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Con il nome di stoicismo noto un vasto movimento filosofico dell'et ellenistica fondato da Zenone di Cizio attorno al 300 a.C.

. Lo stoicismo si divide convenzionalmente in tre periodi: - L'Antica Sto (III-II secolo a.C.). Cleante e Crisippo, seguendo l'insegnamento del maestro Zenone, fissano i punti della dottrina stoica; - La Media Sto (II-I secolo a.C.). Lo stoicismo viene contaminato dall'epicureismo, dal neoplatonismo e dal pensiero orientale. - La Nuova Sto (I-III secolo d.C.). E' il periodo in cui lo stoicismo diventa la filosofia pi diffusa fra gli intellettuali romani. Seneca e Marco Aurelio (Imperatore) ne sono gli esempi pi lampanti. Lo stoicismo, in epoca imperiale, venne rivalutato e corretto da contaminazioni ciniche, divenendo la filosofia "terapeutica" ufficiale. Zenone di CizioZenone di Cizio. L'origine dello stoicismo, come gi accennato, attribuibile a Zenone, nato a Cizio nel 333 a.C., nei pressi dell'isola di Cipro. All'et di vent'anni si trasfer ad Atene per frequentare l'Accademia platonica, quindi fond la sua scuola i cui adepti si riunivano sotto un portico dipinto (Sto poikile), nome dal quale deriv quello della sua dottrina. A lui sembra attribuibile, malgrado i suoi scritti siano andati perduti, la divisione della filosofia in logica, fisica ed etica. Inoltre pare che gli si possa ascrivere l'assunto portante dello stoicismo, ovvero l'idea che la ragione permei il mondo e lo costringa nella sua logica. Mor nel 263 a.C. SenecaSeneca. Lucio Anneo Seneca nacque a Cordoba, in Spagna, nel 4 a.C. e mor a Roma nel 65 d.C. Fu precettore di Nerone nonch suo consigliere. Nel 62 si ritir dalla vita politica e tre anni dopo, accusato di tradimento, fu costretto dallo stesso Imperatore a suicidarsi. Seneca fu da sempre cultore dello stoicismo, ne la tranquillit dell'anima ci d l'esempio dell'imperturbabilit come rimedio alle frustrazioni (vedi la scheda di Seneca). Marco Aurelio, l'Imperatore filosofoMarco Aurelio. Marco Aurelio fu Imperatore e filosofo. Nato a Roma nel 121 d.C., fu adottato dall'imperatore Antonino divenendone il successore nel 161 d.C. Nell'ambito dello stoicismo rivolse la sua attenzione alla riflessione interiore, ricerca filosofica gi a quei tempi tra le pi moderne, decretando il definitivo successo dello stoicismo in et imperiale.

* Sommario 1. Tutto 'lgos': l'attenzione per la logica 2. Il dominio sulle passioni 3. I tre tipi di azioni etico-morali possibili 4. L'apocatastasi: il tempo ciclico 5. Il cosmopolitismo stoico, la regola dell'impegno civile 6. Cenni su Marco Aurelio

