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FACOLT TEOLOGICA DI SICILIA

STUDIO TEOLOGICO S. PAOLO


- CATANIA -



Chiar.mo Prof. ATTILIO GANGEMI

_______
_______
Ezio Coco

Anno Accademico 2004 / 2005
ESEGESI NT:

S. PAOLO E LETTERE
APPUNTI DELLE LEZIONI
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
2



Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
3
Triennio Teologico 2 anno secondo semestre Ges Redentore delluomo

Programma del Corso di Studi in
ESEGESI NT: S. PAOLO E LETTERE
1


1. La figura di Paolo nelle Lettere e nel libro degli Atti degli Apostoli;
2. Sviluppo del pensiero paolino attraverso le varie lettere;
3. Paolo e la tradizione primitiva;
4. Esegesi di Filippesi 22,6-11.5;
5. Le tematiche delle due lettere ai Corinzi;
6. Le lettere ai Romani e ai Galati: il problema generale; il tema del su-
peramento della legge della giustificazione in Cristo; esegesi di Ro-
mani 5,1-11.7. La lettera agli Efesini: il mistero nascosto nei secoli;
esegesi di Efesini 1,3-14.18. La lettera agli Ebrei: il sacerdote secon-
do lordine di Melchisedek; esegesi di Ebrei 5,1-10 ed Ebrei 10,1-18.

Testi:

A. ROBERT - A. FEUILLET, Introduction la Bible, II, Descle, Tournai 1959;
S. CIPRIANI, Le Lettere di Paolo, Cittadella, Assisi 1991;
Dispense del professore.
prof. ATTILIO GANGEMI



1
STUDIO TEOLOGICO SAN PAOLO, Annuario 2004-2005, Tipolitografia Anfuso, Catania
giugno 2004, 62.
PS: Per visualizzare e stampare correttamente questo documento nelle parti di testo in
greco bisogna installare necessariamente un font che si trova nel CD di Bibleworks 6.0
ed il seguente: X:\BWGRKN.TTF, e per le parti di testo in ebraico o aramaico il
file X:\BWHEBB.TTF (dimensione carattere 18), dove per X si intende il nome
della periferica del lettore CD.
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PREMESSA

Questi appunti sono il risultato delle le-
zioni tenute dal professore ATTILIO GANGEMI
presso lo Studio Teologico S. Paolo di Cata-
nia nellanno accademico 2004/2005. Per o-
nest intellettuale e per volere dello stesso
professore non sar corretto fare ulteriori co-
pie senza il permesso del docente sopra citato,
e il presente elaborato ad uso esclusivo della
classe.
Per facilitare lo studio sono state riporta-
te a pi di pagina le varie citazioni bibliche.
Durante lo studio ci si potr imbattere in
errori di grammatica o di sintassi causati da
errori di battitura del sottoscritto.
Buono studio e buona preghiera.
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Marted 15 febbraio 2005, ore 10,30 / 12,15

PRESENTAZIONE DELLE LETTERE PAOLINE

Per epistolario paolino intendiamo le tredici lettere pi la quattor-
dicesima che la lettera agli Ebrei. Questultima non si lega direttamente
allepistolario paolino, vedremo infatti che essa non n lettera e n di
Paolo; tuttavia essa appartiene alla tradizione paolina.
Possiamo distinguere nellepistolario paolino le seguenti parti:
1 - le lettere pi antiche: 1 e 2 ai Tessalonicesi;
2 - le due lettere ai Corinzi, anche se si ha il sospetto che le lettere ai Co-
rinzi siano state quattro e le nostre prima e seconda in realt sarebbe-
ro la seconda e la quarta. Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo accen-
na ad uno scritto anteriore, di cui non sappiamo nulla, nella seconda
ai Corinzi, parla di una lettera tra le lacrime e perci una lettera du-
ra e anche amara. Non sappiamo dir di pi, la chiesa primitiva non ce
le ha tramandate e se realmente ci sono state, sono andate perdute;
3 - Le due lettere ai Galati e ai Romani. Le mettiamo insieme perch
sviluppano, come diremo, lo stesso argomento;
4 - Le lettere della prigionia. Le chiamiamo cos perch da qualche ac-
cenno appare che Paolo abbia scritto queste lettere mentre era in car-
cere, anche se bisogna forse distinguere tra le varie prigionie. Le let-
tere della prigionia sono: Filippesi, Colossesi, Efesini. Sembra che la
lettera ai Filippesi sia stata scritta durante la prigionia ad Efeso, men-
tre Colossesi ed Efesini durante la prigionia romana.
5 - Le lettere pastorali: esse sono rivolte non a delle Chiese, ma a per-
sonaggi particolari, specificamente due lettere a Timoteo ed una a Ti-
to. Questi personaggi, della scuola paolina si apprestano a subentrare
nellattivit apostolica, a loro lapostolo rivolge uno scritto con delle
indicazioni: come assolvere il ministero apostolico;
6 - Rimane la tredicesima lettera che piuttosto un bigliettino molto bre-
ve: la lettera a Filemone che si esaurisce in un solo capitolo. In que-
sta lettera, Paolo si rivolge ad un certo Filemone esortandolo ad ac-
cogliere benevolmente uno schiavo, certo Onesimo, che era scappato
dalla sua casa. Per gli schiavi fuggitivi era prevista la croce, questo
schiavo si rifugi da Paolo, si convert alla fede cristiana e Paolo pur
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rivendicando il diritto di poterlo tenere avendolo rigenerato alla fede
preferisce rimandarlo a Filemone perch lo accolga non pi come
schiavo ma come fratello in Cristo. Paolo non rivolge a Filemone una
semplice preghiera, ma addirittura un comando essendo Filemone de-
bitore a Paolo della sua rigenerazione cristiana. Questo bigliettino
importante per la nuova dimensione che esso contiene e che Paolo ha
gi sancito nella lettera ai Galati: in Cristo non c pi n Giudeo,
n Greco, ne schiavo, n libero, n uomo, n donna, ma in Cristo
tutti una cosa sola. La fede cristiana non aveva il potere di abolire la
schiavit come fenomeno sociologico, ma ne espresse la sua incom-
patibilit con il messaggio di Ges.

In questo passaggio facciamo un brevissimo accenno alla lettera
agli Ebrei. Riteniamo che non sia lettera perch pur non essendo uno
scritto non rivela il carattere epistolare. Confrontando linizio Ebrei con
linizio delle altre lettere paoline, mancano mittente, saluti destinatari, ti-
pici invece di uno scritto epistolari. Confrontando ad esempio con la lun-
ga introduzione della lettera ai Romani, in questa lettera Paolo d il mit-
tente: Paolo apostolo di Ges Cristo, d i destinatari al verso 7: a tut-
ti quelli che sono in Roma, introduce i saluti: grazia e pace da Dio Pa-
dre nostro e dal Signore nostro Ges Cristo.
Al contrario Ebrei entra subito in argomento: in molti modi ed a
pi riprese Dio avendo parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultima-
mente in questi giorni (che sono) gli ultimi, parlo a noi in [uno che ] Fi-
glio per natura.
Nelle sue lettere Paolo dedica un certo spazio ai saluti, talora an-
che nominando delle persone particolari, citiamo una lettera qualsiasi,
Colossesi, ai saluti sono dedicati ben nove versetti, indicando sia le per-
sone che mandano a salutare, sia le persone che bisogna salutare. In Ebrei
non si ha nulla di tutto ci, c una frase di saluto nei versi 22-25, ma
questi versi risultano strani dopo la solennissima chiusura che citiamo:
il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il pastore grande delle
pecore, in virt del sangue di una alleanza eterna, vi renda perfetti in
ogni bene operando in voi ci che a lui gradito per mezzo del Signore
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Ges Cristo al quale sia lode e gloria nei secoli dei secoli, Amen. un
epilogo dove lautore riprende in maniera ampia i temi trattati, introduce
una dossologia con lamen finale, e questa lottima conclusione di una
omelia. I versi 22-25 dopo questo epilogo hanno un carattere frettoloso,
epistolare che stride con la solennit dellepilogo precedente. Oggi si
del parere di individuare negli ultimi versi un cosiddetto bigliettino di ac-
compagnamento che nulla vieta di poterlo attribuire a Paolo, il quale a-
vrebbe fatto sua questopera e lavrebbe inviata con la sua autorit alle
varie chiese, corredata da quel bigliettino epistolare, il copista seguente
avrebbe poi messo tutto insieme.
Detto in soldini la lettera agli Ebrei sembra essere un discorso o-
ratorio, una omelia, come la prima lettera di Giovanni, pronunziata in
contesto liturgico, eucaristico, come rivela la frequente menzione del
sangue di Ges: fondamento della nuova alleanza. Sembra addirittura che
la lettera agli Ebrei si costruisca sul fondamento della formula della isti-
tuzione del calice, il sangue della nuova alleanza.
Restando ancora nella lettera agli Ebrei essa non pare che sia di
Paolo. Emerge anzitutto un diverso stile, nella lettera agli Ebrei tutto
preciso, proporzionato, anche le parole appaiono studiate, a differenza
dellepistolario paolino dove invece lapostolo rivela una certa irruenza e
qualche volta assume anche toni violenti. Ma talora nel suo epistolario,
Paolo che pensa pi veloce di quanto quel povero scriba non riesca a
scrivere, o anche nella foga dei pensieri, capita che Paolo lascia aperti ar-
gomenti che aveva introdotto e che per noi sono veramente dei rompica-
po (ad esempio: Rom 5; 2Ts 2). Tuttavia la lettera agli Ebrei si radica nel-
la teologia paolina, basti citare il capitolo terzo della lettera ai Romani
(3,24-25) dove Paolo scrive: giustificati gratis mediante la Sua grazia
per mezzo della Redenzione in Ges Cristo che Dio costitu pubblica vit-
tima di espiazione per mezzo della fede mediante il Suo sangue. Il testo
citato della lettera ai Romani rivela un carattere fortemente sacrificale sul
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quale per non il momento di entrare. Accanto alla lettera ai Romani
possiamo citare limportanza che assume il sangue di Cristo nella lettera
agli Efesini. Concludiamo dicendo che lautore della lettera agli Ebrei
parte dalle premesse della soteriologia paolina e tira una conseguenza di
fondamentale importanza: Ges sacerdote.

I CONTENUTI

Scorrendo le lettere paoline possiamo grosso modo individuare
quattro tappe della sua riflessione.
1 - La prima tappa nelle due lettere ai Tessalonicesi, nelle quali Paolo
dipende pi direttamente dalla tradizione sinottica, in conformit ai
Vangeli sinottici, soprattutto Matteo. In questa lettera Paolo si apre
alla prospettiva escatologica del ritorno del Signore e infatti come te-
stimoniano i Vangeli, la predicazione primitiva si apr allannunzio
del ritorno del Signore.
2 - Il secondo stadio rappresentato dalle lettere ai Corinzi, ma anche
allinterno di queste due lettere bisogna introdurre una distinzione tra
la prima e la seconda lettera. Nella seconda Paolo difende la legitti-
mit del suo ministero apostolico messo in crisi dai giudaizzanti che
non avevano accettato, anzi avevano visto come un tradimento la
conversione di Paolo alla fede cristiana. Questo problema sar anche
forte nella lettera ai Galati, ma di ci parleremo in seguito. La prima
lettera ai Corinzi, invece, mira a risolvere alcuni problemi sorti
allinterno della comunit cristiana; fin dalle prime battute Paolo rive-
la il problema che lo affligge. In 1,11 leggiamo: mi stato riferito
da parte della gente di Gloe che ci sono divisioni tra di voi nel fatto
che alcuni dicono: io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di Ce-
fa, io sono di Cristo. Con molta sorpresa Paolo si chiede: forse che
Cristo stato diviso? Oppure Paolo stato crocifisso per voi? oppu-
re nel nome di Paolo siete stati battezzati?. Ma lapostolo rivela la
vera causa di queste divisioni ed esordisce citando Isaia 29 con Pro-
verbi 33,10: disperder la sapienza dei sapienti e rifiuter
lintelligenza degli intelligenti, c un difetto grave che nasce dalla
non accettazione di Cristo, e infatti i giudei cercano i miracoli e i gre-
ci cercano la sapienza. Per i giudei che cercano i miracoli la croce ap-
pare debolezza, per i greci che cercano la sapienza la croce appare
stoltezza. La croce pu essere debolezza, ma quello che debolezza
di Dio pi forte degli uomini, e quello che stoltezza pi alto del-
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la sapienza umana. Nel verso 23 Paolo dichiara: noi annunziamo il
Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, ma il
Cristo crocifisso la potenza di Dio e la sapienza di Dio. Riassu-
mendo in poche parole Paolo dichiara che le divisioni ci sono perch
non si accetta lo scandalo della Croce e la stoltezza della Croce. E-
merge un punto centrale delle teologia paolina che sar anche centrale
nella teologia giovannea: il Cristo crocifisso centro di unit. Riassu-
mendo ancora questa incomprensione del Cristo crocifisso si ha per-
ch i cristiani, giudei e pagani, sono rimasti nei loro ragionamenti
carnali e non sono divenuti spirituali. Paolo sembra dire che il Cristo
crocifisso si pu capire solo mediante lo Spirito. Concluder poi nel
capitolo 3 che i Corinzi si rivelano carnali quando dicono: io di Pao-
lo, io di Apollo, ecc. Paolo si chiede, ma chi Paolo? ma chi Apol-
lo? e risponde che sono strumenti in base a quello che Dio ha conces-
so, e conclude nel verso 3,6 con la famosa frase: io ho piantato, A-
pollo ha irrigato, ma Dio che d incremento. Questo problema
dellunit sar poi ripreso nel capitolo 11 dove Paolo rimprovera il
fatto che i cristiani portano divisioni l dove non dovrebbero esserci,
cio nella Cena del Signore. Conosciamo i problemi storici che lo
spezzare eucaristico era legato a dei banchetti e l un pochino emer-
geva la voracit di ognuno dimenticandosi degli altri. Questo tema
dellunit torna nel capitolo 12 con i carismi che possono diventare
motivo di divisione mentre sono finalizzati alla crescita del corpo. Ma
qui Paolo introduce la descrizione del ,atca (carisma), il dono
concreto, superiore. Un altro problema che angustiava i Corinzi era il
fatto della Resurrezione, difficilmente comprensibile alla mentalit
greca come emerge dal fallimento di Paolo allareopago di Atene (At-
ti 17) e la difficolt nasceva dal fatto che i greci erano di mentalit
neoplatonica e perci lideale platonico era quello della liberazione
dellanima dalla sua prigione del corpo, e per i greci resurrezione va-
leva il ritorno dellanima nella prigione del corpo, e ci era in antitesi
al loro ideale. In realt non lanima che v ad imprigionarsi nel cor-
po, ma il corpo che viene elevato alla stessa gloria divina. Paolo
partir citando la fede primitiva secondo la quale levento della Ri-
surrezione indiscusso ed indiscutibile. Altri problemi pi concreti
saranno il problema dellincestuoso nel capitolo quarto. Nel capitolo
7 il problema della verginit su cui non entreremo in merito.
3 - Passando adesso alle lettere ai Galati ed ai Romani, Paolo abbandona
quasi del tutto il tema del ritorno del Signore che aveva gi abbando-
nato in parte nelle lettere ai Corinzi. Il problema di Galati e Romani
quello della separazione, per dir cos, della Chiesa dalla Sinagoga. Il
cristiano ormai libero dalla legge e per il cristiano la salvezza non
nellosservanza della legge mosaica, bens nella fede in Cristo, anzi la
legge giudaica era causa di peccato e viene superata. Qui noi abbiamo
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il richiamo al Concilio di Gerusalemme (atti 15) che sancisce la liber-
t dalla legge e qui troviamo il richiamo ai due oracoli fondamentali:
Geremia 31 ed Ezechiele 36.
4 - La quarta tappa segnata dalle due lettere: Efesini e Colossesi.

Sabato 19 febbraio 2005, ore 08,30 / 10,15

Sono fondamentali le lettere della prigionia: di Filippesi quello
che centrale linno cristologico che Paolo propone nel capitolo 2. A
riguardo per dobbiamo fare una distinzione letteraria: nelle lettere pao-
line distinguiamo tra parti dottrinali e parti parenetiche. Le parti dottrinali
sono quelle parti in cui lapostolo presenta in maniera descrittiva una dot-
trina. Le parti parenetiche sono quelle parti dove lapostolo esorta i fede-
li, magari deducendo la sua esortazione da principi teologici fondamenta-
li, per esempio i capitoli 12-16 della lettera ai Romani sono tutta parenesi
che consegue alla esposizione dottrinale dei primi otto capitoli. La lettera
ai Filippesi tutta parenetica la lettera di un apostolo che in attesa di
giudizio (probabilmente ad Efeso) e non sa se lo aspetta la sentenza di
morte o una liberazione. Dir nella stessa lettera che per lui vivere
Cristo e morire un guadagno. Nella stessa lettera Paolo rivela il suo
animo quando dice di non sapere cosa desiderare: augurarsi cio una
sentenza di morte, e allora per lui significa essere con Cristo oppure
continuare a vivere per essere di aiuto ai cristiani. In questo sfondo pare-
netico si colloca linno cristologico introdotto non come fredda esposi-
zione dottrinale, ma come il modello di comportamento che i cristiani
hanno davanti ai loro occhi.
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Le lettere agli Efesini ed ai Colossesi rappresentano uno stadio di maturi-
t di pensiero dellapostolo. Tra le due lettere c pero qualche differenza
di prospettiva. Detto in parole povere, Colossesi pi cristologica: di
fronte a tendenze di risucchio al giudaismo ed alle prescrizioni legali,
Paolo ripropone la figura di Ges come fondamento. Due parti soprattut-
to nella lettera ai Colossesi sono importanti: anzitutto linno cristologico,
dove Paolo sottolinea la fondamentale Signoria di Cristo, e prima di in-
trodurre questinno, Paolo eleva un ringraziamento al Padre che ci ha resi
degni di prendere parte della eredit dei santi nella luce. Continua ancora
sottolineando che Dio per noi (Col 1,12-13) ha operato un esodo, cio ci
ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel Regno del Figlio
Suo, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. No-
tiamo in questa breve riflessione tre aspetti, progressivamente restringen-
ti, c nello sfondo la grandiosa vocazione da parte di Dio: ci ha chiamati
a partecipare alla sorte dei santi nella luce. Poi la prospettiva si restringe,
ci avvenuto perch Dio ha operato un esodo, cio ci ha liberati dal po-
tere delle tenebre e ci ha trasferiti nel Regno del Figlio Suo. Tutto ci pe-
r avvenuto mediante unopera di redenzione. a questo punto che Pa-
olo introduce il suo inno che sottolinea la assoluta centralit di Cristo. Di
questinno che sarebbe complessissimo faccio notare solo una cosa: scri-
ve Paolo a riguardo di Cristo che Egli limmagine del Dio invisibile.
Notiamo la parola immagine (.t-a|), salvo errore essa deriva da Genesi,
in Genesi 1,26 Dio dice: facciamo luomo a nostra immagine secondo
nostra somiglianza. Cos il testo ebraico
: .-:: .:s: :s c.. :s :s, la versione
greca probabilmente ha alla base un errore scribale, per cui traduce a
nostra immagine e a nostra somiglianza, la lettura originale sembra es-
sere quella del testo ebraico.
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Luomo genesiaco creato ad immagine di Dio, ma non una pie-
na immagine, una immagine secondo una somiglianza. Paolo depenna la
seconda parola genesiaca e lascia soltanto la parola immagine sottoline-
ando cos che il Dio invisibile trova la piena manifestazione nel Signore
Risorto; in Lui, Dio si manifesta pienamente.
Restando ancora nella lettera ai Colossesi importante la centrali-
t di Cristo nella vita cristiana, qui sembra che Paolo proponga come ide-
ale di vita cristiana quello che possiamo chiamare il coinvolgimento mi-
stico del cristiano dove mistico significa compartecipazione al mistero.
Il culmine in Colossesi 3, 1-3: se siete con-risorti a Cristo, cercate le
cose di lass dove Cristo siede alla destra di Dio, siete morti la vostra
vita nascosta con Cristo in Dio e quando apparir, apparirete anche
voi con Lui nella gloria. In questo brano noi abbiamo due parti con tre
aspetti ciascuno, la prima parte ha tre aspetti che ricalcano il cammino
dellesodo:

1. punto di partenza:
coinvolgimento nella
Resurrezione di Ges;
2. cammino intermedio;
3. termine del cammino.

1 - Il punto di partenza la compartecipazione alla resurrezione
di Ges, notiamo lespressione: cu|,.. a Xtca. Salvo errore,
questa frase non dovrebbe essere tradotta se siete risorti con Cristo,
ma se siete con-risorti a Cristo: in questo modo si sottolineano due co-
se: coinvolgimento nel mistero (cu|,..) e finalizzazione
(a Xtca). Laoristo richiama levento preciso battesimale, nel quale
il cristiano, da una parte stato coinvolto nel mistero della resurrezione,
ma insieme stato finalizzato a Cristo.
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2 - Il cammino intermedio contenuto nella frase: le cose di
lass, cercate [,.t.]. Il verbo cercate un imperativo presente che
esprime azione abituale e continua: il cristiano finalizzato a Cristo stato
proiettato verso le cose di lass, di conseguenza la vita cristiana diventa
una continua e costante ricerca. Limperativo presente non comanda
linizio della ricerca, ma la perseveranza nella ricerca. Ci potrebbe ri-
chiamare per antitesi il cammino dellesodo: il popolo liberato dallEgitto
fu orientato verso la terra promessa, ma nel cammino verso la terra pro-
messa pi di una volta bram tornare indietro rimpiangendo lEgitto.
Lesortazione paolina sembra contenere una tacita allusione nella vita
cristiana alla tentazione che si prova a tornare indietro. Lesortazione
perci mira a far superare questa tentazione.
3 - Il termine del cammino indicato dalle parole: dove Cristo
alla destra di Dio sedente.

Marted 22 febbraio 2005, ore 10,30 / 12,15

Segue subito dopo unaltra triade con i seguenti elementi:

1. siete morti;
2. la vostra vita nascosta con Cristo in Dio;
3. quando apparir, apparirete anche voi con Lui nella gloria.

In queste due triadi emerge applicato alla vita del cristiano tutto il
mistero di Ges. La prima triade sottolinea gli aspetti della Resurrezione
e della ascensione, la seconda triade sottolinea gli aspetti della morte e
della sepoltura. La dimensione mistica del cristiano, come coinvolgimen-
to del mistero di Cristo, gi era stata proposta, bench in maniera pi li-
mitata nel capitolo 6 della lettera ai Romani, versetto 3, dove Paolo scri-
ve: quanti siamo stati battezzati in Cristo [.t; Xtce|] alla Sua morte
siamo stati battezzati. Possiamo notare in questa frase uno schema con-
centrico:
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1 - quanti siamo stati battezzati;
2 - .t; Xtce|;
3 - .t; e| a|ae| (verso la Sua morte);
4 - siamo stati battezzati.

Questa frase d il senso dellevento battesimale come finalizza-
zione e orientamento a Cristo, pi specificamente alla Sua morte: il cri-
stiano che viene battezzato consacrato e finalizzato a condividere la
morte di Ges. Continua ancora Paolo: siamo stati consepolti a Lui per
mezzo del battesimo verso la Sua morte perch come Cristo risorto per
mezzo della gloria del Padre cos anche noi possiamo camminare in no-
vit di vita.
Emergono in questo testo tre aspetti del mistero di Cristo:

1. morte;
2. sepoltura;
3. resurrezione.

Emerge per una differenza tra il mistero di Cristo e la vita cri-
stiana: mentre per Cristo prima c la morte e poi la sepoltura, per il cri-
stiano si verifica il contrario: prima sepolto nel battesimo poi consa-
crato alla morte. Ma possiamo notare un parallelismo:

1 siamo stati con sepolti
2 verso la morte
1 come Cristo risorto
2 camminiamo in novit di vita

Si direbbe da questo schema che la novit cristiana, e quindi la
partecipazione alla resurrezione, coincida con la propria finalizzazione
alla morte di Cristo.
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LETTERA AI FILIPPESI

Linno ai Filippesi si colloca in un contesto parenetico, ed pre-
ceduto in 2,1-5 da una introduzione parenetica in quattro parti:

1. la prima parte costituita da quattro frasi condizionali:
a. se qualche conforto in Cristo;
b. se qualche consolazione di carit;
c. se qualche comunione di spirito;
d. se qualche [?] (viscere di commozione e di misericordie);

2. segue la seconda strofa in cui Paolo tira le conseguenze dalle
condizionali precedenti:
rendete piena la mia gioia;
a. s da bramare;
b. la stessa carit avendo;
c. lunica cosa bramando;

3. la terza strofa indica il modo di come i cristiani debbano com-
portarsi nel bramare lunica cosa:
a. niente secondo orgoglio;
b. ne secondo vana gloria;
c. ma con brama della condizione del misero;
d. a vicenda ritenendovi superiori a s stessi;

4. lultima strofa contenuta nel verso 4:
a. n le proprie cose ciascuno considerando;
b. ma anche ciascuno quelle degli altri.

In questa introduzione di indole parenetica notiamo un progresso
di tre frasi:

1. s da bramare la stessa cosa;
2. lunica cosa bramando;
3. ma con brama della condizione del misero.

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Quello che abbiamo tradotto con bramare corrisponde al verbo:
|e|.a. Quello che abbiamo tradotto con brama della condizione del
misero corrisponde al termine: a:.t|e|ecu|. Paolo esorta prima di
tutto i cristiani a bramare la stessa cosa, ma la stessa cosa che i cristiani
debbono amare unica e non c ne sono altre. Questunica cosa ap-
punto la a:.t|e|ecu| cio la brama della condizione del misero. Si
potrebbe obiettare a Paolo se ci non sia autolesionismo: lo se mancas-
se lesempio costringente di Ges. Per questo motivo introduce linno
con cui egli spiega la condizione di brama del misero.
Lo introduce con una frase: questo bramate che [fu] anche in
Cristo Ges.

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FILIPPESI 2,1-11
2,1
Et t; eu| :aa-ct; .| Xtca,
(se qualche conforto in Cristo)
.t t :aaute| a,a:;, (se qualche conforto di carit)
.t t; -et|a|ta :|.uae;, (se qualche conforto di Spirito)
.t t; c:a,,|a -at et-tet,
(se qualche [?] viscere di commozione e misericordie)
2,2
:aca. eu | ,aa| (rendete piena la mia gioia)
t|a e aue |e|., (s da bramare la stessa cosa)
| au| a,a:| .,e|.;, (la stessa carit avendo)
cu(u,et, (dello stesso animo)
e .| |e|eu|.;,(lunica cosa [1.v. la stessa cosa] bramando)
2,3
e.| -a` .t.ta| (niente secondo orgoglio)
e. -aa -.|eeeta| (n secondo vanagloria)
aa a:.t|e|ecu| (ma con brama della condizione del misero)
aeu; ,eu.|et u:..,e|a; .aua|, (a vicenda ritenendovi supe-
riori di s stessi)
2,4
a .aua| .-ace; (n le proprie cose ciascuno considerando)
c-e:eu|.; aa [-at| a ..a| .-acet. (ma anche ciascuno quelle
degli altri)
2,5
eue |e|.t. .| ut| e -at .| Xtca `Iceu,
(questo bramate in voi ci [che era] anche in Cristo Ges)
2,6
e; .| e| .eu u:a,a|
eu, a:a,e| ,cae
e .t|at tca .a,
2,7
aa .aue| .-.|ac.|
e|| eeueu aa|,

.| eetaat a|a:a| ,.|e.|e;
-at c,at .u..t; a; a|a:e;
2,8
.a:.t|ac.| .aue|
,.|e.|e; u:-ee; .,t a|aeu,
[a|aeu e. caueu].

2,9
ete -at e .e; aue| u:.u(ac.|
-at .,atcae aua e e|ea
e u:. :a| e|ea,

2,10
t|a .| a e|eat `Iceu :a| ,e|u -a(
[.:eua|ta| -at .:t,.ta| -at -aa,e|ta|]

2,11
-at :aca ,acca .eee,cat
et -ute; `Iceu; Xtce;
[.t; eea| .eu :ae;.]
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18

1 Il quale in forma di Dio essendo
2 non da rivendicare ritenne
3 lessere come Dio
4 ma s stesso svuot
5 forma di servo avendo preso

1 In somiglianza di uomini divenuto
2 e allaspetto trovato come uomo
3 umili s stesso
4 divenuto obbediente fino a morire
(morte di Croce)
2


1 per questo anche Dio Lui superesalt
2 e don a Lui il nome
3 quello al di sopra ogni nome

1 perch nel nome di Ges ogni ginocchio si pieghi
(degli esseri celesti, terrestri e quelli sotto terra)
2 e ogni lingua confessi
3 che Signore () Ges Cristo
(a gloria di Dio Padre)

Tutto linno si articola in quattro strofe; le strofe si possono rag-
gruppare a due a due. Le prime due strofe sono ricondotte allunico sog-
getto pronominale (il quale e;) riferito a Ges, nella terza strofa il sog-
getto Dio, nella quarta il soggetto sono gli esseri creati.
Nella prima strofa possiamo distinguere due aspetti: metrico e
strutturale. Dal punto di vista metrico avremmo quattro versi mettendo il
terzo elemento insieme al secondo, avremmo quattro versi con tre accenti
ciascuno. Dal punto di vista strutturale avremmo cinque frasi strutturate
secondo uno schema concentrico. La prima frase corrisponde alla quinta:
entrambe infatti condividono lo stesso termine e|.

2
Le frasi tra parentesi sono probabilmente delle aggiunte, ma delle aggiunte da Paolo.
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Le due frasi anzi stanno in perfetto parallelismo:

forma forma
di Dio di servo
essendo avendo preso

C la stessa parola e| (forma): seguita da un genitivo (di
Dio, di servo), a cui segue un participio (essendo, avendo preso). La se-
conda e quarta espressione hanno in comune due forme verbali contrap-
poste dalle particelle eu, - aa (non - ma), il primo verbo
,cae (ritenne), il secondo verbo .-.|ac.| (svuot). Anche qui
notiamo un parallelismo strutturale

a:a,e| a:a,e| a:a,e| a:a,e| S stesso (.aue|)
ritenne (,cae) Svuot (.-.|ac.|)

Al centro abbiamo lespressione: essere come Dio: in greco
troviamo larticolo e, poi .t|at tca .a. La presenza dellarticolo
indica che lespressione e .t|at tca .a soggetto, avremmo allora
il seguente sviluppo sintattico:

1. non ritenne (che) [accusativo allinfinito]
2. lessere come Dio [soggetto]
3. (fosse)
4. a:a,e| [predicato]

Colui che era in forma di Dio non ritenne che lessere come Dio
fosse a:a,e|. Tutto il problema sta in quella parola a:a,e|, che
la versione italiana traduce: tesoro geloso. Questa parola proviene dal
verbo a:a,a (rubare), e la parola pu avere due sensi: oggetto rubato
oppure oggetto da rubare, oggetto da sottrarre in maniera violenta o an-
che da rivendicare. La frase seguente ma umili s stesso suggerisce
che la versione migliore sia cosa da rubare, cosa da rapire, cosa da ri-
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vendicare. Il senso allora il seguente: Colui che era in forma di Dio non
ritenne che lEssere come Dio fosse da rivendicare.
La formulazione negativa suggerisce una tacita contrapposizione,
alla quale ci rimanda lespressione essere come Dio, possiamo stabilire
un parallelismo fra tre espressioni:

Filippesi 2,6 Genesi 3,5 (greco LXX) Genesi 3,5 (Ebraico)
e .t|at .c.c.
:-
tca a;
:s:
.a .et

Capiamo subito dove si trova questa frase, ci rimanda nel contesto
della tentazione genesiaca. La versione greca dei LXX traduce alla lette-
ra, e pedissequamente alla lettera il testo ebraico. :s in ebraico
il nome divino ed usato al plurale. I traduttori greci non se la sentirono
di tradurre sarete come Dio, ma tradussero in maniera pi debole:
a; .et, cio al plurale ma senza larticolo. In questo modo, secondo i
traduttori greci, la tentazione era, non di essere come Dio, ma di essere
come esseri di indole divina. Rispetto al testo dei LXX, il testo di Filip-
pesi ha tre somiglianze e due differenze. La prima somiglianza una
forma del verbo essere, la seconda somiglianza la forma comparativa,
la terza somiglianza il termine .e;. Le due differenze sono: il primo
passaggio da a; che indica approssimazione ad tca che indica
quasi identit, il secondo passaggio dal generico plurale
.et allo specifico singolare .a. La frase dei Filippesi perci pi
forte della frase genesiaca, ci che Ges ritenne da non dovere rivendica-
re fu una situazione superiore a quella dellAdamo genesiaco. La tradu-
zione ritenne che lessere come Dio non era da rivendicare, suggeri-
sce cos un tacito confronto con lAdamo genesiaco. LAdamo genesiaco,
sotto linflusso della tentazione, ritenne che lEssere come Dio era da ri-
vendicare, precisamente mediante la trasgressione. Leggiamo infatti nel
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testo genesiaco che il serpente fece credere alla donna che Dio mediante
il comandamento defraudava di un diritto perch se ne mangiavano sa-
rebbero diventati come Dio. Gli occhi allora si aprirono, la donna vide
che il frutto era bello a vedersi e buono a mangiarsi, ne colse e ne man-
gi. Cio la donna trasgred e trasgred per rivendicare lEssere come
Dio. La donna perci ritenne che lessere come Dio era da rivendicare
mediante la trasgressione. Ges invece non ritenne di dovere rivendicare.
Il confronto antitetico tra lAdamo genesiaco e Ges emerge nella pre-
ghiera al Getsemani, ma lo troviamo anche abbastanza sviluppato nel ca-
pitolo quinto della lettera ai Romani, dove Paolo stabilisce un confronto
tra la disobbedienza di uno che port alla morte, ed a causa della quale i
molti furono costituiti peccatori, e lobbedienza dellaltro che port alla
vita ed a causa della quale i molti sono costituiti giusti.
Ma possiamo ampliare il parallelismo secondo Genesi 1,26,
luomo fu creato ad immagine secondo somiglianza. Ges
e| .eu (forma di Dio). Avremmo il seguente parallelismo:

Adamo Genesiaco Ges
1) immagine secondo somiglianza 1) e| .eu (forma di Dio)

3) sarete come Dio 3) essere come Dio

Sappiamo che Genesi 1,26 appartiene al codice sacerdotale e il
capitolo terzo invece alla tradizione Jawhista, ma questa osservazione
frutto della critica moderna. Il lettore neotestamentario non si pone questi
problemi, ma coglie un progresso dalla immagine secondo somiglianza,
allessere come Dio. Limmagine secondo somiglianza volle arrivare
allessere come Dio mediante la strada della rivendicazione e della tra-
sgressione. Ges parte da una condizione pi alta, la parola e| in-
dica un aspetto esteriore che rimanda ad una realt interiore, linno di Fi-
lippesi, salvo errore, non ancora Giovanni, e perci non afferma esplici-
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tamente la preesistenza divina, ma lespressione forma di Dio la insi-
nua. Possiamo allora dire che Colui che in forma di Dio ha davanti a s
la prospettiva di essere come Dio. Si capisce, non nella realt eterna, ma
nel cammino storico, nel raggiungere lobiettivo di essere come Dio, Co-
lui che era in forma di Dio, contrariamente allAdamo genesiaco non ri-
tenne di dovere battere la via della rivendicazione mediante la trasgres-
sione.

