nimirum illo, qui bonae voluntati consuevit semper obsistere invidens
scilicet profectui nostro et affectui vestro, affectui nostro et profectui vestro. Pro-
fectui nostro et affectui vestro, quia doctrina vestra eruditio nostra est, et epistula
nostra conlatio desiderii vestri est, et rursus profectui vestro et affectui nostro,
quia eruditio nostra merces vestra est et temporaria conlatio desiderii vestri nostri
est sermonis affectus.

[2] Ita enim paucis diebus, quos mihi vere et paucos et brevissimos vester fecit
affectus, dum contemplatione vestra non solum satiari noster nequit, verum etiam
videndo magis exardescit intuitus, cum vos et desideraremus praesentes et adhuc
coram positos quaereremus, sensus nostros fonte purissimo benigni pectoris inri-
gastis, ut, quamlibet nulla deinceps sancti oris munera pretiosa perciperem, prae-
sentiam tamen vestram intra mentis meae arcana possideam et effigiem vestram
in speculo mei cordis intuear, quam illic tam caritas perfectam depinxit, ut nullius
aetatis possit oblivione deleri, quia iugi recordatione momentis singulis innovatur.

[3] Illic enim vobiscum ex consuetudine pietatis vestrae secretius conloquor,


illic etiam de vitae melioris institutione pertracto, illic vos labiis mentis exosculor
et manibus cordis amplector. Quo fit, ut vera dilectio, quae in visceribus meis vi-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 73

II, 8-9 73

sbiterato14, Possessore solo di nome – cosa ancora peggiore – piuttosto che di fat-
to, poiché i suoi beni li impiegò per il riscatto del fratello, ed è divenuto possesso-
re del Paradiso, mentre ha cessato di essere possessore di proprietà in questo
mondo15. E se la Santità Vostra16 si degna di approfondire maggiormente il suo
stato di bisogno, tenga in grande considerazione di leggere la lettera che all’U-
miltà Mia17, attraverso lo stesso Possessore, mi ha indirizzato il nostro fratello18 il
vescovo Eumerio19, e lì saprà in quale modo debba a lui provvedere in virtù di di-
mestichezza e affliggersi con lui20 in virtù di vicendevole amicizia21. Ed egli, per
liberare il fratello dai nemici22, ha preferito essere prigioniero dei creditori23 e,
perché quegli non fosse privato della vita da una crudelissima morte, egli stesso è
divenuto esule dalla patria24. <…>25

9.
<…>1

[1] Considerando le parole del santo apostolo Paolo, secondo cui, scrivendo ai
Romani, dice: Non voglio che ignoriate, o fratelli, che spesso mi sono proposto di
venire a voi, ma ne sono stato impedito fino al momento presente2, anche noi sia-
mo costretti a dire, spinti dalla vergogna: «Più frequentemente avremmo voluto
indirizzare lettere alla Sincerissima Pietà Vostra3, ma ne siamo stati impediti fino
ad ora, impedendolo sicuramente colui che abitualmente si è sempre opposto alle
buone intenzioni, invidioso com’è del nostro progresso e del vostro affetto, del
nostro affetto e del vostro progresso»4. Il nostro progresso e il vostro affetto5, poi-
ché i vostri insegnamenti sono per noi istruzione e la nostra lettera è la conver-
genza del vostro desiderio; e d’altra parte il vostro progresso e il nostro affetto,
poiché la nostra istruzione è per voi premio e l’occasionale convergenza del vo-
stro desiderio è l’espressione di affetto delle nostre parole6.
[2] Infatti nei pochi giorni, che il vostro affetto mi ha reso veramente pochi e
brevissimi – mentre il nostro sguardo non solo non poteva essere saziato dalla
contemplazione di voi, ma, anche vedendovi, maggiormente si accendeva, in mo-
do tale che vi desideravamo, ancorché presente, e vi cercavamo, ancora lì al no-
stro cospetto7 –, avete bagnato i nostri sensi con la fonte purissima del vostro be-
nevolo cuore8. E così, per quanto non abbia ricevuto successivamente alcun dono
prezioso della vostra santa bocca, vi ho tuttavia ben presente nel segreto della mia
mente, e nello specchio del mio cuore9 vagheggio il vostro ritratto che l’amicizia
ha lì dipinto in maniera talmente perfetta, che non può essere cancellato dall’o-
blio del tempo, poiché in ogni istante è rinnovato da perenne10 ricordo11.
[3] Lì infatti, com’è abitudine della Pietà Vostra12, dialogo più intimamente
con voi13; lì approfondisco anche la pratica di una vita migliore; lì14 vi bacio con
le labbra della mente15 e vi abbraccio con le mani del cuore16. E per questo moti-
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74 Lettere

va vultus vestri figuratione nutritur et igniculo caritatis accenditur, amoris vestri


mihi vicissitudinem repromittat, et animus meus mihi animi vestri fideiussor adsi-
stat, dum, quantum mihi de vobis praesumere debeam, conscium mutuae dilectio-
nis pectus interrogo.

[4] Unde scribendi mihi aditu orationibus vestris tandem aliquando reserato his
salutationem defero et intercessionem peccatorum requiro illud speciali prece de-
poscens, ut ita misericordiam Dei nostri adsiduis petitionibus flagitetis, ut omni-
bus delictis meis atque peccatis omnibus opitulantibus vobis consuetudinaria cle-
mentia et copiosa bonitate deletis, etsi non ad idem praemium, saltim ad eundem
nos portum quietis iubeat pervenire, ut, quatenus hic propter spatia interiecta ter-
rarum oculis corporis saepius nos videre non possumus, vel ibidem de mutua
praesentia gaudeamus, ut, quando vobis a iusto iudice retribuetur corona merito-
rum, mihi a piissimo redemptore et advocato perfectissimo commissorum venia
non negetur.

[5] Ipse ante iudicium peccatoris agere dignetur causam, ne in iudicio puniat
culpam, quia novit quippe omnipotens nec in bonitate clementiae iudicii perdere
severitatem, nec in iudicii severitate clementiae amittere bonitatem. Et ideo per
ineffabilem misericordiae ac virtutis operationem nobis praestare dignetur, ut,
quos hic veritate coniunxit, illic habitatione non separet.

[6] Promissionem vestram recolens, peculiarius rogo, ut fratrem Pomerium


sanctitas vestra non solum non retineat, verum etiam ad nos venire conpellat
partemque suam nobis individuum per utriusque transmittat. Nec eum a vobis
discedere, si ad me accesserit, iudicetis, quia et vos hic inveniet in me, et cum
eo vos residente corpore, ut confidimus, corde venietis. Sed et inde non parvum
fructum habere poteritis, si rusticitas nostra doctrina ipsius aliquid in Dei timore
profecerit.

10.
DOMINO ANIMAE SVAE ET IN CHRISTO DOMINO
VISCERIBVS EXCOLENDO POMERIO ABBATI
RVRICIVS EPISCOPVS

[1] Sapientes saeculi amicos duos unam animam habere dixerunt, quod ego
etiam ecclesiastico testimonio verum esse confirmo, quo ait: Credentium autem
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II, 9-10 75

vo accade che il vero affetto, che nel mio intimo17 è nutrito dalla viva immagine
del vostro volto18 ed è acceso dal fuocherello dell’amicizia19, mi garantisce la re-
ciprocità del vostro amore e il mio animo mi assiste come garante del vostro20,
mentre interrogo il mio cuore, conscio del vicendevole affetto, quanto io da voi21
debba aspettarmi22.
[4] Pertanto, dopo che mi è stato aperto una buona volta finalmente l’accesso a
scrivervi grazie alle vostre preghiere23, vi porgo il mio saluto e ricerco l’interces-
sione per i miei peccati, chiedendo con speciale preghiera che insistentemente do-
mandiate24 misericordia al nostro Dio con frequenti suppliche cosicché, una volta
cancellate25 col vostro ausilio tutte le mie colpe e tutti i miei peccati26 dalla sua
abituale clemenza e abbondante pietà27, anche se non al medesimo premio, Egli ci
faccia28 almeno giungere al medesimo porto del riposo eterno29. E così, dal mo-
mento che in questo mondo, a causa della distesa di terre frapposta tra di noi30,
troppo spesso non possiamo vederci con gli occhi del corpo31, almeno nell’aldilà
godiamo vicendevolmente l’uno dell’altro32, cosicché, quando a voi dal giusto giu-
dice sarà data in compenso la corona dei meriti, a me dal clementissimo Redentore
e avvocato perfettissimo non sia negato il perdono dei peccati commessi33.
[5] Sia Lui a degnarsi di sostenere la causa del peccatore, prima che questi
venga giudicato34, affinché in giudizio non punisca la colpa, poiché sa, in quanto
Onnipotente, non perdere la severità del giudizio nella pietà della clemenza né
tralasciare la pietà della clemenza nella severità del giudizio35. E pertanto, per l’i-
neffabile intervento della sua misericordia e della sua potenza, si degni il Signore
di concederci36 che nella vita futura la dimora non separi coloro che in questa vita
la verità ha unito37.
[6] Ripensando alla vostra promessa, in maniera tutta particolare chiedo38 che
la Santità Vostra39 non solo non trattenga, ma anche spinga a venire da noi il no-
stro fratello Pomerio40, e ci invii una parte di sé41 attraverso la mediazione del co-
mune amico42. Né vogliate giudicare che egli se ne vada via da voi, se verrà da
me, poiché qui troverà voi in me43 e con lui, come confidiamo, voi verrete se non
nel corpo, almeno nel cuore44. Ma in seguito potrete avere non piccolo frutto, se
la nostra dozzinalità45, grazie ai di lui insegnamenti, farà qualche passo in avanti
nel timore di Dio.

10.
IL VESCOVO RURICIO
AL SIGNORE DELLA SUA ANIMA E DA ONORARSI CON L’AFFETTO
PIÙ PROFONDO IN CRISTO SIGNORE L’ABATE POMERIO

[1] I saggi secondo il mondo dissero che due amici hanno una sola anima1, cosa
che anch’io confermo essere vera con l’asserto ecclesiastico2 che dice: I credenti
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76 Lettere

erat anima et cor unum, unum utique caritate, non numero, et fidei simplicitate,
non singularitate personae. Hoc ergo praedico proboque. Nam ex quo a vestra
unanimitate discessi, divisum esse me sentio partemque meam vobiscum resedis-
se cognosco, nec absentibus vobis integrum esse me credo et, cum me in me non
inveniam, apud vos me ad vos regressus inquiro atque ibidem quantum mei vobis
reliquisse, tantum vestri mecum abstulisse conspicio.

[2] Et omnipotenti Deo gratias super tam admirabili facto eius refero, quod ita
generali tribuere dispensatione dignatus est, ut inter eos, quos locorum intervalla
discriminant, liber ac nullis conclusus absentiae legibus animus commearet
nihilque esset tam inpenetrabile, quod mentis aspectibus non pateret, sed per
cordis intuitum inde se invicem cari gratia intercurrente conspicerent, ubi caritas
ipsa consistit.
[3] Et ideo salutem plenissimae erga me, quantum propria mente conicio, pie-
tati vestrae deferens omni precum ambitione deposco, si nobis parem repensatis
affectum, si simili nos caritate diligitis, si aliquid in visceribus vestris amor noster
operatur, si usque ad medullas cordis vestri dilectio nostra pervenit, si ita vos pro
me, quam me pro vobis dulcedine potestatis edomuit, ut imperio ipsius nec possi-
tis resistere nec velitis, ad desiderantem fratrem desiderans quantocius venire fe-
stina, eo beneficio et promissum soluturus debitum et mutuum mitigaturus affec-
tum, quia coram positi aequalem vobis gratiam de nostra contemplatione et con-
locutione praestabimus tantumque si, ut diligeris, diligis, a me retribuetur caritati
tuae, quantum tu meae ipse detuleris.

[4] Nec sane in veniendo fatigationem poteris formidare, quia, ut ille dixit, vi-
cit iter durum pietas, et iuxta apostolum nostrum, caritas omnia sustinet, quae
nec quaerit, quae sua sunt, nec umquam novit excidere. Opportune etiam deside-
ranti viatori autumnalis temporis congruit cum caritate temperies, si eam tamen
praeteritae aestatis fervor accendat, non advenientis hiemis algor extinguat.

11.
ITEM EPISTULA
DOMNI RURICII

[1] Relectis litteris meis fortasse miraberis, quod venerationi tuae fratri scri-
pserim, cum hoc nec aetati nostrae conveniat nec honori, quia, sicut me maior es
natu, ita minor es gradu. Et ideo, si ad tuam Deo propitio longaevitatem aut ad
nostram respexissemus administrationem, aut patri scribere debueramus aut filio.
Sed quia et sanctus Iohannes apostolus in epistula sua unis eisdemque et patribus
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II, 10-11 77

avevano un’anima sola e un cuore solo3, uno almeno quanto all’amore, non al nu-
mero, e quanto alla semplicità della fede4, non all’unicità della persona5. Questo
dunque dichiaro e sottoscrivo. Infatti, dopo essermi separato da Vostra
Concordia6, sento di essere diviso in due e riconosco che una parte di me è rimasta
con voi e credo di non essere completo senza di voi, e dal momento che non mi ri-
trovo in me stesso, dopo essere ritornato da voi, cerco me stesso presso di voi, e lì
constato che tanto di voi ho portato via con me, quanto di me ho lasciato a voi7.
[2] E rendo grazie a Dio onnipotente per questo suo dono tanto ammirabile:
Egli si è degnato di accordarlo distribuendolo in maniera così diffusa che, fra colo-
ro che sono divisi dalla distanza dei luoghi, l’animo se ne va libero e non limitato
dalle leggi della lontananza e niente è tanto impenetrabile da non essere chiaro agli
occhi della mente, ma attraverso lo sguardo del cuore, coloro che si vogliono bene,
grazie all’amicizia, si contemplano dal luogo in cui dimora l’amore stesso8.
[3] E pertanto, porgendo il saluto alla Pietà Vostra9, abbondantissima verso di
me, a quanto propriamente10 suppongo, con insistenti preghiere chiedo11, se ci ri-
pagate dell’identico sentimento, se ci amate di uguale amore, se nel vostro intimo
la nostra amorevolezza può qualcosa, se il nostro affetto giunge fino nel più
profondo del vostro cuore12, se con la soavità della sua forza ha sottomesso voi a
me quanto me a voi 13 a tal punto che al suo potere non potete né volete
resistere14: affrettati a venire al più presto15 affettuosamente al tuo fratello pieno
di affetto16 a tale scopo17, per assolvere al debito promesso e per placare il vicen-
devole sentimento, poiché di persona18 vi concederemo in egual misura il benefi-
cio di vederci e di dialogare con noi, e se mi ami come tu sei amato, tanto verrà
dato in compenso da me al tuo amore, quanto tu stesso avrai concesso al mio19.
[4] E nel venire non potrai temere affatto la fatica, poiché, come disse il poeta,
ha vinto il duro viaggio la pietà20, e secondo il nostro apostolo21, la carità tutto
sopporta22, la quale non cerca il proprio interesse23 né mai sa venire meno24. Op-
portunamente a chi si mette in viaggio pieno di affetto25 si confà, assieme al no-
stro amore, anche il clima autunnale26, se tuttavia l’ardore della passata estate lo
riscalda, ma il rigore dell’imminente inverno non lo raffredda27.

11.
UN’ALTRA LETTERA ALLA STESSA PERSONA
DEL VESCOVO RURICIO

[1] Dopo aver letto le mie lettere, forse ti meraviglierai del fatto che abbia
scritto alla Venerazione Tua1 come a un fratello, benché ciò non si addica né alla
nostra età né alla nostra dignità, poiché, come sei maggiore di me quanto all’età,
così sei minore rispetto al rango ecclesiastico2. E pertanto, se per grazia di Dio3
avessimo guardato alla tua longevità o al nostro ruolo, avremmo dovuto scrivere
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78 Lettere

et iuvenibus scribit et pueris dicens: Scribo vobis, patres, quia cognovistis eum,
qui ab initio est. Scribo vobis, iuvenes, quia vicistis malignum. Scribo vobis, pue-
ri, quia cognovistis patrem, qua discretione verborum non aetatem exterioris ho-
minis, sed qualitatem interioris adsignat.

[2] In quantum enim in Dei cognitione ac dilectione proficimus, patres sine du-
bio nuncupamur. In quantum vero contra adversarium, qui tamquam leo circuit
quaerens, quem devoret, viriliter dimicamus, iuvenes esse cognoscimur. In quan-
tum vero socordiae desidiaeque committimur et ad incedendam mandatorum viam
fidei infirmitate deficimus atque ad contuenda ac peragenda praecepta divina a
saecularium actuum intentione quasi e somno segniores adsurgimus, rectissime
puerorum levitate censemur.

[3] Unde et apostolus Paulus ita commonet neglegentem: Surge, qui dormis, et
exsurge a mortuis, et continges Christum, sive inluminabit te Christus. Nam et
Dominus in evangelio, cum ei a circumstantibus diceretur: Ecce mater tua et fra-
tres tui quaerunt te volentes videre te, ita respondit: Quae est mater mea aut qui
sunt fratres mei? et ostendens apostolos sequentes se: Nonne hi, qui faciunt vo-
luntatem Patris mei? Mater enim Christi dici possumus, quando Christum corde
gestamus. Nam et sancta Maria, quae et virgo concepit, virgo peperit, virgo per-
mansit, Dominum nostrum non conplexu virili, sed fide maritante concepit.

[4] Fratres vero ipsius efficimur, quando ita vitam nostram omni virtutum ge-
nere disponimus, fulcimus, ornamus, ut heredes Dei esse possimus et coheredes
Christi. Cui enim dubium quod, si heredes Dei patris efficimur, rectissime et fra-
tres Christi dici ipso adoptante poterimus, qui nos plasmavit ut suos, redemit ut
alienos, elegit ut servos, adscivit ut filios? Plasmat enim nos potestate, redimit
passione, eligit in praescientia, adsciscit in gratia. Nos tamen filii per adoptionem,
ille solus filius per naturam, qui, ut nos ad eandem, a qua excideramus, beatitudi-
nem revocaret, cum penitus non desierit esse, quod erat, voluit tamen esse, quod
non erat, ut verbum caro fieret et, dum creator in creaturae humilitate descendit,
ad creatoris sublimitatem creatura conscenderet.

[5] Quo fit, ut humanitati divina communicent et divinitati humana participent


secundum illud apostoli: Qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est
esse se aequalem Deo, sed semetipsum exinanivit formam servi accipiens, in simi-
litudinem hominum factus et habitu repertus ut homo. Humiliavit semetipsum fac-
tus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod Deus illum
exaltavit et donavit illi nomen, quod est super omne nomen, ut in nomine Iesu om-
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II, 11 79

o a un padre o a un figlio. Ma poiché anche san Giovanni apostolo, nella sua lette-
ra, scrive ai padri, ai giovani e ai fanciulli, come se fossero le stesse persone, di-
cendo: Scrivo a voi, padri, poiché avete conosciuto colui che è fin dall’inizio.
Scrivo a voi, giovani, poiché avete vinto il Maligno. Scrivo a voi, fanciulli, poiché
avete conosciuto il padre4, con questa distinzione lessicale designa non l’età del-
l’uomo esteriore, ma la qualità di quello interiore5.
[2] In quanto infatti progrediamo nella conoscenza e nell’amore di Dio, senza
dubbio siamo chiamati padri. In quanto però combattiamo con coraggio contro
l’Avversario, che come leone si aggira, cercando chi divorare6, riconosciamo es-
sere giovani. Ma in quanto siamo esposti all’inerzia dell’indolenza7 e veniamo
meno, a causa della debolezza della nostra fede, al calcare la via dei Comanda-
menti, e dall’esserci concentrati sulle opere del mondo sorgiamo, come dal
sonno8, più pigri a considerare e a compiere i precetti divini, più che giustamente
siamo ritenuti superficiali come i fanciulli9.
[3] Per cui anche l’apostolo Paolo così ammonisce chi trascura la legge del Si-
gnore: Sorgi, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e giungerai a Cristo, ovvero ti il-
luminerà Cristo10. Infatti anche il Signore nel Vangelo, avendogli detto coloro che
lo attorniavano: Ecco tua madre e i tuoi fratelli ti cercano e vogliono vederti11, co-
sì risponde: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli12? e indicando gli apostoli
che lo seguivano: Non sono forse coloro che fanno la volontà del Padre mio13? Si
può dire infatti che siamo “madre di Cristo”, quando portiamo Cristo nel cuore14.
Infatti anche santa Maria, che vergine concepì, vergine generò, vergine rimase15,
concepì nostro Signore non unendosi a un uomo, ma resa feconda dalla fede16.
[4] Ma siamo suoi fratelli quando regoliamo, sostentiamo, orniamo la nostra vita
con ogni genere di virtù così che possiamo essere eredi di Dio e coeredi di Cristo17.
Chi infatti potrebbe dubitare che, se diventiamo eredi di Dio Padre, assolutamente a
buon diritto potremo anche essere detti fratelli di Cristo, essendo stati adottati dallo
Stesso che ci ha plasmati come suoi, ci ha redenti come stranieri, ci ha scelti come
servi, ci ha adottati come figli?18 Ci plasma infatti con la sua potenza, ci redime con
la sua Passione, ci sceglie attraverso la sua prescienza, ci adotta attraverso la sua
grazia 19. Noi tuttavia siamo figli per adozione, mentre Egli solo è figlio per
natura20, il quale, per richiamarci alla medesima beatitudine da cui eravamo deca-
duti, pur non avendo cessato nella sua essenza di essere ciò che era, volle tuttavia
essere ciò che non era21, affinché il Verbo si facesse carne22 e, mentre il Creatore di-
scese nell’umiltà della creatura23, la creatura ascendesse all’altezza del Creatore24.
[5] E per questo motivo accade che la divinità comunichi con l’umanità, e l’u-
manità partecipi della divinità25, secondo la parola dell’apostolo: Egli, nonostante
fosse di natura divina, non ritenne un latrocinio essere uguale a Dio, ma spogliò
se stesso, assumendo la natura di servo, fattosi simile all’uomo e avendo preso l’a-
spetto umano. Umiliò se stesso, fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di
croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha donato un nome che è superiore a
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80 Lettere

ne genu flectatur caelestium, terrestrium et infernorum et omnis lingua confitea-


tur, quoniam Dominus Iesus Christus in gloria est Dei Patris.

[6] Unde et ad Corinthios idem doctor scribens ait: Itaque nos neminem novi-
mus secundum carnem. Etsi cognovimus enim Christum secundum carnem, sed
nunc iam non novimus, quia cessante in eo infirmitate corporea totus creditur in
virtute divina. Et ideo iuxta eum apostolum, quoniam omnes in Christo unum su-
mus, fratres rectissime nuncupamur, quia nos et unus uterus sacri fontis effudit et
eadem ubera matris ecclesiae spiritu vivificante lactarunt. Simulque idcirco frater
scripsi, quia et Deo propitio a saeculi actibus ad aeternam beatitudinem te ani-
mam convertisse cognovi, et imitatorem illius evangelici negotiatoris effectum,
qui venditis omnibus suis conparavit pretiosissimum margaritum, vel illius, qui
reperto in agro thesauro distractis, quae habebat, universis agrum ipsum laudabili
cupiditate mercatus est non alienae possessionis inportunus inhiator, sed propriae
facultatis providus distributor, caritatem utpote sincerrimam retinens corde per-
fecto, non ut parcius venderet, sed ut largius feneraret.
[7] Super quo facto gaudeo et Deo gratias ago, quod secundum divitias bonita-
tis suae atque virtutis per inaestimabilem misericordiam suam propemodum, ut ita
dixerim, contra sententiam suam venire dignatur, quia, cum ipse dixerit difficile
eos, qui pecunias habent, regnum adipisci posse caelorum, ecce te et his dignavit
in saeculo et provehere festinat in regno. Sed tamen idem Dominus continuo rigo-
rem prioris huiuscemodi sententiae, quam apostoli vehementius formidabant, mi-
sericordiae suae moderamine temperavit dicens, quod inpossibile esset in se ho-
minibus per naturam, possibile Deo in eis esse per gratiam. Quod in te, cui operi
ut totus atque inpendiis pronus incumbas, pro affectu mutuae caritatis admoneo,
et ita fabricae turris illius, quam Dominus in evangelio construi praecepit, stre-
nuus aedificator insistas, ut adversarii tui habeant potius de eius perfectione, quod
doleant, quam de intermissione, quod rideant.

12.
DOMINO SVBLIMI
SEMPERQVE MAGNIFICO FRATRI PRAESIDIO
RVRICIVS EPISCOPVS

[1] Plerique, dum me apud individuam mihi sublimitatem vestram non vitae
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II, 11-12 81

ogni altro nome, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla
terra e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di
Dio Padre26. Motivo per cui il medesimo maestro, scrivendo anche ai Corinti, di-
ce: E così noi non conosciamo nessuno secondo la carne. Anche se infatti avessi-
mo conosciuto Cristo secondo la carne, tuttavia ora non lo conosciamo più27, poi-
ché, cessando in Lui l’infermità del corpo, lo si crede tutto nella potenza divina.
[6] E pertanto, secondo lo stesso apostolo, poiché tutti in Cristo siamo una co-
sa sola28, assolutamente a buon diritto siamo chiamati fratelli, poiché l’unico
ventre del sacro fonte ci ha generati e le medesime mammelle della madre Chie-
sa, vivificate dallo Spirito, ci hanno allattato29. E al tempo stesso di conseguenza
ti ho scritto come a un fratello, poiché ho saputo che, per grazia di Dio30, tu hai
convertito l’anima dalle opere del mondo31 all’eterna beatitudine32, e che ti sei
fatto imitatore di quel commerciante del Vangelo, che, venduti tutti i suoi beni,
comperò una perla preziosissima33, e di colui che, trovato in un campo un tesoro,
vendute tutte le sue sostanze, comperò quello stesso campo con lodevole avi-
dità34, bramoso non di desiderare prepotentemente35 un possedimento altrui, ma
di distribuire generosamente del suo, giacché serba il più sincero amore36 in un
cuore perfetto, non per vendere più a buon mercato, ma per donare con maggiore
liberalità.
[7] E per questo fatto gioisco e rendo grazie a Dio, perché, secondo l’abbon-
danza della sua bontà e della sua potenza37, grazie alla sua inestimabile misericor-
dia, per così dire, si è degnato di andare quasi contro le sue parole, poiché, aven-
do Egli stesso detto che con difficoltà coloro che possiedono ricchezze possono
conseguire il regno dei cieli38, ecco che ha degnato te di questi beni nel mondo39
e si affretta a portarti nel regno40. Ma tuttavia il Signore medesimo subito go-
vernò la durezza di siffatte parole appena proferite, che gli apostoli temevano
moltissimo, con il timone41 della sua misericordia, dicendo che ciò che è impossi-
bile in sé agli uomini per natura, è possibile a Dio in loro per grazia42. Per quanto
è in te, in virtù del sentimento di vicendevole amore, ti esorto ad applicarti con
cura tutto dedito a quell’opera e ben disposto ai sacrifici: attendi, da indefesso co-
struttore, all’edificazione di quella torre che il Signore ordinò di costruire nel
Vangelo43, così che i tuoi avversari abbiano a dolersi per la sua realizzazione,
piuttosto che deriderti per la sua interruzione44.

12.
IL VESCOVO RURICIO
AL SUBLIME SIGNORE E SEMPRE MAGNIFICO FRATELLO
PRESIDIO

[1] Gran parte delle persone, mentre confidano che io possa molto presso la in-
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82 Lettere

merito, sed amicitiarum privilegio multum posse confidunt, commendaticias a no-


bis, quibus vobis excusentur, inquirunt, quas eis pro officii nostri necessitate ne-
gare non possumus, non praesumptionis audacia, sed ministerii disciplina, dum et
illis praesentis vitae solatia et vobis providere desideramus aeternae, ut et illi per
patientiam vestram reserventur ad paenitentiam, et vos per misericordiam perve-
niatis ad veniam, sicut dicit scriptura: Quia iudicium sine misericordia erit illi,
qui non fecerit misericordiam, quia, qui dixit: Dimittite et dimittetur uobis, procul
dubio, quem viderit hic facere, quod praecepit, in futuro restituet, quod promisit.
Nobis enim illius veritas praesto est, si illi fides nostra non desit.

[2] Unde manifestissime potestis advertere absolutionem miserorum vestrorum


esse indulgentiam peccatorum, et hoc vestris conferendum precibus, quod vos
praestiteritis alienis iuxta ipsius in evangelio sententiam: Quo iudicio iudicaveri-
tis, iudicabitur de vobis. Ideoque pro Urso et Lupicino, qui ad me quasi vobis pe-
culiarius, sicut superius dixi, caritatis iure devinctum pro criminum suorum inter-
cessione venerunt, precator accedo, ut primum Deo, deinde nobis hoc, quod com-
miserunt, donare digneris, nec nos de eorum damnatione confundas, qui se abso-
lutos esse, quando ad humilitatem meam deducti sunt, crediderunt.

13.
ITEM ALIA

[1] In salo saeculi istius adversis ac diversis tempestatibus fluctuantem te ratem


ad portum salutis tandem aliquando Domino gubernante applicuisse congaudeo, in
cuius fida ac tranquilla statione conpositus aestus ipsius perfidi et iniqui et amari
maris ridebis deinceps, non timebis, de quibus, ut parum formidinis, ita multum
gaudii habere iam poteris, quod eos vel retro derelictos respicis vel in celsiori spe-
cula constitutus despicis, et te evasisse miraris. Superest, ut clavo manum inserens
astra semper intentus aspicias et ita coeptae navigationi velum pandas, ne te aut in
altum vehementior flatus excutiat aut in vicina litoribus saxa conlidat.

[2] Neque etiam iuxta sententiam Domini Salvatoris iam stivam tenens retror-
sum clamoribus Sodomae conlabentis percitus forte respiciens Loth imiteris uxo-
rem aut de Aegypto iam profectus et fluctus Rubri maris dextra laevaque penden-
tes tantum tibi ferentes auxilium, et persequentibus te parantes exitium Domino
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II, 12-13 83

divisibile da me Altezza Vostra1 non per meriti di vita, ma per privilegio di amici-
zia, ci chiedono lettere di raccomandazione2 attraverso le quali essere da voi giu-
stificati; lettere che non possiamo negare loro in virtù del nostro ufficio, non per
eccesso di fiducia in noi stessi, ma per regola di ministero3, mentre desideriamo
provvedere loro il conforto di questa vita e a voi di quella eterna4, affinché quelli,
attraverso la vostra pazienza, siano riservati alla penitenza e voi, attraverso la mi-
sericordia, giungiate al perdono5, come dice la Scrittura: Poiché il giudizio sarà
senza misericordia per chi non avrà usato misericordia6, poiché Colui che ha det-
to: Perdonate e vi sarà perdonato7, senza dubbio restituirà in futuro ciò che ha
promesso a colui che ha visto compiere in questa vita ciò che ha ordinato8. Infatti
viene in nostro soccorso la sua verità, se non viene meno la nostra fede in Lui.
[2] Quindi con la massima chiarezza potete notare che l’assoluzione concessa ai
miseri9 costituisce l’indulgenza dei vostri peccati10, e ciò che voi concederete alle
preghiere altrui, sarà accordato anche alle vostre, secondo le parole del Signore11
nel Vangelo: Come giudicherete, verrete giudicati12. E pertanto, mi accosto a voi
per pregarvi13 per Orso e Lupicino14, i quali vennero da me, quasi fossi obbligato
nei vostri confronti – come ho detto prima – in maniera tutta particolare dal vinco-
lo di amicizia15, perché intercedessi per le loro16 scelleratezze17: degnati di condo-
nare, in primo luogo davanti a Dio, quindi davanti a noi ciò che essi hanno com-
messo18, e non sconvolgerci19 a riguardo della condanna di coloro che, quando so-
no stati condotti al cospetto della Mia Umiltà20, hanno creduto di essere assolti21.

13.
ALTRA LETTERA ALLA STESSA PERSONA

[1] Mi rallegro con te che finalmente, una volta per tutte, col Signore come
nocchiero1, hai fatto approdare al porto di salvezza2 la tua barca3, sballottata da
avverse e diverse tempeste4 nel mare di questo mondo5. E standotene in quella ra-
da sicura e tranquilla6, in seguito irriderai i flutti dello stesso infido e ostile e
amaro mare7, non ne avrai più timore, e come ne hai avuto un po’ paura8, così or-
mai potrai provare molta gioia, perché volgi indietro lo sguardo per guardarli ri-
masti alle tue spalle9 e al sicuro10 dalla sommità di una vedetta11, li guardi dall’al-
to in basso12 e rimani ammirato13 di esserne uscito sano e salvo. Resta da scrutare
sempre attento le stelle14, quando metti mano al timone, e da sciogliere le vele al-
l’intrapresa navigazione per evitare che il vento troppo forte non ti spinga al largo
o ti faccia cozzare contro gli scogli vicini alla spiaggia15.
[2] E tu che, secondo le parole del nostro Signore e Salvatore, ormai tieni tra le
mani l’aratro16, non imitare17 la moglie di Loth18, volgendoti indietro, scosso per
caso dal rumore di Sodoma che crolla; e, una volta uscito dall’Egitto e attraversa-
te le acque del mar Rosso sospese a destra e a sinistra19 – per te apportatrici di co-
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84 Lettere

viam tuam et praeparante et inluminante transgressus et eremi arduum iter adri-


piens ollas carnium recorderis aut caepas, quae in modum corporalium volupta-
tum ipsa sui qualitate corrupta noscuntur et fetida nec usu grata nec odore suavia
nec stabilitate mansura.

[3] Quicquid in hoc saeculo mulcet auditu, mollescit adtactu, lenocinatur


aspectu, blanditur ut capiat, famulatur ut teneat, inlicit ut occidat. Nam quamcum-
que capere volueris voluptatem, permanet quod puniat, praeterit quod delectat,
dulcedo fugitiva pertransit, conscientia damnatura vel damnanda subsistit. Inde
etiam dicit Salomon: Lingua meretricis mel stillat, in novissimis autem diebus
amariorem felle invenies eam, quod tamen nihilominus et ipse, cum praedixisset,
incurrit. Et ideo vide, quod malum sit, frater carissime, quod, dum detestatur, ad-
mittitur, dum refugitur, vix vitatur.

[4] Unde et tu, sicut dicit scriptura, omni custodia serva cor tuum et discute
conscientiam tuam, ne, unde exisse videris aspectu, haereas affectu, sed dicas po-
tius Domino cum propheta: Adhaesit anima mea post te, me autem suscepit dexte-
ra tua, vel illud etiam: Mihi autem adhaerere Deo bonum est, ponere in Deo spem
meam, ut, quanto labore quantaque instantia militasti saeculo, servias Deo, dicen-
te apostolo vel monente: Humanum dico propter infirmitatem carnis vestrae. Si-
cut enim exhibuistis membra vestra servire inmunditiae et iniquitati, ita nunc
exhibete membra vestra servire iustitiae in sanctificationem. Cum enim servi es-
setis peccati, liberi eratis iustitiae. Quem ergo fructum habuistis tunc, in quibus
nunc erubescitis? Nam finis illorum mors est. Nunc vero liberati a peccato, servi
autem facti Deo habetis fructum vestrum in sanctificationem, finem vero vitam
aeternam.

[5] Paenitentia ita, frater carissime, non nomine est suscipienda, sed opere, non
ore tantummodo agenda, sed corde. Verum est, quod, sicut utroque, hoc est inte-
riore homine et exteriore delinquimus, ita et utroque paenitere debemus, ut, sicut
dicit idem apostolus: Corde creditur ad iustitiam, ore autem confessio fit in salu-
tem, ita gemitus cor nostrum conscientia conpungente concipiat, ut eos os no-
strum per confessionem confusionis effundat.

[6] Quinquagesimus vero psalmus, qui paenitudini datur pariter et remissioni,


die noctuque cum rugitu fletuque cantetur, ut vere et salubriter dici possit: Rugie-
bam a gemitu cordis mei, et: Iniquitates meas ego agnosco et delictum meum con-
tra me est semper, vel illud etiam: Quoniam iniquitatem meam ego pronuntio et
cogitabo pro peccato meo. Hic enim ante nos peccata nostra esse debent, ut in ae-
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II, 13 85

sì grande aiuto, ma gran causa di morte per i tuoi inseguitori20 – col Signore che
prepara e illumina la tua via, affrontando il difficile cammino del deserto, non ri-
cordare le pentole piene di carne21 o le cipolle22 che – si sa – a mo’dei piaceri del
corpo, per la loro stessa natura marciscono ed emanano cattivo odore, né si usano
volentieri né si annusano con piacere né si mantengono a lungo23.
[3] In questo mondo, qualunque cosa è carezzevole ad ascoltarsi, è suadente a
toccarsi, è attraente a guardarsi, lusinga ad afferrare, serve a trattenere, induce a
morire24. Infatti, di qualsivoglia piacere tu abbia voluto godere, rimane il castigo,
ma se ne va il diletto; l’effimera delizia passa, ma resta la coscienza che condan-
nerà e sarà condannata25. Di conseguenza anche Salomone dice: La bocca della
meretrice stilla miele, ma negli ultimi giorni la troverai più amara del fiele26, co-
sa in cui tuttavia non di meno anch’egli incappò27, nonostante ci avesse messo in
guardia. E pertanto, fratello carissimo, fa’ attenzione a ciò che è male, perché, nel
momento in cui lo si tiene lontano, lo si lascia avvicinare; mentre si cerca di fug-
girlo, a stento lo si evita28.
[4] Pertanto anche tu, come dice la Scrittura, con ogni cura preserva il tuo cuo-
re29, e fatti un esame di coscienza30, per non rimanere unito nel sentimento a ciò
dalla cui vista31 ti sembravi allontanato, ma di’ piuttosto al Signore con il profeta:
A te rimane unita l’anima mia, mi sostiene la tua detra32, e anche: È bene per me
restare33 unito a Dio, riporre in Dio la mia speranza34, per servire Dio con quella
operosità e applicazione con cui hai militato al servizio del mondo35, secondo le
parole e gli ammonimenti dell’apostolo: Parlo in termini umani per la debolezza
della vostra carne. Come infatti avete messo a disposizione le vostre membra per
servire l’impurità e l’iniquità, così ora mettete a disposizione le vostre membra
per servire la giustizia per la vostra santificazione. Quando infatti eravate servi
del peccato, eravate liberi dalla giustizia. Quale frutto dunque avete raccolto al-
lora da quelle azioni di cui ora arrossite? Il loro fine è la morte. Ma ora liberati
dal peccato, divenuti servi di Dio, raccogliete il vostro frutto in vista della santi-
ficazione, il fine è la vita eterna36.
[5] Così la penitenza, fratello carissimo, va accolta non a parole, ma con i fatti;
va condotta non soltanto con la bocca, ma col cuore37. È vero che, come abbiamo
peccato con entrambi, cioè con l’uomo interiore ed esteriore, così anche con en-
trambi dobbiamo fare penitenza38, in quanto, come dice il medesimo apostolo:
Col cuore si crede per la giustizia, ma con la bocca si confessa per la salvezza39:
il nostro cuore, pungolato dalla coscienza, concepisca lamenti40, cosicché la no-
stra bocca li esterni attraverso la confessione41 del nostro scombussolamento42.
[6] Canta giorno e notte, con gemiti e pianti, il salmo cinquanta43, che è asse-
gnato allo stesso tempo per il pentimento e il perdono, per poter dire veracemente
e vantaggiosamente: Gemevo a motivo del lamento del mio cuore44, e: Io ricono-
sco le mie iniquità e la mia colpa sta sempre davanti a me45, e anche: Poiché io
confesso la mia iniquità e sto in ansia per il mio peccato46. In questa vita infatti i
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86 Lettere

ternum contra nos esse non possint, quia ita legitur in prophetis: Dic tu prior ini-
quitates tuas, ut iustificeris. A quo priores dicturi sumus iniquitates nostras coram
Domino vel prolaturi, nisi diabolo utique, qui delictorum et incentor est et dela-
tor? Ipse enim, ut peccemus, instigat, ipse, cum peccaverimus, accusat, et ideo in
confessione criminum a nobis praeveniatur in saeculo, ut contra nos non habeat,
quod proferat in futuro.

14.
BEATISSIMIS ET IN CHRISTO VENERABILIBVS
FRATRIBVS FOEDAMIO ET VILICO PRESBYTERIS
RVRICIVS EPISCOPVS

[1] Quamlibet litteras fraternitatis vestrae per subdiaconem Contemtum non


perciperem, tamen has ego ac per ipsum ad vos affectu instigante direxi, ut et de-
siderio satisfacerem et scribendi aditum prius, prior utpote, patefacerem, ne in po-
sterum locus relinqueretur excusationi et res voluntatis diffidentiae et verecundiae
esse diceretur. Salutem itaque in Christo Domino plurimam dico beatitudini ve-
strae et spero, ut me, sicut decet ecclesiasticos viros, non labiis, sed corde diliga-
tis, et de me caritate, sincera malo quam pristina, dicere praesumatis, quia, si illa
fuisset vera, permanserat et, si fuisset mutua, mutata non fuerat.

[2] A cuius tamen fuerit parte mutata, et conscientiae nostrae noverint et con-
scientiarum cognitor sine adsertore cognoscit, quem ego testem adhibeo profes-
sioni meae nec de initio simultatis me esse culpabilem nec in corde meo deinde,
quicquid actum est dictumve resedisse, quia scio nobis ab aeterno et vero iudice
dictum, quod, nisi ex corde dimiserimus fratribus, nobis dimitti non debeat.

[3] Habetis itaque sponsionem meam, reddite mihi fidem vestram, quia in epi-
stula mea procul dubio vinculum, quod elegeritis, habebitis, aut caritatis quod sa-
lubriter constringat et custodiat, aut perfidiae quod culpabiliter innectat et perdat.
Nec mihi aliquid de iudicio prioris temporis inputetis, quia definitionis meae est
in amicitiis servare concordiam et in iudiciis tenere censuram. Illud etiam pecu-
liarius gaudeo, quod uos in integram domni et fratris mei familiaritatem redisse
cognovi. Superest ut, quod illius in bono tribuit gratia, vestra in Domino custodiat
insequella.
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II, 13-14 87

nostri peccati devono starci davanti, affinché in eterno non possano stare contro
di noi, poiché così si legge nei profeti: Di’ tu per primo i tuoi errori, così da esse-
re perdonato47. Primi rispetto a chi48 diremo e sveleremo i nostri errori davanti al
Signore, se non sicuramente rispetto al diavolo, il quale delle colpe è l’istigatore e
il delatore? È lui in persona infatti a sobillarci al peccato; è sempre lui che, dopo
che abbiamo peccato, ci accusa: pertanto vinciamolo in questo mondo, attraverso
la confessione delle nostre scelleratezze49, cosicché egli in futuro non abbia al-
cunché da rinfacciarci50.

14.
IL VESCOVO RURICIO
AI BEATISSIMI E IN CRISTO VENERABILI FRATELLI
I PRESBITERI FEDAMIO E VILLICO

[1] Nonostante non abbia ricevuto la lettera della Fraternità Vostra attraverso il
suddiacono Contento1, tuttavia io vi ho indirizzato la presente per le mani della
stessa persona, spinto dall’affetto2, per dare soddisfazione al desiderio e spalan-
carvi prima l’accesso a scrivere3, ma per primo4, per non lasciare spazio in futuro
a scuse, e non dire che il fatto era dovuto a volontaria diffidenza e a timidezza. E
così invio alla Beatitudine Vostra5 molti saluti in Cristo Signore6 e spero che, co-
me si addice agli ecclesiastici, mi amiate non a parole, ma col cuore7, e abbiate il
coraggio di parlare di me secondo amicizia – quella sincera, non del tempo che fu
–, poiché, se fosse stata vera, sarebbe rimasta e, se fosse stata vicendevole, non
sarebbe mutata8.
[2] Da parte di chi tuttavia sia stata mutata9, lo saprà la nostra coscienza e l’ar-
bitro delle nostre coscienze, che io chiamo a testimone di quanto ho dichiarato,
sa, senza bisogno di alcuno che deponga a mio favore10, che io non sono colpevo-
le dell’inizio dell’inimicizia né in seguito nel mio cuore ha albergato qualunque
cosa sia stata fatta o detta, poiché so che a noi è stato detto dall’eterno e giusto
giudice che, se non perdoniamo di cuore i nostri fratelli, neppure noi dobbiamo
essere perdonati11.
[3] E così avete la mia promessa: rendetemi la vostra fiducia. Senza dubbio nel-
la mia lettera troverete il legame che sceglierete: o l’amicizia che vantaggiosamen-
te ci stringa e ci mantenga insieme, oppure la malafede che colpevolmente ci av-
vinghi e ci distrugga12. E non imputatemi13 alcunché circa il passato processo, poi-
ché è mio costume nell’amicizia conservare l’unità degli animi e nei processi man-
tenere la severità del giudizio14. Di questo mi rallegro anche in maniera tutta parti-
colare, del fatto che sono venuto a conoscenza che voi siete ritornati in buoni rap-
porti15 col signore mio confratello16. Resta che, ciò che ha accordato a vostro van-
taggio17 la sua benevolenza, lo custodisca nel Signore la vostra docilità18.
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88 Lettere

15.
DOMINAE VENERABILI ET IN CHRISTO DOMINO
MAGNIFICANDAE FILIAE CERAVNIAE
RVRICIVS EPISCOPVS

[1] Ut pictorem vobis antea non transmitterem, haec res fecit, quia adventu no-
vi iudicis te occupatam esse credidi, atque ita deterritam, ut de his rebus cogitare
non posses. Sed quia Deo propitio vos et litteris et relatione vestrorum ex senten-
tia agere ac valere cognovi, salutatione praelata, pictorem, quamlibet hic esset oc-
cupatus, cum discipulo destinavi, quia malui meae detrahere necessitati, unde ve-
strae satisfacerem petitioni. Sed quia et propositum vestrum et nostrum poscit of-
ficium, his venerationem vestram paucis monere praesumpsi, ut ex opere illius ad
agendam paenitentiam, et nova novi hominis vestimenta sumenda capias exem-
plum, quo facilius in te Adam vetustus intereat, et vivificator exsurgat.

[2] Quem ad modum ille parietes variis colorum fucis multimoda arte depin-
git, ita vos animam vestram, quae est templum Dei, diversis virtutum generibus
excolatis, ut vere de spiritali domo vestra spiritaliter cum propheta dicere possi-
tis: Domine, dilexi decorem domus tuae et locum habitationis gloriae tuae, quia
secundum ipsius Domini nostri sententiam, non in manu factis habitat Deus, nec
in tabernaculis viri beneplacitum ei, sed beneplacitum est ei super timentes se et
in eo qui sperat in misericordiam. Et ipse iterum nos per prophetam docere di-
gnatur: Caelum mihi thronus est, terra autem scabellum pedum meorum. Quam
mihi sedem aedificabitis aut quis erit locus requietionis meae, nonne haec omnia
fecit manus mea? Aut super quem alium respiciam, nisi super humilem, et quie-
tum, et trementem sermones meos? Et ipse in evangelio Dominus clamat: Venite
ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos, et reliqua quae
sequuntur.

[3] Et ideo, in Christo Domino carissima soror ac filia, pristinae conversationis


ambitione deposita, humilitatem debes cordis induere, misericordiam indigenti-
bus fenerare, castitatem non solum corporis, sed animae procurare, quod adiuvan-
te Domino ut adquirere valeas pariter et custodire, ieiunandum est saepius, et
semper orandum, quia Adam paradisi et custos delegabatur et colonus, scilicet ut
haberet operandi materiam libertas arbitrii et quod orationum obtinuisset indu-
stria, parcitatis abstinentia custodiret. Sed quoniam neglexit sibi servare ieunium,
per concupiscentiam vetitam amisit et vitam et inmortalitatem.
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II, 15 89

15.
IL VESCOVO RURICIO
ALLA VENERABILE SIGNORA E FIGLIA CERAUNIA
DEGNA DI OGNI LODE1 IN CRISTO SIGNORE

[1] Non vi ho mandato prima il pittore per questo motivo, poiché ho pensato
che tu2 fossi stata impegnata dall’arrivo3 del nuovo governatore4 e distratta a tal
punto da non poter darti pensiero per queste cose. Ma poiché, per grazia di Dio5,
ho saputo dalla vostra lettera e dalle parole dei vostri servi che voi continuate a
vivere secondo la vostra decisione6 e che state bene, dopo avervi reso i miei salu-
ti, vi ho inviato il pittore con un suo apprendista, benché fosse impegnato qui7,
poiché ho preferito sottrarre ai miei bisogni pur8 di soddisfare le vostre richieste.
Ma poiché il vostro e nostro proposito di conversione richiedono fedeltà9, mi so-
no permesso di trasmettere alla Venerazione Vostra10 questi pochi consigli, affin-
ché tu impari dall’opera del pittore a fare penitenza e ad assumere gli abiti nuovi
dell’uomo nuovo11, perché più facilmente muoia in te l’antico Adamo12 e cresca
Colui che dà la vita13.
[2] E nella maniera in cui quegli, con poliedrica perizia, dipinge le pareti con
colori dalle varie tinte14, così voi ornate la vostra anima, che è tempio di Dio15,
con variegati generi di virtù16, affinché veramente della vostra abitazione spiritua-
le possiate dire spiritualmente17 col profeta: O Signore, ho avuto a cuore il decoro
della tua casa e il luogo in cui abita la tua gloria18, poiché secondo le parole di
nostro Signore in persona Dio non abita in dimore fatte da mani di uomo né si
compiace delle tende degli uomini, ma gli sono graditi coloro che lo temono e chi
spera nella sua misericordia19. E sempre Lui di nuovo, per mezzo del profeta, si
degna di ammaestrarci: Il cielo è il mio trono, la terra è lo sgabello dei miei piedi.
Quale sede mi costruirete o quale sarà il luogo del mio riposo? Forse che tutte
queste cose non le ha edificate la mia mano? O sopra chi altro si poserà il mio
sguardo, se non sopra l’umile e il mansueto e sopra chi teme le mie parole20? E
ancora il Signore nel Vangelo esclama: Venite a me voi tutti, che siete affaticati e
oppressi, e io vi darò ristoro21, eccetera.
[3] E pertanto, in Cristo Signore carissima sorella e figlia22, dopo esserti spo-
gliata delle pretese23 dell’antica condotta di vita24, devi rivestirti dell’umiltà del
cuore, farti dispensatrice di misericordia ai poveri25, essere attenta alla castità non
solo del corpo, ma anche dell’anima. E per essere in grado, con l’aiuto del Signo-
re26, di conseguire e parimenti custodire siffatta meta, devi osservare digiuni con
molta frequenza e pregare sempre27: Adamo infatti era assegnato come custode e
abitante del Paradiso28, evidentemente perché il libero arbitrio disponesse della
possibilità di agire e la rigorosa astinenza custodisse ciò che la preghiera costante
aveva ottenuto29. Ma poiché trascurò di osservare il digiuno, a causa della concu-
piscenza, a suo tempo proibita, perse la vita e l’immortalità30.
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90 Lettere

[4] Sub Hierobabel muros Hierusalem reversi a captivitate reparabant, cum eis
esset contra alienigenas pro eorundem murorum restauratione certamen, opera-
bantur dextra, et sinistra pugnabant, scilicet scutum fidei laeva contra adversarios
praetendentes, et dextra bonorum operum tamquam lapidum conpositorum moe-
nia construentes. Sed et ipsi viri qui aedificabant cum prophetis suis, super lum-
bos cincti operabantur, quod et Dominus in evangelio observare nos praecepit di-
cens: Sint lumbi vestri praecincti, et lucernae vestrae ardentes. Praecinctus est
lumbis, cuius caro castitati militat, et non libidini, et mens illius tamquam ardens
lucerna praefulget, quam praeceptis suis Christus accendit.

[5] Quia haec omnia secundum apostolum in figura nostri facta sunt, scire nos
convenit, quod quandiu saeculi actibus fuimus occupati, tamquam Babyloniis et
regi eorum captivi a Iudaea producti in hostium regione servivimus, unde per pae-
nitentiam ad patriam, hoc est ad caelestem Hierusalem, matrem omnium fidelium
revertentes, debemus omni virtutum genere reparare conlapsa, sarcire discissa,
delere praeterita, cavere praesentia, parare ventura, ut per benignitatem Domini a
pristina peccatorum captivitate distracti, non Babyloniorum regi, sed regi caelo-
rum Christo in Hierusalem, quaeque congregatione sanctorum aedificatur civitas,
serviamus. Et idcirco faciem nostram debemus magis lacrimis rigare, quam lava-
cris, ut dicere cum propheta possimus: Quia cinerem sicut panem manducabam,
et potum meum cum fletu miscebam.

[6] Debemus corpus nostrum indefessis vigiliis et continuis edomare ieiuniis,


ut verum exercentes inter animam carnemque iudicium, non caro dominetur spiri-
tui, sed spiritui caro victa deserviat. Cuius rei exemplum nobis Dominus, dum per
angelum ad Agar Sarrae ancillam loquitur, dedit quae dominam suam deserere
maluerat quam audire, dicens ei: Revertere et esto subdita dominae tuae, ut his la-
boribus omnibus et bonis operibus dedita possis esse et conversatione perfecta, et
confessione devota, et in regno Patris tui illius de quo Dominus in evangelio dicit:
Nolite vobis vocare patrem super terram, unus enim est pater vester, secundum
nomen tuum in illa beatorum turba vera splendere Ceraunia, et vocabuli tui auctor
existere, de quo splendore operum Dominus dicit: Sic luceat lux vestra coram ho-
minibus, ut videant opera vestra bona, et magnificent non vos, sed Patrem ve-
strum, qui in caelis est. Cuius est et ut detur, et omne quod datur, quia iuxta apo-
stolum: Omne datum bonum a sursum de Patre luminum descendit, a quo et vo-
luntas tribuitur et praestatur effectus.
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II, 15 91

[4] Sotto Zorobabele31, coloro che avevano fatto ritorno dalla schiavitù riedifi-
cavano le mura di Gerusalemme e, poiché erano in lotta contro popolazioni stra-
niere per la ricostruzione delle medesime mura, lavoravano con la destra e con la
sinistra combattevano32, cioè opponendo agli avversari lo scudo della fede33 con
la mano sinistra e costruendo con la destra fortificazioni di opere buone, come di
pietre poste l’una sopra all’altra34. Ma anche gli stessi uomini, che costruivano
assieme ai loro profeti, lavoravano cinti ai fianchi35, cosa che anche il Signore nel
Vangelo ci ha ordinato di osservare, dicendo: Siano cinti i vostri fianchi e le vo-
stre lucerne accese36. È cinto ai fianchi quegli la cui carne milita al servizio della
castità e non della lussuria, e la sua mente brilla come una lucerna accesa che Cri-
sto attizza con i suoi precetti37.
[5] Poiché tutti questi fatti, secondo l’apostolo, sono accaduti in vista di noi38,
ci conviene sapere che, per tutto il tempo che siamo stati impegnati nelle opere
del mondo, al pari dei prigionieri dei Babilonesi e del loro re condotti fuori dalla
Giudea, fummo schiavi in terra ostile; e nel fare ritorno di là, attraverso la peni-
tenza, in patria, cioè nella Gerusalemme celeste, madre di tutti i credenti39, dob-
biamo, con ogni genere di virtù, riparare alle cadute, ricucire gli strappi, cancella-
re il passato, badare al presente, preparare il futuro40, affinché, sottratti dall’antica
prigionia del peccato grazie alla benevolenza del Signore, prestiamo servizio non
al re dei Babilonesi, ma al re dei cieli, Cristo41, in Gerusalemme, la quale è edifi-
cata come città42 dall’assemblea dei santi43. E pertanto dobbiamo bagnare il no-
stro volto di lacrime44 piuttosto che di acqua45, perché possiamo dire col profeta:
Mangiavo la cenere come il pane e mescolavo la mia bevanda con il pianto46.
[6] Dobbiamo domare il nostro corpo con incessanti veglie e prolungati di-
giuni47, cosicché, equamente giudicando tra anima e carne, non sia la carne a
dominare lo spirito, ma la carne, vinta, sia posta al servizio dello spirito48. E di
questo ci ha dato un esempio il Signore, mentre attraverso l’angelo parla alla
serva di Sara, Agar, la quale aveva preferito lasciare la sua padrona piuttosto che
obbedirle, dicendole: Ritorna e sii sottomessa alla tua padrona49. In questo mo-
do tu, tutta votata alle fatiche dell’ascesi50 e alle buone opere, potrai essere per-
fetta nella condotta di vita religiosa e devota nella confessione della fede51 e nel
regno del Padre tuo, di cui il Signore dice nel Vangelo: Non chiamate alcuno pa-
dre sulla terra, uno solo infatti è il Padre vostro52, secondo il tuo nome potrai
splendere, in mezzo alla moltitudine dei beati53, come una vera e propria “Ce-
raunia”54, e risultare come esempio della tua denominazione; e di questo splen-
dore delle opere il Signore dice: Così brilli la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone e magnifichino non voi, ma il Padre vostro
che è nei cieli55. Da Lui proviene tutto ciò che è dato, e tutto ciò che è dato è
suo, poiché, secondo l’apostolo, ogni bene che ci è stato dato discende dall’alto,
dal Padre della luce56, dal quale è accordata la libertà di decidere e ne è conces-
sa la realizzazione57.
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92 Lettere

[7] Quia paenitentia non nomine tantum obtinenda, sed actu est exsequenda,
paenitentia non est nomen otiosum, quae ex qualitate operis possidet laboriosa
vocabulum. Non enim potest paenitens dici, qui paenitenda committit, sed ille qui
praeterita peccata vel maculas humilitate cordis, subiectione corporis, bonorum
operum sedulitate, adsiduitate orationum, continuatione gemituum, pectoris con-
tusione, lacrimarum profusione detergit, ut possit dicere cum propheta: Ne memi-
neris iniquitates nostras antiquas, utique non cotidianas, et illud: Laboravi in ge-
mitu meo, lavabo per singulas noctes lectum meum, lacrymis meis stratum meum
rigabo, et iterum: Rugiebam a gemitu cordis mei, et iterum: Quoniam iniquitates
meas ego pronuntio et cogitabo pro peccato meo. Sint ideo hic crimina nostra an-
te nos, ut contra nos in die iudicii esse non possint, et illud etiam hic positi cum
fiducia dicere mereamur: Delictum meum ego cognosco, et iniustitias meas non
operui. Dixi: Pronuntiabo adversus me et iniustitias meas Domino, et tu remisisti
impietatem cordis mei. Certum est quod, in quantum tibi de priori conversatione
displicueris, in tantum Domino placebis, et in quantum tibi placueris, illi sine du-
bio displicebis, qui dicit: Quoniam dissipat ossa hominum sibi placentium.

[8] Et ideo tamquam severissimi censores culpas nostras in nos ipsi districtius
vindicemus, et ipsi nobis per diversos corporis cruciatus tortores quodammodo
existamus et iudices, ut in illo iustae examinationis tempore non habeat in nos re-
gis sententia, quod damnet, quos iam hic castigatioris vitae disciplina correxerit,
quia iustus et misericors iudex bis non iudicat in id ipsum, hoc est, ei se exhibebit
mitem, quem invenerit hic esse prae peccatorum satisfactione crudelem; illi beni-
gnum, quem in hac vita sibi recognoverit fuisse districtum, secundum illud evan-
gelicum: Qui perdiderit animam propter me, inveniet eam, vel illud: Beati qui
nunc lugetis, quia ridebitis. Breve est enim omne quod in hoc mundo agitur, sive
bonum, sive malum, sicut experimentis, ut Dominus aut permisit aut voluit, iam
probasti. Et idcirco ad sustinendas pro Dei amore pressuras constantes esse debe-
mus, quia si ad vesperum demorabitur fletus, et ad matutinum laetitia subseque-
tur. Itaque nunc seramus in lacrimis, quod tunc metamus in gaudiis.

[9] Haec pauca ad confortandam fidem vestram pro exhortationis solatio dicta
sufficiant, quae licet ipse non faciam, tamen ut et vos agatis, exhortor. Scio enim
exhortationi positam esse mercedem, quia legimus: Flere cum flentibus, et ne for-
te tu in iudicio diceres: Quaesivi qui simul mecum contristaretur, et non fuit, et
consolantes me, et non inveni. Perfectiora vero atque maiora in scripturis divinis,
unde ista decerpta sunt, instrumenta perquire, si vis aut coepta perficere, aut ad
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II, 15 93

[7] Poiché la penitenza non va sostenuta soltanto a parole, ma va eseguita con


le opere58, penitenza non è un nome senza significato: essa si definisce infatti in
base alla natura stessa del cimento. Non può infatti essere detto penitente chi
compie azioni di cui pentirsi, ma colui che lava via i peccati e le macchie del pas-
sato59 con l’umiltà del cuore, il governo del corpo, la sollecitudine delle buone
opere, l’assiduità delle preghiera, il prolungamento dei lamenti, il battersi il petto
e il versare lacrime60, per poter dire col profeta: Non ricordare le nostre passate
iniquità61, specialmente quelle non di tutti i giorni, e: Ho sofferto nel mio lamen-
to, bagnerò ogni notte il mio letto, inonderò con le mie lacrime il mio giaciglio62,
e ancora: Mi straziavo a motivo del lamento del mio cuore63, e ancora: Poiché io
confesso le mie iniquità e sto in ansia per il mio peccato64. Stiano pertanto le no-
stre scelleratezze davanti a noi in questo mondo, affinché non possano essere con-
tro di noi nel giorno del giudizio65 e ancora qui su questa terra66 meritiamo67 di
dire con fiducia: La mia colpa io la riconosco e la mia ingiustizia non l’ho nasco-
sta. Ho detto: «Confesserò contro di me al Signore la mia ingiustizia» e tu hai ri-
messo l’empietà del mio cuore68. È certo che, nella misura in cui ti dispiacerai
della precedente condotta di vita, tanto piacerai al Signore, e nella misura in cui
piacerai a te, tanto senza dubbio dispiacerai a Lui69 che dice: Poiché disperde le
ossa degli uomini che vogliono piacere a se stessi70.
[8] E pertanto, al pari di severissimi censori, siamo proprio noi ad accusarci
con assoluto rigore delle nostre colpe; noi in persona, attraverso vari tormenti del
corpo, risultiamo anche in un certo qual modo carnefici e giudici, perché al mo-
mento del giusto Giudizio71 la sentenza del re non abbia a condannare noi che già
qui in terra ha raddrizzato una regola di vita piuttosto austera72: il Giudice giusto
e misericordioso non condanna due volte il medesimo delitto73, cioè si mostrerà
mite a colui che avrà trovato qui in terra essere severo verso di sé per espiare i
peccati74; si mostrerà benevolo a colui che in questa vita avrà riscontrato essere
stato rigoroso con sé stesso75, secondo le parole del Vangelo: Chi perderà la pro-
pria vita per causa mia, la troverà76, e: Beati, voi che ora piangete, perché ride-
rete77. Di breve durata è infatti tutto ciò che accade in questo mondo78, sia in bene
che in male, come ormai ti sei resa conto per esperienza che il Signore certi fatti o
li ha permessi o li ha voluti79. E per questa ragione dobbiamo essere costanti nel
sostenere le tribolazioni per amore di Dio, poiché, se alla sera vi prenderà dimo-
ra il pianto, alla mattina anche seguirà la letizia80. E così ora seminiamo nelle la-
crime per mietere un giorno nella gioia81.
[9] A confortare la vostra fede bastino questi pochi consigli, detti tra il consola-
torio e l’esortativo; e, anche se io sono il primo a non seguirli, vi esorto tuttavia a
osservarli82. So infatti che c’è una ricompensa per l’esortazione83, poiché leggia-
mo: Piangete con chi piange84, perché tu nel Giudizio ultimo non abbia a dire:
Cercai qualcuno che si affliggesse assieme a me, ma non ci fu nessuno, e chi mi
consolasse, ma non lo trovai85. Ricerca con attenzione insegnamenti più grandi e
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94 Lettere

pollicita pervenire. Dabit tibi taliter quaerenti Dominus scientiam pariter et virtu-
tem, ut et lecta intellegas, et intellecta custodias. Nam pater orphanorum et arbiter
viduarum, cum te de se tantum sperare conspexerit, et pupillis tuis tribuet paterna
pietate praesidium, et te remuneratione iudicis perducet ad praemium.

16.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
AC MIHI PRAE CETERIS IN CHRISTO DOMINO
CULTU AFFECTUQUE PECULIARIUS EXCOLENDO
PATRONO ET PAPAE AEONIO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Ante paucum tempus litteras vestrae sanctitatis accepi, quibus etiam de
inofficiositate tanti habuistis affectuosius commonere, dicentes: nihil caritate
praestantius. Quod ego valde verum esse confirmo, et secundum apostolum, illam
caritatem dico esse perfectam et sublimem, quae de corde puro, et conscientia bo-
na, et fide non ficta procedit, quae, iuxta eundem apostolum, patiens est, benigna
est, quae non inflatur, non aemulatur, non quaerit quae sua sunt, non gaudet su-
per iniquitate, congaudet autem veritati, omnia credit, omnia sperat, et inde est,
quod numquam cadit.

[2] “Patiens est”, quia contra temptationes saeculi vel procellas in Deum defixa
perstat immobilis. “Benigna est”, quia proximorum profectibus delectatur. “Non
inflatur”, quia non superbit humili. “Non aemulatur”, quia invidere nescit aequali.
“Non quaerit quae sua sunt”, dum iuxta Domini sententiam sibi etiam minimos
anteponit, et aliorum commoda suis mercatur incommodis. “Non gaudet super
iniquitate”, quia laetari nisi fratrum prosperitate non novit. “Congaudet autem ve-
ritati”, quia amicum sincera, non fucata dilectione veneratur, nec falsa adulatione
subsannat, sed vero honore concelebrat. “Omnia credit”, quia in divinis mandatis
promissisque confidit. Et ideo “omnia sperat”, quia pro minimis magna, pro cadu-
cis perpetua, pro temporalibus aeterna sibi retribuenda non ambigit. “Numquam
cadit”, quia humilitas habere non potest casum, cum habeat semper ascensum, et
cum iugiter excelsa meditetur, habitare tamen in sublimibus non praesumit. Cum
conversatio eius habeatur in caelis, ipsa tamen videtur adhaerere terrenis, excelsa
opera mente deiecta habens, unde glorietur in Domino, nec tamen extollatur in
saeculo.
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II, 15-16 95

perfetti nelle Divine Scritture, da cui questi sono stati tratti, se vuoi portare a
compimento quanto iniziato e giungere ai beni promessi. E se cercherai così come
ti ho detto, il Signore ti darà al tempo stesso scienza e virtù, affinché tu compren-
da quello che hai letto e custodisca quello che hai compreso86. Infatti il padre de-
gli orfani e il difensore delle vedove87, dopo aver visto che tu riponi in Lui una
così grande speranza, concederà ai tuoi figli88 protezione con paterna amorevo-
lezza89 e, ricompensandoti da giudice, condurrà te al premio eterno90.

16.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE E DA ONORARSI DA PARTE MIA
IN CRISTO SIGNORE CON DEVOZIONE E AFFETTO
IN UNA MANIERA TUTTA PARTICOLARE RISPETTO AGLI ALTRI
IL PATRONO E VESCOVO1 EONIO

[1] Poco tempo fa ho ricevuto la lettera di Vostra Santità, nella quale avete te-
nuto in grande considerazione di ammonirmi con molto affetto anche in merito a
una mia mancanza di rispetto2, dicendo: nulla vale più della carità3. Cosa che io
confermo essere verissima e secondo l’apostolo dico che è perfetta e sublime
quella carità, che procede da un cuore puro e da una coscienza buona e da una fe-
de sincera4; carità che secondo il medesimo apostolo è paziente, è benevola, non
si gonfia, non scende a contesa, non cerca il proprio interesse, non si rallegra
dell’ingiustizia, gioisce invece della verità, tutto crede, tutto spera, e ne deriva
che non viene mai meno5.
[2] “È paziente”, poiché di fronte alle tentazioni del mondo e alle tempeste con-
tinua a rimanere immobile, con lo sguardo fisso verso Dio. “È benevola”, poiché si
rallegra dei successi del prossimo. “Non si gonfia”, poiché non si mostra superba
con l’umile. “Non scende a contesa”, poiché non è capace di invidiare chi è al suo
stesso livello. “Non cerca il proprio interesse”, poiché, secondo le parole del Si-
gnore, pone davanti a sé anche i più piccoli6 e preferisce esporsi al disagio per age-
volare gli altri. “Non si rallegra dell’ingiustizia”, poiché non sa rallegrarsi se non
della prosperità dei fratelli. “Gioisce invece della verità”, poiché rispetta l’amico
con amicizia sincera e senza macchia7, né lo prende in giro8 con falsa piaggeria,
ma lo ricolma di vero onore. “Tutto crede”, poiché confida nei Comandamenti e
nelle promesse di Dio. E pertanto “tutto spera”, poiché non ha dubbi che per picco-
lissimi sacrifici riceverà in compenso grandi premi, per i beni effimeri quelli pe-
renni, per le gioie temporali quelle eterne9. “Non viene mai meno”, poiché l’umiltà
non può avere una caduta, ma è sempre in ascesa, e, benché abbia la mente conti-
nuamente10 rivolta alle realtà eccelse, non ha tuttavia la presunzione di starsene in
Paradiso11. E nonostante la sua patria sia nei cieli12, essa tuttavia sembra rimanere
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96 Lettere

[3] Haec quia iussisti scribere, non pro eruditione nostra, sed pro vestra digna-
tione praesumpsi. Vestrum vero est nos edocere verbis, et ad hanc eandem carita-
tem provocare semper exemplis, quia dilectio, quae ante cognitionem mutuam in-
ter absentes epistulario inchoata sermone semper et fota est, debet augeri corpora-
li visione, non minui, et crescere intuitu, quae coepit affatu.

17.
DOMINO SUBLIMI
SEMPERQUE MAGNIFICO FRATRI TAURENTIO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Exigit solliciti cordis affectus, ut imperiti oris promatur affatus, nec erube-
scit rusticitatis opprobrium, dummodo impleat caritatis imperium, sicut sanctus
apostolus dicit: Perfecta caritas foras mittit timorem, quia longe melius est proxi-
mum diligere sincere quam praedicare perfecte, siquidem multo plures inveniun-
tur in mundo eloquentiae lepore praediti quam dilectionis vigore perfecti, quia si-
cut quod bonum est rarum est, ita arduum quod aeternum. Proclivis namque, iuxta
Domini sententiam, et trita via est quae praecipitat in gehennam, arctior vero et
difficilior quae sublimat ad gloriam. Quae causa, nisi quia illa multi gradiuntur,
hac pauci?

[2] Et ideo inminente iam praesentis aevi termino, et senii die usquequaque vi-
cino, sicut nos etiam docet caesaries detonsa, vel convenit, ne in veteribus annis
iuvenalia facta meditemur, atque in confecto corpore, et corde decrepito adule-
scentiae regnet cupido, de qua iudicii tempore in illo tremendo aeternae dispensa-
tionis examine, quando ille omnium mortalium testis et iudex non solum merita
ponderaturus et facta, verum etiam verba est discussurus et vota, iuxta pollicita-
tionem suam, aliis de aquae frigidae praebitione daturus est praemium, aliis de
otiosi verbi levitate supplicium; reos nos etsi non de perpetrati facinoris volupta-
te, saltem de concupiscentiae voluntate constituat, quia qui viderit mulierem ad
concupiscendum, iam moechatus est eam in corde suo.

[3] Quod et de rebus omnibus aliis similiter observare nos convenit, ut singulis
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II, 16-17 97

attaccata alla terra, eccelsa nelle opere, ma nello spirito umile13, avendo di che glo-
riarsi agli occhi del Signore14, senza tuttavia esaltarsi agli occhi del mondo15.
[3] Poiché me l’avete ordinato, ho osato scrivervi questi pensieri, confidando
non nella nostra eruditione, ma nella vostra benevolenza. D’altra parte è vostro il
compito di istruirci con le parole e di stimolarci sempre a questa medesima carità
con esempi, poiché l’amicizia che, prima di conoscerci l’un l’altro, ha preso avvio
tra di noi benché lontani ed è sempre stata alimentata dal dialogo epistolare16, de-
ve essere aumentata dalla visione in carne e ossa, non diminuita, e deve crescere
con una visita ciò che è iniziato per lettera17.

