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La classificazione dei settori economici

L'economia di uno Stato dovrebbe essere strutturata a piramide: i settori in


basso costituiscono la base senza la quale i settori superiori non possono
regolarmente funzionare.

Esempi: 

 Senza uno stabile rifornimento alimentare (settore primario/ produzione


di base) le persone non potrebbero dedicarsi alla costruzione di case o
ad attività artigianali. L’alimentazione è necessaria per la sopravvivenza
e rappresenta la base fondamentale per qualsiasi attività.
.  
 Senza approvvigionamento energetico (settore primario/produzione di
base) il funzionamento delle macchine non sarebbe possibile e
tantomeno l’illuminazione elettrica, il riscaldamento, i trasporti e le
(tele)comunicazioni.
.   
 Senza un tetto sopra la testa (edilizia = settore secondario / produzione
di beni materiali) è improbabile che le persone possano offrire servizi
quali parrucchieri, agenzie di viaggio, eventi culturali (settore
terziario/servizi).

Secondo questa prospettiva, è chiaro che un’economia stabile debba essere


strutturata "dal basso in alto". L’approvvigionamento di base della
popolazione deve avere la precedenza su tutti gli altri rami dell'economia,
così come la produzione industriale ha la precedenza sull’economia dei
servizi.

Recentemente è stato individuato un quarto settore, definito “quaternario” o


“terziario avanzato”, che comprende tutte le imprese di servizio ad elevato
valore aggiunto e tecnologico, cioè:
In Italia la situazione attuale è:
In Europa invece…

Ora, utilizzando i seguenti dati, prova a realizzare un grafico che rappresenti


la situazione specifica del settore primario in Europa:
Utilizzando i seguenti dati, prova a realizzare un grafico che rappresenti la
situazione occupazionale di diversi stati, sia europei, sia extrauropei.
Il dibattito sulle critiche rivolte dal Dipartimento del Tesoro degli Usa, dal FMI
e dalla BCE al surplus commerciale della Germania e alle sue ricadute
negative sull’economia globale ma soprattutto all’interno dell’area Euro,
suggerisce un’analisi più approfondita del profilo macroeconomico dei
principali Paesi Europei.

Nella Contabilità Nazionale si considera l’uguaglianza in un determinato lasso


di tempo tra PIL e importazioni da un lato e consumi privati, consumi pubblici,
investimenti fissi lordi ed esportazioni dall’altro come evidenzia l’espressione
seguente:
PIL + IMP = C + G + I + EXP

dove a sinistra sono rappresentate le risorse di un paese, cioè la formazione


del PIL (approccio del valore aggiunto), mentre a destra dell’espressione
abbiamo la destinazione economica delle risorse o semplicemente impieghi
del PIL (approccio della spesa).

Un Paese ha quindi tre modi per impiegare le proprie risorse che ha prodotto
o acquisito: per soddisfare direttamente i bisogni pubblici e privati;  per
inserirle nuovamente nel processo produttivo al fine di alimentare nuovi
processi e infine per cederle ad altri sistemi produttivi.

Figura  1 – Quota sul totale UE17 delle Risorse/Impieghi a prezzi dell’anno


precedente per Paese – Anno 2012 (Composizione percentuale)
Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat (AMECO)

In Europa i quattro principali Paesi – Germania (28,4), Francia (19,5%), Italia


(14,9%) e Spagna (10,2%) – che presentano elevate quote in termini di
risorse  presi nel loro insieme coprono quasi i tre quarti dell’intera area euro
17.

La distribuzione dei Paesi per importanza economica è utile per interpretare


la composizione percentuale delle risorse (figura 2).
Figura 2 – Risorse a prezzi dell’anno precedente – Anno 2012
(Composizione percentuale)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat (AMECO)

L’area dell’euro e il Regno Unito sono caratterizzate da un forte grado di


terziarizzazione delle loro economie, con valori superiori al 50% dei servizi
per Francia, Italia, Spagna e Regno Unito. Il settore industriale nell’area
dell’euro si pone intorno al 15% con punte più elevate in Germania e Spagna.
Particolarmente alta è la quota di importazioni in Belgio e Paesi Bassi, mentre
le imposte nette variano tra 5,7% (Paesi Bassi) e 8,7% (Regno Unito).

L’analisi degli impieghi (figura 3) consente di evidenziare ulteriori squilibri


macroeconomici.

Figura 3 –  Impieghi a prezzi dell’anno precedente – Anno 2012


(Composizione percentuale)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat (AMECO)

Il Belgio e i Paesi Bassi associano una quota elevata di esportazioni e


importazioni e di conseguenza le altre componenti della domanda hanno
quote ridotte (economie di transito).  La quota di consumi privati è di gran
lunga prevalente nel Regno Unito (48,2%), in Italia (46,1%), in Francia e in
Spagna (44,5%). In Germania la quota di consumi privati è solo leggermente
superiore alle esportazioni che si spingono fino al 35,4%.

La quota della spesa pubblica oscilla tra un valore minimo di 13,3%


(Germania) e un massimo di  19,2% (Francia).

L’Italia, la Spagna e la Francia destinano una quota del 15% agli investimenti
fissi lordi.

