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2Timoteo: Profilo linguistico -

Responsabilità di un giovane
arcivescovo
La 2Timoteo è composta da 449 lemmi, ossia parole fondamentali, che declinate o
coniugate, secondo la loro particolare categoria morfologica e grammaticale (nome,
aggettivo, verbo) , costituiscono 667 forme distinte e una rete di 1.238 parole
distribuite in 83 versetti in 4 capitoli.

Per ordine di lunghezza questa epistola (mai chiamata così da chi l’ha scritta, cioè da
“Paolo” secondo 2Tm 1,1) si colloca dopo 1Timoteo (6 capitoli) e prima di Tito (3).

Una pastorale per il clero


Per costruirne un profilo, sia dei contenuti che del mittente di questo scritto, una via è
quella della ricerca dei lemmi comuni alle altre due lettere pastorali (1Tm, Tt) ma che,
rispetto a queste, sono statisticamente più frequenti e meglio trattati in 2Tm.

Basta prendere in considerazione le prime dieci parole che appartengono a questa


lista e che sono, in ordine di frequenza: egó, “io, noi”; sý, “tu-voi”; Christós, “unto,
consacrato” re, profeta o sacerdote; Iesoûs, “Gesù”; kýrios, “dominatore, padrone”;
alétheia,”rivelazione, svelamento” di qualcosa di nascosto, invisibile; oîda, “io so,
capisco”; polýs, “molto, molteplice”; agápe, “amore”; dídomi, “io do, dono”.

Questi termini sono facilmente raggruppabili e analizzabili nell’ordine di apparizione


nel testo. Sembrano inclusioni letterarie complesse e con un loro contenuto specifico.

Io, Te e tanti altri


La prima grande inclusione è un dialogo che percorre tutta la 2Tm, tra égó e sý. La
lettera è una comunicazione scritta per coprire una distanza tra due persone in luoghi
diversi. È una trasmissione unidirezionale ma non a senso unico. Leggendo tra le righe
è possibile ricavare informazioni utili sia sul mittente che sul recettore e descriverne
oltre le identità individuali la particolare relazione che è a livello di padre-figlio,
imparentati in Cristo.

Le prime due parole comuni alle tre lettere pastorali, ma più frequenti in 2Tm, sono,
dunque il pronome di prima persona, singolare e plurale, "io-noi" (42 volte), seguito a
ruota dal pronome di seconda persona, singolare e plurale, "tu-voi" (21 volte). Già
questa gerarchia tematica indica,da una parte un marcato profilo di Paolo rispetto a
Timoteo. Paolo parla di se stesso direttamente a Timoteo, più ora che nella 1Tm.

Complessivamente i due pronomi ricorrono in 39 versetti a partire da 2Tm 1,2, dove


chi scrive già ricorda, con un augurio di grazia, misericordia e pace, al diletto Timoteo,
che Gesù è il Cristo-Messia e il kýrios di tutti “noi”.
Nel saluto finale e nell’ultima occorrenza dei due pronomi, in 2Tm 4,22, sarà la
ripetizione del sý a chiudere la lettera, la prima al singolare (“tu”) e la seconda al
plurale (“voi”): “il Signore Gesù [sia] con lo spirito tuo”, cioè di Timoteo, e “la cháris,
(“grazia”: cfr. 1Tm 1,2.12.14; 6,21; 2Tm 1,2s.9; 2,1; Tt 1,4; 2,11; 3,7.15) [sia/è] con
voi”, cioè con la comunità affidata a Timoteo.

Invito a lasciare tutto


Dal dialogo, fitto, tra “io e te”, è possibile ricavare notizie utili ad ambientare anche
geograficamente il dialogo.

La 2Tm contiene diversi nomi di città e regioni (cfr. 2Tm 1,15.17s; 3,11; 4,10.12s.20)
che, se indicano la distanza tra mittente e destinatario servono, indirettamente
almeno, a ricostruire vari spostamenti di Paolo, a localizzare Timoteo e quindi anche i
problemi che questi deve affrontare. È probabile che la sede centrale di Timoteo, in
Asia minore (nell’attuale Turchia), sia Efeso. Va ricordato che termini quali “episcopo,
presbitero, diacono” non sono direttamente usati per Timoteo. Tuttavia, in 2Tm 4,5,
Paolo ordina a Timoteo, usando il “tu” e vari imperativi: “Tu però vigila attentamente,
sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo,
adempi il tuo ministero [diakonía]”.