17.
IL VESCOVO RURICIO
AL SUBLIME SIGNORE E SEMPRE MAGNIFICO FRATELLO
TAURENZIO

[1] L’affetto di un cuore sollecito esige che si esprimano le parole di una bocca
rozza, né arrossisce la vergognosa dozzinalità1, purché adempia il comando del-
l’amore2, come dice il santo apostolo: L’amore perfetto manda via la paura3, poi-
ché è di gran lunga meglio amare sinceramente il prossimo, che predicare perfet-
tamente, dal momento che si trovano nel mondo molte più persone dotate della
grazia dell’eloquenza4 piuttosto che perfette nell’intensità del sentimento di amo-
re5: come ciò che è buono è raro, così è difficile da conseguire ciò che è eterno6.
E infatti, secondo le parole del Signore, è agevole e battuta la via che precipita
giù nella Geenna, mentre più angusta e difficoltosa è quella che porta in alto fino
alla gloria7. E qual è la causa, se non che molti avanzano per la prima strada, ma
per la seconda pochi?
[2] E pertanto, essendo ormai prossima la fine di quest’epoca8 ed essendo vici-
no in ogni momento il giorno della vecchiaia, come ce lo mostrano anche le no-
stre chiome rasate9, è conveniente che negli anni della senescenza non ripensiamo
a quanto fatto in gioventù, e che in un corpo sfinito e in un cuore decrepito non
regni la passione da ragazzini10: al momento infatti del Giudizio finale, in quella
tremenda disamina dell’eterna Provvidenza11, quando il testimone e giudice di
tutti i mortali12 soppeserà non solo i meriti e le azioni, ma scandaglierà anche le
parole e i desideri13, e secondo la sua promessa darà agli uni il premio per avergli
dato acqua fresca da bere14, agli altri la pena per aver proferito inutilmente parole
vane15, Egli16 ci dichiarerà colpevoli di quella passione, anche se non della vo-
luttà di aver perpetrato la malefatta, almeno di aver desiderato volontariamente
secondo la carne17, poiché chi vede una donna e la desidera carnalmente, è già
colpevole in cuor suo di adulterio18.
[3] Questo ci conviene osservarlo similmente in tutti gli altri campi, affinché,
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98 Lettere

appetentiae partibus inbecillis huius corporis amputatis talibus membris, sic debi-
les, et tamen integri, potius introeamus in regnum, quam salvi, et tamen perditi, in
aeternum proiciamur incendium. His omnibus salubriter pertractatis et rite per-
spectis, dum tribuuntur indutiae, declinemus a malo et bonum incessanter opere-
mur, obliviscamur praeterita, contemnamus praesentia, futura cupiamus, oblivi-
scamur in factis, recordemur in conscientiis, ut omne peccatum nobis moriatur in
vita, vivat in paenitentia, nunc seminemus in fletu, quod postmodum metamus in
gaudio, quia tempus huius vitae tempus est operis, dies vero retributionis tempus
est messis, quando sine dubio hoc unicuique apparebit in germine, quod nunc
spargit in semine, sicut ait quidam sanctorum: Respondebit mihi cras iustitia mea,
“cras” utique diem resurrectionis appellans.

[4] Haec vos, frater optime, non pontificali auctoritate, sed fraterna pietate fi-
denter scribere unanimitati vestrae, caritate dictante, praesumpsimus, quibus vo-
bis vel circa vos non dictatoris ingenium, sed germani probaremus affectum. Sa-
lutem itaque dicens, rogo, sicut promittere dignati estis, librum nobis sancti Au-
gustini de civitate Dei per portitorem harum sine dilatione mittatis, cuius dum nos
lectione aedificatis in terris, vobis eiusdem civitatis habitacula praeparetis in cae-
lis, ad quam tamen aliter pervenire non possumus, nisi caritatis gradibus conscen-
damus, quia ipsa est eminentior via, quae nos et in hac positos vita sociat Deo, et
deposita, perducit ad Deum, de qua etiam propheta testatur: Ambulabant de virtu-
te in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion. Quam ob rem hic collyrio bonorum
operum oculos cordis acuamus, ut illic Deum videre possimus, quia secundum
evangelium, beati mundo corde, quoniam Deum videbunt. Ac perinde oportet hic
interioris hominis praeparetur intuitus, ut illic non hebetentur obtutus.

18.
DOMINO SANCTO AC BEATISSIMO
ET MIHI PECULIARI CULTU AFFECTUQUE SPECIALITER EXCOLENDO
PAPAE SEDATO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Culpatis me saepius, et crebrius inputatis, quod individuae mihi in Chri-


sto Domino beatitudini vestrae hucusque non scripserim. Utinam sic esset fa-
cultas faciendi, sicut est scribendi voluntas, ut caritas, quae corde concipitur,
ore promatur.
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II, 17-18 99

amputati a uno a uno i deboli organi del desiderio di questo corpo, mutilati così di
tali membri e tuttavia integri entriamo nel regno piuttosto che, indenni e tuttavia
perduti, veniamo gettati nel fuoco eterno19. Dopo aver trattato a fondo e vantag-
giosamente tutti questi aspetti e averli esaminati nel modo dovuto20, finché ci è
dato il tempo, allontaniamoci dal male e operiamo incessantemente il bene21; di-
mentichiamo il passato, teniamo in poco conto il presente, aneliamo al futuro22;
dimentichiamo il male nelle azioni, ma ricordiamocelo nella coscienza, perché
ogni peccato muoia a noi nella vita, ma viva nella penitenza23; seminiamo ora nel
pianto per mietere in seguito nella gioia24, poiché il tempo di questa vita è il tem-
po del lavoro, mentre il giorno del compenso è il tempo del raccolto25, quando si-
curamente a ciascuno apparirà come frutto ciò che ora sparge come semente26,
come dice uno dei santi personaggi biblici27: Mi risponderà domani la mia giusti-
zia28, identificando con “domani” il giorno della risurrezione29.
[4] Noi ci siamo permessi con fiducia, o ottimo fratello, di scrivere alla Con-
cordia Vostra30, non con autorità episcopale, ma con amicizia fraterna31, sotto det-
tatura dell’amore32, queste considerazioni attraverso le quali dimostrare a voi e
per voi non l’indole di un maestro33, ma l’affetto di un fratello34. E così, rivolgen-
dovi i miei saluti, vi chiedo, come vi siete degnato di promettermi, di mandarmi
senza indugio, attraverso il corriere della presente35, il libro di sant’Agostino La
città di Dio36, e mentre edificate noi con la sua lettura qui sulla terra, preparate
per voi un’abitazione nella medesima città nei cieli. Tuttavia non possiamo giun-
gervi in altro modo che salendo i gradini della carità37, poiché questa è la via
maestra38 che unisce noi, ancora in questa vita39, a Dio e, dopo la sua conclusio-
ne, conduce a Dio, come anche il profeta conferma: Camminavano di virtù in
virtù, apparirà loro il Dio degli dei in Sion40. Per questo motivo aguzziamo qui
sulla terra gli occhi del cuore41 con il collirio delle opere buone, per poter vedere
là nei cieli Dio42, perché, secondo il Vangelo, beati i puri di cuore, poiché vedran-
no Dio43. Ed è parimenti necessario preparare qui la vista dell’uomo interiore44,
perché là lo sguardo non sia indebolito45.

18.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E BEATISSIMO SIGNORE DA ONORARSI DA PARTE MIA
IN MANIERA SPECIALE CON PARTICOLARE DEVOZIONE E AFFETTO1
IL VESCOVO2 SEDATO

[1] Troppo spesso mi accusate e troppo frequentemente mi incolpate del fatto


che non ho scritto finora alla da me inseparabile in Cristo Signore Beatitudine Vo-
stra3. Volesse Iddio che la capacità di agire fosse così come è la volontà di scrive-
re, in modo tale da rivelare con la parola l’amicizia concepita nel cuore4.
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100 Lettere

[2] Sed ubi deest affatus, silet affectus, et intra latebras pectoris contenta est
sui conscientia se non esse in dilectione culpabilem, etsi in officiorum redhibitio-
ne se non cernit aequalem, quia confidit, quod sicut ipsa amorem fratris in se sui
coniectione persentit, ita et diligens frater eum similiter possit ex sua dilectione
cognoscere. Quia nulla re melius aliorum cordium secreta, quam arcanorum no-
strorum contemplatione metimur. Tantum enim nos ab alio diligi credimus, quan-
ta eum nos caritate diligimus.

[3] Parui itaque petitioni vestrae, parui iussioni, ut qualibuscumque sermoni-


bus contexta vobis scripta transmitterem; quae vos, si nos simpliciter, ut confido,
diligitis, aut confestim delebitis, ne quod vobis cordi est, aliis incipiat esse de-
spectui, quia non aequali iudicio amor audit, et odium: aut certe vobis tantum re-
legenda servabitis, ut quoties in vobis videndi nos caritatis ignis exarsit, deside-
rium vestrum eorum colloquio temperetis.

[4] Quin etiam ut amoris nostri circa vos sinceritatem plenius nosceretis, auri-
bus vestris iniuriam inferre praesumpsimus, quia certi sumus quod non tam diser-
ta cupiunt audire, quam fortia; non tam voluptuosa, quam vera. Quapropter credi-
mus quod pietati vestrae nec longitudo paginae nostrae afferat satietatem, nec ru-
sticus sermo fastidium; scientes quod quanto nos amplius ruminaveritis, tanto
esuriatis ardentius.

19.
SANCTO RURICIUS CLIENS PATRONO
SEDATO MONITIS PARENS PATERNIS
GRATES CONCINIT ET REFERT SALUTEM
Quem blandis precibus rogat, timendo,
5 ne fors displiceat levis camena,
tanti iudicio minor magistri.
Hoc tu luminibus libens recurre,
hoc sanctis manibus frequens revolve,
hoc tu dum relegis, mei memento.
10 Me semper recolat, canatque lingua
et mens me teneat, sopor retentet,
me semper recinat tuum labellum.
Hos tu visceribus piis reconde,
hos tecto residens viamque carpens,
15 hos inter calices toro recumbens
et parcas epulas cibosque dulces,
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II, 18-19 101

[2] Ma, quando manca la parola, tace l’affetto5 e tra i recessi dell’anima è con-
tenta l’autocoscienza di non avere colpa nel rapporto di amicizia, anche se non si
percepisce sullo stesso livello nel ricambiarne i doveri, poiché confida che, come
essa sente profondamente l’amore del fratello verso di sé paragonandolo al suo,
così anche il fratello, se gli vuole bene, possa alla stessa maniera riconoscerlo dal
suo stesso sentimento di amicizia, perché con nessuno strumento misuriamo me-
glio i segreti dei cuori altrui che contemplando i nostri sentimenti nascosti. Infatti
crediamo che l’altro ci vuole bene tanto quanto noi con amicizia gliene vogliamo6.
[3] E così ho obbedito alla vostra richiesta, ho obbedito al vostro comando7 di
inviarvi lettere composte con qualsivoglia genere di eloquio8, le quali voi, se sem-
plicemente ci volete bene, come confido, o distruggerete immediatamente, affin-
ché ciò che a voi sta a cuore non incominci a dare fastidio ad altri, poiché non in-
tende con eguale giudizio l’amore e l’odio9; o certamente le conserverete per leg-
gerle voi soltanto, perché, tutte le volte in cui il fuoco dell’amicizia10 vi ha bru-
ciato dalla voglia di vederci, temperiate il vostro desiderio dialogando con loro11.
[4] Anzi, perché conosciate più pienamente la sincerità del nostro amore nei
vostri confronti, ci siamo anche permessi di recare ingiuria alle vostre orecchie12,
poiché siamo sicuri che esse bramano di ascoltare non tanto parole faconde quan-
to forti, non tanto parole piacevoli quanto vere13. E per questo crediamo che alla
Pietà Vostra14 non apporti sazietà la lunghezza del nostro scritto15 né la dozzina-
lità dell’eloquio16 fastidio, sapendo che, quanto più vi nutrirete di noi, rimastican-
doci17, tanto più intensamente avrete fame18.

19.*
IL CLIENTE RURICIO AL SANTO PATRONO1
SEDATO, IN OBBEDIENZA AI SUOI PATERNI CONSIGLI2,
FA RISUONARE IL SUO GRAZIE3 E INVIA I SUOI SALUTI4
Lo prega5 con carezzevoli preghiere6, giacché teme
5 che non abbia a dargli noia7 la sua Musa leggera8
ancor più sminuita dal giudizio di un così grande maestro9.
Scorri tu volentieri10 con gli occhi11 questo componimento,
con frequenza12 aprilo13 con le tue sante mani14,
mentre tu lo leggi15, ricordati di me16.
10 Me sempre rammenti e canti17 la tua lingua
e la tua mente mi trattenga, il tuo sonno non mi abbandoni18,
me sempre riecheggino19 le tue labbra20.
Custodisci questi versi nel tuo petto d’amico21,
quando te ne stai a casa e quando sei in viaggio,
15 quando te ne stai assiso a tavola fra calici22
e vivande frugali e cibi gradevoli23,
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102 Lettere

antro pectoris et medulla cordis


inclusos recita canente mente.
Sic nos et mutuos videre vultus
20 et vivis tribuat referre verbis,
quae nunc intima pectoris fatigant,
largitor Deus omnium bonorum,
Christus cum Patre sempiterno regnans
Sancto Spiritui dignantes hymnos.

20.
DOMINO INDIVIDUO
SEMPERQUE MAGNIFICO FILIO RUSTICO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Inquietudinem mihi ab aliis, et vobis a me facit amicitia communis, quia


qui me apud vos, non dico multum, sed omnia posse confidunt, ad ecclesiolam
nostram pro sua securitate confugiunt. Quorum ego non possum non et condolere
gemitibus et precibus oboedire, ut pro ipsorum quidem reatu, sed et pro vestro pa-
riter profectu potestati vestrae adtentius supplicem. Nec mireris quod dixi illorum
reatum ad vestrum pertinere profectum, siquidem illorum indulgentia vestra fit
venia, sicut et inopium indigentia largientium esse noscitur copia. Hoc enim nobis
retribuetur in iudicio, quod praestiterimus in saeculo, dicente ipso Domino: Di-
mittite, et dimittetur vobis, date et dabitur vobis, et iterum: Si dimiseritis homini-
bus, et Pater vester dimittet vobis peccata vestra.

[2] Unde evidenter agnoscimus Deum nostrum sententiam suam in nostra po-
suisse censura, qui precum nostrarum misericors et iustus auditor potestati suae
de nostra lenitate praescripsit, ut in eos quodam modo non haberet ius severitatis,
quos hic avidos non perspexerit ultionis, quia quod ipse est, hoc et nos esse desi-
derat. Misericors est, misericordes quaerit dicens: Estote perfecti, sicut et Pater
vester perfectus est. Cotidie veniam peccantibus et supplicantibus tribuit, ideo et
indulgentiam a peccatoribus poscit.

[3] Unde et oratione dominica ipsius dicimus doctrina: Dimitte nobis debita
nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Quibus verbis durissimis nos
vinculis inligamus, nisi quod pollicemur implemus, quia et per prophetam sic di-
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II, 19-20 103

nel segreto del tuo petto24 e nel più profondo del cuore25
recitali tra te e te con voce sonora26.
Così ci accordi di vedere vicendevolmente i nostri volti
20 e di esprimere in un dialogo dal vivo27
ciò che ora sfinisce l’intimità del nostro cuore28,
Dio, datore di ogni bene,
e Cristo che col Padre regna in eterno,
mentre degnamente celebriamo il Santo Spirito29.

20.
IL VESCOVO RURICIO
ALL’INSEPARABILE SIGNORE E SEMPRE MAGNIFICO FIGLIO
RUSTICO1

[1] La comune amicizia fa sì che altri turbino la mia tranquillità, e io la vostra2,


poiché, chi confida che io presso di voi possa, non dico molto, ma tutto, per sua
sicurezza cerca rifugio3 nella nostra chiesetta4. E io non posso non affliggermi as-
sieme a loro e non ascoltare le loro preghiere, cosicché vengo a supplicare con
particolare attenzione l’Autorità Vostra5 naturalmente per il loro reato, ma pari-
menti anche per il vostro progresso spirituale. E non stupirti6 del fatto che ho det-
to che il loro reato è in relazione col vostro progresso spirituale, nella misura in
cui l’indulgenza nei loro confronti diventa il perdono dei vostri peccati7, come
anche l’indigenza dei poveri8 si sa essere la ricchezza di chi con loro usa genero-
sità. Infatti nel giudizio finale ci verrà dato in compenso ciò che avremo donato in
questo mondo, secondo le parole del Signore: Perdonate e vi sarà perdonato, date
e vi sarà dato9, e ancora: Se avrete perdonato agli uomini, anche il Padre vostro
perdonerà a voi i vostri peccati10.
[2] Motivo per cui evidentemente ci rendiamo conto che il nostro Dio ha stabi-
lito il suo giudizio nei nostri confronti in base alla severità del nostro giudicare11;
Egli che ascolta con misericordia e giustizia le nostre preghiere, ha sollevato con-
tro la sua autorità come obiezione12 la nostra clemenza, cosicché in qualche modo
non abbia a usare la severità del diritto contro coloro che in questa vita non abbia
trovato a un esame attento affamati di vendetta13, poiché come è Lui così anche
desidera che siamo noi14. È misericordioso e ci chiede di essere misericordiosi,
quando dice: Siate perfetti, come anche perfetto è il Padre vostro15. Ogni giorno
concede il perdono ai peccatori che Lo supplicano, e pertanto domanda anche ai
peccatori di essere indulgenti.
[3] Per questo motivo anche nella preghiera del Signore, secondo il suo inse-
gnamento, diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai
nostri debitori16. E da queste parole noi siamo vincolati come da lacci strettissi-
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104 Lettere

cit: Homo homini tenet iram et a Domino quaerit medellam. Quapropter pro
Baxone, qui ad ecclesiam Userca confugit, intercessor accedo, sperans ut primum
pro Dei timore, deinde pro nostra intercessione ipsi parcere digneris, cuius abso-
lutione et in nobis tollere confusionem et vobis potestis conparare

21.
RURICIUS EPISCOPUS
CAPILLUTO FILIO SALUTEM

[1] Ingrata mihi est frequentior aegritudo vestra, quae mihi etiam videtur esse
commonitio divina, qua mavult Dominus noster pro sua pietate largissima pecca-
tores castigare quam perdere, ut, quos annorum suorum aetas longaeva non con-
vertit, vel convincat infirmitas, ut deponant saeculi byrrum, et sumant ecclesiae
vestimentum, quod est cilicium, contritionis indicium, quia cor contritum et hu-
miliatum Deus non spernit. Ille enim vadit ad caelum, qui se conlidit ad solum,
quia qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat exaltabitur. Unde et dicit pae-
nitens ille perfectus: Adhaesit pavimento anima mea, Domine, vivifica me secun-
dum verbum tuum. Quid est, “secundum verbum tuum”, nisi secundum promissio-
nem tuam?
[2] Quod qui coram te peccata sua deflerit, conpunctus in mundo, tu eum per-
ducis in regno, ubi possit deinceps cantare securus: Audivit Dominus, et misertus
est mihi. Dominus factus est adiutor meus. Convertisti planctum meum in gau-
dium mihi, conscidisti saccum meum, et praecinxisti me laetitia. Unde suadeo
pietati vestrae, ut quod cogitastis, celerius, Deo adiuvante, faciatis, quia mors non
tardat, ipso Domino dicente: Ne tarderis converti ad Deum, nec differas de die in
diem. Subito enim venit ira eius et in tempore vindictae disperdet te. Ideoque,
dum tempus habemus, convertamur ad Dominum, ut non cum hoc mundo damne-
mur, quia sine dubio illi misericors Deus suum praestat auxilium, quem circa
praecepta sua cernit adtentum.
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II, 20-21 105

mi, qualora non portiamo a compimento quello che promettiamo17, poiché anche
attraverso il profeta così dice: L’uomo persevera nell’odio contro un altro uomo,
ma al Signore chiede la guarigione18. E pertanto mi accosto a te19 per intercedere
a favore di Basso20, che ha cercato rifugio nella chiesa di Userca21, nella speranza
che, in primo luogo spinto dal timor di Dio, quindi dalla nostra intercessione, ti
degni di usargli clemenza: la sua assoluzione può eliminare in noi lo scombusso-
lamento e a voi può guadagnare la ricompensa eterna22.

21.
IL VESCOVO RURICIO
PORGE I SUOI SALUTI AL FIGLIO CAPELLUTO

[1] Mi creano dispiacere i troppo frequenti vostri problemi di salute, i quali mi


sembrano anche essere un ammonimento divino, attraverso il quale nostro Signo-
re, pietosissimo com’è, preferisce castigare i peccatori che abbandonarli alla mor-
te1, cosicché, quelli che l’età avanzata non converte, almeno li convinca l’infer-
mità fisica2 a deporre il mantello del secolo3 e ad assumere il vestito della Chiesa,
cioè il cilicio4, segno di contrizione, poiché un cuore contrito e umiliato Dio non
lo disprezza5. Infatti va in cielo chi si butta a terra, poiché chi si esalta, sarà umi-
liato e chi si umilia sarà esaltato6. Onde dice anche il perfetto7 penitente: La mia
anima, o Signore, è prostrata al suolo: dammi vita secondo la tua parola8. Che
cosa significa “secondo la tua parola”, se non secondo la tua promessa9?
[2] Perché, colui che, conpunto, in questo mondo piangerà i suoi peccati da-
vanti a te10, tu lo condurrai nel regno11, dove possa quindi cantare tranquillo: Il
Signore mi ha ascoltato e ha avuto pietà di me. Il Signore si è fatto mio aiuto. Hai
mutato il mio pianto in gioia, hai stracciato il mio abito di penitenza12 e mi hai
rivestito di letizia13. Motivo per cui esorto la Pietà Vostra14 a fare assai veloce-
mente, con l’aiuto di Dio15, ciò che avete pensato16, poiché la morte non tarda, se-
condo quanto il Signore in persona afferma: Non ritardare di convertirti a Dio e
non rimandare di giorni in giorno. All’improvviso infatti giungerà la sua ira e nel
giorno della vendetta ti disperderà17. E pertanto, mentre siamo ancora in tempo,
convertiamoci al Signore, affinché non abbiamo a subire la condanna assieme a
questo mondo: senza dubbio Iddio misericordioso concede il suo aiuto a quegli
che percepisce che si è sforzato di osservare i suoi precetti.
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106 Lettere

22.
RURICIUS EPISCOPUS
EUFRASIO EPISCOPO

[1] Gratias ago sincerissimae in Christo Domino germanitati vestrae, quod per-
lato taedio ad vos nostro, confestim nos litteris vestris visitare tanti habuistis, qui
dum infirmitatis nostrae sollicitudinem geritis, sanitatem vestri pectoris approba-
tis, quia, sicut ipsi melius nostis, finis praecepti est caritas de corde puro et con-
scientia bona et fide non ficta, et qui visitat infirmum in dilectione firmatur. Unde
peculiarius spero, ut quem requiritis affatibus, orationibus adiuvetis.

[2] Redeuntibus itaque gerulis litterarum, reddo mutuum sospitationis officium


et, sicut ad vos rumor pervenit, sufficienter me secundum miserationem divinam,
non secundum merita mea tribulatum esse significo, quia ipse qui cibat lacrimis
in mensura, castigationi, iuxta pietatem suam, pro inbecillitate nostra modum sta-
tuit, ne infirmitas nostra in manus suae correptione defecerit.

[3] Ideoque propitia miseratione sua iam commodiorem esse me nuntio. Con-
solationem vobis vestri maeroris pagina deferente transmittens, ut, qui estis labo-
ribus nostris pro caritate conpatientes, sitis laetitiae in Dei nomine de recepta in-
columitate participes ipsius lectione, dispono. Ora pro me.

23.
DOMINO DEVINCTISSIMO
SEMPERQUE MAGNIFICO VERO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Relectis litteris pietatis vestrae, gratias Deo egi, quod vos prius revaluisse,
quam infirmatos esse earum relatione cognovi. Quod vobis tam frequenter accide-
re, propitio potius Deo quam offenso, confido, quia quem diligit Dominus
corripit; castigat autem omnem filium quem recipit. In divina itaque vos discipli-
na susceptos sedula admonitio et mitis ostendit, quia paterna clementia mavult
per multimoda incommoda negligentem corrigere filium, quam punire peccan-
tem; mavult nutantem ac dubium ad servitium suum habenis piae moderationis
adtrahere, quam errabundum et per saeculi praecipitia lapsantem acriore verbere
coercere.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 107

II, 22-23 107

22.
IL VESCOVO RURICIO
AL VESCOVO EUFRASIO

[1] Rendo grazie alla Sincerissima in Cristo Signore Fraternità Vostra1, per il fat-
to che, una volta saputo della nostra malattia, immediatamente avete tenuto in gran-
de considerazione di farci visita con una vostra lettera2. E così, mentre vi mostrate
preoccupato della nostra infermità, dimostrate la buona salute del vostro cuore3,
poiché, come voi sapete meglio di me, il fine di quanto vi ho ordinato è la carità,
che procede da una cuore puro e da una coscienza buona e da una fede sincera4, e
chi visita un infermo si rinsalda nell’amore5. Per questo spero in una maniera tutta
particolare che aiutiate con le vostre preghiere colui del quale chiedete a parole6.
[2] E così al ritorno dei vostri portalettere, rendo il vicendevole dovere del sa-
luto7 e, siccome ve ne è giunta voce8, vi rendo noto che sono tribolato quanto ba-
sta secondo la pietà divina, non secondo quello che mi merito, poiché Egli9, che
ci ciba di lacrime in abbondanza10, ha stabilito, a motivo della nostra debolezza,
un limite alla pena, secondo la sua benevolenza, perché la nostra infermità non
venga meno mentre la sua mano ci punisce11.
[3] E pertanto, col beneficio della sua pietà, comunico di stare già meglio. Tra-
smettendovi per iscritto12 consolazione alla vostra afflizione13, faccio in modo
che voi, che in virtù di amicizia siete partecipe delle mie difficoltà, alla lettura ab-
biate parte anche alla mia letizia, nel nome di Dio, per la ritrovata condizione di
salute14. Prega per me15!

23.
IL VESCOVO RURICIO
ALL’OBBLIGATISSIMO E
SEMPRE MAGNIFICO SIGNORE VERO

[1] Dopo aver letto la lettera1 della Pietà Vostra2, ho reso grazie a Dio per il
fatto che ho saputo, da quanto vi era scritto, che siete guarito3 prima ancora di sa-
pere che siete stato ammalato4. E confido che questo vi accade così frequente-
mente non per punizione divina, ma piuttosto per grazia, poiché il Signore ripren-
de chi ama; ma castiga chi ha accolto come figlio5. E così questa premurosa e mi-
te ammonizione mostra che voi siete ormai soggetto alla pedagogia divina6, poi-
ché la clemenza del Padre preferisce correggere il figlio negligente attraverso in-
convenienti di ogni genere7, piuttosto che punirne il peccato; preferisce attirare al
suo servizio il figlio che vacilla ed è nel dubbio con le briglie di una regola mise-
ricordiosa, piuttosto che costringerlo con una violenta staffilata, mentre va erran-
do e sta scivolando giù per i precipizi del mondo8.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 108

108 Lettere

[2] Ipse est enim indulgentissimus pater familias, qui animam suam ponit pro
ovibus suis. Ipse est bonus pastor, qui ovem perditam ad caulas dominicas mavult
propriis humeris reportare sollicitus, quam stimulis urgentibus revocare destric-
tus. Ipse est pater pius, qui male prodigo filio et praeceptae substantiae decoctori,
ad se vel sero redeunti non solum crimina anteriora non inputat, verum etiam
praemia amissa multiplicat, dum ulnis fovet, osculis permulcet, muneribus ditat,
doctrina confirmat, non tantum ad eius indignatus abscessum, quantum laetatus
ad reditum.

[3] Ipse enim omnium horum nominum in se effectus affectusque suscepit, ut,
sicut dicit apostolus, multifarie multisque modis nos erudiret verbis, instrueret di-
sciplinis, provocaret beneficiis, informaret exemplis, reconciliaret prece, redime-
ret passione, vivificaret morte, inmortalitate donaret, iustificaret resurrectione,
ascensione portaret et, reconciliatos per sanguinem suum, in eam, a qua excidera-
mus, Patris gratiam reformaret. Ipse enim est apud Patrem propitiatio nostra, sine
cessatione suggerens pietati suae: Pater, non solum pro his rogo, sed pro his qui
credituri sunt in me per verbum illorum. Pater, volo ut, ubi ego sum, et ipsi sint
mecum. Pater, ignosce illis, nesciunt enim quid faciunt. Ipse nobis cotidie per
apostolum suum clamat: Nolite diligere mundum, neque ea quae in mundo sunt.
Qui enim diligit mundum, non est caritas Patris in eo, quia omne quod in mundo
est, concupiscentia carnis et concupiscentia oculorum et superbia vitae humanae,
quae non est de Patre, sed de mundo est. Et mundus transit, et concupiscentia
eius, qui autem fecerit voluntatem Dei, manet in aeternum, sicut et Deus manet in
aeternum.
[4] Ipse in evangelio blanditiis invitat, muneribus provocat, adhortatione solli-
citat, dicens: Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et reliqua, ut quasi
iugo salutaribus subdentes colla praeceptis, salutari suo currui subiungamus, et
ideo auderemus revocantem sequi, audire clamantem, blandientem modo non
spernere, ne sentiamus postmodum iudicantem. Quo iudicio, sicut ipse in evange-
lio praemonere et docere dignatus est, cum in maiestatis suae sede considerit,
quando non solum merita ponderaturus et facta, verum etiam verba est discussurus
et vota, quem hic nunc viderit salutaria sua praecepta negligere, et admonitiones
suas saluberrimas superba mente contemnere, non solum cum stultis a ianua regni
caelestis excludet, verum etiam partem ipsius cum infidelibus deputabit, ut, cum
quibus habet in saeculo societatem, cum hisdem in aeternum habeat portionem.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 109

II, 23 109

[2] È Lui infatti il tanto indulgente padre di famiglia che dà la propria vita per le
sue pecore9. È Lui il buon pastore, che preferisce aver cura di riportare sulle pro-
prie spalle la pecora smarrita agli ovili del padrone, che essere costretto a richia-
marla, incalzandola col pungolo10. È Lui il padre amorevole che, quando il figlio
ritorna da Lui, benché tardi, colpevole di essersi fatto spendaccione e scialacquato-
re delle sostanze ricevute in anticipo, non solo non gli imputa le precedenti scelle-
ratezze, ma moltiplica anche i privilegi perduti, mentre lo stringe tra le sue braccia,
lo coccola coi suoi baci, lo riempie di doni, lo rassicura con la sua sapienza, non
tanto indignato per la sua dipartita, quanto rallegrato per il suo ritorno11.
[3] È Lui infatti ad aver accolto in sé il compimento e il sentimento di tutti
questi personaggi, cosicché, come dice l’apostolo, molte volte e in molti modi ci
ha educati con la sua parola12, ci ha istruiti con i suoi insegnamenti, ci ha stimola-
ti con la sua benevolenza, ci ha plasmati con l’esempio, ci ha riconciliati con la
preghiera, ci ha redenti con la sua Passione, ci ha vivificati con la sua Morte, ci ha
fatto dono dell’immortalità, ci ha giustificati con la sua Resurrezione, con l’A-
scensione ci ha portati in cielo e, riconciliati attraverso il suo sangue, ci ha ri-
creati13 nell’amicizia del Padre dalla quale eravamo stati esclusi14. È Lui infatti la
nostra propiziazione15 presso il Padre, che suggerisce incessantemente al suo ani-
mo pietoso: Padre, non solo per questi prego, ma anche per questi che crederan-
no in me grazie alla loro parola16. Padre, voglio che, dove sono io, siano anche
loro assieme a me17. Padre, perdona loro, perché non sanno che cosa fanno18. È
Lui che ogni giorno, per voce del suo apostolo, grida a noi: Non amate il mondo
né quanto è nel mondo. Chi infatti ama il mondo non ha in sé l’amore del Padre,
poiché ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne e concupiscenza degli
occhi e superbia della vita dell’uomo, che non ha origine dal Padre, ma dal mon-
do. E il mondo passa e la sua concupiscenza, ma chi compie la volontà di Dio ri-
mane in eterno19, come anche Dio rimane in eterno.
[4] È Lui nel Vangelo a invitarci con lusinghe, a stimolarci con doni, a solleci-
tarci con esortazioni, dicendo: Venite a me voi tutti che siete affaticati e
oppressi20, eccetera, affinché, ponendo il collo sotto i precetti di salvezza, come
sotto a un giogo, ci lasciamo aggiogare al suo carro di salvezza21, e pertanto osia-
mo seguire Lui quando ci chiama, ascoltare Lui quando grida a noi, non disprez-
zarLo quando ci lusinga in questa vita, per non farne prova in seguito quando sie-
derà in giudizio22. E al momento del giudizio, come Egli stesso si è degnato di av-
vertire e insegnare nel Vangelo, quando siederà sul trono della sua maestà23,
quando soppeserà non solo i meriti e le azioni, ma scandaglierà anche le parole e i
desideri24, chi avrà visto qui sulla terra non rispettare i suoi precetti di salvezza e
non tenere nel debito conto, da superbo 25, i suoi ammonimenti quanto mai
salutari26, non solo lo chiuderà fuori dalla porta del Regno dei cieli assieme agli
stolti27, ma gli assegnerà anche la sua parte tra i miscredenti28, di modo che con-
divida in eterno la dimora con coloro di cui nel mondo ricerca la compagnia29.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 110

110 Lettere

24.
FILIO CONSTANTIO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Quamlibet Baccho, symphoniis, et diversis musicis, nec non etiam et puel-
larum choris te deditum esse cognoverim, tamen quia bonum est ab his, dum per-
valde fervet adulescentia, aliquotiens respirare et magis Domino vacare quam Li-
bero, parentibus quoque operam dare quam cantibus, moneo ut crastino, quod erit
quarta feria, Brivae, temporius tamen, quod te facturum minime credo, mihi ieiu-
nus occurras.

25.
EIUSDEM ALIA

[1] Aliud mihi Deo teste promiseras, quod ipsum deberes colere, non Iacchum,
cuius criminis etiam me vis esse consortem, ut ego ad hunc errorem colendum de-
licias subministrem et oleum incendio superfundam. Quod neutro nostrum nove-
ris expedire. Sed dices fortasse: pollicitus es. Quo ore a me promissa perquiris,
cum tu sacramenta violaveris? Unde dabis veniam meae promissioni, quandiu te
huic servire cognovero passioni, ne confirmare videamur factum, cuius reprehen-
dimus pactum, et simus scandalo, cui esse debemus exemplo.

26.
RURICIUS
APOLLINARI SUO SALUTEM

[1] Quia nostri curam semper gerere pro mutua caritate dignamini, indico solli-
citae pietati et piae sollicitudini vestrae, nos non parvum quidem, sed, Deo propi-
tio, voluptuosum a vobis reversos sumpsisse negotium, quod nobis plurimum pro-
desse possit, si aut intentionem intellectus aut intellectum sequeretur ingenium.
Sine causa enim solis ortum caecus exspectat. Ille quidem videntibus semper exo-
ritur, non cernentibus vero iubar ipsius, quasi nubibus semper operitur.

[2] Sollium enim nostrum domnum patremque communem, quem transcriben-


dum sublimitati vestrae dedisse me dixeram, legendum recepi. Cuius lectio sicut
mihi antiquum restaurat affectum, ita prae obscuritate dictorum non accendit in-
genium, quamlibet ipsum post tam longi temporis spatium caritatis igniculum
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 111

II, 24-26 111

24.
IL VESCOVO RURICIO
AL FIGLIO COSTANZO

[1] So che ti sei votato a Bacco, ai cori e a qualsivoglia genere di iniziative


musicali, nonché anche alla compagnia delle fanciulle. Tuttavia, poiché è cosa
buona talora astenervisi – mentre con maggior forza divampa la giovinezza – e
dedicare più tempo al Signore che non a Libero, e occuparsi anche dei genitori
piuttosto che dei canti, ti esorto a che domani, cioè mercoledì1, ti presenti a me in
Briva2 a digiuno, e puntuale, ma non credo per niente che tu lo farai3.

25.
ALTRA LETTERA AL MEDESIMO

[1] Mi avevi promesso su Dio un’altra cosa: che avresti dovuto venerare solo
Lui1, non Iacco2; e di questa scelleratezza vuoi rendere partecipe anche me3, co-
sicché io conceda favori per alimentare questo errore e versi olio sul fuoco4. Sai
che questo non giova a nessuno di noi due. Ma forse dici: hai promesso. Con qua-
le faccia mi chiedi di onorare quanto promesso, dopo che tu sei venuto meno ai
tuoi impegni5? Per cui concederai venia alla mia promessa, per tutto il tempo che
saprò te schiavo di questo vizio, affinché non sembriamo approvare un’azione di
cui biasimiamo il patto, e non siamo di scandalo a colui al quale invece dobbiamo
essere d’esempio6.

26.
RURICIO
SALUTA IL SUO CARO APOLLINARE

[1] Poiché vi degnate, in virtù di vicendevole amicizia1, di preoccuparvi sem-


pre di noi, notifico alla premurosa Pietà Vostra e alla pia vostra premura2 che, al
ritorno da voi, ci siamo presi un impegno per nulla piccolo, ma per grazia di Dio3
piacevole, che potrebbe giovarci moltissimo, se l’intelligenza tenesse dietro al-
l’intenzione o la mente all’intelligenza4. Senza motivo infatti il cieco attende il
sorgere del sole!5 Per chi ci vede il sole sorge sempre, ma per chi è cieco il suo
splendore rimane sempre coperto come da nuvole.
[2] Infatti ho ricevuto da leggere un’opera del nostro comune signore e padre
Sollio6, che avevo detto di aver affidato all’Altezza Vostra7 da trascrivere8. La sua
lettura, come rinnova in me l’antico affetto, così, per l’oscurità dei concetti, non
mi accende la mente9, per quanto, dopo un così ampio lasso di tempo, con il sus-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 112

112 Lettere

scintillis suis inter oblivionis favillas utcumque relucentem, nonnumquam et su-


spiriosis flatibus excitemus, et interdum dulcibus nobis fletibus inrigemus, quo
tamen ille imbre perfusus, quanto magis inficitur, tanto magis incenditur, quia per
lacrimarum copiam desideriorum atque affectuum crescit flamma, non deficit.

[3] Hunc ergo, si Dominus piae definitioni nostrae tribuetur fautor, effectum
vobis praesentibus percensere festino et effici discipulus de magistro, quia non
me pudet etiam in hac aetate, nec piget discipuli adripere industriam, dummodo
affectatae artis consequar disciplinam. Prius enim quilibet debet discere quam do-
cere, quia praepropere doctoris usurpat supercilium, nisi discipuli susceperit ante
famulatum.

[4] Quid enim iustius quam ut ipse sis paterni interpres eloquii, qui universa
quae ille conscripsit, non tam de codicis membrana, quam de cordis potes pagina
proferre? Cuius vos esse filios non solum generositate prosapiae, verum etiam et
eloquentiae flore, et omni virtutum genere conprobatis, quae bona vobis non tam
doctrina contulit, quam natura, quia rivus de fonte prorumpens, licet fluendo pro-
ficiat, et plenitudinem currendo conquirat, auctori tamen unde sumit vocabulum,
debet et meritum. Quem si divina clementia usque ad hoc tempus superesse vo-
luisset, sicut iam tum de vestra imitatione laetabatur, ita nunc de perfectione gau-
deret, cum spem ad rem cerneres pervenisse, nec sibi invideret aequalem, quem
optaverat esse meliorem.

27.
ITEM EIUSDEM ALIA

[1] Quamlibet per diaconem Iustum non meruerim litteras benigni pectoris et
facundi oris accipere, quibus et erudiretur ingenium, et desiderium pasceretur,
ego tamen, qui malo affectuosus rusticus, quam urbanus impius iudicari, scriben-
di opportunitatem mihi perire non passus sum, utpote qui mihi nolim, non dicam
occasionem scribendi, sed nec videndi vos unius saltim horae spatium deperire.
Ideoque salve plurimum dico, et rogo ut sine communi detrimento et utriusque
conpendio nos semper, opportunitate porrecta, litteris vestris inlustrare dignemini,
quia quod nobis in affectu inpenditis, non expenditis, quod tribuitis, non amittitis
et quod nobis in charta transmittitis, vobiscum in corde retinetis.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 113

II, 26-27 113

surro dei sospiri10 attizziamo quel fuocherello dell’amore che comunque, scintil-
lando, talora risplende tra le ceneri dell’oblio11, e nel frattempo però lo bagnamo
di pianti a noi dolci12. E tuttavia, inondato da quella pioggia13, quanto più si im-
pregna, tanto più si incendia, poiché attraverso abbondanti lacrime la fiamma del
desiderio e dell’affetto cresce, invece di diminuire14.
[3] Dunque, se il Signore si fa sostenitore della nostra affettuosa determinazio-
ne15, mi affretto a passare in rassegna quest’opera dallo stesso Sollio realizzata al-
la vostra presenza16 e a farmi discepolo da maestro, poiché non ho vergogna né
mi dispiace, anche alla mia età, divenire un discepolo zelante, pur di apprendere
la tecnica delle sue ricercatezze stilistiche17. Chiunque infatti deve imparare pri-
ma di insegnare, poiché con troppa fretta si arroga il cipiglio da insegnante, se
prima non ha fatto la gavetta da discepolo18.
[4] Che cosa infatti è più giusto che proprio tu sia l’interprete dell’eloquio del
padre, tu che tutte le opere che egli ha scritto le puoi citare non tanto da un foglio
pergamenaceo di un codice, quanto dalla pagina del tuo cuore19? E voi dimostrate
di essere suo figlio non solo per la nobiltà della stirpe, ma anche per lo stile infio-
rettato di eloquenza e per ogni genere di virtù20, beni che non tanto la dottrina vi
ha concesso, quanto la natura, poiché un ruscello che scaturisce da una fonte,
benché nel suo fluire cresca in portata e, durante il suo corso, acquisti pienezza,
tuttavia deve anche merito alla sua origine, da cui prende il nome21. E se la Divi-
na Clemenza avesse voluto che egli restasse in vita fino a oggi, come si rallegrava
allora del fatto che voi lo imitavate, così ora sarebbe felice che lo abbiate fatto fi-
no in fondo, vedendo che la sua speranza22 aveva conseguito il suo fine, né di-
spiacendosi che era pari a lui chi egli aveva desiderato fosse migliore di lui23.

27.
UN’ALTRA LETTERA AL MEDESIMO

[1] Benché io non abbia meritato di ricevere1, attraverso il diacono2 Giusto3, al-
cuna lettera del benigno cuore e della faconda bocca vostri, la quale avrebbe affi-
nato la mente e nutrito il desiderio4, io tuttavia, che preferisco essere giudicato
dozzinale, ma pieno di affetto, piuttosto che raffinato, ma senza cuore5, non mi so-
no lasciato scappare l’opportunità per scrivervi, dato che non voglio che vada per-
duta non direi l’occasione6 di scrivervi, ma neppure di vedervi per lo spazio alme-
no di un’ora sola. E pertanto vi invio molti saluti7 e vi chiedo, senza danno per
nessuno dei due e con guadagno per entrambi, di degnarvi sempre di nobilitarci
spiritualmente8 con le vostre lettere, una volta che se n’è presentata l’opportunità9,
poiché ciò che elargite a noi in affetto10, non è sperperato, ciò che ci donate, non
va perduto, e ciò che inviate a noi per lettera11 lo trattenete con voi nel cuore12.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 114

114 Lettere

28.
RURICIUS
OMMATIO SUO SALUTEM

[1] Sic a pietate vestra discessi, quod a vobis penitus non recessi. In eadem
vos parte hominis interioris exhibui, in qua vobis remansi. Scio quia ibidem re-
mansi, unde me nec insidiator antiquus potuit, neque recens conciliator exclude-
re. Unde etiam sententia illius vos sapientissimi Salomonis admoneo: Fili, ne de-
relinquas amicum antiquum, novus enim non erit similis illi. Vinum novum ami-
cus novus; veterascet, et cum suavitate bibes illud. Et ideo nos veterascamus in
amicitiis, et de die in diem affectibus innovemur. Quodsi amicus relinquendus
non est, quanto magis pater, qui erudiit, qui nutrivit, qui adiuvante Domino ad
sacerdotium usque perduxit, cui fortasse etiam iuxta divinam misericordiam lu-
cis istius debetur usura.

[2] Sed haec ego beatitudini tuae scribo, non quasi aliquid inputans aut expro-
brans, sed ut filio carissimo, quem sine ullo naevo cupio in hoc mundo impietatis
incedere, et purum atque inmaculatum in illo die iudicii coram Deo et angelis eius
ac congregatione carnis totius apparere. Saluto itaque unanimitatem tuam, et rogo
ut pro me orare digneris, simulque, cum opportunum vobis fuerit, nos tanti habea-
tis visitare. Vale.

29.
RURICIUS
EUFRASIO SUO SALUTEM

[1] Miror sanctitatem vestram post tantorum et talium virorum iudicia potius
quam rescripta etiam inscitiae meae quaesisse sententiam. Quod vos magis pro
necessitudine quam necessitate fecisse conicio, ne, cuius tanti habetis praecipuum
in animo tenere cultum, videremini in negotio praetermisisse consensum. Unde
gratias ago individuae mihi in Christo germanitati vestrae, quod ita de vobis prae-
sumere et iudicare dignamini, ut nihil habeamus aut in caritatis simplicitate sub-
dolum aut in veritatis puritate fucatum. Reddo itaque debitum unanimitatis offi-
cium, et de causa qua mihi scribere dignati estis, idem me quod et fratres nostros
sentire significo. Sed quid facto opus sit vel quid mihi potissimum fieri debere vi-
deatur, per diaconem vestrum verbo fideliter intimavi, quae longum fuit litteris
indicari. Ora pro me.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 115

II, 28-29 115

28.
RURICIO
SALUTA IL SUO CARO OMMAZIO

[1] In maniera tale mi sono separato dalla Pietà Vostra1, che non me ne sono an-
dato via del tutto da voi2. Io vi ho mantenuto nella medesima parte dell’uomo in-
teriore3, in cui sono rimasto a voi. So che4 sono rimasto5 in quel luogo da cui non
mi potè cacciare fuori né l’Antico Ingannatore6 né il Nuovo Mediatore7. Per cui vi
ammonisco anche con le parole del saggissimo Salomome: Figlio, non abbando-
nare l’antico amico: infatti il nuovo non gli sarà simile. Vino nuovo, amico nuovo:
invecchierà e allora lo berrai con piacere8. E pertanto, invecchiamo nell’amicizia
e di giorno in giorno9 lasciamoci rinnovare dall’affetto. Che se non bisogna ab-
bandonare un amico, quanto più il padre, che ti ha educato, ti ha nutrito, che con
l’aiuto del Signore ti ha condotto fino al sacerdozio10, al quale forse, secondo la
divina misericordia, è dovuto anche il fatto che tu goda della luce del giorno11.
[2] Ma io scrivo queste parole alla Beatitudine Tua12 non come per accusarti di
qualcosa o per rimproverarti, ma come a un figlio carissimo, che bramo che cam-
mini in questo mondo empio senza macchia alcuna, e che compaia puro e imma-
colato nel giorno del giudizio, davanti a Dio e ai suoi angeli e a tutto il genere
umano riunito13. E così saluto la Tua Concordia14 e chiedo che tu ti degni di pre-
gare per me, e nello stesso tempo, quando ne avrete l’opportunità, tenete in gran-
de considerazione di farci visita. Sta’ bene!15

29.
RURICIO
SALUTA IL SUO CARO EUFRASIO

[1] Mi stupisco che la Santità Vostra1, dopo aver chiesto opinioni piuttosto che
risposte a uomini tanto grandi e di siffatta qualità2, abbiate chiesto anche l’avviso
della mia ignoranza3. Cosa che suppongo abbiate fatto costretto più dal vincolo di
amicizia che di necessità4, affinché non sembraste aver tralasciato in una faccenda
ufficiale il consenso di chi tenete in grande considerazione di ospitare nell’animo
con singolare riguardo. Per cui rendo grazie alla da me indivisibile in Cristo Fra-
ternità Vostra5, per il fatto che a tal punto vi degnate di valutare e giudicare con la
vostra testa, che non c’è inganno in un rapporto di amicizia semplice o macchia
alcuna nella pura verità6. E così rendo il doveroso obbligo della concordia7 e, cir-
ca il motivo per il quale vi siete degnato di scrivermi, vi rendo noto che la penso
nello stesso modo dei nostri fratelli8. Ma, che cosa sia necessario fare e che cosa
mi sembri preferibile si debba fare, l’ho esposto fedelmente a parole attraverso il
vostro diacono: sarebbe stato lungo notificartelo per lettera. Prega per me9.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 116

116 Lettere

30.
RURICIUS
HERACLIANO SUO SALUTEM

[1] Qui se reum de officio esse cognoscit, prius supplicare debet quam audeat
salutare, quia, sicut inportune occurritur inputanti, ita opportune remittitur confi-
tenti. Et ideo nos nostram in palam producimus noxam, ut facilius pervenire pos-
simus ad veniam, quia non relinquitur locus inputationi, cum aditus patuerit de-
ploranti, secundum illam sententiam: Dic tu prior iniquitates tuas, ut iustificeris.
Non enim praevalebit accusantis invidia, ubi humilitas praecesserit supplicantis.
Quam ob rem, nos si iam excusando diluimus culpam, veniamus ad causam. Salu-
tem ergo tantam dicimus pietati vestrae, quantam potest affectus intellegere, et
non potest sermo proferre; quantam sentire possumus, et non valemus exponere;
quantam potest interioris mens desiderio calefacta concipere, et non potest lingua
exterioris adserere.

[2] Unde gratias agentes ipsius caritatis auctori, qui eam in cordibus nostris est
dignatus inserere, oremus ut praecipuum suae largitatis munus in nobis custodire
semper et iugiter dignetur augere, quia iuxta apostolum Paulum ipsa est eminen-
tior via quae ducit ad vitam. Quod superest, specialiter quaeso, ut communi patro-
no pro nobis cotidie supplicetis, quia, sicut legitis, multum valet oratio iusti adsi-
dua, et, sicut ipse Dominus noster in evangelio dicit de illo qui tres panes ab ami-
co suo noctis tempore inportune quidem, sed salubriter petiit, quod inprobitati
praestitum fuerit insistentis, quod negabatur amicitiis flagitantis. Reliqua per por-
titorem verbo mandavi, quae longum fuit litteris indicari, unde, sicut principium
epistulae continet, rogo ut pro tarditate veniam dare dignemini. Vale.

31.
RURICIUS EPISCOPUS
CAPILLUTO FILIO SALUTEM

[1] Gratias ago pietati vestrae quod me consulere de civis talis ordinatione di-
gnamini, cum vobis sufficere, Deo propitio, satis abundeque possitis. Et ideo,
quia qui vobis et fratribus vestris placet, nobis displicere non debet, bene facitis,
ut hominem quem communis consensus elegit, ordinetis. Sed admonete illum ut
veritati studeat, non falsitati; paci, non perditioni; disciplinae, non discordiae; uti-
litati publicae, non privatae cupiditati; iustitiae, non rapinae. Tueatur bonos,
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II, 30-31 117

30.
RURICIO SALUTA
IL SUO CARO ERACLIANO

[1] Chi sa di essere colpevole quanto al proprio dovere1, deve elevare suppli-
che prima di osare porgere i saluti, poiché, come ci si oppone a chi inopportuna-
mente imputa una colpa, così si perdona a chi opportunamente la confessa2. E
pertanto noi portiamo sotto gli occhi di tutti il nostro misfatto, per poter giungere
più facilmente al perdono, poiché non si lascia spazio ad alcun capo d’imputazio-
ne, dopo aver aperto l’accesso alle lacrime, secondo le ben note parole: Di’ tu per
primo i tuoi errori, così da essere perdonato3. Non prevarrà infatti l’ostilità del-
l’accusa, quando l’avrà preceduta l’umiltà della supplica. E per questo motivo
noi, se ormai con le nostre scuse abbiamo lavato via la colpa, veniamo al
processo4! Dunque invio tanti saluti alla Pietà Vostra5, quanti l’affetto può inten-
dere, ma la parola non può esprimere; quanti possiamo sentire dentro di noi, ma
non siamo capaci di esternare6; quanti può concepire la mente dell’uomo interio-
re, riscaldata dal desiderio, ma non può dichiarare la lingua dell’uomo esteriore7.
[2] E pertanto, rendendo grazie al creatore dell’amore stesso, che si è degnato
di inculcarlo nei nostri cuori, preghiamo che si degni di custodire sempre in noi
quel singolare dono della sua generosità e di accrescerlo continuamente8, poiché,
secondo l’apostolo Paolo, questa è la via maestra9 che conduce alla vita10. Quanto
al resto, ti chiedo in maniera speciale di elevare suppliche ogni giorno per noi al
comune patrono, poiché, come leggete, può molto la costante preghiera del giu-
sto11, e, come nostro Signore in persona dice nel Vangelo12 di quell’uomo che
inopportunamente, ma vantaggiosamente domandò13 tre pani al suo amico di not-
te: ciò che negava all’amico che chiedeva fu concesso all’impudente che
insisteva14. Ti ho inviato a parole attraverso il corriere le altre cose, che sarebbe
stato lungo notificarti per lettera15, di modo che, come sta scritto all’inizio dell’e-
pistola, vi prego di degnarvi di perdonarmi per il ritardo16. Sta’ bene!

31.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL FIGLIO CAPELLUTO

[1] Rendo grazie alla Pietà Vostra1, per il fatto che vi degnate di consultarmi2
circa l’ordinazione di un tale cittadino3, nonostante possiate con una certa abbon-
danza – per grazia di Dio4 – bastare a voi stesso. E pertanto, poiché colui che pia-
ce a voi e ai vostri fratelli non deve dispiacere a noi, fate bene a ordinare la perso-
na5 che il comune consenso6 ha scelto7. Ma esortatelo ad avere a cuore la verità,
non l’errore; la pace, non la perdizione; la disciplina, non la discordia; il bene
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118 Lettere

emendet reos, miseros non faciat, sed defendat, corrigat sontes, custodiat inno-
centes, ut ita agens magis futuro possit placere iudicio quam praesenti.

32.
DOMINO INLUSTRI
SEMPERQUE MAGNIFICO FILIO AGRICOLAE
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Relectis litteris sublimitatis vestrae, gratias Deo egi, quod vos prius reva-
luisse ordinatione ipsius, quam infirmatos esse cognovi, ut nobis anxietatem tolle-
ret et vobis redderet sospitatem. Quam tamen infirmitatem vobis clementer inlatam
propitio potius quam irato ipso Domino nostro, pro solita eius pietate, conicio. Sic
enim legimus quod corripiat Dominus quem diligit; castigat autem omnem filium
quem recipit. Quod etiam in vobis, quantum audio, conprobatur, ut ordinatis affec-
tibus vestris, suum vobis insinuaret affectum, et habitu animoque mutato, iugum
vobis suae lenitatis inponeret, ut salutari currui suo colla subdentes, dum mandato-
rum suorum leve onus evehitis, peccatorum gravem sarcinam deponatis.

[2] Haec est enim mutatio dexterae Excelsi, dum de peccatoribus iustos, de ex-
traneis domesticos, amicos sibi facere dignatur ex servis. Superest ut nunc con-
versionem quam protulistis in veste, probetis in corde, et haec commutatio inter
indumentum vestrum habeatur et animum, ut, sicut ille sub candidis vestibus ha-
buit hucusque nigredinem, ita nunc sub pullis vestibus operum luce candescat.
Peccator enim, qua die conversus ingemuerit, tunc salvus erit, dummodo iuxta
sancti apostoli Pauli sententiam, sicut exhibuimus hactenus corpora nostra servire
saeculo et iniquitati ad iniquitatem, ita nunc exhibeamus membra nostra servire
iustitiae in sanctificationem, nec simus quasi timentes Deum, aliud sermonibus
praetendentes, aliud habentes in moribus; aliud ostentantes in vestibus, aliud acti-
bus conprobantes, ne nos mordeat sermo ille dominicus, sub vestitu ovium lupo-
rum rabiem contegentes, quia oculus ille divinus, sicut scriptum est, omni loco
bonos speculatur et malos. Et sine dubio, quem ad se integro corde transire con-
spexerit, ipse in cor illius iugi habitatione descendet, ut eo habitatore non careat,
cui se praeparavit habitaculum.

[3] Gratias itaque Domino nostro super tam inenarrabili eius bonitate in com-
mune referamus, qui mavult servos suos monere quam perdere, corrigere quam
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II, 31-32 119

pubblico, non l’interesse privato; la giustizia, non la prevaricazione. Protegga gli


onesti, punisca i colpevoli, non renda alcuno povero, ma lo difenda, corregga i
peccatori, custodisca gli innocenti, affinché, così facendo, possa piacere di più se-
condo il giudizio futuro che non secondo quello contemporaneo8.

32.
IL VESCOVO RURICIO
AL NOBILE SIGNORE1 E SEMPRE MAGNIFICO FIGLIO
AGRICOLA

[1] Dopo aver letto le lettere di Vostra Altezza2, ho reso grazie a Dio per il fatto
che ho saputo che siete guarito, secondo il suo ordine provvidenziale3, prima anco-
ra di sapere che siete stato ammalato4, cosicché a noi ha tolto la preoccupazione e a
voi ha restituito la salute5. Malattia che tuttavia suppongo essere stata inoculata in
voi con clemenza dalla grazia piuttosto che dall’ira dello stesso Signore nostro6,
secondo la sua solita amorevolezza. Così infatti leggiamo, che il Signore riprende
chi ama; ma castiga chi ha accolto come figlio7. Cosa che, a quanto sento, è dimo-
strata anche in voi: una volta messo ordine nei vostri affetti, Egli introduce in voi il
suo affetto e, mutato abito e animo8, pone su di voi il suo dolce giogo, affinché, la-
sciandovi aggiogare al suo carro di salvezza9, mentre portate il carico leggero dei
suoi Comandamenti10, deponiate il pesante fardello dei vostri peccati11.
[2] Così infatti è mutata la destra dell’Altissimo12, mentre si degna di farci da
peccatori giusti, da stranieri familiari, suoi amici da servi13. Resta che ora la con-
versione che avete dato a vedere nel vestito, la proviate nel cuore e questo muta-
mento avvenga tra il vostro indumento e l’animo14, affinché, come esso fino a og-
gi, sotto vesti candide, ebbe la tenebra15, così ora, sotto vesti nere, prenda a brilla-
re per la luminosità delle opere16. Il peccatore infatti, a partire dal giorno in cui,
convertitosi17, si metterà a piangere, sarà salvo18, purché, secondo le parole del
santo apostolo Paolo, come offrimmo finora il nostro corpo al servizio del mondo
e dell’iniquità per l’iniquità, così ora offriamo le nostre membra al servizio della
giustizia per la santificazione19. E non usiamo un falso timore di Dio, accampan-
do una cosa a parole, ma facendone un’altra nei costumi; mostrando una scelta
nel vestito, ma rivelandone un’altra nel comportamento20, perché non ci accusi
quella ben nota espressione del Signore, cioè che sotto le spoglie di pecore celia-
mo la ferocia dei lupi21, poiché l’occhio di Dio, come sta scritto, scruta dovunque
i buoni e i cattivi22. E senza dubbio, Egli23 scenderà e abiterà stabilmente24 nel
cuore di chi avrà scorto passare a Lui con tutto il suo cuore, cosicché questi non
manchi dell’abitante per il quale preparò sé stesso come abitazione25.
[3] E così rendiamo grazie comunemente al Signore nostro per la tanto inenar-
rabile bontà sua26: Egli preferisce ammonire i suoi servi piuttosto che abbando-
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120 Lettere

punire, et pro usura brevis vitae perpetuitatis regna donare. Quod superest, saluto
plurimum, et ancillam vestram vobis peculiari insinuatione commendo, quamlibet
hoc salva vestra pietate non egeat, ut quo eam suscipere tanti habuistis affectu,
semper foveatis indultu, quae largitate divina utrosque nos sibi paravit obnoxios,
vos avos faciens sua fecunditate, nos proavos. Domnam filiam meam desiderio et
honore, quo dignum est, sospito. Ob cuius agnitionem, si facultas esset ambulan-
di, erat voluntas promptissima vos visendi, ut quam interioribus oculis pro adfini-
tatis ipsius coniunctione iugi recordatione conspicimus, etiam exterioribus cerne-
remus. Opto bene agas.

33.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
OMNIQUE A ME HONORE ET AMORE SPECIALIUS EXCOLENDO
FRATRI CAESARIO EPISCOPO
RURICIUS

[1] Frater et conpresbyter noster Capillutus dupliciter hac vice nobis gratus ap-
paruit, dum et ipse nobis iam diu desideratus occurrit, et quandam vestri praesen-
tiam nobis per vestras litteras repraesentat. Quo redeunte has reddere procuravi,
quibus debitum beatitudini vestrae rependo caritatis officium. Quod vero scribitis,
cur ad synodum, sicut conlocutio habuit nostra, non venerim, fecit hoc infirmitas,
non voluntas. Ipsi etenim recolere potestis quam fessum me Burdigala videritis, et
hoc hieme, quando esse soleo fortior solito, qui aestivis diebus etiam in hospitio
meo et locis frigidis ipsam consuetudinariam infirmitatem sustentare vix valeo,
ne dicam, quod illos aestus regionis illius ferre nequiverim, si venissem.

[2] Unde magis spero ut pro me orare dignemini, et si ad tempus aliud quod in-
timatis, si Deus vitam cesserit, venire vultis, nobis per hominem vestrum matu-
rius indicetis, quia litteras vestras ad me modo tardissime venisse significo, qui-
bus, etsi non pro dignitate, vel pro aetate non debemus tardius quam alii commo-
neri, qui fortasse, ut minus prudens dicam, merebamur ambiri, quia si aliis nomen
urbium praestat auctoritas, nobis auctoritatem demere non debet urbis humilitas;
siquidem multo melius multoque eminentius est civitatem de sacerdote, quam sa-
cerdotem de civitate notescere.
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II, 32-33 121

narli alla morte27, correggerli che punirli, e al posto del godimento di una breve
vita donare l’eternità del suo Regno. Quanto al resto, invio molti saluti28 e racco-
mando la vostra ancella29 a voi con particolare riguardo30,– benché non abbia bi-
sogno di ciò, stante la vostra bontà d’animo – affinché con quanto affetto teneste
in grande considerazione di accoglierla, sempre concediate il vostro favore a colei
che, per la munificenza di Dio, ci ha vincolati entrambi a lei, rendendo voi nonno
con la sua fecondità, noi bisnonno31. Saluto la signora figlia mia32 con desiderio e
onore, quanto conviene33. Per il fatto che desidererei incontrarla, se potessi cam-
minare34, era assai evidente che volevo fare visita anche a voi, per contemplare
anche con gli occhi esterni colei che scorgiamo con costante ricordo35 con gli oc-
chi interni36, a motivo del legame di parentela. Auguri di ogni bene37.

33.
RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE E FRATELLO DA RIVERISI
DA PARTE MIA IN MANIERA TUTTA SPECIALE
CON TUTTO L’ONORE E L’AMORE
IL VESCOVO CESARIO1

[1] Il nostro fratello e collega nel presbiterato2 Capelluto3 questa volta ci è risul-
tato doppiamente gradito, mentre egli giunge da noi già da lungo tempo desiderato
e vi rende in qualche modo presente a noi attraverso la vostra lettera4. Al suo ritor-
no, ho fatto in modo di spedirvi questa in risposta, con la quale verso a mia volta al-
la Beatitudine Vostra5 il dovere dell’amicizia6. Quanto però a ciò che mi scrivete –
perché non sia venuto al concilio, come convenimmo, dialogando tra di noi – pro-
vocò tutto ciò la mia infermità, non la volontà. Voi stesso infatti potete richiamare
alla memoria quanto indebolito mi vedeste a Bordeaux7 anche quest’inverno, quan-
do di solito sono più forte del solito, io che nei giorni estivi a stento riesco a soppor-
tare la mia consueta infermità anche a casa mia e in luoghi freschi, per non dire che
non avrei potuto tollerare le elevate temperature di quella località, se fossi venuto8.
[2] E pertanto spero a maggior ragione che vi degnate di pregare per me e, se
volete che io mi presenti in un’altra occasione, secondo quanto voi mi fate sapere,
se Dio ci concederà vita, spero che me lo notifichiate al più presto attraverso un
vostro uomo, poiché vi rendo noto che la vostra lettera mi è giunta ora con molto
ritardo9. E quindi non dobbiamo essere avvertiti più tardi degli altri, anche se non
per dignità, almeno per età; noi forse, per dirla meno cautamente10, meritavamo
di essere corteggiati, poiché, se ad altri il prestigio della città garantisce il titolo, a
noi l’umiltà della città non deve diminuire il prestigio11, dal momento che è molto
meglio e molto più insigne che la città acquisti fama dal presule12, che non il pre-
sule dalla città13.
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122 Lettere

34.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
MIHIQUE IN CHRISTO DOMINO
SPECIALI CULTU AFFECTUQUE CETERIS PRAEFERENDO
PATRONO SEDATO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Dum scribendi vobis, domnis pectoris mei, animus vos sitiens occasionem
frequenter inquirit, aliquando diuturna meditatione pertractans repperit idoneum
portitorem, per quem et silentia longa disrumperet et sibi spiritales delicias postu-
laret, oris vestri cupiens rore respergi. De qua, credo, siti sanctus psalmista dice-
bat: Anima mea sicut terra sine aqua tibi, illa nimirum aqua ariditatem corporis
sui restinguere sobria ebrietate desiderans, de qua Dominus noster in evangelio
clamare dignatur: Si quis sitit, veniat et bibat. Flumina enim aquae vivae de ven-
tre eius fluunt. Hanc aquam Samaritanae etiam idem Dominus offerebat, hoc est
ecclesiae ex gentibus congregandae, dicens: Aqua quam ego dabo, fiet in eo fons
aquae salientis in vitam aeternam. Hanc aquam si quis fidelis non gustu tantum
summo tenus ore libaverit, sed totis animae visceribus appetens conviva sorbue-
rit, protinus in laudem Domini omnipotentis erumpet et hoc incipiet ructare quod
biberit, sicut beatissimus evangelista atque discipulus, qui super pectus Domini
recumbere meruit, mysteria regni caelestis haurivit, et in illam vocem quam ante
nullus audierat, clamavit: In principio erat verbum, et verbum erat apud Deum, et
Deus erat verbum.

[2] Hoc erat illud verbum, quod sine tempore a Patre genitum, in tempore crea-
tur ex matre, ut creator fieret, ut esse possit humanitatis quaedam portio divinita-
tis totius plenitudo, et plenitudinem humanitatis portio ipsa humanitatis sua pas-
sione redimeret, dum imago invisibilis Dei forma fit servi, ut posset inpassibilis
pati, incomprehensibilis capi, inmortalis mori, qui mortem occumbendo perime-
ret, ut vitam resurgendo repararet.

[3] Sed quid ego oblitus mei, avidus tui, quasi de huiuscemodi rebus tecum
conloquens, et inde in desiderium tui vehementius perardescens, restinguere sitim
meam velut quodam dilectionis rivulo festinans, inscrutabilia et inaccessa per-
temptans, quid loquar, qui loquar, cui loquar non considero? Sed dabit, ut confi-
do, veniam pietas, quam committit affectus, quia caritas omnia sustinet.

[4] Salve itaque plurimum dico individuo mihi pectori vestro et rogo ut pro me
incessanter orare dignemini. Simulque etiam partem corporis mei, per quam vobis
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II, 34 123

34.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE
E PATRONO DA PREFERIRSI DA PARTE MIA RISPETTO AGLI ALTRI
IN CRISTO SIGNORE CON SPECIALE DEVOZIONE E AFFETTO
IL VESCOVO SEDATO1

[1] Mentre l’animo, assetato di voi2, cerca frequentemente l’occasione per scri-
vere3 a voi, signore del mio cuore4, finalmente, nel riflettere profondamente e a
lungo, trovò il corriere adatto5 attraverso il quale infrangere il lungo silenzio e
chiedere per sé le delizie dello spirito, bramoso di essere asperso dalla rugiada
della vostra bocca6. Di questa sete, credo, diceva il santo salmista: La mia anima
è nei tuoi confronti come terra senz’acqua7, desideroso di estinguere, con sobria
ebbrezza8, l’aridità del suo corpo proprio con quell’acqua di cui nostro Signore si
degna di esclamare nel Vangelo: Se qualcuno ha sete, venga e beva. Infatti dal
suo ventre scorrono fiumi di acqua viva9. È questa l’acqua che lo stesso Signore
offriva anche alla Samaritana, cioè alla chiesa che si sarebbe adunata da tutti i po-
poli10, dicendo: L’acqua che io darò, sarà fonte di acqua zampillante per la vita
eterna11. E se chi crede avrà assaggiato quest’acqua12, non solo sentendone il sa-
pore appena con la punta della lingua, ma, anelandovi intensamente dal più
profondo dell’anima, l’avrà gustata da commensale, subito eromperà in lode del
Signore onnipotente e incomincerà a esalare ciò che ha bevuto13, come il beatissi-
mo evangelista e discepolo, che meritò14 di chinarsi sul petto del Signore15, attin-
se i misteri del regno dei cieli16 ed esclamò quella frase che nessuno prima aveva
udito17: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo18.
[2] E questo era il Verbo, che senza tempo generato dal Padre diviene creatura
nel tempo da una madre19, cosicché il Creatore divenisse, affinché una parte di
umanità potesse essere la pienezza di tutta quanta la divinità20 e proprio la parte
di umanità redimesse con la sua passione la pienezza dell’umanità21, mentre l’im-
magine del Dio invisibile22 assumeva aspetto di servo23, affinché patisse Colui
che non può patire, fosse compreso Colui che non può essere afferrato, morisse
Colui che non può morire24, Egli che, affrontando la morte, la annientò, per rista-
bilire, risorgendo, la vita25.
[3] Ma io, dimentico di me, ma smanioso di te26, come dialogando con te27 di
siffatti argomenti e quindi bruciando ancor più intensamente nel desiderio di te,
affrettandomi a estinguere la mia sete28 come con un ruscello di amore29, tentan-
do l’imperscrutabile e l’irraggiungibile30, perché non considero di che cosa io
parli, chi sia io che parlo, a chi io parli31? Ma ci perdonerà, come confido, la tua
benevolenza, originata dall’affetto, poiché la carità tutto sostiene32.
[4] E così mando molti saluti33 all’indivisibile da me vostro cuore34 e chiedo
che vi degniate di pregare incessantemente per me. E al tempo stesso raccomando
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124 Lettere

has trado, peculiari insinuatione commendo, ut in illis, quam me diligatis, integre


conprobetis. Quos vobis eo arbitror fore cariores, quia meam vobis secum defe-
runt portionem. Quibus quidquid dignati fueritis dilectionis inpendere, nobis vos
conferre cognoscite, quia, si iuxta sanctum apostolum minus membrum maiori in
dolore conpatitur, et maius procul dubio in minoris prosperitate laetatur. Et ita de-
mum fit ut, omnibus usquequaque membris in pace et quiete conpositis, caput, to-
tius corporis rector utpote et dominator, exultet. In quo capite omnia membra iu-
bentur aspicere, dicente propheta: Sapientis oculi in capite eius, quod alius
propheta evidenter exponit dicens: Oculi mei semper ad Dominum, quia ipse evel-
lit de laqueo pedes meos, et iterum: Ad te levavi oculos meos, qui habitas in
caelo.

[5] Erigamus itaque oculos nostri cordis ad Christum et in mundi istius nocte
manus nostras operibus fructuosis extollamus ad Dominum, et ipse caput nostrum
esse dignetur et nos adhaerere capiti nostro utilia corporis sui membra esse me-
reamur, ut de hoc saeculo discedentes, tamquam in exitu Israel de Aegypto, dicere
redemptori nostro possimus: Adhaesit post te anima mea; me autem suscepit dex-
tera tua, cum ea diebus ac noctibus fuerit in corporis huius carcere meditata, unde
non confundatur educta. Ora pro me.

