Sei sulla pagina 1di 4

Le notizie a nostra disposizione riguardo alla biografia di Tito Lucrezio Caro sono scarse e controverse: Il silenzio delle fonti

ed insieme il ritratto geronimiano (Titus Lucretius poeta nascitur, qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV) hanno contribuito decisamente alla diffusione dellimmagine di un poeta solitario, angosciato e maledetto. Il De rerum Natura, unica opera dello scrittore arrivata a noi, un poema didascalico in sei libri, in cui viene diffusamente trattata la dottrina Epicurea, concezione filosofica di origine ellenistica sviluppatasi nel corso del V secolo. Peculiare appare la particolare fisica della dottrina, fondata sul'atomismo e sul clinamen, introducendo per la prima volta nella concezione tipicamente deterministica l'ammissione del libero arbitrio. Il ruolo dell'uomo viene quindi parzialmente svuotato di centralit e di impegno nel mondo; al contrario, in primo piano assurgono la ricerca del piacere individuale, lo scetticismo scientifico, il distacco delle divinit dalla vita terrena, spesso in contrasto con la morale ufficiale romana (l'epicureismo infatti la filosofia dell'elite intellettuale). Il poema si apre con un gioioso e animoso inno a Venere, divinit simbolica della sensualit, della natura in movimento, del piacere e della bellezza. Nel passo, celeberrimo e ricco di potenti immagini poetiche, Venere viene presentata come la forza vivificante della natura in tutte le sue manifestazioni. Ma la dea, in quanto datrice di vita, anche lunica forza che sa neutralizzare, con il fascino irresistibile dellamore, la forza distruttiva di Marte, dio della guerra e della violenza.
Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas, alma Venus, caeli subter labentia signa quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quoniam genus omne animantum concipitur visitque exortum lumina solis: te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus summittit flores, tibi rident aequora ponti placatumque nitet diffuso lumine caelum. Nam simul ac species patefactast verna diei et reserata viget genitabilis aura favoni, ariae primum volucris te, diva, tuumque significant initum perculsae corda tua vi. Inde ferae pecudes persultant pabula laeta et rapidos tranant amnis: ita capta lepore te sequitur cupide quo quamque inducere pergis. Denique per maria ac montis fluviosque rapacis frondiferasque domos avium camposque virentis omnibus incutiens blandum per pectora amorem efficis ut cupide generatim saecla propagent. Quae quoniam rerum naturam sola gubernas nec sine te quicquam dias in luminis oras exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam, te sociam studeo scribendis versibus esse quos ego de rerum natura pangere conor Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni omnibus ornatum voluisti excellere rebus. quo magis aeternum da dictis, diva, leporem. Effice ut interea fera moenera militiai per maria ac terras omnis sopita quiescant; nam tu sola potes tranquilla pace iuvare mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se reiicit aeterno devictus vulnere amoris, atque ita suspiciens tereti cervice reposta pascit amore avidos inhians in te, dea, visus eque tuo pendet resupini spiritus ore. Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto circum fusa super, suavis ex ore loquellas funde petens placidam Romanis, incluta, pacem; []

Il proemio del I libro introduce la figura epicurea: gli elementi della materia che si aggregano e disgregano nel ciclo eterno ed immutabile delluniverso danno vita alla variet di forme e colori seguendo un criterio materialistico e meccanicistico. Il poema didascalico per va al di l del principio del miscere utile dulci, secondo il precetto ripreso da Orazio (e pi tardi da Torquato Tasso nel proemio della Gerusalemme liberata: Cos a legro fanciul porgiamo aspersi/ di soavi licor gli orli del vaso:/ succhi amari ingannato intanto ei beve,/ e da linganno suo vita riceve): la materia arida e difficoltosa va somministrata ammantandola di lepos, di grazia e piacevolezza. Per questo il quadro dipinto da Lucrezio acquista il tono delleleganza, della musicalit, e tutte le figure semantiche che si riferiscono a Venere sono come persuase da un chiarore che ha in s la bellezza della luna e del sole: gli esametri si susseguono con fluidit e leggerezza amplificate