Sabato 26 febbraio 2005, ore 08,30 / 10,15

Il termine a:a,e| nella frase predicato, tutta lespressione
una proposizione oggettiva. Possiamo ricostruire la frase nel seguente
modo: non ritenne [che] lEssere come Dio [fosse] a:a,e|: questa
parola greca deriva dal verbo a:a,a (rubare, rapinare), pu avere due
significati: o attivo (cosa da rapire), o anche passivo (cosa rivendicata o
anche rapita). Questa parola ha avuto diverse interpretazioni, il suo pro-
blema che una parola unica in tutta la Bibbia greca. Filologicamente
possibile intenderla in entrambi i modi proposti. Dal momento che n gli
usi (perch non c ne sono), n la filologia ci aiutano a dirimere il pro-
blema, chiediamo lumi al contesto. Il contesto suggerisce meglio
linterpretazione cosa da rapire o cosa da rivendicare e, tenendo conto
del soggiacente schema adamitico, questo significato quadra bene con
tutto il contesto. Leggendo Genesi, Adamo sobillato dalla tentazione ri-
tenne di dovere rivendicare, mediante la trasgressione quello che Dio
mediante il comandamento gli aveva precluso. La denudazione fece cre-
dere allAdamo genesiaco che Dio, mediante il comandamento, lo stava
defraudando di un suo diritto. Luomo allora ritenne di dovere rivendica-
re, proprio mediante la trasgressione. La contrapposizione allAdamo ge-
nesiaco ci illumina su un aspetto che del testo pare soggiacente: perch
lAdamo genesiaco rivendic? perch fu sobillato dalla tentazione. Que-
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sto ragionamento ci fa ritenere che anche Ges prov la stessa tentazione
e infatti se noi vediamo la tradizione evangelica, questa rivela la tenta-
zione di Ges. I tre Vangeli sinottici ci dicono che allinizio della vita
pubblica, Ges fu tentato, Matteo e Luca ci danno anche tre tentazioni
precise, ma una lettura pi attenta di quei racconti ci mostra che la vera
tentazione di Ges fu in due posti precisi: il Getsemani e il Calvario. Il
Getsemani ci presenta Ges che esorta: vegliate e pregate per non cade-
re in tentazione, ma se Lui preg, vuol dire che sub la tentazione: Lui
preg e nella tentazione non cadde, i discepoli non pregarono, e nella ten-
tazione caddero: quella di abbandonare Ges e fuggire. Abbiamo in altri
momenti stabilito un confronto tra lAdamo Genesiaco e Ges al Getse-
mani. La tentazione di Ges fu quella di eludere il calice, ma Lui a diffe-
renza dellAdamo genesiaco tradusse la tentazione in preghiera e della
tentazione non cadde, quindi bevve il calice. La tentazione al calvario
non chiara dai testi: ci sembra di scorgerla per nel parallelismo che
possiamo stabilire tra se sei il Figlio di Dio, d che queste pietre diven-
tino pane e se sei il Figlio di Dio scendi dalla Croce, ma proprio nel
fatto che dalla Croce non scese, Ges si rivel il Figlio di Dio, perch il
Figlio di Dio non si definisce per la potenza, bens per lobbedienza. La
lettera agli Ebrei in 4,15 commenta: non abbiamo un sacerdote che non
possa compatire le nostre infermit, messo alla prova in tutto senza pec-
cato, cio fu messo alla prova ma nella trasgressione non cadde.
Stabilito il senso di questa prima affermazione, passiamo alla se-
conda affermazione: in 2,7 la particella aa contrappone il secondo
atteggiamento al primo. Troviamo lespressione a .aue| .-.|ac.| su
cui ci sarebbe tanto da dire, ma prima preferiamo considerare la frase
precedente, non senza avere fatto una doverosissima critica alla attuale
versione italiana, la quale traduce: svuot s stesso assumendo la condi-
zione di servo, in questo modo la versione italiana fa coincidere lo svuo-
tamento con lassunzione della forma di servo, ma non cos nel testo
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greco. Nel testo greco lultima parola : aa|, participio aoristo del
verbo aa|a. Questo participio ha un valore circostanziale, per
messo in relazione al precedente verbo .-.|ac.| non esprime contem-
poraneit, ma esprime antecedenza, perci il testo : avendo preso for-
ma di servo, Ges svuot s stesso. Letto in questo modo il testo, mi ri-
vela un cammino: Ges assunse la forma di servo e con questa forma
comp un cammino che lo port al massimo svuotamento. Prendere la
forma di servo: notiamo la parola eeue; che in lingua greca esprime il
servizio pi basso, lo schiavo, e differisce dallaltro termine eta-e|e;.
Il eta-e|e; un servo particolare, quello adibito alle mense, e infatti
eta-e|e; parola composta da: eta + ,eu|. Questultima parola
,eu| significa polvere, e la particella eta significa attraverso: si indi-
ca la polvere che solleva una persona mentre cammina, si indica cos quel
servo che, passando frettolosamente tra i tavoli sollevava polvere. Il ter-
mine eeue; riprende il quarto canto del servo di Jawh, in Isaia 53,11
leggiamo del servo, secondo la versione greca dei LXX:
.u eeu.ue|a :eet;. La tradizione evangelica per non os il termi-
ne eeue; per Ges, bens il termine eta-e|e;, basti pensare al testo
di Matteo 20,28, con il suo parallelo in Marco 10,45, dove si dice che il
Figlio delluomo non venuto per essere servito, ma per servire e dare
la sua vita in riscatto per molti. Si avverte linflusso del quarto canto,
ma non si usa il termine eeue;. Come anche in Luca 22,27, dove Ges
chiede: chi migliore? colui che sta a mensa o colui che serve?, si ca-
pisce, colui che sta a mensa, ma Ges precisa: eppure il Figlio
delluomo come colui che serve. Possiamo chiederci perch la tradi-
zione evangelica prefer il termine eta-e|e;? Probabilmente per evitare
un termine crudo eeue; che suonava male alle orecchie del mondo
greco.
Emerge una domanda: quando Ges assunse la forma di servo?
La risposta lavremo dopo, anticipando quello che diremo. Il servo ri-
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chiama lobbedienza e perci Ges assunse la forma del servo quando
profess la sua obbedienza al Padre, cio al Getsemani. La contrapposi-
zione emerge chiara: Ges non segu la via della trasgressione, ma segu
la via della sottomissione. Possiamo allora dire che al Getsemani assunse
la forma di servo, e avendo assunto quello intraprese un cammino che lo
port all.aue| .-.|ac.|. Di questa frase bisogna notare sia loggetto
pronominale .aue| sia il verbo .-.|ac.|. Cominciamo da
questultimo: il verbo .-.|ac.| aoristo dal verbo -.|ea, questo
verbo deriva dallaggettivo -.|e; che significa vuoto, il verbo perci
significa svuotare. Ma in che senso Ges svuot s stesso? Se noi identi-
fichiamo lo svuotamento con la forma di servo, come vuole la versione
italiana, il problema rimane. Assumere funzione di servo azione positi-
va e resta la domanda: da che cosa Ges si svuot? Vorremmo lasciare
quelle interpretazioni secondo cui Ges si svuot della divinit. Ma se si
legge la frase come culmine di un cammino che parte dalla forma di ser-
vo, questa frase ci conduce alla croce che pu essere ben definita uno
svuotamento (della vita). Ci potrebbe essere confermato da due elemen-
ti. Anzitutto il parallelismo con 2,8 che parla dellobbedienza fino a mo-
rire, inoltre importante il pronome .aue|, pronome riflessivo in cui
soggetto e oggetto coincidono. Questo pronome riflessivo proprio della
tradizione paolina: in Galati 2,20, Paolo esclama: mi ha amato ed ha da-
to s stesso per me; la stessa cosa si legge in Efesini 5,2: ci ha amati ed
ha dato s stesso per noi, la stessa cosa in Efesini 5,25: Cristo ha ama-
to la Chiesa ed ha dato s stesso per lei. La stessa cosa la leggiamo nel-
la lettera agli Ebrei che confrontando il sacrificio di Cristo in 9,14 con i
sacrifici antichi scrive: quanto pi il sangue di Cristo che offr s stesso
mediante uno spirito eterno. Questo pronome riflessivo molto impor-
tante perch sgorga dal mistero dellobbedienza. In tutta la storia della
passione, Ges fu certamente coartato, ma i Vangeli ci tengono a sottoli-
neare la libert di Ges: alla base della passione non ci sta la coartazione
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bens il mistero dellobbedienza. Tra i diversi testi che possiamo citare ne
proponiamo uno solo, da Giovanni che sottolinea pi di tutti questo a-
spetto; scrive Giovanni, riecheggiando la preghiera che esplicitamente
non narra, in 18,11: il calice che il Padre mi ha dato, forse che non lo
beva?. Ges non pu eludere il calice perch esso proposto dal Padre,
sottolineando cos la strettissima relazione tra i due. La lettera agli Ebrei
scrive in 5,9 una frase vertiginosa: impar dalle cose che pat,
lobbedienza, e anche in 10,5, lautore scrive: entrando nel mondo e
qui cita il Salmo 39. Sia detto tra parentesi che la peculiarit della pas-
sione di Ges non sta nellintensit dei dolori (perch non stato n il
primo e neanche lultimo a subire la croce), ma sta nel fatto che espres-
sione di obbedienza e la croce diventa fonte di salvezza non in s stessa,
ma perch espressione e concretizzazione di un atto di profonda, totale,
assoluta e incondizionata obbedienza al Padre. Scrivendo impar dalle
cose che pat, lobbedienza, Ebrei scrive una frase ermetica, ma che for-
se possiamo spiegare cos: altro lobbedienza promessa o dichiarata, al-
tro lobbedienza attuata e nella attuazione ci si pu rimangiare durante
la sua attuazione. Nella passione Ges non si rimangi lobbedienza, ma
anzi crescendo la passione, cresceva lobbedienza stessa.
Possiamo rileggere questa prima strofa. Tenendo conto
dellinterpretazione data dellAdamo genesiaco emerge il confronto anti-
tetico tra due personaggi: lAdamo genesiaco e il servo di Jawh.
LAdamo genesiaco si riconduce alla Legge, il servo si riconduce ai pro-
feti. E tutta la scrittura che viene cos chiamata in causa: La Legge ed i
profeti. Per antitesi la legge, per continuit i profeti. Vi propongo una
domanda alla quale per non do risposta: possibile vedere in ci una
traccia della polemica paolina contro la legge?
In ogni caso Ges si oppone allAdamo genesiaco e sii avvicina
alla figura del servo. Del servo era preannunziato il mistero
dellobbedienza, il quarto canto pone un problema: perch il servo sof-
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fre? Una prima risposta potrebbe essere: perch Dio lo ha umiliato, ma la
vera risposta perch al Signore piacque far ricadere su di Lui le colpe di
tutti. Il servo perci ha la missione di portare su si s le colpe di tutti e
questo il suo servizio. Per il quarto canto non dice nulla
sullatteggiamento del servo, cio sulla sua predisposizione interiore. Lo
dice per il terzo canto che a noi pervenuto abbastanza lacunoso (donde
la fatica dei traduttori italiani a cucire). Questo terzo canto descrive
lanimo del servo al quale il Signore ha dato una lingua da iniziati, cio
lo ha reso abile parlatore, per prima gli ha dato un orecchio da iniziati,
cio lo ha reso abile ascoltatore. Dir poi il servo: il Signore mi ha ta-
gliato lorecchio ed io non mi sono tirato indietro. Il servo accetta quel-
lo che Dio ha stabilito su di lui e lo accetta con massima fiducia in Dio
stesso: ma il Signore accanto a me come un prode. Ci ci permette di
capire come latteggiamento spirituale di Ges nella passione fu quello di
una totale fiducia in Dio. Concludendo la scrittura prevedeva perci la
figura del servo verso la quale, Ges si orienta in contrapposizione
allAdamo genesiaco.
La seconda strofa presenta una struttura di quattro versi poetici ed
ogni verso sembra avere tre accenti metrici. Le rime due strofe sottoline-
ano la dimensione della|a:e;. Si pu scorgere un parallelismo an-
titetico, cio una contrapposizione al fatto che Ges non ritenne di dovere
rivendicare lessere come Dio, al contrario, si sottolinea la dimensione
della|a:e;.
Fanno problema, anzi, le ultime due parole
a|aeu e. caueu. Queste parole anzitutto sono fuori metro, e inoltre
introducono un cambiamento tematico: la frase precedente mi d
laspetto dellintensit, cio il grado a cui arriva lobbedienza e non la
morte concreta. Invece questultima frase indica il modo della morte con-
creta. Possiamo pensare che questa frase non appartenga allinno prece-
dente, ma appartenga alla penna paolina, il quale sottolinea nella lettera
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ai Filippesi la croce di Cristo. Nel capitolo terzo infatti, egli parla dei
nemici della croce di Cristo (Fil 3,18) il cui Dio il ventre. Andiamo alle
prime due frasi: la prima frase sottolinea la realt oggettiva, la seconda
frase invece sottolinea lesperienza soggettiva. Nella prima frase si sotto-
linea la somiglianza che non implica soltanto laspetto esteriore, ma im-
plica la realt personale. Divenuto in somiglianza di uomini indica che
anche Lui partecip alla condizione umana.

Marted 01 marzo 2005, ore 11,30 / 12,15

In questi due versi poetici importante la ripetizione del termine
a|a:e;. Si pu anche stabilire una relazione strutturale concentrica
tra gli ultimi due elementi dei due versi: avremmo cos il seguente sche-
ma:
1) a|a:a|
2) ,.|e.|e;
3) .u..t;
2) a; a|a:e;

I due participi non sembrano semplice ripetizione. Il participio
,.|e.|e; indica la realt oggettiva; laltro participio .u..t; (tro-
vato), rimanderebbe meglio allesperienza altrui. Lui in s stesso divenne
in somiglianza di uomini; dagli altri fu sperimentato come uomo. Le due
frasi insieme hanno in comune lespressione della verit della dimen-
sione umana di Ges: uomo in senso reale (vero uomo), tuttavia per
allinterno c la divisione che abbiamo indicato.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Su questa divisione torneremo ancora, ma passiamo adesso al terzo ver-
so: .a:.t|ac.| .aue|, confrontare con
.aue| .-.|ac.|. Queste due espressioni stanno in parallelo, anzi in-
sieme permettono di cogliere uno schema concentrico:

1) .aue|
2) .-.|ac.|
3) .a:.t|ac.|
4) .aue|

Questi due verbi si richiamano a vicenda: nello svuotamento rag-
giunse la forma del a:.t|e;, abbiamo detto chi era il a:.t|e; pres-
so i greci: la persona che occupa lultimo posto nella scala sociale. Que-
sto verbo .a:.t|ac.| proviene dal quarto canto del servo del Signore
(Cfr. Isaia 53,8) .| a:.t|ac.t -tct; aueu (in umiliazio-
ne il suo giudizio fu sollevato). Secondo la versione greca il servo sub un
giudizio nel quale egli fu considerato alla stregua di un misero. Ma c
una differenza tra il canto del servo e linno. Nel canto del servo, il servo
fu considerato tale dagli altri e in certo senso dovette subire; nellinno
Ges che determina a s stesso quella condizione. A proposito della frase
della prima strofa abbiamo sottolineato limportanza teologica di questo
pronome riflessivo. Si pu dire sulla scia neotestamentaria che Ges fu
lartefice della sua passione in quanto
la affront in atteggiamento di libera,
incondizionata e totale adesione al Pa-
dre.
Passiamo adesso allultima e-
spressione:
,.|e.|e; u:-ee; .,t a|aeu
(divenuto obbediente fino a morire).
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Di questa frase notiamo diverse cose. Anzitutto la sua precisa re-
lazione strutturale allultima frase della prima strofa
e|| eeueu aa|. Possiamo anzi stabilire il seguente schema con-
centrico:
1) e||
2) eeueu
3) aa|
4) ,.|e.|e;
5) u:-ee;
6) .,t a|aeu
Forma
di servo
avendo preso
essendo divenuto
obbediente
fino a morire

Nello schema sopra indicato emerge la relazione tra eeue; e
u:-ee;: proprio del servo obbedire, ma nellobbedienza Ges rag-
giunge la forma del servo.
La seconda osservazione riguarda lassenza dellarticolo davanti
al termine a|aeu, tale assenza indica pi laspetto qualitativo che
non la realt concreta, cio non significa che lobbedienza di Ges dur
fino alla morte concreta, ma che la sua obbedienza raggiunse il massimo
grado, cio la massima intensit.
Come abbiamo notato per lultima frase della prima strofa, anche
in questultima frase, il participio ,.|e.|e; precede il verbo
.a:.t|ac.|. Possiamo anzi dire che nell.a:.t|ac.| sono conve-
nuti i due aspetti dellobbedienza e del culmine che la morte. In questi
due venti, Ges realizz la figura del a:.t|e;.
Ma possiamo di nuovo rileggere globalmente la seconda strofa
indicando i seguenti elementi:

1) realt oggettiva dellessere uomo;
2) lesperienza degli altri come uomo;
3) lobbedienza;
4) il suo culmine e la morte.

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31
Se leggiamo bene questa strofa ci sembra di scorgere tutto il
cammino dellesistenza terrena di Ges. Esso parte dallincarnazione:

1) in somiglianza di uomini divenuto (incarnazione);
2) passa attraverso lesperienza altrui (vita pubblica?);
3) Getsemani (obbedienza);
4) la morte (il culmine della passione).

Possiamo rileggere tutta questa seconda strofa alla luce
dellultima parola della prima strofa: forma di servo avendo preso, la
forma di servo di Ges riguarda cos tutto il cammino della sua esistenza
fino alla morte.
importante la menzione della morte che nellinno originale
lultima parola. Questa parola suggerisce una riflessione ancora di con-
fronto con lAdamo genesiaco. I due uomini hanno in comune la stessa
realt come termine del loro cammino, la morte: alla morte giunse
lAdamo genesiaco e alla morte giunse Ges. Se permesso usare una
immagine fantasiosa, i due uomini scendono nella stessa realt per scale
opposte: la scala dellAdamo genesiaco la trasgressione, la scala di Ge-
s lobbedienza. Donde, anticipando quello che linno dir dopo, ca-
piamo che mentre per lAdamo genesiaco, la morte, in forza della tra-
sgressione, il termine del cammino, per Ges, in forza dellobbedienza,
la morte il punto di partenza.
Prima di andare avanti sia permessa una riflessione spirituale,
perch in tutto ci ci sembra di scorgere una metodologia: la sottolineatu-
ra dellobbedienza indica che ci che veramente fu importante in Ges,
non fu la morte nella sua materialit. Ma fu importante il fatto
dellobbedienza, anzi una morte per obbedienza. Emerge qui la novit
assoluta della morte di Ges, la sua morte non fu la pena del peccato es-
sendo Lui luomo senza peccato. Qui sembra la metodologia: Dio ha in-
dicato che tutte le conseguenze del peccato restano tutte, ma in un cam-
biamento di senso, non pi come punizione subita, ma come luogo di
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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quellatto di obbedienza che lAdamo genesiaco non fece, ma che Ges
invece fece.

Sabato 05 marzo 2005, ore 08,30 / 10,15

ete -at e .e; aue| u:.u(ac.| -at .,atcae aua
e e|ea e u:. :a| e|ea
3
.
La terza strofa comprende versi metrici. In questa strofa sono im-
portanti le prime due parole: lespressione ete e il soggetto e .e;.
Lespressione ete molto enfatica: lenfasi data da due elementi: la
particella eta + il pronome e. La sua posizione al primo posto la sua
formulazione letteraria. La formulazione letteraria la fusione di due e-
lementi: la particella eta + il pronome e. Il pronome e in neutro
del pronome dimostrativo e;, , e. La particella eta costruita con
laccusativo ha il valore causale, potremmo tradurre: per questo, ma la
forma contratta e la posizione iniziale enfatizzano e potremmo tradurre
un po esasperando: proprio per questo, e siccome lultima frase di-
venuto obbediente fino a morire, allora il pronome e si riferisce al mi-
stero dellobbedienza: quello che si verificato dopo, si verificato pro-
prio per lobbedienza che stata assoluta, totale, incondizionata, che non
si fermata nemmeno di fronte alla morte. Rileggendo questa frase alla
luce dei racconti della passione si pu capire il senso di questa obbedien-
za. Lobbedienza di Ges consistette nella piena e totale fiducia nel Padre
al quale si abbandon. Questultima frase non una speculazione spiri-
tuale, siamo convinti che possibile ricostruire la dimensione spirituale
di Ges considerando le Scritture alle quali alludono i racconti del Ge-
tsemani e anche del Calvario. Il denominatore comune di quelle Scritture
labbandono fiducioso dellorante a Dio.
importante ete -at e .e;, la particella -at importante,

3
Cfr. Filippesi 2,9.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
33
qui assume il significato di anche. Lobbedienza un rapporto dialogi-
co, in essa laspetto fondamentale non era lesecuzione materiale, ma la
relazione dialogica al Padre. La particella -at indica che tutta lopera
di Dio una risposta personale a quello che Ges a fatto, per questo an-
che Dio []. Emerge cos tutto il rapporto dialogico tra Ges e il Padre
nella Passione.
Ma consideriamo il testo seguente dove possibile evidenziare
anzitutto una struttura letteraria:

1) e .e;
2) aue|
3) u:.u(ac.|
4) -at .,atcae
5) aua
6) e e|ea

Il carattere di risposta dellopera di Dio, allobbedienza di Ges
emerge da unaltra relazione che possibile stabilire nel testo:

1) .-.|ac.| (svuot s stesso)
2) .a:.t|ac.| .aue| (umili s stesso)
3) u:.u(ac.| (superesalt)
4) .,atcae (don)

Le due azioni di Dio corrispondono ai due atteggiamenti di Ges:
al massimo svuotamento corrisponde il massimo dono (1-4), alla massi-
ma umiliazione corrisponde la massima esaltazione (2-3).
Tutta la Scrittura sottolinea che Dio suole innalzare gli umili ed
abbassare i superbi, e quanto pi profonda lumiliazione, tanta pi alta
lesaltazione.
Il verbo u:.u(ac.| composto da u:. + u(ac.| (dal
verbo u(ea). Il verbo u(ea deriva dallaggettivo u(e; (alto). Il
verbo allora significa fare alto, innalzare. Questo verbo dipende anche
dal quarto canto del servo di Jahw il quale inizia cos: ecco il mio ser-
vo, sar innalzato, glorificato assai. Con questa prima frase, probabil-
mente il compositore di quel canto volle prevenire lo scandalo della sof-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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ferenza del servo: quel servo nei tormenti poteva apparire colpito da Dio
e umiliato, invece al Signore piacque far ricadere su di lui i peccati di tut-
ti. Alla fine del canto ci si apre alla glorificazione del servo di cui si dice
che dopo il suo intimo tormento vedr la luce. Ma la fede primitiva vide
nella glorificazione e nellesaltazione del servo gi lallusione alla Resur-
rezione. Questi due verbi: esaltare e glorificare sono centrali in Giovan-
ni, secondo il quale lesaltazione e la glorificazione di Ges coincidono
con la Sua Croce. Perci il verbo esaltare ha alle spalle una tradizione
veterotestamentaria e neotestamentaria, dalla quale al momento prescin-
diamo. Fermiamo lattenzione sul verbo stesso. La particella u:. si-
gnifica sopra e siccome non c un termine di paragone, la particella
u:. si apre allindefinito. Possiamo pensare che si tratti di una esalta-
zione, ultra, senza limiti, oltre la quale non si pu andare. E gi si insinua
che lo stesso livello a cui Dio si trova.
Il secondo verbo .,atcae deriva dalla radice di ,at; che
vuol dire dono: Dio soggetto gratific, don a Ges qualcosa. Emerge
ancora una volta lantitesi con lAdamo genesiaco, questi si erse a livello
di Dio e rivendic qualcosa, Ges invece avendo seguito via inversa non
si erse, ma fu esaltato: non rivendic, ma gli fu donato
Andiamo alloggetto e e|ea, tre cose suggeriscono che si
tratti del nome stesso di Dio:

1) la relazione strutturale che abbiamo indicato di tutta la frase;
2) larticolo non sta dicendo un nome, bens il nome, cio il nome
per eccellenza;
3) il fatto che nella tradizione rabbinica, Dio chiamato il nome
(:: ), cio Dio elev Ges alla Sua altezza e gli don la Sua attesa
prerogativa.

Il nome quale sia, linno lo dir dopo, possiamo per notare che il
Nome indica nel linguaggio semitico la stessa realt della persona: si
chiamer Ges: Egli infatti salver il suo popolo (Cfr. Mt). Troviamo
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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anche qui unaltra differenza con lAdamo genesiaco: lAdamo genesiaco
mediante la trasgressione rivendic lessere come Dio, Ges per via
dellobbedienza non ottiene lessere come Dio, ma molto di pi: diven-
ta Dio, ovviamente non si tratta della seconda Persona della Santissima
Trinit, bens delluomo Ges divenuto obbediente fino a morire. Che
Ges ottenga la stessa realt divina emerge dalla sottolineatura che fa
linno: e u:. :a| e|ea cio il nome che si trova al di sopra ogni al-
tro nome. Nellaggettivo :a| sono inclusi tutti coloro che portano un
nome. Proprio la sottolineatura che si tratta di un nome al di sopra di
ogni altro nome conferma che si tratti appunto del Nome di Dio. Tutto
ci ci permette una deduzione dal testo, se abbiamo letto bene il testo ri-
vela la costituzione di Ges come Dio e in ci ci sembra di scorgere la
grande vocazione umana, quella cio di diventare Dio. Il mistero di Ges
rivela questa vocazione e il nostro testo indica la strada attraverso la qua-
le luomo diventa Dio.
Ci permettiamo unaltra riflessione: le scienze moderne hanno
messo in crisi il concetto di obbedienza ritenendola come alienante e
mortificante della volont umana. Ma probabilmente non stata messa in
discussione la vera obbedienza, ma soltanto un tipo di obbedienza vera-
mente mortificante, obbedienza non solamente eseguire.
Passiamo infine allultima strofa dove leggiamo: perch nel no-
me di Ges ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra
[t|a .| a e|eat `Iceu :a| ,e|u -a( .:eua|ta| -at
.:t,.ta| -at -aa,e|ta|]. Nellultima strofa il soggetto cambia, ma
dello sfondo per rimane ancora Dio e infatti la particella t|a pu ave-
re due valori: o finale (affinch) o consecutiva (cosicch). Lesaltazione
di Ges e la divinizzazione sono tali da determinare una conseguenza: la
conseguenza che ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua professi.
Queste parole sono prese dalla Scrittura, precisamente da Isaia 45,23. Il
capitolo 45 di Isaia un capitolo composito, sotto un unico sfondo tema-
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tico sono collocati diversi oracoli. Appartiene al Deutero-Isaia e Dio im-
plora dal suo popolo di essere riconosciuto come Dio e di abbandonare
una volta per tutte gli idoli. Dio dichiara di non essere stato introvabile e
inudibile (cio non udibile): non ho parlato nelloscurit, in un luogo
oscuro della terra, Dio che ha annunziato cose giuste e di conseguen-
za e Lui lunico Dio e pu pretendere di essere lunico e universale Sal-
vatore: volgetevi a Me e sarete salvi, paesi tutti della terra (Cfr. Isaia
45,21). Nel verso 23 Dio conclude che sar riconosciuto da tutti come
Dio, tutti lo adoreranno si piegher ogni ginocchio, e tutti si appogge-
ranno su di Lui su ogni giuramento. Il testo ebraico scrive: in me giure-
r ogni lingua, la versione greca dei LXX un pochino muta: e confes-
ser al Signore ogni lingua. Prescindendo da queste precisazioni testua-
li il senso globale di Isaia 45 il carattere assoluto della divinit di Dio,
Lui il Signore e non altri. Se linno riferisce a Ges quello che Isaia 45 ha
riferito a Dio, vuol dire che Ges diventato Dio. Davanti a Ges si fan-
no due cose: adorazione e professione di fede. Ladorazione ogni gi-
nocchio si pieghi, la professione di fede data dalle parole Signore
Ges Cristo. Ma consideriamo queste ultime parole e facciamo analisi
logica:

1) Signore = predicato
2) = copula
3) Ges Cristo = soggetto

La parola Signore in greco -ute;, nella versione greca dei
LXX, il nome -ute; frequentissimo (un paio di migliaia di volte) e
traduce il pi delle volte quel nome che gli ebrei non potevano pronun-
ziare: (Yahweh), qualche volta anche il nome adonai, e perci
qui c la conferma che il nome di Ges ha ereditato il nome stesso di
Dio . Ges diventato e come tale deve riconoscerlo o-
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gni lingua, ma questultima strofa peculiare e introduce un aspetto di-
verso rispetto alla terza strofa. Nella terza strofa, la sottolineatura era
quella della relazione di Ges a Dio: Dio lo ha relazionato a s, nella
quarta strofa la relazione non pi a Dio, bens agli uomini. Troviamo un
duplice movimento, Dio eleva Ges a s e lo presenta agli uomini. Ci
sembra che qui riecheggi ancora il testo genesiaco: quando Dio cre
luomo e alluomo present tutte le Sue creature, ma il nostro testo non
la semplice ripresa di Genesi, bens la costituzione universale di Ges
come Signore al quale dovuto quello che invece lAT riferiva a Dio. Ci
sembra di scorgere nel testo una metodologia di Dio che tende a ritirarsi
per mettere davanti agli uomini la persona di Ges.
Riassumendo abbiamo nellinno quasi un cammino ascensionale
di Ges. La prima strofa mette in evidenza la scelta radicale, lessere ser-
vo, la seconda strofa presenta, nella nostra lettura, un cammino di vita
nella condizione di servo che conduce allobbedienza fino al massimo
grado. Nella terza strofa c il cammino di Ges verso Dio, nella quarta
strofa c Ges che diventa il centro degli uomini.

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LE LETTERE AI TESSALONICESI

comunemente riconosciuto che queste lettere, diversamente
dallordine del canone, sono le prime dellepistolario paolino. Tessaloni-
ca fu raggiunta nel secondo viaggio ed perci, dopo questo secondo
viaggio, che deve essere collocata. In queste lettere notiamo due caratte-
ristiche: una freschezza dellanimo di Paolo che ama aprire il cuore alle
sue comunit ed anche un aggancio di queste lettere con la tradizione e-
vangelica bench incominci una fase di spostamento dalla prospettiva e-
scatologica alla vita concreta delle comunit. Salvo errore, la prima lette-
ra nasce da un equivoco. Come appare dalla tradizione evangelica, la re-
surrezione di Ges orient verso il Suo ritorno e del ritorno di Ges si
parla abbastanza frequentemente soprattutto nel Vangelo di Matteo, ma
anche negli altri. Alcune parabole (10 vergini, talenti, samaritano) orien-
tano verso il ritorno. Lannunzio cristiano era quello di una venuta pre-
sto, si diceva che il Signore sarebbe tornato presto. Ma qui probabilmen-
te nasce un equivoco: altro la parola presto nel linguaggio apocalittico,
altro la parola presto nella mentalit greca di chi non ha quel linguag-
gio. Nella mentalit apocalittica, presto, gi la presenza delleffetto
contenuta nella causa: posta la causa, leffetto imminente, anche se cro-
nologicamente passer del tempo. Un esempio ci pare di scorgerlo nella
narrazione di Matteo, secondo il quale alla morte di Ges, i sepolcri si
aprirono, molti colpi di santi risorsero, entrarono nella citt Santa e ap-
parvero a molti. Nulla di reale, ma qui un discorso prolettica, e visto
cio come gi realizzato, leffetto contenuto nella Sua causa che la mor-
te di Ges. Questo per non dovette suonare cos alle orecchie greche.

Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Marted 08 marzo 2005, ore 11,30 / 12,15

Per un greco non abituato alla riflessione apocalittica, il presto as-
sumeva un senso cronologico e si cerc di quantizzare questo presto, una
quantit che per veniva dilazionata dal fatto che la gente moriva. E allo-
ra il duplice squilibrio della chiesa di Tessalonica. Anzitutto la gente
smise di lavorare donde la frase paolina: chi non lavora nemmeno do-
vrebbe mangiare, il secondo squilibrio fu unangoscia che assal per il
fatto che si diceva che quelli che morivano non avrebbero assistito alla
gloria del ritorno del Signore.
Paolo entra subito in argomento fin dallinizio proponendo il vero
cammino del cristiano. In 1,2 leggiamo:

ringraziamo Dio sempre per tutti voi facendo me-
moria di voi nelle vostre preghiere ricordandoci
1) dellopera delle fede,
2) del travaglio dellagape,
3) della costanza della speranza.

Abbiamo qui una triade scandita dalle cosiddette tre virt teologa-
li. La prima (in 1,3):

1. eu .,eu ; :tc.a; (in questa frase polivalente il genitivo
; :tc.a;), pu essere sia genitivo soggettivo (la fede che pro-
duce opere), sia genitivo oggettivo (loperosit che rafforza ed accre-
sce la fede), sia anche genitivo di identit (la stessa fede che opere).
Non il caso di optare per un senso o per laltro, conviene lasciare la
frase nella sua indeterminatezza: quello che importante sottolineare
la relazione tra fede e operosit.
2. La seconda espressione eu -e:eu ; a,a:; andrebbe tradotta:
la fatica, il travaglio dellagape. Di questa frase sottolineamo sol-
tanto il carattere faticoso dellagape, ma gi questo aspetto di fatica
sottintende la prospettiva di un cammino.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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3 la terza frase u:ee|; ; .:tee;. Il termine u:ee| tradotto
abitualmente con costanza, indica latteggiamento di chi trovando-
si sotto (u:e), sotto un peso, da quel peso non si sottrae, ma sotto di
esso rimane (.|.t) saldo. Questespressione si ricollega alla tradi-
zione evangelica dove Ges afferma: che avr perseverato fino alla
fine sar salvo, nel nostro caso la u:ee| come atteggiamento di
chi permane senza sottrarsi presentato come la caratteristica e in
certo senso anche come la condizione fondamentale della speranza.
In questo modo, Paolo lega la fede alloperosit, lagape al travaglio e
la speranza alla costanza.

Emerge una triade in un ordine diverso rispetto a quello di altri te-
sti anche paolini. In 1Cor 13 troviamo lordine che usiamo noi abitual-
mente: fede, speranza, carit (agape). Come anche questordine si ritro-
va nel capitolo 10 della lettera agli Ebrei.
Nel nostro testo lordine della triade nasconde un cammino ana-
logo a quello dellEsodo. I momenti dellEsodo sono tre:

1) lesperienza del Dio liberatore;
2) il cammino attraverso il deserto;
3) il termine del cammino: lingresso nella terra promessa.

La triade presenta la fede come punto di partenza, non fede astrat-
ta, ma operosa, presenta lagape come travaglio, il termine del cammino
indicato dalla .:t;, la speranza. Ma possiamo tener conto delle pri-
me tre parole: operosit, travaglio, costanza. Possiamo dire che una frase
d il contenuto alla frase precedente. Loperosit della fede si concretizza
nellagape che travagliata, ma il permanere nel travaglio dellagape
permette di aprirsi alla speranza.
In questo modo, Paolo indica, come raggiungere lobiettivo della
speranza, non stando con le mani in mano (come pretendevano i Tessalo-
nicesi), ma mediante una attivit di vita incentrata sulla fede come punto
di partenza, sullagape come cammino intermedio, e sulla speranza come
termine del cammino.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Nel verso 9 dello stesso capitolo, abbiamo unaltra pennellata nel-
la direzione contraria allatteggiamento assunto dai Tessalonicesi. Par-
lando dei suoi viaggi, Paolo ricorda, come la fede dei Tessalonicesi ce-
lebrata non solo nella Macedonia e in terra di Acaia, ma anche in ogni
luogo. Si avverte la metodologia paolina che spesso ama usare il dono
della captatio benevolentie, e cos leggiamo quale fede celebrata:
come vi siete orientati verso Dio dagli idoli per servire al Dio vivente e
attendere il Suo Figlio dal cielo che risuscit da morte: Ges che ci libe-
ra dallira futura. utile leggere questo verso in maniera strutturale, e
possiamo cogliere quattro frasi in relazione alternata:

1) vi siete orientati a Dio;
2) dagli idoli;
3) per servire al Dio vivo;
4) e attendere il Suo Figlio dal cielo.

Questo schema alternato secondo la disposizione attuale del te-
sto, ma potremmo tematicamente strutturarlo nel seguente modo:

1) dagli idoli;
2) a Dio;
3) servire al Dio vivo;
4) attendere il Suo Figlio dal cielo.

In questo schema torna ancora il cammino cristiano modellato
sullo schema dellEsodo. Il cristiano ha operato un Esodo: dagli idoli a
Dio, esattamente come una volta il popolo di Israele oper un Esodo dal-
la servit degli egiziani al servizio di Dio.

Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Tutta la storia dellEsodo, infatti ha due orientamenti:

1) verso la terra promessa;
2) verso Dio

1) voi avete visto ci che ho fatti agli egiziani
2) Vi ho condotti su ali di aquila
3) Vi ho fatti venire a me. (Cfr. Esodo 19,4)

Paolo riprende una espressione dellAT: servire Dio al popolo
dato come segno di liberazione, il fatto che serviranno Dio. Lasciando
stare ulteriori riferimenti allEsodo, osserviamo come anche qui c una
proiezione verso il futuro attendere il Suo Figlio, ma anche stavolta,
lattesa implica un cammino che non certamente di inoperosit: servire
Dio, anche se Paolo non precisa in che cosa consista questo servizio a
Dio. Per lAT servire Dio coincideva con losservanza dei comandamen-
ti.
Possiamo anche accostare le due triadi, il verso 3 ed i versi 9-10, e
possiamo proporre il seguente schema:

TS 1,3 TS 1,9-10
1) lopera della fede;
2) il travaglio dellagape
------------------------------
3) la costanza della speranza
1) convertiti dagli idoli
2) a Dio
servire al Dio vivente
3) attendere il Suo Figlio

Si pu scorgere in queste due triadi un certo parallelismo tematico
per cui le due triadi si completano a vicenda. La conversione dagli idoli
avviene mediante la fede; qui possiamo trovare un contenuto del servire
Dio, accettando il travaglio dellagape; lattesa del Suo Figlio loggetto
della speranza; perch oggetto di speranza? Perch libera dallira futura.
E Paolo menziona levento della Resurrezione come fondamento della
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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speranza: la Sua venuta certa perch conseguenza della Sua Resurre-
zione e certamente il liberatore appunto perch Risorto.
Al tema del ritorno del Signore, Paolo torna nel capitolo quarto
dove risponde allaltra preoccupazione o angoscia dei Tessalonicesi: il
fatto, cio, che alcuni morivano.
Un equivoco poteva anche essere suggerito dalle parole stesse di
Ges che erano state tramandate nella comunit, cos per esempio in
Matteo 16,28 leggiamo: in verit dico a voi: ci sono alcuni di quelli qui
presenti che non gusteranno morte finch non vedano il Figlio delluomo
venire nel Suo regno. Abbiamo riferito lespressione secondo la versio-
ne di Matteo; Marco e Luca che riferiscono lo stesso detto introducono
delle mutazioni, donde deduciamo che questa frase, che questo detto eb-
be difficolt di comprensione nella tradizione primitiva. Una lettura pi
attenta rivelerebbe che il detto applicabile alla resurrezione, e questa
avvenne mentre alcuni dei presenti erano vivi e divennero perci dei te-
stimoni. Ma la frase poteva essere riferita alla Parusia e perci, in tale ri-
ferimento, emergeva langoscia che alcuni morendo non avrebbero visto
la venuta del Signore. Cos Paolo nel capitolo quarto, dal verso 13 fino al
capitolo 5,11, seguendo lo schema dei discorsi escatologici che trovere-
mo nei Vangeli sinottici, affronta il problema in due parti:

1) la sorte dei morti in relazione alla venuta del Signore
2) e come attenderlo.

