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STOICISMO

Zenone di Cizio (Cipro, 336 a.C circa)


Fonda una scuola ad ATENE nel 300 a.C., le cui lezioni si tenevano presso il Portico Dipinto (Stoà poikìle) di
Atene.
Dei suoi numerosi scritti ci sono rimasti solo pochi frammenti.
Ebbe molti allievi e continuatori della sua filosofia. I maggiori sono Cleante di Asso (che gli successe nella
direzione della Scuola) e Crisippo di Soli, considerato il secondo fondatore della dottrina stoica.

La produzione letteraria di tutti questi filosofi è andata perduta. Le notizie che abbiamo sono in gran parte
desunte dagli stoici di età romana (Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto)

Nello stoicismo il concetto di filosofia coincide con quello di VIRTU’. La virtù si raggiunge conducendo una
vita moralmente buona in quanto guidata dalla ragione.

La filosofia stoica, come quella epicurea si divide in tre parti:

LOGICA
ETICA
FISICA

LOGICA
Con il termine logica gli Stoici intendono la dottrina che ha per oggetto i Logoi, ovvero i discorsi.

La LOGICA si divide in RETORICA (i discorsi propriamente detti, ad es le orazioni) e in DIALETTICA (domande


e risposte). La DIALETTICA viene definita dagli Stoici come “la scienza di ciò che è vero e di ciò che è falso, e
di ciò che non è né vero né falso”).
La DIALETTICA si divide a sua volta in due parti, a seconda che si tratti delle parole o delle cose significate
dalle parole: nel primo caso viene definita GRAMMATICA, nel secondo caso LOGICA in senso proprio, ed ha
per oggetto le rappresentazioni, i ragionamenti, i sofismi.

Il criterio di Verità

Per gli STOICI il criterio di verità risiede nella rappresentazione catalettica, che è l’atto che compie
l’intelletto quando comprende l’oggetto, e altresì l’azione dell’oggetto che imprime la sua rappresentazione
all’intelletto. Se la rappresentazione, come la intendevano gli epicurei, è una sorta di impressione prodotta
dagli oggetti sui nostri organi di senso (passiva), la rappresentazione catalettica è una rappresentazione cui
abbiamo accordato il nostro assenso, accogliendola come vera. (vedi schema pag48)
Dalle rappresentazioni ai concetti

Per gli stoici tutta la conoscenza umana deriva dai sensi. L’anima è una pagina bianca (TABULA RASA), su cui
vengono a registrarsi le rappresentazioni sensibili. L’anima riceve queste informazioni in maniera passiva,
esattamente come un foglio bianco riceve la scrittura.
Dall’accumularsi, nel tempo, delle rappresentazioni sensibili si formano la prolessi o anticipazioni, ossia ilo
concetto (ad es. dall’aver visto molte volte un albero si forma il concetto di ALBERO).
Alcune conoscenze universali (ad es la natura, il mondo, l’umanità, Dio, i numeri ecc) si formano invece
artificialmente a causa dell’istruzione o del ragionamento. L’universale non esiste in natura ma soltanto
nell’anima (cioè nella mente, ovvero è un concetto astratto, non reale)
Ricapitolando i concetti (prolessi o anticipazioni) si possono dividere in due gruppi: NATURALI (cioè
prodotti da oggetti reali), ARTIFICIALI (cioè prodotti in virtù dell’istruzione o del ragionamento).

Strettamente legata alla teoria sui concetti è la:

TEORIA DEL SIGNIFICATO

Il concetto non è una sostanza, come sosteneva Aristotele, ma semplicemente un segno.


Aristotele: L’uomo è animale ragionevole, dove “animale ragionevole” è l’essenza propria della sostanza
Uomo e come tale caratterizza la sostanza, è la sua essenza, e non può appartenere ad altro soggetto.
Stoici: L’uomo è animale ragionevole, dove ragionevole è un segno (ovvero una parola che, per convezione
grammaticale, significa semplicemente che il soggetto della frase è in grado di ragionare).

Il concetto per gli STOICI è dunque un segno, cioè un elemento che mette in relazione un significante (la
parola, ad es Socrate), un significato (ovvero la rappresentazione mentale evocata dalla parola, ad es il mio
ricordo di Socrate) e un oggetto (ovvero la cosa reale significata, ad es Socrate in carne ed ossa).

LA TEORIA DEL RAGIONAMENTO

In opposizione alla teoria del Sillogismo aristotelico (deduttivo, analitico, sempre vero se sono vere le
premesse, ad es: Gli uomini sono mortali (premessa). Socrate è un uomo (termine medio), Socrate è
mortale (conclusione), gli STOICI prediligono il ragionamento anapodittico, ovvero non dimostrativo.
Tale ragionamento non si basa sulla deduzione e non ha pretese di esattezza in quanto è empirico, ovvero
basa la sua veridicità solo sull’esperienza: in questo tipo di ragionamento risulta immediatamente evidente
non solo la premessa ma anche la conclusione.
(vedi pag 51)
Es Se è giorno c’è luce. Ma è giorno. Dunque c’è luce.
ecc

