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EURASIA

LA POLITICA ESTERA ITALIANA

LA POLITICA ESTERA ITALIANA

di Alfredo Canavero*

Fin dal tempo della costituzione in unità, l’Italia ha sempre avuto il problema della sua collocazione internazionale. Ultima delle grandi potenze o prima delle medie? L’imbarazzante dilemma aveva condotto il nostro paese a fare una politica estera molto spesso superiore alle proprie possibilità politiche, economiche e militari, che aveva talvolta portato ad umilianti sconfitte diplomatiche o, nei casi peggiori, militari. Raggiunta l’unità, l’Italia era rimasta nell’orbita francese fino alla caduta del Secondo Impero nel 1870. Aveva approfittato della sconfitta di Napoleone III per conquistare il Lazio e la città di Roma, entrando però in conflitto con la Chiesa cattolica. Da allora in poi la Questione romana rappresentò un ostacolo allo sviluppo di relazioni diplomatiche pienamente cordiali con diversi paesi cattolici. Basti pensare che soltanto nel 1904 il capo di uno Stato cattolico, il francese Emile Loubet, venne in visita ufficiale a Roma. Fino a quel momento gli incontri ufficiali coi sovrani cattolici si dovevano svolgere in altre città del regno, per evitare loro l’imbarazzo di non potere recarsi dal papa, che si definiva prigioniero in Vaticano. Liberatasi dalla tutela francese, però, l’Italia rimase isolata e priva di forza politica e militare sul piano internazionale. Al Congresso di Berlino del 1878 fu la sola potenza a non ottenere alcun vantaggio; pochi anni dopo, nel 1881, dovette assistere impotente alla conquista francese della Tunisia, lembo di terra africana su cui anche l’Italia aveva messo gli occhi. Di fronte a queste sconfitte diplomatiche, l’Italia dovette cercare un alleato. La scelta era tutt’altro che agevole: la Gran Bretagna non intendeva legarsi ad alleanze con paesi continentali in tempo di pace; con la Francia i rapporti erano pessimi; la Russia era troppo lontana. Restava la Germania di Bismarck, che però subordinava il suo assenso all’accettazione di una alleanza che comprendesse anche l’Austria, tradizionale avversaria dell’Italia e che ancora deteneva il Trentino e la Venezia Giulia, territori abitati da popolazione di nazionalità italiana. L’Italia, pur di uscire dall’isolamento, dovette accettare. Fu messa la sordina agli irredentisti e fu stipulata la Triplice Alleanza (1882), che permetteva all’Italia di uscire dal suo isolamento. Fino all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, la Triplice Alleanza, pur tra alti e bassi, restò un punto fermo nella politica estera italiana. Crispi, grande ammiratore

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DOSSARIO

di Bismarck, fu un convinto triplicista e, grazie allo scudo dell’alleanza, iniziò una

guerra doganale con la Francia che però risultò disastrosa per la nostra economia.

L’uomo politico siciliano accentuò anche la politica di espansione in Africa, che era iniziata con Agostino Depretis grazie all’acquisto della baia di Assab dalla compagnia

di navigazione Rubattino nel 1882, occupando l’importante città portuale di Massaua,

ma entrando in conflitto con l’impero abissino. Dopo la sconfitta subita dagli Abissini

a Dogali (1887), Crispi stipulò con il nuovo Negus Menelik il trattato di Uccialli (1889), che avrebbe dovuto garantire all’Italia il protettorato sull’Etiopia. Per divergenze sull’interpretazione del trattato, però, scoppiò la guerra con l’Abissinia e l’Italia fu sconfitta ad Adua nel marzo 1896. Terminò allora la carriera politica di Crispi e per poco più di un decennio le velleità colonialiste italiane, non ben viste dagli ambienti industriali del Nord, furono bloccate. Caduto Crispi, l’Italia iniziò un processo di riavvicinamento alla Francia. Un trattato

di commercio, firmato nel 1898, pose fine alla guerra doganale, mentre nel 1902 un

altro accordo definì le sfere di influenza tra Italia e Francia nell’Africa settentrionale.

Iniziò allora la politica italiana “tra alleanze e amicizie” o, secondo un’altra definizione,

la politica dei “giri di valzer”. L’Italia restava legata alla Triplice Alleanza, ma

intratteneva rapporti sempre più amichevoli con la Francia e la Gran Bretagna. Lo si vide alla Conferenza di Algeciras, convocata per trovare una soluzione alla cosiddetta

prima crisi marocchina (1906), quando l’Italia non sostenne gli interessi della Germania, contribuendo al successo diplomatico della Francia, che assunse così il controllo del Marocco. L’episodio rese più tesi i rapporti con gli alleati della Triplice. Così quando l’Austria-Ungheria annesse la Bosnia Erzegovina (1908), territorio che peraltro già amministrava dal 1878, l’Italia, che non era stata preventivamente informata, chiese invano compensi in base al trattato d’alleanza. Il modo sprezzante in cui l’Italia era stata trattata dimostrava il suo scarso peso internazionale. Quando poi si seppe che il capo di stato maggiore austriaco, Conrad, avrebbe voluto attaccare di sorpresa l’Italia, approfittando del fatto che il paese era impegnato nei soccorsi a Messina, sconvolta