Quanto alla relazione, Paolo, dichiara subito in 4,13: non vo-
gliamo che voi siate nellignoranza a riguardo di quelli che giacciono
perch non siate tristi, (perch cessiate di essere nella tristezza) come gli
altri che non hanno speranza. In poche parole Paolo sta dicendo che la
tristezza che tiene i Tessalonicesi frutto di mancanza di speranza, ma
tenendo presente la triade si 1,3, la speranza segue allagape e questa alla
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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fede, e perci se manca la speranza, manca anche lagape e manca anche
la fede.
Ci limitiamo soltanto ad esprimere sinteticamente il pensiero pao-
lino, nel verso 14, per lapostolo sottolinea che se crediamo che Cristo
Risorto anche quelli che giacciono, Dio li condurr con Lui. E perci
Paolo ricorda la Resurrezione. I morti alla venuta del Signore risorgeran-
no. Lapostolo descrive tale venuta con un linguaggio tipicamente apoca-
littico, nel verso 15 afferma che: noi, i viventi, che siamo lasciati per la
parusia del Signore, non precederemo quelli che si sono coricati. Que-
sta frase pone un problema, o meglio lo ha posto tra gli interpreti, che pe-
r vorremmo un po eludere perch mi pare leggermente ozioso. Dicendo
noi Paolo pensava che nemmeno lui sarebbe morto. Le opinioni sono sta-
te tante tutte gravitanti attorno a due punti:

- o la convinzione che Paolo non sarebbe morto,
- o quella che mi sembra pi verosimile e che sta riprendendo
il linguaggio dei suoi interlocutori.

Dicevamo che la venuta del Signore descritta con linguaggio te-
ofanico-apocalittico (verso 16): il Signore stesso ad un cenno, alla voce
dellarcangelo, alla tromba di Dio, scender dal cielo, in seguito, a
questa venuta parusiaca, i morti risorgeranno e se ci sono ancora dei vi-
venti, la loro condizione sar quella di essere rapiti sulle nubi del cielo, e
tutti andremo incontro al Signore. Diamo qualche elemento di valutazio-
ne globale di questo discorso.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Il linguaggio anzitutto non deve essere esasperato, quello che Paolo sot-
tolinea sono tre aspetti:

1) anzitutto la certezza della Sua venuta;
2) inoltre laffermazione della resurrezione;
3) infine lepilogo finale che quello di essere con Cristo
che Paolo descrive come un grande corteo trionfale.

Su questo non diciamo pi nulla, pi importante quello che se-
gue nei versi 1-11 del capitolo quinto. Paolo esordisce con le parole sui
tempi e momenti, fratelli, non avete bisogno che vi si scriva. Emerge un
problema che doveva agitarsi nella chiesa primitiva: quando il Signore
torner? Contrariamente a quanto teologi hanno affermato, la Chiesa
primitiva profess la totale inconoscibilit del tempo del ritorno del Si-
gnore. Se consideriamo per esempio il discorso escatologico di Matteo,
capitolo 24 e 25 si pone il problema sul tempo della venuta, e Ges di-
chiara che non lo sa nessuno, nemmeno il Figlio. Linconoscibilit
dellora ha come conseguenza che il Signore pu tornare in qualsiasi
momento, donde una dimensione spirituale della vita cristiana professata
dalla Chiesa primitiva ed espressa con il verbo ,,e.a (vegliare).
Dal momento che non si sa quando il Signore torna, bisogna attenderlo
vegliando e non dormendo.
Alla base c una convinzione che la venuta del Signore dovr ve-
rificarsi di notte, ci emerge per esempio dalle varie parabole, per esem-
pio Matteo 25: le dieci vergini: a mezzanotte si sente un grido, ecco lo
sposo!; Marco 13 esorta a vegliare perch il Signore pu tornare la sera
a mezzanotte, al canto del gallo al mattino, cio in tutto larco della notte.
Tale convinzione poggia probabilmente su una parafrasi di indole midra-
scica contenuta nel Targum palestinese di Esodo 12. Secondo Esodo 12,
langelo sterminatore venne di notte, e il racconto dellEsodo conclude:
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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notte di veglia fu quella per il Signore. I rabbini commentarono che
quattro sono le notti:

1) la notte in cui Dio cre;
2) la notte in cui Abramo and a sacrificare il figlio;
3) la notte di Pasqua;
4) la notte quando verr il Messia.

Si capisce allora limmagine della veglia: chi attende non dorme.
lasciando stare la prospettiva dei sinottici, e tornando a Paolo, in 5,2 Pao-
lo spiega: voi stessi sapete accuratamente come il giorno del Signore
viene come un ladro nella notte. Notiamo anzitutto lavverbio accura-
tamente: ci significa che quello che Paolo sta spiegando appartiene gi
ad una lunga esposizione orale. Paragona la venuta del Signore a quella
di un ladro. Limmagine del ladro non paolina, ma ripresa dalla tradi-
zione sinottica, precisamente si legge in Matteo 24,43 e in Luca 12,39.
Entrambi gli evangelisti riferiscono un detto di Ges che, salvo opinione
migliore, pu risalire a Ges stesso. Il detto questo: se sapesse il padre
di famiglia a che ora verrebbe il ladro veglierebbe e non si lascerebbe
scassinare la sua casa. Ges conclude: anche voi siate pronti perch
nellora che non pensate, il Figlio delluomo viene. Ci potrebbe essere
una distonia tra limmagine e la sua applicazione. Il padrone di famiglia
veglia se sa a che ora viene il ladro, i discepoli debbono vegliare perch
non sanno a che ora il Signore viene. Ma probabilmente si passa ad una
argomentazione a forzioni
4
: se il padre di famiglia veglia perch sa, a
maggior ragione debbono vegliare i discepoli perch non sanno. Questo
detto di Ges fu reinterpretato ed abbiamo tre esempi di reinterpretazio-
ne: 1Ts 5,2; 2Pt 3,10; Ap 3,3. In 2Pt 3,10 leggiamo: questo dovete sape-
re, che verr il giorno del Signore come un ladro; Ap 3,3 precisa: se
non vegli, vengo come un ladro.

4
A maggior ragione.
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Sabato 12 marzo 2005, ore 08,30 / 10,15

La reinterpretazione doveva perci appartenere alla tradizione
primitiva. C per una differenza allinterno di questa reinterpretazione,
mentre Tessalonicesi parla della venuta non direttamente del Signore, ma
del giorno del Signore, lApocalisse parla direttamente del Signore. c
per una parola in Paolo molto importante perch gli permette di passare
allaspetto spirituale della vita cristiana: precisa che il giorno del Signore
viene come un ladro nella notte. Questa precisazione nella notte na-
sce indubbiamente dallo stile di un ladro che in genere preferisce per ru-
bare, le ore notturne. Ma probabilmente questa parola nasce dalla tradi-
zione evangelica. La tradizione evangelica assegna il tempo della notte
alla venuta del Signore e ci sulla scia di una tradizione giudaica codifi-
cata nel Targum di Esodo. In Paolo questa parola assume un senso spiri-
tuale: la venuta del giorno del Signore come un ladro nella notte coglie di
sorpresa come i dolori di una partoriente, poi per precisa (nel verso 4):
ma voi fratelli non siete della tenebra cosicch il giorno del Signore vi
sorprenda come un ladro. Precisa Paolo: tutti voi siete figli della luce e
figli del giorno (questo il senso spirituale). Dal momento che il ladro
viene nella notte, e il cristiano vive nel giorno, non potr essere sorpreso
da questa venuta. Perch poi sia nel giorno si spiega per il fatto che ri-
vestito della corazza della fede e della carit e dellelmo della speranza
della salvezza. Possiamo notare il linguaggio militare che Paolo usa an-
che altrove, per esempio nel capitolo sesto della lettera agli Efesini, il che
presuppone che la vita cristiana sia concepita anche come una lotta. Il
cristiano vive armato della fede, dellagape e della speranza.
Siamo in 5,8, perci verso la fine della lettera. Possiamo stabilire
una inclusione letteraria tra 1,3 dove parlava dellopera della fede, del
travaglio dellagape e della costanza della speranza, sono tre dimensioni
di vita cristiana che lo rendono figlio della luce per cui reso cos lumi-
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noso non avr mai paura del giorno del Signore. Paolo perci sposta
laccento da una attesa futura inquietante ad una dimensione attuale della
vita cristiana. Lapostolo v a concludere la sua lettera introducendo al-
cune esortazioni di vita cristiana nei versi 16-22: in ogni cosa gioite,
senza interruzione pregate, in tutto ringraziate, non spegnete lo spirito,
non disprezzate la profezia, vagliate ogni cosa, tenete ci che buono,
allontanatevi da ogni coscienza cattiva.
Concludendo questa prima lettera, ci che appare significativo
non soltanto il suo contenuto, ma soprattutto lanimo fresco
dellapostolo. Lo sar anche nelle altre lettere, ma quelle saranno pi se-
gnate da una venatura di sofferenza. In questa lettera, Paolo, aveva cerca-
to di acquietare gli animi di fronte allannunzio della venuta del Signore,
riportandoli ad una concretezza di vita cristiana. Non dovette riuscirci,
ci spiega la seconda lettera, la quale appunto rivela che linquietudine
ancora rimase, solo per che questa seconda lettera per noi difficilissi-
ma, anche perch Paolo lascia dei vuoti di pensiero. In 2,1 scrive esor-
tando a non lasciarsi traviare su una pretesa imminenza della venuta del
giorno del Signore. Addirittura Paolo scrive: nemmeno per mezzo di let-
tera come scritta da noi il che significa che dovevano circolare degli
scritti attribuiti a Paolo. Nel verso 3 dice cos: nessuno vi inganni poich
se prima non viene lapostasia e si manifesta luomo delliniquit, il fi-
glio della distruzione, colui che si erge ad avversario e si innalza su tutte
le cose chiamandosi io o idolo al punto da sedere nel tempio di Dio, ma-
nifestando s stesso essere Dio. La frase rimane in aria, Paolo ha intro-
dotto una lunga protasi che avrebbe dovuto essere seguita da una apodo-
si. In realt lapostolo nel verso seguente cambia pensiero e scrive: non
ricordate che gi quandero con voi ve lo dicevo?, per facile rico-
struire lapodosi: se prima non si manifesteranno tutte quelle cose, il Si-
gnore non verr. Ma il difficile appunto caratterizzare questa apostasia
di cui parla Paolo e questa manifestazione delluomo iniquo. un po
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difficile stabilire fin dove arriva il linguaggio preso in parte anche dal li-
bro di Daniele, e dove arriva il messaggio reale. Possiamo avanzare una
supposizione: Paolo in questa lettera, ancora pi delle altre, ha presente la
tradizione evangelica, e ci chiediamo se questa descrizione non sia una
reinterpretazione della parabola della zizzania che prevede lo sviluppo
fino alla mietitura, quando sar possibile la chiara distinzione tra grano e
zizzania. Se questa relazione vera, lapostasia di cui parla coincidereb-
be con la piena manifestazione escatologica finale del male che sar eli-
minato.
La difficolt emerge ancora di pi leggendo il verso 6: e ora co-
noscete ci che lo trattiene per manifestarsi nel suo tempo. Questa frase
parla di un impedimento che trattiene la manifestazione delluomo
delliniquit. Ma che cosa ? Il discorso di Paolo unico nel suo genere,
ci si potrebbe chiedere se stia facendo un discorso reale o non stia se-
guendo la scia dei discorsi escatologici dei vangeli sinottici dove Ges
parla dellabominio desolante che sta nel nuovo santo, ma anche nei si-
nottici il discorso formulato con il linguaggio di Daniele rimane oscuro.
San Giovanni nella prima lettera parla dellanticristo e rivolgendosi ai
cristiani scrive: avete sentito che deve venire lanticristo, per poi pre-
cisa che lanticristo
5
venuto, anzi ce n sono tanti e qui troviamo la fa-
mosa frase: sono usciti da noi ma non erano dei nostri, ma se fossero
stati dei nostri sarebbero rimasti con noi. Questo passaggio giovanneo
pi chiaro, e lallusione pu essere facilmente a quella serie di defezioni
nella chiesa primitiva, ma impressiona per esempio che il discorso di Pa-
olo non trova riscontro in un libro dove forse lo si poteva attendere:
lApocalisse che parla dellannientamento satanico (capitolo 20), ma non
dice nulla sulla manifestazione di questuomo di iniquit, o sulla aposta-
sia escatologica.


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Cfr. 1Gv 2,18.
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LE LETTERE AI CORINZI

Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo abbandona la prospettiva e-
scatologica, trattata nella lettera ai Tessalonicesi. Paolo affronta le angu-
stie e le diatribe presenti nella vita della comunit. C n una in partico-
lare alla quale Paolo accenna subito fin dalle prime battute della sua lette-
ra, in 1,11 scrive: mi stato riferito a vostro riguardo, fratelli, dalla
gente di Gloe, che divisioni ci sono tra di voi. Le divisioni sono indicate
al verso seguente: alcuni di voi dicono: io sono di Paolo, io di Apollo,
io di Cefa, io di Cristo. Non senza un certo scandalo, Paolo si chiede:
ma forse Cristo stato diviso?. Il problema tanto attuale perch le
divisioni di cui parla Paolo si sono riscontrate nella Chiesa di allora e si
riscontrano nella Chiesa di oggi. Lespressione: forse che stato diviso
il Cristo? mira a rimettere al centro chi realmente deve starci. Nei versi
seguenti, Paolo, per rivela quale sia la cera causa di tali divisioni. Nel
versi 17 aveva detto: Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad e-
vangelizzare e non con sapienza di parola, perch non sia svuotata la
Croce di Cristo. Ci significa che se Paolo avesse avuto una sapienza di
parola avrebbe rischiato di mettersi lui al centro e di prendere il posto
della Croce di Cristo. Cercando di tradurre in parole nostre il pensiero di
Paolo, le divisioni ci sono perch si fa fatica a mettere al centro Cristo
che si presenta nella fisionomia di crocifisso. Ed pi facile riconoscersi
in un leader carismatico, ed a questo punto, dal verso 18 in poi che Pao-
lo introduce il discorso sulla Croce di Cristo. Nel verso 18 scrive: la pa-
rola della Croce stoltezza per quelli che si pentono, ma per quelli che si
salvano cio per noi, potenza di Dio. Il Cristo Crocifisso si pone da-
vanti a tutti, giudei e pagani, e li contesta. Nel verso 22 dir: i giudei
chiedono segni prodigiosi e i greci cercano la sapienza. Di fronte a
questa pretesa c la stoltezza della predicazione (verso 23): noi annun-
ziamo Cristo Crocifisso che scandalo per i giudei e stoltezza per i pa-
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gani, per il Cristo crocifisso la potenza e la sapienza di Dio. Nel ver-
so 24 e 25, Paolo dichiara che, quello che i greci chiamano stoltezza dal
punto di vista di Dio la pi alta sapienza. Si direbbe che nel Cristo cro-
cifisso Dio ha esaurito tutta la Sua Sapienza. Per i giudei la croce appare
come un segno di debolezza e di impotenza, ma proprio quella la mag-
giore forza di Dio. In altre parole, quello che gli uomini giudicano stol-
tezza e debolezza la sapienza e la forza di Dio. Saltando altre conside-
razioni, Paolo pone il problema perch non si accetta un simile Cristo, in
3,1 scrive: ed io fratelli, non potei parlare a voi come a persone spiri-
tuali, ma come a persone carnali, cio i Corinzi sono rimasti nella di-
mensione umana e non sono passati alla dimensione spirituale, sono cio
rimasti come bambini che hanno bisogno di essere ancora nutriti di latte e
non con cibo solido. Implicitamente Paolo sta dicendo che per potere
comprendere il Cristo crocifisso bisogna essere spirituali, cio animati
dallo Spirito di Dio. Abbiamo trovato in questi tre capitoli un ragiona-
mento progressivo, le divisioni ci sono perch non si mette al centro il
Cristo crocifisso: non lo si mette al centro, perch non si accetta la Sua
Croce e non la si accetta perch non si spirituali. Ci significa che per
potere comprendere il crocifisso bisogna essere animati dal Suo Spirito,
altrimenti si resta in una lettura umana e dal punto di vista umano, non
c dubbio che il crocifisso sia stoltezza e scandalo. A livello spirituale,
invece, esso si presenta, come la massima presentazione della sapienza di
Dio e della potenza di Dio. Tutto questo discorso tacitamente suggerisce
che per fare del crocifisso il centro di unit bisogna passare attraverso la
Sua croce. Paolo allora, alla luce di quanto ha detto prima, pu rimprove-
rare i Corinzi (3,4): quando qualcuno dice: io sono di Paolo, ed un al-
tro: io di Apollo, non siete uomini?. Nel verso 5 si chiede: chi A-
pollo, chi Paolo?: soltanto ministri delle cose in cui avete creduto,
quindi non al centro. E nel verso 6 abbiamo la famosa frase: io ho pian-
tato, Apollo ha irrigato, ma Dio che d a tutto incremento. Paolo e gli
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altri sono soltanto ministri, per cui in 3,21 pu dire: nessuno si glori de-
gli uomini e poi continua: tutto vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo
di Dio sottolineando cos che essi appartengono non ad un uomo, ben-
s a Cristo, attraverso il quale di arriva a Dio.
Il tema dellunit per sta a cuore a Paolo, tanto che lo riprende
periodicamente nella sua lettera e passiamo cos ai capitolo 11, 12 e 13.

Sabato 19 marzo 2005, ore 09,30 / 10,15

Del capitolo 11, Paolo nota le divisioni l dove non si dovrebbero
portare di fronte alla mensa del Signore, ma gi nel capitolo 10 aveva in-
trodotto questo problema. Leggiamo infatti nel versetto 17: poich c
un solo pane, noi che pur siamo molti formiamo un solo corpo tutti in-
fatti partecipiamo dellunico pane. Questimmagine molto bella perch
pone il pane al centro di due comunioni con Cristo anzitutto di conse-
guenza non si possono mangiare le carni immolate agli idoli (qui per c
un altro problema, il mangiare la carne immolata agli idoli). Laltro a-
spetto comunionale quello tra di noi: importante qui limmagine del
corpo che Paolo usa e che sta alla base della verit del corpo mistico di
Cristo. La dottrina del corpo mistico sviluppata in Paolo in diverse let-
tere: Cristo il capo e noi formiamo il suo corpo. Ne parla al capitolo 12
della prima lettera ai Corinzi, ne parla nel capitolo 12 della lettera ai Ro-
mani, leggiamo infatti dal verso 4 e seguenti che: c un solo corpo con
molte membra, ma le membra non hanno tutte la medesima funzione, e
nel verso 5 precisa che anche noi: pur essendo molti siamo un solo cor-
po in Cristo e ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli al-
tri.
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La stessa immagine ripresa nel capitolo quarto della lettera agli Efesini.
Paolo introduce una esortazione, nel verso 3, cercando di mantenere
lunit nello Spirito, mediante il vincolo della pace. Continua Paolo sot-
tolineando i molti elementi di unit: un solo corpo, un solo spirito [],
una sola fede, un solo battesimo []. Lunit per non uniformit, ma
conosce anche un pluralismo che Paolo, ancora sullimmagine del corpo
descrive nello stesso capitolo quarto dal verso 11 in poi: Lui che ha
stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti,
[].
Ma una osservazione possiamo fare: limmagine del corpo mol-
to efficace perch presenta una unit differenziata, ed una differenziazio-
ne ricondotta ad unit. Per cui limmagine permette di evitare due estre-
mi, da una parte lesasperazione dellunit che luniformit, daltra par-
te evitare lesasperazione della differenziazione che porta ad una disgre-
gazione e chiude in individualismi. Limmagine del corpo, per, non
nuova: gi era presente nella antica letteratura. famoso lapologo di
Meneio Agrippa, che di fronte alla secessione dei Plebei sottoline, in
questo modo, la loro importanza. Ma veniamo al capitolo 12 della prima
lettera ai Corinzi. Paolo parte da una affermazione di pluralit. Ci sono
diversi carismi, la parola carisma in greco: ,atca come tutte le paro-
la in -a indica la realt completa, perci il ,atca tutto ci che
viene donato, infatti il termine ,atca deriva da ,at; cio dono,
ma implica diversi aspetti: anzitutto la persona che dona e inoltre la gra-
tuit del dono. Non chiara lampiezza di questo termine che Paolo rela-
zione al termine ministero; ministero anche una parola che custodia di
un munus, compito, dono: ma probabilmente le due parole si completano
a vicenda, il ,atca pu essere quello che si porta nella propria per-
sona, sia anche il compito concreto che si riceve. Ma al verso 1 Paolo ha
parlato di doni dello Spirito, e perci c gi un punto di partenza, di uni-
t, che lo Spirito da cui ogni dono sgorga. Nei versi 4,11, Paolo insiste s
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questo carattere originale dello Spirito: sono molto belli i versi 4-5, dove
Paolo dichiara: vi sono diversit di carismi, ma uno solo lo Spirito, vi
sono diversit di ministeri, ma uno solo il Signore, vi sono diversit di
operazioni, ma uno solo Dio che opera tutto in tutti, notiamo lindole
trinitaria di questo testo. Tacitamente Paolo propone la stessa Trinit co-
me esempio di pluralit nellunit e che sta a modello dellunit nella
pluralit ecclesiale. Posto il principio di questa unit fondamentale, Paolo
elenca delle differenziazioni, importante la frase: a ciascuno data
una particolare manifestazione dello Spirito per lutilit comune. Due
cose si sottolineano: la parzialit del dono, ma anche la finalizzazione del
dono allunit (per il bene comune). Nei versi 12-27, Paolo propone uno
sviluppo alla luce dellimmagine del corpo, nel verso 13 dichiara che tutti
noi siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo.
Nei versi seguenti, Paolo dir: come nel corpo ogni membro necessa-
rio e alla fine conclude nel verso 27 sottolineando: voi siete il Corpo di
Cristo e Sue membra, ciascuno per la sua parte. Ma nel capitolo 13,
quasi dando un colpo dala, Paolo passa a quel carisma che sta al di sopra
di tutti e che comune a tutti, ed questo dono che quasi costituisce il
tessuto connettivo di tutte le varie membra (il sangue). Ecco allora il mo-
tivo per cui introduce nel capitolo 13, linno cosiddetto allagape. Di
questinno per va sottolineata una prospettiva particolare: che cos
lagape? Essa presentata come ,atca cio come un dono che si ri-
ceve e perci sembra che in quellinno la prospettiva di Paolo no sia pri-
ma di tutto lagape che io esercito, ma lagape che ho ricevuto in dono. Il
modo ipotetico di esprimersi di Paolo rivela che questo dono gi pre-
sente in tutti, ma che, ricevuto, costituisce lanima di tutto. Cos nel verso
4, Paolo scrive: la carit paziente, benigna la carit, non invidio-
sa, non si vanta [], Paolo le presenta come caratteristiche dellagape
che si ricevuto in dono, e di conseguenza essa permea di s le azioni
umane. Possiamo anche dire che tutte le cose che Paolo elenca, la pa-
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zienza, la mancanza di invidia, credere tutto, sperare tutto, ecc, sono il
frutto dellagape che in noi. La dimensione dellagape ha un triplice ef-
fetto: il primo effetto quello di essere raggiunti dal dono di Dio, il se-
condo quello di costituire elemento di coesione, il terzo effetto quello
di proiettare verso leternit, e infatti Paolo sottolinea che tre sono le cose
che rimangono: la fede, la speranza, e lagape, ma pi grande di tutte
lagape.

Marted 04 aprile 2005, ore 10,30 / 12,15

LE LETTERE AI GALATI E AI ROMANI

Presentiamo la struttura generale di queste due lettere. La lettera
ai Galati si articola, nei suoi sei capitoli, in tre parti:

1. Parte apologetica (cap.1-2) dove lapostolo difende contro i
giudaizzanti la legittimit del suo ministero apostolico e la
verit del Vangelo che annunzia.
2. Parte dottrinale (cap.3-4) dove Paolo sviluppa il tema della
necessit della fede in Cristo per la salvezza in contrapposi-
zione alla pretesa dei giudaizzanti sulla necessit
dellosservanza della legge.
3. Parte parenetica (cap.5-6).

La lettera ai Romani invece, nei suoi sedici capitoli si articola in
tre parti:

1. Parte dottrinale (ap.1-8).
2. Problema della conversione degli ebrei (cap.9-11).
3. Parte parenetica (cap.12-16).

Dovremo poi introdurre delle divisioni ulteriori soprattutto nei
cap. 1-8.
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Prima di andare nel cuore di queste lettere, andiamo al problema
che le ha causate. Per andare al problema ci riferiamo a At15 dove Luca
ci parla del cosiddetto concilio di Gerusalemme. Ma prima di arrivare al
concilio indichiamo qualche cosa sullo sviluppo precedente del libro de-
gli Atti. In cap.7 Luca introduce il lungo discorso di Stefano che culmina
nel suo martirio. Lautore ci narra che tra quelli che operavano la lapida-
zione cera anche Saulo. Leggiamo in cap.8,1 che Saulo era consenziente
alla sua morte. Questo particolare suggerisce una causalit tra la morte di
Stefano e la conversine di Saulo, quasi a dire che il mistero della passio-
ne sostenuto da Stefano si risolve in frutti di risurrezione nella conversio-
ne di Saulo. Infatti, Luca dopo avere narrato una certa attivit della chie-
sa e avere introdotto in cap.8 lattivit del diacono Filippo, in cap.9 intro-
duce la conversione di Saulo. Non scendiamo nei particolari di quella
conversione, ma notiamo soltanto che a Saulo divenuto Paolo affidato il
ministero tra i pagani, cosa che ricorder nella lettera ai Galati.
Tuttavia chi apre il cammino del Vangelo ai pagani non Paolo
bens Pietro. Nel cap.10 infatti, Luca introduce lepisodio della conver-
sione della famiglia del Centurione Cornelio. Conosciamo la narrazione
di questa conversione nei vv.9-16 del cap.10, narrata la visione di Pie-
tro che vede scendere mentre si trovava sulla terrazza a pregare, un len-
zuolo con dentro ogni specie di animali quadrupedi, rettili e uccelli. Pie-
tro riceve il comando di uccidere e mangiare, Pietro reagisce obiettando
che mai aveva mangiato alcunch di comune o immondo, la voce dal cie-
lo lo ammonisce: Pietro no pu ritenere comune quello che Dio ha santi-
ficato. Dopo ci ripetutosi tre volte la visione scompare e mentre Pietro si
chiedeva quale fosse il senso di quella visione giungono gli inviati del
Centurione Cornelio che lo cercano ma lo Spirito stesso gli dice che tre
uomini lo cercano e gli comanda di andare con loro. Lo Spirito ordina a
Pietro di trasgredire la legge perch secondo essa un giudeo non poteva
andare in casa di un pagano. A questo punto la visione chiara, i vari a-
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nimali del lenzuolo con ogni specie di animale impuro, sono i pagani:
Dio li ha santificati, Pietro non pu ritenerli comuni e deve trasgredire la
legge che proibiva di andare da loro.
E molto bello il discorso che Pietro propone in casa di Cornelio,
sottolineando che Dio non fa distinzione delle persone ma che gli gradi-
to chiunque lo teme a qualsiasi popolo appartenga. E chiaro perci che
Dio ha chiamato anche i pagani.
Della conversione e della salvezza dei pagani avevano parlato an-
che i profeti post-esilici. Citiamo soltanto Is 56,1 dove leggiamo
lannuncio: non dica lo straniero che ha aderito al Signore: certo mi
escluder il Signore dal suo popolo (verso 3) e Dio risponde: gli stra-
nieri che hanno aderito al Signore per servirlo [] li condurr sul mio
monte santo.
Malachia aveva parlato di una oblazione pura che sarebbe stata
offerta al Signore da qualsiasi angolo della terra.
Tutto questo era accettato dai giudei ma ci esigeva una condi-
zione comprensibile quanto ancora Cristo non cera, che i pagani che vo-
levano entrare nellalleanza con il Signore, si giudaizzassero cio si fa-
cessero circoncidere e osservassero tutta la legge.
Ma poniamo un problema e questo problema suggerito da af-
fermazioni gravissime di Paolo stesso; nella lettera ai Romani dir che
mediante la legge si ebbe la conoscenza del peccato anzi Paolo stabilisce
una relazione tra la legge e il peccato, in tanto c il peccato in quanto c
la legge. Nella lettera ai Galati in cap.3 c una affermazione molto dura;
in v.10 lapostolo afferma che quelli che si richiamano alle opere della
legge sono sotto la maledizione. Infatti, la legge minaccia maledizione
per chiunque non la osserva. Paolo cita Dt 27,36 ma poi continua che la
legge dava unaltra maledizione: maledetto chiunque pende dal legno e
Cristo si fatto maledetto per riscattare dalla maledizione della legge.
Emerge allora il problema: che cosa questa legge? Il giudaismo ritenne
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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la legge il dono pi prezioso che Dio aveva fatto, al punto da ritenere che
i pagani erano esclusi dalla salvezza per la semplice ragione che al Sinai
non cerano quando Dio aveva dato la legge.
Effettivamente il dono della legge fu ritenuto il dono pi grande.
Sappiamo come dopo il ritorno dallesilio, si oper la redazione del Pen-
tateuco, si prese come schema il codice sacerdotale e su quello si inseri-
rono le altre parti provenienti dalle altre tradizioni.
Il Pentateuco divent cos la legge assoluta al punto che fu anche
oscurato il carisma profetico. Nellepoca post-esilica non troviamo pi
grandi nomi di profeti. Tuttavia il carisma profetico non fu annullato ma
rimase assumendo una forma pi clandestina che sar poi la letteratura
apocalittica. Dicevamo che il dono della legge costitu il dono pi grande
che Israele ricevette da Dio. Basta citare alcuni salmi post-esilici; citiamo
anzitutto il salmo 39; il salmista si pone il problema di come ringraziare
Dio per i suoi innumerevoli benefici. Constata che Dio non vuole i sacri-
fici: sacrificio e offerta non gradisci; non hai chiesto olocausto e vittime
per la colpa. Quello che invece Dio vuole losservanza della sua leg-
ge: allora ho detto: ecco io vengo a compiere il tuo volere e la tua legge
in mezzo alle mie viscere. Il salmo 18 ancora continua: la legge del
Signore perfetta, rinfranca lanima. Dobbiamo per citare anche il
lungo salmo 118 con i suoi 176 versi. Percepito il valore della legge ci si
mise allora a studiarla dando origine a tutta la letteratura giudaica che a-
desso ci limitiamo ad accennare.
La legge anzitutto fu tradotta in lingua aramaica dal momento che
il popolo tornato dallesilio non parlava pi lebraico bens laramaico. Si
form cos la versione aramaica che a noi pervenuta in diverse forme.
Anzitutto il Targum che traduce quasi alla lettera il testo ebraico. Ci per-
venuto poi nella forma palestinese che non una semplice traduzione ma
tante volte presenta degli ampliamenti ai racconti di indole midrashica e
tante volte propongono delle re-interpretazioni.
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Tutto questo importante per il NT perch molte prospettive di-
pendono dal Targum, anzi pu capitare che pur citando secondo i Settan-
ta il NT o meglio gli autori neo testamentari poi sviluppano nella prospet-
tiva del Targum. I rabbini commentarono la legge e siccome nel Penta-
teuco si intrecciano parti narrative e parti legali, il commento alle parti
narrative fatto spesso di ampliamenti midrashici si chiam Haggadh. Il
commento alle leggi invece si chiam Halahh.
E importante osservare come avveniva tale commento, si cercava
di ipotizzare tutti i casi della vita confrontandoli con la legge e scendendo
in una vera e propria casistica. E importante per unaltra prospettiva, i
rabbini ritennero che la legge scritta non fosse tutta quella data da Dio a
Mos al Sinai ma ritenevano che in parte Dio aveva comandato di scri-
verla, in parte invece lavrebbe affidata in forma orale. Mos avrebbe poi
trasmesso questa legge orale a Giosu, Giosu ai Giudici, i Giudici ai
profeti e i profeti ai saggi dIsraele cio i rabbini. Questi ultimi si ritenne-
ro detentori pi o meno abusivi della legge di Dio, donde la polemica di
Ges in Mt 23,1: sulla cattedra di Mos sedettero gli scribi e i farisei:
quanto vi dico fatelo e osservatelo ma non fate secondo le loro opere
perch dicono e non fanno. Questa legge orale costituiva quelle tradi-
zioni giudaiche contro le quali abbondantemente polemizz Ges fino a
rimproverare gli scribi e farisei di trasgredire la legge di Dio in nome del-
le loro tradizioni. Si formarono cos i vari maestri che trasmettevano le
varie leggi. In seguito anche dopo il NT queste leggi furono scritte corre-
date da un commento che va sotto il nome di Mishn. La Mishn a sua
volta fu commentata in un commento cosiddetto Gemara. Mishn e il suo
commento daranno origine al Talmud che fin per diventare pi impor-
tante della stessa Bibbia. Il Talmud per sar completo verso lVIII seco-
lo dopo Cristo. Il NT attesta la presenza di queste tradizioni; spesso si
scendeva anche al pedante. Mc 8, nel contesto del problema sulla vera
purit, si dilunga a descrivere queste tradizioni riguardanti lavatura di
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bicchieri, di lavarsi le mani, ecc. Ges stesso fu rimproverato perch i di-
scepoli raccolsero di sabato delle spighe di grano e Ges stesso fu rim-
proverato perch i discepoli mangiavano il pane senza lavarsi le mani.
Si arriva cos a tutto un nugolo di legislazioni e norme le cui ap-
plicazioni finivano per avere la stessa forza dei principi legali. In tutto ci
cera per uno spirito religioso nonostante la contestazione neo-
testamentaria e specificatamente evangelica: i giudei si sforzavano a pre-
vedere e a confrontare con la legge ogni possibile situazione di vita per-
ch non restasse nulla della via umana che non fosse confrontato con la
legge.
Torniamo al nostro discorso: il confronto cio tra la legge e la fe-
de cristiana. Fino a quando la comunit cristiana era formata da giudei, il
problema non si poneva perch questi ultimi lavevano osservata prima e
continuavano a osservarla dopo. Il problema invece si pose quando si ca-
p che Dio aveva chiamato alla salvezza anche i pagani. Abbiamo detto
che i giudei ammettevano che i pagani si potessero convertire ma dove-
vano accettare tutta la legge. Questo problema scoppi soprattutto dopo il
primo viaggio paolino quando gi il vangelo cominciava ad essere accol-
to dai pagani. Si pose allora il problema se cio i pagani convertiti alla
fede cristiana dovessero accettare o meno la legge mosaica. I giudei so-
stenevano di s, la chiesa primitiva prese invece coscienza che i pagani
convertiti non erano tenuti a quella osservanza.
La sintesi di tutto ci contenuta in At15,1 dove Luca narra che
alcuni giunti dalla giudea insegnavano ai fratelli che se non vi fate cir-
concidere secondo luso di Mos non potete essere salvati.
Laffermazione grave perch fa dipendere la legge
dallosservanza e non dalla fede in Ges. Probabilmente alla base ci sta
un equivoco; il Messia superiore alla legge o la legge superiore al Mes-
sia? Il giudaismo sosteneva questa seconda cosa: il Messia inferiore alla
legge, anzi il Messia in funzione della legge.
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Sabato 09 aprile 2005, ore 08,30 / 10,15