Se il ragionamento aristotelico fa leva sui termini, poiché collega appunto dei termini, invece il
ragionamento anapodittico fa leva sulle proposizioni, poiché le variabili che collega sono proposizioni (ad
es: Socrate scrive è una proposizione di senso compiuto che può essere vera o falsa a seconda del fatto che
Socrate stia o meno scrivendo. Più proposizioni formano un ragionamento).
Si può quindi concludere che questa parte della logica epicurea riguarda la conoscenza più che alle relazioni
sussitenti tra i concetti (come abbiamo visto invece nella teoria del sillogismo di Aristotele) e ciò che preme
agli stoici è la verità dei ragionamenti, il loro meccanismo logico (le proposizioni, appunto).
I PARADOSSI E IL DILEMMA DEL COCCODRILLO

Gli STOICI erano famosi nell’antichità per aver escogitato i così detti discorsi insolubili (vedi pag53)

LA FISICA

Per gli STOICI esiste un ordine immutabile e perfetto e necessario che governa tutte le cose.
Secondo la loro filosofia tutto ciò che esiste è formato di due cose: un principio passivo (la materia) e un
principio attivo (Dio). Entrambi sono materiali e inseparabili (quindi Dio è contenuto in ogni cosa esistente=
panteismo).
Il principio passivo (la materia) è una sostanza spoglia di qualunque qualità, inerte, il principio attivo (Dio) è
una razionalità infallibile che, agendo sulla materia, le imprime una forma e produce tutto ciò che esiste.
Entrambi, Dio e Materia, sono corporei, giacché solo i corpi esistono (cfr Platone: esiste solo ciò che agisce
o subisce un’azione). Corpo è dunque anche l’anima.
Dio viene identificato come un soffio caldo (pneuma) e vitale che tutto conserva, alimenta e sostiene: Dio è
la ragione seminale del mondo, e contiene in sé tutte le ragioni seminali, ovvero:
come tutte le parti di una pianta nascono dal seme, così ogni parte dell’universo nasce dal logos divino.

Gli stoici considerano il cosmo (il mondo) soggetto a cicli. Quindi nasce, si evolve e muore (con una
conflagrazione, cioè una combustione = ekpirosys) e poi rinasce (palingenesi) ogni volta in un eterno
susseguirsi sempre uguale in ogni minimo dettaglio.
Questo ciclo che si ripete eternamente è il DESTINO, la legge necessaria che regge ogni cosa: il destino è
l’ordine del mondo, e destino, provvidenza e ragione si identificano con Dio.
E poiché il mondo è prodotto dalla ragione divina, esso non può che essere perfetto.
L’esistenza del male viene vista come necessaria per l’esistenza del bene (ad es senza il buio non sarebbe
possibile la luce, senza la cognizione del dolore non sarebbe possibile concepire il piacere ecc)

Tutto ciò che esiste è stato prodotto per il bene dell’uomo (vedi pag 58)

ETICA

Natura, dovere, ragione

Ogni essere tende a vivere in armonia con l’ordine perfetto del mondo (questo atteggiamento è definito
dagli stoici Oikeiosis= adattamento.
La natura per gli stoici è l’ordine perfetto, necessario e razionale del mondo: è Dio stesso.

L’uomo ha in se due forze:


l’istinto
la ragione
La ragione guida l’uomo al fine di stabilire un accordo con tra l’uomo e la natura, per cui la massima stoica
“vivi secondo natura” equivale a vivi secondo ragione.

L’azione che si prospetta conforme all’ordine razionale è il dovere (pag 61 Diogene Laerzio)

L’etica stoica è quindi essenzialmente un’etica del dovere, inteso come conformità dell’azione umana
all’ordine razionale.
Gli stoici distinguono in dovere retto, che è soltanto del sapiente, e in doveri intermedi, che sono comuni a
tutti gli uomini e vengono realizzati con il solo aiuto di un’indole buona o dell’istruzione.
La prevalenza della nozione di dovere su quella della virtù o della felicità conduce gli stoici ad una delle
dottrine tipiche della loro etica: ovvero la giustificabilità del suicidio (vedi Seneca).

La nozione del dovere e quella del bene nell’etica stoica sono distinti.
Quest’ultimo (il bene) compare quando la scelta indicata dal dovere viene ripetuta e consolidata fino a
diventare una disposizione uniforme e costante, cioè una virtù.
La virtù è l’unico vero bene e si identifica con la sapienza.
Le virtù sono 4:

saggezza
temperanza
fortezza
giustizia

Poiché la virtù è unica, tra la virtù e il vizio non c’è via di mezzo, così l’uomo è giusto o ingiusto, senza
possibilità intermedie.

Per gli stoici le emozioni non hanno alcun valore: infatti non hanno alcun ruolo nell’economia generale del
cosmo. Esse non sono provocate da forze o situazioni naturali ma sono opinioni generate da leggerezza, o
ignoranza, che consistono nel giudicare di sapere ciò che non si sa.
4 sono le emozioni basilari:

desiderio (dei beni futuri)


letizia (per i beni presenti)
timore (dei mali futuri)
afflizione (per i mali presenti)

A queste tre emozioni il saggio contrappone la gioia, la volontà, la precauzione.


Le emozioni sono considerate dagli stoici come vere e proprie malattie che colpiscono lo stolto, ma da cui il
sapiente è immune. La condizione del sapiente, è quella di non provare emozione, di essere indifferente:
l’apatia.

POLITICA

pag 64

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