* 1. Tutto 'lgos': l'attenzione per la logica L'idea centrale dello stoicismo che tutte le cose sono governate dalla ragione. Diversamente dagli epicurei che sostenevano non esistesse un ordine prestabilito o precostituito e che l'uomo non fosse soggetto ad alcun destino o ad alcuna legge universale, lo stoicismo afferma che il mondo e gli uomini sono soggetti a una legge necessaria e inderogabile rappresentata dalla logica propria di tutte le cose. La ragione che muove ogni cosa (il lgos) il principio che governa il mondo, l'universo stesso e il frutto e lo specchio delle leggi razionali che lo regolano, tutte le cose seguono una logica, la saggezza del filosofo dunque conformarsi al volere di questa ragione, evitando di contrapporsi inutilmente ad essa ( infatti impossibile ribellarsi a una legge necessaria quale la ragione, infatti anche la ribellione rientrerebbe entro la necessit della ragione stessa). Tutti i fenomeni e le cose del mondo, le quali non sono altro che la manifestazione di questa ragione, hanno un proprio fine, anche quelle all'apparenza dannose o inutili, cos Crisippo giustificava anche le catastrofi e i terremoti come purificazione ed espiazione dei mali del mondo. Da questo atteggiamento nascer l'attenzione dello stoicismo per la disciplina della logica. Molti dei concetti di logica classica che verranno utilizzati in epoche successive derivano dal lavoro di organizzazione della disciplina sviluppato proprio dalle scuole stoiche le quali, assieme al lavoro di Aristotele attorno all'analitica, verranno a formare il "corpo logico" proprio dell'antichit. Da ricordare per l'importanza la distinzione operata dagli stoici tra segno, significante e significato, una sorta di anticipazione delle teorie semiotiche moderne. 2. Il dominio sulle passioni Se tutto ragione la natura intrinseca dell'uomo la razionalit. L'uomo deve allora vivere secondo natura, nel senso che deve dare ascolto e adeguarsi alla ragione e astenersi dal suo opposto, la passione. La vita scontro tra lgos e phatos, dove per phatos si intende l'errore della ragione indotto dagli istinti. Il vero ostacolo verso una piena armonia con la natura dell'universo dunque la passione, vera malattia dell'anima che allontana l'uomo dalla razionalit. Ecco allora che il saggio deve astenersi quanto pi possibile dalle passioni, deve perseguire l'atarassia (dal greco a-taraxsis=assenza del turbamento, imperturbabilit, con riferimento al disturbo che le passioni operano sulla ragione) e dell'apatia (dal greco a-phatos=assenza delle passioni). Il dominio delle passioni, atteggiamento comune alle dottrine elleniche, si giustifica nell'idea che le passioni siano causa di ogni ingiustizia morale (giustificata dalla legge universale che vuole dannosa ogni degenerazione della ragione): l'eccessivo abbandono alle passioni generano l'ira, la violenza gratuita e le ingiustizie. Nella misura in cui l'uomo si attiene al dominio della ragione egli capisce che ogni dolore viene poi causato da un inutile preoccupazione per ci che impossibile evitare (concetto sviluppato da Seneca).

3. I tre tipi di azioni etico-morali possibili Seguendo il precetto della vita secondo natura, ovvero l'agire conforme all'ordine razionale di tutte le cose, si possono distinguere tre tipi di azioni etico-morali: - Le azioni doverose, da perseguire sempre e ad ogni costo, poich in perfetta armonia con la ragione. Secondo gli stoici esse sono l'impegno civile (contrapposto al disimpegno epicureo), il rispetto degli obblighi familiari, dei patti e dell'amicizia; - Le azioni ingiuste, da evitare in quanto frutto dell'abbandono alle passioni, uniche vere nemiche della vita, malattie dell'anima (l'ira, l'odio, la ferocia, ma anche la malinconia e il sentimento di frustrazione); - Le azioni indifferenti, ovvero quelle dettate da comportamenti che mirano a ricercare la ricchezza, la bellezza, la gloria, ecc. Il saggio stoico non si cura delle possibilit oggettive della sua esistenza, i suoi precetti gli impongono l'indifferenza verso gli eventi elargiti dal fato. 4. L'apocatastasi: il tempo ciclico Come gi visto per gli stoici l'universo regolato dalla ragione. Antagonista del principio logico il principio materiale (stoichion) di cui tutte le cose sono fatte, ovvero il fuoco. Gli stoici affermano che ogni cosa composta da un determinato principio attingendo alla tradizione presocratica dell'arch come "unione del molteplice", ci che comune alle differenze. Il fuoco come arch e stoichion era gi stato preso in considerazione da Eraclito, il quale lo considerava l'elemento che, grazie alla sua azione destabilizzante ed "entropica", avrebbe creato le condizione del mutamento necessario ad ogni cosa (il fuoco come ragione "archetipa" del divenire). Per gli stoici, dunque, l'intero cosmo soggetto a cicli periodici di distruzione e riedificazione, di ecpirosi e di palingenesi: il mondo, destabilizzato dal fuoco, viene distrutto e poi successivamente riedificato dal logs sempre nella stessa e identica forma (la stretta necessit della logica non ammette infatti mutamento alcuno nel modo in cui genera l'ordine delle cose). Ci significa che non solo il tempo per gli stoici non era lineare, ma ogni evento, ogni vita, ogni singola percezione umana, sarebbe destinata a ripetersi ciclicamente nel tempo sempre nello stesso e identico modo, in eterno. Tale visione sar poi ripresa da Nietzsche per sviluppare il concetto dell'eterno ritorno dell'eguale. 5. Il cosmopolitismo stoico, la regola dell'impegno civile Se tutto governato dalla ragione essa ha un significato assoluto e universale entro la quale e per la quale vivono tutti gli uomini, aldil di ogni distinzione politica, sociale, e culturale. Lo stoicismo non si rivolge solamente all'aristocrazia o ai cittadini delle polis, lo stoicismo la prima disciplina etica universale, assieme all'epicureismo, che si rivolge apertamente alla totalit degli individui, siano essi schiavi, donne o appartenenti a diversi gruppi etnici. Famoso l'esempio dello schiavo Epitteto, uno schiavo-filosofo che metteva in pratica l'indifferenza nei riguardi della propria condizione e praticava la possibilit di essere, malgrado tutto e al di l della sua condizione servile, un pensatore. Nei doveri stoici vi era poi il precetto dell'impegno civile. L'uomo non pu lottare contro il destino ma suo dovere comunque aiutare se stesso e gli altri ad accettarlo. Per questo lo stoicismo