La vigilanza, già richiamata con l’imperativo épeche, “tieni duro” in 1Tm 4,16, ora
corrisponde a nêphe, “sii sobrio” o “astieniti dal vino”. Non si tratta dell’episcopato
(episkopé), “visita di ispezione” che però è menzionato, genericamente, in 1Tm 3,1s
(“chi aspira all’episcopato desidera un’opera bella”). Subito di seguito si stabiliscono
dei limiti per il vescovo. Bisogna che l’epískopos sia: irreprensibile, sposato una sola
volta, sobrio, capace di insegnare (cf anche Tt 1,7). In nessuna delle lettere pastorali
Timoteo è considerato vescovo. Probabilmente è qualcosa di più, come
rappresentante plenipotenziario di Paolo.

Rimane il dubbio sul dove si trovano, rispettivamente, Paolo come mittente e Timoteo
come recettore, ed eventualmente un latore della lettera che ha molto in comune con
la 1Timoteo.

Scrivendo alla chiesa di Corinto da Efeso Paolo accenna ad un prossimo viaggio in


Macedonia prima di recarsi personalmente in Acaia. Timoteo è a Efeso con lui: quando
lo invierà a Corinto, i fratelli non devono farlo sentire in soggezione, dal momento che
anche lui “lavora con me per l’opera del Signore”. A missione compiuta, Timoteo deve
rientrare ad Efeso perché “io l’aspetto con i fratelli”. Le “chiese dell’Asia”, dove si
trova Efeso, salutano i corinzi, e lo stesso fanno Aquila e Prisca, anch’essi ad Efeso con
Paolo (cfr 1Cor 16,5-19).

In 1Tm 1,3, Paolo ricorda quando partendo (presumibilmente da Efeso) per la


Macedonia aveva fatto una raccomandazione a Timoteo: “di rimanere in Efeso”,
aggiungendone la motivazione: “perché tu invitassi alcuni a non insegnare in maniera
eterodossa”.

Il tema dell’ortodossia, o della sana dottrina è trattato in lungo e in largo nelle lettere
pastorali (cfr. 1Tm 1,3.7.10; 2,12; 4,1.6.11; 6,1ss; 2Tm 3,16; 4,2s; Tt 1,9.11;
2,1.3.7.10), dove Paolo si presenta come banditore e apostolo, ma anche come
didáskalos-maestro delle nazioni, nella fede e nella verità del vangelo di Cristo (cfr.
1Tm 2,7 con 2Tm 1,11).

Lo stesso ministero di Timoteo è quello di insegnare la dottrina sana (cfr. 1Tm


4,13.16), come del resto, in collaborazione con Timoteo, devono fare anche i presbiteri
(cfr. 1Tm 5,17), affrontando i problemi quotidiani di interpretazione del vangelo posti
da altri maestri (cfr. 1Tm 6,2). Forse Timoteo deve vigilare anche sui “vescovi” che
insegnano e hanno una raggio d’azione più ampio rispetto ai presbiteri,
presumibilmente gli anziani di piccole comunità sparse attorno ad una chiesa madre.

In 2Tm 2,2 Paolo spiega a Timoteo la linea pastorale più sicura da seguire per far
crescere, con l’aiuto di altri maestri, la ekklesía di Dio (nominata solo in 1Tm 3,5.15;
5,16, mai in 2Tm né in Tt).

Si tratta di lasciarsi guidare, anche a distanza, da Paolo apostolo, nella trasmissione


locale della verità: “le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni,
trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche
altri”. La formazione di Timoteo al magistero, continua dunque a distanza, per scritto
(cfr. 2Tm 3,10), come se Timoteo fosse un formatore di presbiteri e vescovi.

Se direttamente Paolo dialoga solo con Timoteo, come terzo soggetto sembra
delinearsi una sede centrale di una chiesa costituita da una serie di piccole comunità
cristiane dipendenti da Timoteo.

Rimasto ad Efeso con l’incarico di chiudere la bocca a falsi maestri, Timoteo deve
anche formare altri maestri e vigilare su quel che insegnano.

Se Efeso è la sede della chiesa di Dio affidata a Timoteo, allora a chi è diretta Efesini,
nella quale, d’altra parte, la menzione della città è dubbia (cf l’edizione critica di Ef
1,1)?

È possibile accertare dove opera Timoteo a partire dai dati che abbiamo a
disposizione, senza ritenerli pregiudizialmente come falsi?

Nel dialogo di 2Tm 1,15, Paolo rammenta quanto questo figlio e fratello, più che
discepolo, dovrebbe già sapere: “tu sai, che tutti quelli dell’Asia” (dove si trova Efeso)
“mi hanno abbandonato”. Come per dire: non attenderti molto aiuto da chi ti circonda.