35.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
MIHIQUE IN CHRISTO DOMINO
SPECIALI CULTU AFFECTUQUE CETERIS PRAEFERENDO
PATRONO SEDATO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Per archiatrum Palladium litteras fecundi cordis et facundi oris accepi, quae
nos ad visionem mutuam voto pectoris invitabant. Sed quid facimus, quod deside-
riis animorum nostrorum diversa membrorum resistit infirmitas? dum vos nimie-
tate robusti, nos tenuitate exesi corporis inpedimur, dum vos alieni, et quattuor
pedes ferre nequeunt ponderosos, me etiam proprii et duo sustinere prae defectio-
ne vix possunt. Quo fit ut implere communia vota nequeamus. Ego enim, testis
est Dominus, quod, si valuissem, ad synodum condictam omni aviditate venis-
sem, sed mea disposita itineris voluntate necessitas inbecillitatis inhibuit, quia ae-
res regionis illius praesertim hoc tempore ferre non poteram. Quod et vos ita cre-
dere confido et pravos ad aliud derivare non dubito.
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II, 34-35 125

anche con particolare riguardo35 quella parte della mia persona attraverso la quale
vi mando questa lettera36, affinché in loro dimostriate quanto intensamente mi
amiate. E credo che vi saranno tanto più cari, poiché portano con loro a voi una
porzione di me37. E qualunque gesto di amore vi degnerete di elargire loro, sap-
piate che voi lo rivolgete a noi38, poiché, se, secondo il santo apostolo, un membro
più piccolo compartecipa al dolore del più grande, anche il più grande senza dub-
bio si rallegrerà della prosperità del più piccolo39. E così infine avviene che, una
volta che tutte le membra siano in ogni parte tranquille e serene40, il capo, in
quanto guida e sovrano di tutto quanto il corpo41, esulta. E attraverso quel capo
tutte le membra devono vedere, secondo le parole del profeta: Il saggio vede con
gli occhi del suo capo42, come eprime evidentemente anche un altro profeta, quan-
do dice: I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, poiché Egli strappa dalla
trappola i miei piedi43, e ancora: Ho elevato i miei occhi a Te, che abiti nel cielo44.
[5] E così innalziamo gli occhi del nostro cuore a Cristo e nella notte di questo
mondo45 leviamo le nostre mani al Signore con opere fruttuose, ed Egli si degni
di essere il nostro capo e noi meritiamo46 di restare uniti al nostro capo come utili
membra del suo corpo, affinché, allontanandoci da questo mondo, come quando
Israele uscì dall’Egitto47, possiamo dire al nostro Redentore: A te rimane unita
l’anima mia, mi sostiene la tua destra48, dopo che essa ha meditato queste parole
giorno e notte49 nel carcere di questo corpo50, così da51 non restare confusa, una
volta uscita52. Prega per me53.

35.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE
E PATRONO DA PREFERIRSI DA PARTE MIA RISPETTO AGLI ALTRI
IN CRISTO SIGNORE CON SPECIALE DEVOZIONE E AFFETTO
IL VESCOVO SEDATO1

[1] Attraverso il medico Palladio2, ho ricevuto la lettera del vostro fecondo


cuore e della vostra faconda bocca3, che ci invitava a un vicendevole incontro4,
secondo le attese del cuore. Ma che fare, per il fatto che ai desideri del nostro ani-
mo si oppongono varie infermità delle membra? mentre voi siete ostacolato dal-
l’essere eccessivamente robusto, noi lo siamo dall’essere divorati dalla magrezza;
mentre il vostro peso non riescono a trasportarlo neppure quattro piedi chiesti in
aiuto ad altri, il mio anche soltanto i miei5 due possono sostenerlo a stento, senza
venire meno6. Ne consegue che non possiamo soddisfare le comuni attese7. Io in-
fatti – ne è testimone il Signore – se fossi stato bene, sarei venuto al sopraddetto
concilio molto volentieri, ma sono stato distolto dal proposito di affrontare il
viaggio stabilito, costretto dalla debolezza, poiché non avrei potuto sopportare il
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126 Lettere

[2] His itaque sufficienter, ut potuimus, indicatis, salutatione animi desideran-


ter inpensa, si dignum ducitis, transmisi vobis caballum, qualem vobis sciebam
esse necessarium, mansuetudine placidum, membris validum, firmum robore, for-
ma praestantem, factura compositum, animis temperatum, scilicet nec tarditate pi-
grum nec velocitate praeproperum, cui frenus ac stimulus sit sedentis arbitrium,
cui ad evehendum onus et velle suppetat pariter et posse, ita ut nec cedat superpo-
sito nec deponat inpositum.

[3] Superest ut rescripto, quomodo vobis placeat, indicetis, quamlibet ita de in-
dividuo mihi corde praesumam, quod vobis etiam mala a me commissa, non di-
cam transmissa, conplaceant. Tanta est enim integri vis amoris, ut in amicum nil
displiceat, cum magis malum displicere debeat de amico. Et hinc illud est, quod
iudicia hominum aut amore praepediuntur aut odio, ut recta non proferant. Vos
vero, quos nec odium exasperat nec inflammat invidia, et iocos nostros libenter
accipite, et de sospitate vestra vel actibus affluenter instruite, ut, dum vos diutius
legimus, copiosius inbuamur. Ora pro me.

36.
DOMNO SANCTO ET APOSTOLICO
MIHIQUE IN CHRISTO DOMINO SPECIALITER EXCOLENDO
FRATRI CAESARIO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Qui occasiones scribendi nobis invicem pro mutua caritate inquirimus,
oblatas praetermittere non debemus, ut conferat nobis quandam praesentiae por-
tionem sermo mediator, qui emittitur nec amittitur, tribuitur et habetur, videtur di-
scedere nec recedit, a me dirigitur, a te suscipitur, a me scribitur, a te legitur nec
tamen dividitur, cum quasi divisus, integer tamen utriusque corde teneatur, quia
verbi more divini traditur et non egreditur, confertur indigenti et non aufertur auc-
tori accipientis lucrum sine dispendio largientis, ditans inopem nec adtenuans
possessorem.
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II, 35-36 127

clima di quella località, soprattutto durante questa stagione8. E confido che voi
crediate che la cosa è andata così e non ho dubbi che i malpensanti la storneranno
ad altro significato9.
[2] E così, notificate quanto basta – come abbiamo potuto – queste informazio-
ni, elargito il saluto di un animo pieno di amore, se lo ritenete di voi degno, vi ho
mandato un cavallo10, quale sapevo che era a voi necessario, nella mitezza soave,
negli arti vigoroso, robusto nella complessione, nell’aspetto eccellente, armonico
nella forma, moderato nell’indole, ovviamente né neghittoso nel passo lento né
troppo rapido al galoppo, al quale freno e pungolo siano arbitrio di chi lo cavalca;
il quale possiede in abbondanza parimenti volontà e capacità di portare some, così
che né soccombe al peso di chi lo monta né mette giù il fardello che gli è stato po-
sto sul dorso11.
[3] Resta a voi di notificarmi con una lettera di risposta, come il cavallo vi
piaccia12, per quanto così io faccia affidamento sul da me indivisibile vostro cuo-
re, che, anche quanto da me sia stato mal realizzato, per non dire mandato, vi fac-
cia piacere13. Tanto grande è infatti la forza di un amore sincero, che nulla dispia-
ce in un amico, benché debba maggiormente dispiacere ricevere qualche malefat-
ta da un amico14. E quindi ne consegue che i giudizi degli uomini sono intralciati
a priori dall’amore o dall’odio, cosicché non riescono mai a dire il vero15. Ma voi,
che l’odio non esacerba né infiamma l’invidia, accettate volentieri i nostri scher-
zi, e fate scorrere un fiume di notizie in merito alla vostra salute e alla vostra atti-
vità16, affinché, mentre più a lungo leggiamo di voi, più riccamente ne siamo irri-
gati17. Prega per me18.

36.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE DA RIVERIRSI
IN MANIERA SPECIALE DA PARTE MIA IN CRISTO SIGNORE
IL FRATELLO CESARIO VESCOVO1

[1] Noi che cerchiamo, secondo il vicendevole legame di amicizia, le occasioni


per scriverci, non dobbiamo dimenticare quelle che ci sono state offerte, cosicché
a concederci in parte la presenza l’uno dell’altro sia la mediazione della lettera:
questa è inviata e non è perduta, è donata ed è ricevuta, sembra andarsene via e
non se ne va, da me è indirizzata, da te è ricevuta, da me è scritta, da te è letta e
tuttavia non si divide, come se, pur divisa, fosse tuttavia tenuta insieme dal cuore
di entrambi, poiché, a somiglianza del Verbo divino, è mandata e non se ne va via,
viene assegnata al povero e non viene tolta al suo autore, guadagno di chi la rice-
ve senza spesa di chi la elargisce, arricchendo chi non l’ha né impoverendo chi la
possedeva2.
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128 Lettere

[2] Ideoque veniente illo dulcissimo meo nepote Parthenio, has per ipsum dare
non distuli, ut et vobis meam praesentiam litteris exhiberem, et ipsum pariter
commendarem. Cui quicquid dignati fueritis dilectionis inpendere, nobis vos
praesentare noveritis. Simulque etiam peculiarius rogo ut pro me ipsisque pigno-
ribus nostris incessanter oretis, nec inpediant affectui amorum nostrorum spatia
interiecta regionum, quia qui in Domino, qui praesens est ubique, se diligunt, non
credendi sunt disparati corpore, cum pariter in eo mente iungantur. Ora pro me.

37.
RURICIUS EPISCOPUS
DULCISSIMIS NEPOTIBUS
PARTHENIO ET PAPIANILLAE

[1] Postquam pietas vestra discessit, dimidium esse me sentio, quia maximam
meam partem, hoc est, interiorem hominem, residente corpore, vobiscum ambu-
lasse cognosco, ita tamen quod et vos in pectore meo, quod hic remansit, manere
conspicio. Saluto itaque dulcedinem vestram et, ut verborum meorum memores
sitis, admoneo, quia certum est vos iuxta Salomonis sententiam posse in bonis
Deo dirigente proficere, si seniorum consilia et amori habeantur et usui. Opto be-
ne agatis.

38.
RURICIUS EPISCOPUS
FRATRI PETRO EPISCOPO

[1] Quia oboedientia sacrificiis antefertur, idcirco rusticitatem meam malo pro-
dere quam perdere caritatem: Scientia enim inflat, caritas, ut ipsi melius nostis,
aedificat. Quam ob rem, quia iussistis ut vos per singulas occasiones et de meis
actibus facerem certiores et desiderium vestrum, quod mihi non meo merito, sed
generali et insita vobis dilectione dependitis, alloquio temperarem, me quidem
Deo propitio fortiorem, sed heu plenum omne hospitiolum nostrum diversis in-
commodis laborare significo. Peculiarius rogo: adtentius Domino supplicetis, ut,
qui nobis incolumitatem vestris orationibus reddidistis, et his opem ac medellam
divinae misericordiae intercessionis vestrae patrocinio conferatis. Ora pro me.
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II, 36-38 129

[2] E pertanto, venendo presso di voi il mio dolcissimo nipote Partenio3, non
ho differito di spedirla per mezzo suo, per rendermi presente a voi per lettera e
per raccomandarvelo al tempo stesso4. E qualunque gesto di amore vi degnerete
di elargirgli, voi saprete che lo state offrendo a noi5. E al contempo in maniera
tutta particolare vi chiedo anche di pregare incessantemente per me e per gli stessi
pegni del nostro affetto6: non impedisca il sentimento del nostro amore la distesa
di terre frapposta tra di noi7, poiché coloro che si amano nel Signore, che è pre-
sente dovunque, non devono essere ritenuti separati col corpo, giacchè in Lui so-
no ben uniti nello spirito. Prega per me8.

37.
IL VESCOVO RURICIO
AI DOLCISSIMI NIPOTI
PARTENIO E PAPIANILLA

[1] Dopo che la Pietà Vostra1 si è separata da me, sento di essere diviso, poiché
riconosco che la maggior parte di me, cioè l’uomo interiore2, benché il corpo ri-
manga dov’è, se n’è venuta con voi3, salvo notare tuttavia che anche voi rimanete
nel mio cuore, che è rimasto qui. E così saluto la Dolcezza Vostra4 e vi esorto a ri-
cordare le mie parole, poiché certamente voi, secondo l’affermazione di Salomo-
ne, potete avanzare nelle opere buone, sotto la guida di Dio, se avete a cuore e se-
guite i consigli degli anziani5. Auguri di ogni bene6.

38.
IL VESCOVO RURICIO
AL FRATELLO VESCOVO PIETRO

[1] Poiché l’obbedienza vale più dei sacrifici1, per questo motivo preferisco
svelare la mia dozzinalità che perdere la carità2. La sapienza infatti gonfia, la ca-
rità, come voi meglio sapete, edifica3. Per la qual cosa, poiché mi avete ordinato
di informarvi in ogni occasione4 della mia attività, e di mitigare, colloquiando per
lettera, il vostro desiderio5 che versate a me non per miei meriti, ma per un gene-
rale e in voi insito amore6, vi rendo noto che, per grazia di Dio7, sto sì meglio, ma
ahimè la nostra casetta8 sta male, tutta piena com’è di vari inconvenienti9. Vi
chiedo in una maniera tutta particolare10: con speciale attenzione supplicate il Si-
gnore affinché, voi che ci avete reso la buona salute grazie alle vostre preghiere,
grazie a esse procurateci anche, col patrocinio della vostra intercessione, l’assi-
stenza e il farmaco della divina misericordia11. Prega per me12.
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130 Lettere

39.
DOMINIS SUBLIMIBUS ET MAGNIFICIS FILIIS
EUDOMIO ET MELANTHIAE
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Quam gravis mihi orbitatis vestrae sit luctus, testis est pectoris mei con-
scius Deus, quod verbis subtilitati vestrae indicare non possum. Nam ita animum
meum doloris vestri passio sauciavit, ac si unum de propriis affectibus perdidis-
sem, quia me vobis proximum et quodam modo consanguineum bene mecum
agendo fecistis. Atque ideo, quia labores et angustias nostras frequenter in vobis
pro vestra dignatione suscipitis, iustum est et nos vestris, cum acciderint, partici-
pare maeroribus. Si enim, iuxta apostoli sententiam, unius corporis membra sibi
invicem conpatiuntur et condolent, decet nos quoque eorum incommoda <…>
saepe percipimus. Dolemus itaque casui vestro et planctibus vestris interesse nos
credimus.

[2] Sed quid facimus, domni filii? quod voluntati divinae resistere nec possu-
mus nec debemus, et omni sollicitudine praecavere ne, dum dulcia nobis pignora
nimio dolore deflemus, blasphemi quidem et iniuriosi inveniamur in Domino, et
gravius animas nostras auctor ipsius mortis, inventa occasione, confodiat, quam
carorum amissione percussit. Ideoque in omni amaritudine vel dolore ad Deum
nobis est refugiendum, et ad illum omnes casus nostri toto corde referendi, qui sa-
nat vulneratos, qui relevat maestos, qui consolatur adflictos, et illa sancti Iob sen-
tentia omnino dicenda est: Dominus dedit, Dominus abstulit, sicut Domino pla-
cuit, ita factum est. Sit nomen Domini benedictum. Et ille, hoc quando dicebat,
decem filios cum omni facultate perdiderat, nec tamen blasphemare aut damno
aut dolore conpulsus est, sicut dicit scriptura: In omnibus quae acciderunt ei, nihil
peccavit labiis Iob.

[3] Quod ego pietati vestrae scribere pro mutua caritate praesumpsi, ut dolo-
rem animorum vestrorum, quem litteris meis mitigare non poteram, vel divinis
eloquiis utcumque moderarer. Et vere, si mihi quasi vestro creditis cordi, non mi-
nimum potestis capere de Christi Domini voluntate solatium, quod, quatenus in-
maturus manebat interitus, talem eum dignatus est adsumere, qualium regnum do-
cuit esse caelorum, ut et patronum haberetis ex filio, et minus doleretis amissum,
quem a Domino videbatis adsumptum. Opto bene agatis.
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II, 39 131

39.
IL VESCOVO RURICIO
AI SUBLIMI SIGNORI E MAGNIFICI FIGLI1
EUDOMIO E MELANTIA

[1] Di quanto grave sia per me il lutto che vi ha privati di vostro figlio è testi-
mone Dio, che conosce il mio cuore, perché non sono in grado di notificarlo a pa-
role2 alla vostra attenzione3. Così infatti la vostra dolorosa sofferenza ha ferito il
mio animo, come se avessi perso uno dei miei affetti4, poiché voi, facendomi del
bene, mi avete reso vostro parente, direi quasi consanguineo5. E pertanto, poiché
frequentemente, in virtù della vostra benevolenza, prendete su di voi le nostre dif-
ficoltà e le nostre angustie, è giusto che anche noi partecipiamo alla vostra affli-
zione, dal momento che vi è capitata. Se infatti, secondo le parole dell’apostolo,
le membra di un solo corpo partecipano reciprocamente alle sofferenze l’uno del-
l’altro6, è conveniente che anche noi partecipiamo alle disgrazie di coloro <…>7.
E così siamo addolorati per la vostra sventura8 e crediamo di prendere parte ai vo-
stri lamenti9.
[2] Ma che facciamo, o diletti figli? Non possiamo né dobbiamo opporre resi-
stenza alla divina volontà, ma dobbiamo badare con ogni cura che, mentre pian-
giamo con straordinario dolore i cari pegni del nostro affetto, non siamo trovati
blasfemi o ingiuriosi nei confronti del Signore, e l’Autore di questa morte, pre-
sentatasi l’occasione, non trafigga più pesantemente la nostra anima di quanto ci
ha colpiti privandoci dei nostri cari. E pertanto, in ogni amarezza della vita e nel
dolore, in Dio noi dobbiamo trovare rifugio, e a Lui tutte le nostre sventure vanno
ricondotte di tutto cuore, Lui che sana i feriti, che risolleva i tristi, che consola gli
afflitti, e assolutamente dobbiamo proferire quelle parole del santo Giobbe: Il Si-
gnore ha dato, il Signore ha tolto, come è piaciuto al Signore, così anche è stato
fatto. Sia benedetto il nome del Signore10. Ed egli, quando diceva ciò, aveva perso
i suoi dieci figli con ogni suo bene11, e tuttavia non si lasciò spingere dal danno o
dal dolore a bestemmiare, come dice la Scrittura: In tutte le sventure che gli capi-
tarono, non peccò Giobbe con le sue labbra12.
[3] Mi sono permesso di scrivere questo alla Pietà Vostra in virtù di vicendevo-
le amicizia, al fine di attenuare almeno in qualche modo con le Sacre Scritture il
dolore del vostro animo, che non avrei potuto placare con la mia lettera. E vera-
mente – se credete a me come al vostro cuore – potete cogliere un conforto non
da poco dalla volontà di Cristo: Egli si è degnato di chiamare a sé un uomo che,
nella misura in cui era atteso da una morte prematura, è stato ritenuto degno di
entrare nel regno dei cieli, affinché lo aveste come patrono da figlio, e vi addolo-
raste meno della dipartita di colui che vedevate essere stato chiamato a sé dal Si-
gnore13. Auguri di ogni bene14.
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132 Lettere

40.
DOMINO SANCTO ET APOSTOLICO
MIHIQUE IN CHRISTO DOMINO CULTU AFFECTUQUE
SPECIALIUS EXCOLENDO
PATRONO VICTORINO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Frater et conpresbyter noster Capillutus, licet apices vestros nobis non de-
tulerit in charta relegendos, tamen potius exhibuit in corde conscriptos, unde eos
nec fur auferre nec violentus eripere nec imber eluere nec vetustas possit abolire,
dum mihi fidelis admodum vestri pectoris consors et dicacissimus delator saepius
inculcat et dulcius, qualiter me et quam adsiduae dilectionis dente ruminetis, non
quod in me sit unde caritatis vestrae pascere possitis esuriem, qui solidos et num-
quam perituros cibos et accipere soliti estis et dare, sed, quando fortior esca de-
fuerit, tenuitatem nostram pro lactis poculo sorbeatis, ut desiderium pii cordis et
puri alimento innocentiae temperetis.

[2] Nec mirum est hoc tamen in vestra virtute miraculum, ut diligatis veneran-
tes vos, qui odientes amare consuestis, siquidem et ad augendam circa nos carita-
tem vestram, duo lumina nostra detinetis, Aurelianum dico atque Leontium. Pro
quorum spe et consummatione rogo ut indesinenter divinae misericordiae, sicut
vos confido facere, supplicetis, et cum illis iterum pro nobis semper oretis, quia
fiducialiter credo, quod perfectioni vestrae et illorum incipientiae, pro ipsa adhuc
teneritudine, a nutritore Domino nil negetur.

[3] Salutem itaque uberem dico pietati vestrae, quantum potest promere oris
affatus, non quantum cordis poscit affectus, et rogo ut praefatos dulcissimos sti-
mulos pectoris mei nostro nomine sospitetis, nosque, quotienscunque se opportu-
nitas porrexerit portitoris, benedictionis vestrae imbribus inrigetis. Ora pro me.

41.
RURICIUS EPISCOPUS
APOLLINARI SUO SALUTEM

[1] Affectus sublimitatis vestrae in visceribus nostris violentus exactor est, et


amori vestro me potius quam pudori meo servire conpellit, dum non considerat,
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II, 40-41 133

40.
IL VESCOVO RURICIO
AL SANTO E APOSTOLICO SIGNORE E DA ONORARSI DA PARTE MIA
IN CRISTO SIGNORE CON DEVOZIONE E AFFETTO
IN UNA MANIERA TUTTA SPECIALE IL PATRONO E VESCOVO
VITTORINO1

[1] Il nostro fratello e collega nel presbiterato Capelluto2, anche se non ci ha


portato da leggere il vostro scritto3 su un foglio, tuttavia ce l’ha mostrato meglio
vergato nel cuore4, da cui non può portarlo via un ladro né sottrarlo con la forza
un violento né la pioggia lavarlo via né il tempo cancellarlo5. Intanto il mio fede-
lissimo comproprietario del vostro cuore e puntualissimo informatore6 molto
spesso e molto piacevolmente mi mette al corrente di come e quanto frequente-
mente col dente dell’amicizia7 vi nutriate di me rimasticandomi8: non perché in
me ci sia quanto9 possa soddisfare la fame del vostro amore10 – voi che siete soli-
to assumere e offrire cibi solidi che non periscono mai –11, ma perché, quando vi
manchi un nutrimento maggiormente sostanzioso, suggete noi, bevanda leggera12,
al posto di bere una tazza di latte13, per mitigare il desiderio del vostro sincero
cuore di amico con la semplicità di questo alimento14.
[2] E tuttavia neppure questo miracolo meraviglia nella vostra virtù, cioè che
volete bene a coloro che vi riveriscono – voi che siete solito amare coloro che vi
odiano15 –, dal momento che trattenete presso di voi, per accrescere il vostro
amore nei nostri confronti, le due luci dei nostri occhi16, e cioè Aureliano e Leon-
zio17. Per la loro speranza e pienezza spirituale18 chiedo che supplichiate ininter-
rottamente la divina misericordia – come confido che voi già facciate –, e che in
secondo luogo assieme a loro sempre preghiate per me, poiché con fiducia credo
che alla vostra perfezione e al loro noviziato spirituale19 nulla sarà negato dal pre-
cettore, il Signore20, in virtù proprio della tenerezza da Lui usata fino a oggi.
[3] E così invio abbondanza di saluti21 alla Pietà Vostra22, quanto possono
esprimere le parole della mia bocca, non quanto invece richiede l’affetto del mio
cuore23, e chiedo che in nostro nome salutiate24 i predetti dolcissimi palpiti del
mio cuore25, e bagniate noi, ogni qualvolta si presenterà l’opportunità di un cor-
riere26, con la pioggia della vostra benedizione27. Prega per me28.

41.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL SUO CARO APOLLINARE

[1] L’affetto nei confronti di Vostra Altezza 1 è nel mio intimo 2 un duro
esattore3 e mi spinge a mettermi al servizio del vostro amore piuttosto che della
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134 Lettere

quo sermone, qua pagina tantum vestris imperiis obsequamur. Cogitis enim nos
auribus peritiae vestrae verbis rusticis iniuriam frequenter inferre, dum apices no-
stros saepius vultis accipere. Pareo voluntati vestrae, pareo iussioni. Malo enim
de me ipso tibi magis quam mihi credere, quia pietatis, non potestatis est, quod
iubetis.

[2] Et ideo, quae displicuerint, emendabitis procul dubio potius quam prodetis,
siquidem nihil est imperiosius caritate, cui quisque toto corde se dederit, libenter
et vincula illius inpacta patietur, et onera inlata portabit, dum praecipientis impe-
rium non invitus excipit, sed devotus exercet. Praestabit itaque divina misericor-
dia ut tumultibus temporis huius vel necessitatibus aut dilatis in perpetuum aut
parumper oppressis, citius fructus nos faciat de nostra capere praesentia, ut desi-
deria, quae incitantur affatibus, aspectibus mitigentur.

42.
DOMINO DEVINCTISSIMO
ET MIHI OMNI HONORE VENERABILI FRATRI LEONTIO
RURICIUS

[1] Gratias ago, quod et nostri curam gerere, et novitate holerum, quae libenter
habere nos nostis, nos reficere tanti habuistis, quod et consuetudini praestatis pa-
riter et amori. Ideoque redeunte puero vestro, reddo reciprocum sospitationis offi-
cium et, ut de suscepto Deo propitio officio indesinenter cogitetis, admoneo, quia
Deus non initium boni operis, sed finem requirere conprobatur, dicens: Qui perse-
veraverit usque in finem, hic salvus erit. Praestabit, ut credimus, misericordia
ipsius, ut qui paenitendi vobis animum inspirare dignatus est, ipse vobis et in au-
gendo virtutem, et in consummatione plenam tribuat pro sua miseratione remis-
sionem, qui solus potest et sanare corrupta et reparare conlapsa et delere commis-
sa et abolere praeterita, conservare praesentia et donare ventura.

43.
RURICII
AD DOMNUM CONSTANTIUM

[1] De deliciis transmissis gratias ago et, quantum indicastis, tantum me utra-
rumque avium suscepisse significo, simulque etiam per pueros ipsos, qui nobis
haec detulerunt, tergus aprunum me pietati tuae indico transmisisse, ut, dum nos
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II, 41-43 135

mia vergogna, mentre non considera soltanto con qual genere di parole e qual ge-
nere di scritto obbediamo ai vostri ordini4. Ci costringete infatti a recare frequen-
temente ingiuria alle vostre orecchie da intenditore con parole dozzinali5, mentre
volete ricevere più spesso nostri scritti6. Obbedisco alla vostra volontà, obbedisco
al vostro comando7. Preferisco infatti prestare fede, quanto al mio conto, più a te
che non a me, poiché ciò che mi comandate è indice di amicizia, non di autorità8.
[2] E pertanto senza dubbio correggerete piuttosto che diffondere quanto non
sarà di vostro gradimento9, se davvero nessun’ordine è più forte dell’amore: chi si
consegnerà a esso con tutto il cuore, volentieri sopporterà l’imposizione dei suoi
lacci e porterà i fardelli messigli sulle spalle10, mentre non accoglie contro voglia
l’ordine del padrone, ma lo esegue con zelo. E così ci concederà la divina miseri-
cordia – stornati per sempre o soffocati per un po’ i tumulti e le difficoltà di que-
st’epoca11 – di farci cogliere al più presto frutti dalla nostra presenza12, affinché
vedendoci plachiamo il desiderio suscitato dalle parole.13

42.
RURICIO
ALL’OBBLIGATISSIMO SIGNORE E VENERABILE DA PARTE MIA
CON OGNI ONORE IL FRATELLO LEONZIO1

[1] Vi rendo grazie per il fatto che avete tenuto in grande considerazione occu-
parvi di noi e ristorarci con le primizie del vostro orto, che sapete da noi essere
accettate volentieri: e questo in risposta alla consuetudine e all’amore2. E pertan-
to, al ritorno del vostro servo, rendo il reciproco dovere del saluto3, e vi esorto a
pensare ininterrottamente al dovere4 intrapreso per grazia di Dio5, poiché Dio re-
puta cosa meritevole non iniziare un’opera buona, ma portarla alla fine, quando
dice: Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo6. La sua misericordia, come
crediamo, concederà che Egli, che si è degnato di insufflare in voi lo spirito di pe-
nitenza, vi accordi, secondo la sua pietà, la remissione di tutti i peccati, perché
cresciate nella virtù7 e giungiate alla perfezione spirituale8. Egli infatti è il solo a
poter rimediare ciò che è corrotto, riparare alle cadute, cancellare ciò che si è
commesso, eliminare il passato, mantenere il presente e concedere il futuro9.

43.
LETTERA DI RURICIO
AL SIGNORE COSTANZO

[1] Rendo grazie per le delizie che mi avete mandato e vi rendo noto di aver ri-
cevuto la quantità che voi mi avete notificato di entrambe le specie di uccelli; al
tempo stesso, notifico anche di aver mandato alla Pietà Tua1, attraverso gli stessi
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136 Lettere

volatilia quae transmisisti deliciamur, tu bipede de quadrupede facto satieris.


Cuius tamen malo carne quam vita capiaris, quia qui semper de saecularibus cogi-
tat, et iugiter terrena meditatur, huic animanti scriptura divina merito conparatur,
quia de omnibus animalibus solus homo sublimis creatus est, et erectus, ut aucto-
rem suum semper caelo intentus aspiciat, non mundialia opera solo incessabiliter
defixus exerceat.

44.
AD DOMNUM AMBROSIUM EPISCOPUM
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Apostolica praecepta nos commonent ut, a quibus divina percipimus, eis
terrena praebeamus. Quod nos vel in hac dumtaxat parte servantes, pro caelesti-
bus epulis, quas nobis et sermone vivo, et patrum tractatibus ministratis, legumina
marina transmisimus, per haec nil nos habere proprium conprobantes, siquidem et
a divinis bonis sumus, quae vos tribuitis, peregrini et nos peregrina transmittimus.
Itaque quia nos a marinis caelestibus exulare et solis terrenis sedibus incubare co-
gnoscimus, a vobis specialius postulamus, ut haec aliena a nobis libenter accipe-
re, et vestra nobis dignemini frequenter inpendere. Illud sit affectionis, hoc mini-
sterii, illud doctrinae praestetur, hoc gratiae.

45.
AD DOMNUM HISPANUM
RURICII EPISCOPI

[1] Ago gratias quod dum nobis Doranoniae spolia transmittitis, pietatem ve-
stram erga me sincerissimam conprobatis, qua nos amplius quam deliciis delecta-
mur, siquidem inde esuriem corporis conpescimus, hinc cordis, inde ventri transi-
torium porrigimus pastum, hinc vero animo mansurum praebemus affectum.
Proinde tam amori quam muneri vestro gratias repensantes, reciprocis pietatem
vestram plurimum sospitamus. Et quia de nostra dignaris esse salute sollicitus,
iuxta vota pietatis vestrae me valere significo simulque deposco, ubi sanctum pa-
scha facturi sitis, me recurrentibus instruatis.
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II, 43-45 137

servi che ci hanno portato questi doni, la metà posteriore di un cinghiale. Così,
mentre noi ci deliziamo2 dei volatili che mi hai mandato3, tu ti sazi di quell’ani-
male reso bipede da quadrupede che era4. E tuttavia preferisco che tu sia accatti-
vato dalla sua carne piuttosto che dalla sua vita, poiché, chi pensa sempre agli af-
fari del mondo e ha la mente continuamente5 rivolta alle cose terrene, a ragione
viene paragonato dalla Scrittura Divina a questo animale6, poiché di tutti gli esse-
ri animati solo l’uomo è stato creato rivolto verso l’alto ed eretto7, in maniera tale
da guardare sempre il suo Creatore, proteso verso il cielo, non da compiere le
opere del mondo8, con gli occhi incessantemente inchiodati a terra9.

44.
IL VESCOVO RURICIO
AL SIGNOR VESCOVO AMBROGIO

[1] I precetti dell’apostolo ci rammentano di porgere beni terreni a coloro da


cui riceviamo beni divini1. E nel rispettare questa esortazione anche in questa oc-
casione, in cambio del banchetto celeste2 che ci imbandisci a viva voce e con le
parole dei Padri3, vi abbiamo mandato dei “frutti di mare”: attraverso questi di-
mostriamo che non abbiamo niente di nostro con cui corrispondervi e, dal mo-
mento che siamo altri rispetto ai beni divini che voi ci avete accordato, anche noi
vi mandiamo doni di altro genere4. E così, poiché noi ci rendiamo conto di essere
lontani5 dai lidi celesti6 e di giacere a fior di terra, vi domandiamo in maniera tut-
ta speciale di degnarvi di accettare volentieri da parte nostra questi doni diversi, e
di elargire a noi frequentemente i vostri. L’uno sia prova di affetto, l’altro di mini-
stero sacerdotale; l’uno di dottrina, l’altro di amicizia7.

45.
LETTERA DEL VESCOVO RURICIO
AL SIGNORE ISPANO

[1] Rendo grazie per il fatto che, mentre ci mandate le prede della Dordogna1,
dimostrate la vostra sincerissima benevolenza verso di me, che ci fa piacere più
ancora che quelle delizie2, dal momento che da un lato freniamo la fame3 del cor-
po, dall’altro quella del cuore; da un lato forniamo un pasto effimero al ventre,
dall’altro porgiamo all’animo uno stabile affetto4. Pertanto, ripagandovi con un
reciproco grazie5 tanto per l’amore quanto per il dono, inviamo molti saluti6 alla
Pietà Vostra7. E poiché ti degni di preoccuparti della nostra salute8, secondo il de-
siderio della Pietà Vostra, vi rendo noto che sto bene e al tempo stesso chiedo che
mi facciate avere vostre notizie, al ritorno dei vostri corrieri nel luogo in cui voi
celebrerete la Santa Pasqua9.
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138 Lettere

46.
RURICII EPISCOPI
AD PRESBYTERUM ALBINUM

[1] Ubi ad me communis luctus nuntii rumore pervenit, quod tamen miratus
sum, quod non hoc prius ex germanitatis vestrae relatione cognovi, ipse ad vos re-
quirendos continuo venissem, nisi me dierum horum reverentia retardasset. Has
transmisi, quibus spero, ut me excusatum habere dignemini, et filiam nostram,
quam audio se vehementer adfligere, ad vicem meam, tam ex ratione quam ex ve-
stra auctoritate consolemini, quod Dominus noster de servo suo, et quando voluit,
et quod voluit, fecit.

[2] Et ideo contra voluntatem Domini venire videbitur, cui displicet divina
praeceptio, utique divina, quia animam nostram ille solus, cum voluerit, ex corpo-
re potest educere, qui fudit in corpore. Et idcirco luctus iste nimius, qui videtur
esse pietatis, magis ex diaboli consilio quam ex pietate descendit, ut, cum dolor
consolationis inpatiens querellis suis Deum impietatis exprobrat, qui praemisit Fi-
lium per humanam conditionem, per incredulitatem animam perdat.

[3] Plangant mortui mortuos suos, quos resurrecturos esse non credunt, qui
animam cum carne aestimant interire, quibus nulla de beatitudine animae, nulla
de corporis restauratione fiducia est. Nos vero, qui spem resurrectionis habemus
in Christo, qui animas nostras, iuxta pollicitationem ipsius Domini, in sanctorum
finibus credimus conlocari, ad ipsum nos corde et orationibus conferamus et con-
solationem de ipsius promissione capiamus, quod credentes in se secum vivere
faciat nec ullus apud eum nisi infidelis mortuus iudicetur. Et ita planctus nostros,
sicut scriptura nos edocet, temperemus, dicens: Luctus sapientis septem diebus,
impii vero omnes dies vitae suae. Sicut scimus illum mortuum corpore, anima ve-
ro pro innocentia sua Deo vivere, ita nos viventes corpore, videmaus ne corde
moriamur.

47.
RURICII EPISCOPI
AD TAURENTIUM

[1] Ago gratias promptissimae in Domino devotioni, et sincerissimae erga me


caritati vestrae, quae divinae bonitatis imitatrix, dat quod a me sibi prospicit sup-
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 139

II, 46-47 139

46.
LETTERA DEL VESCOVO RURICIO
AL PRESBITERO ALBINO

[1] Quando ho appreso del comune lutto dalla voce del messaggero1 – mi sono
tuttavia meravigliato di non aver saputo di questo fatto prima, dal racconto della
Fraternità Vostra2 –, in persona sarei venuto immediatamente a trovarvi, se l’os-
servanza di questi giorni non mi avesse fatto ritardare3. Vi ho mandato questa let-
tera con la quale spero che vi degniate di ritenermi giustificato e che al mio posto,
grazie al vostro buon senso e alla vostra autorevolezza, consoliate la nostra figlia
che sento che si affligge grandemente: nostro Signore del suo servo ha fatto,
quando volle, ciò che volle4.
[2] E pertanto sembrerà andare contro la volontà del Signore colui al quale non
sono graditi i precetti divini: in ogni caso divini, poiché Lui solo, quando vorrà,
può far uscire dal corpo la nostra anima, Lui che nel corpo l’ha infusa. E di conse-
guenza un lutto così grande, che sembra essere indice di amorevolezza, deriva più
da un progetto del Diavolo che da amorevolezza: mentre il dolore che non vuole
essere consolato biasima con i suoi empi rimproveri Dio, che prima mandò il Fi-
glio nella condizione umana5, a causa dell’incredulità il medesimo lutto conduce
a perdizione l’anima6.
[3] Piangano i morti i loro morti7, non li credono destinati alla risurrezione
coloro che ritengono che l’anima muoia con la carne, e non hanno fede alcuna
nella beatitudine dell’anima8, né nella resuscitazione del corpo9. Ma noi che ab-
biamo speranza di resurrezione in Cristo, e, secondo l’assicurazione dataci dal
Signore in persona, crediamo che le nostre anime ricevono un posto nel seno dei
santi10, accostiamoci a Lui col cuore e con le preghiere, e prendiamo consolazio-
ne dalla sua promessa11: coloro che credono in Lui con Lui li farà vivere, e nes-
suno al suo cospetto verrà giudicato, se non chi sarà morto da miscredente12. E
così, come ci insegna la Scrittura, mitighiamo i nostri lamenti, dicendo: Il lutto
del saggio dura sette giorni, ma quello dell’empio tutti i giorni della sua vita13.
Come sappiamo che egli è morto nel corpo, ma l’anima, in virtù della sua inno-
cenza14, vive in Dio, così noi che siamo ancora vivi nel corpo badiamo di non
morire nel cuore15.

47.
LETTERA DEL VESCOVO RURICIO
A TAURENZIO

[1] Rendo grazie alla vostra risolutissima devozione verso il Signore e al vostro
sincerissimo amore verso di me1, il quale, a imitazione della divina bontà, mi dà
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140 Lettere

plicandum, priusquam rogetur, et nostrum praeoccupare benivolentia sua festinat


officium, dum non solum custodire, verum etiam augere in me istum sibi gestit
affectum, quem idcirco beneficiis anticipando laetificat, quia ad modicum contri-
stare formidat. Et ideo mavult offerre tacenti gratiam, quam praestare poscenti,
sciens procul dubio plus in eo esse meriti, quod spontanea benignitate defertur,
quam quod precibus indulgetur, siquidem horum unum non sine necessitate datur
necessitudini, aliud vero saepe etiam precatoris sedulae dimittitur inprobitati.

[2] Unde salve reciprocum dicens, de pietatis vestrae promissione securus,


puellam vestram in rem directis pueris vestris me consignasse significo, cui confi-
do quod, iuxta pollicitationem vestram, non solum veniam, sed etiam gratiam pro
nostra intercessione tribuatis.

48.
RURICIUS EPISCOPUS
DOMINO VENERABILI FRATRI
IOHANNI

[1] Magnus communis susceptus, quod voluntarie facere debuerat, fecit nunc
necessitate conpulsus, ut ad venerationem tuam commendaticias flagitaret et se
gratiae tuae, etsi propter neglegentiam suam de praeterito ingratus, per insinuatio-
nem nostram nunc tamen gratificandus ingereret. Cuius petitioni ideo promptius
adquievi, quia credidi, sicut et confido, vos petitioni meae libenter annuere.

[2] Unde, salutatione depensa, spero, ut ipsum pro intercessione nostra recipe-
re tanti habeatis et, quia hoc, quod debuit, reddidit, usuras illi solidorum ipsorum
non tantum pro precibus nostris, quantum pro divinis praeceptis donare digneris.
Quod pro conversatione vestra, qua vos Deo propitio per dies singulos audio pro-
ficere, sine dubitatione praestetis, quia ipsi nostis, quod ille regnum Dei laetitia et
gratulatione percipiet et in montem Domini glorificatus ascendet, qui pecuniae
suae usuram non in praesenti saeculo a proximo suo exegerit, sed a Domino ex-
spectaverit in futuro. Nec per dolosa beneficia laqueos laborantibus inicit insolu-
bilium debitorum, sed illius est fenerator et creditor, qui dicit: Date, et dabitur vo-
bis, et qua mensura mensi fueritis, ea remetietur vobis.

[3] Infidelis utique et iniquus est etiam sibi, qui hoc quod elegit concupiscen-
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II, 47-48 141

ciò che prevede che io avrò a domandargli con suppliche, prima ancora di chieder-
lo2, e con la sua benevolenza si affretta a prevenire il nostro omaggio, mentre sma-
nia non solo di custodire, ma anche di aumentare in me questo affetto. E di conse-
guenza lo allieta, anticipandogli i benefici, poiché ha paura di contristarlo anche
solo per un po’3. E pertanto preferisce fare un favore a chi tace, piuttosto che con-
cederlo a chi lo chiede, sapendo senza dubbio esserci più merito in ciò che è dona-
to da una spontanea munificenza, piuttosto che in ciò che è accordato dalle pre-
ghiere, se è vero che di questi, l’uno è offerto all’amico non senza necessità, men-
tre l’altro spesso è concesso anche all’insistente sfacciataggine del richiedente4.
[2] Quindi, inviandovi reciprocamente i miei saluti, sicuro della promessa della
Pietà Vostra5, vi rendo noto di aver consegnato la vostra serva nelle mani dei vo-
stri servi che a tal fine mi avete inviato: a lei confido che, secondo la vostra assi-
curazione, accordiate non solo il perdono, ma anche, in virtù della nostra interces-
sione, il vostro favore6.

48.
IL VESCOVO RURICIO
AL VENERABILE SIGNORE
IL FRATELLO GIOVANNI

[1] Il grande e comune cliente nostro1 ha fatto ora, spinto dalla necessità, ciò
che avrebbe dovuto fare volontariamente, cioè chiedere alla Venerazione Tua2 una
lettera di raccomandazione e imporsi all’attenzione della Grazia Tua3: anche se,
per la sua negligenza, è risultato ingrato in passato, ora tuttavia sarà riconono-
scente grazie al nostro intervento4. Pertanto ho acconsentito con ogni risolutezza
alla sua richiesta, poiché ho creduto, come anche confido, che voi avreste appro-
vato volentieri la mia richiesta5.
[2] Quindi, dopo avervi versato il saluto, spero che teniate in grande considera-
zione di accoglierlo, in virtù della nostra intercessione e, poiché ha corrisposto
ciò che ha dovuto 6, spero che vi degnate di condonargli gli interessi di quei
solidi7, non tanto per le nostre preghiere, quanto per i precetti divini. E secondo la
vostra condotta di vita religiosa8, nella quale sento che, per grazia di Dio9, ogni
giorno fate progressi, senza dubbio glielo concederete, poiché voi sapete che rice-
verà il regno di Dio in letizia ed esultanza e salirà colmo di gloria il monte del Si-
gnore colui che l’interesse del suo denaro non l’avrà esigito dal suo prossimo in
questo mondo, ma l’avrà aspettato dal Signore nel futuro10. Né attraverso ingan-
nevoli benefici getta su coloro che sono in difficoltà i lacci di debiti insolubili, ma
concede un prestito e fa credito a Colui che dice: Date e vi sarà dato; e: Con la
misura con cui misurerete, sarete misurati anche voi11.
[3] È soprattutto miscredente e ingiusto anche con se stesso chi non vuole pos-
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142 Lettere

dum, non vult habere perpetuum. Quamvis enim quicumque multa condat, multa
congreget et infinita diversis nundinationibus adquirat, mendicus de hoc mundo
descendet, nisi de rebus suis portionem suam ad aeternam beatitudinem ante prae-
miserit, dicente Domino per prophetam: Ne timueris, cum dives factus fuerit ho-
mo et cum multiplicata fuerit gloria domus eius, quia non, cum morietur, recipiet
omnia, neque simul descendet cum eo gloria domus eius. Et iterum: Dormierunt
somnum suum, et nihil invenerunt omnes divitiarum in manibus suis. Qui si beni-
gni essent animae suae, illi potius bona sua crederent, qui et idoneus fideiussor
est pauperum et largissimus redditor usurarum.

[4] Non ergo cupidus sis, carissime frater, nunc recipere in duplo, quod Domi-
nus redditurum se tibi promittit in centuplum, unde nec a tinea poteris pertimesce-
re exterminium, nec a fure formidare dispendium, quia ipse Dominus noster mu-
nerum suorum et largitor et custos est.

49.
APRUNCULO EPISCOPO
RURICIUS EPISCOPUS

[1] Exegit mutui amoris affectus ad individuam mihi sanctitatem vestram sola
ex causa litteras destinare, etiamsi non se occasio opportuna porrigeret. Unde per
hominem filii mei Leontii has ad apostolatum vestrum dedi, quibus, sospitatione
praelata, quam ex sententia Deo favente valeatis, inquiro, quia ipsi nostis incolu-
mitatem vestram nostram esse laetitiam, sperans ut, redeunte praefato, nos redda-
tis de vestris actibus, propitia divinitate, securos, quos videtis esse de prosperitate
sollicitos.

50.
RURICIUS EPISCOPUS
CERAUNIAE SALUTEM

[1] De sincerissima, qua nos pro benignitate animi tui, non pro nostris meritis
dignaris excolere in Domino, caritate confidens, securus has ad venerationem
tuam direxi, quibus in Domino ac Deo nostro salutem uberem dicens, specialiter
rogo, ut ea, quae per servum vestrum Amandum verbo speravi, si possibile est,
nobis sine dilatione praestare dignemini, quia haec res et nos relevare potest, et
vobis nullum potest afferre dispendium, quod ego pro beneficio maximo conpu-
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II, 48-50 143

sedere per sempre ciò che ha scelto come oggetto dei propri desideri. Per quanto
infatti chiunque raduni molti beni, ammassi molte ricchezze e infinite quantità di
denaro guadagni con svariati traffici, povero se ne andrà da questo mondo, se pri-
ma non avrà mandato avanti, verso l’eterna beatitudine, la sua parte delle sue so-
stanze, secondo le parole del Signore pronunciate per bocca del profeta12: Non te-
mere se un uomo diventa ricco e si moltiplica la gloria della sua casa, poiché alla
sua morte non si porterà via tutto né assieme a lui se ne andrà la gloria della sua
casa13; e ancora: Si addormentarono e nessuno si trovò tra le mani alcuna delle
sue ricchezze14. E costoro, se fossero stati benevoli nei confronti della propria
anima, avrebbero affidato piuttosto i loro beni a Colui che è valido nel garantire i
poveri15 e generosissimo nel restituire gli interessi16.
[4] Non essere dunque avido, carissimo fratello17, di ricevere indietro ora rad-
doppiato18 ciò che il Signore promette che ti restituirà centuplicato19, dove20 non
ti potrà fare paura il tarlo che distrugge21 né ti potrà spaventare il ladro che deru-
ba22, poiché nostro Signore in persona è datore e custode dei suoi doni23.

49.
IL VESCOVO RURICIO
AL VESCOVO APRUNCOLO

[1] Il sentimento di un vicendevole amore mi ha costretto a inviare all’insepa-


rabile da me Santità Vostra1 una lettera, solo per questo motivo, anche se non si
offriva l’occasione opportuna2. Per questo3, attraverso un uomo di mio figlio
Leonzio4, ho inviato all’Apostolato Vostro5 la presente, con la quale, dopo avervi
reso il saluto6, cerco di sapere dalle vostre parole come stiate7 col favore di Dio8:
infatti voi stesso sapete che la vostra buona salute è la nostra letizia, nella speran-
za che, al ritorno del predetto servo, volendolo Iddio9, informiate della vostra atti-
vità noi che, come vedete, siamo preoccupati della vostra prosperità10.

50.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA CERAUNIA

[1] Confidando nella tua sincerissima amicizia, che ti degni di coltivare nel Si-
gnore verso di noi in virtù della benevolenza del tuo animo, non dei nostri meriti1,
ho indirizzato con tranquillità alla Venerazione Tua2 questa lettera, con la quale,
inviandovi abbondanza di saluti3 nel Signore e Dio nostro, chiedo in maniera spe-
ciale che vi degnate di concederci senza indugio4, se è possibile, quanto ho atteso
oralmente attraverso il vostro servo Amando5: questa richiesta può sollevare noi
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144 Lettere

tabo. Iterum, in quo iusseritis vel usus exegerit, vicem reciprocis obsequiis re-
pensare contendam.

51.
RURICIUS EPISCOPUS
CENSORIO EPISCOPO SALUTEM.

[1] Litteras sanctitatis vestrae, etsi per occasionem, accepisse me gratulor. Non
enim interest utrum ex necessitate aut ex voluntate, dummodo inter se invicem
qui se diligunt conloquantur, et, quos corpore locorum intervalla discriminant,
animorum ac sensuum conloquia fida coniungant, quia hoc nobis generale vel
maximum virtus divinae pietatis indulsit, ut, qui nos aspectu carnali non possu-
mus contueri, spiritali cernamus obtutu. Unde redeunte gerulo litterarum has, si-
cut iniunxistis, reddere procuravi, ut et sollicitudini vestrae et mutuae caritati pa-
riter responderem.

[2] Salve itaque apostolatui vestro plurimum dependo, et hoc quod apicibus
meorum testimonio voluistis agnoscere, utrum Sindilla porcos suos, prodente Foe-
damio, perdidisset, noveritis me apud homines meos, ubi fuerunt, diligenter per-
quisisse. Sed sicut ante iam noveram, magis et istos laborem facientes ac Sindil-
lam perpessos esse, et ipsum porcos suos per perversitatem suam, dum de adversa
parte esse se iactitat, amisisse cognovi, ceterum praefatum Foedamium illi in nul-
lo culpabilem. Nam quod pertulit, nulli alii nisi sibi debet ex omnibus inputare.

[3] In qua causa, quantum ego contemplatione vestri, ut homines vestri, aut a
custodia liberarentur aut porcos vestros reciperent, laboraverim, per ipsos iam re-
ferentes, plenius potuistis agnoscere, quod propterea necesse non fuit litteris indi-
cari. Vestrum est hominem vestrum iuste ab huius calumniae obiectione defende-
re, quam eum iniuste scriptis nostris agnoscitis sustinere.

52.
RURICIUS EPISCOPUS
STEPHANO SUO SALUTEM

[1] Ita me paucissimis diebus ad cultum suum pietas vestrae sanctitatis inlexit,
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II, 50-52 145

da una preoccupazione e non arrecherà a voi alcuna spesa, perché io lo riterrò co-
me un grandissimo beneficio. Ve lo ripeto ancora: quanto a ciò che voi comande-
rete o di cui vi sarà necessità, cercherò di ripagarvi, contraccambiando a mia volta
con reciproci gesti di omaggio6.

51.
IL VECOVO RURICIO SALUTA
IL VESCOVO CENSORIO

[1] Mi rallegro di aver ricevuto la lettera della Santità Vostra1, anche se per una
causa ben precisa2. Non importa infatti se per necessità o per volontà, purché co-
loro che si amano dialoghino tra di loro e fidati dialoghi di animi e di sensi uni-
scano coloro che sono divisi col corpo dalla distanza dei luoghi, poiché questo
universale e grandissimo dono ci ha concesso la potenza della divina benevolen-
za: noi che non possiamo contemplarci con gli occhi del corpo ci vediamo con lo
sguardo dello spirito3. Quindi, al ritorno del vostro portalettere4, ho fatto in mon-
do di spedirvi questa a mia volta, come mi avete ordinato, per rispondere ugual-
mente alla vostra preoccupazione e alla vicendevole amicizia.
[2] E così verso molti saluti5 all’Apostolato Vostro6 e, quanto a ciò che avete
voluto conoscere per iscritto7 dalla testimonianza dei miei uomini, – se Sindilla8
avesse perso i suoi porci per dolo di Fedamio –9, sappiate che io ho indagato dili-
gentemente presso di loro, dove sono stati. Ma, come già sapevo prima, in più so-
no venuto a sapere che i lavoratori in persona e Sindilla sono stati i responsabili, e
che proprio lui, per errore suo, si è fatto sfuggire i suoi porci 10, mentre va
dicendo11 di essere stato completamente da un’altra parte12. E comunque il pre-
detto Fedamio non ha alcuna colpa13 nei suoi confronti. Infatti, ciò che Sindilla ha
subito, a nessun altro fra tutti deve imputarlo se non a se stesso.
[3] E a tal fine14, quanto io per riguardo vostro15 mi sia dato da fare perché i vo-
stri uomini fossero liberati dal carcere e recuperassero i vostri porci, avete potuto
conoscerlo con maggiore precisione già attraverso la loro relazione; questo pertan-
to non è stato necessario notificarvelo per lettera. È vostro compito difendere se-
condo giustizia un vostro uomo dall’imputazione16 di questa falsa accusa17: da
quanto vi ho scritto, siete a conoscenza che egli la sopporta ingiustamente18.

52.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL SUO CARO STEFANO

[1] A tal punto in pochissimi giorni l’amicizia di Vostra Santità1 mi ha sedotto


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146 Lettere

ut, cum vos Deo propitio corde detineam et oculis mentis intuear, tamen semper
affectu instigante perquiram, quia sicut breve videtur omne quod dulce est, ita
inexplebile est omne, quod carne est. Et omnipotenti Deo gratias super tam admi-
rabili dono eius, quod ita generaliter servis suis tribuere ineffabili dispensatione
dignatus est, ut ii, qui disparantur corpore, animis iungerentur; neque esset aliquid
tam longinquum tamque difficile quod non mentium obtutibus obviarit, sed per
cordis intuitum ibi se invicem diligentes caritatis contemplatione conspicerent,
ubi caritas ipsa consistit.

[2] Quo fit ut devinctio vestra, quae in visceribus meis iugi recordatione, dum
cotidie renovatur, augetur, amoris vestri mihi vicissitudinem repromittat, et ani-
mus meus mihi animorum vestrorum fideiussor adsistat, dum tantum sibi audet de
vestra dilectione praesumere, quantum vobis concupiscit inpendere.
[3] Salutem itaque beatitudini vestrae plurimam dico, et rogo incessanter com-
muni Domino supplicetis, ut secundum divitias bonitatis suae atque virtutis, cui
omnia possibilia confitemur, etsi in hoc saeculo nos propter vitae istius turbedines
ac procellas, et regionum intervalla saepius videre non possumus, vel ad illam ur-
bem quae aedificatur ut civitas, faciat convenire, ad quam nos misericordia Do-
mini poterit perferre, vos merita.

53.
RURICIUS EPISCOPUS
PRAESIDIO FILIO SALUTEM

[1] Plerique, dum me apud individuam mihi sublimitatem vestram non vitae
merito, sed amicitiarum privilegio multum posse confidunt, commendaticias a no-
bis, quibus vobis excusentur, inquirunt. Quas eis pro officii nostri necessitate ne-
gare non possumus, non praesumptionis audacia, sed ministerii disciplina, dum et
illis praesentis vitae solatium, et vobis providere desideramus aeternae, ut et illi
per patientiam vestram reserventur ad paenitentiam, et vos per misericordiam per-
veniatis ad veniam, sicut dicit scriptura: Quia iudicium sine misericordia erit illi,
qui non fecerit misericordiam, quia qui dixit: Dimittite, et dimittetur vobis, procul
dubio quem viderit hic facere quod praecepit, in futuro ei restituet quod promisit.
Vobis enim illius veritas praesto est, si illi fides nostra non desit.

[2] Unde manifestissime potestis advertere absolutionem miserorum vestrorum


esse indulgentiam peccatorum, et hoc vestris conferendum precibus, quod vos
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II, 52-53 147

a esserle devoto che, nonostante per grazia di Dio2 io vi trattenga nel mio cuore e
vi vagheggi con gli occhi della mente3, tuttavia sempre vi ricerco spinto dall’af-
fetto4, poiché, come tutto ciò che è piacevole sembra breve5, così tutto ciò che è
carne è impossibile da soddisfare. E grazie a Dio onnipotente riguardo a questo
suo dono tanto ammirabile: Egli si è degnato di concederlo ai suoi servi così dif-
fusamente, distribuendolo in maniera inesprimibile, che, coloro che sono separati
col corpo, sono uniti con l’animo, e non c’è alcun luogo tanto lontano e tanto im-
pervio da non essere raggiunto dagli occhi della mente, ma attraverso lo sguardo
del cuore, coloro che si amano si contemplano, osservandosi grazie all’amore nel
luogo in cui dimora l’amore stesso6.
[2] E per questo motivo accade che il vostro legame,7 che nel mio intimo8 è ac-
cresciuto da un costante ricordo9, mentre ogni giorno si rinnova, mi garantisce la
reciprocità del vostro amore e il mio animo mi assiste come garante10 del vostro,
mentre esso osa assegnarsi tanto del vostro affetto quanto brama di elargire a voi11.
[3] E così invio molti saluti12 alla Beatitudine Vostra13 e chiedo di supplicare
incessantemente il comune Signore per il quale confessiamo che tutto è possibile,
che, secondo l’abbondanza della sua bontà e della sua potenza14, anche se in que-
sto mondo non possiamo vederci troppo spesso a causa dei tumulti e delle tempe-
ste di questa vita15 e a causa della distanza delle località16, almeno ci faccia giun-
gere insieme a quella Città, che è costruita come città17, alla quale potrà condurre
noi la misericordia del Signore, voi i vostri meriti18.

53.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL FIGLIO PRESIDIO1

[1] Gran parte delle persone, mentre confidano che io possa molto presso la in-
divisibile da me Altezza Vostra non per meriti di vita, ma per privilegio di amici-
zia, ci chiedono lettere di raccomandazione attraverso le quali essere da voi giu-
stificati. E noi non possiamo negarle loro in virtù del nostro ufficio, non per ec-
cesso di fiducia in noi stessi, ma per regola di ministero, mentre desideriamo
provvedere loro il conforto di questa vita e a voi di quella eterna, affinché quelli,
attraverso la vostra pazienza, siano riservati alla penitenza e voi, attraverso la mi-
sericordia, giungiate al perdono, come dice la Scrittura: Poiché il giudizio sarà
senza misericordia per chi non avrà usato misericordia, poiché Colui che ha det-
to: Perdonate e vi sarà perdonato, senza dubbio restituirà in futuro ciò che ha
promesso a colui che ha visto compiere in questa vita ciò che ha ordinato. Infatti
viene in vostro soccorso la sua verità, se non viene meno la nostra fede in Lui.
[2] Quindi con la massima chiarezza potete notare che l’assoluzione concessa
ai miseri costituisce l’indulgenza dei vostri peccati, e ciò che voi concedete alle
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148 Lettere

praestatis alienis, iuxta ipsius in evangelio sententiam: Quo iudicio iudicaveritis,


iudicabitur de vobis. Ideoque pro Urso et Lupo, qui ad me, quasi vobis peculia-
rius, sicut superius dixi, caritatis iure devinctum, pro criminum suorum interces-
sione venerunt, precator accedo, ut primum Deo, deinde nobis hoc, quod commi-
serunt, donare digneris, nec nos de eorum damnatione confundas, qui se iam tum
absolutos esse, quando ad humilitatem meam deducti sunt, crediderunt.

54.
RURICIUS EPISCOPUS
RUSTICO FILIO SALUTEM

[1] Extra affectum consuetudinarium et probatum et humanitatem nobis digna-


ris inpendere, dum usibus tuis detrahis, quod nostris largiaris expensis, quia puero
vestro referente cognovi, quod piscationis in Visera pro parte vestra nobis iusse-
ras delicias ministrare. Unde salutatione depensa, gratias ago plurimas, exorans
divinam misericordiam, ut pro honore quem nobis pro ipsius timore dependitis, et
praesentium dierum vobis conferat felicitatem, et beatitudinem tribuat futurorum.

55.
RURICIUS
APRUNCULO EPISCOPO SALUTEM

[1] Sicut litteras sanctitatis vestrae per virum venerabilem Elogium cum gratu-
latione suscepi, ita has, eodem redeunte, libenter emisi. Quibus apostolatui vestro
debitum dependo sospitationis officium, simulque deposco ut pro nobis orare di-
gnemini, et id a communi Domino peculiarius postulare, ut iam tandem aliquando
in unum venire, et nos videre mereamur, ut caritas, quae secundum sententiam
dominicam in pectoribus nostris per absentiam, quod peius est, refrixit, per prae-
sentiam iterum in sopitis cineribus suscitetur, et vivis vocibus quasi nobis flatibus
veteris amoris redivivum reparetur incendium, quod more atque virtute ignis il-
lius, quem Dominus misit in terram, et spinas neglegentiae nostrae atque desidiae
vi naturae potentis exurat, et tenebras dormientis cordis inluminet.
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II, 53-55 149

preghiere altrui, sarà accordato anche alle vostre, secondo le parole del Signore
nel Vangelo: Come giudicherete, verrete giudicati. E pertanto, mi accosto a voi
per pregarvi per Orso e Lupo2, i quali vennero da me, quasi fossi obbligato nei
vostri confronti – come ho detto prima – in maniera tutta particolare dal vincolo
di amicizia, perché intercedessi per le loro scelleratezze: degnati di condonare, in
primo luogo davanti a Dio, quindi davanti a noi ciò che essi hanno commesso, e
non sconvolgerci a riguardo della condanna di coloro che, quando sono stati con-
dotti al cospetto della Mia Umiltà, hanno creduto di essere già assolti.

54.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL FIGLIO RUSTICO

[1] Oltre al consueto e provato affetto, ti degni anche di elargire a noi la tua
umanità, mentre sottrai al tuo uso ciò che generosamente spendi per noi1, poiché,
secondo quanto riferitomi dal vostro servo, ho saputo che avevate ordinato di of-
frirci da parte vostra le delizie pescate2 nel Vézère3. Quindi, dopo avervi versato
il saluto, vi rendo moltissime grazie, implorando la divina misericordia che, in
virtù dell’onore che a noi versate4 per timore di Lui5, Lo Stesso vi conceda la feli-
cità al presente e vi accordi la beatitudine6 in futuro.

55.
RURICIO SALUTA
IL VESCOVO APRUNCOLO

[1] Come ho ricevuto con esultanza la lettera della Santità Vostra1 attraverso il
Venerabile E(u)logio2, così volentieri vi ho inviata questa al ritorno del medesi-
mo. E con essa verso il dovere del saluto3 all’Apostolato Vostro4 e al tempo stesso
chiedo che vi degnate di pregare per noi e di domandare in maniera tutta speciale5
al comune Signore questo: che presto, finalmente, una volta per tutte meritiamo
di incontrarci6 e di vederci, affinché l’amicizia che, secondo le parole del Signo-
re, nei nostri cuori a causa della lontananza – che è peggio – si è raffreddata7, sia
suscitata di nuovo nel torpore della cenere dalla reciproca presenza, e l’incendio
dell’antico amore ritorni a vivere e sia rinnovato8 dalla nostra viva voce, come da
un nuovo soffio9. E questo, a somiglianza e in virtù di quel fuoco che il Signore
mandò sulla terra10, bruci le spine della nostra inerte negligenza11 travolgendole
con la sua potente natura e illumini le tenebre del cuore che dorme12.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 150

150 Lettere

56.
ITEM ALIA RURICII
AD IPSUM EPISCOPUM

[1] Adsiduitas supplicantum supplet in nobis gratiae communis officium, ut


hoc quod facere debeamus per mutuae dilectionis affectum, faciamus per externae
necessitatis imperium, dum alienae tribuimus petitioni, quod propriae debere nos
cognoscimus caritati, ut haec litterarum necessitudo esset ex voluntate necessitu-
dinis iucunda, non vero calamitate deplorantis extorta. Tamen, quia spontaneam
scribendi neglegimus gratiam, saltim praetermittere non debemus ingestam.

[2] Ideoque per fratrem et conpresbyterum nostrum Maxentium, quem nobis


frater noster epistulis ipsius commendavit, dedi, quibus sospitatione depensa,
ipsum apostolatui vestro, secundum quod postulavit, insinuo, quia illic notos et
amicos habere se dicit, qui eum beatitudini vestrae possint in praesenti plenius inti-
mare, quorum testimonio possit credi, quod adsertioni ipsius fortasse non creditur.

57.
ITEM AD IPSUM

[1] Filii nostri Ommatius et Eparchius ad me litteras plenas lacrimis et deplora-


tione miserunt, specialiter deprecantes ut apud sanctitatem vestram pro ignorantia
ipsius filii nostri Eparchii intercessor existerem, confidentes quod pro amore mu-
tuo nihil nobis negare deberetis. Idemque presbyterum nostrum Eusebiolum ad
pietatem vestram in hac causa direxi.

[2] Per quem saluto plurimum, et rogo ut praefato, sicut decet, sufficienter ad-
monito, indulgentiam errori illius dare pro nostra supplicatione dignemini, quia,
sicut in defensione peccati stulte atque infideliter perduranti culpa, donec agno-
scat reatum non debet relaxari, ita agnitio peccati debet conferre veniam confiten-
ti. Remedium est enim mali confessio non simulata delicti, nec ultioni publicae
relinquitur locus, ubi reus conscientia torquente punitur.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 151

II, 56-57 151

56.
UN’ALTRA LETTERA DI RURICIO
ALLO STESSO VESCOVO

[1] L’assiduità di chi supplica supplisce in noi il dovere della comune benevo-
lenza, cosicché ciò che dobbiamo fare spinti dal sentimento di vicendevole amo-
re, lo facciamo al comando di un’altrui necessità, mentre accordiamo alla richie-
sta di altri ciò che noi sappiamo di dovere alla nostra amicizia1. E così questo
scambio epistolare sarebbe stato piacevole, originato dalla volontà di coltivare il
nostro vincolo di amicizia, ma non strappato a forza dal pericolo di chi si
lamenta2. Tuttavia, poiché trascuriamo la spontanea benevolenza di scriverci, al-
meno non dobbiamo tralasciarla, dopo esserci imbattuti in essa3.
[2] E pertanto vi ho spedito il messaggio attraverso il nostro fratello e collega
nel presbiterato4 Massenzio5, che ci è stato raccomandato6 dal nostro fratello7 con
una sua lettera. Con la presente dunque, versato il saluto8, introduco questi nella
dimestichezza coll’Apostolato Vostro9, secondo ciò che egli ha domandato, poiché
dice che là ha conoscenti e amici che, nelle attuali circostanze10, possano presen-
tarlo più compiutamente alla Beatitudine Vostra11: sulla base della loro testimo-
nianza si può credere a ciò che forse non si crede sulla base delle sue dichiarazioni.

57.
UN’ALTRA LETTERA
ALLA STESSA PERSONA

[1] I nostri figli Ommazio ed Eparchio1 mi hanno mandato una lettera piena di
lacrime e di pianto, implorando in maniera speciale di farmi intercessore2 presso
la Santità Vostra3 per riparare all’ignoranza4 dello stesso nostro figlio Eparchio,
confidando che, in virtù del vicendevole amore, non ci dovreste negare niente.
Per questo motivo5 ho indirizzato alla Pietà Vostra6 ancora una volta il nostro pre-
sbitero Eusebiolo7.
[2] Per mezzo suo invio molti saluti8 e chiedo che, dopo aver ammonito quanto
basta il predetto figlio, come conviene, vi degnate, in virtù della nostra supplica,
di perdonare il suo errore: come infatti non si deve perdonare la colpa a chi per-
dura da stolto e miscredente9 nella difesa del proprio peccato, finché non ricono-
sca il reato, così il riconoscimento del peccato deve comportare il perdono per co-
lui che lo confessa. Infatti cura contro il male è una confessione del delitto senza
falsità, né si lascia spazio a una pubblica pena, quando il reo è punito dal rimorso
di coscienza10.
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152 Lettere

58.
ITEM ALIA
RURICII AD IPSUM

[1] Ante diem quam litteras vestrae sanctitatis acciperem, conpresbyterum


meum, sicut ipso referente poteritis agnoscere, ad germanitatem vestram in ea-
dem qua mihi scripsistis causa direxeram, ut, quia mihi non solum ipse filius no-
ster Eparchius, sed etiam frater suus flebiliter per litteras supplicarunt, apostolatui
vestro precator accederem, qui et confessione culpae et deprecatione veniae et
consanguinitatis affectu conpulsus, indulsi, quia vos mihi super hac re scripturos
esse non credidi.

[2] Sed quia humilitatem meam dignati estis, pro ea quae inter nos est Deo pro-
pitio caritate consulere, ut nobis, utrum iusta esset vestra districtio, meis potissi-
mum apicibus indicarem, sciat domnus meus quod ego factum vestrum et probo
et conlaudo et vehementer admiror, quia, dum uni indesperato per admonitionem
gladii spiritalis pro reddenda salute intulistis dolorem, multis contulistis languen-
tibus sanitatem. Multi etenim in ecclesia qui curari nequeunt verbo, sanantur
exemplo.

[3] Superest, severitatem misericordia subsequatur, ut recipiatis lenitate patris,


quem corripuistis auctoritate pontificis, et iuxta illum evangelicum, invocantes
quem nos per omnia et sequi et oportet imitari, qui filio paternae substantiae de-
coctori, et facinus confitenti non solum veniam clementer inpertiit, verum etiam
pristinam gratiam libenter indulsit, et nos condoleamus lapso, subveniamus adtri-
to, amplectamur reversum, laetemur inventum. Quod et apostolatum vestrum
propterea fecisse certus sum, ut paululum infirmantem filium excluderetis a ma-
tre, ut eum ipsi post modicum restitueretis incolumem, et eum contristaretis ad
tempus, de quo gaudere concupiscitis in aeternum.

59.
RURICIUS EPISCOPUS
FILIO SEVERO SALUTEM

[1] Neglegentiam nostram atque pigritiam dum vos excusatis, arguitis, et nos
beneficiis et officiis vestris agnoscimus debitores. Sed scio hoc sincero amore,
quo nos diligitis, facere atque perfecto, quia parum est caritati vestrae, quod nobis
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II, 58-59 153

58.
UN’ALTRA LETTERA DI RURICIO
ALLA STESSA PERSONA

[1] Prima di ricevere la lettera di Vostra Santità1, avevo indirizzato alla Frater-
nità Vostra2 il mio collega nel presbiterato3 per il medesimo motivo4 per cui mi
avete scritto, come avrete potuto venirne a conoscenza dalla sua relazione. E così,
poiché non solo nostro figlio Eparchio in persona, ma anche suo fratello in lacri-
me mi hanno supplicato per lettera, mi accosto all’Apostolato Vostro5 per pregar-
vi6: io l’ho già perdonato, spinto dalla confessione della sua colpa, dall’implora-
zione del perdono e dal legame di sangue, poiché non ho creduto che voi mi avre-
ste scritto in merito a questa questione7.
[2] Ma poiché, in virtù di quell’amicizia che per grazia di Dio8 c’e fra noi, vi
siete degnato di consultare la Mia Umiltà9, affinché vi notificassi in particolare
con un mio scritto10 se fosse giusta la vostra sanzione, sappia il mio signore che
io sottoscrivo, abbondantemente lodo e grandemente ammiro quanto da voi fat-
to11: mentre a uno non ancora del tutto perduto12 avete inflitto un dolore per resti-
tuirgli la salute, ammonendolo con la spada dello Spirito13, avete concesso a molti
malati di stare bene. E infatti molti nella Chiesa, che non si possono curare con le
parole, sono sanati dall’esempio14.
[3] Resta – la misericordia faccia seguito alla severità – che voi accogliate
nuovamente con la dolcezza di padre chi avete ripreso con l’autorità di pontefi-
ce: ci soccorra l’immagine di quel padre del Vangelo, che è opportuno da parte
nostra seguire e imitare in tutto, il quale, al figlio scialacquatore delle sostanze
paterne, ma pronto a confessare la propria malefatta, non solo impartì clemente
il perdono, ma gli concedette volentieri anche la primigenia condizione di bene-
volenza15. E allo stesso modo anche noi ci affliggiamo con chi è caduto; soccor-
riamo chi si è pentito; abbracciamo chi è tornato; facciamo festa a chi è stato ri-
trovato. E pertanto sono certo che l’Apostolato Vostro16 ha preso questa misura,
cioè di allontanare un figlio infermo dalla madre, per restituirglielo dopo poco
tempo sano e salvo, e di contristare per un certo periodo lui che bramate sia feli-
ce in eterno17.