dalluso costante dellenjambement, intessendo un solenne inno alla vita cui il poeta partecipa, rapito e commosso dalla bellezza del cosmo. In questottica la funzione di Venere assume un rilievo fondamentale: la Venus physica particolarmente venerata a Pompei non una dea degli intermundia, secondo la concezione epicurea, ma simbolo della potenza vivificatrice della natura e, in quanto apportatrice di serena e tranquilla pace, del piacere catastematico che porta allatarassia, cio alla totale assenza di turbamento e sofferenza, concessa solo agli dei e ai saggi. (E. Paratore) La sezione del proemio presa in esame permette di stabilire con ragionevole certezza che la divinit invocata rappresenta al tempo stesso la potenza dellamore e la forza generatrice della natura, in una dimensione fisica che acquista concretezza reale, affiancandosi agli atomi ed al vuoto, che della natura sono le componenti essenziali secondo la dottrina epicurea. Nella vastit sconfinata di mari e terre, sotto lampia volta del cielo, si esplica lazione rasserenante e vivificatrice della dea, in un rifiorire di vita che si estende ciclicamente nel tempo e nello spazio. Nei versi rerum naturam sola gubernas implicita lazione attiva e plasmatrice di Venere, definita lamore che muove la terra, alma mater, in senso positivo, costruttivo. I due attributi, quello del v.21 e quello del v.31, sono in sostanza uno solo, giacch, oltre alla generazone, anche la pace frutto dellattivit edificatrice e associativa di Venere, madre della progenie romana (Aenandum genetrix, ruolo che verr ripreso e confermato nellEneide di Virgilio, per cui Venere sarebbe la madre di Enea, capostipite della stirpe di cui fanno parte Romolo e Remo), fonte inesauribile di eterna grazia, artefice del fiorire della terra, del placarsi e sorridere del mare e del cielo. Venere rappresenta l'istinto amoroso, la voluptas, corrispettivo dell' , facilmente individuabile nei temi del moto delle stelle (caeli subter labentia signa) e della rigenerazione della natura (tibi suavis tellyus simmittit flores) che spinge gli esseri viventi alla procreazione. La divinit diventa quindi il simbolo ideale del principio dinamico che stava alla base della dottrina epicurea, che Lucrezio sapientemente dipinge sulla tela della poesia. La figura di Marte, ripreso nei suoi tradizionali attributi di Mavors armipotens che belli fera moenera regit, il leggendario amante di Venere, padre dei Romani (in quanto padre di Romolo e Remo), da considerarsi di pari importanza alla figura di Venere, nonostante linno sia principalmente rivolto a lei. Individuato in Venere il simbolo delluniversale principio costruttivo, ne consegue lidentificazione di Marte con il principio contrario, la distruzione. Cos scrive Francesco Giancotti, critico letterario e autore di Il preludio di Lucrezio : Cosa sono le non perpetue paci di cui godono gli uomini se non frutto di un temporaneo e parziale prevalere del principio di Venere su quello di Marte? Cosa sono le guerre se non effetti del prevalere opposto? () Contro il fondamentale parallelismo fra Venere e Marte sinfrange qualsiasi ipotesi che comporti una subordinazione o una qualunque forma di inferioti di lui rispetto a lei. La preferenza sentimentale di Lucrezio per Venere non abolisce in Lucrezio il convincimento dottrinario dellineliminabile parit universale di Marte, di l da ogni particolare soccombere di esso a lei nella sfera dei rapporti tra gli uomini Marte in gremium saepe tuum se reiicit, si adagia sulle gambe dellamata, lui, invincibile e tremendo, temuto per la sua irosit e apprezzato solo da Eris, dea della della discordia, ora supplice damore, tende il collo verso la dea e la prega di amarlo (suspiciens tereti cervice reposta pascit amore avidos inhians in te), vinto nellamore come non lo sar mai nellarte della guerra, e magistralmente rappresentato dal Botticelli in una tela del 1400 che porta appunto il nome di