annoverava tra le sue file molti uomini pubblici rilevanti. 6. Cenni su Marco Aurelio Marco Aurelio, morto del 180 d.C., pu essere considerato l'apogeo politico dello stoicismo. Egli raccolse le sue massime filosofiche in 12 volumi intitolandole A se stesso. Una delle sue massime era: Guarda dentro di te: vi la fonte del bene sempre capace di zampillare, se sempre saprai scavare in te stesso. In effetti Marco Aurelio insegn che la verit si pu trovare indagando in se stessi e tutti possono seguire questo insegnamento, siano essi schiavi o imperatori (e qui ritorna il cosmopolitismo). Con questa consapevolezza l'uomo saggio (e stoico) pu bastare a se stesso, in quanto sa di avere dentro di se tutto il necessario per vivere, poich fuori di se tutto gi prestabilito dal destino e quindi indifferente al suo intervento (quasi un autarchia cinica). Lucio Anneo SENECA (4 a.C.-65 d.C.) "E' l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi."

Seneca nasce a Cordova (Spagna) da famiglia di intellettuali (il padre conosciuto come Seneca Il Vecchio). A Roma compie gli studi di filosofia sotto la guida di maestri stoici. Nel periodo che vede al trono l'Imperatore Caligola (37-41 d.C.) diviene senatore e conosce la gloria e gli onori del rango. Nel 41 cade in disgrazia in seguito ad un complotto ordito da Messalina. Resta in esilio in Corsica fino al 49 d.C., quando Agrippina, salita al trono, lo richiama a Roma per fare da precettore a Nerone. Dopo un primo periodo in cui di fatto il primo consigliere dell'Imperatore ( il periodo del buon governo), nel 62, in seguito all'ennesimo complotto, Seneca capisce di non essere pi nelle grazie del bizzoso regnante e si ritira a vita privata, dedicandosi allo studio. Nel 65 d.C. Nerone, col pretesto di coinvolgerlo in una cospirazione ai suoi danni, gli ordina il suicidio. Seneca affronta stoicamente la morte per dissanguamento, entrando cos nella storia della filosofia come martire, al pari di Socrate. Opere principali : Epistolae ad Lucilium, De brevitate vitae, De Providentia, De Consolatione, De Constantia, De Otio, De Tranquillitate animi, De vita beata, De Ira, De Clementia, Apocolocyntosis; Medea, Phaedra, Hercules, Agamemnon, Oedipus (e molte altre tragedie); Proverbi. * Sommario