A proposito poi di Onesìforo, collaboratore di Paolo e di Timoteo, e che personalmente


ha “molte volte” confortato Paolo in catene, senza timore e senza vergognarsi, in 2Tm
1,17 il lettore è indirettamente informato della provenienza della 2Timoteo: Roma.
Probabilmente è a Roma, grande città, che Onesìforo ha cercato Paolo con premura,
“finché non mi ha trovato”. Onesìforo è uno che ha reso tanti servizi anche “in Efeso”
e “tu [lo] conosci meglio di me”.

In 2Tm 3,11, in un’esortazione a combattere, esponendosi per la fede, Paolo ricorda le


proprie “persecuzioni” e “sofferenze”, già affrontate ad Antiochia (di Pisidia
probabilmente), a Icònio e anche a Listra, città di origine di Timote: “Tu ben sai quali
persecuzioni io ho sofferto”. Eppure, da tutte “mi ha liberato il Signore”. Anche da
quelle subite a Efeso.
Si tratta di ricordi di Paolo di sofferenze avute in Siria e in Asia minore, in posti molto
vicini a Timoteo. Efeso, del resto, è ad est di Listra solo 450 km o poco più.

In 2Tm 4,10, Paolo accenna a qualcun altro, oltre Onesìforo, che gli è stato vicino,
probabilmente a Roma, come Dema, che però “mi ha abbandonato” partendo per
Tessalonica, forse suo luogo di origine, mentre Crescente è andato in missione in
Galazia e Tito in Dalmazia (e non a Creta come in Tt 1,5). Soltanto Luca, aggiunge “è
con me” (2Tm 4,11). A Roma, probabilmente, dato che, l’autore di Atti è stato effettivo
compagno di Paolo (cfr. il plurale “noi”, soprattutto in At 28,14.16). Tìchico, aggiunge
ancora Paolo,“l’ho inviato a Efeso” (2Tm 4,12). Perché ad Efeso?

Tìchico, come “asiatico”, è menzionato insieme a Timoteo anche in At 20,4 e in Ef 6,21


dove Paolo parla di lui come di un fratello carissimo e di un fedele ministro, e come
colui che “vi informerà di tutto”. Informerà gli efesini (e anche Timoteo?) e in Col 4,7 –
Colosse non è lontana da Efeso che più di 150 km – anche i colossesi.

Tìchico lo ritroviamo in Tt 3,12, ma qui Paolo sembra non essere a Roma ma a


Nicòpoli.

In sintesi, sembrano sostenibili due ipotesi: che Paolo scriva da una prigione di Roma,
centro di incontro e di smistamento dei collaboratori e che Timoteo, destinatario della
lettera si trovi ad Efeso, dove probabilmente la chiesa di Dio è dislocata in diverse
piccole comunità rette da presbiteri e vescovi dei quali è Timoteo il responsabile,
insieme a Paolo che si interessa di tutti e di tutto.

Da 2Tm 4,13, dalle stesse parole di Paolo, si potrebbe evincere però che Timoteo non
si trovi ad Efeso ma a Troade, la città menzionata anche in At 16,8.11; 20,5s; 2Cor
2,12, e dove sembra trovarsi anche una comunità cristiana.

Paolo infatti, invita Timoteo a Roma e, “venendo, portami il mantello che ho lasciato a
Troade”. Qui i ricordi sono precisi: “in casa di Carpo”; e poi, insieme al mantello,
Timoteo deve raccogliere e portare anche i libri “e soprattutto le pergamene”.

Il contesto è un viaggio a Roma che Timoteo deve intraprendere presto per stare
vicino a Polo. Troade che è situata a nord est di Efeso a circa 230 km di distanza,
lungo una rotta che via mare e poi via terra, passando per la Macedonia e la Dalmazia
potrebbe condurre Roma, prima percorrendo la via Egnatia, e dopo aver attraversato
l’Adriatico, sbarcando a Brindisi, proseguendo per la via Appia.

Subito, in 2Tm 4,14, a sostegno della presenza di Timoteo a Efeso sembra giocare la
messa in guardia da Alessandro, il ramaio di Efeso: “guardatene anche tu”, perché,
questo ex credente, è “un accanito avversario della nostra predicazione”.

Alessandro, ricordato come “bestemmiatore” e consegnato a Satana già in 1Tm 1,20,


in At 19,33 appare proprio come quel “giudeo” che, ad Efeso, voleva tenere un
discorso per calmare la folla inferocita per la predicazione di Paolo contro il culto ad
Artemide.

