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Quesito

Buonasera Padre Angelo,


vorrei sottoporle un altro dubbio: oggi è la Festa di Maria Immacolata e nell’omelia ho sentito che
Lei è stata preservata dal Peccato Originale da Dio perché doveva essere la Madre di Gesù (fin qui
tutto ok), ma anche per i meriti dei suoi genitori, nonni, bisnonni e di tutto il popolo ebraico. Questo
non lo capisco e non lo trovo nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
Certo, ci sono stati molti santi nel popolo eletto, e gli Ebrei sono i nostri “fratelli maggiori nella
fede” come disse San Giovanni Paolo II.
Aspetto una risposta, grazie.
La ricordo nelle mie preghiere! 

Risposta del sacerdote

Carissima,
1. è stato esclusivamente in virtù del sacrificio di Cristo che la Madonna è stata preservata immune
dal peccato originale.
Il Papa Pio IX, nella Bolla Ineffabilis Deus con cui ha definito la Madonna preservata dal peccato
originale fin dal primo istante della sua esistenza, ha dichiarato: “La beatissima Vergine Maria nel
primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in
previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni
macchia del peccato originale (DS 280)]. 

2. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ugualmente sottolinea che “(gli) splendori di una santità del
tutto singolare di cui Maria è adornata fin dal primo istante della sua concezione le vengono
interamente da Cristo: ella è redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo” (CCC
493).
Certamente avrai notato le parole “le vengono interamente da Cristo” e “redenta in modo così
sublime in vista dei meriti del figlio suo”.

3. Che cosa avrà inteso dire il sacerdote nell’omelia?


Probabilmente che quella straordinaria opera che Dio ha compiuto in Maria rendendola tutta pura,
tutta santa e immacolata è stata preceduta dalla preghiera e dall’attesa di tutto il popolo ebraico, in
modo particolare dei giusti di Israele.
Indubbiamente ci sono stati i meriti dei patriarchi, di Mosè, di Davide e di molti altri, tra cui i
genitori della Madonna e di tantissime altre persone il cui nome lo conosceremo solo in cielo.
Ai tempi del Signore c’erano persone come la vecchia Anna che la Madonna incontrò nel tempio al
momento della presentazione di Gesù. Il Vangelo dice di lei che “era molto avanzata in età, aveva
vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva
ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e
preghiere” (Lc 2,36-37).

4. E tuttavia il merito derivante dalle preghiere e dalla vita di tutte queste persone è stato causato dal
sacrificio di Cristo, che ha avuto effetto retroattivo, rendendo giuste, e cioè sante.
Scrive San Tommaso: “I santi dell’antico Testamento, facendo le opere della giustizia, meritarono di
entrare nel regno dei cieli mediante la fede nella futura passione di Cristo” (Somma teologica, III,
49, 5, ad 1).
Si legge infatti nella lettera agli Ebrei: “Per fede, essi, conquistarono regni, esercitarono la giustizia,
ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco,
sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra,
respinsero invasioni di stranieri. Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti” (Eb 11,33-
35).

5. Per fede, e cioè in previsione della passione del Signore e con la forza e la grazia che da essa
deriva.
Per cui l’opera è tutta di Gesù Cristo.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito

Buona serata Padre Angelo.


In diverse omelie, nella mia parrocchia, il Peccato Originale è definito come una responsabilità
collettiva di tutta l’umanità, non solo dei progenitori, in quanto “virtualmente” essi sarebbero stati
condizionati da tutti i peccati dell’umanità, e quindi sarebbero stati spinti a commettere il Peccato
Originale, del quale saremmo così tutti colpevoli.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica però trovo scritto che il Peccato Originale, per tutti gli
uomini discendenti di Adamo ed Eva, è contratto non commesso, e non ha per noi carattere di colpa
personale, inoltre è un avvenimento primordiale, non un circolo vizioso ( n. 390, 404, 405).
Sono una catechista e non vorrei mai imparare e insegnare cose non conformi all’insegnamento
della Chiesa Cattolica. Mi aiuti, la prego!
Grazie 

Risposta del sacerdote

Carissima,
1. San Paolo nella lettera ai Romani scrive: “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è
entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte,
poiché tutti hanno peccato” (Rm 5,12).
Come si vede, vi sono due affermazioni: la prima, il peccato è stato commesso da uno solo; la
seconda, nel peccato di Adamo tutti hanno peccato.

2. Come vanno intese queste due affermazioni?


Abbiamo due pronunciamenti autorevoli da parte del magistero.
Il primo è del Papa Paolo VI nella “solenne professione di fede” del 1968 in cui ha ribadito i punti
irrinunciabili della dottrina cristiana.
A proposito del peccato originale ha detto: “Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che
significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli
uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui
si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo
non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la
rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene
trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque
professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana,
«non per imitazione, ma per propagazione», e che esso pertanto è «proprio a ciascuno»”
(DS 1513)”.
Come si vede il santo Papa non parla di peccato collettivo, ma di peccato personale: “la colpa
originale da lui commessa” ha avuto ricadute per tutto il genere umano: “ha fatto cadere la natura
umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa”.

3. L’altro grande pronunciamento è quello del Catechismo della Chiesa Cattolica al quale tu fai
riferimento.
Per due volte viene detto che si tratta di un peccato personale di Adamo: “Sappiamo però dalla
Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per
tutta la natura umana: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma
questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta (DS 1511-
1512).
Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la
trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali.
Per questo il peccato originale è chiamato “peccato” in modo analogico: è un peccato “contratto” e
non “commesso”, uno stato e non un atto“ (CCC 404).
Come si vede, dicendo che è uno stato e non un atto si esclude la responsabilità personale di tutti gli
uomini.
Non è un peccato commesso da tutti, ma contratto da tutti.
Il che è ben diverso.

4. Ugualmente nel numero 405 viene detto: “Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in
nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. 
Consiste nella privazione della santità̀ e della giustizia originali, ma la natura umana non è
interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all’ignoranza, alla
sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata
“concupiscenza”)” (CCC 405).

5. Pertanto nel peccato di Adamo tutti hanno peccato nel senso che tutti ne sono stati coinvolti nelle
sue conseguenze.
E non già che tutti l’abbiano commesso.
Questo è quanto afferma il magistero della Chiesa.

Con l’augurio di perseverare sempre nella precisione della dottrina della fede, ti benedico e ti
ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito

Buondì,
Nel ringraziarvi e complimentarvi per il vostro lavoro, che da sempre mi aiuta ed edifica, vi pongo
un quesito che mi sembra tanto semplice quanto imperscrutabile. Una breve ricerca non sembra
avermi dato una risposta chiara.
Perché Tommaso è detto “Didimo”? Perché gli Apostoli lo chiamano così? 
Sto dando per assodato che una tradizione protestante che lo vede il gemello di Gesù sia falsa. Così
come escludo interpretazioni più “allegoriche” (per quanto magari efficaci) che sia il gemello
nostro, con le sue incredulità.
Una volta sentii un prete dire che era chiamato “gemello” come un insulto, (…), ma prima di tutto
non mi sembra molto lusinghiero o adatto a un santo (per quanto nemmeno “boanerghes” fosse
proprio un complimento…).
Ma in ogni caso non ho trovato alcun riferimento a questa cosa. In generale, non ho trovato
riferimenti alcuni a riguardo.
Grazie del vostro tempo e della vostra attenzione, 
Una preghiera è sempre per voi, il vostro lavoro e la vostra vocazione,
Giovanni M.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. Tommaso, che in aramaico (la lingua parlata da Gesù) si pronuncia theomà, significa gemello.
L’apostolo San Giovanni che scrive il Vangelo in greco dice: “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato
Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù” ( 20,24).
Ebbene, anche in greco la parola “Thomas” significa gemello.
Questo fa capire che tutti lo chiamavano con un soprannome: “Gemello”, il gemello”.
E fa anche capire che il vero nome di Tommaso non ci è stato trasmesso.

2. Questo potrebbe far supporre che Tommaso fosse gemello di qualcuno nella carne.
Renderlo gemello di Gesù è frutto di fantasia.
Tu parli di tradizione protestante. No, non si tratta neanche di tradizione protestante. È pura fantasia
di qualcuno, senza alcun fondamento biblico e senza alcun appiglio nella tradizione.

3. Veniamo invece a interpretazioni più serie.


Secondo Alcuino, pensatore e teologo dell’VIII secolo, Tommaso significa abisso o gemello.
San Tommaso d’Aquino nel suo commento al Vangelo di Giovanni segue tale interpretazione.
Ne cerca la motivazione teologica. E a proposito di quel soprannome Didimo scrive:
“Tommaso significa abisso o gemello.
Ora nell’abisso si riscontrano due cose: profondità e oscurità.
Dunque Tommaso era un abisso per l’oscurità della sua incredulità, dovuta a se stesso; ed era un
abisso per la profondità della misericordia a lui accordata da Cristo. A lui si applicano le parole del
Salmo: “l’abisso invoca l’abisso” (Sal41,8), lo chiama per usargli misericordia.
E l’abisso dell’ostinazione, ossia Tommaso, invoca l’abisso della profondità, cioè Cristo, per
confessarne la fede” (Commento al Vangelo di Giovanni, 20,14).

4. Il nostro San Tommaso poi prosegue trovando un motivo per cui Tommaso veniva chiamato
Didimo, e cioè colui che sta sul doppio fronte del credere e del non credere.
Scrive: “Tommaso viene descritto con il nome etimologico del suo nome: “è chiamato didimo”.
Infatti Tommaso è nome siriaco, o ebraico, che ha due significati gemello e abisso. Ora, gemello in
greco si dice didimo: e poiché Giovanni compose il Vangelo in greco, il suo Vangelo lo denominò
didimo.
E Tommaso fu detto appunto gemello perché forse apparteneva alla tribù di Beniamino, nella quale
alcuni, o forse tutti erano detti gemelli.
Oppure può essere ciò in riferimento al suo dubbio; poiché chi è certo è stabile per un’unica parte;
mentre chi dubita sceglie una parte, ma nel timore che sia preferibile l’altra” (Ib.).
E Tommaso, dubitando, sceglieva una parte (quella del non credere) ma nel timore che fosse
preferibile l’altra (quella del credere).

Penso che più in là di quanto ti ho scritto non si possa andare.


Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
Quesito

Caro Padre Angelo,


ho sempre trovato complesso il concetto dell’Immacolata Concezione: Maria, da quel che ho capito,
è stata concepita “Immacolata”, ossia senza peccato, dal che deduco che sia l’unica donna ad essere
nata senza peccato originale. Per cui mi domando, come mai? Perché Dio ha scelto proprio Lei per
venire concepito, facendoLa dunque nascere senza il peccato che accomuna tutti gli uomini?
Grazie e buona giornata.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. per un singolare privilegio Dio ha preservato la Madonna dal peccato originale.
L’ha fatto perché l’aveva destinata a diventare Madre di Dio, a prendere carne dal suo grembo.
Nel libro della Sapienza si legge che Dio non entra in un’anima inquinata dal peccato (Sap 1,4).
Entrando in Maria, ha voluto prima santificarla perfettamente perché diventasse degna abitazione di
Dio.
Certo non era necessario che il Signore la santificasse fin dal primo istante della sua esistenza
perché la sua santità non dipendeva da quella di sua madre. Ma era estremamente conveniente.

2.  A tal proposito Eadmero, un discepolo di Sant’Anselmo, scrive: “Se è lecito paragonare le cose
celesti con quelle terrene, si osservi come tra gli uomini si usi fare così: che quando un potente e
ricco signore decide di andare a prendere dimora in qualche luogo, lo precedono i suoi servi per
perlustrare la strada, pulire la casa da ogni immondezza, a ornarla di preziosi arredi, in modo che al
sopraggiungere del loro signore tutto sia decoroso e conveniente alla sua dignità.
Ora, se tale preparazione si usa fare per l’arrivo di un uomo di fango e di una potestà caduca, quale
preparativo e il più grande che si possa immaginare, non si farà nel cuore della Vergine per l’arrivo
del Re celeste ed eterno, Lei che non solo doveva ospitarlo transitoriamente, ma doveva anche
generarlo dalla propria carne?” (De excellentia B.V., cap. III).
Certamente le parole dell’angelo “ti saluto, piena di grazia” (Ave, gratia plena) significano anche
questo.

3. C’è poi una seconda motivazione per cui era estremamente conveniente che Dio ornasse di
santità la Madonna fin dal primo istante della sua esistenza. Le dava infatti l’incarico di essere la
nuova Eva.
Se Eva, chiamata a diventare madre di tutti viventi sotto il profilo biologico, è stata santa e
immacolata fin dal primo istante della sua esistenza, perché Colei che Dio predestinava a diventare
madre di tutti nell’ordine della grazia, non doveva essere simile alla prima Eva fin dal primo istante
della sua esistenza?
E poiché l’incarico che le dava era così grande (“madre di tutti nell’ordine delle grazia”) non
doveva avere fin dal primo istante della sua esistenza un grado di grazia eccellentissimo, neanche
paragonabile a quello ricevuto dalla prima Eva destinata a generare nell’ordine biologico?
 Le parole dell’angelo “rallegrati (Ave), piena di grazia” rivolte alla madre del Messia richiamano
proprio questo incarico.

4. Vi è poi una terza motivazione: il Signore chiamava la Madonna ad essere sua singolare
cooperatrice nell’opera della redenzione.
Sul Calvario, Maria è perfettamente conformata ai sentimenti del Figlio suo che si offre al Padre
come “la vittima pura, santa e immacolata”. 
Poiché anche Lei, insieme al figlio e subordinatamente a lui, offre al Padre il sacrificio della croce
era conveniente che questa offerta materna provenisse da un cuore anch’esso puro, santo,
immacolato.
Anche in ordine a questo l’angelo la saluta dicendo “Ave, gratia plena”.

5. Si potrebbe obiettare, e la tua domanda lo lascia sottintendere, che rendendo la Madonna tutta
santa fin dal primo istante della sua esistenza l’abbia innalzata così tanto da renderla lontana dagli
esuli figli di Eva, dei quali peraltro è destinata a diventare madre.
È vero, la pienezza di grazia ha innalzato Maria al di sopra dell’umanità. 
Ma, a ben vedere, anziché allontanarla da noi, l’ha invece avvicinata al massimo grado.
La pienezza di santità le è data infatti in vista della duplice missione: di essere la perfetta Serva del
Signore e degli uomini, con una disponibilità senza riserve. 
Dire colmata di grazia e dire piena di tenerezza e di affetto all’inverosimile è la stessa cosa
Il santo Papa Paolo VI nel  discorso presso il monumento in Piazza di Spagna, a Roma, l’8 sembra
1967 ha detto: “Quanto è più alta, tanto a noi è più vicina, perché ogni suo privilegio le fu conferito
in vista della nostra redenzione”.
E proprio per questo il Concilio Vaticano II parlando della Madonna ha affermato che Maria “nella
Chiesa Santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto e il più vicino a noi” (Lumen gentium, 54).
Il più vicino a noi proprio perché è il più santo, il più pieno di affetto e di amore.

Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di scrivere queste cose a lode della Nostra comune Madre.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito

Buon giorno.
Le chiedo un chiarimento e una domanda.
Prima il chiarimento
Leggendo altre domande a cui ha risposto ho capito che
1 nel purgatorio c’è l’evo perché li è possibile il movimento. Infatti li ci si purifica dai peccati per
cui c’è un prima e un dopo
2 nel paradiso prima del giudizio universale c’è l’evo perché i santi possono intercedere per noi.
Quindi è possibile un movimento per cui c’è un prima e un dopo
3 nell’inferno sia prima che dopo il giudizio universale non c’è l’evo perché li non si può
intercedere per nessuno quindi chi ci va è direttamente nell’eternità.
Ho capito bene?
Tutto questo è scritto su qualche documento magisteriale della chiesa oppure è speculazione
teologica di San Tommaso e di altri eminenti teologi?
La domanda è: leggendo alcune risposte mi è parso di capire che al momento del giudizio
universale, il purgatorio cesserà di esistere. 
A me questo non torna; che fine faranno allora tutti quelli che alla fine del mondo si troveranno
nella necessità di esser purificati, cessando il “posto” dove ci si purifica?
Grazie.
Marco
Risposta del sacerdote

Caro Marco,
1. prima del giudizio universale è possibile una crescita tanto per coloro che si trovano in purgatorio
quanto per i beati del paradiso: i primi si purificano, i secondi crescono nell’acquisizione di una
maggiore beatitudine o gloria accidentale.
Per gloria accidentale si intendono tante cose. Tra queste anche la possibilità di beneficare coloro
che sono sulla terra.
Proprio a motivo di tale crescita c’è in loro un certo movimento, tenendo presente che si trovano in
uno stato definitivo di salvezza.
Per questo si dice che sono nell’evo.

2. Anche i dannati però, prima del giudizio universale sono nell’evo, perché anche per loro c’è una
possibilità di crescita della pena.
Di questo San Tommaso è certo e afferma che la loro pena aumenta perché vedono crescere il
numero dei beati in paradiso, per i quali provano una grandissima invidia, e cresce anche l’odio per
coloro che vanno all’inferno (cfr. Supplemento alla Somma teologica, 98, 9 e 4, ad 3).
“Fino al giorno del giudizio i beati possono avere una crescita rispetto al premio accidentale e i
dannati in riferimento alla pena secondaria.
Specialmente ciò può avvenire nei demoni e negli angeli buoni: poiché per la loro opera alcuni
vengono salvati, e così cresce la gioia degli angeli buoni; e altri vengono spinti alla dannazione, e
così si accresce la pena dei demoni” (Ib., 98, 6). 

3. La Chiesa nel suo magistero non si è espressa su questi particolari.


Tuttavia li suppone quando parla dell’intercessione e della comunione dei santi. Il Catechismo della
Chiesa Cattolica riporta quanto ha detto il concilio Vaticano II: “L’unione. . . di coloro che sono in
cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la
perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” [Lumen gentium,
49]” (CCC 955).
“A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella
santità. . . non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra
mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini. . . La nostra debolezza quindi è molto
aiutata dalla loro fraterna sollecitudine” [Lumen gentium, 49]” (CCC 956).

4. Aldilà di questo, il magistero della chiesa lascia ai teologi la loro parte. Io ti ho riportato il
pensiero del più eminente dei teologi, San Tommaso, la cui dottrina secondo l’affermazione del
Concilio Vaticano II deve essere insegnata nei seminari e nelle istituzioni cattoliche (Optatam totius,
16).

5. Chiedi come saranno purificati coloro che si troveranno alla fine del mondo e avranno bisogno di
purgatorio.
Ebbene, la purificazione può avvenire anche di qua e sarà migliore di quella che verrà di là. Perché
di là sarà soltanto purificatoria, mentre di qua, oltre ad essere purificatoria, sarà anche meritoria.
La purificazione può avvenire mediante la grande prova di cui ha parlato il Signore quando ha
detto: “Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a
causa del mio nome” (Mt 24,9).
Nell’Apocalisse si legge che “quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo
carcere e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra” (Ap 21,7-8).
I mille anni non vanno intesi alla lettera, ma indicano il tempo che va dalla risurrezione di Cristo
alla fine del mondo. È la fase terrena del regno di Dio.
Allora vi sarà l’ultima grande prova perché Satana sarà liberato e perseguiterà in ogni modo i
credenti in Cristo,
Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: “La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che
attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione [Cf
Ap 13,8 ]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [Cf Ap 20,7-10
] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del
male” (CCC 677).
Pertanto quelli che saranno vivi alla fine del mondo e che avranno bisogno di purificazione, si
purificheranno sulla terra.

Augurandoti ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 


Padre Angelo

Quesito

Reverendo Padre Angelo,


vorrei chiederle una chiarificazione. Secondo Mt 28,10 Gesù ordinò ai discepoli di andare in
Galilea, dove lo avrebbero visto.
Invece in Gv 20, 19 e in Lc 24, 37 e segg. viene raccontata l’apparizione di Gesù Risorto ai
discepoli chiusi nel Cenacolo a Gerusalemme la sera stessa della domenica della Risurrezione e
anche otto giorni dopo.
Come va intesa questa discordanza?

Risposta del sacerdote

Carissima, 
1. secondo l’evangelista Matteo sia l’angelo apparendo alle donne il mattino di pace sia Gesù
quando le incontra mentre fuggivano dal sepolcro dicono di annunciare ai discepoli di andare in
Galilea perché lì lo avrebbero visto.
Di fatto però il medesimo giorno il Signore si manifestò in Giudea ai discepoli di Emmaus, a San
Pietro e agli apostoli radunati nel cenacolo.
Che tra la prima e la terza apparizione sia apparso a San Pietro risulta dal fatto che gli apostoli
dissero ai discepoli di ritorno da Emmaus: “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”
(Lc 24,34).
Sappiamo che il Signore fece anche altre apparizioni in Giudea, come quella narrata otto giorni
dopo la sua risurrezione. Lì apparve agli apostoli chiusi nel cenacolo, presente anche Tommaso.

2. Il padre Marco Sales commenta: “I discepoli di Gesù erano Galilei, E dopo l’ottava di Pasqua
dovevano tornarsene in patria” (Commento a Mt 28,7).
Essi dunque rimasero a Gerusalemme fino a quando non si conclusero le feste.

3. Le parole di Gesù: “Vadano in Galilea, là mi vedranno” non escludono che il Signore potesse
manifestarsi anche in Giudea mentre gli apostoli si tenevano nascosti in Gerusalemme per il timore
di farsi vedere in giro.

4. Padre Marco Sales porta due motivazioni per cui era conveniente che Gesù si manifestasse
innanzitutto in Giudea, la cui capitale era Gerusalemme.
La prima: “Le apparizioni della Giudea narrate dagli altri evangelisti hanno un carattere privato,
sono cioè destinate a pochi privilegiati, ossia alle pie donne, agli apostoli, a pochi discepoli; nella
Galilea invece Gesù si manifesterà a tutti i discepoli, converserà nuovamente alla familiare con loro,
istruendoli di ciò che appartiene al Regno di Dio” (Commento a Mt 28,10).
Che li abbia istruiti su ciò che appartiene al Regno di Dio viene ricordato negli Atti degli Apostoli:
“Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni,
apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 2,3).

5. La seconda motivazione è ancora più forte.


Dice infatti padre Sales: “D’altra parte lo stato d’animo degli apostoli esigeva qualche apparizione
in Giudea. Se essi infatti non prestarono fede alle donne, che attestavano la risurrezione del Signore,
come avrebbero potuto credere a loro comando di recarsi in Galilea?
Gesù dovette ripetute volte manifestarsi i suoi discepoli in Gerusalemme al fine di dissipare ogni
dubbio dalla loro mente, prima che obbedissero alla sua parola” (Ib.).

6. Pertanto non vi è discordanza. Le apparizioni in Giudea erano necessarie perché gli Apostoli
fossero certi della risurrezione del Signore e potessero stare familiarmente con Lui in Galilea
lontano dai sommi sacerdoti e dal pericolo di essere arrestati.
Lì in Galilea non avevano bisogno di stare a porte chiuse per timore dei giudei come avvenne a
Gerusalemme.

Ti ringrazio del quesito, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito

Stimato padre Angelo,


per rendere, eventualmente la confessione più concisa, le chiedo se quando si confessano peccati
contro la purezza compiuti tramite internet bisogna specificare:
1) fantasie/chat di gruppo e travestimento, oppure si può dire semplicemente ”di aver realizzato o
avuto fantasie perverse”?
2) Se si inducono le persone, posso dire che semplicemente si ha indotto, bisogna specificare in che
modo? Per esempio con promesse, regali virtuali ecc.?
3) Bisogna specificare l’età degli interlocutori? Per esempio nel caso di adolescenti? Oppure è
irrilevante, dato che si tratta di persone che hanno comunque raggiunto l’età del consenso?
La ringrazio!

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. l’accusa dei peccati che è richiesta per diritto divino implicito come risulta dalle parole del
Signore: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete,
non saranno perdonati” (Gv 20,23) è necessaria per la duplice finalità del sacramento: la finalità
giudiziale e la finalità terapeutica.
2. In ordine alla finalità giudiziale si richiede che i giudici (in questo caso i confessori) sappiano ciò
che perdonano e ciò che non intendono perdonare.
In ordine alla finalità terapeutica devono essere consapevoli dei mali che colpiscono il penitente e
dei rimedi da proporre.

3. Ebbene, alcune circostanze, come quelli che hai menzionato, non sono dettagli perché aggravano
il peccato commesso.
Se uno accusa di aver avuto fantasie perverse, il sacerdote confessore come può pensare che si tratti
di reali peccati compiuti con altre persone per mezzo di internet?
Le fantasie più o meno perverse sono un conto perché si tratta di peccati interni.
Chattare in Internet commettendo atti impuri non è più un peccato interno, ma esterno. Di più, è
compiuto con altri.

4. Ugualmente per quanto concerne l’indurre gli altri nel peccato: un conto è indurli attraverso
parole, altro conto è indurli attraverso promesse e regali, soprattutto se sono minori. Qui c’è
l’istigazione al peccato perché gli altri vengono indotti a peccare più facilmente.

5. Infine è più grave il peccato commesso con i minori, non solo a motivo della loro minore capacità
di opporsi, ma soprattutto per le conseguenze gravi che questi peccati possono lasciare a tutti i
livelli nel prosieguo della loro vita.

6. La confessione non è come un tribunale umano, dove si viene assolti nascondendo o


minimizzando circostanze importanti.
La confessione è un atto per cui il penitente si manifesta colpevole per ciò che ha fatto.
Non solo, ma anche per poterlo meglio emendare dice insieme con Davide: “Il mio peccato io lo
riconosco” (Sal 51,5).

7. Certo, costa vergogna accusare certi peccati e alcune loro modalità, come quelle cui hai
accennato.
Ma si è penitenti anche proprio per questa vergogna e per l’essere disposti a ricevere parole che
bruciano da parte del confessore, non esclusa la minaccia di non essere assolti qualora non si
intenda seriamente cambiare condotta.

8. È vero che la confessione deve essere concisa, ma le circostanze che mi hai indicato non la
allungano più di 15 secondi.
Inoltre le circostanze menzionate non sono dettagli inutili perché tutte e tre aggravano il peccato
commesso.
peccato io lo riconosco
Grazie del quesito. Ti chiedo scusa per averti risposto a distanza di un anno, ma solo oggi sono
giunto alla tua mail.
Ti auguro ogni bene, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno
Con la presente come da titolo Le scrivo riguardo a quella polemica, che durante la lotta al
Giansenismo acuì la rivalità tra Gesuiti e Domenicani che in modo più sottile pare ci sia pure oggi,
su cui non voglio né far ironia e polemica (il clero è umano, a volte fin troppo).
Senza chiedere chi avesse ragione perché immagino che il veto papale di allora non abbia risolto la
questione (…).
Mi farebbe piacere conoscere in modo imparziale le reciproche accuse di eresia tra i due ordini e
anche gli effetti politici dell’eventuale condanna dell’una o dell’altra. (…).
Non è detto che io sappia cogliere tali sottigliezze, ma se fosse possibile conoscerle le sarei grato.
Cordialmente

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. per dare una visione imparziale, come tu chiedi, alla questione de auxiliis ho consultato due
trattati di antropologia teologica.
Nel primo si accenna con una sola riga alla discussione del secolo 17º.
Nel secondo, di cui è autore un gesuita, neanche un accenno.
I due autori, di grande peso, con il loro silenzio evidentemente hanno considerato irrilevante
l’argomento.

2. Ti ripresento pertanto la disputa per quanto ne ho studiato a scuola. 


La disputa verteva sulla grazia sufficiente e sulla grazia efficace.
Si partiva dal principio che Dio dona a tutti gli uomini la grazia sufficiente per salvarsi.
Proprio per questo viene chiamata grazia sufficiente.
Non tutti però si salvano.
Fin qui ci si trova d’accordo nel ritenere che se ci si danna è solo per responsabilità personale
perché si è rifiutata la grazia sufficiente per la salvezza.

3. La discussione nasceva invece per coloro che si salvano.


Ci si domandava: per quale motivo in quelli che si salvano la grazia sufficiente diventa efficace?
Il gesuita spagnolo Luigi Molina diceva che diventa efficace perché Dio dà un ulteriore
contributo in chi prevede che ne farà buon uso.
Introduce così il concetto di “scienza media”, che vuol significare proprio la previsione che se ne
farà buon uso.

4. I domenicani, come a capo Domingo Bañez, che partecipò attivamente al concilio di Trento e fu
anche confessore di Santa Teresa d’Avila, accusavano i gesuiti di essere semipelagiani.
Pelagio, del V secolo, asseriva che l’uomo può santificarsi con le sole proprie forze. E fu
condannato dalla Chiesa perché ci si può salvare solo venendo elevati da Dio all’ordine
soprannaturale mediante la grazia.
Furono condannati anche i semipelagiani, che cercarono di attenuare la tesi di Pelagio. Dicevano
che l’uomo si salva, sì, per la grazia, ma anche per il suo personale contributo.
Alla dottrina semipelagiana si oppose il concilio di Orange e la condannò. Il motivo è il seguente: se
l’uomo si salvasse anche per il suo personale contributo, allora non sarebbe più pienamente grazia.
Ebbene, i domenicani accusavano i gesuiti di ripetere quell’errore.

5. Per contro, i gesuiti accusavano i domenicani, i quali asserivano che la grazia sufficiente diventa
efficace per nessun contributo da parte dell’uomo, di ripetere il concetto di predestinazione di
Calvino, secondo il quale Dio ha deciso di salvarne alcuni e di dannarne altri.

6. I domenicani chiaramente non potevano accettare una tale accusa perché la responsabilità in chi
rifiuta la grazia sufficiente è solo di colui che la rifiuta mediante il peccato e non certo per volontà
di Dio che in Gesù Cristo si è offerto per la salvezza di tutti.
E concludevano: se ci si salva, ci si salva solo per la grazia di Dio che dà anche la forza di dire sì al
suo impulso, e se ci si danna è solo per responsabilità propria.

7. I domenicani e i gesuiti si appellarono al Papa Clemente VIII il quale istituì la commissione de


auxiliis divinae gratiae.
Ad un certo momento il cardinale gesuita Roberto Bellarmino avvertì il Papa di guardarsi
dall’affrettare la sentenza, che si temeva essere di condanna per la posizione dei gesuiti, essendo la
materia così spinosa.
Quelli che non erano favorevoli alla tesi dei gesuiti, dicevano che il Bellarmino aveva compiuto
quel passo perché una condanna della posizione teologica dei gesuiti avrebbe gettato discredito
sulla Compagnia che a quei tempi era particolarmente potente su vari fronti, compreso quello
politico.
Altri dicevano che la condanna dei gesuiti sarebbe stata salutata da luterani e calvinisti come un loro
trionfo.

8. Morto Clemente VIII che volle partecipare di persona alle discussioni, le dispute continuarono
con il suo successore Paolo V.
Queste divennero così accese e senza tregua che il gesuita Gregorio de Valencia stramazzò esausto
al suolo.
Paolo V, vedendo svanita la speranza di giungere a una conclusione, dopo nove anni di dispute e
160 sedute, sciolse la commissione ordinando che le due parti si astenessero dall’accusarsi a
vicenda con parole aspre, che manifestassero l’amarezza dell’animo (ut verbis asperioribus,
amaritiem animi significantibus, invicem abstineant). 
Questo avvenne nel 1607.

9. Poiché il Papa non ha data alcuna sentenza di condanna, a fortiori non la esprimo io.
Posso però assicurare che quella polemica oggi non viene minimamente alimentata né dai
domenicani né dai gesuiti.
È una polemica del passato.

Con l’augurio di ogni bene ti assicuro la mia preghiera e ti benedico..


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
complimenti sempre per la sua rubrica.
Le volevo sottoporre un dubbio circa il matrimonio. Supponiamo che due atei si sposino in Chiesa,
ma che si convertano successivamente. Il matrimonio è da considerarsi nullo lo stesso? E se lo è,
possono risposarsi nuovamente in Chiesa fra loro due?
Cordiali saluti
Francesco

Risposta del sacerdote

Caro Francesco,
1. ti riporto quanto scrive un grande teologo domenicano D. Prümmer:  “Soggetto capace di valido
sacramento del matrimonio sono tutti i battezzati che non oppongono alcun impedimento dirimente.
Anche gli eretici, purché siano validamente battezzati e non pongono alcun impedimento dirimente,
ricevono validamente il sacramento del matrimonio. Questo vale anche se gli eretici non sono
consapevoli o non credono che il matrimonio sia un sacramento.
È sufficiente infatti che vogliano compiere un vero contratto matrimoniale, purché non venga
opposta alcuna condizione contraria all’essenza del matrimonio, come potrebbe essere ad esempio
considerare valida la prospettiva del divorzio, perché in questo caso certamente il matrimonio
sarebbe illecito e invalido.
Pertanto anche i non credenti non battezzati possono contrarre un valido contratto matrimoniale,
purché non lo leghino ad impedimenti di elementi di diritto naturale, di diritto positivo o di diritto
civile” (Manuale theologiae moralis, III, 657).

2. Benedetto XVI si era posto il problema se si possa considerare indissolubile il matrimonio


celebrato in Chiesa da due persone che di fatto non hanno la fede.
Non ha voluto dare una soluzione a tale problema. L’ha sottoposto alla riflessione dei teologi e dei
canonisti.

3. In ogni caso bisognerebbe comunque dire che il matrimonio è valido sotto il profilo del diritto
naturale, mentre ci si potrebbe porre un dubbio sulla validità del sacramento.

4. Tu mi chiedi se due atei che si sono sposati in chiesa e che nel frattempo si convertono debbano
considerare nullo il loro matrimonio.
Evidentemente no perché il loro matrimonio è valido.

5. Si può dire che qui gli sposi stessi con la loro conversione attuano qualcosa di simile ad
una sanatio in radice.
La sanatio in radice corrisponde alla convalida di un matrimonio contratto solo sotto il profilo civile
tra battezzati.
Tale sanatio la può fare solo il vescovo. La conseguenza di tale sanatio è che i due coniugi non sono
obbligati a ripetere la celebrazione in chiesa.

6. Qualora la mancanza di fede tra due battezzati fosse un impedimento ad una valida celebrazione
del sacramento del matrimonio, con la loro conversione fanno reviviscere (questo è il linguaggio
teologico) la grazia del sacramento, e cioè la fanno tornare in vita. 
Per cui rimane esclusa una nuova celebrazione

Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 


Padre Angelo

Salve, le scrivo questa email per trovare risposta ad alcune domande. Se ad alcune di queste ha già
risposto, le chiedo se può mandarmi il link della pagina di Amicidomenicani perché ho provato a
cercare anche lì.
Caro Matteo,
leggi le risposte sotto le relative domande (in corsivo):

1. Tempo fa ho letto che in termini di psicologia quando una persona viene offesa è più corretto dire
che “si è offesa” e non “è stata offesa”, perché ha deciso di dare peso a quell’offesa. Con Dio invece
come funziona? Per quale motivo si dice che lo offendiamo? 

1)  Il peccato, sotto il profilo del soggetto che lo compie, è sempre un’azione volontaria.
Per cui è giusto dire che si è offeso.
Quando l’azione è involontaria si può dire che è stato offeso.

2) Colgo l’occasione però per dire che quando offendiamo Dio facciamo del male a noi stessi.
San Tommaso dice che “il peccato non può effettivamente nuocere a Dio, ma è un’offesa fatta a Dio
perché si disprezza la sua legge e pertanto si nuoce a se stessi o ad altri.
E ciò interessa Dio, perché il danneggiato è sotto la provvidenza e la tutela di Dio” (Somma
teologica, III, 46, 4, ad 3).
E anche: “il peccato non offende Dio se non per il fatto che noi agiamo contro il nostro proprio
bene” (Somma contro i gentili, III, 122, 2).
Pertanto offende Dio nel senso che rifiuta o distrugge il bene che Dio vuole donare agli uomini,
sicché è sempre un male che si fa a se stessi e agli altri.

2. Quando siamo indecisi se una cosa è sbagliata o meno, se non avvisiamo gli altri di essa
possiamo ritenerci complici? Come ho letto sul sito in alcuni casi è difficile stabilire se una cosa è
cooperazione materiale prossima o remota, quindi se siamo indecisi cosa è meglio fare?

Sei complice se dovendo avvertire, non avverti.


Se non c’è il dovere di avvisare, puoi stare tranquillo.

3. Per il terzo comandamento, quali sono considerate feste (oltre la Domenica, il Natale e la
Pasqua)? Così da evitare di mancare a Messa in quei giorni.

1)  La Pasqua capita sempre di domenica, il Natale invece no.


Le feste di precetto secondo il codice di diritto canonico (can. 1246, 2) sono 10. Seguendo il
calendario liturgico sono le seguenti, Natale (25 dicembre), Madre di Dio (1 gennaio), Epifania (6
gennaio), San Giuseppe (19 marzo), Ascensione (giovedì dopo la sesta domenica di Pasqua),
Corpus Domini (giovedì dopo la festa della Santissima Trinità), Santi Pietro e Paolo (29 giugno),
Assunzione (15 agosto), Tutti i Santi (1 novembre), Immacolata Concezione (8 dicembre).

2)  Poiché il Codice di diritto canonico prevede che le Conferenze episcopali nazionali, previa
autorizzazione della Santa Sede, possano abolire o trasferire alla domenica alcune di queste
solennità (Ib.), la Conferenza episcopale italiana ha abolito l’Ascensione e il Corpus Domini.

3)  In conclusione in Italia sono le seguenti sei: Natale (25 dicembre), Madre di Dio (1 gennaio),
Epifania (6 gennaio), Assunzione (15 agosto), Tutti i Santi (1 novembre), Immacolata Concezione
(8 dicembre).

4. Perché nel Terzo Mistero Glorioso del Rosario lo Spirito Santo scende su Maria? Essendo piena
di grazia (e avendo quindi la fede) non dovrebbe avere già lo Spirito Santo?

Sì, in quanto piena di grazia la Madonna è stata colma di Spirito Santo fin dal primo istante della
sua esistenza.
Questo tuttavia non ha impedito che la Madonna crescesse ulteriormente in santità e quindi
ricevesse nuove effusioni di Spirito Santo.
Tra le effusioni straordinarie, secondo San Tommaso ne ricevette una nuova e abbondantissima nel
momento in cui divenne Madre di Dio per comunicarlo a quanti l’avrebbero incontrata.
Ne ricevette un’altra ancora nel giorno di Pentecoste come Madre della Chiesa.

La ringrazio, le dedico delle preghiere e le auguro una buona giornata.


Matteo

Ti ringrazio molto delle preghiere che mi dedicherai. Faccio altrettanto e volentieri per te. 
Ti auguro un fruttuoso Avvento (2021) e ti benedico ti benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo buongiorno.
Se ha tempo, potrebbe spiegarmi con parole semplici che s’intende per “Figlia di Sion” nella
Bibbia? Sia nell’A.T. che N.T..
Santa giornata Padre.
Roberto

Risposta del sacerdote

Caro Roberto, 
1. figlia di Sion, o anche vergine figlia di Sion come si legge in 2 e 19,21, o anche figlia di
Gerusalemme sono sinonimi e sono personificazioni per indicare la città di Gerusalemme.
Sion è una rocca. Prima del ritorno degli ebrei dall’Egitto, era abitata dai Gebusei. Fu espugnata da
Davide e per questo divenne la città di Davide.
Era il cuore di Gerusalemme.

2. Ecco quanto dice il padre Giuseppe Girotti nel suo monumentale commento a Isaia 1,8 dove si
legge: “È rimasta sola la figlia di Sion, come una capanna in una vigna”.
“Figlia di Sion: secondo l’uso di parlare dei semiti le regioni, le città, i paesi sono considerati come
le madri degli abitanti e questi come i loro figli: tutti gli abitanti insieme vengono pure designati
con il nome di abitatrice o figlia: per cui figlia di Sion è lo stesso che abitanti di Sion
Inoltre invalse pure l’uso di chiamare la città con il nome di figlia, di vergine, di signora: ed è
questo il caso nostro. Figlia di Sion è la stessa città di Gerusalemme, così denominata dalla sua
parte più importante, il monte Sion, che dominava gli altri colli e sui quali era sita la reggia e la città
di Davide”.

3. Quando si trova la dicitura di vergine figlia di Sion si vuole ricordare il rigore e la forza di
Gerusalemme.

4. E poiché l’antica Gerusalemme è prefigurazione della nuova, figlia di Sion sta ad indicare la
Chiesa, come si evince da Isaia 62 11: “Ecco ciò che il Signore fa sentire all’estremità della
terra: «Dite alla figlia di Sion: «Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, egli ha con sé il premio e la sua
ricompensa lo precede»”. 

5. Commenta ancora il beato padre Giuseppe Girotti: “Ciò che prima era predicato della prossima
liberazione dall’esilio, ora è annunciato a tutto il mondo come salvezza universale.
Figlia di Sion: evidentemente questa espressione non si può intendere della città santa come tale,
perciò stesso che il Signore ha fatto udire il suo proclama fino all’estremità della terra. Se si
trattasse di un semplice fatto politico o anche spirituale, ma ristretto, a nulla gioverebbe che fino
agli estremi limiti del mondo abitato si venga sapere che una qualche salvezza si può trovare nella
città di Gerusalemme. Quanti potrebbero partire da tanto lontano per giungere a quella città? Eppure
tutti devono aggregarsi a Gerusalemme per servire a Dio sottomettendosi a lei”.

Con l’augurio di essere anche noi figli della figlia di Sion per godere della salvezza e del premio del
nostro Redentore, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Le scrivo per chiedere informazioni su cosa voglia dire e intendere quando si parla di “confessione
generale”? Come già la Chiesa ci insegna ogni confessione assolve i peccati commessi; quindi,
perché ci sarebbe il bisogno di ripetere al confessore peccati già assolti?
Inoltre, Le chiedo una delucidazione sulla possibilità di avere l’indulgenza plenaria con la recita del
Santo Rosario è possibile sempre? 
Nel ringraziarLa per il suo prezioso contributo di aiuto alla cresciuta della nostra fede, le auguro un
profondo cammino d’avvento! 
Alessio 

Risposta del sacerdote

Caro Alessio, 
1. per confessione generale si intende la ripetizione di tutte o di molte confessioni fatte nella vita
precedente.

2. La confessione generale a seconda dei casi può essere nociva, utile o anche necessaria.

3. È nociva alle persone scrupolose. Ad esse va impedito di farle. Anzi lo si deve esplicitamente
proibire.
Non lo si deve concedere neanche una volta perché per loro sarebbe dannoso. Aprirebbe un vortice
di disperazione.

4. La confessione generale in alcuni casi può essere utile. Non già per mettere in discussione la
validità delle confessioni precedenti, ma per stimolare una contrizione più grande e per un atto di
umiltà nel considerare i molti peccati e le tante incorrispondenze alla grazia.
In genere viene suggerita per quelli che iniziano uno stato nuovo di vita come ad esempio il
matrimonio, la vita consacrata oppure prima di ricevere l’ordine sacro (diaconi, sacerdoti e
vescovi).
Il vecchio codice di diritto canonico la prevedeva secondo il giudizio prudente del confessore per i
postulanti e per coloro che iniziano il noviziato.
Il codice attuale non dice nulla.

5. Può essere fatta anche in altre circostanze particolari come ad esempio negli esercizi spirituali.
Quando si fa durante gli esercizi la confessione generale può essere limitata al tempo degli ultimi
esercizi spirituali.
Alcuni la fanno anche in occasione di alcuni anniversari come il 25º di matrimonio o di sacerdozio,
oppure per il raggiungimento di una determinata età. Papa Giovanni ne fece una quando compie
ottant’anni.
Può essere fatta anche quando si vede che la vecchiaia avanza e che si potrebbe essere chiamati a
comparire davanti a Cristo da un momento all’altro.

6. La confessione generale è necessaria invece quando si è di ritorno da una vita sacramentale


disordinata, nella quale tante confessioni potrebbero essere state un sacrilegio perché
volontariamente si sono taciuti peccati gravi.
Oppure anche in occasione della conversione da una vita di fede mediocre o pressoché nulla ad una
vita più fervente.

7. Anche per la confessione generale vale il criterio che non deve andare per le lunghe. I teologi
medievali dicevano che deve essere “accelerata”.  Diversamente può capitare che il sacerdote debba
interromperla a motivo delle urgenze del suo ministero e anche perché non diventi un supplizio per
il confessore o anche per il penitente.

8. Cerca il Rosario e l’indulgenza plenaria ha detto che questa si prende solo a determinate
condizioni: se il Santo Rosario viene recitato in un oratorio oppure in famiglia.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera. 


Padre Angelo

Quesito
Buonasera Padre,
a seguito di questa risposta data ad un lettore: “Le inclinazioni al male sono inclinazioni disordinate,
sono uno stimolo a commettere dei peccati, talvolta sono frutto del peccato, ma in quanto tali non
sono ancora un peccato.
Sono peccato solo gli atti.” 
A questo punto le chiedo se i cattivi pensieri di impurità siano un peccato grave da confessare o se
sia frutto della concupiscenza naturale e quindi una cattiva inclinazione ma non atti consumati,
considerando che un sacerdote mi ha parlato di atti impuri interiori e che Gesù condanna anche le
intenzioni sbagliate.
Grazie molte per la sua cortesia e pazienza e Arrivederci. 
Marco

Risposta del sacerdote

Caro Marco, 
1.  un conto sono le inclinazioni che potremmo chiamare pre-disposizioni, e un altro conto sono i
pensieri o i desideri.
Questi non sono inclinazioni, sono atti mentali. E molte volte sono il frutto delle inclinazioni.

2. Certo, gli atti interni della mente e della volontà non sono atti consumati, per usare il tuo
linguaggio.
Ma ci sono anche atti non consumati e sono quelli che si esprimono solo interiormente.
Ed è per questo che il Signore ha detto: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma
io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel
proprio cuore” (Mt 5, 27-28).
Pertanto quanto ti ha detto il sacerdote e cioè che vi possono essere atti impuri interiori è vero.

3. Le inclinazioni non sono oggetto di confessione, a meno che uno non voglia spontaneamente
parlarne per far meglio comprendere lo stato della sua anima al confessore.
Solo gli atti sono materia di confessione: quelli interni (che tu hai confuso con le inclinazioni) e
quelle esterni.

4. In tutti noi vi sono inclinazioni disordinate. Sono dovute al peccato originale.


San Giovanni le presenta con queste parole: “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli
occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2,16).
A seconda dei soggetti costituiscono una spinta più o meno forte a compiere determinati atti.
Ma, in quanto tali, esse non sono un atto e pertanto non sono un peccato. 

5. Venendo più circostanziata mente alla tua domanda, i pensieri cattivi, che sono atti interni, sono
favoriti dalle cattive inclinazioni. Sono il segno di un disordine interiore che ha bisogno di essere
purificato.
In riferimento a questo è necessario passare per il Purgatorio perché nella Gerusalemme celeste non
entra nulla di impuro (cfr. Ap 21,27), anche se non ne siamo direttamente responsabili

6. San Tommaso osserva che ognuno è inclinato verso ciò che gli è simile o conveniente.
Ecco le sue precise parole: “Nessun essere prova inclinazione verso cose a lui non conformi e non
convenienti.
E siccome ogni essere, in quanto ente e sostanza, è un bene, è necessario che ogni sua inclinazione
sia orientata verso un bene. (…).
Non è necessario che esso sia un vero bene, ma che sia conosciuto sotto l’aspetto di bene” (Somma
teologica, I-II, 8,1). 

Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 


Padre Angelo

Quesito
Salve, 
vorrei una vostra opinione sulla “lettera di Barnaba”.
Sto facendo delle ricerche sul Nuovo testamento per capire di più la sacra scrittura.
Grazie

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la lettera di Barnaba non è stata scritta dall’omonimo compagno nella predicazione di San Paolo,
ma da un altro autore, il quale peraltro in nessun passo rivela il proprio nome di Barnaba e non
rivendica affatto un’origine apostolica.
In genere la si fa risalire all’anno 130 circa dell’attuale era perché sembra che vi sia un accenno alla
costruzione del tempio dedicato a Giove da parte dell’imperatore Adriano sul posto dell’antico
tempio in Gerusalemme. 

2. La lettera di Barnaba non appartiene al canone dei libri ispirati, e pertanto alla sacra scrittura,
anche se qualcuno come Clemente alessandrino e Origene l’abbiano affermato.
Per San Girolamo si tratta chiaramente di un libro apocrifo.
Più che una lettera o epistola, di cui ha il nome, è di fatto una trattazione teologica sul significato
dell’Antico Testamento.