1. Uno stoico contro le passioni 2. Meccanica della frustrazione 3. La 'premeditatio' senechiana 4. Rimedio contro l'ansia 5. Come cani al guinzaglio * 1. Uno stoico contro le passioni Seneca, da buon stoico dell'et imperiale, concentra i suoi sforzi su una filosofia dal forte valore pratico. L'uomo deve inseguire la virt, ovvero, secondo gli stoici, deve accettare il proprio destino ed agire secondo la legge naturale del mondo, la ragione. E' saggio colui che agisce razionalmente ed evita il pi possibile di abbandonarsi alle passioni. Le passioni sono una malattia dell'anima da evitare a qualsiasi costo. Che le passioni siano una malattia n prova pratica l'ira. Abbandonandosi ad essa si perde il lume della ragione e si possono commettere atti di inaudita ferocia, quasi si fosse preda della pazzia. Pi l'uomo saggio pi si rende conto quanto sia necessario ragionare ed evitare le emozioni (l'apatia stoica). Questo atteggiamento permette di eliminare tutta quella gamma di delusioni e difficolt che incontra necessariamente l'uomo passionale, il quale vive un rapporto conflittuale con la realt la portata solitamente eccessiva dei suoi desideri. 2. Meccanica della frustrazione La frustrazione una condizione molto diffusa: essa nasce dall'inevitabile scontro tra desiderio e realt ostile. L'idea di Seneca che le frustrazioni che meglio sopportiamo sono quelle alle quali siamo preparati. Rendersi conto di cosa precisamente la realt pu aiutarci a smussare gli spigoli di quei desideri troppo intensi che non troveranno mai una soddisfazione. La realt non mai ci che vorremmo, la realt nostra antagonista. Essa ci tiene continuamente in scacco, siamo esseri mortali in balia del destino. Quello che la realt ci riserva dietro l'angolo non ci dato sapere. Secondo Seneca, tutto in mano alla Dea Fortuna. In sostanza Seneca predicava di frapporre uno spazio mentale tra s e la realt, uno spazio cuscinetto dettato dalla ragione. La delusioni forse non saranno inevitabili, ma in questo modo saranno meno cocenti (l'idea di evitare l'impatto frontale contro il muro della realt e di attutirlo, sebbene l'impatto sia inevitabile). 3. La 'praemeditatio' senechiana Dunque i destini dell'uomo sono in mano a una forza superiore che decide autonomamente e