La domanda estera netta[1] è positiva per l’area dell’Euro (2,1%), grazie


soprattutto al traino della Germania (4,1%) e dei Paesi Bassi (5,4%). La
Francia (-0,9%) e il Regno Unito (-1,9%) risultano invece le più penalizzate
con valori negativi.

Nella figura 4 sono posti a confronto per i 17 Paesi dell’Euro i valori del Pil
pro capite a valori correnti e a parità di potere d’acquisto.
Figura  4 – Confronto  PIL pro-capite per Paese Anno 2012 (migliaia di euro)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat (AMECO)

Nella figura precedente è molto interessante notare che il Pil pro capite a
parità di potere d’acquisto si riduce rispetto a quello a prezzi correnti per i
Paesi che hanno un maggiore benessere economico ed aumenta per i Paesi
con maggiori difficoltà.

In Lussemburgo si registra il maggior Pil pro capite a valori correnti (83.586


euro) e in Estonia il più basso (12.696 euro) con un rapporto di 7:1.

La media europea è di 28.463 euro e l’Italia (25.727 euro) si trova al di sotto


della media in compagnia dei Paesi con maggiori difficoltà. L’Irlanda (35.611
euro), pur essendo annoverata tra i PIIGS, ha un Pil pro capite elevato.

Per meglio comprendere come l’Italia sia arrivata in questa situazione


possiamo ripercorrere l’evoluzione dei suoi aggregati macroeconomici a
partire dal 1861 sia dal lato delle risorse (figura 5) sia dal lato degli impieghi
(figura 6).
Figura 5 – Risorse a prezzi dell’anno precedente – Anni 1861-2012
(Composizione percentuale)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d’Italia

La quota dell’agricoltura si è ridotta  progressivamente passando dal 41% del


1861 all’1,5% di quella attuale. Nei primi 50 anni dall’Unità d’Italia l’agricoltura
ha rappresentato il settore prevalente, ma già dal 1912 si assiste al sorpasso
dei servizi.

L’Italia non è mai stato un Paese a prevalenza industriale. Nei primi anni della
sua esistenza la quota non arrivava al 15%. Il picco maggiore si è raggiunto
nel 1972 (34%), ma da allora si è progressivamente contratta fino al 16%
attuale.

Il settore dei servizi non è stato mai inferiore al 30% del totale delle risorse. A
partire dalla fine degli anni ’80 la quota ha raggiunto e superato quote
prossime al 50%.

Le importazioni hanno avuto una breve impennata negli anni


immediatamente successivi al secondo dopoguerra, ma solo a partire dal
2000 hanno raggiunto una quota stabilmente superiore al 20%.

 Figura 6 – Impieghi a prezzi dell’anno precedente – Anni 1861-2012


(Composizione percentuale)
Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d’Italia

Dal lato degli impieghi si evidenziano i periodi delle due guerre mondiali in cui
i consumi privati si sono contratti fortemente a favore dei consumi pubblici.
Nella seconda guerra mondiale aumentarono anche gli investimenti mentre le
esportazioni quasi si azzerarono.

Nella storia dell’Italia la quota dei consumi privati è sempre stata prevalente,
ma se nei primi anni arrivava a sfiorare l’80%, ora si è ridotta al 46%.

La quota della spesa pubblica per consumi, inizialmente pari a circa il 10%, a
partire dagli inizi degli anni ’80 si è ampliata con valori superiori al 15%.

Nel 1861 la quota della spesa per investimenti fissi lordi era pari al 5% del
totale degli impieghi. Il periodo d’oro degli investimenti è stato quello
del boom economico tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70 con quote
superiori al 20%. Attualmente gli investimenti sono pari al 14%. Ma in questi
ultimi 20 anni in Italia si è assistito anche ad un vero e proprio tracollo
degli investimenti netti  che si riflette sull’attività di produzione.

Le esportazioni sono fortemente cresciute nel corso del tempo e a partire


dalla seconda metà degli anni ’90 sono stabilmente al di sopra del 20%, con
un massimo di 23% proprio nel 2012.

In conclusione, la depressione che vive l’Europa è grave sia per intensità che
per lunghezza. In un’Europa fortemente orientata sui servizi, si assiste a una
crisi da domanda interna con segnali positivi che provengono solo dall’export
verso i Paesi extraeuropei.  Tenendo conto delle diversità economiche
esistenti (a cui si dovrà porre rimedio) e superando gli egoismi nazionali, si
dovrebbero ripensare la politica fiscale e il mercato del lavoro per 
redistribuire le risorse ed evitare che uno solo dei Paesi europei possa
crescere a danno degli altri. Contemporaneamente, si deve proseguire con
una politica di spesa pubblica efficiente mirando ad eliminare gli sprechi
permettendo di recuperare risorse che possono influenzare a livello
macroeconomico la dinamica del PIL.

Al momento una politica super espansiva della Germania potrebbe salvare


l’Europa. Senza interventi in questa direzione, che comunque hanno tempi
lunghi per essere realizzati, si rischia che possano aumentare gli squilibri tra
le diverse aree facendo naufragare il progetto solidale europeo.