Venere e Marte, mentre viene derubato dai faunetti della lancia, simbolo della sua forza guerresca, come a voler simboleggiare la sua arrendevolezza nei confronti del fascino della dea. E cos anche il pi temibile e violento degli dei un perdente sotto limpulso della bellezza e dellamore, vittima di una sorta di piacere contemplativo, ma accetta di buon grado questa dolce sconfitta lasciando le redini delle sorti del mondo a Venere. Marte qui rappresentato dunque come lincarnazione dell , il piacere a riposo, durevole, immutabile, che conduce all. Questo fa di Venere e Marte la rappresentazione poetica del concetto dellintero , distinto nei suoi due aspetti di piacere in movimento e piacere a riposo. Limmagine della natura che emerge da diverse filosofie naturaliste del VI e del V secolo a.C., nonch da quelle elleniste (in particolare dallEpicureismo e dallo Stoicismo) legata al gioco delle forze che si bilanciano in modo dinamico. In estrema sintesi, ciascun ente e ciascun evento, pur concepiti e spiegati in modo diverso da queste filosofie, sono tutte il prodotto instabile e in perenne mutamento del conflitto tra forze. Nel punto di equilibrio un ente prende forma, nel momento del disequilibrio delle forze lente muta. Nel primo libro del De Rerum Natura, infatti, Lucrezio aggiunge:
nam tibi de summa caeli ratione deumque disserere incipiam et rerum primordia pandam, unde omnis natura creet res, auctet alatque, quove eadem rursum natura perempta resolvat, quae nos materiem et genitalia corpora rebus reddunda in ratione vocare et semina rerum appellare suemus et haec eadem usurpare corpora prima, quod ex illis sunt omnia primis.

Riferendosi, con unde omnis natura creet res, auctet alatque, quove eadem rursum natura perempta resolvat, appunto ai due principi di creazione e distruzione sovramenzionati, incarnati rispettivamente da Venere e Marte. Il confronto con la filosofia di Empedocle sorge quasi spontaneo (e non da escludere che proprio questa sia alla base della concreta rappresentazione lucreziana), in quanto Venere e Marte sono appunto i nomi con cui sono chiamate le forze cosmiche contrapposte che agiscono sui quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) di per s inerti, principi eterni, opposti e complementari altres conosciuti col nome di e , amicizia e contesa, attrazione e repulsione, Eros e Thanatos freudiani. Il concetto dellindissolubit dei due principi si riflette anche nellaeterno con cui qualificato lamore onde Marte avvinto a Venere, la ferita damore dalla quale vinto colui che dogni ferita e strazio e disgregazione universale signore. Labbandono di Marte in grembo a Venere, lamorosa contemplazione e il fascino con cui ella lo circonfonde sono tratti ben conformi allidea duna pausa del principio distruttivo. La pace fra gli uomini non che un brevissimo soccombere del principio distruttivo, che continua ad operare inesorabile nel macrocosmo e nel microcosmo umano, come tempo e come morte, ovunque vi sia uno sprazzo di scintilla vitale. Venere e Marte non sono qui che simboli dei due principi universali della costruzione e della distruzione, della generazione e della morte, della pace e della guerra. Due principi universali, che operano ovunque e perennemente, fuori di noi e in noi stessi, per la pace e la guerra di noi con noi stessi e verso gli altri uomini, per la pace umana che dagli uomini dipende.

Bibliografia: Il Preludio di Lucrezio Francesco Giancotti Dizionario di filosofia greca A cura dellArchivio Il Giardino dei Pensieri Vivae Voces 2 La letteratura latina 3