Soprattutto nelle comunit cristiane di origine ellenistica si pone-
va il problema se i pagani chiamati alla fede erano tenuti allosservanza
della legge giudaica. La predicazione apostolica con Paolo in testa soste-
nevano che i pagani chiamati alla fede non erano tenuti allosservanza
della legge. In contrapposizione ci fu una predicazione contraria da parte
dei giudaizzanti che invece sosteneva la necessit della legge. Questa
predicazione dei giudaizzanti riassunta nel verso 1 del capitolo 15 degli
atti degli apostoli; narra Luca che alcuni venuti dalla Giudea insegnavano
ai fratelli che: se non vi fate circoncidere secondo luso di Mos non po-
tete essere salvati: il problema addirittura la salvezza, la quale, in que-
sto modo non dipende pi da Cristo, ma dipende dalla legge. Il capitolo
15 degli Atti, quello che v sotto il nome di Concilio di Gerusalemme
fondamentale perch segna lo sganciamento definitivo della Chiesa dalla
culla della sinagoga, dove era nata. Riassumendo brevemente, ai giudaiz-
zanti si opponevano Paolo e Barnaba e dice Luca che ci fu non poco con-
trasto al punto che si decise di deferire il problema al collegio apostolico.
Qui intervengono prima Pietro, poi Giacomo, e soprattutto Pietro prende
atto del fatto che Dio ha chiamato anche i pagani ai quali non si pu im-
porre quel giogo: che n noi n i nostri padri potemmo portare: questo
giogo la legge che si imponeva. Qui la comunit primitiva mette a nudo
un problema che la legge non stata osservata. Dir Paolo nella lettera ai
Romani che non sono giusti quelli che ascoltano la legge, bens sono resi
giusti quelli che la osservano, sottintendendo Paolo che la legge non
stata osservata. Il collegio apostolico prende atto che la salvezza non si
ha per la legge, ma si ha, e sar questo il chiodo su cui Paolo batte nella
lettera ai Romani, si ha nella fede in Cristo. In Atti 15,11 leggiamo: noi
crediamo che per la grazia del Signore Ges siamo salvati e nello stesso
modo anche loro. La chiesa primitiva prende coscienza che la salvezza
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sia soltanto in Cristo e ci indispensabile sia per i pagani, che non han-
no la legge, sia anche per i giudei che hanno la legge. Dal momento che
lunico Salvatore Cristo, i giudei sono liberi di osservare la loro legge
ma certo non la si pu imporre ai pagani.
Tuttavia il collegio apostolico ritiene di dovere imporre qualcosa
ai pagani, ma la impone non perch sia indispensabile alla salvezza, ma
perch c un problema, quello cio della comunione tra due popoli e
perci i pagani sono invitati ad astenersi da alcune cose che ripugnano ai
Giudei. Si decide cos di scrivere ai pagani una lettera con le decisioni
apostoliche. Gli apostoli, prima di tutto, prendono le loro distanze da quei
giudaizzanti che predicano la necessit della legge, forse questi si appel-
lavano agli apostoli, ma a loro riguardo gli apostoli dichiarano di non a-
vere dato loro alcun incarico. Ma ecco la decisione apostolica espressa
nel verso 28: abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi
nessun altro obbligo se non al di fuori di queste cose necessarie: aste-
nersi dalle carni immolate agli idoli, astenersi dal sangue, astenersi da-
gli animali soffocati e astenersi da qualsiasi impudicizia. La decisione
apostolica fu motivo di gioia per i pagani, ma non alliet i giudaizzanti, i
quali, ritenendo Paolo colpevole di tutto ci, si fecero un dovere di porta-
re scompiglio nelle chiese paoline. Ci appare anche in 1Ts dove
lapostolo parla dei falsi fratelli che si erano sub-introdotto (introdotti di
soppianto) per spiare la nostra libert in Cristo; sar una causa di ama-
rezza anche nelle chiese di Corinto e la seconda lettera rivela tutta
lamarezza di Paolo, sar ancora un problema nella chiesa di Colossi, e
Paolo si premurer nella lettera ai Colossesi a sottolineare la centralit di
Cristo. Ma soprattutto sar un problema molto forte nelle chiese della
Galazia, donde la lettera ai Galati molto amara e anche molto dura, dove
lapostolo fin dal principio dichiara in 1,6: mi meraviglio che cos pre-
sto passate da colui che vi ha chiamato per la grazia di Cristo verso un
altro vangelo (cio il vangelo dei giudaizzanti), ma Paolo precisa che
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non c altro vangelo. In 3,1 poi in uno sfogo di amarezza Paolo dir: o
insensati Galati, chi ha traviato voi davanti ai quali fu descritto il Cristo
crocifisso?. Ma i giudaizzanti rimproveravano Paolo e gli contestavano
due cose: la prima che lui aveva tradito linsegnamento apostolico,
laltra, ancora pi di fondo, gli contestava che fosse veramente apostolo.
Nella parte apologetica dei capitoli 1 e 2 della lettera ai Galati, Paolo ci
terr a mostrare due cose o tre: anzitutto lui vero apostolo avendo rice-
vuto la missione direttamente da Ges. In secondo luogo non un inviato
dal collegio apostolico, ma apostolo a pieno titolo, ed infine, in terzo luo-
go, che lui si confront con Pietro e che quelli che sembravano le colon-
ne della chiesa, cio Cefa, Giacomo e Giovanni (Gal 2,9) gli diedero la
destra in segno di comunione riconoscendo che a lui era stato affidato il
ministero degli incirconcisi (i pagani) come a Pietro era stato affidato il
mistero dei circoncisi (i giudei). Sarebbero belli da leggere questi due
capitoli, ma notiamo soltanto qualche passaggio, in 1,1 Paolo apre la sua
lettera con le parole: Paolo apostolo non da uomini, ne per mezzo di
uomini, ma per mezzo di Ges Cristo. Fin dalle prime battute Paolo sot-
tolinea la sua diretta dipendenza da Ges. In questo sfondo apologetico si
colloca il famoso contrasto con Pietro ad Antiochia. Paolo ad Antiochia
rimprover Pietro perch il suo modo di agire non appariva conforme al
Vangelo, non si tratta di un problema dottrinale, ma soltanto di un com-
portamento pratico, Pietro cio stava con i pagani, ma quando venivano i
giudei si allontanava dai pagani. Si tratta di un problema forse di paura,
ma secondo Paolo, questo modo di fare disorientava, quasi a dire ai pa-
gani che ancora era necessaria la legge per la salvezza. Nei versi 2,15-21
Paolo porta diverse argomentazioni per cui la legge superata. Nel verso
19 Paolo dichiara con una frase stringatissima che ha bisogno di essere
spiegata: io per mezzo della legge sono morto alla legge: sono stato
crocifisso con Cristo, vivo io ma non io, in me vive Cristo, il fatto nel mio
vivere nella carne un vivere nella fede del Figlio di Dio che mi ha ama-
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to ed ha dato s stesso per me. Nel verso 21, come culmine dei suoi ar-
gomenti contro la legge, dichiara: se per mezzo della legge c la giusti-
ficazione, Cristo morto invano.
A questo punto potremmo scendere nel cuore della lettera ai Ro-
mani, ma prima forse meglio considerare un altro sfondo che vogliamo
proporre partendo da Romani 8,2 (sul capitolo specifico 8 parleremo in
seguito). In Rm 8,2, dopo avere dichiarato che non c alcuna condanna
per quelli che sono in Cristo Ges, continua: la legge dello Spirito della
vita, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. In questo testo
abbiamo due triadi, che possiamo proporre schematicamente nel seguente
modo:

1) la legge
2) dello Spirito
3) della vita
1) la legge
2) del peccato
3) della morte

In queste due triadi abbiamo un elemento in comune e due antite-
tici. Lelemento comune il primo: la parola legge (|ee;) donde dedu-
ciamo che il vero problema non labolizione della legge, ma la sua so-
stituzione. caduta la legge mosaica (compresi i 10 comandamenti, nel
senso che la salvezza non dipende pi da essi). Gli altri due comanda-
menti esprimono un carattere antitetico: allo Spirito si contrappone il
peccato; alla vita si contrappone la morte. Ma che cosa c dietro queste
due triadi? Partiamo dalla seconda triade: la legge (e ,a |ee;) dello
Spirito (eu :|.uae;) della vita (; ,a;). Abbiamo un termine al no-
minativo (e ,a |ee;) seguito da due genitivi subordinati donde dedu-
ciamo che ogni elemento dipende dal precedente. Bisogna perci caratte-
rizzare bene il primo genitivo dello Spirito in relazione al precedente
termine legge (|ee;), e bisogna caratterizzare bene il secondo geniti-
vo ; ,a; in rapporto al precedente genitivo. Che valore ha il primo
genitivo dello Spirito?: pu avere due valori possibili: o genitivo sog-
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gettivo (lo Spirito che d la legge) oppure genitivo epesegetico o di iden-
tit (la legge che lo Spirito). Escludiamo un terzo senso quello cio di
genitivo oggettivo (lo Spirito cio che sgorga dalla legge). Lasciamo a-
perto per il momento questo aspetto e passiamo al genitivo seguente
(; ,a;) della vita, anchesso pu avere due valori: o genitivo ogget-
tivo (la vita cio oggetto dello Spirito), sgorga cio dallo Spirito, oppu-
re genitivo epesegetico o di identit (lo Spirito cio che la vita). Questa
triade si radica nella letteratura profetica. Diciamo subito che la prima
parola legge dipende da Geremia 31,31-34. Le due parole Spirito e
vita dipendono rispettivamente dai capitoli 36 e 37 di Ezechiele.
Geremia opponeva due alleanze, lopposizione consisteva nel
modo come le due alleanze erano state stipulate. Al Sinai si era stipulata
lantica alleanza, ma questa era fallita; Geremia stesso si premura di spe-
cificare che la nuova alleanza non sar come quella che lui stipul con i
padri, quando li prese per mano per farli uscire dal paese di Egitto. La
nuova alleanza, come abbiamo detto, prevede la legge scritta nel cuore,
donde si deduce che proprio qui, secondo Geremia, sta in contrasto tra le
due alleanze: la prima prevedeva la legge scritta compreso il decalogo su
tavole di pietra, la seconda invece prevede la legge scritta nel cuore uma-
no. Narra il libro dellEsodo che la prima alleanza nacque allombra del
peccato e infatti il popolo rifiutava i comandamenti proprio nel momento
in cui venivano promulgati. Emerge il contrasto tra quello che Dio pro-
fessa sulla montagna Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal
paese di Egitto e in nome di questa prerogativa d i comandamenti, sot-
to la montagna, davanti allidolo il popolo professa: Israele, questi il
tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto. Dio perci non il
Salvatore, ma lo lidolo e di conseguenza abusivo nel dare i coman-
damenti. Narra lEsodo che Mos ruppe le tavole di pietra, quasi a dire
che lalleanza era stata infranta gi nel suo nascere. Geremia prevedeva
un nuovo modo di promulgare la legge, non pi scritta al di fuori
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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delluomo quasi soffocando luomo, ma scritta allinterno delluomo, e
perci oggetto dei suoi affetti e della sua volont. Geremia per non pre-
vedeva la sostituzione della legge, che invece far il NT, del resto nel
cuore umano non entra mai come oggetto dei suoi affetti una norma, ma
entra una persona. Possiamo subito dire che per entrare nel cuore umano
la legge deve diventare una persona. In Romani 5,5 leggiamo infatti:
lamore di Dio stato effuso nei nostri cuori. Lespressione nei nostri
cuori in Rm 5,5 dipende da Geremia e perci la legge che entra nel cuo-
re lo stesso amore di Dio. Il genitivo di Dio un genitivo soggettivo
e perci non si tratta degli uomini che amano Dio, ma di Dio che ama gli
uomini. Dio stesso perci che ama e in quanto ama diventa la legge
nuova. Lasciando stare Rm 5,5, il passaggio da una norma ad una perso-
na (come legge) era gi suggerito dallo stesso AT.

Marted 12 aprile 2005, ore 10,30 / 12,15

Un passo avanti sar fatto cinquanta anni dopo da Ezechiele. Eze-
chiele riprende e personalizza, col suo linguaggio tipicamente sacerdota-
le, loracolo di Geremia. Possiamo infatti stabilire un confronto tra Ge-
remia 31 ed Ezechiele 36. In Geremia 31 la prima caratteristica della
nuova alleanza era la legge scritta nei cuori, lultima caratteristica, o se
vogliamo anche la condizione previa era la remissione dei peccati: poi-
ch sar propizio alle loro colpe e dei loro peccati non mi ricorder
pi.
Ezechiele riprende col suo linguaggio questo oracoli. Nel capitolo
36 annunzia: quando mi sar santificato in mezzo a voi effonder su di
voi acqua viva e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e da tutti i vo-
stri idoli. Dio in polemica col suo popolo, perch, parafrasando Eze-
chiele, a causa del suo popolo il suo Santo Nome bestemmiato tra i po-
poli, i quali ironicamente dicono: questo il popolo del Signore e pure
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dalla sua terra uscito insinuando cos che se il popolo del Signore
fuori dalla sua terra, ci perch, o il suo Dio non ha voluto salvarlo, op-
pure il suo Dio poverino non ne stato capace a salvarlo. Il Santo Nome
di Dio bestemmiato perch praticamente si nega la Sua fedelt e la Sua
potenza. Dio allora decide di mostrare agli occhi di tutti la Sua santit,
precisamente riportando il suo popolo in patria, ma non pu riportarlo
cos semplicemente perch giunto in patria torner a peccare e sar co-
stretto ancora a cacciarlo via. Dio deve riportare in patria un popolo che
non pecca.
Da qui le Sue due azioni: la prima negativa: la purificazione cio
da tutte le proprie sozzure e da tutti i propri idoli. La seconda azione
positiva: vi dar un cuore nuovo, metter dentro di voi uno spirito nuo-
vo, toglier da voi il cuore di pietra e vi dar un cuore di carne, porr il
mio Spirito dentro di voi.
Possiamo stabilire una somiglianza e differenza con Geremia,
come deduciamo dal seguente schema:

Geremia:
1) pongo la mia legge nel loro intimo e sul loro cuore la scriver
2) dei loro peccati non mi ricorder pi

Ezechiele:
3) effonder su di voi acqua pura e sarete purificati
4) vi dar un cuore nuovo []

La somiglianza e la differenza tra i due profeti appare bene: il di-
menticare i peccati di Geremia, secondo Ezechiele (3) avviene perch
Dio versa acqua pura e purifica; per Ezechiele non si tratta pi (4) di
scrivere la legge nel cuore, ma addirittura di cambiare il cuore. In questo
senso emerge una piccola critica che Ezechiele fa a Geremia: non avreb-
be senso che Dio scriva la legge nel cuore se il cuore resta quello che ,
cio cuore di pietra incapace di palpitare e amare. Perch la legge di Dio
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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possa essere iscritta nel cuore umano indispensabile che lo stesso cuo-
re sia cambiato.
Al nostro scopo per interessa una relazione che proponiamo
schematicamente nel seguente modo:


Geremia:
pongo la mia legge nel loro intimo

Ezechiele:
porr il mio spirito dentro di voi

Le due espressioni tradotte diversamente in lingua italiana, sono
quasi identiche nel testo ebraico, Geremia scrive: ::: (Ger 31,33),
Ezechiele scrive lo stesso termine col pronome di seconda persona
plurale: :::: (Ezechiele 36,27). Questa relazione non sfugge
allautore neotestamentario, il quale facilmente stabilisce una relazione
tra legge scritta nellintimo e lo spirito posto nellintimo e perci per
lautore neotestamentario, Ezechiele specificherebbe quello che Geremia
lascia pi nel vago. La legge cos nellintimo del cuore diventa lo Spirito.
Dio poi annunzia con le parole: vi far vivere nei miei coman-
damenti e vi far osservare e mettere in pratica le mie leggi. Cio aven-
do il cuore nuovo attuato dallo Spirito di Dio, luomo sar perfettamente
osservante dei comandamenti, e osservando i comandamenti, luomo po-
tr vivere. Ezechiele risente della mentalit del Deuteronomio dove in 4,1
si legge: osserva i comandamenti perch tu viva. Secondo Deuterono-
mio la vita dipende dalla osservanza dei comandamenti. Si riecheggia in
ultima analisi la tradizione genesiaca Jawhista alla quale dovremmo tor-
nare. Vivendo il popolo in forza dellosservanza dei comandamenti, il
popolo allora sar impeccabile e Dio potr riportarlo in patria: abiterete
nella terra che io diedi ai vostri padri e voi sarete il mio popolo ed Io sa-
r il vostro Dio. Ezechiele propone come culmine di tutto quella realiz-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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zazione di alleanza che Geremia aveva proposto come seconda caratteri-
stica della nuova alleanza.
Ma il testo paolino stabilisce una relazione diretta tra lo Spirito e
la vita (la legge dello Spirito della vita) senza passare attraverso
losservanza dei comandamenti, questa relazione diretta dipende ancora
da Ezechiele, non nel capitolo 36, ma in quello seguente 37: la visione
cio delle ossa aride, il profeta vede un campo di ossa inaridite senza al-
cuna traccia di vita e pone al profeta la domanda se mai quelle ossa po-
tranno rivivere. Quelle ossa non possono rivivere, a meno che, Dio non le
faccia rivivere, per questo il profeta si trincera nella risposta: Signore
mio, tu lo sai. Dio decide di far rivivere quelle ossa, ma le fa rivivere
mediante il suo Spirito: vieni o Spirito dai quattro venti e soffia su que-
sti morti perch rivivano. Conosciamo il racconto: viene lo Spirito in
quelle ossa e la loro revitalizzazione avviene in due momenti: prima sulle
ossa si formano la carne e la pelle, e poi quelle ossa riprendono vita. Ab-
biamo a suo tempo considerato questo brano, al nostro scopo, in relazio-
ne alla lettera di Paolo, a noi interessa laspetto di causalit dello Spirito
in relazione alla vita. Ci conferma il senso oggettivo del genitivo
; ,a; nel testo paolino (lo Spirito che d la vita).
Possiamo allora riassumere come nella prima triade di Paolo di-
pende dalla letteratura profetica soprattutto Geremia ed Ezechiele.
Passiamo adesso allaltra triade che pi impegnativa: la legge
del peccato e della morte. Abbiamo detto come il genitivo del peccato
si pu intendere in due modi, entrambi possibili ed entrambi coerenti col
pensiero paolino: la legge che il peccato oppure anche la legge che
conduce al peccato. In questo Paolo si mostra fortemente critico con la
concezione giudaica che abbiamo gi notato: la legge bench data da
Dio, in realt ha relazione col peccato. Dir Paolo nel capitolo 7 che per
mezzo della legge si ha la conoscenza del peccato. In 7,7 leggiamo: Io
non conobbi il peccato se non mediante la legge. Il rapporto tra peccato
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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e legge delineato nel capitolo 7: la legge, ben lungi dallevitare il pec-
cato, n stata la diretta causa. In questa argomentazione, Paolo v oltre
la prospettiva del capitolo 15 degli Atti degli Apostoli. In questo capitolo
Luca comincia con la pretesa dei giudaizzanti, che se non si circoncisi
alla maniera di Mos, e se perci con la circoncisione non si accetta tutta
la legge, non si pu essere salvati, Luca fa concludere a Pietro che: cre-
diamo che per la grazia di Ges Cristo siamo salvati (Cfr. Atti 15,11).
Ma Paolo v oltre: non solo la legge non salva, ma addirittura la legge
provoca il peccato, in questo ragionamento dovremmo risalire da Paolo
allAT, ma metodologicamente preferiamo scendere dallAT al Paolo. Il
riferimento allAT ci suggerito dallantitesi che Paolo stabilisce tra Ge-
s ed Adamo (presente anche nellinno ai Filippesi), ma lesperienza a-
damitica, come vedremo, quadra bene con lo sviluppo del capitolo 7.
Rileggiamo pertanto lesperienza adamitica: in Genesi, nel capito-
lo 2, al verso 17, leggiamo il comando di Dio ad Adamo; Dio dice ad
Adamo: dellalbero della conoscenza del bene e del male non mange-
rai. Nel testo ebraico abbiamo una forma apodittica negativa con
:s- s (Genesi 2,17). Questa formula tradotta abitualmente: non
devi mangiare si potrebbe tradurre ugualmente bene o forse anche me-
glio: non puoi mangiare. Nel testo genesiaco Dio non sembra dare un
comando, ma sembra tirare la logica conseguenza da una promessa: un
comando avrebbe dovuto essere espresso con s eloiussivo. La for-
mula con s e limperfetto suggerisce meglio una conseguenza logi-
ca: data una premessa si tira una conseguenza. Salvo errore la premessa
il fatto che Dio ha posto luomo nel giardino di Eden. Il fatto che Dio ha
posto luomo nel giardino genesiaco rende impossibile il fatto di mangia-
re. Quando poi al comando concreto: non mangiare dellalbero della
conoscenza del bene e del male, equivale a non farsi dio, a non emanci-
parsi da Dio, ma piuttosto a dipendere da Dio. Rileggendo Genesi in s
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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stesso sembra che la prospettiva sia quella della felicit e della vita, ma
ad una condizione: che luomo non mangi dellalbero del bene e del ma-
le, cio che non si faccia lui arbitro del bene e del male, cio che non si
erga in contrapposizione a Dio. La conseguenza nel testo genesiaco la
morte, ma anche qui nel testo ebraico abbiamo lespressione:
-:- -: (Gen 2,17) cio un infinito assoluto seguito da un imper-
fetto. Salvo errore, Dio in Genesi, non sta minacciando alcuna punizione,
ma ancora una volta, sta tirando la conseguenza logica da una premessa:
linfinito assoluto rafforza limperfetto ed esprime il carattere certo ed as-
soluto di tale conseguenza: se luomo si erge contro Dio, luomo muore.
Nel capitolo terzo, lautore genesiaco introduce il dramma della trasgres-
sione. Compare la figura del serpente presentato come la pi astuta delle
bestie del campo che il Signore Dio aveva creato. Questa figura del ser-
pente molto misteriosa, ma altro la lettura in s stessa, altra la lettura
che fa il NT. NellAT il serpente si pu ricollegare, come un simbolo fal-
lico, come gli antichi culti idolatrici naturistici. Ma il problema in Gene-
si, sembra essere quello di sempre nella storia del popolo del Signore:
lidolo ha sempre attirato ed ha allontanato dal Signore. Lautore gene-
siaco introduce questa figura con molta finezza psicologica, il serpente
dice: forse che Dio vi ha impedito di mangiare da ogni frutto
dellalbero?. La donna difende Dio limitando il fatto che si tratta soltan-
to dellalbero della conoscenza del bene e del male. Ma proprio questo
laggancio che il serpente cerca. Dalle parole della donna il serpente de-
duce il fatto che Dio inganna. Nel racconto genesiaco ci sembra di scor-
gere una metodologia satanica: staccare cio un comando di Dio da tutto
il contesto salvifico in cui inserito e cos staccato presentarlo come con-
trario alla felicit umana ( lo stesso metodo che avverr al Getsemani).
Su questo episodio Paolo sembra fondare la sua argomentazione,
Genesi ci spiega che dopo che gli uomini ebbero mangiato i loro occhi
si aprirono e si accorsero di essere nudi. Simile esperienza appartiene
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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al linguaggio Jawista e sta ad indicare come sia entrata sotto la parvenza
di pudore una divisione tra due esseri (uomo e donna), destinati ad essere
una cosa sola. Il serpente genesiaco ricever una interpretazione in Sa-
pienza 2,20 dove lautore scrive: per invidia del diavolo la morte entr
nel mondo. Troviamo qui il termine greco etaee; dal verbo
etaaa che indica colui che ostilmente si interpone. Questo termine
traduce lebraico zc () che indica lavversario, questo personag-
gio con questi nomi compare nei libri di Giobbe e nel capitolo terzo di
Zaccaria anche se n luno, n laltro parlano della loro origine. Paolo
non usa nessuno di questi termini, ma usa lespressione aata il
peccato, che in questo modo soprattutto nei capitoli 5 e 7 di Romani as-
sume il carattere di una entit personificata, cio non intende il peccato
concreto che luomo commette, ma il peccato personificato che induce
luomo a peccare.
Il testo genesiaco letto cos come sta pone allautore neotestamen-
tario una domanda: da dove spunta? Nel capitolo 1 il codice sacerdotale
aveva parlato della creazione di animali che strisciano, ma la prima vol-
ta che presentata questa figura come ostile.
Paolo fa una osservazione il serpente spunta in concomitanza al
comandamento di Dio e si serve del comandamento di Dio, stato perci
il comandamento di Dio a risvegliare il peccato, ci emerge dal cap 7.

Sabato 16 aprile 2005, ore 08,30 / 10,15

Prima di passare al capitolo 7 confrontiamo la triade di Rom 8,2:
la legge del peccato e della morte con unaltra triade analoga conservata-
ci alla fine del capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi. In questo capito-
lo, Paolo, partendo dalla professione di fede primitiva, ha sostenuto la
certezza della resurrezione. Sviluppando poi laspetto della morte umana,
come attesa di risurrezione, nel verso 53 difatti scrive: bisogna che que-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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sto [corpo] mortale si rivesta di immortalit. allora che si realizza la
profezia di Osea: dove o morte la tua vittoria, dove o morte il tuo
stimolo. chiaro che Paolo sta citando Osea a modo suo perch mentre
la frase in Osea un invito alla morte perch venga, perch c da lavora-
re, Paolo invece cita il testo quasi a dire che ormai la vittoria della morte
stata svuotata e che non c pi lo stimolo della morte. Subito dopo nel
verso 56, introduce un piccolo ampliamento: lo stimolo della morte il
peccato, ma la potenza del peccato la legge. Troviamo qui un po pi
precisata la triade: legge peccato morte , che abbiamo trovato in Rom
8,2. La precisazione sta qui: anzitutto Paolo parla dello stimolo della
morte che il peccato, cio il peccato risveglia la morte e la spinge ad a-
gire, ma il peccato a sua volta trae forza dalla legge. Ancora una volta ci
troviamo di fronte ad una triade che ci rimanda a Genesi e che presuppo-
ne bene il dramma genesiaco.
Andando adesso al capitolo 7 bisogna una attimo che rifocaliz-
ziamo Genesi, cercando di leggerlo non in s stesso, o con i parametri
dellesegesi moderna, ma come lo leggeva Paolo. In Genesi noi abbiamo:

1) Un comandamento, finalizzato alla elusione della morte, ma se il co-
mandamento trasgredito si piomba in quella conseguenza che il
comandamento voglia evitare;
2) Compare una forza misteriosa, il serpente, che nella lettura originale
di Genesi, pu essere ricollegato alla idolatria che ha sempre indotto
il popolo ad allontanarsi dal suo Dio, ma che alla luce della concezio-
ne neo-testamentaria, appare come una realt misteriosa sulla cui ori-
gine non bisogna speculare. Questa realt misteriosa che d sapienza
a due eventi chiamata etaee;, da Paolo chiamata aata
non come peccato che gli uomini commettono, ma come realt perso-
nale in s stessa anteriore al peccato umano, e che stimola al peccato;
3) Questa forza in Genesi compare in connessione col comandamento,
da ci, come vedremo, Paolo tira una conseguenza: stata la legge (o
il comandamento) a risvegliare questa forza e dargli occasione per
manifestarsi (questo un punto nevralgico del pensiero paolino). Ci
significa che se manca il comandamento, il peccato non avrebbe la
possibilit di manifestarsi.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Con queste precisazioni leggiamo alcuni passaggi del capitolo 7.
nel verso 7 Paolo si pone una domanda: la legge [in s stessa] peccato
[una realt peccaminosa]?, certamente no! Risponde Paolo, perch la
legge data da Dio. Nonostante che non sia peccato tuttavia ha avuto un
effetto deleterio. Paolo scrive: ma il peccato [cio la possibilit di pec-
care] non conobbi se non per mezzo della legge, la legge non peccato
per ha avuto questo effetto: mi ha fatto conoscere il peccato, cio il fatto
che io possa peccare. Precisa Paolo: io non conoscevo la concupiscenza
se la legge non mi avesse detto: non concupire. Evitiamo di disquisire
su questo termine concupiscenza che non si riferisce soltanto alla con-
cupiscenza carnale, ma si riferisce a qualsiasi desiderio.
Si pu ri-richiamare ancora Genesi, dopo che il serpente ingann
Eva , il narratore riferisce che la donna vide che il frutto di quellalbero
di cui a Dio aveva detto di non mangiare era bello a vedersi ed appetibile,
cio si brama, si concupisce quello che proibito.
Emerge un problema, Paolo si sta esprimendo alla prima persona
singolare, parla cio di s stesso. Questa prima persona singolare ha su-
scitato discussione tra gli interpreti, e si sono proposte diverse soluzioni
facilmente reperibili nei commentari, una delle quali che: Paolo parla
della sua esperienza prima della conversione. Ma tutto il contesto ci o-
rienta e ci fa osservare la coerenza, verso il testo genesiaco. Paolo sta e-
sprimendo alla prima persona singolare quasi come in essa coinvolto
lesperienza genesiaca e infatti, alla luce di quella esperienza, la lettura
del capitolo 7 diventa facile.
Tornando al capitolo 7, nel verso 8, Paolo continua: avendo pre-
so forma il peccato per mezzo della legge, chiaro che in questo verso
il peccato rimanda a quella realt personale, Paolo sta dicendo che per
mezzo della legge il peccato si manifestato, ha preso corpo. Paolo sta
dicendo qualcosa di pi del testo genesiaco, il testo genesiaco ti presenta
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il serpente che si prende la briga di presentare il comandamento come
contrario alla felicit umana, per Genesi non stabilisce un rapporto di
causalit tra il comandamento e la comparsa del serpente. Paolo invece la
stabilisce, il peccato ha preso forma per mezzo della legge: la legge, il
comandamento ha permesso al peccato (personificato) di manifestarsi.
Nellespressione paolina lavere preso forma per mezzo della legge la
circostanza che permette al peccato di operare nelluomo ogni concupi-
scenza. Riassumendo questo versetto 8 notiamo i seguenti elementi:

1 - C stato il comandamento;
2 - Il comandamento ha permesso al peccato di prendere forma;
3 - Avendo preso forma, il peccato ha operato nelluomo ogni concupi-
scenza, cio gli ha fatto bramare quello che proibito, inducendolo a
trasgredire, ma quando luomo trasgredisce egli muore.

Continua ancora Paolo nel verso 8 con una frase che nel testo ori-
ginale assume il carattere di un principio giuridico: senza legge, peccato
morto (,at; ,a |eeu aata |.-a), Paolo sta affermando che do-
ve c legge il peccato si risveglia
6
. Di conseguenza se non c la legge, il
peccato morto. Si sottolinea ancora la causalit della legge rispetto al
peccato.
Parafrasando con parole nostre, quello che Paolo dir dopo, c un
rapporto di interagenza tra legge e peccato: la legge risveglia il peccato e
gli permette di manifestarsi; il peccato cos manifestato intercetta la legge
e la fa arrivare alluomo, carica di una forza di trasgressione. Di conse-
guenza la legge fa scattare il meccanismo della trasgressione in quanto
stata travisata nel suo significato dal peccato, e il peccato ti fa apparire

6
Distinguiamo tre aspetti di peccato presenti nella concezione paolina:
a. Il peccato come realt personale anteriore al peccato umano e che induce
luomo a peccare (e questo il caso che stiamo adesso analizzando);
b. Il peccato che luomo commette;
c. I peccati concreti commessi.

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desiderabile quello che invece proibito. In questa luce leggiamo ancora
il testo di Rom 7, dove Paolo scrive nei versi 9,10a:

io vivevo senza legge una volta
venuta la legge il peccato cominci a vivere
ed io morii.

Anzitutto Paolo sta affermando che una volta lui viveva senza
legge, cio non viveva in maniera autonoma, ma viveva perch mancava
la legge. Questo passaggio presuppone un tempo tra la creazione
delluomo e il comandamento. Questo tempo non appare in Genesi per-
ch leggiamo una sequenza ininterrotta: formazione delluomo, posizione
nel giardino dellEden, il comandamento. Probabilmente Paolo sta ri-
prendendo una tradizione rabbinica, secondo la quale, tra la creazione
delluomo e lavvento del comandamento, sia passato un certo tempo.
Qualcuno potrebbe pensare al tempo tra la creazione delluomo e la legge
sinaitica, ma quello non fu un tempo senza peccato, gi il peccato trionfa
dalla trasgressione adamitica in poi. Nel capitolo 4 di Genesi c
lomicidio di Abele, nel capitolo 5 la vendetta di Lameck, nel capitolo 6
il diluvio, nel capitolo 11 la torre di Babele. Ma forse possiamo intendere
lespressione paolina: io una volta vivevo senza legge come un princi-
pio generico, quasi a dire che luomo vive se non c il comandamento.
La frase seguente: venuta la legge, il peccato prese a vivere ed infatti
in Genesi 2,17 c il comandamento, in Genesi 3,1 spunta il serpente,
quando venne il comandamento il peccato trov il suo aggancio concreto
per manifestarsi. La terza frase ed io morii presuppone diversi passaggi
intermedi: il peccato cominci a vivere, strumentalizz il comandamento,
lo fece apparire negativo, indusse a trasgredire e avendo trasgredito
luomo muore (se mangiate certamente morirete, afferma il testo ge-
nesiaco).
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Prescindiamo in questo contesto dal senso e dalla ampiezza del
termine morte, la morte genesiaca ha un valore pi ampio del senso
che diamo noi, e la morte genesiaca pu essere definita come divisione e
conseguente conflittualit. La trasgressione divide e contrappone luomo
da Dio, la divisione gi indicata in quel passaggio bello delluomo che
si nasconde. Gi entrata la divisione con Dio. Questa primordiale divi-
sione determina le altre divisioni. Anzitutto tra uomo e donna creati per
essere una cosa sola. Lindicazione genesiaca che si accorsero di essere
nudi indica che una divisione intervenuta tra i due esseri. Ma la divisio-
ne tra uomo e uomo espressa nella punizione della donna, essa viene
toccata nella sua dimensione pi intima di madre e di sposa: essa vivr
una conflittualit nel suo ruolo materno (nel dolore concepirai i tuoi fi-
gli), ed una conflittualit nel suo rapporto di sposa (tuo marito ti domine-
r). La divisione tra uomo e creazione affidata alla punizione
delluomo, la creazione si erge contro luomo, non gli produrr pi spon-
taneamente i frutti e se luomo vuol mangiare deve lavorarla. La terza di-
visione allinterno delluomo: si ritira lo spirito di Dio e luomo torna
nella sua polvere, si direbbe che con la trasgressione incominci un pro-
cesso di progressivo sfaldamento. Paolo nel capitolo 7 considera unaltra
divisione allinterno delluomo che Genesi non considerava: luomo pec-
catore sotto linflusso del peccato per cui nei versi 16-18 scrive: se
quello che non voglio io faccio, consento con la legge che buona. Il
fatto che luomo si trova a fare quello che non vorrebbe mostra che
luomo stesso riconosce che la legge buona. Nel verso 17 continua:
non pi io opero, ma il peccato che abita in me ed ancora nel verso 19
scrive: non faccio infatti il bene che voglio, ma il male che non voglio
questo io compio. In parole povere, luomo vive una dicotomia, una
schizofrenia, per cui vede il bene, ma non riesce a farlo, vede il male e
questo costretto a fare. Questa divisione interiore non era prevista da
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Genesi. Paolo conclude che si verificato che la legge data per la vita,
questa si risolta in strumento di morte.

Marted 19 aprile 2005, ore 10,30 / 12,15

Nel verso 11 leggiamo la seguente espressione:

1 il peccato infatti
2 forma
3 avendo preso
4 per mezzo della legge
5 mi ha sedotto
6 e per mezzo di essa
7 uccise.

Di questa frase importante anzitutto considerare la struttura let-
teraria. Abbiamo due complementi di mezzo (4 e 6), il primo comple-
mento di mezzo si trova prima del verbo diretto mi sedusse, il secondo
complemento di mezzo si trova prima del secondo verbo diretto uccise.
Otteniamo cos il seguente schema strutturale:

Per mezzo della legge
Mi sedusse
Per mezzo di essa
Mi uccise

La legge perci assume il carattere strumentale nelle due azioni
compiute dal peccato: di sedurre ed uccidere.
Ma possiamo osservare il primo complemento di mezzo che si
trova tra due forme verbali, la forma participiale (in italiano gerundio):
avendo preso per. e il verbo diretto mi sedusse. Bench lo schema
strutturale sopra proposto ricolleghi pi direttamente il complemento di
mezzo al verbo seguente mi sedusse, non si pu escludere una relazio-
ne (per la sua posizione centrale) col participio precedente. La legge cos
esercita un duplice ruolo strumentale: serve al peccato per prendere for-
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ma, serve al peccato per operare ogni inganno. chiaro che qui Paolo
legge Genesi esasperando per su Genesi la sua riflessione. Genesi ricol-
lega al comandamento, lapparizione del serpente, ma non dice che fu il
comandamento che permise al peccato di apparire. Paolo sta sviluppando
la sua idea che la legge che ha permesso al peccato e gli ha offerto
loccasione per manifestarsi, e infatti Paolo ha detto che se non ci fosse
stata la legge senza legge il peccato morto (cio il peccato non avrebbe
avuto possibilit di manifestarsi). Manifestatosi per mezzo della legge, si
serv della legge per sedurre luomo, facendo apparire desiderabile ci
che era proibito, e avendo luomo accolto la seduzione trasgred, e tra-
sgredendo incorse in quella conseguenza che Dio aveva paventato: mo-
rirai. Luomo perci muore ma stato il peccato (personificato) ad uc-
ciderlo. Questultima idea (che stato il peccato ad uccidere) richiama
una idea analoga in Giovanni (Gv 8) dove Ges dichiara, a proposito del
diavolo, che fu omicida fin dallinizio.
Nel verso 12, Paolo torna ad esprimere un giudizio sulla legge,
perch si potrebbe pensare che essa
sia intrinsecamente cattiva, ma Pa-
olo precisa che la legge santa, il
comandamento santo, giusto e
buono, n pu essere diversamente
perch stato dato da Dio. Nel
verso seguente si chiede: ci che
bene per me diventato morte?.
Anche questa frase pregnante,
quel pronome a me si ricollega,
e a prima (ci che buono per
me) ed anche a dopo (morte per
me), come se il bene fosse diven-
tato causa di morte per luomo.
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Ma Paolo esclude la colpa sia nelluomo, sia oggettivamente
nelloggetto buono, e d subito la sua risposta:

1 ma il peccato
2 perch si manifesti come peccato (come realt peccaminosa peccatore)
3 per mezzo del bene
4 per me operante morte
5 perch diventi al massimo grado peccatore il peccato
6 per mezzo della legge.