Paolo, che presumibilmente scrive ora a Timoteo da Roma, si sente abbandonato da


tutti e non solo da Alessandro. Lo dice chiaro: “nella mia prima difesa in tribunale,
nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato”, il Signore però “mi è stato
vicino e mi ha dato la forza, perché, per mio mezzo” si compisse l’evangelizzazione di
“tutti i Gentili”. Anche Timoteo deve imparare a soffrire nel suo ministero. Per
compiere una grande missione “io fui liberato dalla bocca del leone” e sempre “il
Signore mi libererà” (cfr. 2Tm 4,17s).

Con questa certezza della potenza del Signore che gli è accanto nei momenti difficili,
Paolo chiude la 2Timoteo con un Amen. I versetti che seguono, anch’essi espressione
intensa di un dialogo diretto, ma più drammatico, confermano il lettore che Timoteo è
un supervisore di vescovi e presbiteri di Efeso: “Saluta Prisca e Aquila” (ancora
residenti ad Efeso anche secondo Atti 18,18s) “e la famiglia di Onesíforo”, che, come
già visto, è originaria di Efeso.

Le informazioni che seguono, in 2Tm 4,20, fanno pensare che Paolo stia facendo
l’elenco di città toccate durante un viaggio via mare fino a Roma; dei suoi
accompagnatori e collaboratori, Erasto è rimasto “a Corinto”, mentre Tròfimo “l’ho
lasciato ammalato a Mileto”.

Tròfimo, “asiatico” come Tìchico, è menzionato assieme a Timoteo anche in At 20,4. In


At 21,29 si ricorda che “Tìchico” è “di Efeso”, anche se si trova a Gerusalemme con
Paolo.

Se Mileto si trova, via terra, a circa 50 km a sud di Efeso, Corinto è in Grecia, non più
in Asia, a quasi 390 km via mare ad est di Mileto. Ciò induce a credere che Paolo sia
partito da Mileto per Corinto. Per arrivare a Roma? È difficile definire di quale viaggio
si parla.

Dubbi che Paolo si trovi a Roma non dovrebbero essercene dato che in 2Tm 4,21, chi
scrive chiede con urgenza a Timoteo: “affrettati a venire prima dell’inverno”; e
aggiunge: “ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli”. Tutti nomi che
viene spontaneo collocare in Roma. L’“inverno” impedisce viaggi lunghi anche
secondo 1Cor 16,6.

Identità espansa dei due


In 2Tm 1,3 Paolo parla di sé e ringrazia Dio, "che io servo con coscienza pura"; quindi
ricorda i propri antenati giudei e aggiunge: "ricordandomi sempre di te nelle mie
preghiere", notte e giorno.

Paolo prega per Timoteo, che considera “collaboratore” (Rm 16,21; 1Cor 16,10; 1Ts
3,2), “diletto figlio” (2Tm 1,2), “figlio diletto e fedele” (1Cor 4,17), “vero figlio nella
fede” (1Tm 1,2.18), “fratello” (2Cor 1,1; Col 1,1), “schiavo” di Cristo Gesù (Flp 1,1).

I vincoli tra chi scrive e chi legge sono stretti, come quelli da padre e figlio, ma anche
di fratello maggiore a fratello minore. Non trattandosi di parentela di sangue ma “in
Cristo Gesù” (cfr. 1Tm 1,14; 3,13; 2Tm 1,1.9.13; 2,1.10; 3,12.15), distanza e differenze
tendono a dissolversi.

In un contesto di incoraggiamento, in 2Tm 1,6, Paolo scrive, ancora utilizzando il


registro della memoria: "ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per
l'imposizione delle mie mani", riferendosi alle origini di Timoteo, di cui riconosce "la
fede schietta", ereditata sia della nonna Loide, che dalla madre Eunice, entrambe
ebree e lettrici dell’AT. La stessa fede nelle Scritture, Paolo la ritrova in Timoteo - il cui
nome, greco, ricorre in almeno 24 versetti del NT a partire da At 16,1. Da questo testo,
presumibilmente di Luca che nel NT risulta conosciuto bene solo da Paolo (cfr. Col
4,14; 2Tm 4,11; Flm 1,24) siamo informati sulla città natale di Timoteo, che è Listra,
come dicevamo, e che non è lontano da Derbe, in Licaonia, a circa soli 40 km a sud di
Iconio e a 260 km a nord est di Tarso (in Cilicia), città natale di Paolo (Hch 9,11; 21,39;
22,3). Sia Timoteo che Paolo sono “asiatici”.