3. Barnaba sostiene che gli ebrei si sono ingannati nell’interpretazione dell’Antico Testamento
perché si sarebbero fermati ad una lettura materiale del testo, mentre tutte le indicazioni e le leggi
che Dio aveva dato avevano essenzialmente un significato allegorico e spirituale.
Pertanto Dio non avrebbe mai chiesto sacrifici cruenti di animali, ma l’offerta del nostro cuore sotto
forma di pentimento. 
Dio non avrebbe chiesto la circoncisione della carne, ma quella della nostra intenzione, in modo che
la nostra anima potesse dirigersi sempre verso la verità.
Dio non avrebbe richiesto che gli uomini si astenessero dalla carne degli animali impuri, ma che si
rinunciasse ai peccati che questi animali simboleggiavano.
Dicevano: il maiale faceva parte degli animali proibiti, perché ci sono certi uomini che gli
somigliano.
E ancora: l’aquila, il falco, l’avvoltoio e il corvo sono vietati perché rappresentano coloro che si
procurano il proprio pane quotidiano con il furto e con ogni sorta di iniquità piuttosto che
guadagnarselo onestamente col sudore della fronte.

4. Dicevano che gli ebrei nella loro interpretazione della legge sarebbero stati ingannati da un
angelo malvagio (9,4)e che il culto ebraico somigliava all’idolatria pagana (16,2).

5. Proprio i contenuti dottrinali della lettera di Barnaba mostrano che non può essere di Barnaba
apostolo perché questa lettera ripudia l’Antico Testamento e manifesta antipatia verso tutto ciò che
è ebraico.
Gli insegnamenti di San Paolo, al contrario, e Barnaba era compagno la predicazione, non
costituiscono un ripudio dell’Antico Testamento ma una preparazione al Nuovo.
Quello che è stato comandato e che è avvenuto nell’Antico Testamento è pedagogo a Cristo.
San Paolo afferma: “Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo” (Gal 3,24).

Con l’augurio che tu possa penetrare sempre più in Cristo attraverso la comprensione delle
Scritture, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
mi chiamo F. a breve compirò 50 anni, sono un uomo libero, almeno così credevo prima che il
dermatologo dopo una visita medica mi ha prescritto degli esami del sangue per l’HIV e LUE
(sifilide) .
Credevo di essere un uomo libero perché mi divertivo nel letto con tante donne, credevo di essere
un uomo libero perché facevo ciò che volevo e non dovevo rendere conto a nessuno delle mie
azioni.
Così all’alba dei 50 anni riceverò come regalo una sentenza di morte oppure spero una grazia
divina.
È vero che si può guarire dalla sifilide ma non dalla HIV.
Certo sono in ansia, ma mi prendo ogni responsabilità ma non rinnego nulla di ciò che ho fatto, …
ero stanco di essere l’uomo perfetto e regolare.
Ho fatto per anni addirittura anche l’animatore liturgico, leggevo molto bene in chiesa e servivo la
santa Messa, cantavo per Dio con la mia chitarra.
Negli ultimi anni le cose iniziarono a prendere una brutta piega, …  la mia ditta fallì, mia madre
mori devastata dal diabete, la mia fidanzata non mi soddisfaceva più.
Insomma una vita monotona e noiosa. 
Ereditai una bella Villa e dei bei soldini e così iniziai a cercare avventure su Internet. 
Credevo di essere un uomo libero ed invece la mia irregolarità, irresponsabilità e scellerata condotta
sessuale, mi portarono nella prigione delle mie voglie creando una vera e propria dipendenza. 
Ognuno di noi paga il prezzo della propria stupidità, mi disse un giorno una ragazza conosciuta on
line, …. e così per avere più emozioni la mia vita l’ho regalata a Satana e ho lasciato quel Gesù
noioso sulla croce.
Ma come ogni buon peccatore che si rispetti, finché non si schianta contro il muro della vita reale
ed esce poi dal suo mondo fasullo, non riuscirà mai a imboccare la via per Damasco.
Io mi sono schiantato e ci sono tornato sulla via di Damasco, … Era molto tempo che non leggevo
più la scrittura, che non pregavo ed era molto tempo che non guardavo alla Croce
Ma oggi sono qui, … non per mio merito ma perché credo che Gesù sia venuto a cercarmi, a dirmi
“F. FERMATI!!! “.
Quando siamo presi dalla paura, Dio esiste e anche il peggiore dei peccatori alza gli occhi al cielo e
prega “Dio perdonami”.
Le donne mi hanno fatto impazzire, …. ma inconsciamente non sapevo la portata di quello che mi
sarebbe potuto accadere.
È pazzesco ma è proprio così, come dice San Paolo nella Lettera ai Romani cap. 7.
Sono un pessimo cristiano lo so, non ho nulla di buono da dare se non il mio niente che metto
innanzi alla Croce.
Gentile padre Angelo, chiedo una sua preghiera, anche di chi mi sta leggendo, che mi possa dare
serenità nell’affrontare il peggio, chiedo che Dio mi possa abbracciare e … se ne esco bene, potrò
testimoniare ad un altro stupido come me ” fuggi via dal male “.
Con il male non si scherza e se anche i più furbi usano precauzioni, le malattie sono facilmente
trasmissibili con un bacio o con un semplice sfregamento della pelle.
Chissà forse Dio userà questa prova per farmi diventare cristiano, … come diceva Ghandi,
“diventerò cristiano anch’io, quando ne vedrò uno”.
Grazie in anticipo per le vostre preghiere. 
Cordiali saluti

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. “Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie” (Lam 3,22).
Anche questa grave minaccia nella tua vita all’età di cinquant’anni è stata una grazia.
Opportunamente hai fatto riferimento a San Paolo, il quale peraltro non era deviato per motivi
morali, ma dottrinali.
Sulla porta di Damasco, mentre stava per catturare cristiani e portarli a Gerusalemme per
processarli, è stramazzato a terra, colpito da una luce abbagliante. Quando si è rialzato, era già
convertito.
Mi auguro che anche per te, aver ricevuto un’avvisaglia così grave, ti abbia fatto cambiare
repentinamente.

2. Tornare al Signore con la grazia della conversione è la grazia più grande che finora hai ricevuto
nella tua vita.
Immensamente e infinitamente più bella della villa che hai ereditato e che ti ha portato la
devastazione del corpo e soprattutto alla miseria morale.
San Tommaso dice che “la conversione del peccatore, che termina nel bene eterno della
partecipazione di Dio, è più grande della creazione del cielo e della terra, che termina ad un bene
mutevole. Per questo Agostino, dopo aver affermato che ‘fare di un peccatore un giusto è un’opera
più grande che creare il cielo e la terra’, aggiunge: ‘infatti il cielo e la terra passeranno, mentre la
salvezza e la giustificazione dei predestinati resteranno per sempre’” (Somma teologica, I-II, 113,
9).
C’è da augurarsi che la grazia che ti è stato donata non la perda mai più, ma la conservi intatta per la
vita eterna.

3. E adesso puoi capire come mai San Paolo abbia detto che: “Quelli invece che vogliono
arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno
affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i
mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti”
(1 Tm 6,9-10).
Ereditando quella villa ti sei comportato come quel tale di cui ha parlato il Signore in una parabola:
“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Che
farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne
costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima
mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». Ma Dio gli
disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi
sarà?»” (Lc 12,16-20).
Per un atto di misericordia del Signore non ti è stata tolta la vita ma ti è stata data la grazia del
pentimento e della conversione.

4. Chissà come sarebbe stata la tua vita se anziché sperperare l’eredità che avevi ricevuto ti fossi
procurato dei tesori in cielo condividendo quel bene materiale con i poveri e per le necessità della
Chiesa.
Come saresti stato ripagato 100 volte tanto da parte del Signore!  Chissà quante grazie di ogni
ordine avreste ricevuto!

5. Adesso, stimolato anche dalla necessità, cerca di rendere il tuo fervore 10 volte superiore a quello
di una volta, come ha detto il profeta Baruch: “Come pensaste di allontanarvi da Dio, così,
ritornando, decuplicate lo zelo per ricercarlo” (Ba 4,28).
D’ora innanzi fa sì che dov’è abbondato il peccato sovrabbondi la grazia (cfr. Rm 5,20).
È in vista di questa grande misericordia che il Signore ti conserva ancora in vita.
Come in precedenza purtroppo sei stato di cattivo esempio, adesso sii modello per penitenza, per
elemosina, per preghiera e per santità di vita.

Aiutato dalla preghiera di molti visitatori, potrai rendere molta gloria a Dio e potrai assicurarti un
grande tesoro in cielo.
Alla loro preghiera aggiungo volentieri la mia e ti benedico. 
Padre Angelo
Quesito
Caro Padre,
come sta?
Le volevo porre delle domande.
Innanzitutto, qual è la differenza tra diritto divino e diritto ecclesiastico? 
Diritto canonico sta ad indicare l’insieme dei due? 
Sappiamo che l’indissolubilità del matrimonio è di diritto divino, come anche l’accusa dei peccati in
confessione.
Facendo questa premessa le volevo porre questo altro quesito:
Se una persona dovesse chiedere l’indissolubilità su una sua azione o una sua promessa a Dio, gli
sarebbe concessa? Assumerebbe la sfera del “diritto divino” nel caso che venga concessa? E se poi
si pentisse e volesse tornare indietro? 
 (Ad esempio: Un tale promette a Dio di non sposarsi mai nella sua vita, chiedendoGli che questa
cosa sia indissolubile. 
Dio permetterebbe che sia indissolubile? Tipo imprimendo un sigillo come avviene per i sigilli
sacramentali? E se poi quel tale volesse sposarsi?).
Mi è capitato di leggere un articolo sul suo blog dove in merito all’indissolubilità del matrimonio
viene detto che non vengono fatte deroghe (come giusto che sia) poiché Dio non è contraddittorio.
Proprio su questa parola “contraddittorio” sono nati i miei dubbi. Perché qualche tempo fa le chiesi,
in un’altra mail, se potesse essere dispensato un voto per il quale qualcuno avesse chiesto di non
poter essere dispensato più.
Lei mi ha risposto che la misericordia di Dio non ha limiti e che quel voto potesse essere
dispensato.
Quindi in riassunto il mio dubbio rispetto anche a quest’ ultima cosa è: Non è contraddittorio se Dio
accetta le nostre condizioni e poi in seguito ci dispensa? 
L’unica via d’uscita che vedo è ragionare nell’ottica per il quale Dio non accetti questa condizione
di rendere indissolubile ma che tratti tutti allo stesso modo e con la stessa bontà di Padre e che,
quindi, renda possibile a tutti coloro che sono pentiti di essere dispensati qualora lo chiedessero
(seguendo ovviamente le opportune modalità).
Mi scuso in anticipo se il discorso può sembrare difficile.
La ringrazio anticipatamente!

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. Il diritto divino riguarda le leggi che hanno per autore Dio.
Queste leggi possono essere comunicate attraverso le leggi naturali scritte nel cuore dell’uomo, e
allora si parla di diritto naturale, oppure attraverso la divina rivelazione, come ad esempio quelle
che fanno riferimento all’istituzione dei sacramenti e alla costituzione divina della chiesa.

2. Gesù Cristo ha dato alla Chiesa ampio potere di insegnare e anche di emanare norme vincolanti
per la vita dei fedeli quando ha detto: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà
legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18).
Il diritto ecclesiastico si fonda sul diritto divino.
Si può dire che si tratta di un’applicazione più dettagliata e più circostanziato del diritto divino alla
vita dei fedeli.

3. Il Codice di diritto canonico fornisce le norme emanate dalla chiesa.


Ma nello stesso tempo ne presenta anche il fondamento, che è appunto il diritto divino. Per cui è un
codice che presenta tante norme di diritto divino e di diritto ecclesiastico.

4. Giustamente riconosci che l’indissolubilità del matrimonio e l’accusa dei peccati sono di diritto
divino.

5. Tu chiedi se si possa chiedere a Dio l’indissolubilità su una promessa.


Ebbene, ciò che tu chiami indissolubilità di una promessa è ciò che nella Sacra Scrittura e nel diritto
della Chiesa si chiama voto.

6. Il voto intende rinforzare una preghiera o una promessa. La Sacra Scrittura presenta il caso di
voti tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento.
Giacobbe, ad esempio, promise di costruire a Dio una casa in Betel e di dargli una tenda se gli fosse
stato concesso un ritorno sicuro nella casa di suo padre (cfr. Gn 28,20-22).
Anna promise di portare il figlio al tempio qualora avesse ricevuto la grazia della maternità (cfr. 1
Sam l,l0ss).
In At 18,18 si parla della soddisfazione di un voto da parte di Paolo.

7. Il voto è un legame, una legge, che una persona di propria iniziativa contrae con Dio. Di sua
natura ha una certa indissolubilità perché si tratta di un volontario legame stabilito con Dio.
Per cui non è necessario chiedere a Dio di sancirlo come indissolubile, dal momento che questa
indissolubilità è già all’interno stesso della natura del voto.
Inoltre, come faresti a sapere se Dio l’ha reso indissolubile attraverso un ulteriore sigillo? Questo
ulteriore indissolubilità non ci è garantita da nessuna parte della divina rivelazione.

8. Dal momento però che rimane sempre una legge di iniziativa umana, il voto può essere sciolto,
reso solubile, da chi all’interno della Chiesa ha autorità su chi l’ha fatto, come avviene nel caso dei
voti privati, oppure da chi all’interno della Chiesa l’ha accettato, come avviene nel caso dei voti
pubblici (per intenderci, quelli fatti dai religiosi).

Augurandoti ogni bene ti ricordo nella preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Gentile Padre Angelo,
Le scrivo per avere un Suo autorevole parere in merito ad una questione, che ad alcuni potrebbe
sembrare di dettaglio, dettata da una curiosità una mal posta o, peggio, dalla pretesa di potere
comprendere (nel senso etimologico del termine) il Mistero di Dio. Al contrario, essa nasce da un
desiderio di un’immedesimazione reale e sempre più autentica con il Signore, come quello espresso
dall’espressione di una preghiera in cui S. Anselmo, rivolgendosi a Dio, diceva: “Tu che mi fai
chiedere, concedi!”.
La questione sarebbe questa:
Posto che Dio fosse Trinità prima dell’Incarnazione e nascita (nel tempo) di Gesù, cosa comporta in
Dio tale Incarnazione e nascita (e potremmo dire anche sviluppo nella vita terrena di Gesù)?
Implica un mutamento cui Dio andrebbe incontro? Ma come potrebbe, del resto, se in sé perfetto e
dunque immutabile? Più prosaicamente, forse, ed insistendo sulle conseguenze si potrebbe dire:
dov’era il corpo di Gesù prima della sua Incarnazione? Era già vero uomo e vero Dio? Ma come
potrebbe essere, senza che Gesù fosse nato nel tempo?
Ciò porterebbe dunque a chiedere di conseguenza: come potrebbe l’Incarnazione e nascita nel
tempo di Gesù non comportare contemporaneamente un mutamento dell’essenza divina?
La stessa cosa, poi, potrebbe forse porsi anche in senso inverso, per così dire: dopo la Resurrezione
di Cristo, mi pare di poter dire che qualcosa di “sostanziale” (benché forse usato in maniera
impropria) muti in Lui: Egli risorge in anima e corpo (sicuramente “trasfigurato” come corpo
glorioso). Di nuovo, non comporterebbe questo l’esigenza di porre in Dio un principio di
mutamento e dunque di imperfezione? Non sono sicuro di quanto sto per dire, ma mi pare si possa
affermare che la natura corporea di Cristo non gli fosse accidentale — benché sottoposta ad una
necessità condizionata, una necessità la cui validità dipende dalla previa scelta di Dio di incarnarsi:
una volta che Dio ha deciso di diventare uomo, il fatto di essersi incarnato non Gli è più accidentale.
Non so se ha già risposto altrove a questioni analoghe, che possono essermi sfuggite. Nel caso, Le
chiedo perdono in anticipo.
Spero che capisca che queste domande, come dichiarato in apertura, non nascono da un vezzo
intellettuale (benché l’abito possa ingannare), ma da una sincera passione per la fede e la sua
ragionevolezza (che non vuol dire certamente “misurabilità”). 
Un caro saluto,
Giacomo

Risposta del sacerdote

Caro Giacomo,
1. è necessario innanzitutto riconoscere che il nostro modo di parlare incespica e fatica quando parla
di Dio e delle sue azioni, perché facilmente trasferiamo il nostro modo di vedere e di comprendere
che è intrinsecamente legato allo spazio e il tempo a Dio stesso, che è nell’eternità, e pertanto al di
fuori dello spazio e del tempo.
Diciamo ad esempio “quando Dio ha creato il mondo” e senza accorgercene introduciamo in Dio un
prima e un poi.
E pensiamo alle sue azioni come quando pensiamo ad una persona agisce, che prima progetta
l’azione, poi la comanda, poi la guida passando così in continuazione dalla potenza all’atto.

2. In Dio non avviene questo perché egli è, come già riconosceva il grande filosofo Aristotele, il
motore immobile.
In Dio non vi è il divenire perché divenire è la stessa cosa che acquisire qualcosa che prima non si
aveva.
Dio invece è atto puro, perfezione somma.
Nel suo agire non passa dalla potenza all’atto.
Ne segue che non è passato dalla potenza all’atto neanche con il suo atto di creazione.

3. Che cosa è avvenuto in quel momento?


È avvenuto che il mondo che prima esisteva ab aeterno nella mente di Dio, ha cominciato ad
esistere anche fuori del pensiero di Dio,
In quel momento non è mutato Dio.
Sono mutate invece le creature, che prima esistevano in Dio e in quel momento hanno cominciato
anche ad esistere in se stesse.
Hanno iniziato ad esistere in un determinato tempo, in una successione di momenti determinati e
voluti da Dio ab aeterno.
4. Fin qui tutto sembra chiaro, sempre ricordando che incespichiamo quando parliamo dell’agire di
Dio.
In ogni caso rimane assodato che Dio è immutabile.

5. Le cose cominciano a presentare difficoltà quando si passa a parlare dell’incarnazione e della


risurrezione di Nostro Signore, perché la natura umana di Cristo inserisce nella sua Persona divina.
Essendovi dunque mutamento nella natura umana di Cristo, verrebbe da concludere logicamente
che vi sia stato un mutamento nella sua Persona divina, e cioè in Dio.

6. Ci viene in aiuto San Tommaso, il quale nella Somma teologica, III, 2, 4 ricorda che “la persona
di Cristo può essere considerata sotto due aspetti.
Primo, per quello che è in se stessa. E sotto tale aspetto è assolutamente semplice, come anche la
natura del Verbo”.
 In altri termini nella persona e nella natura divina di Cristo non vi è alcun movimento, alcun
passaggio.
“Secondo, per la sua caratteristica di persona in quanto è sussistente in una determinata natura.
Ma in questo senso la persona di Cristo sussiste in due nature”. 
Con ciò si comprende che il cambiamento avviene nella natura umana assunta dal Verbo, e non già
nella sua natura divina.

7. Ne segue ad esempio che possiamo dire che Dio ha patito.


Precisando però che ha patito nella natura umana assunta dal Verbo, ma non nella sua natura divina.

8. Infine una precisazione: quando hai scritto il quesito ti sei espresso così: “Posto che Dio fosse
Trinità prima dell’Incarnazione e nascita (nel tempo) di Gesù”. Sembra un’affermazione ipotetica.
Sarebbe stato più corretto dire: “Posto che Dio è Trinità prima dell’incarnazione e della nascita di
Gesù”.
Come vedi, soprattutto in teologia dogmatica è necessario essere precisi nel linguaggio. Una leggera
sfumatura può dare origine ad un’eresia.

Ti ringrazio del quesito e mi complimento per il tuo desiderio di conoscere più a fondo il mistero di
Dio.
Augurandoti ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Buon giorno padre, 
è da tanto tempo che penso di scriverle ma non sempre trovo le parole ed il momento giusto. Sono
ormai in la con gli anni, 78 anni, e spesso mi ritrovo a rivivere la mia vita passata nel tentativo di
eliminare le ombre o meglio fare un po’ di luce su quelle cose che… mi pesano. Da chierichetto a
studente nelle scuole medie dei salesiani ho avuto una buona educazione anche religiosa, poi da
studente delle superiori e navigante mi sono allontanato fisicamente dalla chiesa, ma mai dai
principi del buon cristiano, ho sempre rispettato il mio prossimo anche senza andare più a messa la
domenica o trovare il tempo per pregare. Mi sono poi sposato, ho avuto due figli e ritengo di essere
stato un buon marito ed un buon padre, mi sono molto adoperato per il benessere materiale della
mia famiglia e quando mio figlio a 24 anni si è ammalato di una rara malattia sono tornato in chiesa
a pregare per la salvezza di mio figlio. Non sono valse a nulla le mie preghiere ed ho accettato
cristianamente la volontà di Dio. Con la morte di mio figlio qualcosa si è rotta mi sentivo come un
filo con un nuovo nodo per continuare. I vari avvenimenti che la vita ci offre mi ha portato ad una
separazione prima e divorzio dopo, ho molto tentato di ricucire lo strappo con mia moglie, invano.
Così a 72 anni, con la moglie che non ha voluto sentire ragioni ho voluto fatto una scelta, vivere da
solo o trovarmi una compagna, ho optato per la seconda soluzione. La mia scelta è caduta su una
extraeuropea con la quale mi trovo molto bene il tutto basato sul rispetto reciproco. Da extra
europea per poter avere un permesso di soggiorno l’unica via trovata è stata quella del matrimonio,
non ho avuto scelta. Non sono certo di aver pensato e deliberatamente scelto di commettere un
peccato molto grave, comunque, logicamente mi è stata negata l’assoluzione in confessione, ottengo
sempre una benedizione e mi è stato consigliato di parlarne meglio con il mio parroco. Ho
affrontato con lui questa problematica e quella di mia moglie (che mi segue tutte le domeniche e
giorni di precetto a messa) che pur da ortodossa aveva espresso il desiderio di comunicarsi. Il
discorso, affrontato due volte, si è chiuso con poche parole “non abbiamo disposizioni a proposito
dal nostro vescovo”.  Essendo per me un problema non indifferente ho cercato varie volte su
internet e sentire altre voci a proposito ed ho trovato che in qualche diocesi esiste un cammino, da
fare con il parroco, che porta ad una assoluzione del peccato. Mi creda, mi pesa molto sentirmi
quasi messo ai margini della chiesa, non riesco a capacitarmi che, in seno alla chiesa, si possano
avere diversi gradi di perdono dipendenti da diversi punti di vista. Si perdonano omicidi, aborti e
non si trova al giorno d’oggi che il divorzio è diventato spesso un’ancora di salvezza specie quando
due coniugi non riescono più vivere assieme, una via unica per risolvere il problema. 
Non le chiedo una soluzione su due piedi forse potrebbero bastare delle parole più appropriate e non
solo dipendenti dal volere di un vescovo.
La saluto cordialmente.
M.

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. il parroco ti ha detto che non ha disposizioni da parte del vescovo in merito a casi simili al tuo.
Abbiamo però la parola del Signore, che è molto più forte e autorevole di quella del vescovo: “Chi
ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il
marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,10-11).

2. Il parroco doveva ricordarti queste parole del Signore e anche le altre: “Ma dall’inizio della
creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a
sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque
l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,6-9).
Il parroco doveva dirti anche che non può andare contro questa precisa e chiara parola del Signore.
E che anche lui un giorno, quando si presenterà davanti al tribunale di Cristo, dovrà rendere conto
della sua amministrazione.

3. In alcuni casi la Chiesa riconosce che è possibile e forse anche doveroso separarsi e addirittura
magari ottenere il divorzio civile, nella consapevolezza però che il matrimonio rimane intatto
davanti a Dio.
Si legge infatti nel Catechismo della Chiesa Cattolica: “La separazione degli sposi con la
permanenza del vincolo matrimoniale può essere legittima in certi casi contemplati dal Diritto
canonico.
Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura
dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale”
(CCC 2383).
4. Ma altra cosa è il divorzio inteso come ripudio del proprio coniuge e rottura del matrimonio
celebrato davanti a Dio.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che “il divorzio è una grave offesa alla legge naturale.
Esso pretende di sciogliere il patto liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l’uno con l’altro fino
alla morte. Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno.
Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la
gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico
e permanente” (CCC 2384).

5. Intendendo separarti dalla moglie, come tu stesso riconosci, ti sei trovato di fronte alle due
possibilità che mi hai presentato.
Tu hai optato per la seconda e con questo ti sei messo di fatto in una situazione di adulterio
permanente.
Tu stesso hai riconosciuto che il sacerdote non poteva darti l’assoluzione. Ti avrebbe ingannato e
avrebbe compiuto lui stesso un peccato mortale e un sacrilegio.

6. Mi dici che in alcune diocesi si sta iniziando un cammino pastorale per  divorziati risposati.
È vero, è doveroso anche questo perché alcune situazioni, pur irregolari, richiedono ai due risposati
di continuare a stare insieme a motivo dei figli nati dalla nuova unione oppure da eccezionali
situazioni dell’uno o dell’altro, o anche dell’età avanzata.
In questo caso, se le persone sono pentite degli errori compiuti, o per meglio dire, dei peccati
commessi, e se hanno il proposito di rimanere in perfetta continenza possono ricevere l’assoluzione
e fare la Santa Comunione, evitando di farla là dove sono conosciuti per non creare scandalo e
confusione.

7. Qui si apre la soluzione per il tuo caso.


È quanto prevede la dottrina della Chiesa insegnata nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
Vi si legge infatti: “Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo
le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione.
La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (Chi ripudia la propria moglie e ne sposa
un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro,
commette adulterio”: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era
valido il primo matrimonio.
Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente
contrasta con la legge di Dio. 
Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale
situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. 
La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro
che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati
a vivere in una completa continenza”  (CCC 1650). 

8. Dici infine che la Chiesa dà l’assoluzione a chi abortisce, a chi uccide, eccetera eccetera, ma non
la dà ai divorziati risposati.
Ebbene, la Chiesa dà la soluzione a chi abortisce e a chi uccide se si pente del peccato commesso e
propone di non commetterlo più.
La stessa cosa vale anche per i divorziati risposati. Se non propongono di evitare il peccato, di fatto
non intendono riconciliarsi con Dio.
In tal caso la stessa Santa Comunione non sarebbe comunione, ma piuttosto una bugia.

Con l’augurio che tu possa seguire almeno la pista che ho indicato nel numero 7, ti benedico, ti
auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
Quesito
Buongiorno Padre come sta?
Spero bene 
Volevo chiederle un consiglio su una cosa un po’ delicata
Sono venuto a contatto con un evangelico pentecostale, presumo un pastore, il quale non solo
professa dottrine eretiche, ma le diffonde tramite libri e post su Internet in cui diffonde anche idee
false e pericolose sulla nostra Chiesa Cattolica Romana del tipo che il Papa è l’Anticristo, la Chiesa
è idolatrica e  pratica la necromanzia, i Cattolici hanno divinizzato la Vergine Maria ed altro, oltre a
diffondere teorie complottistiche su presunti legami tra Chiesa, Massoneria e alieni, raggruppando
anche diversi seguaci tra le persone in crisi di identità, perse nel loro percorso di vita spesso in
pratiche sataniche e affini.
Con vari amici Cattolici ci abbiamo discusso per giorni, animatamente, alcuni miei amici anche per
mesi, cercando di farlo ravvedere e di riportarlo sulla retta via ma nulla, inoltre abbiamo molto
pregato per la sua conversione e tuttora continuiamo, ma lui prosegue nel seminare eresia e odio
settario tra i Cristiani purtroppo senza sosta
Padre, io non so veramente più cosa fare, come mi consiglia di procedere?
Nel congedarla, la ringrazio per la sua risposta in anticipo e per la costanza con cui risponde ai
dubbi di noi fedeli
Buona giornata e che Dio la benedica.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. purtroppo è vero che alcuni evangelici, grazie a Dio non tutti, pensano come quello evangelico
pentecostale con cui siete venuti a contatto.
Alle varie accuse mosse alla Chiesa Cattolica da tali evangelici si può trovare risposta nel nostro
sito, compresa l’accusa di pratica di necromanzia.

2. Queste accuse del tutto errate e infondate fanno comprendere come sia urgente l’azione di
ecumenismo.
È necessario anzitutto conoscerci bene, conoscere le rispettive dottrine. È necessario soprattutto
volersi bene, nonostante gli errori.
Purtroppo è manifesto che talvolta si deve constatare animosità, spirito di contesa fondato sui
pregiudizi, rancore e malanimo.
In passato, in una risposta avevo rilevato che alcuni evangelici non sono poi tanto evangelici a
motivo dell’acredine verso la Chiesa Cattolica.

3. Comprendo il loro punto di vista. Negando a priori la possibilità di un’apparizione della


Madonna, riducono ogni fenomeno mistico di ordine soprannaturale ad un disturbo di carattere
psicologico, ma più frequentemente a una pratica di origine diabolica.
In particolare, l’apparizione della Madonna a Lourdes e i miracoli ivi avvenuti, l’apparizione della
Madonna a Rue du bac a Parigi dove la Beata Vergine si è definita “concepita senza peccato”, i
fenomeni mistici di vario genere che si possono constatare nella figura di padre Pio da Pietralcina
sarebbero tutte opere del demonio.
Capisco bene che se riconoscessero come vere qualcuna di queste realtà cesserebbero all’istante di
essere evangelici.
Tuttavia, prima di accusare la Chiesa Cattolica di essere l’Anticristo, di necromanzia, di idolatria e
altro dovrebbero documentarsi.

4. Che cosa si può fare?


La prima cosa senza dubbio è quella di ravvivare l’ansia ecumenica perché tutti i cristiani siano una
cosa sola come ha chiesto e voluto il Signore.
Il concilio Vaticano II nel decreto Unitatis redintegratio, sull’unità dei cristiani, scrive: “Promuovere
il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio
ecumenico Vaticano II. Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica, eppure molte
comunioni cristiane propongono se stesse agli uomini come la vera eredità di Gesù Cristo. Tutti
invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie
diverse, come se Cristo stesso fosse diviso. Tale divisione non solo si oppone apertamente alla
volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la
predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (UR,1).

5. In secondo luogo, è necessario come minimo “eliminare parole, giudizi e opere” (UR 4) che ”


rendono più difficili le mutue relazioni” (Ib.).

6. In terzo luogo ci si deve confrontare, si può cercare la collaborazione soprattutto nell’impegno


sociale, si può e si deve pregare insieme.
Questo è lo spirito fraterno e lo spirito evangelico che ci ha indicato il Nostro Signore.

7. In alcuni casi, come quello da te indicato, quando si vede che c’è chiusura ad ogni dialogo e ad
ogni sereno rapporto perché si viene accusati di essere l’Anticristo e collaboratori col demonio,
quando si deve constatare “odio settario senza sosta” come tu stesso hai scritto e come io stesso più
volte ho dovuto constatare, senza rinunciare a esporre con carità la verità della fede cristiana, ci
deve essere la preghiera accompagnata dal sacrificio perché finalmente crollino quelle mura di
autosufficienza che impediscono l’azione dello Spirito Santo.

8. Il nostro Santo Padre Domenico faceva proprio così.


Tutti, anche gli eretici, lo vedevano amabile. A tutti si presentava come lo definisce Santa Caterina
da Siena come “il dolce Spagnuolo nostro”.
Nello stesso tempo confidava molto nella preghiera soprattutto quella notturna e nella sopportazione
paziente e fiduciosa delle angherie che gli facevano gli eretici, al punto da dire con sicurezza ai suoi
compagni: “Abbiate fiducia, la vittoria è nostra perché abbiamo già espiato nel sangue i peccati”.

Con l’augurio che tu possa vedere gli effetti di quanto ti ho suggerito, ti benedico e ti accompagno
con la preghiera. 
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
mi chiamo Alberto sono di Firenze, mentre cercavo la preghiera per le anime dannate mi è apparso
il vostro sito.
Le volevo chiedere ma secondo lei un’anima dannata o dei morti può dare noia??? 
Risposta del sacerdote

Caro Alberto,
1. premesso che non ci sono preghiere per le anime dei dannati né si può pregare per loro perché la
loro situazione è irreversibile, vengo subito a rispondere alla tua domanda.

2. San Tommaso afferma che “gli spiriti dei dannati non sono mai fuori dall’inferno se non per
concessione divina, o per l’istruzione o la prova degli eletti.
Ma ovunque si trovino fuori dell’inferno, sempre tuttavia vedono il fuoco dell’inferno come pena
preparata per essi; e siccome questa è la causa prossima della loro afflizione, ovunque si trovino
sono afflitti dal fuoco dell’inferno; come anche i prigionieri, quando si trovano fuori dal carcere,
sono in qualche modo afflitti dal carcere, sapendo che a quello sono destinati.
Quindi come la gloria degli eletti non diminuisce né quanto al premio essenziale né quanto a quello
accidentale (…), così non diminuisce la pena dei dannati quando momentaneamente per divina
disposizione essi sono fuori dell’inferno” (IV Sentenze, dist. 44, q. 3, a. 3, ad 3.8).

3. Pertanto le anime dei dannati sono chiuse nell’inferno.


Solo per disposizione divina possono uscirne, senza cessare di essere sottoposti alle loro pene, per
istruire gli eletti oppure per fortificarli nelle prove.
In quest’ultimo senso possono effettivamente dare noia, come tu chiedi. 

4. Secondo San Tommaso le anime dei dannati talvolta possono apparire e per il medesimo motivo:
“Ad ogni modo le anime dannate e le anime sante, pur recandosi immediatamente e stabilmente o
all’inferno o in cielo, in qualche caso compiono apparizioni presso di noi, e ciò a nostra utilità. 
Anche gli angeli beati si recano in tal modo qui da noi.
E anche i demoni condannati a venire un giorno reclusi per sempre nell’inferno, si aggirano pertanto
presso di noi”.
Ugualmente le anime dei dannati vengono “per nostra utilità, per farci esercitare – tentandoci – le
nostre virtù”  (II Sentenze, dist. 8, q.1. 3, ad 5).

5.  Le anime del Purgatorio sempre secondo le disposizioni divine possono apparire. Sappiamo che
a San Tommaso comparve la sorella morta che gli chiese di celebrare diverse Messe per poter
entrare in paradiso.
San Tommaso riferisce anche a titolo di informazione che “si legge di alcuni che furono purificati in
diversi luoghi: o per ammaestramento ai vivi, o per aiuto ai morti, in modo cioè che la loro pena
rendendosi nota ai vivi, venisse mitigata dei suffragi della Chiesa” (Supplemento alla Somma
Teologica, Appendice 1,2).

Con l’augurio di non essere tormentato dai demoni e dalle anime dei dannati né di qua né
soprattutto di là, ti benedico e ti ricordo nella preghiera. 
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno
i detrattori della Comunione sulla mano dicono che gli apostoli riuniti nel cenacolo ricevettero la
Santa particola sulle mani in quanto erano già sacerdoti.
(Noi laici non essendo sacerdoti non possiamo sulla mano).
Lei cosa ne pensa?
Grazie della sua risposta e Arrivederci! 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1.il mio pensiero conta poco. In questo caso contano i fatti.
Sono andato allora a vedere che cosa si legge in proposito nell’Enciclopedia liturgica pubblicata
nella lingua originale francese nel 1947 e in italiano nel 1957.
Si tratta di due date in cui non si poneva alcuna discussione sulla comunione in mano o sulla
comunione in bocca.
La riforma liturgica voluta dal concilio, come del resto anche il concilio stesso, erano ancora
soltanto nella mente di Dio.
Pertanto quanto viene riportato non sa in alcun modo di partigianeria. Viene riferito ciò che si è
fatto nella storia.
Quando nel testo riportato viene detto che oggi si fa così, ci si riferisce al 1947. Frattempo la
disciplina liturgica è mutata.
Riporto alcune affermazioni sul rito della comunione, sulla postura dei fedeli e sulla recezione
dell’eucarestia.

2. “Il rito della comunione. Fino al VII secolo all’incirca, tanto in oriente che in Occidente, la
comunione si distribuiva alla messa nel modo seguente.
Il vescovo o il sacerdote celebrante, diceva ad alta voce ai Santi le cose Sante (Sancta Sanctis). Si
dava in questo modo l’avviso che dovevano accostarsi soltanto coloro che avevano la coscienza
pura. La frazione del pane, operazione necessaria in vista della comunione, aveva luogo a questo
punto. Quindi il vescovo si comunicava; dopo di lui i sacerdoti, i diaconi, i suddiaconi, i chierici.
Poi le diaconesse, le vergini consacrate a Dio, i bambini e infine il popolo: prima gli uomini, poi le
donne.
Esisteva così un certo ordine di precedenza, basato sulla santità inerente a ciascun ciascuno stato di
vita. A parte i sacerdoti, che si comunicavano da loro, tutti gli altri ricevevano il pane consacrato
dalle mani del celebrante. Questi ad ognuno diceva con semplice frase: Il corpo di Cristo. Il fedele
rispondeva Amen, manifestando con ciò stesso la sua fede nella presenza reale.
Subito dopo, il diacono gli accostava il calice dicendo: Il sangue di Cristo, calice di vita; e il fedele
rispondeva: Amen, e beveva un poco ciel prezioso sangue.
Verso il VII od VIII secolo, la formula mutò, per ridursi poco a poco a quella che noi conosciamo: Il
corpo del Nostro Signor Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen. Questa
formula d’altronde è riferita quasi testualmente dal biografo di San Gregorio Magno.
Durante la distribuzione della comunione fu usanza generale, almeno a
partire dal IV secolo, di cantare il salmo 38, Benedicam Dominum in omni tem-
pore, perfettamente intonato all’eucarestia, con il suo versetto che si ripeteva in forma
d’antifona: Gustate et videte quoniam suavis est Dominus. Molto a lungo si mantenne quest’uso,
ma arrivò il giorno in cui si sentì il bisogno di variare i salmi della comunione. Poi, come avvenne
per l’introito, e più completamente ancora, il salmo scomparve, e venne conservata soltanto la sua
antifona, quando venne a diminuire il numero delle comunioni.
3. Il luogo e l’atteggiamento. – Dove si andava a ricevere la comunione? Su questo punto,
pochissima uniformità. Nella Chiesa di Roma, il celebrante (il vescovo) ed i sacerdoti si
comunicavano allo stesso altare, gli altri chierici nel presbiterio, i fedeli fuori del presbiterio, salvo i
sovrani, che erano ammessi a comunicarsi, come anche a fare l’offerta, nello stesso presbiterio. Ma
nella Chiesa li Roma si seguiva pure un’altra usanza: i fedeli rimanevano al loro posto e il sacerdote
e il diacono si recavano presso di loro per amministrare la comunione. Altrove, in Africa per
esempio, si accostavano alla balaustra, che separava il presbiterio dal resto della chiesa. In Francia
si era meno riservati: i laici, uomini donne, penetravano nel presbiterio per comunicarsi.

 4. In quale posizione si riceveva la comunione? Non in ginocchio, come s’usa attualmente nella
Chiesa latina, ma in piedi, come hanno continuato a fare i Greci, più fedeli, su questo punto, come
in molti altri, all’antica disciplina. D’altronde questa posizione era considerata come quella del
rispetto ed anche
della gioia, posizione che si manteneva durante le preghiere alla domenica e nel tempo pasquale.
Gli uomini ricevevano l’ostia nella palma della mano destra, sostenuta dalla sinistra, postavi sotto
e se la recavano essi stessi alla bocca.
Così pure facevano le donne, ma esse avevano la mano coperta d’un pannolino detto dominicale,
che esse portavano con sé a questo scopo.
Così si fece tanto in Oriente che in Occidente durante i sei o sette primi secoli. Essendosi introdotti
degli abusi, si giunse alla pratica attuale: il sacerdote deponeva egli stesso il pane consacrato in
bocca ai comunicandi. Tuttavia i Greci hanno conservato qualcosa dell’antico rito: il diacono, che
assiste il sacerdote all’altare, riceve ancora sulla mano, per comunicarsi, il corpo del Signore.

5. La comunione sotto le due specie. – Applicando alla lettera il precetto di Nostro Signore, che
aveva detto di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, i fedeli dei primi secoli si
comunicavano sotto le due specie. Dopo aver ricevuto l’ostia, come si è detto, si presentavano
davanti al diacono, il quale presentava loro il calice, ed essi vi bevevano uno dopo l’altro. Questa
maniera, la più semplice, di bere il prezioso sangue, offriva evidentemente degli inconvenienti e
soprattutto il pericolo di lasciar cadere qualche goccia del vino consacrato. Per evitare ciò, in certi
luoghi, per esempio a Roma, si succhiava il vino dal calice, servendosi di una cannuccia. Il rito si è
tuttora conservato nella messa papale. Venne pure usato un altro metodo: il sacerdote intingeva il
pane nel prezioso sangue, e lo poneva così nella bocca del comunicando. È questo il rito in uso,
ancora ai nostri giorni, nella Chiesa d’Oriente, dove il sacerdote, intinta l’ostia nel sangue, la pone
sulle labbra del fedele, oppure, dopo di averla interamente inzuppata, si serve d’un cucchiaino ad
hoc per amministrarla.
Verso l’inizio del secolo XII andò gradualmente cessando in Occidente l’uso di comunicarsi sotto le
due specie. Diversi motivi hanno suggerito questo nuovo cambiamento: la difficoltà di procurare il
vino in sufficiente quantità in certi paesi e il pericolo di profanazione. A questi motivi pratici
bisogna aggiungerne un altro: i fedeli avevano sempre più coscienza di ricevere pienamente Gesù
Cristo, tanto sotto una sola, come sotto tutt’e due le specie, avendo la Chiesa, anche nei secoli
precedenti, ammesso in certi casi (comunione degli assenti, dei malati, dei bambini, come diremo in
seguito) la comunione sotto una sola specie.
Onde eliminare ogni incertezza al riguardo, il concilio di Costanza (1455) ordinò che i sacerdoti
solamente si comunicassero sotto le due specie, e i laici sotto le specie del pane soltanto. A
quest’ordine la Chiesa latina è restata da allora fedele. Tuttavia è permesso ora ai cattolici di rito
latino di ricevere per devozione l’eucarestia secondo il rito greco, però sotto le due specie, e
viceversa.

6. La comunione degli assenti e dei malati. – L’uso ammesso per molti secoli, per cui i laici
ricevevano il pane eucaristico nelle loro mani, non derivava solo dal desiderio di riprodurre ciò che
Cristo aveva dovuto fare con gli apostoli. Il vero motivo era questo: che ai fedeli fu per molto
tempo permesso di portarsi a casa una frazione di pane consacrato e di comunicarsene nei giorni
seguenti. Tale usanza si giustificava in pieno nei tempi di persecuzione, od anche quando si abitava
lontano da una città e non ci si poteva recare alla messa, la quale veniva celebrata solo nelle
domeniche o nei giorni di festa. Scomparve ognor più, dopo le persecuzioni. In seguito non la si
trova più che nella storia dei monaci del deserto, i quali vivendo solitari e non riunendosi che
raramente per la messa, serbavano nel loro eremitaggio il pane consacrato per la comunione.
Se era lecito portare con sé le sacre specie per la propria devozione privata, tanto più era permesso
recarle agli altri, e in particolare agli ammalati. La comunione degli ammalati a domicilio fu sempre
considerata come un caso normale. Ma la Chiesa considerò un abuso, che fossero i laici, ed a
maggior ragione le donne, a portare l’eucarestia ai malati.
Per molto tempo essa permise tale ministero agli accoliti (ricordiamo per esempio il caso del
giovane Tarcisio) o meglio ancora ai diaconi. Finì però col riservarlo ai soli sacerdoti.
Allorché la comunione veniva portata e data ad un malato lo si faceva d’ordinario sotto una sola
specie, e per lo più sotto la specie del pane, essendo più agevole a trasportarsi. In certi casi, però, se
il malato non poteva prendere
alcun nutrimento solido, gli si portava solo il sangue prezioso. E infine, a volte
la comunione veniva recata sotto le due specie. Questa indifferenza riconosciuta da tutti nell’uso
d’una sola o delle due specie, per la comunione a domicilio, contribuì a far adottare definitivamente
nella Chiesa latina la comunione sotto la sola specie del pane” (Enciclopedia liturgica, pp. 660-
662).

Ecco dunque che cosa la storia riferisce.


L’affermazione che tu hai riportato non ha alcun fondamento, sebbene sia vero che in quel momento
quando Gesù ha detto “Fate questi memoria di me” abbia dato agli apostoli il potere di consacrare.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Reverendissimo Padre Angelo, pace e bene nel Signore.
Spero con tutto il cuore che lei e i suoi confratelli reverendissimi stiate bene.
La saluto e la ringrazio profondamente per il servizio offerto e per tutte le (molte) risposte che fino
ad ora mi ha fornito.
Oggi mi permetto di disturbarla per questo:
secondo Tommaso d’Aquino, durante la transustanziazione, tutta la sostanza del pane e del vino
diventano la sostanza del corpo e del sangue di Cristo.
Tuttavia gli accidenti del pane e del vino rimangono tali.
Mi domando come questo possa accadere: gli accidenti non ineriscono necessariamente ad una
specifica sostanza?
Se muta la sostanza, non dovrebbero mutare anche gli accidenti?
E’ una curiosità un po’ filosofica, che non intacca ovviamente il Dogma.
In fondo lo stesso Tommaso affermava che era per pura Fede (e quindi non per filosofia) che si
giunge a questo.
Come devoto dell’Eucarestia mi è venuto questo dubbio. Per capire meglio.
La ringrazio e la abbraccio con tutto il cuore nel Signore nostro Dio e nella Santissima Vergine
Maria.
Le chiedo la cortesia di una benedizione.
Con affetto.
Daniele
Risposta del sacerdote

Caro Daniele, 
1. i ragionamenti che mi hai presentato sono esatti.
Se scompare la sostanza, scompaiono anche le apparenze della sostanza.
Le apparenze, che in gergo teologico sono chiamate accidenti, non possono stare in piedi da sole
come non ci può essere il peso o il colore del pane se non c’è la sostanza del pane.

2. Ora con la consacrazione nell’Eucaristia la sostanza del pane e del vino si converte nella sostanza
del corpo e del sangue del Signore.
Ebbene, se la sostanza del pane non rimane più su che cosa si appoggiano allora le apparenze del
pane del vino?

3. Ecco la risposta di San Tommaso: “Gli accidenti del pane e del vino, la cui permanenza in questo
sacramento dopo la consacrazione è constatata dai nostri sensi, non hanno il loro soggetto nella
sostanza del pane e del vino, la quale, come si è detto sopra, non rimane. (…).
È poi evidente che questi accidenti non hanno il loro soggetto nella sostanza del corpo e del sangue
di Cristo; perché la sostanza del corpo umano non può rivestirsi in alcun modo di tali accidenti;
inoltre non è possibile che il corpo di Cristo glorioso e impassibile subisca dei cambiamenti per
rivestirsi di tali accidenti.
Perciò si deve concludere che in questo sacramento gli accidenti rimangono senza soggetto.
E la cosa è possibile per virtù divina” (Somma teologica, III, 77, 1).

4. Poi porta la motivazione per affermare che non si tratta di una cosa irragionevole: “Poiché
l’effetto dipende più dalla causa prima (Dio) che dalla causa seconda (la sostanza del pane): e
così Dio, che è la causa prima della sostanza e dell’accidente, con la sua infinita virtù può
conservare nell’essere l’accidente anche quando sia venuta meno la sostanza, la quale lo conserva
nell’essere in qualità di causa propria; cioè come può produrre senza le cause naturali altri effetti
delle cause naturali: come formò, p. es., un corpo umano nel seno della Vergine “senza concorso
d’uomo”” (Ib., III, 77, 1).

5. Ulteriormente dice: “Ora, in questo sacramento non viene concesso agli accidenti di essere senza
soggetto in forza della loro essenza, ma per la virtù divina che li sostenta. Quindi non cessano di
essere accidenti; perché né si toglie ad essi la loro definizione, né si attribuisce ad essi la definizione
della sostanza” (Ib., ad 2).

