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ORAZIO, ODE 2,17

L’ode, in strofe alcaiche, è indirizzata a Mecenate. Per la sua datazione, è


possibile determinare con certezza solo un terminus ante quem, il 23, anno
della pubblicazione dei primi tre libri dei Carmina. L’incidente della caduta
dell’albero, che Orazio rievoca nel componimento come avvenimento
contemporaneo alla guarigione di Mecenate, viene assegnato al 33 (R.G.M.
NISBET – M. HUBBARD, A Commentary on Horace Odes, book I,
Oxford 1970, p. XXIX e 244).
In breve il suo contenuto. Orazio si rivolge a Mecenate, che si lamenta per
la sua salute, e lo rassicura: Mecenate non morirà prima di lui. Ma, se ciò
dovesse accadere, Orazio, che considera l’amico come una parte della sua
anima, lo seguirà immediatamente nella morte, non potendo più vivere
dimidiatus. Il suo non è un giuramento falso. Così hanno decretato le
Parche. D’altra parte, qualunque sia il segno zodiacale prevalente nel thema
natale di Orazio, le stelle garantiscono questo destino comune; come hanno
dimostrato la guarigione di Mecenate, resa possibile dall’influsso benefico
di Giove, che ha neutralizzato il nefasto Saturno; e il pericolo scampato da
Orazio, salvatosi dall’albero caduto grazie all’intervento di Fauno, custode
degli uomini protetti da Mercurio. Ora bisogna rendere grazie per aver
evitato la morte: Mecenate con vittime e l’erezione di un’aedes [tempio],
Orazio con il sacrificio di una humilis agna [umile agnella].
Orazio, per confortare l’amico, si affida al registro autobiografico, mettendo
in luce in questo modo le componenti essenziali del suo rapporto con
Mecenate.
Le caratteristiche salienti del legame tra i due amici vengono evocate su
due piani: quello, che risulta prevalente, dei contenuti affettivi e quello
della differenza di status, evidenziata ricorrendo ad alcuni dettagli
contenutistici, forse sottolineati, come si vedrà, anche dalla loro
collocazione strutturale.
Il tono confidenziale, che caratterizza questo come altri componimenti
oraziani indirizzati a Mecenate e che viene esibito quasi
programmaticamente fin dal primo verso dell’ode (cur me querellis
exanimas tuis, “perché mi snervi con i tuoi lamenti”), tende d’altra parte a
ridurre la distanza tra i due piani.
D’altra parte, l’ode, per il motivo sul quale è costruita, può essere assimilata
ad una soteria, cioè ad un componimento di congratulatio per la
guarigione di un uomo pubblico, come ad esempio quella indirizzata a
Rutilio Gallico da Stazio nelle Silvae (1,4).
Orazio interpreta comunque in modo originale questo modello, da un lato
innestandovi il motivo autobiografico dello scampato pericolo per la caduta
dell’albero; dall’altro ricorrendo alla dottrina astrologica per accostare i due
motivi, fino a farli coincidere, attraverso il riferimento al destino comune
suo e di Mecenate.

Cur me querelis exanimas tuis?


Nec dis amicum est nec mihi te prius
Obire, Maecenas, mearum
Grande decus columenque rerum.
A, te meae si partem animae rapit 5
Maturior vis, quid moror alteram,
Nec carus aeque nec superstes
Integer ? Ille dies utramque

Ducet ruinam, non ego perfidum


Dixi sacramentum: ibimus, ibimus, 10
utcumque praecedes, supremum
carpere item comites parati.

Nec me Chimaerae spiritus igneae


Nec, si resurgat, centimanus Gyges
Divellet umquam, sic potenti 15
Iustitiae placitumque Parcis.

Seu Libra seu me Scorpios aspicit


Formidolosus, pars violentior
Natalis horae, seu tyrannus
Hesperiae Capricornus undae, 20

Utrumque nostrum incredibili modo


Consentit astrum. Te Iovis impio
Tutela Saturno refulgens
Eripuit volucrisque Fati

Tardavit alas, cum populus frequens 25


Laetum theatris ter crepuit sonum :
Me truncus illapsus cerebro
Sustulerat, nisi Faunus ictum

Dextra levasset, Mercurialium


Custos virorum, reddere victimas 30
Aedemque votivam memento :
Nos humilem feriemus agnam.

