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INTERVISTAA PIETRANGELO BUTTAFUOCO

QUAESTIONES SICILIANAE.
INTERVISTAA PIETRANGELO BUTTAFUOCO*
di Claudio Mutti

Che cos’è la Sicilia? Un’appendice insulare della penisola italiana?


L’ombelico del Mediterraneo? Un ponte naturale tra l’Europa e l’Africa?
Fra queste ed altre possibili rappresentazioni, quale è che meglio corrisponde
alla sua visione della Sicilia come luogo della geografia culturale?

Sicuramente è un ponte naturale, ma non solo tra l’Europa e l’Africa. Grazie alla
propria identità “trialettica”, infatti, ovvero essere partecipe di tre distinti destini culturali
– uno volgente al nord, l’altro al sud, l’arco ionico ad est – la Sicilia si salda anche con
l’Oriente del quale eredita il patrimonio spirituale e, con questo, una precisa antropologia:
quel richiamo del sangue che fa di ogni siciliano un enigma. È nella specificità del
siciliano l’essere attento al mistero, alla segretezza e all’omertà, che non è una deriva
mafiosa bensì l’arte di “diventare uomo”. In Sicilia l’universalità è un istinto. Il
paradigma per eccellenza resta quello di Federico II, il tedesco che volle farsi arabo
per vivere in Sicilia.

Quale, fra tutte le eredità storiche stratificatesi sul territorio della Sicilia,
ha agito più profondamente nella formazione dell’identità siciliana? La greca?
La romana? La bizantina? L’araba? La normanna?

Leonardo Sciascia sosteneva, e non a torto, che tra tutti gli innesti, più di tutti è
quello arabo che ha determinato la carta d’identità della Sicilia e per carta possiamo
aggiungere anche quella geografica. Una semplice traslitterazione della toponomastica,
infatti, dall’alfabeto latino a quello greco, non comporterebbe alcun cambiamento
nella enunciazione dei nomi di città, contrade e valloni. Allo stesso modo con i cognomi
delle persone. Nella stragrande maggioranza sono di derivazione araba. Ciò non significa
che anche le altre eredità siano state cancellate, anzi, la miscela più affascinante s’è
data con la doppia radice genitoriale arabo-normanna; ma se c’è un marchio che si è
impresso nella viva carne della Sicilia quello è il marchio dell’Islam. È stato il lievito
che la Sicilia non ha mai cancellato nella propria memoria se è vero che perfino il
cattolicesimo popolare, nel rammemorare il martirio di Cristo, ha mutuato da Ashurà
i riti della Passione. E l’identità svela il proprio debito alla paideia mussulmana anche
nella vita quotidiana, nella elaborata estetica siciliana e perfino nei codici sociali. Basti
ricordare che il Sabbenedica, ovvero, “la Benedizione di Dio su di voi”, tipico saluto
siciliano, è la traduzione del Salam Aleikum.
EURASIA

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