Con l’augurio di accompagnare la penetrazione dottrinale con l’adorazione e l’amore verso questo
Santissimo Sacramento, ti benedico secondo le intenzioni che hai chiesto e ti ricordo volentieri nella
preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Rev. padre Angelo,
perché Gesù diede la risposta a Caifa mentre altre volte, come ad Erode, non diede risposta?
Forse perché rappresentava il Sommo Pontefice?
La ringrazio e chiedo la sua benedizione sacerdotale; assicuro le mie preghiere.
Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. è necessario anzitutto vedere con precisione come sono andate le cose.
Ecco che cosa dice l’evangelista Matteo: “Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi
nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli
disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto –
gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della
Potenza e venire sulle nubi del cielo»” (Mt 26,62-64).

2. Come si vede, Gesù tace inizialmente anche davanti a Caifa e alle sue interrogazioni.
Ma quando Caifa gli dice: “Ti scongiuro, per il Dio vivente e cioè quando chiede a Cristo di
rispondergli per compiere un atto di riverenza nei confronti di Dio, allora Nostro Signore risponde.
Scongiurare nel nome di Dio significa obbligare una persona a compiere un’azione oppure a
desistere dall’agire per dare gloria a Dio.

3. Qui va notato che Caifa per far parlare Gesù lo obbliga a compiere un atto di riverenza nei
confronti di Dio.
Se Cristo inizialmente voleva tacere, adesso è costretto a rispondere.

4. Marco Sales, il grande biblista domenicano, commenta: “Caifa non trovando sufficiente l’accusa
dei due testimoni e non avendo potuto ottenere alcuna risposta da Gesù, gli fa una nuova domanda
sulla qualità di Messia e di Figlio di Dio, che Egli aveva tante volte a sé rivendicata, costringendolo
a rispondere con un giuramento.
Ti scongiuro, cioè ti faccio giurare per Dio vivo, che ci dica se tu sei il Messia e il Figlio di Dio”.

5. Ugualmente scrive l’altro grande biblista domenicano Pierre Benoit: “Il gran sacerdote, con un
solenne scongiuro, prende Dio testimone per obbligare Gesù a parlare. Questi vuol tacere, ma se
tace anche dopo questo scongiuro egli disprezza Dio” (Passione e risurrezione del signore, p. 155).
“Gesù deve dunque rispondere se egli è il Cristo, il Figlio di Dio” (Ib., p. 157).

6. San Tommaso osserva che “presso i giudei si dava grande importanza alla scongiuro; scongiurare
è costringere al giuramento” (Commento al Vangelo di Matteo, 26,63).
E: “Notate che quando qualcosa era detto contro di lui, egli taceva; ma subito, quando veniva
compromessa la potestà del Padre, rispondeva.
Perciò egli cercava sempre la gloria del padre: “io non cerco la mia gloria” (Gv 8,50)” (Ib.).

Con l’augurio di ogni bene, ti benedico come hai chiesto e ti mentre ti ringrazio per le preghiere, ti
assicuro le mie. 
Padre Angelo

Quesito
La saluto padre Angelo, 
approfitto un’altra volta della sua disponibilità e delle sue competenze per avere una delucidazione
su un aspetto, fra i tanti, che è fonte di disputa tra fautori e detrattori ora del “vetus ordo” ora del
“novus ordo”: il fatto che il “pro multis” sia stato riportato in lingua corrente come “per tutti” e non
“per molti”.
Ora, io mi sono fatto un’opinione su questa disputa e cioè che sia tempo sprecato perché il fatto che
si dica che il Sacrificio di Nostro Signore sia per molti o per tutti non incide né sulla realtà
dell’efficacia del Suo Atto né sull’ampiezza del numero dei “beneficiari”, diciamo così. Potremmo
dire fino allo sfinimento “per molti” pensando che ci sia una qualche limitazione al numero di
destinatari della Sua Salvezza ma non sarà mai così mentre, per contro, potremmo dire “per tutti”
pensando che tutti si salveranno ma non potremo mai inibire il libero arbitrio con cui qualcuno può
sempre autoescludersi da questo enorme Dono! 
Per fare un esempio: se ci fosse una sala piena di gente e qualcuno mi chiedesse “quanti siete qui
dentro?” io, non sapendo il numero risponderei “siamo in molti” e così dicendo non ho escluso
nessuno dall’essere considerato. Come per contro, se ai presenti della stessa sala portassi da
mangiare e dicessi “ce n’è per tutti” io so che ho preparato abbastanza da mangiare da non lasciare
nessuno senza, salvo che da lui stesso non ne voglia favorire.
Magari ho sbagliato i termini in cui la disputa sul “pro multis” è posta e forse lei ha anche già
risposto, ma un parere autorevole e fondato è meglio di un’opinione personale!
Viva Gesù e Maria 
Alex 

Risposta del sacerdote

Caro Alex,
1. sì, è vero. Le due espressioni “per molti” e “per tutti” se vengono intese bene alla luce della Sacra
Scrittura non si contraddicono.
Nessun dubbio che Cristo abbia versato il suo sangue per tutti.
Purtroppo nessun dubbio che non tutti fruiscano della salvezza procurata dal suo sangue.

2. La tua spiegazione è esatta e sottintende proprio questo.

3. Mi piace riportare a motivo della sua autorevolezza quanto afferma San Tommaso commentando
le parole che si leggono nel Vangelo di Matteo: “Questo è il mio sangue dell’alleanza che è versato
per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,28).
Ecco quanto scrive: “Un’altra differenza è in quella che si ha nel per voi (come si legge in Lc 22,20)
per cui quel testamento è riservato solo a loro; qui invece si estende anche alle genti, come dice
Isaia: “Egli aspergerà con il suo sangue molti popoli” (Is 52,15).
Per molti, e cioè per tutti, perché se si considera la sufficienza si ha che “Egli è vittima di
espiazione per i nostri peccati; e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1
Gv 2,2).
Se però consideriamo l’effetto, non ha effetto se non in quelli che si salvano, e ciò per colpa degli
uomini”.

4. San Tommaso poi riporta il commento di San Girolamo il quale scrive: “”versato per molti”
infatti non monda tutti”.

5. Nella Catena aurea nella quale San Tommaso riporta il pensiero dei Santi Padri cita San Remigio
il quale ha scritto: “E bisogna notare che non disse: per pochi, o per tutti, ma per molti; poiché non
era venuto a redimere un popolo solo, ma molti da tutte le genti”.

Augurandoti ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo
Quesito
Caro padre,
potrebbe spiegarmi i versetti 15-16 del cap. 3 dell’Apocalisse? Cosa intende “tu non sei né freddo
né caldo……. Cosi, perché sei tiepido….. io ti vomiterò dalla mia bocca.
In che modo si è tiepidi? 
Grazie padre, che Dio la benedica. 

Risposta del sacerdote

Carissima,
1. ecco la spiegazione che ne dà il biblista Marco Sales, domenicano e maestro del sacro palazzo e
cioè teologo della casa pontificia:
“Essere freddo nell’ordine spirituale equivale a essere nello stato di colpa grave.
Essere caldo significa ardere di amore di Dio ed essere pieno di fervore.
Essere tiepido equivale a vivere nel languore e nella pigrizia spirituale, per cui da una parte si vuole
vivere santamente e fuggire il peccato, ma dall’altra si teme la fatica della virtù e si manca di
risoluzione e di generosità nel combattere i vizi. Questo stato, congiunto con una falsa tranquillità di
coscienza e con l’ingratitudine verso Dio e l’abuso delle sue grazie è sommamente pericoloso, e
l’anima che ne è vittima cade facilmente in un mortale letargo, da cui non si lascia scuotere né da
promesse né da minacce.
A tale stato è talvolta preferibile lo stato di freddezza, non già nel senso che lo stato di freddezza
non sia assolutamente peggiore, ma nel senso che talvolta l’anima risorge con minor difficoltà dallo
stato di freddezza che non da quello di tiepidezza, per cui talora è più facile convertire un gran
peccatore che scuotere un’anima tiepida dal suo torpore.
Tale stato provoca non solo lo sdegno, ma anche il disgusto di Dio, il quale perciò si dispone a
rigettare interamente da sé l’anima tiepida”.

2. Un altro biblista, Alfred Wikenhauser, dice che Cristo rimprovera la Chiesa di Laodicea come
tiepida perché è “vittima dello spirito mondano e dell’indifferenza. 
Essa non è caduta in gravi colpe, non ha ripudiato Cristo (quindi non è fredda), ma pure le manca
quello spirito di gioiosa donazione, l’entusiasmo e la fedele adesione, che la renderebbero calda.
Perciò provoca Cristo a nausea, e questi minaccia di vomitarla, come si fa con l’acqua tiepida, e
cioè di abbandonarla.
La condizione della comunità è pericolosa perché essa non si rende conto della povertà in cui versa,
ma, sazia e contenta di se stessa, si illude che tutto vada bene.
Il suo stato di depressione religiosa è conseguenza di due circostanze: da una parte della mancanza
di gravi tribolazioni e persecuzioni, che sempre hanno il potere di riscuotere gli animi, e poi anche
di notevole benessere materiale” (L’Apocalisse di Giovanni, pp. 71-72).

Con l’augurio che il Signore ti trovi sempre ardente nella fede e nella carità, ti auguro ogni bene, ti
benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Salve,
visito spesso questo sito, trovo che sia una gran bella idea per chiarire i dubbi di chi già crede o di
chi si avvicina alla fede da poco.
La mia domanda è relativa alla salvezza, ciò che vorrei chiedere è questo: in base a cosa verremo
giudicati il giorno del giudizio particolare?
Io credo che, essendo esseri limitati e imperfetti, molto del male che facciamo derivi anche dalla
nostra ignoranza, superficialità e impotenza. Anche il male fatto per questi motivi verrà preso in
considerazione nel giudizio? Perché si viene mandati all’Inferno, qual è il motivo principale?
In una testimonianza che trovai in giro su Facebook (presa dalla “Lettera dall’inferno di Annette”)
la dannata racconta che anche dopo la morte Dio da tempo per convertirsi, è così?
Anche il solo disinteresse per la religione e, in un certo qual senso per Dio stesso, senza commettere
atti malvagi eclatanti è un motivo valido per dannarsi?
Ad esempio molte persone al giorno d’oggi bestemmiano per abitudine, non si interessano della
religione, non pregano, non vanno in chiesa, non si comportano come Cristo ci ha insegnato, ma, al
tempo stesso, sono persone che non arrecano particolari danni al prossimo e alla società (non
rubano, lavorano, pagano le tasse regolarmente, etc…) come verranno giudicate?
Servono atti veramente malvagi per andare all’Inferno o basta semplicemente l’indifferenza verso
Dio e il prossimo?  (…).
Mi scuso per la lunghezza del testo, ma in sintesi la mia domanda può essere riassunta in poche
parole: in base a cosa verremo giudicati nel giorno del giudizio particolare?
Spero vivamente risponda a questo quesito, è da parecchio tempo che cerco di dargli una risposta
ma da me ma non riesco.
Ringrazio in anticipo per la risposta, mi auguro che Dio conceda a questo blog una lunga e fiorente
attività!
Cordiali saluti, 
Serena

Risposta del sacerdote

Cara Serena,
1. la risposta alla tua domanda ce l’ha dato il Signore nella parabola degli invitati a nozze, che ci
viene riportata nel capitolo 22º del Vangelo di Matteo.
Gesù inizia dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”
(Mt 22,2).
La comunione con Dio è presentata con una festa di nozze per il figlio del re, come l’evento più
carico d’amore e più bello all’interno della vita pubblica e sociale. Un evento dove nulla manca.
È un grande onore essere invitati a questa festa.
Ma alcuni lo rifiutano, altri lo disprezzano, altri non ne vogliono neanche sentir parlare. Vogliono
consumare il loro tempo per altro.
È chiaro che costoro da se stessi si escludono dalla festa.

2. Nella parabola si legge che il re mandò poi i suoi servi a chiamare alle nozze quanti avrebbero
trovato nelle vie e nelle piazze. E così fu fatto.
Nel corso del pranzo il re andò a compiacersi con i commensali, ma ne trovò uno sprovvisto della
veste nuziale. E gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello
ammutolì” (Mt 22,12).
Tu potresti dire: come poteva avere l’abito iniziale se è stato a chiamato mentre era per strada?
È vero… Ma anche gli altri erano per strada e tuttavia erano passati dal guardaroba approntato dal
re per indossare la veste nuziale.
Qui va ricordato che in oriente, in antico, era il re che provvedeva alla veste per gli invitati. Il suo
guardaroba era fornito con i vestiti più sontuosi, degni di una casa regale.

3. La veste nuziale nel linguaggio evangelico rappresenta la grazia, che è quello stato di unione e di
amicizia con Dio che ci viene elargito da Dio stesso e che avvolge la nostra anima con uno
splendore divino.
Questo splendore divino porta la presenza personale di Dio nel nostro cuore.
E, come ricorda Santa Teresa d’Avila, questo gran Re quando viene in noi non viene mai da solo,
ma viene accompagnato con il suo corteo regale che prega in noi e prega per noi.
In altre parole, Dio viene portando nel nostro cuore anche la comunione con tutti gli abitanti del
Paradiso.
Per questo chi vive in grazia di Dio avverte una presenza che in qualche modo lo sazia, per quanto è
possibile nella vita presente.

4. Poter indossare questa veste nuziale ed essere rivestiti di uno splendore divino ci onora e ci
spinge ad essere grati a Dio perché ci rende suoi familiari, amici e confidenti.
È sulla presenza di questa veste, che ci rende degni del paradiso, che saremo giudicati perché nella
nuova Gerusalemme non entrerà nulla di impuro.
Allora la risposta al tuo quesito diventa chiara: chi indossa questa veste è salvo. Chi ne è privo,
viene escluso dal convito nuziale.
La parabola evangelica si conclude così nei confronti di quel tale che ne era privo: “Allora il re
ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di
denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,13-14).

5. Riceviamo questa veste nuziale ordinariamente nel sacramento del battesimo.


In segno di questo nella celebrazione del battesimo dopo il lavacro viene consegnata al neo
battezzato una veste bianca e gli viene detto: “Portala senza macchia per la vita eterna”.
Qualora questa veste nuziale venisse sporcata o sciupata, è possibile prenderne una nuova, passando
attraverso un altro sacramento che i santi padri hanno chiamato “secondo battesimo” ed è la
confessione sacramentale.

6. Il criterio del giudizio non sarà dunque semplicemente la bontà d’animo o l’onestà.
Vi possono essere persone di animo buono e oneste ma prive della grazia perché ad esempio
volontariamente non hanno santificato le feste, perché talvolta hanno bestemmiano oppure hanno
ceduto ad impurità varie e non se ne sono pentiti.

7. Il giudizio inoltre non verterà solo sul comportamento esterno, ma anche sulla purezza interiore
delle persone. Diversamente si cadrebbe in quella sorta di fariseismo per cui il Signore ha detto che
alcuni “all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume” (Mt
23,27).
Comprendiamo allora come mai il Signore abbia detto che “molti sono chiamati, ma pochi eletti”.

8. Tu accenni ai casi di ignoranza.


È vero l’ignoranza scusa.
Tuttavia talvolta ignoranza è colpevole perché a suo tempo non si è voluto imparare ciò che veniva
insegnato oppure perché volontariamente ci si è introdotti in una strada che poco per volta ha
portato ad un raffreddamento della fede, se non addirittura ad un suo spegnimento.
In questo caso l’ignoranza è colpevole e accusa.

9. Accenni anche a coloro che non hanno avuto la grazia di conoscere Gesù Cristo. 
È proprio in riferimento a queste persone che si dice che la veste nuziale ordinariamente viene data
nel battesimo.
Ma il Signore seguendo vie straordinarie che lui solo conosce la dà anche fuori del battesimo,
soprattutto quando una persona vive in maniera retta tanto nella vita sociale quanto nella vita
interiore e personale.
Pertanto, il criterio dirimente rimane la grazia, anzi lo stato di grazia.
E questo, evidentemente, lo conosce solo Dio.

10. Va detto infine che Dio non vuole mandare nessuno all’inferno.
Anzi, mediante lumi, richiami e grazie particolari fa di tutto perché nessuno ci vada. Lo fa fino
all’estremo della vita. 
Ma dal momento in cui l’anima si separa dal corpo la sua situazione diventa irreversibile.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve
nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in
rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella
beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre” (CCC 1022).
Pertanto, accetta le rivelazioni private solo nella misura in cui sono conformi alla dottrina della
Chiesa.
Diversamente lasciale stare.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo, buongiorno!
Mi chiamo Carlo e seguo sempre la sua rubrica, per la quale la ringrazio.
Le scrivo per chiederLe se la verginità consacrata sia considerata dalla Chiesa una via più eccellente
rispetto al matrimonio.
Dopo aver letto Amoris Laetitia mi è venuto il dubbio e ho pensato diversamente.
Nel caso sia caduto in eresia è il caso di ricorrere al penitenziere della diocesi per essere assolto?
Grazie! 

Risposta del sacerdote

Caro Carlo,
1. sì, la Chiesa ha definito in termini dogmatici l’eccellenza della verginità consacrata sul
matrimonio.
Puoi ritrovare la documentazione qui: Mi ha turbato sapere che c’è un dogma che dichiara la
verginità consacrata superiore al matrimonio
Amici Domenicani › mi-ha-turbato-sapere-che-c-e-un-dogma-che-di…
22 feb 2011

2. Forse ti sei lasciato trarre in inganno da una lettura affrettata di Amoris Laetitia.
Ma se leggi attentamente il documento pontificio la superiorità non viene negata, anche se si dice
che da un altro punto di vista il matrimonio potrebbe esserle superiore.
Successivamente però lascia intendere che la verginità, non tanto in se stessa, ma vissuta all’interno
della via dei consigli evangelici è superiore al matrimonio.
3. In ogni caso rimane il fatto che sul nostro argomento San Paolo ha usato due avverbi comparativi
inequivocabili.
Dice infatti: “In conclusione, colui che dà in sposa la sua vergine fa bene, e chi non la dà in sposa fa
meglio (melius)” (1 Cor 7,38).
E: “Ma se rimane così com’è, a mio parere è meglio (beatior); credo infatti di avere anch’io lo
Spirito di Dio” (1 Cor 7,40).
Sono i due avverbi comparativi ripresi dal concilio di Trento quando nella definizione del dogma
parla di melius (meglio) e di beatius (più felice cosa).

4. È chiaro che il discorso di San Paolo è sul piano oggettivo e cioè sui mezzi che meglio
favoriscono l’unione con Dio.
Dice infatti per quelli che si sposano: “Avranno tribolazioni nella loro vita, e io vorrei
risparmiarvele” (1 Cor 7,28).
Le tribolazioni cui allude San Paolo sono “il tormento di doversi procurare le cose necessarie per se
stessi, per i figli e per gli altri.
Per cui è cosa più leggera stare senza il matrimonio” (San Tommaso, Commento a 1 Cor 8,28).

5. Non è però lo stato di vita che rende santa una persona, ma l’esercizio della carità.
E questa proprio a motivo delle tribolazioni della vita può raggiungere nel matrimonio una
perfezione più alta che nella vita consacrata, a motivo della straordinaria dedizione che è richiesta.
Tuttavia, insieme con le occasioni di una più grande carità, vi sono anche le distrazioni.

6. Per cui “più che parlare della superiorità della verginità sotto ogni profilo, sembra appropriato
mostrare che i diversi stati di vita sono complementari, in modo tale che uno può essere più perfetto
per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista” (Francesco, Amoris laetitia,
159).

7. Per questo Papa Francesco prosegue dicendo: “Tuttavia una persona sposata può vivere la carità
in altissimo grado. Dunque «perviene a quella perfezione che scaturisce dalla carità, mediante la
fedeltà allo spirito di quei consigli. Tale perfezione è possibile e accessibile ad ogni uomo»” (AL
160).

8. Successivamente ricorda che “stando a una certa tradizione teologica, si parla dello stato di
perfezione (status perfectionis), … non a motivo della continenza stessa, ma riguardo all’insieme
della vita fondata sui consigli evangelici»” (AL 160).
E giustamente perché il confronto non viene fatto tra matrimonio e continenza, ma tra matrimonio e
continenza per il regno dei cieli, e cioè per non avere divisioni nel cuore per preoccuparsi solo di
piacere al Signore (cfr. 1 Cor 7,33), per essere risparmiati “dalle tribolazioni della (carne) vita”, e
cioè dalle difficoltà della vita coniugale (1 Cor 7,28), “per essere santi nel corpo e nello spirito” (1
Cor 7,34) e “per stare fedeli al Signore senza deviazioni” (1 Cor 7,35).

9. Ed è per questo che San Tommaso conclude: “Qui va notato che la santa verginità è un gran bene
sotto molti aspetti:
Primo, perché conserva la purezza della carne: “questi sono coloro che non ci sono contaminati,
sono infatti vergini” (Ap 14,4).
Secondo perché abbellisce e orna l’anima. Infatti di frequente nella Scrittura la verginità è
congiunta con la bellezza come quando si legge: “come è bella la generazione casta con il suo
splendore” (Sap 4,1).
Terzo, perché rende simile agli angeli del cielo, infatti “alla risurrezione non si prende né marito né
moglie, ma si è com’è angeli in cielo” (Mt 22,30).
Quarto, perché rende sposi di Cristo: “Vi ho promessi a un unico sposo, per presentarvi con la
vergine casta Cristo” (2 Cor 11,2).
Quinto, perché congiunge e avvicina a Dio, come dice Sap 6,20: “Capo della mia verginità sei tu”.
Sesto, perché supera gli altri stati: “colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa
meglio” (1 Cor 7,38).
Settimo, perché spira odore di buona fama: “come un giglio tra i cardi, così la mia amata tra le
fanciulle” (Ct 2,2).
Ottavo, perché è un invito alle nozze eterne: “le vergini che erano pronte entravano con lo sposo le
nozze” (Mt 25,10)” (Commento a 1 Cor 7,28).

10. In riferimento invece a te, sebbene quanto hai pensato per un certo tempo sia errato, non sei
incorso nella pena annessa all’eresia sia perché non si è trattato di una dichiarazione pubblica sia
perché non sei rimasto ostinato (pertinace) nel tuo errore non essendo stato richiamato dall’autorità
della Chiesa.
Con l’augurio di ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

11.

Quesito
Caro Padre,
perché sono vari i motivi per cui secondo una certa mentalità i rapporti omosessuali dalla gente non
vengono più considerati peccato? 
Da dove viene tutto questo relativismo?

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. non so se sia vero che i rapporti omosessuali non siano più considerati peccato.
Per molti sì, è così. Ma per altrettanti molti altri, no.

2. Sono vari i motivi per cui secondo una certa mentalità i rapporti omosessuali non sono peccato.
Il motivo principale a mio parere sta nella perdita di mira dell’obiettivo centrale della nostra
esistenza che è la santificazione.
Bene e male trovano il loro primo segno di distinzione proprio in riferimento all’obiettivo, al fine.
Se la santificazione consiste in una progressiva comunione di Dio mediante la comunione di vita
con le realtà soprannaturali, si capisce subito che cosa porta al Signore oppure che cosa spegne il
gusto delle cose di Dio.
Chi non ha mai fatto esperienza di realtà soprannaturali, pensa che parlare di deviazioni sia
semplicemente un moralismo che ha fatto il suo tempo.

3. Se c’è invece un fine da perseguire, si può dire con sicurezza che la strada intrapresa è giusta o
sbagliata.
Ma se non c’è un fine, se l’obiettivo è quello di andare a zonzo, non c’è motivo per dire che si è
sbagliato strada.
Tutt’al più ci si limita a dire di fare attenzione a non dimenticare la strada per tornare a casa.
La qualcosa non è però di secondaria importanza.
Credo infatti che sia questo il motivo per cui non poche persone, dopo aver fatto le esperienze più
strane e talvolta anche più estreme, avvertono un vuoto interiore e nel vuoto sentono riaffiorare la
voce di Dio, anzi, il bisogno di Dio.
4. Il clima culturale nel quale noi viviamo è di forte immanentismo.
Per immanentismo si intende una mentalità secondo la quale non esiste un aldilà, non esiste una
realtà che trascende questo mondo e al quale tutto è orientato e subordinato.

5. Se è così, è fatale che l’obiettivo soprattutto per la vita intima e personale sia fare ciò che si vuole
e che qualsiasi avvertimento sia preso come un’intrusione nei diritti personali.
Inoltre, se non c’è trascendenza, perché la castità, perché la santificazione che comporta un
combattimento, perché l’impegno ascetico, perché non assecondare gli impulsi della carne?
Si potrà dire: se questo è contrario al bene comune, allora sì, è giusto l’impegno ascetico. Ma, come
si dice, se non si fa male a nessuno perché mortificarsi?

6. Nelle prime parole della predicazione di Gesù «Convertitevi, perché il regno dei cieli è
vicino» (Mt 4,17) è racchiuso tutto.
Qui viene ricordato il fine (il regno dei cieli) e viene menzionata la strada da percorrere per
raggiungere il fine (la conversione).

Ti ringrazio del quesito, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Salve,
La ringrazio per il grande lavoro che fa cercando di aiutare quante più anime possibili. Sono un
ragazzo di 26 anni e da diversi mesi (in modo particolare da 1 mese) mi trovo a lottare con un
sentimento interno che arde, in alcuni giorni da tregua e si affievolisce, mentre in altri giorni è
davvero forte da scoppiare il petto, trattasi di un qualcosa del tutto nuovo, mi sento impreparato,
confuso e non so che fare, non so cosa sia…
Sento dentro di me qualcosa che mi attrae tantissimo verso (Gesù?), e per appagare un po’ questo
sentimento cerco di fare qualche atto di carità ma sento che non mi basta… provo a pregare di più e
in diversi modi ma non mi basta… sto provando ad andare a messa quasi ogni giorno ma non mi
basta… la Messa ormai la vedo in maniera diversa, quando vi partecipo vorrei non finisse mai.
 Sicuramente Lei adesso potrebbe domandarmi: “pensi alla vita da prete?” Il fatto è che appena ci
penso, la mia mente me lo rifiuta, se mi metto a pensare, con la ragione cerco di arrivare a
conclusioni del tipo “io non sono in grado” … “io ho altri progetti”… “tanto passerà tra qualche
giorno”.
Da un lato cerco di contrastare questo sentimento con la ragione mentre dall’altro mollerei tutto per
seguire questo sentimento… ma poi per seguire cosa? Dove? per fare cosa? Nemmeno io lo so. Ma
poi perché io? Stavo pensando di eseguire gli esercizi spirituali per poter forse capire meglio cosa
mi sta succedendo ma non saprei da dove iniziare.
E vorrei aggiungere anche una testimonianza: mesi fa durante una preghiera intensa davanti il
tabernacolo avevo chiesto di farmi sentire la reale presenza di Gesù e nel pomeriggio stesso mi
accadde un qualcosa di straordinario e inspiegabile, stavo facendo giardinaggio e ad un tratto ho
avvertito una sensazione fortissima prima di vuoto, sconforto seguita dal desiderio fortissimo di
seguire Gesù, il cuore batteva a mille, le lacrime scendevano a fiumi, non riesco a spiegarlo a
parole. Secondo Lei cosa dovrei fare per capire meglio di cosa si tratta? E se fosse solo illusione
momentanea? 
Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. solo oggi sono giunto alla tua mail speditami quasi un anno fa. Mi spiace per il forte ritardo e te
ne domando scusa.
Mi auguro che nel frattempo il Signore si sia manifestato ancor più pienamente e ti abbia fatto
capire che cosa vuole da te.
Se il Signore ti chiamasse al sacerdozio, ad un certo momento cambierebbe il tuo cuore e te ne
farebbe sentire il desiderio perché il Signore non fa violenza a nessuno.

2. In ogni caso hai già capito, o meglio, lo Spirito Santo ti ha fatto capire come devi rispondere a
questi trasporti pieni di fuoco verso il Signore: all’amore si risponde con l’amore.
Fai bene pertanto a compiere qualche atto di carità.
Anche perché a questi atti di carità corrisponde sempre qualche grazia.
La grazia di cui hai bisogno è quella di essere illuminato perché il Signore risponda alla tua
domanda: che cosa vuoi che io faccia per te?
È la medesima domanda che San Paolo ha fatto al Signore appena gli è apparso sulla strada di
Damasco e gli ha detto: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti” (At 22,8).
Gli Atti degli apostoli riferiscono che San Paolo disse: “Che devo fare, Signore?” (At 22,10).

3. San Tommaso d’Aquino fa due affermazioni molto belle sugli effetti della carità. 
La prima: “La carità causa l’illuminazione del cuore” (caritas causat cordis illuminationem).
La seconda: “Per l’ardore della carità si apprende la conoscenza della verità” (per ardorem caritatis
fit cognitio veritatis).
Pertanto confido che il Signore ti abbia già illuminato.

4. Ma qualora tu abbia l’impressione che il Signore non ti abbia ancora risposto, ricorri a Colei che
il Signore ti ha dato per madre.
Nel bell’inno Ave, maris stella ad un certo momento si chiede a Maria di illuminarci: “Dona la vista
ai ciechi” (profer lumen caecis).
La Madonna risponde sempre e prontamente.

5. Mi trovo a risponderti proprio oggi 15 novembre, giorno in cui la Chiesa e in modo particolare
l’ordine domenicano celebrano la festa di Sant’Alberto magno.
Di questo Santo sappiamo che all’età di 16 anni pregava insistentemente il Padre della luce perché
lo illuminasse sulla via da seguire ed ecco che gli apparve la Vergine Maria e gli disse con volto
affabile: “Alberto, fuggi dal mondo, entra nell’ordine dei frati predicatori, che io ho ottenuto dal
mio Figlio per la salvezza del mondo in questi ultimi tempi e di cui sono patrona singolare”.
Così Alberto fece. Queste parole sono riportate anche nella prima antifona dell’Ufficio delle letture
della sua festa: A lui si manifestò Maria: “Figlio, lascia il mondo e abbraccia la vita dei frati
predicatori”.
La Madonna è sempre la via più breve.
Non so quale via ti indicherà. So solo che, indicandola, ti metterà nel cuore un grande desiderio di
perseguirla perché in essa troverai la felicità che si può raggiungere in questa terra e avrai anche la
grazia di comunicarla in tanti altri cuori.

Perché tutto questo avvenga ti assicuro la mia preghiera, ti auguro ogni bene e ti benedico. 
Padre Angelo
Quesito
Caro Padre Angelo,
la spero bene pur in questo periodo turbolento del coronavirus. Le volevo chiedere un suo parere sul
Paradiso: per prima cosa se si tratti di uno stato e non di un luogo (come mi pare sia stato
recentemente detto da Papa Francesco); ma se così fosse non riesco a spiegarmi come sarà la vita
eterna dopo la resurrezione dei corpi (gloriosi ma pur sempre corpi).
La seconda cosa è il confronto col paradiso musulmano, apparentemente più attraente e sicuramente
più intuitivo dal punto di vista umano (ma ingiusto a mio avviso nei confronti della donna). Non
riesco però a immaginarmi bene come possa essere il nostro Paradiso e se sia in qualche modo
correlato al nostro vivere qui, alla pace e gioia che qui possiamo avere grazie all’aiuto del Signore
(ma può essere così per tutti?) e che speriamo possa divenire stabile nell’aldilà per sempre. Quello
che io immagino, pur non comprendendo bene, è una gioia grande (derivante dalla visione beatifica
di Dio) e pace permanenti e non più turbate da male; la gioia di essere tutti insieme felici, a
cominciare dai nostri cari, amici, dai santi e…per finire grandi viaggi nell’universo alla scoperta di
quello che per ora non sappiamo sulle stelle e su altri mondi……
La saluto cordialmente in attesa di un Suo cortese riscontro.
Pietro

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. a proposito del Paradiso ti trascrivo quanto è stato pubblicato a suo tempo nel nostro sito: 
“Il Paradiso, più che un luogo, è uno stato in cui si è perfettamente uniti a Dio.
All’unione con Dio si viene attrezzati attraverso il lumen gloriae, che rende proporzionati a vedere
Dio (che è nell’ordine soprannaturale) e a godere di Lui.
Nel Dictionaire de Théologie catholique (XIII,1331) si legge: “In nessuna delle definizioni della
Chiesa relative al Paradiso, al Purgatorio e all’Inferno si può trovare alcuna allusione a un luogo”.
È sufficiente ricordare che Dio è fuori dello spazio e del tempo e che chi entra in Paradiso entra in
Dio.

2. Il paradiso rivelatosi da Gesù Cristo non ha niente a che vedere con il paradiso musulmano.
Il nostro paradiso infatti consiste nella piena comunione con Dio.
I musulmani a motivo della trascendenza di Dio non parlano del paradiso come di una comunione
con Dio, ma di un prolungamento della vita materiale presente, dove è esclusa ogni sofferenza.

3. La comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, in paradiso si prolunga con la


comunione con la Beata Vergine Maria, con gli Angeli e con tutti i Santi.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che questa perfetta comunione “è chiamata ‘il cielo’. Il
cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di
felicità suprema e definitiva” (CCC 1024).

4. È vero che il paradiso nella Sacra Scrittura talvolta viene descritto con immagini materiali, come
ad esempio: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di
grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6).
A questo proposito il biblista padre Giuseppe Girotti commenta: “Il convito nella Bibbia e in oriente
simboleggia le più squisite delizie, la felicità. I rabbini paragonavano il mondo attuale a un
vestibolo che introduce alla sala del banchetto, cioè alla felicità del cielo.
In questo versetto comunemente gli autori vedono simboleggiate le delizie che i Santi gusteranno in
paradiso e delle quali i fedeli hanno come un saggio nell’eucaristia”.
I teologi con una parola dicono che questo banchetto corrisponde alla visione beatifica di Dio, che è
uno stato di vita cui nulla manca.

5. Giovanni Paolo II in una sua catechesi sul paradiso ha detto: “Nel quadro della Rivelazione
sappiamo che il “cielo” o la “beatitudine” nella quale ci troveremo non è un’astrazione, neppure un
luogo fisico tra le nubi, ma un rapporto vivo e personale con la Trinità Santa. È l’incontro con il
Padre che si realizza in Cristo Risorto grazie alla comunione dello Spirito Santo” (21 luglio 1999).

6. Poi ha soggiunto: “Occorre mantenere sempre una certa sobrietà nel descrivere queste ‘realtà
ultime’, giacché la loro rappresentazione rimane sempre inadeguata. Oggi il linguaggio
personalistico riesce a dire meno impropriamente la situazione di felicità e di pace in cui ci stabilirà
la comunione definitiva con Dio” (Ib.).
Non dobbiamo mai dimenticare ciò che ha detto San Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né
orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1
Cor 2,9).

Con l’augurio di trovarci a godere insieme dell’eternità beata, ti assicuro la mia preghiera e ti
benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo,
Secondo l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco quello alla proprietà privata non è un diritto
naturale originario ma è uno strumento per la realizzazione del diritto alla destinazione universale
dei beni.
Nel paragrafo 120 dell’enciclica si dicono quattro cose:
1) la proprietà privata non è un diritto assoluto
2) la proprietà privata ha una funzione sociale
3) «Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il “primo principio di tutto l’ordinamento
etico-sociale”, è un diritto naturale, originario e prioritario»
4) «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e
derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati».
La prima affermazione è vera (…):.
La seconda affermazione è in sé vera ma può venire equivocata (…). Il contesto del paragrafo 120
in cui essa è inserita può essere causa di questi equivoci. La proprietà privata è sociale di per sé e
non quando viene limitata artificialmente dal potere politico pensando in questo modo di renderla
più sociale. La funzione sociale della proprietà privata non legittima un fisco esoso, interventi
indebiti del pubblico nell’economia, normative paralizzanti la libertà economica. La proprietà
privata è sociale perché è spazio di libertà, è espressione del lavoro, protegge la famiglia, unisce le
generazioni, produce ricchezza e così via. In altre parole non bisogna essere socialisti per
valorizzare la dimensione sociale della proprietà privata.
La terza affermazione: (…). Decisamente non accettabile, invece, è che quello alla destinazione
universale dei beni sia un “diritto naturale, originario e prioritario”. 
Per questo motivo risulta inaccettabile la quarta affermazione: «Il diritto alla proprietà privata si può
considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione
universale dei beni creati». Qui si dice apertamente che quello alla proprietà privata è un diritto
“secondario e derivato”, mentre per Leone XII era un diritto naturale e perfetto. Del resto, come può
un diritto essere naturale e nello stesso tempo derivato? Se è naturale vuol dire che è contenuto nella
stessa natura umana. (…).
Leone XIII nella Rerum novarum insegnava che la proprietà privata è «vero e perfetto diritto», è un
«diritto naturale», in quanto «conforme alla natura» umana e «non si oppone per nulla» al principio
della destinazione universale dei beni «poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne
avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo
determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei
popoli».
È molto difficile fare andare d’accordo questo passo della Rerum novarum con il paragrafo 120
della Fratelli tutti.

Ringraziandola, mi scuso ancora per la lungaggine


don …

Risposta del sacerdote

Carissimo don., 
1. l’appunto che tu faresti all’insegnamento di Papa Francesco sarebbe questo: che la proprietà
privata non può essere definita semplicemente come un diritto secondario e derivato.
Forse non ci si intende sufficientemente sul significato dei termini delle parole, ma le parole di Papa
Francesco sono precise.

2. Perché il diritto alla proprietà privata è un diritto derivato?


Per il medesimo motivo per cui a suo tempo Leone XIII l’ha difesa: il lavoro trasforma i beni e chi
lavora ci mette del suo, sicché il bene lavorato non è più come quello di prima. La proprietà
privata, allora, è una risultante del lavoro e non è altra cosa che il frutto del lavoro.
In altre parole è un diritto derivato dal lavoro.

3. Ecco le testuali parole dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII:


“Così evidenti sono tali ragioni che non si sa capire come abbiano potuto trovare dei contraddittori
in alcuni, che, rinfrescando viete utopie, concedono bensì all’uomo l’uso del suolo ed i vari frutti
dei campi; ma del suolo, ove egli ha fabbricato, e del campo che ha coltivato, gli negano la
proprietà.
Non si accorgono costoro che in questa guisa vengono a defraudare l’uomo degli effetti del suo
lavoro.
Poiché il campo dissodato dalla mano e dall’arte del coltivatore non è più quel di prima: da silvestre
è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono siffattamente corpo in quel
terreno, che la maggior parte ne sono inseparabili. Or che giustizia sarebbe questa, che un altro il
quale non l’ha lavorato, subentrasse a goderne i frutti? Come l’effetto appartiene alla sua causa, così
il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora.
A ragione pertanto il genere umano, senza punto curarsi dei pochi contraddittori, e con l’occhio alla
legge di natura, trova in questa medesima legge il fondamento della divisione dei beni, e
riconoscendo che la proprietà privata è sommamente confacente alla natura dell’uomo e alla
pacifica convivenza sociale, l’ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli” (RN 4).

4. Leone XIII rivendica e difende con forza il diritto naturale di proprietà contro chi affermava (i
marxisti)  che la proprietà privata è essenzialmente un furto.

5. Tuttavia si tratta di un diritto inscritto all’interno di un altro diritto, più grande, che è quello della
destinazione universale dei beni. A questo diritto la proprietà privata deve essere subordinato.
Diversamente viene posseduto in maniera aliena dalla volontà del Creatore.
Viene detto secondario non già perché non sia un diritto naturale e non sia di particolare
importanza, ma perché è subordinato al bene comune.

6. In questo senso ne parla Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno del 1931: “Pertanto occorre


guardarsi dall’urtare contro un doppio scoglio. Giacché, come negando o affievolendo il carattere
sociale e pubblico del diritto di proprietà si cade e si rasenta il cosiddetto individualismo, così
respingendo o attenuando il carattere privato e individuale del medesimo diritto, necessariamente si
precipita nel collettivismo o almeno si sconfina verso le sue teorie.
E chi non tenga presenti queste considerazioni va logicamente a naufragare negli scogli del
modernismo morale, giuridico e sociale. E di ciò si persuadano coloro specialmente che, amanti
delle novità, non si peritano d’incolpare la Chiesa con vituperose calunnie, quasi abbia permesso
che nella dottrina dei teologi s’infiltrasse il concetto pagano della proprietà, al quale bisognerebbe
assolutamente sostituire un altro che, con strana ignoranza essi chiamano cristiano” (QA 19).

7. Sulla medesima linea si esprime il Concilio ecumenico Vaticano II, nella Gaudium et


Spes: “Poiché la proprietà e le altre forme di potere privato sui beni esteriori contribuiscono alla
espressione della persona, e inoltre danno occasione all’uomo di esercitare il suo responsabile
apporto nella società e nell’economia, è di grande interesse favorire l’accesso a tutti,
individualmente o in gruppo, ad un certo potere sui beni esterni. 
La proprietà privata o qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona indispensabile
di autonomia personale e familiare, e devono considerarsi come un prolungamento necessario della
libertà umana. Infine, stimolando l’esercizio della responsabilità, costituiscono una delle condizioni
delle libertà civili.
Ogni proprietà privata ha per sua natura una funzione sociale, che si fonda sulla comune
destinazione dei beni. Se si trascura questo carattere sociale, la proprietà può diventare frequente
occasione di cupidigia e di gravi disordini, così da offrire facile pretesto agli oppositori per mettere
in discussione lo stesso diritto di proprietà” (GS 71).

8. Giovanni Paolo II nella enciclica Laborem exercens, del 1981, si esprime nella medesima linea:
“La tradizione cristiana non ha mai sostenuto questo diritto come un qualcosa di assoluto e di
intoccabile. Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad
usare i beni della creazione intera: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto
dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni…
La proprietà si acquista prima di tutto mediante il lavoro perché essa serva al lavoro. Ciò riguarda
in modo particolare la proprietà dei mezzi di produzione….
Essi non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per
possedere, perché l’unico titolo legittimo al loro possesso – e ciò sia nella forma della proprietà
privata sia in quella della proprietà pubblica o collettiva – è che essi servano al lavoro; e che,
conseguentemente, servendo al lavoro, rendano possibile la realizzazione del primo principio di
quell’ordine che è la destinazione universale dei beni e il diritto al loro uso comune” (LE 14).

9. Nell’enciclicaCentesimus annus, del 1991, dice la stessa cosa: “Dio ha dato la terra a tutto il
genere umano, perché essa sostenti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui la
radice dell’universale destinazione dei beni della terra
Questa, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell’uomo, è il primo
dono di Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non dona i suoi frutti senza una
peculiare risposta dell’uomo al dono di Dio, cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l’uomo,
usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal
modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l’origine
della proprietà individuale” (CA 31). 

10. Come si può vedere, l’insegnamento di Papa Francesco è l’insegnamento costante della Chiesa.
Mentre ti auguro un secondo ministero nella vigna del signore, ti assicuro la mia preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
La ringrazio per le così tante risposte illuminanti.
Da un paio di anni a questa parte, precisamente da quando sono venuti a mancare mia madre prima
e mio padre poi, la ricerca di una fede più viva e vera e la volontà di vivere più in sintonia con la
volontà di Dio ha avuto in me un impulso maggiore. 
Spesso mi capita di riflettere a lungo, in completa solitudine, su alcune questioni che attanagliano la
vita di ogni cristiano, credo.
Tra queste questioni ve ne è una in particolare, quella legata alla vera natura, storicamente parlando,
del peccato originale: in quale comportamento cioè sia consistito questo peccato originale.
Un tale quesito implica la storicità degli stessi nostri progenitori, Adamo ed Eva, che io ritengo
plausibile. Anche su questo punto Le chiederei una conferma, per favore.
Tornando alla prima questione, Le faccio presente che qualche tempo fa ho creduto di aver trovato
finalmente una risposta quando accidentalmente, navigando in internet alla ricerca di queste
risposte, mi ero imbattuto in alcuni articoli che parlavano di un mistico, un certo don B., il quale tra
il 1968 e il 1974 avrebbe ricevuto dal Signore 8 rivelazioni sulle origini della Terra e dell’Uomo e
su alcuni punti oscuri della Genesi.
Affascinato da questa figura, sebbene mi lasciasse perplesso il fatto che la Chiesa, pare, non si fosse
mai espressa su questi presunti accadimenti, ho scaricato i file degli scritti di don B. e li ho letti. 
Le sue Rivelazioni o Teorie mi hanno davvero affascinato tanto, tuttavia per il timore di ingannarmi
su questioni di fede così importanti, ho provato a chiedere conferme ad alcuni sacerdoti, anche
durante la confessione sacramentale, ma mi è stato risposto semplicemente che la storia di questo
don B. era a loro sconosciuta e che comunque avrei fatto bene a non andare troppo dietro a certe
cose.
A questo punto per spirito di obbedienza, considerando che nel sacramento della riconciliazione è
Gesù che parla attraverso il sacerdote, non ho mai più preso in mano gli scritti.
Tuttavia ogni tanto mi si ridesta la curiosità su tale argomento e vorrei chiedere anche a lei se
conosce e cosa pensa della figura di don B. e delle sue presunte Rivelazioni. 
Grazie infinite.
Vincenzo

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. a suo tempo una persona mi aveva consegnato una copia del libro di Don B..
Ho cominciato a leggerlo, ma poco dopo l’ho lasciato.
Trovo più illuminante la Sacra Scrittura, sebbene il testo sacro soprattutto nei primi 11 capitoli della
Genesi non vada letto in senso materiale.
Anche se il linguaggio è figurato, ha tuttavia qualcosa di sacro, di affascinante.
E non è difficile capirne il motivo: è Dio stesso che parla. Le parole della Genesi sono parole di
Dio, sempre attuali, sempre vive e più taglienti di una spada a doppio taglio (cfr. Eb 4,12).
2. In riferimento alle domande che hai fatto ti rispondo con quello che si legge nel Catechismo della
Chiesa Cattolica.
Circa Adamo ed Eva si legge: “La Chiesa, interpretando autenticamente il simbolismo del
linguaggio biblico alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione, insegna che i nostri
progenitori Adamo ed Eva sono stati costituiti in uno stato «di santità e di giustizia originali». La
grazia della santità originale era una «partecipazione alla vita divina»” (CCC 375).

3. Poco prima aveva detto: “Il primo uomo non solo è stato creato buono, ma è stato
anche costituito in una tale amicizia con il suo Creatore e in una tale armonia con se stesso e con la
creazione, che saranno superate soltanto dalla gloria della nuova creazione in Cristo” (CCC 374).
Come vedi il Catechismo parla di una triplice armonia: col Creatore, con se stessi e con la
creazione.

4. Ulteriormente il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: “Finché fosse rimasto nell’intimità
divina, l’uomo non avrebbe dovuto né morire. L’armonia interiore della persona umana, l’armonia
tra l’uomo e la donna (Gn 2,25), infine l’armonia tra la prima coppia e tutta la creazione costituiva
la condizione detta «giustizia originale»” (CCC 376).
Come vedi, il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di prima coppia.
La prima coppia (Adamo ed Eva) non è linguaggio simbolico.

5. Venendo alla seconda domanda che mi hai posto, va fatta innanzitutto una premessa.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma innanzitutto che “l’uomo e la donna sono creati, cioè
voluti da Dio, in una perfetta uguaglianza” (CCC 369) e che “creati insieme, l’uomo e la donna
sono voluti da Dio l’uno per l’altro” (CCC 371).
“La Chiesa, interpretando autenticamente il simbolismo del linguaggio biblico alla luce del nuovo
testamento e della tradizione, insegna che i nostri progenitori Adamo ed Eva sono stati costituiti in
uno stato di santità e di giustizia originali. La grazia della santità originale era una partecipazione
alla vita divina” (CCC 375).

6. Sulla consistenza del peccato originale, senza dare ulteriori specificazioni, dice che si è trattato di
una disobbedienza e pertanto di un atto di orgoglio, di superbia.
Ecco le testuali parole: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e l’ha costituito nella sua amicizia.
Creatura spirituale, l’uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio.
Questo è il significato del divieto fatto all’uomo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene
del male, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti (Gn 2,17). L’albero della conoscenza
del bene del male evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve
liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle
leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà” (CCC 396).
E: “L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo
Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio.
In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo.
In seguito, ogni altro peccato sarà una disobbedienza Dio e la mancanza di fiducia nella sua bontà”
(CCC 397).

7. Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica è più preciso e dice: “l’uomo, tentato dal
diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e,
disobbedendogli, ha voluto diventare come Dio senza Dio, e non secondo Dio (Gn 3,5). Così
Adamo ed Eva hanno perduto immediatamente, per sé e per tutti loro discendenti, la grazia
originale della santità e della giustizia” (n.75).

Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo
Quesito
Buongiorno padre Angelo,
è vero che Maria non ha avvolto Gesù tra le sue braccia morto quando l’hanno deposto dalla croce?
Perché un sacerdote mi ha detto che storicamente non è successo. Quando Gesù affida Maria a
Giovanni, lei va via perché lei è la tutta pura e quindi non poteva venir a contatto con il sangue
perché a quei tempi il sangue era segno di impurità e Gesù si era reso peccatore visto che ha preso
su di sé i nostri peccati.
Mi disse anche che come il parto lei l’ha avuto indolore senza sangue, così alla crocifissione lei è
andata via dopo che Gesù l’ha affidata a Giovanni.
I mistici invece dicono che Maria è rimasta e l’ha accolto fra le sue braccia.
Poi ho un’altra domanda: ho letto dal vostro sito che Dio non castiga mai i suoi figli, che è sempre
un linguaggio antropomorfico. Però Maria nelle varie apparizioni, anche quelle riconosciute dalla
chiesa come quelle di Fatima, ha avvertito che Dio avrebbe mandato dei castighi sul mondo perché
era molto offeso dagli uomini.
Ecco, queste sono delle mie perplessità. Se può aiutarmi vi ringrazio.
Buona e santa domenica. Dio vi benedica.

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. è vero che ai tempi degli ebrei venire contatto con il sangue era un segno di contaminazione.
Ma va subito precisato che si trattava di un’impurità rituale, e cioè che impediva di accedere al
culto, non morale. In altre parole, non era un peccato.

2. Che la Madonna abbia accolto Gesù tra le braccia dopo la sua deposizione è più che verosimile.
La Madonna sapeva benissimo che il Sangue di Gesù non contamina, ma anzi purifica, redime,
santifica.
E Lei in quel momento, con Gesù tra le braccia, è resa ministra della redenzione.

3. M.J. Lagrange, il fondatore della Scuola biblica di Gerusalemme, descrivendo la deposizione di


Gesù dalla croce fatta da Giuseppe d’Arimatea scrive: “Si può ben pensare che le pie donne
l’abbiano assistito in questo pietoso ufficio e che Maria, non cedendo ad alcuno il singolare
privilegio, abbia ricevuto tra le sue braccia tenerissime il corpo del figlio straziato dalla durezza
inflessibile dei bracci della croce.
Abbiamo qui lo spettacolo della Pietà che ha commosso tanti cuori” (L’Evangelo di Gesù Cristo, p.
568).

4. A proposito dei castighi di Dio va detto che la Sacra Scrittura ne parla in continuazione.
Noi però non siamo esonerati dal domandarci in quale maniera Dio castighi.
Come ho detto più volte, il castigo è immanente alla colpa, al peccato. Commettere il peccato è la
stessa cosa che andare contro le più profonde esigenze di bene della nostra natura umana.
Per questo la Sacra Scrittura dice che “chi pecca danneggia se stesso” (Sir 19,4).

5. In questo danneggiamento di se stessi è incluso anche l’aprire la porta al nostro avversario perché
ci flagelli e ci devasti, proprio come ci ha ammonito il Signore quando ha detto che il nostro
avversario viene per “rubare, uccidere e distruggere” (Gv 10,10).
Perdere la grazia santificante, che è come una siepe messa da Dio attorno alla nostra vita e alle
nostre attività, è la stessa cosa che permettere al nostro avversario di devastarci.
È il demonio che parla della grazia come di una siepe che protegge e che assicura la benedizione di
Dio.
Nella Sacra Scrittura si legge che Satana dice a Dio nei confronti del giusto Giobbe: “Non sei forse
tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il
lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra” (Gb 1,10).

6. Tutto questo rientra nella pedagogia divina: il male che l’uomo si autoinfligge o che permette che
gli venga inflitto è come una correzione amorevole per fargli comprendere a che cosa va incontro
quando abbandona la sorgente di ogni bene. 
A questo portano a pensare le parole della Sacra Scrittura: “Riconosci dunque in cuor tuo che, come
un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te” (Dt 8,5).

Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera. 


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
sono un giovane di 17 anni che si sta in maniera graduale riavvicinandosi alla fede e ho iniziato a
sostituire il mio vecchio stile di vita con quello di un cristiano.
Ora questo cambiamento è andato ad impattare anche su uno dei miei hobby preferiti: giocare ai
videogiochi (di cui ne so tanto modestamente essendomi informato sui miei giochi preferiti e sono
anche appassionato di tecnologia e componentistica hardware anche se non le saprei dire come
funziona un determinato componente, ma so le specifiche come calcolarle e come misurarne le
prestazioni).
Ora il problema non è tanto il giocarci (anche Carlo Acutis ci giocava e ho saputo che giocava con
un suo amico ad Halo, sparatutto. Inoltre era anche un genio in campo informatico), ma col tempo
cercando per intere giornate risposte alle mie domande sulla fede (controllando anche il sito, che ho
trovato davvero utile) mi sono imbattuto nella piaga dell’occultismo ed esoterismo. Così venni a
sapere il significato di vari simboli come l’occhio che tutto vede che spesso viene anche usato per
scherzare sui complotti (con tanto di traccia audio di Xfiles) ed è addirittura usato in alcune
cattedrali per rappresentare la santissima Trinità (però in questo caso sarebbe più corretto chiamarla
“divina provvidenza”). Tuttavia è ormai il “simbolo degli illuminati” (per questo ci scherzano sui
complotti) e chi ne ha davvero competenza in merito lo associa alla massoneria i cui simboli
sembrano trovarsi un po’ ovunque compresi i miei passatempi preferiti. Per non parlare poi dei
simboli magici! (attribuiti o meno alla massoneria)! Alcuni di essi possono riprodursi anche senza
volerlo facendo disegno tecnico! Anche la stella di David sembra essere in realtà qualcosa di più
sinistro….
Insomma per farla breve sto iniziando a ossessionarmi dove forse non dovrei e a elaborare
complotti del tipo: “tutta l’industria dell’intrattenimento (e non solo) manipola il popolo ed essa
giace nelle mani del maligno” oppure “tutti quelli che hanno potere (politico o meno), soldi o
influenza giacciono sotto il maligno”. Sto iniziando a vedere il male ovunque, anche in cose che
magari non centrano un tubo con esso e che sono innocue. L’esoterismo mi sta “consumando” in un
certo senso in una caccia a “chi ha chi” per vedere se posso giocarci o meno o se posso vedere quel
film e mi mette un mare  di ansia e non mi lascia vivere tranquillamente.
Venendo ai quesiti:
Anche il solo vedere certi simboli (non magici) come l’occhio di Horus, l’occhio che tutto vede (o
simboli massonici in generale), simboli di religioni antiche come ad esempio quella egiziana (la
quale viene molto associata al maligno) o pagana è mettersi sotto influenza demoniaca?
Può influenzare la mente?
È una sorta di marchio del demonio? (Tipo: “Fatto da massoni” o “l’abbiamo fatto noi massoni”)
Hanno un effetto subliminale? (mandano un messaggio al nostro subconscio)
Oppure sono io che prendo il tutto troppo seriamente e mi faccio troppi problemi per due simboli
dentro uno schermo?
Mi scuso in anticipo del discorso un po’ contorto.
Sono piuttosto insicuro sul da farsi e come si è potuto notare la cosa mi sta dando alla testa un po’
troppo.
La ringrazio di aver letto e di avermi preso in considerazione.
Spero che la sua risposta mi illumini.
Le auguro una buona giornata e La saluto.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. C’è un rimedio alle varie ansie che ti possono provocare i simboli di cui mi hai parlato e che
talvolta sembrano incuterti dei timori.
Il rimedio consiste nella grazia santificante.
La grazia santificante è uno stato di unione e di amicizia permanente con Dio che avvolge la nostra
vita come una siepe e la protegge da qualsiasi attacco.

2. Chi usa la parola “siepe” è il diavolo che discute con Dio su come mai Giobbe non venga colpito
dal male.
Ecco quanto si legge nel testo sacro: 
“Ora, un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a
loro. 
Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho
percorso in lungo e in largo». 
Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla
terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». 
Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo
una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue
mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra” (Gb 1,6-10).

3. Se rimani costantemente avvolto da questa siepe nulla ti potrà fare del male come ha assicurato lo
Spirito Santo parlando attraverso Davide nel Salmo 91: “Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali
troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia
che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Mille
cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire” (Sal 91,4-7).
E ancora: “Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora: non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo
cadrà sulla tua tenda. Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Sulle mani
essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra. Calpesterai leoni e
vipere, schiaccerai leoncelli e draghi” (Sal 91,9-13).

4. Da parte tua cerca di infoltire questa siepe, vale a dire di crescere sempre di più nella grazia
santificante.
Mi hai citato il beato Carlo Acutis. Anche lui, esperto di informatica, si è trovato certamente davanti
ai simboli che hai menzionato. Ma viveva serenamente, era sicuro che niente gli avrebbe fatto del
male. Il Signore era con lui sempre, in ogni momento della sua vita.
5. Mi permetto di richiamarti il kit della santità, così lo chiamava Carlo. Via racchiuso ciò che è
necessario fare per attendere alla nostra santificazione e nello stesso tempo per essere difesi da Dio
stesso contro ogni incursione infernale.
Eccolo:
“1. Cerca di andare tutti i giorni alla Santa Messa e di fare la Santa Comunione.
2.  Ricordati di recitare ogni giorno il Santo Rosario. 
3.  Leggiti ogni giorno un brano della Sacra Scrittura.
4.  Se riesci fai qualche momento di Adorazione Eucaristica davanti al Tabernacolo dove è presente
realmente Gesù così vedrai come aumenterà prodigiosamente il tuo livello di santità.
4.  Se riesci confessati tutte le settimane anche i peccati veniali.
5.  Fai spesso propositi e fioretti al Signore e alla Madonna per aiutare gli altri.
6. Chiedi continuamente aiuto al tuo Angelo Custode che deve diventare il tuo migliore amico”.

6. Carlo Acutis faceva così e viveva serenamente. Era un vulcano di gioia. Non aveva alcuna paura
del diavolo.
Sono certo invece che il diavolo avesse paura di lui secondo quanto sta scritto nella Sacra Scrittura:
“Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi” (Gc 4,7).

7. Questo kit della santità è anche a tua portata di mano.


Fai come ha fatto Carlo.
Ti sentirai signore anche di quei simboli che guarderai ridendo.
Soprattutto, sarai contento, sarai felice. Sentirai di essere approdato nella vita vera.

Te lo auguro con tutto il cuore.


Ti assicuro la mia preghiera. Ti benedico e ti auguro ogni bene.
Padre Angelo

Quesito
Buonasera Padre,
mi domanda una ragazza: come è possibile credere, e se è possibile credere, sapendo che comunque
rimango delusa nella vita.
Padre, come si sentirebbe di rispondere?
Grazie il suo prezioso aiuto.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1.  se andiamo dietro a Cristo semplicemente per avere qualche aiuto o vantaggio temporale,
inevitabilmente rimaniamo delusi.
Anche i discepoli di Emmaus erano rimasti delusi: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe
liberato Israele” (Lc 24,21).
Speravano che Cristo li salvasse sotto il profilo temporale, che liberasse Israele dal dominio dei
romani.
Forse avevano sperato fino all’ultimo che Gesù Cristo sfuggisse a chi lo voleva crocifiggere, come
aveva fatto altre volte quando aveva tirato via la forza a quelli che l’avevano portato sul ciglio del
monte per buttarlo giù (cfr. Lc 4,29).
“Noi speravamo”: pensavano che la sua morte fosse come la morte di tutti gli altri mortali e cioè
che con quella morte fosse finita ogni speranza.

2. Non pensavano invece che era necessario che Cristo entrasse nel regno dei morti per sconfiggere
la morte, per renderla temporanea – da definitiva qual era – attraverso l’evento della sua
risurrezione.
Non pensavano che era necessario che Cristo morisse per la redenzione e per la santificazione
nostra in vista della vita futura.

3. Gesù riaccende in loro la speranza presentando un altro obiettivo, del tutto diverso da quello del
vantaggio di ordine temporale: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i
profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc
24,25-26).
Gesù con la sua umanità è entrato nella sua gloria, e cioè in Dio, nel paradiso.
Vi è entrato non solo a titolo personale, ma come capostipite dell’umanità redenta per portarvi tutti
noi.
La sua gloria è la vita stessa di Dio, che in una parola si chiama santità.

4. Ebbene, se andiamo dietro a Cristo per cercare la santità, non ci delude.


Se lo cerchiamo invece per altri beni, anche buoni come quelli di un vantaggio di ordine temporale
ma non in vista della santità, facilmente rimaniamo delusi.

5. Gesù assicura che non ci farà mancare nulla se cerchiamo innanzitutto la santità, la comunione di
vita con Lui.
L’ha garantito dicendo: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste
cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).
Cercare il regno di Dio e la sua giustizia è la stessa cosa che cercare Dio e la santità.

6. Nell’ultima cena con solenne giuramento ha detto: “In verità, in verità io vi dico: se chiederete
qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà” (Gv 16,23).
L’espressione ebraica “in verità vi dico” sta ad indicare un giuramento. Quando l’espressione viene
raddoppiata si tratta di un giuramento solenne.
Allora Gesù nell’ultima cena giura solennemente che quando si chiede qualcosa al Padre nel suo
nome, certamente verrà data.
San Tommaso d’Aquino si domanda che cosa significhi chiedere qualcosa. E dice che se chiediamo
solo beni di ordine temporale è come se chiedessimo nulla.
Se invece chiediamo qualche bene di ordine temporale in vista della santità, allora cominciamo a
chiedere qualcosa.
Se lo domandiamo al Padre per i meriti di Cristo, vale a dire perché Cristo ce l’ha guadagnato,
certamente ci viene dato.
Aggiunge poi che Dio viene grandemente onorato se gli chiediamo cose molto grandi.
E le cose molto grandi sono quelle che gli hanno chiesto i giusti dell’Antico Testamento quando
dicevano: “Il tuo volto, Signore, io cerco; non nascondermi il tuo volto”.

7. Pertanto quando si ama Dio e si cerca la santità, tutto torna a nostro vantaggio, come assicura lo
Spirito Santo per mezzo di San Paolo quando dice: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per
quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28). 

8. San Paolo stesso, quando sarà in prigione e ormai in prossimità della morte, si dichiara convinto
che anche quello che gli stava per succedere non era tempo perso, ma capitava per un grande
guadagno.
Scrive infatti: “Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si siano volte piuttosto per il
progresso del Vangelo, al punto che, in tutto il palazzo del pretorio e dovunque, si sa che io sono
prigioniero per Cristo. In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie
catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola” (Fil 1,12-14). 
E aggiunge: “(So infatti che…)  secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò
deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo,
sia che io viva sia che io muoia” (Fil 1,20).

9. Pertanto aiuta questa ragazza a credere in Cristo non semplicemente per gli aiuti di carattere
temporale, che peraltro certamente le saranno dati se per mezzo di essi cerca la santità, ma perché
Cristo la introduce in una vita di comunione con Dio, che già fin d’ora supera la dolcezza di ogni
gusto secondo quanto si legge nel libro della Sapienza: “Invece hai sfamato il tuo popolo con il cibo
degli angeli, dal cielo hai offerto loro un pane pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e
soddisfare ogni gusto.
Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i figli, si adattava al gusto di chi ne
mangiava, si trasformava in ciò che ognuno desiderava” (Sap 20-21).
Aiutala a scoprire il tesoro nascosto che ha ricevuto mediante la fede e la grazia.
Falle gustare “la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro” (Eb 6,4-5).

10. Accompagnala con la tua preghiera e con la tua testimonianza perché il Signore la introduca a
saziarsi dell’abbondanza dei beni della sua casa e a dissetarsi al torrente delle sue delizie (cfr. Sal
36,9). 
Non si sentirà mai delusa. Anzi potrà dire costantemente insieme con Davide: “Ma io, come olivo
verdeggiante nella casa di Dio, mi abbandono alla fedeltà di Dio in eterno e per sempre” (Sal
52,10).

Con l’augurio che tutto questo diventi il tuo e il suo pane quotidiano, vi assicuro la mia preghiera e
vi benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno, non so se riceverò mai risposta ai miei quesiti, ma ci provo ugualmente.
Mi chiamo (…, nome al femminile) ma nasco come Davide, ho portato al termine solo di recente la
transizione corporea grazie alla chirurgia dopo aver intrapreso un percorso psicologico, psichiatrico
ed endocrinologico nel 2008. Dico corporea perché la mia anima, così come riesco a concepirla e
percepirla, è sempre stata quella di una donna (ammesso che le anime abbiano sesso).
Ho 34 anni, e purtroppo non sono esattamente una buona cristiana o cattolica che dir si voglia, non
metto piede in una chiesa da anni… Vede, tanto tempo fa, mi confessai dicendo al Sacerdote della
mia “condizione” e lui mi disse che ahimè ero destinata all’inferno, poiché agli effeminati è
precluso il regno dei Cieli…mi diede comunque l’assoluzione ed io potei avvicinarmi alla
Comunione… Era il periodo della Divina Misericordia, lo ricordo bene perché misero il quadro
vicino l’altare e quando lo vidi mi sono commossa…. Ho pianto più volte durante le Messe, ma
ogni volta che mi confessavo da questo sacerdote era come se mi facesse pesare il mio essere
“diversa” e così mi sono allontanata dalla Chiesa. Sento tanta nostalgia di Gesù, è come essere
innamorati di qualcuno e dovergli stare lontano…. 
Ho chiesto a Dio, che se non fosse di suo gradimento il mio cambiamento fisico, di farmi morire
prima che ci fossi riuscita.
Ebbene, chiedo scusa per il lungo messaggio, adesso arrivo alle domande… 
1) È vero che le persone che hanno compiuto una transizione di genere sono destinate all’inferno?
Spero proprio di no. 
2) Se nella resurrezione dei corpi gloriosi, non ci sarà nessuna androginia, ma anzi ritorneremo
come eravamo in vita, significa che riavrò di nuovo il corpo maschile? Questo mi addolora
moltissimo……. 
3) Dato che nulla di impuro può varcare le porte celesti, non frequentando la Chiesa da tempo, una
di queste notti mi sono ritrovata a dialogare con Dio… Ho pensato a tutti i peccati che ho
commesso, tanti che ho compiuto anche in anni passati e che non ricordavo…. Talmente tanti che se
morissi adesso brucerei all’inferno…. Io ho così paura, ci vorrebbero ore per confessarli tutti.
Avrebbe senso andare da un sacerdote solo per confessarmi? Io temo un possibile rifiuto o che mi si
neghi l’assoluzione.
4) Se Dio nella Sua infinita bontà e misericordia decidesse di risparmiare la mia anima ed essa
stessa si gettasse nel purgatorio, non avendo nessuno che preghi per me, resterei abbandonata e sola
a soffrire a lungo? 
Grazie del tempo dedicatomi
Dio la benedica 

Risposta del sacerdote

Carissima,
1. non entro nel merito della tua transizione di sesso, che ormai è avvenuta ed è irreversibile.
Mi limito a dirti qualcosa che possa giovare alla tua anima.
Quando ti sei confessata da quel sacerdote, non penso che ti abbia detto che eri destinata all’inferno.
Probabilmente avrà voluto semplicemente riportarti quanto si legge nella Sacra Scrittura: “Non
sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né
adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori
erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,9-10).
Nella traduzione precedente, al posto di depravati, decideva effemminati.
Il fatto che proprio quel sacerdote ti abbia dato l’assoluzione sta a dire che non eri destinata
all’inferno.

2. Inoltre va precisato che gli effeminati per San Paolo non sono coloro che hanno un’inclinazione
verso le persone del medesimo sesso ma chi compie atti impuri con tali persone.
La tua situazione non è di omosessualità, ma di transessualità. Ed è ben diverso.
Gli omosessuali amano il proprio sesso. I transessuali odiano il proprio sesso biologico. Leggendo
la tua mail ho l’impressione che sia proprio così.
Come ho detto più sopra, non entro nel merito del tuo cambiamento di sesso ma sulla situazione
della tua anima.

3. Se tu vivi in castità e in grazia di Dio ti sono aperte le porte del paradiso.


Ciò che infine è dirimente per entrare in paradiso è lo stato di grazia.
Ora se tu osservi tutti i comandamenti di Dio, e pertanto se vai a Messa, preghi, onori il tuo
prossimo, rispetti i suoi beni, vivi in castità, pratichi la carità, ecc.. puoi avere il giusto
convincimento di essere in grazia di Dio.
Con quanto ti ho detto, ho risposto alla tua prima domanda.

4. Mi chiedi con quale corpo risorgerai per la vita futura.


Ebbene, anche qui è necessario ricordare che cosa dice la Sacra Scrittura: “Così anche la
risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella
miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo
animale, risorge corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che il
primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di
vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto
dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli
di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così
saremo simili all’uomo celeste” (1 Cor 15,42-48).
La Bibbia di Gerusalemme spiega in maniera autorevole: “da psichico (la nostra traduzione dice:
animale, n.d.r.) il corpo diviene allora pneumatico (la nostra traduzione dice: spirituale, n.d.r.),
incorruttibile, immortale, glorioso, libero dalle leggi della materia terrestre e dalle sue modalità di
apparire”. 
Libero dalle leggi della materia terrestre fa riferimento a Gv 20,19.26, dove si legge che Gesù entrò
nel cenacolo a porte chiuse.
Libero dalle sue modalità di apparire fa riferimento ai discepoli di Emmaus (Lc 24 16).
Circa queste modalità di apparire valgono le parole del Signore: “Alla risurrezione infatti non si
prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo” (22,30).
Questo non significa che il corpo non sarà sessuato, ma che si è ormai del tutto liberi dalle funzioni
biologiche. Tanto più che questo corpo sarà un corpo spirituale e glorioso.

5. Il consiglio che ti do è di andarti a confessare. Il sacerdote, come ministro della misericordia di


Dio, ti accoglierà a braccia aperte e se sei desiderosa di vivere secondo le vie di Dio (e cioè
seguendo i comandamenti) certamente ti assolverà.
Vai, dunque, perché il Signore ti aspetta.
I timori che ti prendono non vengono da Dio, ma dal tuo avversario il quale non vuole in nessun
modo che tu ti confessi.
Non dargliela vinta.

6. Infine, il Signore non soltanto desidera, ma fa di tutto per risparmiare la tua anima dall’inferno.
Queste stesse domande che ti stai ponendo sono il segno che Egli sta lavorando dentro il tuo cuore.
Ti vuole con Sé eternamente in paradiso.
E qualora tu andassi in purgatorio, non sarai mai sola e del tutto abbandonata perché la Chiesa,
soprattutto nella celebrazione della Santa Messa, prega per “tutti i defunti che si affidano alla tua
misericordia” e molte persone non dimenticano di pregare per le anime più abbandonate del
Purgatorio.
Per cui nel senso più rigoroso del termine non si è mai totalmente abbandonati in Purgatorio.
Quando si parla delle anime più abbandonate ci si riferisce a quelle per le quali non vi sono persone
specifiche che pregano e fanno suffragi per loro.
Ma la Chiesa non abbandona nessuno e per tutti prega perché si compia il tempo della loro
purificazione.

7. Pertanto, sii piena di speranza. 


Con l’aiuto di Dio, della Beata Vergine Maria, dei Santi e di tutta la Chiesa puoi vivere, pur nella
tua attuale situazione, secondo le vie di Dio e puoi diventare santa.

Te lo auguro con tutto il cuore. Per questo ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Mia moglie è Moldava. Sposati in chiesa cattolica con matrimonio misto nel 2008, abbiamo una
figlia normalmente battezzata.
Mia moglie che è battezzata con rito ortodosso vorrebbe comunicarsi in Francia, dove adesso siamo
residenti, ma dice che il battesimo e gli altri sacramenti ricevuti in Moldavia non sono validi.
Ciò ci ha molto turbati perché in Italia il Vescovo di Napoli li ha ritenuti validi concedendo il
permesso per il matrimonio.
Il battesimo ortodosso è valido o no per la Chiesa cattolica? 
Aggiungo che essendo nata sotto la URSS, ella non ha un certificato, in quanto in quei tempi era
una pratica interdetta e gravemente punita. Ma la famiglia ha preferito correre il rischio, obbedendo
alla fede.
Sua madre e la famiglia hanno testimoniato la veridicità del battesimo.
Con devozione,
Francesco

Risposta del sacerdote

Caro Francesco, 
1. il battesimo ricevuto nella Chiesa ortodossa è valido.
A loro volta molte chiese ortodosse considerano valido il battesimo ricevuto nella Chiesa cattolica.
Ma ve ne sono alcune, più accanite e più chiuse contro la chiesa di Roma, che non lo ritengono
valido.

2. Per la Chiesa Cattolica è valido ogni battesimo ricevuto “nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo”, anche se chi amministra il battesimo fosse senza fede, a condizione che intenda fare
ciò che fa la Chiesa.

3. Del resto la Chiesa cattolica ritiene che in caso di necessità qualsiasi uomo, pur eretico o
scomunicato, addirittura appartenente ad un’altra religione, battezza validamente se usa l’acqua,
pronuncia le debite parole e intende fare ciò che fa la Chiesa.
In tal modo si è pronunciato il concilio di Firenze nel 1439: “In caso di necessità non soltanto il
sacerdote o il diacono, ma anche un laico o una donna, anzi anche un pagano ed un eretico può
battezzare, purché osservi la forma determinata della Chiesa e intenda fare ciò che fa la Chiesa”
(DS 1315).

4. Scrive San Tommaso: “Papa Gelasio e Sant’Isidoro dicono che battezzare in caso di necessità e
concesso comunemente ai laici cristiani” (Somma teologica, III, 67, 3, sed contra).

5. Ed ecco la motivazione: “Alla misericordia di colui che vuole la salvezza di tutti gli uomini (1
Tm 2,4) si addice di facilitare all’uomo l’uso delle cose necessarie alla salvezza. Ma fra tutti i
sacramenti è di massima necessità il battesimo, che è la rigenerazione dell’uomo alla vita
soprannaturale, perché ai bambini non si può provvedere altrimenti, e gli adulti non possono in
nessun altro modo e con il battesimo conseguire la piena remissione sia della colpa che della pena.
E quindi, perché l’uomo non venga a mancare di un rimedio tanto necessario, fu stabilito sia che la
sua materia fosse comune, cioè l’acqua che tutti possono avere, sia che il ministro potesse essere
chiunque, anche chi non è ordinato, affinché nessuno rischi la sua salvezza per mancanza del
battesimo” (Ib., III, 67, 3).

6. Inoltre “la Chiesa stabilì che i non battezzati, sia Giudei sia pagani, possono conferire il
sacramento del battesimo purché battezzino con la forma della Chiesa. Per cui il Papa San Niccolò
così rispose ai quesiti dei Bulgari: “Voi asserite che nella vostra patria molti sono stati battezzati da
uno che non sapete se era cristiano o pagano. Ora, se sono stati battezzati nel nome della Trinità,
non devono essere ribattezzati. Se invece non fosse stata osservata la forma della Chiesa, non
sarebbe valido il sacramento del battesimo”” (Somma teologica, III, 67, 5).
Pertanto se è valido il battesimo conferito da un pagano, quanto più non lo sarà quello conferito da
un cristiano.

7. E ancora: “Chi battezza si limita a prestare esteriormente il suo ministero, ma chi battezza
interiormente è Cristo, che può servirsi di tutti gli uomini per tutto ciò che vuole. Quindi i non
battezzati possono battezzare; perché, come dice il Papa San Niccolò, il battesimo “non è cosa di
costoro”, ossia di quelli che battezzano, ma “di lui”, ossia di Cristo” (Ib., ad 1).
E: “Battezzare spetta all’ordine sacerdotale per ragioni di convenienza e di solennità, ma queste
ragioni non toccano la validità del sacramento. 
Quindi un laico, anche se battezza fuori del caso di necessità, benché pecchi, conferisce tuttavia il
sacramento del battesimo, e chi è stato battezzato in questo modo non dev’essere ribattezzato”
(Ib., III, 67, 3, ad 1).

Con l’augurio di ogni bene, vi benedico e vi ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
volevo chiederti una cosa: perché Gesù guariva gli ammalati, dava da mangiare agli affamati ma
non dava i soldi ai poveri? La mia domanda può sembrare impertinente ma parte da una riflessione
sulla beatitudine relativa alla povertà nelle due versioni: Beati i poveri e beati i poveri in Spirito.
Poi volevo sapere perché questa beatitudine esiste in queste due versioni per cui una sembrerebbe
condannare la ricchezza come intralcio alla felicità eppure Gesù aveva amici anche tra le persone
ricche.
Saluti
Christina

Risposta del sacerdote

Cara Christina,
1. alla tua domanda se il Signore desse dei soldi ai poveri risponde il Vangelo di San Giovanni a
proposito del tradimento di Giuda.
Gesù gli aveva detto: “quello che devi fare fallo al più presto” (Gv 13,27).
Gli apostoli non capirono che il Signore alludesse al tradimento. Per questo San Giovanni scrive:
“Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, venendo
giù dalla borsa, Gesù gli avesse detto: compra quello che ci occorre per la festa; oppure che dovesse
dare qualche cosa ai poveri” (Gv 13,28-29).
Da questo si arguisce che Gesù Cristo, sebbene non maneggiasse soldi, tuttavia aveva incaricato
uno a tenere la cassa per i bisogni della comunità e anche per dispensarne ai poveri.

2. Piace riportare a questo punto il commento di San Tommaso: “Si noti in proposito che il Signore,
Dio del cielo, il quale provvede il cibo a ogni vivente, vuole avere una borsa, non perché possedeva
qualcosa di terreno, ma allo scopo di conservare le offerte dei fedeli, per sovvenire alle proprie
necessità e a quelle dei poveri.
E Giuda portava quella borsa.
E in tal modo, come dice Agostino, veniva impartito un esempio; nel senso che la Chiesa ha facoltà
di possedere e di conservare il denaro per le necessità più urgenti.
E così veniamo anche istruiti a spendere il denaro della Chiesa solo per questi due scopi.
Primo, per le cose riguardanti il culto divino; cosicché è detto “compra quello che occorre per la
festa”, ossia le cose che ci occorrono per onorare Dio nel giorno festivo.
Secondo, per le cose occorrenti al sostentamento dei poveri” (Commento al Vangelo di Giovanni,
13,29).

3. Va rilevato anche che Giuda, tenendo la cassa, talvolta ne approfittava.


Il Vangelo di Giovanni riferisce che era ladro. A proposito dell’unzione fatta a Gesù con nardo
“assai prezioso” si lamenta dicendo che era uno spreco. Ma l’evangelista commenta: “Disse questo
non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva
quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,6).
È una storia che, purtroppo, sembra ripetersi spesso.

4. Circa la seconda riflessione: Gesù non condanna la ricchezza in se stessa. Con la ricchezza infatti
si può fare anche del bene.
Quando Gesù dice nel Vangelo di San Luca: “Beati voi poveri perché è vostro e il regno di Dio”
senza dire Beati i poveri in spirito, come si legge nel Vangelo di Matteo, vuol riferirsi non
semplicemente a quelli che sono poveri materialmente, ma a coloro che disprezzano le ricchezze al
punto che sanno disfarsene per farsi discepoli del Signore.

5. Va poi notato che quando Gesù dice Beati voi poveri si sta rivolgendo ai discepoli, alcuni dei
quali come gli apostoli avevano rinunciato ad ogni bene per seguire Gesù Cristo.
Gli altri, pur continuando a possedere i loro beni, ne erano distaccati.
Per questo l’espressione Beati voi poveri di Luca 6,20 corrisponde perfettamente
all’espressione Beati i poveri in spirito di Mt 5,3.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Gentilissimo padre Angelo,
come sta? Come stanno i suoi confratelli? Spero bene. Lei non sa che piacere ho di poterle scrivere
perché trovo le sue risposte molto edificanti. Santa Teresa d’Avila raccomandava di rivolgersi a
confessori istruiti, a uomini virtuosi e di santa vita proprio come lei. Queste sono le domande che ho
maturato in quest’ultimo periodo e che vorrei porle. Come si prepara un padre domenicano alla sua
predicazione? I padri domenicani non ha un po’ di nostalgia circa le predicazioni infuocate di un
tempo disputate con i frati francescani? Santa Teresa d’Avila per la sua riforma, si è confrontata con
vari ordini (carmelitano, domenicano, francescano e gesuita): perché oggi il dialogo tra i vari ordini
è più difficile? Cosa Santa Teresa d’Avila ha lasciato di importante all’Ordine Domenicano e cosa
l’Ordine ha lasciato al Carmelo Riformato? L’Ordine Domenicano fin dalle sue origini si è occupato
di eresie: quali sono le eresie dei nostri giorni? La saluto di cuore e le auguro un Buon Natale
(2020, n.d.r.) e un Felice Anno Nuovo anche a tutta la sua comunità domenicana. 
Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. a distanza di quasi di un anno mi trovo dinanzi alla tua mail.
Mi compiaccio molto del tuo interesse per questi Ordini gloriosi che hanno segnato la storia della
chiesa e indirettamente hanno inciso anche nella storia dell’umanità. Penso semplicemente alla
produzione teologica di San Tommaso d’Aquino e al concetto di persona che ha folgorato pensatori
cristiani di primo ordine come Jacques Maritain e Giorgio La Pira.

2. Mi hai fatto molte domande che meriterebbero ognuna una risposta a sé.
Sarebbe troppo lungo soffermarsi su ognuno dei tuoi quesiti.
Mi limito a riportare l’affetto che Santa Teresa d’Avila provava per il nostro Ordine di San
Domenico.
La sua vita si è intrecciata con diversi domenicani, tutti di grande santità e dottrina.
Quando si è trattato di por mano alla riforma del Carmelo si rivolse  al nostro San Ludovico
Bertrand per chiedergli se fosse volontà di Dio di intraprendere tale opera.
San Ludovico, dopo tre o quattro mesi di preghiere, le rispose così: “Madre Teresa, ho ricevuto la
vostra lettera. Siccome l’affare di cui mi interrogate è molto importante per la gloria di Dio, ho
voluto raccomandarlo nelle mie povere preghiere e santi Sacrifici: questo è il motivo per cui ho
tardato tanto a rispondervi. Ora, in nome del Signore, vi dico di armarvi di coraggio per questa
grande impresa nella quale Egli vi aiuterà e favorirà. Vi assicuro da parte sua che prima di
cinquant’anni il vostro Ordine sarà uno dei più illustri della Chiesa di Dio. Che egli si degni sempre
di proteggervi!
Valencia. Fr. Ludovico Bertrand”.

3. San Ludovico in nome di Dio le dice di intraprendere l’opera.


Santa Teresa nella propria autobiografia sembra contraccambiare il servizio e profetizza del nostro
Ordine: “Un giorno, mentre ero in orazione con grande raccoglimento, quiete e soavità, mi parve di
vedermi tra gli angeli, vicinissima a Dio. Cominciando a pregare per la Chiesa, vidi il gran bene che
un Ordine avrebbe fatto negli ultimi tempi e il coraggio con cui i suoi alunni avrebbero sostenuta la
fede” (Vita, cap. XL, 12).
E: “Una volta, mentre pregavo innanzi al Santissimo Sacramento mi apparve un santo il cui Ordine
era stato alquanto rilassato. Aprì un gran libro che teneva fra le mani e mi disse di leggere alcune
parole che vi stavano scritte. Erano in caratteri grossi e ben leggibili e dicevano: In avvenire
quest’Ordine fiorirà e avrà molti martiri” (Ib., 13).

4. Secondo il carmelitano padre Girolamo Graciàn, al quale Santa Teresa aveva promesso con voto
di obbedire, si tratta dell’ordine di San Domenico.

5. Sappiamo che a Santa Teresa d’Avila comparve San Domenico il quale le diede la mano e le
promise che l’avrebbe aiutata grandemente nelle cose del suo Ordine e nello stesso tempo le disse
parole che le causarono grande consolazione.

6. Secondo il padre Ribera, della Compagnia di Gesù, ebbe otto confessori domenicani tra i quali il
padre Garcia di Toledo che le comandò di scrivere la propria vita, che è una delle opere più preziose
della Santa. 

7. Tra i grandi domenicani che le furono confessori desidero ricordare il padre Pietro Ibañez.
Lo presenta come “uomo di molta dottrina e gran servo di Dio” e “il più grande teologo che fosse
allora in città, inferiore a ben pochi anche nel suo ordine” (Ib., XXXII,16).
Di lui scrive ancora: “Un’altra volta vidi la stessa colomba sulla testa di un padre dell’Ordine di San
Domenico, con questa differenza, che i raggi e gli splendori delle ali sembravano più diffusi. Intesi
da ciò che egli avrebbe condotto a Dio molte anime” (Vita, XXXVIII,12).

8. “Un’altra volta vidi Nostra Signora che copriva di un mantello bianchissimo quel Presentato
(titolo accademico, n.d.r.) dello stesso Ordine, di cui ho parlato altre volte. E mi disse che gli dava
quel manto in ricompensa dei servizi che aveva reso con l’aiutare la fondazione di questo
monastero, e in pegno della protezione con cui Ella avrebbe sempre difesa la purezza dell’anima sua
custodendogliela da ogni peccato mortale. E credo che così fu.
Morì dopo alcuni anni, ma dopo aver condotto una vita così penitente e averla conclusa con una
morte così invidiabile che della sua eterna salute, per quanto è a noi dato a giudicarne, non c’è da
avere alcun dubbio. Un religioso che l’assistette sino all’ultimo mi confidò che prima di spirare gli
disse che gli stava vicino San Tommaso. Morì pieno di gioia e con vivo desiderio di abbandonare
quest’esilio.
Mi è poi apparso varie volte circonfuso di gloria per dirmi alcune cose. Era un uomo di così alta
orazione che verso la fine di sua vita, pur volendo distrarsi per la debolezza che sentiva, non era
capace di riuscirvi, per i molti rapimenti a cui andava soggetto. Poco prima di morire mi scrisse
domandandomi come fare a sottrarsene, perché dopo la Messa cadeva in estasi e vi rimaneva a
lungo senza potervi resistere. Infine Dio lo ricompensò del molto che aveva fatto nella sua vita”
(Ib., 13).
Successivamente Santa Teresa scrive: “Fra le anime che Dio mi ha concesso di vedere, non intesi
che altri abbiano evitato del tutto il Purgatorio, oltre quella del religioso anzidetto, quella del santo
fra Pietro d’Alcantara e quella del padre domenicano di cui ho parlato più sopra (e cioè del padre
Ibañez, n.d.r.)” (Ib., 32).

9. Un posto tutto particolare ce l’ha anche il padre Domingo Bañez che la confessò e la guidò
dall’inizio della sua conversione fino alla morte e cioè per 24 anni e le ordinò di scrivere il mirabile
trattato del Cammino di perfezione.  
 Santa Teresa definisce il padre Domingo  Bañez come “uomo di grande dottrina e prudenza,
secondo il cui parere io cercavo sempre di agire” (Fondazioni, III,5).
Un intervento del padre Bañez salvò il nuovo monastero riformato nel quale Santa Teresa d’Avila
era appena entrata con le sue consorelle. Scrive: “Due o tre giorni dopo il governatore convocò in
assemblea vari magistrati del consiglio e alcuni membri del capitolo, e decretarono tutti a una voce
che in nessun modo si doveva permettere un monastero che finiva con l’essere di evidente aggravio
alla città, che bisognava togliere il Santissimo Sacramento e impedire assolutamente che la cosa
continuasse. Convocarono anche gli Ordini della città, incaricando due teologi di ogni Ordine a dare
il loro parere. Alcuni tacquero, altri ci condannarono, e la conclusione fu che il monastero si
dovesse subito sopprimere. Solo un Presentato dell’Ordine di San Domenico si levò a difenderci.
Nonostante fosse contrario alla povertà con cui il monastero si era fondato, fece osservare che in
una cosa così importante si doveva procedere un po’ più cautamente, che pensassero bene perché
del tempo ce n’era, che l’affare era di competenza vescovile, ed altre cose del genere che riuscirono
a calmare gli spiriti: avevano tanta furia che fu un vero miracolo se non posero subito ad effetto il
loro disegno” (Vita, XXXVI,15).

10. C’è ancora il padre Vincenzo Barròn di cui Santa Teresa d’Avila ne parla come di un
“dottissimo domenicano”, che per vari anni fu stato confessore di suo padre.
Dice che questo domenicano quando parlava di suo padre “ne lodava molto la purezza di coscienza”
e si diceva “sicuro del suo immediato ingresso in paradiso” (Vita, VII, 16).
Poi scrive: “Questo padre domenicano, molto virtuoso e timorato di Dio, mi giovò immensamente,
perché, sceltolo come mio confessore, si prese a cuore il bene dell’anima mia e mi fece
comprendere lo stato pericoloso in cui ero” (Ib., VII, 17).
Mi fermo qui, ma penso che sia piacevole per tutti avvertire l’affetto che Santa Teresa provava per il
nostro Ordine. Amava definirsi “domenicana per affetto” o anche “domenicana nell’anima”.
Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di aver reso pubblico quanto ho scritto, ti benedico, ti
auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo, 
innanzitutto un caro saluto.
Leggendo il bellissimo libro: “Le Rivelazioni Celesti di Santa Brigida di Svezia”, al Capitolo
Decimo del Primo Libro, è scritto: 
“…Dopo, i crudeli carnefici lo presero e lo distesero sulla croce. Per prima
crocifissero la mano destra allo stipite, dove già c’era il foro per il chiodo;
perforarono la mano nella parte dov’era più dura. Tirando poi con una fune l’altra
mano, la confissero allo stesso modo allo stipite. Poi crocifissero il piede destro e
sopra vi misero il sinistro, con due chiodi, sicché i nervi e le vene si tendevano e si
spezzavano. Ciò fatto, gli posero la corona di spine così fortemente che punse
l’adorabile capo del Figlio mio, si riempirono gli occhi di quel sangue scorrente, si
ostruirono le orecchie e si imbrattò tutta la barba.
E mentre era così sanguinante e piagato alla mia dolorosa presenza gemente, guardò
con quegli occhi insanguinati Giovanni, figlio di mia sorella, ed a lui mi raccomandò.”
È la Madonna che racconta quello che è successo durante la crocifissione di Gesù.
La mia domanda è, perché parla di Giovanni come “figlio di mia sorella”. Il Giovanni che stava con
loro durante la crocifissione non era l’apostolo Giovanni Evangelista?
Ringraziandola per la sua risposta, Le chiedo una benedizione per la mia famiglia ed in particolare
per i miei due nipotini amatissimi, Paolo e Ianco.
Che Dio La benedica, Padre Angelo.
Vincenzo

Risposta del sacerdote

Caro Vincenzo, 

1.sì, Giovanni ai piedi della croce è Giovanni l’evangelista.


La madre dei due fratelli è Salomè, menzionata tra le donne presenti sul calvario al momento della
morte di Gesù e anche tra quelle che vanno alla tomba di Gesù la mattina della risurrezione.

2. Nel Dizionario enciclopedico della Bibbia e del mondo biblico a cura di Galbani e Piazza si
legge: “Si suppone che essa sia la sorella di Maria, la madre di Gesù”.
“Si suppone”, cioè si pensa che sia così.

3. A convalidare quel “si suppone” interviene Pierre Benoit, grande biblista domenicano e chiamato
come esperto al concilio Vaticano II. Nel suo poderoso studio sulla “Passione e risurrezione del
Signore” non accantona questa ipotesi.
Scrive: “Ed ecco una terza donna: la madre dei figli di Zebedeo, dice Matteo. Salomè dice marco.
Si tratta probabilmente della stessa persona, una Salomè sposa di Zebedeo e madre di Giacomo il
maggiore e di Giovanni.
Per precisare che siano queste donne, bisogna ricorrere al quarto vangelo. Sembra che Giovanni ne
nomini quattro: sua madre, cioè la madre di Gesù la sorella di sua madre, dunque una sorella della
Madonna; Maria, moglie di Cleofa; infine mano Maria di Magdala (Gv 19,25),
Conosciamo già Maria di Magdala; e Maria, la madre di Gesù, non presenta difficoltà. Ma alcuni si
chiedono se Maria moglie di Cleofa e la sorella di sua madre sono una sola persona oppure due.
Si tratta più probabilmente di due persone perché sarebbe sorprendente che la sorella della Madonna
si chiamasse Maria come lei. La sorella di sua madre non sarebbe forse la Salomè moglie di
Zebedeo, di cui parlano qui i sinottici? In questo caso Giacomo e Giovanni sarebbero cugini di
Gesù da parte materna” (p. 278).

4. Tuttavia il termine sorella però non deve ingannare perché nella Sacra Scrittura le parole “fratelli
e sorelle, non sempre vengono usati in senso stretto. Spesso traducono termini ebraici e aramaici
che, oltre a designare i figli gli stessi genitori, designano anche parenti prossimi specialmente per
consanguineità, senza specificare il grado di parentela” (Dizionario enciclopedico della Bibbia e del
mondo biblico).
In questo senso infatti si parla dei fratelli e delle sorelle di Gesù. E nel medesimo modo si poteva
parlare anche di sorella della Madonna.

5. Ecco dunque come corrisponderebbe al vero quanto si legge nelle Rivelazioni celesti di Santa
Brigida.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Gentilissimi, Padre,
Salve,
Sono nato a … ma vivo da molti anni all’estero
Alcuni miei contatti su FB hanno pubblicato dei vostri contenuti e siccome voi siete una testata di
ispirazione cattolica del mio luogo di origine, penso possiate trovare interessante questa riflessione.
Sto facendo un Dottorato e sto affrontando alcuni problemi legati alle “scienze sociali”. 
Allo stesso tempo, mi definirei agnostico: Non conosco cosa ci sia dopo la morte anche se non mi
sembra così assurdo che ci possa esserci qualcosa (è meno insensato un senso della vita
incomprensibile rispetto all’assenza di senso). (…).
Come noto, l’insegnamento di “Ama il tuo nemico” è nei Vangeli. Forse quindi un Sacerdote (o
anche un Teologo) è molto più qualificato di me nel sapere quali siano le profonde implicazioni di
questo comandamento, il quale risulta essere drammaticamente difficile da applicare.
Il messaggio che desidero mandare (e nel caso pubblicare) a tal proposito è il seguente.
Seguendo il telegiornale sulla invasione della Ucraina, una donna Ucraina dichiarava “Io i Russi li
odio” … oppure “Non risparmieremo un solo invasore”.
Probabilmente sarebbe difficile biasimarla e facile essere tacciati di ipocrisia (o di “buonismo”
come si dice in questi ultimi anni), in fondo come fare a non odiare chi ti sta bombardando? (…).
Ciò nonostante, uno degli insegnamenti dal catechismo è questo:
Ama il tuo Nemico
Oggi c’è una guerra tra Ucraina e Russia. Moltissime manifestazioni di solidarietà nei confronti
della Ucraina sono nate spontanee, proprio perché vista come una Nazione (e come una comunità di
persone) ingiustamente attaccata. Possiamo però anche “Amare il nemico”? Se magari “amare” è un
po’ troppo, solidarizzare è già meno impegnativo. (…).
Però non ci si può nascondere dietro a un dito. Se ci sono dei “nemici buoni” ci sono anche
dei “nemici cattivi” … gente che ci crede veramente a questo massacro: 
Ad esempio il carro armato che schiaccia una automobile con dentro degli anziani ucraini è una
scena disgustosa, dentro il carro armato c’è stato qualcuno che lo ha guidato per fare così (quello
che si dice “crimine di guerra”). Meriterebbe questo soldato di essere odiato? (…).
Che dire poi di Putin e degli altri funzionari russi, responsabili di questo attacco?
Ad oggi, per come è strutturato il diritto internazionale, non si è in grado di assicurare alla giustizia
(ad esempio al Tribunale dell’Aja) questi criminali. 
Anche nei confronti di Putin è necessario sforzarsi di praticare l’insegnamento ama il tuo nemico? 
Non so se ci sia stato qualcuno (probabilmente sì), ma sarebbe solo una provocazione (quasi
blasfema) oppure sarebbe veramente desiderabile che un sacerdote inviti i fedeli a pregare non solo
per la Pace, ma anche per i “nemici” (per Putin ad esempio)? (…).
In tempo di guerra, come invece adesso in Ucraina, forse questo ragionamento (di amare i
nemici, n.d.r.) non vale perché, almeno per un po’, la “Difesa della Patria” si deve fare con le armi. 
Veramente siamo condannati a non poter “amare il nemico”, e quindi, ad esempio, dobbiamo
arrenderci al fatto che non possiamo far altro che alcuni imbraccino le armi e ammazzino altre
persone? (…).
Grazie.

