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IL MADE IN CHINA SFIDA IL MADE IN ITALY

IL MADE IN CHINA
SFIDA IL MADE IN ITALY
di Caterina Ghiselli *

La Cina ha acquisito un enorme peso specifico nell’economia mondiale - il cosiddetto


balzo in avanti cinese - e un potere contrattuale sempre maggiore in campo diplomatico.
Negli ultimi anni il Dragone ha aumentato considerevolmente il suo peso negli equilibri
mondiali. Non stiamo parlando solo di economia. Basta un’occhiata ai quotidiani più
importanti d’Europa e d’America per rendersi conto che lo spazio riservato alle
questioni asiatiche non fa che aumentare. A circa sessant’anni dalla sua nascita,
infatti, la Repubblica Popolare Cinese è tornata prepotentemente alla ribalta
internazionale. Sono lontani gli anni in cui la Cina, attanagliata dalla morsa di
un’economia terzomondista, dall’eccessivo incremento delle nascite e dalle violente
contestazioni intestine, aveva visto oscurarsi la sua gloria.
Vi è infatti un accordo generale sul fatto che il paese abbia ormai acquisito una
massa critica strategica ed economica tale da permetterle non soltanto di divenire
uno dei maggiori protagonisti dello scenario mondiale, ma altresì di togliere a chiunque
il lusso di ignorarla. Ne derivano importanti conseguenze: la Cina del boom economico
espande velocemente la sua influenza nei mercati internazionali. Ora tutti la temono,
la riveriscono, la copiano. Il made in China si va affermando come il maggiore
esportatore di prodotti finiti nell’area asiatica e con mire espansionistiche, da quando
è stata decisa l’eliminazione delle barriere, anche in Europa e Stati Uniti d’America.
Il mercato cinese, infatti, si è facilmente imposto grazie all’abbattimento dei costi di
lavorazione, costringendo le grandi economie mondiali a trovare soluzioni prima che il
mercato globalizzato arrivi paradossalmente a saturazione.
Il secolo cinese si è aperto ufficialmente sette anni or sono, l’11 Dicembre 2001,
quando Pechino fece il suo ingresso nel WTO, e da allora ha lasciato il segno. La
conquista dei mercati produttivi e commerciali dell’Impero di Mezzo è in cima ai
programmi di tutte le “confindustrie” occidentali e un “posto al sole” nell’avveniristica
Shanghai equivale oggi a sottoscrivere una polizza di sopravvivenza per il futuro.
L’affermazione del Dragone sulla scena mondiale passa inevitabilmente per un
EURASIA

lento ma costante rafforzamento della posizione cinese nelle diverse organizzazioni


internazionali che la vedono protagonista. La Cina è cosciente della necessità di

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DOSSARIO

supportare la sua straordinaria crescita economica con un intenso lavoro politico-


diplomatico, grazie al quale ha gettato le basi per una maggiore penetrazione cinese in
Asia e nel resto del pianeta. Ecco che allora, al di là e prima di una dimensione
nazionale, i rapporti con Pechino debbono essere inquadrati in una dimensione
internazionale. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti commerciali.
La Cina è uno dei principali partner dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(meglio conosciuta con l’acronimo inglese WTO), per il suo peso effettivo e ancor di
più per quello potenziale. Il WTO ha assunto, nell’ambito della regolamentazione del
commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT (Accordo Generale
sulle Tariffe Doganali e sul Commercio): di quest’ultimo ha infatti recepito gli accordi
e le convenzioni adottati con l’obiettivo di abolire o ridurre delle barriere tariffarie al
commercio internazionale su beni commerciali, servizi e proprietà intellettuali.
Storicamente, il GATT è stato il primo e più importante accordo multilaterale in
materia commerciale, in un ambito dominato, fin dai tempi dei primi Stati Nazionali, da
accordi bilaterali orientati a fissare condizioni di importazione ed esportazione vincolanti
per gli operatori commerciali pubblici e privati. La struttura del GATT e l’impianto
dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sono la cornice istituzionale ed
internazionale nella quale il made in China deve essere analizzato.
Quando si parla di made in China, è inevitabile parlare di dumping, ovvero di
quella strategia per cui i prodotti di un Paese sono messi in commercio in un altro
Paese ad un prezzo inferiore al valore normale del prodotto, intendendo per valore
normale il prezzo praticato all’interno del Paese di origine delle merci. Si pensi alle
attuali invasioni di vestiti e scarpe cinesi nel mercato italiano, oppure al paradossale
commercio di bandiere che inneggiano alla libertà del Tibet, oggi quasi totalmente
sotto il controllo della RPC, che sono prodotte in Cina.
Il dumping internazionale prevede che l’impresa che vende può anche avere profitti
superiori, e non necessariamente deve esportare in perdita, in quanto l’importante è
che esporti ad un prezzo inferiore al prezzo praticato sul proprio mercato. Tale azione
è normalmente rivolta alla conquista di quote di mercato di paesi stranieri, e ad eliminare
la concorrenza; una volta conquistato il mercato, l’impresa che esporta in dumping
può riguadagnare i margini di profitto perduti realizzando profitti normali o extra-
profitti, qualora sia riuscita ad affermare il proprio potere di mercato.
La particolarità del dumping non è solamente relativa alle varie forme con cui
questo può presentarsi ed al suo differente grado di pericolosità, quanto piuttosto alla
mancanza di consenso sulla sua dannosità. Da una parte infatti il riferirsi principalmente
al comportamento di imprese ne rende difficile comprenderne la portata, dall’altra la
sua stessa regolamentazione internazionale non può che operare indirettamente con
la semplice applicazione di un dazio. Nel contesto degli accordi multilaterali in vigore,
le misure antidumping sono disciplinate da una normativa internazionale di duplice
livello: comunitario e multilaterale, quest’ultima stabilita nell’ambito del GATT e
EURASIA

regolamentata da Agreement on Implementation of Article IV of GATT del 1994.


Ma nonostante l’Accordo sull’antidumping del WTO sia piuttosto dettagliato, esso è

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