secondo leggi insondabili a quali eventi deve sottostare l'individuo: per Seneca e per i romani questa entit si impersona nella Dea fortuna. In sostanza, gli uomini devono capire che per quanto essi credono di poter scansare i colpi del destino, tale destino potr colpirci comunque e in qualsiasi momento. L'abitudine ai periodi favorevoli o comunque ricolmi di serenit, non ci autorizza a pensare che tutto andr sempre bene, visto che "niente inosabile per la fortuna", come afferma lo stesso Seneca. Proprio per evitare sorprese e rimanere cos imperturbabili di fronte ai colpi della sorte, salutare, secondo Seneca, tener ben presente in qualsiasi momento la possibilit di una catastrofe. Famosa quindi la praemeditatio senechiana (una meditazione preliminare e anticipatoria), una preghiera, un "mantra", che il saggio reciter ogni mattina prima di cominciare la giornata. La premeditatio inizia cos: "la fortuna non concede nulla in propriet assoluta...". Proseguir quindi con una serie di frasi che ci ricorderanno come sia possibile che ci che si costruito in anni con grandi fatiche possa venirci meno all'improvviso e senza alcuna regola. L'idea che e non dobbiamo attribuirci eccessive colpe se all'improvviso qualcosa ci va storto: adirarci credendo che il destino ci avverso sbagliato, perch il destino non porta in s alcuna valutazione morale, casomai sono gli uomini ad attribuire valori morali al destino: in realt gli eventi sono indifferenti alle nostre valutazioni. 4. Rimedio contro l'ansia Tutte le civilt complesse ed avanzate hanno un nemico da combattere: l'ansia. Anche i membri della societ romana, in quanto societ evoluta, ne erano afflitti. L'ansia legata ad una paura irrazionale. Anche in situazioni di completa serenit, a volte non riusciamo ad esimerci dalla sensazione che qualche catastrofe sia dietro l'angolo. Ma l'ansia legata anche alla paura e all'attesa di una disfatta che si teme di subire. Da buono stoico, Seneca predicava un rimedio semplice e molto pratico. Quando si ha la sensazione che accadr qualcosa di spiacevole dobbiamo renderci conto che forse accadr comunque, stare in pensiero e affliggersi non ha alcun senso, gli eventi si succedono e non ci possiamo fare nulla. Secondo questa visione si pu ben dire che Seneca applicava il proverbio "il medico pietoso fa la piaga cancerosa". La consolazione non sempre efficace, soprattutto quando l'evento che si vuole evitare in realt inevitabile. Meglio quindi affrontare quietamente ci che ci aspetta, arrovellarci per qualcosa che non si pu evitare un inutile dispendio di forze, oltre che fonte di dolore. 5. Come cani al guinzaglio Dunque l'uomo totalmente in balia del destino? E se lo totalmente, perch agire se non pu servire a nulla? In realt l'uomo ha un certo margine di azione. Gi i padri dello stoicismo, Zenone di Cizio e Crisippo, ripresi poi da Seneca, avevano usato una metafora per spiegare la condizione in cui si viene a trovare l'uomo. La metafora e questa: l'uomo come un cane legato con il guinzaglio ad un carretto, il cane ha pur

sempre una certa capacit di azione, ma dovr comunque seguire il carretto nei suoi spostamenti se non vuole morire strozzato. Dunque il cane l'uomo e il carretto il suo destino. Se non assecondiamo il destino e ci opponiamo ad esso combattendolo frontalmente, nulla ci eviter la catastrofe, poich la realt pi forte delle aspirazioni. Nell'ambito della realt, tuttavia, l'uomo pu agire in modo da ammorbidire il conflitto con essa. E' quindi garantito all'uomo un minimo di libero arbitrio, ma sempre comunque nell'ambito del proprio destino. LO SCETTICISMO

Lo scetticismo classico si usa far risalire a Pirrone, nato ad Elide, nel Peloponneso, nel IV secolo a.C. Grazie alla spedizione di Alessandro, alla quale partecip, venne a contatto con la filosofia orientale. In India rimase particolarmente colpito dalle pratiche ascetiche dei maestri gimnosofisti (maestri yoga). Ammirato da Epicuro ed onorato in patria sino ad essere eletto sommo sacerdote, tutto ci che sappiamo della sua filosofia ci tramandato dai suoi discepoli, egli non lasci nulla di scritto se non un poema in lode di Alessandro. Le sue tesi furono riproposte nel II secolo a.C. da Carneade di Cirene, che ammetteva che i giudizi di merito potessero essere accettati, ma solo a livello soggettivo. Dal I secolo a.C. al II secolo d.C. il pensiero scettico rifiorisce e acquista grande notoriet, grazie a un gruppo di pensatori quali Enesidemo di Cnosso, Agrippa, ma soprattutto, Sesto Empirico. Saranno questi pensatori a formulare i tropi (si veda il punto 2). * Sommario 1. Lo scetticismo di Pirrone 2. Lo scetticismo di Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico * 1. Lo scetticismo di Pirrone Pirrone, similmente ai sofisti (tuttavia si leggeranno pi avanti le differenze), prende atto del fatto che ad ogni tesi corrisponde sempre una antitesi, ad ogni verit una verit contraria, e che entrambe queste posizioni contrapposte hanno egual peso ed egual valore ("A ogni ragione si oppone una ragione di eguale valore"). Ma qual il motivo di questa affermazione? Pirrone introduce nella filosofia greca elementi orientali e in particolar modo indiani: egli afferma che la verit, l'essenza vera delle cose che non mutano, il loro restare ferme nell'eternit della beatitudine, non si trova nel mondo sensibile, ma nel profondo dell'anima dell'uomo (per i Veda tale concetto l'Atman, il s profondo dell'uomo, che coincide, nella sua perfetta immutabilit eterna, con Dio). Dunque anche Pirrone si riferisce all'Uno immutabile, similmente a Parmenide e a Plotino: tale punto fermo fa si che egli consideri le opinioni degli uomini attorno alle cose del mondo n vere n