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. il precetto di amare il nemico è incomprensibile da un punto di vista umano.
Quando vedi uno che dà fuoco alla tua casa, che ti lascia all’addiaccio in mezzo alla neve con
moglie e figli e privo di tutto, come puoi amarlo?

2. Il Signore non chiede certo di condividere i propositi di distruzione del nemico. Questi propositi
sono un male e da essi è necessario tutelarsi, respingendo l’aggressione.
Tanto più che il Signore ha comandato di amare il prossimo (tra cui il nemico) come se stessi.
Per questo i teologi dicono che l’amore per il prossimo parte dall’amore per se stessi.

3. L’amore per se stessi e per i propri cari è il primo dovere.


Da questo dovere, soprattutto per i propri cari, non vi può essere alcuna dispensa. È un dovere così
grave da sollecitare la difesa, anche mettendo a repentaglio la vita del nemico se non c’è altro
mezzo di difesa per tutelare se stessi e i propri cari.
Per questo la Chiesa nelle Decretali di Gregorio IX (siamo nella prima parte del XIII secolo) ha
accolto il principio della giurisprudenza romana: vim vi repellere licet cum moderamine inculpatae
tutelae (è lecito respingere la violenza con la violenza, con la moderazione di una difesa non
colpevole).
Di recente Giovanni Paolo II ha scritto: “Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in
condizioni di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va
attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione, anche nel caso in cui egli non
fosse moralmente responsabile per mancanza dell’uso della ragione” (Evangelium vitae, 55).
Nello stesso tenore si esprime anche il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La legittima difesa può
essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene
comune della famiglia o della comunità civile” (CCC 2265).

4. Ci si domanda allora che cosa significhi amare il proprio nemico.


Amare il prossimo secondo il Vangelo significa amarlo con il cuore di Dio e pertanto desiderargli il
bene che gli desidera Dio.
Ora il bene più grande che Dio vuole al nostro nemico è la sua salvezza eterna, la quale esige come
premessa indispensabile la sua conversione.

5. Ecco allora che cosa significa amare il proprio nemico: desiderare la sua conversione. 
A conti fatti è anche il bene migliore col quale possiamo tutelare noi stessi.
Anche perché quando si convertirà, ci amerà come se stesso.

6. Comprendo la donna ucraina che grida: io odio i russi.


La stessa cosa dobbiamo farla anche noi, ma sottintendendo: odio il male che fanno, perché non è
accettabile in nessuna maniera e perché in se stesso è un male così grande che – per usare
un’espressione del vecchio catechismo – grida vendetta al cospetto di Dio.
Amare i nemici non significa affatto amare il male che fanno.
Questo male lo odiamo e lo detestiamo anche noi, prima di loro.

7. Amarli significa invece porsi su un altro piano, che è quello della fede che dà uno sguardo
superiore alle cose perché è di ordine soprannaturale.
Amarli significa desiderare innanzitutto la loro conversione, convinti che in tal modo si tutela
meglio il loro e il nostro bene.

8. C’è un’antifona nella Liturgia della Chiesa che in italiano può essere tradotta così: “Da’ pace,
Signore, ai nostri giorni perché non c’è altri che possa cambiare la mente e il cuore degli uomini
all’infuori di Te, Signore Dio nostro”.

9. Ripeto, comprendo l’esasperazione e la totale desolazione della donna ucraina. 


Ma a mente lucida e soprattutto maggiormente illuminata dalla fede non ci vuole molto a
comprendere che l’odio per le persone non risolve nulla perché introduce in una spirale di odio
vicendevole che infine porta alla distruzione di tutto e di tutti.
L’unica salvezza – anche da un punto di vista umano – viene solo da un amore più grande: che da
una parte odia e combatte il male, e dall’altra mira all’eliminazione del male nella sua radice. Il che
coincide con la conversione della mente e del cuore dei nostri nemici.

10. A scanso di equivoci, l’amore per i nemici non richiede sentimenti di calore nei loro confronti.
Non ci deve meravigliare che di fatto si accompagni anche con un senso di profondo disagio.
Tuttavia, consapevoli di essere uniti secondo il disegno di Dio nel vincolo della carità come in un
solo corpo, abbiamo la fiducia che pregando per i nemici li aiutiamo ad aprire un varco all’azione
divina per la conversione del loro cuore e della loro mente.
Per questo Gesù ha detto: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt
5,44).

Con l’augurio che anche tu ti possa associare a noi per sprigionare questo tipo di amore che
affratella tutti gli uomini, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Reverendo Padre,
la dottrina cristiana non prevede la predestinazione degli uomini, ma mi chiedo: come è possibile
conciliare questa tesi col fatto che nulla accade senza la volontà di Dio? 
La ringrazio per la risposta che mi vorrà dare e la saluto cordialmente.
Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. è necessario anzitutto precisare il significato delle parole.
Tu per predestinazione intendi la predeterminazione.
Allora in questo senso la dottrina cristiana non prevede la predestinazione.
È verità di fede che l’uomo è libero ed è signore delle proprie azioni.

2. Tuttavia sia nella Sacra Scrittura sia nell’insegnamento della chiesa si parla di predestinazione
alla salvezza.
San Paolo dice ad esempio: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha
anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra
molti fratelli” (Rm 8,29).
Ebbene, in senso teologico predestinazione e predeterminazione non sono sinonimi.
Per predestinazione si intende il piano concepito da Dio per condurre l’uomo al fine soprannaturale
che è la vita eterna.
Ora, poiché l’obiettivo che Dio all’uomo è di ordine soprannaturale (la comunione di vita celeste e
divina con la Santissima Trinità) ed è del tutto superiore alle sue capacità naturali, Dio stesso gli
viene incontro dandogli tutti i mezzi per poter conseguire questo obiettivo, compresa la grazia di
poter cooperare al piano di Dio.

3. Quando si dice che “nulla accade senza la volontà di Dio”, bisogna distinguere tra ciò che è bene
e ciò che è male. 
Ciò che è bene, Dio lo vuole.
Ciò che è male, Dio non lo vuole, ma lo permette.
Solo in questo senso si dice che nulla accade senza la volontà di Dio, e cioè il male non accadrebbe
se Dio non lo permettesse.

4. È per questo che talvolta ci si rassegna di fronte al male dicendo: sia fatta la volontà di Dio. Non
però perché Dio voglia il male, perché non lo può volere in nessun modo, ma perché permette che
avvenga in vista di un bene più grande.
Talvolta questo bene più grande lo si vedrà solo nell’eternità, quando potremmo vedere in maniera
perfetta quali siano stati i mali più gravi dai quali Dio ci ha risparmiato e anche il bene che Dio ha
voluto trarre permettendo agli uomini di compiere il male.

5. Allora, come vedi, si concilia perfettamente il piano di predestinazione alla salvezza con la libertà
dell’uomo.
Salvandosi, l’uomo coopera positivamente con il piano stabilito da Dio.
Compiendo il male, invece, l’uomo esce dal piano della salvezza e liberamente sceglie la propria
separazione da Dio e cioè l’inferno. Si dice allora che è volontà di Dio che l’uomo vada all’inferno
solo nel senso che Dio permette che l’uomo ci vada.
Ma anche in questo caso Dio non cessa di far di tutto secondo il suo piano di salvezza perché
l’uomo non si danni.
Se l’uomo però rimane ostinato, Dio rispetta la sua volontà.

Con l’augurio di cooperare in tutto e per tutto il disegno di salvezza che il Signore ha prestabilito
per noi, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico. 
Padre Angelo
Quesito
Caro Padre Angelo,
le confesso che sono molto confuso circa le rivelazioni del demonio sotto esorcismo e molte di esse
le ritengo veritiere in quanto, pur essendo il principe del male e della menzogna, satana sotto
esorcismo è obbligato a dire la verità.
La domanda che mi sorge e che Le faccio è: qualora il demonio si dovesse ravvedere dalla sua
condotta, sempre che ciò abbia ad avvenire, troverebbe misericordia presso Dio? Se ciò avvenisse,
essendo egli la morte, verrebbe a terminare il mondo così come lo conosciamo e anche lui potrebbe
“lucrare” le grazie della divina misericordia che vengono grazie al sacrificio del Cristo.
Oppure, qual ora egli abbia a ravvedersi dalla sua condotta sarebbe dannato senza possibilità di
appello?
La ringrazio e Le assicuro il ricordo nella preghiera.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. a proposito della verità che il demonio sarebbe costretto a dire durante l’esorcismo, va tenuto
presente ciò che si legge nelle Linee guida per il ministero dell’esorcismo: “L’esorcista non scordi
mai che i demoni, dopo la loro caduta e la loro condanna, hanno come connaturali la falsità,
l’inganno, la finzione, la dissimulazione, la doppiezza, l’ipocrisia, l’impostura. Anche nei casi in cui
sono obbligati da Dio ad affermare una verità e viene ad essere impedito di insinuare il veleno della
loro menzogna, l’intenzione con cui obbediscono è sempre quella di ingannare” (n. 407).
“Il comando che l’esorcista impartisce ai demoni nel nome del Signore e con l’autorità ricevuta
dalla chiesa basta per sé ad obbligarli a confessare la verità oggettiva, indipendentemente dalla loro
condizione soggettiva e, soprattutto, dalle intenzioni, se e solo quando Dio ritiene necessario
concorrere con la sua potenza per costringerli rispondere. Ciò spiega i loro ostinati silenzi, le loro
tergiversazioni e le loro risposte false” (n. 408).

2. Tu stesso lo riconosci perché nonostante tu abbia scritto che “Satana sotto esorcismo è obbligato
a dire la verità” alla fine concludi dicendo: “molte di esse le ritengo veritiere”.
Dicendo molte e non tutte affermi che non c’è mai da fidarsi del tutto di quanto Satana dice anche
sotto l’azione di esorcismo.

3. Passo adesso alla seconda domanda. Chiedi se qualora il demonio si ravvedesse e domandasse
perdono a Dio, ci potesse essere per lui una speranza di salvezza.
Se domandasse perdono! Certamente sì.
Ma questo è impossibile perché il demonio non lo vuole.
E non lo vuole perché è nell’eternità.
Nell’eternità non c’è un prima e un poi.
Di fatto il demonio è irrimediabilmente ostinato nella sua ribellione.
La mancata riconciliazione non avviene perché Dio non voglia tendere la mano, perché Dio nella
sua stessa essenza è misericordia, ma perché il demonio non la vuole.

4. Nella tua mail scrivi poi che il diavolo è morte.


Ebbene, è morte solo in senso metaforico perché la morte in se stessa è la cessazione dell’esistenza
e della vita.
Il diavolo, invece, esiste, vive e opera.
È morte invece in quanto separa da Dio che, come dice Sant’Agostino, è la vita della dell’anima.

5. Infine, sì, l’ultimo nemico ad essere vinto sarà la morte perché tutti risorgeranno, come ha detto il
Signore: “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno,
quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di
condanna” (Gv 5,29-30). 

Con l’augurio di risorgere per una risurrezione di vita, mentre ti ringrazio per la preghiera che mi
hai assicurato, ti prometto la mia e ti benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
1. Dio, essendo onnisciente, sa se finiremo al paradiso o all’inferno. Però allo stesso tempo siamo
liberi di scegliere, quindi in sostanza Dio sa semplicemente cosa sceglieremo liberamente. Fino a
qua ci siamo.
In teoria questo non fa una piega, però andando in pratica mi sorge qualche dubbio. Mi chiedo:
Premesso ciò, Dio non potrebbe crearci in modo da farci “liberamente” scegliere il bene?
Detto in modo diverso: Quando Dio crea ognuno di noi, egli ci colloca in un contesto
socio/culturale e in un contesto personale determinato, e nel fare questo egli sa perfettamente se in
futuro decideremo “liberamente” di scegliere il bene o il male.
Questo però crea un paradosso: sebbene in potenza quindi siamo liberi, allo stesso tempo però
questa distribuzione generale, che Dio fa in principio con noi inserendoci nel tempo e nello spazio,
non può che determinare il nostro destino, perché ovviamente, nel contesto in cui ci troveremo,
“liberamente” sceglieremmo o bene o il male in base la situazione che troviamo di fronte.
2. Il primo punto si basa sul fatto che la scelta dell’uomo sia determinata dal “contesto sociale e
personale”; però se dovessimo essere precisi questo non è proprio vero, perché siamo dotati di
libero arbitrio. Il libero arbitrio, per essere tale, deve contenere necessariamente un nucleo di
“incondizionamento”, altrimenti non si potrebbe parlare di qualcosa veramente libero. Questo però
complica ancor più il paradosso, perché tenendo conto del libero arbitrio (elemento autonomo da
interferenze esterne), non si capisce del perché una persona scelga il male, infatti, dato che ogni
uomo possiede il libero arbitrio (che nel suo nucleo è impermeabile dal contesto esterno) perché
mai un essere creato con una predestinazione alla salvezza dovrebbe scegliere il male?
Ricapitolando ci sarebbero due casi:
– l’uomo sceglie il bene o il male in base alle situazioni che incontra durante la sua vita. Se fosse
così si entrerebbe nel paradosso del punto 1
– l’uomo, nel suo nucleo centrale, è libero da condizionamenti esterni. Se fosse così allora non si
capirebbe come sia possibile che una persona scelga il male, se non ritenendo che egli sia già
determinata ad essa. 
Spero di essermi spiegato bene. Qual è la sua opinione in merito?

Risposta del sacerdote


Carissimo, 
1. eccomi alla tua terza mail nella quale chiedi sostanzialmente se sia vero che l’uomo è libero visto
che si trova a vivere in un determinato contesto che inevitabilmente lo condiziona.
Se ho capito bene, ti domandi che libertà abbia l’uomo se di fatto si trova condizionato a vivere e ad
agire in un ambiente che non si è scelto.

2. Come ho avuto occasione di ribadire diverse volte, la chiesa ci tiene a dire che l’uomo è libero.
L’ha fissato anche come dogma di fede.
Secondo San Tommaso, ripreso poi dal concilio Vaticano II, la libertà è il segno più luminoso della
nostra somiglianza con Dio. Nel Proemio alla sezione morale della Somma teologica afferma che
l’uomo è ad immagine di Dio “in quanto questi è principio delle proprie azioni, in forza del libero
arbitrio e del dominio che ha su se stesso” (Somma teologica, I-II, proemio). 

3. Essere libero per l’uomo non significa essere senza condizionamenti.


Perché ognuno di noi prima ancora di essere condizionato dall’esterno, come tu sottolinei, è
condizionato dall’interno, essendo già strutturato in un determinato modo nel suo organismo e nella
sua anima.
Ciò significa che noi non siamo libertà assoluta, non siamo liberi di crearci come vogliamo.
Abbiamo un corpo meravigliosamente strutturato secondo leggi sapientissime. Derogare da queste
leggi è la stessa cosa che farci del male, che autodistruggerci.
Ugualmente abbiamo un’anima dotata di intelletto, che non si accontenta di guardare le cose
dall’esterno come fanno gli animali, ma vuole penetrare all’interno. In tal modo l’uomo è capace di
conoscere in maniera più perfetta, più rigorosa, elaborando così un sapere scientifico.
Insieme con l’intelletto è dotato anche di volontà, che non è semplicemente una forza che comanda.
Ma è anche capacità di amare, di donarsi in maniera del tutto nuova rispetto agli animali, come
quando si fa dono di sé con vincolo indissolubile ed esclusivo.
E questo non in forza dell’istinto, ma della libertà per cui ci si sente soddisfatti solo incontrando una
persona che accetta questo dono e che a sua volta lo contraccambia. Alludo a quella realtà
meravigliosa e spirituale che è il matrimonio.

4. Pertanto la libertà umana è vera ed è reale, ma non è assoluta, non è incondizionata né


dall’interno né dall’esterno.
Di fatto ci troviamo determinati dalla nostra natura.
Questo è il primo limite della nostra libertà. È la libertà di una creatura.
Vi è poi un’altra realtà da tenere presente e che circoscrive la libertà umana: l’obiettivo che dà senso
alla nostra vita.
Questo obiettivo è il possesso di Dio, della comunione con Lui, della condivisione della sua vita
eterna, di tutti i suoi tesori di sapienza e di scienza, del suo amore senza fine.
È quello obiettivo inscritto nelle esigenze più intimo della nostra natura umana che Sant’Agostino
descriveva in questi termini: “Tu, Dio, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto fino a quando
non riposa in te” (Confessioni, I,1,1).

5. Questi due limiti della nostra libertà (la nostra natura e il nostro obiettivo ultimo) rivelano tutto il
senso della nostra esistenza e della nostra stessa libertà.
Non si tratta di autocostruirci per qualche manciata di anni senza alcun senso per poi finire nel
nulla.
Viviamo invece all’interno di un contesto che non ci siamo prefabbricati, che per noi è dono di Dio,
che ci richiama a Dio e trova il suo senso nell’unirci a Dio.
La libertà umana si gioca tutta qui: nel vivere in un contesto che ci è predeterminato, al quale
peraltro noi stessi diamo il nostro contributo nel bene e nel male, ma nello stesso tempo
trascendendolo e superandolo, perché è segno di un’altra realtà che cerchiamo e amiamo: Dio, la
sua amicizia, lo stare in lui e con lui.
6. Come vedi, la nostra libertà è mirata, ha un obiettivo da raggiungere. Non è la libertà del farci o
disfarci a nostro piacimento, come se si trattasse di un gioco.
È tutta ordinata all’amore. Ad un amore che trascende tutte le cose e tutte le persone. 
È proprio in questa trascendenza che esprime se stessa e si sente artefice del proprio obiettivo.
I condizionamenti che derivano dall’esterno (le cose, le persone, gli eventi, le strutture……) non
sono di per sé un impedimento a conseguire questo obiettivo, ma il mezzo attraverso il quale noi in
maniera inedita e sempre nuova lo perseguiamo.
Questi condizionamenti che mutano inevitabilmente con il variare del tempo sono infine dei beni e
dei mezzi che ci permettono di perseguire anche nelle difficoltà l’obiettivo che dà senso a tutta la
nostra vita.

7. Come vedi, ti ho dato una risposta più ampia che non rinchiude l’uomo nell’immanenza e che in
definitiva priva di senso.
La libertà dell’uomo non è senza contenuti e senza obiettivo, come è tentato di pensare l’uomo che
vive senza Dio.
È una libertà orientata. È la libertà di una persona che si costruisce trascendendo quelli che tu
chiami condizionamenti, e che invece io chiamo beni o segni che rimandano ad un’altra realtà.
Proprio in questa azione di trascendenza, che è tutta interiore, la libertà umana esprime tutto il suo
significato.

Con l’augurio di vivere così, crescendo sempre di più in Dio, ti assicuro la mia preghiera e ti
benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Fino a che punto è “corretto” obbedire all’opinione della Chiesa?
Mi spiego meglio. Prendo l’aneddoto di Galileo Galilei soltanto come esempio, ma ce ne potrebbero
essere molti altri.
La Chiesa è formata da uomini, e proprio per questo è soggetta ad errore, e forse è proprio giusto
così, proprio perché soltanto Dio è infallibile. Questo però pone un problema.
Ad esempio nel processo contro Galileo Galilei le gerarchie ecclesiastiche “imposero”
sostanzialmente di abiurare su un tema oggi incontrovertibilmente a favore suo.
Galileo nel caso concreto abiurò, ma immaginiamo che non l’avesse fatto e fosse stato condannato
come eretico (perché sicuramente sarebbe finita così).
Come si potrebbe affermare che un cristiano abbia l’obbligo di “rinunciare” alla verità?
 Con questo discorso non sto ovviamente dicendo che in ogni argomento ognuno possa pensare
come vuole, però è inevitabile che ci sono argomenti, così come allora, nei quali la posizione
ufficiale della Chiesa non ha ancora raggiunto la verità al 100% ed affermare il contrario sarebbe
erroneo, e prima ancora illusorio. 
 Arrivo alla domanda: Sono un cristiano cattolico ed ho una mia personale teoria, fondata su
un’argomentazione valida, su un qualsiasi argomento della fede/morale. Lungi dal voler essere
eretico e/o scismatico, è lecita la mia presa di posizione avversa alla versione ufficiale? Se sì, fino a
che punto posso spingermi?

Risposta del sacerdote


Carissimo,
1. L. Todisco, in un suo pregevole manuale di storia della chiesa dei primi decenni del secolo XX,
dopo aver ricostruito le varie vicende legate al caso Galileo, scrive: “Le condanne del 1616 e del
1633 furono un errore. Teologi e giudici non seppero applicare la regola di Agostino e Tommaso:
per quanto riguarda i fenomeni naturali, i dati dei Libri sacri non si devono prendere con rigore
scientifico”.
E dopo aver riportato le attenuanti di alcuni per sminuire la portata dell’errore, scrive ancora: “Ma
queste considerazioni, se sminuiscono la gravità dell’errore, non lo distruggono. È un errore che
pesa anche oggi come incubo e viene periodicamente riesumato, anche dopo espunto dall’Indice Il
Dialogo (uno scritto di Galileo, n.d.r.) e tolto il divieto di insegnare la dottrina in esso contenuta
(1833), la Provvidenza permise che è un simile errore, riparabile e riparato, forse ho commesso una
volta, perché divenisse impossibile in avvenire” (Corso storia della Chiesa, IV, p. 420).

2. Ulteriormente scrive: “Allora non vigeva l’uso, invalso più tardi, di menzionare nei decreti
dell’Indice e del Santo ufficio la ratifica papale; ma questa ratifica, sia nel decreto del 1616 sia nella
sentenza del 1633 facilmente si sottintende.
Eppure tutti gli scrittori affermano unanimi che la condanna di Galileo e del sistema copernicano
non tocca la prerogativa dell’infallibilità” (Ib.).
Forse il Signore ha permesso questo errore perché nella definizione dell’infallibilità del Papa che
sarebbe stata sancita come dogma di fede durante il concilio Vaticano I (1870) si fosse ben precisi
nel delimitare l’ambito in cui i fedeli sono garantiti dalla sicurezza dottrinale.

3. Ecco infatti il testo con cui la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus definisce l’ambito


dell’infallibilità del Papa: “Perciò noi…  con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e
definiamo essere dogma divinamente rivelato che: il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra,
cioè quando adempiendo il suo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, definisce, in virtù
della sua suprema autorità apostolica, che una dottrina in materia di fede o di morale deve essere
ammessa da tutta la chiesa, gode, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona
del beato Pietro, di quell’infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la sua
chiesa, quando definisce la dottrina riguardante la fede o la morale. Di conseguenza queste
definizioni del Romano Pontefice sono in riformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della
chiesa” (DS 3073-3074).

4. All’inizio della tua mail chiedi: Fino a che punto è “corretto” obbedire all’opinione della Chiesa?
Ebbene, bisogna distinguere tra opinione e dottrina.
Se il Romano Pontefice esprime una sua opinione su materia di carattere scientifico si dovrà dire
che la sua opinione è da rispettare, ma non si può dire che sia infallibile, perché non rientra
nell’ambito della fede e della morale di cui Nostro Signore l’ha costituito “pastore e di dottore di
tutti i cristiani”.
Se invece si tratta di dottrina il discorso cambia perché sappiamo che nell’insegnamento della
dottrina il Magistero è garantito dall’Alto.

5. Alla fine poni una domanda: “Sono un cristiano cattolico ed ho una mia personale teoria, fondata
su un’argomentazione valida, su un qualsiasi argomento della fede/morale. Lungi dal voler essere
eretico e/o scismatico, è lecita la mia presa di posizione avversa alla versione ufficiale? Se sì, fino a
che punto posso spingermi?”.
Ebbene, si deve fare una distinzione tra magistero infallibile e magistero autentico.
Quando un pronunciamento è infallibile perché è proclamato ex cathedra oppure perché tutti i
vescovi convengono con il Romano Pontefice nell’insegnare quella determinata dottrina come
definitiva, dovresti conformare il tuo pensiero a quello della chiesa. È un atto di fede.
Avere fede in Dio e nell’insegnamento di coloro ai quali Dio ha garantito l’infallibilità e poi pensare
come si vuole è in contraddizione con lo statuto stesso della fede.
La fede è di per se stessa adesione a verità che per noi non sono evidenti.
Se invece si tratta di magistero ordinario autentico, puoi dire che la pensi diversamente, ma sempre
prestando ossequio di intelletto e di volontà a quanto insegna la chiesa. In termini molto semplici
dirai che è necessario stare a quanto insegna la chiesa perché è la via più sicura.
Questo evidentemente quando si tratta di insegnamento che ha a che fare con la fede o con la
morale.
Non invece quando si tratta di argomenti scientifici, circa i quali la chiesa di per sé non ha una
specifica competenza.

Ti ringrazio anche per questo quesito, ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Salve padre Angelo.
Premesso che secondo me sia più che possibile desumere dal vangelo che esista la Trinità, mi sono
però sempre posto una domanda: Come mai Gesù non fa mai riferimento “esplicito” su una materia
così importante? Infatti, il concetto di Trinità noi lo “desumiamo” attraverso le frasi di Gesù, a
differenza di altri importanti temi (come ad esempio il fatto di essere il Messia) per i quali Gesù
stesso chiarisce letteralmente il problema.
Però la Trinità penso sia il fondamento stesso della religione cristiana, come mai “rischiare” di far
sfuggire un tale concetto ai fedeli futuri? A conferma dell’ambiguità “letterale” ricordo che anche al
Concilio di Nicea proprio questo tema è stato centro di un intenso dibattito, ed a prescindere
dall’esito, la convocazione di un concilio è l’ennesima riprova di quanto questo concetto fosse
almeno “latamente” dubbio. 
Tutt’oggi esistono confessioni cristiane, soprattutto moderne, che non credono alla Trinità basandosi
proprio su questo fraintendimento.
La ringrazio in anticipo per il chiarimento.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. a differenza del mondo pagano che venerava molti dei (Esiodo, poeta greco del VII-VIII secolo
a.C., diceva che gli dei sarebbero nel numero di 30.000) il popolo di Israele si faceva un vanto nel
credere nell’esistenza di un solo Dio.

2. Rivelandosi agli ebrei e parlando per mezzo di Mosé, Dio dice: “Ascolta, Israele: il Signore è il
nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e
con tutte le forze” (Dt 6,4-5).
Ugualmente attraverso Isaia dice: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore
degli eserciti: Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi” (Is 44,6).

3. Nel Nuovo Testamento Gesù stesso dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano te,l’unico vero
Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv17,3).
San Giacomo: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! “(Gc
2,19).
Tra gli antichi scrittori cristiani, Tertulliano dice: “Se Dio non è unico, non è neppure Dio” (Contra
Marcionem 1,3).

4. Certo, nella Sacra Scrittura non troviamo l’espressione: “Dio è trinità”. Ma le tre persone divine
sono ben attestate nei Vangeli.
Parlare esplicitamente di Trinità divina sarebbe stato per tanti suoi uditori l’equivalente che
introdurre il politeismo.
Sappiamo bene che Gesù fu condannato a morte proprio a motivo dell’affermazione della sua
identità divina: “Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una
bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio»” (Gv 10,33) e: “Per questo i Giudei cercavano ancor
più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi
uguale a Dio” (Gv 5,19).
Lo attesta anche l’evangelista San Matteo quando riferisce il motivo della condanna morte di
Gesù: “Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il
Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete
il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo
sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?
Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!»” (Mt
26,63-66). 

5. Ciò non significa che i vangeli e Gesù non abbiano parlato esplicitamente delle tre persone
divine.
La prima ad apprendere questa verità deve essere stata la Madonna perché l’angelo le dice:
“Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò
colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35).
La verrà a sapere anche Giovanni battista, testimone di quanto avvenne al momento del battesimo di
Gesù: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide
lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che
diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»” (Mt 3,16-17).
Al momento del congedo dagli apostoli e sul punto di ascendere in cielo Gesù svela apertamente i
nomi delle tre persone divine: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome
del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19).

6. Nel frattempo, più precisamente nell’ultima cena, Gesù promette lo Spirito Santo che avrebbe
condotto i suoi a comprendere la verità tutta intera: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi
guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13).
Per cui poco per volta si parlerà sempre più apertamente della Trinità divina.

7. Stimolata dall’eresia di Ario, che negava la divinità di Cristo e pertanto anche la Trinità divina, la
Chiesa nel concilio di Nicea nel 325 sancisce in termini dogmatici l’esistenza dell’unico Dio,
sussistente in tre Persone.
Atanasio, che fu grande artefice in quel concilio nel combattere Ario, nella prima parte del
suo Simbolo, si esprime così: 
“La fede cattolica è questa: che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell’unità.
Senza confondere le persone, e senza separare la sostanza.
Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, ed altra quella dello Spirito Santo.
Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, con uguale gloria e coeterna maestà.
Quale è il Padre, tale è il Figlio, tale lo Spirito Santo.
Increato il Padre, increato il Figlio, increato lo Spirito Santo.
Immenso il Padre, immenso il Figlio, immenso lo Spirito Santo.
Eterno il Padre, eterno il Figlio, eterno lo Spirito Santo
E tuttavia non vi sono tre eterni, ma un solo eterno.
Come pure non vi sono tre increati, né tre immensi, ma un solo increato e un solo immenso.
Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, onnipotente lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre onnipotenti, ma un solo onnipotente.
Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio.
E tuttavia non vi sono tre dei, ma un solo Dio.
Signore è il Padre, Signore è il Figlio, Signore è lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre Signori, ma un solo Signore”.

8. Concludi dicendo: “Tutt’oggi esistono confessioni cristiane, soprattutto moderne, che non
credono alla Trinità”.
Ebbene, va detto che negano la Trinità perché negano la divinità di Gesù Cristo.
E proprio perché negano queste due verità principali della nostra fede cristiana, queste confessioni,
come tu le chiami, non sono cristiane, come ad esempio i testimoni di Geova.

Ti ringrazio del quesito, ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo, buonasera, spero che lei stia bene.
Le scrivo questa volta per un paio di dubbi che mi sono venuti riguardo all’ordinazione sacerdotale
e al sacramento del matrimonio. Ho letto molte sue risposte riguardo al tema del sacerdozio
femminile e so che cosa ne pensa ma il mio dubbio questa volta è più specifico. In pratica su
internet mi sono imbattuto in una trasmissione dove si affrontava il tema del sacerdozio femminile
(ovviamente questa persona era assolutamente a favore) e uno degli argomenti che ha portato a
favore dell’ordinazione delle donne era che secondo lei siccome il sacramento del matrimonio viene
amministrato dagli sposi e non dal sacerdote, e siccome quando un sacerdote amministra i
sacramenti agisce in persona Christi, ciò significa che al momento del matrimonio anche la sposa
per il fatto di amministrare il matrimonio assieme al marito, agisce anche lei in persona Christi.
Perciò la sua conclusione era di ammettere le donne al sacerdozio perché già agiscono in persona
Christi nel matrimonio, e quindi amministrano un sacramento ma non gli altri, e secondo questa
persona si dovrebbe ”ampliare” questa cosa anche agli altri sacramenti. Volevo una sua spiegazione
al riguardo, forse il sacramento del matrimonio ha un ”carattere” diverso? Oppure il sacerdote
agisce in persona Christi solo quando amministra alcuni sacramenti? Ed è vero che sono gli sposi ad
amministrare il sacramento del matrimonio? 
Spero di essermi fatto capire.
La ringrazio molto per avermi letto e per l’eventuale risposta, la ricorderò nelle mie preghiere.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. l’errore in cui è caduta colei che parlava in quella trasmissione è stato questo: non è stata capace
di distinguere tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune dei fedeli.

2. Tutti i battezzati diventano partecipi del sacerdozio di Cristo nel senso che sono capaci di offrire
a Dio preghiere e sacrifici spirituali.
In questo senso esprimono quel culto spirituale a Dio gradito di cui parla San Paolo quando dice:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

3. Tuttavia, come ricorda il concilio Vaticano II il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale si


differenziano tra loro non solo per grado ma per essenza (cfr. Lumen gentium, 10).
Non si tratta soltanto di una maggiore o minore intensità di partecipazione all’unico sacerdozio di
Cristo ma di due partecipazioni essenzialmente diverse.

4. Il sacerdozio comune, infatti, si fonda sul carattere battesimale e impegna a servire Dio in spirito
e verità con l’offerta della propria vita, con la partecipazione alla Liturgia della Chiesa, con la
testimonianza di una vita santa e con una carità operosa.

5. Il sacerdozio ministeriale, invece, si fonda sul carattere impresso dal sacramento dell’Ordine, che
conforma a Cristo buon Pastore e capo dell’umanità “per offrire il Sacrificio e per rimettere i
peccati”(PO 2 e 13).
In forza di questa loro conformazione e potestà i sacerdoti agiscono in persona di Cristo capo “in
persona Christi Capitis” (PO 2) e Buon pastore.
Solo i sacerdoti (ed evidentemente anche i vescovi che sono di grado superiore) partecipano della
grazia capitale di Gesù Cristo e in ordine a questo ricevono un nuovo carattere.

6. Si tratta pertanto di un potere divino che neanche i diaconi, che pur diventano partecipi
dell’ordine sacro, possiedono.
A questo riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: “La dottrina cattolica, espressa nella
Liturgia, nel magistero e nella pratica costante della Chiesa, riconosce che esistono due gradi di
partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo: l’episcopato e il presbiterato. Il diaconato è
finalizzato al loro aiuto e al loro servizio.
Per questo il termine “sacerdos” – sacerdote – designa, nell’uso attuale, i vescovi e i presbiteri, ma
non i diaconi” (CCC 1554).
Pertanto solo i sacerdoti e i vescovi hanno il potere di agire in persona Christi.

7. Gli sposi sono ministri del sacramento del matrimonio in forza del carattere battesimale e non in
forza del carattere dell’ordine sacro.
Sono ministri perché si trasmettono vicendevolmente il consenso.
Ora per esprimere tale consenso non c’è bisogno di un potere divino, perché anche i non battezzati
quando si sposano esprimono tale consenso.

8. Questo è così vero che pur essendo ministri del sacramento non causano e non comunicano la
grazia, ma si dispongono vicendevolmente a ricevere la Grazia manifestando visibilmente l’amore
di Cristo per la Chiesa.
Questa dottrina è espressa anche in Amoris laetitia di Papa Francesco il quale ricorda che questo
loro essere immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa “invita ad invocare il Signore perché riversi
il suo amore dentro i limiti delle relazioni coniugali” (AL 73).

9. Antonio Miralles in un suo prezioso volume sul matrimonio scrive: “Gli sposi non agiscono come
i presbiteri in forza di una deputazione, per realizzare un’azione in persona Christi.
Agiscono in nome proprio per realizzare il dono delle loro persone”(Il matrimonio, p. 309). 
E: “La modalità del loro agire sacramentale presenta caratteristiche diverse rispetto al modo di agire
dei ministri negli altri sacramenti” (Ib.).

10. Nell’esortazione post sinodale sul compito dei laici nella chiesa, intitolata Christifideles laici si
legge: “L’esercizio di questi compiti (offrire sacrifici spirituali, n.d.r.) non fa del fedele laico un
pastore: in realtà non è il compito a costituire il ministero, bensì l’ordinazione sacramentale. Solo il
sacramento dell’Ordine attribuisce al ministero ordinato una peculiare partecipazione all’ufficio di
Cristo Capo e Pastore e al suo sacerdozio eterno” (CFL 23).

11. Mi chiedi se il sacramento del matrimonio imprima un carattere diverso.


La risposta è: il matrimonio non imprime alcun carattere.
Alla morte di un coniuge il matrimonio viene meno. Il coniuge superstite rimane vedovo e può
sposarsi un’altra volta.

12. In conclusione, è vero che gli sposi sono i ministri del sacramento del matrimonio. 
Sono ministri del matrimonio in forza del diritto naturale.
E sono ministri del sacramento del matrimonio in forza del battesimo che li ha costituiti partecipi
del sacerdozio regale di Cristo.
Per agire in persona Christi non basta essere partecipi del sacerdozio regale di Cristo, ma è
necessario essere partecipi del sacerdozio ministeriale, vale a dire della grazia capitale di Cristo e
cioè della grazia di Cristo capo e buon pastore.

Ti ringrazio delle preghiere che mi hai promesso. 


Ti assicuro le mie, ti benedico e ti auguro ogni bene.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
ho spesso modo di ascoltare pareri di diversi intellettuali, studiosi, docenti universitari, opinionisti
ecc… tessere in qualche modo le lodi di un mondo globalizzato, senza muri e senza confini, dove si
rispettano tutte le religioni e le persone di ogni razza e cultura comprese le svariate manifestazione
della sessualità (non limitata alla distinzione tra maschio e femmina).
Ovviamente è certamente, umanamente, una buona aspirazione vivere tutti in pace e in serenità.
(…).
Oggi molti reputano l’aborto un diritto, l’unione civile tra persone dello stesso sesso un diritto, la
“famiglia allargata” un diritto… si parla continuamente di diritti, continuamente di libertà
minacciate da presunti oscurantisti e se si prova a far notare che simili pratiche sono un peccato
grave secondo le Scritture, allora si viene derisi, bollati come medievali (senza darsi cura
ovviamente di aprire un manuale di storia medievale e capire veramente cosa sia stato davvero il
Medioevo) e soprattutto, questo mi colpisce di più, come falsi cristiani.
Che l’accusa venga da un non credente, da un ateo o da un laicista potrei anche capire… ma che
questa venga da gente che si professa cristiana e che non ha nessun problema a dichiararsi
favorevole all’aborto, tanto per fare un esempio, proprio non riesco a capacitarmene! (…).
Pensano che Nostro Signore sia una sorta di pacifista perché in fondo Lui sedeva con i peccatori
senza giudicarli. Ma cosa vuol dire? Gesù certamente passava tanto tempo in compagnia dei
peccatori, ma credo che il Suo scopo fosse quello di convertirli, di esortarli a cambiare vita, non
certo perché si sentissero legittimati a vivere nel peccato. (…).
Quelli che spesso sono grandi sostenitori dei porti e dei confini aperti per chiunque, sono spesso gli
stessi che parlano di aborto come un diritto sacrosanto o che magari nemmeno si accorgono del
povero della porta accanto. Credono di essere tutti giusti e buoni solo perché sostengono che i porti
debbano restare aperti per chiunque. (…). Ci si nasconde dietro uno “scappano dalla guerra, dai
lager, dalle torture”, sì, certo, ma come mai nessuno approfondisce mai in tv simili atrocità? E
perché i responsabili non vengono esposti mediaticamente come si fa di solito per una persona
sospettata di omicidio? Chi scappa dalla guerra va soccorso (per carità, ci mancherebbe), mentre un
bambino nel grembo di sua madre, l’essere più indifeso al mondo, essendo, secondo loro, un
“grumo di cellule” può essere soppresso. Hanno paura dei grandi dittatori tipo Hitler il quale faceva
trucidare anche le persone che avevano difetti fisici, eppure in molti sostengono che sia giusto
abortire un bambino con la sindrome di Down o con qualche altra malattia genetica. C’è una
paurosa contraddizione nel loro modo di pensare e nemmeno se ne rendono conto!! (…).
Padre, scusi per la mail così lunga, ma avevo bisogno di fare questo sfogo ed eventualmente avere
da lei anche qualche consiglio. Magari sono io che sbaglio e non me ne rendo conto, non lo so!
Grazie per la pazienza e l’attenzione e come sempre, con tutto il cuore, recito un’Ave Maria per lei
e per tutto l’Ordine Domenicano.

Risposta del sacerdote

Caro Marco, 
1. solo oggi sono giunto alla tua mail dell’anno scorso.
È una mail nella quale evidenzi tante contraddizioni, di cui molti non si rendono conto.
Dico subito che nella risposta che presento voglio evidenziare i motivi delle contraddizioni di fondo
in cui spesso ci troviamo a vivere.
Ci tengo anche a precisare che non voglio entrare in tematiche particolari come quelle dei porti
chiusi o aperti.
Se nella tua mail ho lasciato questa esemplificazione mettendone tra parentesi altre, anche per
motivi di brevità, è solo per dire che da una parte si rivendica il diritto dei porti aperti e dall’altro si
rivendica il diritto di rifiutare un essere umano per il solo motivo che vive ancora dentro il grembo
della propria madre.

2. Così ugualmente si rivendica il diritto di sposarsi con persone dello stesso sesso e nello stesso
tempo il diritto di abortire, come se l’oggetto dell’aborto fosse una cosa e non un essere umano.
Come se un essere umano, per il fatto che è incapace di difendersi, possa essere eliminato a
piacimento in nome dei diritti e della libertà.

3. Qual è l’errore di fondo?


È il concetto che l’uomo goda nativamente di una libertà su tutto, e in altri termini che goda di un
diritto su tutto, come diceva T. Hobbes, un padre del liberalismo moderno.

4. Ebbene, che l’uomo sia libero è vero. Ed è così vero per la fede cristiana che il Magistero della
Chiesa ha difeso la libertà dell’uomo addirittura con un dogma di fede.
L’ha fatto per la prima volta con Lutero, il quale diceva che dopo il peccato originale è rimasto
soltanto il nome della libertà perché di fatto l’uomo sarebbe sempre schiavo del peccato e della
concupiscenza.

5. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che la libertà è il segno più luminoso della nostra somiglianza
con Dio (Gaudium et spes, 17).
È il segno della trascendenza dell’uomo sulla materia e della spiritualità dell’anima umana.

6. Tuttavia la libertà dell’uomo non è illimitata. Rimane sempre la libertà di una creatura che in
quanto tale è un essere limitato, finito.
Di fatto l’uomo non è libero nei confronti della propria natura: non può stravolgerla come vuole
senza distruggerla.
Per portare un unico esempio: si pensi alla medicina e ai vari elementi presenti nel sangue. Per
essere “nella norma” devono stare entro certi limiti perché diversamente si è in presenza di qualcosa
di anomalo, che se non viene curato può portare alla morte.
Tutti riconoscono questi limiti.

7. I limiti non ci sono soltanto nella natura considerata sotto il profilo fisiologico, ma anche nel suo
aspetto morale.
Vi sono infatti dei principi morali che si impongono alla coscienza di tutti, come ad esempio il
principio per cui si considera un male ciò che si fa agli altri ma non si vuole che sia fatto a se stessi.
Così ugualmente il principio per cui rispettare la libertà e i diritti dell’uomo è un bene, mentre
impedirlo è un male.

8. Tuttavia a proposito dei diritti vanno fatte delle distinzioni.


Alcuni diritti sono assoluti, altri condizionati.
Ad esempio è un diritto assoluto il diritto alla vita e non può subire alcun condizionamento.
Ugualmente è un diritto per ogni cittadino partecipare alla vita politica e quindi di poter eleggere i
suoi rappresentanti al parlamento. Questo diritto però può essere condizionato, per cui si dà il diritto
di voto solo a chi ha raggiunto una certa età che permetta di essere consapevole di quello che fa e a
chi rispetta i tempi e le modalità delle elezioni stabiliti dalla pubblica autorità.

9. Ugualmente è un diritto quello di potersi sposare e cioè di diventare marito e moglie. Ma questo
diritto può essere condizionato all’età del soggetto, al grado di parentela, alla disparità dei sessi.
Per cui se è giusto dire: io mi sposo con chi voglio; è anche giusto dire: purché sia sottinteso che tu
abbia la capacità di diventare marito o moglie.
Diversamente puoi decidere di stare con chi vuoi, ma non puoi dire che quell’unione sia un
matrimonio perché non ti dà la capacità di diventare marito e moglie.

10. Come si vede, si tratta di nozioni elementari.


Ma in base ad un concetto errato di libertà, si pretende che tutto sia diritto e che tutto sia dovuto.

11. È vero che all’interno di una società democratica ciò che decide la maggioranza diventa legale.
Ma non sempre ciò che è legale è anche corrispondente al vero e al bene di tutti.
Quando la maggioranza non rispetta il diritto naturale, che è il vero diritto di tutti, diventa tirannide
e sopruso.

12. Questo purtroppo è il male di cui è afflitta la nostra società, ed è pure il motivo di tante sue
contraddizioni.
Si sono fatte molte giuste battaglie per rivendicare i diritti fondamentali delle persone. Tra questi
anche quello della libertà.
Ma oggi, il nome di un errato concetto di libertà, si pretende di togliere la libertà a chi non si
riconosce nella maggioranza, anche solo a livello di pensiero.
Aveva ragione Giovanni XXIII a dire che quando l’uomo si distacca da Dio diventa disumano con i
propri simili.
Qui Dio è sinonimo di diritto naturale, perché di tale diritto Dio ne è il fondamento. 

Ti ringrazio di aver richiamato l’attenzione su questi principi basilari della pacifica e ordinata
convivenza dei cittadini.
Ti ringrazio di cuore anche per la preghiera promessa per me e per l’Ordine Domenicano.
Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera. 
Padre Angelo
Quesito
Caro padre, disturbo per sapere cosa si conosce della rivelazione per cui San Tommaso pose termine
al completamento della somma.
Grazie.
Cari saluti
Dario

Risposta del sacerdote

Caro Dario,
1. come depose Bartolomeo da Capua al processo di canonizzazione di San Tommaso, il 6 dicembre
1273 “fra Tommaso mentre celebrava la Messa nella cappella di San Nicola a Napoli, accusò un
profondo turbamento, e dopo quella Messa non scrisse né detto più alcunché, anzi appese gli
strumenti scrittorii, giunto alla terza parte della Somma, al trattato sulla penitenza”.

2. A questo punto ci viene incontro anche la testimonianza resa al processo di canonizzazione da


parte di Fra Reginaldo, il primo suo segretario, che, preoccupato, gli chiese: “Padre, come potete
rinunciare a compiere un’opera così grande che avete intrapreso in lode di Dio e per l’illuminazione
del mondo?
Tommaso rispose: “Reginaldo, non posso”.
Reginaldo provò ad insistere, ma Tommaso disse: “Reginaldo, non posso perché tutto quello che ho
scritto mi sembra nient’altro che è un po’ di paglia a paragone di quello che ho e che mi è stato
rivelato”.

3. Che cosa avvenne dunque durante quel turbamento estatico?


Guglielmo di Tocco, che scrisse la biografia di San Tommaso nella Positio per il processo di
canonizzazione, dice: “A coloro che furono più importanti nella storia della legge divina, cioè a
Mosè che consegnò ai Giudei la legge sulla giustizia, e a Paolo, che predicò alle genti la legge della
grazia, il Dio di ogni prodigio rivelò molte cose al di sopra dell’intelletto umano. Così al beato
Tommaso, che ricevette dalla mano di Colui che siede sul trono il volume della duplice legge e con
le sue espressioni lo pose aperto a tutta la Chiesa, gli piacque rivelare qualcosa che superava il lume
naturale dell’ingegno, perché si rendesse conto che restavano cose molto maggiori di quelle viste
con l’intelligenza umana”.

4. Qui, Guglielmo di Tocco, memore di quanto San Tommaso aveva scritto sulla scia di
Sant’Agostino, che solo a Mosè, perché maestro dei Giudei, e a Paolo, che fu maestro dei gentili, fu
dato di vedere in maniera fugace la gloria di Dio, è dell’idea che a San Tommaso sia stato accordato
il medesimo favore.
Mosè aveva chiesto a Dio di poterlo vedere: “Fammi vedere la tua gloria” (Es 33,18), e Dio glielo
concesse. Lo vede però solo di spalle (cfr. Es 23,33) e cioè in forma transitoria, come dirà San
Tommaso.
San Paolo rivelò di se stesso: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o
fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il
corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è
lecito ad alcuno pronunciare” (2 Cor 12,2-4).

5. Di questo evento di San Paolo San Tommaso scrive: “Egli afferma di “aver udito parole
ineffabili, che all’uomo non è lecito pronunziare”: ora, queste sembrano appartenere alla visione
beatifica, la quale trascende lo stato della vita presente, secondo le parole di Isaia: “Occhio non vide
eccetto te, o Dio, quello che tu hai preparato per coloro che ti amano” (Is 64,4). Perciò è più giusto
affermare che egli vide Dio per essenza” (Somma teologica, II-II, 175,3).