Però, al contrario di Paolo nel quale non scorre sangue pagano (cfr. Flp 3,5), Timoteo è
figlio di un matrimonio misto, essendo suo padre greco. Questa distinzione delle origini
etniche religiose a Paolo, apostolo di Gesù Cristo presso i gentili (cfr. Rm 11,13; Gal
2,8; 1Tm 2,7) non crea alcun problema. Anzi, Timoteo, con nome greco, e Tito, con
nome romano, sono i due più fedeli e importanti collaboratori nell’evangelizzazione
dell’impero.

Paolo ora connette la fede ereditata dalle donne di casa di Timoteo, con l'imposizione
delle mani, per la quale il giovane (1Tm 4,12; 2Tm 2,22) ha ricevuto il "chárisma di
Dio".

Questo dono particolare è probabilmente il ministero episcopale (cfr. 1Tm 3,1-2) o


qualcosa di più, anche se la giovane età del candidato non suggerisce neppure una
previa identità di “presbitero”.

Il testo di 1Tm 4,14 aiuta a capire di più di che “carisma” si tratta. Usando
l’imperativo, qui Paolo esorta: “Non trascurare il chárisma che è in te e che ti è stato
conferito, per indicazioni di profeti, con l' imposizione delle mani da parte del collegio
dei presbiteri”.

In 1Tm 5,1ss Timoteo è ancora invitato a prendersi cura di tutti, giovani e anziani, a
riprendere con dolcezza i secondi come fratelli e i primi come padri, le anziane come
madri e le giovani come sorelle tutto castamente.

Sempre nella prima lettera, Paolo suggerisce al lettore che Timoteo è più di un
presbitero. I presbiteri sono anziani che esercitano la presidenza per affaticarsi nella
predicazione e nell’insegnamento. Godono di stima da parte della comunità, solo se
fanno bene il loro dovere. Timoteo non deve “accettare accuse contro un presbitero”
senza la deposizione di due o tre testimoni, secondo il costume giudaico (cfr. 1Tm
5,17.19).

Dunque Paolo dialoga con Timoteo come con un responsabile di presbiteri (e vescovi)
di una chiesa possibilmente formata di piccole comunità distribuite nel territorio, come
nel caso di Tito a Creta.

Nei riguardi di Timoteo, Paolo attua con l’autorità superiore dell’apostolo,


presumibilmente pari all’autorità di Pietro presso i cristiani provenienti dal giudaismo
palestinese (cfr. Gal 2,7-12; Flp 3,3).

In 2Tm 2,1, il rapporto tra padre e figlio torna a intensificarsi in vista di un importante
ministero da compiere: "Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è
in Cristo Gesù". Deve imparare a combattere con durezza, come Paolo, la battaglia
della diffusione e conservazione della fede “in Cristo Gesù”, senza timidezze e senza
fughe (cfr. 1Tm 1,18; 4,10; 6,12; 2Tm 4,7). Paolo vuole che Timoteo sia un militante,
all’altezza di un grande compito.

Di questo carisma-ministero e della cháris-grazia (cf 2Tm 1,2s.9; 2,1; 4,22), fonte
unica è Dio, per via di Gesù, il Cristo e Signore e con lo "Spirito Santo, che abita in
noi". Su un rapporto con Dio intero, Timoteo deve contare per custodire senza
compromessi con il mondo (cfr. Tt 2,12), il prezioso deposito della fede in Gesù (2Tm
1,12.14). Da 2Tm 3,10, risulta la fedeltà di Timoteo, nella valutazione di Paolo rispetto
ad altri collaboratori: “Tu invece mi hai seguito da vicino nell'insegnamento, nella
condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell' amore del prossimo, nella
pazienza”. Paolo è molto contento del suo vescovo di Efeso.

Gesù è Cristo e Signore


Questa affermazione, che corrisponde al credo nuovo di Paolo, e che è comune alle
altre 12 lettere che come mittente hanno Paolo e alla predicazione riportata negli Atti,
è frequente anche in 2Tm.