Notiamo la notevole forza enfatica che assume il soggetto iniziale
il peccato, quasi a dire che tutta la colpa cade su questo essere che il
peccato personificato. Notiamo dal punto di vista strutturale cinque ele-
menti: un soggetto il peccato, due proposizioni finali (2 e 4), due e-
spressioni (3 e 5) che vogliono descrivere il peccato che il peccato ha
commesso.
Le due proposizioni finali messe prima dei due rispettivi punti
hanno una notevole forza enfatica, la frase perch si manifesti come
peccato esprime lindole come peccato: una realt oggettiva la sua in-
dole per quella di essere peccato (di natura, non potr mai essere se
non peccato). Passando per dalla natura alla azione, ha commesso un
peccato che lo ha manifestato peccatore al massimo grado. Emerge cos
la seguente successione:

1 - Il peccato personificato (realt personificata)
2 - Si manifestato in tutta la sua indole di peccato (indole)
3 - Ha commesso un peccato per cui concretamente lo ha reso
peccatore al massimo grado (azione concreta)

Ma qual il peccato concreto che il peccato personificato ha
commesso? Si servito del bene per operare la morte (5 e 6), cio ha
strumentalizzato il bene e lo ha trasformato in strumento di morte. Quale
sia poi questo bene che diventato strumento di morte detto al quinto
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punto per mezzo della legge: il peccato si servito della legge, in s
stessa buona, per operare la morte, e in ci concretamente divenuto al
massimo grado peccatore.
Dal momento che la legge stata strumentalizzata dal peccato ed
diventata strumento di morte bisogna allora togliere la legge, essere
cio liberati dalla legge, perch fino a quando c la legge, di essa il pec-
cato se ne servir sempre per operare la morte.
Ma in che senso si liberati dalla legge? A questa domanda Paolo
non risponde con un testo preciso, ma tutto linsieme della lettera che ci
d la risposta. E la risposta viene, cos come stato suggerito da tutto il
pensiero paolino, dal capitolo 31 e 32 di Geremia, soprattutto in 31,33 ed
anche in Geremia 32,40 che ha suggerito tutta largomentazione paolina.
Geremia 31,33 annunziava la legge scritta nel cuore umano, Geremia
32,40 scrive: pongo il mio timore nei loro cuori e da me pi non si al-
lontaneranno. Ricostruendo il pensiero paolino, lapostolo implicita-
mente si chiede perch la legge deve essere scritta nel cuore umano.
Lesodo nella alleanza sinaitica, proponendo la legge su tavole di pietra,
non aveva impedito il peccato, anzi la stessa alleanza sinaitica era nata
allombra del peccato. Paolo trova la risposta a tutto ci risalendo a Ge-
nesi dove c un comandamento e c la trasgressione: nota che tra il co-
mandamento e la trasgressione c di mezzo il serpente che si servito
del comandamento per indurre alla trasgressione. Allora bisogna impedi-
re che il peccato (personificato) possa servirsi della legge per operare la
morte. E come lo si impedisce? Geremia risponde: facendo passare la
legge da scritta su tavole di pietra a scritta nel cuore umano: cio da leg-
ge esterna a interiore. Scritta nel cuore umano la legge non potr essere
raggiunta dal peccato, perch il peccato pu raggiungerla solo se rimane
esterna, ma se interiore non potr pi raggiungerla, e questo il grande
passaggio che Paolo scopre nella Scrittura e che propone.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Rimane il problema quale sia questa legge che deve entrare nel
cuore umano: non certo i comandamenti giuridici, su questo per abbia-
mo gi accennato a riguardo di Geremia. Paolo espressamente non dice
quale questa legge scritta nel cuore umano, ma lo mostrer chiaramente
quando dichiara in 5,5 che: lamore di Dio stato effuso nei nostri cuo-
ri.
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ROMANI 1-8

Come abbiamo gi detto, i capitoli 1-8 della lettera ai Romani co-
stituiscono la prima parte, quella dottrinale, della lettera ai Romani. I ca-
pitoli 1-8 si dividono in due sezioni:

capitoli 1-4
capitoli 5-8

Sembra che queste due parti siano costruite sullo schema della
nuova alleanza di Geremia. Precisamente nel seguente modo:

1 capitoli 1-4 Remissione dei peccati
2 capitoli 5-8 La legge scritta nei cuori

Nella prima parte tutto lo sviluppo del pensiero paolino orienta-
to verso il testo del capitolo terzo, versi 21-26, dove descritta la remis-
sione dei peccati; mentre nella seconda parte i testi fondamentali sono
5,1-11 e poi il capitolo 8.
Come gi possiamo intuire, la lettera ai romani fortemente cri-
stocentrica, e questo cristocentrismo gi appare nei versi 1-7, dove
lapostolo esordisce parlando della sua vocazione ad apostolo, riservato
per il Vangelo di Dio. Questo Vangelo di Dio, gi preannunziato per
mezzo dei profeti, nelle sacre scritture, riguarda il Figlio Suo. Del Figlio
si dicono due cose che gi alludono al suo mistero di morte e resurrezio-
ne:
1 divenuto dalla stirpe di Davide secondo la carne
(dimensione terrena che si estende fino alla morte ed alla sepoltura);
2 - costituito Figlio di Dio in potenza secondo uno Spirito di
santificazione dalla resurrezione dai morti.

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Saltando i versi intermedi fermiamo un attimo lattenzione nei
versi 16 e 17, dove lapostolo scrive:

non mi vergogno del Vangelo
potenza infatti di Dio verso (cio orientato) la salvezza
per chiunque crede
per il giudeo prima e per il greco.

Notiamo uno sviluppo a catena, il Vangelo di cui Paolo dice di
non vergognarsi e nel quale si manifesta la potenza di Dio quello di cui
ha parlato nei primissimi versi, cio quello riguardante il Figlio di Dio.
Questo Vangelo orientato verso la salvezza. Notiamo ancora il linguag-
gio vago di Paolo, pi avanti potremmo percepire che il Vangelo orienta-
to verso la salvezza il Figlio di Dio Salvatore. In questo Vangelo c
perci salvezza, una salvezza che vale per chiunque crede.
Questultima frase per chiunque crede contiene due aspetti: il primo
aspetto luniversalit: il Vangelo nel senso cio del Figlio di Dio Salva-
tore necessario per tutti. Si avverte la polemica (ricordate Atti 15) con-
tro il giudaismo che pretendeva che la salvezza venisse dalla circoncisio-
ne. Paolo preciser questa universalit, menzionando esplicitamente le
due categorie degli uomini: giudei e greci, cio giudei e non giudei,
giudei e pagani.
Sottolineata luniversalit, Paolo sottolinea la condizione indi-
spensabile per tutti, cio la fede: il Vangelo infatti salvezza per chiun-
que, ma a condizione che crede, e si comprende che si tratta della fede in
Cristo.
Nel verso seguente leggiamo: giustizia di Dio in esso si manife-
sta, di fede in fede, come stato scritto: il giusto per la fede vivr.
Notiamo anzitutto la parola giustizia da non intendere assolu-
tamente nel senso nostro: non si tratta n di giustizia commutativa, meno
che mai di giustizia punitiva. Il termine giustizia : et-atecu|, e la
giustizia di Dio si manifesta nella sua salvezza. LAT a riguardo chiaro,
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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citiamo soltanto un testo, il salmo 142: Signore ascolta la mia preghie-
ra, porgi lorecchio alla mia supplica, tu che sei fedele, e per la tua giu-
stizia, salvami. In questo Salmo la parola giustizia sta in relazione al
termine fedele ed al verbo salvami. Si comprende che la giustizia di
Dio si attua nella sua fedelt, la quale diventa a sua volta salvezza. pos-
siamo anche citare il Salmo 30 dove il salmista scrive: in Te Signore mi
sono rifugiato, per la Tua giustizia salvami. Queste citazioni sono suffi-
cienti a farci capire di quale giustizia si tratta. Possiamo anzi, deducendo
da tutto lAT, che Dio giusto non quando agisce in conformit alle a-
zioni umane, ma quando agisce in conformit a s stesso. E siccome Dio
per definizione il salvatore, Dio giusto quando salva. Perci nel Van-
gelo si manifesta la giustizia di Dio in quanto salvezza, vedremo come la
giustizia di Dio consiste nel fatto che il Dio giusto rende gli uomini giu-
sti, non in quanto (come sembra dire la teologia della riforma) copre i
peccati, ma quanto rende luomo intrinsecamente giusto, appunto rimet-
tendo i peccati e scrivendo la sua legge nellintimo dei cuori.
Ma ancora una volta Paolo richiama la fede, intanto nel Vangelo
si pu manifestare la giustizia come salvezza, in quanto luomo crede.
Qui Paolo introduce a conferma una citazione di Abacuc.

Sabato 23 aprile 2005, ore 08,30 / 10,15

La citazione di Abacuc staccata dal suo contesto originale. Paolo
la prende esclusivamente per il legame tra fede giusto e vita. Nel con-
testo di Abacuc si pone un problema: il profeta si lamenta con Dio perch
vede trionfare il male e gli empi ci provano il gusto ad opprimere i buoni
ed il profeta si lamenta con Dio: fino a quando dovr durare questa si-
tuazione?, Dio risponde al profeta: prendi una tavoletta, incidi bene la
visione, ecco viene e non tarda. Dio risponde ad Abramo gratificandolo
di una visione che non tarder, ma che, se indugia bisogna attendere per-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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ch certo verr. E la visione che lempio soccorre, mentre il giusto vive
mediante la fede. La fede, in Abacuc, fiducia in Dio, e attesa della Sua
salvezza. Paolo stacca queste parole dal suo contesto perch gli interes-
sava sottolineare la fede che quella che salva, non le opere della legge.
Nasce un problema: che cosa questa fede a cui allude Paolo? La
risposta verrebbe da tutta la lettera ai Romani, ma detto in soldoni la fede
in Paolo la professione di fede che precede il battesimo visto per non
come semplice atto rituale, ma come profondo coinvolgimento nel miste-
ro di Cristo.
Nel proporre la fede, come fondamento di salvezza, Paolo in
piena sintonia con linsegnamento apostolico, in Atti 15,11 Pietro sottoli-
nea che si salvati per grazia di Ges Cristo ed alla fede Pietro allude nel
precedente verso 9 dove dichiara che Dio ha purificato per mezzo della
fede il cuore dei pagani.
Prima di andare avanti accenniamo un problema che emerge dalla
lettera ai Romani, ma anche da tutto lepistolario paolino. Paolo dichiara
che la salvezza non viene dalle opere che luomo compie, in particolare
le opere della legge, Giacomo poi dir che la fede senza le opere morta.
Non c contraddizione tra i due, ma continuit: la fede che genera la sal-
vezza poi nella vita concreta dovr trovare la sua concretizzazione in o-
pere concrete. Perci non si tratta di opere che generano la salvezza, ma
di opere che concretizzano quella fede che il cristiano deve professare
nella sua vita.
Detto questo passiamo al primo aspetto della lettera ai Romani
che coincide con la condizione previa della nuova alleanza, cio la remis-
sione dei peccati: questa si ottiene come dono gratuito, mediante la fede
in Cristo.
Questa parte, Paolo la sviluppa nella sezione dal verso 18 de capi-
tolo 1 a tutto il capitolo 4. Egli parte facendo una precisa analisi della ge-
nerale situazione umana o meglio delle due categorie in cui si articola
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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lumanit, pagani e giudei. Da questa analisi risulta che pagani e giudei si
trovano nella stessa condizione, cio di essere peccatori.
In tutto il capitolo 1 Paolo descrive il peccato dei pagani, tripli-
ce, scaturente luno dallaltro. Rileggendo allinverso il capitolo 1, i pec-
cati dei pagani sono gravissimi, peccati anche contro natura, ma questi
peccati concreti sgorgano da un peccato pi a monte, quello cio
(verso 23): di avere scambiato la gloria dellincorruttibile Dio
nellimmagine di corruttibile uomo, uccello, quadrupede, rettile, cio in
parole povere il peccato di idolatria.
Ma anche il peccato di idolatria deriva a sua volta da un peccato
ancora pi a monte, cio il peccato di non avere conosciuto Dio. Nel
verso 19 Paolo dichiara che ci che era conoscibile di Dio era a loro ma-
nifesto, potendo conoscere Dio attraverso le opere della creazione. Perci
il peccato dei pagani il seguente:

1 Non avere conosciuto Dio a partire dalle opere della creazione;
2 Avere degenerato allidolatria e;
3 di essere scivolati nei peccati anche pi aberranti.

Alla base del peccato dei pagani ci sta perci il fatto di non avere
conosciuto Dio a partire dalla creazione. Per emerge un problema: fino
a che punto una descrizione reale o letteraria? Cio, fino a che punto i
pagani sono realmente colpevoli di non avere conosciuto Dio? Potevano
conoscerlo attraverso la creazione? Gli antichi filosofi avevano intuito
qualcosa, ma Aristotele era arrivato appena appena al motore immobile,
e Platone era arrivato alluno, allassoluto. Lasciamo questo problema al-
la teologia posteriore che si servir anche del concilio Vaticano I. Paolo
qui sembra riprendere la prospettiva di Sapienza 13 che attribuisce
lidolatria al fatto che gli uomini stolti non seppero risalire dalla bellezza
delle creature alla bellezza del creatore e dalla potenza o dalla perfezione
delle creature alla perfezione del creatore. Prescindendo dal fatto se i pa-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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gani siano moralmente colpevoli di non avere conosciuto Dio un fatto
che i vizi pi aberranti (Cfr. Lv 18) provengono dalla idolatria e questa
nasce dal fatto di non avere conosciuto Dio.
Proponendo questa lista dettagliata dei peccati dei pagani, Paolo
d ragione ai giudei. I pagani sono peccatori, ma qualche rabbino addirit-
tura chiamava i pagani peccatori per i solo fatto che al Sinai non cerano.
I pagani stessi erano chiamato dei cani, confronta con lepisodio della
donna siro-fenicia che li identifica con i cani. Anzi Paolo esaspera il pec-
cato dei pagani, operando per un piccolo spostamento, il peccato non
riguarda la legge come pretendevano i giudei: al Sinai non cerano i pa-
gani, ma erano nella creazione. E dopo questa analisi i giudei dovrebbero
ringraziare Paolo, ma Paolo volta pagina. Nel capitolo secondo Paolo to-
glie di mano ai giudei il diritto di a giudicare, perch nella misura che
giudica si condanna, e anche il capitolo 2 duretto, vero che i giudei
hanno la legge, ma nonostante la legge hanno peccato. Paolo ripropone
una argomentazione analoga al capitolo 10 degli atti. Pietro a Cornelio
dichiara che a Dio gradito chiunque suo cultore ed opera la giustizia a
qualunque popolo esso appartenga. Nel verso 9 annunzia tribolazione e
afflizione su ogni anima di uomo che opera il male sia esso giudeo o pa-
gano, mentre riservata (verso 10) riservata gloria, onore e pace per
chiunque opera il bene a qualunque popolo appartenga, Dio non fa di-
stinzione. In questa prospettiva il problema non avere la legge o non
verla, appartenere ad Israele oppure no. Al di l del possesso o meno del-
la legge, i due popoli hanno la stessa condizione di peccatori, i pagani
hanno camminato senza legge, i giudei hanno peccato con la legge per-
ch non sono giusti davanti a Dio quelli che ascoltano la legge bens
quelli che la osservano. Il peccato nei giudei e perci quello di non avere
osservato la legge. Questa accusa paolina corrisponde alla polemica e-
vangelica ma potrebbe essere anche contestata: in nome dellosservanza
della legge nella storia di Israele ci sono stati anche dei martiri, ma qui
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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possiamo porre il problema se i giudei non hanno osservato semplice-
mente di fatto la legge o addirittura non erano capaci di osservarla. I
Vangeli contengono laccusa di Ges che i giudei in nome delle loro tra-
dizioni trascurano la legge di Dio. Basti pensare alla risposta che Ges
d, citando Osea, a chi lo accusa di mangiare con i peccatori: misericor-
dia voglio, non sacrifici. Ma i giudei non potevano osservare la legge
perch, come argomenter Paolo, la legge porta al peccato. Lasciando
stare ulteriori riflessioni sul capitolo 2 possiamo passare alla conclusione
che tira Paolo nel capitolo 3, egli la tira alla luce anche del Salmo 13 am-
piamente citato con delle modifiche provenienti da altri testi. In 3,9 Paolo
ha mostrato che tutti, giudei e pagani, sono sotto il peccato. Perci legge
o non legge, giudei e pagani, sono accomunati nellunica condizione di
peccatori. Il salmo 13 conferma: non c giusto, nemmeno uno, non c
chi comprenda, non c chi cerchi Dio, tutti si sono allontanati e non c
nessuno che operi il bene. Ancora nel verso 20, Paolo riassume con una
frase molto forte: per questo a partire dalle opere della legge non giu-
stificato nessun uomo, anzi per mezzo della legge si ha la conoscenza del
peccato.
In questo sfondo di universale condizione di peccato si colloca la
risposta di Dio contenuta nei versi 21-26 del capitolo 3. Dal momento
che tutti sono peccatori, la risposta di Dio necessaria per tutti.
Nel verso 3,21 Paolo scrive: ma adesso senza legge la giustifica-
zione di Dio stata manifestata, testimoniata dalla legge e dai profeti.
Le particelle iniziali (quelle sottolineate) sono molto importanti perch da
una parte contrappongono la risposta di Dio alla universale condizione di
peccato, sia anche la particella ora (adesso - Nu|t) rivela che la ri-
sposta di Dio in questa situazione, gi concretamente si manifestata.
Nel caso concreto si manifestata la giustificazione o la giustizia
di Dio, non cio giustizia che giudica e condanna, ma quella giustizia
mediante la quale il Dio giusto rende luomo giusto, cio Dio ha manife-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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stato il modo come rendere luomo giusto, in risposta al Salmo 50: la-
vami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Ma lopera di giu-
stificazione si manifestata senza legge: in tale manifestazione la leg-
ge non centra, non stata la legge a manifestarla, meno che mai ad at-
tuarla. Tuttavia la legge ha avuto un ruolo, quello stesso dei profeti, cio
ha testimoniato, e lo testimonia tuttora (aueu.|) perch legge e
profeti sono scritti. Essi attestano un tipo di giustificazione.
Quale sia questa giustificazione Paolo lo indica nel verso 22, dove
riprende il termine et-atecu|, la particella e. seguente, stabilisce
un legame con ci che ha detto precedentemente. Nel verso precedente
ha segnato alla legge ed ai profeti il compito di testimoniare, adesso de-
scrive la vera giustificazione. Notiamo il genitivo eu .eu che un
genitivo soggettivo: la giustizia cio che Dio opera e che si manifestata
eta :tc.a; `Iceu Xtceu. eta :tc.a; complemento di mezzo:
per mezzo della fede; il genitivo seguente `Iceu Xtceu genitivo
oggettivo cio la fede che ha per oggetto Ges Cristo. Scrivendo che la
giustizia di Dio si manifestata per mezzo della fede di Ges Cristo Pao-
lo esprime due modi come la giustizia di Dio si manifesta: uno oggetti-
vo, laltro soggettivo. Il modo oggettivo Ges Cristo: in Ges Cristo,
Dio ha manifestato la Sua giustizia, cio il Suo atteggiamento del Dio che
salva: in Ges Cristo oggettivamente si manifestata la salvezza di Dio.
Laspetto soggettivo contenuto nellespressione per mezzo della fede,
perch la salvezza di Dio oggettivamente manifestatasi in Ges, soggetti-
vamente raggiunge luomo quando luomo crede in Cristo.
Paolo sottolinea laspetto della fede, scrive infatti lespressione
.t; :a|a; eu; :tc.ue|a; (verso tutti quelli che credono). In questa
espressione sono importanti il termine :a|a; che esprime lampiezza
e il termine :tc.ue|a; che esprime la condizione. Lopera di Ges
necessaria per tutti, ma per tutti si richiede la stessa condizione, cio la
fede. Paolo rimarca questo concetto mediante lespressione
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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eu ,a .ct| etace (infatti non c differenza): chiaro che
lassenza di differenza si riferisce a giudei e pagani. Legge o non legge il
problema uguale per tutti. Tutti infatti sono accomunati nellunica con-
dizione.
La condizione che accomuna tutti espressa nel verso 23:
:a|.; ,a ae| -at uc.eu|at ; ee; eu .eu, importante
la particella ,a (infatti), quello che Paolo sta dicendo riguarda tutti,
perch tutti hanno la stessa condizione.
La condizione espressa dalle parole :a|.; ed ae|:
questo aoristo, dal verbo aaa|a, mette qualche problema: come lo
si intende: ingressivo o completivo. Cio intende una situazione consu-
mata (completivo), oppure indica linizio di una serie (ingressivo) di atti
peccaminosi? Non sapremmo risolvere questo problema, ma forse Paolo
non ha questa preoccupazione: usando questo verbo allaoristo, Paolo
sembra indicare due cose: anzitutto non sta dicendo che tutti sono pecca-
tori, ma che tutti peccarono: non rimanda cio ad una qualit, ad una ca-
ratteristica, ma ad una azione concreta, storica. Inoltre vuol dire che c
stato un evento che nella sua entit storica passato, ma rimasto nei
suoi effetti. Questo problema Paolo lo riprender nel capitolo 5 dove de-
scriver il coinvolgimento di ciascun uomo in questo evento.
E come si pu dire che tutti che tutti peccarono. Lasciamo aperto
almeno per ora questo problema, notiamo soltanto luniversalit del pec-
cato e la sua conseguenza: sono privi della gloria di Dio
(uc.eu|at ; ee; eu .eu).
Per capire questa frase bisogna risalire a Genesi, salvo errore per
non Genesi ebraico, n meno greco, ma Genesi aramaico (il targum). Il
testo genesiaco scrive che dopo il peccato gli occhi degli uomini si apri-
rono e si accorsero di essere nudi.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
92
Marted 26 aprile 2005, ore 10,30 / 12,15

Il motivo per cui per tutti senza differenza indispensabile per la
salvezza la fede in Ges contenuto nel verso 23. Paolo fa una afferma-
zione abbastanza chiara: tutti peccarono e sono pieni della gloria di
Dio. Alla base Paolo pone un evento storico cos come indica laoristo
ae|, questo aoristo pu avere un valore sia completivo sia anche
ingressivo.
Laoristo completivo, riguarda levento storico, che, in s stesso
gi chiuso; laspetto ingressivo invece, riguarda le conseguenze che da
quel fatto storico scaturiscono.
Questo verso, a leggerlo attentamente, pone diversi problemi. An-
zitutto, perch Paolo usa unaoristo che esprime azione chiusa quando la
condizione di peccato permane tuttora? Su quale base Paolo fa questa
affermazione riguardante luniversalit del peccato? Cercheremo di ri-
spondere, per quel che possibile, a questi problemi.
Per quanto riguarda la base su cui Paolo poggia la sua afferma-
zione, questa anzitutto lesperienza. Nel capitolo 1 ha descritto il pecca-
to dei pagani, nel capitolo 2 ha descritto il peccato dei giudei e, di conse-
guenza, pu dire che tutti, giudei e pagani, hanno peccato. Ma la seconda
parte della frase sono privi della gloria di Dio, induce a ricercare il
fondamento ancora nel testo genesiaco.
In Genesi leggiamo che dopo lesperienza del peccato, gli occhi
degli uomini si aprirono e si accorsero di essere nudi. Il testo genesiaco
non spiega che cosa sia questa nudit e perci da intenderla in senso fi-
sico. Lautore genesiaco, probabilmente, rilegge e reinterpreta quel senso
di pudore che impedisce anche su quel piano una relazione totale tra uo-
mo e donna. Non si tratta per del pudore in s stesso, quanto piuttosto
del pudore come indizio di una divisione che intercorsa tra due essere
creati per essere una cosa sola.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Mentre per il testo genesiaco non spiega in che cosa consista
questa nudit, lo spiega invece la versione aramaica. Il targum palestine-
se, nella sua recensione cosiddetta dei neofiti, scrive che erano nudi
perch erano stati privati della gloria con cui erano stati creati allinizio.
Il targum non spiega qual questa gloria con cui furono creati allinizio.
Per Paolo scrive gloria di Dio, ci lascia pensare a Genesi 1,26 cio
luomo creato ad immagine secondo somiglianza con Dio. In questo sen-
so, con il peccato genesiaco, luomo avrebbe perduto la sua prerogativa
di essere immagine di Dio.
Paolo stesso, nel capitolo 8, parler di quelli che Dio ha previsto
ed ha predestinato ad essere conformi allimmagine del Figlio suo: ci
significa che attraverso il Figlio luomo recupera la sua dimensione di
immagine.
Accettando perci di riferire a Genesi lespressione tutti pecca-
rono, emerge la domanda: come possibile che nel peccato adamitico
sia compendiato il peccato di tutti? Una certa risposta Paolo la d nel ca-
pitolo 5, dove leggiamo una frase: per questo, come attraverso un solo
uomo, il peccato entr nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e co-
s in tutti gli uomini la morte si trasmise per il fatto che peccarono.
La frase incompleta perch la particella iniziale come una
comparativa che avrebbe dovuto essere completata dal secondo termine.
Perci diventa difficile stabilire la relazione tra il peccato adamitico e il
peccato degli uomini. Subito dopo per, Paolo parla di quelli che pecca-
rono a somiglianza della trasgressione di Adamo. Il Concilio di Trento ci
obbliga di vedere qui il peccato originale, ma non ci obbliga nel modo
come intenderlo. Possiamo dire forse, che gi nel peccato adamitico sono
contenuti i peccati degli uomini, i quali poi peccano a somiglianza di quel
peccato.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Se questa spiegazione giusta, capiamo perch in 3,23 Paolo
scrive tutti peccarono: nel peccato adamitico tutti gli uomini hanno
peccato, rinnovando poi il peccato adamitico nel proprio peccato perso-
nale.
Stabilita luniversalit del peccato, ne consegue luniversale ne-
cessit della salvezza ed quello che Paolo sottolinea nel verso 24 dove
scrive: [ma tutti sono] giustificati per mezzo della sua grazia, mediante
la redenzione, quella in Ges Cristo.
Luniversale condizione di peccato impedisce che si possa in
qualche modo esigere la salvezza: se questa c, essa necessariamente
un dono gratuito che in nessun modo luomo peccatore pu meritare. Ma
notiamo anzitutto il participio presente et-ateu.|et che non esprime
una qualsiasi ipotesi, ma richiama una realt presente ed abituale: la sal-
vezza un fatto che si attuato e che, man mano, si attua.
importante il termine seguente ea.a|, che traduciamo gra-
tuitamente; il termine eae| infatti significa dono gratuito. Questo
passaggio della gratuit della salvezza sembra probabilmente ispirarsi ad
Isaia 52,3, dove Dio al popolo degli esiliati annunzia: gratis siete stati
venduti [Cfr. Esilio], ma senza prezzo sarete riscattati.
Dio sta dicendo che per redimere il suo popolo non deve pagare
prezzo a nessuno, ma redimer mediante un atto della sua potenza. Se
Paolo si ispira ad Isaia, determina uno spostamento di accento: la gratuit
non riguarda il fatto che Dio non paga a nessuno un prezzo, ma riguarda
il fatto che luomo peccatore, in nessun modo, merita la salvezza.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Paolo sottolinea questa gratuit rimandando alla causa per cui Dio ha o-
perato la salvezza. Nel verso 24 ci sono due complementi:

1 aueu ,att
2 - eta ; a:euac.a; ; .| Xtca `Iceu

Questi due complementi sintatticamente avrebbero diverso valore,
il primo complemento un dativo che pu avere un valore di comple-
mento di mezzo ma forse meglio intenderlo come complemento di causa:
il fondamento e la motivazione della giustificazione gratuita sta nella
,at; di Dio. Possiamo notare lenfasi che assume il pronome persona-
le genitivo aueu posto tra larticolo e il sostantivo. Xat; ha una
ampiezza di senso notevole e implica benevolenza, dono, quasi persino
amore, questo il motivo ultimo dellopera della giustificazione. La stes-
sa prospettiva appare nella lettera agli Efesini dove Paolo parla, in 1,6,
della ,at; di cui ci ha gratificato nel suo Figlio diletto. Ma qualche
verso prima, nel verso 4, Paolo ha detto che ci ha scelti prima della cre-
azione del mondo perch fossimo santi ed immacolati davanti a Lui in
agape. Lasciamo stare di approfondire ulteriormente il rapporto tra
agape e ,at;: adesso sufficiente sottolineare che proprio essa sta al-
la base di tutta lopera della nostra giustificazione. Si tratta della benevo-
lenza di Dio cos come lenfasi del pronome aueu sottolinea.
Il secondo complemento che riguarda pi direttamente lopera di
Ges, espresso con la particella eta e il genitivo assume un carattere
strumentale. Quasi a dire che il fondamento della nostra giustificazione
la benevolenza di Dio
7
, ma lattuazione si compie per mezzo dellopera
di Ges. Tale opera di Ges espressa col termine a:euact;, que-
sta parola parola composta dalla particella a:e- che indica moto da
luogo, e dal termine -uact; questa parola ha una origine molto lon-

7
Utilizziamo questo termine per tradurre ,at;.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
96
tana e parte dal verbo ua (sciogliere). Dal verbo ua si forma il ter-
mine ue| che deriva dalla radice u- e da una desinenza -e|
che proviene dal verbo .a. Etimologicamente significherebbe: ci
che detiene lo scioglimento. Presso i greci il ue| era il prezzo che si
pagava per il riscatto di uno schiavo. Questo verbo ripreso in Matteo e
Marco che riferiscono le parole di Ges che cio il Figlio delluomo non
venuto per essere servito, ma per servire e dare la Sua vita in riscatto
per molti. Dal termine ue| si forma il verbo uea che
allattivo significa ricevere il prezzo di un riscatto, nella forma media in-
vece uacat significa pagare il prezzo di un riscatto. Da questi verbi
deriva il termine -uact; che come tutti i sostantivi greci finenti in
-ct; indica una azione attiva: la -uact; sarebbe allora lazione di
chi compie un riscatto, cio di chi per redimere paga un prezzo. Notiamo
la particella a:e- che esprime moto da luogo: si indica allora lazione
di un riscatto facendo uscire da una situazione.
Tale azione di riscatto quella ; .| Xtca (operata in Ges
Cristo). Lespressione in Ges Cristo una espressione molto pre-
gnante e racchiude diversi significati. Ne indichiamo tre:

- il riscatto operato da Ges Cristo;
- il riscatto che si realizzato in Ges Cristo;
- il riscatto che si attuato per mezzo di Ges Cristo.

In che modo Ges Cristo abbia operato tale riscatto, o in che mo-
do Dio lo abbia operato per mezzo di Lui, Paolo lo dir nel seguente ver-
so 25, verso che esiger una certa attenzione. Fermiamoci un altro mo-
mento sul verbo a:euact;. Questo termine indica lazione di un ri-
scatto mediante il pagamento di un prezzo e vedremo dal verso seguente,
come il prezzo il sangue di Cristo. Ci in sintonia con tutto lepistolario
paolino ed anche con il resto del NT di cui citiamo due testi:
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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- 1Pt 1,18-19: sapendo che non con cose corruttibili, oro o argento,
siete stati riscattati dal vostro modo di vivere vuoto ereditato dai
padri, ma con il sangue prezioso di Cristo come [sangue] come a-
gnello senza macchia;
- Ap 5,5-9: sei degno di prendere il libro e di aprire i sigilli perch
sei stato immolato e ci hai comprati (,eaca; [dal
verbo a,ea,a])
8
per Dio con il tuo sangue.

Limmagine del riscatto che il NT riprende proviene certo dalla
lingua greca (o dalluso greco) quello del riscatto di uno schiavo, per il
suo contenuto diverso, alla base sembra esserci come contenuto, non il
riscatto di uno schiavo, quanto piuttosto la storia della salvezza. Antica-
mente Dio scese in Egitto e liber il Suo popolo dalla a:e- schiavit
egiziana, ma Dio non pag alcun prezzo.
Nel riferimento al NT compare lidea del prezzo che si paga, per
siamo sul piano dellimmagine perch in questo pagamento di prezzo che
il sangue di Ges non si dice a chi questo prezzo pagato. Non certo a
Dio, perch Dio dona (si sottolinea la gratuit) e meno che mai a satana,
perch satana cacciato via, non va esasperata perci lidea del prezzo
perch una immagine. La realt che grazie al sangue di Cristo si ve-
rificato un passaggio dalla nostra condizione di peccatori alla condizione
di persone rese giuste (giustificate).

8
Questo verbo indica gli affari che si fanno presso lagor, cio la piazza.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
98
Nel verso 25, Paolo focalizza lopera di Ges. Di questo verso an-
zitutto facciamo una piccola analisi logica, abbiamo nel testo una lunga
esposizione, ma fermiamoci alle prime quattro parole:
e| :e..e e .e; tacte|.

e| complemento oggetto (che)
e .e; soggetto (Dio)
:e..e verbo aoristo (costitu pubblicamente)
tacte| apposizione del complemento oggetto (luogo o vittima
di espiazione)

In questa espressione Dio appare i soggetto ultimo di tutta lopera
della nostra giustificazione. Ma in questa espressione sono importanti i
due termini :e..e e tacte|. Cominciamo dal secondo perch
la sua spiegazione ci render pi facile la spiegazione del primo.