6. Circa la modalità di questa conoscenza riconosce che “l’anima umana può essere rapita alla
contemplazione di Dio nella sua essenza. E tale fu il rapimento di San Paolo, e anche di Mosè. E
assai giustamente: poiché come Mosè fu il primo Dottore dei Giudei, così San Paolo fu il primo
“Dottore delle Genti” (Ib., ad 1).
E: “L’essenza divina non può esser veduta da un intelletto creato se non mediante la luce della
gloria, di cui sta scritto: “Nella tua luce vedremo luce” (Sal 35,10).
Questa però può essere partecipata in due maniere.
Primo, quale forma immanente: e in tal modo essa rende beati i santi che sono in cielo.
Secondo, quale influsso transitorio, cioè come avviene col lume profetico di cui abbiamo parlato
sopra. Ebbene, questa luce di gloria in tal modo fu concessa a San Paolo nel suo rapimento. Perciò
egli con tale visione non divenne beato in senso assoluto, così da sentirne la ridondanza nel corpo,
ma lo divenne solo in senso relativo” (Ib., ad 2).

7. Sappiamo che fra Reginaldo, tornando di nuovo alla carica, chiese a Tommaso perché non
volesse più scrivere.
San Tommaso gli rispose: “Reginaldo, figlio mio, ti rivelo un segreto, ma ti scongiuro per il Dio
vivo e onnipotente e per la tua fedeltà al nostro Ordine e per l’amore che mi porti di non rivelare ad
alcuno ciò che sto per dirti, finché sarò vivo. È venuto il termine del mio scrivere, perché mi sono
state rivelate cose tali, e le ho viste, che dinanzi ad esse tutto ciò che ho scritto e insegnato mi
sembra una cosa di nessun conto, un po’ di paglia. E perciò spero in Dio che come è venuto il
termine del mio insegnare, così venga presto la fine della mia vita”.

8.  Pertanto aldilà delle varie ipotesi che sono state formulate secondo cui San Tommaso soffriva in
quel momento di una estrema debolezza, rimane vero che San Tommaso smise di scrivere e di
dettare perché sentì che le sue parole umane erano del tutto inadeguate ad esprimere ciò che aveva
visto.
“Un po’ di paglia”: che può significare l’assoluta inadeguatezza delle sue parole o anche che le sue
parole meritassero di essere bruciate come paglia.

Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di presentare quest’episodio particolarmente significativo


non solo per la vita di San Tommaso ma anche per la teologia stessa.
Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Reverendissimo padre,
gradirei molto avere una risposta in merito a una mia perplessità. Oggigiorno ha ancora senso
nell’ambito della vita cristiana ricorrere a pratiche di mortificazione corporale, come per esempio
portare il cilicio o autoflagellarsi? È considerata dalla Chiesa un valore aggiunto, oppure un
retaggio di un messaggio sbagliato? Le faccio questa domanda perché in una congregazione
religiosa, della quale non riporto il nome per discrezione, si consigliava vivamente ai confratelli di
indossare il cilicio. È risaputo che anche molti religiosi e laici ricorrano a queste pratiche, ma
costituiscono davvero un espediente utile per il cammino verso la santità?
Augurandole pace e serenità, la ringrazio infinitamente per la pazienza nel leggere il mio quesito.
Daniele Maria
Risposta del sacerdote

Caro Daniele Maria,


1. prima di parlare delle forme specifiche di penitenza, è necessario dire una parola sull’importanza
di questa pratica.
Va ricordato innanzitutto che Gesù Cristo ha iniziato la sua predicazione evangelica dicendo: “Il
regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
Il convertitevi in passato era tradotto con fate penitenza.
Legare la penitenza al Vangelo fa comprendere che per entrare nel regno di Dio e godere dei beni
che ci vengono portati dal Signore richiede un cambiamento profondo e totale della vita,
un rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, del suo giudicare e del suo agire. Tutto
ormai viene visto in ordine alla santità, che si esprime in una carità sempre crescente verso Dio e
verso il prossimo.

2. La penitenza evoca poi il concetto di espiazione. Proprio in ordine alla redenzione Cristo si è
sottoposto alla passione alla morte.
Ugualmente anche quelli che sono di Cristo volentieri accettano le penalità della vita presente in
espiazione dei propri peccati e a favore della chiesa, della conversione di molti (cfr. Col 1,24).

3. Infine va ricordato che la penitenza si impone per le conseguenze lasciate in noi dal peccato
originale, vale a dire per le inclinazioni al male che spingono verso una direzione contraria da
quella che porta a Dio (cfr. Rm 7,18-19).

4. Fatte queste premesse, si comprende quanto Papa Paolo VI ha scritto nella costituzione apostolica
Poenitemini: “La vera penitenza non può prescindere, in nessun tempo, da una ascesi anche
fisica: tutto il nostro essere, infatti, anima e corpo, anzi tutta la natura, anche gli animali senza
ragione, come ricorda spesso la Sacra Scrittura, deve partecipare attivamente a questo atto religioso
con cui la creatura riconosce la santità e maestà divina. (…).
Tale esercizio di mortificazione del corpo, ben lontano da ogni forma di stoicismo, non implica una
condanna della carne, che il Figlio di Dio si è degnato di assumere; anzi, la mortificazione mira alla
«liberazione» dell’uomo, che spesso si trova, a motivo della concupiscenza, quasi incatenato dalla
parte sensitiva del proprio essere; attraverso il «digiuno corporale» l’uomo riacquista vigore e «la
ferita inferta alla dignità della nostra natura dall’intemperanza, viene curata dalla medicina di una
salutare astinenza»”.

5. La chiesa nella sua disciplina, tenendo presente le situazioni concrete in cui si trovano le persone,
indica penitenze tutto sommato leggere.
E ricorda nello stesso tempo che se queste penitenze fossero di ostacolo al raggiungimento di beni
importanti e soprattutto all’esercizio della carità vanno tralasciate o mutate.

6. Va tenuto presente anche che la penitenza viene ricondotta in qualche modo anche all’esercizio
della temperanza e che la giusta misura nell’esercizio di questa virtù è essenzialmente soggettiva.
Ciò significa che non non si possono dare criteri identici per tutti.
Qualcuno avrà bisogno di un certo tipo di penitenze e dovrà tralasciarne altre.
Al contrario, qualcun altro dovrà agire all’opposto.
Venendo alla tua domanda concreta va riconosciuto che alcune situazioni sono cambiate. Ad
esempio in passato alcuni per penitenza dormivano sul pavimento.
Ma un tempo i pavimenti erano prevalentemente in legno e pertanto erano in qualche modo isolanti.
I pavimenti oggi sono quasi dappertutto in piastrelle e se uno volesse dormire per terra facilmente si
prenderebbe una sciatica.
Tu hai menzionato il cilicio. Non oso affermare che il cilicio abbia perso il suo significato. Stando a
testimonianze vicine a noi sappiamo che Papa Paolo VI lo portava.

7. Tuttavia mi pare interessante riportare quanto scrive San Francesco di Sales, grande pastore e
maestro di vita spirituale: “Non ho mai approvato il metodo di coloro che per riformare l’uomo
cominciano dall’esterno: dal contegno, dall’abito, dai capelli. Mi sembra che si debba cominciare
dal di dentro: convertitevi a me con tutto il cuore, dice Dio. Figlio mio, dammi il tuo cuore; e questo
perché è il cuore la sorgente delle azioni, per cui le azioni sono secondo il cuore.
Lo Sposo divino invita l’anima e le dice: mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul
tuo braccio. È proprio vero perché chi ha Gesù nel cuore lo ha ben presto anche in tutte le azioni
esteriori” (Filotea, III, 23).

8. Più avanti scrive: “A tal fine eccoti alcuni consigli.


Se sei in condizione di sopportare il digiuno, farai bene a digiunare qualche giorno in più di quelli
che comanda la Chiesa; perché, oltre all’effetto ordinario del digiuno, che è quello di liberare lo
spirito, sottomettere la carne, praticare la virtù e accrescere l’eterna ricompensa in cielo, il digiuno
ci dà modo di dominare i nostri appetiti, e mantenere la sensualità e il corpo sottomessi allo spirito;
e anche se i digiuni non saranno molti, il nemico quando si accorgerà che sappiamo digiunare, ci
temerà di più” (Ib.).

9. Poi però aggiunge: “Ripeto volentieri quanto dice San Girolamo a Leta: i digiuni lunghi ed
esasperati mi indispongono molto, soprattutto se sono effettuati da persone in giovane età. Ho
sperimentato che il somarello fiacco cerca di deviare dal sentiero; ossia, i giovani che si ammalano
per digiuni eccessivi, si girano facilmente verso le cose delicate. (…).
La mancanza di misura nei digiuni, nella flagellazione, nell’uso del cilicio, nelle asprezze rende
molte persone incapaci di consacrare gli anni migliori della vita ai servizi della carità; questo
avvenne anche a San Bernardo che si pentì in seguito di aver abusato di penitenze troppo dure; chi
ha trattato con troppa durezza il proprio corpo all’inizio, finirà con blandirlo alla fine” (Ib.).

10. Per questo Paolo VI dice che la prima forma di penitenza consiste nell’essere fedeli al proprio
dovere: nell’agire con puntualità, con competenza, sopportando per amore del Signore la fatica e le
varie contrarietà.
Mi piace anche aggiungere che secondo la Sacra Scrittura è migliore cosa l’obbedienza che il
sacrificio: “Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici
quanto l’obbedienza alla voce del Signore?
Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti” (1 Sam 15,22).
Senza alcun dubbio queste due forme di penitenza sono più purificanti e più santificanti.

Con l’augurio di ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo, 
Buongiorno padre, vi chiedo come mai il Cantico dei Cantici è parola di Dio. Visto alcune
espressioni e contenuti diversi dagli altri libri biblici. 
La ringrazio
Risposta del sacerdote

Carissima,
1. sì, questo libro usa il linguaggio di un amore passionale e per questo ha creato stupore.
Ciò nonostante, la Chiesa fin dall’inizio l’ha sempre considerato come parte della Sacra Scrittura.
Del resto, anche gli ebrei lo consideravano tale.
È tra i libri protocanonici, vale a dire ritenuti ispirati da tutti e da sempre e non tra i cosiddetti
deuterocanonici, cioè tra quelli che solo in un secondo momento sono stati considerati ispirati.

 2. Va detto anche che fin dall’inizio tanto gli ebrei quanto i cristiani hanno interpretato il Cantico
dei Cantici in senso figurato, intendendo parlare dell’amore di Dio per il suo popolo e dell’amore di
Cristo per la Chiesa.
Il primo dei profeti a parlare dei rapporti tra Dio e il suo popolo con il simbolo dell’amore
coniugale è stato Osea (2,4-20). In seguito, ne hanno parlato anche Isaia (54,5ss), Geremia (2,2;
3,1ss) ed Ezechiele (16,6ss).

3. Nel suo commento ai libri sapienziali il padre Giuseppe Girotti scrive: “Il documento esegetico
ebraico più antico di questa interpretazione allegorica del Cantico si trova nel quarto libro di Esdra,
apocrifo del tempo di Domiziano (della fine del I secolo d.C., n.d.r.), ove il popolo di Israele viene
nominato con il nome di giardino, giglio, colomba, proprio come la sposa del nostro Cantico.
Questa esegesi è stata confermata dal Targum e dal Talmud, i quali ritengono che in tutto il Cantico
lo sposo è Dio e la sposa Israele; e quando il Targum ci dice che la lettura liturgica del Cantico si
faceva all’ottavo giorno di Pasqua, suppone che il poemetto è proprio indicato per ricordare il
grande amore di Dio per il suo popolo” (Introduzione al Cantico dei Cantici, cfr. I sapienziali, p.
188).  

4. Soggiunge p. Girotti: “Come per gli ebrei, così per i Santi Padri il Cantico era un libro che
doveva interpretarsi in senso figurato. Ma il popolo eletto essendo stato rigettato dopo la morte del
Messia, l’esegesi cristiana fece una trasposizione: lo sposo è il Cristo e la sposa è la Chiesa. Questa
trasposizione si poteva fare tanto più a buon diritto in quanto molti ebrei stessi riconoscevano nello
sposo il Messia” (Ib.).

5. Iniziando a commentare il Cantico, il padre Girotti scrive ancora: “Dall’introduzione risulta


chiaro che il Cantico è difficilissimo a spiegarsi, onde prima di cominciare la nostra succinta
esposizione ci sentiamo molto cruciati e temiamo che ci si rivolga il rimprovero che fece un giorno
Sant’Agostino ai Donatisti:  Perché volete spiegare ciò che non si comprende neppure da noi? Il
Cantico dei Cantici è un lungo enigma: assai pochi lo penetrarono, pochissimi di quelli che bussano
alla porta penetrano nel mistero” (Ib., p. 196).

6. E riporta anche quanto ha osservato Antonio Martini (1721-1809), arcivescovo di Firenze, grande
studioso e traduttore della Bibbia in italiano: “Questo libro è talmente pieno di altissimi sensi, che
secondo che quando uno vuol porsi a svilupparlo, per così dire, e a decifrarlo offre un complesso ed
una copia tale di sublimissimo scienza, che a dismisura cresce il lavoro tra mano, e talvolta
nell’abbondanza delle cose, che dir si possono, l’animo confuso e perplesso s’arresta” (Ib., p. 196).

7. Per chi obietta che il linguaggio appassionato del Cantico disdice a Dio, figurato nello sposo,
padre Giuseppe Girotti scrive: “Nessuna meraviglia che lo Spirito Santo abbia giudicato bene di
servirsi della più ardente pittura dell’amore umano per esprimere i sentimenti soprannaturali del più
alto e più casto misticismo, perché l’amore di Dio per le sue creature è di ordine intellettuale, ed è
un fatto di quotidiana esperienza che non si può parlare di cose intellettuali che per metafora o
mediante cose sensibili. Conseguentemente presso tutti i popoli, l’amore terreno servirà a
rappresentare l’amore celeste” (Ib., p. 190).
8. E riferisce quanto ha scritto Santa Teresa d’Avila: “Non dovete per nulla meravigliarvi quando
incontrate nella Scrittura espressioni verissime dell’amore di Dio per gli uomini… ciò che mi
meraviglia molto di più che non le parole del Cantico e mi fa andare fuori di me, è ciò che l’amore
di Gesù gli ha fatto soffrire per noi. Sono ben lontana dall’essere sorpresa dalle parole di tenerezza
del Cantico. No, non vi sono espressioni troppo forti; esse non si avvicinano neppure all’affetto che
questo divino Salvatore ci ha testimoniato durante tutta la sua vita e con la sua morte” (Ib., pp. 190-
191).

9. Il fatto che tanto gli ebrei quanto la Chiesa l’abbiano inserito tra i libri sacri e ispirati da Dio e ne
abbiano fatto uso in modo particolare nella liturgia obbliga a riconoscere lo scopo religioso e
mistico del poemetto, andando dunque ben aldilà di una lettura puramente materiale, che nel nostro
caso sarebbe del tutto fuori luogo.

Con l’augurio che tu possa leggerlo con il commento dei più bravi mistici della spiritualità cristiana,
ti saluto, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Buonasera Padre Angelo,
Cosa è il maleficio?
Non vorrei aver compiuto questo peccato…
È sufficiente un pensiero o anche un accidente mandato ad una persona perché forse accadere?
Grazie 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. per maleficio s’intende il nuocere ad altri attraverso l’intervento del demonio.
Gli antichi parlavano di un duplice maleficio.
Vi sarebbe un maleficio amatorio che viene fatto per suscitare un amore o un odio violentissimo
verso qualche particolare persona e un maleficio venefico mediante il quale si vuole colpire e
danneggiare una persona nel suo corpo o nei suoi beni.
Il maleficio, quando è vero e non si tratta semplicemente di inganno o di creduloneria, viene fatto
sempre mediante l’intervento del demonio.

2. Che i demoni possano agire sui corpi o sui beni delle persone non desta difficoltà in teologia. In
quanto angeli, sebbene decaduti, hanno conservato un certo potere sulle realtà materiali.
Il loro potere d’azione non è illimitato e non va mai oltre i limiti stabiliti dalla divina provvidenza.
Nei casi concreti non è facile stabilire quando vi sia il maleficio attuato dal demonio.

3. Dominik Prümmer O.P., uno dei più autorevoli autori di teologia morale nella prima metà del XX
secolo, scrive: “Ogni volta che rimane un dubbio ragionevole se qualche preciso effetto provenga
da una causa naturale o dal demonio, è da attribuirsi a cause naturali.
Il motivo è il seguente: si sono capacità naturali molto grandi a noi ancora ignote. Se, ad esempio
qualcuno avesse escogitato all’improvviso nei tempi passati gli strumenti del telefono, del telegrafo
e dell’elettricità, molto probabilmente l’avrebbero ritenuto come un fenomeno diabolico. Ai nostri
giorni invece vediamo manifestarsi in continuazione capacità naturali che producono effetti
stupendi.
Inoltre alcune persone hanno una particolare destrezza per produrre con le sole forze naturali cose
che sono inspiegabili per gli astanti (questo si è verificato nella vita di Don Bosco che da alcuni era
stato accusato di magia, n.d.r.).
Infine l’influsso del demonio in genere viene impedito dall’onnipotenza divina e, quando vi è, va
sempre provato in maniera chiara”.
Conclude il Prümmer: “Queste cose devono essere tenute presenti soprattutto dai sacerdoti perché
non attribuiscono al diavolo con troppa fretta qualche insolito e inspiegabile effetto e poi vengano
giustamente derisi da tutti” (Manuale theologiae moralis, II, 519).

4. Sul modo in cui viene fatto il maleficio scrive G. Amorth: “Può essere attuato in tanti modi
diversi: legatura, malocchio, maledizione… Ma diciamo subito che il modo più usato è quello della
fattura; e aggiungiamo anche che la fattura è la causa più frequente che noi riscontriamo in coloro
che sono colpiti dalla possessione o da altri disturbi malefici” (Un esorcista racconta, pp. 62).
“Il nome deriva dal fare o confezionare un oggetto, formato col materiale più strano e più vario, che
ha un valore quasi simbolico: è un segno sensibile della volontà di nuocere ed è un mezzo offerto a
Satana perché vi imprima la sua forza malefica” (Ib., p. 159).
C. Balducci ne porta la ragione: “Come Dio ha voluto legare la distribuzione della grazia e quindi
della nostra salvezza a dei segni sensibili, i sacramenti, così il demonio, scimmiottatore della
divinità, fa dipendere da determinati elementi sensibili il suo intervento per la rovina dell’uomo” (Il
diavolo, p. 312).
Pertanto non è sufficiente l’accidente mandato ad una persona in un momento d’ira e tanto meno il
pensiero.

5. G. Amorth descrive con altri termini le distinzioni fatte dal Prümmer sul maleficio: “A seconda
dello scopo che si prefigge, il maleficio può acquistare varie denominazioni.
Può essere di divisione se è diretto a far sì che due sposi, due fidanzati, due amici si separino (…).
Può essere di innamoramento, se è diretto a far sì che due si sposino (…).
Altri malefici sono per la malattia, ossia perché la persona designata sia sempre malata; altri sono
per la distruzione (i cosiddetti malefici a morte)” (Op. cit., pp. 164-165).

6. Sull’efficacia dei malefici G. Amorth afferma che “spesso non raggiungono il loro scopo per vari
motivi: perché Dio non lo permette; perché la persona colpita è ben protetta da una vita di preghiera
e di unione con Dio; perché molti fattucchieri sono inabili, quando non sono dei semplici
imbroglioni; perché il demonio stesso, mentitore fin dal principio (come lo bolla il vangelo),
inganna i suoi stessi seguaci” (Ib., p. 163).

7.  Va detto infine che per quanto potenti possono essere alcuni malefici, questi non raggiungono il
loro obiettivo se una persona è protetta dalla grazia santificante.
Il diavolo stesso l’ha riconosciuto nei confronti del giusto Giobbe dicendo a Dio: “Forse che Giobbe
teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto
quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla
terra” (Gv 1,9-10).
Satana non riusciva a colpirlo perché Giobbe era protetto da una forza più grande, la grazia di Dio.
È quanto in altri termini dice lo Spirito Santo per bocca di Giacomo: “Sottomettetevi dunque a Dio;
resistete al diavolo (e cioè: non cedete al peccato, n,d.r.), ed egli fuggirà lontano da voi” (Gc 4,7).

Ecco, ho approfittato della tua semplice domanda per dare una risposta a tanti che desiderano avere
su questa realtà una conoscenza maggiore soprattutto dal punto di vista teologico.
Mentre ti auguro di essere sempre ben protetto dai mali causati dalla cattiveria degli uomini con la
collaborazione del maligno, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Salve 
L’antico testamento dice che Abramo è vissuto 930 anni. È un fatto realmente accaduto oppure no? 
Grazie L.

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. confondi Adamo con Abramo.
Abramo visse 175 anni come viene riferito in Gn 25,7.
Adamo invece, che è il capostipite del genere umano, visse 930 trent’anni, come emerge da Gn 5,3-
4.
Va notato che tutti i patriarchi antidiluviani, e cioè precedenti a Noè, vissero molto a lungo.
Il capitolo 5° della Genesi presenta una sequenza di patriarchi con la durata degli anni della loro
esistenza.

2. La Bibbia di Gerusalemme commenta: “Non bisogna cercarvi né una storia né una cronologia.
(…)
La diminuzione di questa longevità straordinaria, che resta tuttavia ben al di sotto dell’età attribuita
ai re Sumeri precedenti e successivi al diluvio (era stimata mediamente di 30.000 anni, n.d.r.), è in
relazione con il progredire del male nel mondo, perché una vita lunga e benedizione di Dio (Pr
10,27) e sarà uno dei privilegi dell’era messianica (Is 65,20).

3. Marco Sales nega anzitutto che il numero degli anni voglia indicare i mesi. Perché se così fosse,
Enos sarebbe diventato padre a sette anni e mezzo e Maalalèl a cinque anni e mezzo.
Poi riferisce la tesi tradizionale che ha indubbiamente un suo significato.
Scrive: “La lunga vita degli antichi patriarchi si deve attribuire in parte alla bontà del loro
temperamento, alla frugalità, alla qualità dei cibi, e alle stesse condizioni materiali della vita, che
forse erano diverse prima del diluvio, ma soprattutto è da ricercare la causa nella volontà di Dio, il
quale voleva che il genere umano si propagasse nel mondo, e si conservassero per tradizione orale
quelle verità religiose che gli aveva rivelato.
Anche le leggende pagane attribuiscono una lunga vita ai primi uomini.
Adamo con una vita così lunga ebbe l’opportunità di vedere la moltiplicazione e la corruzione del
genere umano. Egli passò i suoi giorni nella penitenza, in mezzo a tutte le sciagure che lo colpirono,
seppe sperare nel riparatore promesso, e meritò di essere perdonato (Sap 10,1-2: “La sapienza
protesse il padre del mondo, plasmato per primo, che era stato creato solo, lo sollevò dalla sua
caduta e gli diede la forza per dominare tutte le cose”) e di essere salvo”.

4. Un altro biblista, Armando Rolla, scrive: “Ma è soprattutto nell’indicare l’età dell’uomo che gli
antichi orientali non si preoccupavano dell’esattezza delle cifre. Questo lo possiamo provare per
l’antico Egitto, dove l’espressione 110 anni era usata come una frase fatta, per indicare il limite
dell’età, e una vecchiaia molto avanzata normalmente veniva detta di 110 anni. È per questo motivo
che Giuseppe, divenuto Primo Ministro del re di Egitto, visse 110 anni (Gn 50,22-26)”.
E, dopo aver riportato alcune supposizioni dei biblisti, conclude: “Ma è anche possibile che l’autore
abbia semplicemente inteso dare ai suoi contemporanei l’idea esatta di questi venerandi antenati.
Attribuendo loro un’età elevatissima, l’autore biblico avrebbe suggerito la stessa idea intesa da un
pittore che li avesse raffigurati come uomini di statura vigorosa e alta, con la barba fluente e i
capelli bianchi. In questo caso si tratterebbe soltanto di mezzi espressivi diversi. L’idea però sarebbe
sempre la stessa” (Il messaggio della salvezza, pp. 151-153).

5. In conclusione, senza pretendere una certezza storica perché non è questo l’intendimento
primario della Sacra Scrittura, si può dire che si tratta di cifre simboliche.
Ma non è escluso che sia avvenuto proprio così per le motivazioni teologiche riportate da Marco
Sales e come permette di supporre Armando Rolla.

Con l’augurio che tu possa vivere a lungo nella vita presente e soprattutto che tu possa vivere
felicemente in paradiso nella vita futura, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo, 
torno a scriverle dopo pochi giorni, per avere da lei un parere autorevole sulle parole che ho trovato
in un libro del cardinale Angelo Comastri, intitolato “Come andremo a finire?”. 
Le parole del cardinale sono queste: 
“Un gruppo di teologi contemporanei, fedele ai dati biblici e agli approfondimenti del Magistero
della Chiesa, è approdato alla convinzione che l’ultima decisione dell’uomo avviene nel momento
stesso della morte. Ci si può giustamente chiedere: ma allora, che valore ha la vita precedente, se
poi tutto viene deciso nell’ultimo istante? Evidentemente la vita precedente, con tutte le scelte fatte
in bene o in male, ha il suo peso nel momento ultimo, perché ognuno di noi si porta con sé tutta la
sua storia; e questa storia pesa e trova compimento proprio nell’ultima decisione presa in totale
lucidità interiore. Ora comprendiamo ancora meglio il senso dell’invocazione che conclude l’Ave
Maria: “Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”. L’ora della nostra morte è il momento
che determina l’eternità e pertanto abbiamo bisogno di affidarlo continuamente all’intercessione
materna di Maria e a quella di tutti i santi e, in particolare, all’intercessione dei nostri cari che ci
hanno preceduto nel viaggio della fede.” 
Non trova, padre Angelo, che questa interpretazione, per quanto esalti la misericordia di Dio, sia un
po’ rischiosa? 
Gesù ha detto che non sappiamo né il giorno né l’ora e che dobbiamo vegliare. 
La ringrazio, la saluto e prego per lei in particolare nella Santa Messa. 
Don Niccolò 

Risposta del sacerdote

Caro Don Nicolò,


1. è ben vero che il momento della morte è quello dal quale dipende tutta la eternità.
Ed è ugualmente vero che Dio amandoci come Padre infinitamente tenero e misericordioso darà
sempre a tutti gli aiuti necessari per presentarci davanti a lui pentiti dei peccati, confusi per non aver
approfittato adeguatamente della sua grazia e nello stesso tempo come persone che domandano
misericordia e perdono.
2. Ma purtroppo è anche vero che i demoni faranno parimenti la loro parte presentando tutti i
peccati commessi per spingere alla disperazione e a non domandare perdono.
Per questo l’Eterno Padre dice a Santa Caterina da Siena: “Oh quanto è dura per loro questa estrema
battaglia che li trova disarmati, privi cioè dell’arma della divina carità! Non hanno la luce
soprannaturale della fede, né quello della ragione, perché le corna della superbia non lasciarono loro
intendere la dolcezza del midollo della carità; e ora nelle grandi battaglie non sanno che fare.
Non pensavano i miseri che avrebbero dovuto rendere conto ad usura di quanto avevano ricevuto. E
ora si trovano nudi e senza alcuna virtù; e da qualunque parte si volgano non odono altro che
rimproveri con loro grande confusione.
L’ingiustizia di cui si macchiarono in vita si fa loro accusatrice, sicché non ardiscono chiedere pietà,
ma solo che si faccia di loro giustizia” (Dialogo della divina provvidenza, 132).

3. E purtroppo è anche vero che al momento della morte può mancare il tempo di riflettere e di
pentirsi.
Per questo il Signore nel suo insegnamento in nessun passo ha detto di confidare nell’ultimo istante
della vita. Anzi, ci ha detto che in quel momento non basta neanche rivolgerci a Lui: “Più tardi
arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». Ma egli
rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né
l’ora” (Mt 25,11-13).
Parlando della morte ha detto: “Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora
viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che
non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Lc 12,39-40).

4. Per questo nell’aureo libretto intitolato Imitazione di Cristo si legge: “Se tu non sei preparato
adesso, come lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai se avrai un domani?
(Imitazione di Cristo, I,23).
Sant’Agostino afferma: “È cosa rara che uno muoia bene dopo aver vissuto male” (De Civitate Dei,
I) e soggiunge: “Viene nascosto l’ultimo giorno perché ogni giorno venga vissuto bene” (latet dies
ultimus ut observetur omnis dies).

5. Circa il momento della nostra morte va tenuto presente anche quanto insegna il concilio di
Trento: “Quantunque, infatti, il nostro avversario cerchi ed afferri ogni occasione per divorare le
nostre anime in qualsiasi modo in tutta la vita (cf 1 Pt 5,8), non vi è tempo, però, in cui egli
impieghi con maggiore veemenza tutta la sua astuzia per perderci completamente e allontanarci
anche, se possibile, dalla fiducia della divina misericordia, di quando egli vede che è imminente la
fine della vita” (DS 1694).

6. Sì, dobbiamo avere fiducia nell’aiuto della Madonna se nel corso della vita l’abbiamo supplicata
dicendo: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”.
Ma se in quel frangente ci si trova privi della grazia, soprattutto dopo aver abbandonato la fede e la
pratica dei sacramenti,  ci si trova disarmati di fronte ai demoni che fanno di tutto per portare alla
disperazione, come ha detto l’Eterno Padre a Santa Caterina da Siena.

7. Senza dubbio è più salutare tenere presente l’ammonimento accorato di Nostro Signore: “Fate
attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo
aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al
portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera
o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi
trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Mc 13,33-37).
Si badi, è un comando: “Vegliate”. È necessario essere pronti per quel momento, perché quel
momento può sorprenderci all’improvviso e trovarci nell’impossibilità di prepararsi e di pentirsi.
È quanto ci ricorda la Chiesa nella liturgia del mercoledì delle ceneri: “Rinnoviamoci, ripariamo al
male che nella nostra ignoranza abbiamo fatto, perché non ci sorprenda la morte e non ci manchi il
tempo di convertirci” (Emendémus in mélius, quae ignoránter peccávimus, ne súbito praeoccupáti
die mortis quaerámus spátium paeniténtiae, et inveníre non possímus).

Ti ringrazio del preziosissimo ricordo che hai avuto per me nella celebrazione della Santa Messa.
Lo contraccambio volentieri e ti auguro ogni bene.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
torno a scriverle perché ho varie domande, le espongo numerandole.
1- Qualche giorno fa mia sorella mi ha fatto una domanda riguardante la Santa Trinità, mi ha chiesto
come fa Gesù a essere Figlio di Dio quando lui stesso è Dio, ecco io le ho spiegato la Trinità, perciò
vorrei chiederle se la mia comprensione della Trinità è corretta, per prima cosa le ho detto che Dio
sussiste in Padre, Figlio e Spirito Santo, poi le ho detto che il Figlio è stato generato dal Padre,
successivamente le ho detto che Dio è immutabile ed eterno, quindi il Padre esiste da sempre e (qua
arriva la parte che non sono sicuro di aver spiegato bene) che il Figlio è il Pensiero del Padre, come
ho letto L’Intelligenza del Padre che ha una propria mente e una propria coscienza(come dice san
Giovanni per mezzo di Lui tutto è stato fatto), visto che Dio è appunto immutabile c’è da sempre e
da sempre ha pensato, quindi anche il Figlio c’è da sempre stato, quindi da sempre si sono amati per
questo da sempre esiste lo Spirito Santo, non so se questa spiegazione e la mia conoscenza della
Trinità siano esatte perciò chiedo il suo parere.
2-Sappiamo che si diventa figli di Dio con la grazia santificante, perciò si può dire che Maria con la
Immacolata Concezione è da sempre figlia di Dio?
E se sì, possiamo dire che Adamo ed Eva prima di commettere il peccato originale erano figli di
Dio?
3- Ho letto che l’infallibilità del papa consiste nel proclamare dogmi o quando parla da ex cathedra,
ma ci sono altre situazioni straordinarie in cui il Santo Padre è infallibile?

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. sulla prima domanda hai risposto in maniera esatta a tua sorella.
Gesù è il Verbo, il pensiero di Dio che si è fatto carne.
E poiché il pensiero è ciò che viene concepito o generato nella mente, dal momento che il pensiero
di Dio è grande quanto è grande Dio e si identifica con Dio stesso, “in senso proprio viene detto
generato e Figlio. Per cui la Scrittura, per significare il procedere della sapienza divina, usa termini
appartenenti alla generazione dei viventi, cioè le parole concepimento e parto: è detto infatti in
persona della Sapienza divina (Pr 8,24): Quando non esistevano gli abissi io ero già concepita;
prima dei colli ero partorita” (San Tommaso, Somma teologica, I, 27, 3, ad 2).

2. Circa la seconda domanda: sì, in maniera esatta si può dire che la Madonna fin dal primo istante
della sua esistenza è stata figlia di Dio.
Ma non è figlia di Dio nel medesimo modo in cui lo è Gesù. Perché Gesù è figlio di Dio per natura,
mentre la Madonna è figlia di Dio per grazia, per adozione.
3. La stessa cosa si deve dire anche di Adamo ed Eva prima del peccato originale.
Erano figli di Dio per adozione, non per natura.

4. Figlio di Dio per natura, e pertanto avente la stessa natura di Dio, è solo la seconda persona della
Santissima Trinità, è solo il Verbo, il pensiero di Dio, la sapienza di Dio.
Per questo viene detto Figlio unigenito del Padre.
Noi non abbiamo la natura di Dio, ma la natura umana. E, pur conservando la natura umana,
diventiamo figli di Dio perché Dio ci adotta come figli e ci rende partecipi della sua natura divina e
soprannaturale.
Questa partecipazione alla natura divina e soprannaturale viene chiamata grazia, perché viene
donata, viene data per grazia, per benevolenza.

5. Per la terza domanda: sì, come ricorda il Concilio Vaticano II il Papa è infallibile nel suo
insegnamento non solo quando parla ex cathedra ma anche in altre circostanze.
In primo luogo quando parla in comunione con tutti i vescovi. Ecco che cosa si legge nella
Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio: “Quantunque i singoli vescovi non godano
della prerogativa dell’infallibilità, quanto tuttavia, anche dispersi per il mondo, ma conservanti il
vincolo della comunione tra loro e con il Successore di Pietro, nel loro insegnamento autentico circa
materie di fede e di morale convengono su una sentenza da ritenersi come definitiva enunciano
infallibilmente la dottrina di Cristo” (LG 25).

6. Ma anche in un altro modo il magistero ordinario del Papa può avere il carattere di infallibilità
come emerge sempre dalla Lumen gentium: “Questo assenso religioso della volontà e della
intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano Pontefice,
anche quando non parla «ex cathedra». Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato con
riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue affermazioni in conformità al pensiero e in
conformità alla volontà di lui manifestatasi che si possono dedurre in particolare dal carattere dei
documenti, o dall’insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi” (LG 25).

Augurandoti di perfezionarti sempre più nella conoscenza della divina rivelazione e della teologia,
ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo, 
le rinnovo i complimenti per la sua rubrica: è sempre estremamente chiaro nelle sue spiegazioni.
Ultimamente mi è capitato di riflettere sul versetto del Vangelo “e se salutate solo i vostri fratelli,
che fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?”
Non porto rancore a nessuno e dico di tanto in tanto qualche preghiera per chi mi ha fatto del male,
ma mi chiedo se sia lecito in talune circostanze togliere il saluto a certe persone.
Grazie di cuore
Francesco.

Risposta del sacerdote


Caro Francesco,
1. all’affermazione di nostro Signore “Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di
straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Mt 5,47) San Tommaso dà una curiosa ma esatta
interpretazione.
Ecco quanto dice: “Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, cioè se pregherete solo per quelli che
mi sono congiunti per qualche affinità o amicizia; infatti il saluto, come dice l’interpretazione
comune (la glossa), è una certa specie di preghiera.
Non fanno così, cioè che cosa fate più delle genti, o dei pagani, che lo fanno per un certo affetto
umano? Come se dicesse: in ciò non sarete più perfetti dei pagani”.

2. Pertanto la preghiera non deve mai mancare soprattutto per quelli che non ci amano e, anzi, ci
fanno del male.
Poco prima il Signore aveva detto: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi
perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi
e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale
ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,44-46).
San Tommaso commenta: “Quale perfezione sarà in voi, se nell’amore non superate l’esempio dei
pubblicani, che sono imperfetti?”.

3. Concretamente, il saluto non va mai negato perché il negarlo è segno di rancore.


Se amiamo il nostro prossimo con il cuore di Dio non possiamo essere indifferenti nei confronti di
nessuno.
Pertanto anche ai nostri amici o a quelli che ci hanno fatto del male dobbiamo prestare i segni
comuni di rispetto e di carità.
I segni comuni di rispetto sono costituiti normalmente dal saluto.
Non è necessario che ci siano particolari effusioni, come ad esempio il conversare familiarmente,
incontrarsi, scriversi. Ma il saluto non va mai negato.

4. San Tommaso dice: “Prestare ai nemici i favori e i segni comuni di amicizia è uno stretto dovere.
Negarli sarebbe da attribuirsi al livore della vendetta, contro il comando di Lev 19,18: ‘Non chieder
vendetta, e non ricordare l’ingiuria dei tuoi concittadini’” (Somma teologica, II-II, 25, 9).

5. Pertanto fai bene a dire qualche preghiera per quelli che ti hanno fatto del male.
A qualcuno potrai mostrare talvolta un saluto un po’ più freddo perché rientri in se stesso e capisca
che ti ha fatto soffrire.
Questo è come volergli bene.
Ma negare il saluto soprattutto se l’altro per primo ti saluta non è da cristiani.
Il Signore riterrebbe come fatto a se stesso questo sgarbo.
In conclusione, sarebbe un peccato.

Ti benedico ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Gentilissimo Padre Angelo,
la saluto con cordialità e anticipatamente la ringrazio se, tra i vari impegni del Suo ministero,
troverà tempo anche per rispondere al mio quesito.
Approfitto per esprimere quanto ritenga che la Sua rubrica “un sacerdote risponde” sia, nella sua
apparente semplicità (come strumento) un mezzo efficacissimo di catechesi e informazione chiara,
precisa ed efficace.
La domanda che vorrei porle riguarda la possibilità della sofferenza di Dio. So che nella rubrica ha
già dato una risposta a una domanda analoga e quindi cercherò di essere più preciso.
1) Le chiedo, con riferimento ad Origene che ha parlato di una passione del Padre e di una kenosis
del Verbo prima della Incarnazione (Ezechielem Hom. VI, 6) cosa pensa del fatto che a volte egli
affermi il contrario (ad es. Contra Celsum, I, 21dove parlando dei cristiani in contrasto agli stoici
afferma che i primi come gli ebrei affermano la immutabilità di Dio e in VI, 62 che Dio resta
sempre lo stesso, come afferma tutto l’A.T.)
2) Coma può aggiungere alla risposta che Lei diede a suo tempo, ovvero che Dio non può soffrire,
raffrontandola con la teologia della sofferenza elaborata da Ratzinger, che si può condensare nella
frase “Dio è un sofferente perché è un innamorato, la tematica del Dio che soffre deriva dalla
tematica del Dio che ama e rimanda ad essa: il vero superamento del concetto antico di Dio da parte
di quello cristiano sta nella conoscenza che Dio è Amore” (cfr Ratzinger, guardare al crocifisso,
Jaca Book, 52)
Nuovamente la ringrazio, e la ricordo nella preghiera chiedendole se le è possibile di fare altrettanto
per me e per i miei cari.
Daniele

Risposta del sacerdote

Caro Daniele,
1. Circa il primo quesito riguardante Origene va riconosciuto che è stato uno scrittore fecondissimo
e per molti versi originali. Durante la sua vita ha ricevuto un credito vastissimo di stima per la sua
cultura.
Alcuni gli attribuiscono addirittura 1000 titoli.
Ma il suo pensiero non sempre è risultato ortodosso. Per questo non è catalogato tra i santi padri e
viene considerato semplicemente come “scrittore ecclesiastico”.
Il concilio di Costantinopoli II (è il quinto il concilio ecumenico) nel 553 ha condannato diversi
suoi errori.
Origene a quei tempi era morto da 300 anni. Ma il suo pensiero su diversi punti era ancora
influente.
Nelle sentenze di questo concilio si legge: “Chi non scomunica Ario, Eunomio, Macedonio,
Apollinare, Nestorio, Eutiche, e Origene, insieme ai loro empi scritti e tutti gli altri eretici
condannati e scomunicati dalla santa chiesa cattolica e apostolica e dai quattro predetti concili, e chi
ha professato o professa dottrine simili a quelle degli eretici che abbiamo nominato e persiste nella
propria empietà fino alla morte sia anatema” (DS 433).

2. Sotto il profilo teologico è insostenibile sia la tesi della sofferenza del Padre sia quella della
kenosis, e cioè dell’umiliazione del Figlio, prima dell’incarnazione.
Che la kenosis del Verbo sia nella mente di Dio da tutta l’eternità siamo d’accordo.
Ma questo evento avvenne solo con l’incarnazione.

3. Circa il secondo quesito mi pare che quanto ha detto Ratzinger sia espresso in termini
antropomorfici e non rigorosamente teologici.
Una cosa però è certa: che la persona divina del Verbo ha sofferto, sì, ma non nella sua natura
divina.
Ha sofferto nella natura umana che ha assunto.
E poiché il Verbo è una cosa sola con il Padre e con lo Spirito Santo, si può dire, sì, che Dio ha
sofferto, ma sempre sottinteso nella natura umana che ha assunto.

4. Se la sofferenza è dovuta alla mancanza di qualche bene, per quale mancanza di beni Dio soffre?
Perché è Lui che dà a tutti la vita, il respiro, e ogni cosa.
Dio è pienezza di vita. È la vita.

5. Egli ci ha assicurato nell’Apocalisse che agli eletti nella vita è perfetta Egli stesso
“asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né
affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
La sofferenza pertanto appartiene alle “cose di prima”, al mondo presente.
Nella vita eterna è riservata solo per i dannati.

6. Il Catechismo della Chiesa Cattolica di cui il cardinale Ratzinger è stato indubbiamente uno dei
principali autori scrive: “Lungo i secoli, la fede d’Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le
ricchezze contenute nella rivelazione del nome divino. Dio è unico, fuori di lui non ci sono dei. Egli
trascende il mondo e la storia. È lui che ha fatto il cielo e la terra: «Essi periranno, ma tu rimani,
tutti si logorano come veste […] ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno fine» (Sal 102,27-28). 
In lui «non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1,17).
Egli è «colui che è» da sempre e per sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue
promesse” (CCC 212).

Ti ringrazio vivamente per la preghiera che mi hai promesso.


Volentieri contraccambio per te e per i tuoi cari, come richiesto, e tutti vi benedico.
Padre Angelo

Quesito
Buon giorno padre Angelo.
Innanzi tutto la ringrazio per la sua opera che reputo utilissima per confermare e suscitare la fede.
Le volevo fare tre domande sul peccato originale.
1) Il peccato originale poteva essere commesso da uno solo tra Adamo ed Eva?
2) È corretto dire che se l’uomo non avesse commesso il peccato originale, anche se non avrebbe
avuto il merito della lotta contro la tentazione, avrebbe avuto una sensibilità maggiore che l’avrebbe
portato a una tensione verso il bene senza tentennamenti?
3) Le chiedo infine se è giusto questo mio ragionamento.
In una risposta che ha dato lei afferma che la Redenzione ha comportato una grazia maggiore di
quella che avevano in principio Adamo ed Eva. Per questo sia che il Figlio si sia incarnato come
“risposta” al peccato dell’uomo e sia che si fosse incarnato anche se i nostri progenitori non avesse
commesso il peccato originale, si può parlare di “felice colpa”. Ma per il peccato attuale il concetto
di felice colpa va inteso in modo diverso.
Certamente se Dio permette il male è a fin di bene, e perciò si può parlare anche in questo caso di
“felice colpa”, ma non è la stessa cosa del peccato originale.
I santi non sono forse la dimostrazione di come una vita vissuta con grande generosità, esercitando
le virtù cristiane eroicamente, e perciò senza commettere peccati gravi, comporti, almeno
ordinariamente, una santità maggiore di chi di tanto in tanto cade per tiepidezza, anche se poi si
riprende?
Cioè che per il peccato attuale la “felice colpa” non riguarda i santi (cioè i grandi santi)?
E la Madonna non è forse la dimostrazione di come il non commettere peccato sia più conveniente
che commetterlo proprio perché di per se conduce ad un amore e a una santità maggiore che se lo si
commettesse? E se pure Dio permette che cadiamo perché poi riprendiamo a camminare con più
decisione verso la santità, forse abbiamo perso delle potenzialità?
La ringrazio fin da ora della risposta e le chiedo una preghiera per me. Da parte mia pregherò per
lei.
Cordiali saluti
Pietro C. – Assisi

Risposta del sacerdote

Caro Pietro,
1. per peccato originale non si intende semplicemente il primo peccato compiuto nella storia
dell’umanità, ma il peccato che ha infettato la natura umana e che si trasmette per propagazione.
San Tommaso dice: “Il peccato che così si trasmette dal nostro progenitore ai suoi discendenti viene
detto originale” (Somma teologica, I-II,81,1).

2. Se solo uno dei due genitori avesse peccato, il peccato di uno non avrebbe infettato l’altro.
Allo stesso modo che se Dio creasse miracolosamente una persona umana, questa non sarebbe
infettata dal peccato.
Avrebbe certo una natura umana, ma non infettata, perché il peccato originale si trasmette per
propagazione e cioè per discendenza dalla natura.
Questo è il pensiero di San Tommaso espresso dalla Somma teologica (I-II,81,4).

3. Nel secondo quesito mi chiedi se sia corretto dire che se l’uomo non avesse il peccato originale
avrebbe avuto una maggiore sensibilità per il bene.
Sì, questo lo si può dire che lo vediamo espresso in maniera meravigliosa nella Beata Vergine Maria
che per singolare privilegio è stata esentata dal peccato originale. Già concepita piena di grazia, la
grazia in lei è andata crescendo in maniera vertiginosa e non hai mai avuto una battuta d’arresto.
È vero che nel superamento della lotta c’è un merito più grande, ma rimane il fatto che la nostra
natura è rimasta infettata per cui, al dire di San Paolo, compiamo ciò che non vorremmo e non
compiamo ciò che invece vorremmo (cfr. Rm 7,19).

4. Circa il terzo quesito: certamente per il peccato originale si può dire, come la Chiesa canta nella
veglia pasquale, “o felice colpa, che ci hai meritato un così grande Redentore!”.
Per il peccato attuale, vale a dire per i singoli peccati compiuti da ciascuno di noi, non sempre si
può dire o felice colpa perché il peccato lascia una dipendenza e spesso, come tu giustamente rilevi,
costituisce un freno.
Tuttavia possiamo dire che alcuni santi non sarebbero giunti ad un vertice così grande di santità se
non avessero intrapreso una via di conversione così forte ed efficace. Si pensi ad esempio alla
Maddalena, a Sant’Agostino e a tanti altri per i quali si possono applicare benissimo le parole di
nostro Signore: “Per questo io ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.
Invece colui al quale si perdona poco, ama poco” (Lc 7,47).
Di fatto molti amano ancora di più il Signore perché da lui sono stati gratuitamente perdonati.

Ti ringrazio per quello che hai scritto all’inizio della tua mail, per le tue riflessioni e per le domande
che mi hai posto.
Tutto giova ad accrescere la conoscenza della nostra santissima fede, come diceva Santa Caterina da
Siena,
La nostra fede è veramente santissima sia per i suoi contenuti sia per l’obiettivo cui vuole farci
pervenire.
Ti ringrazio anche per la preghiera che mi hai promesso e che volentieri contraccambio.
Ti benedico e ti auguro ogni bene.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
ora le chiedo: come è possibile che si trovi scritto in testi autorizzati (imprimatur) e si senta in certe
prediche che il sacrificio di Gesù “ha placato l’ira del Padre contro l’umanità peccatrice e corrotta”?
Penso piuttosto che il Padre abbia mandato il Figlio per redimere l’umanità, cioè in un gesto di
amore verso l’uomo che si era allontanato da Lui.
Grazie
Carlo

Risposta del sacerdote

Caro Carlo,
1. Sant’Agostino dice che “l’ira è il moto dell’animo che provoca a punire per un’ingiuria fatta a sé
o ai propri cari” (Enarratio in Psalm. 6, n. 3).
Questo moto dell’animo consiste in una veemente agitazione interiore in forza della quale si
irrompe o ci si precipita su qualcosa o su qualcuno per punire ed eliminare il male.