(Testo di D.R. SHACKLETON BAILEY, Q. Horati Flacci Opera, Stuttgart


1995)

[Perché mi snervi con i tuoi lamenti ? / Non è gradito agli dei, né a me che
tu / muoia prima di me, o Mecenate, grande ornamento / e sostegno delle
mie cose. / Oh, se un destino più presto di me porta via te, / parte della mia
anima, perché trattengo in vita l’altra parte, / allo stesso tempo né caro a me
stesso né, pur essendo sopravvissuto, / più integro? Quel giorno ci trascinerà
via / entrambi. Io non ho pronunciato un falso / giuramento: andremo,
andremo, / qualunque sia il momento in cui mi precederai, preparàti / ad
intraprendere insieme l’estremo viaggio. / Né l’alito infuocato della
Chimera, / né Gige dalle cento braccia, se risorgesse, / ci dividerà mai: così
piacque alla potente / Giustizia e alle Parche. / Sia che mi sovrasti la Libra o
lo Scorpione / spaventoso, come parte più violenta / della mia ora natale, sia
il Capricorno / signore dell’onda occidentale, / le nostre configurazioni
astrali vanno d’accordo / in modo incredibile. La tutela dello sfavillante /
Giove ti ha sottratto all’empio / Saturno e ha frenato le ali / al veloce
destino, quando la folla numerosa / ti applaudì festante nel teatro per tre
volte; / il tronco caduto sul mio capo / mi aveva già ucciso, se il colpo con la
mano non avesse frenato / Fauno, custode degli uomini protetti da Mercurio.
/ Ricordati di offrire vittime / e il tempio promesso in voto: / io immolerò
un’umile agnella.]

