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INTERVISTAA ROBERTO ALBICINI

INTERVISTAA ROBERTO ALBICINI*


di Enrico Galoppini

Prima di passare all’analisi della situazione attuale dei rapporti economici


e commerciali tra Italia e Iran, nonché delle prospettive che si profilano
mentre l’Occidente sembra voler innalzare il livello della tensione, vorrei
che, dati alla mano, ci proponessi una breve disamina quantitativa e qualitativa
dell’interscambio tra i due Paesi nei decenni successivi alla Seconda guerra
mondiale, con particolare attenzione agli ultimi due decenni.

La storia delle relazioni economiche tra Italia e Persia è letteralmente prepolitica,


anzi quasi sempre avvenuta nonostante divergenti indirizzi politici. Emblematico è il
caso di Enrico Mattei, che nel primo dopoguerra segnò il riavvicinamento tra i due
paesi. Questi, come noto, sfidò il “Consorzio per l’Iran” delle principali compagnie
petrolifere occidentali tramite un accordo diretto con la NIOC, nata dopo la crisi di
Abadan e dalla nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company. Da allora i rapporti
economici sono andati progressivamente arricchendosi. Spesso nonostante le tante
difficoltà internazionali. Del resto, nel corso della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta
le imprese italiane furono le sole a non abbandonare la Persia. Ne nacque una strategia
del doppio binario, che per tanto tempo connotò le relazioni tra i due Paesi. Non a
caso ancora pochi anni fa l’Italia era il primo partner economico. Adesso, comunque,
siamo in pieno ripiegamento. Due dati su tutti: se nel 2004 le esportazioni erano attorno
ai 2,2 miliardi di euro, nel 2009 si sono fermate a 1,5 miliardi. Per tacere dell’interscambio
globale, che nel 2009 hanno avuto una contrazione del 40%. Penso inoltre che la
tendenza sia solo incominciata…

Ma il declino dell’interscambio tra i due Paesi è dovuto a cause oggettive,


legate alla “crisi” oppure, a tuo parere, c’è dell’altro? E in quali settori questo
declino si sta facendo sentire maggiormente?

Se per crisi ci si riferisce all’attuale grave situazione economica nata dagli


alambicchi degli alchimisti finanziari, essa c’entra poco o nulla. La crisi qui è tutta
squisitamente politica. O meglio geopolitica. Nel crollo dell’interscambio si assiste al
vertiginoso arretramento dell’import italiano (essenzialmente nel comparto petrolifero):
credo che ciò sia figlio anzitutto di “suggerimenti”. Del resto, quando lo scorso anno
la Svizzera annunciò un importante accordo economico di importazione con l’Iran,
abbiamo visto il livello di reazione internazionale. Alle piccole imprese italiane, invece,
EURASIA

dispiace lasciare il Paese. Si tratta di un mercato di oltre settanta milioni di persone,


per la più parte giovani e con esigenze sofisticate. Si tratta della seconda economia

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