59.
IL VESCOVO RURICIO SALUTA
IL FIGLIO SEVERO

[1] Mentre voi giustificate la nostra pigra negligenza1, indicate che noi ci rico-
nosciamo debitori per i vostri benefici e per i vostri favori2. Ma so che voi lo fate
col sincero e perfetto amore con cui ci volete bene, poiché per la vostra amicizia è
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154 Lettere

tribuitis, dum totos vos nobis et cotidie inpendere desideratis. Sed nobis satis su-
perque sufficeret benivolentia prompti animi, etiamsi adsiduitas deesset obsequii.
Unde salutatione depensa, gratias ago uberrimae pietati vestrae, quod erga me bo-
nae memoriae patris vestri non solum retinetis, sed etiam vicistis affectum.

60.
RURICIUS EPISCOPUS
FILIO STORACHIO SALUTEM

[1] Ago atque habeo uberes gratias pietati vestrae, quod nos neglegentiam fa-
mulorum nostrorum rescire fecistis, dum subvectionem congruam, quam nobis
callidus subtraxerat inimicus, benignus subministravit affectus. Quem idcirco no-
bis Dominus hoc ad tempus permisit inferre, ut et nostram patientiam per iniu-
riam, et vestram erga nos caritatem per conpatientiam conprobaret, ac sine di-
spendio facultatis nostrae vobis lucrum operis per beneficium dilectionis adferret.

61.
RURICIUS EPISCOPUS
FILIO VITTAMERO SALUTEM

[1] Familiares nos vobis facit vestra dignatio, dum hoc quod a nobis libenter
offertur, a vobis gratanter accipitur, siquidem illud munus acceptabile probatur et
dulce, quod non magnitudo insinuaverit, sed commendarit affectio. Quae res fa-
cit, ut ad persolvendum vobis spontaneae devotionis obsequium, etiam id habea-
mus in votis, quod non habemus in verbis. Itaque salutatione depensa, <…> quia
centum pira sublimitati vestrae, alia centum filiae meae destinare praesumpsi,
quae si fortasse displicuerint saporis gustu, placebunt, ut confidimus, transmitten-
tis affectu.
02testi 23 14-09-2009 16:04 Pagina 155

II, 59-61 155

poco ciò che ci accordate, mentre desiderate di elargire a noi voi stesso totalmente
e quotidianamente3. Ma a noi sarebbe sufficiente4, anzi di più ancora, la benevo-
lenza di un animo risoluto, anche in mancanza dell’assiduità dell’omaggio. Quin-
di, dopo avervi versato il saluto, rendo abbondantissime grazie alla Pietà Vostra5,
perché nei miei confronti non solo mantenete, ma avete anche superato l’affetto
di vostro padre di buona memoria.

60.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL FIGLIO STORACHIO

[1] Rendo e ascrivo abbondanza di grazie alla Pietà Vostra1, perché avete fatto
in modo che noi venissimo a conoscenza2 della negligenza dei nostri servi3, men-
tre il vostro benigno affetto ci ha procurato un valido mezzo di trasporto che l’A-
stuto Nemico4 ci aveva sottratto5. E per questo motivo il Signore ha permesso che
Egli si scagliasse contro di noi fino a oggi, per mettere alla prova, attraverso un
danno, la nostra sopportazione, e attraverso la vostra compartecipazione, la vostra
amicizia nei miei confronti6, e per arrecare a voi, senza nostre spese7, il guadagno
di un’opera buona a motivo del vostro amore.

61.
IL VESCOVO RURICIO
SALUTA IL FIGLIO VITTAMERO

[1] Vostro Onore1 ci rende di voi intimo, mentre ciò che da noi è offerto volen-
tieri, da voi è accettato con gioia, poiché è ritenuto ben accetto e gradito quel do-
no che non la grandezza ha introdotto, ma che ha raccomandato l’affetto2. E da
questa situazione consegue che, anche per sciogliere a voi l’omaggio di una spon-
tanea devozione, abbiamo nei desideri ciò che non abbiamo nelle parole3. E così,
dopo avervi versato il saluto, vi rendo noto4 che ho preso l’iniziativa di inviare
cento pere a Vostra Altezza5, e altre cento alla figlia mia6. E se per caso non vi do-
vessero piacere dopo averle assaggiate, vi piaceranno, come confidiamo, per l’af-
fetto di chi ve le ha mandate7.
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156 Lettere

62.
RURICIUS EPISCOPUS
FRATRI NAMATIO

[1] Saluto plurimum et spero ut, si secundo crastino non potueris, vel tertia fe-
ria ad nos venire digneris, quia desiderio tuae caritatis accensi, et nos dicimus
cum propheta: Anima mea sicut terra sine aqua tibi; defecit spiritus meus; ne
avertas faciem tuam. Ne moreris adventum, ut pectoris nostri, quem parvi tempo-
ris solatio suscitastis, exstinguatis incendium.

63.
RURICIUS EPISCOPUS
FILIO VITTAMERO

[1] Gratias ago dignantissimae erga me sublimitati vestrae, quod nos de actibus
atque incolumitate vestra, quos nostis Deo propitio pro amicitiarum iure sollici-
tos, facitis litterarum sedulitate securos. Unde his reciprocum reddo nobilitati ve-
strae salutationis officium, et me has de Decaniaco ad vos dedisse significo
meamque vobis favore divinitatis, quam vobis placere confido, indicans sospita-
tem praestabit Dominus, ut citius hinc regressus vestris merear obtutibus praesen-
tari, ut cuius benignitate vestra incitastis desiderium, visione sollicitetis affectum.

64.
RURICIUS EPISCOPUS
FRATRI CLARO EPISCOPO

[1] Apostolatui vestro pro ea, quam mihi non pro meis meritis, sed pro benivo-
lentia animorum vestrorum inpenditis, caritate, non dicam vicem non possum re-
pensare beneficiis, sed nec tantas gratias, quantas meremini, sermonibus explica-
re. Inpendo tamen per litteras debitum sospitationis officium, partemque pectoris
mei, in quo affectum vestri aviditate suscepi, paginae conlocutione transmitto si-
mulque deprecor, ut communi Domino supplicetis, ut citius nos faciat fructum de
nostra capere praesentia, quosque suae inspirationis instinctu conexuit, vultuum
etiam mutua visione coniungat, ut desiderium in nobis quod accendit affatus, re-
stinguat obtutus.
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II, 62-64 157

62.
IL VESCOVO RURICIO
AL FRATELLO NAMAZIO1

[1] Invio molti saluti2 e spero che, se non potrai venire da noi dopodomani, al-
meno ti degni di venire martedì, poiché, accesi dal desiderio della tua amicizia,
anche noi diciamo col profeta: La mia anima è nei tuoi confronti come terra
senz’acqua; è venuto meno il mio spirito; non nascondermi il tuo volto3. Non ri-
tardare la tua venuta, affinché estinguiate nel nostro cuore l’incendio che avete
suscitato col conforto di una breve visita4.

63.
IL VESCOVO RURICIO
AL FIGLIO VITTAMERO

[1] Rendo grazie alla verso di me benevolissima1 Altezza Vostra2, perché ci


mettete al corrente, grazie alle vostre frequenti lettere, della vostra attività e della
vostra buona salute3: sapete infatti che per grazia di Dio4 ce ne preoccupiamo, se-
condo il vincolo di amicizia5. Per questo con la presente rendo alla Nobiltà Vostra6
il reciproco dovere del saluto7 e vi rendo noto che io vi ho scritto da Dégagnac8,
notificandovi anche che, col favore di Dio, io sto bene9. E questo fatto confido che
vi faccia piacere. Il Signore mi concederà che, una volta tornato al più presto da
qui, meriti10 di comparire davanti ai vostri occhi: il nostro incontro solleciti in voi
l’affetto verso di me; la vostra benevolenza ne ha già suscitato il desiderio11.

64.
IL VESCOVO RURICIO
AL FRATELLO VESCOVO CLARO

[1] In cambio di quell’amicizia che mi elargite non in virtù dei miei meriti, ma
della benevolenza dell’animo vostro, non direi che non posso ripagare l’Apostola-
to Vostro1 contraccambiando con benefici2, ma neppure posso esprimere a parole
un grazie così grande quanto vi meritate. Elargisco tuttavia per lettera il dovuto
omaggio del saluto3 e, dialogando per iscritto4, mando la parte del mio cuore in
cui ho accolto avidamente il vostro affetto. E al tempo stesso vi prego di supplica-
re il comune Signore affinché ci faccia cogliere al più presto frutto dalla nostra
presenza5, e unisca con la reciproca visione del loro volto coloro che ha concate-
nato per impulso della sua ispirazione: così la vista estinguerà in noi il desiderio
che la parola accende6.
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158 Lettere

[2] De columnis vero gratias ago et, sicut iussistis, quia modo propter inminen-
tem hiemem vehicula illo dirigere non possum, post sanctum Pascha, propitia di-
vinitate, transmittam. De minoribus vero, sicut verbo mandastis, si inveniri pos-
sunt, mihi vel decem necessarias esse significo. Sed si Dominus prospera univer-
sa concesserit, antequam vehicula dirigam, ad vos hominem destinabo.

65.
RURICIUS EPISCOPUS
FRATRI VOLUSIANO EPISCOPO

[1] Ita quod peius est, caritatem antiquam et insitam nobis partim, quoniam
confitendum est neglegentia nostra, partim necessitate temporis, partim corporis
infirmitate faciente, longa delevit oblivio, ut penitus inmemores nostri facti non
solum vos nullis officiis mutuis, sed nec litteris requiramus. Miror nobilitatem
tuam quasi filium ad me litteras destinare, cum sine ullo respectu religionis aut
propinquitatis tibi iniuriae nostrae sic placeant, ut eas vindicare non velis.

[2] Unde, nisi existimationem personae meae aut officii cogitassem, portitorem
litterarum tuarum talem ad te remiseram, quales homines meos non matrona ve-
stra, sed domina procax et effrenata nimium perduxit, cuius mores, si tu tanto
tempore cum famae tuae diminutione aut voluntarie aut necessitate supportas,
alios noveris nec velle ferre nec esse contentos. Nam quod scribis te metu ho-
stium hebetem factum, timere hostem non debet extraneum, qui consuevit susti-
nere domesticum.
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II, 64-65 159

[2] Per di più vi rendo grazie per le colonne7 e, poiché ora, a causa dell’immi-
nente inverno, non posso indirizzare là8 dei mezzi di trasporto come mi avete or-
dinato, ve li manderò per grazia di Dio dopo la santa Pasqua9. Quanto invece alle
colonne più piccole, come mi avete detto a parole, nel caso in cui se ne possono
trovare, vi rendo noto che me ne sono necessarie almeno dieci. Ma se il Signore
concederà che tutto vada bene, prima di indirizzarvi i mezzi di trasporto, vi in-
vierò uno dei miei uomini.

65.
IL VESCOVO RURICIO
AL FRATELLO VESCOVO VOLUSIANO

[1] Il lungo oblio, in parte causato – poiché bisogna confessarlo – dalla nostra
negligenza, in parte dal momento critico, in parte dall’infermità fisica1, a tal pun-
to ha cancellato – che è peggio – l’antica e in noi insita amicizia2, che, divenuti
pressoché dimentichi di noi stessi, non solo non avvertiamo la mancanza del vo-
stro vicendevole omaggio, ma neppure di una vostra lettera3. Mi stupisco che la
Nobiltà Tua4 invii a me una lettera come a un figlio, dal momento che, senza con-
siderazione alcuna per il mio stato ecclesiastico e5 per i rapporti di prossimità, gli
oltraggi da me subiti ti stanno così bene che non vuoi porvi rimedio.
[2] Pertanto, se non avessi avuto in grande stima la mia persona e6 il mio uffi-
cio, avrei rimandato a te il tuo portalettere nelle medesime condizioni in cui non
vostra moglie, ma la vostra padrona straordinariamente insolente e scatenata ha
ridotto i miei uomini. E se tu da tanto tempo, con diminuzione della tua fama,
sopporti i suoi modi o volontariamente o per necessità, sappi che gli altri non vo-
gliono né sono contenti di fare altrettanto7! Infatti, riguardo al fatto che scrivi che
la paura dei nemici ti ha inebetito, non deve temere il nemico di fuori chi è abi-
tuato ad affrontarne uno in casa propria8.
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Commento

1, 1
1Patronus è titolo onorifico sempre riferito a vescovi o al papa, utilizzato con particolare
frequenza nell’epistolografia tardoantica. Come ben sottolinea ENGELBRECHT 1892, p. 82 «Pa-
tronus ist die Bezeichnung der Bischöfe, die von Laien auch mit pater angeredet werden. Nur
ausnahmsweise werden ältere Personen überhaupt mit pater tituliert» (vd. anche O’BRIEN 1930,
pp. 85-86). Questo titolo, che vanta un ampio uso in età classica, mette altresì in luce uno dei
ruoli cui il vescovo è chiamato nella città tardoantica, almeno a partire dalla seconda metà del
IV secolo, e soprattutto nei secoli V-VI: con il progressivo collasso dell’istituzione imperiale
nella pars Occidentis, e soprattutto dopo il 476, l’episcopus assurge a difensore del popolo a li-
vello non soltanto spirituale, ma anche civile (processi, arbitrati, donativi, riscatto dei prigio-
nieri, attività diplomatica, ecc.). Pertanto l’appellativo rivela molto di più del suo uso formula-
re, collocandosi in rapporto di continuità e innovazione col patronato classico. In modo partico-
lare, nella Gallia invasa dai barbari, l’episcopus - patronus vide la convergenza di due tensioni:
per gli aristocratici gallo-romani (i cosiddetti senatores, su cui vd. la classica monografia di
STROHEKER 1948, oltre al ben documentato GILLIARD 1979, pp. 685-697, soprattutto per quanto
riguarda il VI secolo) fu il modo per continuare a mantenere il prestigio politico-sociale di cui
avevano goduto sotto l’impero; al tempo stesso il popolo, nell’incoraggiare l’ascesa all’episco-
pato di persone influenti anche politicamente (vd. Ambrogio a Milano, Sidonio Apollinare a
Clermont, ecc.), vedeva garantiti i propri diritti dai nuovi patroni. «Ma nella conquista delle al-
te cariche ecclesiastiche, un numero maggiore di senatori era sinceramente animato dall’antico
ideale dell’ordo, rimodellato dal cristianesimo e adattato ai nuovi tempi. L’esercizio della fun-
zione episcopale è il modo migliore che a essi si offra per mettere ancora in pratica tale ideale:
esso dà loro la possibilità di dedicarsi alla causa pubblica, ponendo al servizio delle comunità
ecclesiali i doni e le facoltà, alimentati con l’educazione familiare, che un tempo i loro avi di-
spiegavano al servizio della res publica» (L. PIETRI 1986, p. 320; vd. anche HEINZELMANN
1976, pp. 185-232, in partic. pp. 211-232). Così il vescovo – patrono si trova a dover fronteg-
giare le esigenze di quelli che la predicazione cristiana definisce “poveri”, categoria quest’ulti-
ma che, come ben ha mostrato il recente BROWN 2003, in partic. pp. 3-109, comprende non solo
i tenuiores, gli humiliores, ma anche le classi medie e tutti coloro che in qualche modo si affi-
dano a un potente per trovare aiuto, protezione, sicurezza. Cura dei poveri e patronato troveran-
no singolare convergenza nell’episcopalis audientia, il tribunale del vescovo, con facoltà di de-
cidere e giudicare sulle cause civili (vd. infra 2, 12 n. 14). Su questi argomenti, vd. GAUDEMET
1967, pp. 694-696; HEINZELMANN 1976; GASSMANN 1977; SALLER 1982; L. PIETRI 1986, pp.
307-323, in partic. pp. 318-323; RODA 1993, pp. 643-674; LEPELLEY 1998, pp. 17-33; CRACCO
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162 Commento

RUGGINI 1999, pp. 175-186; RAPP 2000, pp. 379-399; una sintesi delle funzioni a cui il vescovo
è chiamato sotto i dominatori barbari in MATHISEN 1993, pp. 89-104; con particolare riferimen-
to alla Gallia, vd. CONSOLINO 1979, pp. 3-22; in partic. sulla figura del “vescovo senatore” vd.
pp. 89-116; BEAUJARD 1996, pp. 127-145; BARCELLONA 1997, pp. 777-802; in generale sulle
élites e le loro trasformazioni in età tardoantica, vd. i recenti BROWN 2000, pp. 321-346; SALZ-
MAN 2000, pp. 347-362 e la raccolta di Atti a cura di LIZZI TESTA 2006. Accanto all’impegno pa-
storale del vescovo, vale la pena notare, solo tangenzialmente in questa sede, come un’altra ri-
sposta ai “luttuosi tempi”, da parte per lo più della classe aristocratica, sia quella della cella
monastica: il fiorire dell’asceterio lerinese è indice infatti del connubio tra desiderio di perfe-
zione e lealismo verso la Romanitas nello scenario delle transmigrationes populorum di V se-
colo (tra la vastissima bibliografia in merito, vd. almeno COURCELLE 1968, pp. 379-409; PRICO-
CO 1978; WES 1992, pp. 252-263; VOGÜÉ 1993, pp. 5-53).
2 Vd. RURIC., epist. 1, 16, 1, in cui l’autore si rivolge all’amico Sidonio Apollinare con la

medesima formula, secondo una consuetudine dello stile epistolare di Ruricio. Nel caso presen-
te l’autore sembra aver presente l’incipit di AUG., c. Pelag. 1, 1, 1: Noveram te quidem fama
celeberrima praedicante et frequentissimis atque veracissimis nuntiis quanta esses Dei gratia
plenus acceperam, beatissime atque venerande papa Bonifaci. Similmente cfr. AUG., epist.
150, 1: […] per hoc ubique fama celeberrima praedicat. Da quanto emerge dal testo, Fausto e
Ruricio non si erano ancora incontrati di persona.
3 L’appellativo beatus/beatissimus per indicare una persona rivestita di una qualche autorità

risale all’uso civile di chiamare così gli imperatori, almeno a partire dall’epoca post-costanti-
niana. I cesari e gli augusti infatti venivano epitetati come beatissimi. Cfr. p. es. PANEG. LAT. 4,
5, 5: Igitur, ut facitis, beatissimi Caesares, per omnes paternarum laudum vias ite secuti; 38, 6:
[…] ut Constantinum conservatorem suum, ut beatissimos Caesares videat…; 7, 14, 7: […]
rursus hic socer, rursus hic gener est, ut beatissimus imperator semper ex tua subole nepotibus
augeatur; SIDON., epist. 2, 13, 4: [Petronium Maximum] profecto invenies hominem beatiorem
prius fuisse quam beatissimus nominaretur. Nel lessico degli scrittori cristiani, beatissimi di-
ventano invece coloro che sono investiti della dignità ecclesiastica, come monaci, sacerdoti, ve-
scovi, e soprattutto il romano pontefice. Cfr. HIER., epist. 36, 1: Beatissimo papae Damaso;
141, 1: Domino sancto ac beatissimo papae Augustino; AUG., c. Pelag. 1, 1, 1: Beatissime at-
que venerande papa; SIDON., epist. 6, 12, 1: Te ista sententia quam maxume, papa beatissime,
petit. Altre informazioni in O’BRIEN 1930, pp. 91-92; BASTIAENSEN 1964, pp. 27-28. 40-41.
4 Sacerdos è termine comune per identificare sia un semplice sacerdote che il vescovo. Del

vescovo il sostantivo sacerdos esprime in maniera particolare il carattere di sommo sacerdote.


«Le térme technique episcopus fera place non seulement à sacerdos, qui était très usuel chez le
chrétiens des premiers siècles, mais aussi à pontifex et à antistes, toutes deux expressions très
romaines et très officielles» (MOHRMANN II, pp. 104-105). L’aggettivo beatissimus contribuisce
a identificare nel sacerdos di cui sopra la figura del vescovo, in questo caso Fausto di Riez. La
locuzione domine mi venerande ac beatissime sacerdos è un evidente debito di CASSIAN., c. Ne-
st. 1, 5, 2: […] o domini mei venerandi et beatissimi sacerdotes (scil: ad episcopos Gallicanos),
locus a cui attinge chiaramente anche nella lettera successiva (vd. epist. 1, 2, 1). Dal canto suo,
Cassiano riporta pressoché alla lettera l’incipit del Libellus emendationis di Leporio.
5 L’utilizzo del verbo dignor + inf. è molto frequente in età tardoantica, specie nell’epistolo-

grafia, ed è stilema proprio del linguaggio cancelleresco, come formula di deferenza e di corte-
sia. Nell’epistola in esame, l’uso di dignari suona pertanto una chiara protesta di umiltà e di de-
vozione da parte dello scrivente nei confronti del patronus episcopus.
6 Questo stilema ricorre con molta frequenza nella letteratura cristiana, soprattutto nell’epi-
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stolografia. Esprime icasticamente il desiderio di vedere l’interlocutore, benché assente. Al


tempo stesso consente a chi scrive di rivolgersi a lui come se realmente lo vedesse, quasi prae-
sens (vd. CUGUSI 1983, pp. 73-74; CORBINELLI 2008, in partic. pp. 31-36). Questo atteggiamen-
to dello scrivente nei confronti del destinatario lo si incontra tuttavia già nell’epistolografia pa-
gana, sia greca che latina. Cfr. p. es. DEMETR., Eloc. 223: jArtevmwn me;n ou\n oJ ta;" jAristotev-
lou" ajnagravya" ejpistolav" fhsin, o{ti dei` ejjn tw`/ aujtw`/ trovpw/ diavlogovn te gravfein kai;
ejpistolav": ei\nai ga;r th;n ejpistolh;n oi\on to; e{teron mevro" tou` dialovgou; CIC., Phil. 2, 7:
Quid est aliud tollere ex vita vitae societatem, tollere amicorum conloquia absentium (scil. epi-
stulae); SEN. epist. 67, 2: Si quando intervenerunt epistulae tuae, tecum esse mihi videor et sic
adficior animo tamquam tibi non rescribam, sed respondeam; IUL. VICT., rhet. p. 106, 16: Lepi-
dum est nonnumquam quasi praesentem alloqui. Similmente cfr. AMBR., epist. 7, 37, 4: Interlu-
damus epistulis, quorum eiusmodi usus est, ut disiuncti locorum intervallis affectu adhaerea-
mus, in quibus inter absentes imago refulget praesentiae et collocutio scripta separatos copu-
lat, in quibus etiam cum amico miscemus animum et mentem ei nostram infundimus (parimenti
vd. epist. 66, 1); HIER., epist. 29, 1: Epistolare officium est [...] quodammodo absentes inter se
praesentes fieri. Per quanto concerne lo stilema in questione, cfr. CYPR., epist. 20, 1: Absens ta-
men corpore nec spiritu nec actu nec monitis meis defui; 58, 4, 1: Ubicumque in illis diebus
unusquisque fratrum fuerit a grege, interim ac necessitate temporis, corpore non spiritu, sepa-
ratus; 76, 1,1: Sed quomodo possum repraesento me vobis et ad vos etiamsi corpore et gressu
venire non datur, dilectione tamen et spiritu venio. Quindi cfr. PAUL. NOL., epist. 13, 2: Et si me
vicissim intueris animo [...] Hanc de te invicem gratiam quaeso merear, ut tu quoque me inte-
rioribus videns oculis tamquam adstantem comminus et coram loquentem; 45, 1: [...] quasi col-
lyrio declarationis infuso oculis mentis meae purius video. Similmente cfr. FAUST. REI., epist.
10 p. 215, 23-24: [...] per cordis intuitum inde se invicem cari gratia intercurrente
conspicerent, in cui il vescovo di Riez elargisce consigli a Ruricio circa la conduzione della vi-
ta ascetica. Già Platone (resp. 533 D) ricorre alla metafora to; th`" yuch`" o[mma; usi traslati
connessi a parti del corpo si trovano già nella Sacra Scrittura: praeputium cordis (Dt 10, 16),
lumbi mentis (1Pt 1, 13), ecc. Queste “metafore corporali” si diffonderanno abbondantemente
presso gli autori cristiani, per i quali vd. CURTIUS 1992, pp. 156-158; in partic., sugli “occhi del
cuore”, si nota come «la funzione visiva dell’organo reale viene trasferita al patrimonio delle
conoscenze spirituali. A sensi esterni si associano sensi interiori» (CURTIUS 1992, p. 157). Una
buona sintesi sugli stilemi epistolari in GARZYA 1983, pp. 113-148; sul genere epistolografico e
le sue caratteristiche, vd. SYKUTRIS, s. v. Epistolographie, in RE suppl. V, coll. 186-220; THRAE-
DE 1970; SCARPAT 1972, pp. 473-512; MÜLLER 1980, pp. 138-157; MARCOS CASQUERO 1983,
pp. 377-406; CUGUSI 1983, pp. 73-104; ID. 1985, pp. 115-139; ZELZER 1997, pp. 321-353;
GIANNARELLI 2003, pp. 33-52; PETRUCCI 2005, pp. 57-79; SCHRÖDER 2007, pp. 136-166; CORBI-
NELLI 2008, pp. 21-85; per lo stilema in esame, vd. THRAEDE 1970, p. 121.
7 La presente lettera, prima dell’epistolario, è al tempo stesso una delle più antiche del me-

desimo. Emerge infatti – come anche nella successiva – il fatto che Ruricio è ancora saecularis
e tuttavia l’anelito al cambiamento di vita si fa più impellente. Si affida così a Fausto come a un
patronus spirituale, nella fiducia che egli abbia a guidarlo a un reale mutamento di rotta esi-
stenziale. Come anche in epist. 1, 2, l’aspirante conversus si dichiara malato e bisognoso di cu-
re da parte del patronus, che funge da medico dell’anima (vd. le varie nn. ad loc.). In questo
senso vale la pena notare come le topiche affermazioni di modestia e di humilitas evolvano, pur
senza scomparire nel loro usus tradizionale, nella dichiarazione cristiana del peccatum persona-
le: l’autore non si limita pertanto a riconoscere la propria inadeguatezza stilistica, ma vi ag-
giunge la confessione della sua indegnità morale a motivo della sarcina peccatorum. «Il percor-
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164 Commento

so religioso si andava connotando come una risposta spontanea e risolutiva alle difficoltà del
presente, un modo per liberarsi di esso, almeno temporaneamente, e assumere i requisiti nuovi
per potersene poi, in qualche modo, riappropriare» (BARCELLONA 2006, p. 149). Sul ruolo di
patronus spirituale di Fausto nei confronti di Ruricio, vd. in sintesi BARCELLONA 2006, pp. 18-
20. 148-151. Verisimilmente Mathisen assegna le prime due epistole agli anni 475-477. La pre-
sente sembra essere stata scritta prima dell’esilio di Fausto (477-485) voluto dal re visigoto Eu-
rico, e quindi anche del suo soggiorno presso Ruricio. Della conversio ascetica di Ruricio trat-
tano anche le lettere 8-10 di Fausto. In particolare, Fausto consiglia a Ruricio l’ingresso in mo-
nastero – probabilmente Lérins –, dove è più facile coltivare l’ideale ascetico rispetto al mon-
do: Primum revera bonum esset, ut Christi famulus Christi pauperis vias ex toto pauper stude-
ret incedere, si perfectam magni alicuius monasterii scholam vel certe insulanam angelicae
congregationis militiam liceret expetere. Nam in medio saeculi institutionem eremiticam pro-
ferre quanta magnanimitas, tanta est difficultas (epist. 8 p. 210, 3-8). Tuttavia Ruricio sceglierà
la conversio nel secolo.
8 Cfr. Ps 54, 7: Quis dabit mihi pennas sicut columbae et volabo et requiescam? Il tema del-

le ali, connesso con quello della lontananza, è un topos dell’epistolografia tardoantica, sia greca
che latina. Cfr. GREG. NAZ., epist. 42, 1: Tiv" dwvsei moi ptevruga" wJsei; peristera`"; h] pw`"
ajnakainisqh`/ mou to; gh`ra", w{ste me dunhqh`nai diabh`nai pro;" th;n uJmetevran kai; tovn te
povqon, o}n e[cw ejf j uJmi`n, ajnapau`sai kai; ta; luphra; th`" yuch`" dihghvsasqai kai; di juJmw`n
euJrevsqai tina; paramuqivan tw`n qlivyewn; HIER., epist. 71, 1: Nec opinanti mihi subito litte-
rae tuae redditae sunt, quae quanto insperatae tanto gaudiorum plenae quiescentem animam
suscitarunt, ut statim amore conplecterer quem oculis ignorabam, et illud mecum tacitus mussi-
tarem: «quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo et requiescam», ut inveniam quem
quaerit anima mea? A tal proposito, vd. GARZYA 1983, p. 124 n. 29.
9 Cfr. Ps 90, 3: Quoniam ipse liberavit me de laqueo venantium et a verbo aspero.
10 In epoca tardoantica participi quali consistens, constitutus, positus, conpositus hanno af-

fievolito molto il loro significato, assumendo spesso il valore di participio presente di esse: vd.
BLAISE 1955, p. 194; NORBERG 20053, p. 27.
11 Comune nell’epistolografia tardoantica l’alternanza dell’uso di tu / vos nell’ambito di una

stessa lettera. A tal fine, vd. RIMINI 1912, pp. 587-588; BLAISE 1955, pp. 112-113; HAVERLING
1995, pp. 337-353; NORBERG 20053, pp. 26-27; GIOANNI 2006, pp. xlii-xlv.
12 Accanto all’immagine del “cibo spirituale” (per cui vd. infra 1, 6 n. 10), vi è quella della

“sete dello spirito”, anch’essa altrettanto antica e presente nella letteratura precristiana. L’atto
di abbeverarsi col significato di “apprendere la Torah” è presente già nell’insegnamento rabbi-
nico; di acqua, a livello metaforico, parla Gesù, dialogando con la samaritana, in Ioh 4, 13-14:
[…] qui autem biberit ex aqua quam ego dabo ei non sitiet in aeternum; sed aqua quam dabo
ei fiet in eo fons aquae salientis in vitam aeternam; di “latte spirituale” vengono alimentati i
neobattezzati, secondo 1Cor 3, 2; 1Pt 2, 2; talora vengono unite entrambe le immagini, come in
Mt 5, 6: Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur; Ioh 6, 35: […] ego
sum panis vitae: qui veniet ad me non esuriet, et qui credit in me non sitiet umquam. La me-
tafora tornerà più volte negli autori cristiani, con molteplici variazioni e sfaccettature (vd. CUR-
TIUS 1992, pp. 154-156). A fronte della consueta immagine della sete spirituale o intellettuale,
Ennodio propone l’ossimoro del fiume che non disseta, ma alimenta l’arsura (vd. Sir 24, 29),
metafora del fluire poetico che sempre rinnova il desiderio in chi vi si accosta. Cfr. carm. 1, 7,
1-4 (= 26V): Fluminis in medio succendis viscera, Fauste, / cuius alit magnam carminis unda
sitim. / Quis ferat ardorem laticum, flammasque fluentis / cognatas sicco sorbeat ore potans (su
quest’ultimo locus, vd. VANDONE 2004, pp. 21-25. 66).
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I, 1 165

13 Delle tante opere attribuite a Fausto da Gennadio di Marsiglia (vir. ill. 85), a noi sono

giunte soltanto il De Spiritu Sancto, contro l’eresia ariana e macedoniana, e i due libri del De
gratia, in polemica con la dottrina di Pelagio, ma anche degli agostinisti estremi. Entrambe le
opere potrebbero essere già note a Ruricio, essendo state scritte dopo il 470 circa. Possediamo
inoltre il corpus epistolare di dodici lettere (di cui cinque a Ruricio e due scritte da Lucido e da
Paolino) e alcuni sermoni confluiti nella raccolta pseudo-eusebiana. Circa la figura di Fausto e
l’influenza che ebbe nella Gallia del V secolo, tra gli ormai numerosi studi si rimanda al classi-
co studio storico-culturale di WEIGEL 1938, e alla recente monografia di BARCELLONA 2006, con
ampia bibliografia (pp. 169-175).
14 Praesens è usato qui con valore avverbiale di praesenti, secondo una tendenza al metapla-

smo comune nel latino tardo anche ad altri sostantivi (sequens – sequenti). A tal proposito vd.
LÖFSTEDT Coniect., pp. 21-24.
15 L’uso dell’avverbio di luogo unde al posto di un complemento di moto da luogo a quo, ex

quo, è già presente in CIC., de orat. 1, 67: […] De ea multo dicat ornatius quam ille ipse unde
cognovit; Ac. 2, 100: […] quia sciret quam nigram esse unde illa (scil. nix) concreta esset. A tal
proposito, vd. LHS II pp. 208-209.
16 Il proferre pabula di cui parla Ruricio è in metafora assimilabile a un’opera di disbosca-

mento, attraverso la quale, sfrondati gli intricati alberi della “foresta della Sacre Scritture”, è
possibile far emergere chiaramente il contenuto. Fuori di metafora è questa l’opera dell’inter-
prete, che è in grado di leggere oltre la difficoltà della lettera, per comprendere e svelare il sen-
so pieno della Scrittura. Così infatti già EUCHER., form. 3 p. 18, ll. 1-2: Condensa opaca vel
contecta scripturae divinae; in psalmo: et revelavit condensa.
17 Il vocabolo pone alcuni problemi di ordine lessicologico e grammaticale. Infatti

condensa, considerando il costrutto preposizionale, sembra essere un sostantivo femminile. Ciò


risulterebbe un hapax assoluto nella letteratura latina. Oppure il sostantivo potrebbe essere –
come di fatto generalmente è in epoca tardoantica – un neutro plurale sostantivato. Del resto
già nelle iscrizioni pompeiane troviamo confusione circa la reggenza casuale delle preposizio-
ni. In modo particolare l’accusativo si avvia a divenire pressoché l’unico caso preposizionale,
fungendo altresì da catalizzatore per l’evoluzione delle antiche desinenze in un unico caso obli-
quo (régime). Su questo aspetto vd. VÄÄNÄNEN 20034, pp. 198-199. 203-206. Non ci risultano
di maggiore aiuto loci similes, come p. es. Ps 28, 9: Vox Domini praeparantis cervos et revela-
bit condensa et in templo eius omnis dicet gloriam; Is 10, 34: Et subvertentur condensa saltus
ferro et Libanus cum excelsis cadet; AMBR., epist. 14, 67: […] doloribus afflicti in solitudinibus
errabant inter alta et condensa montium, invia rupium, speluncarum horrida, fovearum
vadosa; probabile l’influsso di EUCHER., form. praef. p. 6, 7-8: Oremus itaque Dominum, ut re-
velet condensa scripturarum suarum (vd. anche supra n. 16). Dal punto di vista lessicale, il vo-
cabolo condensum viene spiegato dai glossari come drumov" (GLOSS. II 281, 12), frondosum (IV
44, 15), nemorosum, conspissum (V 447, 6), spississimum, conspissum (V 447, 6); altrettanto
condensa è interpretato come dasei`a, suvndendro" (GLOSS. III 428, 7), secreta (IV 222, 13),
spissa (V 521, 5), frondosa silvae (V 447, 5). Esso è composto da cum, con valore intensivo e
da densum “spesso”, “intricato”. Sulla base di quanto premesso, con ENGELBRECHT 1892, pp.
93-94 non ritengo necessaria la proposta di Petschenig di postulare la caduta di silva (de con-
densa scripturarum <silva>), mentre, pur accettando il textus receptus, «man wird also wahr-
scheinlich de condenso scripturarum zu schreiben haben» (ENGELBRECHT 1892, p. 94).
18 Cfr. RURIC., epist. 2, 9, 3: […] et igniculo caritatis accenditur; 26, 2: […] caritatis ignicu-

lum scintillis suis inter oblivionis favillas utcumque relucentem nonnumquam. La mutua
caritas, anima di ogni lettera, è descritta con la diffusa immagine del fuoco, per cui vd. p. es.
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166 Commento

AMBR., in psalm. 118 serm. 13, 2 (ignis caritatis); AUG., civ. 10, 3; 18, 32 (fervor caritatis); in
psalm. 3, 9 (ardor caritatis); OROS., apol. 31, 5 (calor caritatis); BENED., reg. 66, 4 (fervor ca-
ritatis); et alii.
19 Cfr. CASSIAN., conl. 24, 26, 18: […] tepida eloquii nostri favilla; c. Nest. 5, 1, 2: […] su-

scitans cineres in veteribus favillis novum movit incendium; quanto all’immagine della vivax
flamma, cfr. SEN., Med. 826: Et vivacis fulgura flammae; PRUD., cath. 5, 17: Vivax flamma
viget; HIER., in Nah. 3, 13-17 l. 505: […] vivax te postea flamma consumet.
20 Si noti il gioco parafonico in pectore peccatoris.
21 Tricolon con sonorità, di cui i primi due membri sono paralleli, mentre il secondo e il ter-

zo (con ampliamento) costituiscono un chiasmo. Quanto all’antitheton, cfr. p. es. HIER., epist.
52, 3: Quae est igitur ista Somanitis uxor et virgo tam fervens, ut frigidum calefaceret, tam
sancta, ut calentem ad libidinem non provocaret?; PETR. CHRYS., serm. 164, 4: […] ut possint
(scil. Apostoli) umecta siccare, sicca infundere, decoquere cruda, frigida calefacere, accendere
extincta, conburere noxia; cfr. anche Ex 14, 20: Stetit inter castra Aegyptiorum et castra Israhel
et erat nubes tenebrosa et inluminans noctem ut ad se invicem toto noctis tempore accedere non
valerent; 2Sm 29: Quia tu lucerna mea Domine et Domine inluminabis tenebras meas; ecc. In-
fine, vd. infra epist. 2, 55, 1.
22 Doctor viene spesso usato in epoca tardoantica in relazione con sacerdos o episcopus. Già

in 1Tim 3, 2 si trovano affiancati i termini doctor ed episcopus, di cui il primo qualifica il se-
condo: Oportet ergo episcopum inreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium pruden-
tem, ornatum hospitalem, doctorem. Quindi cfr. p. es. OROS., hist. 7, 19, 2: Qui [...] et Mameae
matris eius familiam persecutionem in sacerdotes et clericos, id est doctores, vel praecipue
propter Origenem presbyterum miserat; PRUD., perist. 6, 37: «Tu, qui doctor» ait «seris novel-
lum» (riferito al vescovo Fruttuoso).
23 Ps 62, 9.
24 Sap 9, 15.
25 Cfr. 4Rg 19, 16; Ps 16, 6; 30, 3; 44, 11; 70, 2; Dn 9, 18.
26 Cfr. Gn 12, 1: Dixit autem Dominus ad Abram: «Egredere de terra tua et de domo tua et

de cognatione tua et de domo patris tui in terram quam monstrabo tibi»; HIL. AREL., vita Hono-
rat. 12: […] exeunt de terra et de domo et de cognatione sua. Il riferimento a Gn 12, 1, come
ben ha mostrato PRICOCO 1992a, pp. 119-131, ricorre frequentemente nella prima letteratura
monastica, a indicare la scelta di intraprendere la vita religiosa. Similmente, vd. epist. 9, in cui,
dopo aver fatto cenno all’avvenuta conversio “nel secolo” di Ruricio, identifica la moglie Iberia
coll’appellativo di Sarra (epist. 9 p. 215, 4), quasi a rimanere nell’ambito del medesimo milieu
biblico (vd. anche FAUST. REI., epist. 10 p. 216, 15-16). Questo aspetto ho discusso e argomen-
tato anche in NERI 2007b, pp. 180-183.
27 Vd. Gn 21, 10, in cui si racconta della cacciata dalla tenda di Abramo di Agar e di suo fi-

glio Ismaele, concepito dal seme dello stesso Abramo (vd. Gn 16, 7-11), perché non restasse
senza discendenza, data la tarda età in cui versava la moglie Sara: Eice ancillam hanc et filium
eius: non enim erit heres filius ancillae cum filio meo Isaac. Ma per intervento divino Sara ha
un figlio, Isacco, su cui si riverseranno le benedizioni di Jahwé. Il locus ruriciano sembra aver
presente tuttavia ance il riferimento paolino di Gal 4, 30-31: Sed quid dicit scriptura: «Eice an-
cillam et filium eius non enim heres erit filius ancillae cum filio liberae». Itaque fratres non su-
mus ancillae filii, sed liberae qua libertate nos Christus liberavit. Per quanto riguarda il testo
di Ruricio tradito dal Sangallensis 190, rispetto all’integrazione di Lütjohann (filio) è sembrata
migliore quella suggerita da Engelbrecht (herede), accolta anche da Demeulenaere, la quale
consente anche una figura etimologica (herede hereditatem) di gusto squisitamente ruriciano.
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28 Perla costruzione spero ut + cong., già attestata in epoca classica, vd. LHS II p. 646.
29L’immagine dell’aridità per esprimere la rusticitas sermonis è topos dell’epistolografia
tardoantica. Cfr. HIER., epist. 29, 7: Unde ignosce ariditati; SIDON., epist. 8, 16, 4: Nos opuscu-
la sermone condidimus arido exili, certe maxima ex parte vulgato; ALC. AVIT., epist. 32 p. 62,
ll. 28-29: […] ut humilitas sui conscia, quae a scribendi audacia iure temperat, eo diutius ari-
ditatis supplicia penderet, quo fontem splendidum vestri alloquii plus sitiret. Su questo aspetto
vd. BRUHN 1911, p. 17; HAGENDAHL 1952, pp. 93-97; GARZYA 1983, pp. 126-127; CURTIUS
1992, pp. 97-100. Va notato anche come l’aridum sia già annoverato tra i difetti da evitarsi nel-
la narratio da QUINT., inst. 2, 4, 3: Sed narrandi quidem quae nobis optima ratio videatur, tum
demonstrabimus, cum de iudiciali parte dicemus: interim admonere illud sat est, ut sit ea neque
arida prorsus atque ieiuna (nam quid opus erat tantum studiis laboris inpendere, si res nudas
atque inornatas indicare satis videretur?); similmente cfr. RHET. Her. 4, 11, 16: Qui non pos-
sunt in illa facetissima verborum attenuatione commode versari, veniunt ad aridum et exangue
genus orationis, quod non alienum est exile nominari.
30 L’immagine è topica, già usata da Cicerone in Brut. 325 a indicare l’abbondanza dell’elo-

quio (nec flumine solum orationis). Quindi cfr. SIDON., epist. 8, 10, 1: Nam stilum vestrum
quanta comitetur vel flamma ignis vel unda sermonum; ENNOD., epist. 1, 12, 4 Gioanni: Iam,
rogo, ad adfectum scriptionis erigere et ariditatem meam conloquii fluentis infunde; EPIST. Au-
stras. 16, 4: Sed haec unda irrigua; VEN. FORT., carm. 8, 21, 3: Me arentem vestro madefecit
opima rigatu. Altri esempi in BRUHN 1911, p. 43-44; vd. anche infra 1, 3 n. 27.
31 Cfr. Dt 32, 2: Concrescat ut pluvia doctrina mea, fluat ut ros eloquium meum, quasi imber

super herbam et quasi stillae super gramina.


32 Il sostantivo aegritudo ha, fin dall’epoca di Plauto, il significato di “afflizione dell’ani-

mo”. A tal proposito cfr. PLAUT., Poen. prol. 68-69: Quoniam perisse sibi videt gnatum unicum,
/ conicitur ipse in morbum ex aegritudine; Bacch. 1110-1111: Numquidnam ad filium haec ae-
gritudo adtinet? / Admodum. Idem mihi morbus in pectorest. A partire da Columella il vocabolo
assume una valenza maggiormente tecnica, e viene a indicare una malattia, di uomini o di ani-
mali: vd. COLUM. 7, 5, 20; PLIN., nat. 19, 128. Tuttavia, anche se quest’ultima accezione sarà
quella preminente, aegritudo continuerà a mantenere il suo valore di “affezione dell’animo” fi-
no nella latinità tarda, per cui ancora Agostino potrà notare: De tristitia vero, quam Cicero ma-
gis aegritudinem appellat, dolorem autem Vergilius, ubi ait: «Dolent gaudentque», (sed ideo
malui tristitiam dicere, quia aegritudo vel dolor usitatius in corporibus dicitur), scrupolosior
quaestio est, utrum inveniri possit in bono (civ. 14, 7). Alla luce della storia semantica della pa-
rola, l’uso ruriciano appare ancora più efficace: se nel contesto il significato più perspicuo è
quello fisico-medico, metaforicamente è chiaro il riferimento alla sfera morale. Una rassegna
ragionata delle denominazioni della malattia nella letteratura latina in MIGLIORINI 1993, pp. 93-
132, in partic., pp. 116-117.
33 La locuzione non expediunt stulto deliciae sembra essere una suggestione derivata proba-

bilmente da un detto proverbiale; ma a esso sembra soggiacere anche l’immagine piuttosto vul-
gata della “medicina amara” e tuttavia utile per ottenere la guarigione. Altrettanto tradizionale e
di maniera la metaforica contrapposizione dolce – amaro, in ambito paideutico a vari livelli: vd.
p. es. PLAT., Legg. 2, 659; LUCR. 1, 935-942; HOR., sat. 1, 1, 25-26; QUINT., inst. 3, 1, 4-5;
LACT., inst. 5, 1, 14; AUSON., Symm. epist. 1, 32, 1 (= 407, 2 Souchay); ecc. Alla sete spirituale
di cui Ruricio ha dichiarato di ardere (vd. supra n. 12) si giustappone l’immagine del cibo spiri-
tuale, molto diffusa nella letteratura cristiana, che troverà ampio utilizzo da parte del nostro au-
tore. A tal proposito vd. infra 1, 6 n. 10.
34 Frase piuttosto oscura, che forse può ricevere luce da una lettera inviata dallo stesso Fau-
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168 Commento

sto a Ruricio (FAUST. REI., epist. 10). Fausto scrive trattando del giudizio ultimo di Dio, in cui
si renderà ai buoni servitori il premio eterno. Quindi rivolge a Ruricio alcuni consigli per risul-
tare gradito al giudice eterno: Quos, ut puto, oculos et ipse ad tremendi iudicis nutum semper
attollis, ut de te illud propheticum merito dici possit: «Sapientis oculi in capite eius». Inde est,
habeo enim illic, filius meus, proditores tuos… (p. 216, 8-11). Evidentemente il termine è usato
senza rancore, antifrasticamente. MATHISEN 1999, p. 89 n. 15 ritiene che si possa trattare degli
amici che hanno spinto Ruricio a scrivere a Fausto e a esporgli la sua situazione esistenziale, in
primo luogo probabilmente Sidonio Apollinare, che da Fausto per altro era stato anche battez-
zato (vd. HARRIES 1994, pp. 105-106).
35 Sanctitas è il titolo comunemente attribuito ai vescovi, ed è questo l’uso che ne fanno per

la maggior parte autori cristiani quali Ambrogio, Agostino, Gerolamo, Avito, Sidonio, Ennodio.
Tuttavia non mancano testimonianze di sanctitas in riferimento ad altri, come p. es. AMBR., epi-
st. extra coll. 1, 1: Sollicitam sanctitatem tuam esse adhuc scribere dignata es mihi, eo quod
sollicitum me esse scripserim, alla sorella; HIER., epist. 62, 1: Maiora spiritus vincula esse
quam corporum si olim ambigebas nunc probavimus, dum et mihi sanctitas tua haeret animo et
ego Christi amore coniungor, a Tranquillino; 72, 1: Zenon nauclerus, per quem dicis tuae sanc-
titatis litteras esse transmissas, al presbitero Vitale; PAUL NOL., epist. 15, 2: Quid de illo ve-
strae sanctitatis opere dicam, al presbitero Amando. Per le occorrenze e l’usus di sanctitas, vd.
O’BRIEN 1930, pp. 34-37.
36 Domino donante: allitterazione delle dentali e delle nasali. L’espressione è molto comune

ed è testimoniata trasversalmente negli auctores a partire almeno dal IV secolo (PAUL. NOL.,
epist. 18, 1; AUG., in Ioh. 15, 1; 46, 1; ecc.).
37 Cfr. Ps 140, 5: Corripiet me iustus in misericordia et increpabit me oleum [autem] pecca-

toris non inpinguet caput meum quoniam adhuc et oratio mea in beneplacitis eorum.
38 Cfr. Mt 13, 52: Omnis scriba doctus in regno caelorum similis est homini patri familias

qui profert de thesauro suo nova et vetera.


39 Il linguaggio è quello tecnico della medicina. Esso è molto comune in ambito spirituale,

tanto in Oriente quanto in Occidente. Già nella letteratura latina pagana era diffuso l’uso in am-
bito morale dell’exemplum aeger – medicus, come attesta p. es. SEN., epist. 50, 4; 72, 6. La
qualifica di medico compare paradigmaticamente riferita a Cristo (Christus medicus: vd. TERT.,
adv. Marc. 4, 11, 3; AMBR., vid. 10, 62; PAUL. NOL., carm. 20, 269; PETR. CHRYS., serm. 50, 4;
AUG., in psalm. 130, 7; CASSIAN., conl. 19, 12, 1; et alii), anche secondo quanto Egli ebbe a
operare e a dire secondo la tradizione evangelica: Mt 9, 12: At Iesus audiens ait: «Non est opus
valentibus medico, sed male habentibus» (a tal proposito vd. DUMEIGE 1972, pp. 115-141; ID.,
s. v. Médecin (le Christ), in DSp X, coll. 891-901; VANNIER 2005, pp. 525-534); la paenitentia è
vista pertanto come medicina (CYPR., laps. 35; AMBR., hex. 6, 8, 50; paenit. 2, 9, 90; AUG., epi-
st. 151, 12; civ. 15, 7; et alii). Quindi l’epiteto viene applicato ai maestri spirituali: esercitando
tale funzione terapeutica nei confronti dei loro discepoli affetti da svariati languores animae, li
guidano verso la meta della perfezione spirituale (spiritales medici: vd. CASSIAN., inst. 10, 7, 1;
12, 20, 1; ENNOD., epist. 5, 6 p. 128, 24; CAES. AREL., serm. 57, 2; 59, 7; unus senior: vd. CAES.
AREL., reg. mon. 23; spiritales sorores: vd. CAES. AREL., reg. virg. 34; et alii). Nella regola be-
nedettina sarà l’abate, in quanto immagine di Cristo stesso e responsabile della disciplina del
monastero, a essere qualificato come sapiens medicus nei confronti dei delinquentes fratres
(reg. 27, 2): sarà lui a inmittere senpectas id est seniores sapientes fratres qui […] provocent ad
humilitatis satisfactionem (a tal proposito vd. GIURISATO 1987, pp. 291-335). In particolare, va-
le la pena sottolineare l’importanza per la Gallia (ma non solo per essa) degli scritti di Giovanni
Cassiano, sintetizzatore della sapienza spirituale d’Oriente, attinta dall’incontro con i monaci in
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I, 1 169

Palestina ed Egitto e dalla lettura delle opere di Evagrio, per la cui dottrina spirituale vd. il do-
cumentato studio di BUNGE 1991. Basti citare quanto afferma BASIL., reg. br. 288: jEpei; ou\n
kai; th`~ ejpistrofh`~ oJ trovpo~ oijkei`o~ ojfeivlei ei\nai tou` aJmarthvmato~, kai; karpw`n
de; creiva ajxivwn th`~ metanoiva~, [...] ajnagkai`on toi`~ pepisteumevnoi~ th;n oijkonomivan
tw`n musthrivwn tou` Qeou` ejxomologei`sqai ta; aJmarthvmata. A proposito del linguaggio
medico in ambito spirituale, vd. LUTTERBACH 1996, pp. 239-281; MAZZINI 1998, pp. 159-172;
ID. 2007, pp. 172-214 (ampia rassegna bibliografica ragionata, estesa anche al mondo antico);
sulla qualità e la diffusione in ambito non solo monastico della direzione spirituale cassianea,
vd. LEONARDI 1977, pp. 491-608; TIBILETTI 1977, pp. 355-380; FILORAMO 2003, pp. 133-146;
ALCIATI 2006, pp. 337-352, in partic. pp. 341-344; utile ai fini di cogliere gli snodi storici fon-
damentali che dal rapporto gesuano maestro-discepolo hanno condotto alla moderna concezio-
ne di direzione (o accompagnamento) spirituale FILORAMO 2006, pp. 5-38. Quanto al locus ruri-
ciano in esame, cfr. AUG., serm. 346A, 8: Cum ergo aegrotaret genus humanum, medicus ille
magnus suscipiens aegrotum in magno quodam lecto, hoc est, toto in mundo – sed quomodo pe-
ritissimus medicus attendit tempora aegroti; CASSIAN., conl. 6, 11, 8: Quamobrem ut peritissi-
mus medicus expensis omnibus salutaribus curis nec ullum iam remedii genus quod infirmitati
eorum possit aptari dominus superesse conspiciens quodammodo iniquitatum magnitudine su-
peratur; FAUST. REI., epist. 7 p. 207, 25-26: […] (mihi) qui austeris magis quam dulcibus sana-
ri animam tuam cupio; SALV., gub. 6, 16: Sicut enim optimi ac peritissimi medici dissimilibus
morbis curas dispares praestant atque aliis per dulcia medicamina, aliis per amara succurrunt.
[…] Aliis adhibent dura ferri prosectionem, aliis blandam infundunt olei laenitatem, et tamen
diversissimis licet curis eadem salus quaeritur (vd. in partic. RURIC., epist. 1, 2, 1: Potestati-
sque et iudicii tui est, utrum velis ulceris mei putredinem ferri rigore rescindere an medicamen-
torum lenitate curare, e nn. ad loc.).
40 «Languor indica sia una condizione di debolezza fisica, di mancanza di forze (che può es-

sere anche la conseguenza di una malattia), sia una malattia vera e propria» (MIGLIORINI 1993,
pp. 113-114). Nella tarda latinità, il vocabolo assume il valore specifico di “malattia piuttosto
grave” (ma con questa accezione già compare in CELS. 3, 2, 6). Il cristianesimo contribuirà a
moralizzare il termine, facendolo diventare una sorta di affezione dell’anima. Cfr. TERT., adv.
Marc. 4, 35, 5 […] semel remediatore languorum et vitiorum adnuntiato Christo et de effecti-
bus probato; CYPR., epist. 69, 12: Quaesisti etiam, fili carissime, quid mihi de illis videatur qui
in infirmitate et languore gratiam Dei consecuntur; AMBR., in psalm. 1, 28, 2: Hinc letale se
mentibus virus infundit, hinc subrepit aegritudo corporibus, languore animis. Est enim malus
languor erroris languor, avaritiae languor, inexplebilis cupiditatis languor. In questa lettera
Ruricio sfaccetta sapientemente il proprio morbus, declinandolo secondo diverse prospettive
(aegritudo, infirmitas, languor), e costituendo così una eletta variatio terminologica sul tema.
41 La topica immagine della malattia spirituale torna a conclusione dell’epistola. Da notare

l’attenzione dell’autore alle figure di suono e di stile: figura etimologica (languentium… lan-
guori); omoeoprophoron preposizionale (convenire cognoscitis); sonorità (medicamenta mitta-
tis). Similmente vd. già SEN., epist. 2, 3: Non prodest cibus nec corpori accedit, qui statim
sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem impedit quam remediorum crebra mutatio; non venit
vulnus ad cicatricem, in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta, quae saepe
transfertur: nihil tam utile est, ut in transitu prosit; 8, 2: Salutares admonitiones, velut medica-
mentorum utilium compositiones, litteris mando, esse illas efficaces in meis ulceribus expertus,
quae etiam si persanata non sunt, serpere desierunt.
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170 Commento

1, 2
1 Per la titolatura, vd. epistola precedente.
2Come si noterà nel corso dell’epistolario, Ruricio ama spesso ricorrere al lusus verborum.
Nel caso presente, si noti la commutatio (RHET. Her. 4, 28, 39: Commutatio est, cum duae sen-
tentiae inter se discrepantes ex traiectione ita efferuntur, ut a priore posterior contraria priori
proficiscatur) con chiasmo semantico e figura etimologica (impia neglegentia et neglegens im-
pietas): una rassegna dei mezzi stilistici utilizzati da Ruricio in RIMINI 1912, pp. 569-590; HA-
GENDAHL 1952, pp. 51-89.
3 Cfr. CASSIAN., c. Nest. 1, 5, 2. Cassiano riferisce del monaco Leporio, sostenitore dell’ere-

sia nestoriana, il quale, in seguito alla conversione e al ravvedimento dall’errore in cui era ca-
duto, fa pubblica ammenda del suo passato (c. Nest. 1, 4, 2-3), scrivendo un Libellus emenda-
tionis a tutti i vescovi della Gallia (vd. GENNAD., vir. ill. 60), il cui incipit è riportato dallo stes-
so Cassiano: Quid in me primum, o domini mei venerandi, et beatissimi sacerdotes, accusem
nescio, et quid in me primum excusem non invenio (cfr. LEPOR. 1).
4 Ps 140, 4. Già in epist. 1, 1, 3 Ruricio ha fatto indirettamente riferimento al v. 5 del mede-

simo salmo (vd. supra 1, 1 n. 37).


5 Vd. Lc 24, 25: Gesù apostrofa i suoi discepoli come stulti et tardi corde ad credendum.
6 Il termine noxa si trova già nell’Antico Testamento con il significato di colpa o azione mo-

ralmente sconveniente: vd. Ex 21, 16; 32, 31; Nm 35, 27; 1Esr 4, 13. Non diversamente ricorre
con una certa frequenza nella letteratura cristiana tanto in prosa quanto in poesia, benché vi si
trovi maggiormente l’aggettivo neutro sostantivato noxia. A tal proposito vd. BLAISE 1966, pp.
550-551. 554-555.
7 Ruricio include sapientemente all’interno dell’iperbato paternam… sententiam il suo capo

d’accusa.
8 La lapidarietà dell’espressione, attraverso il linguaggio giudiziale-penitenziale, esprime il

dato teologico secondo cui il perdono dei peccati, nell’ambito della penitenza, avviene solo at-
traverso una confessione verace e integrale. Similmente cfr. TERT., paenit. 8, 9: Tantum relevat
confessio delictum, quantum dissimulatio exaggerat; confessio enim satisfactionis consilium
est, dissimulatio contumaciae; AMBR., paenit. 2, 6, 40: Sed si vis iustificari, fatere delictum
tuum; solvit enim criminum nexus verecunda confessio peccatorum; AUG., in psalm. 50, 13: Si
faciendo peccatum nihil te dicis fecisse, nihil eris, nihil accipies; paratus est Deus dare indul-
gentiam, claudis contra te; ille paratus est dare, noli opponere obicem defensionis, sed aperi
sinum confessionis.
9 Ruricio ricorre qui al lessico propriamente liturgico, di cui venia, come i precedenti indul-

gentia, confessio, peccatum, fa parte. L’ambito semantico è quello legato alla penitenza e al
perdono dei peccati: vd. BLAISE 1966, p. 423. Dal punto di vista stilistico, si noti la parafonia
simplici… supplici che efficacemente determina il concetto espresso dal sostantivo confessio
(cfr. anche OROS., hist. 7, 38, 2: Quamobrem Alaricum cunctamque Gothorum gentem, pro pace
optima et quibuscumque sedibus suppliciter ac simpliciter orantem […] ad terrendam teren-
damque rempublicam reservavit).
10 Per la locuzione geminare peccata, cfr. PAUL. NOL., epist. 20, 1: […] ut de multiloquio no-

stro et de tua fatigatione geminandum nobis peccatum evaderemus; CAES. AREL., serm. 59, 2:
Non est hoc tollere, sed geminare peccatum.
11 Vd. Mt 18, 12-14; Lc 15, 4-7; Ioh 10, 14-16. I due isocoli paralleli ripropongono in altri

termini quanto già espresso in epist. 1, 1, 3: […] languori quoque meo, quae convenire cogno-
scitis, medicamenta mittatis (vd. nn. ad loc.).
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12 Nella locuzione ulceris mei putredinem ferri rigore rescindere sembra ravvisabile un’eco

lessicale virgiliana: georg. 1, 143: Tum ferri rigor atque argutae lammina serrae; 3, 453-454:
Quam si quis ferro potuit rescindere summum / ulceris os. Similmente vd. COLUM. 6, 11, 1:
Suppuratio melius ferro rescinditur quam medicamento. La riformulazione parafrasata di loci
classici è uno dei modi in cui i cristiani alludono, senza una citazione diretta, alla cultura paga-
na (ma non solo). Cfr. p. es. LUCIF., moriend. 8 ll. 53-54: Stat semper nempe gladii tui acies
stricta parata Christianorum neci, in cui è parafrasato VERG., Aen. 2, 333-334: […] Stat ferri
acies mucrone corusco stricta, / parata neci. Così ancora moriend. 14 p. 315, 13: […] deduce-
ris illam quam tenes viam […] ad laeva malorum et ad impia tartara, allude a VERG., Aen. 6,
542-543: […] at laeva malorum / exercet poenas et ad impia Tartara mittit. A tal proposito vd.
HAGENDAHL 1947, pp. 114-128.
13 Il linguaggio assume qui marcatamente il tono di chi si professa gravemente malato e

chiede al medico cure adatte, secondo la topica del rapporto discente – maestro spirituale per
cui vd. supra 1, 1 n. 39. Sul topos della medicina amara, ma necessaria alla guarigione, di lu-
creziana memoria, vd. in ambito cristiano CAES. AREL., serm. 5, 5: Et vos enim bene nostis,
quod non semper medici dulces potiones porrigunt aegrotantibus, sed frequenter amaras et
aspersa, nonnumquam etiam ferramentis aliqua membra secare et cauteriis exurere solent;
[…] Et nos ergo, qui, licet minus digni, tamen qualescumque medici spiritales esse videmur, ne-
cesse nobis est, non semper blanda et mollia, sed aliquotiens aspera vel dura illis qui in anima
aegrotare videntur ingerire. Quo modo enim per amarissimam potionem digeruntur humores
mali, sic per asperam castigationem mores pessimi minuuntur. Vale la pena notare come proba-
bilmente i due rimedi non siano semplicemente da intendersi metaforicamente, ma dietro di es-
si si celino forse reali possibilità di conversione, cui Ruricio allude, noncurante che il patronus
scelga l’una o l’altra, nella devota e fiduciosa obbedienza all’imperium e all’auctoritas del
maestro che caratterizza la direzione spirituale (vd. ALCIATI 2006, pp. 343-346). «In queste pa-
gine Fausto sembra interpretare esattamente il ruolo, che prima era stato dell’uomo santo e suc-
cessivamente del vescovo, di “nuovo padre” nella nuova vita – quella religiosa –, di garante di
una nuova identità e di nuove certezze, laddove sempre meno stabili e sicure divenivano le isti-
tuzioni tradizionali fondate sul concetto classico di famiglia, di gens, venendo così a costituire
un sostituivo, e spesso unico, punto di riferimento in una fase storica di generale deragliamento
dei valori» (BARCELLONA 2006, p. 19). Per quanto attiene al ferri rigor che rescinde con vigore
la cancrena del peccato, esso può fare riferimento alla durezza dell’ingresso nell’ordo paeniten-
tium (penitenza pubblica): Ruricio si renderebbe pertanto disponibile a percorrere il lungo e im-
pegnativo itinerario di purificazione che avrebbe condotto all’assoluzione sacramentale con
l’imposizione delle mani da parte del vescovo, ma anche all’esclusione da ruoli pubblici ed ec-
clesiastici. La medicamentorum laenitas potrebbe invece identificare l’altro percorso di purifi-
cazione particolarmente diffuso nella Gallia e nella Spagna di V-VI secolo, che è il sistema dei
conversi, una sorta di monachesimo nel secolo praticato da laici che conducevano di fatto vita
ascetica, pur non appartenendo ad alcun asceterio (quanto all’abito dei conversi, vd. infra 2, 15
n. 9). La conversio era spesso preferita alla penitenza pubblica. Del resto Cesario di Arles affer-
ma che qui paenitentiam publice accipit, poterat eam secretius agere (serm. 67, 1), alludendo
probabilmente proprio alla suddetta possibilità. I conversi venivano talora ordinati presbiteri o
vescovi, nonostante l’opposizione papale alla ordinatio per saltus. Così infatti papa Celestino I
(422-432) stigmatizza questo uso, nella lettera inviata ai vescovi della Viennensis e della Nar-
bonensis: Ordinatos vero quondam, fratres carissimi, episcopos, qui nullis ecclesiasticis ordini-
bus ad tantae dignitatis fastigium fuerint instituti, contra Patrum decreta, huius usurpatione
qui se hoc recognoscit fecisse didicimus (epist. 4, 2, 4 PL 50 col. 433); Sed iam non satis est
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172 Commento

laicos ordinare, quos nullus fieri ordo permittit, sed etiam quorum crimina longe lateque per
omnes paene sunt nota provincias, ordinantur (epist. 4, 2, 5 PL 50 col. 433). I concili legifera-
no che chiunque chieda l’ingresso nello stato clericale debba premettere un periodo di vita da
conversus: Sedit praeterea ut deinceps non ordinentur diacones coniugati nisi qui prius conver-
sionis proposito professi fuerint castitatem (CONC. Araus. a. 441 p. 84 ll. 90-92; vd. anche
CONC. Agath. a. 506 p. 201 ll. 178-182); Assumi aliquem ad sacerdotium non posse in coniugii
vinculo constitutum, nisi fuerit praemissa conversio (CONC. Arel. II a. 442-506 p. 114 ll. 3-4;
vd. ibid. p. 122 ll. 169-171). Vd. anche GALTIER 1937, p. 22 n. 4; GRIFFE 1962, pp. 241-267;
LOYEN 1970, pp. xxxiv-xxxvii; RIGHETTI IV, pp. 235-236; BARCELLONA 2002, pp. 345-361. Ru-
ricio fa il suo ingresso tra le file dei conversi verisimilmente verso il 477, secondo la testimo-
nianza dello stesso Fausto. Questi, in una lettera scritta dal luogo d’esilio in cui era stato confi-
nato per ordine del re dei Visigoti Eurico (466-484) almeno nel 477, scrive: Ego autem hanc
primam munificentiam, Domino largiente, percepi, quod piissimus meus Ruricius, post vitae
huius iactationes, ad portum religionis proram salutis, Excelsi manu gubernante, convertit
(epist. 9 p. 211, 19-22).
14 Passo lacunoso. L’ultimo editore di Ruricio, R. Demeulenaere, lascia la lacuna, senza pro-

porre alcuna integrazione; Engelbrecht ritiene che si debba aggiungere patrem, mentre Krusch
preferisce completare con locum. Nella presente traduzione ci siamo attenuti a quest’ultimo
emendamento.
15 L’uso della locuzione preposizionale in + abl. (in concorrenza con in + acc.) per esprime-

re il predicativo del tipo in germine – in semine è già presente in epoca classica e si diffonde in
modo particolare in età tardoantica. A questo proposito vd. LHS II p. 275; LÖFSTEDT 1980, pp.
54-57; VÄÄNÄNEN 20044, pp. 262-263.
16 Maeror, definito da Cicerone (Tusc. 4, 18) aegritudo flebilis, assume presso i cristiani an-

che un significato maggiormente specifico. Esso viene a indicare il dolore scaturito dalla paeni-
tentia, intesa in senso lato. Cfr. HIER., epist. 36, 6: […] longae vitae maerore conpulsus paeni-
tentiam ageret et mereretur absolvi. Vd. anche TERT., paenit. 9, 4; ieiun. 7, 4; pudic. 13, 12. Il
contesto penitenziale in cui Ruricio usa il sostantivo ne giustifica maggiormente la scelta, ben-
ché venga utilizzato arbitrariamente in riferimento al dolore provocato nel padre dal peccato
del figlio. Vale la pena notare anche come nella versione geronimiana della Bibbia maeror ven-
ga scelto per tradurre differenti sostantivi indicanti dolore, quali luvph, ojduvnh, ecc. Esso com-
pare 8 volte nell’epistolario ruriciano: vd. epist. 1, 15, 2; 2, 3, 1; 4, 4. 7. 10; 22, 3; 39, 1 (sem-
pre a indicare affezioni dell’anima, tuttavia non in ambito strettamente penitenziale).
17 Da notare i costrutti paralleli in tutti i loro elementi, con variatio di prefissazione (infert –

confert), sonorità (superbientis-confitentis) e antitesi. Si consideri anche l’insistenza con cui


Ruricio, attraverso l’anafora e la figura etimologica (pater – paterna), sottolinea la funzione di
padre spirituale di Fausto, sfociando infine nell’exemplum neotestamentario del padre miseri-
cordioso.
18 Cfr. Lc 15, 13: […] ibi dissipavit substantiam suam vivendo luxuriose.
19 Si tratta della parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso narrata da Lc 15,

11-32.
20 Pregnante la figura etimologica conversi reversio, che sembra alludere, con fine equivo-

cità, alla condizione di conversus a cui Ruricio guarda con attrazione (vd. supra n. 13). Tuttavia
il testo non manca di evocare nel lessico la parabola lucana: In se autem reversus dixit… (Lc
15, 17). Quanto all’interpretazione del locus evangelico, cfr. p. es. AMBR., in Luc. 7, 220: In se
autem reversus dixit: «Quantis panibus mercennarii patris mei abundant!». Bene in se reverti-
tur qui a se recessit; AUG., quaest. evang. 2, 33, 2: In se autem reversus, iam scilicet ab eis
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quae forinsecus frustra inliciunt et seducunt in conscientiae interiora reducem faciens intentio-
nem suam; PETR. CHRYS., serm. 2, 1: In se reversus est; in se ante rediit, ut rediret ad patrem,
qui a se ante recesserat, cum recessit a patre; CAES. AREL., serm. 163, 1: Denique, ut hoc aper-
tius possitis agnoscere, recolite quod de ipso in Evangelio dictum est: “in se autem reversus”.
Ecce unde exierat: de se utique exierat.
21 Da notare il chiasmo con anafora e sonorità facultas reditus – rerum facultas che sintetiz-

za con lapidaria efficacia i sentimenti di magnanimità del padre di fronte al ritorno del figlio.
Simili concetti già in PETR. CHRYS., serm. 3, 4: Non dixit (scil. pater): «Unde venis? Fuisti ubi?
Ubi sunt qua tulisti? Quare tantam gloriam tanta turpitudine commutasti?»; 4, 3: In filio est
substantia patris tota, et ideo nil pater perdidit filium cum recepit.
22 Si noti l’abile variazione sinonimica sul tema del ritorno: reditus (due volte con poliptoto)

– reversio – regressio (in parafonia col precedente abscessio).


23 Inizia qui la rassegna dei doni che il padre fa al figlio, con la rispettiva interpretazione

simbolica. Da notare il fine costrutto stilistico per cui si instaurano a catena dei chiasmi costi-
tuiti dall’anafora del verbo dare e dal sostantivo: dat anulum… calceamenta dat… dat et ipsam
primam… stolam. Il chiasmo è interrotto dal periodo successivo, in cui il costrutto è parallelo al
precedente, ma il verbo (sempre dare), quasi a marcare con evidenza la variatio, è al passivo:
datur etiam ipse iuniori vitulus reverso. Va infine evidenziato il progressivo aumento degli ele-
menti del discorso nelle quattro frasi di cui è costituito il locus in questione, con maggiore evi-
denza argomentativa ed enfasi.
24 L’anello, segno di fedeltà, è posto implicitamente come rimedio contro la perfidia. Cfr.