vv. 1-4 Nella prima strofe, Orazio rimprovera Mecenate per i suoi lamenti;
ripetuti, come si ricava dalle conseguenze che essi hanno sull’amico,
exanimas. Questo verbo è da accostare, anche per l’analoga esasperazione
prodotta su Orazio dalle insistenze dell’amico, all’occidis di epod. 2,14: “o
amico sincero Mecenate, tu mi fai morire chiedendomi spesso (occidis
saepe rogando) perché la mia pigrizia abbia diffuso nei miei sensi una così
forte dimenticanza”. Exanimas è stato interpretato, inoltre, come
anticipazione dell’immagine che caratterizza la prima parte del
componimento, consistente nella presentazione di Mecenate come parte
dell’anima di Orazio; immagine cui risulta affidata la rappresentazione del
rapporto simbiotico tra i due amici.
Il tema dei lamenti di Mecenate per la propria salute ben si accorda con il
contenuto dei suoi frammenti poetici, in modo particolare con il fr. 4 Morel,
nel quale trova posto il motivo della tenacia del vivere ad ogni costo,
nonostante le sofferenze fisiche: Debilem facito manu, debilem pede, coxa, /
tuber adstrue gibberum, lubricos quate dentes: / vita dum superest, bene
est; hanc mihi vel acuta / si sedeam cruce, sustine [Rendimi debole di mano,
debole di piede, di gamba, / fammi crescere una gobba sporgente, scuoti i
denti tentennanti: / finché c’è vita, va bene; anche se rimanessi
immobilizzato per un dolore / acuto, preserva la mia vita]. (Cfr. l’analisi del
fr. condotta dalla compianta M.L. COLETTI, Mecenate ed Orazio, in
AA.VV., Musis amicus, a c. di M.L. COLETTI e P. DOMENICUCCI, Chieti
1995, pp. 304-307). E a tale proposito va osservato come dovesse
intercorrere, nelle produzioni poetiche dei due amici, un fitto gioco di
allusività ed anche di esplicite corrispondenze (R. SCARCIA, Orazio,
Mecenate e le stelle, in AA.VV. L’astronomia a Roma nell’età augustea, a c.
di M.A. CERVELLERA e D. LIUZZI, Galatina 1989, pp. 36 sg.).
Il ricorso, in riferimento alla morte, ad un verbo prosastico come obire al v.
3 sembra assolvere la funzione di anticipazione della sezione astrologica
successiva, proprio perché nell’uso latino tale verbo si trova applicato in
relazione al tramonto dei corpi celesti (R.G.M. NISBET- M. HUBBARD, A
Commentary on Horace Odes, book II, Oxford 1978, ad loc.).
Al tono confidenziale ed affettuoso che caratterizza questo incipit si
accompagna il primo dei riferimenti al diverso status di appartenenza dei
due amici, con la definizione ai vv. 3 sg. di Mecenate come mearum /
grande decus columenque rerum. Questa espressione si configura come
una variazione di quella riferita sempre a Mecenate nella I ode del I libro, o
et praesidium et dulce decus meum [o mio presidio e mio dolce ornamento]
e risulta particolarmente efficace per definire i sentimenti nutriti da un
cliens nei confronti del proprio patronus. Non è da escludere, inoltre, che
nella metafora del sostegno, del columen – propriamente la trave che
sostiene il colmo del tetto – sia presente un riferimento autoironico alla
sussistenza economica garantita da Mecenate al poeta.
vv. 5-8 Segue nella seconda strofe l’immagine di Mecenate come pars
dell’anima del poeta, che riproduce quella impiegata in carm. 1,3,8, in
relazione a Virgilio: animae dimidium meae [metà dell’anima mia].
L’immagine è topica e risale al Simposio di Platone (205d), dove viene
impiegata a proposito del mito sull’origine dell’amore: gli uomini ricercano
la metà di se stessi che hanno perduta,   , e giunge ad
Orazio probabilmente attraverso la formalizzazione callimachea (ep. 41,1
   [metà della mia anima]) Viene così introdotto il tema
dell’inevitabile morte contemporanea dei due amici.
A tale proposito qualche osservazione esegetica e testuale di dettaglio. Al v.
6 la ‘iunctura’ vis maturior andrà riferita più che a una morte prematura di
Mecenate, alla sua eventuale scomparsa prima del poeta. Nell’ode, infatti, la
questione della durata della vita di Mecenate è affrontata non in termini
assoluti, ma solo in relazione a quella dell’amico.
Nello stesso verso la lezione dei mss altera al nominativo implica una
identificazione diretta del poeta con la pars altera della sua anima,
eventualmente sopravvissuta alla morte di Mecenate. Il Burmann,
giudicando poco elegante tale identificazione, propose alteram, correzione
che obbliga evidentemente a considerare moror transitivo: “perché trattengo