false, in quanto il mondo sensibile illusorio. La verit non si trova nel mondo sensibile, questo porta a definire l'atteggiamento autentico del sapiente, il quale non avr alcuna opinione attorno alle cose sensibili (atarassia=imperturbabilit), non avr alcuna opinione da comunicare (afasia=l'assenza di voce), non si appassioner alle cose del mondo e non si conceder alle emozioni (apatia=assenza di passioni) e sospender il suo giudizio sulle cose (epoch=sospensione del giudizio). La figura del sapiente si avvicina quindi a quella dell'asceta orientale, per il quale il mondo cosa lontana dal proprio s (E' evidente poi l'analogia dello scetticismo con aspetti dell'epicureismo e dello stoicismo, soprattutto per i concetti di assenza). 2. Lo scetticismo di Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico La seconda fase dello scetticismo, pur riprendendo l'idea di fondo di Pirrone, esclude dalla sua formulazione il lato trascendentale (per cui la verit oltre-sensibile) per concentrarsi solamente sulla negazione che possa esistere una qualsiasi verit. Nessuna delle filosofie precedenti allo scetticismo ha mai trovato realmente (provato in modo incontrovertibile) la verit: si impone cos la sospensione del giudizio (epoch). "Il senso della verit, evocato una volta per tutte dal pensiero filosofico, resta fermo anche nello scetticismo: solo che quest'ultimo, a differenza delle filosofie non scettiche, crede di poter constatare che quel senso, nonostante le apparenze, non ha preso corpo e quindi si impone, per chi pensa, la sospensione del giudizio". (E. Severino, La filosofia antica). La critica maggiore che si rivolge a questa forma di scetticismo che la negazione che ogni verit sia stata raggiunta costituisce essa stessa una verit, il che contraddice la prima affermazione. Le critiche dei tre filosofi scettici si raggruppano in tropi (modi). I tropi sono i diversi modi per cui si arriva alla sospensione del giudizio un tropo un enunciato nei quali appaiono quelle contraddizioni che favoriscono e rendono evidente la tesi scettica. Enesidemo ne enumerava dieci, Agrippa ne aggiunse cinque e infine Sesto Empirico ne aggiunse altri due. I tre tropi pi importanti sono: 1. (di Enesidemo). Ogni cosa, isolata dalle altre, non ha pi senso. Ogni cosa ha significato solo in rapporto alle altre. E' una tesi che prefigura il tema del divenire, del rapporto dialettico nel quale sono tutte le cose, che rimanda ad Eraclito e Hegel. 2. (di Sesto Empirico). Non esiste alcuna garanzia che i fenomeni che ci appaiono nella loro evidenza sensibile corrispondono realmente alle cose in s, come realmente sono. Questa una tesi dove si percepisce chiaramente la tematica kantiana. IL CINISMO

Con il nome di cinici si designano un gruppo di pensatori che facevano riferimento ad Antistene di Atene (IV secolo a.C.). Egli il fondatore riconosciuto e ufficiale della scuola, anche se il cinismo si profila pi come movimento eterogeneo che come dottrina strutturata (il suo pi famoso esponente fu Diogene di Sinope, il quale anteponeva l'esempio pratico alla teoria).