Sono 25 i versetti di questa lettera con riferimenti a Gesù Cristo o al Signore,


indicando sempre la stessa persona. Mai nelle pastorali Gesù è detto esplicitamente
“Figlio di Dio”, mentre Dio è detto “Padre” in 1Tm 1,2; 2Tm 1,2; Tt 1,4. A partire da
1,1, compare due volte nella 2Tm “Cristo Gesù”, che solo nel versetto successivo, è
detto “kýrios nostro”. Paolo, come suo apostolo, deve annunciare la promessa della
vita “in Cristo Gesù”, insieme alla paternità di Dio. L’espressione en Christô è molto
più frequente in 2Tm mentre manca in Tt (cfr. 1Tm 1,14; 3,13; 2Tm 1,1.9.13; 2,1.10;
3,12.15). Cristo è come la sorgente dove attingere la vita (2Tm 1,1.10), la grazia (2Tm
1,2s.9; 2,1; 4,22), la pístis-fede (2Tm 1,5.13; 2,18.22; 3,8.10.15; 4,7), l’agápe (2Tm
1,7.13; 2,22; 3,10), la salvezza (2Tm 1,10; 2,10; 3,15), con l’avviso che quanti
vogliono “vivere pienamente in Cristo Gesù”, saranno perseguitati.

In 2Tm 1,8.16.18; 2,7.22.24; 3,11; 4,8.17s.22 c’è un riferimento al kýrios che indica
Gesù, il Cristo, ma senza far menzione di questi due nomi. “Il Signore” certamente
darà intelligenza sufficiente a Timoteo per capire le parole di Paolo. Timoteo non deve
vergognarsi della “testimonianza da rendere al Signore”. “Il Signore” conceda
misericordia, come ricompensa per i servizi resi, in Efeso, alla famiglia di Onesìforo.
Timoteo deve fuggire le sua passioni giovanili e cercare invece le grandi virtù della
giustizia e pace insieme a tutti “quelli che invocano il Signore” con il cuore puro. Uno
“schiavo” autentico “del kýrios”, come è Paolo, come deve essere Timoteo e qualsiasi
altro vescovo o presbitero, deve imitare Gesù che era mite, atto a insegnare e
paziente nelle offese. È necessario ad ogni schiavo, come Paolo, sapere che “il
Signore” libera, perché è capace di farlo, se vuole, da ogni persecuzione e sofferenza
affrontata per rendergli testimonianza. “Il Signore”, che è “giusto giudice”, a Paolo
consegnerà, alla fine, la corona di giustizia, e non solo a lui ma a tutti coloro che
attendono la rivelazione della sua signoria. Anche in 4,22 che è l’ultimo versetto: “Il
kýrios”, senza dire chi è, “[è/sia] con il tuo spirito”. Timoteo si senta in presenza
continua del Signore e non tema, perché non ci sono persone più potenti e buone di
Gesù, il Cristo.

Conoscenza e verità
Questo tema, composto dal verbo oîda, “so” e dal sostantivo alétheia, la “verità”
ricorre complessivamente in 11 versetti. Per primo ricorre il verbo “sapere”.
In 2Tm 1,12 Paolo dice di non vergognarsi, presumibilmente in quanto araldo, apostolo
e maestro perseguitato del vangelo e ne dà la ragione: “so infatti a chi ho creduto” ed
è “convinto” che Gesù, perché Cristo e Signore, “è capace” di conservare il suo
deposito fino al giorno del premio. In 1,15 ricompare oîda riferito a Timoteo: “tu sai”. E
qui Paolo spiega che cosa suo figlio deve sapere: come “tutti quelli dell’Asia” lo hanno
abbandonato. Timoteo invece deve continuare ad essere, senza timidezza, uno
“scrupoloso dispensatore della verità” (2,15) dalla quale, molti anche ad Efeso, e tra
loro Imenèo e Filèto, due falsi maestri, hanno deviato, sostenendo che la risurrezione è
un evento del passato (cfr. 2,18). “Sapendo” le contese che provocano nella comunità,
Timoteo deve evitare le discussioni sciocche e non educative (2,23) e allo stesso
tempo deve essere dolce nel riprendere gli oppositori nella speranza che “riconoscano
la verità” (2,25). Timoteo deve guardarsi bene da certi tali che approfittano di
donnicciole, che sfruttano, e che stanno sempre lì ad imparare senza riuscire mai a
raggiungere “la conoscenza della verità” (3,7), alla quale invece si oppongono,
sull’esempio di Iannes e Iambres oppositori di Mosè (3,8). Timoteo invece deve restare
saldo in quello che ha imparato, e di cui è convinto “sapendo da chi” l’ha appreso
(3,14), avendo “conosciuto” e quindi sapendo, fin dall’infanzia passata in casa, con la
mamma e la nonna, le sacre Scritture (3,15).

Paolo conclude con amarezza il suo discorso sulla sana dottrina e sulla verità in 2Tm
4,4: giorno verrà in cui, per prurito di sentire sempre delle novità, gli uomini, compresi
i credenti, si circonderanno di maestri secondo le voglie del momento, rifiutandosi di
“dare ascolto alla verità” per rivolgersi alla mitologia.