AMBR., in Luc. 7, 231: Anulus quid est aliud nisi sincerae fidei signaculum et expressio verita-
tis? (vd. anche paenit. 2, 3, 18); PAUL. NOL., carm. 24, 814: Fideique gestans anulum; ARN.
IUN., in Luc. 9: Anulum inquit in manu eius, hoc est fidem, quam perdiderat. Similmente vd.
HIER., epist. 21, 24; AUG., serm. 112A, 7; PETR. CHRYS., serm. 3, 4; 5, 6; CAES. AREL., serm.
163, 2; BEDA, in Luc. 4, 2434-2439.
25 Cfr. AMBR., in Luc. 7, 231: Calciamentum autem evangelii praedicatio est. […] Haec est

praeparatio evangelii ad caelestium cursum dirigens praeparatos, ut non in carne ambulemus,


sed in spiritu; paenit. 2, 3, 18: Calciamenta deferri praecipiat – celebraturus enim Pascha Do-
mini, epulaturus agnum, tectum debet adversus omnes incursus bestiarum spiritalium morsu-
sque serpentis habere vestigium; PETR. CHRYS., serm. 3, 4: Ne vel in pede remaneret filii defor-
mitatis nuditatis; certe ut calciatus anterioris vitae rediret ad cursum; 5, 6: Et calciamenta in
pedibus eius: ut essent calciati pedes in praedicatione evangelii; ut essent beati pedes evange-
lizantes pacem; ARN. IUN., in Luc. 9: Calciamenta vero, vestigia munita demonstrant, quae la-
psus Diaboli non timeant. Vd. anche HIER., epist. 21, 25; AUG., quaest. evang. 2, 33, 3; serm.
112A, 7; BEDA, in Luc. 4, 2439-2442. L’interpretazione ruriciana sembra essere piuttosto origi-
nale, benché sembrino presenti suggestioni ambrosiane.
26 In età imperiale e tardoantica il pronome dimostrativo ipse perde progressivamente il suo

valore specifico, assimilandosi all’uso di ille o di idem. Su questo aspetto vd. BLAISE 1955, pp.
107-108; LHS II pp. 189-191; VÄÄNÄNEN 20034, p. 210.
27 Per affinità lessicali e stilistiche, oltre che contenutistiche, il testo ruriciano sembra aver

presente HIL., myst. 1, 22, 3: Nam Iacob Esau stola induitur, quae pro immortalitatis veste com-
memorari solet etiam in evangelio, ubi stolam primam iunior frater et idem accepti patrimonii
decoctor accepit. Quindi cfr. AUG., serm. 112A, 7: Iubet ergo pater proferri ei stolam primam,
quam peccando Adam perdiderat. Iam accepto in pace, iam exosculato filio iubet proferri sto-
lam, spem immortalitatis in baptismo; (vd. anche serm. 260C, 5; quaest. evang. 2, 33, 3); PETR.
CHRYS., serm. 5, 6: Dedit stolam primam: illam quam Adam perdidit immortalitatis gloriam
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sempiternam; ARN. IUN., in Luc. 9: Stola autem prima, quam indutus est: vitam scilicet, quam
diabolus ademerat, per Christum recepit. Quindi vd. anche HIER., epist. 21, 23; CAES. AREL.,
serm. 163, 2; ISID., alleg. 216; BEDA, in Luc. 4, 2425-2429. Altre interpretazioni del significato
simbolico della prima stola in IREN. 4, 14, 2: […] primam stolam ei donans, multis modis com-
ponens humanum genus ad consonantiam salutis; AMBR., in Luc. 7, 231: Stola amictus est sa-
pientiae, quo nuda corporis apostoli tegunt, eo quod se unusquisque convolvat. […] Ergo stola
spiritale indumentum et vestimentum est nuptiale; (vd. anche paenit. 2, 3, 18); PAUL. NOL., carm.
31, 455-456: Tunc patre placato meriti reddetur honoris / anulus, et cinget me stola laetitiae.
Sull’allegoria patristica della veste, dell’anello e dei calzari, vd. in partic. PIREDDA 1985-1986,
pp. 203-242.
28 Cfr. AMBR., in Luc. 7, 232: Occiditur et vitulus saginatus, ut carnem domini spiritali opi-

mam virtute per gratiam sacramenti mysteriorum consortio restitutus epuletur; paenit. 2, 3, 18:
Vitulum praecipiat occidi, quia Pascha nostrum immolatus est Christus. […] Sicut ergo semel
pro omnibus immolatus est, ita quotienscumque peccata donantur, corporis eius sacramentum
sumimus, ut per sanguinem eius fiat peccatorum remissio; AUG., quaest. evang. 2, 33, 3: Vitulus
enimi ille in corpore et sanguine dominico et offertur patri et pascit totam domum. Similmente
vd. anche HIER., epist. 21, 26; PETR. CHRYS., serm. 5, 6; ARN. IUN., in Luc. 9; CAES. AREL.,
serm. 163, 2; BEDA, in Luc. 4, 2447-2452.
29 Ruricio, nel solco della tradizione esegetica patristica, interpreta allegoricamente la figura

del figlio maggiore, invidioso dei riguardi usati dal padre nei confronti del fratello, vedendovi
rappresentato il popolo d’Israele (nel figlio minore si vede invece adombrata l’ecclesia
gentium): a tal fine vd. PIREDDA 1985-1986, p. 219, in partic. n. 56. E in questo senso va letto il
riferimento all’uscita dall’Egitto e il parallelismo tra il vitulus saginatus della parabola, figura
di Cristo, e l’agnus di Ex 12, 3-4. A tal proposito vd. AMBR., in Luc. 7, 239; AUG., quaest.
evang. 2, 33, 4; serm. 112A, 7; PETR. CHRYS., serm. 5, 7; CAES. AREL., serm. 163, 1. 3; BEDA, in
Luc. 4, 2450-2455.
30 Vd. Ex 12, 3-4. L’esodo dall’Egitto del popolo ebraico è già interpretato da Tertulliano al-

legoricamente, come figura della fuoriuscita dell’uomo dallo stato di peccato. In bapt. 9, 1 l’a-
pologeta africano vede nell’uscita dall’Egitto un typus del Battesimo: Primum quidam, cum po-
pulus de Aegypto expeditus vim regis Aegypti per aquam transgressus evadit, ipsum regem cum
totis copiis aqua extinguit. Quae figura manifestior in baptismi sacramento? Quindi cfr. AUG.,
in psalm. 113, serm. 1, 3: Aegyptus autem, quoniam interpretatur afflictio, vel affligens, vel
comprimens, saepe in imagine ponitur huius saeculi, a quo spiritaliter recedendum est, ne simus
iugum ducentes cum infidelibus; 5: [...] cognoscite etiam vos exiisse ab Aegypto, qui huic saecu-
lo renuntiastis, exiisse de populo barbaro qui confessione pietatis vos a blasphemiis gentium
seiunxistis. Cfr. anche PAUL. NOL., carm. 24, 824-826: Nam nunc in isto tamquam in Aegypto si-
tus / sic demoretur saeculo, / alienus ut sit saeculi negotiis / caelestis urbis incola. Nella lettera-
tura lerinese l’uscita dall’Egitto e la traversata del mar Rosso vengono a coincidere con la vitto-
ria sul peccato e con l’ingresso nella libertà pacificante dell’eremo: vd. EUCHER., laud. her. 8-
10; EUSEB. GALLIC., hom. 35, 6 (sermo de sancto Maximo attribuito a Fausto di Riez).
31 L’accoramento con cui Ruricio implora da Fausto aiuto e perdono viene espresso con effi-

cacia dalle costruzioni parallele con chiasmo imperfetto e ampliamento, a cui si aggiunge l’a-
nafora del pronome dimostrativo ipse e del sostantivo venia.
32 Da notare il gioco paronomastico con figura etimologica liberum – liberatum – liberalita-

tem – libertatem. Dal punto di vista del contenuto, è possibile intravvedere un riferimento all’e-
silio di Fausto, il quale non si trova ancora a essere ospite presso Ruricio. Infatti, se quest’ulti-
mo può sembrare libero a chi si trova lontano dalla patria (in peregrina patria), in realtà egli è
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ancora schiavo del secolo. Dunque, l’augurio formulato per queste due forme di esilio, è che
quanto prima esse possano sciogliersi: per il vescovo di Riez rientrando nella propria diocesi,
per Ruricio ottenendo la liberatio dai lacci dello spirito del mondo (in propria possis videre li-
beratum). E colui che, grazie alla sua intercessione, può procurare la libertà dello spirito all’
“esiliato nel mondo” è ancora una volta l’esule Fausto (per te mereatur consequi libertatem). Il
sapiente costrutto retorico si conclude con un ampliamento che, sottolineando con icastica effi-
cacia il concetto di separazione attraverso la prefissazione verbale (separetur – sequestratur),
perora ancora una volta l’urgente intervento del patronus: questi, benché lontano, è pregato di
non far mancare il suo aiuto a chi, a motivo della propria esistenza, è momentaneamente “lonta-
no dal premio eterno”. Evidente l’effetto di straniamento presente in buona parte del paragrafo.
Ritengo quindi di interpretare peregrina patria non tanto come metafora della condizione terre-
na, quanto piuttosto come pregnante riferimento alla recente situazione di Fausto. Infatti, nella
lettera faustiana che sembra essere stata scritta in risposta alla presente, è possibile ravvisare tra
le altre similarità stilistico-contenutistiche, un rimando allusivo proprio in sede incipitaria, qua-
si a ripresa della chiusa ruriciana: […] inter haec positi bona praesenti insultamus exilio et pa-
triam nos non amisisse, sed commutasse cognoscimus. […] sine sede propria possessores, sine
possessione divites sumus (epist. 9 p. 211, 11-15). E in tal senso cfr. anche FAUST. REI., epist. 12
p. 218, 16-19, scritta a Ruricio nel 485 circa, al ritorno a Riez: Gratias ad vos, dum vobis de
patria scribimus, qui nobis patriam in peregrinatione fecistis, qui indefessa liberalitate patriae
desideria temperastis vim quandam divinae iustitiae succedentibus sibi beneficiis inferentes.
Dunque credo possibile datare l’epistola di Ruricio e quella di Fausto all’anno 477. In merito
infine ai concetti di liberatio e di libertas, vale la pena notare quanto affermato da Fausto in
grat. 2 p. 88, 28 ss.: Liberatio ad donum gratiae et ad propositum consentientis pertinet vitae,
libertas vero arbitrii non est res accedentis munificentiae, sed naturae. Quaerentibus illa vel
tribuitur vel conservatur, etiam non requirentibus ista confertur. Illa renascentibus ministratur,
ista nascentibus. Libertas ad solam Dei pertinet operationem, liberatio et ad subditi hominis
servitutem. […] Illa originis et generis, ista est muneris et virtutis. Così interpretando, mi senti-
rei di escludere ciò che sostiene HAGENDAHL 1952, p. 77 in partic. n. 2, citando FUNCK 1890, p.
73, secondo cui Ruricio userebbe il singolare liber col significato di “figlio”. Dal punto di vista
grammaticale, si noti l’uso dell’aggettivo proprius (corrispondente al greco i[dio~) con valore
possessivo: nel latino tardo esso entra in concorrenza con il classico suus, almeno a partire dal
III secolo. Tuttavia proprius assume il valore di aggettivo possessivo anche di prima e seconda
pers. Cfr. p. es. AMBR., epist. 10, 70, 6: Qua de re quoniam propriis texuisti litteris posse typum
reperiri aliquem; CASSIOD., in psalm. 49, 15 ll. 317-319: Nostra enim tribulatio illa est quae
propriae salutis formidine generatur, non quae carnalium rerum timore concutitur. Vd. BLAISE
1955, p. 116; LHS II p. 179.
33 Il verbo mereor + inf., in età tardoantica, oscilla talora verso una funzione simile a quella

del verbo posse, ma con una sfumatura maggiormente personalistica: si può perché si è merita-
to (cfr. p. es. RURIC., epist. 1, 15, 1: […] tristatus sum, quod et inpedientibus peccatis meis tan-
to antestiti occurrere non merueram). Numerosi esempi in ThLL VIII, coll. 806-807; vd. anche
MOUSSY 2002, p. 97.
34 Si noti come nel latino tardo il sostantivo solacium / solatium acquisti, accanto al signifi-

cato di “sollievo”, “conforto”, quello di “aiuto”, “sostegno”. A tal proposito vd. LÖFSTEDT
1980, pp. 210-211.
35 Cfr. CASSIOD., var. 1, 3, 1: […] omnia siquidem bona suis sunt iuncta cum fructibus, nec

credi potest virtus quae sequestratur a praemio.


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1«Devinctissimus ist bei Ruricius das Attribut vertrauter weltlicher Personen» (ENGELBRE-
CHT 1892, p. 79), riferito sia a ecclesiastici che a laici. Molto usato da Ruricio, esso ricorre ben
11 volte in tutto l’epistolario, per lo più nell’inscriptio (epist. 1, 3; 4; 5; 2, 1; 2; 3; 4; 5; 23; 42;
fa eccezione epist. 2, 3, 1, in cui l’aggettivo compare nel corpo della lettera). Simile all’uso ru-
riciano è quanto si riscontra nelle lettere di Fausto di Riez, in cui delle 6 occorrenze dell’agget-
tivo, quattro sono nelle titolature. A Esperio sono indirizzate anche le successive lettere 4 e 5,
tutte con il medesimo indirizzo di omaggio.
2 Magnificus (talvolta nella forma superlativa magnificentissimus) è epiteto tipicamente rife-

rito a laici di nobile stirpe o a coloro che ricoprono cariche politico-amministrative (vd. O’
BRIEN 1930, pp. 149-150). Cfr. COD. Theod. 1, 6, 3: […] sed vir magnificus praefectus urbi rite
sollemnibus ordinatis vicem nostram sustinens; CIL VI 1761: Magnifici viri Mariniani praefec-
ti praetorio. Nell’epistolario ruriciano ricorre 8 volte nell’inscriptio.
3 Il termine unanimitas “cortesia”, “concordia” è usato come titolo di riguardo e di amicizia

per una persona, ecclesiastica o laica: vd. SYMM., epist. 1, 16, 1; 6, 27, 1; AMBR., epist. 10, 70,
6; extra coll. 14, 83; AUG., epist. 97, 1; HIER., epist. 126, 1; PAUL. NOL., epist. 5, 16; 12, 12; 46,
1.; altri riferimenti in O’BRIEN 1930, pp. 62-64. In modo particolare, come ben ha notato TH-
RAEDE 1970, p. 125, unanimitas è un titolo non propriamente del linguaggio cristiano, ma uti-
lizzato abbondantemente dagli autori pagani, come lo rivela la frequenza con cui compare nel-
l’epistolario di Simmaco. In generale, sull’uso e l’origine dei titoli, valga quanto sinteticamente
detto da HAGENDAHL 1952, p. 98: «Ces usages curtois ont pour origine les titres officiels des
empereurs et des haut dignitaires, et sont caractéristiques du style administratif. Il se sont intro-
duits dans l’art épistolaire et dans le style ecclésiastique durant le IV siècle; très vite à la mode,
et devenus obligatoires, ils ont contribué, au plus haut degré, à donner a ces formes de littératu-
re un aspect mondain et affecté»; sui titoli nell’epistolografia tardoantica, vd. ENGELBRECHT
1893; per l’uso che ne fa Ruricio vd. ENGELBRECHT 1892, pp. 48-83.
4 Procedimento retorico noto come congeries, ovvero accumulo di espressioni diverse o si-

milari per rafforzare il concetto e conferirgli enfasi. Cfr. QUINT., inst. 8, 4, 27: Potest adscribi
amplificationi congeries quoque verborum ac sententiarum idem significantium. [...] Simile est
hoc figurae, quam sunaqroismovn vocant, sed illic plurium rerum est congeries, hic unius mul-
tiplicatio. In particolare, l’accumulo stilistico del locus in esame identifica questa figura retori-
ca nei termini di enumeratio asindetica di sintagmi iperbolici e antitetici. La frase si apre con
un chiasmo (flectuntur rigida, saxea molliuntur), intrecciato col successivo sedantur tumida;
seguono quindi sette cola paralleli; il lungo elenco è chiuso ancora da un chiasmo (dominantur
barbara, immania placantur).Particolarmente evidenti assonanze e allitterazioni fra i vari ele-
menti della frase (flectuntur-molliuntur-leniuntur, tumescunt-mitescunt, accenduntur-acuuntur,
dominantur-placantur), e le figure etimologiche (leniuntur-lenia, tumida-tumescunt); da notare
l’ajntimetabolhv (commutatio: vd. supra 1, 2 n. 2) con chiasmo semantico dei cola mitescunt
saeva, saeviunt mitia.
5 Cfr. RURIC., epist. 1, 12, 1: Trepido in praeconium vestrum os elingue reserare. Significati-

vo è il fatto che l’aggettivo elinguis (< ex + lingua), oltre al significato generico di “muto”,
stricto sensu abbia anche quello di “privo di eloquenza”, “infacondo”. Cfr. CIC., Brut. 100:
Praesertim cum Fannius numquam sit habitus elinguis; HIER., in Os. 2, 5 ll. 179-183: Tu autem,
Pammachi, qui nos facere praecepisti hoc, necesse est ut fautor sis imperii tui, et amafinios ac
rabirios nostri temporis, qui de Graecis bonis, Latina faciunt non bona; et homines eloquentis-
simos, ipsi elingues transferunt, evangelico calces pede; CASSIAN., inst. praef. 3: Me quoque
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elinguem et pauperem sermone. La iunctura os elingue non è tuttavia ruriciana, ma è mutuata


da PRUD., perist. 10, 2: Romane, […] elinguis oris organum fautor move, cui l’autore sembra
alludere. Nel carme infatti Prudenzio invoca il santo martire Romano perché lo aiuti a cantare
le sue lodi. Quest’ultimo, martirizzato ad Antiochia nel 303, dopo essere stato privato proprio
della lingua, viene invocato dal poeta spagnolo come colui che sa far parlare anche i muti: fac
ut tuarum mira laudum concinam, / nam scis et ipse posse mutos eloqui (vv. 4-5). Similmente
cfr. PAUL. NOL., carm. 6, 34-36: Nec tibi difficile, Omnipotens, mea solvere doctis / ora modis,
qui muta loqui, fluire arida, solvi / dura iubes. Dunque l’espressione, nella presente epistola,
assume un valore particolarmente pregnante, evocando per analogia il contesto della supplica
contenuta nei versi prudenziani. Piuttosto frequente l’espressione ora reserare: vd. AMBR., in
Luc. 5, 48; PAUL. NOL., epist. 13, 14; AUG., in Ioh. 92, 2; SALV., gub. 7, 11; PAUL. PETRIC., Mart.
5, 18; carm. praef. 1; et alii. Quanto alla suggestione biblica, cfr. Mc 7, 35: Et statim apertae
sunt aures eius et solutum est vinculum linguae eius et loquebatur recte. Tuttavia non è da
escludere anche un riferimento all’episodio dell’asina di Balaam, la quale, deviando dal sentie-
ro per salvare la vita del padrone dall’angelo sterminatore inviato da Dio per punirne la disob-
bedienza, venne ripetutamente percossa da quest’ultimo, finchè aperuitque Dominus os asinae
et locuta est: «Quid feci tibi cur percutis ecce iam tertio?» (Nm 22, 28). Del resto, nella sapien-
te intertestualità ruricana, non va dimenticato che in epist. 1, 5, 1 il medesimo aggettivo elin-
guis, utilizzato nella presente per definire l’inettitudine letteraria dell’autore, è riferito agli ani-
mali incapaci di articolare la parola (universa animantia bruta pariter et elinguia).
6 La frase non è del tutto chiara: cosa intende Ruricio per “vita vecchia”? Sembra da esclude-

re l’età cronologica, essendo questa lettera verisimilmente precedente l’episcopato (cfr. MATHI-
SEN 1999, pp. 106-107). Si può dunque supporre che la lettera sia stata scritta tra il 477, presun-
to anno della conversio di Ruricio e il 485 circa, anno del suo episcopato. Oltre all’evidente an-
tifrasi tra vetus e novus, può essere presente una suggestione del topos del puer-senex, partico-
larmente diffuso nella letteratura tardoantica sia greca che latina, benchè l’archetipo sia ravvisa-
bile nella cultura classica. Ruricio pertanto, pur giovane di età, dopo la conversione ascetica, ha
conseguito quella che Ambrogio chiama canities animae (epist. 7, 52, 5) e morum senecta (vir-
ginit. 7, 39), che lo porterebbe alla recusatio di maniera di ciò che è letteratura. Sul topos del
puer-senex, vd. C. GNILKA, 1972, pp. 51 ss.; ID., s. v. Greisenalter, in RLAC XII, coll. 995-1094;
GIANNARELLI 1988, pp. 279-284; CURTIUS 1992, pp. 115-118; in partic. cfr. p. 115: «Questo to-
pos ebbe origine dalla situazione spirituale della tarda Antichità. In generale le civiltà, al loro
inizio e al loro apogeo, apprezzano i giovani e nel contempo onorano la vecchiaia. Ma è proprio
delle fasi tardive di una cultura il foggiare una figura umana ideale in cui la polarità fra gioventù
e vecchiaia tende alla compensazione»; vd. anche GIANNARELLI 1993, pp. 73-112.
7 Cfr. CASSIAN., c. Nest. praef. 1: […] cogitaram et propemodum constitueram post illum

proditae inscientiae pudorem ita me in portu silentii collocare, ut excusarem, quantum in me


esset, per taciturnitatis verecundiam loquacitatis audaciam. Sed vicisti propositum ac senten-
tiam meam laudabili studio et imperiosissimo affectu tuo, mi Leo, veneranda ac suspicienda
caritas mea, Romanae ecclesiae ac divini ministerii decus, producens me ex illo praemeditati
silentii recessu in publicum formidandumque iudicium, et nova subire cogis adhuc de praeteri-
tis erubescentem, cumque etiam minoribus impar fuero, par maioribus a te esse conpellor;
PAUL. PETRIC., carm. praef. 1: Iterato asinae ora reserastis, qui mihi loquendi fiduciam praesti-
tisits, cum obtecto ore in eo loco verecundius silentio conticescerem quam inperita verbositate
garrirem; SIDON., epist. 1, 1, 4: Porro autem super huiusmodi opuscolo tutius conticueramus,
contenti versuum felicius quam peritius editorum opinione, de qua mihi iam pridem in portu iu-
dicii publici post lividorum latratuum Scyllas enavigatas sufficientis gloriae ancora sedet. Le
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parole di Ruricio lascerebbero ipotizzare che la presente lettera accompagnasse uno scritto di
sua composizione che Esperio in persona gli avrebbe richiesto. Non ci è dato di conoscere a
quale genere di opera l’autore faccia riferimento; è possibile ritenere che Ruricio avesse man-
dato a Esperio una lettera in particolare (o una silloge di epistole), che quest’ultimo avrebbe
avuto cura di pubblicare e fare circolare fra gli amici, secondo la consuetudine già antica. Nella
lettera che segue si ritorna sull’argomento, apostrofando l’opera in questione come indignum
memoria, oblivione dignissimum volumen (§. 2). Gli stilemi fanno parte della topica prefatoria,
secondo cui l’autore si dichiara costretto a scrivere dalle richieste di un amico, nonostante la
propria inadeguatezza alla materia da trattare. Cfr. p. es. HIER., epist. 1, 1: Saepe a me, Inno-
centi carissime, postulasti, ut de eius miraculo rei, quae in nostram aetatem inciderat, non ta-
cerem. Cumque ego id verecunde et vere, ut nunc experior, negarem meque adsequi posse diffi-
derem, sive quia omnis humanus sermo inferior esset laude caelesti, sive quia otium quasi
quaedam ingenii robigo parvulam licet facultatem pristini siccasset eloquii, tu e contrario ad-
serebas in Dei rebus non possibilitatem inspici debere, sed animum, neque eum posse verba de-
ficere, qui credidisset in Verbo. Quid igitur faciam? Quod inplere non possum, negare non au-
deo; CLAUD. MAM., anim. praef. p. 18, 4-6: Editionem libellorum mihi quos de animae statu
condidi reticenti cautus et loquendi pensus arbiter imperasti. Fas fuit mememt doctissimi atque
amantissimi vel peritiae cedere vel amicitiae credere; similmente vd. HIER., praef. evang. p.
1515, 2-6; AUG., op. monach. 1, 1; SEDUL., epist. 1 p. 1, 1 ss.; PAUL. PETRIC., carm. praef. 2; et
alii. Su questi aspetti vd. JANSON 1964, pp. 116-120.
8 Frase a cui è sotteso probabilmente un proverbio, costruito sull’antitesi loqui / dicere - ta-

cere. Vd. OTTO 1962, pp. 338-339. Cfr. AMBR., off. 1, 2, 5: […] ideoque tacere nosse quam lo-
qui difficilius est. Scio loqui plerosque cum tacere nesciant; HIER., epist. 109, 2: Ut qui loqui
nescit, discat aliquando reticere; SIDON., epist. 7, 9, 5: […] non maior est gloria dixisse quod
noveris quam siluisse quod nescias.
9 Cfr. CASSIAN., c. Nest. praef. 1: Ita me in portu silentii collocare, ut excusarem, quantum

in me esset, per taciturnitatis verecundiam loquacitatis audaciam.


10 Compare per la prima volta nell’epistolario il sostantivo rusticitas che è cifra costante del

modo di porsi di Ruricio nei confronti dei suoi interlocutori, ovvero un dichiarato stato di infe-
riorità stilistica e culturale, in ottemperanza ai topoi epistolari. Altri loci similes in RURIC., epist.
1, 4, 2; 2, 9, 6; 17, 1; 18, 4; 27, 1; 38, 1; 41, 1. A proposito dell’affectata modestia nella letteratu-
ra latina, vd. SITTL 1889, pp. 560-561; DIHLE 1952, pp. 169-190; HAGENDAHL 1952, pp. 93-97;
JANSON 1964, pp. 124-141; GARZYA 1983, pp. 126-127. In modo particolare, così scrive Hagen-
dahl: «Les déclarations de modestie que l’auteur débite dans la préface deviennent obligatoires
dans l’art épistolaire, à mesure qu’ils s’imprègne de l’esprit précieux» (p. 93). Cfr. CYPR., epist.
20, 1: Absens tamen corpore nec spiritu nec actu nec monitis meis defui quo minus secundum
Domini praecepta fratribus nostris in quibus possem mea mediocritate consulerem; 58, 1: […]
et quantulacumque mediocritate exhortationis nostrae praesens illic fraternitatem corroborare;
69, 1: Pro tua religiosa diligentia consuluisti mediocritatem nostram; PAUL. NOL., epist. 43, 4:
Te autem, ut tua opinione deceptum ab inopia mea minus moleste feras […] oro te potius, ut ma-
ledicas sterilitati meae, ne umquam ex illa fructus nascatur […] expedit enim mihi interitus ste-
rilitatis meae […]; 51, 2: Suscipite ergo in his exiguis sermonibus parvitatis meae non exiguae
caritatis insignia. Di rusticitas parla in termini elogiativi HIER., epist. 52, 9: Nec rusticus et tan-
tum simplex frater ideo se sanctum putet, si nihil noverit, nec peritus et eloquens in lingua aesti-
met sanctitatem. Multoque melius est e duobus inperfectis rusticitatem sanctam habere quam
eloquentiam peccatricem. La topica cristiana della modestia è supportata dalle parole di 1Cor 1,
17: Non enim misit me Christus baptizare, sed evangelizare non in sapientia verbi, ut non eva-
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cuetur crux Christi; 2Cor 11, 6: […] et si inperitus sermone, sed non scientia in omnibus autem
manifestatus sum vobis (vd. anche HIER., epist. 29, 7). Almeno a partire dalla metà del IV secolo
circa, l’inperitia sermonis perde la sua forza polemica per diventare maniera, segno di falsa mo-
destia, specie negli autori in cui il preziosismo retorico e stilistico è più accentuato. Altri esempi
in BRUHN 1911, pp. 21-22; CURTIUS 1992, pp. 97-100. Fiero sostenitore di uno stile rusticus e
pedester a fini pastorali è Cesario di Arles nei suoi sermoni, per cui cfr. p. es. CAES. AREL., serm.
1, 20: Unde magis simplici et pedestri sermone, quem totus populus capere possit, debent domi-
nici mei sacerdotes populis praedicare, implentes illud quod ait aposotlus: «Omnia omnibus fac-
tus sum, ut omnes lucrifacerem»; secundum sancti Hieronymi sanctum ac salubre consilium, quo
ait: «Sacerdote», inquit, «praedicante oportet ut magis gemitus suscitetur quam plausus»; 114,
2: Et haec quidam secundum litteram, sicut in libris sanctorum scriptum invenimus, caritati ve-
strae rustico et simplici sermone, quem toti intelligere possint, insinuanda credimus. Sul sermo
humilis di Cesario, vd. AUERBACH 1960, in partic. pp. 85-91; BONA 2000, pp. 31-36.
11 Cfr. VERG., ecl. 8, 55-56: Certent et cycnis ululae, sit Tytirus Orpheus, / Orpheus in silvis,

inter delphinas Arion. La reminescenza virgiliana pone un problema da un punto di vista inter-
pretativo: infatti i due mitici vati sono posti da Ruricio quasi in antagonismo, come se il secon-
do fosse superiore al primo. Essendo Arione ritenuto l’inventore del ditirambo, inno collegato
al culto di Dioniso, mentre Orfeo il poeta lirico, legato al dio Apollo, MATHISEN 1999, p. 108 n.
11 così interpreta: «In general, Dionysus represented the senses and Apollo the intellect, and
this contrast may lie behind Ruricius’ comparison». A mio avviso credo sia possibile proporre
un’altra ipotesi. Come ha ben mostrato lo stesso MATHISEN 1991, pp. 29-43, era consuetudine,
tra i membri delle élites culturali tardoantiche, utilizzare nicknames classicheggianti, quali
Orpheus, Phoebus, ecc. In particolare, va notato che Orpheus era soprannome per il grande re-
tore gallico Lampridio di Bordeaux, morto strozzato a opera dei suoi schiavi (vd. SIDON., epist.
8, 9; 11). Questo sembrebbe concordare con la precedente confessione di inadeguatezza da par-
te di Ruricio, secondo cui egli sarebbe costretto ad assumere toni che non gli appartengono al
fine di rapportarsi con un altro retore di fama quale Esperio. Se così è possibile ritenere, è altre-
sì verisimile ipotizzare che dietro il personaggio di Arione si celi lo stesso Ruricio: in questo
modo verrebbe a sciogliersi l’apparente aporia interpretativa del passo. Infine va rilevata altresì
la dimensione dell’adynaton (presente già nell’ipotesto virgiliano: su questo topos, vd. CURTIUS
1992, pp. 110-115, in partic. p. 111), per cui si viene a sovvertire il naturale ordine della realtà,
e il rusticus Ruricio (si noti anche la singolare corrispondenza etimologica) assurge al rango di
rhetor. Su questo locus, vd. NERI 2007a, pp. 140-144; sulla persona di Lampridio, vd. LOYEN
1943, pp. 91-92; LA PENNA 1995b, pp. 211-224.
12 Similmente cfr. SULP. SEV., Mart. epist. 3: […] si aures eorum vitiosus forsitan sermo per-

culerit; dial. 1, 27, 2: […] vereor ne offendat vestras nimium urbanas aures sermo rusticior;
SALV., gub. praef. 3: […] in scriptiunculis nostris non lenocinia esse volumus, sed remedia,
quae scilicet non tam otiosorum auribus placeant quam aegrotorum mentibus prosint.
13 Questo colon risulta densamente retorico: veniam venienti (paronomasia) e ex necessitu-

dine necessariae necessitatis (figura etimologica). A proposito del sostantivo necessitudo, sem-
bra interessante osservare quanto scrive ISID., diff. 1, 101 Cod.: Necessitas aliquid fieri cogit,
necessitudo autem affectus est vel vinculum propinquitatis, secondo già quanto ebbero a espri-
mere CHAR., gramm. I 99, 22; AUL. GELL. 13, 3, 1. Pertanto «[…] il existe de necesse deux sub-
stantifs dérivés: necessitas et necessitudo, que la langue a différenciés, réservant plutôt le sens
de “nécessité” à necessitas, et celui de “relations d’amitié ou de parenté” à necessitudo; on
trouve même à l’époque impériale necessitudines avec le sens concret des “amis”» (DELL p.
629). Quanto al calembour lessicale necessitas – necessitudo, cfr. p. es. PETR. CHRYS., serm. 63,
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2: […] necessitatem necessitudine gestiunt submonere; SIDON., epist. 6, 4, 1: […] commendo


supplicum baiulorum pro nova necessitudine vetustam necessitatem; ENNOD., epist. 3, 15 p. 82,
14: Rarum est ut necessitati amor fultus necessitudine colla summittat.
14 Topica la richiesta di perdono da parte dell’autore nei confronti di chi legge, a motivo del

sermo rusticior. Cfr. p. es. SOL. praef. 1: E re putavi examen opusculi istius tibi potissimum da-
re, cuius vel industria promptius suffragium vel benignitas veniam spondebat faciliorem; SULP.
SEV., Mart. epist. 3: Quod si acciderit et ab aliquibus eum legi videris bona venia id a lectori-
bus postulabis; per quanto concerne il colon conscium mutuae passionis pectus agnoscit, evi-
dente il debito di HIER., epist. 14, 1: Quanto studio et amore contenderim ut pariter in eremo
moraremur conscium mutuae caritatis pectus agnoscit.
15 L’invito alla brevitas è un elemento tipico dell’epistolografia. Cfr. GARZYA 1983, pp. 125-

126: «La suntomiva / brevitas dell’antica precettistica passa anch’essa da artificio retorico a ri-
sorsa filofronetica, in quanto viene inquadrata nell’obbligo di non recare disturbo, mh; ejno-
clei`n, sentimento così radicato nella trama dei rapporti umani che appare anche nello scambio
epistolare non letterario del tempo». Vd. anche THRAEDE 1970, pp. 155-156; CUGUSI 1983, pp.
34-35. 74-75; CORBINELLI 2008, p. 33. Tra le fonti antiche cfr. almeno DEMETR., Eloc. 228: To;
de; mevgeqo~ sunestavlqw th`~ ejpistolh`~, w{sper kai; hJ levxi~; IUL VICT., rhet. p. 105, 19:
In familiaribus litteris primo brevitas observanda. «[…] in molti luoghi infatti è invocato il mo-
dus epistolare come “giustificazione” dell’interruzione della lettera; altre volte ci si giustifica
per l’eccessiva lunghezza dell’epistola stessa – due concetti strettamente legati l’uno all’altro»
(CUGUSI 1983, p. 74). A titolo di esempio vd. CIC., fam. 7, 1, 6; 3, 5-6; 11, 24, 1; 25, 1; SEN.,
epist. 4, 10; 18, 14; 26, 8; 45, 13; PLIN., epist. 2, 5, 13; 11, 25; 3, 5, 20; 5, 7, 5-6; ecc. L’appello
alla brevitas diventa anche uno stilema per porre fine a una sezione argomentativa: Transeamus
ad cetera – neque enim epistulae brevitas patitur diutius in singulis morari (HIER, epist. 57, 8),
a cui si aggiunga il commento puntuale di BARTELINK 1980, pp. 89-90. Altri esempi geronimia-
ni in epist. 3, 6; 7, 6; 26, 5; 29, 7; ecc.
16 Il verbo ructuo “emettere gas digestivo dalla bocca” oppure “vomitare”, per indicare l’umile

fluire delle parole di supplica o di lode, è hapax in Ruricio, alternato con la forma ructo. Nella Sa-
cra Scrittura si trova il composto eructo, usato sempre in metafora, da cui probabilmente Ruricio
è stato suggestionato. Cfr. p. es. Ps 18, 3: Dies diei eructat verbum et nox nocti indicat scientiam;
44, 2: Eructavit cor meum verbum bonum dico ego opera mea regi; 118, 171: Eructabunt labia
mea hymnum; ecc. L’uso è comunque popolare. Interessante la traduzione di significato che Ago-
stino fa del sostantivo ructator, facendolo sinonimo di praedicator (serm. 34, 2).
17 Da notare la sequenza nostrum-depositum-tuum, quasi in rima e l’assonanza prodotta dal-

la vocale scura /u/.


18 Il pignus di cui si parla è uno dei figli di Ruricio, inviato alla scuola di Esperio per una

formazione culturale e retorica. Il riferimento a questo fatto viene espresso con una metafora
commerciale (pignus, depositum, commendantes, susceptione). Pignus, già dall’età classica, ha
in metafora la sfumatura affettiva di “persona cara”, soprattutto in riferimento ai figli (vd. ThLL
X-1, coll. 2125-2126). Quanto alla forma cfr. PROP. 4, 11, 73-74: Nunc tibi commendo commu-
nia pignora natos: / haec cura et cineri spirat inusta meo; anche se in contesto diverso, cfr. AM-
BR., inst. virg. 1, 1: Commendas mihi pignus tuum, quod aeque est meum, Ambrosiam Domini
sacram. Interessante l’etimologia popolare proposta da Isidoro per il lemma depositum: Depo-
situm est pignus commendatum ad tempus, quasi diu positum (orig. 5, 25, 19). ENGELBRECHT
1891, p. lxx ipotizza acutamente come Ruricio, a giudicare dalle parole di cui sopra, dovesse
avere ancora solo un figlio da Iberia, verisimilmente Ommazio, a cui per primo indirizzerà
l’epist. 1, 18.
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19 L’astratto divinitas per Deus trova grande uso presso i cristiani, a partire già da Minucio

Felice. Così spiegano LACT., inst. 1, 11, 10: […] si autem divinus non sit, ne deus quidam sit,
unde ipsa divinitas nominatur, ut ab homine humanitas; AUG., civ. 7, 1: Hanc divinitatem vel, ut
sic dixerim, deitatem (nam et hoc verbo uti iam nostros non piget, ut de Graeco expressius
transferant quod illi qeovthta appellant).
20 Cfr. Tb 10, 4-5: Flebat igitur mater eius inremediabilibus lacrimis atque dicebat: «Heu

heu me fili mi ut quid te misimus peregrinari lumen oculorum nostrorum, baculum senectutis
nostrae, solacium vitae nostrae, spem posteritatis nostrae; omnia in te uno habentes te non de-
buimus dimittere ire a nobis». In modo particolare è da notare come Ruricio riutilizzi, variando,
lo stilema di Tb 10, 5 (omnia in te uno habentes), posto sulla bocca di Anna nei confronti del fi-
glio Tobia, riferendolo non più al proprio figlio, bensì a Esperio.
21 Elicitor è sostantivo deverbale rispetto a elicio (< ex + lacio), che di per sè significa “fare

scaturire qualcosa” attraverso lo scavo (acqua, pietre, metalli) oppure per mezzo di azioni ma-
gico-rituali (cfr. l’epiteto di Giove Elicius, per cui vd. VARRO, ling. 6, 94-95; OVID., fast. 3,
327-328). Il sostantivo elicitor è hapax di Ruricio.
22 Sapiente e preziosa descrizione della funzione di precettore di Esperio attraverso un lessi-

co fortemente concreto, inerente all’area semantica dei lavori manuali “di scavo” (elicitor, for-
mator, rimator, repertor). Nella lunga e iperbolica captatio benevolentiae iniziata alcune righe
sopra, Ruricio si avvale del lessico ora commerciale ora intimistico ora tecnico. Il sottile fil
rouge che conferisce unitarietà a questo pastiche linguistico è l’allitterante poliptoto del prono-
me personale tu, che costantemente catalizza l’attenzione del lettore. Lo stile sembra essere
propriamente quello del panegirico: dopo la consueta captatio benevolentiae e l’accusa di inca-
pacità, segue l’elogium, caratterizzato dall’accumulo anaforico di elogi del soggetto, collocati
generalmente all’inizio della frase, secondo lo schema: apostrofe (tu / te) + motivo di lode. Sul-
la struttura del panegirico latino, ottimo DEL CHICCA 1985, pp. 79-113. Non sfugga tuttavia la
vicinanza anche coll’innografia cristiana, in cui spesso si ricorre allo schema sopraccitato (apo-
strofe pronominale + elogio): antico esempio cristiano di questo stile innodico è il Te Deum. A
tal proposito vd. FONTAINE 1980, pp. 38-39; ROPA 1993, pp. 385-386. In epoca tardoantica si
veda l’uso che di questo stilema fa anche Ausonio per celebrare “paganamente” il fiume Mosel-
la. Cfr. AUSON., Mos. 382-383: Te clari proceres, te bello exercita pubes, / aemula te Latiae de-
corat facundia linguae; 477-478: Te fontes vivique lacus, te caerula noscent / flumina, te vete-
res pagorum gloria, luci. Cfr. anche ENNOD., dict. 10 p. 457, 18-23: Tu de eius pectore scientiae
sarculo paliuros et lolium submovisti: tu triticeam messem, qua propinquos pascat, elevasti, fe-
lici in eo eventu per familiarum dissonantiam unum quod sequeretur et aliud quod fugeret de-
monstrando! o laudanda supra hominem tui virtus ingenii. Da notare infine la rima (elicitorem,
formatorem, rimatorem, repertorem), arricchita dall’assonanza della vocale chiara /e/ unita-
mente all’allitterazione di /t/ e /r/. Tutti questi vocaboli sono hapax nell’epistolario ruriciano.
Della triplice lode di Esperio (cavatore di gemme, cercatore d’oro, scopritore di acque) Ruricio
fornirà parallelamente analitica decantazione nelle righe che seguono.
23 Sull’uso di proprius con valore di aggettivo possessivo, vd. supra 1, 2 n. 32.
24 Confusio sembra avere qui un valore etimologico (< cum + fundo) di “mescolanza”, “mi-

scuglio”, mantenendo così la lunga metafora che paragona il precettore al cercatore di pietre
preziose. Tuttavia è possibile intravvedere anche un velato riferimento alla confusio temporum,
in cui Ruricio e la sua famiglia si trovavano a vivere, nella Gallia meridionale occupata dai Visi-
goti. L’ambiguità del sostantivo rende pertanto più pregnante l’asserto. Parimenti tutta la frase
può avere una duplice lettura, secondo un’interpretazione metaforica o maggiormente attualiz-
zante: i giovani virgulti delle nobili famiglie gallo-romane, senza una guida sicura, non potreb-
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bero mettere a frutto le loro qualità, secondo l’educazione classica conforme al loro status (qui
sciris abstrusas lapidibus gemmas propriae reddere generositati, quae utique, in tanta rerum
confusione, amitterent nobilitatem, si indicem non haberent). I sostantivi generositas e nobilitas
in modo particolare scandiscono con forza il pensiero dell’autore. In generale, sulle dinamiche
storico-culturali della Gallia di V secolo, vd. COURCELLE 1948; pp. 58-89. 117-149; LOYEN
1964, pp. 437-450; BRUGUIÈRE 1974, in partic. pp. 37-97. 189-245; HÅRLEMAN 1978, pp. 157-
169; MATHISEN 1984, pp. 159-170; KLEIN-WELDENSTEIN 1991, pp. 352-380; FÉVRIER 1993, pp.
405-427; PASCHOUD 1993, pp. 15-20; LUISELLI 1998, pp. 19-30; sul regno visigoto di Tolosa, vd.
LOYEN 1934, pp. 406-415; MATHISEN 1999, pp. 13-17; KULIKOWSKI 2001; pp. 26-38, sui vari
aspetti connessi alla presenza visigotica in Gallia (diritto, liturgia, archeologia,…), fondamenta-
le la rassegna bibliografica curata da FERREIRO 1988. La scelta per “le lettere” come discrimen
rispetto ai barbari è chiaramente consigliata anche da SIDON., epist. 8, 2, 2: […] nam iam remo-
tis gradibus dignitatum, per quas solebat ultimo a quoque summus quisque discerni, solum erit
posthac nobilitatis indicium litteras nosse; a tal proposito vd. GUALANDRI 1979, pp. 14-29; ID.
1989, pp. 526-529; GIOANNI 2004, pp. 522-524; sulle reazioni alle invasioni barbariche da parte
degli intellettuali cristiani, vd. BREZZI 1962, pp. 565-593; SIMONETTI 1980, pp. 93-117; sull’im-
magine del barbarus in età tardoantica, vd. MATHISEN 1993; PÉREZ SÁNCHEZ 1997, pp. 223-241;
HEATHER 1999, pp. 234-258; stimolante l’intervento di CRACCO RUGGINI 1993, pp. 351-367.
Valga, come sintesi pressoché generalizzata del pensiero aristocratico gallico, quanto schietta-
mente consiglia ancora Sidonio all’amico Filagrio: Barbaros vitas, quia mali putentur; ego,
etiamsi boni (epist. 7, 14, 10), quasi una riformulazione attualizzata del virgiliano timeo Danaos
et dona ferentis (Aen. 2, 49). Va tuttavia notato come l’atteggiamento di Ruricio nei confronti
degli invasori, accanto a un verisimile sentimento di smarrimento, non sembra essere stato del
tutto ostile, data la sua corrispondenza epistolare con i Visigoti Freda (epist. 1, 11) e Vittamerus
(epist. 2, 61). A tal proposito vd. MATHISEN 1999, pp. 39-40; in partic. a p. 40 si nota: «Ruricius’
low-key approach to the Goths does not, however, appear to have been the result of any anti-
pathy that he felt toward them or fear of reprisals. Indeed, he seems to have been on quite good
terms with them»; vd. anche MATHISEN 2001, pp. 101-115. Infine, come ha acutamente rilevato
SIMONETTI 1980, pp. 105-106, oltre a un’indubbio adattamento nella vita quotidiana tra gallo-ro-
mani e barbari (vd. HEATHER 1999, pp. 242-255), il fatto che nelle opere di molti autori gallici
dell’epoca (tra cui anche Ruricio), non si faccia riferimento, se non tangenzialmente, agli stra-
volgimenti di carattere socio-politico, rivela «un vero e proprio rifiuto psicologico di accettare
la sgradita realtà. Nell’impossibilità di poter in qualche modo operare per contrastare la cala-
mità inevitabile, questi esponenti dell’aristocrazia gallica esprimono col silenzio il loro dissenso
e la loro protesta: continuano, o meglio cercano di continuare a vivere, agire e soprattutto scri-
vere – sono dei letterati – come se quella spiacevole situazione non si fosse prodotta».
25 La frase è densamente retorizzante: l’iperbato aurum quoque harenis vilibus mixtum

esprime a livello formale la commistione tra materiale nobile e vile, mentre il chiasmo con so-
norità eluetur aquis, ignibus eliquetur, e la giustapposizione di elementi antitetici (acqua – fuo-
co) rende particolarmente brillante l’eloquio. Non sfugga la similarità della metafora, in ambito
retorico, di CIC., de orat. 2, 174: Ut enim si aurum cui, quod esset multifariam defossum com-
monstrare vellem, satis esse deberet, si signa et notas ostenderem locorum, quibus cognitis ipse
sibi foderet et id, quod vellet, parvo labore nullo errore inveniret, sic has ego argumentorum
notavi notas quae quaerenti demonstrant ubi sint; reliqua cura et cogitatione eruuntur.
26 Cfr. Ier 17, 13: Expectatio Israhel, Domine, omnes qui te derelinquunt confundentur, re-

cedentes in terra scribentur quoniam dereliquerunt venam aquarum viventium Dominum.


27 Cfr. ISID., orig. 13, 20, 4: Latex proprie liquor fontis est; et dicta latex quod in venis ter-
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rae lateat; vd. anche diff. 1, 437 Cod. Latex é sostantivo piuttosto raro nella letteratura latina e
di uso soprattutto poetico. Si trova per la prima volta in un frammento di sede incerta di Accio
citato da Prisciano, per testimoniare l’esistenza del sostantivo di genere femminile: non calida
latice lautus (gramm. II 169, 13). Quindi compare nei carmi di Cicerone, in Virgilio, in Lucre-
zio. Rarissimo in prosa: si trova per la prima volta in Livio (1 volta), quindi in Apuleio (6 vol-
te). L’uso dunque che ne fa Ruricio sembra essere un cultismo. Il locus ruriciano sembra dipen-
dere, almeno a livello formale, da RUFIN., Orig. in Num. 12, 1 p. 96, 15-17: Donec enim terra
tegit aquarum venas et obturat oculum fluenti, non potest puri laticis unda profluere. L’inter-
pretazione spirituale di queste parole è stata fornita alcune righe sopra: Sed revera putei, qui
sunt in anima nostra, indigent fodiente; debent enim mundari et omne, quod terrenum est, ab
iis debet auferri, ut venae illae rationabilium sensuum, quas ei inseruit Deus, puta ac sincera
fluenta producant (ll. 12-15). Così vd. anche Orig. in Gen. 12, 5 p. 112, 21-25. Va tuttavia nota-
to come la formazione richiesta da Ruricio a Esperio per il figlio sia sostanzialmente retorica.
Dunque i riferimenti ai corsi d’acqua corrente e all’unda che non fluirebbe abbondante e libera
senza l’appetitoris industria sembrano alludere alla codificata e classica immagine del flumen
per esprimere la ricchezza dell’eloquenza: vd. p. es. iuncturae quali flumen orationis (CIC., de
orat. 2, 62; Brut. 325; nat. deor. 2, 20; QUINT., inst. 9, 4, 61); flumen verborum (CIC., de orat. 2,
188; orat. 53; nat. deor. 2, 1); flumen eloquentiae (QUINT., inst. 10, 1, 61); in partic. cfr. QUINT.,
inst. 9, 4, 7: Ceterum quanto vehementior fluminum cursus est prono alveo ac nullas moras
obiciente quam inter obstantia saxa fractis aquis ac reluctantibus, tanto, quae conexa est et to-
tis viribus fluit, fragosa atque interrupta melior oratio. Per le numerose attestazioni del riuso
della metafora in età tardoantica, vd. BRUHN 1911, pp. 43-45 (flumen e torrens). Similmente vd.
anche supra 1, 1 n. 30. Il sostantivo fluentum è per lo più attestato al plurale (fluenta); le occor-
renze al singolare sono segnalate in ThLL VI-1, col. 949. Dal punto di vista stilistico si noti la
figura etimologica fluenti – fluet; la variazione sinonimica per indicare il fiume, con ricorso an-
che a termini poetici (aqua, fluentum, latex), per cui vd. ENNOD., carm. 1, 7, 1-4 (= 26V) cit.
supra 1, 1 n. 12; la clausola ritmica únda non flúet (cursus planus).
28 Immagini simili, nell’ambito di un elogium di un grammaticus (gratiarum actio gramma-

tico quando Partenius bene recitavit) in ENNOD., dict. 10 p. 456, 22 ss.: Aurum nihil est, nisi
manu conponatur artificis et fulvo pretium metallo lima fabricante iungatur: cessante industria
exigua est claritas quae venerit a natura. Fabrilibus debet studiis quod in partu suo terra lau-
datur: fornacis beneficio de latentium fetibus venarum quod in solidi transit speciem ferri do-
matur et effera hominum corda domitrice adfectione captivat. [...] Multis manifestatur indiciis
operantum diligentia aut infundi quod origo non tribuit aut quot bona tribuit custodiri.
29 Vd. VERG., georg. 1, 495: (agricola) [...] exesa inveniet scabra robigine pila. Il tema della

robigo, quale cifra della decadenza, è caro a Sidonio Apollinare. Cfr. epist. 8, 6, 18: Varronem
logistoricum, sicut poposceras, et Eusebium chronographum misi, quorum si ad te lima perve-
nerit, si quid inter excubiales curas, utpote in castris, saltim sortito vacabis, poteris, postquam
arma deterseris, ori quoque tuo loquendi robiginem summovere (a Namazio), in partic. cfr. epi-
st. 2, 10, 1 (anch’essa a Esperio): Illud appone, quod tantum increbruit multitudo desidiosorum
ut, nisi vel paucissimi quique meram linguae Latiaris proprietatem de trivialium barbarismo-
rum robigine vindicaveritis, eam brevi abolitam defleamus interemptamque. Successivamente,
al §. 6, Sidonio esorta l’amico a non temere che la compagnia delle donne possa ottundere il
suo ingenium poeticum e la sua oris lima (vd. carm. 23, 144). Il locus ruriciano sembra dipen-
dere da quest’ultima lettera sidoniana quanto alle immagini utilizzate (altri temi legati alla de-
cadenza in SIDON., epist. 3, 14, 2; 4, 17, 1-2; 9, 11, 6; ecc.). Similmente, cfr. HIER., epist. 1, 1:
[...] otium quasi quaedam ingenii robigo parvulam licet facultatem pristini siccasset eloquii; vi-
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184 Commento

ta Malchi 1: Ita et ego, qui diu tacui (silere quippe me fecit cui meus sermo supplicium est),
prius exerceri cupio in parvo opere et veluti quandam rubiginem linguae abstergere; anche se
in diverso contesto cfr. FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 6-8: Propitia divinitate in secreto religionis
congruo et tranquillissimo silentio costituti, in quo Dominus ad rubiginem longa securitate
contractam salutiferae limam castigationis admovit. Va notato quanto fosse diffusa nella Gallia
tardoantica la preoccupazione della deriva non solo dei costumi e della civiltà, causata dall’ar-
rivo dei barbari (vd. supra n. 23), ma anche della lingua latina e della letteratura: su questi
aspetti, fondamentali LOYEN 1956, pp. 265-284; ID. 1963, pp. 437-450; GUALANDRI 1979, pp.
25-33; BANNIARD 1992, pp. 413-427; MATHISEN 1988, pp. 45-52 (con abbondanti note al testo);
ID. 1993, in partic. pp. 105 ss. Le parole conclusive dell’epistola rivelano il tenore e il valore
delle metafore del §. 2, tutte orientate nel senso dell’educazione culturale e retorica del giovane
figlio di Ruricio. Un’educazione che, come ha notato RICHÉ 1958, p. 885, veniva impartita at-
traverso un precettore, secondo il costume della nobiltà gallo-romana, nonostante la presenza
delle scuole pubbliche e, dopo il V secolo, di quelle ecclesiastiche. A tal proposito, vd. infra 1,
5 n. 4.
30 Cfr. RURIC., epist. 1, 4, 2 a Esperio: Itaque […] indignum memoria, oblivione dignissi-

mum volumen absconde, si vis et me ad arbitrium tuum oratoris famam et te probati iudicis ob-
tinere personam.

1, 4
1 Il sostantivo apex (SERV. Aen. 10, 271: < apio; vd. DELL, s. v. apex) significa originaria-

mente “sommità”, “parte più alta” ascrivibile a qualsivoglia corpo fisico: monti, colline, ecc.
Per traslato esso viene riferito dai cristiani anche alle estremità dell’albero della croce (TERT.,
adv. Marc. 3, 19, 6), al pileus posto sul capo dei sacerdoti (FEST. p. 18; TERT., apol. 15), alla co-
rona regale (HOR., carm. 3, 21, 20). Dal punto di vista grammaticale, apex indica il segno di-
stinguente una vocale lunga da una breve, come si apprende p. es. da QUINT., inst. 1, 7, 2-3:
[…] ut longis syllabis omnibus adponere apicem ineptissimum est, quia plurimae natura ipsa
verbi, quod scribitur, patent, sed interim necessarium, cum eadem littera alium atque alium in-
tellectum, prout correpta vel producta est, facit: ut “malus” arborem significet an hominem
non bonum apice distinguitur, “palus” aliud priore syllaba longa, aliud sequenti significat, et
cum eadem littera nominativo casu brevis, ablativo longa est, utrum sequamur, plerumque hac
nota monendi sumus (vd. anche SCAUR., gramm. VII 33, 5; ISID., orig. 1, 4, 18; 1, 27, 29). Indi-
cando anche l’espressione grafica delle lettere dell’alfabeto (GELL. 13, 31, 1; AUSON., grat. 16,
74 (= 419 Souchay); SIDON., epist. 2, 1, 2), per metonimia il plurale apices viene a identificare
epistole di qualsivoglia genere (ufficiali, private, ecc.), per cui vd. GLOSS. II 264, 51: gravmma
basilevw~; COD. Theod. 9, 19, 3: Serenitas nostra prospexit inde caelestium litterarum coepisse
imitationem, quod his apicibus tuae gravitatis officum consultatione relationesque
conplectitur; SIDON., epist. 4, 5, 1: Gozolas vester […] apicum meorum secundo gerulus effici-
tur; CASSIOD., var. 8, 15, 3: […] rationabile duximus ad coetum vestrum salutationis apices de-
stinare; 10, 15, 1: […] quotiens ad pietatem vestram salutiferos apices contigerit destinari; et
alii.
2 Unico caso in Ruricio dell’uso di unianimitas rispetto al più frequente unanimitas (vd. p.

es. RURIC., epist. 1, 3, 1). Il richiamo a lettere precedentemente ricevute o ad argomenti in esse
contenuti fa parte della topica dell’epistolografia, classica e tardoantica, per cui vd. CUGUSI
1983, p. 68; sul titolo onorifico unanimitas, vd. supra 1, 3 n. 3.
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I, 3-4 185

3 La locuzione è direttamente ripresa da una lettera inviata da Sidonio Apollinare a Ruricio

nel periodo a cavallo tra gli anni 470-477 (Loyen). In essa il poeta arverno apprezza lo stile
accurato e arguto dell’amico: Accepi per Paterninum paginam vestram, quae plus mellis an salis
habeat incertum est. Ceterum eloquii copiam hanc proferri, hos olet flores, ut bene appareat non
vos manifesta modo verum furtiva quoque lectione proficere (SIDON., epist. 4, 16, 1; similmente,
vd. anche epist. 8, 10, 1). Da notare il sapiente chiasmo semantico che si instaura col colon suc-
cessivo: […] tam sale quam melle respersos, in quibud nec dulcedini deesset aliquid nec sapori.
4 Il diminutivo paginula (< pagina), piuttosto raro già in epoca classica (vd. CIC., Att. 4, 8a,

2), in età tardoantica esprime topicamente la modestia di un’opera: vd. EPIST. pontif. 304 Migne
20, 539A; 306 Migne 20, 543A (epistole di papa Innocenzo I: 402-417); CONSTANT., vita Germ.
epist. p. 249, 4.
5 Tutta questa lettera assume le caratteristiche quasi forensi di un’accorata ratiocinatio, nel

tentativo dell’autore di mostrare la propria indegnità culturale e stilistica (rusticitas: vd. supra
1, 3 n. 10), secondo la topica tapeivnwsi~, giungendo addirittura, nella peroratio finale, a pa-
ventare per l’interlocutore l’ignominia, se questi oserà nuovamente esprimere giudizi lusinghie-
ri circa il volumen inviatogli, e soprattutto se si azzarderà a diffonderlo tra gli amici. L’anda-
mento stilistico-contenutistico sembra seguire la struttura di una vera e propria orazione, ottem-
perando ai tre fini dell’eloquenza antica (delectare, probare, flectere: vd. CIC., orat. 21): Ruricio
infatti si appella al suo interlocutore, con una captatio benevolentiae in cui convergono retorica
e sentimento (recepi apices… discrepare iudicio); prospetta quindi la propria tesi con argomenti
validi e con metafore atte a comprovare la veridicità di quanto sostiene (dum enim paginulae…
verecundiam); conclude con una veemente peroratio, in cui lo stile si fa incalzante e maggior-
mente “patetico” (et idcirco… personam). In questa epistola è altresì possibile reperire la classi-
ca divisione in parti dell’orazione, secondo quanto codificato dalla tradizione retorica: exordium
(recepi… sapori), partitio (qui… iudicio), narratio (dum enim… ostenderes), confirmatio - re-
prehensio (sicuti in ieiunio… verecundiam), conclusio (et idcirco… personam). Vd. CIC., inv. 1,
7, ripreso da CASSIOD., inst. 2, 2, 2. Questa lettera è brevemente commentata da HAGENDAHL,
1952 pp. 92-93; MATHISEN 1993, pp. 106-107. Dal punto di vista dello stile, si noti la figura eti-
mologica aptae… ineptia… aptatae in sonorità con i sostantivi vituperationi e rusticitatis.
6 Affluentia, col suo ambito semantico, è vocabolo frequentemente usato dagli autori per

esprimere l’abbondante eloquio di chi parla o scrive: vd. LACT., inst. 4, 18, 12; FIRM., math. 1,
5, 3 (sermonis affluentia); ENNOD., epist. 3, 28 p. 92, 21 (oris affluentia); CASSIOD., var. 10, 7, 2
(affluentem facundiam). In Ruricio vd. epist. 2, 4, 11 (affluentia verborum); altre occorrenze in
BRUHN 1911, p. 42. La iunctura oris facundia si trova già in OV., fast. 1, 21; quindi solo in HI-
ST. Apoll. rec. B, 36; rec. C, 36. Da notare la fine gradatio ascendente ingenium – os – sermo
(cfr. RHET. Her. 4, 25, 34: Gradatio est, in qua non ante ad consequens verbum descenditur,
quam ad superius ascensum est; vd. anche LUCIL. 1133).
7 Linguaggio equivoco e allusivo: […] tristes ac ieiuni Pollionem aemulantur, otiosi et supi-

ni, si quid modo longius circumduxerunt, iurant ita Ciceronem locuturum fuisse (QUINT., inst.
10, 2, 17). Dopo aver celebrato l’affluentia sermonis di Esperio, attraverso l’icastica immagine
idrica, antifrasticamente Ruricio vi contrappone l’icona del terreno arido, metaforico riferimen-
to alla sua imperitia. Quanto alla ieiunitas come vizio del discorso, vd. infra 1, 9 n. 11.
8 Ruricio sembra mutuare queste espressioni agresti da una lettera inviatagli da Sidonio at-

torno all’anno 471 (Loyen): Nam moris est eloquentibus viris ingeniorum facultatem negotio-
rum provare difficultatibus et illic stilum peritum quasi quondam fecondi pectoris vomerem fi-
gere, ubi materiae sterilis argumentum velut arida caespitis macri glaeba ieiunat. Scaturrit
mundus similibus exemplis: medicus in desperatione, gubernator in tempestate cognoscitur (SI-
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186 Commento

DON., epist. 8, 10, 2). Similmente, cfr. RURIC, epist. 1, 11, 2: Illic enim industria vestra contulit,
quod soli natura non protulit (vd. anche n. ad loc.)
9 Vale la pena notare come chi scrive lettere identifichi la propria opera ora con epistula ora

con litterae. Nei due lemmi, pressoché sinonimici (e traducibili senza dubbio col medesimo vo-
cabolo), si può tuttavia intravedere, a un’analisi meticolosa, uno scarto semantico. Se epistula
identifica per lo più la missiva come oggetto, da un punto di vista materiale, litterae sembra ave-
re un’attenzione maggiore a quello che è il contenuto e la forma. Così si esprime L. GAVOILLE
2002, pp. 13-36: «Epistula est employé pour désigner la lettre comme objet» (p. 13); «Litterae
est en effet susceptible d’être analysé comme un nom de la parole et comme le lieu d’accomplis-
sement d’un act de parole» (p. 20). Ovviamente la suddivisione non è così netta, tanto che, come
accade nel presente caso, gli autori spesso usano indifferentemente ora un termine ora l’altro.
10 Ubertas, nel linguaggio della retorica, esprime una qualifica positiva del sermo: il suo ric-

co ornatus stilistico (vd. p. es. CIC., de orat. 1, 50; QUINT., inst. 10, 1, 13) Il fatto che un testo
sia “prezioso” dal punto di vista dello stile è un elemento qualificante del gusto post-classico,
di matrice asiana, specie nella Gallia di IV-VI secolo. Cfr. SYMM., epist. 2, 8, 1: Ausim dicere
uberiorem rebus quam verbis fuisse illius epistulae paginam; 3, 10, 1: […] laus enim est inge-
nii, cum desideratur ubertas; HIER., epist. 125, 6: […] ut ubertatem Gallici nitoremque sermo-
nis gravitas Romana condiret, nec calcaribus in te, se fraenis uteretur; ENNOD., epist. 1, 13, 5
Gioanni: Salve, mi domine, et quod in damno promissi foederis neglexisti restituit ubertate ser-
monis. A proposito di uno “stile compositivo gallico” che va assumendo peculiarità sue distinti-
ve, oltre alla già citata epistola geronimiana, vd. quanto lo scrittore dalmata scrive relativamen-
te al Gallicanus cothurnus di Reticio di Autumn (epist. 37, 3) e di Ilario di Poitiers (epist. 58,
10); quindi vd. BRUHN 1911, pp. 46-49; NORDEN 1986, pp. 639-643; GUALANDRI 1989, p. 527.
11 Cfr. CASSIAN., c. Nest. praef. 5: Tua ergo haec res, tuum negotium, tui pudoris opus est.

Ora et obsecra, ne imperitia mea periclitetur electio tua, et opinioni tantae nobis non respon-
dentibus, etiamsi ego per oboedientiae veniam bene pareo, tu tamen per inconsiderantiam iudi-
cii male imperasse videaris; cfr. anche RURIC., epist. 1, 3, 3: Tuum ergo nunc, tuum est in his
omnibus et opinioni tuae et nostro pariter respondere iudicio, ne aut tu praesumpsisse inlicite
aut nos inconsiderate elegisse videamur (vd. nn. ad loc.).
12 Tipica dell’epistolografia di tutti i tempi e di tutti i generi è la forma allocutoria crede

mihi / si mihi credis, per la quale vd. CUGUSI 1983, p. 80-81.


13 Costrutto retoricamente tornito: al chiasmo, si aggiunge la duplice antitesi tra i due so-

stantivi (memoria - oblivione) e i due aggettivi (indignum - dignissimum), il secondo dei quali
opera una variatio morfologica quanto al grado dell’aggettivo stesso.
14 Ruricio prega Esperio di nascondere lo scritto inviatogli, in quanto immeritevole di essere

letto e conosciuto. Similmente cfr. FAUST. REI., grat. pr. p. 3, 11-15 (a Leonzio di Arles): Quod
vero ad ordinanda ea, quae conlatione publica doctissime protulistis, operam infirmis humeris
curamque mandastis, parum, ut reor, tanto negotio, parum sanctae existimationi vestrae consu-
luistis, me iudicio caritatis, vos periculo electionis onerastis; CLAUD. MAM., anim. praef. p. 20,
11- 16 (a Sidonio Apollinare): En legisti, eruditissime virorum, quod lectitabis: tu modo faxis
uti memineris non absque cura tui prodi oportere, quod publicari iubes. Neque ego de negotii
pondere, sed de actionis levitate dubitaverim. Proinde consilium tuum adserito et defensitato:
quoniam, si in his secus aliquid, ego conscriptionis periclitabor, sed tu editionis; RURIC., epist.
1, 10, 3: Haec ergo […] dictavi, quae peritia tua et probitas tua, si amici verecundiae consu-
luerit, aut celare debebit aut emendare curabit. «One of the functions of the request theme is to
free the writer from a certain amount of the responsability for the work. When the request was
strengthened over the years to become an order, the author could transfer both the honour and
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I, 4-5 187

the responsibility onto the dedicatee» (JANSON 1964, p. 124). Su questo topos vd. JANSON 1964,
pp. 124. 141-143.

1, 5
1 La spes cui fa riferimento Ruricio è identificabile col figlio affidato alle cure di Esperio.

L’immagine è biblica. Cfr. Tb 10, 4: Heu heu me fili mi, ut quid te misimus peregrinari […]
spem posteritatis nostrae. Tuttavia, il fatto di identificare la progenie, di uomini o di animali,
come speranza è già un uso classico. Cfr. p. es. CIC., fam. 14, 4, 6: Mea Terentia, fidissima at-
que optima uxor, et mea carissima filiola et spes reliqua nostra, Cicero, valete; VERG., ecl. 1,
14-15: Hic inter densas corylos modo namque gemellos, / spem gregis, a silice in nuda conixa
reliquit; OVID., epist. 3, 93-94: […] fratribus orba / devovit nati spemque caputque parens;
QUINT., inst. 6 prooem. 12: Tuosne ego, o meae spes inanes, labentis oculos, tuum fugientem
spiritum vidi?. Così cfr. AUG., in psalm. 131, 19: Ipsa spes tamquam in filiis dicta est; quia ho-
minis in hac vita viventis spes filii sunt, fructus filii sunt.
2 «Auch für ille “jener” steht ipse im Spätlatein, namentlich bei Autoren, die ille bereits in

Artikelnfunktion verwenden» (LHS II p. 190).