Incerta la provenienza del nome: alcuni sembrano farlo derivare dal luogo in cui Antistene fond la scuola, il Ginnasio Cinosarge, altri lo farebbero derivare dall'aggettivo canino, per le analogie che di fatto si creano tra i fautori del cinismo e la vita dei cani. Certa la sua derivazione socratica. * Sommario 1. L'autarchia 2. Diogene di Sinope: l'uomo che visse in una botte 3. La vita come esempio: ovvero, del predicar bene e del razzolare bene * 1. L'autarchia Per i cinici l'obiettivo unico e fondamentale della vita era il raggiungimento della virt morale. Questa virt si raggiungeva eliminando tutto il superfluo e mantenendo l'essenziale. Il superfluo erano gli agi e le comodit derivanti dall'incivilimento, l'essenziale la vita secondo natura, ovvero un ritorno alla vita animale (da qui il paragone con l'esistenza randagia e istintiva dei cani). Dunque il cinico per eccellenza l'archetipo del contestatore, dell'anarchico. Egli non crede che la civilt, con le sue strutture giuridiche, religiose e sociali, possa in qualche modo essere di giovamento all'uomo. Il cinico afferma che l'uomo ha gi in s tutto l'occorrente per vivere (l'autarchia), ogni sovrastruttura che non sia istintiva e naturale, cio ogni aspetto dell'uomo che non sia gi dato alla nascita, non pu servire da fondamento a nessuna etica (forti analogie con il mito del buon selvaggio di Rousseau). 2. Diogene di Sinope Profilo di Diogene, che visse in una botteLa figura pi nota attribuita al cinismo fu, come gi accennato, Diogene di Sinope. Vissuto ad Atene dal 413 al 323 a.C., egli era il perfetto prototipo del cinico. La leggenda vuole che abitasse in una botte e girasse per Atene con una lanterna dicendo che cercava l'uomo. L'unica cosa che possedeva era un mantello logoro e una ciotola per bere. Seguendo la filosofia del cinismo, egli preferiva l'esempio pratico alla teoria. Vivendo con il minimo di "comfort" possibile, eliminando ogni cosa che non ritenesse necessaria, conduceva una vita da randagio e derelitto, ai margini della societ. Di ci non se ne curava. Sapeva che l'insegnamento ultimo della vita di Socrate era proprio questa ricerca dell'essenziale a scapito di qualsiasi altra considerazione. Diogene aveva trovato l'essenziale nella vita stessa. Vivere gli bastava, nient'altro. Si dice che, avendo visto un cane abbeverarsi direttamente da una pozzanghera, abbia gettato via anche la ciotola che possedeva, perch si era accorto che non era pi necessaria.

Questo e molti altri aneddoti ci sono pervenuti sul suo conto. Tra questi la leggendaria visita che gli rec Alessandro Magno. Trovatolo disteso per terra, il conquistatore gli domand di cosa avesse bisogno, egli avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio. Diogene gli rispose di spostarsi perch gli faceva ombra. 3. La vita come esempio Il cinismo non lasci nulla di scritto. Era contro l'essenza stessa del suo insegnamento. Tutto ci che era incivilimento non interessava, tanto meno la scrittura, prodotto pi alto della civilt. Ai cinici non interessavano nemmeno l'indagine naturale, la logica, la scienza dei numeri, la politica, l'impegno civile. Forse gli animali ne facevano uso? Era necessario, tutto questo, per la sopravvivenza? Ci che interessava loro, o almeno a Diogene, era la messa in atto dell'insegnamento, vivere secondo ci che si predicava. Se Socrate aveva messo sopra ogni cosa la ricerca attorno s stessi, Diogene riteneva superflua ogni altra necessit, soprattutto l'affanno delle convenzioni e degli orpelli sociali. Dunque il cinismo si proponeva pi come modo di vivere che come dottrina e dogma, non vi era nulla di accademico ed aulico, solo l'imperturbabile capacit di vivere seguendo l'istinto naturale alla sopravvivenza.