in vita l’altra parte della mia anima?”. Nei due versi successivi,
nell’espressione nec carus aeque nec superstes / integer, la scoliastica
antica, come alcuni interpreti moderni, sottintendeva un alteri a carus:
Orazio, se sopravvivesse all’amico, non sarebbe caro ad alcuno come lo è
stato a Mecenate. Sarebbe forse preferibile sottindere invece un mihi, “non
sarò più gradito a me stesso”. In questo modo il senso risulterebbe più
coerente con l’immagine per così dire di fisio-patologia dell’anima delineata
da Orazio, che ha la funzione di dimostrare come non si possa rimanere in
vita con un’anima dimidiata. La morte di Mecenate renderebbe odiosa ad
Orazio la sua stessa persona, poiché essa non sarebbe più integra.
vv. 9-12 Alla dichiarazione secondo la quale un sol giorno trascinerà nella
morte entrambi (vv. 8 sg.: ille dies utramque / ducet ruinam) viene data la
veste di un solenne giuramento (vv. 9 sg.): non ego perfidum / dixi
sacramentum. Orazio e Mecenate compiranno insieme l’estremo viaggio,
qualunque sia l’ora nella quale Mecenate precederà Orazio nella morte.
Per sacramentum si intende il giuramento pronunciato da un soldato al suo
comandante. Nell’uso di tale termine è possibile cogliere, sulla base delle
differenze gerarchiche che esso evoca, un nuovo dettaglio contenutistico
teso ad evidenziare la differenza di status tra i due amici e il ruolo
subalterno rivestito da Orazio. Questo dato risulterebbe ulteriormente
enfatizzato, se si accettasse l’ipotesi della presenza di un’allusione
all’episodio testimoniato da Dione Cassio (53,20); relativo al tribuno
Apudio, che nel 27 a.C. giurò che avrebbe condiviso la morte di Augusto (F.
OLIVIER, Essais dans le domaine du monde gréco-romain antique et dans
celui du nouveau testament, Genève 1963, p. 271).
vv. 13-16 Segue il riferimento alla Chimera e al gigante centimano,
menzionati come mostri infernali (così in Aen. 6,287 sg.), che non
riuscirebbero in alcun modo a separare Orazio dal suo amico. La lezione dei
mss gigas, per superare la difficoltà connessa all’uso di un sostantivo
singolare in riferimento ai tre centimani, è stata corretta dal Muretus in
Gyges e dal Lambino nella variante Gyas; ricavando in tal modo dal testo
trádito il nome di uno dei tre giganti. Non si può però escludere che la
lezione gigas si configuri banalmente come un singolare per il plurale. A
proposito della Chimera si è ipotizzato che essa, individuando un motivo
iconografico ampiamente diffuso nell’arte etrusca, abbia la funzione di
evocare in Mecenate le antiche credenze della sua terra d’origine (cfr.
R.G.M. NISBET – M. HUBBARD, cit., ad loc.).
Il contenuto del giuramento formulato da Orazio si avvererà, poiché così è
stato destinato. Così hanno decretato la Iustitia, Dike, divinità del fato e le
sue sorelle, le Parche.
Il riferimento a queste divinità che sovrintendono al destino degli uomini
occupa, probabilmente non a caso, la sezione centrale dell’ode e assolve una
chiara funzione introduttiva delle strofe successive di contenuto astrologico.
vv. 17-30 In questi versi, che rappresentano il nucleo del componimento,
Orazio, con qualche disinvoltura, usa la tecnica astrologica, per sottolineare
la coincidenza del proprio destino con quello di Mecenate.
Orazio si occupa di rado di astrologia e secondo modalità che non sembrano
dimostrare una sua adesione piena e convinta alla divinazione astrale. In
carm. 1,11, il poeta invita Leuconoe a non cercare di conoscere la durata
della vita, evitando di affidarsi ai calcoli degli astrologi. Certo non è da
escludere, come è stato ipotizzato (R. MONTANARI – CALDINI, s.v.
astronomia e astrologia, in AA.VV., Orazio. Enc. Oraziana, II Roma, 1997,
p. 121), che qui Orazio si limiti a scoraggiare il ricorso alla sezione più
delicata dell’astrologia genetliaca; che pretendeva di fissare le procedure per
ricavare dall’esame del thema natale l’esatta durata della vita, arrivando a
calcolarne i giorni e financo le ore. In ogni caso, è difficile sfuggire alla
sensazione che qui Orazio manifesti un certo scetticismo nei confronti
dell’astrologia nel suo complesso.
L’altro riferimento all’astrologia è in epist. 2,2,187, dove, parlando del
destino diverso di due fratelli, da identificare evidentemente con due