Molti e di più
Rispetto alle altre due lettere pastorali, anche l’aggettivo polýs, “molto” ricorre di più
in 2Tm.

La prima volta è in 2,2, dove Paolo rammenta a Timoteo le cose già “udite da me in
presenza di molti testimoni”. Le stesse ora Timoteo le deve trasmettere,
pubblicamente, a persone fidate le quali, a loro volta le insegneranno ad altri. In 2,16,
a Timoteo, Paolo scrive invece di evitare chiacchiere profane, perché tendono a “far
crescere sempre di più nell’empietà” sia chi le dice che quanti le ascoltano. Costoro
non progrediranno “di più” nella fede, ma la stoltezza che li bolla sarà manifesta a
tutti (3,9).

Anche ad Alessandro, il ramaio di Efeso, che a Paolo ha procurato “molti mali”, il


Signore Dio renderà secondo le sue opere (4,14).

Dare amore
Anche questo tema, composto dal verbo dídomi, “dare, donare” e dal sostantivo
agápe, “amore”, con 11 ricorrenze complessive in 9 versetti (1,7 – 3,10), è più
frequente in 2Tm che in 1Tm e Tt.

Paolo istruisce Timoteo su un evento fondamentale: Dio “non ci ha dato” uno spirito di
timidezza, ma di forza, “di amore” e di autocontrollo. Infatti, in Gesù Cristo ci “è stata
data” la grazia di Dio che ci salva non in base alle nostre opere. Come prototipo,
Timoteo prenda dunque le parole stesse udite personalmente da Paolo “in fede e
agápe in Cristo Gesù”.
Il Signore Gesù “doni misericordia” anche a Onesìforo con la sua famiglia. Gli “doni di
trovare misericordia presso Dio” nel giorno del giudizio.

Lo stesso Signore Gesù, a Timoteo “darà intelligenza” per non essere passionale e per
cercare invece l’agápe assieme alla fede e alla giustizia e anche alla dolcezza nel
riprendere, nella speranza che “Dio voglia loro dare di convertirsi” chi si oppone alla
verità.

In sintesi, in 2Tm sono maggiormente distaccati, e trattati con maggiore insistenza in


comparazione alle altre due lettere pastorali, alcuni temi comuni come: il dialogo
intenso a due, “io e te”, che come protagonista principale ha Paolo apostolo, il
mittente della lettera, che probabilmente è in una prigione di Roma dove ha subito un
processo, abbandonato da tutti. Paolo si rivolge ora a Timoteo come a un figlio, ma
anche fratello minore e lo invita a visitarlo, partendo probabilmente da Efeso dove
Paolo lo ha lasciato e dove esercita un ministero di insegnamento e vigilanza su altri
vescovi e presbiteri, o maestri di una dottrina che deve essere sana, con al centro la
messianicità e signoria di Gesù.

Tutta la lettera è dunque un dialogo “in Cristo Gesù” il Signore. Questa è la verità
centrale da conoscersi, e da trasmettere con fede e amore, misericordioso anche
verso gli oppositori della verità e che si perdono in miti.

Un vocabolario riservato
La 2Tm ha un lungo vocabolario specifico ed esclusivo, sia rispetto al resto del corpus
paulinum che del NT e dell’intero AT greco. Si tratta di 41 termini presenti in 28
versetti (cfr. quelli che non trattiamo e che sono: 2Tm 1,7s.16; 2,3s.14s.25s;
3,2.13.16s; 4,6.19).

I versetti con più di una parola esclusiva sono 13:

1,5: due nomi femminili greci, Loide, “gradevole, gradita”, la nonna e Eunice, “bella
vittoria”, la madre, corrispondono a due signore ebree, la prima più giovane, mai
ricordate altrove nella Bibbia.

1,15: Figelo, “piccolo fuggitivo” ed Ermegene, “nato fortunato” o “nato da Mercurio”,


sono altri due nomi, greci ma provenienti dall’Asia minore ellenista (attuale Turchia);
sono tra quelli che hanno abbandonato Paolo (forse) a Roma.

2,5: qui è usato due volte il verbo athléo, che evoca sia l’atletica come ogni genere di
competizione: anche nelle gare atletiche, scrive Paolo, la corona non la riceve chi non
compete, ma solo chi ha lottato secondo le regole.