Sabato 30 aprile 2005, ore 08,30 / 10,15

Nel verso 25, Paolo giustifica la sua affermazione precedente del-
la redenzione per mezzo di Ges Cristo. Nel verso 24 Paolo ha affermato
che alla situazione universale di peccato, Dio risponde donando gratui-
tamente la sua giustificazione. Per importante avere la chiara coscien-
za che la giustificazione gratuita, cio in nessun modo luomo pu pre-
tenderla o avere titoli per esigerla. Se luomo giustificato ci per libe-
ro e gratuito dono di Dio. Abbiamo detto la volta scorsa che il fondamen-
to di tale giustificazione indicato da Paolo con due complementi: un
complemento di causa ( aueu ,att), in forza cio della Sua benevo-
lenza, quasi a dire, che se c un motivo che costringe Dio a giustificare,
questo non al di fuori di Dio, ma allinterno di Lui ed la sua stessa
benevolenza: la esed ebraica, che poi fedelt amore, ecc. Poi c un
complemento di mezzo (eta ; a:euac.a;), la redenzione quella
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
99
(;) in Gesu Cristo, cio non si tratta di una redenzione qualsiasi ma di
quella operata da Ges Cristo. Nel verso 25 Paolo spiega quale stata la
redenzione operata da Ges Cristo.

e| complemento oggetto (che)
e .e; soggetto (Dio)
:e..e verbo aoristo (costitu pubblicamente)
tacte| apposizione del complemento oggetto (luogo o vittima
di espiazione)

Una prima osservazione importante, anche nellopera di Ges il
soggetto sempre Dio. Paolo in questo contesto, in cui si parla della giu-
stificazione gratuita, ha esigenza a sottolineare lopera di Dio. Nella af-
fermazione che abbiamo proposto, Ges potrebbe apparire passivo, ma
passivo non : dove Paolo ha esigenza a sottolineare lopera di Ges, lo
presenter come soggetto: per esempio Cfr. Gal 2,20: mi ha amato ed
ha dato s stesso per me.
Nella frase che abbiamo citato partiamo dal verbo :e..e,
questo verbo un verbo composto:
particella :e (davanti) + il verbo tt.
Il verbo tt significa porre, la particella :e significa da-
vanti. Dio perci ha posto davanti, cio pubblicamente, Ges come
tacte|, non si pu capire questa frase se non consideriamo il
background veterotestamentario. La parola tacte| ci rimanda al
capitolo 16 del libro del Levitico, precisamente al sacrificio annuale
dellespiazione. Su questo sacrificio utile un attimo indugiare perch
sar lo schema della lettera agli ebrei. Il sacrificio di espiazione, o il Kip-
pur era un sacrificio che si offriva una volta sola allanno, ma per capire
questo sacrificio bisogna avere anche lidea della configurazione del
tempio, anche perch questa configurazione sar riletta simbolicamente
dalla lettera agli ebrei. Per il testo che stiamo considerando un pochino
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
100
il nucleo paolino di tutto lo sviluppo della lettera agli ebrei (donde ca-
piamo che lautore riprende da Paolo anche se non Paolo). Il tempio
aveva tre cortili scoperti, con due portici, ed un edificio coperto. Nel pri-
mo cortile ci potevano entrare tutti, giudei e pagani, nel secondo cortile
potevano entrarci tutti, ma solo giudei, uomini e donne. Nel terzo cortile
ci entravano soltanto i giudei uomini, in questo terzo cortile cera laltare
dei sacrifici dove le vittime venivano immolate e, tutte o in parte, brucia-
te. Allinterno, nella parte coperta, il santuario vero e proprio si divideva
in due parti: la prima parte era chiamata il kodesh (Santo). Lautore
della lettera agli ebrei descrive quello che cera in questa prima parte del
santuario, ma la sua descrizione rispecchia pi quello che scritto nel le-
vitico che non la realt del momento, comunque in questa prima parte
cera la menora (il candelabro a sette braccia), che doveva essere sem-
bra acceso. Secondo lesodo il candelabro acceso era simbolo della fedel-
t del popolo, secondo Zaccaria, il candelabro esprimeva la cura e la vigi-
lanza di Dio. Vi era inoltre la tavola dei pani, in questa prima parte pote-
vano entrare tutti e solo i sacerdoti, senza limiti di tempo o limiti di fun-
zione. Entravano per alimentare lolio del candelabro, e per lofferta mat-
te sera del sacrificio. Nel mezzo cera il velo, un drappo pesante sporco
di sangue, perch dei sacrifici quotidiani si aspergeva del sangue verso di
esso. Nella seconda parte, a cui si accedeva per mezzo del primo, ci en-
trava il sommo sacerdote una volta allanno per compiere il sacrificio an-
nuale dellespiazione. Nel Santo dei Santi, secondo il Levitico, dentro
cera larca, che secondo antiche tradizioni conteneva tre cose: le tavole
della legge, la verga di Aronne fiorita e un omer (un recipiente) di manna
del deserto. tutto questo per come scritto nella scrittura, perch
allepoca come ci informano gli storici latini, non cera niente nel Santo
dei Santi. Il NT ha come riferimento la scrittura dellAT. Nella festa
dellespiazione, il sacerdote che poteva entrare lui solo, e una volta
allanno, in quella circostanza entrava tre volte: la prima volta vi entrava
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
101
portando incenso, la seconda volta prima immolava un vitello e faceva
lespiazione per i peccati suoi e della sua famiglia, poi usciva, si prende-
vano due capri, si tirava a sorte quale dei due dovesse essere immolato (il
capro espiatorio), laltro invece era riservato alle forze del male (il capro
emissario), il sacerdote immolava il capro espiatorio e con quello, col suo
sangue espiava i peccati che in quellanno il popolo aveva commesso.
Poi il sacerdote imponeva le mani sul capro vivo (il capro emissario), vi
confessava i peccati, e poi lo portavano, povera bestia, a morir di fame.
Andiamo adesso al rito dellespiazione; il rito come descritto nel-
la scrittura avveniva presso larca. Larca era sormontata da due cherubi-
ni che si guardavano faccia a faccia. Sullarca cera la lastra di sopra che
era di oro, questa lastra era il kapporet oppure in greco lilasterion. La
parola tacte| una parola composta dal verbo tac-et (e-
spiare) pi la desi-
nenza -te| la
quale a sua volta de-
riva dal verbo
.a che vuol
dire custodire.
tacte| perci
il luogo che detie-
ne lespiazione, il
luogo cio dove si fa
lespiazione. Il sa-
cerdote versava il
sangue nei quattro
stipiti e cos facendo
credeva di espiare i
peccati.
Ci che im-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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porta anche la modalit concreta con cui si svolgeva il rito. Tra le tante
caratteristiche cera quello del nascondimento: il sacerdote compiva il sa-
crificio lontano dallo sguardo di tutti: il levitico prescrive che quando il
sacerdote compie lespiazione presso il santuario non ci deve essere nes-
suno, perci nellantico rito rimangono nascosti sia il luogo
dellespiazione, coperto dal velo, sia anche il rito.
La lettera agli ebrei mostrer tutta la debolezza di questo rito, dir
per esempio che la ripetizione annuale assurda. Per gli ebrei la celebra-
zione annuale diceva che il rito era abbastanza raro e perci solenne, per
il NT la ripetizione annuale una ripetizione inutile, snervante fino alla
nausea, e il motivo che se un sacrificio di espiazione valido, ottiene
una volta per sempre la remissione dei peccati e perci quel sacrificio
non si ripete pi.
Il nostro testo paolino si rivela antitetico al sacrificio
dellespiazione levitico, ma gi tale contrapposizione appare nei Vangeli
sinottici, non casuale il fatto che il processo davanti al sinedrio graviti
sul tema: la distruzione e la ricostruzione del tempio. Non casuale il fat-
to che ancora in Matteo e Marco, il tema della distruzione del tempio sia
ripreso come scherno sotto la croce. La ripresa del tema del tempio nella
narrazione della passione probabilmente dipende dal quarto canto del
servo di Jahw. Non ebraico o greco, ma aramaico: il targum. Solo per
che il targum depenna qualsiasi riferimento doloroso e assegna al messia
il compito di ricostruire il tempio, il NT sembra fondere insieme la pro-
spettiva del targum e quella della versione greca o del testo ebraico, cio
il messia, il tempio lo ricostruir (targum), ma attraverso la sua passione
(Testo masoretico - LXX). Ma importante la tradizione sinottica che al
momento della morte di Ges il velo del tempio si squarci, cio quel ve-
lo che divideva il Santo dal Santo dei Santo, ma si capisce lo squarcio
non materiale ma spirituale, teologico, simbolico, di economia di sal-
vezza: quello che nellAT era nascosto ora manifesto e pubblico. In ci
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
103
ci pu essere il fatto che Ges sia morto fuori dalle mura e ci evidenzie-
rebbe il carattere pubblico della morte di Ges.
Si spiega allora la frase paolina: Dio lo ha costituito pubblica-
mente tacte|. La novit di Cristo e che un sacrificio di espiazione
non nascosto, bens pubblico. Ci implica il passaggio dalla prefigura-
zione adombrata e nascosta, alla realt pubblica e manifesta. Ci implica
di conseguenza, come dir meglio la lettera agli ebrei, ma come insinua
anche Paolo nel nostro testo che i sacrifici di espiazione dellAT erano
inefficaci mentre il sacrificio di Cristo diventa efficacissimo. Lautore
della lettera agli ebrei tirer la conseguenza che il sacrificio di Cristo non
si ripete perch ha ottenuto redenzione eterna.
Veniamo alla parola tacte|. Abbiamo detto che esso ri-
chiama il kapporet del levitico. Nel nostro testo ha anche questo senso:
Ges il luogo dove avviene lespiazione, ma nello stesso tempo, come
preciser subito dopo Paolo, Ges anche la vittima dellespiazione e il
sacerdote che espia. Questi ultimi due sensi emergeranno
dallespressione seguente: .| a aueu atat (nel suo sangue). Os-
serviamo per che mentre la prospettiva di luogo contenuta nel termine
tacte| e la prospettiva di vittima contenuta nella espressione
.| a aueu atat (nel suo sangue), meno chiara qui la prospettiva
sacerdotale, centralissima invece in ebrei, ma che Paolo stesso implicita-
mente afferma in altri testi: quando parler di Cristo che ha donato se
stesso per noi bench anche in questi testi (Gal 2,20; Ef 5,2; ecc) la
prospettiva non prima di tutto cultuale, ma esistenziale. Tuttavia nel te-
sto che stiamo considerando Paolo oscura laspetto sacerdotale perch
come dicevamo, la sua prospettiva la ,at; (la benevolenza di Dio),
tuttavia Paolo si guarda bene dallattribuire a Dio una azione che richiami
lopera sacerdotale. Dio ha donato il suo Figlio, ma non lo ha offerto,
perch offrire un atto sacrificale di cui Dio non il soggetto, bens il
destinatario. Notiamo una apparente anomalia nel testo paolino, dopo la
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
104
parola tacte| avrebbe seguito opportunamente la menzione del
sangue, Paolo invece fa seguire la menzione della fede: emerge la sua
fondamentale preoccupazione della fede, fa seguire la menzione della fe-
de dal termine tacte|. Questultima parola si ricollega
allespiazione dei peccati, Paolo ha fretta a dire che tale espiazione og-
gettivamente avvenuta una volta per tutte in Cristo, soggettivamente si
ottiene mediante la fede. Solo nella fede in Ges si beneficia
dellespiazione da lui operata.
Notiamo cos un diverso accento tra Paolo e il suo erede (la lettera
agli ebrei), mentre in ebrei la prospettiva quella di mostrare che il sacri-
ficio di Ges lunico e vero sacrificio, al punto da esclamare in 10,4
che: impossibile che il sangue dei capri e dei vitelli espii i peccati a
differenza del sangue di Cristo che permette una radicale purificazione
delle coscienze; la preoccupazione paolina, invece, quella di sottolinea-
re la necessit della fede in Ges. Emerge tutto il problema degli atti de-
gli apostoli: si salvati non mediante la legge, ma per la fede in Cristo
Ges.
Il testo paolino continua ancora mostrando lo scopo per cui Dio
ha costituito Ges tacte|, pur nelle due condizioni: la fede degli
uomini e il sangue di Ges; lo scopo per cui Dio ha costituito Ges
tacte| espresso subito dopo nella espressione:
.t; .|e.tt| ; et-atecu|; aueu. La particella .t; indica fine o
scopo ed esprime lo scopo per cui Dio ha costituito Ges pubblico
tacte|, lo scopo era quello contenuto nella parola .|e.tt| che
vuol dire manifestazione. Dio aveva esigenza di mostrare la sua giusti-
ficazione, ma mostrare non soltanto in senso noetico, ma operativo, cio
mostrare per realizzare la Sua opera di giustificazione: Dio aveva esigen-
za di operare la Sua giustificazione.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
105
Ma perch questa esigenza? detto subito dopo. Abbiamo due
frasi parallele, la prima frase complemento di scopo o fine, la seconda
complemento di causa.

Complemento di fine o scopo Complemento di causa
Per (.t;) manifestazione A causa (eta) il far passare
della Sua giustificazione dei precedenti peccati

Sabato 07 maggio 2005, ore 08,30 / 10,15

Dopo aver detto che Dio ha costituito Cristo, pubblico luogo e vit-
tima di espiazione, Paolo continua con una serie di complementi: un
complemento di mezzo, un complemento di luogo, un complemento di
fine o scopo, un complemento di causa, ancora un complemento di causa,
un complemento di fine o scopo, un complemento di tempo e un com-
plemento di fine o scopo.

Romani 2,25-26
Compl.
di
Traduzione letterale
[1] 25 e| :e..e e .e; tacte|
[2] eta [;| :tc.a; mezzo per mezzo della fede
[3] .| a aueu atat luogo nel suo sangue
[4] .t; .|e.tt| ; et-atecu|; aueu
fine o scopo
per la manifestazione
della sua giustizia
[5] eta | :a.ct| a| :e,.,e|ea| aaaa| causa
a causa di lasciare passare
i precedenti peccati
[6] 26 .| a|e, eu .eu, causa nella sua pazienza
[7] :e; | .|e.tt| ; et-atecu|; aueu fine o scopo
per la manifestazione
della sua giustizia
[8] .| a |u| -ata, tempo nel tempo presente
[9] .t; e .t|at aue| et-ate| fine o scopo per essere lui giusto
[10] -at et-ateu|a e| .- :tc.a; `Iceu.
e giustificante colui [che
proviene] dalla fede di Ges

Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
106
In questa lunga serie di complementi i pi importanti sono quelli
di fine o scopo, cio il 4 e il 7. Partendo da questi ultimi complementi
notiamo una diversa premessa, la prima frase, cio il quarto complemen-
to si ricollega a ci che precede. Dio deve compiere una azione di mani-
festazione: .|e.tt|, deve cio manifestare la sua giustizia, cio la sua
realt di Dio giusto che rende giusti. Per questo motivo ha costituito Cri-
sto pubblico luogo o pubblica vittima di espiazione. Notiamo il secondo e
terzo complemento: eta [;| :tc.a; e .| a aueu atat,
lordine di questi due complementi alquanto insolito, Paolo avrebbe
detto meglio, prima nel suo sangue e poi per mezzo della fede, perch la
menzione dellespiazione direttamente si ricollega al sangue ed esige il
sangue: secondo il Levitico 16 il sacerdote compie lespiazione prima col
sangue di un vitello e poi con quello di un capro. Il sangue
dellespiazione di primarissima importanza, lo dice gi il capitolo 17
del Levitico: Dio ha dato il sangue perch si espii con esso. Nella
menzione del sangue, nel nostro testo, dominano le due immagini di vit-
tima e di altare (luogo dellespiazione), Cristo ha dato il suo sangue, e
come il sangue degli animali aspergeva il propiziatorio, ora il sangue
stesso di Cristo che asperge s stesso: Cristo altare bagna s stesso col
suo sangue essendo la vittima.
Era perci naturale che Paolo menzionasse prima il sangue e poi
la fede, linversione rivela la sua preoccupazione di sottolineare
limportanza della fede: si direbbe che senza la fede il sacrificio di Ges
diventa perfettamente inutile, la fede in Lui che determina per luomo
lefficacia. Tutto questo serviva a Dio per manifestare la sua giustizia. Il
termine .|e.tt|, come tutti i nomi greci finenti in -ct;, esprime una
azione attiva, azione di. Il termine poi deriva dalla radice del verbo
e.t-|ut che vuol dire mostrare e perci il termine .|e.tt; indica
lazione di mostrare: Dio aveva lesigenza di manifestare la sua giustizia
e per questo ha compiuto una azione, quella cio di costituire il suo Fi-
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107
glio tacte|. Il termine .|e.tt; di per s indica solo manifesta-
zione, non implicherebbe efficacia operativa, ma lefficacia operativa ap-
parir nellultima frase per essere Lui giusto e giustificante. Ma gi
lefficacia operativa insinuata nei due complementi precedenti: nel suo
sangue e per mezzo della fede. Con il sangue Ges opera la remissio-
ne dei peccati e manifesta la giustizia di Dio. Mediante la fede luomo
soggettivamente attua quello che oggettivamente Cristo ha operato.
Ma sono importanti i due complementi seguenti.

eta | :a.ct| a| :e,.,e|ea| aaaa|
.| a|e, eu .eu.

C un complemento di causa: perch Dio ha fatto ci?. La ri-
sposta in quel termine :a.ct; che deriva dal verbo :a.tt che
vuol dire lasciar passare. Dio ha compiuto una azione, quella di la-
sciar passare (:act;) i precedenti peccati. Perch li ha lasciati passare?
Lo indica nella frase seguente .| a|e, .| a|e,, cio nella
sua pazienza, nella sua tolleranza. Il profeta Geremia aveva annunziato
come condizione previa la remissione dei peccati. Dio per lunghissimo
tempo ha tollerato, ha pazientato, diremmo quasi ha accettato i peccati,
nella attesa non di punirli, ma di rimetterli. E perci nel sacrificio del Fi-
glio, Dio compie quello che per lungo tempo aveva tollerato.
La quartultima e terzultima frase spiegano perch Dio aveva tolle-
rato i peccati, per manifestare nel tempo presente, cio nel tempo caratte-
rizzato dalla presenza del sacrificio di Ges, perch attraverso quello Dio
manifesta la Sua giustizia rimettendo i peccati. Proprio nel sacrificio di
Ges, Dio si manifesta giusto e giustificante, cio il Dio giusto che rende
giusti.
Riassumendo, la prima sezione della prima parte di Romani, capi-
toli 1-4, risponde alla prima esigenza della Nuova Alleanza, cio la re-
missione dei peccati. Chi ha bisogno di tale remissione? Tutti, giudei e
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pagani, ed i giudei non sono giusti perch hanno la legge, in questa uni-
versale situazione di peccato, tutti hanno bisogno di una remissione che
gratuita, ma che Dio ha operato mediante il sacrificio del Figlio. E si ot-
tiene tale remissione con una sola condizione indispensabile per tutti: la
fede in Cristo. Ma allora i peccati di prima, lantico sacrificio di espia-
zione, la risposta tacita: non cera remissione, ma Dio soltanto ha pa-
zientato, ha tollerato i peccati in vista di Cristo, dove lui fattivamente si
manifestato come il Dio giusto che giustifica, cio che rende giusti
9
.
Tutto ci in forza della fede in Cristo e per sottolineare la necessi-
t della fede aggiunge un intero capitolo, il capitolo 4, dove c di fondo
una idea: la legge poverina non ha mai preteso di giustificare, di rendere
giusti, ma la legge stessa cio il Pentateuco rimanda alla fede. Che cosa
dice a riguardo di Adamo? Paolo cita in 4,3 il testo di Genesi 15,6, dove
si legge Abramo credette e gli fu computato a giustizia, perci la legge
testimonia che la fede che rende giusti.
Non possiamo pi approfondire il capitolo 4, ma lidea globale
che la clausola dellalleanza, la remissione dei peccati, si attua mediante
la fede in Cristo, la legge parlava dellespiazione, ma quella era soltanto
prefigurazione.


9
Il verbo giustificare un verbo denominativo, deriva dallaggettivo et-ate|, il
verbo et-ata. Questi verbi composti indicano lattuazione di quello che dice la ra-
dice, perci non esatta la parola italiana giustificare perch questa parola pu anche
indicare: scusare una colpa che per rimane. Il verbo greco si traduce meglio con:
rendere giusto, fare giusto, il che implica la remissione dei peccati, e ci perch il
peccato viene completamente cancellato.
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109
I CAPITOLI 5-8

I capitoli 5-8 vogliono rispondere ad un problema, cio la prima
clausola dellalleanza: pongo la mia legge nel loro intimo e sul loro
cuore la scriver. Nella parte precedente abbiamo lasciato aperto un
problema, Paolo ci dice che la giustificazione avviene mediante la fede in
Cristo, ma nasce un problema: che cosa la fede in Cristo? Ci urgente
perch di fede abbiamo un concetto molto limitato, cio un semplice as-
senso intellettuale, detto in soldoni, la fede paolina , salvo errore, la pro-
fessione di fede battesimale che implica il profondo coinvolgimento in
Cristo. Non a caso Paolo scriver che quanti siamo stati battezzati in
Cristo, siamo stati battezzati nella Sua morte, cio siamo stati orientati
verso la sua morte, a condividere la sua morte. Perch come Cristo Ri-
sorto da morte per mezzo della gloria del Padre, cos anche noi, possiamo
camminare in novit di vita.
Diamo anzitutto una divisione strutturale dei capitoli 5-8. possia-
mo dividere nel seguente modo:

1 (5,1-11) leffusione dello Spirito;
a. (5,12-21) la liberazione dal peccato;
b. (6) la liberazione dalla morte;
c. (7) la liberazione dalla legge.
2 (8) la vita secondo lo Spirito.

Perci la legge nuova del cristiano la vita secondo lo spirto che
si attua mediante una triplice liberazione dal peccato e dalla morte, dopo
la liberazione dalla legge. Ricordiamo quello che abbiamo gi detto, co-
me questa parte (capitolo 5-8) inclusa dalla tematica della agape. Leg-
giamo in 5,5 lamore di Dio stato effuso nei nostri cuori mediante lo
Spirito Santo, in 8,35 Paolo scrive: chi ci separer dallamore di Cri-
sto?. Paolo fa un lungo elenco di tribolazione, spada, nudit, fame, cose
sperimentate, come appare dalla prima lettera ai Corinzi. Detto in soldo-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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ni, le cose che potrebbero separare, rafforzano di pi perch in esse si
compie il mistero della morte di Ges. Perci il capitolo 8 descrive la
condizione del cristiano sotto lo spirito che attua degli effetti che culmi-
nano nella resurrezione. Paolo in Rm 8,11 scrive: se lo spirito di colui
che ha resuscitato Ges Cristo dai morti abita in voi, colui che ha resu-
scitato Ges Cristo dai morti resusciter anche i vostri corpi mortali per
mezzo dello Spirito Santo che ci stato dato. Ma le conseguenze vanno
ancora oltre ed arrivano fino alla redenzione cosmica, scrive Paolo nel
verso 22 che tutta la creazione geme e soffre come i dolori del parto
nella attesa della manifestazione dei figli di Dio.
Passiamo adesso ai versi 5,1-11. importante la prima parola del
capitolo 5: giustificati [^t-ata.|.;] a partire dalla fede abbiamo pace
[.,e.|] verso Dio per mezzo di Ges Cristo. Questa frase molto den-
sa e c anche un problema di critica testuale. Nella espressione abbia-
mo pace abbiamo un problema di critica testuale di difficile soluzione.
Se leggiamo con la omicron un indicativo presente, se leggiamo con
lomega un congiuntivo presente. Se leggiamo con la omicron ab-
biamo una affermazione: Paolo afferma che noi giustificati abbiamo pace
verso Dio; Se leggiamo con lomega abbiamo una esortazione che pos-
siamo tradurre: manteniamo la pace verso Dio, ci significa in questo se-
condo caso che il cristiano pu perdere questa pace ed impegnato a
mantenerla. Che cosa sia questa pace, in soldoni, indica profonda riconci-
liazione, dopo avere superato linimicizia del peccato.
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111
Dopo avere dichiarato che noi giustificati abbiamo pace con Dio, seguo-
no diverse frasi:

1 per mezzo del quale abbiamo avuto mediante la fede accesso verso
questa grazia [nella quale stiamo];
2 e ci gloriamo della speranza della gloria di Dio;
3 non solo, ma ci gloriamo anche nella tribolazioni;
4 sapendo che la tribolazione opera la costanza;
5 la costanza [opera] la virt provata;
6 la virt provata [opera] la speranza;
7 la speranza non delude perch lamore di Dio stato riversato
nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci stato dato.

Notiamo anzitutto il primo schema che quello delle virt cosid-
dette teologali. La fede ha giustificato e siamo proiettati al futuro me-
diante la speranza. Paolo fonda la speranza nella serie di frasi proposte,
ma che purtroppo non possiamo sviluppare. Diciamo soltanto, in soldoni,
che la speranza cristiana come emerge anche dal capitolo 8 (nella spe-
ranza siamo stati salvati), non quello che intendiamo noi abitualmente,
nel linguaggio abituale la speranza laugurio di una realt piacevole fu-
tura che resta per sempre incerta. La speranza cristiana [almeno quella
proposta dagli scritti neotestamentari] invece lattesa di una realt certa
che immancabilmente si verifica data una premessa. La premessa che
rende certa lattuazione di ci che sperato contenuta nellespressione
seguente: lamore di Dio stato effuso nei nostri cuori. Paolo prima ha
detto che la speranza non rimane delusa, non arrossisce, di quel rossore
tipico di chi promette senza potere mantenere. Non arrossisce, cio non
viene smentita. Fermiamo la nostra attenzione su questa realt dellamore
di Dio, ma essendo che lamore di Dio fonda la speranza esso frutto
della giustificazione mediante la fede. La prima cosa stabilire i senso
del genitivo di Dio se cio : genitivo soggettivo, o genitivo oggettivo.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
112
Marted 10 maggio 2005, ore 10,30 / 12,15

chiaro che il senso di questo testo sia soggettivo. Alla fine del
capitolo 8, Paolo parler del nostro amore verso Dio quando dir che per
quelli che amano Dio tutto concorre al bene. Nel nostro testo, invece, il
senso soggettivo si percepisce da due cose. Anzitutto dallindole stessa
della frase, scrivendo che lamore di Dio stato effuso nei nostri cuori
per mezzo dello Spirito Santo, Paolo indica che luomo non soggetto
di azione, bens il destinatario di una azione. Questa azione, mediata dal-
lo Spirito Santo raggiunge luomo nellintimo del suo cuore. Il senso
soggettivo si deduce anche da quello che Paolo dir poi dopo quando
scriver che Dio comprova e manifesta il suo amore verso di noi (Dio
chiaramente soggetto), nel fatto che essendo noi peccatori, Cristo per noi
morto.
Confronteremo pi avanti questo secondo passaggio che stabilisce
un parallelismo con quello che stiamo considerando. Possiamo dire per
ora che sia in 5,5, come in 5,8, il soggetto uno solo, lo stesso: lamore
di Dio o il Dio che ama, ma con due diversi mediatori: in 5,5 il mediatore
lo Spirito Santo, in 5,8 il mediatore Cristo. Nellespressione lamore
di Dio stato effuso nei nostri cuori bisogna considerare due elementi:
il verbo che indica effusione e il luogo dove avviene leffusione: il cuore
umano. Il verbo effondere (.--.,uat) un verbo ripreso dalla letteratura
profetica dove si annunzia che Dio effonder il Suo Spirito, posiamo cita-
re due testi: Zaccaria 12,10: effonder il mio spirito di grazia e supplica
e guarderanno a me come a colui che hanno trafitto, e possiamo citare
Gioele 3,1 ripreso da Luca in Atti 2,17-21: effonder il mio spirito su
ogni carne e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie. Soltanto che
Paolo fa un cambiamento: loggetto che viene effuso non lo Spirito
Santo, bens unaltra realt di cui lo Spirito Santo mediatore. Ci che
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
113
effuso secondo Paolo lo stesso amore di Dio, oppure Dio che ama e in
quanto ama.
importante lespressione .| at; -aetat; a| (nei nostri
cuori). Non si fa molta fatica nel riconoscere in essa linflusso di Gere-
mia, e perci la spiegheremo a partire da Geremia, in 31,33 Geremia ha
scritto: pongo la mia legge nel loro intimo e sul loro cuore la scriver.
Pi avanti il profeta scriver in 32, 40: pongo il mio timore nei loro cuo-
ri e da me non si allontaneranno. I due testi di Geremia 31,33 e 32,40 si
richiamano e si completano. In 31,31 il profeta parla di nuova alleanza, il
32,40 parla di alleanza eterna, in 31,33 parla di legge scritta nei cuori, in
32,40 parla di timore posto nel cuore. Timore nel linguaggio biblico non
sinonimo di paura ma indica un atteggiamento di profonda adesione che
quasi confina con lamore. Secondo il linguaggio neotestamentario Paolo
parla di agape, ma alla luce di Geremia possiamo dire che proprio lagape
la legge della nuova alleanza scritta nei cuori. Qui Paolo v ancora ol-
tre: in Galati 4,4 scriver che Dio ha mandato lo Spirito del Figlio nei
nostri cuori nel quale noi gridiamo Abb o Padre. Nel capitolo 8 della
stessa lettera ai Romani, a riguardo dello Spirito, Paolo scrive: quanti
sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono dei figli di Dio e poi con-
tinua non avete ricevuto uno spirito di servit s da ricadere di nuovo
nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito di figliolanza divina, nel quale
gridiamo Abb o Padre, e perci lo Spirito guida dallinterno i figli di
Dio e li induce a guardare a Dio chiamandolo col titolo Abb o Padre.
Sia Romani 8, sia Galati 4, si muovono nella prospettiva di Ezechiele, il
quale, messo assieme a Geremia darebbe il contenuto di quella legge
scritta nel cuore che Geremia annunzia, ma non definisce. Alla luce di
Ezechiele la legge nuova scritta nel cuore sarebbe lo Spirito che guida
dallinterno i figli di Dio. Ma in Romani 5,5 Paolo v ancora oltre, e que-
sto ci sembra uno dei punti pi alti della teologia paolina, non nemme-
no lo Spirito la legge, ma lo Spirito mediatore di una legge. La vera
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legge lo stesso amore di Dio che scende nel cuore umano e di conse-
guenza si presenta come comando che induce luomo a sua volta ad ob-
bedire amando. Possiamo perci concludere dicendo che la vera legge del
cristiano, quella che effusa nel suo cuore il Dio che ama e che di con-
seguenza comanda alluomo di amare. Paolo non tira una conseguenza
che invece troviamo tirata nella letteratura giovannea. Nel quarto vangelo
levento lamore di Cristo che indice gli uomini ad amare, in Gv 13,34,
Ges dichiara: vi do un comandamento nuovo che perseveriate
nellamore vicendevole come io, voi amai, dove il vero comandamento
non quello dellamore vicendevole, bens levento dellamore di Ges.
Il fatto che Ges ama, questo costituisce per i discepoli un comando a
perseverare nellamore vicendevole. Analoga, ma pur diversa prospetti-
va, troviamo nella prima lettera dove il fatto che Dio ha amato, il fon-
damento dellamore vicendevole: se Dio ci ha amati, anche noi dob-
biamo amarci. Paolo direttamente non tira questa conseguenza, ma non
la ignora: nel capitolo 14, infatti, dir che non si ha altro debito se non
quello di amarsi a vicenda, ma nel capitolo 5, la preoccupazione di Pao-
lo non quella di presentare lamore di Dio come fondamento dellamore
vicendevole, ma di mostrare che lamore di Dio la nuova legge del cri-
stiano che sostituisce i comandamenti ed scritta non pi su tavole di
pietra, bens nello stesso cuore umano.
Emerge un problema: che cos lamore di Dio? Come esso si
manifesta? A questa domanda sembra rispondere Paolo nel seguente ver-
so 8 a cui gi in parte abbiamo alluso. Nel verso 6 Paolo infatti introduce
la persona di Ges, scrive: essendo noi ancora peccatori, Cristo al mo-
mento opportuno mor per gli empi, nel verso 7 Paolo fa una riflessione
e dice che a stento qualcuno potrebbe morire per una persona giusta,
nellipotesi aggiungiamo noi, che ci possa essere una persona giusta. Ma
nel verso 8 Paolo d la sua risposta, proprio confrontandola con questo
principio generale che qualcuno a stento possa morire per una persona
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buona, nel verso 8 tutto il problema contenuto in un verbo particolare:
il verbo cu|tcct|, che le versioni italiane traducono dimostra. Se-
condo queste versioni Dio dimostrerebbe il suo amore per noi nel fatto
che essendo noi peccatori, Cristo per noi morto. Il verbo cu|tct,
nella lingua greca pu anche significare dimostrare, ma un verbo
composto da tct pi la particella cu|. Il verbo cu|tct abi-
tualmente tradotto con dimostrare ha un significato pi profondo. Di-
cevamo che esso un verbo composto da tct in senso attivo signi-
fica porre, la particella cu| significa compagnia, tutto il verbo in-
sieme significa porre insieme, noi possiamo dire: porre un evento in-
sieme ad un altro. Levento che essendo noi peccatori, Cristo per noi
morto. In questo evento contrasta il fatto della morte di Cristo con la si-
tuazione delluomo peccatore. Anche qui possiamo stabilire un confronto
con la prospettiva giovannea. In Giovanni, la morte di Ges, senza alcun
confronto con luomo peccatore manifestazione dellamore di Cristo. Il
contrasto che Paolo stabilisce tra levento di Ges e la situazione
delluomo peccatore, suggerisce di attribuire al verbo da cu|tcct|
due aspetti: quello etimologico anzitutto, cio manifestare, istaurare
lamore di Dio, e anche quello di dimostrare. La morte di Cristo perci
non soltanto una dimostrazione dellamore di Dio, ma anche un istau-
rarlo, un immetterlo nella storia. La morte di Cristo, perci, prende pre-
sente ed attua lamore di Dio.
Mettendo insieme i due aspetti: quello del verso 5 e quello del
verso 8, possiamo dire che lamore di Dio ha due mediatori: Cristo e lo
Spirito Santo, ma con funzione diversa: lopera di Ges quella di mani-
festare e di mostrare lamore di Dio nella storia umana: laoristo
a:...| dal verbo a:e.|a = a:e + .|a ci rimanda ad un even-
to storico, gi in s stesso delimitato e concluso. Lopera dello Spirito
Santo, riferita ai nostri cuori, quella di esistenzializzare lamore di
Dio, cio renderlo contemporaneo allesistenza di ciascuna persona.
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Perci detto in parole povere quellamore di Dio, che in Cristo, una volta
per sempre, nella sua morte si manifestato, attraverso lo Spirito Santo,
raggiunge lesistenza di ogni uomo. Ma possibile andare pi a fondo:
lamore di Dio che lo Spirito Santo porta nel cuore non astratto, ma
precisamente quello che si manifestato in Cristo, e perci non un a-
more di Dio senza Cristo. Qui Paolo un pochino avaro nei legami lette-
rari e perci siamo noi a crearli. Nella duplice relazione allo Spirito Santo
ed a Cristo non possiamo prescindere da due capitoli della lettera ai Ro-
mani: il capitolo 8 dove lattenzione centrata sullo Spirito Santo e nel
capitolo 6 dove Paolo parla del coinvolgimento nel mistero di Ges. Co-
me dicevo non sono chiari i legami in Paolo, per riteniamo di poter leg-
gere i capitoli 8 e 6 alla luce dei testi citati del capitolo 5. Al capitolo 6
Paolo propone come liberazione dalla morte il coinvolgimento in una
morte, scrive infatti nel verso 5: quanti siamo stati battezzati in Cristo
Ges nella sua morte siamo stati battezzati osserviamo questa espres-
sione dal punto di vista strutturale abbiamo quattro elementi strutturati
secondo uno schema concentrico:

1. quando siamo stati battezzati
2. in (.t;) Cristo Ges
3. nella (.t;) sua morte
4. siamo stati battezzati

Il primo e quarto elemento sono uguali, evocano levento concre-
to storico battesimale, anche se Paolo non ha presente il rito come lo svi-
luppiamo noi oggi (per infusione), ma quello antico per immersione,
daltra parte il verbo a:t,a alla lettera significherebbe fare un ba-
gno. Il NT per distingue tra i due verbi a:a e a:t,a, riservan-
do il primo ad un qualsiasi bagno, anche profano e riservando il secondo
o alla attivit di Giovanni (il Battista), o agli usi cristiani. Ma importan-
te la duplice particella .t; che caratterizza i due complementi interme-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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di. Questa particella indica, moto a luogo e fine o scopo. Essere battezzati
in Cristo significa: avere ricevuto un lavacro che orienta e finalizza a
Cristo. Il battezzato cos orientato, finalizzato, diremmo consacrato a
Cristo. Ma la finalizzazione a Cristo ancora troppo generica, per questo
il complemento seguente eu a|aeu aueu
10
(verso la sua morte) in-
troduce una specificazione: lorientamento a Cristo si attua in un orien-
tamento e un finalizzazione verso la sua morte. Il battezzato chiamato a
fare sua la morte di Cristo.
Subito dopo Paolo continua siamo stati consepolti a lui per mez-
zo del battesimo verso la sua morte.
Notiamo il verbo cu|.caua questo verbo aoristo passivo,
dal verbo composto cu|a:a [cu| + a:a] che appunto vuol dire
seppellire (con-sepolti). La particella cu|- esprime condivisione. Que-
sto verbo seguito da tre complementi:

1 - aueu;
2 - per mezzo del battesimo;
3 - verso la sua morte.

importante il verbo composto seguito dal dativo aua. Il da-
tivo aua pure un dativo di orientamento e di finalizzazione. Il cri-
stiano nel battesimo ha condiviso levento della sepoltura di Ges: po-
tremmo tradurre lespressione: siamo stati consepolti (coinvolgimento
a lui e finalizzazione) ci avvenuto mediante levento battesimale che
per la stessa sua forma esterna evoca il fatto di una sepoltura. Infatti il
cristiano battezzando scendeva e si immergeva nellacqua battesimale,
quella immersione sacramentalmente evocava, ma anche realizzava il
coinvolgimento nella sepoltura di Ges. Il terzo complemento Paolo lo ha
gi detto verso la sua morte, complemento di fine o di orientamento
(.t; - moto a luogo). Per il cristiano per si verifica un mutamento rispet-

10
Cfr. Rom 6,5.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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to al mistero di Cristo: Cristo prima mor e poi fu sepolto, il cristiano vi-
ve sacramentalmente il coinvolgimento nella sepoltura e da quel coinvol-
gimento scatta il suo orientamento verso la morte di Ges. Ma anche
questa morte, essendo partecipazione alla morte di Cristo, apre alla resur-
rezione. E infatti Paolo nel verso 4b stabilisce un confronto: perch co-
me [lui] risorto da morte [come] Cristo, cos anche noi possiamo cam-
minare in novit di vita. Questa frase stabilisce un parallelo tra la resur-
rezione di Ges e il camminare in novit di vita: importante notare che
Paolo lo scrive che come Cristo risorto anche noi risorgiamo. Detto in
soldoni, Paolo d limpressione che la novit di vita consista proprio nel-
la condivisione esistenziale della morte di Ges.
A noi per interessava relazionare questo aspetto che poi la di-
mensione mistica del cristiano, si ricollega allevento dellamore di Dio.
Dal momento che lamore di Dio si manifestato nellevento di Ges,
lamore di Dio si raggiunge quando si coinvolge nel mistero di Ges, per
cui la grande legge del cristiano non lamore di Dio astratto, ma la
concreta persona di Ges che col suo mistero manifesta lamore di Dio e
lamore di Dio iscritto nel cuore umano, quando Cristo mediante lo Spi-
rito Santo iscritto e il coinvolgimento di lui costituisce la grande legge
cristiana.

Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
119
Sabato 14 maggio 2005, ore 10,30 / 12,15

I VERSI 35 E 39 DEL CAPITOLO 8

1 - Chi ci separer dallamore di Cristo
2 - tribolazione, travaglio, persecuzione, fame, nudit, pericolo
spada
3 - come sta scritto a causa tua siamo messi a morte ogni
giorno, siamo stati ritenuti come pecore da macello
4 - ma in tutte queste cose siamo super-vincitori per mezzo di
colui che ci ha amati
5 - sono convinto che n morte, n vita, n angeli, n principati, n
cose presenti, n future, n potenze, n altezza, n profondit
n qualsiasi altra creatura
6 - ci separer dallamore di Dio, quello in Cristo Ges, Signore nostro.

Prima di scendere in qualche dettaglio, ricordiamo che questo te-
sto, insieme a 5,5 costituiscono una inclusione alla seconda sezione della
prima parte della lettera ai Romani. Scendendo in maniera pi dettagliata,
Paolo pone il problema se qualcosa potr separare dallamore di Cristo.
Per amore di Cristo ancora qui si intende laspetto soggettivo: non noi
che amiamo Cristo, ma lamore di Cristo per noi. evidente che il pro-
blema non da parte di Cristo ma da parte degli uomini, perch la lista,
almeno la seconda, una lista negativa di tribolazioni e queste possono
costituire una facile tentazione per luomo ad apostatare. Lamore di Cri-
sto inimitabile, ma luomo sotto linflusso delle tribolazioni tentato di
rifiutarlo. Nella lista negativa Paolo proietta un po la sua esperienza, nel
capitolo 11 della seconda lettera ai Corinzi Paolo elenca tutte le tribola-
zioni che lui ha sostenuto. Dal verso 24 in poi elenca di avere ricevuto
dai giudei i 40 colpi meno uno (cio la flagellazione), di essere stato bat-
tuto con verghe, di avere subito la lapidazione, ed ancora altri pericoli di
viaggio, di fiumi, di briganti, tutte cose che descrive nei versi 24-33. Alla
luce della sua esperienza pu concludere che tutte quelle cose non sono
riuscite a separare dallamore di Cristo, ma nelle frasi centrali d il senso
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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di quelle realt. Cita il salmo 39 per te ogni giorno [cio a causa tua]
siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. La citazione del
salmo 39, ma chi legge questa frase non pu non pensare al quarto canto
del servo, stimato anche lui pecora da macello. C lespressione a cau-
sa tua, questa espressione nel salmo ha un significato, qui invece nel
contesto della tradizione neotestamentaria non pu non richiamare la tra-
dizione evangelica. Leggiamo nei vangeli sinottici chi perde la sua vita
a causa mia la trova. Qual allora il senso di questa citazione? Paolo
subito dopo aggiunge che in tutte queste cose siamo super-vincitori a
causa di Colui che ha amato. E cos colui che ha amato opera un cam-
biamento: trasforma realt che potrebbero separare in condivisione della
morte di Ges. Di conseguenza il salmo 39 rilegge tutte le tribolazioni
che cos diventano strada verso una massima vittoria che richiama il mi-
stero della resurrezione. In altre parole Colui che ha amato trasforma le
realt che possono separare in strumenti di condivisione della resurrezio-
ne di Ges.
Nei capitoli 5-8 della lettera ai Romani possiamo scorgere uno
schema concentrico nei seguenti punti:

1) 5,1-11 - Amore di Dio manifestato mediante lo Spirito Santo
2) 5,12-21 - Lobbedienza come superamento del peccato
3) 6 - Il coinvolgimento nel mistero di Ges mediante il
battesimo come superamento della morte
4) 7 - La liberazione dalla legge
5) 8 - Lopera dello Spirito Santo e conclusione, lamore di Dio dal qua-
le nulla pu separare.

Questo schema rivela quale sia il punto centrale del pensiero pao-
lino. Nello sfondo c lamore di Dio mediato dallo Spirito Santo. Al
centro c il coinvolgimento del cristiano nel mistero di Ges. Il testo di
5,12-21 (2) si contrappone al capitolo 7 (4) ed contrapposta la legge che
conduce al peccato e lobbedienza di Ges che conduce alla giustifica-
zione. Possiamo notare il progresso cristologico di 5,12-21 fino al capito-
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lo 6. In 5,12-21 lobbedienza di Ges, nel capitolo 6 menzionata la
sua morte come ambito dove il cristiano si immerge. Possiamo allora sta-
bilire due linee che mettono al centro il capitolo 6: lamore di Dio effuso
nei nostri cuori porta attraverso la strada dellobbedienza al coinvolgi-
mento nel mistero di Cristo. A sua volta risalendo dal capitolo 8, lamore
di Dio si manifesta attraverso lo Spirito Santo e conduce al centro, al
coinvolgimento nel mistero di Cristo. Tutta questa la legge nuova che
viene promulgata riproponendo in sintesi le due sezioni della prima parte
della lettera ai Romani 1-4 e 5-8, lo schema quello della nuova alleanza
annunziata da Geremia. Qui potremmo forse andare un po pi a fondo,
anche se nella lettera ai Romani, quello che diremo non appare cos chia-
ro come nella prima lettera di Giovanni: se prendiamo la prima lettera es-
sa poggia su due temi fondamentali: la remissione dei peccati ed il co-
mandamento della agape. Diversi indizi rivelano che nella prima lettera
di Giovanni alla base ci sta loracolo di Geremia, ma ci sta anche
loracolo mediato dalla formula della istituzione del calice. La formula
della istituzione parla infatti del sangue della nuova alleanza effuso per la
remissione dei peccati. Lautore della prima lettera, in sintonia con la tra-
dizione giovannea, non parla della nuova alleanza, bens del nuovo co-
mandamento, cio il comandamento che scaturisce dalla nuova alleanza
di cui il mediatore Ges. Se leggiamo bene la prima lettera essa poggia
cos e diremmo anche nasce dalla formula della istituzione. Lautore del-
la prima lettera (che non Giovanni del quarto Vangelo), pur riprenden-
do alcune tematiche dal quarto vangelo costruisce il suo scritto su quella
formula. Ci spiega perch quando si parla del sangue di Ges usa un
verbo allindicativo presente: non si tratta infatti di un sangue storica-
mente passato, come quello del Golgota, bens del sangue perennemente
presente nella Chiesa. Qualcosa del genere si trova anche nella lettera a-
gli efesini, la quale letta con attenzione nel capitolo primo, rivela tracce
di una qualche antica anafora liturgica e capiamo perch Paolo in Efesini
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scriva: nel quale abbiamo la remissione dei peccati mediante il suo
sangue, e probabilmente liturgico deve anche essere lambito da cui na-
sce la lettera agli Ebrei, ci abbastanza comprensibile: la fede primitiva
dovendo parlare di Ges (vedi sinottici) non parla di un Ges passato, ma
di un perennemente vivo nella Chiesa, e ci pu essere solo nella Eucari-
stia. Continuando possiamo cos concludere: allo stesso modo, bench
dai testi non emerge cos evidente, possiamo pensare che anche alla base
della lettera ai Romani ci sia la formula della istituzione. In ogni caso tut-
to il pensiero di Romani il fatto che si stipulata una nuova alleanza
che supera quella sinaitica e perci non si pu restare nella legge sinaitica
bens guardare al mediatore della nuova alleanza che Cristo. Per questo
Paolo incentra tutta la sua attenzione nella fede in Cristo. Esplicitamente
per lapostolo rimanda allevento battesimale ed l che si attua, nella
professione di fede, la condizione previa dellalleanza, cio la remissione
dei peccati (capitoli 1-4) ed l che avviene lattuazione della legge nuo-
va che lo stesso amore di Dio riversato nei cuori mediante lo Spirito
Santo. Lamore di Dio per non un amore di Dio teorico, bens quello
che storicamente si mostrato nella storia umana attraverso la morte di
Cristo. Di conseguenza la vera legge che viene interiorizzata nel cuore
umano la stessa persona di Ges, tutto il problema cristiano il coin-
volgimento nel Suo mistero. Il cristiano guidato dallo Spirito Santo si
coinvolge nel mistero di Ges e l fa esperienza dellamore di Dio.

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I VERSI 12-17

I versi 12-17 sottolineano il primo aspetto dellopera dello Spirito
Santo: la costituzione a figli di Dio. Scrive Paolo: dunque fratelli noi
siamo debitori non alla carne, s da vivere secondo la carne [se infatti
vivete secondo la carne morirete, se infatti mediante lo Spirito mortificate
le opere della carne voi vivrete]. Paolo riferisce allopera dello spirito la
mortificazione delle opere della carne. Ma tale mortificazione gi e-
spressa in altre parti, nella lettera ai Colossesi, dopo avere detto che se
siamo risorti con Cristo dobbiamo cercare le cose di lass continua e-
sortando a mortificare le opere della carne. Qui c un principio che
stato assimilato dalla spiritualit cristiana: la mortificazione, per qualche
volte staccato dal suo contesto, la mortificazione ha finito per assumere
un tono negativo. La mortificazione non fine a s stessa, ma la conse-
guenza del proprio coinvolgimento del mistero di Cristo ed finalizzata
al mistero di Cristo (non ha senso una mortificazione in quanto tale o fine
a s stessa). Continua Paolo risalendo da argomento in argomento, alla
figliolanza divina, perch mortificare le opere della carne? perch so-
no incompatibili con la condizione di figli di Dio, condizione attuata me-
diante lo Spirito. Per questo Paolo scrive: quanti infatti sono guidati
dallo Spirito di Dio, costoro sono dei figli di Dio, pi precisamente in
questa frase, pi che la costituzione, Paolo sta descrivendo la manifesta-
zione: i figli di Dio si manifestano, da una parte nel fatto che mediante lo
Spirito mortificano le opere della carne, dallaltra nel fatto che gridiamo
Abb o Padre. Ma se il cristiano pu gridare nello Spirito Abb o Pa-
dre vuol dire che il cristiano reso figlio dallo Spirito Santo. Nella e-
spressione Abb o Padre abbiamo la stessa parola ripetuta in due lin-
gue: greca ed aramaica. Questo bilinguismo si trova ancora nella lettera
ai Galati, ma si trova nella preghiera al Getsemani, riferita da Marco. Il
termine aramaico :s Abb molto pi forte del termine
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:a. Pater greco. Il Pater greco si pu intendere anche in senso me-
taforico, ma lAbb aramaico il termine che il figlio naturale dice al
Padre. Ci indica che nella vita cristiana si attua una generazione da Dio,
e Paolo tira la conseguenza: se figli, anche eredi. Questa conseguenza
contiene una allusione al salmo 2 dove nel verso 7 presentata la genera-
zione Figlio mio tu sei, oggi io ti ho generato e nel verso 8 leredit. In
questa generazione il cristiano assume una configurazione analoga a
quella di Cristo, e difatti Paolo continua eredi di Dio e coeredi di Cri-
sto. Ma lessere coeredi di Cristo implica la condivisione del mistero di
Cristo. Daltra parte non avrebbe senso la figliolanza divina se non in
conformit a quella di Cristo, continua infatti Paolo: se con-patiamo
[cio: se patiamo insieme a Cristo] con Lui saremo anche glorificati. Il
cristiano divenuto figlio di Dio diventa erede della stessa gloria di Cristo
a condizione che condivide con Lui la sua passione.
Detto questo Paolo si apre ad una prospettiva futura, e lapertura
data dalla frase ultima citata se con-patiamo saremo anche con-
glorificati. Emerge anche un problema quando la glorificazione, Paolo
risponde che la condivisione della passione avviene oggi, mentre la con-
divisione della gloria avviene nel futuro. Per questo scrive ritengo che
non sono paragonabili ai patimenti della vita presente con la futura glo-
ria che si manifester in noi, il rimando alla parusia. Attendiamo la
gloria futura, ma lattesa non solo nostra, Paolo stabilisce una strettis-
sima relazione tra luomo cristiano e la creazione. Il cristiano attende la
manifestazione dei figli di Dio, ma la attende anche la creazione, la quale
anchessa sottomessa allo svuotamento del peccato attende di essere libe-
rata verso la libert della gloria dei figli di Dio. La manifestazione futura
dei figli di Dio determiner la liberazione della creazione. Paolo qui si
apre alla situazione della creazione, rivelando in questo modo, che
luomo [il cristiano] non separato e separabile dalla creazione. Scrive
infatti che la creazione con-geme e con-soffre i dolori del parto fino a-
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desso. I dolori del parto sono un immagine largamente usata nella scrit-
tura. Giusto per restare nel NT citiamo tre o quattro testi: Apocalisse 12,3
la paura grida e spasima nello sforzo di partorire; Giovanni 16 la
donna quando sta per partorire nella tristezza perch giunta la sua
ora, ma quando ha partorito dimentica per la gioia che venuto un uo-
mo; la stessa sepoltura di Ges in Atti 2 presentata come i dolori del
parto. I dolori del parto sono ripresi abbondantemente come immagine
nel linguaggio profetico e sono ripresi in pi di un senso: dolori atroci
(carattere giudiziario), dolori improvvisi (carattere di intervento giudizia-
rio inaspettato), dolori di breve durata (che aprono alla vita), e cos lo
usa Paolo. Perci la creazione oggi geme, Paolo afferma la redenzione
cosmica, ma questa dipender dalla manifestazione dei figli di Dio, ma
anche oggi, i figli di Dio debbono attendere perch hanno ricevuto non lo
Spirito completo, ma la primizia dello Spirito, cio un pegno, un anticipo.
E quando lo Spirito sar completamente effuso allora la redenzione sar
piena e si estende anche al corpo (che quindi risorge) e attraverso al cor-
po, a tutta la creazione. Nei versi 26-27 Paolo affronta un altro aspetto:
una delle condizioni del tempo presente di attesa la preghiera, ma qui
ancora la difficolt non sappiamo come pregare, lo Spirito interviene
in nostro aiuto imprimendo nel nostro cuore gemiti inesprimibili. Cosa
siano questi gemiti inesprimibili difficile dirlo, ma certo possiamo pen-
sare ai profondi aneliti interiori che lo Spirito suscita in noi e mediante i
quali Lui prega in noi e con noi.
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Marted 17 maggio 2005, ore 10,30 / 12,15

La lettera agli Ebrei, chiamata cos, non probabilmente n lette-
ra, n indirizzata agli ebrei, a meno che per ebrei non si intendano anche
quelli che vivono nella diaspora. Non lettera perch manca dello stile
epistolare tipico delle lettere paoline. Paolo inizia presentandosi come
mittente indicando il destinatario e rivolgendo i saluti. Ebrei incomincia
subito entrando in argomento (1,1): in molti modi e a pi riprese Dio
avendo parlato ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni che sono
gli ultimi, ha parlato a noi mediante il Figlio. Come pure alla fine non
ha alcun saluto, a differenza di Paolo che invece indugia nelle sue lettere
nei saluti menzionando anche persone singole. La lettera agli ebrei, inve-
ce, finisce in maniera solennissima: il Dio della pace che ha fatto torna-
re dai morti il pastore grande delle pecore, in virt del sangue di una al-
leanza eterna, vi renda perfetti in ogni bene, perch possiate compiere la
sua volont, operando in voi ci che a lui gradito per mezzo di Ges
Cristo al quale sia gloria nei secoli dei secoli, Amen. C perci una
sintesi dei temi trattati con una dossologia finale seguita dallAmen. Per
nellattuale testo ci sono i versi 24 e 25 che sono un frettolosissimo salu-
to: salutate tutti i vostri capi, salutate tutti i santi, vi salutano quelli
dellItalia. La grazia con tutti voi. questo saluto stride con la solennis-
sima conclusione precedentemente indicata. Concludendo pi che lettera,
Ebrei sembra essere una predica, un discorso oratorio, da pronunziare o-
ralmente. Lautore non Paolo, le differenze di stile con le lettere paoline
ben evidente. E inoltre Ebrei contiene un tema che non trova paralleli
nellepistolario paolino, quello del sacerdozio di Ges. Tuttavia come di-
remo, Ebrei, trova il suo fondamento nellepistolario paolino, soprattutto
in Romani, Colossesi ed Efesini. Non sappiamo chi lautore e tutte le
ipotesi fatte sono tutte possibili ma nessuna cogente. Ma sembra che sia
un discepolo di Paolo che riprende alcuni suoi temi e in certo senso li e-
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saspera, per esempio nei confronti della legge ancora pi negativo di
Romani. Dicevamo un suo discepolo e nulla impedisce di pensare che
quel frettolosissimo saluto dei versi 24-25 di indole epistolare possa esse-
re anche di Paolo come un bigliettino con cui lui accompagn e garant
lopera quando fu scritta e inviata alle varie chiese.
Dicevamo che Ebrei parte dai presupposti paolini: Ges ha com-
piuto un sacrificio mediante il quale ha rimesso i peccati e lofferta di un
sacrificio opera sacerdotale. Lautore descriver il sacerdozio di Cristo
confrontandolo per antitesi col sacerdozio levitico e per somiglianza col
sacerdozio secondo lordine di Melchisedeck.
Cominciamo dai primi versi 1-4 che costituiscono lo sfondo mol-
to ampio, dove lautore colloca la sua opera orientando man mano verso i
suo punto centrale. Leggiamo in 1,1: in molti modo ed a pi riprese, an-
ticamente, Dio, avendo parlato ai padri mediante i profeti, alla fine, cio
in questi giorni, parl a noi nel Figlio. In questo testo troviamo un solo
soggetto: Dio, che ha compiuto una azione in due parti, parlare, in due
epoche, anticamente e in questi giorni. Si distinguono cio lepoca antica
e lepoca degli ultimi giorni. Nellepoca antica, Dio ha parlato: in molti
modi ed a pi riprese, perci una parola varia ma progressiva, ed automa-
ticamente frammentaria, si riferisce allantico testamento. I destinatari
erano vari, i mediatori erano i profeti. Nellultima epoca i destinatari
siamo noi e il mediatore il Figlio.
Confrontiamo le due espressioni: .| et; :e|at; e
.| uta, entrambe si costruiscono con .| e il dativo, ma ci sono due
differenze. I primi sono una pluralit con larticolo, il secondo una per-
sona singola senza articolo. I primi sono una pluralit che trasmette una
parole, automaticamente la parola trasmessa da una pluralit frammen-
taria. Larticolo indica che i profeti sono persone concrete che hanno ri-
cevuto una vocazione che li ha costituiti profeti: essi erano profeti per
vocazione, non per intrinseca costituzione. Viceversa il Figlio una per-
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sona singola ed espresso senza articolo: lassenza dellarticolo indica la
qualit e la natura. La nozione di Figlio una nozione relativa, cio dice
relazione ad un Padre. Ma questa nozione una qualit accidentale per-
ch una persona pu essere Figlio, ma insieme pu essere Padre.
Lassenza dellarticolo indica qui che non si tratta di figliolanza relativa,
bens di figliolanza assoluta: si tratta di uno la cui intima natura quella
di essere Figlio. Emergono due tratti di superiorit del Figlio: una per-
sona singola e dice stretta relazione a Dio. Di conseguenza non sar pi
mediatore di una parola frammentata, ma di una parola completa e defini-
tiva. Per una parola ulteriore ci vorrebbe un mediatore superiore al Figlio
(cosa impossibile). Per profeti non si intendono i profeti nel nostro senso,
ma tutto lAT che assurge a carattere di profezia. Lautore non pu parla-
re di legge perch per lui la legge ha un carattere negativo. Questo punto
di partenza il fatto che Dio ha parlato. Il verbo .ac.| (parlare)
un aoristo completivo: Dio nel Figlio ha esaurito la Sua Parola e non ha
pi niente da dire (come afferma anche Gv).
Introdotta la figura del Figlio, lautore ferma su di Lui la sua at-
tenzione dandoci del Figlio due storie proposte in maniera inversa:

2- che costitu erede di tutte le cose;
1- per mezzo del quale fece anche i secoli;
1- il quale essendo irradiazione della Sua gloria e impronta della Sua sostanza;
2- sostenendo tutte le cose con la potenza della sua Parola;
3- avendo fatto la purificazione dei peccati;
4- sedette alla destra della Grandezza (Grandezza Dio).

Abbiamo due storie, la prima in progresso inverso, la seconda in
progresso diretto. Nella prima dalla costituzione ad erede universale,
lautore risale alla causalit del Figlio nella creazione; nella seconda dalla
preesistenza del Figlio scendi fino alla glorificazione pasquale.
Il numero uno della prima storia si colloca tra il numero uno e il
numero due della seconda storia, cio la causalit nella creazione si col-
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loca tra la preesistenza e il sostegno con la sua Parola potente. Ma stabi-
liamo una relazione tra il numero due della prima storia: costitu erede, e
il numero 4 della seconda: sedette; entrambi ci rimandano alla glorifica-
zione pasquale, alla costituzione ad erede che proviene dal salmo 2,8. nel
vero 7 leggiamo: Figlio mio sei tu, oggi io ti ho generato. Il verso 7 del
salmo 2 nella fede primitiva fu letto alla luce della resurrezione (Cfr.
Atti 13,33). La sessione alla destra di Dio invece rimanda al Salmo 110
il Signore ha detto al mio Signore, resta seduto alla mia destra mentre
io pongo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. La fede primitiva rilesse
il salmo riferendolo al primo momento della glorificazione pasquale,
quando Dio lo esalt e lo fece sedere alla sua destra.
Rileggendo e mettendo insieme le due storie otteniamo un cam-
mino completo del Figlio che pu essere ricostruito nel seguente modo:

1 preesistenza;
2 causalit nella creazione;
3 sostegno di tutte le cose con la parola potente;
4 la purificazione dei peccati;
5 sedette alla destra di Dio;
6 eredit tutte le cose.

In questo schema emerge un cammino che possiamo definire gi
in maniera incipiente, un cammino sacerdotale. Esso parte dalla preesi-
stenza, passa attraverso la creazione, passa attraverso la purificazione dei
peccati [si allude al sacrificio che purifica], e culmina nel santuario di
Dio dove il sacerdote entra e alla cui destra egli siede. Abbiamo riletto
questo schema che ancora per vago alla luce di tutto lo sviluppo se-
guente. Ma troviamo qui un cammino analogo a quello del Vangelo di
Giovanni, dove levangelista scrive in 1,1 in principio era la Parola
[preesistenza], e la Parola era verso Dio come termine cio di un cam-
mino che la Parola compie partendo dalla preesistenza, passando attra-
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verso la storia, e tornando poi a Dio. Nella lettera agli Ebrei, questo
cammino per gi in prospettiva sacerdotale.
In 1,4, dopo avere parlato della sessione alla destra di Dio,
lautore prosegue divenuto superiore agli angeli quanto differente ri-
spetto a loro eredit un nome. Con questa frase lautore inizia la prima
parte, che v da 1,4 fino a 2,18, dove lautore man mano scende a descri-
vere la realt del Figlio, cio il suo nome, cio la posizione che Egli ha
ottenuto.
In questa prima parte notiamo due sezioni che possiamo proporre
schematicamente nel seguente modo:

1 1, 4-14: posizione del Figlio davanti a Dio;
2 2,2-4: parte esortativa parenetica
3 2,5-18: posizione del Figlio davanti agli uomini.

Il Figlio ha una duplice realt: una davanti a Dio, laltra davanti
agli uomini. Davanti a Dio Egli Figlio [verso 8], Dio lui stesso [verso
9], Signore [verso 12]. Davanti agli uomini Egli ha unaltra realt; nel
verso 11 del capitolo 2 leggiamo: colui che santifica e quelli che sono
santificati tutti da uno solo, per questo non si vergogna di chiamarli fra-
telli (Cfr. Salmo 21 annunzier il Tuo nome ai miei fratelli. Ti loder
in mezzo alla assemblea). Nel verso 14 poi continua poich i figli han-
no in comune carne e sangue, anche Lui dovette partecipare di essi per
svuotare colui [il diavolo] che aveva il potere della morte e liberare co-
loro che con il timore della morte erano partecipi di schiavit. Continua
nel verso 17: perci dovette essere in tutto e per tutto simile ai fratelli
per diventare sacerdote misericordioso e degno di fiducia nelle cose che
riguardano Dio per espiare i peccati del popolo.
Riassumendo, la posizione del Figlio, quella di essere Figlio,
Dio e Signore davanti a Dio, fratello davanti agli uomini. La posizione
davanti a Dio, Ges la ha ottenuta con il mistero pasquale, quando glori-
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ficato divenne Figlio (Salmo 2), Dio, Signore (Salmo 110). La posizione
davanti agli uomini di fratello c lha invece in tutto il cammino
dallincarnazione fino alla passione. Le due caratteristiche di Ges ri-
specchiano i due aspetti del suo mistero. Nel mistero dellincarnazione
fino alla morte emerge la posizione di fratello davanti agli uomini, ma
poi glorificato ottiene una posizione davanti a Dio. Lautore in questa
prima parte ha espresso i due aspetti in maniera inversa.
La duplice posizione che Ges ottiene permette di tirare una con-
clusione: se Lui fratello tra i fratelli ha ottenuto una posizione davanti a
Dio, vuol dire che ha raggiunto Dio, ma se ha raggiunto Dio bisogna
concludere che sacerdote, perch il sacerdote colui che parte dal
mondo umano ed arriva a Dio, e Ges nel mistero pasquale giunto a
Dio ed ha ottenuto una posizione davanti a Lui.
Parte seconda 2,18 5,11. In questa seconda parte lautore pro-
gredisce alla luce della deduzione fatta nella parte precedente. E infatti le
parole per diventare sommo sacerdote misericordioso e degno di fidu-
cia da una parte concludono la sezione precedente e ora aprono la se-
zione seguente. Se Ges diventato sacerdote Egli deve avere due carat-
teristiche tipicamente sacerdotali: essere misericordioso ed essere degno
di fiducia. La caratteristica di essere misericordioso riguarda la sua rela-
zione agli uomini; davanti agli uomini infatti un sacerdote deve essere
misericordioso caricandosi dei loro peccati per espiarli. Ma non basta che
sia misericordioso ma bisogna che davanti a Dio riscuota fiducia, che sia
davanti a Lui degno di fiducia, che compia cio una azione sacerdotale
gradita a Dio altrimenti Dio lo rimanda da dove venuto. Lautore ha in-
trodotto i due temi nellordine sacerdote misericordioso e sacerdote de-
gno di fiducia, ma li svilupper allinverso. Prima parler del sacerdote
degno di fiducia e poi del sacerdote misericordioso.
Nello sviluppare questi due aspetti lautore si muove con il prin-
cipio della somiglianza. Ges fu degno di fiducia come Mos e stabilisce
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in 3,1-6 un confronto molto largo tra Ges e Mos. Poi fu misericordioso
come lo fu Aronne e stabilisce un confronto di somiglianza tra Ges ed
Aronne.
La prerogativa di sacerdote degno di fiducia poco sviluppata.
Lautore non dice perch Ges degno di fiducia: dovrebbe anticipare
tutto quello che dir poi nei capitoli seguenti, per questo si limita a dire
soltanto che Ges degno di fiducia da parte di Dio come lo stato Mo-
s. Poi introduce una lunga esortazione fondata sul salmo 94 oggi se a-
scoltate la sua voce non indurite il cuore ed esorta i fedeli a che non ci
sia in nessuno un cuore cattivo che lo porti ad allontanarsi dal Dio viven-
te
11
. Si capiscono allora le parole di 4,4-16 che segnano il passaggio dalla
dimensione di sacerdote degno di fiducia a quella di sacerdote misericor-
dioso.

Sabato 21 maggio 2005, ore 08,30 / 09,15

avendo un sacerdote grande che ha attraversato i cieli, Ges il
Figlio di Dio, teniamo ferma la no-
stra comprensione. In questi pochi
versi lautore rivolge una esortazio-
ne ad accostarsi al trono della gra-
zia. Abbiamo un grande sacerdote
che ha attraversato i cieli e perci
bisogna tenere ferma la professione
della propria speranza.

11
Abbiamo dimenticato di dire che la lettera agli ebrei pensata nei minimi particolari,
ma non costruita a tavolino, nel senso cio che non un discorso creato in maniera a-
stratta, ma un discorso che parte da una condizione ben precisa della comunit cri-
stiana: la persecuzione, quando la tentazione di defezionare era molto forte. Attraverso
questopera lautore vuole esortare a non defezionare, ma la prospettiva analoga a
quella della Apocalisse che nasce appunto per sostenere i cristiani durante la persecu-
zione per resistere alla tentazione di allontanarsi da Cristo.
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Ci possono essere le debolezze che caratterizzano il cristiano ma
esse non possono essere motivo di defezione perch abbiamo un sacerdo-
te capace di comprendere le nostre debolezze
12
. Lespressione dellautore
non abbiamo un sacerdote che non possa compatire alle nostre infermi-
t introduce il nuovo tema del sacerdote misericordioso che lautore, in
maniera dottrinale (non esortativa) svilupper nei versi 1-11 del capitolo
5. Nel presentare il sacerdote misericordioso, lautore seguir il metodo
del confronto per somiglianza. Egli parte da un principio molto generale
che appartiene alla definizione universale del sacerdote. Scrive
lautore: ogni sacerdote preso dagli uomini costituito a vantaggio de-
gli uomini nelle cose che riguardano Dio, essendo capace di compatire
[cio di patire insieme] poich anche lui stato circondato da infermit.
In questo principio generale emergono due aspetti propri di ogni sacerdo-
te: la solidariet con gli uomini e la deputazione (designazione) per le co-
se che riguardano Dio. Gi in questo principio generale, lautore si e-
sprime in maniera tale da insinuare il duplice aspetto del mistero di Ges:
solidale con gli uomini, ma costituito nelle cose che riguardano Dio. un
principio generale riguardante la definizione universale del sacerdote, e
se Ges sacerdote, anche per Lui debbono riferirsi questi due principi.
Subito dopo lautore scende a descrivere altre due caratteristiche del sa-
cerdote universale: la prima offrire per il popolo [verso 3] e deve offri-
re come per il popolo, anche per s stesso per i peccati, la seconda ca-
ratteristica quella di avere una vocazione, scrive lautore che nessuno
da s stesso prende lonore del sacerdozio, ma chi chiamato da Dio
come Aronne.

12
Questi versi sono di indole parenetico-esortativa per nascondono una prospettiva te-
ologica, cio la capacit, che ormai si acquisito, data la presenza di questo sacerdote di
accedere a Dio. Questi versi assieme ad altri del capitolo 10 che indicheremo, fondano
la teologia del sacerdozio del popolo santo di Dio.
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Offerta del sacrificio e vocazione sono due prerogative del sacer-
dote che debbono trovarsi anche in Ges. Lautore applica a Ges questi
due principi: anche Lui ebbe una vocazione ed anche Lui offr un sacrifi-
cio.
La vocazione di Ges decritta nei versi 5-6, scrive lautore cos
anche Cristo non glorific s stesso, s da divenire sacerdote [ma lo glo-
rific] Colui che gli disse, Figlio mio sei Tu, io oggi ti ho generato, co-
me altrove dice tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedeck.
Anche Ges perci, secondo lautore ebbe una vocazione. Ma sono im-
portanti le parole precedenti non glorific s stesso, s da diventare sa-
cerdote. Ma le parole che abbiamo citato indicano che la vocazione sa-
cerdotale di Ges si attu nella glorificazione pasquale. Lautore mette
insieme il Salmo 2,7 e il Salmo 110,4. I due salmi, nella tradizione primi-
tiva, caratterizzarono la glorificazione pasquale, negli Atti degli apostoli i
primi versi del salmo 2 perch le genti congiurano e i popoli meditano
cose vane? Si sono radunati i principi ed i capi sono venuti insieme con-
tro il Signore contro il Suo Cristo, queste parole furono riferite alla
congiura contro Ges. Luca (Cfr. Atti 4) esplicitamente identifica i capi
ed i principi con Erode e Pilato, ma il verso 7 fu riferito alla resurrezione.
In Atti 13,33 leggiamo Dio ha resuscitato Ges come sta scritto [nel
salmo 2], Figlio mio sei Tu, oggi ti ho generato. La resurrezione di Ge-
s fu perci vista come la nascita di Ges da Dio, Dio lo ha resuscitato e
lo ha dichiarato Suo Figlio, oppure anche avendolo dichiarato Suo Figlio
lo ha resuscitato. La menzione del salmo 2 perci ci riporta alla resurre-
zione di Ges. Diverso invece il caso del salmo 110, anche di questo
salmo si serv la fede primitiva per caratterizzare la glorificazione pa-
squale, ma con una differenza rispetto al salmo 2: il salmo 2 coglie il
momento della resurrezione, il salmo 110 coglie invece il momento pos-
siamo dire della Ascensione o della seduta di Ges alla destra di Dio. Il
salmo 100, secondo il testo ebraico suonerebbe cos il Signore ha detto
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al mio signore [cio al re], rimani seduto alla mia destra mentre io pongo
i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi, questo salmo quadra bene
allepoca della guerra siro-efraimita. La fede primitiva riprese il salmo
modificandolo e considerando non il permanere di Ges seduto alla de-
stra di Dio, ma il primo momento della intronizzazione. Dio lo fece sede-
re alla sua destra e lo proclam -ute;. La tradizione neotestamentaria
si ferm alla ripresa del verso 1. Lautore della lettera agli ebrei, senza
ignorare il verso 1, anzi presupponendolo, riprese il verso 4 Tu sei sa-
cerdote in eterno, questo verso nellambito di un salmo regale suona
strano perch identificherebbe il re col sacerdote, ma mai in Israele il re
fu sacerdote. Daltra parte se togliamo dal salmo il verso 4, il salmo con-
tinua bene dal verso 3 al verso 5. Donde si deduce che il verso 4, che
contiene una proclamazione sacerdotale, dovette essere introdotto in un
secondo momento anche se difficilissimo precisare quando, perch e da
chi? Ma questi problemi non interessano allautore neotestamentario che
legge il suo testo e riflette sul testo che legge. E in ci lautore differisce
dalla tradizione primitiva, secondo questa Ges sedette alla destra di Dio
e fu proclamato Signore, secondo la lettera agli Ebrei, Ges sedette al-
la destra di Dio e fu proclamato sacerdote. Perci nella glorificazio-
ne pasquale, dalla resurrezione alla sessione alla destra di Dio, Ges ri-
conosciuto, definito, proclamato, sacerdote. Ma perch nella glorificazio-
ne pasquale?

Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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La risposta convenuta nei versi 7-11 che consideriamo un po-
chino pi attentamente ed utile proporli in maniera strutturata:

1 il quale,
2 nei giorni della sua vita di carne,
3 preghiere e suppliche con forti grida e lacrime,
4 avendo offerto,
5 ed essendo stato esaudito per la sua buona accoglienza,
6 impar dalle cose che pat lobbedienza,
7 ed essendo stato reso perfetto,
8 divenne causa di salvezza eterna per quanti gli obbediscono,
9 essendo stato proclamato da Dio sacerdote secondo lordine di Melchisedeck.