2. Applicare l’ira a Dio sembra la cosa più assurda che si possa concepire soprattutto alla luce di
Dio che è amore e misericordia.
Eppure la Sacra Scrittura presenta non poche volte questa espressione non soltanto nell’Antico
Testamento ma anche nel Nuovo.

2. Giovanni Battista “vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo disse loro: razza di
vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente” (Mt 3,7).
La Bibbia di Gerusalemme commenta: “È l’ira del giorno di Jahwè che doveva inaugurare l’era
messianica”.
E aggiunge: “È un aspetto della assoluta santità di Dio che non tollera nessuna resistenza al suo
disegno” (cfr. nota a Nm 11,1). In altri termini non tollera il peccato e cioè non tollera alcun male.
Vista così, per quanto possa sembrare paradossale, l’ira di Dio è un tratto della sua misericordia,
analogo a quello di una madre che non sopporta che il suo bambino sia afflitto da mali e debba
soffrire.
San Tommaso dice che “l’ira in tal senso è buona ed è chiamata zelo” (Somma teologica, II-II, 158,
8, ad 2). Nello stesso tempo afferma che lo zelo manifesta un amore ancora più intenso, più grande.

3. Mai come in questo caso ci si trova di fronte ad un modo di esprimersi tipicamente umano
applicato a Dio.
Dio ha voluto rivelarsi usando anche questo modo umano di esprimersi perché gli uomini capissero
bene la gravità del male che è racchiuso nel peccato.

4. Alla luce di questo non ci si stupisce di trovare nella Sacra Scrittura espressioni ancora più forti,
come ad esempio quella che si trova nel profeta Nahum: “Un Dio geloso e vendicatore è il Signore,
vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso
i nemici. Il Signore è lento all’ira, ma grande nella potenza e nulla lascia impunito” (Na 1,2-3).
Una mamma non è forse gelosa del bene di suo figlio al punto da non sopportare che nessuno gli
possa fare del male?
È il suo grande amore che la spinge a precipitarsi per liberare dal male.

5. L’ira di Dio la troviamo anche in San Paolo quando scrive: “Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo
contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Rm 1,18).
In altri termini: Dio castiga, e cioè purifica ogni peccato commesso contro di lui (empietà) e contro
il prossimo (ingiustizia) da coloro che vivono in maniera immorale (soffocano la verità
nell’ingiustizia).

6. Anche nell’Apocalisse quando si parla della vittoria finale di Cristo su tutti i suoi nemici e della
gloria che godrà la Chiesa celeste si legge: “Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con
essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa di Dio,
l’Onnipotente” (Ap 19,15).
Qui il male viene separato dagli eletti in maniera grandiosa e definitiva facendo risplendere la
santità e la gloria di Dio come nel torchio il succo del vino del vino viene separato da tutto ciò che
non è vino.

7. Allora placare l’ira di Dio non è altra cosa che purificare misericordiosamente e definitivamente
gli eletti da ogni male.
È questo il supremo gesto dell’amore di Dio verso i suoi figli che si sono corrotti nel male. È questo
l’ultimo aspetto della redenzione per coloro che si sono allontanati da lui.

Ti ringrazio del quesito. Con l’augurio che Dio ci purifichi da ogni male e ci introduca nel suo
Regno eterno ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno padre e buona domenica.
Volevo farle delle domande su Geremia 16,19-21 e Zaccaria 8,20-23.
Facendo ricerche su internet ho letto opinioni di persone che affermano che questi versetti si
adempiranno alla fine del mondo.
Io per il versetto di Geremia ho solamente interpretato che si è adempiuta con la conversione di
persone di tutti i popoli del mondo al Dio biblico, che è lo stesso nel vecchio e nel nuovo
testamento.
Per quanto riguarda invece Zaccaria 8,20-23 questi versetti inizialmente mi hanno turbato e mi
hanno fatto dubitare un attimo la fede, cioè che il cattolicesimo sia la verità. Perché qui si dice che i
popoli andranno a Gerusalemme, e che prenderanno un GIUDEO per il mantello dicendo che
vogliono andare con loro, perché Dio e con loro. Quindi alcuni lo interpretano come ancora da
adempiersi. Allora io ho provato a leggere il contesto: Zaccaria scrive nel periodo dell’esilio
babilonese. Nel capitolo sette si parla delle memorie dei tempi passati, mentre nel capitolo 8 il
Signore promette a Israele che tornerà nella terra promessa, ricostruendo il tempio. Allora solo
successivamente viene Zaccaria 8,20-23 che dice “anche i popoli, in quei giorni” leggendo il
contesto, dovrebbe applicarsi al periodo del secondo tempio e più precisamente nel periodo di Gesù,
perché penso che i pagani vennero a Gerusalemme per adorare e i giudei che presero per il mantello
furono i giudei che fondarono la chiesa cattolica, nata e fondata da ebrei e poi grazie a San Paolo
sparsa in tutto il mondo.
Poi leggendo Romani 2,28 San Paolo dice che il vero giudeo è il circonciso nel cuore, quindi anche
i cristiani possono considerarsi giudei, ma non so se c’entri molto… Questa è l’interpretazione che
ho dato io a questi versetti, mi dica se sia corretta e mi spieghi meglio se può. Devo ammettere che
il versetto di Zaccaria mi ha causato un po’ d’ansia e di dubbi
Le chiedo di pregare per i miei stati d’ansia e io cerco di ricambiare pregando ogni giorno una
decina del rosario per i sacerdoti.
Buona domenica

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. a vantaggio dei nostri visitatori è opportuno riportare per esteso i versetti del testo sacro.
Ecco il testo di Geremia 16,19:21: “A te verranno le genti
dalle estremità della terra e diranno: «I nostri padri ereditarono soltanto menzogna, e nullità che non
giovano».
Può forse l’uomo fabbricarsi i propri dèi? Ma quelli non sono dèi!
«Perciò, ecco, io faccio loro conoscere questa volta la mia mano e la mia forza. Essi sapranno che il
mio nome è Signore»”.
Ed ecco il testo di Zaccaria 8,20-23: “Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di
numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: «Su, andiamo a supplicare il Signore, a
trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire». Così popoli numerosi e nazioni potenti
verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore.
Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni
afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: «Vogliamo venire con voi, perché
abbiamo udito che Dio è con voi»”.

2. Va premesso che tutti e due i testi fanno riferimento ad Israele che si trova in una condizione di
esilio e al suo ritorno nella terra promessa.
Il primo e immediato significato va dunque colto in questo contesto: la permanenza degli ebrei in
mezzo ai pagani durante l’esilio è servita certamente a far conoscere il culto del vero Dio.
Senza volerlo, gli ebrei in esilio furono in qualche modo missionari in mezzo ai pagani e Dio per
mezzo loro preparò la loro conversione.
Un certo numero di conversioni si verificarono infatti nel periodo dell’esilio e in quello seguente
come emerge da questo testo di Esdra 6,19-21: “I rimpatriati celebrarono la Pasqua il quattordici del
primo mese. Infatti i sacerdoti e i leviti si erano purificati tutti insieme, come un sol uomo: tutti
erano puri. Così immolarono la Pasqua per tutti i rimpatriati, per i loro fratelli sacerdoti e per se
stessi. Ne mangiarono gli Israeliti che erano tornati dall’esilio e quanti si erano separati dalla
contaminazione del popolo del paese, unendosi a loro per cercare il Signore, Dio d’Israele”.
Questo fatto è ricordato anche da Ester 8,17: “In ogni città e provincia dove era stato pubblicato
l’editto, dovunque era stato esposto il decreto, vi erano per i Giudei gioia ed esultanza, festa e
allegria. E molti pagani si fecero circoncidere e, per paura dei Giudei, si fecero Giudei”. 

3. Tuttavia poiché gli eventi dell’Antico Testamento sono prefigurazione del Nuovo, mi pare
legittimo leggerli anche in una prospettiva escatologica.
Quando il Signore tornerà nella gloria tutti si batteranno il petto.
A questa speranza muovono le parole di Gesù: “Allora comparirà in cielo il segno del Figlio
dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo
venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria” (Mt 24,30). 
E anche quelle di Giovanni nell’Apocalisse: ” Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche
quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! (Ap 1,7).
Sebbene battersi il petto non significhi esclusivamente domandare perdono, ma anche riconoscersi
colpevoli. E, Dio non voglia, colpevoli impenitenti.

4. L’interpretazione che tu hai dato al testo di Zaccaria è ugualmente plausibile.


A suo tempo i circoncisi erano gli ebrei. Oggi i veri circoncisi sono quelli di cui parla San Paolo
quando dice: “Giudeo, infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella
visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore,
nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio” (Rm 2,28-29).

Mentre mi complimento per la tua lettura e il tuo studio delle Scritture e mentre ti ringrazio di cuore
per la preghiera quotidiana che ogni giorno reciti per i sacerdoti, ti assicuro volentieri la mia,
soprattutto per la necessità che mi hai espresso. Ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno Padre,
sono un ragazzo convertito da non moltissimo tempo e volevo porle alcune domande. Ho letto che
le preghiere fatte in stato di peccato mortale non meritano per la vita eterna. Ora nel mio caso, ho
pregato molto in periodi in cui ero in peccato mortale, e dopo parecchio tempo, decisi di
confessarmi e di seguire il Signore. Ora io mi chiedo, dopo la confessione, le preghiere che recitai
in passato in situazioni di peccato quasi perenne, sono diventate meritorie per la vita eterna, oppure
no dato che non seminavo con Gesù?
Mi veniva in mente il caso di Bruno Cornacchiola. Se ricordo bene lui fece i 9 primi Venerdì del
mese con l’intenzione di far del male al Papa, eppure le promesse sono state valide per lui.
Ovviamente le vie del Signore sono infinite, ma a volte sembra che il Signore, per un piccolissimo
sforzo doni alle persone immensi doni. Forse anche questo fa parte della Misericordia infinita di
Dio? La ringrazio per le risposte che mi darà e per tutte le belle cose scritte nella rubrica di
Amicidomenicani.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. le preghiere fatte in stato di peccato mortale non meritano per la vita eterna perché non traggono
linfa vivificatrice da Cristo.
Solo quando siamo uniti a Cristo mediante la grazia santificante le nostre opere (tra cui anche le
preghiere) meritano dal punto di vista soprannaturale.
Per questo Gesù ha detto: “Chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12,30).

2. Secondo la dottrina della Chiesa le opere e le preghiere fatte in peccato mortale rimangono buone
azioni, sebbene non siano meritorie per la vita eterna.
Tuttavia poiché sono buone azioni meritano beni per la vita presente, soprattutto se sono utili per la
vita eterna.

3. Tuttavia va aggiunto ancora questo: la grazia di Dio ci previene e ci aiuta prima ancora della
nostra confessione sacramentale, e cioè da quando cominciamo a nutrire il pentimento e il proposito
della conversione.
Tale grazia può consistere in illuminazioni, in aiuti, in impulsi interiori che il Signore dà per
spingere al pentimento e alla confessione. Questi favori celesti vengono chiamati grazie attuali, che
non conferiscono ancora la grazia santificante che innesta in Cristo.

4. Ma talvolta si tratta proprio della grazia santificante, che il credente accoglie senza saperlo,
continuando a pentirsi sinceramente dei propri peccati per aver offeso il Signore e propone di
confessarsi appena possibile.
In questo caso allora torna in grazia di Dio, ancor prima della confessione, per cui tutte le azioni e le
preghiere diventano meritorie anche sotto il profilo soprannaturale per la vita eterna.

5. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni
cosa, la contrizione è detta «perfetta» (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe
veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di
ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (CCC 1452).
6. Questa dottrina era già stata insegnata nel concilio di Trento che aveva affermato: “Insegna,
inoltre, il concilio che questa contrizione talvolta può essere resa perfetta dalla carità, e riconciliare
così l’uomo con Dio, prima ancora che riceva attualmente questo sacramento; tuttavia questa
riconciliazione non è da attribuirsi a una contrizione priva del proposito, incluso in essa, di ricevere
il sacramento” (DS 1677).
Se in te è avvenuto questo, tutto ha meritato fin dall’inizio.

7. Infine fai riferimento a Bruno Cornacchiola. Quando ha fatto i primi nove venerdì del mese, che
includono confessione e Santa Comunione, non era ancora andato fuori strada.
Se viveva in grazia, meritava soprannaturalmente.
Andando fuori strada, ha perso tutto. Con la conversione a recuperato tutti i meriti di quando vivere
in grazia a seconda del grado di pentimento.

Sono contentissimo che il Signore non si sia stancato di bussare alla porta del tuo cuore e che tu
finalmente gli abbia aperto la porta
Sono contentissimo perché da quel momento hai cominciato a rinascere, a vivere.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Buonasera frate Angelo,
sto leggendo la Bibbia CEI e sono arrivato alle lettere cattoliche.
Sono rimasto sorpreso da questo aggettivo perché non è il cristianesimo la vera fonte?
Tra i cristiani ci sono i protestanti, gli ortodossi, ecc… Quindi perché sono chiamate lettere
cattoliche e non cristiane? 
Cordiali saluti
Domenico Antonio 

Risposta del sacerdote


Carissimo,
1. l’aggettivo cattolico che si appone a queste lettere non fa riferimento ai protestanti, agli ortodossi
o ad altri gruppi cristiani.
La parola “cattolico”, che deriva dall’omonimo greco, significa universale.

2. Ora mentre le lettere di San Paolo sono indirizzate a questa o quell’altra Chiesa, le restanti lettere
del Nuovo Testamento non hanno un destinatario particolare, ma sono scritte universalmente per
tutti.
Ecco perché vengono dette cattoliche.

3. Si tratta di un gruppo di sette lettere: una di San Giacomo, una di San Giuda, due di San Pietro e
tre di San Giovanni.
È vero che le ultime due di San Giovanni hanno un destinatario preciso, e tuttavia vengono
accomunate alla prima, scritta per tutti.

4. Queste sette lettere venivano già chiamate cattoliche molto tempo prima che venissero fuori gli
ortodossi (secolo XI) e i protestanti (secolo XVI).
Eusebio di Cesarea, che visse tra il III e il IV secolo, è il primo tra i greci che parla di lettere
cattoliche nella sua Storia ecclesiastica, II,3.
San Girolamo, che visse tra il IV e il V secolo, è il primo tra i latini che faccia menzione di sette
lettere cattoliche.
Probabilmente questa terminologia era già in uso al loro tempo.

5. L’ordine con cui vengono attualmente presentate nella Bibbia era comune in oriente fin dal IV
secolo con Sant’Atanasio e San Cirillo.

Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo,
la sto seguendo seppure in modo non troppo continuo nel suo canale di Telegram e sono rimasto un
po’ sorpreso per la risposta che ha dato ad una certa signora o signorina Concetta a proposito della
risurrezione di Cristo. La lettera con la sua risposta è del 26 settembre 2021. Riporto una parte di
quello che lei ha scritto come risposta e che appunto mi ha sorpreso.
“Cara Concetta,
1. noi crediamo alla risurrezione di Cristo per fede perché nessuno di noi materialmente l’ha visto
risorto, né lo si potrebbe vedere con i nostri occhi corporali, i quali possono percepire solo le realtà
materiali.
Mentre con la sua risurrezione Cristo ha assunto un corpo glorioso e spirituale”.
In sostanza credo di aver capito che noi non possiamo vedere Gesù Risorto perché i nostri occhi
corporali possono percepire solo realtà materiali. Faccio però la seguente riflessione. Se le persone a
cui è apparso Cristo Risorto durante i quaranta giorni dopo la sua risurrezione erano persone come
noi e talune pure incredule, come l’esempio classico di san Tommaso e anche l’esempio di San
Paolo che era un persecutore, allora perché loro i testimoni hanno potuto vederlo e per noi sarebbe
impossibile? Anche i testimoni del Risorto avevano occhi corporali come noi oppure no?
Probabilmente ho interpretato male quello che lei voleva intendere.
Vorrei un chiarimento.
La ringrazio.
Liborio 

Risposta del sacerdote

Caro Liborio,
1. come primo criterio deve rimanere assodato che Gesù con la sua risurrezione ha assunto un corpo
glorioso, e pertanto spirituale.
Proprio per questo il suo corpo non è più soggetto ai limiti dello spazio e del tempo.

2. Nella mia risposta cui fai riferimento ti sei soffermato solo sul primo punto.
Nel secondo punto osservavo: “2.  Se fossimo stati nel sepolcro al momento della risurrezione di
Cristo avremmo visto solo una cosa: che il corpo di Cristo svaniva sotto le bende.
E avremmo notato che quelle bende rimanevano nel medesimo posto in cui avevano avvolto il
corpo di Gesù e nella medesima postura in cui erano state ripiegate sulle sue membra“.

3. Per farsi vedere, Gesù risorto aveva bisogno di compiere un miracolo e cioè di materializzare il
suo corpo che era diventato spirituale.
Solo in questo modo si rendeva visibile.
Diversamente gli apostoli non avrebbero potuto vedere con i loro occhi una realtà spirituale.
Del resto, dal momento della risurrezione il Signore era già con loro, come lo è pure con noi
dovunque ci troviamo.
Ma per poterlo vedere era necessario che Egli compisse un miracolo e che materializzasse il suo
corpo.

4. Scrive San Tommaso d’Aquino: “Cristo, come abbiamo già notato, risuscitò alla vita immortale
della gloria.
Ora, la condizione propria di un corpo glorioso è quella di essere “spirituale“, cioè soggetto allo
spirito, come insegna l’Apostolo.
Ma perché il corpo sia del tutto soggetto allo spirito, si richiede che ogni atto del corpo sia
sottoposto alla volontà dello spirito. (…).
Perciò chi possiede un corpo glorificato, ha in suo potere di rendersi visibile quando vuole e
invisibile quando non vuol esser veduto.
Questo potere però Cristo non l’ebbe soltanto dalla condizione del suo corpo glorioso, ma dalla
virtù della sua divinità, che può rendere invisibili miracolosamente persino i corpi non gloriosi;
come si legge di San Bartolomeo, a cui fu concesso “di esser visto o non visto a suo piacimento”.
Perciò quando si dice che Cristo disparve dagli occhi dei discepoli, non va inteso nel senso che il
suo corpo si distruggeva o si risolveva in elementi invisibili, ma che per sua volontà cessava di esser
visibile a loro, o restando lì presente, oppure allontanandosi all’istante mediante l’agilità (propria
dei corpi gloriosi)” (Somma teologica, III, 54, 1, ad 2).

5. Pertanto gli apostoli hanno potuto vederlo perché il Signore ha dato loro la possibilità di vederlo
compiendo un miracolo: quello di rendersi visibile.

Ti ringrazio di avermi dato la possibilità di tornare su questo argomento che è centrale per la nostra
vita cristiana, che è una vita di comunione con il Signore risorto.
Ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
Quesito
Caro Don Angelo
Il mio nome è Marco, ho 53 anni.
Dal 1997 mi con escluso dalla eucarestia dopo la mia separazione ed il successivo divorzio con la
mia prima moglie, dalla quale non ho avuto figli.
Da allora, ho frequentato periodicamente ed abbastanza tiepidamente la Chiesa senza tuttavia mai
assumere la eucarestia in quanto non mi sono mai ritenuto degno avendo peccato e sottovalutato il
Sacramento del Matrimonio.
Nel frattempo ho conosciuto la mia attuale moglie con la quale ci siamo sposati civilmente nel
2002. Lei era già madre di una piccola bambina che poi ho adottato (ora ha 22 anni). Abbiamo poi
avuto un figlio che ora ha 17 anni. Tra gli alti a bassi di una vera unione stiamo andando avanti da
18 anni. Abbiamo battezzato e cresimato entrambi I figli ed abbiamo cercato di frequentare la
Chiesa nei periodi in cui potevamo farlo. Anche se devo essere sincero che, per vari motivi, negli
ultimi anni che eravamo in Italia, la Chiesa non era proprio al centro dei nostri interessi purtroppo.
Ora, stando lontano dal mio Paese, in un paese Islamico, avendo anche più tempo libero, mi sono
riavvicinato alla preghiera. Molti dei Fratelli Musulmani che mi circondano pregano 5 volte al
giorno ed allora mi sono detto che potevo farlo anche io. Inoltre il Signore ha volute mettermi alla
prova con delle situazioni toste. Nessuna croce che non potessi sopportare ma è stata dura.
Il Signore misericordioso ha operato molto su di me in questi ultimi tre anni. Ha fatto emergere tutti
i miei peccati e me li ha presentati davanti lasciandomi la libertà di riconoscerli e di cercare di
migliorare. Io ho accettato la Sua proposta di conversione ma mi rendo conto che senza la
Eucarestia sono solo uno che prega ma non posso pretendere di accoglierlo pienamente.
Rinunciare alla Eucarestia è stata una follia e non aver accolto veramente Dio nel mio cuore è stata
una pazzia. Ho perso solo tempo con stupidaggini ed ho peccato molto. Ora lo capisco e sono
pentito. 
So che devo confessarmi ma vorrei prima prepararmi bene perché i peccati che ho commesso sono
troppo gravi.
Cerco di prepararmi almeno per meritarmi il perdono: avere pazienza e di non offendere il mio
prossimo (specialmente in Famiglia), prego più volte al giorno con il rosario e con le preghiere alla
Santa Croce per le anime del Purgatorio, seguo la messa in diretta online da Fatima quando posso,
ma cerco di farlo ogni giorno; inoltre seguo il catechismo per adulti online dal Santuario della
Madonna dei Boschi con dei frati eccezionali.
Per questo, da umile peccatore, chiedo il suo aiuto su come fare per essere perdonato per un peccato
così grave, con la aggiunta che ho fatto tanto male alla mia ex moglie ed alla sua famiglia. Senza
contare tanti altri peccati sui quali ho inciampato in questi anni di materialismo e debolezze che mi
hanno impedito di convertirmi veramente.
Ho bisogno del Vostro aiuto, Padre. Invoco umilmente e con fiducia la intercessione della Madre
Nostra e del Sacro Cuore di Gesù affinché il nostro Signore, nella Sua infinita Misericordia, parli
attraverso di Voi, Suo Ministro. Da parte mia, prometto di aprire le orecchie ed il cuore.
Beneditemi Padre.
vostro Marco

Risposta del sacerdote

Caro Marco,
1. anzitutto mi scuso per il grave ritardo con cui ti rispondo.
In secondo luogo rendo grazie a Dio per quanto sta facendo nella tua vita.
Gesù ha detto: “Nessuno viene a me se il Padre non lo attira” (Gv 6,44).
Ora il Signore ti sta traendo a sé sia mediante un’intensa vita di preghiera sia col pentimento per i
peccati compiuti, che sono stati motivo di sofferenza non solo per il Signore, ma anche per altre
persone.

2. Al momento presente il Signore ti fa sentire un forte desiderio per l’Eucaristia. Senti giustamente
che manca qualcosa di molto importante alla tua unione con Dio.
È da tempo ormai che sperimenti in te quanto Gesù ha detto nell’Apocalisse: “Ecco: sto alla porta e
busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con
me” (Ap 3,20).
E senti il desiderio non soltanto di aprirgli, ma anche di spalancargli la porta.
Perché nessuna comunione è così forte e così piena come quella che si attua nell’Eucaristia: in quel
momento il Signore riempie di sé non solo la nostra anima, ma anche il nostro corpo.
Nello stesso tempo comunica un senso di soavità che non è di questo mondo.
In molte persone questo senso di soavità non lo si avverte tanto nel momento in cui si riceve il
Signore, ma subito dopo, quando avviene una vera fusione tra noi e Gesù Cristo e volentieri
sostiamo in comunione con Lui.
San Tommaso dice che “in forza di questo sacramento l’anima spiritualmente si ristora, in
quanto rimane deliziata e quasi inebriata dalla dolcezza della bontà divina, secondo l’espressione
dei Cantici: “Mangiate, amici; bevete, inebriatevi, carissimi” (Ct 5,1)” (Somma teologica, III, 79, 1,
ad 2).
E dice anche “che con il solo suo desiderio uno può conseguire la grazia che lo vivifica
spiritualmente” (Ib., ad 1).

3. Che cosa puoi fare in questo momento?


Dovresti mettere ordine nella tua vita matrimoniale.
Forse ci sono dei motivi che possono aver reso nullo il tuo precedente matrimonio.
Per questo ti consiglio di parlare con un giudice del tribunale ecclesiastico.
Non ci vorrà molto per lui per vedere se è opportuno istruire un procedimento di dichiarazione di
nullità.
In riferimento a questo non ti deve spaventare il costo economico, perché volutamente la conferenza
episcopale italiana lo tiene basso (525 €) perché tutti possono avere la possibilità di mettersi in
regola e di vivere in grazia di Dio.
Secondo la normativa di Papa Francesco il tribunale ecclesiastico dovrebbe darti la sentenza senza
farti aspettare tanto, e cioè entro un anno.
Il bene dell’eucaristia è così prezioso che vale anche questo sacrificio economico.

4. Nel frattempo ti consiglio di vivere in grazia di Dio perché questo è possibile anche per chi vive
in una situazione oggettivamente non regolare.
Il santo Papa Giovanni Paolo II dice che coloro che sono in una situazione matrimoniale irregolare
possono vivere in grazia di Dio se sono pentiti del male compiuto e se vivono in perfetta continenza
(cfr. Familiaris consortio 84).
Quest’ultimo punto non dovrebbe essere così insormontabile perché nella vita di tutti i coniugi
capita che per periodi più o meno lunghi e per i più svariati motivi che si debba vivere in castità.
La castità non è assenza di affetto, ma se vissuta bene è una forma molto alta di amore.
Così facendo puoi già riconciliarti con Dio nella confessione sacramentale.
E puoi fare anche la Santa Comunione là dove non è conosciuta la tua situazione di irregolarità.
Questo per evitare confusione e ulteriore motivo di inciampo tra i fedeli.
Augurandoti ogni bene per il tuo futuro, ti ricordo nella preghiera e ti benedico molto, molto
volentieri.
Padre Angelo

Quesito
Buongiorno padre Angelo,
le chiedo se c è differenza o particolare efficacia sul tipo di benedizioni:
dal sacerdote al termine della messa,
Col Santissimo Sacramento verso l’assemblea,
Col Santissimo sul capo di ogni persona,
O la benedizione di un diacono equivale a quella di un sacerdote?
O quella del papa o vescovo…….
Per farla breve ci sono differenze? Grazie mille
Andrea

Risposta del sacerdote

Caro Andrea,
1. sì, ci sono delle differenze.
Sarebbe sufficiente pensare che dinanzi ad alcune ci si inginocchia e altre si possono ricevere in
piedi.
Le prime sono quelle che vengono date col Santissimo Sacramento.
Santa Faustina Kowalska nel suo diario attesta più volte di aver visto uscire dall’ostensorio i
medesimi raggi che escono dall’immagine di Gesù misericordioso. Questi raggi di purificazione e di
santificazione andavano a coprire le persone che ricevevano tale benedizione.

2. Ci sono le benedizioni del Papa, date Urbi et Orbi.


Queste benedizioni, alle quali è annessa l’indulgenza, le ricevono tutti i telespettatori.

3. C’è la benedizione del vescovo che secondo il sentire di San Tommaso ha il potere di rimettere i
peccati veniali.

4. Poi ci sono le comuni benedizioni la cui efficacia dipende senza dubbio anche dalla santità di chi
benedice.

5. In ogni caso va ricordato che le benedizioni sono sacramentali. Non sono sacramenti.
Ora se i sacramenti hanno efficacia ex opere operato, i sacramentali hanno efficacia ex opere
operantis, vale a dire dipendentemente dalla santità di chi benedice e dal fervore e dalle buone
disposizioni di chi riceve la benedizione.

6. Mi piace infine ricordare che cos’è la benedizione secondo la Sacra Scrittura: è una particolare
effusione di doni da parte di Dio, l’assicurazione della loro conservazione, la loro moltiplicazione.
Nell’Antico Testamento si legge delle benedizioni dei patriarchi e anche dei sacerdoti.
Nel Nuovo Testamento Gesù dona ai suoi discepoli la facoltà di benedire. Ad essi dice: “In
qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra
pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (Lc 10,5-6).
Essi ne fecero uso secondo il modo tradizionale di benedire in Israele con l’invocazione e con
l’imposizione delle mani.
La Chiesa ha ereditato queste benedizioni e le ha moltiplicate tanto sulle persone quanto sulle cose.

Seguendo questa bella e preziosa tradizione, anch’io, sebbene da lontano ti benedico e ti ricordo
nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo 
In questi ultimi tempi mi sto dedicando allo studio della filosofia, e dopo aver approfondito la
Gnoseologia e la Logica, sono al momento concentrato sull’Ontologia. Alla fine del trattato sulla
dimostrazione dell’esistenza di Dio, mi è sorta una domanda sul Libero Arbitrio che ho cercato di
risolvere nel seguente modo. 
Data l’evidenza dell’esistenza del Libero Arbitrio (è evidente infatti che noi siamo liberi di amare o
meno il Signore), come tentare di spiegare a chi crede nella predestinazione che in realtà è in errore.
Ho posto così la mia risposta.
È vero che Dio tutto sa e conosce fuori dal tempo, in quanto se la sua conoscenza si perfezionasse
nel tempo Egli non sarebbe più infinito, ma questa Sua conoscenza, che riguarda anche la nostra
ultima fine, non intacca minimamente il nostro modo di agire. 
Dio provvede affinché ogni essere sia posto nelle condizioni perché possa salvarsi, ma spetta
all’uomo compiere il suo percorso. Egli ci dà i mezzi e le condizioni a noi possibili per affrontare il
viaggio, già sapendo come si concluderà tale viaggio, ma questo a noi non intacca minimamente.
Infatti se per assurdo sapessimo il nostro destino (e questo secondo me andrebbe a cozzare con la
finitezza del nostro essere) dovremmo comunque metterci in moto e salvarci con le opere poiché la
ignavia e l’ozio non ci salverebbero affatto (e quindi oltretutto in realtà avremmo una conoscenza
erronea del nostro destino).
La mia fede mi porta a credere senza farmi troppe domande e so perfettamente che ci sono delle
Verità dogmatiche a cui solo la fede può dare risposta. Non so se anche questo può essere il caso,
ma se tale non fosse, se la ragione ci può aiutare a capire meglio e soprattutto a far capire meglio
allora, mi dica lei se il mio ragionamento può essere corretto o se va senz’altro perfezionato. 
La ringrazio per quello che fa perché è consolazione e sostegno per molti. 
Nella speranza che sia riuscito ad esprimere al meglio il mio pensiero.
La ringrazio e la terrò sempre nelle mie preghiere.
Tommaso 

Risposta del sacerdote

Caro Tommaso, 
1. sono molti quelli che si pongono il problema di come si possa conciliare la libertà dell’uomo con
la prescienza di Dio.
Come rilevi tu stesso, Dio conosce dall’eternità quale sarà la nostra fine eterna. La conosce da
sempre, prima ancora che noi fossimo creati.
2. Probabilmente una buona pista per risolvere questo problema è la seguente: partire da quello che
l’uomo vuole piuttosto che dalla prescienza di Dio.
Perché quello che l’uomo vuole, è voluto o permesso anche da Dio.

3. Questa è la grande dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza sua.


L’ha lasciato libero.
Dall’eternità ha visto le scelte dell’uomo e per rispetto alla volontà dell’uomo vuole o permette
quello che l’uomo vuole.

4. Avviene qualcosa di analogo a quanto il Signore ha promesso a San Pietro e agli apostoli.
A San Pietro a detto: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19).
Agli apostoli, Pietro compreso, ha detto: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra
sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18).

5. Con questa differenza però: mentre nel caso di san Pietro e degli apostoli Dio interviene con la
sua particolare protezione per il bene di tutta l’umanità perché non insegnino nulla che possa
portare gli uomini alla perdizione, a noi invece lascia la possibilità di sbagliare e anche di opporsi a
lui finché vogliamo.
Questa possibilità l’ha lasciata per la loro condotta personale anche agli apostoli e ai loro
successori.
Anche i papi e i vescovi possono tradire il Signore ed essere la causa della sua rinnovata condanna
morte.
Il Signore, che dall’eternità ha visto tutto questo, ha sottoscritto che lo facessero. Perché quello che
gli uomini vogliono, lo sottoscrive, e cioè lo permette (nel caso del male); lo vuole e lo benedice
quando vogliono il bene.

6. Se guardiamo alle cose da questa prospettiva, che è diversa da quella in cui comunemente ci si
pone, tutto diventa più semplice e più comprensibile.
Da una parte mostra la grandezza e la dignità dell’uomo, e dall’altra la magnanimità e il rispetto che
Dio ha per una creatura che per sua libera decisione ha voluto renderla simile a sé nella libertà.

7. Giustamente tu dai per indiscutibili due cose: la prescienza e la libertà di Dio e la libertà
dell’uomo.
Fatte queste due affermazioni, che certamente sono esatte, concludi che il resto lo lasciamo alla
comprensione della fede.
Possiamo benissimo fare così.
Ma possiamo anche fare il tentativo che ti ho presentato. Mi sembra percorribile e ugualmente
giusto.

Ti ringrazio molto per quello che hai scritto affettuosamente al termine della tua mail.
Contraccambio anch’io di cuore con l’augurio di ogni bene.
Ti benedico e ti ricordo volentieri nella preghiera.
Padre Angelo

convertirsi.

Ti accompagno con la mia preghiera e ti benedico.


Padre Angelo
Quesito
Padre,
sono una donna di 40 anni, moglie e madre. La mia vita è iniziata nel peggiore dei modi. Disabile,
nata da una relazione extraconiugale, sono stata affidata ai miei che erano profondamente immaturi
e non facevano mistero di non volermi con loro. Appena possibile mi hanno lasciata e non si sono
fatti sentire per anni, ripresentandosi ormai anziani e bisognosi di cure.
In questo immenso dolore del rifiuto la fede è stata una salvezza. Ho trovato nel Signore un Padre
che, vestendo gli uccelli nei campi, si sarebbe certamente preso cura di me. Ho scelto di occuparmi
dei malati proprio per Lui, per rendere ciò che ho ricevuto.
Qualche anno fa però ho scoperto che la mia disabilità potrebbe essere in parte dovuta al consumo
di alcolici in gravidanza. Per me è stato uno choc, quella stessa disabilità che mia madre trovava
aberrante potrebbe essere stata causata dal suo disprezzo per la mia vita!
Ho perso la fede. So di sbagliare, so che la sofferenza fa parte della vita, ma questo dolore è stato
troppo. Una madre che non si cura di farti del male…dove troverò compassione, dove troverò
amore? Il concetto stesso di Padre non esiste più in me. 
Come fare?
Grazie per il suo ascolto e la sua risposta.
A.

Risposta del sacerdote

Carissima, 
1. mi trovo a risponderti con tanto ritardo e te ne domando scusa.
Hai dovuto soffrire tante cose nella vita.
Anche tu hai potuto dire insieme con Davide nella Sacra Scrittura: “Mio padre e mia madre mi ha
abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10).
Dio ti ha fatto da Padre. Sono certo che è stato per te un Padre incomparabile.

2. Adesso hai scoperto che tua madre durante la tua gestazione si lasciava andare all’alcool.
Per quanto il comportamento non sia giustificabile, tuttavia di una cosa siamo certi: non l’ha fatto
per danneggiarti.
Anche tu in questo momento come Cristo in croce sei chiamata a dire: “Padre, perdonale perché
non sapeva quello che faceva”.
Ti fa star meglio, oltre che ad essere infinitamente meritorio, un atto di perdono che uno di
indignazione.

3. Per un atto di carità Dio perdona tanti peccati.


Compi generosamente un atto di carità offrendolo al Signore.
È il Signore stesso che te lo chiede.
Sono certo che se lo farai subito, comunicherai segretamente a molti la forza di convertirsi.

4. Dopo che Gesù in croce ha detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc
23,34) un ladrone si è pentito e poco dopo è entrato in paradiso.
Anche tu in questo stesso momento puoi offrire il tuo perdono “per il riscatto di molti” (Mc 10,45).

5. Ieri abbiamo sentito nella prima lettura queste parole: “Quando offrirà se stesso in sacrificio di
riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”
(Is 53,10).
Il profeta Isaia ha detto queste parole in riferimento alla passione e morte del Signore.
Offrendo se stesso in sacrificio di espiazione Gesù potrà fruire di tre beni: nel riscatto di molti, vale
a dire nella grazia della conversione per molte persone; nel vivere a lungo: qui si allude alla
risurrezione del Signore in forza della quale egli gode di una vita immortale; nel permettere il
massimo successo ai disegni di Dio.

6. Ecco, questi tre beni il Signore li vuole compiere anche attraverso questa tua rinnovata
sofferenza:
Il primo, la conversione di molti.
Il secondo, se non si tratta di un prolungamento di giorni nella vita presente (cosa che peraltro ti
auguro e che il Signore può fare), consiste nel prepararti un bel paradiso.
Il terzo, anche tu potrai dire con amore e con gioia: “Ho compiuto, o Dio la tua volontà”.

7. La grande sofferenza che hai dovuto sopportare finora non inaridisca la tua capacità di amare e di
perdonare.
Se perdonerai, un giorno saranno in molti a farti festa eternamente in paradiso perché segretamente
hai comunicato loro la forza di convertirsi.

Ti accompagno con la mia preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
questa è la mia prima domanda che le pongo, se lo ritiene opportuno potrà pubblicarla.
Le scrivo a proposito delle parole consacratorie, in particolare della frase “fate questo in memoria di
me”: ho discusso (anche piuttosto animatamente) con una persona, atea dichiarata, ex insegnante di
lettere e conoscitore di greco e latino.
Questa persona contestava la grammatica greca di questa frase, dicendo invece che nell’originale
greco dei Vangeli ci sarebbe scritto invece “avrete fatto questo in memoria di me”, cioè
sostanzialmente “avrete fatto questo questa volta e mai più”, con ciò quindi squalificando in ultima
analisi la Liturgia Eucaristica e quindi la Santa Messa.
Non è servito spiegargli che è sbagliato attaccarsi ai singoli versetti, che la Chiesa Cattolica non è
fatta solo di Scrittura ma anche di Tradizione. Non ha capito..
Volevo chiederle: cosa posso dire a questa persona, dal punto di vista storico (e solo quello dato che
si tratta di un ateo) per convincerlo che “quello che fa il prete durante la Messa” non è affatto una
stupidata, come invece dice lui?
La ringrazio molto,
Nicola

Risposta del sacerdote

Caro Nicola, 
1. noi possediamo l’originale greco nei codici (manoscritti antichi) che ci sono stati trasmessi.
I codici portano fra di loro alcune varianti.
Nel testo greco latino come ad esempio quello del Merk, in calce sono riportate tutte le varianti che
si possono trovare nei vari codici.
Ebbene a proposito delle parole che Gesù ha detto al termine dell’istituzione dell’eucaristia non c’è
alcuna variante.

2. Solo in Luca e nella prima lettera ai Corinzi di San Paolo capitolo 11 sono riportate le parole:
“fate questo in memoria di me”.
Il verbo usato è all’imperativo presente: “poieite”, fate.
Se Gesù avesse detto “quando avrete fatto questo” avrebbe usato questa forma verbale: “poiesete”,
come si può leggere in Luca 17,10: “Così anche voi, quando avrete fatto (otan poiesete) tutto quello
che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»”.

3. San Tommaso d’Aquino commentando le parole di Gesù riportate in prima Corinzi 11,24 scrive:
“Poi, quando dice: “che hai dato per voi”, accenna al mistero di questo sacramento.
Infatti il sacramento è ripresentativo della passione divina, mediante la quale consegnò il suo corpo
alla morte per noi, secondo Is 50,6: “ho presentato il mio corpo ai flagellatori”; e Ef 5,2: “ha dato se
stesso per noi”.
E per mostrare la ragione di essere assidui a questo mistero si aggiunge: “fate questo in memoria di
me”, ripensando a questo grande beneficio per il quale mi sono consegnato la morte per causa
vostra. Perciò in Lamentazioni 3,19 si dice: “Il ricordo della mia miseria è come assenzio e veleno”.
E nel salmo 110,4: “Ha lasciato un ricordo dei suoi prodigi: pietà e tenerezza è il Signore. Egli dà il
cibo a chi lo teme”.

4. Il tuo interlocutore dice che nell’originale greco dei Vangeli ci sarebbe: “quando avrete fatto
questo”.
Ebbene, lo dimostri, porti i testi, confronti i codici e veda se ci sono delle varianti.
Diversamente dobbiamo concludere che l’interpretazione data è semplicemente frutto dei suoi
desideri e della sua fantasia.

5. Nella tua difesa circa la traduzione delle parole del Signore hai portato argomenti che lasciavano
sottintendere qualche errore nella traduzione. Ma questo errore non c’è stato.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera congiuntamente con il tuo interlocutore.
Padre Angelo

Quesito
Reverendissimo P. Angelo, saluti a lei!
Mi permetto di disturbarla per l’ennesima volta (spero non l’abbia a male), per un ennesimo
quesito.
Le domando: l’aver effettuato la cerimonia della prima comunione è condizione necessaria perché
una persona possa avere accesso all’Eucarestia?
Se uno è battezzato, ma non ha seguito il catechismo e non ha fatto prima Comunione e Cresima,
potrà partecipare in seguito alla Messa facendo la comunione?
Lo domando perché ho studenti delle elementari in questa situazione che lo chiedono.
Cordiali saluti
Daniele

Risposta del sacerdote


Caro Daniele,
1. dal momento che lo Spirito Santo attraverso San Paolo ha detto che prima di accostarsi alla Sacra
Mensa ognuno deve saper discernere il corpo e il sangue del Signore (cfr. 1 Cor 11,27), la Chiesa
prepara i suoi figli a questo grande evento attraverso la catechesi.
Pertanto nessuno può essere ammesso alla Santa Comunione se non sa di che cosa si tratti o, peggio
ancora, se non è battezzato.

2. Per questo la Chiesa nella sua disciplina nel codice di diritto canonico dispone quanto segue:
“Can. 912 – Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve
essere ammesso alla sacra comunione.
Can. 913 – § 1. Per poter amministrare la santissima Eucarestia ai fanciulli, si richiede che essi
posseggano una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione, così da percepire, secondo la
loro capacità, il mistero di Cristo ed essere in grado di assumere con fede e devozione il Corpo del
Signore.
§ 2. Tuttavia ai fanciulli che si trovino in pericolo di morte la santissima Eucarestia può essere
amministrata se possono distinguere il Corpo di Cristo dal cibo comune e ricevere con riverenza la
comunione.
Can. 914 – È dovere innanzitutto dei genitori e di coloro che ne hanno le veci, come pure del
parroco, provvedere affinché i fanciulli che hanno raggiunto l’uso di ragione siano debitamente
preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale, alimentati di questo divino
cibo; spetta anche al parroco vigilare che non si accostino alla sacra Sinassi fanciulli che non hanno
raggiunto l’uso di ragione o avrà giudicati non sufficientemente disposti”.

3. La cerimonia della prima comunione è importante perché dispone l’animo alla grandezza
dell’evento.
Ma, a rigore, non è indispensabile.
La cosa più importante è quanto dice il Codice di diritto canonico e cioè che abbiano “una
sufficiente conoscenza e una accurata preparazione”.

4. La partecipazione al catechismo per alcuni anni è dunque indispensabile per essere introdotti al
sacramento dell’eucaristia. 
Ma è indispensabile anche per essere iniziati all’insieme della vita cristiana, compresa la
partecipazione alla vita della comunità.

5. Se la cerimonia nella sua ufficialità non è assolutamente indispensabile, rimane il fatto però che
spetta al parroco verificare la debita preparazione.
Penso a San Giovanni Bosco. Dopo essersi preparato col catechismo alla prima Comunione,
arrivato il giorno, la mamma non lo portò alla Messa dove i ragazzi venivano comunicati per la
prima volta, ma al mattino presto insieme con gli adulti perché potesse fare la Santa Comunione nel
massimo raccoglimento.

6. Pertanto, indipendentemente dalla cerimonia della prima comunione, se i ragazzi non sono andati
al catechismo e non si è verificata la debita preparazione, pur andando a Messa, non possono fare la
Santa Comunione.

7. Tanto più che previa alla prima Comunione, c’è la confessione.


Anche i ragazzi dell’elementari, e soprattutto degli ultimi anni, hanno i loro peccati e necessitano di
essere purificati.
La disciplina della Chiesa stabilisce infatti che “è dovere innanzitutto dei genitori e di coloro che ne
hanno le veci, come pure del parroco, provvedere affinché i fanciulli che hanno raggiunto l’uso di
ragione siano debitamente preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale,
alimentati di questo divino cibo” (Can 914).
In genere la prima confessione si fa un anno o anche più anni prima della prima Comunione.
Nei ragazzi la confessione ha anche carattere pedagogico. Devono iniziarsi ad una confessione
regolare e frequente, perché solo così si vive bene la vita cristiana.

8. Diverso è il caso delle persone adulte. Non di rado se ne trovano alcune che, che pur avendo
ricevuto il battesimo, non hanno avuto la minima istruzione cristiana, ma poi si sono convertite.
Per costoro in genere si fa una preparazione personalizzata e al momento opportuno si fa la prima
Comunione senza alcuna ufficialità.

9. Tuttavia anche la loro prima Comunione va preceduta dalla confessione sacramentale per evitare
sacrilegi.
Rimane eternamente valido quanto ha detto lo Spirito Santo per bocca di San Paolo: “Perciò
chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo
e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal
calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria
condanna” (1 Cor 1,27-29).

10. In conclusione, fare la prima Comunione senza ufficialità o senza cerimonie esteriori non è
sinonimo di mancanza di preparazione o di verifica da parte di chi amministra i sacramenti.
Sicché i ragazzi che non hanno seguito il catechismo non possono fare la Comunione, anche se
vanno a Messa. È necessaria la verifica da parte del parroco. Soprattutto non possono farla senza la
previa confessione sacramentale.

Ti auguro ogni bene e un fruttuoso lavoro tra i ragazzi.


Ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

Quesito
Caro padre,
vorrei da te un chiarimento riguardo il fatto che un sacerdote è in persona Christi.
Mi spiego meglio… spesso incontro dei fedeli che quasi usano questo “status” per “zittire” gli altri,
cioè sembra quasi che non si possa muovere una critica (ovviamente costruttiva e con tutta la carità
dovuta a qualsiasi persona) perché “è un sacerdote in persona Christi”. Allora mi chiedo e ti
chiedo… ma lo status di in persona Christi vale sempre o è solo durante i sacramenti? Perché a
parer mio se un sacerdote dice una cosa non vera durante la Messa o in confessione o al di fuori di
queste cose uno ha il diritto di dirglielo e sottolineare.
Lo so mi sono spiegato male, non trovo le parole giuste, ma spero tu abbia comunque capito la mia
domanda.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. è necessario innanzitutto determinare che cosa significhi l’espressione in persona Christi.
San Tommaso la usa esclusivamente in riferimento alla celebrazione dell’eucaristia e dei sacramenti
per affermare che il sacerdote in quel momento agisce con lo stesso potere di Cristo, quasi
identificandosi con lui.
2. Concretamente questo significa che la remissione dei peccati data dal sacerdote cancella i peccati
nel medesimo modo in cui li cancella Cristo.
Sant’Alfonso dei Liguori dice che se in un confessionale ci fosse Gesù e in un altro un sacerdote,
l’assoluzione data da Gesù non ha più forza di quella data dal sacerdote.
Si può dire la stessa cosa a proposito anche di tutti gli altri sacramenti.

3. Questo vale anche per un’altra espressione analoga, e cioè quando si dice che il sacerdote
agisce in persona totius Ecclesiae, a nome di tutta la Chiesa.
Un sacerdote che celebra con due persone, o anche da solo, offre il sacrificio di Cristo a Dio Padre
in nome di tutta la Chiesa alla pari di chi celebra davanti a un milione di persone.

4. Celebrare in persona Christi significa col potere divino di Cristo.


Proprio per questo i sacramenti producono i loro frutti ex opere operato perché è Cristo che li
celebra mediante quel sacerdote, che egli stesso ha investito dei suoi divini poteri.
Proprio perché il sacerdote agisce o celebra in persona Christi l’effetto del sacramento è certo e
infallibile, a meno che non venga posto ostacolo da parte di chi lo riceve.