gemelli, Orazio scrive che gli influssi connessi alla configurazione astrale
della loro nascita sono stati temperati dall’influenza esercitata dal Genius:
scit Genius, natale comes qui temperat astrum. Va innanzitutto osservato
che Orazio, alludendo ad una delle obiezioni fondamentali mossa alla
tecnica astrologica dai suoi detrattori, e cioè perché i gemelli presentino
differenze di temperamento e di destino, ricorra alla credenza popolare nel
Genius, evitando di affidarsi all’argomento canonico utilizzato dagli
astrologi. Esso consiste, come si ricava ad esempio dal noto aneddoto
riferito da Agostino (civ. 5,3) a Nigidio Figulo, nell’evidenziare come anche
una breve distanza temporale tra due nascite vicine, quali appunto quella di
due gemelli, implichi, per il movimento vorticoso della sfera celeste,
configurazioni astrali differenziate, tali da determinare influssi astrali
diversi. Dunque, Orazio non assume certo una posizione ortodossa nei
confronti della divinazione astrale, in riferimento ad una questione
dottrinaria particolarmente significativa.
Nel componimento in esame, la spia principale di tale atteggiamento va
rintracciata nell’indeterminatezza, esibita nel verso di apertura della sezione
astrologica, dei dati relativi al thema natale del poeta. Evidentemente, senza
il corredo dei dati riguardanti il giorno e l’ora di nascita, ogni previsione
appare impraticabile. E tale indeterminatezza crea un singolare contrasto,
diciamo pure che è in patente contraddizione, con la perentorietà delle
affermazioni di Orazio circa il destino comune suo e di Mecenate sancito
dagli astri.
Ma, va comunque sottolineato come Orazio faccia effettivamente
riferimento a dottrine astrologiche e operi scelte lessicali che appartengono
alla terminologia tecnica della divinazione astrale; che però appare utilizzata
per così dire in astratto, non risultando agganciata a dati astronomici
utilizzabili a scopi divinatori.
Orazio dichiara di ignorare la costellazione che sovrintende alla sua nascita.
Adspicere al v. 17 è utilizzato dal poeta non per riferirsi ai reciproci rapporti
tra i pianeti e tra i segni, che venivano immaginati appunto ‘guardarsi’ tra di
loro, ma per indicare l’influsso esercitato sulla sua persona da una
costellazione zodiacale; con lo stesso significato cioè attribuito da Manilio a
videre in 1,406, a proposito dell’influsso esercitato da Sirio al suo levarsi:
sic movet, ut vidit, mundum vultuque gubernat [a seconda di come guarda,
così influisce sul mondo e lo governa con il suo aspetto] (cfr. A. LE
BOEUFFLE, Astronomie, astrologie. Lexique latine, Paris 1987, s. v. videre,
p. 273). Orazio ignora se tale costellazione sia da identificare con la Libra,
lo Scorpione o il Capricorno; ma si sente comunque di affermare
perentoriamente che il suo thema e quello di Mecenate consentono
incredibili modo. Qui Orazio potrebbe far riferimento alla cosiddetta
synastria (F. BOLL, Kleine Schriften zur Sternkunde des Altertums,
Leipzig 1950, pp. 115 sgg.), che in astrologia indica la presenza in due
themata distinti di una disposizione di segni zodiacali e pianeti tale da
garantire ai loro titolari un profondo legame.
Prima di esaminare il problema connesso al ruolo che Orazio vuole
accreditare a uno di questi segni zodiacali nel suo thema natale, va detto
che con ogni probabilità l’incertezza confessata dal poeta va ricondotta alla
difficoltà di assegnare configurazioni astronomiche precise alle date
precendenti alla riforma del Calendario promossa da Cesare nel 46 (A.
BOUCHE’-LECLERCQ, L’astrologie grecque, Paris 1899, p. 551). Cesare,
nel primo anno di applicazione della Riforma, inserì nel calendario 60
giorni, per ripristinare l’accordo tra anno civile e anno astronomico. Inoltre,
il nuovo meccanismo di intercalazione di un giorno ogni quattro anni
previsto dai nuovi Fasti, l’istituzione cioè dell’anno bisestile, dopo la morte
di Cesare fu messo in atto erroneamente da parte dei pontefici. Non era
dunque agevole ricostruire la configurazione astrale di una nascita,
avvenuta, come quella di Orazio, prima del 46.
Uno di questi tre segni - Libra, Scorpione o Capricorno - viene presentato da
Orazio come determinante nel suo thema natale. Si può pensare che la
funzione astrologica da esso rivestita sia quella di segno chronocrator, cioè
di segno che ospitava il sole al momento della nascita. Se così fosse, la