Il testo molto lungo e molto denso [Ebrei 5,7], tuttavia si riduce
ad uno schema strutturale molto semplice: il quale [] impar dalle
cose che pat lobbedienza [] divenne causa di salvezza eterna per
quanti gli obbediscono. importante il verbo [3] avendo offerto, verbo
sacrificale con una serie di oggetti di indole esistenziale. Lautore ancora
non dice che Ges offr s stesso e non pu ancora dirlo, lo dir nei capi-
toli 8-10, ma prima deve chiarire un punto fondamentale, che impar
dalle cose che pat lobbedienza. Senza di questa non si potr mai dire
che Ges offr s stesso, oppure se si pu dire, la sua offerta sarebbe stata
una sua libera iniziativa senza alcun valore.
Prescindiamo dalle quattro parole preghiere e suppliche, con
forti grida e lacrime facilmente riscontrabile nei salmi di supplica (ad
esempio salmo 6), e lautore qui riprende quel linguaggio. Queste pre-
ghiere e suppliche che Ges elev nei giorni della sua vita di carne, cio
nel tempo della sua vita terrena, furono rivolte a Colui che poteva salvar-
lo da morte. importante qui lespressione a Colui che poteva salvar-
lo perch subito la mente ci corre al Getsemani, dove Ges dichiara
Padre se possibile passa da me questo calice, solo per che al Ge-
tsemani il linguaggio quello del salmo 15 e Ges infatti chiede che se
possibile passi da lui il calice. Nel nostro testo, essere salvato da morte,
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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appartiene ancora al linguaggio dei salmi di supplica (esempio salmo 12).
Se Ges offr preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, cio se Ge-
s rivolse una intensissima e drammatica preghiera a Colui che poteva
salvarlo da morte si comprende bene quale sia stata la sua richiesta: tro-
vandosi di fronte alla morte chiese di essere salvato da essa. Ci corri-
sponde bene al Getsemani dove la preghiera di Ges fu quella di potere
evitare il calice, cio di andare incontro alla passione. Ma lautore ha una
espressione molto strana e storicamente non vera, scrive essendo stato
esaudito, storicamente non vero, Ges chiese che passasse il calice ma
il calice non pass e Lui dovette berlo. Eppure lautore scrive che fu e-
saudito. Anche il verbo esaudire un verbo che appartiene al linguag-
gio dei salmi di supplica, anche in questi salmi il salmista ringrazia Dio
per averlo esaudito e di averlo liberato appunto dalla morte. Possiamo ci-
tare ancora il salmo 6 dove alla fine il salmista scrive il Signore ascolta
la mia preghiera, il Signore accoglie la mia supplica. Ma lesaudimento
di Ges su un altro piano. Lautore scrive che fu esaudito a partire dalla
sua buona accoglienza. Lespressione greca importante, leggiamo
a:e ; .ua.ta;. La particella a:e pu avere un valore causale, a
causa di, ma pu conservare il suo valore di moto da luogo, a partire da.
La parola .ua.ta che le versioni italiane traducono con piet forse
meglio leggerla nella sua etimologia. Lavverbio .u- significa be-
ne, -a.ta deriva dal verbo aa|a che vuol dire accogliere. Il
termine significherebbe buona accoglienza. Perci Ges fu esaudito a
partire dalla sua buona accoglienza. Leggiamo questo termine ancora alla
luce del Getsemani dove ci fu la buona accoglienza da parte di Ges. Se
la sua prima richiesta fu quella che passasse il calice, avendo dal Padre
ricevuto risposta che il calice non poteva passare, accolse senza riserve
la volont del Padre. Ci emerge soprattutto dal Vangelo di Matteo, dove
Matteo presenta un progresso a riguardo di Ges, la prima volta dice
Padre se possibile, la seconda volta dice Padre se non pu passa-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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re, indicando cos che tra le due richieste il Padre ha dato la Sua rispo-
sta: il calice non pu passare, e Ges si adegua. Arriviamo cos alla se-
conda preghiera di Ges che quella che si compia la volont del Padre,
e in questo Ges fu esaudito: chiese di cogliere la volont del Padre e
comp la volont del Padre, ma ancora questo non il vero esaudimento
di Ges, perch quello che Ges chiese di essere salvato da morte. E
proprio in questo esaudito: Ges fu salvato da morte, ma in diversa ma-
niera di come volevano i salmi di supplica. Secondo questi salmi il salmi-
sta ringrazia Dio di averlo salvato da morte facendogli eludere la morte,
Ges salvato da morte non eludendo la morte, bens superandola. E ci
per la sua buona accoglienza il Padre gli indic che la strada per superare
la morte [per essere salvato da essa] era la strada della obbedienza e Ges
intraprese questa strada.
molto densa lespressione impar dalle cose che pat
lobbedienza, la menzione delle cose che pat chiaramente allude alla
passione, ma qui una prospettiva radicalmente diversa: le passioni che
di per s possono ingenerare il senso della ribellione, per Ges diventa-
rono scuola di obbedienza. Salvo errore, in questa frase, compendiato il
senso profondo di tutta la passione. Al di l delle narrazioni evangeliche
possiamo dire che man mano che progrediva la passione, progrediva an-
che lobbedienza di Ges. Possiamo stabilire un confronto con
lesperienza del popolo del deserto o anche lesperienza universale uma-
na. Il popolo che usc con gioia dallEgitto, andando avanti e sperimen-
tando le difficolt del deserto bram tornare indietro e mormor contro
Dio. Lesperienza umana laccettazione anche entusiasta allinizio, ma
poi si verifica il progressivo affievolimento di fronte alle difficolt, per
cui alla fine lobbedienza iniziale arriva molto decurtata. La frase
dellautore rivela che in Ges avvenuto esattamente il contrario, il pro-
gresso delle passioni portava al progresso della obbedienza per cui il
culmine della passione coincide con il culmine della obbedienza. Forse
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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anche qui ci aiuta la narrazione evangelica, soprattutto di Matteo. Per i
giudei il fatto che Ges non scende dalla Croce mostra che non il Figlio
di Dio, ma sulla croce Ges muore e davanti alla morte di Ges
levangelista pu ambientare la professione di fede del centurione, il qua-
le professa veramente costui il Figlio di Dio. Da ci si deduce che i
figli di Dio si manifestano non per la potenza ma per lobbedienza. Il te-
sto scrive una frase pur essendo Figlio impar dalle cose che pat,
lobbedienza, come si intende la frase pur essendo Figlio?. La parti-
cella -at:. pu intendersi in maniera concessiva pur essendo Figlio.

Marted 24 maggio 2005, ore 10,30 / 12,15

La parola .ua.ta parola composta da .u- che vuol dire
bene pi il termine -a.ta, dal verbo aa|a che significa acco-
gliere. Lesaudimento perci di Ges avviene a causa della sua buona ac-
coglienza. Questa espressione si comprende meglio se torniamo ai rac-
conti del Getsemani dove ci fu la buona accoglienza da parte di Ges. La
buona accoglienza diventa il fondamento dellesaudimento. Ma
lesaudimento, come abbiamo notato, riguarda ladesione alla volont di
Dio e in ci Ges fu esaudito e infatti pur essendo Figlio impar dalle
cose che pat lobbedienza. Lobbedienza di Ges non si verificata
perci soltanto al Getsemani: l chiese di compiere la volont di Dio e fu
esaudito nel senso che Lui la impar attraverso tutto il cammino della
passione. La passione perci fu per Lui come una scuola di obbedienza e
tale scuola lesaudimento della richiesta fatta al Getsemani.
C una espressione particolare che abitualmente viene tradotta
pur essendo Figlio. In questa traduzione il senso sarebbe: pur essendo
Figlio impar dalle cose che pat, lobbedienza. In questa traduzione
(che trovate nelle vostre Bibbie) in certo senso si contrappone la figlio-
lanza alla obbedienza. Ma nel testo originale abbiamo una espressione
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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-at:., questa espressione non necessariamente significa pur essen-
do ma pu significare anche proprio perch [era Figlio]: nella dimen-
sione del Figlio contenuto il fondamento dellobbedienza, ma ancora
una volta si richiama la narrazione della Passione. Sappiamo della sfida
lanciata a Ges sotto la croce se sei il Figlio di Dio scendi dalla Croce.
Matteo sottolinea ancora di pi laspetto della figliolanza. Si chiede per-
ci che Ges manifesti la Sua figliolanza di Dio scendendo dalla Croce.
Ma se Ges fosse sceso dalla croce non avrebbe affermato, ma avrebbe
smentito di essere il Figlio di Dio proprio perch Egli sulla Croce a mo-
tivo della Sua obbedienza, e il Figlio di Dio si definisce non per la poten-
za, bens per lobbedienza. Ges mostra di essere il Figlio di Dio proprio
nel fatto che dalla Croce non scende e in questa prospettiva si comprende
la professione di fede del centurione che alla morte di Ges professa che
era veramente il Figlio di Dio.
Il tutto questo cammino che abbiamo delineato lautore sottolinea
il sacrificio di Ges. Abbiamo detto che nel testo del capitolo 5, lautore
sta sviluppando per somiglianza, un sacerdote colui che offre un sacri-
ficio e obbedisce ad una vocazione. Se Ges sacerdote queste due pre-
rogative debbono realizzarsi in Lui. La vocazione si realizza e lautore la
vede contenuta nelle due citazioni della scrittura: il salmo 2 dove Ges
proclamato Figlio di Dio e il salmo 110 dove Ges proclamato sacerdo-
te. Entrambe le cose si realizzano nellevento della resurrezione quando
Dio lo riconobbe vero sacerdote e lo chiam ad entrare nel santuario. Ma
Ges ha anche un sacrificio: nel brano citato per Egli sottolinea non
laspetto materiale, bens quello formale che sta alla base del sacrificio
materiale, cio il sacrificio dellobbedienza.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Dopo avere descritto questo sacrificio, lautore passa a descriverne le
conseguenze in tre frasi:

1 essendo stato reso perfetto;
2 divenne causa di salvezza eterna per quanti gli obbediscono;
3 essendo stato proclamato da Dio sacerdote secondo lordine di Melchisedeck.

Abbiamo tre elementi, ma prima di affrontare questi tre aspetti,
soprattutto il primo reso perfetto, notiamo come questi tre aspetti in-
troducono i tre temi della parte seguente che va da 6,1 fino a 10,31 e con-
sideriamo un momento la struttura di questa parte:

1 6,1-20: parenesi;
2 7,1-28: dottrinale, sacerdote secondo lordine di Melchisedeck;
3 8 e 9: il nuovo sacrificio, la perfezione di Ges;
4 10,1-18: lefficacia del nuovo sacrificio;
5 10, 19,31: parenesi.

Tra le due parenesi ci sono tre aspetti, il primo annunziato in 5,10
sviluppato al centro [capitoli 8 e 9], il secondo di 5,10 sviluppato al
numero 4, il terzo sviluppato al numero 2. Ci troviamo di fronte ad una
parte colossale.
Cominciamo con la prima indicazione reso perfetto: non si trat-
ta di perfezione morale, bens di perfezione sacerdotale.
Nel testo ebraico, la consacrazione sacerdotale, quella dei leviti,
espressa con la frase .: s -s: -s: -s: -s:
13
che vuol dire
e riempirai la mano di Aronne e dei suoi figli, e infatti il sacerdote
colui le cui mani sono state riempite dellofferta sacrificale, e con le mani
riempite si presenta a Dio per fare la sua offerta. La versione greca tra-
dusse questo verbo con il verbo ..tea [..tac.t;] che significa
portare a perfezione, cio portare a compimento lopera sacerdotale.

13
Cfr. Es 29,9.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
142
Lautore apre il libro della Bibbia, legge nel libro dellEsodo la consacra-
zione sacerdotale, vede che chiamata perfezione, ma deduce che un
nome non meritato, perch il sacerdozio levitico non ha perfezione cio
non arriva al compimento dellopera, quello cio di presentarsi a Dio e
fare la sua offerta. Lautore nota tutto questo e in 7,11 fa un ragionamen-
to, se cera perfezione per mezzo del sacerdozio levitico che bisogno
cera che sorgesse un altro sacerdote di diversa indole, non secondo
lordine di Aronne, bens secondo lordine di Melchisedeck. A questo
punto per capire perch lautore nega la perfezione al sacerdozio levitico
e la afferma in Cristo bisogna andare di nuovo al rito della espiazione,
quello gi considerato a proposito di Romani 3,21. Lautore dichiara che
in Cristo c la vera perfezione, in 7,28 infatti concludendo la sua esposi-
zione su Ges sacerdote secondo lordine di Melchisedeck, conclude che
la legge costituisce sacerdoti, uomini che hanno infermit. Il giuramento
[del salmo 110] che oltre la legge, costituisce il Figlio che reso perfet-
to in eterno. rievochiamo il rito del capitolo 16 del libro del Levitico per-
ch su questo capitolo lautore stabilisce un confronto tra il sacerdozio
levitico e il sacrificio di Cristo. Conosciamo il rituale levitico
dellespiazione, il sacerdote entrava una volta allanno nel santuario pri-
ma con lincenso, poi col sangue di un vitello per espiare i peccati suoi e
della sua famiglia, poi col sangue di un capro espiatorio [da distinguere
dal capro emissario mandato vivo] per espiare i peccati del popolo.
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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Secondo gli ebrei quel rito era solennissimo, per il nostro autore che leg-
ge tutto alla luce di Cristo, quel rito appare zeppo di difetti ed i difetti so-
no:

1 nel sacerdote;
2 nel sangue;
3 nel luogo;
4 nel rito stesso.

I difetti del sacerdote sono due:

1 anche lui peccatore;
2 un uomo mortale.

Un peccatore ha bisogno che un altro espii per lui. Il vero sacer-
dote colui che senza peccato e che perci non ha bisogno che si espii
per s stesso, non pu espiare per gli altri un peccatore. Il secondo difetto
che il sacerdote mortale, tra Dio e gli uomini c un abisso invalicabi-
le che la morte: un sacerdote mortale va a sbattere contro la morte.
Un sacerdote limitato dalla morte non pu raggiungere Dio che
essenzialmente il Dio dei vivi, perci concludendo il vero sacerdote deve
essere una persona che senza peccato e che non ha nessun rapporto con
la morte. Il secondo difetto quello riguardante il sangue, il sacerdote le-
vitico si presentava e credeva di fare lespiazione con il sangue di anima-
li, ci assurdo in 10,4 lautore dichiara impossibile che il sangue di
vitelli e di capri rimettano i peccati, ma in 9,11 lautore scrive: Cristo
presentatosi sacerdote dei beni futuri [] non con il sangue di capri e di
tori, ma con il proprio sangue entr nel santuario, avendo ottenuto una
redenzione eterna.
Il terzo limite il luogo, il santuario. Il santuario fatto da mani
umane, deve essere invece un santuario fatto non da mani umane perch
Dio non abita in un luogo materiale. LAT non la pensava cos, basti cita-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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re il capitolo 8 del primo libro dei Re dove Salomone consacra il tempio.
Il NT, invece, esclude che Dio abiti in simile tempio, anzi giunta
lepoca che sia abbattuto il tempio materiale. Lautore pensa alla narra-
zione della passione, dove, nel contesto del processo davanti al sinedrio,
Ges esorta a distruggere questo tempio e costruirne un altro in tre giorni,
fatto non da mani umane. Dio abita in cielo e chi pu raggiungere Dio. Il
sacerdote levitico entrando nel santuario crede di andare a Dio, ma a Dio
difatti non ci v. In contrapposizione in 9,24 lautore scrive: non in un
santuario fatto da mani umane entrato Cristo, ma nello stesso cielo per
apparire davanti a Dio per noi. Ma come si fa a raggiungere il cielo?
Ma molti difetti si trovano nel rito stesso. Il primo difetto il
cammino del sacerdote: egli entra nel santuario, fa lespiazione, poi esce
e si lava. Ci assurdo, il fatto che esce rivela che a Dio non andato,
perch chi giunge a Dio da Lui non torna. Cristo infatti non tornato, ma
giunto a Dio lo ha fatto sedere alla Sua destra. Il secondo difetto consiste
nella ripetizione annuale: rito rarissimo per gli ebrei, rito ripetuto fino al-
la nausea per il NT. Se un rito di espiazione ha veramente espiato i pec-
cati, ottiene una volta per sempre lo loro remissione e perci il sacrificio
di espiazione semplicemente non si ripete, come del resto non si ripetu-
to quello di Cristo. Il terzo difetto la solitudine del sacerdote e la chiu-
sura del santuario. Il levitico prescrive che quando il sacerdote compie il
sacrificio non ci deve essere nessuno. Egli entra da solo nel santuario, poi
fatta lespiazione, il santuario si chiude per riaprirsi lanno seguente, per
ripetere il rito con le stesse proibizioni. Tutto ci assurdo perch il sa-
cerdote deve mediare laccesso del popolo a Dio. Se il popolo, dopo il ri-
to della espiazione, a Dio non andato, il sacerdote non ha aperto la stra-
da e il popolo non ha avuto accesso al santuario. A riguardo lautore in
9,8 commenta: lo Spirito Santo nei riti antichi voleva mostrare che non
cera ancora la strada verso il santuario. Ma il rito che si compiva era
solo una descrizione secondo la quale si offrono sacrifici che non posso-
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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no portare a perfezione chi li compie. Tutto ci rivela linefficacia del sa-
cerdozio levitico. Il sacerdozio levitico era una pluralit, prima cera il
padre, poi alla sua morte cera il figlio, e si susseguivano a compiere un
rito che si rivelava inutile tentativo.
Ma la Scrittura aveva preannunziato un altro sacerdote: il sacerdo-
te secondo lordine di Melchisedeck, di cui lautore parla in lungo ed in
largo nel capitolo 7. Ma chi questo sacerdote? Lautore si pone la do-
manda a partire dal salmo 110 e risale ad altri testi dove si parla di Mel-
chisedeck. Ma di Melchisedeck, oltre il salmo 110, in tutta la Bibbia se
ne parla una sola volta in Genesi 14,17-20. Ed allora lautore istituisce
nel capitolo 7 un commento alla figura di Melchisedeck: prima commen-
ta dal verso 1 al verso 10 il testo di Genesi, poi dal verso 11 alla fine ri-
fletter sul salmo 110. Il testo genesiaco descrive lincontro tra Abramo
ed un certo Melchisedeck presentato come sacerdote. Abramo tornava
dalla strage dei re, e Melchisedeck gli and incontro ed offr pane e vino,
e spiega il testo che era sacerdote del Dio Altissimo, ma il testo genesia-
co deve essere sottoposto ad una piccola critica: la frase sacerdote del
Dio Altissimo sembra una aggiunta posteriore che vuole interpretare
lazione di Melchisedeck di offrire pane e vino. Ma lazione di offrire
pane e vino fatta agli uomini [di Abramo], in seguito fu interpretata
come azione sacrificale. La figura di Melchisedeck molto enigmatica,
inserita nel capitolo 14 di Genesi in maniera anche pesante: se si toglie
questo brano, il verso 16 di Genesi continua bene nel verso 21. Forse la
figura di Melchisedeck richiama una antichissima tradizione legata a Sa-
lim [Gerusalemme] che circolava isolata e fu messa in Genesi. Lautore
riflette su quella figura, non c dubbio che sia sacerdote perch gi la
parola sacerdote compare nella sua Bibbia [la versione greca dei LXX],
per di quella descrizione non prende tutti gli elementi, non prende cio
per esempio il pane ed il vino, ma riprende alcuni elementi positivi ed al-
tri che noi diciamo dal silenzio. Cio fa una esegesi del testo non solo su
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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quello che dice, ma riflette su quello che non dice. Dal testo riprende il
nome e la sua prerogativa: re di Salim, e nota che il suo nome e la sua
prerogativa rimandano a due prerogative messianiche: Melchisedeck
che vuol dire Giusitizia + pace che sono due beni messianici [Cfr.
Salmo 84: giustizia e pace si baciano].
Dopo avere commentato il nome e la prerogativa, nota due azioni,
una che Melchisedeck fa, una che riceve da Abramo. Lazione che fa
quella di benedire Abramo, lazione che riceve il fatto che Abramo gli
paga le decime. Queste due azioni le commenter nei versi 4-10, prima
per fa unaltra osservazione a partire dal silenzio del testo. Lautore leg-
ge Genesi e si pone una domanda: da dove spunta Melchisedeck? Chi
suo padre, sua madre e la sua genealogia? Eppure per un sacerdote la ge-
nealogia era fondamentale [nel Levitico]. Si diventava sacerdoti in forza
della genealogia aronitica, se questa mancava non si aveva diritto di ac-
cedere al sacerdozio: era essenziale provare la discendenza aronitica.
Dopo lesilio, al ritorno, diversi sacerdoti non poterono provare la loro
genealogia e furono radiati. Melchisedeck sacerdote ma non ha niente
di queste cose. Lautore riflette su tutto ci e scrive: senza padre, senza
madre, senza genealogia, assimilato al Figlio di Dio rimane sacerdote in
eterno. Possiamo qui notare una inversione di prospettiva, non sta di-
cendo: il Figlio di Dio che somiglia a Melchisedeck, bens al contrario:
Melchisedeck che somiglia al Figlio di Dio. Perci Melchisedeck senza
padre, senza madre e senza genealogia diventa typoi del Figlio di Dio
che rimane sacerdote in eterno. Ma quando il Figlio di Dio si pu dire
senza padre, quando senza madre, quando senza genealogia? Il Figlio di
Dio senza padre nella creazione [ha una madre], senza madre nella
glorificazione pasquale. Nella nascita pasquale il Figlio di Dio non ha
genealogia, Melchisedeck perci diventa immagine del Figlio di Dio ri-
sorto.
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Sabato 28 maggio 2005, ore 08,30 / 10,15

Nella presentazione del sacerdote secondo lordine di Melchise-
deck, lautore non segue una prospettiva storica, cio non si fonda sulla
storia per descrivere la figura di Melchisedeck, figura fra laltro storica-
mente molto oscura, ma segue la descrizione letteraria del salmo 11.
Questo salmo conteneva una proclamazione: Tu sei sacerdote in eterno
secondo lordine di Melchisedeck, simile proclamazione suona molto
strana agli occhi dellautore, perch giaceva un sacerdozio levitico se-
condo lordine di Aronne. Emerge la domanda: perch un sacerdozio se-
condo lordine di Melchisedeck? Nella sua riflessione lautore guidato
dalla riflessione neotestamentaria, la quale riferiva il salmo 110 alla glo-
rificazione di Ges, ma riferiva il verso 1: siedi alla mia destra [] e
perci del Cristo glorificato si dice che sacerdote secondo lordine di
Melchisedeck. Emerge la domanda: chi era Melchisedeck? Di lui la Scrit-
tura parla due sole volte: in Genesi 14,17-20 e poi nel Salmo 110.
Lautore allora nel capitolo 7 istituisce una riflessione su questi due testi
per capire in che senso Ges sacerdote secondo lordine di Melchise-
deck. Su questi due testi fa due tipi di esegesi che non sono propriamente
i nostri. Lautore commenta sia quello che il testo dice, sia quello che non
dice. Genesi dice due cose: anzitutto che si chiamava Melchisedeck e che
era re di Salim. Melchisedeck vuol dire re di giustizia, Salim pace. Gi
Melchisedeck rimanda nelle sue prerogative personali ad una dimensione
messianica. Poi fa una esegesi che chiamiamo dal silenzio, il testo dice
che era sacerdote, ma manca un elemento che era essenzialissimo nel sa-
cerdozio levitico: la discendenza genealogica, nessuno infatti poteva es-
sere sacerdote se non provava la propria discendenza aronitica. Allora
lautore riflette: senza padre, senza madre, senza genealogia, non ha
ne inizio di giorni, ne fine di vita e somiglia al Figlio di Dio, sacerdote in
eterno. Senza padre si pu dire della incarnazione, senza madre si pu
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dire nella glorificazione pasquale ed uno che affonda le radici nella Sua
eternit e davanti a s non ha fine di vita. Melchisedeck rimane cos im-
magine del Figlio di Dio che sacerdote in eterno. La scrittura perci of-
friva una immagine del vero sacerdote e questa il fatto che vive in eter-
no. Lautore poi considera le azioni fatte da Melchisedeck e da Abramo,
il testo ne d tre, ma una delle tre non la prende, cio non prende
lofferta di pane e vino. Le azioni che riprende sono due: una compiuta
da Melchisedeck ed una compiuta da Abramo. Melchisedeck bened A-
bramo, e lautore nel verso 7 afferma: senza nessuna contraddizione
sempre linferiore che benedetto dal superiore, se Melchisedeck be-
ned Abramo, conclude lautore, vuol dire che Abramo inferiore. A-
bramo compie una azione: dare le decime a Melchisedeck, le trib di I-
sraele dovevano dare la decima parte dei loro beni ai discendenti di Levi,
sacerdoti e Leviti. Stavolta per Abramo che paga la decima a Melchi-
sedeck. Abramo padre di Levi e perci in Abramo fu Levi ad essere be-
nedetto [il capostipite del sacerdozio] e fu Levi a dar la decima. Da questi
due fatti lautore deduce la netta superiorit del sacerdozio secondo
lordine di Melchisedeck rispetto al sacerdozio levitico. Ma se la scrittura
annunzia un sacerdozio diverso da quello aronitico vuol dire che il sacer-
dozio aronitico destinato a scomparire. In 7,11 lautore introduce una
sua riflessione, scrive: se vi era perfezione per mezzo del sacerdozio le-
vitico che bisogno cera che sorgesse un altro sacerdote secondo
lordine di Melchisedeck?. Abbiamo gi spiegato il senso di questa per-
fezione, non si tratta di perfezione morale, bens di perfezione sacerdota-
le, cio lopera sacerdotale che arriva al suo compimento. Il sacerdozio
levitico non arrivava al compimento perch il sacerdote era al di qua del-
la morte, non andava a Dio, ma solo entrava nel santuario materiale, fa-
ceva una offerta che in nessun modo poteva espiare i peccati ed il popolo
non andava a Dio perch il santuario restava chiuso. Perci un sacerdo-
zio destinato a passare. Il sacerdote secondo lordine di Melchisedeck,
Esegesi NT: S. Paolo e lettere - Prof. ATTILIO GANGEMI A.A. 2004 / 2005 Coco Ezio
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quale annunziato dal salmo 110 ha due caratteristiche, il salmo 110
scrive: il Signore ha giurato e non si pente, Tu sei sacerdote in eterno
secondo lordine di Melchisedeck. Questa frase dice due cose: anzitutto
un sacerdozio che non passa, che non d spazio ad altri eventuali sacer-
dozi, ci significa che definitivo e se definitivo non limitato dalla
morte. La seconda cosa il giuramento: Dio ha conferito un sacerdozio
con giuramento, un giuramento del tutto stabile che esclude un possibile
ripensamento da parte di Dio. Se leggiamo la scrittura, il sacerdozio aro-
nitico fu conferito con solennit e sontuosit di riti, ma mai si dice che
Dio abbia conferito il sacerdozio ad Aronne con giuramento e perci Dio
rivela la Sua intenzione di non lasciare in eterno il sacerdozio aronitico.
Lautore nel verso 23 conclude: ci sono stati molti sacerdoti [allusione
alla molteplicit del sacerdozio levitico da padre in figlio], e la molte-
plicit dipendeva dal fatto che un sacerdozio non poteva durare a motivo
della morte. In contrapposizione a questi sacerdoti, lautore scrive: Co-
stui
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per il fatto che rimane in eterno ha un sacerdozio che non passa
per cui pu salvare in perpetuo quelli che si accostano per mezzo di Lui,
cio questo sacerdote permette accesso a Dio, sempre vivente ad interce-
dere in nostro favore. Fin qua abbiamo delineato la figura del sacerdote
nuovo: uno che rimane in eterno, che non soppiantato, e perci la sua
azione stata massimamente efficace. Ma lautore ora parla a fondo: per-
ch il sacerdozio di Ges rimane in eterno? Ed allora nei capitoli 8 e 9, in
contrapposizione al sacerdozio levitico, descrive lopera del sacerdote.
utile proporre uno schema strutturale di questi due capitoli.
Possiamo distinguere sei suddivisioni in questi capitoli:

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Ci si riferisce a Ges.
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1 8,1-6: lattivit del sacerdozio levitico;
2 8,7-13: il ripudio della antica alleanza
e lannunzio della nuova alleanza;
3 9,1-10: gli elementi del culto, cio lantico santuario;
9,11: Cristo;
4 9,11-14: la nuova liturgia;
5 9,15-22: la nuova alleanza;
6 9,23-28: laccesso a Dio.

Detto in parole povere, in queste sei sezioni lautore stabilisce un
confronto antitetico tra gli antichi ordinamenti cultuali ed il nuovo sacri-
ficio. Cominciando dalle due parti centrali, lautore nota il rito antico: il
sacerdote entrava in un santuario materiale ed offriva sacrifici di animali,
in contrapposizione Cristo presentatosi come sacerdote dei beni futuri en-
tr una volta per sempre in un santuario non fatto da mani umane, n per
mezzo di sangue di vitelli e capri.
Ci sono tre contrapposizioni:

1. il sacerdote entra in un santuario fabbricato da uomini, Ges non en-
tra in un santuario fabbricato da uomini ma in un santuario che non
appartiene a questa creazione;
2. i sacerdoti entrano continuamente nel santuario, cio ripetono conti-
nuamente lazione espiatoria, Cristo entrato una volta per sempre;
3. mentre il sacerdote entra nel santuario con il sangue di animali, Cri-
sto entrato una volta per sempre col Suo sangue. Con una differen-
za che mentre il sacrificio levitico conferiva soltanto una purifica-
zione esterna, Cristo invece purifica le nostre coscienze dalle opere
morte per servire il Dio vivente.

Saltando altri aspetti, lautore nel capitolo 9 afferma: non in un
santuario fatto di mani umane entr Ges, ma nello stesso cielo per ap-
parire davanti a Dio per noi, e non per offrire spesso s stesso come fan-
no i sacerdoti entrano nel santuario con sangue alieno, altrimenti doveva
patire fin dalla fondazione del mondo. Ora, una volta per sempre, al
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compimento dei secoli [cio nellepoca nuova che questa] per la remis-
sione dei peccati si manifestato mediante il suo sacrificio, e come sta-
bilito che gli uomini muoiono e dopo di ci il giudizio, cos Cristo essen-
do stato offerto una volta per sempre per togliere i peccati di molti, per
la seconda volta apparir senza alcuna relazione al peccato a coloro che
lo attendono per la salvezza. Cos tutto quello che Cristo doveva fare,
una volta per sempre lo ha fatto, e adesso non c da attendersi altro, se
non il suo futuro ritorno in gloria. Qui emerge il problema: perch il sa-
crificio di Cristo ha ottenuto una volta per sempre una massima efficacia
a tal punto che il Suo sacrificio non si ripete mai pi? I motivi sono due:
il primo che Ges senza peccato, lo ha gi detto lautore nel capitolo
4, quando diceva che stato messo alla prova secondo somiglianza [a
noi] in tutto fuorch nel peccato. Nel capitolo 7 aveva concluso con le
parole un simile sacerdote era necessario per noi, santo, innocente, non
contaminato, separato dai peccatori, e che perci non ha bisogno di e-
spiare prima per i suoi peccati [come invece faceva il sacerdote leviti-
co]. La seconda cosa : e questo lautore lo svilupper in 10,1-18, che
il suo sacrificio corrisponde perfettamente alla volont di Dio. Questo
lautore lo deduce dalla tradizione evangelica, secondo la quale, lunico
motivo per cui Ges affront la passione fu quello della sua adesione alla
volont del Padre. Per sviluppare questo aspetto lautore introduce il sal-
mo 39: sacrificio ed offerta non gradisci, non hai chiesto olocausto per
la colpa. Il salmo 39 parlava del radicale rifiuto di Dio dei sacrifici. Il
Salmo scriveva le orecchie mi hai aperto, cio mi hai reso disponibile
allobbedienza. Il salmista capisce che Dio non vuole i sacrifici, ma Dio
vuole che la sua legge sia nelle proprie viscere. Il salmo 39 fu scritto in
un tempo di intervallo tra la costruzione del pentateuco e la distruzione
del tempio. Ma lautore percepisce una contraddizione nella costruzione
del salmo, Dio non vuole sacrifici ma losservanza della legge, ma la
legge stessa ad imporre i sacrifici. Ed allora lautore cambia il salmo, non
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scrive le orecchie mi hai aperto ma un corpo mi hai formato. Non
disponibilit allascolto, ma disponibilit allofferta. Lautore nota che
Dio rifiuta quei sacrifici perch ne vuole uno corrispondente alla Sua vo-
lont. Cos lautore pu concludere nel verso 10,10 in questa volont
siamo stati santificati mediante loblazione del corpo di Cristo una volta
per sempre, proprio perch loblazione del Corpo di Cristo corrisponde
alla volont di Dio e tutto il NT alla mano, lopera fondamentale di Ge-
s fu quella di aderire alla volont di Dio.
Possiamo adesso andare ad una sintesi del pensiero della lettera
agli ebrei: interpreta levento della Croce. Ges ha due caratteristiche:
senza peccato ed morto perch ha offerto s stesso secondo la volont
di Dio. Se Cristo non avesse compiuto la volont di Dio [che libera]
dovevamo dire che stato ucciso, ma non certo che ha offerto s stesso.
Il sacrificio di Cristo fu talmente gradito a Dio che ottiene una duplice
perfezione: la sua perfezione personale e la sua perfezione sacerdotale.
Ci avviene al momento in cui, avendo riconosciuto che era quello il sa-
crificio che voleva, il sacrificio per obbedienza delluomo senza peccato,
Dio lo sveglia da morte e lo autorizza ad accedere al santuario. Risveglia-
to da morte, Ges, non ha pi niente a che fare con la morte e perci un
sacerdote che vive in eterno [Salmo 110], e perci un sacerdote che ha
superato la barriera della morte contro la quale sbattevano i sacerdoti an-
tichi. Risorto accede al vero santuario di Dio, si presenta a Dio in cielo
col suo sacrificio, il quale talmente gradito che Dio lo fa sedere alla sua
destra e lo proclama sacerdote per sempre. Da Dio Cristo non torna pi,
torner ma non per offrire sacrifici, bens per portare a compimento
lopera della salvezza. Nel frattempo vive davanti a Dio per intercedere
in nostro favore.
Tutto ci porta ad una conseguenza fondamentale: la via a Dio
ormai aperta, e mentre prima il santuario restava chiuso e il popolo non
vi entrava, adesso nel nuovo santuario il popolo pu entrare, e questa la
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novit assoluta di Cristo: ha aperto la strada a Dio. Lautore della lettera
agli ebrei esplicitamente non dice che il popolo sia un popolo sacerdota-
le, ma ne d tutti i requisiti. Il popolo pu accedere al santuario e questo
uno dei due requisiti del sacerdote. Il sacerdote infatti ha due caratteristi-
che: riempire le sue mani di un sacrificio e con quello presentarsi a Dio,
il popolo ormai pu fare entrambe le cose, non autonomamente, ma in-
sieme a Cristo. Di una offerta sacrificale ne parla altrove il NT: San Pie-
tro nel capitolo 2 della prima lettera scriver che noi accedendo a Cristo
pietra viva, ci costruiamo come pietra viva per formare una casa [il san-
tuario] dove si esercita un sacerdozio spirituale. Paolo nella lettera ai
Romani in 12,1 dir: vi esorto fratelli ad offrire i vostri corpo come vit-
tima vivente. La lettera agli ebrei alla fine esorter ad offrire sacrifici di
lode a Dio, cio il frutto della labbra che confessano il Suo nome. Ma
lautore definir il sacerdozio dei fedeli, senza dirlo, il 10,19-31: avendo
noi la libera facolt di accedere al santuario, [avendo] la via nuova e vi-
vente attraverso il velo, cio la sua carne, [avendo] un sacerdote sulla
casa di Dio, accediamo con vero cuore in pienezza di fede, manteniamo
ferma la confessione di una speranza indeclinabile, esortiamoci a vicen-
da nella emulazione della agape la vita cristiana cio fondata sulla fede,
speranza e carit diventa un grande accesso verso Dio.
Due osservazioni a questo punto, una che riguarda i contempora-
nei dellautore, una che riguarda noi. Il messaggio rivolto ad un popolo
[contemporanei] che vive ogni giorno la tentazione di defezionare da Cri-
sto, ma con tutta la sua lettera, lautore vuol dire che defezionare da Cri-
sto significa perdere tutta questa realt sacerdotale, lautore in sintonia
con la prospettiva neotestamentaria: chi vuol salvare la sua vita la per-
de perch difatti rinunziando a Cristo non ha salvezza.
La seconda osservazione vale per noi: la vita cristiana vita sa-
cerdotale, in quanto noi abbiamo il diritto di accedere al santuario di Dio
ed offrirgli un sacrificio. Davanti a Dio ci presentiamo con le mani piene
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di un sacrificio che certamente quello di Cristo, ma al quale si aggiunge
anche il nostro che quello della concreta adesione, che quella di aderi-
re alla Sua volont. Ci in sintonia con la attuale liturgia di oggi, citia-
mo la terza anafora: egli faccia di noi un sacrificio gradito a Dio. Tut-
to questo si vive nella celebrazione liturgica, la scrittura non astratta,
nasce dalla vita cristiana concreta. Tutto questo si vive nella eucaristia,
nella quale si verificano tre cose: lo Spirito Santo permette di far memo-
ria del sacrificio di Ges; lo SS opera una unit di tutta la chiesa nelle sue
varie componenti: chiesa terrena, chiesa che si purifica, chiesa gloriosa,
tutti insieme a Cristo sin compie latto sacerdotale per Cristo, con Cri-
sto, in Cristo. Tutto questo il succo della lettera agli Ebrei.



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Preghiera a San Paolo Apostolo

O Santo Apostolo che,
da persecutore del nome cristiano,
diventasti imitatore di Cristo
e annunciatore del suo Vangelo,
rendici attenti ascoltatori
della Parola che salva
e conduce alla vita.
Infaticabile Apostolo, che dopo
la conversione di Damasco
percorresti le strade del mondo
per far conoscere Ges Cristo
e per Lui soffristi carcere,
flagellazioni, naufragi
e persecuzioni fino ad essere
decapitato, rendici capaci
di accogliere come dono di Dio
le sofferenze della vita presente
e di camminare sempre
nelle vie del Vangelo.
Fa che l'azione misteriosa
dello Spirito susciti ancora
nella Chiesa apostoli coraggiosi
e generosi che,
come te, portino ad ogni lingua
e ad ogni cultura l'annuncio
salvifico del Vangelo. Amen.

dagli scritti di G. ALBERIONE