da un gravissimo terremoto, i rapporti tra i due “alleati” scesero al minimo storico. Per reazione sorse nel paese un consistente movimento nazionalista. Ebbe allora

largo seguito la tesi di Enrico Corradini, secondo cui la lotta di classe all’interno dei diversi stati sarebbe stata sostituita dalla lotta tra paesi ricchi e paesi poveri. L’Italia, “nazione proletaria”, avrebbe dovuto quindi contenere i conflitti interni per rivolgere le proprie forze ad una politica estera dinamica di espansione imperialista e coloniale. In questo quadro si inserisce la conquista italiana della Libia, territorio appartenente all’Impero Ottomano, a cui l’Italia aspirava. La preparazione diplomatica durava da lungo tempo ed era stata condotta prima con gli alleati della Triplice e poi con Francia

e Gran Bretagna. Da ultimo era venuto l’assenso della Russia zarista nel corso della

visita ufficiale di Nicola II a Racconigi nel 1909. Le mire nazionaliste sulla “quarta

sponda” si mescolavano con gli interessi del Banco di Roma, una banca legata alla finanza vaticana che aveva intrapreso un’opera di penetrazione in Libia. La spinta definitiva venne dalla situazione internazionale. La seconda crisi marocchina (1911),

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con l’instaurazione di un formale protettorato francese sul Marocco, indusse il presidente del Consiglio Giolitti a rompere gli indugi e a inviare 35.000 uomini sulle coste libiche. Ne nacque una guerra con l’Impero Ottomano che si rivelò più difficile del previsto. All’interno della Libia la guerriglia araba tenne impegnato l’esercito italiano, mentre una manovra diversiva portava l’Italia a impadronirsi di Rodi e delle isole del Dodecaneso. L’Impero Ottomano alla fine cedette e dovette sottoscrivere la pace di Losanna (1912). Si festeggiava allora il cinquantenario dell’Unità d’Italia e ciò favorì

il clima di entusiasmo con cui l’impresa libica fu seguita dall’opinione pubblica italiana,

un entusiasmo contrastato solo dai socialisti e da una parte dei radicali e dei repubblicani. Dal punto di vista economico, però, la conquista della Libia non fu un grande affare. Le ricchezze del paese, di cui favoleggiava la propaganda nazionalista, si rivelarono ben poca cosa. E allora nessuno o pochissimi sospettavano la presenza di ingenti giacimenti petroliferi. Si parlò così della conquista di un inutile, enorme “scatolone di sabbia”. La sconfitta dell’Impero Ottomano mise in movimento la politica internazionale e portò in breve allo scoppio della prima guerra mondiale. Le due guerre balcaniche del 1912-13 prepararono il clima e l’attentato di Sarajevo e l’uccisione dell’erede al trono austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando, effettuata da un irredentista serbo, fece precipitare la situazione. Di fronte alla guerra l’Italia proclamò la neutralità. La Triplice Alleanza era un trattato difensivo e quindi per l’Italia non vi era alcun obbligo

di scendere in campo, anche perché non vi era stata alcuna previa consultazione. Il

paese si spaccò rapidamente in due parti, tra i sostenitori della neutralità e quelli dell’intervento in guerra. Tra questi ultimi vi erano gli esponenti della sinistra democratica, che volevano concludere l’unificazione italiana strappando all’Austria Trento e Trieste e i democratici che si illudevano che il conflitto avrebbe portato alla fine del militarismo austro-tedesco e posto fine alle guerre. Ma a favore dell’intervento erano anche i gruppi della destra nazionalista, che sognava un futuro imperiale per l’Italia. Vi erano poi gli elementi del liberalismo conservatore, che temevano che la mancata partecipazione al conflitto avrebbe indebolito la posizione internazionale

dell’Italia. Tra i sostenitori dell’intervento erano il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, e il ministro degli esteri Sidney Sonnino. A dare voce a queste posizioni vi era poi il principale giornale italiano, il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini. Sul fronte neutralista stavano coloro che, come Giolitti, giudicavano l’Italia troppo debole per sostenere i rischi di una guerra che immaginavano lunga e logorante, e i raggruppamenti politici ostili per natura alla guerra, come i socialisti, in nome dell’internazionalismo proletario, e i cattolici, per naturale pacifismo. Il governo italiano cominciò a trattare tanto con gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) per ottenere compensi in cambio del mantenimento della neutralità, che con le potenze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) in cambio dell’entrata

in guerra. Non ottenendo soddisfazione dai primi, soprattutto per le resistenze

dell’Austria, l’Italia concluse il Patto di Londra con le seconde, che le promisero il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria (esclusa la città di Fiume), una parte

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