scelta dell’arco zodiacale preso in considerazione risulterebbe
comprensibile. L’8 dicembre – data di nascita di Orazio – nel calendario
pregiuliano, per la mancata corrispondenza tra anno astronomico e anno
civile, il sole è in Libra o in Scorpione. Con i 60 giorni inseriti con la
Riforma, in questa stessa data il sole si approssima al Capricorno.
D’altra parte non si può escludere che Orazio voglia riferirsi al segno
ascendente (D. LIUZZI, Nel cielo tra gli astri in compagnia di Orazio,
Galatina 1993 pp. 27 sgg.), la cui mancata identificazione risulta del pari
legata all’impossibilità di fissare una corrispondenza tra data pre-giuliana e
realtà astronomica, con l’ulteriore complicazione legata alla precisa
individuazione dell’ora di nascita. A tale riguardo, è stato notato (Q.
Horatius Flaccus, Oden und Epoden, erklärt von A. KIESSLING, zehnte
Auflage besorgt von R. HEINZE, Berlin 1960, ad loc.) che, considerando il
verbo adspicere in ‘iunctura’ con il sostantivo hora (Seu Libra seu me
Scorpios aspicit / formidulosus, pars violentior / natalis horae), si realizza
un calco semantico del termine horoskopos, che nella terminologia
astrologica greca designa appunto il segno ascendente, cioè il segno, o
meglio il grado dello zodiaco che, mentre si leva dall’orizzonte, “guarda
l’ora della nascita”.
Ma, dal momento che la questione riguarda specificatamente la
determinazione dell’ora della morte, appare preferibile l’ipotesi (cfr. BOLL,
cit. e Pingree in R.G.M. NISBET – M. HUBBARD, cit., ad loc.), secondo la
quale Orazio si riferisce alla costellazione zodiacale nella quale veniva a
cadere l’ottavo locus (il   ), la cui individuazione
permette di calcolare, secondo gli astrologi, la durata della vita. Anche la
determinazione di questo locus nel thema della genitura, senza il corredo
dei dati astronomici relativi alla nascita, risulta però impossibile, essendo
connessa specificatamente al segno ascendente. Il 
è infatti l’ottavo locus del thema della genitura, calcolato
inclusivamente a partire dal segno ascendente (A. BOUCHE’-LECLERCQ,
cit., pp. 280-284). A tale proposito, l’espressione di vv. 18 sg. pars
violentior / natalis horae non sarebbe dunque da riferire al solo Scorpione,
in quanto segno dagli influssi nefasti; ma appunto all’ottavo locus, che è
quello dove l’influsso degli astri si esercita in modo più distruttivo,
determinando l’ora della morte; e dunque con la costellazione (Libra,
Scorpione o Capricorno) nella quale questo locus viene a cadere.
Il Capricorno viene definito nei vv. 19 sg. tyrannus Hesperiae undae, in
riferimento alla dottrina della corografia zodiacale, che poneva le regioni
della terra sotto l’influenza dei vari segni zodiacali (Manil. 4,696 sgg.),
assegnando al Capricorno il dominio sulle terre dell’occidente (Manil. 4,791
sgg.), evocate dall’aggettivo hesperius. E’ stato osservato (R. SCARCIA,
cit., pp. 44-46) che il Capricorno, presentato da Orazio come uno dei
possibili segni determinanti nel suo thema natale, grazie alle trasformazioni
calendaristiche promosse da Cesare, potrebbe al limite essere stato associato
dal poeta al destino astrale dello stesso Mecenate. Mecenate, nato il 13 di
aprile del calendario pre-giuliano, astronomicamente nasce sotto il
Capricorno, per i due mesi di scarto tra anno civile e realtà astronomica.
Con un gioco disinvolto sul calendario, Orazio potrebbe aver voluto
accreditare questo segno come punto di incontro astrologico tra se stesso e
Mecenate. E questo, tra l’altro, negli anni in cui si andava delineando il
lancio del Capricorno come icona del destino astrale di Augusto (cfr. P.
DOMENICUCCI, Astra Caesarum. Astronomia, astrologia e catasterismo
da Cesare a Domiziano, Pisa 1996, pp. 111-121).
La sezione astrologica si conclude con l’esibizione dei riscontri biografici
che testimoniano il destino comune dei due amici. Mecenate è guarito da
una grave malattia grazie all’influsso benefico di Giove, che ha contrastato
il malefico Saturno. Qui forse va individuata un’allusione all’azione
esercitata da questo pianeta su specifiche patologie, come la sindrome
reumatica (A. BOUCHE’-LECLERCQ, cit., p. 422), di cui Mecenate
probabilmente soffrì; se le febbri croniche attribuitegli da Plinio il Vecchio
(nat. 7,172) sono da ricondurre ad una complessiva sintomatologia