3 Cfr. Gn 1, 11-12: Et ait (scil. Deus): «Germinet terra herbam virentem et facientem semen

et lignum pomiferum facies fructum iuxta genus suum, cuius semen in semet ipso sit super ter-
ram». Et factum est ita. Et protulit terra herbam virentem et adferentem semen iuxta genus
suum, lignumque faciens fructum et habens unumquodque sementem secundum speciem suam.
4 Lunga e articolata metafora con cui Ruricio chiede informazioni circa l’educazione del fi-

glio, identificato come ramusculus. Il lessico è propriamente quello agricolo-botanico: ramu-


sculus, flosculus, sapor, odor, flores, germina, vertere, transferre, mitescere, excoquere (a tal
proposito vd. BRUNO 1958 e il più recente ANDREI 1981). L’ambiguità è sciolta solo verso la fi-
ne della frase, dove si fa riferimento al dulcis cibus eloquentiae. Ramus, di cui ramusculus è di-
minutivo, alterna il significato proprio di “parte della pianta” a quello traslato di “ramo dell’al-
bero genealogico”, venendo così a indicare un rapporto di parentela, già in epoca classica. Cfr.
PERS. 3, 27-28: An deceat pulmonem rumpere ventis / stemmate quod Tusco ramum millesime
ducis. Nella Sacra Scrittura il diminutivo si trova una sola volta, con significato proprio: vd. Is
18, 5. Quanto all’uso traslato in età cristiana, cfr. HIER., epist. 133, 3: Doctrina tua Origenis ra-
musculus est. Tre secoli dopo Isidoro propriamente scriverà: Stemmata dicuntur ramusculi,
quos advocati faciunt in genere, cum gradus cognationum partiuntur, ut puta ille filius, ille pa-
ter, ille avus, ille agnatus, et ceteri (orig. 9, 6, 28). Il medesimo procedimento analogico vale
per flosculus, diminutivo di flos. Anche in questo caso il lemma alterna dinamicamente un si-
gnificato proprio (fiore) a uno metaforico (abbellimento stilistico). Cfr. CIC., Brut. 233: In
huius oratione sermo Latinus erat […] nullus flos tamen; QUINT., inst. 8, 3, 87: Alia copia locu-
ples, alia floribus laeta. Lo stesso dicasi per flosculus, che vale “fiorellino” tanto quanto “ab-
bellimento”, “frase a effetto”. Cfr. QUINT., inst. 2, 5, 22: Alterum, quod huic diverum est, ne re-
centis huius lasciviae flosculis capti voluptate prava deleniantur; HIER., epist. 36, 14: […] nec
ex flumine Tulliano eloquentiae ducendus est rivulus, nec aures Quintiliani flosculis et scolari
declamatione mulcendae. Numerose le occorrenze in età tardoantica, per uno specimen delle
quali vd. BRUHN 1911, pp. 37-38. Dati questi elementi, è ancora più evidente quali risultati Ru-
ricio si aspettasse dall’opera di Esperio: una vera e propria educazione retorica, tipica dei gio-
vani di buona famiglia della Gallia di V-VI secolo, che fornisse una solida formazione culturale
e così sfamasse il desiderio dei genitori dulci eloquentiae cibo. Su questo locus, vd. ENGELBRE-
CHT 1892, p. 25; per il sistema educativo in Gallia in epoca tardoantica, vd. HAARHOFF 1920;
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 188

188 Commento

RICHÉ 1958, pp. 873-888; RICHÉ 1970, pp. 9-34; MARROU 1972, pp. 127-143; RICHÉ 1972,
pp. 231-253; ROUCHE 1981, pp. 124-219; KASTER 1983, pp. 323-346; RICHÉ 1984, pp. 17-51,
in partic. pp. 24-28; sulle dinamiche Cristianesimo - Bildung pagana, utile il recente studio di
GEMEINHARDT 2007, in partic. pp. 129 ss.; sull’immagine del cibo spirituale o intellettuale, vd.
infra 1, 6 n. 10.
5 Dalla descrizione che ne segue si intuisce chiaramente che la stagione in cui Ruricio sta

scrivendo è la primavera.
6 Consueto passaggio improvviso dal tu al vos, proprio dell’epistolografia tradoantica, per

cui vd. supra 1, 1 n. 11. Tuttavia è possibile ritenere che nel vos sia compreso anche il figlio di
Ruricio affidato alle cure scolastiche di Esperio.
7 Sulla semantica e l’usus dell’aggettivo elinguis, vd. supra 1, 3 n. 5.
8 Cfr. Gn 2, 20: Appellavitque Adam nominibus suis cuncta animantia et universa volatilia

caeli et omnes bestias terrae (vd. anche Gn 1, 20-22); Act 11, 6: In quod intuens considerabam
et vidi quadrupedia terrae et bestias et reptilia et volatilia caeli.
9 Cfr. LEO M., serm. 29, 1: Dei ergo gloria est ex matre virgine Christi nascentis infantia, et

reparatio humani generis merito in laudem sui refertur auctoris. Similmente vd. infra 1, 9, 2; 2,
34, 1; sull’uso possessivo dell’aggettivo proprius, vd. supra 1, 2 n. 32.
10 Ruricio declina abilmente, in una fine variatio lessicale, una ricca sinonimia per esprimere

la varietà del verso che ciascun animale emette, quasi fosse un unico, variegato inno di lode a
Dio Creatore: sibilus, vox, sonus (con figura etimologica: dissonus), os, concentus. La descrizio-
ne viene sapientemente effettuata in una climax ascendente, per cui si passa dalla considerazione
degli animali inizialmente qualificati come elinguia all’identificazione di un modo loro proprio
di espressione, che sfocia nel concentus, che etimologicamente viene proprio a esprimere l’ar-
monico accordo di suoni diversi. La martellante allitterazione della sibilante /s/ fornisce alla fra-
se un efficace fonosimbolismo; non sfugga l’homoeoprophoron proprii… promere… produnt.
Cfr. GLOSS. II 106, 49: Concentus sunwdh`~ suvgkrasi~ suvnyalma. Ma Ruricio dà a intendere
come non solo ci sia unanimità di voci, ma anche di sentimenti: al concentus / sumfwniva si ag-
giunge un consensus / sumpavqeia. Per questo accostamento, vd. CIC., div. 2, 34.
11 La primavera è per il mondo creato una sorta di ciclica resurrezione annuale. L’homoeo-

prophoron del preverbo re- nella iunctura rediviva reparatur, ripreso dal successivo resurrec-
tionis, conferisce particolare espressività all’eloquio, evocando quanto proclamato nel prefazio
della liturgia pasquale: (Christus) […] vitam resurgendo reparavit (CORP. praef. 1527 ll. 4-5).
In modo particolare, è interessante notare la deriva semantica a cui è andato incontro nella let-
teratura latina l’aggettivo redivivus. Utilizzato in epoca classica nel linguaggio dell’architettura
col significato di “riusato”, “riutilizzato” (cfr. CIC., Verr. II 1, 147; CATULL. 17, 3; VITR. 7, 1, 3),
esso viene inteso dai Cristiani, per etimologia popolare, nell’accezione di “colui che ritorna a
nuova vita”, “resuscitato”. Cfr. CYPR., eleem. 6: Mors itaque suspenditur et spiritus redditur et
mirantibus ac stupentibus cunctis ad hanc mundi denuo lucem redivivum corpus animatur; AM-
BR., spir. 3, 19, 150: (ossa) […] in formam redivivi corporis vivificante spiritu revertantur;
PAUL. NOL., carm. 26, 357: Cum steterit toto redivivus corpore Felix; et alii. La locuzione redi-
viva reparatur sembra essere di ascendenza ambrosiana: […] radix enim est familia Iudaeo-
rum, virga Maria, flos Mariae Christus, qui veluti bonae arboris fructus pro nostrae virtutis
processu nunc floret, nunc fructificat in nobis, nunc rediviva corporis resurrectione reparatur
(in Luc. 2, 24); Est etiam corpus ecclesia, in qua per Baptismi gratiam renovamur spiritu et oc-
cidua senectutis in redivivas reparantur aetates (in Luc. 8, 56); vd. anche in Luc. 10, 34, cit. in-
fra n. 18. Similmente vd. anche RURIC., epist. 2, 54, 1 (veteris amoris redivivum reparetur in-
cendium). Sulla polisemia del preverbo re-, vd. MOUSSY 1997, pp. 227-242.
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12 Cfr. CYPR., Demetr. 7: Si terra situ pulveris squaleat. L’enumeratio asindetica di costrutti

paralleli insiste sull’inospitalità della natura prima dell’avvento della primavera. Forti i contra-
sti tra vocali chiare e scure.
13 In questo delicato quadro di rinascita primaverile, Ruricio, con molta semplicità, attribui-

sce al ciclo della natura una funzione pedagogica, sostegno alla humana fragilitas: il visibile il-
lumina così l’invisibile. La simbolicità del creato e la sua funzione odegetica era già stata rav-
visata dalla Sacra Scrittura, come p. es. in Hbr 11, 1-3: Est autem fides sperandorum substan-
tia, rerum argumentum non parentum. In hac enim testimonium consecuti sunt senes. Fide in-
tellegimus aptata esse saecula verbo Dei, ut ex invisibilibus visibilia fierent. Guardando pertan-
to al ciclo naturale di morte (inverno) e rinascita (primavera), l’uomo può trarre alcune consi-
derazioni circa la sua sorte futura (spem venturae melioris aetatis), corroborando la speranza
della vita eterna. L’associazione del fenomeno della resurrezione alla rinascita primaverile è già
topico. Cfr. p. es. AMBR., in Luc. 10, 34 (vd. infra n. 18); PAUL. NOL., carm. 31, 239-240: Vere
resurgenti cunctis nova rebus imago / post hiemis mortem vivificata redit; PETR. CHRYS., serm.
103, 4: […] ut cum ver dominici adventus adriserit, corporum nostrorum matura tunc viriditas
vitalem resurgat in messem. La reparatio cristica e la futura aetas possono evocare per contra-
sto echi lucreziani: Nam quidvis citius dissolvi posse videmus / quam rursus refici; quapropter
longa diei / infinita aetas ante acti temporis omnis / quod fregisset adhuc disturbans dissolven-
sque, / numquam relicuo reparari tempore posset. / At nunc nimirum frangendi reddita finis /
certa manet, quoniam refici rem quamque videmus / et finita simul generatim tempora rebus /
stare, quibus possint aevi contingere florem (1, 556-564). Per quanto riguarda l’ornatus, si noti
l’homoeoprophoron scandito dalla preposizione de- e la figura etimologica con antonimia
spem… desperatione.
14 Meatus è voce tecnica propria del linguaggio dell’agrimensura. Già usato in epoca classi-

ca con valore proprio di “canale per acque” (vd. COLUM. 8, 17, 3), si trova anche in epoca tarda
col medesimo significato. Ancora Isidoro userà il vocabolo come tecnicismo, ma con un inte-
ressante accostamento: […] et sicut in corporibus nostris respirandi habentur commercia, ita
quidam aiunt in profundis oceani esse quosdam meatus ventorum spiritu, veluti mundi nares,
per quas emissi anhelitus vel retracti alterno accessu recessuque nunc evaporante spiritu ef-
flent maria, nunc retrahente reducant (nat. 40, 1; vd. anche 62, 2). Un secondo significato del
lemma è connesso con la fisiologia: indicherebbe pertanto “canali interiori del corpo umano”.
Cfr. HIER., in Matth. 15, 17 ll. 1519-1522: Quamvis enim tenuis umor et liquens esca […] per
occultos meatus corporis, quos Graeci povrou~ vocant, ad inferiora dilabitur; ISID., orig. 11, 1,
105: Meatus inde appellatus (l’ano), quia per eum meant, id est egeruntur, stercora. Un’ulterio-
re valenza di meatus, forse quella più significativa nel nostro contesto, è quella ginecologica:
meatus spermaticus indicherebbe le tube dell’apparato genitale femminile. Cfr. SORAN. p. 10,
5-8: Quid est spermaticus meatus? Per quem mulieres semen excludunt. Et sunt positi iuxta
matricis latera, et per testiculos singulos exeuntes ad vescicae collum iunguntur. A questo si
aggiunga che sinonimo di meatus spermaticus è anche vena (vd. VINDIC., gyn. 35; ma vd. anche
PRIAP. 33, 2; PERS. 6, 72, in cui indica il membro maschile), sostantivo che Ruricio utilizza nel
descrivere il momento del parto (venas laxat ad partum). E tuttavia vena è anche tecnicismo
del linguaggio dell’agrimensura (vd. VITR. 8, 1, 2; FRONTIN., aq. 68, 2). Si nota pertanto come il
locus in questione sia costruito con un linguaggio altamente equivoco ed espressivo (semen,
meatus, venae, partus), in cui al contempo coesistono l’ambito semantico agricolo e quello me-
dico-ginecologico. Similmente la correlazione tra primavera e furor sessuale era già ampiamen-
te vulgato dagli autori pagani: vd. p. es. LUCR. 1, 1-20. 250-264; 2, 992-1022; 5, 783-820;
HOR., carm. 1, 4; 4, 7; 12; VERG., georg. 2, 323-327; COLUM. 10, 196-199. 208; AL 235 (= 227
Sh. B.), 1-6; PERVIG. Ven. 1-8; et alii.
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190 Commento

15 Cfr. VERG., georg. 2, 323-324: Ver adeo frondi nemorum, ver utile silvis, / vere tument

terrae et genitalia semina poscunt.


16 Il periodo è articolato di fatto sull’iperbato (sterili rigore conclausas […] venas) che in-

clude al suo interno le due metafore biologiche (quasi virili semine ita verno tempore concepto,
occultis maritata meatibus). Il pensiero rimane così sospeso nel suo volgere logico, quasi l’au-
tore volesse creare retoricamente lo stato di ansia proprio della donna in procinto di partorire,
ai fini di rendere più espressivo il contenuto della frase. Ma a livello puramente stilistico, l’am-
pio iperbato e l’abbondante materiale lessicale in esso incluso evocano anche l’immagine del-
l’occlusione dovuta al ghiaccio che impedisce alla falda acquifera di fluire. Il part. perf. con-
clausas con dittongo etimologico aperto (< claudo), oltre al contenuto, può lasciare supporre la
lettura di COLUM. 3, 12, 2: Idem enim Graecinus sic ait: «Esse aliquam terram calidam vel fri-
gidam, umidam vel siccam, raram vel densam, levem aut gravem, pinguem aut macram; sed
neque nimium calidum solum posse tolerare vitem, quia inurat, neque praegelidum, quoniam
vel stupentis et congelatas radices nimio frigore moveri non sinat, quae tum demum se pro-
munt, cum modico te[m]pore evocantur; umorem terrae iusto maiorem putrefacere deposita se-
mina: rursus nimiam siccitatem destituere plantas naturali alimento, aut in totum necare aut
scabras et retorridas facere; perdensam humum caelestis aquas non sorbere nec facile perflari,
facillime perrumpi et praebere rimas, quibus sol ad radices stirpium penetret, ea<n>demque
velut conclausa et coartata semina conprimere atque strangulare: raram supra modum velut
per infundibulum transmittere imbres et sole ac vento penitus siccari atque exarescere; gravem
terram vix ulla cultura vinci: levem vix ulla sustineri; pinguissimam et laetissimam luxuria,
macram et tenuem ieiunio laborare; cfr. anche COLUM. 10, 202-203: Et iam ceruleo partus
enixa marito / utraque (Teti e Anfitrite) nunc reserat pontumque natantibus implet; CIC., Cato
51: Quae (scil. terra) cum gremio mollito ac subacto sparsum semen excepit, primum id occae-
catum cohibet, ex quo occatio quae hoc efficit nominata est, dein tepefactum vapore et com-
pressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo viriditatem, quae nixa fibris stirpium sensim
adulescit culmoque erecta geniculato vaginis iam quasi pubescens includitur; ex quibus cum
emersit, fundit frugem spici ordine structam et contra avium minorum morsus munitur vallo
aristarum; HOR., carm. 4, 12, 3-4: Iam nec prata rigent nec fluvii strepunt / hiberna nive
turgidi; VERG., georg. 2, 330-331: Parturit almus ager Zephyrique tepentibus auris / laxant ar-
va sinus; AMBR., off. 1, 14, 55: Quid autem tam stolidum quam putare quod Deum quidquam
praetereat, cum sol qui minister luminis est etiam abdita penetret et in fundamenta domus vel
secreta conclavia vis caloris eius irrumpat? Quis neget verna temperie tepefieri interiora ter-
rarum quas glacies hiberna constrinxerit?.
17 La serie parallela di dativi retti da altrettanti aggettivi (enumeratio asindetica) ha funzione

finale (dativus finalis). Già ben presente nella latinità classica (vd. VARRO, rust. 1, 60; CAES.,
civ. 1, 49, 1; ecc.), dall’epoca imperiale si ha una reazione letteraria in favore dell’uso del dati-
vo finale al posto di un genitivo o di una costruzione perifrastica. Cfr. VERG., Aen. 3, 305: Et
geminas, causam lacrimis, sacraverat aras; TAC., ann. 14, 38, 2: Sed nihil aeque quam fames
adfligebat serendis frugibus incuriosos. Piuttosto stucchevoli le figure di suono, quali assonan-
ze e paronomasie: suave - esui - usui; victui - visui; da notare come Ruricio coinvolga quasi
l’intera gamma sensoriale, in un cromatismo sinestetico di gusto particolarmente prezioso. Si-
milmente cfr. PS. PAUL. NOL., carm. app. 3, 21-22: Lata mari, terris gravia, splendentia caelo, /
aere mobilia; ORIENT., comm. 1, 105-106: Quod manibus tangis, graderis pede, lumine cernis, /
aure audis, sentis naribus, ore probas; 2, 373: Ore sacer, celsus solio, terrore verendus.
18 Circa l’attribuzione dell’inizio della creazione del mondo al periodo primaverile, Ambro-

gio, nell’Hexaemeron, afferma: «E lo stesso potremmo ripetere anche di quel detto “questo me-
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se sarà per voi il principio dei mesi” (Ex 12, 2); benché ciò si riferisca pure al tempo, parlando-
si ivi della Pasqua del Signore che si celebra all’inizio di primavera. Onde si ricava che Iddio
fece il cielo e la terra in questo principio dei mesi, essendo opportuno che il mondo prendesse
principio da un punto opportuno per tutte le cose (Ubi erat opportuna omnibus verna tempe-
ries), come è appunto la temperatura primaverile. E per questo, l’anno ci dà l’immagine del na-
scere del mondo (Unde et annus mundi imaginem nascentis expressit), brillando più sereno del
solito lo splendore di primavera, dopo le nebbie invernali. […] Nel qual fatto e la costante mi-
tezza della divina provvidenza e la celerità del germinare della terra depone anch’essa a favore
dell’ipotesi della primavera. […] Onde mostrare come la creazione del mondo avvenisse in pri-
mavera, la Scrittura dice: “questo mese, per voi principio dei mesi, sarà per voi il primo fra i
mesi dell’anno”, chiamando primo mese la primavera. Chè ben si addiceva che principio del-
l’anno fosse il principio della generazione, e che la generazione stessa fosse favorita da più te-
pide aure; non potendo i teneri germi sopportare il travaglio di un freddo troppo aspro, né resi-
stere alla violenza degli estivi calori (Neque enim possent tenera rerum exordia aut asperioris
laborem tolerare frigoris aut torrentis aestus iniuriam sustinere)» (hex. 1, 4, 13, trad. E. Paste-
ris). Ancora cfr. AMBR., in Luc. 10, 34: […] hieme etenim arbores ventus suo honore dispoliat
et asperitas frigoris teneras frondes in speciem mortis interficit; vere autem resurgunt semina
et tamquam nova aestas naturae viridantis adolescit. Vere Pascha est, quando servatus sum;
aestate est Pentecoste, quando Resurrectionis gloriam celebramus ad instar futuri, in cui la pri-
mavera è messa in rapporto alla risurrezione. Già Virgilio, prestando fede a un’antica tradizio-
ne, collocava in primavera l’inizio dei giorni dell’uomo: Non alios prima crescentis origine
mundi / inluxisse dies aliumve habuisse tenorem / crediderim; ver illud erat, ver magnus agebat
/ orbis (georg. 2, 336-339). Pochi versi dopo si legge inoltre: Nec res hunc tenerae possent per-
ferre laborem / si non tanta quies iret frigusque caloremque / inter et exciperet caeli indulgen-
tia terras (vv. 343-345). Originale l’immagine della primavera che, come clementissima altrix,
nutre il mondo creato ancora in incunabulis (tuttavia già LUCR. 5, 809-815 paragonava il rigo-
glio della terra creatrice all’ubertosità della donna dopo il parto, quod omnis / impetus in mam-
mas convertitur ille alimenti). La primavera viene quindi a essere identificata dagli autori
cristiani come la stagione perennemente presente nel paradiso: PRUD., cath. 3, 103 (ver perpe-
tuum); VICT., aleth. 1, 228 (aeternum ver); SIDON., carm. 2, 409 (ver continuum); ALC. AVIT.,
carm. 1, 222 (ver adsiduum); DRAC., laud. dei 1, 199 (ver perpetuum), riallacciandosi a una tra-
dizione che MORISI 1996, p. 116 identifica già presente in HOM., Od. 7, 117-119 (il giardino di
Alcinoo), assunta in epoca classica per descrivere l’età dell’oro (vd. VERG., georg. 2, 149; OV.,
met. 1, 107), ma anche per esprimere in genere l’amenità dei luoghi (vd. HOR., carm. 2, 6, 17-
18; OV., met. 5, 391; IUV. 7, 208).
19 Cfr. AMBR., hex. 3, 8, 34: Ast ubi se geniculata iam spica sustulerit, vaginae quaedam fu-

turae frugi parantur, in quibus granum formatur interius, ne tenera eius primordia aut frigus
laedat aut solis aestus exurat aut ventorum inclementia vel imbrium vis saeva decutiat. Si noti
il tricolon parallelo con allitterazione della polivibrante /r/ e assonanza delle vocali chiare /a/,
/e/, oltre alla variatio grammaticale del terzo colon (aestivus fervor… hiemalis algor… vento-
rum flabra).
20 Sul valore del lemma susceptus, vd. infra 2, 48 n. 1.
21 Cfr. PHOEBAD., c. Arian. 16, 6: Quae ista est, rogo, cordis hebetudo? Quae oblivio spei?;

HIER., epist. 147, 3: Quamquam ne ista quidam tibi prae nimia cordis hebetudine intellegenda
concesserim.
22 Il verbo garrio indica il suono emesso da volatili o altri animali, generalmente fastidioso

o sgradevole (gracchiare delle rane, latrato di cani, ecc.). Nel linguaggio familiare esprime an-
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192 Commento

che il colloquiare su argomenti leggeri o di poco conto (PLAUT., Aul. 830; Curc. 604; HOR.,
serm. 2, 6, 77) Per traslato arriva dunque a connotare anche colui che si esprime in maniera
rozza o povera di contenuti: Garrire, quasi inepte strepere (NON. p. 116, 36); Loquitur qui recte
et temperate dicit, garrit qui multa verba dicit aut sordide loquitur (ISID., diff. 1, 226 Cod.). In
questo senso viene talora utilizzato anche nelle professioni di affectata modestia. Cfr. PAUL. PE-
TRIC., carm praef. 1: […] cum obtecto ore in eo loco verecundius silentio conticescerem quam
inperita verbositate garrire; VEN. FORT., carm. praef. 5: […] deroso flore carminis poema non
canerem sed garrirem.
23 Decisa presa di posizione di Ruricio nei confronti del figlio, tramite il retore Esperio. Ru-

ricio sembra aver perso la pazienza, si è stancato di attendere inutilmente risultati che non giun-
gono mai: se dunque il figlio non diventerà mai un grande oratore, almeno faccia intendere
qualche notizia della propria attività scolastica, anche la più meschina (come ben sottolinea l’e-
sclamazione che chiude l’epistola). Da notare l’attento utilizzo della prefissazione clamare -
declamare, con sottile equivocità: se il primo significa “emettere un forte suono con la voce”,
“gridare”, detto di uomini o di animali, il secondo, in composizione con il prefisso intensivo
de-, ha la duplice valenza di “gridare molto forte” oppure, più tecnicamente, “recitare declama-
zioni”. L’immagine è chiaramente iperbolica, al limite dell’adynaton: se anche gli animali, nel-
la stagione primaverile, acquisiscono nuovo vigore, a Ruricio sembra inverosimile che solo suo
figlio rimanga inerte e improduttivo. La iunctura pecudes – volucres risulta già tradizionale per
esprimere il mondo animale in generale: vd. p. es. LUCR. 1, 12. 14; VERG., Aen. 4, 525; georg.
3, 243; MANIL. 3, 654; COLUM. 10, 210; SIL. 15, 86; STAT., silv. 5, 4, 3; Theb. 1, 339; 10, 141; et
alii. Interessante l’abbinamento al sostantivo homines in contesto “primaverile” (come nel caso
presente) in VERG., georg. 3, 242-244: Omne adeo genus in terris hominumque ferarumque / et
genus aequoreum, pecudes pictaeque volucres, / in furias ignemque ruunt: amor omnibus idem;
COLUM. 10, 209-211: Hinc maria, hinc montes, hinc totus denique mundus / ver agit, hinc ho-
minum pecudum volucrumque cupido / atque amor ignescit menti saevitque medullis.

1, 6
1 L’aggettivo al grado superlativo piissimus ha una sfera di applicazioni molto vasta: si rife-

risce sia a laici che a ecclesiastici, all’imperatore e al vescovo tanto quanto a un nobile o a un
sacerdote (per questo vd. O’BRIEN 1930, pp. 136-137). L’ambito semantico dell’aggettivo pius
è compreso tra la pietà religiosa (cfr. AUG., civ. 14, 13: Sed pia humilitas facit subditum supe-
riori) e la benevolenza di affetti (cfr. Idt 7, 20: Tu quia pius es miserere nostri). Il sostantivo
pater di per sé sarebbe sempre in rapporto a vescovi o al papa; tuttavia lo si incontra anche in
epistole, come la presente, indirizzate a persone con cui il mittente ha un particolare legame di
affetto. Così l’aggettivo sanctus, normalmente riferito a vescovi (vd. ENGELBRECHT 1892, p.
74), non manca di essere applicato anche a presbiteri, come in questa lettera, o ad altri ecclesia-
stici (vd. FAUST. REI., epist. 7 p. 200, 5 al diacono Greco). Il fatto Nepoziano venga identificato
con l’epiteto di pater, lascia supporre che la stesura di questo breve scritto sia antecedente il
485, anno dell’episcopato di Ruricio.
2 Per il titolo sanctitas vestra, vd. supra 1, 1 n. 35.
3 Tipico della Gallia tardoantica è lo scambio culturale tra intellettuali, spesso riuniti in veri

e propri circoli letterari. «L’élite galloromana, egemone dal punto di vista politico, dotata di no-
tevoli disponibilità finanziarie, estremamente ristretta e fortemente coesa al suo interno (grazie
anche ad un’accorta politica matrimoniale), amava dedicarsi alle litterae in una forma, raffinata
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I, 5-6 193

ed esclusiva, che era ben lungi dall’essere fine a se stessa. Infatti, nel dedicarsi allo studio dei
“classici”, così come nel farsi essi stessi autori, i nobili galloromani invenivano le ragioni della
propria identità, il senso profondo della loro “diversità” – e soprattutto della loro superiorità –
rispetto all’ormai dilagante realtà rappresentata dalle popolazioni barbariche» (SANTELIA 2003,
p. 2). Si legga con quanto entusiasmo Sidonio descrive questi “simposi letterari” (carm. 23,
436-441): O dulcis domus, o pii penates, / quos (res difficilis silique discors) / libertas simul
excolit pudorque! / O convivia, fabulae, libelli, / risus, serietas, dicacitates, / occursus, comita-
tus, unus idem; su questo argomento vd. LOYEN 1943, pp. 77-98; GUALANDRI 1979, pp. 15-20;
MATHISEN 1981, pp. 95-109; LA PENNA 1995, pp. 3-34; WOOD 2002, pp. 416-436; SANTELIA
2003, pp. 1-29, in partic. p. 20; vd. anche supra 1, 3 n. 24. Un mezzo per rinsaldare a distanza i
vincoli di affetto, oltre alla corrispondenza epistolare, era inviare volumi ad amici per ottenere
da loro giudizi e consigli, oppure su richiesta, per trarne eventualmente una copia. Vd. MATHI-
SEN 1993, pp. 111-114, in partic. p. 113: «For those aristocrats who actually published anything,
the most important concern was how their works were received by other aristocrats. […] There
was really, however, no need to worry. Once their works had been published, Gallic authors
could be certain of receiving effusive praise from their fellows». Come ha abbondantemente
messo in luce da ultimo CAVALLO 1997, pp. 205-219, lo scambio di codici tra intellettuali in età
tardoantica è stato uno degli snodi fondamentali che ha permesso la salvaguardia e la trasmis-
sione, attraverso gli scriptoria medievali, di molto materiale letterario altrimenti perduto. Il co-
stume di scambiarsi libri era tuttavia già diffuso in epoca classica, come ben ha mostrato STARR
1987, pp. 213-223. Altre testimonianze in RURIC., epist. 1, 4 (a Esperio); 1, 7 (a Bassulo); 1, 8
(a Sidonio); 2, 17 (a Taurenzio, chiedendo una copia del De civitate Dei agostiniano); 2, 26 (ad
Apollinare, figlio di Sidonio); 2, 44 (ad Ambrogio). Questo fenomeno, oltre allo scambio di
idee, contribuiva anche alla circolazione e alla copiatura di opere degli autori ritenuti maggior-
mente significativi (vd. SIDON., epist. 5, 15, indirizzata proprio a Ruricio), in un’epoca in cui il
mercato librario sembrava languire (a tal proposito vd. SANTELIA 2000, pp. 217-219, in partic.
pp. 235-238). Quanto al circolo di amicizie di Ruricio, vd. MATHISEN 1981, pp. 95-109; SETTI-
PANI 1991, pp. 195-222; MATHISEN 1999, pp. 19-33.
4 «En première ligne, Ruricius loue l’éloquence, la forme litteraire. C’est symptomatique.

C’est une indication de l’importance qu’il attache au style en jugeant la littérature. L’éloquen-
ce, le style parfait, c’est aussi ce qu’il exige de la correspondance» (HAGENDAHL 1952, p. 92).
5 Da notare la densa retoricità della frase incipitaria. L’iniziale iperbato (Codices […]

accepi) mette immediatamente in evidenza il tema dell’epistola. Seguono quindi costruzioni


parallele: l’isocolia costituita dalla sequenza abl. di limit. + agg. in acc., con ampliamento nel-
l’ultimo elemento (fidei puritate perspicuos); quindi un tricolon, in cui l’ampliamento del pri-
mo membro (sacrorum testimoniorum ubertate locupletes) rispetto agli altri due (auctoritate
praestantes, luce fulgentes) va a costituire un grande chiasmo con i cola precedenti (tre ele-
menti abl. + acc. – ampliamento – ampliamento – due elementi abl. + acc.); chiude infine la fra-
se una costruzione parallela bimembre (fidelium mentes inluminent et infidelium errores dete-
gant atque convincant), con ampliamento nel secondo elemento. Sonorità e omeoteleuti rendo-
no particolarmente compatto il ritmo dell’eloquio.
6 Da notare il gioco parafonico pellectus – refectus. Nella prima parte della frase dominano i

suoni di colore scuro, con assonanze delle vocali /u/ e /o/ (quorum ego gustu admodum tenui);
nella seconda parte invece prevalgono vocali chiare quali /a/, /e/, /i/ (ad satietatem propter sol-
licitudines saeculi pervenire non potui).
7 Le sollicitudines saeculi possono essere riferite alla Gallia invasa ormai dai Visigoti, oppu-

re a un fatto particolare legato alla sfera privata, oppure ancora alla condizione esistenziale del-
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l’uomo sulla terra. Così anche MATHISEN 1999, p. 112 n. 1; sulle incertezze dei tempi, vd. supra
1, 3 n. 24.
8 Si noti la parafonia (e paronomasia) costituita dalla coppia minima oblatos – ablatos. I due

participi passati fungono altresì da elementi esterni del chiasmo: oblatos recipit nec requirit
ablatos. Parallele con sonorità sono invece le proposizioni che concludono il paragrafo: nec de-
siderat absentes nec carpit appositas nec sentit infusas. Fitto il reticolo di allitterazioni e asso-
nanze (dulces – cibos – oblatos – ablatos – spiritales – dapes – absentes – appositas – infusas).
9 L’aggettivo spiritalis ricorre 8 volte nel corpus epistolare ruriciano, 2 volte l’avverbio spi-

ritaliter (mentre non ricorre mai spiritualis). Esso compare a partire da Tertulliano col signifi-
cato proprio di “immateriale”: Atque adeo dicimus esse substantias quasdam spiritales (apol.
22, 1). La traduzione geronimiana della Bibbia predilige spiritalis. Spiritalis di contro a spiri-
tualis è preferito anche da Sidonio Apollinare (13 volte).
10 Ritorna, con una lunga e articolata metafora, il linguaggio legato alla sfera sensoriale del

gusto – in particolare connesso con la nutrizione fisica – che già si era palesato in alcune lettere
precedenti di Ruricio (vd. epist. 1, 1, 2; 1, 5, 1) e che ritornerà costantemente nelle successive.
In particolare, molto diffuso appare il tema della fame e sete spirituale negli autori cristiani.
L’immagine del cibo spirituale, presente già in ambito pre- e non cristiano, trova nella Sacra
Scrittura un usus piuttosto diffuso. Cfr. Mt 4, 4: Non in pane solo vivet homo, sed in omni verbo
quod procedit de ore Dei; 5, 6: Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabun-
tur; 1Cor 3, 1-2: Et ego fratres non potui vobis loqui quasi spiritalibus, sed quasi carnalibus
tamquam parvulis in Christo, lac vobis potum dedi, non escam; Hbr 5, 12-13: Etenim cum de-
beretis magistri esse propter tempus rursum indigetis ut vos doceamini quae sint elementa
exordii sermonum Dei et facti estis quibus lacte opus sit, non solido cibo. Et facti estis quibus
lacte opus sit, non solido cibo. Perfectorum autem est solidus cibus eorum qui pro consuetudi-
ne exercitatos habent sensus ad discretionem boni ac mali. Lo stilema è argomentato in HAGEN-
DAHL 1952, pp. 82-83. 86-87; CURTIUS 1992, pp. 154-156. Interessante l’analogia proposta da
AUG., doctr. christ. 4, 11, 26 (e rilevata da Curtius) tra chi studia e chi mangia: Sed quoniam in-
ter se habent nonnullam similitudinem vescentes atque discentes, propter fastidia plurimorum,
etiam ipsa, sine quibus vivi non potest, alimenta condienda sunt. Del resto, al medesimo ambito
semantico appartiene il concetto di ruminatio della Sacra Scrittura che tanto si diffonderà nella
spiritualità medievale e moderna (vd. infra 1, 9 n. 8).
11 Ritorna il linguaggio medico a indicare uno stato di malattia spirituale, per cui vd. supra

1, 1 n. 39. I tre cola pressoché paralleli evidenziano in sintesi i compiti della guida spirituale:
pater, magister, medicus.
12 Di impia neglegentia et neglegens impietas Ruricio si era già accusato in epist. 1, 2, 1.
13 Il termine sospitas ha un doppia accezione sempre legata alla salvezza personale. Un pri-

mo significato è pertanto quello comune di “salute fisica”. Cfr. HIER., epist. 74, 6: Nos enim et
haec ipsa in lecticulo decumbentes longaque aegrotatione confecti vix notario celeriter scri-
benda dictavimus […] Ora nobis a Domino sospitatem; FULG. RUSP., epist. 4, 3: Quomodo ergo
infirma sine iuvamine medici sospitatem suam reparare poterit, quae dum sana esset sospita-
tem suam custodire nequivit?; CASSIOD., var. 9, 6, 2: […] ut primum mentis gaudio recreatus
facilius membrorum recipias sospitatem. Un secondo significato invece sposta la comprensione
del sostantivo dal piano materiale a quello spirituale, intendendo pertanto per sospitas la sal-
vezza eterna. Cfr. CAES. AREL., serm. 190, 3: Habemus ergo in via reditum, in iudice misericor-
diam, in infirmitatibus medicinam, in morte sospitatem; CASSIOD., var. 2, 40, 11: […] loquamur
de illo lapso caelo psalterio, quod vir toto orbe cantabilis ita modulatum pro animae sospitate
composuit. La duplicità di significati del lemma sembra essere presente nella lettera ruriciana,
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I, 6 195

in cui, descrivendo lo stato di infermità fisica, si vuol dare a intendere una condizione di malat-
tia tutta spirituale. Ruricio sembra amare questo vocabolo, che utilizza in diverse circostanze,
con valore ora proprio ora metaforico: vd. RURIC., epist. 2, 32, 1; 35, 3; 42, 1; 49, 1; 55, 1; 56,
2; 63, 1; 64, 1. Nella traduzione si è scelto di rendere sospitas con “salute”, che concentra in sé
l’idea di sanità e quella di salvezza. Sospitas inoltre, accanto al conio ruriciano sospitatio (vd.
infra 1, 15 n. 24), assolve anche al ruolo di cultismo rispetto al più comune salutatio o salus,
per cui può avere anche il semplice valore di “saluto”. Cfr. p. es. EPIST. Austras. 12, 2 (officium
sospitatis); 13, 3 (munia sospitatis).
14 Repensator (< repenso) è conio e hapax assoluto. È attestata soltanto una forma repensa-

trix in MART. CAP. 9, 898. Questo, oltre a mostrare ulteriormente lo sperimentalismo linguistico
degli autori tardoantichi, testimonia anche della produttività del nomen agentis –tor / -trix in
quest’epoca, con esito successivo nelle lingue romanze. A tal proposito, vd. STOTZ II, pp. 270-
272. Evidentemente Ruricio fa riferimento a Dio iustus iudex (2Tim 4, 8), cui iustus repensator
sembra alludere. Similmente cfr. GREG. M., epist. 11, 51 l. 20: […] bonorum vestrorum Deus
omnipotens recompensator exsistat. In questo senso è maggiormente diffuso l’epiteto remune-
rator: vd. p. es. TERT., adv. Marc. 4, 29, 11; AMBR., Noe 14, 48; Abr. 1, 9, 84; psalm. 43, 93, 1;
PAUL. NOL., epist. 23, 31; AUG., civ. 14, 26; c. Fel. 2, 8; FAUST. REI., grat. 1, 10 p. 34, 12; epist.
10 p. 216, 13; EUSEB. GALLIC., hom. 27, 6; ecc.
15 L’uso di grates nel sintagma grates benivolas referre conduce ad alcune riflessioni di ordi-

ne lessicale. Grates ha all’origine per lo più un valore religioso e viene generalmente utilizzato
soltanto in riferimento agli dei. Cfr. LIV. 27, 51, 7: Discursum inde ab aliis circa templa deum ut
grates agerent; 45, 13, 17: […] ut Romam venire velit Iovique optimo maximo in Capitolio sacri-
ficare et grates agere. Altri esempi in MOUSSY 1966, pp. 57-61. Molto usato nella poesia pagana
in composizione col verbo agere al posto di gratias, che mal si conciliava metricamente coll’esa-
metro dattilico, questo sostantivo trova grande impiego nelle opere poetiche tardoantiche: ricorre
5 volte in Ambrogio, 4 in Prudenzio, 9 in Paolino di Nola, 7 in Paolino di Pella, 6 in Draconzio,
11 in Venanzio Fortunato. «Quant au sens religieux de grates, il ne doit être en fin de compte,
pour la plupart des poètes chrétiens, qu’une raison tout-à-fait secondaire du choix qu’ils ont pu
faire du mot» (MOUSSY 1966, p. 103). Cfr. p. es. PRUD., cath. 4, 73-75: Sic nos muneribus tuis re-
fecti, / largitor Deus omnium bonorum, / grates reddimus et sacramus hymnos; PAUL. NOL.,
carm. 6, 296: Grates ergo tibi (scil. Pater) referat mens omnis; VEN. FORT., carm. 8, 14, 3: Reddo
Deo grates de vobis prospera noscens; ecc. E nonostante ancora Isidoro di Siviglia glossi: Grates
Deo aguntur, gratiae vero hominibus, quoniam referri possunt. Idcirco optime Deo convenit,
quod relationem significat ad latriam (diff. 1, 95 Cod.), la formula gratias agere ha preso il so-
pravvento nel lingua comune e anche nel sermo religioso, soprattutto per merito del massiccio
uso che ne fa la Vulgata (40 volte), per lo più come traduzione del greco eujcaristei`n. Da questi
pochi esempi si noterà infine come il sostantivo grates sia in iunctura non più solamente con
agere, ma anche con altri verbi quali referre, reddere, solvere, pendere, debere, ecc. (vd. MOUSSY
1966, pp. 96-100). Le opere in prosa tardoantiche vedranno una minore ricorsività del lemma in
questione: 1 volta in Sulpicio Severo, 2 volte nelle Conlationes di Cassiano, 1 volta nelle epistole
di Sidonio Apollinare, 2 volte in Ennodio, 1 volta in Isidoro di Siviglia. Propriamente l’espressio-
ne grates referre, oltre a un’attestazione virgiliana (Aen. 11, 508-509) e in diversi autori cristiani
(vd. MOUSSY 1966, pp. 96-97), occorre in SIDON., epist. 6, 12, 9. Su questo locus ruriciano, vd.
MOUSSY 2002, p. 95. Quanto allo stile, da notare l’antistrofe pro ingratis grates.
16 Non ci è dato di sapere quale delle numerose opere dogmatiche, storico-polemiche ed ese-

getiche di Ilario di Poitiers Ruricio abbia copiato. Il solenne incipit di frase segnato dalla pre-
senza del partitivo in sede iniziale, dall’iperbato (unum… remisi) e dai suoni scuri /u/ e /o/ sfo-
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196 Commento

cia nella sferzante lapidarietà dell’antitesi (unum) retinui, alium remisi, con attento uso del pre-
fisso re-, circa il quale si rimanda a MOUSSY 1997, pp. 227-242.
17 «The copying of borrowed books was a common practice and, indeed, the primary means

of expanding one’s library. It was customary to ask the permission of the owner of the bor-
rowed book bifore doing so» (MATHISEN 1999, p. 113 n. 6). A tal proposito vd. supra n. 3.
18 Si noti il calembour commendare – mandare, sfruttando la composizione preposizionale,

e il cursus planus mandáre curémus con cui si conclude l’epistola.

1, 7
1 Per il titolo di patronus, vd. supra 1, 1 n. 1.
2 Si noti la commutatio (vd. supra 1, 2 n. 2) con chiasmo semantico sancta pietas – pia
sanctitas. Il titolo pietas, corrispondente al greco eujsevbeia, è titolo molto diffuso nel cerimo-
niale in riferimento a re, imperatori, uomini nobili e vescovi. Vd. O’BRIEN 1930, pp. 19-21. Per
il titolo sanctitas, vd. supra 1, 1 n. 35.
3 Ancora un accenno allo scambio di libri, a proposito del quale si rimanda a quanto detto

supra 1, 6 n. 3.
4 Nella figura etimologica diligere… dilectionem diligendo sembrano riecheggiare le parole

di Ioh 15, 9-12, particolarmente dedicate al tema del discepolato e dell’amore vicendevole: Si-
cut dilexit me Pater et ego dilexi vos, manete in dilectione mea. Si praecepta mea servaveritis
manebitis in dilectione mea, sicut et ego Patris mei praecepta servavi et maneo in eius dilectio-
ne. Haec locutus sum vobis ut gaudium vestrum impleatur. Hoc est praeceptum meum, ut dili-
gatis invicem sicut dilexi vos. Cfr. AUG., in evang. Ioh. 65, 2: Ad hoc ergo nos dilexit, ut et nos
diligamus invicem; hoc nobis conferens diligendo nos, ut mutua dilectione constringamur inter
nos. Al pari del dottore africano, Ruricio mette in relazione di causa-effetto l’atto di diligere e
la dilectio, sintetizzando il concetto nel sintagma dilectionem diligendo provocatis. Almeno a
livello formale, vd. anche AUG., in epist. Ioh. 9, 10 (vd. n. succ.) e in psalm. 118 sermo 8, 3:
Quid autem diligendo diligitur, si ipsa dilectio non diligitur?; trin. 8, 8: Quoniam quippe Deus
dilectio est, Deum certe diligit qui diligit dilectionem; dilectionem autem necesse est diligat qui
diligit fratrem.
5 La coerenza tra parole e opere è un aspetto esistenziale particolarmente presente già nella

prima comunità cristiana, come apprendiamo da Iac 2, 17-18: Sic et fides, si non habeat opera,
mortua est in semet ipsam. Sed dicet quis tu fidem habes et ego opera habeo. Ostende mihi fi-
dem tuam sine operibus, et ego ostendam tibi ex operibus fidem meam; 1Ioh 3, 18: Filioli, non
diligamus verbo nec lingua, sed opere et veritate. Quest’ultimo locus così è glossato da AUG.,
in epist. Ioh. 9, 10: Quid ergo? Qui diligit fratrem, diligit et Deum? Necesse est ut diligat
Deum, necesse est ut diligat ipsam dilectionem. Numquid potest diligere fratrem, et non dilige-
re dilectionem? Necesse est ut diligat dilectionem. Quid ergo, quia diligit dilectionem, ideo di-
ligit Deum? Utique ideo. Diligendo dilectionem: Deum diligit.
6 Singolare è l’uso di utpote qui, quae, quod + indic. La prima attestazione di questa forma è

in VAL. MAX. 5, 3 ext. 2: Neminem Lycurgo aut maiorem aut utiliorem virum Lacedaemon ge-
nuit, utpote cui Apollo Pythius, oraculum petenti, respondisse fertur nescire se utrum illum ho-
minum ad deorum numero adgregaret. La presenza della forma anche in CIC., Att. 2, 24, 4: […]
utpote qui nihil contemnere solemus presente nel Mediceus 49. 18 è stata corretta dal Klotz con
soleremus. Se quippe qui + indic. aveva già in epoca arcaica attestazioni diffuse sul suo uso
(vd. p. es. PLAUT., Bacch. 368; Men. 585) e successivamente eloquenti testimonianze in autori
dallo stile arcaizzante come Sallustio e Livio (per lo status quaestionis dell’uso di quippe qui
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I, 6-7 197

vd. VALLEJO 1948, pp. 201-220), non è lo stesso per utpote qui + indic. che, oltre all’attestazio-
ne in Valerio Massimo, comincia a comparire nel latino tardo (vd. LHS II p. 560).
7 Cfr. Mt 13, 7: Alia autem ceciderunt in spinas et creverunt spinae et suffocaverunt ea; 20:

Qui autem supra petrosa seminatus est hic est verbum audit et continuo cum gaudio accipit il-
lud; 22: Qui autem est seminatus in spinis hic est qui verbum audit et sollicitudo saeculi istius
et fallacia divitiarum suffocat verbum et sine fructu efficitur. Ancora una volta Ruricio topica-
mente denuncia la sua incapacità a vivere secondo il dettato evangelico, “da buon cristiano”.
8 Cfr. Mt 21, 19: Et videns fici arborem unam secus viam (Iesus) venit ad eam et nihil inven-

ti in ea nisi folia tantum et ait illi: «Numquam ex te fructus nascatur in sempiternum». Et are-
facta est continuo ficulnea.
9 L’uso di pinguedo in senso traslato per indicare qualcosa che dà nutrimento e conforto al-

l’anima è propriamente cristiano, mutuato dalla Sacra Scrittura. Cfr. p. es. Ier 31, 14: […] et
inebriabo animam sacerdotum pinguedine; Ps 62, 6: Sicut adipe et pinguedine repleatur anima
mea. Su questo verso del salmo 62, cfr. AUG., in psalm. 62, 14: Aliquid spiritale debemus intel-
legere. Habet quandam pinguedinem anima nostra. Est quaedam saturitas pinguis sapientiae;
CASSIOD., in psalm. 62, 6 ll. 129-131: Pinguedo animae divinarum rerum scientia est, recta fi-
des, inconcussa patientia et cetera, unde saeculi istius macies ieiunia superatur.
10 Lungo periodo in cui l’imagérie biblica si fonde col linguaggio agricolo; in partic. cfr.

RURIC., epist. 1, 4, 2: […] ariditatem nimiam stercoris aspersione fecundat.


11 Delictum diviene termine tecnico per indicare il peccato. Esso, come del resto bona parte

del lessico della morale cristiana, è mutuato dal linguaggio giuridico (vd. infra 2, 9 n. 23).
Sull’usus del lemma, vd. BLAISE 1966, pp. 550-551. «Le vocabulaire concernant le péché est
lui aussi très varié: crimen, delictum, peccatum sont des expressions de la langue courante; ini-
quitas est éminemment biblique, tout en ayant aussi une saveur juridique» (MOHRMANN II, p.
105). Si noti la variatio lessicale: Sed quoniam plus sunt apud me delicta quam verba nec pos-
sum facta expiare sermonibus.
12 La salutatio fa parte dei doveri di chi scrive una lettera, costituendosi fin dall’epoca clas-

sica in un vero e propiro cerimoniale del saluto che troverà canonizzazione e singolare amplia-
mento specie in età tardoantica e medievale (officium salutationis / sospitatis / sospitationis).
Su questo aspetto e sulle formule di saluto si rimanda al classico studio di LANHAM 1975.
13 Circa il costrutto asindetico di spero, già utilizzato in epoca classica, soprattutto nella lin-

gua popolare, vd. LHS II pp. 528-529; VÄÄNÄNEN 20034, pp. 268-269.
14 Dal significato originario di “traghettatore”, circa in età neroniana (vd. SEN., benef. 6, 18,

1) portitor assume il significato lato di “colui che porta qualcosa”. Quindi è a fare data dal se-
colo IV circa che diventa sinonimo di tabellarius, secondo quanto asserisce Gerolamo: […] un-
de et portitores earum (scil. epistulae) tabellarios […] vocavere (epist. 8, 1). Vd. anche ISID.,
orig. 9, 4, 27 (tabellio). Il ruolo del portitor fu molto importante, in quanto doveva riferire a
voce i messaggi (spesso solo accennati in lettera) del mittente o aggiungere ulteriori notizie non
esplicitate nella missiva. A tal proposito, vd. CORBINELLI 2008, pp. 15-21.
15 L’espressione propitio Deo ritorna in epist. 2, 7, 1 (oltre che più diffusamente nella forma

Deo propitio). Essa ricorre significativamente con una certa frequenza anche nelle epistole pao-
liniane (6 volte) e nell’opera di Agostino (14 volte).
16 Gurdo è una località in cui Ruricio aveva possedimenti, ma non facilmente identificabile.

MATHISEN 1999, pp. 20. 113, sulla scia di KRUSCH 1887, p. lxiii; ENGELBRECHT 1891, p. lxv;
HAGENDAHL 1952, p. 5; DEMEULENAERE 1985, p. 305, ipotizza che essa sia la medievale Gordo-
nium (Gourdon, dip. Lot), nota per la sua abbazia cistercense. Sicuramente era situata a sud di
Limoges, essendo queste le località cui maggiormente Ruricio fa riferimento come note. Se si
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198 Commento

considera l’attuale cittadina di Gourdon, il luogo doveva apparire probabilmente ameno, ma al


tempo stesso rustico e isolato dai centri urbani. Sembra esserne testimonianza indirettamente
Sulpicio Severo (dial. 1, 27, 2), che pone sulle labbra di Gallo la seguente frase di topica mode-
stia: Sed dum cogito me hominem Gallum inter Aquitanos verba facturum, vereor ne offendat
vestras nimium urbanas aures sermo rusticior. Audietis me tamen ut Gurdonicum hominem,
nihil cum fuco aut cothurno loquentem. Pertanto essere “un uomo di Gourdon” equivaleva a es-
sere identificato come rusticus, culturalmente inferiore, privo di urbanitas. E tuttavia il brano
sulpiciano è passibile di ulteriori interpretazioni. DOTTIN 1920, p. 260 preferisce ipotizzare che
l’aggettivo sia una voce propriamente gallica, riconducibile alla radice *gorto- (vd. irl. gort
“recinto”). A partire invece dalle considerazioni del benedettino ANTIN 1959, pp. 111-112, ac-
colte dal recente editore del Gallus (FONTAINE 2006, p. 212 n. 1), Gurdonicus viene interpretato
come pastiche lessicale allusivo al tempo stesso della località di Gort(h)ona (Sancerre, dip.
Cher, a nord-est di Bourges), che assurge pertanto a emblema di rusticitas, ma anche evocatore
dell’aggettivo gurdus “stolto” (Cfr. QUINT., inst. 1, 5, 57: […] “gurdos”, quos pro stolidis acci-
pit vulgus, ex Hispania duxisse originem audivi). Al posto dell’etnico Gort(h)onicus, Sulpicio
preferisce utilizzare il più espressivo Gurdonicus. E argutamente il monaco di Ligugé traduce:
«Sancerrois sans cervelle!». Quest’ultima interpretazione applicata al locus sulpiciano in esame
sembra essere maggiormente pregnante, quanto al lessico e al significato (le zone della Gallia
settentrionale erano ritenute meno “acculturate” rispetto a quelle del sud). Inoltre altre cittadine
possono essere identificate col nome di Gurdo: Gourdon-Murat (dip. Corrèze), località a sud-
est di Limoges, lungo il corso del fiume Vézère, dove Ruricio aveva amicizie (vd. epist. 2, 54 a
Rustico), la quale divenne parrocchia in età carolingia; oppure Gourdon, nei pressi di Cabillo-
num (Chalon-sur-Sâon, dip. Sâon-et-Loire), dove Gregorio di Tours (glor. conf. 85) ci testimo-
nia la presenza di un monasterium Gurthonense. Tuttavia, nel contesto storico dell’epistola ru-
riciana, sembra più verisimile ipotizzare la localizzazione di Gurdo nel sud della Gallia, in cor-
rispondenza della moderna Gourdon.
17 Cfr. RURIC., epist. 1, 14, 2: […] ut ad sollemnitatem sanctorum ad nos Deo propitio una

cum sorore vestra venire dignemini, all’amico Celso. Oltre a similarità stilistiche, Ruricio ritor-
na a proporre come data propizia per un incontro la “solennità dei santi”. Posta l’incompleta
conoscenza che abbiamo del rito gallicano, tuttavia, scorrendo quanto resta del Lectionarium
Gallicanum edito dal Mabillon, l’unico riferimento a solennità di santi è quello circa le letture
da compiersi nel giorno dei santi Pietro e Paolo, assegnato a partire almeno dal IV secolo al 29
giugno (Legenda in festo sanctorum Petri et Pauli, PL 72, col. 208). In quel giorno il Leziona-
rio prescrive la lettura di una passio dei due santi – probabilmente ad Matutinum – e quindi la
proclamazione di Rm 8, 15-27 e di Mt 5, 1-16 alla Messa. Il Mabillon, nel commentare questo
locus, così annota: «In basilicis Gallicanis sanctorum Petri et Pauli imagines pingi solebant»,
citando a riprova di ciò il fatto che Emiliano, nel valutare la decisione di abbracciare la vita ere-
mitica, entrato in un oratorium, vi avesse potuto contemplare dipinte sui muri iconicas aposto-
lorum reliquorumque sanctorum (vd. GREG. TUR., vit. patr. 12, 2). Inoltre, il Martyrologium
Gallicanum menziona, dopo la festività dei santi apostoli Pietro e Paolo, la seguente memoria:
Pridie Kalendas Iulii, Lemovicas, depositio sancti Martialis episcopi, Andegavis civitate, depo-
sitio sancti Albani episcopi et confessoris; et alibi aliorum sanctorum Cursici presbiteri, Leo-
nis subdiaconi (PL 72, col. 616). Marziale fu il primo vecovo di Limoges: il giorno della sua
depositio era sicuramente celebrato con solennità. Se si ipotizza, come detto sopra, che Gurdo
fosse di fatto a metà strada tra Limoges e Cahors, diocesi di cui Bassulo fu verisimilmente pa-
store e in cui Gourdon era (ed è) situata, è possibile ritenere che il giorno di festa scelto per
l’incontro tra i due vescovi fosse collocato tra il 29 giugno e il 1 luglio. Entrambi i giorni erano
festivi: l’uno per la Gallia intera, l’altro per la diocesi limosina.
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I, 7-8 199

18 Similmente cfr. FAUST. REI., epist. 1 p. 163, 16-17: Haec, quae strictim pro epistulae bre-

vitate memorata sunt, aut recipere se aut respuere unanimitas tua recurrente sermone respon-
deat.

1, 8
1 Sicuramente il fatto è da collocarsi dopo il 470, anno in cui Sidonio siede sulla cattedra

episcopale di Clermont-Ferrand.
2 Cfr. RURIC., epist. 2, 13, 5: […] ita gemitus cor nostrum conscientia conpungente conci-

piat. In entrambi i casi si noti il fine homoeoprophoron (conscientia conpungente confessi /


concipiat). Cfr. anche epist. 2, 57, 2: Remedium enim mali confessio non simulata delicti nec
ultioni publicae relinquitur locus, ubi reus conscientia torquente punitur; quindi cfr. CASSIAN.,
conl. 20, 8, 3: Nec non per criminum confessionem eorum ablutio condonatur; EUSEB. GALLIC.,
serm. 14, 6: […] quando peccatum, ipsius peccati cognitione curatur, et criminis confessione
aboletur; CONC. Andeg. a. 453 p. 138, ll. 51-53: Paenitentiae sane locus omnibus pateat qui
conversi errorem suum voluerint confiteri, quibus perspecta qualitate peccati secundum epi-
scopi aestimationem venia erit largienda; Tur. I a. 461 p. 146, l. 75: Homicidis penitus non
communicandum, donec per confessionem paenitentiae ipsorum crimina diluantur. Ruricio so-
lennizza questa lettera d’occasione sfruttando il lessico teologico-sacramentale della penitenza,
creando così un effetto di straniamento, che sfocia nell’aprosdoketon della confessio del crimen
di cui si accusa (l’aver copiato un libro prestatogli da Sidonio).
3 Vd. RURIC., epist. 1, 2, 1: […] praesertim cum vera confessio indulgentiam et falsa excu-

satio mereatur offensam. Malo itaque tam simplici confessione quam supplici veniam petere,
quam peccata geminare; similmente cfr. AMBR., paenit. 2, 9, 90: Vulneri enim medicamentum
necessarium est, non vulnus medicamentum quaeritur, non propter medicamentum vulnus desi-
deratur. In breve Ruricio sembra condensare quanto sul sacramento della penitenza si è arrivati
a definire attorno al V secolo: la sua necessità, i suoi contenuti, le “disposizioni” (coscienza
contrita, dolore dei peccati, richiesta di perdono) con cui accostarsi. Vale la pena considerare
quale tipologia di celebrazione e di spiritualità del sacramento Ruricio avesse presente in Gal-
lia. Il V-VI secolo infatti segna la crisi della cosiddetta “penitenza antica o ecclesiastica”, con-
traddistinta fondamentalmente da tre momenti: la confessione del peccato al vescovo e l’entrata
in penitenza attraverso la scomunica (almeno dal V secolo, nel primo giorno di Quaresima: a tal
proposito, vd. RIGHETTI IV, pp. 224-225. 229-230), gli esercizi penitenziali, la riconciliazione
sacramentale, secondo la Romanae Ecclesiae consuetudo raccomandata da Innocenzo I (EPIST.
pontif. 311, Migne 20, 559A), generalmente quinta feria ante Pascha, benché sembra possibile
ritenere che in Gallia avvenisse anche in giorno di domenica, se si presta fede a VEN. FORT.,
vita Hil. 9, 24 (Et dum in basilica psalleretur, similiter in absolutione die dominico, quo prae-
cesserat poena, secuta sunt gaudia). Significativo, soprattutto per comprenderne la crisi, è il
fatto che le penitenze potevano durare anche tutta la vita e che il sacramento non poteva essere
reiterato. Le invasioni barbariche, il mutato sentire spirituale dei cristiani e l’oggettiva durezza
delle pratiche di penitenza decretarono la decadenza del sistema penitenziale antico. Come già
si è detto, diffusi in Gallia e Spagna di V-VI secolo sono i cosiddetti conversi, assimilabili ai
penitenti, ma da essi ben distinti (vd. supra 1, 2 n. 13). Non sembra peregrino interrogarsi sul
progressivo diffondersi della “penitenza tariffata”, segnata da un rapporto personale penitente –
confessore (in questo vengono a sovrapporsi la figura giuridica dell’autorità che può dirimere i
“casi” di peccato e quella del padre spirituale, direttore della coscienza dei singoli), da un rap-
porto costante pena – peccato e soprattutto dalla sua iterabilità (ancora nel 589 il III Concilio di
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200 Commento

Toledo la bollerà come una execrabilis praesumptio). La nuova disciplina penitenziale, che di-
verrà sempre più comune soprattutto nel VI-VII secolo grazie all’opera dei monaci irlandesi e
bretoni, ebbe origine, secondo alcuni storici della liturgia, proprio nella Gallia di V-VI secolo,
essendo Patrizio, apostolo dell’Irlanda, di formazione culturale gallica. In quel periodo, essen-
do in piena decadenza l’antica disciplina penitenziale, le autorità ecclesiastiche galliche dovet-
tero provvedere a una sorta di “riforma”, onde evitare l’affievolimento del sentimento del pec-
cato e della conseguente necessità del perdono. Una tentativo fu la paenitentia in extremis, con-
cessa di fatto sul letto di morte, fomite di discussioni teologiche e disciplinari (si pensi solo a
quanto detto con vigore da FAUST. REI., epist. 5 p. 184, 7-8: Quo tempore confessio esse potest,
satisfactio esse non potest; 17-20: Advertis, quod huiusmodi medicina sicut ore poscenda, ita
opere consummanda est. Insultare Deo videtur, qui illo tempore ad medium noluit venire, quo
potuit, et illo nunc incipit velle, quo non potest; a tal proposito vd. BARCELLONA 1998, pp. 83-
123, in partic. pp. 94-98). Tuttavia la nuova disciplina penitenziale successivamente nota come
“celtica” potrebbe essere sorta a partire dalla prassi di alcuni monasteri gallici di praticare una
sorta di “confessione non sacramentale” tra monaco e homines spiritales, i quali ne dirigevano
la coscienza (vd. supra 1, 1 n. 39) e consigliavano le opportune penitenze (cfr. già tuttavia
TERT., pudic. 21, 17: Et ideo ecclesia quidem delicta donabit, sed ecclesia Spiritus per spirita-
lem hominem, non ecclesia numerus episcoporum. Domini enim, non famuli est ius et arbi-
trium; Dei ipsius, non sacerdotis). In questi casi il perdono sembra essere conseguito maggior-
mente grazie alle preghiere del padre spirituale e alle opere di penitenza. Informazioni su que-
sto tentativo di rinnovamento ci sono fornite da Cassiano, diffusore nella Gallia meridionale
della disciplina ecclesiastica orientale (vd. p. es. BASIL., reg. br. 288, cit. supra 1, 1 n. 39), e
successivamente da Cesario di Arles. Cfr. CASSIAN., conl. 20, 5, 1: Indicium vero satisfactionis
et indulgentiae est affectus eorum quoque de nostris cordibus expulisse; CAES. AREL., reg. mon.
23, 1-2: Qui pro aliqua culpa excommunicatus fuerit, in una cella reclaudatur, et cum uno se-
niore ibi legat, donec iubeatur ad veniam venire; reg. virg. 34, 1: Si qua vero pro quacumque re
excommunicata fuerit, remota a congregatione, in loco qua abbatissa iusserit, cum una de spi-
ritalibus sororibus resideat, quosque humiliter poenitendo, indulgentiam accipiat; BENED., reg.
27, 2: Et ideo uti debet omni modo ut sapiens medicus, inmittere senpectas id est seniores sa-
pientes fratres qui quasi secrete consolentur fratrem fluctuantem et provocent ad humilitatis sa-
tisfactionem. Benché differente fosse la disciplina penitenziale monastica da quella delle chiese
rurali o urbane, la testimonianza mantiene ugualmente la sua validità, perché ci consente di
scorgere almeno i termini della problematica. Sulla storia della penitenza in V-VII secolo, vd.
GALTIER 1937, pp. 5-26. 277-305; RIGHETTI IV, pp. 219-264; VOGEL 1952; ID. 1956, pp. 1-26.
157-186; ID. 1967; BARCELLONA 2002, pp. 345-361; PASSARINI 2005, pp. 715-736; ADNÉS, s. v.
Pénitence, in DSp XII, coll. 943-970; JUGIE, s. v. Pénitence, in DThC XII, coll. 722-862;
ROUILLARD 20052, pp. 27-47.; ottimo lo studio di SAINT-ROCH 1991 come summa ragionata de-
gli interventi conciliari e pontifici sul tema, dalle origini alla morte di Gregorio Magno. Dal
punto di vista retorico infine, si noti la parafonia cacofonica quaerere quaeat, le parole chiave
error e indulgentia in poliptoto, il cursus planus requírit errórem.
4 Per il titolo pietas, vd. supra 1, 7 n. 2.
5 Si notiil parallelismo con cui Ruricio struttura i due periodi: (ne, quod) modo prodente me

spectat ad veniam, - tacente postmodum pertineret ad culpam. Le clausole conclusive sono del
tipo cursus tardus (spéctat ad véniam) e cursus planus (pertinéret ad cúlpam).
6 Sapiente ricorso al linguaggio giuridico per sottolineare la propria “colpevolezza” nei con-

fronti dell’amico, declinando una fine variatio rispetto al linguaggio della coscienza emerso fi-
nora. In modo particolare compaiono due verbi specialistici: statuo e pronuntio. Il primo, pur in
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I, 8 201

una gamma di significati afferenti sempre alla sfera del giudizio, indica in termini legali l’emis-
sione di una sentenza nei confronti di qualcuno. Cfr. CIC., Phil. 11, 3: […] statuit ille quidam
non inimicos, sed hostis. Il secondo verbo si riferisce invece all’atto dell’imputato o del teste di
deporre una confessione. Cfr. QUINT., inst. 5, 11, 44: Plurimum autem refert; nam testis et
quaestio et his similia de ipsa re quae in iudicio est pronuntiant. Le due frasi, costruite paralle-
lamente, mettono in evidenza il capo di accusa stigmatizzato dal verbo in ultima sede, il quale
conferisce al periodo un andamento particolarmente solenne.
7 Ancora un caso di copiatura di un codex, come già in epist. 1, 6, 4. Non sappiamo di quale

opera si tratti, se di Sidonio oppure no. Secondo LOYEN 1943, p. 170, questa lettera è in rappor-
to con SIDON., epist. 4, 16, indirizzata a Ruricio e databile tra il 470 e il 477. In essa si fa riferi-
mento proprio a un furto di un libro: Accepi per Paterninum paginam vestram, quae plus mellis
an salis habeat incertum est. Ceterum eloquii copiam hanc praefert, hos olet flores, ut bene ap-
pareat non vos manifesta modo verum furtiva quoque lectione proficere. Quamquam et hoc fur-
tum quod deprecaris exemplati libelli non venia tam debeat respicere quam gloria. Quid tu
enim facies absque virtute, qui nec ipsa peccata sine laudis committis? (epist. 4, 16, 1). Il pro-
prietario del codice, come del resto si farà notare anche successivamente (vd. infra n.17), non
appare essere adirato, anzi, si compiace della furtiva lectio (o, nel caso presente, furtiva
scriptio) di Ruricio: «Tale espressione allude certo alla singolare forma di furtum che, attestan-
do amore per il sapere, va a gloria di chi l’ha commesso; ma la contrapposizione con manifesta
sembra conferire a furtiva anche altri significati, sottintendendo il gusto di letture nascoste e
preziose, di cui si alimenta lo stile, e il piacere di far trasparire qua e là, per gli amici colti che
sanno accorgersene, ghiotti riferimenti a questi celati modelli» (GUALANDRI 1979, pp. v-vi). Su
ques’ultimo locus vd. anche SANTELIA 2000, pp. 233-234; MASCOLI 2004, p. 176; sulla circola-
zione dei libri nella Gallia di V secolo, vd. SANTELIA 2003, pp. 1-29, in partic. pp. 18-25, e su-
pra 1, 6 n. 3.
8 Leonzio è chiamato fratello da Ruricio. La critica è discorde sulla valutazione del legame

tra i due. KRUSCH 1887, p. lxii ritiene Leonzio fratello di sangue di Ruricio, mentre ENGELBRE-
CHT 1891, p. lxx così ammonisce: «Fratrem habuisse Ruricium Leontium […] Kruschius cen-
set. Sed nulla re comprobari potest eum, quia a Ruricio frater appellatur, germanum eius fuis-
se». Senza prendere posizioni definitive, MATHISEN 1999, p. 116 n. 4 afferma: «Apparently a
biological brother of Ruricius». Le parole di FAUST. REI., epist. 9 p. 215, 11-12: Individuum fi-
lium nostrum Leontium omnemque domum, pusillos cum maioribus, pio sospitamus officio la-
sciano il dubbio se il filius cui fa riferimento sia figlio carnale oppure fratello di Ruricio, essen-
do Fausto vescovo e utilizzando la parola filius in riferimento alla sua paternità spirituale. Si-
milmente si parla di Leonzio in RURIC., epist. 2, 40, 2; 49, 1, dopo che lo stesso Ruricio è dive-
nuto vescovo. A un personaggio di nome Leonzio, appellato venerabilis frater, è indirizzata an-
che epist. 2, 42. Si può ritenere con MATHISEN 1999, p. 24 che Ruricio abbia realmente avuto un
fratello di nome Leonzio (cui si fa riferimento in questa epistola e in epist. 2, 42 tit.), il cui no-
me venne rinnovato in uno dei figli dello stesso Ruricio (epist. 2, 40, 2; 49, 1). Quanto si può
dire con certezza è che i titoli con cui vengono identificati questi omonimi nulla lasciano inferi-
re sulla reale parentela tra di loro (se ce ne sia stata) e con Ruricio. Sul senso lato di frater, vd.
quanto sinteticamente afferma NADJO 2004, pp. 285-286; quanto all’uso ecclesiastico di frater
e filius, vd. BASTIAENSEN 1964, pp. 21-22. 36-38. Va tuttavia notato, sulla scia di HEINZELMANN
1989, pp. 47-56, in partic. p. 53, che l’uso del linguaggio delle relazioni familiari in ambito so-
ciale-politico è già antico ed esprime una rapporto di particolare dimestichezza (per quanto for-
malizzata da canoni) tra i diversi elementi di un gruppo. E questo può valere a maggior ragione
per quanto riguarda l’epistolografia tardoantica.
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202 Commento

9 Il parallelismo dei due periodi ipotetici (Quod si probatis, agnoscite, - si inputatis, igno-

scite), l’isocolia (9 sillabe ciascuno), la paronomasia instaurata dalla coppia minima agnoscite
– ignoscite, e la diffusa sonorità conferiscono lapidaria solennità all’eloquio. A questo si ag-
giunge anche un problema filologico. Infatti nel Sangallensis 190 si legge: Quod si probatis,
ignoscite, si inputatis, agnoscite. Già Engelbrecht aveva ritenuto opportuno l’emendamento at-
tuale – per lo più recepito da tutti gli editori, tranne Krusch –, per ragioni interne, confrontando
il locus con epist. 1, 17, 1, in cui senza ombra di dubbio si legge: Iam vos mihi, si quid inputa-
tis, ignoscite. Il passo pertanto costituirebbe nient’altro che un ampliamento di uno stilema ruri-
ciano. Similmente cfr. AUG., c. Iulian. op. imperf. 1, 106: Evanescente autem invidia reatus
etiam pompa indulgentis evanuit, quia non potest ignoscere, quod iure non potest imputare;
CASSIOD., var. praef. 12: Nunc ignoscite, legentes, et si qua est incauta praesumptio, suadenti-
bus potius imputate. A favore di questo emendamento anche HAGENDAHL 1952, p. 78.
10 Consueto linguaggio relativo al “nutrimento spirituale”, già più volte incontrato nelle let-

tere precedenti, per cui vd. supra 1, 6 n. 10.


11 Il tono del discorso assume qui i tratti di una reale confessione dei propri peccati. Ruricio

con una certa acribia analizza la propria situazione morale, evidenziando gli iniziali buoni pro-
positi successivamente svaniti a motivo della concupiscenza, del desiderio smodato ingenerato
dalla bontà dell’oggetto in esame. Oltre che ad allusioni dirette, anche il riferimento al peccato
attraverso l’atto della manducazione sembra evocare con maggiore vicinanza la scena biblica
archetipica della tentazione del serpente nei confronti di Adamo ed Eva (Gn 3, 1-7).
12 Non sfugga l’equivocità del verbo, applicabile all’ambito sia morale che stilistico (expoli-

re). Esempi in tal senso in ThLL V-2, col. 389. Piuttosto diffuso in Sidonio è il tema della lima
contrapposto alla robigo dello stile, per cui vd. supra 1, 3 n. 29.
13 Cfr. Ioh 10, 11: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus.
14 Vd. supra n. 10.
15 Per la forma allocutoria mihi crede, vd. supra 1, 4 n. 12.
16 Costruzione molto enfatica, suggellata dalla prosopopea. Si succedono con regolarità co-

struzioni parallele, che contribuiscono ad aumentare l’enfasi della frase: quid cessas – quis du-
bitas; quam diversis occasionis te elimare contendat – quam tibi etiam invito spiritales cibos
soleat bonus pastor ingerere. A esse fanno da contrappunto, nella seconda parte del discorso, le
antitesi: si distuleris, quam transtuleris; studiosis favere, non invidere consuevit. A esse si ag-
giunge l’allitterazione dei corradicali distuleris – transtuleris, con variatio prefissale, e l’asso-
nanza favere – invidere. Molto efficaci ai fini espressivi le due apostrofi del codex loquens a
Ruricio: ingrate – mihi crede.
17 Si osservino i due ossimori alloquiis silentis e coactus pariter – voluntarius sponte che

ben evidenziano lo stato d’animo di Ruricio, agitato da sentimenti contrastanti, nonché il suo
imbarazzo nel doversi giustificare di fronte all’amico. Tuttavia, l’affettata richiesta di scuse la-
scia trapelare l’intimo compiacimento di Ruricio per aver compiuto il furtum, sapendo che sif-
fatto facinus torna a suo vantaggio, facendosi così bello agli occhi del dotto amico. E la risposta
di Sidonio non sembra essere affatto indignata, anzi appare particolarmente lusingata da quanto
furtivamente è stato compiuto – anche questo in ottemperanza a un topos diffuso: Ego vero
quicquid impositum est fraudis mihi, utpote absenti, libens audio principalique pro munere am-
plector, quod quodammodo damnum indemne toleravi. Neque enim quod tuo accessit usui, de-
cessit hoc nostrae proprietati aut ad incrementa scientiae vestrae per detrimenta venistis alie-
nae. Quin potius ipse iure abhinc uberi praeconio non carebis, qui magis igneo ingenio natu-
ram decenter ignis imitatus es de quo si quid demere velis, remanet totus totusque transfertur
(SIDON., epist. 4, 16, 2).
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I, 8-9 203

18 La frase conclusiva – quasi una peroratio dopo la lunga requisitoria – chiude l’epistola

senza lesinare gli abbondanti artifici retorici. A cominciare dai numerosi omeoteleuti incrociati:
multam – quam – excipiam; remedium meum vestrum – decretum; sententiam vestram medel-
lam – poenam. Si noti quindi il chiasmo con amplificatio orizzontale del pensiero nella forma
della commoratio una in re (cfr. QUINT., inst. 9, 1, 27: Nam et commoratio una in re permultum
movet et inlustris explanatio rerumque quasi gerantur sub adspectum paene subiectio, quae et
in exponenda re plurimum valet et ad inlustrandum id, quod exponitur, et ad amplificandum, ut
iis, qui audient, illud, quod augebimus, quantum efficere oratio poterit, tantum esse videatur;
vd. anche RHET. Her. 4, 44, 58) remedium meum vestrum credo esse decretum et sententiam
vestram medellam duco esse, non poenam, con antitheton finale (medellam, non poenam) e
variatio (remedium meum vestrum credo esse decretum et sententiam vestram medellam duco
esse); gli iperbati (multam, quam intuleritis, excipiam; remedium meum vestrum credo esse de-
cretum); l’assonanza ritmicamente alternata all’interno delle parole di /e/, /u/ (remedium –
meum – vestrum – decretum) e di /e/, /a/ (sententiam – vestram – medellam – poenam); la lunga
allitterazione della nasale labiale /m/; la clausola finale ésse non poénam. Si alterna l’ambito
semantico giuridico (multa, decretum, sententia, poena) e quello medico (remedium, medella).

1, 9
1 Ruricio sembra qui fare riferimento a un recente intervento di Sidonio, nel quale sarebbe

emersa ancora una volta la sua amicizia. Potrebbe essere una lettera – perduta – oppure una
personale manifestazione orale di affetto. Si noti il rilievo dato ai due commata paralleli recens
praedicatio e antiqua dilectio in sede incipitaria, veri e propri termini chiave; l’antitesi aggetti-
vale sembra sottolinearne maggiormente il rapporto di dipendenza, per cui la prima scaturisce
dalla seconda. Sul titolo onorifico pietas, vd. supra 1, 7 n. 2.
2 Cfr. EPIST. Austr. 24, 1: Humilitati meae coronam vestri apostulatus veniam dare digne-

tur, quia tanta fuit meae praesumptionis audacia, ut vobis domnis auderem per paginam infer-
re fastidium.
3 Nonostante l’abbondante uso del diminutivo in età imperiale e soprattutto tardoantica con-

duca a una sua parziale desemantizzazione, specie nelle lingue romanze (vd. LHS II pp. 772-
777), ingeniolum (< ingenium) mantiene nel caso presente il suo valore pregnante, indicando
così la pochezza di capacità intellettuali (deminutio), ai fini di affectata modestia: a tal fine vd.
JANSON 1974, pp. 145-146. Il lemma ricorre in modo particolare 12 volte nelle opere di Gerola-
mo, di cui 10 come cifra di modestia, 2 polemicamente nei confronti di Rufino (adv. Rufin. 1,
30; 3, 14). Cfr. CASSIAN., c. Nest. praef. 2: Ego enim ne in illis quidem opusculis, quibus per in-
genioli nostri oblatiunculam Deo sacrificavimus, moliri aliquid aut usurpare temptassem nisi
episcopali tractus imperio; ENNOD., carm. 1, 7 prosa p. 524, 2-3: Suspendistis hactenus ab in-
genioli mei ariditate imbrem fructuum nutritorem. Quanto all’immagine della sterilitas applica-
ta all’ingenium, cfr. p. es. SEN., benef. 2, 27, 1: Cnaeus Lentulus […] ingenii fuit sterilis; EN-
NOD., epist. 5, 7 p. 130, 2: Parcat sterilitati meae venerabilis anima; dict. 12 p. 463, 1: […] vos
fecundas de sterilitate ingeniorum glebas efficitis. Similmente, cfr. anche RURIC., epist. 1, 10, 2
(sterilitate exilis ingenii).
4 Forte contrasto, scandito dal poliptoto dell’aggettivo possessivo vester, tra le implicite alte

qualità di Sidonio e le ineptiae di Ruricio, molto evidente soprattutto nella netta contrapposi-
zione auribus vestris – ineptiis meis. La grandezza dottrinale di Sidonio sembra essere sottoli-
neata anche fonicamente dalla sequenza audeam – auribus, in cui il dittongo /au/ conferisce
particolare solennità alla dictio. In questa lettera Ruricio accentua topicamente la sua pusillitas
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204 Commento

di fronte alla grandezza d’ingenio del suo patronus Sidonio.