2,17: la parola di alcuni insegnanti falsi cristiani si propaga come una gángraina, cioè
“una cancrena”; fra questi diffusori di necrosi c'è Fileto, che pure è un nome grazioso,
in quanto significa “amato, più che un amico”. Non è menzionato altrove, neppure
nella 1Tm.

2,24: uno schiavo del Signore Gesù, non deve essere litigioso ma épios, “gentile” e
ancora di più, anexíkakos, “paziente nelle difficoltà”, senza covare risentimenti.
3,3: a Efeso, ma non solo ci sono alcuni áspondoi, “sleali”, altri anémeroi, “indomabili,
selvaggi”; altri ancora aphilágathoi, “senza amore al bene”.

3,4: altri poi sono philédonoi, “amanti di piaceri” anziché philótheoi, “amanti di Dio”.

3,6: a questa tipologia appartengono gli endýnontes, “coloro che si introducono nelle
case”, discretamente, per accalappiare le gynakária, “donnette”.

3,8: sull’esempio di “Iannes” e “Iambres”, dell’AT ma che incontriamo qui e l’ultima


volta, tutti costoro sono mentalmente corrotti in materia di fede e della sana dottrina.

4,3: verrà un giorno però in cui “coloro hanno il prurito” (knethómenoi) nell’udito,
“accumulano” (episoreúsousin) maestri che soddisfino le voglie più che la sete di
verità.

4,10: “Crescente”, forse da Roma va a Tessalonica, mentre Tito, si reca in “Dalmazia”,


regione sull’Adriatico. Viaggi per terra e per mare erano piuttosto frequenti tra gli
amici e collaboratori di Paolo.

4,13: A Timoteo Paolo chiede di portargli “il mantello” (tòn phailónen) e “le
pergamene” (tàs membránas, le membrane) lasciate nella casa di Carpo a Troade.

4,21: Paolo mette fretta a Timoteo perché parta, per Roma presumibilmente, prima
dell’inverno, quando la navigazione è ufficialmente ancora aperta. Invia i saluti di
Eubùlo, “prudente, di buona volontà”; di Pudente, un nome latino che ha a che vedere
con il pudore; di Lino, “una rete”; di una donna, Claudia, la “zoppa”: di questi
personaggi non si parla altrove nella Bibbia. Probabilmente costoro sono tutti a Roma
e Timoteo ha avuto modo di conoscerli nel suo passato in compagnia di Paolo.

In sintesi, la precisione dei nomi propri e dei tanti comuni rende la 2Tm diversa anche
nei contenuti storici e geografici rispetto alla 1Tm e a Tito.

Parole che descrivono personaggi da un punto istituzionale o ecclesiale sono unici in


2Tm. Se per questo non è possibile sapere di più, già nomi e appellativi o qualifiche
fanno pensare ad una pastorale evoluta e critica rispetto a scuole teologiche diverse.

Assenze significative
Nelle altre 12 lettere del corpus paulinum, ci sono parole comuni o quasi a tutte,
mancanti però in 2Tm: nómos, per esempio, ricorre 121 volte soprattutto in Romani
(74 volte) e in Galati (32) ma non compare mai in 2Tm. Neppure c’è traccia della
preposizione hypér, “per”, presente in ciascuna delle altre 12 lettere, per un totale di
101 volte (34 in 2Cor; 17 in Rom; 3 in 1Tm e 1 in Tt). Da 2Tm sono assenti: sárx,
“carne” (91); sôma, “corpo” (91); gyné, “donna” (64); anér, “marito” (59). Non sono
menzionate le “vedove”.

Mancano accenni all’arte dello “scrivere” e del “leggere”, è importante però l’accenno
alla “Scrittura” in 2Tm 3,16.

In 2Tm mancano riferimenti all’ekklesía (62), alla “casa” e all’“edificare”; al


“mangiare”; alla “circoncisione”; alla “profezia”; alla “gioia” e alla “tristezza”; alla
“speranza”; alla “croce” e al “crocifisso”; alla parresía, il “coraggio di dire tutta” la
verità. Mancano anche riferimenti alla “paura”.

In conclusione, ci si potrebbe chiedere se realmente sia lo stesso Paolo di Romani, di


1/2Corinti o Galati, lo scrittore di 2Timoteo – o anche di Efesini e della 1Timoteo, dato
che anche queste 2 lettere sono destinate ad chiesa in Asia minore, Efeso, città che è
storicamente erede di una dottrina pastorale di origine paolina ma già molto elaborata
a vantaggio di una gerarchia nascente.

Angelo Colacrai, Pontificia Università Gregoriana – Sociedad Bíblica Católica


Internaciónal, Madrid