reumatica, peraltro compatibile con le sofferenze fisiche descritte nel
succitato fr. 4 Morel (cfr. M.L. COLETTI, cit., pp. 304-307).
Al riferimento, presente anche in carm. 1,20, all’applauso ricevuto in teatro
da Mecenate dopo la sua guarigione, si accompagna la rievocazione
dell’incidente dell’albero, dal quale Orazio è uscito miracolosamente illeso,
grazie all’intervento di Fauno, che, in quanto figlio di Mercurio sulla base
della sua assimilazione a Pan, protegge gli uomini posti sotto la tutela del
dio. Mercurio, che in carm. 2,7 interviene per mettere in salvo il poeta nella
battaglia di Filippi, dato il contesto astrologico andrà identificato con il
pianeta, i cui influssi determinano la nascita di letterati e musici (Valens, p.
4 II Kroll; Firm. math. 3,7-4).
Riterrei che anche in questa sezione sia possibile individuare una nuova
sottolineatura della differenza di status tra i due amici, questa volta
presentata anche sub specie astrologica. La gerarchia degli influssi celesti
che interessano Mecenate ed Orazio sembra infatti riprodurre il loro diverso
status sociale.
A Mecenate viene associato l’influsso benefico di Giove, mentre Orazio
riserva a se stesso quello del più modesto Mercurio. Mercurio, infatti, risulta
inferiore a Giove sulla base, ovviamente, dell’identificazione con le
rispettive divinità e della stessa posizione celeste, essendo collocato più in
basso degli altri pianeti (Ptol. tetr. 1,18).
vv. 30-32 L’ode si conclude con l’invito a rendere grazie per lo scampato
pericolo. Qui le differenze di posizione sociale tra i due amici risultano
particolarmente enfatizzate. Mecenate dovrà offrire victimae e far innalzare
un’aedes; Orazio sacrificherà una humilis agna. Che le offerte risultino
differenziate in ragione dei diversi gradi occupati nella scala sociale appare
evidente, anche senza approfondire ulteriormente l’analisi testuale. Va
comunque allegato (R. SCARCIA, cit. p. 45) quanto segnalato dai
grammatici a proposito del significato di victima (Gramm. VII p. 532,12):
victima maior est, hostia minor [‘victima’ è più grande, ‘hostia’ più piccola]
da considerare insieme a quanto scrive Festo, citando l’etimologia di Elio
Stilone (p. 508,15 L.): ‘victimam’ Aelius Stilo ait esse vitulam (pensando
probabilmente ad un transito da *victula, ‘mutata parte’) ob eius vigorem.
La qualificazione dell’agna sacrificata da Orazio, una sola hostia rispetto
alle più grandi vitulae di Mecenate, è affidata all’aggettivo humilis, che
riassume emblematicamente il rapporto gerarchico evocato nell’ode.
A tale proposito, è possibile suggerire, come accennavo all’inizio, che
Orazio voglia dare rilievo alla diversità di status sociale, giocando anche
sulla distribuzione all’interno del componimento delle allusioni e dei
riferimenti a questo tema. Dal punto di vista strutturale, essi occupano la
prima, la terza, la sesta e l’ottava strofe, che è l’ultima, presentando,
dunque, un chiaro andamento simmetrico. Orazio dimostra così di aver
voluto esplicitare nel modo più efficace la sua condizione di cliens; dato
tanto più significativo, in quanto presente in un componimento così
fortemente caratterizzato nel senso dell’amicizia.
Alcune riflessioni conclusive sulla presenza dell’astrologia in questa ode.
Si è visto come Orazio si serva del codice astrologico, e non di dati
astronomici reali utilizzabili a scopo divinatorio, per rappresentare la
propria amicizia con Mecenate. Tale legame riceve così una sanzione
celeste, ricavata però a posteriori, sulla base della reale esperienza di vita e
della sua proiezione nel futuro: un legame così profondo non potrà non
implicare la morte pressoché contemporanea dei due amici. E Orazio
traduce questo concetto nella lingua degli astrologi: ‘questo destino comune
è scritto nei nostri themata, che si accordano incredibili modo’.
Ad Orazio potrebbe così applicarsi la critica mossa da Manilio agli autori di
fabulae astrali, dei racconti eziologici relativi alle costellazioni. Tali autori,
secondo Manilio, tendono a capovolgere l’assunto fondamentale
dell’astrologia, facendo dipendere il cielo dalla terra e non viceversa (2, 37
sg.: quorum carminibus nihil est nisi fabula caelum / terraque composuit
mundum quae pendet ab illo) e trasformando in definitiva il cielo in una
grande allegoria delle vicende umane.