5 Citazione pressoché alla lettera di CASSIAN., c. Nest. 7, 31, 5. Cassiano rivolge l’ultimo ac-

corato appello a coloro che abitano intra Constantinopolitanae urbis ambitum affinché abbiano
a fuggire la dottrina eretica di Nestorio. Richiamando alla loro mente i vescovi e i dottori che
hanno insegnato la verità (Gregorio di Nazianzo, Nettario di Costantinopoli), indica con fervore
Giovanni Crisostomo come modello da seguire per l’ortodossia: Quod etsi adsequi grande est
ac difficile, sequi tamen pulchrum atque sublime. Quoniam in summa rerum non adeptio tan-
tum, sed etiam imitatio ipsa laudanda est, quia numquam fere aliquis eius rei portione ad ple-
num caret, ad quam scandere ac pervenire contenderit.
6 Da notare l’icastica espressione totis animae visceribus, cui fa riscontro la successiva inti-

mo pectoris. Similmente cfr. AUG., conf. 7, 6, 8: Confiteantur etiam hinc tibi de intimis visceri-
bus animae meae miserationes tuae, Deus meus; 11, 29, 39: […] et tumultuosis varietatibus di-
laniantur cogitationes meae, intima viscera animae meae; FAUST. REI., epist. 10 p. 216, 26: […]
ut hic peccatorum sagittae de animae visceribus evellatur; EUSEB. GALLIC., hom. 26, 5: […]
quando videt aliquem foedas peccatorum notas et veteres maculas intimis animae visceribus im-
pressas; vd. anche AUG., serm. 299E, 2; epist. 22, 2. Tuttavia non è da escludere una suggestio-
ne neotestamentaria di una versione della Sacra Scrittura, in cui il comandamento di amare Dio
(Mt 22, 37; Mc 12, 30; Lc 10, 27) suonerebbe: Et diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo
et ex tota anima tua et ex totis visceribus tuis et ex tota virtute tua, come ci attesta peraltro Ilario
di Poitiers (trin. 9, 24). Similmente cfr. RURIC., epist. 2, 19 v. 17: Antro pectoris et medulla cor-
dis; v. 21: Quae nunc intima pectoris fatigant (vd. nn. ad loc.); la iunctura ritorna in epist. 2, 34,
1. Attestata per la prima volta in PS. QUINT., decl. 12, 26: […] luctantur intra viscera animae, et
uterum funeribus gravidum in os agunt, di essa fornisce un’affascinante interpretazione Ambro-
gio: In quo autem cor mundum est, innovatur in eius interioribus spiritus. Viscera enim velut in-
teriora sunt animae; sicut enim viscera interiora sunt corporis, ita sunt et interiora intellegibi-
lia viscera animae, ut sunt viscera misericordiae, ut sunt interiora quae in eo sunt, in quibus
ait: «Benedic, anima mea, Dominum et omnia interiora mea nomen sanctum eius» (apol. Dav. I
14, 65). I sostantivi viscera e anima si trovano tuttavia affiancati già in STAT., silv. 5, 1, 45:
Visceribus totis animaque amplexa fovebat. Su questa e altre metafore corporali, vd. CURTIUS
1992, pp. 156-158.
7 Nella consueta metafora del “cibo spirituale” (vd. supra 1, 6 n. 10) e della “sete spirituale”

(vd. supra 1, 1 n. 12), Ruricio abilmente declina lessicalmente l’idea del nutrimento attraverso
variazioni sinonimiche quali cibus, dapes, epulae (unica variatio è fons); refici, potari, repleri,
saginari, libaverit, sorbuerit. A questi si aggiunge rumino, verbo che, pur avendo un’accezione
propria (ruminare), assume già dall’età classica un significato figurato legato all’atto meditati-
vo (vd. infra n. 8). La congeries (vd. supra 1, 3 n. 4) con parallelismo formale, il poliptoto e
l’anafora dell’aggettivo possessivo tuus esprimono con evidenza il desiderio di Ruricio; l’iper-
bato tuis… dapibus nel terzo membro varia la regolarità, dando luogo a una concatenazione
chiastica (tuis cibis refici, tuo fonte potari, tuis repleri dapibus, tuis epulis saginari); la gemi-
natio in iperbato del verbo reggente desidero con allocutio (Desidero itaque, domine mi, desi-
dero, inquam) conferisce particolare enfasi all’eloquio.
8 Ruricio permette di gettare uno sguardo embrionalmente su quello che sarà la ruminatio,

che nel Medioevo latino avrà grande peso in ordine alla meditazione della Parola di Dio intesa
come “nutrimento dell’anima”, soprattutto nella spiritualità monastica. Il lemma è già presente
in CIC., Att. 2, 12, 2 col significato di “ripresa interiore di quanto si è letto o appreso” (vd.
MOUSSY 2002, p. 95 n. 23). Cristianamente l’idea di ruminari – ruminatio è presa dalla Scrittu-
ra, in modo particolare da Lv 11, 3 e Dt 14, 6, in cui i ruminanti vengono enumerati fra gli ani-
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I, 9 205

mali puri. E gli esegeti cristiani spiegheranno abilmente perché siano da ritenersi puri e chi in
essi vada simbolicamente identificato. Così p. es. IREN. 5, 8, 3: Qui sunt ergo mundi? Qui in Pa-
trem et Filium per fidem iter firmiter faciunt, haec est enim firmitas eorum qui duplicis sunt un-
gulae, et eloquia Dei meditantur die ac nocte uti operibus bonis adornentur, haec est enim ru-
minantium virtus; NOVATIAN., cib. Iud. 3, 7: […] mundi (scil. homines), si ruminent, id est in ore
semper habeant quasi cibum quendam praecepta divina (a tal proposito, vd. CICCARESE 2002,
pp. 17-60, in partic. pp. 17-25). Della ruminatio spirituale in particolare ci fornisce eloquente
spiegazione Agostino (serm. 149, 3): Unde data est licentia Christianis, quae Iudaeis non est
data. Omnia enim animalia quae Iudaeis prohibita sunt manducare, signa sunt rerum, et sicut
dictum est, umbrae futurorum. Sicut illa circumcisio significat circumcisionem cordis, quam illi
in carne gestabant, et in corde repudiabant; sic et epulae illae praecepta mysteriorum sunt, et
signa futurorum. Veluti quod scriptum est eis, ut quae sunt ruminantia et fissa ungula, ipsa man-
ducent; quibus autem vel utrumque vel unum horum defuerit, non manducent; homines quidam
significantur, non pertinentes ad societatem sanctorum. Fissa enim ungula ad mores, ruminatio
vero ad sapientiam pertinet. Quare ad mores fissa ungula? Quia difficile labitur. Lapsus enim
peccati signum est. Ruminatio autem ad sapientiae doctrinam quomodo pertinet? Quia dixit
Scriptura: «Thesaurus desiderabilis requiescit in ore sapientis, vir autem stultus glutit illum».
Qui ergo audit, et neglegentia fit obliviosus, quasi glutit quod audivit; ut iam in ore non sapiat,
auditionem ipsam oblivione sepeliens. Qui autem in lege Domini meditatur die et nocte, tam-
quam ruminat, et in quodam quasi palato cordis verbi sapore delectatur; vd. anche in psalm. 36
serm. 3, 5; RUFIN., Orig in lev. 7, 6 p. 389, 1-6. Pertanto l’immagine è pregnante, evocando il
senso letterale del lemma (la manducazione fisica) e quello traslato (il far riemergere dentro di
sé quanto letto o ascoltato per rimeditarlo). Similmente, cfr. CAES. AREL., serm. 176, 1: Qui ergo
audit, et neglegentia fit obliviosus, quasi glutit quod audivit, ut iam in ore non sapiat, auditio-
nem ipsam oblivione sepeliens. Qui autem in lege Domini meditatur die ac nocte, tanquam ru-
minat, et in quodam quasi palato cordis verbi sapore delectatur. (vd. anche serm. 69, 5).
9 Il lemma ructatio, deverbale rispetto a ructo (vd. supra 1, 3 n. 16) è molto raro. Assente in

epoca classica, al cui posto viene utilizzato il sostantivo ructus, compare per la prima volta in
Agostino: vd. AUG., in psalm. 102, 8; serm. 20A, 8; 150, 8 (ructuatio); 255, 5; ENNOD., epist. 7,
21 p. 189, 18; FULG. RUSP., ad Tras. 2, 5, 4. Ructatio è hapax nell’opera ruriciana. La produttività
dei suffissi –io / -tio è molto elevata in età tardoantica: vd. p. es. infra 1, 15 n. 24 (sospitatio).
10 Cfr. RURIC., epist. 2, 34, 1: Hanc aquam si quis fidelis non gustu tantum summo tenus ore

libaverit, sed totis animae visceribus appetens conviva sorbuerit, protinus in laudem Domini
omnipotentis erumpet et hoc incipiet ructare, quod biberit. Vd. anche epist. 1, 3, 2.
11 Non sfugga il linguaggio vagamente equivoco abilmente utilizzato da Ruricio: il com-

mensale è sì digiuno, poiché non ha ancora degustato compiutamente il banchetto di sapienza


retorico-spirituale dell’amico Sidonio, essendo tutto ancora accumulato in intimo pectoris (re-
fertus corde). Simili immagini antinomiche già in PAUL. NOL., carm. 27, 104-105: Ructavere
sacras ieiuno gutture laudes / ebria corda Deo. Tuttavia la ieiunitas costituisce anche uno dei
difetti da evitarsi nell’arte retorica, come ammonisce QUINT., inst. 2, 4, 3: […] interim admone-
re illud sat est, ut sit ea neque arida prorsus atque ieiuna (nam quid opus erat tantum studiis
laboris intendere si res nudas atque inornatas indicare satis videretur?). Ieiunus pertanto può
ricollegarsi all’ambito dell’affettata rusticitas dell’autore. Similmente cfr. SYMM., epist. 1, 96:
Non enim mihi ex ore ieiuno tributa laudatio est; SIDON., epist. 9, 2, 2: […] nunc scilicet tibi a
partibus meis arida ieiunantis linguae stipula crepitabit; ENNOD., epist. 5, 7 p. 129, 16: […] pe-
riclitari tamen ieiunia oris olim probati iussionis celeritate evoluisti; 9, 1 p. 228, 3: Velim ita
labori meo faveas, ut ieiuno veniam praestes ingenio. La bocca di Ruricio sembra pertanto es-
sere doppiamente digiuna, spiritualmente e stilisticamente.
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206 Commento

12 Consueta immagine biblica dell’adynaton per indicare i magnalia Dei operati a favore

dell’uomo: generalmente la mentalità vetero/neo-testamentaria opera in questo senso, propo-


nendo un concetto e immediatamente dopo la sua negazione, così da evidenziare come nulla ri-
sulti impossibile alla potenza divina. A tal proposito cfr. 1Sm 2, 4-6: Arcus fortium superatus
est et infirmi accincti sunt robore, saturati prius pro pane se locaverunt et famelici saturati
sunt, donec sterilis peperit plurimos et quae multos habebat filios infirmata est. Dominus mor-
tificat et vivificat, deducit ad infernum et reducit; Lc 1, 52-53: […] deposuit potentes de sede et
exaltavit humiles, / esurientes implevit bonis et divites dimisit inanes; 6, 21: Beati qui nunc esu-
ritis, quia saturabimini; 25: Vae vobis qui saturati estis, quia esurietis.
13 Ancora preponderante la figura retorica del chiasmo, particolarmente gradita a Ruricio:

refertus corde, ore ieiunus; dum satur esurit et saturatur esuriens. In questo secondo si noti an-
che da un lato il parallelismo etimologico tra i due cola e la commutatio chiastica (vd. supra 1,
2 n. 2), dall’altro la figura etimologica satur – saturatur in poliptoto col successivo gerundivo
saturandus, nonché il poliptoto verbale esurit – esuriens.
14 Regeneratio identifica l’effetto prodotto dal battesimo (rinascere alla vita di grazia in Cri-

sto) o, per sineddoche, il sacramento stesso con cui si inizia a essere cristiani. Molti i riferi-
menti degli autori cristiani in questo senso. Per tutti valgano TERT., pud. 1, 5: Nostrorum bono-
rum status iam mergitur, christianae pudicitiae ratio concutitur, quae omnia de caelo trahit, et
naturam per lavacrum regenerationis; CYPR., patient. 6: Dominus baptizatur a servo et remis-
sam peccatorum daturus ipse non dedignatur lavacro regenerationis corpus abluere; AMBR.,
sacr. 3, 1, 3: Illa [scil. animantia] quidam in principio creaturae, sed tibi reservatum est ut
aqua te regeneraret ad gratiam sicut alia generavit ad vitam. E del resto, procedendo à
rebours, l’immagine del lavacrum regenerationis è squisitamente paolina: Non ex operibus iu-
stitiae quae fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit, per lavacrum re-
generationis et renovationis Spiritus Sancti (Tit 3, 5). Regeneratio ha tuttavia anche il valore di
“rinascita nell’ultimo giorno”, “resurrezione” (vd. CASSIAN., c. Nest. 5, 7, 4; AUG., civ. 20, 5;
GREG. M., moral. 4, 25), ed è in questa accezione che Ruricio sembra utilizzarlo nel presente
locus. Fa da sfondo l’antinomia lucana per cui vd. supra n. 12, che ha come poli estremi la vita
terrena e il premio eterno: il secondo verrà commisurato in rapporto alla prima. In riferimento
propriamente al concetto di regeneratio “resurrezione”, cfr. Mt 19, 28: Iesus autem dixit illis:
«Amen dico vobis quod vos qui secuti estis me, in regeneratione cum sederit Filius hominis in
sede maiestatis suae sedebitis et vos super sedes duodecim, iudicantes duodecim tribus
Israhel». La prospettiva del discorso ruriciano si fa dunque escatologica, gettando lo sguardo
sul giorno in cui l’esuriens troverà definitiva sazietà. Dato il tenore di questa lettera, essa è
ascrivibile agli anni dell’inquietudine spirituale dell’autore, in cui furono scritte anche le due
epistole a Fausto (epist. 1, 1; 2).
15 Si conclude l’ampia e insistente metafora barocca del “cibo spirituale” (su cui vd. supra

1, 6 n. 10) che ha dominato l’intero §. 2.


16 Patrocinium rimanda immediatamente alla funzione di patronus di Sidonio; sul patronato

episcopale in età tardoantica vd. supra 1, 1 n. 1.


17 Per l’uso di mereor + inf., vd. supra 1, 2 n. 33.
18 Torna l’mmagine biblica del bonus pastor, per cui vd. Lc 15, 4-7; Ioh 10, 11-16, già uti-

lizzata nella lettera precedente (vd. epist. 1, 8, 4). Cfr. HIER., in Is. 11, 40, 9 ll. 63-65: Sicut in
Evangelio legimus, quod ovem erroneam et a grege solito remanentem, suis ad caulas humeris
reportarit; PETR. CHRYS., serm. 30, 3: Inclinavit pastor bonus humeros suos, ut ovem perditam
salutares reportaret ad caulas; RURIC., epist. 2, 23, 2: Ipse est bonus pastor, qui ovem perditam
ad caulas dominicas mavult propriis humeris reportare sollicitus; GREG. M., epist. 9, 220 ll.
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I, 9-10 207

31-33: Et si quando per devia ovem de commissis gregibus error abduxerit, toto illam annisu
ad caulas revocare dominicas contendamus.
19 Si conclude qui una serie di quattro periodi dal tono quasi litanico, nei quali Ruricio chie-

de al suo patronus gli aiuti necessari per diventare un agnus dell’ovile del Signore. Si noti in
particolare, come accade nelle formule liturgiche, il motivo della supplica in prima sede seguito
dal verbo all’imperativo: vd. ROPA 1993, pp. 388-389. Nel dettato ruriciano, a una frase in cui il
desiderio è costituito da una proposizione completiva (ut + cong.) se ne alterna ritmicamente
un’altra in cui la richiesta è espressa da un complemento oggetto. La supplica al vescovo Sido-
nio acquista così un carattere particolarmente sacrale.
20 Cfr. Mt 25, 32-33. 46: Et congregabuntur ante eum omnes gentes et separabit eos ab invi-

cem sicut pastor segregat oves ab hedis. Et statuet oves quidem a dextris suis, hedos autem a
sinistris. […] Et ibunt hii in supplicium aeternum, iusti autem in vitam aeternam.

1, 10
1 Questo titolo di omaggio è assolutamente raro nell’epistolografia cristiana: esso è attestato

solo nel V secolo, nel frontespizio di una lettera, solo in Ruricio. Anche ThLL X-1, coll. 914-
917, significativamente non riporta la forma dom(i)no pectoris sui come nota. Oltre che nella
presente lettera, Ruricio la utilizza ulteriormente nella titolatura delle tre epistole indirizzate al-
l’amico Celso (1, 12; 13; 14) e in sede incipitaria nella lettera a Sedato di Nîmes (2, 34, 1). A
tal proposito vd. ENGELBRECHT 1892, p. 72; O’BRIEN 1930, pp. 31. 162. 164-165.
2 Magnanimitas, come titolo di indirizzo, è sicuramente indice di amicizia, come ben con-

gettura ENGELBRECHT 1892, p. 76, unitamente a un sentimento di ammirazione e rispetto. Resta


tuttavia raro il suo uso nella letteratura tardoantica: vd. anche RURIC., epist. 2, 1, 3.
3 Cfr. RURIC., epist. 1, 1, 3: […] quotiens dignati fueritis ariditatem terrae meae eloquentiae

vestrae imbre perfundere. Similmente cfr. Dt 32, 2: Concrescat ut pluvia doctrina mea, fluat ut
ros eloquium meum, quasi imber super herbam et quasi stillae super gramina. Il colon elo-
quentiae tuae rore respergas, con l’efficace allitterazione della polivibrante /r/ unitamente al-
l’assonanza del suono chiaro /e/, rievoca fonosimbolicamente il regolare scroscio dell’acqua; il
sintagma róre respérgas costituisce un cursus planus. Quest’ultima iunctura sembra essere un
debito di PRUD., perist. 10, 11 (sul quale vd. già supra 1, 3 n. 5), il cui contesto rende ancora
più interessante la ripresa ruriciana. L’inno è dedicato al santo martire siriano Romano, a cui
venne strappata la lingua. Prudenzio lo invoca perché, per sua intercessione, si sciolga il suo
debole eloquio in parole di lode: Sic noster haerens sermo lingua debili / balbutit et modis la-
borat absonis, / sed, si superno rore respergas iecur / et spiritali lacte pectus inriges / vox inpe-
ditos rauca laxabit sonos. Il fatto che Ruricio specifichi la formula rore respergas con il geniti-
vo eloquentiae tuae colloca pertanto il suo usus nell’ambito performativo della parola, come
già nel verso prudenziano.
4 Baiulus (< baiulo) indica in età arcaica e classica “colui che porta qualcosa”, “facchino”:

Protagoram […] adulescentem aiunt victus quaerendi gratia in mercedem missum vecturasque
onerum corpore suo factitavisse, quod genus Graeci ajcqofovrou~ vocant, Latine “baiulos”
appellamus (GELL. 5, 3, 1-2); fortiafovro~ ponderum baiulus (GLOSS. III 309, 56). Accanto a
esso, a partire almeno dal IV secolo, baiulus assume il significato di litterarum gerulus, tabel-
larius: esempi a tal proposito in ThLL II, col. 1687. Allo stesso modo vd. gerulus (< gero) al §.
3, per il quale vd. ThLL VIII, coll. 1952-1953. Il fatto di addossare la causa della mancata corri-
spondenza al portalettere assurge pressoché a topos nell’epistolografia, divenendo un agevole
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208 Commento

escamotage per autogiustificare le proprie inadempienze quanto all’epistolare officium. Cfr. p.


es. S YMM ., epist. 6, 56: […] quae si casu aliquo aut neglegentia portitoris elapsae sunt;
ENNOD., epist. 2, 7, 6 Gioanni: […] quia portitorum neglegentia fecit ut directae a vobis aut re-
tinerentur aut perderentur epistulae; CAES. AREL., epist. ad Ruric. 7 p. 402, ll. 9-11: Sed tamen
sancto et domno meo fratri vestro certissime credo et malo hoc portitoris neglegentiae
inputare.
5 La verborum copia qualifica tradizionalmente la facundia del retore: vd. CIC., Brut. 242;

de orat. 3, 125. 159; QUINT., inst. 1, 8, 8; 10, 1, 61; esempi in età tardoantica in BRUHN 1911, p.
42. Stilisticamente la iunctura allitterante copia compta stride antiteticamente col precedente
(baiuli) inopia.
6 Si noti il il passaggio disinvolto dal tu, maggiormente confidenziale, al vos, più formale e

di uso cancelleresco, per cui vd. supra 1, 1 n. 11.


7 Con inaspettato sarcasmo Ruricio replica a tono alle accuse mossegli da Lupo. Tuttavia la

strategia di difesa è individuata nel ricorso alla topica dell’affectata modestia (laborare egesta-
te sermonis ac sterilitate exilis ingenii), che in questo contesto assume il piccante sapore di una
amichevole presa in giro. Si noti come Ruricio declini molto attentamente la propria egestas /
sterilitas, comprendendo sia l’aspetto propriamente dell’elocutio (sermo) sia le qualità più di-
rettamente connesse con le doti intellettive (ingenium) capaci di dare contenuto alla forma. Egli
dunque confessa di essere carente in entrambi, in tutte le sue facultates. La dinamica sermo /
eloquentia – ingenium è già classica. Cfr. CIC., Verr. II 5, 174: Neque de illo tibi quicquam
praefinio, quominus ingenio mecum atque omni dicendi facultate contendas; Brut. 318: […]
sed omni huic sermoni propositum est, non ut ingenium et eloquentiam meam perspicias; VELL.
2, 6, 1: Decem deinde interpositis annis, qui Tiberium Gracchum, idem Gaium fratrem eius oc-
cupavit furor, tam virtutibus eius omnibus quam huic errori similem, ingenio etiam eloquentia-
que longe praestantiorem; QUINT., inst. 10, 1, 80: Quin etiam Phalerea illum Demetrium […]
multum ingenii habuisse et facundiae fateor; FRONTO p. 53, 12: Quae fabula recte interpretanti-
bus illud profecto significat fuisse egregio ingenio eximiaque eloquentia virum. Non sfugga in-
fine la reminescenza lucreziana connessa con la iunctura egestas sermonis (patrii sermonis
egestas: LUCR. 1, 832; 3, 260). Per l’immagine della sterilitas ingenii, vd. supra 1, 9 n. 3.
8 Metafora “idrica”, cara allo stile di Ruricio: vd. epist. 1, 3, 2; 1, 5, 2 e nn. ad loc.; cfr. in

partic. QUINT., inst. 10, 1, 61: Novem vero lyricorum longe Pindarus princeps spiritus magnifi-
centia, sententiis, figuris, beatissima rerum verborumque copia et velut quodam eloquentiae
flumine, in cui la copia verborum è associata all’eloquentiae flumen. Sulla topica dell’ariditas
per indicare l’egestas sermonis, vd. supra 1, 1 n. 29.
9 Da notare il fine costrutto retorico, per cui si va a instaurare un chiasmo tra il primo ele-

mento della proposizione comparativa, in cui le tre coppie mitiche di amici sono disposte paral-
lelamente secondo lo schema dat. + acc., e il secondo in cui la struttura è capovolta: sicut Achil-
li Patroclum aut Herculi Theseum aut Theseo Pirithoum, ita vos mihi debere sociari. Si noti al-
tresì la concatenazione chiastica, in cui si segnala il chiamo lessicale con poliptoto Herculi
Theseum aut Theseo Pirithoum in chiasmo grammaticale col successivo vos mihi. Le tre coppie
mitiche assurgono a exemplum proverbiale dell’amicitia già nella tradizone letteraria preceden-
te. Cfr. p. es. STAT., Theb. 1, 473-477: […] Nec vana voce locutus / fata senex, siquidem hanc
perhibent per vulnera iunctis / esse fidem, quanta partitum extrema protervo / Thesea Pirithoo,
vel inanem mentis Oresten / opposito rabidam Pylade vitasse Megaeram; MART. 7, 24, 3-4:
Te fingente nefas Pyladen odisset Orestes, / Thesea Pirithoi destituisset amor; AUSON., epist.
23, 19-21 (= 417 Souchay): Impie, Pirithoo disiungere Thesea posses / Euryalumque suo so-
cium secernere Niso; / te suadente fugam Pylades liquisset Oresten / nec custodisset Siculus
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I, 10 209

vadimonia Damon. In ambito consolatorio, cfr. AUG., conf. 4, 6, 11: Nam quamvis eam mutare
vellem, nollem tamen amittere magis quam illum et nescio an vellem vel pro illo, sicut de Ore-
ste et Pylade traditur, si non fingitur, qui vellent pro invicem vel simul mori, qua morte peius
eis erat non simul vivere; quindi cfr. p. es. SIDON., carm. 5, 279-280. 287-289: […] Tua viscera
ferro, / Maioriane, petam […] si se Pollucis perfundit sanguine Castor, / Thesea Pirithoi, Pyla-
den si stravit Orestae / vel furibonda manus; 24, 26-30: Hinc te temporis ad mei Laconas / Iu-
stinum rapies suumque fratrem, / quorum notus amor per orbis ora / calcat Pirithoumque The-
seumque / et fidum rabidi sodalem Orestae; ENNOD., epist. 1, 9, 4 Gioanni: Cessent anilium
commenta poetarum, fabulosa repudietur antiquitas. […] Nobis, si placet in novellum usum
maiorum exempla revocare, potius Pyladis et Orestis, Nisi et Euryali, Pollucis et Castoris, si
nihil his clandestinorum actuum decerpit obscenitas, convenit gratiae meminisse vel fidei:
«[…] le recours aux exempla païens est permis dans la mesure où ils ne contradisent pas la foi
et la morale chrétiennes» (GIOANNI 2006, p. 118 n. 13). Similmente vd. anche AMBR., off. 1,
206, 3; PANEG. 2, 17, 1; CLAUD. in Rufin. 1, 106-108.
10 Nei circoli letterari della Gallia di V secolo molto frequente era l’epitetazione reciproca

dei membri con nomi derivati dalla mitologia classica. Cfr. p. es. SIDON., epist. 8, 11, 3: Hic
[scil. Lampridius] me quondam, ut inter amicos ioca, Phoebum vocabat ipse a nobis vatis
Odrysii nomine accepto; carm. 22, epist. 2: Habes igitur hic Dionysum inter triumphi Indici
oblectamenta marcentem; habes et Phoebum, quem tibi iure poetico inquilinum factum constat
ex numine, illum scilicet Phoebum Anthedii mei perfamiliarem, cuius collegio vir praefectus
non modo musicos quosque verum etiam geometras, arithmeticos et astrologos disserendi arte
supervenit. Cfr. anche l’epitetazione biblica in FAUST. REI., epist. 9 p. 215, 4: Quo tempore cum
Sarra tua alter pro altero remunerandus; 10 p. 216, 15: Inde est, quod cum fidelissima Sarra
tua sub uno Christi iugo…, in cui la consorte di Ruricio Iberia viene identificata con la moglie
di Abramo. E del resto il soprannome era anche utilizzato a fini di dileggio, come nel caso di
Gerolamo che appella sfrontatamente il prete gallico Vigilanzio Dormitantius (vd. HIER., c.Vi-
gil. 1; epist. 109, 1). A tal proposito, vd. MATHISEN 1991, pp. 29-43.
11 Cfr. Gal 5, 13: Vos enim in libertatem vocati estis, fratres, tantum ne libertatem in occa-

sionem detis carnis, sed per caritatem servite invicem.


12 Cfr. Rm 12, 9: Dilectio sina simulatione; 2Cor 6, 4. 10: Sed in omnibus exhibeamus no-

smet ipsos sicut Dei ministros [...] in caritate non ficta; RUFIN., Orig. in Rom. 9, 4 p. 735, 9: Et
ideo nihil habere adulatorium nihil fucatum caritas debet; AUG., epist. 110, 2: Quod non cura-
rem, si ea, quae de me ad me locutus es, non ex caritate sincerissima dicta scirem, sed adulatio-
ne inimica amicitiae. Il proposito di Ruricio è pertanto duplice: scegliere quanto di buono c’è
nei racconti del mito e attualizzarlo, applicandolo al suo rapporto di amicizia con Lupo. Dal
punto di vista del lessico, vale la pena notare l’uso dell’aggettivo fucatus, particolarmente
espressivo in iunctura col sostantivo adulatio. Fucatus infatti, nel linguaggio della retorica, vie-
ne a identificare anche l’insincerità e la piaggeria dell’encomio, come risulta p. es. da PANEG. 1,
66, 5 (= PLIN., paneg.): Vis enim tales esse nos, quales iubes, nihilque exhortationibus tuis fuca-
tum, nihil subdolum, <nihil> denique, quod credentem fallere paret non sine periculo fallentis;
3, 21, 3: Quippe ei a fucatis adulantium venenis quod periculum est; CLAUD., carm. 28, 593-594
(= Hon. 6): Fucati sermonis opem mens conscia laudis / abnuit; ENNOD., epist. 1, 10, 2 Gioanni:
[…] totam paginam fucatis colorare blanditiis.
13 Cfr. CASSIAN., c. Nest. 1, 1, 1-2: Tradunt fabulae poetarum desectis quondam hydram ca-

pitibus numerosius renascentem per sua damna crevisse, […] Ita ergo etiam haereses in eccle-
siis illius quam poetarum commenta finxerunt hydrae similitudinem gerunt. […] ut quod de
morte hydrae illius gentilium falsitas finxit, hoc in ecclesiarum bellis veritas peragat; HIER., in
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210 Commento

Am. 2, 5 ll. 274-283: Quando autem audimus Arcturum et Oriona, non debemus sequi fabulas
poetarum, et ridicula ac portentosa mendacia, quibus etiam caelum infamare conantur […] sed
scire hebraea nomina, quae apud eos aliter appellantur, vocabulis fabularum gentilium in lin-
guam nostram esse translata, qui non possumus intellegere quod dicitur, nisi per ea vocabula
quae usu didicimus et errore combibimus.
14 Sull’uso della sapienza pagana Ruricio sembra aver interiorizzato l’insegnamento agosti-

niano presente in doctr. chr. 2, 40, 60: «Riguardo ai cosiddetti filosofi, massimamente ai platoni-
ci, nell’ipotesi che abbiano detto cose vere e consone con la nostra fede, non soltanto non le si
deve temere, ma le si deve loro sottrarre come da possessori abusivi e adibirle all’uso nostro. Ci
si deve comportare come gli Ebrei con gli Egiziani. Questi non solo veneravano gli dei e impo-
nevano a Israele oneri gravosi che il popolo detestava fino a fuggirne, ma diedero loro vasi e
gioielli d’oro e d’argento e anche delle vesti. Il popolo ebraico all’uscita dall’Egitto di nascosto
se li rivendicò come propri, per farne – diciamo così – un uso migliore. Non fecero ciò di loro
proprio arbitrio, ma per comando di Dio, e gli Egiziani a loro insaputa glieli prestarono: ed effet-
tivamente erano cose delle quali non facevano buon uso! Lo stesso si deve dire di tutte le scienze
dei pagani. Esse racchiudono invenzioni simulate e superstiziose come pure gravi pesi che co-
stringono a un lavoro superfluo, cose tutte che ciascuno di noi, uscendo dal mondo pagano al se-
guito di Cristo, deve detestare ed evitare. Contengono però insieme a questo anche arti liberali,
più consone con il servizio della verità, e alcuni utilissimi precetti (sed etiam liberales discipli-
nas usui veritatis aptiores et quaedam morum praecepta utilissima continent); presso di loro si
trovano anche alcune verità sul culto dell’unico Dio» (trad. V. Tarulli). Cfr. HAGENDAHL 1967,
pp. 728-729. Alla riflessione di Agostino sembra soggiacere la dottrina origeniana sulla possibi-
lità di utilizzare la filosofiva JEllhvnwn a fini cristiani. Così infatti si esprime il dotto alessan-
drino nella lettera a Gregorio il Taumaturgo (§§. 1-2): «Ma io vorrei che tu utilizzassi tutta la
forza delle tue disposizioni naturali al fine della sapienza cristiana (eij~ cristianismovn); in pra-
tica, per questo motivo mi sarei augurato che tu prendessi della filosofia greca ciò che può essere
utile o come insegnamento generale o propedeutico alla sapienza cristiana (eij~ cristianismo;n
dunavmena genevsqai ejgkuvklia maqhvmata h] propaideuvmata), e dalla geometria e dall’a-
stronomia ciò che risulterà utile all’interpretazione delle Sacre Scritture; […] E a qualcosa di si-
mile fa forse riferimento ciò che è scritto nell’Esodo dalla persona di Dio: Egli fa dire ai figli
d’Israele di domandare ai loro vicini e ai loro compagni di tenda vasi d’argento e d’oro e vestiti:
perché spogliando gli Egiziani, trovassero materiale per organizzare, con le cose trafugate, il
culto a Dio (pro;~ th;n kataskeuh;n tw`n paralambanomevnwn eij~ th;n pro;~ qeo;n latreivan)».
Testo scritturistico originante queste interpretazioni è il pluricitato locus in cui JHWH ordina al
popolo eletto, prima di uscire dalla terra di schiavitù, di sottrarre agli Egizi ogni bene prezioso:
Daboque gratiam populo huic coram Aegyptiis, et cum egrediemini non exibitis vacui, sed po-
stulabit mulier a vicina sua et ab hospita vasa argentea et aurea ac vestes, ponetisque eas super
filios et filias vestras et spoliabitis Aegyptum (Ex 3, 21-22). Similmente, vd. HIER., epist. 70, 2 in
riferimento a Dt 21, 10-13, e quanto afferma LABHARDT 1946, pp. 56-62. Su questo tema, vd. la
rassegna e l’interpretazione di GASTI 1992a, pp. 312-329; GIOANNI 2004, pp. 525-530; sulle mo-
dalità con cui fare riferimento ad autori pagani, vd. HAGENDAHL 1947, pp. 114-128.
15 Flamma pectoris mei si riallaccia evidentemente all’intestazione domno pectoris sui, co-

stituendo una struttura stilistica ad anello.


16 Il fatto che Ruricio ricorra al frequentativo del verbo dico, dicto in riferimento all’elabora-

zione della propria lettera ci interroga sul valore tecnico di questo usus e su quello che era la mo-
dalità di scrivere in epoca tardoantica. Gli autori classici generalmente affidavano i propri pensie-
ri a un segretario, il quale vergava materialmente il corpo del testo, secondo un graduale lavorio
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I, 10-11 211

intellettuale di notare – formare – dictare, come ha ben mostrato HERESCU 1956, pp. 132-146.
Dunque dicto ha pienamente il significato di “dettare”. Tuttavia, ERNOUT 1951, pp. 155-161 ha
notato come, già dall’epoca classica, si avverta uno slittamento dal significato di “dettare” a quel-
lo di “comporre”, “scrivere”, ingenerato dalla nascente abitudine degli autori a scrivere personal-
mente le proprie opere. Cfr. HOR., epist. 1, 10, 49: Haec tibi dictabam post fanum putre Vacunae,
«où l’idée d’écrire est plus important dans l’esprit du poète que celle de dicter» (Ernout). E ben-
chè negli autori non sia mai venuta meno, almeno formalmente, la distinzione tra dictare e scribe-
re (cfr. p. es. AUG., doctr. christ. 4, 3, 4: […] vel maxime exercitatione sive scribendi sive dictan-
di, postremo etiam dicendi), lo slittamento semantico è inevitabile. Di conseguenza dictator sem-
bra potersi intendere per lo più come “autore” e dictare come “scrivere”. E RIMINI 1912, p. 572
sostiene che «Ruricio e gli amici suoi dovevano in parte scrivere da sé, in parte dettare». Non va
inoltre dimenticato che «la redazione autografa di una lettera era un gesto significativo all’interno
di un rapporto di amicizia» (CORBINELLI 2008, p. 54). E del resto, già Giulio Vittore nota: Obser-
vabant veteres carissimis sua manu scibere vel plurimum subscribere (rhet. p. 106, 10-11). A tal
proposito, vd. CORBINELLI 2008, pp. 30-31. 53-56. Tuttavia, vd. RURIC., epist. 1, 15, 2 e n. ad loc.
17 Per il sostantivo gerulus, vd. supra n. 4.
18 Conclusione di maniera, in cui l’autore ritorna sui suoi passi, confessando la propria ru-

sticitas e pregando il destinatario di non diffondere il contenuto dell’epistola: vd. supra 1, 4 n.


14. Topico risulta anche l’invito nei confronti del destinatario a emendare il testo. Cfr. IUST.
praef. 5: Quod ad te non tam cognoscendi magis quam emendandi causa transmisi; SIDON.,
epist. 1, 1, 3: Sed scilicet tibi parvi tuaeque examinationi has non recensendas (hoc enim pa-
rum est), sed defaecandas, ut aiunt, limandasque commisi; CLEDON. gramm. V 9, 14-16: Me
tuis praeceptis adgressum circumspice, luxuriosos tonde sermones, doctiloqua serie corrigentis
extende curta, caudifica, ut ad tuum arbitrium cuncta videantur tractata relecta digesta (vd.
JANSON 1974, pp. 141-143). «There is a clear tendency in writers using the scrutiny theme to
stress the benevolence of the scrutinizer; i. e. usually the dedicatee, and to speak in contrast of
the presumed malevolence of other critics» (JANSON 1974, p. 142). Tuttavia altrettanto topica è
la richiesta di non emendare o riscrivere, come traspare p. es. in PLIN. 7, 12, 1: Libellum forma-
tum a me, sicut exegeras, […] misi tibi ideo tardius, ne tempus emendandi eum, id est disper-
dendi, haberes; GREG. TUR., Franc. 10, 31: Quos libros licet stilo rusticiori conscripserim, ta-
men coniuro omnes sacerdotes Domini, qui post me humilem ecclesiam Turonicam sunt recturi
[…] ut numquam libros hos aboleri faciatis aut rescribi (vd. JANSON 1964, p. 143-144). Infine,
rientra altresí nei topoi epistolari il fatto di attribuire alla fretta del perlator la mancata revisio-
ne o la sbrigativa redazione della lettera.

1, 11
1
Sublimis vir / sublimis dom(i)nus è titolo proprio di uomini nobili. A tal proposito vd. EN-
NOD., epist. 4, 5 p. 100, 21 a Fausto, in cui il vescovo pavese epiteta l’amico Dalmazio, cui ad
prerogativam sanguinis morum splendor accessit, proprio come sublimis vir. Vd. O’BRIEN
1930, pp. 152-153.
2 Per il titolo (semper) magnificus, vd. supra 1, 3 n. 2.
3 La lettera, fin dalle prime righe, si preannuncia come leziosa. Questa prima parte del lungo

periodo iniziale vuole quasi essere una dimostrazione logica, attraverso passaggi graduali, della
non totale disprezzabilità degli abeti inviati a Freda (nonostante la superiorità degli alberi delle
Cevenne): non elogiabili per bellezza, non desiderabili per i frutti, non immediatamente utili,
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212 Commento

tuttavia segnalabili per amoenitas. Tale sostantivo, posto dall’autore all’inizio e alla fine di que-
sto ampio incipit, racchiude di fatto le considerazioni che inducono Ruricio a paragonare gli al-
beri di Freda ai suoi. Da questi elementi è anche possibile ricavare quale importanza si desse, al-
l’interno dell’aristocrazia gallo-romana del V secolo, alle qualità estrinseche dei soggetti, al le-
pos, il cui gusto si esprime propriamente nella preziosità stilistica. Con STEVENS 1933, p. 14 si
può concordare che la società del sud della Gallia di V secolo era «a nest of singing birds», che
trovava al tempo stesso svago e identità in lusus letterari e incontri di amicizia (vd. GUALANDRI
1979, pp. 15-28; LA PENNA 1995, pp. 3-34; per il tipo di educazione impartito in Gallia, vd. su-
pra 1, 5 n. 4). Ciò che qualcosa vale in termini utilitaristici conta poco – sembra comunicarci
Ruricio –; quanto invece è apprezzabile è principalmente la sua amoenitas, la piacevolezza sog-
gettiva. Successivamente Cassiodoro (var. 9, 6, 4), in una lettera ascritta all’anno 527 circa, così
esprime questo concetto: Magnum est enim gaudium desiderata capisse, sed in huiusmodi rebus
gratior est plerumque amoenitas oculi quam utilitas captionis. E Freda, il cui nome tradisce l’o-
rigine gotica, deve essere indubbiamente stato in grado di apprezzare e decifrare il prezioso reti-
colo di reminescenze e allusioni letterarie presenti in questa lettera d’accompagnamento: un’evi-
dente testimonianza del fatto che «alcuni Goti avevano adottato maniere squisitamente romane»
(WARD-PERKINS 2008, p. 95), oltre che vi era stato un indubbio grado di integrazione tra Goti e
Gallo-Romani (a tal fine vd. anche HEATHER 1999, pp. 234-258, in partic. pp. 242-255; MATHI-
SEN 2001, pp. 110-111). Quanto infine all’oggettiva inferiorità degli abeti di pianura rispetto a
quelli montani, già VARR., rust. 1, 6, 4 notava: Quaedam in montanis prolixiora nascuntur ac fir-
miora propter frigus, ut abietes ac sappini, hic, quod tepidiora, populi ac salices. In particolare,
l’abete è connesso con la slanciatezza del fusto (con paretimologia abies < abeo) da ISID., orig.
17, 7, 32: Abies dicta quod prae ceteris arboribus longe eat et in excelsum promineat.
4 Freda sembra dunque avere proprietà e risiedere nei pressi delle Cevenne, la catena di mon-

ti che dalla Gallia sud-occidentale si slancia verso nord-est, separante la valle del Rodano da
quella della Garonna e della Loira. Strabone (4, 177) ci informa che questi monti si estendono
fino all’altezza di Lugdunum: Th` Û de; Purhvnh/ pro;~ ojrqa;~ h\ktai to; Kevmmenon o[ro~ dia;
mevswn tw`n pedivwn, kai; pauvetai kata; mevsa plhsivon Lougdouvnou, peri; discilivou~
ejktaqe;n stadivou~. Le Cevenne erano già note all’epoca di Ausonio per la loro fitta vegetazio-
ne, soprattutto di conifere. Cfr. AUSON., urb. nob. 101-102: (Tolosam) confinia propter / niguida
Pyrenes et pinea Cebennarum; similmente cfr. anche AVIEN., ora 622: At cimenice regio discen-
dit procul / salso adfluento fusa multo cespite / et a prisca silvis nominis porrho auctor.
5 Nota vagamente ironica di Ruricio: l’adynaton del frigus oceani sarà prodotto non dalle

già biasimate qualità degli abeti in sé, bensì dal loro essere inseriti in un terreno già ricco di al-
beri fronzuti e ombrosi, la cui valentia refrigerante supplirà ipso facto all’altrui pochezza.
6 Lunga frase nominale in cui Ruricio impiega abbondantemente figure di suono e di stile.

Innanzitutto vanno segnalate le non rare allitterazioni della sibilante /s/ (illas praeclarissimas;
praestantes – opulentas – distinctas - fraglantes), della dentale /t/ (utilitate praestantes) e le as-
sonanze di vocali chiare quali /a/ ed /e/, che contribuiscono a creare la sensazione della solarità
e della floridezza dei boschi montani. A ciò si aggiunga l’uso dell’iperbato (inter illas praecla-
rissimas diversi generis arbores) e di concatenazioni di chiasmi ottenute attraverso l’alternanza
di costruzioni ora parallelele ora no (utilitate praestantes, opulentas onere, distinctas flore,
odore fraglantes). In quest’ultimo esempio va segnalata anche la presenza abbondante di
homoeoteleuton e homoeoptoton, nonché una perfetta isocolia tra i vari elementi.
7 Da notare il gioco parafonico che si instaura tra i verbi corradicali contulit – protulit,

secondo una consuetudine ruriciana: vd. HAGENDAHL 1952, pp. 75-76. Si intravvede una varia-
tio realistica rispetto al topos del locus amoenus: se in quest’ultimo gli alberi crescono e frutti-
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I, 11 213

ficano spontaneamente (vd. p. es. LACT., Phoen. 29-30: Hic genus arboreum procero stipite
surgens / non lapsura solo mitia poma gerit), sulle Cevenne è l’uomo a dover dissodare e lavo-
rare il terreno per ricavarne i prodotti. Per contrasto, l’immagine della spontanea abbondanza
del terreno si incontra anche in Lv 26, 3-5: Si in praeceptis meis ambulaveritis et mandata mea
custodieritis et feceritis ea dabo vobis pluvias temporibus suis, et terra gignet germen suum et
pomis arbores replebuntur; adprehendet messium tritura vindemiam et vindemia occupabit se-
mentem (vd. anche Am 9, 13). La breve nota sul lavoro dei campi può essere, oltre che uno
squarcio di realismo, anche influsso della “spiritualité des grands propriétaires terriens” (Fon-
taine) gallo-romani che, risignificando l’elogium della vita rustica della tradizione romana alla
luce delle immagini agricole dell’Antico e del Nuovo Testamento (cfr. p. es. Ioh 15, 1: Ego sum
vitis vera et pater meus est agricola; 1Cor 3, 8: Qui plantat autem et qui rigat unum sunt: unu-
squisque autem propriam mercedem accipiet secundum suum laborem), associa il lavoro ma-
nuale nei campi al metaforico dissodamento del cuore umano a opera di Dio. Valga come para-
digma quanto afferma PAUL. NOL., epist. 39, 2: Propterea dicit per Salomonem ipsa rerum opi-
fex sapientia, quae disponit omnia suaviter, ab Altissimo creatam rusticationem, ut eam non
corporali tantum sed etiam spiritali studio colas. Su questo argomento, vd. il ricco e sempre
valido intervento di FONTAINE 1972, pp. 241-265. Il successivo riferimento alle ruris divitiae,
deliciae di Freda sembra continuare questa possibile doppia lettura del locus in esame.
8 La lingua si fa tecnica, propria dell’agricoltura. Si noti l’insistente plurium rerum congeries

(vd. supra 1, 3 n. 4) con sapiente distributio dei vari elementi dell’accumulazione, che rende il rit-
mo della frase particolarmente incalzante e denso. L’immagine è quella del locus amoenus.
9 Oltre alla presenza del chiasmo iniziale ruborem rosarum, liliorum candorem, va rilevato il

ricorso frequente alla rima e all’omeoteleuto, che forniscono all’enumeratio un andamento si-
nuoso, simile al tracciato poetico: ruborem – candorem – virorem; alia – similia; graminum –
germinum; visui – usuique; peregrinae – conlatae; suavitates – vernantes. L’assonanza tra vocali
chiare e scure contribuisce a ricreare, quasi a livello visivo (sinestesia), la tavolozza di colori che
Ruricio ha delineato con rapide pennellate; l’assonanza di /m/, /r/, /s/, /v/, /t/ scandisce sapiente-
mente il cromatismo di questo quadro, a metà tra l’idillico e il naïf. Assonanze e allitterazioni
sono inoltre attentamente architettate secondo uno schema ora a coppie (ruborem rosarum; gra-
minum, germinum) ora a chiasmo (ruborem rosarum, liliorum candorem, lauri perpetuum viro-
rem, con ampliamento e variatio; suavitates visui usuique vernantes): per uno specimen di fono-
stilistica applicato alla lingua latina, vd. lo studio di FACCHINI TOSI 2000; sulla tradizione del ver
adsiduum propria tra l’altro del paradiso terrestre, vd. supra 1, 5 n. 18; a livello descrittivo cfr.
CULEX 398-402: Et rosa purpureum crescent pudibunda ruborem / et violae omne genus; hic est
et Spartica myrtus / atque hyacinthos et hic cilici crocus editus arvo, / laurus item, Phoebi decus
urgens, hic rhododaphne / liliaque et roris non avia cura marini; MANIL. 5, 257-260: Pallentis
violas et purpureos hyacinthos / liliaque et Tyrias imitata papavera luces / vernantisque rosae
rubicundo sanguine florem / conseret et veris depinget prata figuris; NEMES., ecl. 2, 44-46: At si
tu venias, et candida lilia fient / purpureaeque rosae, dulce rubens hyacinthus; / tunc mihi cum
myrto laurus spirabit odores; ENNOD., carm. 2, 44 (= 164V), 11-12: Lilia nam laurus oleas com-
mixta rosetis / de cultu proprium fecit habere diem; ALC. AVIT., carm. 1, 227-228: Perpetuo viret
omne solum terraeque tepentis / blanda nitet facies; 233-235: Lilia perlucent nullo flaccentia so-
le / nec tactus violat violas roseumque ruborem / servans perpetuo suffundit gratia vultu.
10 Figura etimologica con paronomasia. Infatti, mentre è evidente la comune radice etimolo-

gica di tempero e intemperies, meno chiara è la dipendenza di tempus da tempero: vd. DELL,
p.680; WH II, pp. 661-662. Giochi paronomastici di questo genere sono particolarmente graditi
a Ruricio, come emerge infra 2, 4 n. 69.
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214 Commento

11 Al gioco parafonico si aggiungono l’allitterazione della liquida labiale /m/ e l’assonanza

della vocale scura /u/, che contribuiscono a evocare sia la densità delle ombre che il susseguirsi
costante delle onde.
12 Altro fonosimbolismo: l’allitterazione della dentale /t/ nella sequenza in tantum non senti-

tur asperitas ricorda il battito dei denti come riflesso fisiologico dovuto al freddo.
13 Questo secondo paragrafo è scandito dalla presenza regolare di determinazioni di luogo,

quasi che Ruricio voglia insistere nell’evidenziare con chiarezza la decisa superiorità di quel
luogo dove Freda vive – in cui la natura compiace l’uomo del suo rigoglio – rispetto al deser-
tum in cui egli si trova a risiedere. Si notino pertanto la triplice anafora dell’avverbio di luogo
illic, gli avverbi di luogo ubi, inibi, nonché il costrutto perifrastico intra eadem, che varia e
conclude la serie avverbiale. Da notare infine come si venga a creare un chiasmo semantico con
antitesi interna: torridae fervor aestatis… undarum rigore / hiemis … asperitas… tepor aeris.
Se nel primo membro del chiasmo è la calura estiva a essere combattuta dal fresco, nel secondo
antiteticamente si ha un mutamento di situazione, per cui è il freddo dell’inverno a essere de-
bellato dal tepor. Le immagini contribuiscono a determinare le Cevenne come locus amoenus,
in cui ogni bellezza della natura è presente. Forte la suggestione bucolica e agreste virgiliana
(cfr. p. es. ecl. 4, 19-20. 23: At tibi prima, puer, nullo munuscula cultu / errantis hederas pas-
sim cum baccare tellus / mixtaque ridenti colocasia fundet achanto. […] Ipsa tibi blandos fun-
dent cunabula flores), ma sembrano ravvisabili anche altri influssi, quali p. es. STAT., silv. 2, 2,
25-27: Mira quies pelagi: ponunt hic lassa furorem / aequora et insani spirant clementius au-
stri; / hic praeceps minus audet hiems; LACT., Phoen. 2-10: (Est locus) […] nec tamen aestivos
hiemisque propinquus ad ortus, / sed qua sol verno fundit ab axe diem. / Illic planities tractus
diffundit apertos, / nec tumulus crescit nec cava vallis hiat, / sed nostros montes, quorum iuga
celsa putantur, / per bis sex ulnas eminet ille locus. / Hic Solis nemus est et consitus arbore
multa / lucus, perpetuae frondis honore virens; PANEG. LAT. 6, 9, 2: Merito te (scil. Britannia)
omnibus caeli ac soli bonis Natura donavit, in qua nec rigor est nimius hiemis nec ardor aesta-
tis, in qua segetum tanta fecunditas ut muneribus utrisque sufficiat et Cereris et Liberi; SIDON.,
carm. 2, 409-416: Ver ibi continuum est, interpellata nec ullis / frigoribus pallescit humus, sed
flore perenni / picta peregrinos ignorant arva rigores; halant rura rosis, indiscriptosque per
agros / flagrat odor; violam, cytisum, serpylla, ligustrum, / lilia, narcissos, casiam, colocasia,
caltas, / costum, malobathrum, myrrhas, opobalsama, tura / parturiunt campi. Questo descritti-
vismo alessandrino, di stampo staziano, assume il carattere della “miniature”, della “photo-
graphie minutieuse du détail” (Loyen). Non vanno infine dimenticati loci amoeni presenti nella
letteratura profetica biblica, quali p. es. l’evocazione della terra promessa (Ez 20, 6) e dell’era
messianica (Is 11, 6-9). Esempi di virtuosismo descrittivo in merito al “bosco composito” (Cur-
tius) alle fronde dei cui alberi è possibile trovare ristoro dalla calura estiva si ritrovano già in
OV., met. 10, 90-106; SEN., Oed. 532-547; STAT., Theb. 96-106; CLAUD., rapt. Pros. 2, 107-117.
Sul tema del locus amoenus vd. SCHÖNBECK 1962, in partic. pp. 18-60; MUGELLESI 1975, pp. 4-
12; AMAT 1985, pp. 398-401; CURTIUS 1992, pp. 218-223; ottima sul tema la recente monogra-
fia di HAß 1998; per le suggestioni del cliché del ver perpetuum, vd. supra, 1, 5 n. 18.
14 Cfr. CASSIAN., c. Nest. praef. 1: […] quia alto sanctorum virorum sensui sermo nostrae

inperitiae impar fuit. Il paragone si sposta dall’oggetto ai soggetti: la dichiarata inferiorità dei
boschi limosini rispetto a quelli delle Cevenne sembra fare da sfondo alla topica confessione da
parte di Ruricio della propria inperitia sermonis. Sulla rusticitas e la dichiarazione di humilitas,
vd. supra 1, 3 n. 10.
15 Si è cercato di rendere nella traduzione italiana l’efffetto fonico della dentale sonora /d/

posta all’inizio della sequenza: divitias, delicias describere. Si notino anche l’omeoteleuto, l’o-
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I, 11 215

meoptoto e l’isosillabismo dei primi due elementi, rispetto ai quali il terzo opera una variatio
morfologica e sillabica.
16 Vd. RURIC., epist. 1, 12, 1: Trepido in praeconium vestrum os elingue reserare, cui scio

iure etiam ingenia maiora succumbere. Topica dichiarazione dell’autore di incapacità a tratta-
re dovutamente la materia. Cfr. AUSON., grat. 8, 37 (= 419 Souchay): Verum quoniam gratiis
agendis iamdudum succumbo materiae; SULP. SEV., Mart. 26, 1: […] victi materiae mole suc-
cumbimus; HIER., epist. 60, 1: Grandes materias ingenia parva non sufferunt et in ipso conatu
ultra vires ausa succumbunt; vita Hilar. 1, 4: Porro mihi tanti ac talis viri conversatio vitaque
dicenda est, ut Homerus quoque, si adesset, vel invideret materiae vel succumberet; APON.,
prol. 1: […] me acerrima iussione ultra vires sub gravissimi ponderis cogis mole succumbere;
ENNOD., dict. 10 p. 457, 13: Vere fateor, nisi esses, brevi succumberet quicquid monstrat inge-
nium. Il topos dell’ “inesprimibile” (Curtius) è trasversale ai generi letterari di ogni epoca, da
Omero in poi. Su questo argomento vd. JANSON 1964, pp. 120-123. 149-152; CURTIUS 1992,
pp. 180-182.
17 Il destinatario è topicamente accusato di aver costretto chi scrive a esprimersi, nonostante

la sua dichiarata incompetenza: vd. supra 1, 3 n. 7.


18 Il titolo dignatio non è quasi mai utilizzato nella letteratura latina, prima dell’epoca impe-

riale. Già usato da Livio come sinonimo di dignitas, manterrà questa accezione in riferimento a
laici di alto rango e vescovi (vd. O’BRIEN 1930, pp. 26-27). Fuori dall’uso cancelleresco, di-
gnatio assumerà spesso presso gli autori cristiani anche il valore di “benevolenza”, “favore di-
vino”. A tal proposito, vd. MOUSSY 1966, pp. 455-456.
19 Topos dell’epistolografia sia classica che tardoantica è il giustificare la propria verbositas,

in ottemperanza ai canoni epistolari di brevitas: vd. supra 1, 3 n. 15. Nella presente lettera la
nota di brevitas epistularis assume evidentemente un carattere lezioso e manierato, essendo lo
scritto già di per sé piuttosto breve.
20 Si noti il duplice calembour nell’isocolo displiceret affatu, placeret affectu, parallelo

quanto a costruzione, antitetico quanto a concetti. Ruricio – come già si è sottolineato più volte
– ama in modo particolare giocare con le parole, ora usando abilmente i preverbi (displiceret-
placeret), ora, come nella presente epistola (visui usuique vernantes), mutando sensibilmente il
corpo di una parola così da produrre effetti parafonici e paronomastici (adnominatio: vd. infra
2, 13 n. 12): a tal proposito vd. HAGENDAHL 1952, pp. 71-80. La paronomasia affatus - affectus
ricorre 4 volte nel corpus ruriciano: vd. epist. 2, 17, 1; 18, 2; 40, 3; quindi cfr. CASSIOD., var. 6,
17, 5: Peculiare de vobis aliquod vectigal exigimus, ut sicut vobis cum familiariter miscemus
affatus, ita et nostra opinio specialiter a vobis mereatur affectum; GREG. M., epist. 9, 237 ll. 7-
9: […] (Marcellinus) ut sinceritatis suae affectum non solum verbis sed etiam opere magis ma-
gisque valeat demonstrare, idcirco dilectionem tuam his hortamur affatibus.
21 L’ampio iperbato racchiude al proprio interno gli affettati chiarimenti intorno alla motiva-

zione che ha spinto l’autore a prolungare il proprio scritto oltre il dovuto: non tanto compiaci-
mento retorico, bensì un irrefrenabile sentimento di amicizia. Si noti l’intricata sintassi, in cui
particolarmente frequenti sono le variazioni di soggetto.
22 Sublimitas è titolo usato generalmente per laici di alto rango o per l’imperatore; raramente

è riferito a un vescovo: vd. O’BRIEN 1930, pp. 50-51.


23 Se nel secondo paragrafo dominava la contrapposizione illic / hinc, nel terzo la dialettica

è tra ego (Ruricio) e vos (Freda), evidenziando la chiara superiorità del secondo sul primo.
Questo effetto è ottenuto ancora una volta attraverso l’anafora e il poliptoto dei pronomi perso-
nali ego–vos e dei rispettivi aggettivi possessivi.
24 Variatio ruriciana rispetto a CASSIAN., c. Nest. praef. 1: […] ut excusarem, quantum in me

esset, per taciturnitatis verecundiam loquacitatis audaciam.


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216 Commento

1, 12
1 Vd. supra 1, 10 n. 1. È questa la prima delle tre lettere scritte da Ruricio a Celso, ascrivibi-

li agli anni precedenti l’episcopato tra il 475 e il 485 (Mathisen).


2 Per la iunctura os elingue, vd. supra 1, 3 n. 5.
3 Cfr. RURIC., epist. 1, 11, 3: […] ad cuius laudem etiam ingenia maiora succumberent.
4 Non sembra necessario postulare una corruttela del codice e suggerire emendamenti, come

hanno fatto in passato i precedenti editori (Engelbrecht: oris; Krusch: nemoris): si instaura così
la coppia parafonica ruris – moris, comprensiva dei valori della rusticatio in villa e del buon
costume proprio della nobiltà gallo-romana. La villa, accanto ai valori tradizionali della cultura
latina precedente, diventa, per i ricchi e colti possidenti cristiani, luogo in cui sembra possibile
ricomprendere e riaffermare la propria identità di fronte al mondo, visto come spazio vorticoso
e insicuro (soprattutto a partire dalla presenza del “pericolo barbaro”). Il secessus in villa assu-
me pertanto la cifra di otium letterario e ascetico al tempo stesso. Sulla vita in villa in età tar-
doantica, vd. CAGIANO DE AZEVEDO 1966, pp. 663-694; FONTAINE 1972, pp. 241-265; COLOMBI
1996, pp. 405-431; MATHISEN 2003-2004, pp. 343-358; vd. anche supra 1, 11 n. 7.
5 Cfr. 1Cor 13, 13: Nunc autem manet fides, spes, caritas tria haec. Maior autem his est

caritas.
6 Al di là del topico atteggiamento accusatorio contro i generici “mali del secolo”, è possibi-

le scorgere anche nelle parole di Ruricio un vago riferimento polemico alla situazione socio-po-
litica della Gallia meridionale di V secolo. Su questo argomento vd. supra 1, 3 n. 24.
7 La struttura chiastica con ampliamento del secondo membro accoglie il consueto gioco

di parole ruriciano fondato sulla variazione dei prefissi: deputandum tempori, non vobis est
inputandum.
8 Il dicolon costituito dalle due proposizioni relative è rinsaldato da isocolia quasi perfetta,

dall’anafora del pronome relativo quod, dalle numerose assonanze e allitterazioni (carum pec-
tus – clarum mundus). La posizione incipitaria enfatica del sintagma totum apud vos sfocia nel
centrale inveni, costituendo un iperbato che si dilata fino a includere i motivi di rallegramento
di Ruricio nei confronti di Celso: il tracciato epistolare sembra essere insufficiente a esprimere
compiutamente la gioia del cuore. Il pensiero trova efficace sintesi nella lapidaria conclusione:
nulla me penitus iucunditate fraudastis (da notare la sonorità degli ultimi due elementi, a riba-
dire intensamente il concetto).
9 Da quanto si legge, si può inferire che Ruricio si trovava in un luogo piuttosto appartato,

probabilmente nel villaggio di Gurdo o a Decaniacum, oppure è ipotizzabile anche una solitu-
dine più intima, non legata tanto a luoghi, ma dovuta probabilmente alla lontananza di amici e
della moglie Iberia. Per identificare la sua domus (che si presume non dovesse essere così umi-
le come il termine dà a intendere), ancora una volta in risposta al topos della humilitas, Ruricio
utilizza il diminutivo hospitiolum, che compare altre 2 volte in epist. 2, 2, 1; 38, 1. Il vocabolo
è tuttavia raro nella letteratura latina, anche in epoca tardoantica. Fa la sua prima comparsa at-
torno al III secolo, nell’opera del giurista Ulpiano: Si quis amicis suis modica hospitiola distri-
buit… (dig. 9, 3, 5, 1); quindi ricorre piuttosto frequentemente nelle epistole geronimiane (vd.
p. es. epist., 42, 3; 52, 5; 117, 11; ecc.) e soprattutto negli autori dell’area gallica di V-VI seco-
lo. A tal proposito, oltre ai sopraccitati loci, vd. CAES. AREL., serm. 14, 2; 26, 5; GREG. TUR.,
Franc. 6, 45; 8, 19 (con palatalizzazione della dentale: Illo quoque discendente ab hospiciolo
suo); glor. mart. 10; 47. Hospitiolum ricorre talvolta anche nei canoni dei concili ecclesiastici:
STAT. eccl. ant. p. 166, 1-2: Ut episcopus non longe ab ecclesia hospitiolum habeat; CONC.
Agath. a. 506 p. 196, 74-76: […] quod tamen iubemus vigenti solidorum numerum modum in
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 217

I, 12 217

terrola, vineola vel hospitiolo tenere. Singolare l’accezione di casetta in cui il contadino si riti-
ra quando, a motivo dell’eccessiva distanza del campo in cui lavora, non può fare ritorno alla
propria dimora abituale, presente in GREG. TUR., glor. mart. 103: Accedit autem, ut die quidam
lassus de hoc opere veniens, his dimissis, se hospiciolo (quidam pauper) reconderet. Sull’uso
dei diminutivi di sostantivi indicanti un’abitazione, vd. CALLEBAT 2003, pp. 307-324, in partic.
pp. 313-314.
10 La vicinanza cui fa riferimento Ruricio può essere intesa rispetto a Gurdo / Decaniacum.

Indubbiamente tuttavia Celso doveva risiedere in Aquitania.