5. Si può dire la stessa cosa anche del sacerdote quando predica, e cioè che predica in persona
Christi?
In un certo senso sì, perché il sacerdote predica con l’autorità che gli deriva da Cristo e per il fatto
che egli all’interno del popolo cristiano è costituito da Cristo come sua immagine viva mediante la
sacra ordinazione.
È per questo che l’omelia all’interno della celebrazione dell’eucaristia è riservata a chi è costituito
nell’ordine sacro.
Ciò però non significa che le parole che il sacerdote dice nell’omelia abbiano la medesima efficacia
delle parole sacramentali.
Certo, egli parla in quel momento in persona Christi capitis, conformato a Cristo capo e buon
pastore. Ma può dire cose che Cristo non sottoscriverebbe affatto perché sono sbagliate o
perlomeno opinabili.
Qui, parlare in persona Christi significa parlare con una certa autorevolezza, che peraltro è anche
garantita dalla Chiesa attraverso gli studi e la formazione sacerdotale.
Ma non significa che quanto il sacerdote dice nella predica sia infallibile.

6. Pertanto è ben diverso il significato dell’espressione in persona Christi a seconda che questa
parola venga riferita alla celebrazione dei sacramenti, alla predicazione e all’insegnamento e al
governo pastorale della comunità cristiana.
Per quest’ultimo punto (il governo della comunità cristiana), certamente si deve obbedire al
sacerdote perché egli governa in persona Christi capitis, ma può succedere che le sue decisioni non
siano indovinate o siano addirittura sbagliate.
Solo nel caso in cui il sacerdote comandi di fare qualcosa che è contrario alle leggi di Dio o della
Chiesa si deve disobbedire.

7. Vi è infine un altro ambito in cui il sacerdote non agisce né in persona Christi né in persona
Ecclesiae. È quello della sua vita privata, che è comune a quella di tutti i normali cittadini. Qui il
sacerdote è come tutti gli altri e non si esprime con alcuna autorevolezza che gli derivi da Cristo o
dalla Chiesa. In questo ambito il suo parere vale quanto quello degli altri a seconda della pertinenza
del suo dire e del suo comportamento.

8. Certo il sacerdote deve essere esemplare anche nell’ambito privato.


San Pietro ricorda che i presbiteri devono essere “modelli del gregge” (1 Pt 5,3).
Ugualmente San Paolo dice: “Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si
comportano secondo l’esempio che avete in noi” (Fil 3,17) e “diventate miei imitatori, come io lo
sono di Cristo” (1 Cor 11,1).
Ma quando il sacerdote non è modello del gregge, purtroppo si deve applicare a lui quello che il
Signore ha detto dei farisei: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le
loro opere, perché essi dicono e non fanno” (Mt 23,3).

Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.


Padre Angelo

Quesito
Innanzitutto la ringrazio per la risposta. Non saprei da dove cominciare, diciamo che scrivo questa
mail per avere un’opinione di una persona che sicuramente ne sa più da me.
È da un po’ di tempo, penso da quando mio padre è morto nel 2015 che ho iniziato a pensare molto
spesso al giorno in cui la vita finirà ed a sentire come una specie di vuoto dentro, come se cercassi
qualcosa ma non la trovassi. Io sono sempre stato credente, non mi sono mai diciamo riconosciuto
in una religione unica però sono cresciuto a contatto sempre in ambienti ecclesiastici a partire dalle
scuole elementari, medie e superiori.
Quindi diciamo che come riferimento ho sempre avuto la religione cattolica però non sono molto
praticante. Praticamente il mio problema è che ho iniziato a farmi domande sul fatto di non sentire
la presenza di Dio nella mia vita.
Non capisco, forse, se mi aspetto qualcosa di più concreto, vorrei sentire qualcosa di più, cioè
dentro di me. In fondo spero sempre che ci sia qualcosa ma non riesco forse a coglierne i segni.
Poi parlando della paura della morte, penso a volte che se sentissi qualcosa di più sicuramente non
ne avrei e vorrei cercare di capire come fare.
Sono una persona che segue anche solo per semplice curiosità molti documentari su varie religioni,
credenze, o anche scientifici perché questi argomenti mi hanno sempre molto affascinato. Di
conseguenza mi sorgono troppe domande nella testa in contrasto tra loro che mi fanno venire dubbi
non proprio sull’esistenza di Dio ma sul come è possibile quello che ci sarà dopo. Spero di aver
dato più o meno un’idea del mio problema.
Grazie

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. tutti sono d’accordo nel ritenere che dinanzi alla morte si avverte il senso della propria finitudine.
Ci si domanda allora: chi sono io, da dove vengo, che cosa cerco, c’è qualcosa di là oltre la vita
presente, qual è il senso della vita.
È proprio qui che si radica l’esperienza religiosa dell’uomo. È un’esperienza che gli è connaturale.
Alcune ideologie, anche di recente, hanno cercato di eliminare l’anelito religioso dell’uomo. Hanno
cercato di estirparlo in tutti modi, anche con la violenza.
L’esito è stato questo: le ideologie sono finite miseramente, mentre l’anelito religioso è rimasto e
rimarrà sempre perché è insopprimibile.

2. Da quanto emerge implicitamente dalla tua mail forse anche tu come tanti ti sei smarrito nel
tempo dell’adolescenza, hai rimosso le domande fondamentali dell’uomo che chiedono risposta.
Ma con la morte di tuo padre sei tornato ad essere più riflessivo e scopri che ti manca qualcosa.
3. Che cosa ti manca? La presenza di Dio nel cuore.
La presenza di Dio nella mente in qualche modo c’è e anche questa è ineliminabile.
Ma la presenza di Dio nel cuore è un’altra cosa. La godono solo le anime in grazia.
È una presenza che si può già a sperimentare di qua, nella vita presente. A patto però che si viva in
grazia.

4. Si vive in grazia quando ci sono rimessi i peccati, soprattutto i mortali, e contemporaneamente si


osservano i comandamenti di Dio.
Dice Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e
prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

5. Questa esperienza è propria del cristianesimo, che non è una religione come tutte le altre.
Le altre religioni hanno il loro inizio in un uomo.
La religione cristiana non ha al suo inizio un uomo, ma Dio stesso che si è fatto uomo, Gesù Cristo.

6. I segni per discernere la divinità di Cristo sono innumerevoli e inconfutabili.


Basta aprire i Vangeli e ti accorgi subito che Cristo stesso aveva perfetta consapevolezza di essere
Dio, di essere sempre unito al Padre, di dire ciò che il Padre gli ha comandato di comunicare, di
essere sempre una cosa sola con Lui.
Gesù ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”
(Gv 14,26).
Ha detto anche: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque
vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11,25-26) e “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv
10,30).

7. Che dire di uno che fa simili affermazioni?


O dice la verità, oppure è del tutto fuori di testa.
Per cui non si sfugge a questo dilemma: o si riconosce che Gesù è Dio oppure bisogna dire che è un
grande ingannatore.
Non si può dire che Gesù è semplicemente un grande uomo, il più grande che sia esistito sulla terra,
il benefattore dell’umanità, quando si dichiara Dio, quando fa affermazioni come quelle che ha
fatto.
O lo si accoglie come Dio oppure gli si dice che è un impostore, come dissero di lui “i capi dei
sacerdoti e i farisei” (Mt 27,63).

6. Gli ebrei avevano capito che Gesù parlava della propria divinità e proprio per questo volevano
ucciderlo.
Si legge infatti: “Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per
quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma
per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se
non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel
Padre»” (Gv 10,32-34.37-39).

7. Dici di non riconoscerti in una religione unica, mantenendo un senso di distacco e mettendo
Cristo alla pari di tutti gli altri.
Ma proprio su questo Gesù Cristo ti sfida. Perché ti dice che non è come tutti gli altri, ma che è Dio.
Se Gesù e Dio, allora tu puoi comprendere anche dalle sue parole chi sei tu, per quale motivo sei
stato creato, donde vieni e dove vai, qual è il senso della tua vita, qual è la strada per andare in
paradiso.
Solo Cristo è l’unico competente in questa materia. Questo non perché la sa più lunga degli altri, ma
perché è Dio.
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1). 
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

8. Che cosa ti manca allora?


Ti manca l’incontro con Cristo.
Con gli altri fondatori di religione non può incontrarti perché sono morti, sono defunti.
Cristo invece è risorto ad una vita nuova e immortale.
Proprio perché è risorto lo puoi incontrare.

9. Lo incontri in modo particolare nei sacramenti.


Prova dunque ad incontrarlo nella confessione sacramentale. Lì ti vengono perdonati peccati e nello
stesso tempo la tua anima torna in grazia e puoi cominciare a sentire la presenza di Dio nel cuore
secondo quanto Gesù ha promesso: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà
e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Solo quando Dio verrà a te potrai sentire il cuore pieno.
Ma finché non ti vengono rimessi i peccati non puoi fare questa esperienza perché “Dio non entra in
un’anima inquinata dal peccato” (Sap 1,4).

10. Quando poi ti nutrirai della sua parola e farai la Santa Comunione con l’anima purificata si
compirà il resto perché in quel sacramento (quello dell’Eucaristia) l’anima viene ricolmata di
grazia, vale a dire della presenza santificante di Dio e cominci a vivere almeno germinalmente
quella pienezza di comunione con Dio che si compirà perfettamente in paradiso.

Con l’augurio che tutto questo avvenga al più presto, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Buonasera. Una storia e una domanda per padre (Angelo n.d.t.)

1. Avrei voluto unirmi all’ordine laico domenicano, poiché attratto dall’idea di una spiritualità ben
organizzata, al tempo stesso comunitaria e individuale. Il mio intendimento sarebbe stato anche un
atto di gratitudine verso Dio, per le sue benedizioni e la misericordia che manifesta sia verso me che
mia madre, la quale ha recentemente superato una lunga malattia. Ho quindi creduto di essere
chiamato, o quantomeno che avrei voluto provare per scoprirlo.

Sono una persona come tante, e non sono perfetto nel mio essere cristiano e cattolico. Quando ho
saputo quali erano i requisiti per accedere alla nostra confraternita locale mi sono sentito sopraffatto
e demoralizzato, poiché ho avuto timore di non possederli tutti, specialmente per quanto riguarda
l’approvazione della mia parrocchia dove alcune persone sono tutt’altro che accoglienti e
disponibili. A causa di questi ostacoli ho perso il coraggio e ho rinunciato a provare. Ho
l’impressione di dover essere perfetto e questo mi spaventa. Vorrei entrarvi, ma mi sento incapace di
compiere questo passo.

2. La mia domanda per padre Angelo è la seguente: cosa dovrei fare in questo tempo di
disorientamento e incertezza?

Offro a lei le mie preghiere e sofferenze, anche a sostegno della sua missione. Molte grazie.
Risposta del sacerdote

Carissimo, 
solo oggi sono giunto a rispondere alla tua mail del 9 marzo scorso. Mi dispiace e te ne domando
scusa.

1. Non è facile rispondere da parte mia al tuo quesito perché non conosco la situazione dei laici
domenicani nelle Filippine.
Comprendo lo sgomento che ti può prendere nel leggere i requisiti per diventare terziario o laico o
domenicano.
Non ti devi spaventare.
Mi dici che hai letto i requisiti. Ma è ancora più importante accostarsi ad una comunità di laici
domenicani.

2.  Tu cerca i domenicani che ti sono più vicini, sia frati sia laici.
Presenta loro le tue aspirazioni e poi lascia decidere a loro se in te ci siano i talenti per diventare un
buon laico o terziario domenicano.

3. Per diventare domenicani (frati, suore o laici) non si richiede di essere già santi, ma di avere il
desiderio della santità.
Se avrai la grazia di diventare laico domenicano, nel giorno dell’ammissione ti domanderanno: “che
cosa chiedi?”.
Tu come hanno risposto i domenicani di tutti i tempi fin dall’inizio, dirai: “Chiedo la misericordia di
Dio e la vostra”.
E vedrai che molto volentieri ti accorderanno la loro misericordia.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 


Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo Bellon,
Le volevo porre un quesito sul perché dobbiamo venire al mondo. Mi spiego meglio.
E’ stabilito che moriamo una sola volta e che l’ora della nostra morte è cruciale in quanto in quel
preciso momento è deciso dove andrà la nostra anima (e successivamente anche il corpo con la
resurrezione dei morti): paradiso, purgatorio (temporaneamente in attesa certa del Paradiso) oppure
inferno. e questo sarà per sempre e senza possibilità di ripensamenti.
Mi domando perché Dio non ci abbia creato già nell’altro mondo anziché in questo, lasciandoci
decidere davanti a Lui se preferiamo stargli vicino per sempre oppure no. Ripetere in un certo senso
quello che avvenne con Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. In questo modo avremmo saputo
della Sua esistenza in maniera certa, non solo: anche delle creature celesti e diaboliche etc.
In questo mondo invece non sappiamo dell’esistenza di nulla di tutto questo. Ed è come brancolare
nel buio in attesa che si accenda una luce.
Il fatto che Dio si “nasconda” a noi e che ci lasci decidere senza che possiamo vedere ciò che ci
aspetta, lo trovo distante dalla bontà di cui si parla di Lui.
Mi può aiutare a comprendere?
Grazie
Simone C.

Risposta del sacerdote

Caro Simone,
1. anche nel paradiso terrestre, come avvenne per Adamo ed Eva, l’uomo non aveva una conoscenza
immediata di Dio.
È vero che Dio gli compariva in forma corporale e passeggiava con lui alla brezza del giorno,
tuttavia, sebbene fosse più evidente la presenza di Dio, egli conosceva Dio ancora mediante la fede.
Ciò che vedeva infatti era sempre di ordine naturale. Ma per conoscere Dio, che è nell’ordine
soprannaturale, l’uomo aveva bisogno di essere sopraelevato mediante la grazia e il lume della fede.

2. Ci si potrebbe domandare perché Dio, creandoci, non ci abbia messo subito dinanzi a sé.
Tu dici che Dio avrebbe fatto meglio lasciarci decidere davanti a Lui: se preferire stargli vicino per
sempre oppure no.
Insomma, per metterci alla prova.
La risposta però non è bella. Non emerge ancora il suo amore.

3. Ecco invece la risposta più bella: Dio ci ha creati a immagine somiglianza sua, come esseri
intelligenti, liberi e capaci di amare.
Creandoci in tal modo ha voluto che la sua gloria, e cioè la sua perfezione divina, diventasse nostra
nel pieno titolo di questo aggettivo possessivo.
Ora possiamo dire che una realtà diventa veramente nostra quando da noi è conosciuta, amata,
desiderata, voluta, posseduta. In una parola: quando è fatta nostra.
Faccio un esempio: se tu sei un architetto, l’architettura non è soltanto un pezzo di carta che ti viene
dato (che pure è necessario), ma è una scienza che da te è conosciuta, amata, posseduta, fatta tua.
Sarebbe veramente tua anche se tu non avessi il pezzo di carta.

4. Ebbene, Dio ci ha creato e si è manifestato a noi mediante la rivelazione perché diventassimo


suoi amici, per intrattenersi con noi, per comunicarsi, perché potessimo possedere e godere ciò che
Egli possiede e gode in perfetta comunione di vita e di amore.
Per questo motivo ci ha dotato di libertà. Nessuna cosa infatti è veramente nostra se da noi non è
pienamente amata, voluta e posseduta.
Senza libertà non c’è amore. Ed è mediante l’amore, o meglio, è mediante l’amicizia che noi
diventiamo una cosa sola con Lui.
San Tommaso dice che la carità non è altro che una certa amicizia con il Signore.

5. Tornando ai nostri discorsi, è vero che Adamo ed Eva avevano una conoscenza più certa
dell’esistenza di Dio e degli obiettivi della nostra vita. Tale conoscenza infatti non era offuscata
dall’ignoranza e dalla “nebbia” causata dal peccato.
Tuttavia anche la nostra conoscenza di Dio è certa.
Non è vero che non sappiamo nulla di lui e dei motivi della nostra esistenza.

6. Proprio nei giorni scorsi abbiamo sentito proclamare nella Messa il passo della lettera di San
Paolo ai Romani a proposito della conoscenza di Dio.
Dice: “Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che
soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio
stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e
divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui
compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa” (Rm 1,18-20).

7. Come vedi, San Paolo afferma che ciò che si può conoscere di Dio è manifesto a tutti gli uomini
attraverso le opere da lui compiute.
Dinanzi a qualsiasi opera d’arte ci si domanda chi sia l’autore perché evidentemente le opere d’arte
non si sono fatte da sé.
Parimenti gli uomini dinanzi alle creature, stupiti per l’infinita sapienza con cui sono costituite (si
pensi soltanto alla perfezione con cui è costituita una zanzara!), si domandano chi ne sia l’autore, di
cui si intravede una perfezione somma.
Non si finisce mai di stupirsi della sapienza diffusa in tutte le singole specie e in tutte le singole
creature.
Di fronte ad un’evidenza così schiacciante, l’uomo che non riconosce Dio è senza scusa. Così dice
San Paolo.
Anzi, meglio, così dice lo Spirito Santo per bocca di San Paolo.
Pur offuscando con i loro peccati la propria intelligenza, gli uomini sono ancora in grado di
riconoscere il Creatore.

8. E ancor più perché Dio, nonostante il peccato, Dio si è rivelato agli uomini “parlando molte volte
e in diversi modi” (Eb 1,1).
Infine ha parlato attraverso il Figlio suo che, compiendo la redenzione, ha portato agli uomini una
grazia ancora più grande di quella che potevano fruire i nostri progenitori.
Basti pensare all’Eucaristia, che i nostri progenitori non avevano e non potevano neanche
immaginare.
Insieme col Figlio suo, poi, ci ha donato la Madonna e la comunione dei Santi.

9. Coloro che lo ascoltano, si purificano dei peccati e si accostano a lui non tardano ad essere tra
coloro che “si saziano dell’abbondanza della sua casa e si dissetano al torrente delle sue delizie”
(cfr. Sal 36,9).
Sicché possono dire con la liturgia della chiesa nel Preconio Pasquale: “O felice colpa, che meritò
di avere un così grande Redentore!”.

10. Per chi, purificato dai peccati, si avvicina a Dio tutto diventa più luminoso.
A San Francesco tutto parlava di Dio, della sua sapienza e del suo amore.
Ne è una prova lampante il Cantico delle creature, di cui piace riportare alcuni passi:
“Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno,
et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta
significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a
le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo
et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce
diversi fructi con coloriti flori et herba”.

11. Se San Francesco provava quest’incanto di fronte le creature, perché non lo possiamo provare
anche noi?
Va ricordato però che San Francesco quando ha composto il Cantico delle creature non era più
quello di prima. Si era convertito, si era purificato, stava sempre unito a Dio.

Con l’augurio che l’esperienza di vita nuova di San Francesco possa diventare anche la nostra,
assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro padre Angelo,
durante un corso formativo catechistico l’insegnante sosteneva che nella Scrittura, a volte Dio,
descritto in modo antropomorfico, sembra pentirsi di aver creato l’uomo.
È possibile che io sia ignorante e superbo ma non riesco a ricordarmi dove e quando accade questo.
O forse ho, col “permesso delle interpretazioni” magisteriali, sempre letto in maniera sempre filiale
e sentito la tenerezza paterna sempre, anche nei passaggi più duri.
Può illuminarmi e dirmi se sono fuori strada?
Grazie mille, ogni bene. Caro padre Angelo,
durante un corso formativo catechistico l’insegnante sosteneva che nella Scrittura, a volte Dio,
descritto in modo antropomorfico, sembra pentirsi di aver creato l’uomo.
È possibile che io sia ignorante e superbo ma non riesco a ricordarmi dove e quando accade questo.
O forse ho, col “permesso delle interpretazioni” magisteriali, sempre letto in maniera sempre filiale
e sentito la tenerezza paterna sempre, anche nei passaggi più duri.
Può illuminarmi e dirmi se sono fuori strada?
Grazie mille, ogni bene,
Gianluca

Risposta del sacerdote

Caro Gianluca,
1. effettivamente nella Sacra Scrittura si trovano espressioni in cui si legge che Dio si pentì.
Una prima volta la si trova nella Genesi ai tempi di Noè: “Il Signore vide che la malvagità degli
uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male,
sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,5-
6). 
La si trova anche a proposito di Saul: “Mi pento di aver fatto regnare Saul, perché si è allontanato
da me e non ha rispettato la mia parola” (1 Sam 15,11); “Samuele piangeva per Saul, perché il
Signore si era pentito di aver fatto regnare Saul su Israele” (1 Sam 15,35).
Ugualmente la si legge in Geremia in riferimento alla casa di Israele: “Io mi pento del bene che
avevo promesso di farle” (Ger 18,10); “Forse ti ascolteranno e ciascuno abbandonerà la propria
condotta perversa; in tal caso mi pentirò di tutto il male che pensavo di fare loro per la malvagità
delle loro azioni” (Ger  26,3). 

2. È chiaro che Dio non si pente come se avesse sbagliato nel fare qualche cosa o nel prendere
decisioni.
D’istinto un buon cristiano comprende subito il significato di queste parole: si tratta di un male
troppo grave per l’offesa fatta Dio.
Tu, anziché scandalizzarti, hai avvertito giustamente in queste parole un tratto della tenerezza
paterna di Dio. Potrei dire un dolore immensamente grande.
Questo corrisponde a quanto hanno inteso da sempre gli ebrei e anche i semplici cristiani.

3. Tuttavia in un corso di formazione per catechisti l’insegnante ha fatto bene a sottolineare il


carattere antropomorfico del linguaggio, prevenendo così una possibile obiezione che potrebbe
essere posto hai catechisti.
Le domande dei ragazzi talvolta sono così semplici e spontanee che mettono in imbarazzo il
catechista, il quale giustamente deve essere preparato per dare una risposta esatta.

4. La Bibbia di Gerusalemme commenta molto bene le parole in questione scrivendo: “Questo


pentimento di Dio esprime in modo umano l’esigenza della sua santità che non può sopportare il
peccato”.
E facendo riferimento a quanto si legge in 1 Sam 15,29: “D’altra parte Colui che è la gloria
d’Israele non mente né può pentirsi, perché egli non è uomo per pentirsi”, conclude che la stessa
Sacra Scrittura scarta “un’interpretazione troppo letterale”.

5. Quest’espressione significa anche che commettendo il peccato ci si priva da se stessi di beni


preziosi di cui Dio ci ha favorito.
Il pentimento di Dio indica dunque qualcosa di drammatico per l’uomo che si sta rovinando con le
sue proprie mani.

Con l’augurio che a noi non capiti mai una simile disgrazia, ti assicuro la mia preghiera e ti
benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro Padre Angelo,
È la prima volta che le scrivo e vorrei condividere con lei le mie difficoltà, le quali mi fanno tanto
soffrire perché sento che queste debolezze non mi fanno essere vicino a Dio quanto realmente
desidero.
Sono stato tantissimi anni lontano da Dio e il peccato di lussuria mi ha, in questo periodo, lacerato
l’anima, creando in me una forte dipendenza.
Da un po’ di anni ho ritrovato la Fede, seguo almeno una volta a settimana la Santa Messa, offro
servizio liturgico, e mi sono consacrato alla Madonna diventando confratello, mi accosto sempre
alla Comunione e mi confesso almeno una volta al mese.
Tutto questo ha portato degli enormi miglioramenti circa la mia debolezza sopra citata……ma a
volte ricado nel peccato di commettere atti impuri. 
Me ne pento sistematicamente soprattutto perché mi allontana dalla possibilità di ricevere Dio nella
Comunione. E per questo mi confesso.
Ho provato anche, quando la tentazione è forte, con la mortificazione della carne con
autoflagellazione……ma a quanto pare non riesco a ricevere effetti positivi.
Aiutatemi Padre…….desidero tanto liberarmi da questa mia debolezza e prego tanto Dio affinché
me ne liberi!
Un saluto grande e un abbraccio fraterno.
Mario.
Risposta del sacerdote

Caro Mario, 
1. i consigli che ti do sono essenzialmente due.
Il primo è questo: ti consiglio di intensificare la confessione sacramentale.
La confessione, anche se si tratta solo di peccati veniali, comunica sempre un aumento di grazia e
pertanto di energia spirituale.
Tutti abbiamo bisogno costantemente di energia spirituale.

2. Il santo Papa Giovanni XXIII quando scrive nel Giornale dell’anima la confessione generale che
ha fatto in prossimità dei suoi ottant’anni di vita inizia così: “Durante tutta la mia vita fui sempre
fedele alla mia confessione settimanale” (n. 946).
Nel prosieguo della confessione è ben manifesto che durante la sua vita non ha mai commesso un
peccato mortale e che ha conservato intatta la veste bianca che gli è stata consegnata nel giorno del
battesimo.

3. Al termine della confessione generale scrive: “La santa confessione ben preparata, ripetuta ogni
settimana, il venerdì o il sabato, resta sempre una base solida per il cammino della santificazione;
rimane visione riparatrice e incoraggiante all’abitudine di tenersi preparato a ben morire in ogni ora
e in ogni momento della giornata. Questa mia tranquillità, e questo sentirmi pronto a partire e a
presentarmi al signore ad ogni suo cenno, mi pare siano un tale segno di fiducia e di amore, da
meritarmi da parte di Gesù, di cui sono chiamato Vicario in terra, il tratto estremo della sua
misericordia” (n. 951).

4. Chiedi pertanto al confessore che ti ascolti possibilmente ogni settimana.


Da parte tua nella confessione sii sollecito.
Se sei stringato ed essenziale, il sacerdote lo trovi sempre disponibile.

5. La seconda cosa che ti consiglio è quella di introdurre in maniera più esplicita e più forte nella
tua vita l’amore per Gesù Cristo.
È solo l’amore per Nostro Signore che dà la forza per superare qualsiasi tentazione per quanto forte.
È sufficiente che ci si ricordi che non merita affatto che Gesù Cristo venga flagellato e crocifisso di
nuovo per colpa nostra per ricevere forza e superare ogni insidia.
L’amore per Gesù Cristo, per quanto debole, dà maggiore forza che qualsiasi disciplina o digiuno
che possiamo fare di nostra iniziativa.
Non dare per scontato l’amore per Gesù Cristo.
Riesprimilo in continuazione per correggere i pensieri distorti e i sentimenti non ordinati.
Ripeti spesso, soprattutto nell’ora della prova, le parole di San Pietro: “Signore tu lo sai che io ti
amo” (Gv 21,16).

6. Avrei una terza cosa da aggiungere, ma forse è già sottintesa quando hai detto che ti sei
consacrato Maria e che sei diventato nostro confratello.
È il Santo Rosario, che è stato definito da un Romano pontefice come una mistica fionda.
Come Davide con la fionda superò il gigante Golia, così anche noi con il Rosario o anche con più
Rosari al giorno diventiamo capaci di sconfiggere tanti giganti.
Non manchi mai ogni giorno questo tempo particolarmente benedetto qual è quello dedicato alla
preghiera del Santo Rosario. È il tempo che ti dà forza per allontanare il nemico.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera,


Padre Angelo
Quesito
Salve Padre Angelo,
Questa volta le porgo 2 domande generali a cui penso mi possa dare una saggia risposta.
1-Può il turbamento venire da Dio?
Ultimamente sono preso da pensieri, apparentemente molto razionali, che mi rimproverano sulla
mia condotta di vita e sulle scelte che sto facendo.
Inizialmente sono rimasto convinto da questi ragionamenti, tuttavia mi generano un certo
turbamento e inoltre hanno minato la situazione di pace in cui mi trovavo prima.
Ciò mi ha messo in allarme e ho pensato che fossero un inganno. 
2-Quando non bisogna seguire la propria coscienza?
So che alcuni santi hanno consigliato di farsi questa domanda nel prendere le decisioni “Gesù cosa
farebbe al mio posto in questa situazione?”
Ultimamente ho utilizzato questo sistema per prendere le decisioni e ne ho tratto grande profitto.
Tuttavia alcune volte la mia coscienza non è d’accordo con la scelta derivante da questo
ragionamento. In tal caso a chi bisogna dare ragione?
La ringrazio del suo aiuto e prego per lei.
S.

Risposta del sacerdote

Carissimo S.,
1. sì, talvolta il turbamento viene da Dio, come accade quando ci si trova di fronte ad una
manifestazione del divino e del soprannaturale.
Di Daniele si legge che quando Gabriele gli si presentò davanti egli ebbe paura e cadde con la
faccia a terra (cfr. Dan 8,17).
Quando poi vide “un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro di Ufaz; il suo corpo
somigliava a topazio, la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi occhi erano come fiamme di
fuoco, le sue braccia e le sue gambe somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole
pareva il clamore di una moltitudine” (Dan 10,5-6) ecco ciò che ha provato: “Io rimasi solo a
contemplare quella grande visione, mentre mi sentivo senza forze; il mio colorito si fece smorto
e mi vennero meno le forze. Udii il suono delle sue parole, ma, appena udito il suono delle sue
parole, caddi stordito con la faccia a terra” (Dan 10,8-9).

2. È il medesimo turbamento provato da Giovanni davanti alla maestà di Cristo risorto come gli
compare nell’Apocalisse: “Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto” (Ap 1,17).
Dinanzi alla maestà e alla santità di Dio l’uomo sente propria nullità.

3. Rudolf Otto nella sua famosa opera “Il sacro” dice i sentimenti dell’uomo di fronte al divino sono
quelli del timore e del tremore.

4. Santa Caterina da Siena riferisce che il Signore le insegnò a distinguere le sue visioni da quelle
che vengono dal demonio: “La mia visione, quando incomincia, mette paura, ma nello svolgersi
rinfranca; comincia con qualche amarezza, ma poi pian piano si addolcisce. Il contrario, invece
succede nella visione del nemico, a causa della sua origine. In primo dà in apparenza un certo
piacere, appare quasi verosimile, e attira; in seguito, però, mette nell’animo di chi vede, un senso di
pena e di nausea. Ciò è verissimo, perché anche le mie vie sono differenti dalle vie di lui. Difatti la
via della penitenza e dei miei comandamenti, in principio sembra aspra e difficile, ma quanto più si
va avanti, tanto più essa diventa dolce facile. La via del vizio, invece sul primo, sul primo è
dilettevole assai, poi si fa sempre più amara e di danno” (B. Raimondo da Capua, Vita di Santa
Caterina da Siena, n. 85).

5. C’è anche un altro turbamento che viene indirettamente da Dio, ed è il rimorso della coscienza.
È un turbamento salutare perché spinge a porre rimedio e a domandare perdono.
Anche questo turbamento termina nella pace della coscienza, ormai riconciliata con Dio soprattutto
attraverso il sacramento della penitenza.
La coscienza è stata definita la voce di Dio nell’anima.

6. Ben diverso è il turbamento che viene dal demonio che tormenta alcune persone soprattutto con
gli scrupoli e non dà loro pace.
In questo senso aveva ragione San Giovanni Bosco a dire che tutto ciò che turba e porta via la pace
non viene da Dio.

7. Adesso vengo alla tua seconda domanda. Mi chiedi in quali casi non si deve seguire la propria
coscienza.
 Di per sé la coscienza, quando è ben formata, non comanda mai di fare il male perché è la voce di
Dio nell’anima.
Dio non può mai comandare di fare il male.
Pertanto alla coscienza retta e certa è sempre obbligatorio obbedire.
Ma è necessario discernere tra ciò che dice la coscienza e ciò che dicono i propri vizi e le proprie
passioni.
A questi ultimi invece bisogna disobbedire!

Con l’augurio di trovarti sempre amico di Dio, ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti
benedico.
Padre Angelo

Quesito
Caro padre,
sul Vangelo di oggi (XXVIII domenica del tempo ordinario, anno B) ricordo che una professoressa
a scuola ci disse che la traduzione “cammello” era sbagliata ma che la traduzione corretta sarebbe
stata “grossa corda”.
È un dubbio che mi è rimasto nella mente e non riesco a togliermelo in quanto, in effetti, avrebbe
più senso corda che cammello.
Le chiedo cortesemente Lei cosa ne pensa.
Cordiali saluti.
Luca

Risposta del sacerdote

Caro Luca,
 1. giova ricordare innanzitutto il passo evangelico: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di
Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”
Mc 10,24-25).
2. Inoltre cammello in greco si dice càmelos.
Grossa corda invece si dice càmilos.

3. Il testo greco, che è l’originale del Vangelo, parla di càmelos. Nelle note non si fa nessun
riferimento a codici che portino la variante di càmilos.

4. Per questo il noto biblista Giuseppe Ricciotti scrive: “Sono infondate le interpretazioni che il
nome greco di cammello (càmelos) sia stato scambiato con il nome somigliante di una grossa fune
(càmilos) oppure che con l’appellativo cruna di un ago si designasse una ignota porticina delle mura
di Gerusalemme stretta ed aguzza. Gesù parla di un vero cammello e di una vera cruna d’ago, come
più tardi nel Talmud si parlerà di rabbini che a forza di sottigliezze facevano passare un elefante
attraverso una cruna dado” (Vita di Gesù Cristo, pp. 532-533).

5. M.J. Lagrange dice che le parole del Maestro sono così forti da equivalere ad una reale
impossibilità e osserva: “Che vi è di più grosso di un cammello e di più fine della cruna di un ago
per la quale non si può far passare il filo che da chi ha buona vista? I discepoli, riguardandosi tra di
loro, non osarono interrogare ma sussurrarono: “e chi allora si potrà salvare”” (L’Evangelo di Gesù
Cristo, p. 393).

6. Del resto è evidente il carattere iperbolico del discorso del Signore.


Come non è possibile che un cammello passi per la cruna di un ago così non è possibile che un ricco
entri nel regno dei cieli salvo un miracolo.
Per questo Gesù ha soggiunto: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio. Perché tutto è
possibile a Dio” (Mc 10,18).

7. Pertanto, proprio a motivo del carattere iperbolico del discorso del Signore, non ha più senso
parlare di grossa corda che di cammello.
Anche nel Corano si trovano espressioni simili, in uso presso gli antichi orientali.

Ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera e ti benedico.


Padre Angelo

Quesito
Buonasera Padre,
mi potrebbe, gentilmente, parlare dei peccati di omissione?
Quantomeno quali sono quelli più gravi…
Dio la benedica

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. ogni peccato nasce dalla volontà di non agire secondo la norma morale.
Di fatto si tratta di una disobbedienza.
Ora si può disobbedire compiendo un’azione contraria alla norma morale, come ad esempio
l’omicidio, il furto, la bestemmia… oppure non compiendo un’azione dovuta.
In quest’ultimo caso si parla di peccato di omissione.
2. L’omissione nasce dalla negligenza e questa consiste nella mancanza di un atto doveroso.
 San Tommaso dice che “materia della negligenza sono propriamente le azioni buone che uno deve
compiere” (Somma teologica, II-II, 54, 1, ad 3).

3. La negligenza si può esprimere in varie maniere: nel non fare le cose a modo, diminuendone
pertanto la bontà o la perfezione. Oppure nel tralasciarle del tutto o anche per difetto di qualche
circostanza.

4. Seguendo le indicazioni dei comandamenti e venendo ad esempi concreti di omissione o di


negligenza tra i più vistosi e grave vi troviamo la mancata santificazione della festa.
Quando non ci sono motivi gravi che impediscono tale dovere, tale omissione è grave, fa perdere la
grazia di Dio e impedisce di fare la Santa Comunione.

5. Altro esempio di omissione è il tralasciare la preghiera.


Se si tratta di una omissione continua si può parlare di peccato grave. Una persona che non prega
mai è come una persona alla quale manca il respiro o il cibo per nutrirsi.
È lieve invece se talvolta la si tralascia o la si decurta.

6. Vi può essere omissione grave nella mancanza di soccorso alle necessità degli altri, come ad
esempio non fermarsi e prendersi cura della persona che ha subito un incidente o che è caduta per
terra.
Ugualmente vi sono peccati gravi di omissione quando nell’ambito della giustizia non si paga
quello che si deve o non si restituisce ciò che è stato imprestato.

7. Vi può essere omissione grave se non si compiono i propri doveri di studio per cui si rimane
bocciati, sicché si perde tempo e si fanno compiere ad altri sacrifici inutili.

8. Vi possono essere omissioni nel non fare i propri doveri in casa, nel non dare una mano, nel non
prestarsi all’interno della comunità ecclesiale e della società.
Qui è difficile dire quale sia la soglia in cui l’omissione si configura come un peccato mortale.
Tuttavia anche se spesso si tratta di venialità, il Signore non può essere mai offeso, né tanto né
poco.

9. In ogni caso non va dimenticato quanto ha detto lo Spirito Santo per bocca di Giacomo: “Chi
dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gv 4,17).

10. Ugualmente non vanno dimenticate le parole di Nostro Signore: “Il servo che, conoscendo la
volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte
percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà
poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di
più” (Lc 12,47-48).

Con l’augurio che il tuo cuore si trovi sempre pieno di amore per Dio e per il prossimo, ti assicuro
la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

Quesito
Carissimo Padre,
sono un teologo e professore. Le scrivo per chiedere il suo parere circa una pastorale per le coppie
omosessuali che il Santo Padre chiede. Quali margini ci sono?
Lorenzo S.

Risposta del sacerdote

Caro Lorenzo, 
1. i margini sono quelli indicati dal magistero della chiesa.
Di questo problema è oggetto un documento della Congregazione per la dottrina della fede che
porta per titolo Homosexualitatis problema (HP) del 1.10.1986. Nel sottotitolo si legge: Lettera ai
vescovi della chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali.

2. Questo documento esordisce così: “Il problema dell’omosessualità e del giudizio etico sugli atti
omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In
questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi
con l’insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che
sono impegnati nel ministero pastorale” (HP 1).

3. Successivamente indica l’orizzonte che è necessario tenere presente da un punto di vista pastorale
e teologico.
Questo orizzonte è la santità. 
Se non si tiene presente questo obiettivo, tutta la discussione ne risulta sfasata e rimane incompresa.
Il compito principale della Chiesa è quella di santificare le persone, di portarle alla santità.
Anche per le persone omosessuali la pastorale che la Chiesa intende organizzare non può che avere
questo obiettivo.

4. Le persone che sono senza Dio e hanno come obiettivo solo la vita presente non sono in grado di
dire alla Chiesa che cosa deve fare per portare alla santità le persone omosessuali.
Il documento vaticano menzionato dice che “solo all’interno di questo contesto si può comprendere
con chiarezza in che senso il fenomeno dell’omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i
suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la
preoccupazione pastorale della Chiesa” (HP 2).

5. Subito dopo viene ribadita la distinzione tra atti omosessuali e inclinazione omosessuale.
A proposito di quest’ultima viene precisato che “occorre invece precisare che la particolare
inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una
tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista
morale. 
Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata.
Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare
sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle
relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile” (HP 3).

6. Viene poi ricordato quanto la Sacra Scrittura dice su questo tipo di disordine, che è una
conseguenza del peccato originale. Si rifà alla vicenda di Sodoma e Gomorra.
Ebbene, la lettera dice espressamente: “Così il deterioramento dovuto al peccato continua a
svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma (cf Gen 19, 1-11).
Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali” (HP 6).
Questo rimane vero – se non altro per l’autorevolezza del documento – al di sopra di quanto
avrebbe affermato la Commissione teologica in un suo documento che riconduce Gn 19 e la
condanna di Sodoma e Gomorra ad altro motivo, contro il sentire di tutta la Sacra Scrittura quando
richiama questa vicenda.

7. La pastorale nei confronti delle persone omosessuali, mentre da una parte deve esprimere
l’assoluto rispetto nei loro confronti e deve respingere ogni maltrattamento cui possono essere
esposte, deve evitare anzitutto di qualificare la persona in base al suo orientamento sessuale
 “La persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, non può essere definita in modo
adeguato con un riduttivo riferimento solo al suo orientamento sessuale.
Qualsiasi persona che vive sulla faccia della terra ha problemi e difficoltà personali, ma anche
opportunità di crescita, risorse, talenti e doni propri. La Chiesa offre quel contesto del quale oggi si
sente una estrema esigenza per la cura della persona umana, proprio quando rifiuta di considerare la
persona puramente come un “eterosessuale” o un “omosessuale” e sottolinea che ognuno ha la
stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna” (HP
16).
Ciò significa che la pastorale nei confronti di queste persone deve aiutarle a vivere nella logica del
dono di sé mettendo a profitto della Chiesa e di tutti le proprie risorse, i propri talenti e i propri
doni.
Solo nel dono di sé la persona persegue la strada della propria felicità e della propria santificazione.

8. La Chiesa li deve esortare a vivere castamente, come del resto esorta a vivere castamente tutti gli
altri: “Le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.
Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro
confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di
ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più
pienamente alla sua sequela” (HP 12).

9. Questo ha come risvolto positivo una più intensa vita di comunione col Signore.
Poiché nessuno può vivere senza affetti, si dovrà indirizzare a vivere in pienezza la comunione col
Signore, che è lo Sposo della nostra anima, attraverso la comunione di vita con lui nella preghiera,
nell’ascolto della sua parola, nella partecipazione ai sacramenti e nella comunione dei Santi.
Queste persone, più di altre, sotto un certo aspetto hanno più tempo per dedicarsi alla vita spirituale
e diventare a loro volta generatrici di anime.
Si trovano così più facilmente nell’opportunità di godere un appagamento spirituale che è preludio
di quello celeste, al quale tutti dovrebbero aspirare.

10. Ugualmente andrà favorita la coltivazione delle amicizie umane.


Evidentemente per essere vera e fruttuosa per la vita spirituale questa amicizia deve essere casta.
Anche per questo si dovrà evitare un’amicizia selettiva, vale a dire solo con persone del medesimo
orientamento.

11. La castità nelle persone omosessuali comporta delle rinunce, come del resto le comporta a suo
modo in ogni stato di vita.
Il documento Vaticano si domanda: “Che cosa deve fare dunque una persona omosessuale, che
cerca di seguire il Signore?
Sostanzialmente, queste persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, unendo
ogni sofferenza e difficoltà che possano sperimentare a motivo della loro condizione, al sacrificio
della croce del Signore. 
Per il credente, la croce è un sacrificio fruttuoso, poiché da quella morte provengono la vita e la
redenzione. Anche se ogni invito a portare la croce o a intendere in tal modo la sofferenza del
cristiano sarà prevedibilmente deriso da qualcuno, si dovrebbe ricordare che questa è la via della
salvezza per tutti coloro che sono seguaci di Cristo. In realtà questo non è altro che l’insegnamento
rivolto dall’apostolo Paolo ai Galati, quando egli dice che lo Spirito produce nella vita del fedele:
“amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” e più oltre:
“Non potete appartenere a Cristo senza crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri”
(Gal 5, 22.24). 
Tuttavia facilmente questo invito viene male interpretato, se è considerato solo come un inutile
sforzo di autorinnegamento.
La croce è sì un rinnegamento di sé, ma nell’abbandono alla volontà di quel Dio che dalla morte
trae fuori la vita e abilita coloro, che pongono in lui la loro fiducia, a praticare la virtù invece del
vizio. Si celebra veramente il mistero pasquale solo se si lascia che esso permei il tessuto della vita
quotidiana. Rifiutare il sacrificio della propria volontà nell’obbedienza alla volontà del Signore è di
fatto porre ostacolo alla salvezza. Proprio come la croce è il centro della manifestazione dell’amore
redentivo di Dio per noi in Gesù, così la conformità dell’autorinnegamento di uomini e donne
omosessuali con il sacrificio del Signore costituirà per loro una fonte di autodonazione che li
salverà da una forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli” (HP 12).

12. Ecco, secondo me, i criteri generali della pastorale per le persone omosessuali.
Sarà una pastorale più personale che collettiva, proprio per non creare sette all’interno della
comunità
Il documento Vaticano conclude così: “Nessun programma pastorale autentico potrà includere
organizzazioni, nelle quali persone omosessuali si associno tra loro, senza che sia chiaramente
stabilito che l’attività omosessuale è immorale. 
Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali
le occasioni prossime di peccato. Vanno incoraggiati quei programmi in cui questi pericoli sono
evitati. 
Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su
di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né
di valida pastorale. 
Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale.
Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne
omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto. Un programma pastorale autentico
aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale, mediante i sacramenti e in
particolare la frequente e sincera confessione sacramentale, mediante la preghiera, la testimonianza,
il consiglio e l’aiuto individuale” (HP 15).

13. A tutti la Chiesa deve aprire i tesori della santità.


A tutti deve proporre la pedagogia della santità.
Una pastorale che non favorisse la santificazione dei fedeli non sarebbe una vera pastorale.

Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di presentare questi criteri di orientamento.


Mentre ti auguro ogni bene, ti ricordo nella preghiera e ti benedico. 
Padre Angelo

Quesito
Salve padre Angelo,
Le scrivo perché ho alcuni dubbi circa il rapporto con la mia ex fidanzata:
Io la voglio ancora e in questi mesi ho pregato molto, affinché potessimo tornare insieme perché ho
capito gli errori che ho commesso e  di aver perso  una persona molto importante nella mia vita
infatti ho chiesto perdono sia a le che a Dio per quello che ho fatto. Ma le cose sono andate sempre
peggio perché si è messa con altro, questo significa che non é nella volontà di Dio?
Inoltre questo rapporto essendo a distanza implica la convivenza perché se ritorniamo insieme
dovrò trasferirmi da lei e poi la sessualità. Ma mi accorgo che durante la giornata non sto molto
bene e poi quando la sento dentro me sento i doni dello spirito Santo (amore, gioia, pace, pazienza,
benevolenza, bontà, fedeltà).
A questo punto non capisco cosa fare se continuare a provare a risolvere la situazione o lasciar
perdere.
Inoltre adesso ha un altro e io la voglio, questo è peccato perché sto desiderando la donna di un altro
o no perché non sono sposati e quindi non sono uniti da Dio.
La ringrazio anticipatamente per il tempo che userà per leggere e rispondere a questa mia email,
spero che capisca i miei dubbi, ho provato a spiegarmi il meglio possibile ma non sono molto bravo
a scrivere e spiegare tutto nel dettaglio mi viene molto complicato perché in questa storia ci sono
tantissime sfaccettature che si potrebbe scrivere un romanzo.

Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. se la tua ex fosse sposata, allora desiderarla ancora e fare di tutto perché diventi tua sarebbe
sbagliato e cioè peccaminoso.
Con il matrimonio, infatti, si appartiene irrimediabilmente ad un’altra persona.

2. Ma la tua ex non è ancora sposata. Di per sé è libera, perché non appartiene a nessuno mediante il
matrimonio.
Sotto questo aspetto, desiderarla da parte tua non è ancora un peccato.

3. Tuttavia la tua ex sta vivendo un’amicizia intensa con una determinata persona. Il bene
dell’amicizia è importante e prezioso per tutti e due, tanto che probabilmente pensano ad un futuro
insieme.
Sotto quest’aspetto insidiare o cercare di rovinare la loro amicizia è peccaminoso.

4. Ma desiderarla in maniera onesta e cioè pregando per lei perché si convinca che tu sei per lei è un
bene più prezioso che il suo attuale ragazzo non è un peccato. Anzi è una cosa buona.

5. Che il tuo rapporto con lei sia andato di male in peggio e che infine si sia è messa con un altro
non significa ancora che questo corrisponde alla volontà di Dio.
Può darsi che il vostro rapporto fosse da rivedere. Forse c’erano errori o immaturità da parte di
entrambi. Forse non camminavate secondo le vie di Dio.
Il vostro rapporto forse aveva più bisogno di essere curato che troncato.

6. Infine, non so dire le sensazioni che provi pensando a lei siano la stessa cosa che i frutti dello
Spirito Santo.
Sì, anche se avverti amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà… non è detto che siano la
stessa cosa che i frutti dello Spirito Santo.
Questi infatti sono l’espressione dell’esercizio delle virtù nel loro stato di maturità. Sono sempre
legati ad un grado di grazia molto intenso, ad un livello di santità particolarmente alto.
Soprattutto sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, …. che non derivano semplicemente
dal benessere dei sensi o da un certo appagamento umano o naturale. 
Si tratta invece di amore, gioia, pace, di origine celeste.
Sono frutto di una grande e permanente unione con Dio.
Proprio perché legati alla maturità delle virtù e alla santità di vita sono sentimenti permanenti, che
non vengono turbati da un nonnulla.
Per questo li troviamo in modo particolare nella vita dei santi.

Alla tua preghiera unisco volentieri la mia perché si manifesti in tutta questa vicenda la volontà di
Dio.
Ti benedico e ti auguro ogni bene.
Padre Angelo

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