11 L’espressione non ex toto malus est, qui bonis iungitur sembra soggiacere a espressioni

proverbiali già antiche, del tipo: Malum quidam nullum esse sine aliquo bono (cfr. PLIN., nat.
27, 9). Similmente cfr. AUG., retract. 2, 17, 8: […] sed sic potius ut homo malus auferatur ex
hominibus bonis.
12 Il codice S riporta a questo punto l’infinito esse, che evidentemente non ha senso nel con-

testo sintattico. Gli editori hanno preso diverse soluzioni: il Canisius ha emendato con ipsa,
Krusch ha corretto seu, Engelbrecht ha semplicemente cancellato la forma. Nella presente tra-
duzione verrà accolto l’emendamento del Krusch, che sembra maggiormente esaltare, a mo’di
inciso, il senso di pusillitas di Ruricio.
13 Sulla brevitas epistolare, vd. supra 1, 3 n. 15. Nel presente caso duplice è il motivo di fa-

stidio: la ineptia sermonis e la longitudo. Il motivo di questa risoluzione drastica (non provoca-
re fastidium) è compreso all’interno di un iperbato: Sed ne exhibeat vobis seu ineptia sui lon-
gior sermo fastidium.
14 L’espressione largissimum salve dico – «I extend my very best regards» (Mathisen) –

sembra essere squisitamente ruriciana. L’aggettivo largus non può che essere inteso come “af-
fettuoso”, “caro”, come sembra evincersi da espressioni similari quali largam… hanc… dicit…
salutem di SIDON., carm. 9, 1-3, (Loyen: «adresse son salut le plus cordial»; Anderson: «hereby
gives heartiest greeting»). In questo senso anche SANTELIA 1998, p. 30 n. 3. Negli autori pagani
vd. LYGD. 1, 21: Sed primum meritam larga donate salute. La locuzione largissimum salve ri-
corre ancora in epist. 2, 1, 3; 2, 2.
15 Emerge finalmente, a metà lettera, dopo lunghi convenevoli, il motivo precipuo di essa: la

conferma dell’invio di un vitrarius. Questa notizia, come si legge nelle righe successive, sarà
motivo di ulteriori considerazioni allegorico-spiritualeggianti. Il vocabolo vitrarius (o vitrea-
rius), piuttosto raro, si trova per la prima volta in SEN., epist. 90, 31 (vitrearius); quindi in HIST.
AUG. Alex. 24, 5; rare le attestazioni epigrafiche: vd. CIL 3, 9542; 8, 9430. Oltre che in Ruricio,
vitrarius è attestato nel IX secolo, nel Liber in partibus Donati, opera grammaticale del bene-
dettino Smaragdo: Nascuntur ab officiis, ut tabellarius aurarius argentarius vitrarius ollarius
et similia (2, 7 l. 112).
16 Viene dichiarato quello che di fatto è il motivo di tante lettere: l’amore verso il destinata-

rio, il rapporto di amicizia. È questo un topos dell’epistolografia, soprattutto tardoantica (vd.


recentemente SCHRÖDER 2007, pp. 150-157). Paolino di Nola parla dell’atto di scrivere lettere
come officium caritatis (epist. 13, 2) e in AMBR., epist. 6, 32, 7 si legge: Quae in libros nostra-
rum epistularum referam, si placet, atque in numerum reponam, ut tuo commendetur nomine et
tuis ad nos et nostris ad vos litteris augeatur mutuus amor per Dominum, ut ita legas, quo iudi-
ces et quod moverit scribas ad me; amor enim verus constantia probatur. «Im antiken Freund-
schaftsbrief sind filiva und gravmmata nach Form und Inhalt eng aufeinander bezogen. Sei-
dem die Bereiche Brief und Freundschaft einander zu durchdringen begannen, wurde der
Briefwechsel ein Mittel zur Pflege der Freundschaft und diese zum beliebten Gegenstand der
Reflexion im Brief» (THRAEDE 1970, pp. 125-126: del medesimo vd. anche pp. 127-129). In
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218 Commento

modo particolare, dilectio sembra essere di fatto sinonimo di caritas, entrambi utilizzati dagli
autori cristiani e nelle traduzioni latine della Bibbia per indicare il concetto greco di ajgavph. A
livello interpersonale, sia dilectio che caritas esprimono pertanto il sentimento di amicizia spi-
rituale fondato sul preveniente amore divino. Alcune riflessioni sull’amicizia cristiana in Paoli-
no di Nola, ma valide anche come prospetto generale in FABRE 1949, pp. 142-154; MRATSCHEK
2002, pp. 390-394. 490-493; vd. anche il fondamentale saggio di PÉTRÉ 1948; OTTEN 1963, pp.
73-83; WHITE 1992; PIZZOLATO 1993, pp. 215-338; KONSTAN 1997, in partic. pp. 149 ss.
17 Probabilmente i due ebbero a frequentare lo stesso precettore. Il riferimento ai parentes

non lascia pensare tanto ai medesimi genitori (come invece ritiene MATHISEN 1999, p. 123),
quanto a persone aventi comunque i medesimi ideali e stili di vita.
18 Questo riferimento esprime la profonda amicizia che lega Ruricio a Celso. Il fatto che

parli di comunione di vita lascia pensare che questa lettera, come le altre due successive, siano
state scritte prima dell’episcopato di Ruricio (Celso infatti non risulta essere sacerdote: tuttavia
vd. epist. succ.). I gradus dell’amicizia sono scanditi con una sapiente climax: i parentes, la
formazione scolastica, la vita.
19 Cfr. RURIC., epist. 1, 13, 1: Egone vos, qui me adhuc in saeculi turbinibus tamquam in

maris aestibus cumba instabili fluctuantem quasi iam de sublimiori specula vel eminentiori col-
le respicitis? L’allusione alla turbinum procella preannunzia le immagini marinaresche del §. 3.
20 Il termine examinatio, pur avendo un’accezione tecnica, ha anche un valore ora giuridi-

co di giudizio ora teologico di giudizio ultimo. Rispettivamente, cfr. p. es. G REG . T UR .,


Franc. 10, 19: Rex episcopos arcessiri ad eius examinationem praecepit, e CASSIAN., c. Nest.
6, 17, 3: […] neque ad illum qui expectatur examinationis ultimae diem veniet nec vivos ac
mortuos iudicabit; conl. 6, 11, 11: […] etiam si in presenti supplicium differatur, in futuri iu-
dicii examinatione reddendum. In quest’ultima accezione vd. RURIC., epist. 2, 15, 8. Quanto
all’exemplum, cfr. p. es. Prv 17, 3: Sicut igne probatur argentum et aurum camino, ita corda
probat Dominus; Za 13, 9: Et ducam tertiam partem per ignem et uram eos sicut uritur ar-
gentum, et probabo eos sicut probatur aurum.
21 Linguaggio è tecnico, al pari di epist. 1, 3, 2, alle cui nn. si rimanda.
22 Lacuna insanabile del codice S 190.
23 Non è possibile risalire a quale episodio evangelico Ruricio faccia riferimento, a causa

della lacuna precedente. Sarebbe tuttavia possibile credere che egli abbia evocato brani quali la
tempesta sedata (Mt 8, 23-27; Mc 4, 35-40, Lc 8, 22-25) oppure quello in cui Gesù cammina
sulle acque e placa i flutti (Mt 14, 22-23; Mc 6, 45-51; Ioh 6, 16-21).
24 Ruricio, sfruttando il sermo marinaresco, equivoca coi significati metaforici del verbo

tempero, ponendo, fuor di metafora, come oggetto vitam nostram. Sull’usus del verbo tempero,
vd. PARIENTE 1957, pp. 173-185; DEGL’INNOCENTI PIERINI 1992, p. 167.
25 Il lessico è propriamente quello marinaresco. In modo particolare, Ruricio fa riferimento

a quel tipo di navigazione particolarmente prudente nota come “cabotaggio”. L’esortazione, at-
traverso immagini nautiche, a non eccedere nella propria condotta, dunque alla mediocritas, si
trovano già in Orazio. Ne è esempio lampante l’ode a Licinio (carm. 2, 10). Cfr. vv. 1-4: Rec-
tius vives, Licini, neque altum / semper urgendo neque, dum procellas / cautus horrescis,
nimium premendo / litus iniquum; vv. 22-24: […] sapienter idem / contrahes vento nimium
secondo / turgida vela; similmente vd. anche carm. 2, 3. Consonanze tematiche e metaforiche
si riscontrano abbondanti in Seneca tragico e filosofo, di cui non è possibile in questa sede for-
nire una rassegna esaustiva. A titolo esemplificativo cfr. epist. 16, 3: [sapiens] sedet ad guber-
naculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum; 19, 9: Hic te exitus manet nisi iam con-
trahes vela, nisi, quod ille sero voluti, terram leges; Oed. 980-985: Fata si liceat mihi / fingere
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I, 12 219

arbitrio meo, / temperem Zephyro levi / vela, ne pressae gravi / spiritu antennae tremant. A tal
proposito vd. DEGL’INNOCENTI PIERINI 1992, pp. 155-169, in partic. pp. 159-162; GASTI 1992b,
pp. 173-188; sul lessico marinaresco, vd. il classico studio di DE SAINT-DENIS 1935; per quanto
concerne il simbolismo dell’acqua e la vulgata metafora del “mare della vita / del mondo”, vd.
nn. ad loc. di RURIC., epist. 1, 13, 1. L’immagine del cabotaggio è già utilizzata, in altro conte-
sto, da Ambrogio (in Luc. 4, 1) per giustificare il suo lento procedere nella narrazione dei fatti
evangelici: al pari di chi ha intrapreso una navigazione, il quale, per evitare di stancare o affati-
care i passeggeri, veleggia non speditamente in mare aperto, ma lungo le coste, soffermandosi
qua e là a contemplare le bellezze che incontra. Similmente cfr. FAUST. REI., grat. 1, 1 p. 7, 29
ss.: Et quid eos inter haec facere oporteat, si requiras: proviso gubernatore navem fluctibus
credant, medium teneant cursum et ambo flatu dextro perducentur ad portum. In ambito asceti-
co, queste considerazioni si orientano nella “spiritualità della via regia” (Nm 21, 22), fonda-
mentalmente improntata alla temperanza e all’equilibrio. Già consigliata da Cassiano (vd. conl.
2, 2, 4; 6, 9, 3; 24, 24, 5), troverà ampia diffusione nel monachesimo medievale (vd. LECLERQ
1965, pp. 135-139.
26 Cfr. RURIC., epist. 1, 13, 1: Domino gubernatore; 2, 13, 1: Domino gubernante. Cfr. anche

FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 21: […] Excelsi manu gubernante. Sulla metafora del gubernator,
cfr. già SEN., epist. 16, 3: (sapiens) sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit
cursum. Benche nell’epistola ruriciana il sostantivo gubernator abbia niente più che una fun-
zione formulare, vale la pena notare che, come ben ha mostrato JUNDZILL 1990, pp. 817-828, i
cristiani associano spesso alla funzione di timoniere propria del gubernator quella stessa del
navis magister che governa la nave, sia in metafora che in senso proprio. Inoltre gubernator,
già dalla fine dell’età repubblicana, assume un significato, derivato da quello tecnico, di “go-
vernatore”, “rettore”. Con questa sfumatura cfr. già CIC., rep. 2, 51: […] sic enim appelletur
quicumque erit rector et gubernator civitatis. In questo senso viene spesso riferito alla divinità,
la quale guida il mondo. Cfr. p. es. SEN., Phae. 903-904: Pro sancta Pietas, pro gubernator poli
/ et qui secundum fluctibus regnum moves; FIRM., math. 5 praef. 3: Quicumque es deus […] so-
lus omnium gubernator et rector; PS. APUL., Ascl. 3: Caeli vero et ipsius animae et omnium,
quae mundo insunt, ipse gubernator est qui est effector, deus; TERT., adv. Iud. 2, 1: […] Deus,
universitatis conditor, mundi totius gubernator; et alii. Quindi, nella medesima accezione, vie-
ne riferito a chiunque sia investito di un ruolo di comando o di guida in ambito ecclesiale: vd.
p. es. CYPR., epist. 59, 6; 66, 5; HIER., epist. 7, 5; POMER. 1, 16; ecc.
27 Il tricolon parallelo a livello espressivo ben suggerisce l’immagine della calma del mare

tranquillo. Da notare l’attenta gradazione semantica ascendente dei verbi, per cui si passa dal-
l’ammiccare del cielo sereno alla stimolante provocazione del vento a favore alla lusinga irresi-
stibile del mare placido.
28 Il comma aequoris subiecti planities risulta piuttosto ridondante. Da notare il sostantivo

culto aequor, di uso per lo più poetico (cfr. p. es. CATULL. 101, 1: Multas per gentes et multa
per aequora vectus; VERG., Aen. 10, 444: Haec ait et socii cesserunt aequore iusso). Quanto al
concetto di mare come “distesa piatta”, cfr. VARRO, ling. 5, 26: Origo potionis aqua quod aequa
summa; CIC., ac. frg. 3: Quid tam planum videtur quam mare; e quo etiam aequor illud poetae
vocant; AMBR., hex. 3, 2, 8: Et cum sit altitudo diversa, indiscreta tamen dorsi eius aequalitas.
Unde et aequor adpellatum arbitror, quod superficies eius aequalis sit; ISID., orig. 13, 14, 2:
Aequor autem vocatum quia aequaliter sursum est […] Altitudo enim maris diversa est, indi-
screta tamen dorsi eius aequalitas (vd. anche orig. 13, 12, 1). Possibile eco ovidiana nella iunc-
tura aequor subiectum: cfr. OVID., met. 8, 574 (aequora prospiciens oculis subiecta); 13, 438
(subiectas misit in undas). E tuttavia il mare subiectum è anche realizzazione della volontà di-
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vina che ha decretato di dividere le acque che stavano sub firmamento da quelle super firma-
mentum (Gn 1, 7-10), chiamando maria le congregationes aquarum (vd. AMBR., hex. 3, 2, 7-8;
3, 12-13).
29 Immagini piuttosto consuete. Cfr. AMBR., hex. 3, 2, 9: Ceterum quis ignorat quod rapi-

dum plerumque impetu in ima descendens in superiora se subigat atque in supercilium montis
adtollat; HIER., vita Hilar. 29, 2: Quod cum viderent Epidauritani, frementes scilicet fluctus et
undarum moles et montes gurgitum littoribus inferri; ISID., orig. 13, 14, 3: […] et quamvis
aquae fluctuantes velut montes erigantur. Tuttavia il locus ruriciano sembra dipendere mag-
giormente da AMBR., hex. 3, 2, 10: Nonne ipsi videmus mare frequenter undosum, ita ut in al-
tum fluctus eius tamquam mons aquae praeruptus insurgat, ricco a sua volta di suggestioni vir-
giliane, come p. es. Aen. 1, 103: […] fluctusque ad sidera tollit; 105: […] insequitur cumulo
praeruptus aquae mons.
30 Dicolon parallelo, con isocolia e isosillabismo, che chiude con due clausole ritmiche il

lungo periodo, nonché la lettera stessa: tempéstas sólvat e únda demérgat (cursus planus). Si-
mili immagini marinaresche, oltre ai già menzionati loci evangelici di Mt 8, 26 e Lc 8, 24, si ri-
scontrano in molti autori cristiani, tra cui cfr. p. es. AMBR., hex. 3, 5, 24: Det nobis illa Domi-
nus: successuum flamine prospero ligno currere, tuto portu consistere, nequitiae spiritalis gra-
viora quam ferre possumus temptamenta nescire, fidei ignorare naufragia, habere pacem pro-
fundam et, si quando aliquid sit, quod graves nobis saeculi huius excitet fluctus, evigilantem
pro nobis gubernatorem Dominum Iesum, qui verbo imperet, tempestatem mitiget, tranquillita-
tem maris refundat. Vd. anche HIER., epist. 100, 14; AMBR., epist. 19, 5; 29, 18; CHROMAT., in
Matth. 53, 5; PAUL. NOL., carm. 24, 37-40; SIDON., epist. 9, 16 carm. 1-20; et alii.

1, 13
1Sull’usus del sostantivo apices, vd. supra 1, 4 n. 1.
2Il sostantivo germanitas è titolo di indirizzo usato generalmente per vescovi o sacerdoti,
che esprime con chiarezza il forte vincolo, sacramentale oltre che amicale, che li lega. Tuttavia
non mancano casi in cui viene utilizzato per rivolgersi a laici, a motivo di legami di affetto: vd.
p. es. RURIC., epist. 2, 1; 2; 4 (tutte indirizzate agli amici Namazio e Ceraunia). Il sintagma
recepi apices germanitatis tuae sembra essere ruriciano. Per espressioni simili cfr. RURIC., epi-
st. 1, 4, 1: Recepi apices unanimitatis tuae e n. ad loc.; vd. anche O’BRIEN 1930, pp. 28-29.
3 Risponde alla topica epistolare il fatto di identificare la propria missiva con diminutivi che

sembrino svilirne la portata (vd. p. es. supra 1, 4 n. 4). Tuttavia il diminutivo può anche rivela-
re la brevità dell’epistola (letterina, biglietto). Cfr. CIC., Att. 12, 1, 1: […] hoc litterularum exa-
ravi; 14, 4, 2: […] nostro more tamen ne patiamur intermitti litterulas; HIER., epist. 7, 1: […]
sub uno litterulae apice nomina indivisa concluderem; 85, 1: Quod quereris me parvas et in-
comptas litterulas mittere; 143, 1: Has litterulas de sancta Bethleem, sancto presbitero Inno-
centio tradidi perferendas.
4 Il sentimento di imbarazzo che Ruricio prova nel doversi giustificare di fronte all’amico

emerge dalla contrapposizione tra il pronome personale plurale maiestatico vos e il modesto
ego / me con cui Ruricio timidamente si identifica nel corso dell’epistola. Tuttavia, si noti il
passaggio al vos, dopo l’affettuoso germanitas tua (vd. supra 1, 1 n. 11).
5 Cfr. CYPR., ad Donat. 9: O si et possis in illa sublimi specula costitutus oculos tuos inseri-

re secretis, recludere cubiculorum obductas fores et ad conscientiam luminum penetralia occul-


ta resecare; AUG., in psalm. 101 serm. 2, 4: Omnis speculator longe prospicit. Specula dicitur,
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ubi ponuntur custodes; fiunt istae speculae in saxis, in montibus, in arboribus, ad hoc ut de lo-
co eminentiore longe videatur. Sion ergo speculatio, ecclesia speculatio; HIER., in Is. 14 prol. ll.
13-15: […] et quasi in quadam specula constitutus, mundi huius turbines atque naufragia, non
absque gemitu et dolore contemplor; FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 20-22: […] quod piissimus
meus Ruricius post vitae huius iactationes ad portum religionis proram salutis Excelsi manu
gubernante convertit; RURIC., epist. 2, 13, 1: […] in celsiori specula constitutus.
6 Il paragone tra vita e mare, oltre che la metafora del “mare del mondo”, ha una lunga storia

che si dipana tra letteratura biblica, classica e cristiana. Per lo studio e l’analisi di esso si riman-
da all’ampio e documentato studio di RAHNER 1971, in partic. pp. 455-509. Per quanto concerne
il riferimento ai saeculi turbines, cfr. CYPR., ad Donat. 6: Paulisper te crede subduci in montis
ardui verticem celsiorem, speculare inde rerum infra te iacentium facies et oculis in diversa por-
rectis ipse a terrenis contactibus liber fluctuantis mundi turbines intuere: iam saeculi et ipse mi-
sereberis tuique admonitus et plus in Deum gratus maiore laetitia quod evaseris gratularis; 14:
Una igitur placida et fida tranquillitas, una solida et firma securitas, si quis ab his inquietantis
saeculi turbinibus extractus salutaris portus statione fundetur; parimenti vd. CYPR., unit. eccl. 2;
PAUL. NOL., epist. 44, 4; VINCENT. LER., comm. 1, 5; HIER., in Is. 15, 54, 11 ll. 27-29; epist. 112,
2. Altre espressioni riferentesi al “mare del mondo” o al “mare della vita” nell’opera ambrosia-
na, ma rintracciabili anche in altri autori, in NAZZARO 1977, pp. 45-62, in partic. pp. 46-48.
7 Fine variatio e riformulazione rispetto a VERG., georg. 4, 195: Ut cumbae instabiles fluctu

iactante suburram (sulle modalità di citazione dei classici, vd. supra 1, 2 n. 12). La iunctura
cumba instabilis ricorre ancora nei Tituli Historiarum prudenziani al n. 35 (Per mare ambulat
Christus): It mare per medium Dominus fluctusque liquentes / calce terens iubet instabili de-
scendere cumba / discipulum. Probabile l’influsso di CASSIAN., conl. praef. 3-4: In quibus mihi
nunc in portu silentii constituto inmensum pelagus aperitur, ut scilicet de instituto atque doctri-
na tantorum virorum quaedam tradere audeam memoriae litterarum. Tanto enim profundioris
navigationis periculis fragilis ingenii cumba iactanda est, quantum a coenobiis anachoresis et
ab actuali vita, quae in congregationibus exercetur, contemplatio Dei, cui illi inaestimabiles vi-
ri semper intenti sunt, maior actuque sublimior est, benché in contesto differente.
8 Ruricio ricorre qui al linguaggio proprio della navigazione, come anche in epist. 2, 13, 1:

In salo saeculi istius adversis ac diversis tempestatibus fluctuantem te ratem ad portum salutis
tandem aliquando Domino gubernante applicuisse congaudeo […] vel in celsiori specula con-
stitutus despicis. Le immagini marinaresche applicate ad aspetti della vita morale o spirituale
non sono tuttavia nulla di nuovo e ricorrono già come topiche in età classica, come sottolineato
supra n. 6. Specula viene riferita spesso a Sion (HIER., nom. hebr. p. 60, 25-26; PROSP., in
psalm. 101, 22), immagine della Chiesa (AUG., in psalm. 101 serm. 2, 4; PROSP., in psalm. 101,
22; HIER., in Is. 7, 18, 4 l. 47).
9 Vd. RURIC., epist. 1, 12, 3 e nn. ad loc., in partic. n. 26.
10 Krusch integra la lacuna presente in S con iam appulistis. A essa tuttavia, come ben ha se-

gnalato HAGENDAHL 1952, p. 80, va preferito l’emendamento venistis, accolto anche dall’ultimo
editore. Si instaurerebbe così un gioco di parole, con paronomasia ed etimologia popolare (ad
portum veniae… venistis), non insolito nell’usus ruriciano: […] vos per misericordiam per-
veniatis ad veniam (epist. 2, 12, 1; 53, 1); […] ut facilius pervenire possimus ad veniam (epist.
2, 30, 1).
11 Dalle parole di Ruricio sembra che Celso abbia abbracciato la vita religiosa. Effettiva-

mente, l’insistenza con cui l’autore ribadisce la sua separazione dal saeculum burrascoso lascia
inferire uno stato di vita di tipo monastico o da conversus nel secolo. O forse è ragionevole rite-
nere che Celso, attraverso la condizione di conversus (per paenitentiae indulgentiam), sia ap-
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222 Commento

prodato alla vita religiosa (ad portum veniae). Non va infatti dimenticato che l’ingresso in mo-
nastero era una forma prevista dal sistema penitenziale per poter espiare i propri peccati, in al-
ternativa all’ingresso nell’ordo paenitentium: Igitur abrenuntianti publica paenitentia non est
necessaria, quia conversus ingemuit, et cum Deo aeternum pactum inivit (SERM. Migne 58,
875D); sulla penitenza in Gallia, vd. supra 1, 8 n. 3; sul sistema dei conversi, vd. supra 1, 2 n.
13. Ruriciana sembra essere la iunctura portus veniae. Similmente cfr. CAES. AREL., serm. 56,
2: […] portum paenitentiae, devictis peccatorum fluctibus, Christo gubernante festinemus in-
trare; 64, 2: […] et cum in pelago mundi huius innumerabilibus fluctibus fatigemur, ad expe-
tendum portum paenitentiae post longa nos temporum spatia reservamus. L’immagine del porto
come punto di approdo nel “mare della vita” è tradizionale, e si incontra già a partire dalla let-
teratura classica, greca e latina (vd. RAHNER 1971, pp. 939-966). Nella letteratura monastica, il
portus è metafora del monastero stesso: «Il cristiano che diventa monaco ha lasciato definitiva-
mente dietro di sé il mare del mondo e, nonostante tutti i pericoli, è più certo della sua salvezza
che non il secolare» (RAHNER 1971, p. 956). Cfr. p. es. EUCHER., epist. ad Val. 830-834 Pricoco:
Unus hic portus est, in quem nos ab omni fluctuantis saeculi iactatione referamus, quem inter
irruentes mundi turbines fessi petamus. Huc cunctis confugiendum est qui frementis saeculi
tempestate vexantur; CAES. AREL., serm. 234, 1: Hoc ergo solum restat, fratres carissimi, ut,
quia vos in sancto monasterio velut in portu quietis et repausationis, quasi in parte aliqua pa-
radisi Dominus colligere et collocare dignatus est, assiduis studeatis orationibus obtinere, ut
nos, qui saeculi huius fluctibus indesinenter adfligimur, et cum grande periculo per pelagum
mundi huius multis tempestatibus fatigamur, devictis omnibus vitiorum fluctibus orationum ve-
strarum suffragio ad portum beatae vitae Christo duce pervenire possimus, ubi, cum ante ae-
ternum iudicem vobis corona gloriae dabitur, nobis vel peccatorum venia concedatur (vd. an-
che infra 2, 13 n. 2). Dal punto di vista dello stile, si noti l’accoramento con cui Ruricio si ri-
volge all’amico, enfatizzando il pensiero attraverso le tre interrogative retoriche con anafora
del pron. pers. ego (+ ne encl.) giustapposto, con intento comparativo, al pron. pers. vos; l’ellis-
si del verbo (castigare audeam) rende ancora più concitato l’andamento delle frasi.
12 L’originale iunctura dente inprobo rimanda all’immagine del serpente che inocula col

morso il suo veleno. Oltre a un imprescindibile riferimento biblico – il serpente primordiale


(Gn 3, 1-5) –, è forse possibile un’eco di HOR., carm. 4, 3, 16: Et iam dente minus mordeor in-
vido. Significativo anche SIDON., epist. 4, 22, 6: Sed tunc ista proveniunt, clericis si aliquid dic-
tetur auctoribus; qui colubrinis oblatratorum molaribus fixi, si quid simpliciter edamus, insani,
si quid exacte, praesumptiosi vocamur. Ancora in Ruricio, vd. epist. 2, 40, 1 (adsiduae dilectio-
nis dente).
13 Il termine familiaritas chiarisce ulteriormente lo stretto rapporto tra Ruricio e Celso.
14 Marcata assonanza dei suoni chiari /e/, /ae/ unita all’allitterazione di /t/ e /r/. Da notare

l’homoeoprophoron degli antonimi praeteritae praesentisque.


15 La frase sembra insinuare che, se Celso confrontasse la propria esistenza con quella di

Ruricio, non sarebbe più così sicuro di poter esprimere con slancio il proprio propositum, per-
ché vi vedrebbe rappresentati parte dei suoi difetti o comunque pericoli nei quali anch’egli po-
trebbe incappare. Dal punto di vista dello stile, da notare la forte antitesi resa ancor più sugge-
stiva dalle costruzioni parallele: pudebit te intimo et secretissimo fratre teste ferre – non puduit
Deo teste promittere. Proseguono le assonanze (/e/, /i/) e le allitterazioni (/t/, /r/) che conferi-
scono all’eloquio un ritmo piuttosto grave e solenne.
16 Sul costrutto asindetico del verbo spero, vd. supra 1, 7 n. 13.
17 Ancora una volta il fatto che Ruricio identifichi come fratello una persona non implica

tout court un legame di sangue. Tuttavia nel presente caso l’autore ribadisce l’affinità parentale
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 223

I, 13-14 223

col termine propinquitas: sembra pertanto possibile ritenere i due appartenenti quantomeno alla
stessa gens (circa l’uso del linguaggio familiare nell’ambito delle relazioni interpersonali, vd.
supra 1, 8 n. 8). Da un punto di vista stilistico si notino le due clausole: ésse consórtes (cursus
planus) ed ésse partícipes (cursus tardus), piuttosto ricorrenti nell’eucologia liturgica. Cfr. SA-
CR. Gelas. 75: Intende quaesumus, Domine, hostias familiare tuae, quam sacris muneribus fa-
cis esse participes, tribuas ad eam plenitudinem pervenire; 281: Supplices te rogamus, Domine
Deus noster, ut sicut nos filii tui corporis et sanguinis sacrosancti pascis alimonio, ita nos et di-
vinae naturae eius facias esse consortes; 388: Te igitur deprecamur, Domine, sancte Pater, om-
nipotens aeterne Deus, […] ut sit his qui renati fuerint ex aqua et Spiritu Sancto chrisma salu-
tis, eosque aeternae vitae participes et caelestis gloriae facias esse consortes; 1198: Deus, qui
omnipotentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas, multiplica super nos gratiam
tuam, ut ad tua promissa currentes, caelestium bonorum facias esse consortes.

1, 14
1 Quasi tutto il §. 1 è riportato pressoché alla lettera in epist. 2, 35, 2 a Sedato di Nîmes, nel-

la medesima occasione dell’invio di un cavallo. La ripresa quasi letterale del locus consente an-
che di emendare la lacuna presente nel Sangallensis 190 all’altezza dell’aggettivo pigrum con il
sostantivo tarditate.
2 La iunctura mansuetudine placidum sembra riecheggiare equi velocis placidam mansuetu-

dinem di PHAEDR., app. 2, 7.


3 Cfr. VERG., Aen. 7, 483: Cervos erat forma praestanti et cornibus ingens.
4 Il costrutto densamente retorico descrive con iperbolica dovizia di particolari le caratteri-

stiche del cavallo inviato a Celso. In sede incipitaria sta l’oggetto del desiderio (equum); quindi
vengono enumerate le numerose qualità dell’equino con congeries asindetica (vd. supra 1, 3 n.
4) di costruzioni identiche dal punto di vista logico (attributo + ablativum limitationis). Stilisti-
camente la descrizione si articola ora in parallelismi ora in chiasmi concatenati, che a loro volta
concorrono a formare una più ampia struttura chiastica: mansuetudine placidum, membris vali-
dum, firmum robore, forma praestantem, factura conpositum, animis temperatum. Il ritmo re-
golare e al tempo stesso variegato, contribuisce a delineare l’immagine del cavallo particolar-
mente armonica e manierata. A questo concorrono anche le figure di suono: gli omeoteleuti
(placidum – validum; conpositum – temperatum), l’homoeoptoton, le numerose allitterazioni e
assonanze, i giochi parafonici del tipo firmum – forma – factura. Numerose le clausole ritmi-
che: cursus tardus (mansuetúdine plácidum; factúra conpósitum), cursus planus (fórma prae-
stántem), cursus velox (ánimis temperátum).
5 Costruzioni parallele in cui è possibile rilevare la forte allitterazione sillabica all’interno

dell’aggettivo praeproperum, lo homoeoptoton allitterante praeproperum – pigrum, la rima dei


sostantivi velocitate – tarditate. Questi elementi conferiscono particolare unitarietà ed equili-
brio alla descrizione delle caratteristiche del ronzino, pur nell’antitesi dei due concetti predicati
(velocitas / tarditas).
6 La martellante allitterazione della sibilante /s/ – con la quale peraltro iniziano quasi ritmi-

camente gli elementi del segmento stimulus sit sedentis – suscita fonosimbolicamente nel letto-
re l’immagine della sferza con cui si frusta il cavallo per aumentarne la corsa.
7 L’allitterazione della labiale sorda /p/ alternata con la dentale sorda /t/ nel segmento suppe-

tat pariter et posse evoca l’immagine del passo pesante e cadenzato scandito dal cavallo che
porta sopra di sé un fardello.
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 224

224 Commento

8Consueta variatio di prefissi in verbi corradicali: superposito – deponat – inpositum.


9La formula salutatione praelata, oltre a RURIC., epist. 2, 15, 1, si trova solo in ENNOD., epi-
st. 5, 14 p. 137, 20.
10 Il riferimento pare essere il medesimo di epist. 1, 7, 3, per cui vd. supra n. ad loc. Se così

fosse, confermerebbe il fatto che Celso vivesse nei pressi di Gurdo (vd. supra 1, 7 n. 17; 12
n. 10). Nella presente epistola si specifica ulteriormente che i santi di cui si celebra la solennità
sono i patroni epicorici (in questa accezione ritengo vada inteso il successivo patronis, non tan-
to in riferimento al patronato ecclesiastico: così anche MATHISEN 1999, p. 126 n. 8).
11 La formula Deo propitio ha una ricorsività molto maggiore rispetto a propitio Deo, per

cui vd. supra 1, 7 n. 15. Solo in Ruricio si trova ben 12 volte (oltre alla presente, 2 volte in epi-
st. 2, 11, 1. 6; quindi in 2, 15, 1; 26, 1; 31, 1; 38, 1; 42, 1; 48, 2; 52, 1; 58, 2; 63, 1); inoltre 23
volte in Agostino, 19 in Cesario di Arles, 10 in Cassiodoro, 20 nell’epistolario di Gregorio Ma-
gno. Ricorre con frequenza anche nei canoni dei concili.
12 Soror, oltre al significato suo proprio, assume anche il valore di “moglie di uomo divenu-

to sacerdote, vescovo o religioso”, come è facile supporre per Celso. Cfr. SIDON., epist. 5, 16, 3:
[…] licet sis uxor bona, soror optima es (alla moglie Papianilla); VEN. FORT., carm. 1, 15, 93-
94: Cogor amore etiam Placidinae pauca referre, / quae tibi tunc coniux est modo cara soror
(al vescovo di Bordeaux Leonzio II). Più diffusamente vd. CONSOLINO 2003, pp. 75- 93 (e infra
2, 65 n. 8).
13 Sull’accezione di patroni, vd. supra n. 10.
14 «Fratres fortasse appellat cogitans de monasterii communione» (KRUSCH 1887, p. lxiii).

Frater tuttavia è titolo comune già dal primo cristianesimo per indicare gli appartenenti alla co-
munità, e in questo senso credo che vada inteso nel presente locus. Cfr. Col 1, 2: Paulus apo-
stolus Christi Iesu […] his qui sunt Colossis sanctis et fidelibus fratribus in Christo Iesu; TERT.,
apol. 39, 9: Quanto nunc dignius fratres et dicuntur et habentur, qui unum patrem Deum agno-
verunt, qui unum spritum biberunt sanctitatis, qui de uno utero ignorantiae eiusdem ad unam
lucem expaverunt veritatis?; CYPR., unit. eccl. 17: Ut quidam tales esse coeperunt, quia haec
ante praedicta sunt, ita ceteri fratres ab eiusmodi caveant. «Le mot frater paraît être en usage
comme apellation normale dans n’importe quelle correspondance entre chrétiens» (BASTIAEN-
SEN 1964, p. 21).
15 Il periodo si apre e si chiude con tre costruzioni parallele, variate soltanto dal chiasmo fi-

nale: His […] intimatis, salutatione praelata, pollicitatione dispensa / honorem patronis, fratri-
bus affectum, gratiam populis. La climax discendente suggella la chiusa dell’epistola: l’atten-
zione è rivolta prima ai santi, quindi alla cerchia di amici, da ultimo a tutte le persone. Questo
breve biglietto è esempio fulgido di stile prezioso, in cui il ruolo preminente è giocato dalla re-
torica, a fronte di un contenuto piuttosto povero: nel caso presente il dono di un cavallo diventa
motivo per dar prova della più raffinata (e talora stucchevole) elocutio.

1, 15
1 Perla titolatura, vd. epist. 1, 1 tit.; 2 tit. a Fausto di Riez.
2Leonzio fu vescovo di Arles dal 460 al 485 circa: vd. DUCHESNE I, p. 257; GP p. 637.
Leonzio ebbe a presiedere, verisimilmente nel 472-473, il concilio provinciale di Arles i cui
venne condannata l’eresia predestinazionista. Egli chiese a Fausto di Riez di scrivere il De gra-
tia, per diffondere il più possibile le decisioni sinodali (vd. FAUST. REI., grat. pr. pp. 3-4). Il no-
me del vescovo defunto compare dopo una lunga epitetazione, che conferisce un tono partico-
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 225

I, 14-15 225

larmente solenne all’incipit. Questa lettera, per motivazioni interne, è pertanto ascrivibile al pe-
riodo immediatamente successivo al 485.
3 Sul valore modale del verbo mereor + inf., vd. supra 1, 2 n. 33.
4 La differente reggenza di quod nelle due causali sembra predicare un differente modo di

sentire a livello emotivo il fatto accaduto: l’indicativo esprime l’oggettività del motivo per cui
Ruricio non è stato degno di incontrare Leonzio (i numerosi peccati); il congiuntivo evidenzia
invece il suo trasporto emotivo nel piangere colui che riteneva un padre (spiritualmente).
5 La “visione” dell’uomo interiore, in antinomia con quello esteriore, diventa topicamente

modalità di contemplazione e di incontro dell’amico lontano. Cfr. PAUL NOL., epist. 6, 2: Deni-
que nunc etsi sermone, non tamen tamquam et affectu rudes scribimus teque vicissim in spiritu
per interiorem hominem quasi recognoscimus; 20, 1: Quia quanto fortior carne est spiritus,
tanto potior est coniunctio animorum quam corporum et interiorum hominum praesentia me-
lior exterioribus inseparatis. L’opposizione tra un “interno” e un “esterno” dell’uomo affonda
le sue radici in quella classica anima – corpo, per cui il corpo è considerato ora involucro, ora
carcere (vd. infra 2, 34 n. 50), ora sepolcro: tra l’amplissima bibliografia, vd. gli ottimi studi di
COURCELLE 1965a, pp. 103-118; ID. 1965b, pp. 406-443; ID. 1966, pp. 101-122; PERRIN 1981,
pp. 373-391. La contrapposizione homo exterior – homo interior è già in qualche misura paoli-
na. Cfr. Rm 7, 21-22: Condelector enim legi Dei secundum interiorem hominem, video autem
aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis meae; 2Cor 4, 16: […] sed licet is qui
foris est noster homo corrumpitur, tamen is qui intus est renovatur de die in diem; vd. anche
Eph 3, 16. In particolare, la Vetus Latina propone direttamente la polarizzazione della coppia
antonimica interior / exterior, come ci attesta fra gli altri AMBROSIAST., in 2Cor. 4, 16: Qua-
propter non defecimus: etsi licet si exterior homo noster corrumpitur, sed interior renovatur de
die in diem. L’immagine, già mediata da Tertulliano (anim. 9, 8: Hic erit homo interior, alius
exterior, dupliciter unus), trova ampio respiro nell’ambito della letteratura cristiana. A titolo
esemplificativo cfr. AMBR., in psalm. 36, 64, 3: Duo sunt enim homines in singulis, unus inte-
rior, alter exterior; AUG., epist. 238, 2: Item cum homo interior et homo exterior non sint unum
– neque enim eiusdem naturae est exterior cuius interior, quia exterior cum nuncupato corpore
dicitur homo, interior autem in sola rationali anima intellegitur –, utrumque tamen simul non
homines duo sed unus dicitur; in evang. Ioh. 18, 10: In interiore homine habitat Christus, in in-
teriore homine renovaris ad imaginem Dei, in imagine sua cognosce auctorem eius; CASSIAN.,
conl. 7, 15, 4: Quae ab illis aeriis virtutibus ita deprehendi non mirum est, cum hoc a prudenti-
bus quoque viris saepissime fieri videamus ut scilicet interioris hominis statum de figura et vul-
tu et qualitate exterioris agnoscant; 24, 3: Et idcirco ei, qui de interioris hominis puritate per-
vigilem sollicitudinem gerit, expetenda sunt loca; et alii. Punto di arrivo è la sintetica definizio-
ne di Isidoro: Duplex est autem homo, interior et exterior: interior homo anima, exterior homo
corpus (orig. 11, 1, 6). A tal proposito vd. NAWRATIL 2000, pp. 44-51. Tuttavia la natura umana
non si sazia – come apparirà nelle righe successive, secondo la topica epistolare – della sola vi-
sione spirituale: a tal proposito, vd. THRAEDE 1970, pp. 150-152.
6 Iugiter è un avverbio usato con particolare frequenza nella latinità tarda: esso ricorre 44

volte nella Vulgata, 57 volte in Gerolamo, oltre a un’alta ricorsività nelle formule eucologiche
liturgiche; Ruricio vi fa ricorso solo 4 volte: oltre alla presente, vd. epist. 2, 16, 2; 30, 2; 43, 1.
Sull’usus di iugis / iugiter, vd. MOUSSY 1995, pp. 237-249; ID. 2002, p. 96.
7 Quattro isocoli paralleli che suggeriscono l’idea di un’immagine rarefatta, onirica, quasi

da visione. Numerose le figure di suono che conferiscono un certo ritmo allo scritto: omeote-
leuti (cernebatur – audiebatur – palpabatur – tenebatur; obtutu – affatu – adtactu), allitterazio-
ni (cernebatur obtutu; palpabatur adtactu), assonanza delle vocali /a/ e /u/. Da notare la con-
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 226

226 Commento

sueta attenzione ruriciana a giocare con i prefissi: obtutu - affatu - adtactu.


8 Questo colon ricco di iperbati contrasta nettamente con la regolarità dei precedenti. La fra-

se è inclusa all’interno dell’aggettivo cari e del verbo conspiciunt, quasi a ribadire in sintesi
quanto già esposto in precedenza: coloro che si vogliono bene, benché lontani, si sentono in re-
ciproca comunione di affetti in corde ipsius caritatis sede. Per questa espressione cfr. RURIC.,
epist. 2, 10, 2: […] sed per cordis intuitum inde se invicem cari gratia intercurrente conspice-
rent, ubi caritas ipsa consistit, mutuata letteralmente da FAUST. REI., epist. 10 p. 215, 23-24. È
questa pertanto una variatio sul tema del conloquium absentium e del videre oculis cordis, per
cui vd. supra 1, 1 n. 6; THRAEDE 1970, pp. 146-165.
9 Cfr. AUG., epist. 52, 4: […] et olim doleo, olim gemo maxime prudentiam tuam cogitans et

olim te videre desidero, ut de hac re tecum loquerer; PAUL NOL., epist. 20, 1: […] unde flagran-
tem desideriorum nostrorum sitim etsi non restinguemus; 6, 3: Quare utinam hoc quoque nobis
munus adnueret gratia Dei per Dominum nostrum Iesum Christum, ut etiam in carne facies
tuam videremus. Non solum desideriis nostris magnum conferretur gaudium, sed etiam menti-
bus lumen adcresceret et ex tua copia locupletaretur inopia nostra. Sullo stilema epistolare
povqo~ / desiderium, vd. supra 1, 12 n. 16; THRAEDE 1970, pp. 165-168.
10 Costruzione chiastica, per cui cfr. RURIC., epist. 1, 16, 1: […] quem spiritalibus oculis

contemplor, etiam carnalibus cernere concupiscam. L’antinomia oculi carnales / spiritales, su


cui è costruito la maggior parte del §. 1, è topica, come già si è rilevato supra n. 5; circa l’ag-
gettivo spiritalis, vd. supra 1, 6 n. 9.
11 Sul significato del sostantivo solacium / solatium, vd. supra 1, 2 n. 34.
12 Stucchevole esempio di cacemphaton (cfr. MART. CAP. 5, 518: Vitandum etiam [eodem

loco] cacemphaton vel interpositione vel commutatione verborum. […] Vitandi etiam freni,
qui fiunt ex asperrimis litteris in unum concurrentibus, ut est Terentii in Hecyra: “per pol
quam paucos reperias meretricibus / fidelis evenire amatores, Syra”; at ab isdem litteris inci-
pientia, ut est “non fuit istud iudicium iudicii simile, iudices”, et in easdem desinentia, ut
“fortissimorum, proximorum fidelissimorumque sociorum”, in eodem vitio habentur): quae
prius tribuerant solatium, ipsius merita dederunt, quia confido quod, quem... Vale la pena
considerare la congettura pietate di HAGENDAHL 1952, pp. 64-65, accolta da Demeulenaere, di
contro alla proposta dei precedenti editori pietas. A p. 64 così argomenta lo studioso scandina-
vo: «A mon avis, les précurseurs de Krusch et Engelbrecht ont eu un meilleur sens du style en
écrivant pietate, correction qui établit une stricte correspondance entre les membres et, en mê-
me temps, une bonne clausule» (pietáte diléxit e intercessióne custódiat); inoltre cfr. RURIC.,
epist. 2, 15, 9: […] et pupillis tuis tribuet paterna pietate praesidium. La iunctura paterna
pietate ricorre inoltre anche 9 volte nei sermoni di Cesario di Arles. Essendo infine l’espres-
sione rivolta al vescovo defunto Leonzio, essa si colloca propriamente in un uso tecnico, pro-
prio dell’atteggiamento dell’episcopus nell’esercizio delle sue funzioni di pater e patronus
(vd. supra 1, 1 n. 1).
13 Il codice S riporta la forma retulerim. Alle varie proposte degli editori (Engelbrecht: retu-

leram, Krusch: rettulerim) sembra preferibile quella di HAGENDAHL 1952, p. 33: rettuleram,
confortata dalla clausola dilectióne rettúleram, accolta anche da Demeulenaere.
14 Per il titolo sanctitas vestra, vd. supra 1, 1 n. 35.
15 Dictante dilectione: homoeoprophoron con allitterazione delle dentali. L’espressione è

agostiniana: […] acceptusque a te benignissime ac sincerissime mutua miscuit dictante dilec-


tione conloquia tecumque convivens (c. Pelag. 1, 1, 1). Interessante l’uso del verbo dicto col
valore proprio di “dettare”, per cui l’autore principale della lettera è propriamente l’amore fra-
terno, l’amicizia (prosopopea), mentre Ruricio sembra essere solamente il segretario, fedele
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I, 15 227

esecutore della volontà del suo padrone. È questo un caso in cui si avverte con evidenza la dif-
ferenza semantica tra dictare e scribere, non sempre così perspicua nella tarda antichità (vd. su-
pra 1, 10 n. 16). Cfr. anche CONSTABLE 1976, pp. 42-44, in partic. p. 43: «The term dictare was
regularly applied to letters in Merovingian and Carolingian times; and although its meaning is
not always clear, the many references to the dictation of letters by the Holy Spirit or by love,
piety, or reason – dictante spiritu sancto, caritate dictante, dictante pietate, ipsa ratio dic[t]at –
show that it meant the process of composition and dictation, of speaking to the scribe through
the author, rather than the actual writing». Vd. anche RURIC., epist. 1, 10, 3; 2, 17, 4.
16 Quasi vobiscum conloquens: vd. supra 1, 1 n. 6.
17 Sull’usus di maeror, vd. supra 1, 2 n. 16.
18 Accersio (o arcessio: vd. CHAR., gramm. I 335, 20) è vocabolo proprio del linguaggio giu-

ridico. Esso significa “convocazione in giudizio”. Nel latino cristiano esso, come anche il sino-
nimo accersitio (o arcessitio), assume il valore di “chiamata innanzi al tribunale divino”, “mor-
te”. Cfr. CYPR., mort. 3: Laetus itaque de morte iam proxima e de vicina accersitione securus;
AVELL. p. 28, 13-14: Sed hic vir sanctus (scil. beatus Aurelius episcopus), licet sit saepenumero
afflictus, tamen propria accersione requievit; RURIC., epist. 2, 4, 9: Esto, habuerit tempore
meae arcessitionis hoc pietas.
19 Il chiasmo rende icasticamente visibile la successione di Eonio a Leonzio sulla cattedra

episcopale di Arles: accersione ipsius domini mei et apostolatus vestri ordinatione. Apostolatus
è chiaramento titolo riservato ai vescovi e al papa (vd. O’BRIEN 1930, pp. 2-3).
20 Emerge una delle qualifiche topiche dello scambio epistolare in epoca tardoantica, sia in

Occidente che in Oriente: munus / dei`gma. La lettera, qualunque sia il suo contenuto, rimane
munus amicitiae / dei`gma filiva~, e Ruricio mantiene abilmente la metafora nel qualificare
l’atto di Eonio di aver vergato e inviato una missiva come segno di liberalitas. Numerosi gli
esempi in THRAEDE 1970, pp. 125-129.
21 Per il titolo humilitas, vd. infra 2, 8 n. 15.
22 Ruricio ripropone la stessa sequenza di labiovelari, col medesimo effetto cacofonico di

cui già si è detto supra n. 12: quae mihi maiorem scribendi fiduciam contulerunt, quia preaesu-
mo, quod, quem… Sembra una ricorrenza quasi formulare per sollecitare l’attenzione del letto-
re a cogliere affinità con la frase che conclude il primo paragrafo. Simile infatti è anche la sup-
plica: Ruricio chiede che il soggetto (reale o ideale) non abbia a dimenticarsi di lui. Differente
è solo la situazione: nel primo caso si rivolge a un defunto (Leonzio), nel secondo al neoeletto
vescovo di Arles (Eonio).
23 Per l’accezione di litterae come “contenuto della lettera”, vd. supra 1,4 n. 9.
24 Sospitatio è conio ruriciano. Compare 7 volte solamente nel corpus epistolare: oltre alla

presente, lo troviamo 4 volte nella formula sospitationis officium (epist. 2, 22, 2; 42, 1; 55, 1;
64, 1) e 2 volte a realizzare, unito a un participio passato, un ablativo assoluto (epist. 2, 49, 1:
sospitatione praelata; 56, 2: sospitatione depensa). A fronte del più comune sostantivo femmi-
nile sospitas, Ruricio innova creando dalla radice del verbo sospito + nomen actionis –tio il vo-
cabolo sospitatio, sul modello della coppia sinonimica salus – salutatio. Ciò tuttavia non stupi-
sce, vista la grande produttività, nella Tarda Antichità e nel Medioevo, dei suffissi –io / -tio (vd.
STOTZ II, pp. 297-300, in partic. pp. 297-298).
25 Il titolo beatitudo è riservato unicamente ai vescovi e al papa. Vd. p. es. HIER., epist. 21, 1 (a

Damaso); 99, 1 (al vescovo Teofilo); AUG., epist. 59, 2 (al vescovo Vittorino); 60, 2 (al vescovo
Aurelio); GREG. M., epist. 1, 4 l. 1 (a Giovanni di Costantinopoli), e O’BRIEN 1930, pp. 3-5.
26 L’aggettivo peculiaris richiama la titolatura che recita: Domino suo peculiari. Ruricio sem-

bra insistere molto, anche da come conclude la lettera, sul fatto di instaurare un rapporto di spe-
03commento 161 14-09-2009 16:06 Pagina 228

228 Commento

ciale amicizia spirituale con Eonio, come già fu col suo predecessore. Dunque Ruricio conosce
poco Eonio, o forse ne ha soltanto sentito parlare. Questa epistola vuole essere pertanto quasi
una lunga captatio benevolentiae, una sorta di lettera commendatizia: commendatio enim prae-
stari debet incognitis (SYMM., epist. 2, 9). In effetti, se eccepisce indubbiamente in alcuni punti
dai modelli pervenutici (per cui vd. CUGUSI 1983, pp. 40-41. 111-114), si colloca pur singolar-
mente all’interno di questo filone. Senonché il raccomandato è proprio il mittente, mentre le cre-
denziali sembrano essere esposte dal defunto Leonzio (il cui elogio dovrebbe costituire un moti-
vo valido perché l’amicizia continui anche con Eonio). La lettera si conclude con la «richiesta
del “favore” per il raccomandato» (Cugusi), formulato dallo stesso. L’ultima frase sembra essere
quasi un ultimo monito che non cela la nostalgia. A tal proposito, non peregrina sembra essere la
considerazione di MATHISEN 1999, p. 128 n. 14: «Ruricius is concerned to establish his status
vis-à-vis Aeonius, and may have felt that Aeonius, in his insistence upon a reply, was just a bit
too presumptuous». Tuttavia, a giudicare delle altre due lettere inviategli (2, 8; 16), sembra che
Ruricio sia riuscito a intrattenere col vescovo di Arles rapporti cordiali.
27 L’uso del medesimo stilema (tanti habere) con anafora e politpoto verbale per esprimere

richieste similari, pur in contesti differenti, rivela quanto Ruricio si sforzi per poter rientrare
nelle amicizie del successore del defunto patronus Leonzio.
28 Dal punto di vista fonico si noti la sonorità tra gli infiniti praemisisse – commutasse –

perdidisse, oltre al consueto calembour originato dalla preposizione cum in composizione nelle
forme verbali commutasse - cognoscam. Similmente cfr. FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 12-13:
[…] patriam nos non amisisse, sed commutasse cognoscimus.

1, 16
1 Se il titolo di venerabilis è molto comune negli indirizzi delle lettere sia per laici che per

ecclesiastici (vd. O’BRIEN 1930, pp. 122-124), più raro risulta essere l’aggettivo admirabilis,
anch’esso attribuibile a laici ed ecclesiastici. Cfr. PAUL. NOL., epist. 4, 2: Vides, frater unanime
admirabilis in Christo Domino et suspiciende (ad Agostino); HIER., epist. 108, 4: […] Pauli-
nam, quae sanctum et admirabilem virum, et propositi et rerum suarum Pammachium reliquit
heredem. Assolutamente raro e attestato solo in Ruricio è l’aggettivo aequiperandus nella tito-
latura di una lettera.
2 Essendo frater titolo comune con cui vescovi e uomini di alto rango si identificano reci-

procamente (vd. BASTIAENSEN 1964, pp. 21-22. 36-38), è possibile supporre che questa lettera
sia stata scritta da Ruricio almeno nel 485, anno della sua consacrazione episcopale. La cosa
concorderebbe anche con la datazione alta della morte di Sidonio, che si apprende da GREG.
TUR., Franc. 2, 23: Interea cum iam terror Francorum resonaret his partibus et omnes eos
amore desiderabili cupirent regnare, sanctus Abrunculus Lingonicae civitatis episcopus apud
Burgondiones coepit haberi suspectus. […] Quo ad eum perlato nuntio, nocte a castro Divio-
nensi per murum dimissus Arvernus advenit, inique iuxta verbum Domini, quod posuit in ore
Sidonii, undecimus datur episcopus (riferimento indiretto alla battaglia di Soissons, 486-487) e
GENNAD., vir. ill. 92: Floruit ea tempestate qua Leo et Zeno Romanis imperabant (dunque in un
periodo compreso tra il 457, anno di elezione di Leone e il 491, anno in cui morì Zenone), con
cui concorda LOYEN 1960, p. xxix (vd. anche ID. 1942, pp. 11. 19).
3 Epiteto assolutamente atipico. Esso può essere letto alla luce di 1Rg 9, 9: Olim in Israel sic

loquebatur unusquisque vadens consumere Deum: «Venite et eamus ad videntem qui enim
propheta dicitur hodie vocabatur olim videns»; 19: Et respondit Samuel Sauli dicens: «Ego
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I, 15-16 229

sum videns, ascende ante me in excelsum […] et omnia quae sunt in corde tuo indicabo tibi».
Dunque questo titolo potrebbe essere inteso in senso come “colui che vede in profondità”, al
pari del profeta. Similmente interpreterà l’epiteto Beda, in riferimento proprio ai profeti: Esaias
quoque et Micha et multi alii prophetae viderunt gloriam Domini qui et propterea videntes sunt
appellati (in Luc. 3, 2161-2163); cfr. già AUG., in evang. Ioh. 45, 4: […] (pharisaei) iactabant
se etiam ipsi inter videntes, hoc est inter sapientes, et negabant Christum, et non intrabant per
ostium. La spiegazione, che sembra andare in questo senso, sarà fornita dallo stesso Ruricio al
suo destinatario nelle righe immediatamente successive. Affascinante la suggestione di ENGEL-
BRECHT 1892, p. 68: «Es ist also nach diesel Stelle videns = vir Dei, weshalb es nicht nöting ist,
videns mit ejpivskopo~ zusammenzustellen […] Freilich kann vir Dei sowohl von einem Prie-
ster al von einem Bischofe gesagt werden».
4 Cfr. RURIC., epist. 1, 1, 1: Olim te, domine mi venerande ac beatissime sacerdos, fama ce-

leberrima praedicante cognovi; olim desiderio pii amoris infuso illis te, quibus scrivere digna-
ris, intueor (a Fausto).
5 Variatio ripetto a in corde caritatis ipsius sede (epist. 1, 15, 1), nonché a FAUST. REI., epist.

10 p. 215, 23-24: […] sed per cordis intuitum inde se invicem cari gratia intercurrente conspice-
rent, ubi caritas ipsa consistit. La perifrasi in sede caritatis va dunque intesa come “nel cuore”.
6 Consueto topos epistolare. Cfr. PAUL. NOL., epist. 45, 1: […] oculis mentis meae purius vi-

deo; FAUST. REI., epist. 10 p. 215, 22: […] quod mentis aspectibus non pateret; RURIC., epist. 2,
52, 1: […] et oculis mentis intuear; GREG. M., epist. 6, 61 ll. 2-4: Mater et custos bonorum om-
nium caritas, quae multorum corda uniendo constringit, absentem non aestimat eum quem
mentis oculis habet praesentem. Per la formula più consueta oculi cordis, vd. supra 1, 1 n. 6.
Similmente, vd. già CIC., Balb. 47: […] ut conspiciatis eum mentibus quem iam oculis non po-
testis; OV., Pont. 1, 8, 33-34: Atque domo rursus pulchrae loca vertor ad urbis / cunctaque
mens oculis pervidet usa suis; STAT., Theb. 10, 561-562: […] ferrum undique et ignes / mente
vident. Nel presente locus, Ruricio abilmente include nell’iperbato illis… oculis un’ampliamen-
to che chiarisce la funzione specifica di questi privilegiati strumenti di contemplazione.
7 Cfr. RURIC., epist. 1, 1, 2: Me autem adiuvent orationes tuae, ut possim terrenis actibus

spretis caelestibus inhiare.


8 Viene parzialmente chiarito l’epiteto videns. Essendo esso riferito nella Sacra Scrittura al

profeta Samuele (vd. supra n. 3), Ruricio applica questo “nickname” a Sidonio, qualificandolo
come dotato di lungimiranza profetica.
9 Il Sangallensis 190 così trasmette il testo: Et ideo, dum te in speculo cordis diligenter et

pulchritudinem interioris hominis tui vehementer admiror. Mommsen suppone sia caduto un
verbo tra l’avverbio diligenter e la congiunzione et, proponendo l’integrazione accolta anche
dal Demeulenaere (rifiutata invece da Engelbrecht e da Krusch; quest’ultimo tuttavia si premu-
ra di segnalare una lacuna nel testo). HAGENDAHL 1952, p. 14 giustifica l’ipotesi di Mommsen,
considerando il parallelismo che si verrebbe a creare tra le due frasi, i giochi fonici (omeoteleu-
ti) e le clausole ritmiche secondo la consuetudine ruriciana. A questo si aggiunga epist. 2, 9, 2:
[…] et effigiem vestram in speculo mei cordis intuear. «Ce n’est pas le seul cas où la monoto-
nie de la phraséologie jusqu’à la tendance aux répétitions puisse se montrer bien utile à la criti-
que du texte» (HAGENDAHL 1952, p. 14).
10 Nell’usus della iunctura in speculo cordis, spesso il cor è messo in relazione con mens o

anima. Cfr. RURIC., epist. 2, 9, 2: […] praesentiam tamen vestram intra mentis meae arcana
possideam et effigiem vestram in speculo mei cordis intuear; PAUL. PETRIC., Mart. 5, 209-211:
Hic sancto persaepe pie sociatus adhaesit, / ut solet in speculo cordis perspectio mentis / co-
gnatae similes morum sociare figuras; CAES. AREL., serm. 58, 2: Remotis enim omnibus proba-
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230 Commento

tionibus certum est, in die illa ipsum ante se hominem constituendum, et ipsam sibi animam in
cordis speculo demonstrandam; interessante l’affermazione agostiniana: […] nam sicut anima
tua spiritus est, ita et verbum quod concepisti, spiritus est; nondum enim accepit sonum ut per
syllabas dividatur, sed manet in conceptione cordis et in speculo mentis (in evang. Ioh. 14, 7).
Per comprendere ulteriormente la portata della locuzione, non sembra inutile confrontarla con
un’altra espressione simile: Sermo enim viri mentis est speculum (PAUL. NOL., epist. 13, 2). La
parola è per il Nolano l’inveramento di quello che si ha nella mente, la concretizzazione fedele
del pensiero. Se applichiamo questi parametri interpretativi al dettato ruriciano, è possibile ap-
prenderne più profondamente il contenuto. Nella lettera precedente Ruricio aveva sentenziato:
[…] cari nullo se melius loco quam in corde caritatis sede conspiciunt; e all’inizio dell’epistola
in questione scrive: in sede caritatis […] oculis mentis aspexi. Dunque il “luogo” in cui ha sede
l’amore fraterno è il cuore. Contemplare qualcuno nello specchio del cuore significa guardare
con occhio di particolare amicizia cristiana l’altro, mentre l’atto stesso di serbare nel proprio
intimo l’immagine dell’amico è già di per sé realizzazione di quella caritas che ha nel cor il
proprio ricettacolo. Pertanto esso è sede e specchio dell’amicizia nella misura in cui quest’ulti-
ma si rivela in atti concreti (materiali o spirituali) verso gli amici. Così anche in EPIST. Austras.
17, 15: Quo fit, ut caritatis splendor, qui intra vestri pectoris arcana immensi luminis claritate
praeradiat, etiam corporis serenitatem ostendat, et ita sit cordis speculum gratia, quae renitet
in vultu. A questo si aggiunga quanto già detto supra 1, 15 n. 5 circa la corrispondenza tra homo
exterior e homo interior.
11 La iunctura è attestata già in AMBR., epist. 5, 25, 3: Hunc ergo non intimo anhelem spiritu

secretisque mentis atque animi visceribus amplectar; PAUL. NOL., epist. 28, 1: […] quibus mu-
tuam visitationem animis ac visceribus invicem nostris tamquam vectigal officii debiti pensita-
mus; 43, 2: […] cruciatu viscerum animique conpatiens sustinerem. Vd. anche supra 1, 9 n. 6
(totis animae visceribus).
12 La callida iunctura meracissima dilectione è squisitamente ruriciana. A essa tuttavia può

soggiacere quanto Sidonio scrive a Probo in epist. 4, 1, 1, negli anni 470-471 (Loyen). Rilevan-
do il fatto che tra i due sussiste un’amicizia di cugini, e non di fratelli – la moglie dell’amico,
Eulalia (vd. SIDON., carm. 24, 91-97), è infatti cugina germana di Sidonio –, tuttavia la loro è as-
similabile a una germana fraternitas, quae plerumque se purius, fortius, meracius amat. Simil-
mente sembra accadere per Ruricio, il quale, usando il superlativo dell’aggettivo meracus “non
diluito”, “puro” (detto del vino o di altre sostanze liquide) conferisce singolare icasticità all’e-
spressione, confessando la sua amicizia più che fraterna nei riguardi del vescovo di Clermont.
13 Costruzione parallela per cui cfr. RURIC., epist. 1, 15, 1: Unde et amplius desiderabam

oculis videre carnalibus, quem ita spiritalibus intuebar; vd. n. ad loc.


14 L’espressione di saluto salve plurimum (dicere) non sembra avere precedenti, se si esclu-

de AUSON., epist. 11, 2, 1: Et dic ero meo ac tuo / ave atque salve plurimum. Ruricio la usa 6
volte: vd. epist. 1, 18, 1; 2, 7, 1; 27, 1; 34, 4; 51, 2. Con essa si alterna la formula salve largissi-
mum, per cui vd. epist., 1, 12, 2; 2, 1, 3; 2, 2.
15 Ruricio sembra qui sdoppiare leziosamente la persona di Sidonio in due differenti figure:

il videns e il domnus episcopus.


16 Sull’uso di dignatio, vd. supra 1, 11 n. 18.
17 Per il titolo humilitas, vd. infra 2, 8 n. 15.
18 Cfr. RURIC., epist. 1, 1, 1: […] et vobiscum positus.
19 Cfr. SULP. SEV., epist. 1, 1: […] Domini opperiar voluntatem speroque quod meis votis et

orationibus tuis de nostra nos fructum faciat capere praesentia; FAUST. REI., epist. 9 p. 211, 15-
16: […] immo eos, qui de nostra fructum capiunt consolatione, ditamus. La frase è ripresa da
Ruricio anche in epist. 2, 41, 2; 64, 1.
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I, 16-17 231

20 Vale la pena notare come, nel linguaggio giuridico, l’intentio sia propriamente la parte

della formula in cui l’actor esprime la sua richiesta (vd. GAIUS, inst. 4, 41). Allusivamente il
sostantivo è specificato dal part. pres. di un verbo come sciscitor, connesso all’ambito semanti-
co del chiedere.
21 Costruzione parallela con forte allitterazione delle dentali e assonanza della vocale /i/:

sciscitantis intentio fit respondentis eruditio. Un motto quasi proverbiale che pone in dinamica
antitesi discepolo e maestro. A tal proposito cfr. epist. 2, 26, 3 ad Apollinaris, figlio di Sidonio:
Prius enim quilibet debet discere quam docere, quia praepopere doctoris usurpat supercilium,
nisi discipuli susceperit ante famulatum.
22 Il colon, molto ricco di iperbati, continua ed esplicita l’immagine precedente. Al limite

della rima i due participi presenti, con gioco parafonico (discentis… docentis).
23 Il saluto finale costituisce un unicum all’interno della letteratura latina cristiana: triplice

anafora del sostantivo pax, con effetto di emphasis. Ci si può interrogare circa l’origine di que-
sta desueta formula di congedo. Pax diventa un saluto di uso comune a partire dalla letteratura
evangelica. Cfr. Mt 10, 12: Intrantes autem in domum, salutate eam [dicentes pax huic domui]
([…] viene omessa da alcuni codici): et siquidem fuerit domus digna, veniat pax vestra super
eam; si autem non fuerit digna, pax vestra ad vos revertatur. Senza dover per forza accettare
una versione piuttosto che un’altra, risulta abbastanza perspicuo dal contesto che l’augurio fatto
dai discepoli nel visitare una casa sia relativo al dono della pace. Così cfr. anche Ioh 20, 19:
[…] venit Iesus et stetit in medio et dixit eis: «Pax vobis»; TERT., adv. Marc. 4, 24, 4: Sic et Do-
mini istud: in quam introissent domum, pacem ei dicere<nt, de> exemplo eodem est. Formule
enfatiche si trovano già nella Sacra Scrittura, come p. es. Ier 6, 14: Et curabant contritionem fi-
liae populi mei, cum ignominia dicentes: «pax, pax», et non erat pax (vd. anche Ier 8, 11).
L’augurio della pace penetrerà ben presto nelle formule liturgiche, quando il sacerdote indirizza
il saluto ai fedeli (pax vobis / eijrhvnh pa`si). Cfr. AUG., serm. 227, 1: Post ipsam (scil. oratio-
nem dominicam) dicitur “pax vobiscum” et osculantur se Christiani in osculo sancto; pacis si-
gnum est; SACR. Gelas. 1259: Pax Domini sit semper vobiscum. Respondetur: Et cum spiritu
tuo. Pax identifica anche l’atto con cui la Chiesa antica riconcilia i peccatori, dopo la lunga pe-
nitenza pubblica. Cfr. CYPR., epist. 25, 2: Atque utinam sic et ceteri post lapsus paenitentes in
statum pristinum reformetur; quos nunc urgentes et pacem temere atque importune extorquen-
tes…; 64, 1: Pacem […] quomodocumque a sacerdote Dei semel datam non putavimus auferen-
dam; VICTORIN. POETOV., in apoc. 2, 1: […] ut quicumque fornicatus esset, octava die pacem
acciperet. Tertulliano parla di ecclesiastica pax largita ai fornicatori (pud. 15). Auspicare la pa-
ce diverrà infine uno stilema per congedarsi dal proprio “interlocutore” nelle epistole. Cfr.
AUG., epist. 122, 2: Dominus vos in pace conservet. Il fatto che Ruricio concluda questa lettera
con la triplice invocazione pax, pax, pax può evocare formulari liturgici penitenziali, specie al-
tomedievali, strutturati secondo il medesimo criterio, per cui vd. ROPA 1993, pp. 401-402. A
una richiesta di perdono, a motivo dell’eccessiva faceta confidenza con cui si è rapportato a Si-
donio, pensa anche MATHISEN 1999, p. 129 n. 13.

1, 17
1È questa la prima volta in cui Ruricio si definisce episcopus: siamo pertanto almeno nel
485. La data si può inferire da una lettera di Fausto di Riez a Ruricio (epist. 12), scritta al suo
ritorno in diocesi nel 485, dopo la morte di Eurico, in cui si congratula con l’amico che ha re-
centemente conseguito il summum sacerdotium. Del resto Eurico, stando alla testimonianza di
SIDON., epist. 7, 6, 7, aveva impedito le ordinazioni episcopali, cosicché le varie diocesi, una
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232 Commento

volta morto, ucciso o esiliato il vescovo, restavano prive dei loro pastori. Tra queste vi era an-
che Lemovices. Quanto alla situazione creatasi i Gallia con la rottura da parte di Eurico del foe-
dus del 418 (o 419: vd. SCHWARCZ 2001, pp. 15-25), e con il successivo trattato del 475 che ri-
conosceva le conquiste di Eurico in Aquitania Prima e nella Narbonese Prima, vd. p. es. SIDON.,
epist. 7, 6; 7; ecc.
2 Excolendus è un titolo molto raro che compare soltanto nelle lettere di Ruricio e di Fausto

di Riez (vd. O’BRIEN 1930, pp. 104-105). Viene utilizzato per rapportarsi con vescovi, abati e
laici di rango elevato. A titolo esemplificativo, cfr. FAUST. REI., epist. 11 p. 217 tit.: DOMINO
BEATISSIMO ET SUMMO HONORE ANTE OMNES SINGULARITER EXCOLENDO
FRATRI RURICIO EPISCOPO FAUSTUS (del medesimo vd. anche epist. 8 p. 208 tit.; 9 p.
211 tit.; 10 p. 215 tit.). Ruricio sfrutta abbondantemente questo epiteto: oltre alla presente,
compare altre 7 volte nel corpus epistolare, sempre nelle titolature (vd. epist. 2, 8; 10; 16; 18;
33; 36; 40).
3 Per il titolo di abbas riferito a Pomerio, vd. index nominum, s. v. Pomerius.
4 Rm 12, 19; cfr. anche Dt 32, 35: Mea est ultio et ego retribuam in tempore, ut labatur pes

eorum; Hbr 10, 30: Scimus enim qui dicit: «Mihi vindictam, ego reddam».
5 Cfr. RURIC., epist. 1, 8, 2: Quod si probatis, agnoscite, si inputatis, ignoscite; CASSIOD.,

var. praef. 12: Nunc ignoscite, legentes, et si qua est incauta praesumptio, suadentibus potius
imputate. Vd. supra 1, 8 n. 8.
6 Eco parafrasata di VERG., Aen. 2, 12: Quamquam animus meminisse horret luctuque refu-

git. Similmente cfr. anche RURIC., epist. 2, 4, 1: Nam si quando ad scribendum animum sum co-
natus intendere, statim sensus horruit, mens refugit. Sulla modalità di citazione degli autori an-
tichi da parte dei cristiani, vd. supra 1, 2 n. 12.
7 Lo sbigottimento di Ruricio emerge dallo stile: l’anafora dell’avverbio tam e i tre cola pa-

ralleli successivi – di cui il primo cursus tardus e il conclusivo cursus planus - (ánimus hór-
reat, mens refugiat, sérmo non quéat) suggeriscono efficacemente lo stato d’animo di chi ricor-
da con dolore situazioni tristi. Il riuso variato di Aen. 2, 12 ben si addice alla situazione presen-
te: se nel poema virgiliano è Enea che, su richiesta di Didone, fa riaffiorare alla memoria i do-
lorosi trascorsi (Aen. 2, 3: Infandum, regina, iubes renovare dolorem), nell’epistola è Ruricio a
compiere volontariamente questa sofferta operazione mnemonica.
8 Frase densamente retorica, costruita su una concatenazione di chiasmi: semitam obstruc-

tam ramis, spatio constrictam, spinis hirtam, stirpibus clausam, obsitam sentibus, situ asperam,
saxorum aggeribus inpeditam, radicum conexione constratam, caeno voraginosam. Ulteriori fi-
gure retoriche impreziosiscono l’eloquio, tra cui parafonie: obstructam – constrictam – con-
stratam, obsitam – situ; assonanza: /i/ (constrictam, spinis hirtam, stirpibus; obsitam sentibus,
situ); allitterazione: /s/ e /t/ (semitam obstructam; obsitam sentibus, situ; spatio constrictam,
spinis); omeoteleuti: obstructam – constrictam – constratam; obsitam – impeditam; ramis –
spinis; stirpibus – sentibus. La prevalenza di occlusive e della sibilante /s/ sottolinea efficace-
mente le difficoltà incontrate da Ruricio. Il consueto ricorso alla congeries asindetica (vd. su-
pra 1, 3 n. 4) evidenzia quasi tangibilmente il groviglio di arbusti e sterpaglie che caratterizza il
locus horridus: «La natura ha perduto ogni amenità per comparire nei suoi aspetti più orridi:
violente tempeste, alte montagne, paesi deserti, foreste fitte e buie, oppure l’accanirsi degli ele-
menti naturali contro la resistenza dell’uomo» (MUGELLESI 1973, p. 35). Questo topos, al pari
del locus amoenus, è trasversale alle letterature e alle epoche, e lo si incontra da Omero fino
agli scrittori contemporanei. Per quanto attiene alla letteratura latina, cfr. p. es. VERG., Aen. 1,
162-165: Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur / in caelum scopuli, quorum sub
vertice late, / aequora tuta silent; tum silvis scaena coruscis / desuper horrentique atrum ne-
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mus imminet umbra; LUCAN. 3, 399-101. 410-412: Lucus erat longo numquam violatus ab aevo
/ obscurum cingens conexis aera ramis / et gelidas alte summotis solibus umbras. […] non ulli
frondem praebentibus aurae / arboribus suus horror inest. Tum plurima nigris / fontibus unda
cadit; SEN., Oed. 37-51: Non aura gelido lenis afflatu fovet / anhela flammis corda, non Zephy-
ri leves / spirant, sed ignes auget pestiferi canis / Titan, leonis terga Nemaei tremens. / Deseruit
amnes umor atque herbas color / aretuque Dirce […] tristisque mundus nubilo pallet die. / Nul-
lum serenis noctibus sidus micat, / sed gravis et ater incubat terris vapor…; APUL., met. 5, 13,
4: Videsne insistentem celsissimae illi rupi montis ardui verticem, de quo fontis atri fuscae de-
fluunt undae proxumaeque conceptaculo vallis inclusae Stygias inrigant paludes et rauca
Cocyti fluenta nutriunt? Indidem mihi de summi fontis penita scaturigine rorem rigentem hau-
ritum ista confestim defer urnula; et alii. Sul locus horridus e sulle sue definizioni, vd. MUGEL-
LESI 1975, pp. 12-17; PETRONE 1988, pp. 3-18; MALASPINA 1994, pp. 7-22 (con ampia bibliogra-
fia ragionata); PETRONE 1998, pp. 177-195.
9 Cfr. supra §. 1: Tam aviis esse nos itineribus noveritis in tam abditas solitudines inductos.

Il concetto della varietà delle insidie, sottolineato, dalla sinonimia variis… multiplicibus malis,
viene ribadito ulteriormente dalla litote non esset simplex forma periculi.
10 In origine “cavallo da tiro” (HOR., epist. 1, 18, 36; PETRON. 117) o “cavallo castrato”

(SEN., epist. 87, 10; MART. 1, 41, 20), il lemma caballus comincia ad affiancarsi a equus, con
valenza vagamente peggiorativa, a partire da Varrone (Men. 388) e quindi dall’età imperiale.
Usato con disinvoltura in età tardoantica accanto al classico equus, si sostituirà a quest’ultimo a
partire dal VI secolo. Interessante la notizia fornitaci da CASSIOD., in psalm. 31, 9 ll. 266-268 in
cui, spiegando il verso salmico Nolite fieri sicut equus et mulus, quibus non est intellectus: in
camo et freno maxillas eorum costringe, qui non adproximant ad te, così glossa: Frenum enim
a fero retinendo dictum est; ferum quippe antiqui caballum dixerunt. Discussa l’origine etimo-
logica (cfr. gr. kabavllh~). Isidoro (orig. 12, 1, 42) lo fa ascendere a cabo, benché la critica
moderna abbia mostrato l’insostenibilità di questa ipotesi: Caballus antea cabo dictus, propter
quod gradiens ungula inpressa terram concavet, quod reliqua animalia non habent. Circa l’u-
sus di cabo, cfr. p. es. GLOSS. V 51, 5: Cabonem equum castratum quem nos caballum dicimus.
Caballus ha esiti in tutte le lingue romanze (ML 1440). Su questo vocabolo, vd. COCCO 1943,
pp. 793-832; VÄÄNÄNEN 20034, p. 143.
11 La molteplicità di mali è ora eloquentemente descritta da Ruricio attraverso rapide pen-

nellate di parallelismi formali e antitesi contenutistiche. Da notare il consueto calembour con i


prefissi detinet – sustinet.
12 L’allitterazione della labiale sonora /b/ e l’assonanza del suono scuro /u/ (nebulis ac nubi-

bus) ben rievoca l’immagine dell’oscuramento del sole a opera delle nuvole.
13 L’aggettivo infelix, oltre all’accezione di “infecondo”, “sterile” (vd. CATO, inc. lib. frg.

27; PAUL. NOL., epist. 29, 3), assume la valenza specifica di “infausto”, “maledetto” nella iunc-
tura col sostantivo arbor o con alcuni nomi di pianta. Questo probabilmente dovuto alla steri-
lità di questi alberi o alla sgradevolezza dei loro frutti. In modo particolare, tradizionalmente
proprio un tipo di felce, assieme ad altre specie di piante, era ritenuta esecrabile, a motivo della
sua produzione di bacche dal colore brunito (vd. ANDRÉ 1956, p. 138). Così ci informa un fram-
mento dello scrittore di aruspicina e disciplina etrusca Tarquizio Prisco (vd. KROLL, s. v. Tar-
quitius, in RE IV A, col. 2392), trasmessoci per tradizione indiretta da Macrobio (Sat. 3, 20, 3):
Tarquitius autem Priscus in Ostentario arborario sic ait arbores quae infernum deorum aver-
tentiumque in tutela sunt, eas infelices nominant: alterum sanguinem filicem, ficum atrum,
quaeque bacam nigram nigrosque fructus ferunt, itemque acrifolium, pirum silvaticum, pru-
scum rubum sentesque quibus portenta prodigiaque mala comburi iubere oportet. Così anche
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234 Commento

PLIN., nat. 16, 108: Infelices autem existimantur damnataeque religione, quae neque seruntur
umquam neque fructum ferunt. All’arbor infelix venivano appesi i condannati a morte. Così
CIC., Rab. perd. 13: Tarquini, superbissimi atque crudelissimi regis, ista sunt cruciatus carmina
quae tu, homo lenis ac popularis, libentissime commemoras: “Caput obnubito, arbori infelici
suspendito”. Il viaggio di Ruricio, descritto con attenta dovizia di particolari e con accurate
scelte lessicali, alla luce di quanto sopra detto, sembra assumere i toni di un percorso nella “sel-
va oscura”, in cui tutto sembra congiurare contro l’incolumità del viandante. Da un punto di vi-
sta retorico, si noti la paronomasia costituita dalla iunctura infelicium filicum e l’assonanza di
/r/ (quasi con homoeoprophoron) proceritas premit.
14 Immagine iperbolica che sottolinea lo stato d’animo di Ruricio particolarmente provato

dai disagi del viaggio. Si noti il cursus planus róris aspérgit. Cfr. RURIC., epist. 1, 10, 1: […]
rore respergas e vd. n. ad loc.
15 Contracti frigore vel coacti: espressione allitterante ai limiti della rima.
16 L’espressione iperbolica (quasi un adynaton) rende ragione della condizione di disagio fi-

sico e mentale del vescovo di Limoges. Cynocaumata è un evidente grecismo (kunokauvmata),


molto raro nella letteratura latina: se si esclude l’occorrenza in questa epistola di